BYRON OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH

Quando, procedendo nella traduzione di “Uransimo e Unisessualita” di Raffalovich mi è capitato sotto mano il capitoletto relativo a Byron, mi sono chiesto perché Raffalovich, che ha dedicato ampio spazio a Monsieur, fratello di Luigi XIV, e al processo a Oscar Wilde, ha esaurito la questione dell’omosessualità di Byron in modo così riduttivo. Si tratta in fondo di uno dei colossi della letteratura romantica.

Non sono certo uno specialista di Byron, ma ho avuto modo di leggere diversi studi sull’omosessualità del poeta, e mi son detto che forse una ricostruzione biografica “essenziale” degli aspetti della sua vita legati all’omosessualità, corredata da testi originali significativi, avrebbe avuto una indubbia utilità sul piano informativo. È proprio su questo che ho lavorato per alcuni giorni.

Invertendo l’ordine secondo il quale sono solito procedere alla pubblicazione della trazione del libro di Raffalovich, riporterò immediatamente il capitolo da lui dedicato a Byron, e nel post successivo, procederò a fornire un quadro orientativo per quanto possibile oggettivo della vita omosessuale del poeta.

La sciamo subito la parola a Raffalovich.
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Lord Byron (1788-1824) è stato rivendicato tra gli invertiti, molto avidi di queste rivendicazioni. È certo che avesse dall’infanzia un furore d’amicizia, un ardore sentimentale. Si conoscono tre sue “passioni” di questo genere per degli inferiori (diceva lui stesso che le amicizie erano delle passioni): la prima per il figlio di uno dei suoi fattori, prima di andare ad Harrow, L’altra a Cambridge, a diciotto anni; si attaccò appassionatamente a un ragazzo giovane di sedici anni, un ragazzo del coro.[1] Lo vedeva tutti i giorni, inverno e estate, senza interruzione, e i due giovani si lasciavano ogni volta con dispiacere. Eddleston (l’amato) gli regalò un piccolo cuore di agata rossa, ed è per questo che Byron lo soprannominò il mio caro Cornelian.[2] Byron collocò il suo protetto in una grande azienda commerciale di Londra. Non esitava a scrivere ad un’amica che amava Eddleston più che chiunque altro al mondo. Quando lo rivide, nel 1807, scrisse a questa amica:

“È di due anni più giovane di me, quasi della mia altezza, molto magro, di una carnagione molto pallida, gli occhi neri e i capelli chiari. Voi sapete quello che penso della sua intelligenza (o del suo carattere). Spero di non dovere mai cambiare opinione a questo riguardo.”

Nel 1809, Byron affidò a questa stessa amica. Miss Pigot, il piccolo cuore di agata, prima di partire per il suo viaggio di due anni, e alla morte di Eddleston richiese indietro questo cuore.

È al suo ritorno dalla Grecia, nel 1811, che Byron ricevette col più vivo dolore la notizia della morte del suo fratello d’affetto.

In Grecia, ad Atene, aveva fatto conoscenza con un giovane uomo povero e lo aveva amato come aveva amato Eddleston, gli aveva dato una somma di denaro a Malta, e quando fu sconvolto dalla morte di Eddleston, di sua madre e di quattro altri amici, fece testamento lasciando a Nicolo Giraud 175.000 franchi.

Ad Harrow, Byron aveva avuto una corte di favoriti, il loro affetto era molto sentimentale. Byron si lamentava amaramente perché un amico gli aveva scritto una lettera incominciando con “mio caro”, invece di “mio carissimo” (dear al posto di dearest), ecc., tutti dolori delle amicizie-passioni dell’adolescenza.

Si sono volute tirare conclusioni sgradevoli per Byron dal fatto seguente: è verso il suo quindicesimo o sedicesimo anno che cominciarono i suoi affetti violenti e gelosi per i suoi favoriti. Ma non era solo la pubertà che ne era la causa, perché, quando era molto piccolo Byron aveva amato il figlio del fattore.

Mi sembra che non si possa tirare alcuna conclusione circa la condotta del poeta, ma si può essere certi che la sua natura sensibile, femminea, esagerata fosse capace congenitamente di passione di amicizia amorosa.

Tre anni dopo la sua partenza da Horrow (nel 1808), Byron scrisse in un diario questa frase di Marmontel: “L’amicizia che nel mondo è solo un sentimento, è una passione nei chiostri.”

Ma quando Byron amò Nicolo Giraud o Eddleston, era nel mondo, non in un chiostro.

Si sa che una giovane ragazza seguì Byron vestita da ragazzo e si diceva suo fratello.

È probabile che Byron, nato con delle tendenze eterosessuali e uraniste, abbia vissuto la sua eterosessualità fissata dal suo enorme successo mondano e letterario.
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[1] Ancora oggi queste forme di attaccamento sono frequenti e, innocenti o no, sono malviste.
[2] Carnelian o cornelian, in Italiano corniola, una varietà di calcedonio di colore rosso.

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Se volete potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=5925

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MONSIEUR FILIPPO DI BORBONE-ORLEANS OMOSESSUALE EFFEMINATO

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi è dedicato a Monsieur, Filippo di Borbone, duca d’Orléans, Fratello di Luigi XIV. Monsieur, è un personaggio oggi poco conosciuto dal grande pubblico, ma è stato considerato per molto tempo l’archetipo dell’omosessuale effeminato. Questa definizione va presa però con molta prudenza. Si sposò due volte, la prima con Enrichetta d’Inghilterra (Madama d’Inghilterra) e la seconda con Elisabetta Carlotta del Palatinato (Madama palatina), ed ebbe sei figli, ma fu dominato dai suoi favoriti. Uno di questi, il cavaliere di Lorena, entrò in conflitto violento con la prima Madame, che riuscì ad ottenerne dal re il suo esilio in Italia per otto anni, ma il cavaliere di Lorena, a quanto si disse, pur stando ancora in esilio, sarebbe riuscito a vendicarsi e a fare avvelenare Madame (che aveva 26 anni). Monsieur sarebbe stato del tutto estraneo alle trame del cavaliere di Lorena. Dopo l’autopsia di Madame, effettuata alla presenza di molti medici non solo francesi ma anche inglesi, il rapporto ufficiale sulla morte parlò però di cause naturali. Il cavaliere di Lorena, per le insistenze di Monsieur, dopo la morte di Madame, venne fatto rientrare in Francia e non fu accusato di nulla. Evidentemente Monsieur non diede alcun credito all’ipotesi dell’avvelenamento.

La seconda Madame, ben diversa dalla prima, non pretese di imporre a Monsieur alcuno stile di vita e gli lasciò totale libertà. Ebbero figli, ma scelsero ben presto di dormire in appartamenti separati. La seconda Madame aveva una conoscenza molto realistica dell’omosessualità e ne parla in modo singolarmente competente, i suoi rapporti con Monsieur non furono privi di una certa complicità e non crearono mai veri problemi.

Monsieur, che, al di là dei suoi difetti ampiamente scusabili, era un brav’uomo, che amava i suoi figli e sapeva anche tenere testa al re, quando necessario, finì, negli ultimi anni, sotto il controllo di un confessore gesuita che gli impose un regime di vita molto ristretto per un uomo delle sue abitudini. Monsieur finì per consolarsi col cibo, ingrassò molto e morì di apoplessia probabilmente proprio per questa ragione.

Il ritratto di quest’uomo, fatto da Raffalovich sulla base delle testimonianze dei contemporanei, suscita una certa simpatia. La vita di Monsieur incarna il modello di vita dell’omosessuale (o forse del bisessuale con una forte prevalenza omosessuale) costretto a vivere da eterosessuale e dominato dai favoriti che non fanno che servirsi di lui.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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Monsieur, fratello di Luigi XIV, l’invertito effeminato.

Monsieur Filippo d’Orléans, fratello di Luigi XIV e figlio del freddo Luigi XIII, nipote di Gastone (che seguiva, di dice, le due sessualità), nipote anche di questo primo Vendôme unisessuale come i suoi nipoti, Monsieur è uno degli unisessuali effeminati che si conoscono meglio. Si sposò due volte e ebbe figli dalle sue due mogli, ma fu donna quanto la sua prima Madame e più donna della seconda.
Non gli è attribuita nessuna amante; aveva tutti i difetti della donne, ma era coraggioso, abbastanza buono, dolce, e temeva i danni alla sua carnagione più di perdere la vita. Si è voluta considerare la sua educazione effeminata come causa della sua inversione, ma la stessa educazione, esattamente la stessa, applicata all’abate di Choisy, produsse solo un’effeminazione, folle, fantastica, ma non unisessuale, nell’abate-contessa. Se Monsieur avesse potuto vestirsi da donna per delle settimane, quanti amanti avrebbe avuto! Non si sarebbe mai annoiato con le ragazze. Prima di dare credito all’educazione, all’associazione di idee e di sensazioni, a tutte le povere spiegazioni, si rifletta sulla differenza tra Monsieur e l’abate di Choisy e sulla loro educazione effeminata. Le loro vanità poterono essere femminilizzate, ma le loro sessualità non cambiarono affatto.

La prima Madame (quella che Bossuet compianse) è stata trattata con troppa indulgenza dalla storia.

Michelet, che le riconosce tutte le colpe che una donna può commettere, la paragona costantemente con Monsieur, che certo non era peggiore di questa affascinante, attraente e meschina Stuart. Lei, se fosse sopravvissuta a Monsieur come questa generosa e spirituale tedesca, non avrebbe bruciato senza leggerle le lettere dei favoriti di Monsieur. È tempo di trattare l’uomo e la donna con una uguale giustizia. Madame d’Inghilterra era molto leggera, giocava con suo cognato il re, si beffava di suo marito, tradendo tutto e tutti da vera Stuart; Monsieur era unisessuale, affettuoso, prodigo, chiacchierone, ma con un ben diverso senso del decoro rispetto a Madame. Se lei fu avvelenata dagli amici di Monsieur, lui non ne seppe nulla.

I brani seguenti, dell’abate di Choisy, di Madame de la Fayette, di Daniel Cosnac, vescovo di Valenza, di Saint-Simon, di Madame Charlotte-Elisabeth, duchessa di Orléans, daranno un’idea di Monsieur e del suo entourage.

Dell’abate di Choisy

“Mi vestivano da ragazza, dice l’abate di Choisy, tutte le volte che il piccolo Monsieur veniva al mio alloggio, e ci veniva almeno due o tre volte alla settimana. Avevo le orecchie forate, i diamanti, le mosche e tutti gli altri piccoli vezzi ai quali ci si abitua molto facilmente e dei quali ci si disfa con altrettanto difficilmente. Monsieur che amava tutto questo, mi faceva sempre molti complimenti. Da quando arrivava, seguito dalle nipoti del cardinale Mazzarino e da alcune figlie della regina, veniva messo alla sua toilette e gli si acconciava la capigliatura. Aveva un corpetto per mantenere la sua taglia (il corpetto era di tessuto ricamato)”. Gli toglievamo la calzamaglia per mettergli dei mantelli da donna e delle gonne, e tutto questo si faceva, si dice, per ordine del cardinale che voleva renderlo effeminato, per paura che potesse procurare problemi al re, come Gastone aveva fatto con Luigi XIII.”

“Quando Monsieur era vestito e pronto, si giocava al piccolo premio (era il gioco alla moda), e verso le sette ci portavano uno spuntino; ma non si presentava nessun valletto; io andavo alla porta della stanza a prendere i piatti e li mettevo sui rialzi tutto intorno alla tavola. Offrivo da bere, cosa della quale ero abbastanza ripagato da qualche bacio in fronte di cui queste signore mi onoravano. Madame de Brancas ci portava spesso sua figlia, che è stata la principessa di Haracourt. Lei mi aiutava a svolgere questo piccolo compito; per quanto fosse molto bella, le figlie della regina mi prediligevano più di lei: certamente, nonostante le cuffiette e le gonne, sentivano in me qualcosa di maschile.”

“Non avevo nemmeno un po’ di barba (a 22 anni), ci si era preoccupati, dall’età di cinque o sei anni, di massaggiarmi con una certa acqua che fa morire il pelo alla radice, se si comincia molto per tempo; i miei capelli neri facevano apparire passabile la mia carnagione, benché non avessi molto di bianco … Non ero dunque costretto da nessuno e mi abbandonavo alla mia tendenza. È accaduto anche che Madame de la Fayette, che vedevo molto spesso, vedendomi sempre molto sistemato, con i pendenti alle orecchie e le mosche, mi disse da buona amica che quella non era affatto la moda per gli uomini e avrei fatto molto meglio a vestirmi da donna. Fidandomi della sua grande autorità, mi feci tagliare i capelli per essere pettinato meglio, ne avevo in quantità prodigiosa. Si portavano dei piccoli boccoli sulla fronte e boccoli più grossi ai due lati del viso e tutto intorno alla testa e un gran fascio di capelli coordinato con nastri e perle se se ne avevano. Avevo abbastanza abiti femminili, ho preso il più bello e sono andato a fare visita a Madame de la Fayette, con i miei pendenti alle orecchie, la mia croce di diamanti, i miei anelli e dieci o dodici mosche; vedendomi esclamò: “Ah che bella persona! Mi avete detto retta e avete fato bene. Domandate pure a M. de R. (che era allora nella camera) …” Continuai per due mesi a vestirmi da donna; andavo dovunque, a fare delle visite, in chiesa, al sermone, all’opera, alla commedia, e mi sembrava che le gente ci si fosse abituata: mi facevo chiamare Madame de Sancy dai miei lacchè. Mi feci ritrarre da Ferdinand, famoso pittore italiano, che fece di me un ritratto che la gente andava a vedere; infine accontentai completamente il mio gusto. Andavo al Palazzo Reale tutte le volte che Monsieur era a Parigi; lui mi faceva mille complimenti, perché le nostre inclinazioni erano simili; aveva molto desiderato di potersi vestire da donna, ma non osava a causa della sua dignità …, la sera metteva delle cuffiette, dei pendenti alle orecchie e delle mosche e si contemplava negli specchi. Incensato dai suoi amanti, dava tutti gli anni un gran ballo il lunedì grasso. Mi ordinò di andarci in abito scollato, a viso scoperto, e incaricò il cavaliere di Pradine di portarmi al ballo. La riunione fu molto bella: c’erano trentaquattro donne ornate con perle e diamanti. Trovarono che stavo abbastanza bene, danzavo nella massima perfezione e il ballo era fatto per me. Monsieur diede inizio alle danze con Mlle de Braccas, che era molto carina (è diventata poi la principessa d’Harcourt), e un momento dopo andò a vestirsi da donna e tornò al ballo in maschera. Tutti lo riconobbero, innanzitutto non cercava il mistero e il cavaliere di Lorena gli dava la mano; ballò il minuetto, e andò a sedersi in mezzo a tutte le signore; si fece un po’ pregare prima di togliersi la maschera, non chiedeva di meglio e voleva essere visto. Non si saprebbe dire a che punto spinse la civetteria ammirandosi, mettendosi le mosche, cambiandole di posto, e forse io facevo anche di peggio; gli uomini, quando pensano di essere belli sono ancora più fissati con la loro bellezza delle donne. Comunque, questo ballo mi diede una grande reputazione e me ne vennero molti amanti, la maggior parte per divertirsi, qualche volta in buona fede. Questa vita era deliziosa.”

Di Madame de La Fayette

“Monsieur, unico fratello del re, non era meno attaccato di lui alla regina sua madre; le sue inclinazioni erano conformi alle occupazioni delle donne quanto quelle del re ne erano lontane; era bello e ben fatto, ma di una bellezza e di una taglia più adatte a una principessa che a un principe; così era più preoccupato di fare ammirare da tutti la sua bellezza, che di servirsene per farsi amare dalla donne, benché stesse continuamente con loro; il suo amor proprio sembrava non renderlo capace di attaccamento se non verso se stesso…”

“La prima cosa importante che si fece dopo la morte del cardinale (di Mazzarino) fu il matrimonio di Monsieur con la principessa d’Inghilterra. Era stato deciso dal cardinale, e benché questa alleanza sembrasse contraria a tutte le regole della politica, il cardinale aveva creduto che si potesse essere così certi della dolcezza della natura di Monsieur e del suo attaccamento per il re, che non si doveva avere paura di dargli un re d’Inghilterra come cognato… La principessa d’Inghilterra fu attaccata da una febbre molto violenta … Quando si fu completamente ristabilita ritornò a Parigi. Monsieur andò davanti a lei con tutta l’impazienza immaginabile, e continuò fino al suo matrimonio a renderle omaggi, ai quali mancava solo l’amore; ma il miracolo di infiammare il cuore di questo principe non era riservato a nessuna donna al mondo.”

“Il conte di Giuche era in quel periodo il suo favorito. Era il giovane uomo più bello e meglio fatto della corte, amabile di personalità, galante, ardito, coraggioso, pieno di grandezza e di spirito elevato. La vanità che gli proveniva da tante buone qualità e un’aria di disprezzo diffusa in tutte le sue azioni, appannavano un po’ tutto questo merito: ma bisogna comunque confessare che nessun uomo della corte aveva le sue doti. Monsieur lo aveva molto amato fin dall’infanzia e aveva sempre conservato con lui una grande familiarità, e così stretta come può essere quella tra persone giovani.”

“La familiarità che aveva con Monsieur gli permetteva di andare dal principe in tutte le ore più strane. Incontrava Madame ogni momento, con tutti i suoi lati affascinanti. Monsieur si faceva cura di farglieli ammirare, e alla fine lo esponeva a un pericolo che era quasi impossibile evitare.”

“Dopo qualche tempo di soggiorno a Parigi, Monsieur e Madame, se ne andarono a Fontainebleau. Madame ci portò la gioia e i piaceri. Il re capì, vedendola più da vicino, quanto si era sbagliato nel non riconoscerla la più bella persona del mondo… Questo fece molto rumore a corte. La regina-madre fu entusiasta di trovare un pretesto… per opporsi all’attaccamento che il re dimostrava per Madame: e non dovette faticare molto per fare condividere a Monsieur i suoi sentimenti. Era già geloso per conto suo, e lo stava diventando sempre di più seguendo gli umori di Madame… l’asprezza aumentò di giorno in giorno tra lei e la regina madre; il re dava a Madame tutte le speranze, ma nonostante tutto si teneva molto sulle sue con la regina-madre, in modo che, quando lei riferiva a Monsieur quello che il re le aveva detto, Monsieur trovava molti argomenti per persuadere Madame che il re non aveva per lei molta considerazione; lui poteva testimoniarglielo… Alla fine decisero di fare cessare tutto quel gran rumore (che circolava a corte intorno al re e a Madame) e decisero tra loro che il re avrebbe fatto l’innamorato di qualche persona della corte. Lui (il re) non ci mise molo a decidere; il suo cuore prese una decisione in favore di La Vallière… Madame considerò con un certo dispiacere il fatto che il re si legasse veramente a La Vallière… La regina-madre ne fu amareggiata. Lei fece cambiare l’atteggiamento di Monsieur anche lui la prese male e considerò una questione d’onore che il re si fosse innamorato di una damigella di Madame. Madame, per parte sua, era molto carente nel riguardo che doveva alla regina-madre e anche in quello che doveva a Monsieur.”

“Nel medesimo tempo ci fu grande mormorio sulla passione del conte di Guiche (per Madame): Monsieur fu presto informato e lo minacciò molto pesantemente. Il conte di Guiche ebbe con Monsieur un chiarimento molto audace, e ruppe i rapporti con lui, come se fosse stato un suo pari; la cosa ebbe forte risonanza pubblica e il conte di Guiche si ritirò dalla corte…”

“Il conte di Guiche, che era giovane e ardito, non trovava niente di meglio che esporsi a qualsiasi rischio: Madame e lui, senza provare una vera passione uno per l’altra, si esposero ai più grandi pericoli… Madame era malata e circondata da tutte quelle donne che sono abituate a stare appresso di una persona del suo rango, senza potersi fidare neppure di una. Faceva entrare il conte di Guiche, qualche volta in pieno giorno, travestito da donna che predice la buona fortuna … e altre volte con altre invenzioni, ma sempre con molto rischio; e questi incontri così pericolosi trascorrevano nel prendersi gioco di Monsieur e in altri simili piaceri; e alla fine in cose molto lontane dalla violenta passione che sembrava motivarle… Monsieur era estremamente geloso del principe di Marsillac, figlio del duca de la Rochefoucauld, e lo era ancora di più dato che aveva per lui un’inclinazione naturale, che gli faceva credere che tutti dovessero amarlo.”

Da Daniel de Cosnac, vescovo di Valenza

“Il cavaliere di Lorena, che aveva prestato servizio militare nell’armata del maresciallo d’Aumont, dopo l’inizio della campagna, venne a Tournai a salutare le Loro Maestà. Monsieur, all’inizio dell’inverno, si era preso una forte sbandata per lui. Aveva chiesto a Sua maestà che il reggimento di questo cavaliere potesse prestare servizio nell’armata del re, in modo che essi potessero stare insieme durante la campagna di guerra. Sua maestà gli aveva rifiutato questa grazia. Allora lui gli fece un’altra volta la stessa richiesta e il re acconsentì. Appena mi vide mi disse che Sua Maestà lo aveva trattato “a perfezione”, questo era uno dei suoi modi di esprimersi. Vedendo il suo trasporto e la gioia che gli brillava in volto, mi aspettavo qualche grazia straordinaria, allorché mi dichiarò di che si trattava. Gli risposi molto seriamente: “Monsieur, sono molto contento; ecco un inizio molto buono.” “

“Dopo sei giorni di marcia arrivammo davanti a Lille. La riuscita di questa impresa, dopo quella specie di scacco che ci era arrivato a Dendermonde era cosa che coinvolgeva la gloria di Sua Maestà. Si presero tutte le precauzioni possibili… Alla fine restammo otto giorni davanti a questa piazzaforte prima di attaccarla.”
“Durante questo periodo, feci pressione su Monsieur perché domandasse a Sua Maestà il permesso di mandare qualcuno in Inghilterra per complimentarsi per la pace; cosa che non aveva ancora potuto fare per mancanza di tempo disponibile, stando a quello che diceva…”

“Sottolineai che, dopo l’arrivo del cavaliere di Lorena nella nostra armata, Monsieur non aveva più la stessa alacrità nel seguire il re dovunque andasse, che si esentava spesso dalle fatiche di questa guerra, che trascurava di visitare le postazioni, e che, anche se la trincea era aperta da cinque giorni, Monsieur non aveva accennato ad andarci. Se ne restava sempre chiuso con questo cavaliere… Le mie rimostranze fecero qualche impressione sul suo spirito; andò nella trincea e due giorni dopo, dato che Il cavaliere di Lorena si trovava lì col suo reggimento, ci andò per una seconda volta per rendergli visita… Oltre queste azioni di coraggio, il denaro che Monsieur mandò a degli ufficiali feriti e le molte lodi che dispensò ai più coraggiosi contribuirono molto a fargli acquistare la reputazione di principe liberale e magnanimo… Dato che si preoccupava di farsi amare, ciascuno era interessato ad innalzarlo, e si voleva assolutamente che fosse un grand’uomo… Il cavaliere di Lorena fu leggermente ferito al piede dallo scoppio di una granata. Monsieur avendone avuto notizia, testimoniò l’amicizia che gli portava con la sua estrema inquietudine. Passava giornate intere nella sua camera, faceva gli onori di casa, blandiva quelli che venivano a trovare il cavaliere e li obbligava a lodare la bella azione che quello aveva fatto.”

“Il nono giorno, il governatore capitolò, e il giorno seguente il re fece il suo ingresso per fare cantare il Te Deum, e da quello stesso giorno, marciò con la sua armata costeggiando il canale di Bruges.”

“Il cavaliere di Lorena, benché ancora frenato dalla sua ferita, volle venire in occasione di questi fatti e prese posto nella carrozza di Monsieur. Io mi trovavo lì solo con lui, perché Monsieur era a cavallo con il re, che non si spostò mai in altro modo per tutto il tempo della campagna di guerra. Facemmo insieme una lunga conversazione. Mi resi conto che era un giovane uomo senza esperienza, senza abilità per condursi bene e che, lungi dal potere dare consigli a Monsieur, non era capace di formulare alcun progetto per se stesso, e non considerava il favore di cui godeva che come una cosa utile ai suoi piaceri. Tuttavia poiché aveva una forte influenza su Monsieur, entrai con lui in una certa confidenza e pensai di poter non essere incompatibile con lui. L’indomani si sentì meno bene e gli diedi la mia carrozza perché se ne tornasse a Lille. Allora ebbi modo di avere incontri più lunghi con Monsieur, che non era più distratto da questo continuo stare appresso al cavaliere di Lorena. Mi parlò molto delle buone qualità del cavaliere,(1) e con tale piacere che gli costò parecchio parlare anche di altre cose. Mi disse che voleva assolutamente trovargli una sistemazione nella sua casa e che sarebbe stato l’acquisto più vantaggioso che avrebbe potuto fare…”

“Quando Monsieur arrivò, ripassando per Lille, andò a fare visita al cavaliere di Lorena ancora malato… La sera, quando Monsieur andò a dormire, il suo primo valletto di camera chiese al sig. Boyer, primo maggiordomo, duecento pistole per pagare un arazzo che Monsieur aveva comprato a Audenarde. Nessuno aveva denaro, e se non glielo avessi prestato io, si sarebbero portati via l’arazzo. Monsieur che mi vedeva contare quel denaro davanti al mercante, non mi fece nemmeno la grazia di accorgersene.”

“Arrivando a Villers-Colterets, Monsieur ci trovò Madame(2) e tutta la sua corte composta da Madame de Monaco, dalla marescialla du Plessis, dalla Saint-Chaumot, dalla Thianges, dalla Fiennes e dalla Gourdon. Monsieur si rammaricò molto di non essere arrivato un giorno prima di Madame, per poter ordinare quello che bisognava mettere nelle camere, che trovò per disgrazia tutte ammobiliate… Fece mettere tutte le sedie sulla stessa linea, infittì le file di tavoli, di mensole, di piatti; collocò degli specchi in posizioni vantaggiose, fece affiancare ogni tavolo da quattro candelieri; e infine dispose generalmente di tutto l’insieme dei mobili con una cura meravigliosa… In quel periodo si riconobbe un così grande attaccamento nello spirito di Monsieur per il cavaliere di Lorena che lo si considerò come un favorito dichiarato. Monsieur non parlava mai a Madame né a tutta la sua corte se non dell’interesse che aveva per lui. Disse anche a Madame e a me che si sentiva impegnato da un giuramento a non nascondergli nulla. Non passava alcun giorno senza che gli scrivesse. Madame mi parlò di questa grande passione, le risposi che, dato che il cavaliere voleva preoccuparsi della gloria di Monsieur, dei suoi interessi, di allontanarlo dalle banalità, forse non sarebbe stata una cosa svantaggiosa che ci fosse un uomo che avesse del potere sul suo spirito. Madame mi testimoniò che credeva di avare abbastanza potere sullo spirito del cavaliere per obbligarlo a tenere una buona condotta.(3)”

“L’indomani, Monsieur mi disse che il cavaliere di Lorena stava per arrivare, che lui aveva deciso di dargli una posizione distinta da chiunque altro nel regno, di dargli alloggio nella sua casa, di dare gran credito al suo spirito, sapendo che lui era attaccato alla sua persona più che a quella del re, e avendogli sentito dire parecchie volte che, qualsiasi cosa fosse accaduta, sarebbe appartenuto sempre a lui e nello stesso modo in cui il duca di Montmorency era appartenuto al duca di Orléans… Quello stesso giorno il cavaliere di Lorena arrivò a Villers-Coterets; fu ricevuto da Monsieur con dei trasporti di gioia incredibile… Questo giovane uomo era così fiero di vedersi in un favore più grande di quanto avesse sperato, che non volle avere nessun rapporto con Madame, non ascoltando quello che lei gli diceva per il suo bene o per quello di Monsieur se non al fine di riferirlo a Monsieur. Venni a sapere da Mérille che Monsieur cercava solo un pretesto per non trattarmi più nello stesso modo al quale era abituato, volendo senza dubbio soddisfare l’umore geloso e poco comodo di questo cavaliere, che non poteva tollerare nel cuore di Monsieur nessuna amicizia, né piccola né grande… Durante questo periodo tutti i progetti di guerra con la Spagna abortirono. Monsieur aveva deciso, quando credeva di dover andare con l’esercito, di cacciare via, partendo, Mademoiselle de Fielle, figlia d’onore [dama] di Madame. Questa ragazza amava perdutamente il cavaliere di Lorena ed era ricambiata da lui nello stesso modo. Il loro amore era così pubblico che il padre Zoccoli, confessore di Monsieur, era stato costretto, il giorno di Pasqua, ad avvertirlo che in coscienza doveva fare cessare questo scandalo. Monsieur era già abbastanza portato in questa direzione da se stesso; l’attaccamento del cavaliere per quella ragazza non gli piaceva affatto. Il cavaliere fece per lui generosamente questo sacrificio, e Benserade fu incaricato di portare a questa ragazza l’ordine di allontanarsi dalla casa senza nemmeno parlarne a Madame. Il cavaliere se ne andò in campagna per qualche giorno, sia per non essere affatto importunato dai suoi lamenti, sia per essere in diritto di fingere di non aver saputo niente della sua disgrazia… Madame avvertì questa ragazza che lei in tutta questa faccenda non c’entrava affatto. Mademoiselle de Fienne, diffondendo la notizia ovunque, diede luogo ai nemici del cavaliere di Lorena di dire che la gelosia di Monsieur aveva richiesto questo sacrificio al cavaliere, e questo brutto discorso fece un danno terribile alla reputazione di tutti e due.”

“Dato che io andavo di rado da Monsieur e che lo scoppio di questo scandalo lo amareggiava, gli piacque immaginarsi, o lasciarsi persuadere, che ero stato io che avevo spinto il suo confessore a coinvolgerlo in questa faccenda… Quelli che gli avevano messo in mente questa idea sbagliata, gli facevano notare come l’oggetto della mia politica fosse di fare in modo o che il cavaliere di Lorena rompesse con Monsieur, rifiutandogli il sacrificio di questa ragazza, o che, sacrificandogliela, perdesse il suo onore, e anche Monsieur…”

“Questo cavaliere, o per paura o per gelosia, o per tutte e due le cose insieme, non poteva soffrire che io sopravvivessi,(4) per così dire, a me stesso, nell’anima di Monsieur. Forse lui credeva anche che io alimentassi la giusta avversione che Madame aveva per lui. Questo giovane uomo senza esperienza era così fiero del favore del suo padrone che non solamente avrebbe creduto di fargli torto nel dimostrare della compiacenza verso Madame, ma che molto spesso attirava su di lei dei modi di fare assai sgradevoli da parte di Monsieur. Forse questo poteva derivare dal fatto che non era orientato a convincerlo a vivere bene con lei…”

Il 20 Dicembre 1669 Madame scrisse a Cosnac: “Madame de Fienne ha mostrato la vostra lettera a Monsieur e benché lei dovesse intenerirlo, non so dire se lo abbia fatto; è molto tempo che non capisce più il Francese e che la sua lingua è ridotta a seguire ciecamente le intenzioni del cavaliere di Lorena… Se il re manterrà le promesse che mi fa ogni giorno, avrò meno dolori in futuro; ma voi sapete in che conto tengo delle promesse simili, soprattutto quando provengono da una persona che è lontanissima dal vostro accomodamento e che può fare quello che vuole. Per il buon padre Zoccoli, non c’è giorno che non faccia pressioni perché io tratti bene il cavaliere di Lorena… Io lo assicuro che, per costringermi ad amare un uomo che è la causa dei miei dolori passati e presenti, bisognerebbe che io avessi per lui un po’ di stima o di riconoscenza; quanto alla prima ipotesi non si sarebbe mai realizzata, e quanto alla seconda sarebbe stata quasi altrettanto impossibile, vista la sua condotta passata. Monsieur, nel frattempo, non avrebbe fatto la comunione a Natale, se io non gli avessi promesso nuovamente di non farlo cacciare; Io l’ho fatto, perché se avessi fatto il contrario non sarebbe servito a niente; ma ho avuto il piacere nello stesso tempo di dirgli tutto quello che si poteva dire sul danno che questa amicizia gli faceva, e sul dolore di vedere le mie parole considerate meno di niente…”

“Poco tempo dopo ho saputo che il favore del cavaliere di Lorena presso Monsieur era arrivato al punto più alto… e lo aveva talmente abbagliato che, non solamente quello non manteneva il senso della misura con Madame… ma che, in aggiunta, dava a Monsieur dei consigli di cui il re non era affatto soddisfatto, e che lo obbligarono a farlo arrestare e a farlo portare in seguito nel castello di Pierre Encise.(5) Monsieur fu sensibile a questa disgrazia del suo favorito, per quanto era capace di esserlo. Manifestò il suo risentimento attraverso il suo ritiro a Villers-Cotterets, e attraverso le maniere di cui fece uso con Madame, che lui riteneva essere l’unica causa di questa disgrazia…”

Il 10 marzo 1670, Madame scrive a Madame de Saint-Chaumont: “Le cattive impressioni che lui ha lasciato nello spirito di Monsieur fanno in modo che egli mi veda sempre con disagio. Il re ci ha riconciliati; ma vedendo che non può ancora, per qualche tempo, concedere le pensioni che ha destinato al cavaliere, mi tiene il muso e vuole, con il suo modo rude di trattarmi, fare sì che io desideri il ritorno del cavaliere.”

Il 26 di marzo, Madame scrive: “Senza avere paura della chiacchiere della gente, per autorizzare le lamentele contro di me, lui (Monsieur) ha detto che io l’avevo trattato da miserabile, che gli avevo rimproverato la vita che fa con il cavaliere, e molte altre cose di questo tipo, che hanno molto divertito il prossimo caritatevole… Monsieur non viene più da me, e non mi parla più, cosa che non mi era mai successa prima fino ad oggi, qualsiasi problema noi avessimo avuto.”

Il 6 Arile, Madame scrive: “Comunque, in mezzo a tutto questo fracasso, ha considerato una cosa buona riappacificarsi purché io facessi i primi passi; io li ho fatti con molta gioia… Mi aveva accusato di aver fatto verso di lui diecimila stravaganze. L’ho rassicurato che non era affatto così; che avrei dovuto essere impazzita, e che sarei stata disperata se lui avesse capito male… Tutte queste cose lo hanno tranquillizzato.”

Madame scrive il 14 aprile: “Monsieur in tutti i suoi addolcimenti mi ha detto che c’è bisogno che io lo convinca della mia amicizia verso di lui, mi assicura che non c’è che un mezzo;(6) o, per dirvi la verità, sarebbe una di quelle medicine che all’inizio sembrano buone, ma che sono seguite da una morte certa. Così c’è la parola del re che per otto anni non lo farà tornare. Bisogna sperare che prima di questo periodo Monsieur si sia chiarito le idee o sia guarito.”

Il 29 giugno, verso sera, Madame chiese un bicchiere di acqua di cicoria con ghiaccio, lo bevve e dieci ore più tardi spirò con i dolori della più violenta colica.(7)

Di Madame, seconda moglie di Monsieur, madre del Reggente

“Marly, 6 Agosto 1700.
Non vedo mai Monsieur qui, non ceniamo mai insieme; gioca tutta la giornata, e la notte ciascuno di noi è in camera sua. Monsieur ha la debolezza di credere che gli si porti sfortuna, e così io non assito quando lui gioca.”

“11 giugno 1717.
Mi ha fatto piacere quando Monsieur, poco dopo la nascita di sua figlia, si è fatto un letto a parte, perché non ho mai amato il mestiere di fare figli. Quando Sua Altezza mi fece questa proposta, gli risposi: Sì, molto volentieri, Monsieur; ne sarei molto contenta a patto che voi non mi odiate e che continuiate ad avere un po’ di bontà verso di me. Lui me lo promise e noi fummo tutti e due contenti uno dell’altro.”

“E poi era molto spiacevole dormire accanto a Monsieur; non poteva soffrire che gli si desse fastidio durante il suo sonno; bisognava dunque che io mi tenessi sul bordo del letto, al punto che sono caduta come un sacco. Sono stata quindi molto contenta quando Monsieur, con buona amicizia e senza asprezze, mi ha proposto di dormire ciascuno in un appartamento separato.”

“11 ottobre 1720.
Monsieur è sempre stato un devoto. Mi ha fatto ridere una volta di cuore. Si portava sempre a letto un rosario da cui pendeva una quantità di medaglie, che gli serviva per dire le sue preghiere prima di addormentarsi. Quando tutto questo era finito, sentii un grosso fracasso causato dalle medaglie, come se le muovesse in giro sotto le coperte. Gli dissi – Dio me lo perdoni, ma ho il sospetto che voi portiate a spasso le vostre reliquie in un paese a loro sconosciuto. Monsieur rispose: State zitta e dormite; non sapete quello che state dicendo.”

“Una notte, mi alzai molto dolcemente, misi la luce da una parte in modo da rischiarare tutto il letto, e nel momento in cui lui portava in giro le sue medaglie sotto le coperte, lo presi per il braccio e gli dissi ridendo: Questa volta non potete negare.”

“Monsieur si mise a ridere e disse: Voi siete stata ugonotta, non sapete il potere delle reliquie e delle immagini della Santa Vergine. Esse proteggono da ogni male le parti che uno ci strofina. Io risposi: Vi chiedo perdono, Monsieur, ma voi non mi convincete che sia per onorare la Vergine che voi portate in giro la sua immagine sulle parti destinate a togliere la verginità. Monsieur non poté trattenersi dal ridere e disse: Vi prego, non ditelo a nessuno.”

10 Maggio 1718.
“La marescialla di Grancey era una donna tra le più stupide. Monsieur buon’anima fingeva di esserne innamorato, ma se lei non avesse avuto altri amanti avrebbe certamente conservato la sua buona reputazione. Tra loro non c’è mai stato nulla di male; lei stessa diceva che se lui si trovava solo con lei, cominciava a lamentarsi subito di essere malato, diceva di avere mal di testa o mal di denti. Un giorno la sua dama gli propose una libertà singolare. Monsieur si mise subito i guanti,(8) ho visto che spesso lo prendevano in giro per questo, e ne ho riso parecchio.”

“Questa Grancey aveva una molto bella figura e una bella siluette quando io venni in Francia, e nessuno aveva per lei lo stesso disprezzo che aveva Monsieur per il fatto che, prima che il cavaliere di Lorena fosse suo amante, lei aveva già un bambino.”

“17 maggio 1720
Monsieur buon’anima era lui stesso la causa del fatto che i miei figli avessero paura di me, perché lui li minacciava spesso di ricorrere alla mia severità.”
“Non era d’altra parte di carattere tale che potesse affliggersi per lungo tempo. Amava molto i suoi figli, non era capace di rimproverarli, e veniva spesso a lamentarsi con me; io dicevo: Ma Monsieur non sono forse figli vostri come sono figli miei? Perché allora non li castigate? Lui rispondeva: Io non saprei fare rimproveri e loro non mi temono, temono soltanto voi.”

(Saint-Simon)

“M. di Chartres se ne uscì con delle frasi poco misurate, ma tipiche della sua età, che fecero arrabbiare il re. Lui non sapeva che cosa fare con suo nipote, che lui aveva costretto ad essere suo genero… Il re ne parlò a Monsieur, gli rimproverò la sua debolezza e di non sapere come avere autorità sui figli. Monsieur allora si arrabbiò… non era mai successo che Monsieur si lasciasse andare con lui a un tono neppure a mille leghe da quello, che era tanto più spiacevole per il fatto che era sostenuto da ragioni che non ammettevano replica… Il re fu abbastanza padrone di se stesso per rispondere non come re ma come fratello: disse a Monsieur che perdonava tutto alla tenerezza di un padre; lo blandì, fece tutto quello che poteva per riportarlo alla dolcezza e all’amicizia… I loro momenti di contatto privato trascorrevano sempre con asprezza dal lato di Monsieur; ma in pubblico non appariva nulla o molto poco, a parte il fatto che le persone che li frequentavano notavano delle lusinghe e delle attenzioni da parte del re, e una freddezza di Monsieur nel rispondergli, che non erano nelle abitudini né dell’uno né dell’altro…

“Altre pene spirituali tormentavano ancora Monsieur: “Aveva da qualche tempo un confessore che, benché gesuita, gli teneva il guinzaglio quanto più corto poteva. Gli tolse non solo i piaceri strani ma molti di quelli che lui pensava che fossero permessi, come penitenza per la sua vita passata. Gli diceva spesso che non voleva dannarsi per lui e che se la sua direzione spirituale gli sembrava dura non si sarebbe affatto dispiaciuto di vederlo scegliere un altro confessore. A questo aggiungeva che stesse bene attento a se stesso, che era vecchio, abituato alle dissolutezze, grasso, col collo corto, e che stando a quanto si vedeva, sarebbe morto di apoplessia, e molto presto. Quelle erano parole spaventose per un principe molto voluttuoso… Aveva paura del diavolo, si ricordava che il suo precedente confessore non aveva voluto morire mantenendo la sua funzione… (Rientrò un po’ in sé e visse in una maniera che si poteva definire “ristretta”). Faceva più volte molte preghiere, obbedendo al suo confessore… divenne per questo triste e abbattuto parlò meno del solito, cioè ancora come tre o quattro donne, di modo che tutti si resero conto di questo grande cambiamento. Erano abbastanza, tutte in una volta, le sue pene interiori e quelle esteriori dalla parte del re, per un uomo così debole come Monsieur e così impreparato a contenersi, ad essere arrabbiato e a mantenere il punto; ed era difficile che tutto questo non provocasse rapidamente una grande rivoluzione in un corpo così pieno e così gran mangiatore, non solo ai pasti, ma quasi per tutta la giornata.”

(Il mercoledì 8 giugno Monsieur venne da Saint-Cloud per cenare col re a Marly. Ebbero una grande discussione che bisogna leggere in Saint-Simon. Poi cenarono insieme. Monsieur “mangiò moltissimo come faceva in entrambi i pasti, senza parlare del cioccolato abbondante del mattino e di tutto quello che deglutiva di frutta, di pasticcini, di marmellate e di ogni tipo di caramelle, di cui i tavoli, le mensole e le sue tasche erano sempre piene.” Ritornò a Saint-Cloud, cenò, cadde in apoplessia, fu molto salassato, e morì qualche ora dopo. La descrizione della sua morte e la condotta del re e di Madame de Maintenon, malgrado siano cose interessanti, non fanno parte di questo capitolo.)

Il grosso della corte, dice Saint-Simon, perse molto perdendo Monsieur. “Era lui che portava alla corte i divertimenti, l’anima, i piaceri; e quando la lasciava, tutto lì sembrava senza vita e inerte… amava il gran mondo, aveva un’affabilità e una onestà che attiravano verso di lui la folla, e la distinzione che sapeva fare e che non mancava mai di fare delle persone che seguivano gli usi del loro rango, contribuiva parecchio a tutto questo… Al Palazzo Reale c’era sempre folla. A Saint-Cloud… una casa di delizie, con molta grandezza e magnificenza, e senza alcun aiuto da parte di Madame, … riceveva molta gente che da Parigi e da Versailles, andava ad arricchire la sua corte nei dopo cena, principi del sangue, gran signori, ministri, uomini e donne…”

“Del resto, Monsieur, che era molto valoroso, aveva vinto la battaglia di Cassel, e che aveva sempre mostrato un valore molto naturale in tutte le posizioni in cui si era trovato, non aveva d’altra parte che le cattive qualità delle donne. Con più mondanità che spirito, e con nessuna lettura, benché avesse una conoscenza estesa e molto precisa delle casate nobiliari, delle nascite e delle alleanze, non era capace di far nulla. Nessuno era più molle di lui, più debole, più timido, più ingannato, più governato, più disprezzato dai suoi favoriti, e molto spesso più maltrattato da loro; ficcanaso e incapace di tenere qualsiasi segreto, sospettoso, diffidente … facile a riferire le cose degli uni agli altri; … un gusto abominevole, che i suoi regali e i patrimoni che distribuiva a quelli che aveva preso in simpatia avevano reso pubblico con grande scandalo, regali che non avevano limiti né nel numero né nei tempi. Quelli [che aveva in simpatia] ricevevano tutto da lui, lo trattavano spesso con molta insolenza e gli davano anche sgradevoli preoccupazioni nel fermare liti alimentate da gelosie orribili… Il cavaliere di Lorena e Châtillon (alla corte di Monsieur) avevano fatto una grade fortuna con la loro figura, su cui Monsieur si era fissato più che su chiunque altro. L’ultimo dei due, che non aveva né pane, né buon senso, né spirito, poté qui salire di rango sociale e acquisì un patrimonio.”

“L’altro prese la cosa da guisardo, che non si vergogna di niente purché arrivi dove vuole, e condusse Monsieur comandandolo imperiosamente per tutta la vita, fu ricolmato di denaro e di benefici, fece per la sua casata quello che volle, rimase sempre pubblicamente il padrone a casa di Monsieur, … seppe mettersi tra il re e Monsieur e farsi trattare con rispetto, per non dire con timore dall’uno e dall’altro, e poté godere di una considerazione, di una distinzione, di un credito quasi altrettanto marcato da parte del re che da parte di Monsieur.”

“Monsieur era un uomo piccolo, panciuto, montato su trampoli, tanto le sue scarpe erano alte, sempre acchittato come una donna, pieno di anelli, braccialetti, pietre preziose dappertutto, con una lunga parrucca tutta spostata sul davanti, nera, incipriata, e nastri dovunque si potessero mettere, pieno di ogni tipo di profumi, e in ogni cosa incarnava la pulizia stessa; lo accusavano di mettersi un impercettibile colore rosso; il naso molto lungo, la bocca e gli occhi belli, il viso pieno ma molto lungo.”

Madame, scrive il 13 luglio 1716:

“Qui si dice che Madame (la prima) non era affatto bella, ma aveva una tale grazia che tutto le andava bene; non era capace di perdonare, volle fare cacciare il cavaliere di Lorena e ci riuscì, ma lui non l’ha perdonata. Ha mandato dall’Italia il veleno attraverso un gentiluomo provenzale che si chiamava Morel, che, per ricompensarlo, è stato nominato primo maggiordomo. Dopo che mi aveva ampiamente derubata gli è stata fatta vendere la sua carica ad un prezzo molto alto. Questo Morel aveva lo spirito di un diavolo, ma era un uomo senza fede e senza legge… Rubava, mentiva, giurava il falso, era ateo e sodomita, e teneva scuola di tutte queste cose, e vendeva dei ragazzi giovani come dei cavalli; andava tra il pubblico dell’Opera per fare lì il suo mercato.”

Il 3 Ottobre del 1705, così al corrente di queste cose che avrebbe potuto scrivere un libro sull’unisessualità, – lei stessa dice – scriveva alla sua cara Amélise:

“Dove siete state rinchiuse, voi e Louise, per conoscere così poco il mondo? Se si volessero detestare tutti quelli che amano i maschi, qui non se ne potrebbero amare che pochissimi. Ce ne sono di tutti i generi. Ce ne sono che odiano le donne come la morte e possono amare soltanto uomini. Mylord R. è di quel numero. Altri amano solamente dei bambini di dieci o undici anni; altri dei giovani dai diciassette ai venticinque anni, e questi sono i più numerosi. Altri non amano né gli uomini né le donne e si divertono da soli, ma sono meno numerosi degli altri.”
Quelli che amavano gli uomini dai diciassette ai venticinque anni o più maturi erano uranisti, molto più probabilmente degli altri.
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(1) Il cavaliere di Lorena, fatto come si dipingono gli angeli, si diede a Monsieur e divenne ben presto il favorito, il padrone che dispensava favori, e più risoluto a casa di Monsieur di quanto sia permesso esserlo quando non si vuole passare per il padrone o per la padrona di casa. (Vita di Daniel de Cosnac.)

(2) Enrichetta di Inghilterra.

(3) La prima cosa che Monsieur pretese dal cavaliere di Lorena fu che fosse legato unicamente a lui e che non entrasse minimamente negli interessi di Madame…; Madame mi disse che il cavaliere era innamorato appassionatamente di Mme de Monaco, che Mme de Monaco era sua amica del cuore a tutta prova e che quindi lei le avrebbe suggerito di suggerire tutto quello che poteva desiderare circa il signor cavaliere… Lui riconobbe certamente che era essenziale mantenersi in buoni rapporti con Monsieur e preferì la fortuna che si aspettava da Monsieur all’amore, finto o vero che fosse, che aveva per Mme de Monaco… Il cavaliere aveva solo mille scudi di rendita in tutto. (Seconda versione delle Memorie di Cosnac.)

(4) Dopo la disgrazia di Cosnac.

(5) Il cavaliere di Lorena, rinchiuso all’inizio nel castello di Pierre Encise vicino Lione, fu poi mandato al castello di If, in un’isola vicina a Marsiglia; poi ebbe il permesso di viaggiare fuori della Francia. Andò a Roma. Fu richiamato a corte nel 1670, alla morte di Madame.

(6) Cioè di fare tornare il cavaliere di Lorena.

(7) Madame aveva 26 anni. Lasciò due figlie del suo matrimonio con Monsieur: Maria Luisa che sposò Carlo II re di Spagna, e Anna Maria che sposò Vittorio Amedeo II, re di Sardegna.

(8) Madame de Thianges (sorella maggiore di Madame de Montespan) sembrava che gli fosse piaciuta più delle altre, ma il loro rapporto era piuttosto “una confidenza libertina” che non una vera galanteria. Lo spirito del principe era naturalmente dolce, benevolo e civile, capace di essere prevenuto e così suscettibile alle impressioni che le persone che lo avvicinavano potevano quasi dire di essersene impadronite, prendendolo per il suo lato debole. La gelosia dominava in lui ma questa gelosia lo faceva soffrire più di chiunque altro, la dolcezza del suo umore lo rendeva incapace delle azioni violente che l’altezza del suo rango gli avrebbe potuto permettere. (Histoire d’Henriette d’Angleterre, duchesse d’Orléans par Madame de la Fayette.)

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=5911

OMOSESSUALITA’ TRA VIZIO, CASTITA’ E MORALISMO

I tre capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che Vi presento oggi, sono di grande interesse, perché rappresentano situazioni che si possono osservare anche nel XXI secolo. Il primo dei tre capitoli tratta di un’esperienza di Johann Georg Hamann (1730 – 1788), filosofo prussiano, una tra le più importanti personalità anti-illuministe, principale sostenitore dello Sturm und Drang e maestro di Herder e di Jacobi, amico di Immanuel Kant, di cui tuttavia avversava il pensiero. Hamann è il prototipo del moralista rigido; gli capitò, durante un lungo periodo di residenza a Londra di stringere una forte amicizia con un musicista inglese, sul quale aveva sospetti di omosessualità. Dalla lettura di certe lettere dell’amico venne a sapere che questo aveva una relazione con un ricco Inglese. Hamann non ebbe il coraggio di affrontare il discorso direttamente col suo amico ma fu spinto da un impeto moralistico a scrivere al ricco Inglese (che anche lui conosceva) per rimproverargli una relazione che ai suoi occhi appariva solo mercenaria, col risultato che il suo ormai ex-amico e il ricco inglese invece di separarsi si coalizzarono contro di lui. Hamann si portò appresso per tutta la vita il disagio derivante dal suo gesto e sperò di trovare un amico perfetto, del tutto aderente ai suoi modelli, e alla fine lo trovò nei Vangeli.

Decisamente più squallide sono le storie del duca di Cumberland e del vescovo di Clogher. Il primo fu implicato in una vicenda di sangue: un suo valletto tentò di ucciderlo perché lui lo aveva sostituito con un altro, e poi si suicidò, secondo la versione ufficiale, ma un giornalista, in un libello, ricostruì i fatti in un modo molto rigoroso arrivando alla conclusione che non si era trattato di un suicidio ma di un omicidio. Il caso non fu riaperto e il giornalista fu condannato a 15 giorni di carcere e a 200 sterline di ammenda.

Il vescovo di Clogher, che era stato colto “quasi” nell’atto di compiere sodomia su un soldato, perse il suo titolo episcopale perché, uscito dal carcere su cauzione, scappò all’estero prima del processo. L’unico ad essere condannato fu il soldato che scontò così la sua subalternità sociale.

Interessantissimo è il terzo capitolo riguarda le memorie di Arthur Hamilton scritte da Christopher Carr. Il discorso richiede un minimo di puntualizzazione storica: Arthur Christopher Benson (1862-1925) uno dei sei figli di Edward White Benson, arcivescovo di Canterbury (1882-1896), era omosessuale anche se dai diari non risulta che avesse mai avuto rapporti con nessuno, nel 1886 scrisse i “Memoirs of Arthur Hamilton”, con lo pseudonimo di Christopher Carr. Il libro è chiaramente autobiografico.

La storia di Hamilton tratta in modo molto serio di un innamoramento profondo senza contatti sessuali tra due studenti. Non si tratta di un romanzo, ma di una storia che rappresenta un vissuto reale dell’autore. Raffalovich si rammarica che i lettori, invece di cogliere nell’omosessuale casto il valore del sacrificio della propria sessualità in nome di qualcosa di più grande, come il dedicarsi “disinteressatamente” all’educazione dei giovani, si siano limitari a considerare chi fa scelte simili un semplice caso patologico. Raffalvich cita anche il caso interessantissimo del generale Gordon, eroe nazionale inglese, con ogni probabilità un omosessuale represso che si dedicò alla cura dei ragazzi poveri.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.

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Hamann in Inghilterra, 1758

Johann Georg Hamann, detto il Mago del Nord, nato a Koenigsberg (Prussia) en 1730, morto à Munster (Westfalia) nel 1788, scrittore molto famoso[1], racconta, nella sua autobiografia, che si ferma al suo trentesimo anno, lo sconforto che gli provocò l’unisessualità venale del suo amico al tempo del suo viaggio in Inghilterra. (Londra, 21 Aprile 1758)

Hamann  era stato allevato seriamente e religiosamente; gli avevano insegnato il Greco, il Francese, l’Italiano, la Musica, la Danza e la Pittura.

Un apprendista del padre insegnò a giovane Hamann (verso il suo quattordicesimo anno) ”il peccato contro il proprio corpo”.

Questa triste esperienza incombeva su Hamann quando egli fu precettore e lo rese quanto più severo possibile quando si trattava di rapporti tra bambini e domestici.

“Io riconosco – dice – che è la casistica di Satana che ci fa considerare certi peccati come veramente minimi, paragonati ad altri. La mia ragione mi aveva sempre fatto considerare la mancanza di castità come un aiuto per la virtù, in quanto capace di impedire certi matrimoni squilibrati o gli adulteri.”

“A Riga sono stato vicino all’adulterio, ho avuto delle tentazioni della carne e del sangue come dello spirito e del cuore, e Dio fino ad ora mi ha miracolosamente preservato.”

“Le scuole piccole – continua – sono le peggiori per i costumi, perché c’è più familiarità, e anche perché c’è più invidia e più odio che si trasformano ancora di più in gelosia e in emulazione quando ci sono meno ragazzi.”

Il 18 Aprile 1757, Hamann, il mago del Nord, arriva a Londra, essendo stato mandato dalla maison Borens per degli affari importanti. Dato che questi affari si trascinavano molto per le lunghe e richiedevano molta pazienza, Hamann non sapeva come passare il tempo e non aveva né un amico né un confidente. Era disperato e cercava di distrarsi, e dal suo punto di vista le distrazioni erano degli accecamenti, delle perdite di tempo. A Berlino aveva fatto la follia di imparare a suonare il liuto in una settimana, e il suo degno padre lo aveva punito per questo e gli aveva detto di occuparsi della sua professione e di non rovinarsi gli occhi. Questo maledetto liuto gli aveva procurato allora anche altre disgrazie: uno studente, Viermetz, che viveva di musica, gli aveva prestato un liuto, l’incapace Hamann lo aveva danneggiato e non aveva potuto compensare in alcun modo l’amico del danno. Gli fu indicata l’unica persona che a Londra poteva insegnare l’arte di suonare questo strumento, un giovane musicista che avrebbe potuto guadagnare molto denaro ma che preferiva vivere da gentiluomo [cioè senza lavorare]. Hamann fece la sua conoscenza, lo scelse per amico intimo e quotidiano, e andò a vivere presso di lui.

Il musicista, il tentatore, aveva una casa propria, aveva con sé una ragazza. Il primo giudizio di Hamann lo avrebbe allontanato da quest’uomo, almeno così pensò più tardi, ma si lasciò andare alla simpatia. Credette di avere trovato quello che cercava, un amico utile e gradevole, il cui contatto, le cui relazioni e la cui casa lo rendevano felice e divertito. Poteva essere felice come lui.

“Ringrazio Dio – esclama  Hamann – di avermi molto amato per questo, di avermi strappato a quest’uomo, al quale io mi ero legato come uno schiavo per seguire lo stesso cammino di peccato e di vizio.” Il suo cuore cieco – continua – gli fece credere che questa unione, questa alleanza non fossero egoistiche. Pensava di dare del gusto e dei principi a un uomo che non ne aveva. Cieco lui stesso, voleva guidare un altro, o insegnargli a peccare con grazia, a trasformare la ragione in malvagità.

Hamann si butto per nove mesi nei piaceri dei sensi, dello spirito e dell’oziosità, ma senza mai trovare riposo. Cambiava casa tutti i mesi, e dovunque incontrava gente bassa, imbrogliona e interessata.

La scoperta che fece gli diede il colpo finale. Il suo amico aveva già dato luogo a molti sospetti che lui aveva schiacciato. Hamann venne a sapere che il suo amico era coinvolto in un modo vergognoso da un ricco inglese. Lo si conosceva (l’amico) col nome di Senel, passava per essere un barone tedesco, la sorella era ugualmente coinvolta da un ambasciatore straniero col nome di Signora de Perl.

Hamann si spaventò di queste chiacchiere e volle conoscere la verità. Il suo amico gli aveva affidato diverso tempo prima un pacchetto di lettere che aveva apparentemente dimenticato di richiedere indietro malgrado la loro importanza e che Hamann “per un presentimento” non aveva restituito. Le lettere erano sigillate solo molto leggermente. Hamann non resistette alla tentazione di leggerle. Si giustificò promettendosi di confessare la sua condotta al suo amico, se non avesse trovato in quelle lettere la prova del crimine di cui lo sospettava; oppure gli avrebbe giurato di non tradire i suoi segreti e gli avrebbe detto addio per sempre.

Hamann si convinse, leggendo, della colpa del suo amico. “Erano delle abominevoli e ridicole lettere d’amore.” La grafia cancellava ogni dubbio che fossero dell’amante, di quello col quale il suo amico aveva una relazione. Hamann credette prudente conservare le lettere più compromettenti. L’amico era in campagna col suo ricco complice. Di ritorno a Londra richiese indietro le lettere e da una parte e dall’altra ci furono esitazioni e imbarazzo. Hamann non osò fare le sue rimostranze subito, e per un certo tempo vissero apparentemente come prima, ma alla loro amicizia mancava l’affetto. “Sembrava anche – dice Hamann – che lui mi avesse risparmiato solo per scoprire se io sapessi qualcosa dei misteri della sua malvagità. Quando lo ebbi rassicurato a questo riguardo, credette di potersi allontanare da me poco a poco. Lo prevenni e presi la decisione di scrivere al ricco Inglese (che io conoscevo) per fargli vedere la vergogna e il  rischio della sua relazione col suo complice. Lo feci col massimo impegno, ma senza successo. Perché, invece di separarsi, i due si unirono contro di me per chiudermi la bocca.”

L’8 Febbraio 1758, Hamann, ridotto il suo gruzzolo a poche ghinee, ebbe la fortuna di trovare presso M. Collins di Marlbourg Street, una camera e dei padroni di casa onesti e buoni. È in questa casa che scrisse il resoconto dei suoi primi trent’anni.

Là, povero e disperato, supplicava Dio di dargli un amico. Aveva tanto sofferto per la falsa e per la vera amicizia. Voleva un amico che gli desse la chiave del suo cuore, il filo del labirinto. Trovò questo amico allora nel suo proprio cuore (il 13 marzo, con l’aiuto del Vangelo.)

Il duca di Cumberland. – Il vescovo di Clogher

Nel 1811 una sanguinosa avventura venne a ravvivare la cattiva reputazione di un principe della famiglia regnante, il duca di Cumberland. Uno dei suoi paggi, dopo un servizio di molti anni, aveva tentato di uccidere il duca e dopo si era suicidato. Sellis, il morto, era geloso del valletto del duca, aveva motivi di lamentarsi del suo padrone. La questione rimase misteriosa; i dettagli sulla giovinezza di Sellis, sui suoi rapporti con un padrone americano, si prestavano all’equivoco.

Nel 1813 un giornalista, in certo Henry White, fu condannato a 15 giorni di prigione e a 200 sterile di ammenda per un libello contro il duca.

White rimetteva insieme tutti i fatti significativi che lasciavano supporre un assassinio (quello di Sellis) e non un suicidio.

Nel 1822, L’onorevole Percy Jocelyn, vescovo di Clogher, zio di Lord Roden, fu scoperto con un soldato in un cabaret di Westminster, quando stava per rendersi colpevole di sodomia. L’abbigliamento del vescovo aveva fatto sì che venisse notato, senza questo abbigliamento il suo legame con il soldato sarebbe potuto passare inosservato. Prove sufficienti di unisessualità erano fornire dalla postura del vescovo e del soldato, e ci si congratulò col vescovo per il fatto che non aveva avuto il tempo di commettere l’atto che avrebbe potuto costargli la testa, perché allora la sodomia era ancora reato capitale.

Nel 1822, redigendo l’atto di accusa, non si sospettava neppure che l’unisessualità molto spesso si ferma prima della sodomia e che il vescovo e il soldato forse non ci avevano nemmeno pensato. Il vescovo passò il resto della notte in preghiera; e l’indomani fu costretto, per ottenere la libertà provvisoria sotto cauzione, a confessare il suo nome.

Pagò 500 sterline e il proprietario della casa di cui lui era locatario fornì le 500 sterline. Il soldato restò in prigione. Il vescovo non si presentò il giorno del processo. Aveva lasciato l’Inghilterra. Fu allora solennemente deposto dalla sua carica di vescovo. (Alcuni anni prima, a Dublino, aveva avuto l’ardire di fare arrestare per calunnia un tale che lo accusava di unisessualità, si era ripulito dai sospetti facendo frustrare pubblicamente quel disgraziato.)

Il soldato, John Moverly, prima guardia del corpo, fu condannato. C’erano sette testimoni contro di lui e contro il vescovo. Fu, come Fitzpatrick, una vittima della sua inferiorità sociale.

Non faccio una scelta di avvenimenti unisessuali, non li vado a cercare. Parlo solo di quelli che trovo senza difficoltà.

Arthur Hamilton

Nelle memorie di Arthur Hamilton di Christopher Carr (1886)[2], il figlio dell’arcivescovo di Canterbury ha descritto la vita di un uranista superiore con molte verità e molta arditezza. L’eroe del libro (non è un romanzo ma una biografia fittizia) essendo casto ha lasciato scioccati e disgustati i lettori e i critici. Il protestantesimo inglese persiste abbastanza forte nelle persone di mondo e negli agnostici tanto da fare considerare loro come “patologica” l’intensione che un uomo potrebbe avere di essere casto. L’autore, abbastanza inglese per saperlo, ha cercato di mettersi al riparo da questo punto di vista, ma inutilmente. Ci sono poche pagine del libro dedicate alla sessualità, ma sono tutte di valore. Arthur Hamilton, originale, un temperamento riflessivo per il quale la riflessione e l’influenza sui suoi amici rimpiazzano le occupazioni rumorose, si trova a diciotto anni ad amare appassionatamente e con purezza un ragazzo grande un po’ più giovane di lui. Questo attaccamento era di quelli, dice l’autore, “che si possono comparare all’amore spartano, quando sono veramente cavallereschi e assolutamente puri, al di sopra di qualsiasi altro amore, nobili, veri, capaci di elevare, una passione che arrossisce in vano e senza macchia, una confidenza così intima che non ne esiste una simile nemmeno tra marito e moglie… parlo della mia personale esperienza, e so che altri confermeranno le mie parole, che queste cose ci ricompensano infinitamente e ci sono infinitamente care.”

Fu nel suo ultimo anno a Winchester che questo amore si sviluppò. Arthur Hamilton va a Cambridge, i due amici si scrivono. “Ho tre lettere di Arthur, dice l’autore, così appassionate nell’espressione, che per non provocare inquietudine, per non dire dei sospetti, non le citerò. Ho letto le lettere dell’altro, anche se le ho distrutte come mi era stato chiesto.”

L’amico, singolarmente attraente ma debole, scivola in una cattiva compagnia a Winchester dopo la partenza di Arthur. Dopo tre anni va a Cambridge, dove cade di nuovo. Arthur non lo venne a sapere subito e fu ardentemente felice di avere di nuovo il suo amico. Ma dato che l’affetto è chiaroveggente e il vizio è incapace di dissimulazione, Arthur scoprì che il suo amico non era solamente debole, che non solo cedeva ma che era deliberatamente impuro. La rabbia, l’agonia, il disgusto di Arthur lottarono contro il suo amore, contro la sua pietà, contro il suo giovane e altezzoso odio per la lussuria (e, ma l’autore non lo dice, probabilmente contro una tacita tentazione di accettare la corruzione del beneamato) e Arthur finì per rompere.

L’amico, una natura brutale e corrotta, più tardi diceva scherzando: “Sì, eravamo molto amici ma con me ora ha tagliato: mi ha dovuto abbandonare perché non mi approvava. Ecco che cosa è la giustizia, la misericordia e la verità”, e via di seguito.

Ci si stupisce forse di vedere un amore così profondo che si spezza, e Arthur si rimproverò amaramente il suo egoismo irreparabile. Probabilmente non si sentiva ancora in grado di salvare l’amico né di non soccombere egli stesso. La lotta dovette essere reale perché Arthur dall’età di vent’anni divenne un altro. L’ambizione, il desiderio di fare effetto, tutte queste cose rientrarono in lui e la sua evoluzione divenne soprattutto interiore. La crisi di Arthur, se qualcuno ha il diritto di scrutare misteri così rispettati, sembra avere qualche somiglianza con quella attraverso la quale l’illustre Gordon[3] dovette passare, una crisi nella quale egli assassinò, castrò una parte di se stesso per diventare uno dei più grandi uomini di azione della storia. Arthur Hamilton non è un uomo d’azione ma è il pensatore, l’uomo generoso, l’uomo che si interessa prima di tutto dell’anima e della giovinezza, che si vota alla giustizia verso l’uomo. Arthur Hamilton si salva dal suicidio dedicandosi all’educazione di un delizioso figlio adottivo, la cui morte a vent’anni, ucciderà anche lui.

Si sa tutto quello che Gordon ha fatto per l’educazione di migliaia di ragazzi. Il sacrificio della sensualità personale, il culto di idee che annientano la ricerca della lussuria, producono negli uomini come Gordon o come Arthur Hamilton una carità per il loro proprio sesso, e soprattutto per i giovani, o soprattutto per tutto ciò che deve soffrire, e un amore di cui Gesù ha dato l’esempio.

Arthur Hamilton interpreta bene il ruolo che l’uranista disinteressato può ricoprire  nel mondo moderno, e invece di approfondire questo senso del libro, molti se ne sono fatti beffe e lo hanno messo sotto accusa.

Quello che è anche interessante è il punto di vista di Arthur Hamilton verso i vizi sessuali. L’idea di mettere insieme la donna con la dissolutezza gli sembra rivoltante; (per un momento ha pensato di sposare una ragazza di mondo, mezza-vergine intellettuale, cioè libera, indipendente, che detesta le donne ed è detestata da loro, ma non cattiva in fondo, benché superficiale e frivola); ma non arrivò a credere con Lacordaire che le dissolutezze non possono conoscere il vero affetto, al contrario trovò in esse le più ammirabili devozioni, al di là dei loro piaceri. È pieno di compassione per i vizi sensuali degli uomini degni di nota, quando vede che sono attaccati da gente comune, dalla folla meschina: perché ha scoperto quel segreto che i saggi hanno sempre conosciuto (e che è in pratica una delle forze del cattolicesimo intellettuale): che l’uomo arriva dal male come dal bene alla verità, alla superiorità morale, alla serenità, se non rimpiange quello che ha imparato.

Il pentimento che trasforma l’uomo, o anche la forza d’animo che può supportare il vizio e la virtù insieme, come una salute ammirabile che poco a poco si purifica da una malattia, Arthur Hamilton li apprezzava e li comprendeva. Ma la bassezza, la maldicenza, la villania, la pietà verso se stessi, per quello che si è perso perdendo la propria innocenza, tutte le debolezze che non servono a niente, che fanno del male, gli sembravano quello che sembravano a Platone o ai grandi santi: perché spogliate dei molti veli le vie terapeutiche dell’anima si assomigliano molto: e l’uranista triste o timido, che non ha la saggezza che Goethe trovava in Winckelmann, dovrà pure alla fine rifugiarsi in un qualche cristianesimo, ortodosso o eretico, simbolico o obbediente.

L’uranista che non è triste o inquieto, che è sicuro di se stesso, anche se cade o si impantana, se vuole ritemprarsi e trovare un po’ di coraggio non può fare di meglio che leggere il Winckelmann di Goethe: psicologicamente come letterariamente uno dei capolavori “del primo dei critici” (Sainte-Beuve)

Winckelmann ha vissuto come un uomo, dice Goethe. E si sa quale compagno sospetto ha assassinato Winckelmann.

Non è questo il luogo per scrivere l’apologia o il panegirico di Winckelmann. Ma il lettore curioso o desideroso di avere l’ultima parola su di lui non ha che da leggere la piccola ammirevole monografia di Goethe.

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[1] Goethe lo aveva in grande considerazione. (Viaggio in Italia, Autobiografia, ecc.)

Aggiunta di Project: – Johann Georg Hamann (1730 – 1788), filosofo prussiano, una tra le più importanti personalità del anti-illuministe, principale sostenitore dello Sturm und Drang e maestro di Herder e di Jacobi, amico di Immanuel Kant, di cui tuttavia avversava il pensiero.

 [2] Nota di Project: – Arthur Christopher Benson (1862-1925), uno dei sei figli di Edward White Benson, arcivescovo di Canterbury (1882-1896), era omosessuale anche se dai diari non risulta che avesse mai avuto rapporti sessuali con nessuno, nel 1886 scrisse i “Memoirs of Arthur Hamilton”, con lo pseudonimo di Christopher Carr. Il libro è chiaramente autobiografico.

[3] Nota di Project: – Il generale Charles George Gordon (1833-1885) mitico eroe dell’esercito inglese, impavido davanti alla morte, forse per una volontaria ricerca del martirio, non si sposò mai e le sue relazioni con le donne sembrano essere state tutte platoniche. Mentre viveva a Gravesend a metà degli anni 1860, si interessò molto dei monelli cenciosi del quartiere. Li nutriva e insegnava loro molte cose, e quando erano sporchi, li avrebbe lavati lui stesso nel trogolo del cavallo, parlava molto con loro di attualità e, cosa più importante, trovava loro un lavoro nell’esercito, sulle chiatte, nei magazzini e in mare.

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GAY E AMICIZIA SECONDO RAFFALOVICH

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi è dedicato all’amicizia. Secondo Raffalovich, come secondo molte persone, l’amicizia è un sentimento nettamente separato dall’amore e contraddistinto dal fatto di non avere implicazioni sessuali. È vero però, che dopo essere partito da questa premessa Raffalovich aggiusta progressivamente il tiro e, anche se nelle note, arriva a sostenere che delle amicizie caratterizzare da piccole e incontrollate perdite seminali, non hanno comunque delle vere implicazioni sessuali.

Naturalmente su questo si può non concordare, per superare l’impasse basterebbe ammettere che il dominio dell’amicizia e quello dell’amore hanno degli elementi in comune, cosa che Raffalovich non accetta, sulla base del postulato iniziale sella separazione netta dei due campi.

Nell’ambito dell’articolo, due punti sono particolarmente interessanti. Il primo è l’analisi del sonetto XX di Shakespeare e il secondo è la storia di Molière e Baron.

Il sonetto XX di Shakespeare, secondo Raffalovich, ma anche secondo il comune buon senso, esclude l’omosessualità di Shakespeare perché il suo amore per W.H. è tutto attribuito all’aspetto e al modo di fare molto femminile di W.H..

Shakespeare aggiunge che la natura ha dato a W.H. un membro maschile (che il poeta lascia alla donne, perché non sa che farsene) e questo fatto gli impedisce un contatto sessuale ma non certo l’amore. Effettivamente è difficile pensare ad un gay che si innamora di un uomo per i suoi tratti femminili e ne lascia invece i tratti maschili e la stessa sessualità alle donne.

Per quanto riguarda il rapporto di Molière col giovanissimo Baron, Raffalovich si sforza di allontanare i sospetti di omosessualità, ma posso dire che, dalla lettura dei fatti, sospetti del genere non mi avevano neppure sfiorato!

Sono interessanti anche gli atteggiamenti sostanzialmente satirici usati da Raffalovich nei confronti della pruderie inglese, tipicamente vittoriana, legata alle manifestazioni più espansive dell’amicizia maschile.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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L’amicizia

L’amicizia non è una manifestazione dell’istinto sessuale, anche quando somiglia molto a certe manifestazioni di questo istinto.

Non confondere l’amicizia entusiastica, completa e romantica non l’unisessualità larvata o nascosta è cosa della più grande utilità e da un certo punto di vista, per alcune persone, di una grande difficoltà.

A seconda delle epoche, dei paesi, delle persone e delle età, si applicano regole diverse. La Bruyère ha detto che il cuore che si è affaticato sull’amicizia non ha ancora fatto nulla per l’amore (eterosessuale); l’amicizia è un istinto altrettanto naturale e spontaneo dell’amore materno e che come quello deve essere al sicuro dalla calunnia e dai sospetti. L’amicizia-passione (o l’amicizia-gusto, o l’amicizia-fantasia) come la passione religiosa o artistica o scientifica o patriottica, si manifesta nello stesso modo nell’unisessuale e nell’eterosessuale.

La storia, come la vita contemporanea, ce ne offre parecchi esempi. Si potrebbe anche dire che l’uomo eterosessuale per il quale la donna rappresenta il summum dei piaceri sensuali è maturo per un’amicizia superiore e devota tanto quanto l’uomo per il quale la donna rappresenta solamente un’amica sororale o materna, o una nemica velenosa. Le grandi e lunghe dedizioni degli uomini senza il genio dell’altruismo sono soprattutto possibili quando essi non sono ispirati sensualmente – Come Lucas Cranach che seguiva il suo padrone prigioniero[1] o come Goethe che voleva imitarlo in occasione della collera di Napoleone contro il duca di Weimar.

Un uomo che ha provato l’amarezza e la tristezza di tutte le sensualità e le sessualità, si infiamma e resta imbarazzato soprattutto per un sentimento che non ha come base la sensualità, né ha la sessualità come centro. È così che l’uomo, malgrado la moglie o l’amante, si dedicherà a un amico o a una causa, come simbolo di qualcosa di più astratto, di meno personale del suo piacere.

L’altruismo è altrettanto fondamentale, altrettanto indispensabile dell’egoismo, se si vuole comprendere la natura umana. Tutte le sottigliezze degli epigrammatisti di genio, tutti i sotterfugi dei sofisti eloquenti non cambiano in nulla la differenza tra il desiderio di procurare piacere a se stessi o di farsi del bene, senza tenere conto degli altri, e il desiderio di amare il proprio prossimo più di se stessi, la differenza tra un imperatore Romano e San Francesco d’Assisi.

L’uomo che ha la vocazione dell’amicizia, come Bonstetten, per esempio, o Tiberge (in Manon Lescaut) dell’abate Prévost, e colui che ha molto amato le donne o gli uomini, si trovano nei confronti dell’amicizia più o meno nella stessa situazione se possiedono l’insieme delle qualità che la devozione affettuosa e l’amicizia altruista comportano. L’amicizia aumenta per il fatto stesso che non attira gli inganni sessuali e le tristezze delle voluttà raggiunte.

Dunque non bisogna prendere le grandi amicizie della giovinezza o dell’età matura (anche se uno degli amici è, è stato, o sarà notoriamente unisessuale) per manifestazioni dell’istinto sessuale, perché l’amicizia e l’unisessualità possono esistere insieme. Mi chiedo anche se sorvegliando troppo le amicizie infantili, piuttosto che non sorvegliandole abbastanza, non si faccia che aumentare il rischio per i bambini.

La questione è delicata e importante.

Le amicizie dell’adolescenza, quando l’adolescenza apporta una nuova castità, una seconda verginità del cuore e del carattere, e anche del corpo, assomigliano molto all’amore, ma sono di un’importanza incalcolabile. I maestri, quando non sono troppo sospettosi, i genitori (se non sono gelosi) possono servirsene molto meglio che dell’emulazione per stimolare i ragazzi[2] È meglio che un ragazzo si esponga a dei possibili pericoli, a dei possibili sviamenti, e che ottenga dei vantaggi probabili, certi. Le amicizie dell’adolescenza formano gli uomini e possono insegnare loro le virtù generose che la vita insegna solo ai privilegiati o ai buoni.
Le amicizie dell’età matura dovrebbero ugualmente essere rispettate.

Shakespeare nei suoi sonetti sembra aver conosciuto la stessa amicizia entusiastica di certi uranisti e certo Shakespeare non era uranista,[3] come è provato dal sonetto che manifesta imbarazzo per il sesso maschile di W.H.. Michelangelo o Platen al contrario, avrebbero amato W.H. perché era virile, bello e buono. Se ci si ricorda la conversazione di Casanova con Bellino, si vedranno nelle paure simulate di Bellino, tutti i pericoli possibili ai quali Shakespeare poteva esporsi; e non c’è il minimo dubbio che Shakespeare abbia sofferto amaramente e abbia amato in modo fervente, ma i sonetti non sono sensuali, sono affettuosi, teneri, senza equivoco.

Anche se l’amore di Shakespeare per W. H. ha ceduto alla sensualità, i suo sonetti non ne portano traccia. Sono stati comunque vivamente criticati, biasimati, proibiti, deplorati, in una sola parola ci si è abbandonati su di essi a tutte le acrobazie di un gergo insistente.[4]

Nel biasimarli, come nel biasimare molte delle manifestazioni iperboliche dell’amicizia, ci si trova oggi spesso in imbarazzo. I sentimenti meno sensuali di un essere spontaneo e buono si esprimono all’esterno con certe parole, certi simboli, certi gesti.

In Inghilterra (oggi), con grande pompa e senza alcun motivo serio, è generalmente accettata l’idea che l’amicizia più vigorosa non debba esprimersi che con una stretta di mano: il pudore maschile si spaventa di qualsiasi altra effusione in pubblico e a buon diritto. In teatro si batte energicamente con la mano la spalla dell’amico, ma per fare questo bisogna essere molto inteneriti e gioviali. Si arriva oggi ad immaginare che in privato o in particolari situazioni possa essere un po’ sconveniente essere più espansivi? È di moda in Inghilterra prendere in giro tutte le nazioni straniere in cui si manifesta l’amicizia in un altro modo, e ci si abbandona senza vergogna a delle considerazioni assurde su questo argomento. È una convenzione come un’altra, ma le persone grossolane o paurose finiscono per renderla molto sconveniente e le risate da pollaio o i rossori che accompagnano ogni altra manifestazione di affetto in teatro, per esempio, devono stupire gli stranieri e far loro credere gli Inglesi molto villani nel loro pudore. Nel capitolo sull’unisessualità inglese cercherò di spiegare un po’ questa tendenza e qualcuna delle sue conseguenze…

Quando si vede il campo dell’uranismo, il numero degli uranisti accrescersi sotto i nostri occhi, ci si ricordi di questo: una forte amicizia unica (o quasi) nella vita di un eterosessuale o di un unisessuale ha tante probabilità di essere un’amicizia vera portata alla quintessenza, quante ne ha un accesso di unisessualità nel primo o di infatuazione amorosa [eterosessuale] nel secondo. Così si è ripetuto che Molière aveva amato pederasticamente Baron, ma gli aneddoti che ho letto mi sembrano così innocenti che non si può sospettare che l’affetto di Molière fosse toccato dalla sessualità, affievolito o diminuito da essa. Ci si pensi.

D’altra parte anche se si avessero prove, documenti che indicano in Molière altre intimità sospette non si potrebbe in modo definitivo dare all’affetto di Molière per il piccolo Baron una interpretazione nel senso della unisessualità.

“Molière[5] era occupato in modo continuativo nell’intento di rendere migliore la sua compagnia.(Quando il piccolo Baron comparve nel teatro di la Raisin, ebbe molto successo). Era sorprendete che un ragazzo di dieci o undici anni, non introdotto ai principi della declamazione, facesse valere la sua passione con tanto spirito come faceva lui… Molière che allora are ammalato, non aveva potuto vedere il piccolo Baron i due primi giorni[6] ma tutti gliene dissero così bene che si fece portare al palazzo reale alla terza rappresentazione, anche se era malato. Gli attori dell’ hôtel de Bourgogne erano stati presenti a tutte le rappresentazioni, e non erano certo meno sorpresi del giovane attore di quanto non lo fosse il pubblico, soprattutto la Du Parc, che lo prese immediatamente in amicizia, e che in modo molto serio aveva fatto dei preparativi per averlo a cena qual giorno. Il ragazzo che non sapeva a chi dare retta per ricevere le carezze che gli facevano, promise a questa attrice che sarebbe andato da lei, ma la cosa fu interrotta da Molière, che gli disse di andare a cenare con lui.

“Era un maestro e un oracolo quando parlava, e questi attori avevano per lui una tale deferenza che Baron non osò dirgli che era impegnato, ma la Du Parc non si tratteneva dal trovare sbagliato che il ragazzo mancasse con lei alla parola data. Essi considerarono tutta questa buona accoglienza come la fortuna di Baron.

Appena Baron arrivò a casa di Molère, Molière andò subito a cercare il sarto per farlo rivestire (perché non era affatto in buono stato) e raccomandò al sarto che l’abito fosse molto appropriato, completo e finito per l’indomani mattina. Molière interrogava e osservava continuamente il giovane Baron durante la cena, e lo fece dormire con sé per avere il tempo di conoscere i suoi sentimenti attraverso la conversazione, al fine di indirizzare meglio il bene che gli voleva fare. L’indomani mattina, il sarto, puntuale, verso le nove o le dieci, portò al piccolo Baron un guardaroba completo. Lui rimase stupito e molto contento di vedersi improvvisamente così ben sistemato. Il sarto gli disse che bisognava scendere nell’appartamento di Molière per ringraziarlo. “È proprio nelle mie intenzioni, rispose il piccolo uomo, ma non credo che sia ancora sveglio.” Il sarto lo assicurò del contrario, lui scese e fece un complimento di riconoscenza a Molière che fu molto soddisfatto e non si accontentò di averlo fatto sistemare così bene ma gli regalò anche sei luigi d’oro, con l’ordine di spenderli come volesse. Tutto questo era un sogno per il ragazzo… Molière gli chiese che cosa sinceramente desiderasse di più. – Di rimanere con voi il resto dei miei giorni, gli rispose Baron, per mostrarvi la mia riconoscenza per tutto quello che avete fatto per me.

“Va bene! Gli disse Molière, è una cosa fatta…

“Molière, che amava i buoni costumi, non ebbe meno attenzione nel formare quelli di Baron che se il ragazzo fosse stato suo figlio; coltivò con cura le disposizioni straordinarie che il ragazzo aveva per la declamazione.

“Il bene che Molièere faceva a Baron non piaceva a sua moglie; senza preoccuparsi di corrispondere all’amicizia che lei voleva ottenere da suo marito, non poteva comunque soffrire che lui avesse atteggiamenti di bontà per questo ragazzo che, da parte sua, a tredici anni, non aveva tutta la prudenza necessaria per controllarsi con una donna verso la quale doveva avere dei riguardi. Lui si vedeva amato dal marito, e anche necessario ai suoi spettacoli, accarezzato da tutta la corte; non si preoccupò affatto di piacere o meno alla signora Molière. Lei si lasciò andare a dargli uno schiaffo per una questione molto banale; il ragazzo ne fu così vivamente offeso che se ne andò dalla casa di Molière: credette che il suo onore fosse compromesso dall’essere stato battuto da una donna. È mai possibile, disse Molière a sua moglie, che tu abbia avuto l’imprudenza di colpire un ragazzo così sensibile come sai che lui è, e tanto più in un periodo in cui è incaricato di un ruolo di seicento versi nella commedia che dobbiamo rappresentare davanti al re?

“La moglie espose diverse ragioni, sbagliate e anche aggressive, alle quali Molière decise di non rispondere nemmeno; si limitò a cercare di addolcire il ragazzo che si era rifugiato a la Raisin.

“Niente lo poteva fare tornare indietro, era troppo irritato; comunque promise che avrebbe recitato la sua parte ma non sarebbe tornato a casa di Molière. In effetti ebbe l’arditezza di chiedere al re il permesso di ritirarsi e, incapace di riflettere, si rimise nella troupe di la Raisin che lo aveva incitato a tenere il punto. Comunque era sempre occupato da Molière; l’età, il cambiamento, gli facevano sentire la riconoscenza che gli doveva e il torto che gli aveva fatto nell’abbandonarlo…

Questi discorsi furono riportati a Molière; che ne fu ben contento e non potendosi trattenere dal desiderio di fare tornare questo ragazzo nella sua troupe, che ne aveva bisogno, gli scrisse a Digione una lettera molto toccante. Molière aveva sofferto per l’assenza di Baron, l’educazione del ragazzo lo distraeva nei momenti di pausa. I disagi di famiglia aumentavano ogni giorno a casa sua, non poteva lavorare sempre né stare sempre con i suoi amici per distrarsi.

“D’altra parte non amava avere intorno troppa gente né il disagio, non aveva nulla per divertirsi o stordirsi allontanandosi dai suoi dispiaceri. Così considerava il ritorno di Baron come un divertimento familiare, col quale avrebbe potuto, con maggiore soddisfazione, condurre una vita tranquilla, conforme alla sua salute e ai suoi principi, senza il peso di questo armamentario di famiglia e anche di amici, che ci derubano, molto spesso, con la loro presenza inopportuna, dei momenti più gradevoli della nostra vita.

Baron non fu meno vivo di Molière nel corrispondere a quei sentimenti: partì appena ricevette la lettera, e Molière invaso dal piacere di accogliere il suo giovane attore qualche momento prima, andò ad aspettarlo alla porta di san Vittore il giorno in cui doveva arrivare, ma non lo riconobbe. I grandi spazi aperti della corsa lo avevano talmente stancato e affaticato che lo lasciò passare senza riconoscerlo, e se ne tornò triste a casa sua dopo aver aspettato per un bel po’. E fu felicemente sorpreso di trovarci Baron … Molière chiese a Baron se avesse denaro. Il ragazzo gli rispose che aveva in tasca solo quello che c’era rimasto di spiccioli, perché aveva dimenticato la sua borsa sotto il cuscino del letto l’ultima volta che era andato a dormire, che se ne era accorto dopo qualche stazione di posta, ma che la fretta che aveva di rivederlo non gli aveva permesso di tornare sui suoi passi per riprendersi il denaro. Molière fu entusiasta che Baron fosse ritornato e che fosse così emozionato e riconoscente, lo mandò al teatro con l’ordine di chiudersi talmente nel suo mantello da non poter essere riconosciuto da nessuno, perché non era proprio vestito, benché fosse vestito bene, alla maniera di un uomo che era l’attrazione dei suoi spettacoli. Molière non dimenticò nulla per rimetterlo in lustro; riprese la stessa attenzione che aveva avuto verso di lui all’inizio…

“Appena Molière morì, Baron[7] andò a Saint-Germain per informarne il re; Sua maestà ne fu toccata e si degnò di testimoniarglielo. Era un uomo probo, che aveva dei sentimenti poco comuni tra le persone del suo rango… Era costante nelle sue amicizie e sapeva ben collocarle.”

Insieme con i sonetti di Shakespeare, W.H. gli ispirò la sola amicizia romantica che noi conosciamo di lui, e se l’analisi rispettosa dei sonetti non ci fornisce francamente niente di sensuale, niente di sornionamente impudico, non c’è ragione di non ammettere anche lì un affetto senza scopo sessuale, senza base sessuale, qualsiasi ne siano le possibile ignote peripezie.[8]

Molti uomini in momenti diversi della loro vita hanno bisogno di simpatia (sia da testimoniare sia da farsi testimoniare), di ammirazione (passiva o attiva), di rispetto, di devozione, di apprezzamento, di solidarietà.

Molte di queste cose (dato che esse non agiscono da sole) potranno rendere molto intensa l’amicizia, e l’amicizia si colorerà in modi diversi, secondo la categoria alla quale essa sembra corrispondere più o meno idealmente o realmente, o più o meno illusoriamente: l’amicizia dei condiscepoli, l’amicizia del discepolo per il maestro, quella del maestro per il discepolo, l’amicizia dell’amico guaritore[9] per l’amico malato o sofferente (soprattutto moralmente) – io credo che questa amicizia sia la più forte, la più tenace, quella che al mondo affronta tutto – o per l’amico debole, e l’amicizia del convalescente o del guarito per il guaritore, l’amicizia fraterna, equilibrata e franca, tra amici che hanno i medesimi interessi o degli interessi paralleli (Montaigne e La Boétie, Achim von Arnim e Clemens Brentano, Goethe e Shiller, i fratelli Grimm e i fratelli Goncourt, Michelet e Poinsot, Liebig e Woeler). Questa amicizia esiste in grande misura tra uomini di lettere o di scienza o tra gli artisti.

L’apprendere, l’insegnare, il comprendersi reciprocamente, spingono questa amicizia fino a una veemenza tenera e costante, negli intellettuali. Questa è l’amicizia più duratura tra gli uomini il cui valore morale corrisponde all’intelligenza. Per questo, le meschinerie, le piccinerie devono tacere.
Parlare di unisessualità a proposito di queste amicizie, sarebbe come parlare di incesto[10] a proposito dell’amore di una madre, di un figlio, di un fratello, a proposito della devozione per l’inferiore o per il superiore.
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[1] Nota di Project:- Lucas Cranach detto il Vecchio (1472-1553), pittore e incisore tedesco, amico di Lutero, Essendo stato catturato il suo protettore Giovanni Federico I elettore di Sassonia dopo la Battaglia di Mühlberg, Cranach lo accompagnò in cattività dal 1550 al 1552, prima di ritornare a Weimar, nuova residenza elettorale, per morirvi l’anno seguente.

[2] Si può leggere a questo proposito il giudizioso Niemeyer. [August Hermann Niemeyer (1754 –1828) pedagogista tedesco.]

[3] Si lamenta nel famoso ventesimo sonetto (che sciocca il pudore di certi editori inglesi) che la natura, dando per errore a W. H. un organo di cui Shakespeare non sapeva che farsene, gli aveva tolto il piacere sensuale e gli aveva lasciato l’amore. È la situazione di Casanova e di Bellino.

[4] Si vedano Hallam e Michelet. [Henry Hallam (1777 –1859) storico inglese; Jules Michelet (1798 –1874) storico Francese]

[5] Vie de Molière, di Legalois de Grimarest (Archives curieuses de l’histoire de France, 2^ serie, vol X, E. Danjon, bibliothécaire de l’Arsenal, 1839).

[6] Il secondo giorno la Raisin aveva incassato mille scudi.

[7] Non so se sia utile raccontare un aneddoto che prova che Molière trattava Baron come un ragazzino viziato e malizioso. Quando Bernier tornò dal suo viaggio, andò ad Auteuil a raccontare a Molière che non ci si poteva comportare con l’imperatore Mogol detronizzato come si faceva in Turchia, ecc., Baron lo prese tanto in giro che Bernier alla fine fu costretto a riportare la conversazione sul capitolo Baron. “Molière, che ne parlava con piacere, ne cominciò la storia, ma Baron, stufo di ascoltarlo, andò a divertirsi altrove”.
Sembra che Molière avesse una relazione con un’attrice che non era bella “un vero scheletro e priva di senso comune, Amica di Florimond e di la Barre. Molière lo sapeva ma diceva di non avere il tempo né la pazienza di abituarsi ai difetti di un’altra persona.”
“Può anche darsi che un’altra [donna] non avrebbe voluto l’affetto di Molière, che trattava le relazioni con trascuratezza, le sue assiduità non erano troppo stancanti per una donna; in otto giorni una piccola conversazione, questo era abbastanza per lui. Senza che si preoccupasse di essere amato se non da sua moglie”.

[8] Le grandi emozioni, qualsiasi esse siano, (si sa che certi artisti provano delle emozioni sessuali quando lavorano con furia o quando sono colpiti da un’impressione artistica), religiose o artistiche o sentimentali, agiscono qualche volta, senza che l’uomo se ne renda conto, sui centri sessuali.
San Giovanni della Croce disse che non bisogna affliggersi né credersi scorretti se questo succede durante l’assorbente preghiera indirizzata a Dio e se uno degli incidenti dell’amicizia di Shakespeare per W. H. o di Molière per Baron fosse stato una incosciente e insignificante perdita seminale, non bisognerebbe certo dedurne l’origine sessuale di queste amicizie.
In certi esseri delicati e inflessibili, il colore, la musica, il toccare le cose inanimate, la composizione, il lavoro cerebrale possono in rari momenti portare una perdita sessuale di cui essi appena si accorgono, tanto sono occupati da altre cose. Non si può dire che questa perdita sessuale del matematico o del musicista provi che le loro emozioni, i loro interessi siano di origine sessuale, non li si può considerare feticisti.

[9] Questa bella espressione appartiene a Stendhal.

[10] Nel romanzo di Catulle Mendès, Mephistophela l’invertita rifiuta sua figlia per non asservirla al suo vizio, ma anche lei, la folle, la dannata, non cede alla tentazione. Gli incesti unisessuali esistono (soprattutto tra fratelli). Krafft-Ebing racconta la storia di due ragazzi di 15 e 16 anni, ai quali il padre, un medico, fece subire la sodomia passiva completa… ecc. ecc.. Ma non credo che si incontrerebbero degli incestuosi unisessuali tra gli uranisti arrivati alla maturità senza essere alienati. Non nego la possibilità, al contrario l’incesto unisessuale può essere più frequente di quello eterosessuale; Zo’har [un romanzo di Catulle Mendès il cui titolo è il nome di una delle cinque città che secondo l’Antico Testamento furono bruciate in situazioni simili a quelle di Sodoma e Gomorra] di Mendès sarebbe allora più verosimile senza eroina. L’incesto, fortunatamente, è poco attraente per la maggior parte degli uomini.

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GLI OMOSESSUALI REALIZZATI SECONDO RAFFALOVICH

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi è intitolato “I forti e i forti”. Il titolo è preso da una poesia di Verlaine, che Raffalovich riporta, in cui si descrivono i rapporti sessuali di una coppia di omosessuali virili e di forte carattere. La poesia di Verlaine non è sempre di immediata comprensione per il lettore di oggi e contiene espressioni strane che, come si vedrà nel seguito del capitolo, hanno riferimenti sessuali precisi. Non si deve credere che Verlaine avesse qualche reticenza in fatto di sessualità, il suo linguaggio criptico era un’esigenza per evitare il ritiro dell’opera per oscenità.

Raffalovich mette a paragone la coppia omosessuale di due “forti” alla maniera di Verlaine, con la coppia onorevole di Platone ed è evidente che le sue preferenze vanno a Platone. Riporta poi alcuni casi emblematici di omosessualità di uomini virili profondamente soddisfatti della loro sessualità omosessuale, tratti da Krafft-Ebing, e ne fornisce interpretazioni certamente più convincenti di quelle fornite dallo stesso Krafft-Ebing.

Il paragrafo dedicato all’eredità, affronta poi un concetto che dominava la medicina di fine 800 e cioè il concetto di ereditarietà, di cui Krafft-Ebing faceva largo uso e che si ritrova fortemente presente anche in Havelock Ellis. Raffalovich, con una verve quasi comica mette in crisi la faciloneria con la quale, per spiegare l’omosessualità di uomini perfettamente normali, si cercavano o se del caso si inventavano patologie di vario tipo nei loro ascendenti e se ne deduceva tutto o il contrario di tutto senza un minimo di serietà scientifica. Non per nulla, alla descrizione medica dei casi di omosessualità Raffalovich preferisce le ricostruzioni storiche e le analisi psicologiche approfondite.

Molte riflessioni che Raffalovich espone in questo capitolo sono sostanzialmente valide ancora oggi, ma lasciamo a lui la parola.
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I forti e i forti

Verlaine, in una delle sue meravigliose poesie, ha cantato l’amore fisico degli unisessuali virili. Penso che le pagine precedenti renderanno più facile capire il senso fisico di questa poesia.

Queste passioni ch’essi soli chiamano ancora amori
sono anch’esse amori, teneri e furiosi,
con particolarità curiose
che non hanno certamente gli amori di tutti i giorni.

Eroiche, anche più e meglio delle altre passioni,
si adornano di splendori d’anima e di sangue
tali che al confronto gli amori nei ranghi
non sono che Riso e Gioco o necessità erotiche,

che vani proverbi, che un nulla da bambini troppo viziati.
– “Ah! i poveri amori banali, animali,
normali! Voglie grossolane o pulsioni frugali,
senza contare la sciocchezza delle fecondità!”

– Coloro che l’alto Rito consacra possono dire,
avendo conquistato la pienezza del piacere,
e l’insaziabilità del loro desiderio
che benedice la fedeltà del loro merito.

La pienezza! Essi l’hanno completamente:
baci saziati, ingozzati, mani privilegiate
nella ricchezza di carezze ripagate,
e questo divino finale annientamento!

Così sono i forti e i forti, l’abitudine
della forza li rende invincibili nel godimento.
Abbondante, saporoso, debordante, il godimento!
Lo credo bene che hanno la pienezza piena!

E per esaudire i loro voti, ciascuno a turno
compie l’azione suprema, ha la perfetta estasi
– Talvolta la coppa o la bocca e talvolta il vaso –
in deliquio come la notte, fervente come il giorno.

I loro bei trastulli sono grandi e gioiosi. Niente di quelle crisi:
vapori, nervi. No, giochi coraggiosi, poi felici
braccia stanche attorno al collo, per sonni a due più
stretti che languidi, spesso interrotti per essere ripresi.

Dormite, innamorati! Mentre intorno a voi
il mondo disattento alle cose delicate,
strepita o riposa in sonnolenze scellerate,
senza nemmeno, è così stupido!, essere di voi geloso.

E questi risvegli franchi, chiari, ridenti, verso l’avventura
di fieri dannati d’un più magnifico sabba?
Salve, testimoni puri dell’anima in questo combattimento
per l’affrancamento dall’opprimente natura![1]

Il velo che Verlaine solleva ci mostra, anche se tra dei “forti”, degli accoppiamenti molti differenti da quelli permessi dall’amore platonico fisico: quegli “stretti sonni a due, spesso interrotti per essere ripresi” sono proprio quello che Platone, nella sua saggezza, trovava abominevole. Evidentemente perché lui permetteva, santificava l’amore fisico che contribuisce anche all’amore essenziale, costante, filosofico. Delle notti interrotte e riprese più volte non possono che indebolire, alla lunga, la fibra morale di questi amori, non possono che avvicinare la sazietà[2], la fine. Platone permetteva (proprio come san Paolo che concedeva il matrimonio a quelli che non potevano rimanere casti e vergini) la soddisfazione fisica tra amici-amanti di lungo periodo se non a vita; egli proibiva la sazietà.

Si vede ora un po’ più chiaramente la morale dell’amor platonico, la sua gerarchia. Gli innamorati sazi di Verlaine stanno agli amanti platonici onorevoli come gli innamorati sazi di belle cortigiane stanno agli amanti coniugali. Riconoscere la gerarchia platonica (cosa della quale si ha tanta paura oggi) non presenta più rischi che riconoscere la superiorità del matrimonio sulla fornicazione.

Krafft-Ebing ha fornito numerosi casi di soddisfazione fisica tra forti e forti. Così troviamo M. O., di 32 anni, che aveva un ruolo nell’alta amministrazione, che a quattro anni provò chiaramente le sue prime tendenze unisessuali, all’età di sei anni si trovò a praticare la suzione peniena su suo fratello maggiore. Tra gli 8 e i 14 anni non ebbe una vita sessuale. Pubertà a 14 anni. A 15 un sogno lascivo unisessuale. A 16 masturbazione solitaria con fantasie unisessuali. Poi amore platonico per un giovane uomo il cui odore era gradito ad O. Durante i diciotto mesi di questo amore platonico, niente masturbazione. A 20 anni coito con una prostituta, senza godimento. Come al solito, questi coiti con delle ragazze sono seguiti da una forte pulsione unisessuale, che rende il coito sempre più raro e sempre più difficile. Ne deriva che O. è forzato ad immaginarsi un uomo, quando sta con una donna. Oscilla tra disperazione, noia della vita, masturbazione, onanismo, coito con ragazze coi capelli corti e con le anche strette che hanno l’aria di un ragazzo grande. A 31 anni incontra in viaggio un uomo simpatico. Coito orale reciproco seguito da un grande e salutare benessere, dice Krafft-Ebing. È il “Talvolta la coppa o la bocca e talvolta il vaso” dell’ingegnoso Verlaine. M. O., dice Krafft-Ebing, non presenta alcun segno di degenerazione; è completamente virile e di aspetto distinto. I suoi organi sessuali sono ben formati. Dato che una di queste ragazze dall’apparenza di ragazzo gli ha comunicato un’infezione venerea, e dato che tutti i suoi rapporti con ragazze erano a malincuore, e dato che a 31 anni si è trovato così soddisfatto dall’onanismo orale reciproco, è probabile che questo coito unisessuale divenga la sua soddisfazione abituale. Si può senza esitazione far risalire questa predilezione per l’onanismo orale alla seduzione da parte del fratello, ma non si può dire altrettanto per l’unisessualità in sé. Questo è uno dei casi che Krafft-Ebing designa a torto: ermafroditismo psichico. Ma è un caso di uranismo malgrado dei rapporti eterosessuali.

Krafft-Ebing ci presenta anche il caso di M. B., di 32 anni, che non ha mai trovato interessante la donna, che non ha mai avuto rapporti con una donna, che prova anche un certo orrore quando pensa ad un coito eterosessuale. Si è sentito attirato verso altri ragazzi giovani, quando era giovane. Si è masturbato molto. I suoi rapporti unisessuali si limitano alla masturbazione reciproca, di tanto in tanto. La sua inversione, il suo uranismo, non gli producono alcun dolore. Non deve essere sentimentale. Il suo corpo è completamente maschile, il suo modo di fare è virile. Gli organi sessuali sono normali. Non presenta alcun segno di degenerazione, ma ha l’occhio nevropatico. Bisogna ricordarsi che la masturbazione reciproca è la soddisfazione unisessuale dei timidi, dei repressi, degli attenti, dei sorvegliati. Un amore condiviso, delle abitudini sentimentali, più tempo libero e molte altre cause porterebbero facilmente questo giovane uranista di 32 anni ad altre soddisfazioni.

Il caso di M. R., di 23 anni, è molto istruttivo. All’età di 6 anni, quando faceva il bagno insieme ad altri bambini, i loro corpi nudi lo eccitavano e producevano in lui delle erezioni sessuali. (proveniva da una famiglia neuropatica: cosa che, secondo me, spiega la precocità del suo eretismo, ma non la sua unisessualità.) A scuola, era sempre innamorato. Le donne non lo hanno mai interessato. Le sue occupazioni, le sue tendenze, i suoi giochi, non hanno avuto nulla di femminile o di effeminato. È stato sempre un ragazzo vero. Si è masturbato solo per poco tempo, dopo la pubertà. Secondo me la masturbazione che non precede la pubertà produce risultati del tutto diversi e non abbassa necessariamente il livello intellettuale o fisico.

Ha sempre amato, in modo esclusivo, dopo essere arrivato all’adolescenza, giovani uomini tra i 20 e i 30 anni, ben fatti e ben messi. Ha tentato di avere rapporti eterosessuali, ma il disgusto e l’assenza di una spinta sufficiente per andare avanti lo hanno portato alla decisione di non indirizzarsi più verso le donne.

Dal suo ventunesimo anno ha rapporti unisessuali. Pratica il coito attivo inter femora viri; ma verso un amico uranista, suo simile, col quale ha una relazione permanente, prova il suo affetto alternandosi con lui, “tantôt la coupe, tantôt le vase” (“qualche volta la coppa, qualche volta il vaso”). Questo tipo di coito gli dà sempre una sensazione di benessere.

Si rivolge a Krafft-Ebing per consultarlo a proposito di alcune nervosità. È completamente contento della sua vita sessuale, solo da un anno soffre qualche volta di una impotenza “psichica” di fronte ad un uomo che non sia completamente pulito, o che sia pagato, o che appartenga a una classe troppo elevata della società.

Queste tre categorie possono aprire un po’ gli occhi di coloro che ignorano l’estensione dell’unisessualità. Questa “impotenza psichica” significa secondo me che R. non è naturalmente dissoluto e che egli dovrebbe sottomettersi all’idea di seguire soltanto le sue vere tendenze.

Il caso di M. G. (negoziante, 31 anni, completamente virile di corpo, di aspetto e di andatura) è complicato da alcune circostanze dipendenti dall’ereditarietà e da circostanze dovute all’ambiente. G. è il settimo di 14 figli di un padre alcolista. Un fratello più grande è invertito. Si sospetta l’inversione di due sorelle morte giovani “perché evitavano le persone giovani e preferivano alla cucina la scuderia e i lavori da uomo”. Ma, dato che G., fino ai sette anni ha portato abiti da femminuccia, e dato che amava dare una mano in cucina e nella gestione della casa, e dato che questa famiglia non era ricca ed era resa infelice dall’ubriachezza del padre, i lavori maschili delle sorelle e l’aiuto che dava il ragazzino potevano certamente derivare da buon cuore e dal desiderio di alleggerire il fardello materno. Questo è un esempio eccellente delle lacune dell’osservazione clinica. Sembra che Krafft-Ebing non abbia chiesto a G. se il desiderio di venire in aiuto della madre potesse spiegare la sua condotta e quella delle sorelle. A 6 anni G. si sentì attratto da uomini che avevano la barba. Non ci viene detto se il padre che rendeva così triste quella casa fosse un uomo rasato: il bambino avrebbe potuto per contrasto amare i barbuti. O al contrario, se il padre ubriacone fosse stato mal rasato o avesse portato una barba mal pettinata, una barba incolta, un contrasto di un altro tipo avrebbe potuto affascinare il piccolo. I bambini le cui madri soffrono hanno delle precocità tragiche. A 10 anni arrossiva di fronte ad un uomo simpatico – cosa che accade alla maggior parte dei bambini un po’ tristi. A partire dalla pubertà si mise a fantasticare su uomini coi baffi. Gli uomini rasati non lo interessavano. Andava spesso al ballo per vedere dei begli uomini. Cercava la compagnia degli uomini nella speranza di trovare qualcuno che lo amasse. Si sentiva solo e abbandonato. A 18 anni, mentre un uomo “simpatico” si schiacciava contro di lui, G. provò l’orgasmo sessuale con il relativo sollievo; ma la sua timidezza (dovuta forse tanto a una giovinezza imbarazzata e infelice, sotto certi aspetti, quanto alla sua effeminatezza) gli impedì di trovare un amante. A 20 anni si diede all’onanismo e si sentì infelice, solo e disgustato della vita.

A 29 anni trovò un amore condiviso e la pace. Da allora visse con il suo mante in una grande città, come marito e moglie. È felice. Nei loro rapporti sessuali (masturbazione reciproca, coitus inter femora) lui è soprattutto passivo. Non è un caso di effeminazione ma di uranismo contrastato e intristito dalle circostanze. Nove anni di onanismo e di desiderio di essere amato, senza una fibra virile corrispondente alla costituzione virile del corpo, avrebbero prodotto un’effeminazione psichica o fisica. Si vede qui, ancora una volta, la differenza tra l’onanismo dopo la pubertà, dopo la crescita, e l’onanismo malaticcio degli impuberi.

Eredità[3]

Mi sono occupato poco fin qui dell’eredità. Non trovo che i dettagli che ci vengono dati sugli ascendenti e sui fratelli e le sorelle degli uranisti ci facilitino la conoscenza e la comprensione del loro uranismo. Credo invece di riconoscere che la debolezza, la nevrosi, l’alcolismo dei genitori spieghino piuttosto la mancanza di coraggio, la mancanza di iniziativa di certi unisessuali, piuttosto che la loro unisessualità. Gli uranisti che non hanno la gioia di vivere, che non osano, che si credono i bastardi della natura, hanno un’eredità più appesantita degli uranisti che accettano i loro istinti e non si ribellano contro la natura. La nevrosi ereditaria si oppone all’unisessualità più di quanto non la spieghi.

Per quelli che non vogliono o non possono ammettere la possibilità che l’uranismo sia un istinto quasi primordiale (posizione che si potrebbe difendere con vigore, se se ne credesse venuto il tempo) e che non possono in coscienza trovare tutti gli uranisti degenerati, o imbastarditi, o di minor valore fisiologico, c’è stato certamente il bisogno di servirsi dell’eredità. Essa tira fuori gli autori imbarazzati dalla loro perplessità in questo modo: l’eterosessuale, uomo normale, acquisisce abitudini di inversione e gusto per l’uomo. L’eredità trasforma questo gusto acquisito in gusto congenito sotto l’influenza avversa della malattia fisica o psichica degli ascendenti, delle loro nevrastenie, del loro alcolismo o che so io, di tutto quello che può succedere di sconveniente o di affaticante per dei genitori. È così che si può essere severi verso l’uranismo, che si possono biasimare i genitori e compiangere i figli. Si finirà per scoprire tutto quello che c’è di illusorio, di effimero, in questo punto di vista. È poco logico, se un uomo non è un degenerato, dissotterrargli, o addirittura inventargli, se ce ne fosse bisogno, dei genitori viziosi o degenerati.

Si trovano, tra i genitori degli uranisti, tanto eterosessuali indefettibili quanto sifilitici o sessualmente freddi, o uranisti per nascita o per caso.

Sembra che tutte le eredità portino all’uranismo, e anche che l’uranismo porti a tutte le eredità, a tutte le trasmissioni possibili. La storia ci mostra uranisti incontestabili che sono stati padri di eterosessuali altrettanto incontestabili; e il contrario è altrettanto frequente. Enrico IV è padre dell’uranista Vendôme[4] che a sua volta è il nonno del noto unisessuale Vendôme[5] “che prese Barcellona e la sifilide[6] dalla parte sbagliata”, e suo fratello il priore, ugualmente unisessuale. I due Condé sono unisessuali, il padre[7] al quale Enrico IV diede in moglie M.lle de Montmorency, perché sapeva che era nemico delle donne, e il figlio,[8] vincitore di Rocroi.

Non so se sia un’allegoria scientifica (altrimenti è la leggerezza con la quale si invoca l’eredità che guasta le buone intenzioni di avere un po’ di logica) ma ci si immagina facilmente un umo che ha commesso degli eccessi eterosessuali che lascia in eredità (dalla concezione di suo figlio) qualcosa che potrà ben manifestarsi in sessualità diminuita o esagerata, in freddezza sessuale o in ipersessualità eterosessuale, o in uranismo. Allo stesso modo un padre freddo potrebbe essere causa della freddezza o dell’ardore di suo figlio. Siamo così abituati a vedere i figli somigliare molto ai loro genitori o essere completamente diversi da loro e opposti a loro, o rassomigliare loro un po’, in ogni caso l’eredità ci appare sempre ugualmente chiara e interessante.

Weismann[9] riportando la dottrina dell’eredità ad un nuovo inizio, e volendo distruggere la teoria accettata dei caratteri acquisiti, ha reso secondo me un grande servizio alla psicologia. La teoria di Weisemann stesso non è ancora abbastanza completa, abbastanza controllata, abbastanza sviluppata per essere uno strumento nelle mani di chiunque. C’è, per un ingegnoso e paziente investigatore, uno studio interessante da intraprendere sulla teoria di Weisemann e l’uranismo congenito. Io non sono competente e non ho il tempo per essere presuntuoso, ma mi sembra che la teoria di Weisemann si applichi molto bene all’inversione congenita assoluta e all’eterosessualità con tendenze uraniste; se il primo contatto non mi inganna, questo va molto in favore di Weisemann.[10]

Insufficienza delle osservazioni mediche

Malgrado la loro grande importanza, malgrado la loro necessità, le osservazioni cliniche, mediche, presentano degli svantaggi intrinseci. L’invertito o l’eterosessuale abnorme si precipita del medico più che presentarsi a lui; arriva ad un momento di crisi, di scoraggiamento,[11] di eccitazione; e succede lo stesso quando scrive o detta la sua piccola autobiografia. Si trova nel momento in cui non riesce più a sopportare la propria esistenza; se non trova l’amore o l’affetto che cerca, non potrà continuare la sua vita così com’è, con piedi per terra, repressa e costretta. Ma comunque per la maggior parte del tempo si rassegna e continua a vivere come nel passato, con un ideale più alto o diminuito oppure incerto – ma in tutti i casi molto pochi soccombono alla crisi.

Si sarebbe dunque portati troppo facilmente a considerare questo stato acuto come permanente negli invertiti: una volta che sono occupati, interessati, divertiti, ben portanti, quando riescono nei loro progetti in un modo o nell’altro, quando amano o credono di amare qualcosa o qualcuno, si comportano come gli altri uomini.

E poi, l’età degli invertiti osservati varia talmente che è impossibile classificarli in modo utile; perché il giovane uomo di 26 anni che sembra un eterosessuale con tendenze omosessuali potrà facilmente confondersi un giorno con l’uomo di 36 anni (al quale oggi non somiglia affatto) che è un fellator incallito, amante dei soldati e dei macellai. Potrà anche un giorno somigliare a quest’uomo di una certa età, vedovo, che ama tutti gli uomini indistintamente, o potrà essere il marito modello, padre di otto figli, che è alla ricerca di tutti gli uomini giovani, e non inganna la moglie se non con dei signori maturi con una leggera calvizie e con le mani pelose.

L’osservazione psicologica e l’osservazione storica possono parzialmente supplire a quello che manca molto all’osservazione medica. Il medico pone certe domande che richiamano certe risposte; per semplificare le difficoltà il medico aiuta il povero interrogato, e dei dettagli poco significativi si ritrovano ingranditi per il fatto stesso che vengono registrati. È in questo modo, forse, che la precocità dell’istinto sessuale negli uranisti è stata così affermata e sottolineata.

L’osservazione storica raffigurandoci la vita intera di un individuo ci permette meglio di classificarla, di metterla in questa o in quella categoria della famiglia sessuale. L’osservazione psicologica, essendo più dettagliata, là dove essa penetra, rispetto a quella del medico, e impegolandosi meno in cose che sono meno importanti, riesce a dare una rappresentazione migliore: è più un ritratto che una carta scritta.
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[1] Nota di Project: – Paul Verlaine (1844-1896) -“Parallèlement”; 1889.

[2] È probabile che un amore intellettuale e sentimentale che reclama certe soddisfazioni fisiche non possa resistere alle scosse di più che un certo numero di queste soddisfazioni. Gli amori lunghi hanno probabilmente delle soddisfazioni fisiche meno numerose degli amori di breve durata.

[3] Quella che è veramente abusiva è l’accezione elastica data da molti sociologi naturalisti alla parole eredità, che serve loro a esprimere alla bella e meglio attraverso la trasmissione dei caratteri vitali nella generazione, la trasmissione delle idee, dei costumi, delle regole sociali, per tradizione ancestrale, per educazione domestica, per imitazione-abitudine. (Tarde)

[4] Nota di Project: – Cesare di Borbone (1594-1665), figlio illegittimo di Enrico IV, legittimato nel ’95. Il padre, che fu già duca di Vendôme, prima di diventare re di Francia, gli conferì in appannaggio il ducato di Vendôme.

[5] Nota di Project: – Luigi Giuseppe di Borbone-Vendôme (1654-1712), figlio primogenito di Luigi di Borbone-Vendôme (1612-1669), e quindi nipote di Cesare di Borbone- Vendôme . Raffalovich allude al fatto che gli fu affidata l’armata contro la Spagna con la quale invase la Catalogna, occupò la città di Barcellona (9 agosto 1697) e fu nominato viceré di Catalogna. Raffalovich cita anche il fratello di Luigi Giuseppe: Filippo di Borbone-Vendôme (1655-1727), detto Il priore di Vendôme.

[6] Nota di Project: – Il testo originale è: « qui prit Barcelone et la vérole du mauvais côté ». “La vérole” può indicare sia il vaiolo che la sifilide (petite vérole) o anche la blenorragia. La citazione, volutamente maliziosa, allude alla sodomia.

[7] Nota di Project: – Enrico II di Borbone–Condé (1588-1646), terzo principe di Condé non conobbe i suoi genitori, il padre fu assassinato e la madre fu imprigionata per l’assassinio. Entico IV si incaricò della sua educazione. Lo stesso re gli diede in moglie nel 1609 Carlotta di Montmorency. Condé non era interessato alla moglie che però interessava il vecchio Enrico IV, che le fece una corte spietata tanto da costringere la coppia a lasciare Parigi.

[8] Nota di Project: – Luigi II di Borbone-Condé (1621-1686), figlio di Enrico II di Borbone-Condé (1588 –1646). Nel 1643, il suo successo nella battaglia di Rocroi, dove guidò i Francesi ad un’inaspettata vittoria contro gli Spagnoli, lo consacrò come grande generale ed eroe popolare in Francia. Con la battaglia di Rocroi la Francia si avviò alla vittoria nella guerra dei trent’anni.

[9] Friedrich Leopold August Weismann (1834-1914), nel 1887, intuì per primo che la meiosi, descritta in quel periodo, fosse una divisione riduzionale, cioè fosse atta a dotare i gameti di metà dei cromosomi, cosicché dalla loro unione si ritorna al numero presente nelle cellule somatiche. Weisemann tende a rifondare la teoria dell’eredità riportandola a precise basi scientifiche.

[10] Uno studio psicosessuale dei re di Francia, dei loro ascendenti e dei loro discendenti, sarebbe altrettanto sconvolgente di quello degli imperatori romani.

[11] Gli invertiti che si indirizzano ad un medico vogliono spesso sposarsi perché sono stati spaventati attraverso un ricatto a fine di estorsione.

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OMO O BI-SESSUALITA’? KRAFFT-EBING E RAFFALOVICH RISPONDONO

Raffalovich conclude i suoi cinque casi sessuali citando un caso ripreso da Krafft-Ebing, cosa assai poco usuale per lui. In effetti, il caso è stato analizzato e valutato in modo molto diverso da Krafft-Ebinbg e da Raffalovich. Krafft-Ebing ne offre una valutazione esclusivamente esteriore, basata sui comportamenti oggettivi (la cosiddetta oggettività dell’osservazione scientifica), che si orienta verso la bisessualità, Raffalovich ragiona invece da gay, cioè da persona che valuta le situazioni relative ai comportamenti omosessuali in modo non schematico e, inevitabilmente, legato anche alla propria esperienza personale, e vede nel caso presentato la storia di un omosessuale, nonostante la presenza di rapporti eterosessuali. Se un gay dovesse valutare i comportamenti di un eterosessuale in un rapporto con una donna, dovrebbe necessariamente fermarsi ad una valutazione formale, o al massimo analogica, perché non avrebbe le coordinate necessarie per comprendere l’elemento soggettivo connesso con quei comportamenti. Da qui un’osservazione nasce spontanea: i primi studi “seri”, ossia meno formali e più capaci di capire le cose dall’interno, sul tema della omosessualità sono opera di omosessuali, e si potrebbe andare oltre, affermando che, per esempio, che chiarire le tematiche legate alla omosessualità maschile con un terapeuta eterosessuale o con una donna terapeuta, è molto diverso che farlo con un terapeuta omosessuale. In molte situazioni, sia di studio, che di rapporto terapeutico, per quanto si cerchi di spersonalizzare le funzioni dei soggetti coinvolti, il vissuto personale degli operatori può fare la differenza.
Vi lascio al breve testo di Raffalovich, che permetterà di chiarire meglio la situazione.
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Mi è sembrato più utile citare in modo esteso quattro casi sessuali (quelli di due uomini alteri e generosi, Alfieri e Baber, quello di un genio sofferente, ingrato, desolante, che ci fa dubitare della natura umana quando lo si mette a confronto con la sua opera, che ha tutti i difetti del valletto, dell’uomo di lettere, del masturbatore, – e quello del libertino gioioso e instancabile) piuttosto che concedere solo qualche riga a una ventina di casi. Il caso seguente, che io riprendo da Krafft-Ebing, è troppo interessante per non figurare qui.

V. – Uranismo congenito molto caratterizzato, con rapporti intermittenti con le donne per ignoranza o imitazione, dal ventesimo al trentesimo anno.
J…, dell’età di trentasei anni (padre alcolista, ma nessun’altra eredità fastidiosa; solo, uno dei suoi fratelli è invertito e una delle sue sorelle passa per amare le donne; gli altri tre figli dello stesso padre sono normali, o meglio non ci viene detto nulla di loro), muscoloso, maschile, di buona costituzione, eccellente uomo d’affari. Preferisce le arti e la letteratura allo sport. È dolce, un po’ timido, un bravo ragazzo.

A quattro anni la vista del sesso di un uomo gli face molto effetto e si interessò sempre di più alle nudità maschili e usò tutti i trucchi (inimmaginabili) dell’infanzia per vederne. Penso che se avesse potuto ricordarsi di periodi anteriori a suoi quattro anni, avrebbe trovato che già si interessava all’uomo prima di aver visto la sua virilità. Comunque non è questa visione che ha determinato il suo uranismo. A quattordici anni imparò a da solo a masturbarsi e si immaginava uomini nudi. Dormiva con suo fratello e lo masturbava. A quindici anni si innamorò di un compagno ma tra loro non ci furono rapporti sessuali. A diciannove anni (al momento di questa seconda verginità dell’adolescenza) idolatrò uno studente; il suo amore era così sincero che rinunciò per un anno (il periodo che durò questo amore) alla masturbazione e non profanò mai il suo amore con delle proposte sessuali. A vent’anni (dopo questo amore) tentò il coito eterosessuale che non gli riuscì. Successivamente ci arrivò con delle donne amichevoli. Qualche volta, quando queste non gli procuravano piacere era costretto a far credere di avere rapporti con un uomo. A ventitré anni si innamorò di un uomo per un breve periodo. Poi ritornò alle donne per non masturbarsi, perché la sua abitudine diventava penosa per lui. Le donne non gli hanno mai ispirato nulla, nessun sentimento, nessun interesse; è solo dopo un’astinenza abbastanza prolungata che gli veniva il desiderio del coito. Si rese conto della sua vita sessuale solo a trent’anni. I suoi sogni erotici hanno sempre avuto per tema la masturbazione reciproca con uomini. A trentaquattro anni ha una folle passione per un giovane uomo che la condivide. Masturbazione reciproca. Poi, improvvisamente, rimorsi e rottura: seguita da una paura incessante di ricaderci. A trentacinque anni legge la Psychopathia sexualis di Krafft-Ebing e va a consultarlo. Doveva sposarsi ed essere padre? Chiede se i figli gli somiglieranno. Informato dal dottore che è possibile, rinuncia completamente al matrimonio.

Krafft-Eging definisce questo come un caso di ermafroditismo psichico. Io non ci vedo nessun ermafroditismo. È un caso di uranismo malgrado dei rapporti eterosessuali; o secondo la mia classificazione appartiene alle due categorie seguenti:

A. – Uranismo incoercibile malgrado dei rapporti eterosessuali,

[1] uomini che, non rendendosi conto del loro uranismo, hanno creduto che un matrimonio o una relazione con una donna li avrebbe resi felici, e che hanno riconosciuto il loro errore, e non hanno subito nessuna modificazione del loro uranismo;

[2] uomini che, non rendendosi conto del loro uranismo, hanno cominciato dei rapporti con delle donne per arrivare poi alla conoscenza della loro vita sessuale.
Dal punto di vista della psicologia delle soddisfazioni sessuali sarebbe interessante sapere se la masturbazione reciproca di J… provenisse dalla difficoltà di ottenere un coito più completo; perché J… disse al medico che la masturbazione reciproca gli era antipatica. Krafft-Ebing non spiega perché J… non cercasse altre soddisfazioni.

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ETEROSESUSALITA’ SECONDO RAFFALOVICH – ALFIERI E BABER

Nella parte della traduzione del libro di Raffalovich “Uranismo e Unisessualità” che potete leggere qui di seguito, l’autore prende in considerazione l’eterosessualità e lo fa con categorie logiche analoghe a quelle con le quali aveva affrontato l’unisessualità (omosessualità). Traspaiono delle note di carattere moralistico per le quali alcune cose appaiono non positive agli occhi dell’autore, in particolare la sodomia, anche e soprattutto con le donne, la pederastia, il fatto di potersi innamorare contemporaneamente di uomini e di donne e, ovviamente, l’eccessivo indulgere alla sessualità fisica, anche eterosessuale.

Le classificazioni delle sessualità presentate da Raffalovich potrebbero apparire troppo schematiche e astratte, l’autore, per evitare questo rischio procede ad una esemplificazione dell’applicazione dei concetti enunciati a casi reali e preferisce presentare casi storici, nei quali, la conoscenza dei personaggi è certamente maggiore e la comprensione dei fatti può risultare più immediata. Prende in esame in particolare cinque personaggi ben noti. Nel testo che segue potrete leggere le note che riguardano la classificazione della sessualità di Vittorio Alfieri e di quella di Ẓahīr ud-Dīn Muḥammad, più comunemente noto come Bābur, fondatore della dinastia Mogol in India, a capo ci uno degli imperi più importanti e potenti nella storia dell’India. Sia in un caso che nell’altro Raffalovich non lavora di fantasia ma si serve delle memorie lasciate dai due personaggi. Si tratta di contenuti veramente interessanti che aiutano ad inquadrare meglio i due personaggi al di là delle biografie tradizionali. Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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C. ETEROSESSUALITA’ CONGENITA

Che non esclude gli istinti unisessuali presenti prima della pubertà o a partire da essa, prima dello sviluppo della vita sessuale, che soffoca questi istinti, che si allea con essi o cede ad essi.
6). – Che soffoca gli istinti unisessuali (a) prima della pubertà, (b) al tempo della pubertà, (c) dopo lo sviluppo della vita sessuale.
Se (c) si presenta presto, non si saprebbe distinguere questa sezione dall’eterosessualità congenita senza istinti unisessuali.
7). – Che persiste insieme con gli istinti unisessuali durante l’intera vita, simultaneamente o con periodicità. Sarebbe molto difficile in pratica separare gli individui di questa sezione da quelli della sezione (9) della categoria (C) dell’uranismo: uranismo persistente insieme con gli istinti eterosessuali per tutta la durata della vita, simultaneamente o con periodicità.
8). – Che conduce all’inversione sessuale senza ritorno e senza periodicità.

Queste due enormi categorie comprendono forse la maggior parte dell’umanità. Vi sono compresi degli eterosessuali, degli unisessuali e dei misti. Essi subiscono tutto lo scontro delle sessualità. Così gli eterosessuali hanno tutti più o meno avuto tendenze verso l’unisessualità morale, intellettuale, sentimentale, fisica, metafisica, istintiva o riflessiva, ignorata o cosciente. Quelli che sono risultati definitivamente uranisti hanno passato stadi analoghi.

Qui siamo in presenza di tutti gli uomini nei quali le due sessualità si presentano senza vizio, senza lussuria, senza dissolutezza. Non dico che sono più casti, più continenti oppure meno, ma che in loro si manifestano tutte le variazioni psicosessuali, tutti i trasalimenti oscuri sono trattenuti, e così tutti gli atti che possono stupire; in loro lo slancio unisessuale o eterosessuale è nello stesso tempo semplice e complicato, su base sessuale ma con manifestazioni non sessuali, su base cerebrale, intellettuale, sentimentale si dimostra con sensualità.

Sono questi uranisti, questi eterosessuali che sorprendono per un sentimento isolato, per un atto isolato, apparentemente contrario alla loro sessualità abituale.

Classificherei tra di loro anche gli uomini che si lasciano affascinare da un “tipo”, qualunque sia il sesso dell’individuo che incarna o ricorda quel tipo; e anche quelli che sono trascinati per una volta nella vita da un essere appartenente a un sesso che normalmente li lascia indifferenti.

Gli studiosi tedeschi hanno sottolineato che una volta nella vita ogni uranista è capace di un attaccamento verso una donna; si verificherà spesso l’esattezza di questa sottolineatura. Però è molto difficile interpretarne il significato.

Non è semplicemente un desiderio fisico, o l’idea che una certa donna potrebbe rendere l’uranista felice, sia lusingandolo con la sua bellezza, la sua tenerezza, la sua obbedienza, lusingando la sua vanità o diventando la madre dei suoi figli, la sua compagna. Sono la virtù o la vanità o l’intenerimento o la noia che avvicinano l’uranista alla donna; non è la sessualità. E spesso l’uranista si ferma lì (Platen, Johannes von Muller, ecc.) a meno che non ci si mescolino l’interesse o della cause esterne alla quali è impossibile resistere. Il fatto è che nei veri uranisti la sessualità fisica è assolutamente unisessuale, mentre la sessualità psichica può essere sia unisessuale che eterosessuale.

Eccettuate certe convinzioni, certi ideali, certe esaltazioni spirituali che solo il sesso maschile può ispirare all’uranista, gli affetti psico-eterosessuali e psico-unisessuali potrebbero somigliarsi fino a confondersi. Un uomo molto continente o un entusiasta potrà fraintenderli e la massa li confonderà sempre. Non colloco quindi qui quegli invertiti: essi appartengono alla categoria A dell’uranismo congenito incoercibile, senza rapporti eterosessuali o malgrado dei rapporti eterosessuali. Li ho citati qui per fare risaltare la differenza psicologica tra loro e questi invertiti qui, questi eterosessuali il cui ermafroditismo non è così illusorio, così voluto, così al di fuori della sessualità. Nei veri uranisti, in quelli della categoria A, ci vorrà più di una struttura di idee e di sentimenti o di emozioni per arrivare ad una localizzazione sessuale, cioè all’eccitazione genitale; ci vorrà più della presenza stessa della donna. Negli uranisti le cui tendenze non escludono le tendenze eterosessuali, negli eterosessuali con tendenze unisessuali basterà invece molto poco per ottenere questa localizzazione sessuale, questa eccitazione genitale, questo richiamo della virilità fallica.

L’uomo che ha bisogno di tutta la sua volontà, di tutta la sua decisione e di tutte le qualità di una donna ben scelta per desiderarla, e che d’altra parte ha bisogno di tutta la sua volontà per non mostrare il desiderio unisessuale che lo frusta così facilmente, così spesso, appartiene alla categoria A dell’uranismo.

Colui che malgrado le sue tendenze o i suoi atti unisessuali, desidera, senza un atto di volontà precedente, senza alcuna decisione precedente, una donna, appartiene alla categoria C dell’uranismo o alla categoria C dell’eterosessualità.
Non vorrei definire ermafroditi psichici i tanti individui che non lo sono quasi completamente.

Chiamerei ermafrodita morale o psichico l’individuo in cui due istinti (unisessuale e eterosessuale) si trovino in equilibrio, uno contro l’altro; l’individuo che fino a un certo livello può decidere, oppure che subisce successivamente il desiderio di un sesso e poi dell’altro, che amando un maschio non pensa alle donne e viceversa.

L’ermafrodita morale non è un esitante, un tentennante, che non sa dove indirizzare il suo desiderio e da dove allontanarlo, è un essere presso il quale le due sessualità sono sviluppate, se non addirittura equilibrate, e presso il quale possono talvolta bilanciarsi.

L’eterosessualità con tendenze uraniste e l’uranismo con tendenze eterosessuali mi sembrano corrispondere di più allo pseudo-ermafroditismo, mentre l’ermafroditismo completo, hermaphrodismus verus, che si riscontra così eccezionalmente fisicamente, è meno raro psichicamente. È difficile decidere se l’ermafroditismo morale possa divenire ermafroditismo vero, è probabile che non accada, nella maggior parte dei casi. Un solo episodio o anche molti non eliminerebbero i dubbi sulla risposta al problema: Quest’uomo è un vero ermafrodita morale o è un uranista con delle tendenze eterosessuali, o un eterosessuale con delle tendenze unisessuali? Lo stesso atto sessuale non chiarirebbe in nulla l’incertezza mentre la questione è importante da tutti i punti di vista, praticamente e psicologicamente. Un brav’uomo potrebbe dare la figlia in moglie a un eterosessuale con tendenze unisessuali più facilmente che a un ermafrodita morale o a un uranista con delle tendenze eterosessuali, a meno di sapere che questo invertito è superiore alle sue tendenze e degno di fiducia.

La psicologia sessuale dovrà essere molto avanzata per risolvere il problema seguente: l’ermafroditismo morale è “soprattutto” il risultato di circostanze che agiscono sull’uranista con tendenze eterosessuali o sull’eterosessuale con tendenze unisessuali, o è soprattutto una cosa congenita?

Al momento la risposta è troppo incerta. La barriera tra lo pseudo-ermafroditismo e l’ermafroditismo vero sembra immensa. Di norma una delle due sessualità prepondera fortemente sull’altra, forse perché il peso delle due sessualità insieme è eccessivo, e bisogna essere troppo forti, troppo vanitosi e troppo corrotti per un tale fardello. In effetti, di norma, quello che è non sessuale in un uomo lo aiuta a sopportare quello che è sessuale in lui, e reciprocamente. Tutto quello che allarga la sfera della sessualità oltre una determinata proporzione, squilibra troppo l’individuo. Ci sono complicazioni sopportabili solo se si è molto forti, molto grandi o molto insignificanti.

D’altra parte ci si immagina facilmente che un individuo si guarderebbe bene dall’acquisire l’ermafroditismo vero, e che, per introdurre più ordine nella sua vita e nei suoi sentimenti propenderebbe più volentieri per una sessualità piuttosto che per l’altra.
D’altra parte un uranista con delle tendenze eterosessuali non contrastate, potrebbe svilupparle con la prudenza, con la vanità, per credersi molto complicato, molto fine, molto forte: l’idea di essere capace di tutti i sentimenti e di tutte le sensazioni è molto attraente per molti.(1)
E un eterosessuale con tendenze unisessuali potrebbe coltivarle al fine di non danneggiare troppo la sua eterosessualità: perché la soppressione o l’opposizione contro gli istinti unisessuali potrebbero renderlo più mansueto riguardo all’eterosessualità.
Il sacrificio di una tendenza meno gradita ad una tendenza più gradita ha due esiti possibili: il rafforzamento della tendenza vittoriosa o il suo affievolimento.
Una cosa è verosimile come l’altra.

Mi sembra che la psicologia non possa che rimanere ancora esitante e oscillante. C’è ancora molto da studiare su queste cose; ci devono pure essere al mondo persone che detengono o raccolgono documenti, e uomini he hanno studiato questi problemi. Vorrei ascoltarli.

A. – Eterosessualità congenita, incoercibile per tutta la vita, senza o malgrado rapporti unisessuali, comprende:

1) Quelli che non solo non hanno mai avuto relazioni sessuali o sensuali con un maschio, ma che non hanno mai, nemmeno in modo passeggero e in nessun momento della loro vita impubere o pubere, in collegio, in caserma, in prigione, in Africa, in Asia, come in Europa, considerato la possibilità di atti, di tendenze di sentimenti unisessuali sensuali e che troverebbero più naturale e immaginabile un qualsiasi atto sessuale o sensuale con una qualsiasi donna, o la masturbazione, di qualsiasi atto sessuale con qualsiasi maschio.

Questa classe è quella dell’eterosessualità non solo congenita ma anche acquisita. Essa deve tanto all’educazione quanto alla natura. Probabilmente essa non comprende un solo artista, non un poeta, non uno scrittore di genio, non un attore, non un santo. Essa comprende i fanatici della donna sessuale e della rispettabilità. Saranno casti piuttosto che giusti e si castrerebbero prima di ammettere che gli unisessuali non sono criminali, o vili o folli. È a questa categoria cui appartiene più di qualcuno di quelli che hanno voluto occuparsi di inversione sessuale, sia come giuristi, sia come psicologi che come moralisti. Quello che stupisce è che questi eterosessuali osano mandare i loro figli nella grandi public schools inglesi, nelle grandi fucine dell’unisessualità. Secondo loro l’unisessualità quando si va ad Oxford o a Cambridge è un pericolo inevitabile , una disgrazia necessaria, qualcosa che si dimentica. Molto ragazzetti restano puri, molti vengono sporcati, alcuni sono irrimediabilmente rovinati e molti diventano ipocriti, alcuni platonici. E nonostante tutto, questi eterosessuali con eterosessualità congenita e acquista non sembrano affatto diminuire. È stato uno di loro che nell’occasione di uno scandalo unisessuale aristocratico (un processo che ha visto una donna contro suo marito) ha detto a suo figlio (che il marito aveva fatto dipingere come Apollon Anadyomenos) che lo avrebbe perdonato se si fosse fatto vedere in giro per tutta la città con una famosa cocotte. Il figlio rifiutò, forse disgustato dalla farsa, forse perché riteneva la cosa inutile… Se si cominciassero a raccontare le cose che questi personaggi fanno in presenza di una situazione tragica o inattesa si arriverebbe a essere troppo “cinici” o troppo “scettici”.

A bis). Quelli che pur conservando questo punto di vista e questa attitudine, si lasciano andare a conoscere la sodomia attiva in certi paesi, in certe condizioni, a certe età, e la praticano sia con donne che con ragazzi femminili. Questa è la sodomia degli eterosessuali che hanno appreso questo vizio per deviazione dal coito vaginale, o per mancanza di donne. Essi non sono né invertiti né omosessuali. Cercano uno spasimo più prezioso. Hanno per scopo sessuale la penetrazione del corpo che è al loro servizio.(2)

2). – Gli effeminati che hanno rapporti sessuali esclusivamente con le donne, che restano indifferenti di fronte ai maschi, ma spesso sono invertiti di fronte alle donne, che amano le donne mascoline, le tribadi, le lesbiche. Si trovano tra loro molti feticisti, saffici e masochisti.

3). – Quelli che hanno rapporti unisessuali per necessità, paura, povertà, giovinezza, inesperienza, assenza di donne, cattivi esempi, letture, curiosità, affezione, trascinamento, obbedienza, vanità, cupidigia, desiderio di impadronirsi di qualcuno più potente, per isolamento sociale o sentimentale, orgoglio, rivolta ubriachezza, occasione, promiscuità, ecc., ma senza modificazione della loro eterosessualità.

B). – ETEROSESSUALITA’ CONGENITA

Sotto l’influenza delle circostanze, della volontà, dell’ambiente, dell’abitudine, del vizio, o sotto l’influenza di un invertito superiore, che si unisce, dopo la pubertà, dopo lo sviluppo della vita sessuale, con l’inversione acquista o le cede.
4). – Che si unisce con l’inversione sessuale acquisita, sia simultaneamente che con periodicità.
5). – Che conduce all’inversione sessuale acquisita senza ritorno e senza periodicità.

CINQUE CASI SESSUALI

Preferisco citare de i casi storici piuttosto che dei casi clinici. Se non si conosce l’insieme di una vita umana non si può, nemmeno se si è il più smaliziato, il più sottile dei dottori, trovare una formula definitiva (salvo che non si tratti di un ultra-virile, ma non ci si indirizzerebbe mai ad un medico per quanto riguarda la sua vita sessuale, perché un medico non potrebbe insegnargli la morale o la psicologia; o quando si tratta di un passivo congenito e incurabile). Molti uomini passano da una sezione all’altra, dopo essere stati descritti nelle opere che trattano di psicopatia. È spesso una crisi passeggera che manda dal medico il suo uomo sessuale inquieto.

Per ogni caso storico mi preoccupo di avere almeno un caso di osservazione clinica, per non espormi alla possibilità di essere confutato sulla base di nuovi testi; ma attribuisco più importanza ai casi storici e non cito gli altri se non alla fine.

Comincio col caso di Vittorio Alfieri, illustre Italiano, un uomo di carattere energico, impaziente e nobile e un poeta. La storia della sua vita è nota, le sue passioni per le donne, il suo rispetto per le cose dello spirito e dell’intelligenza, il suo amore per la libertà, gli sforzi che poteva fare per dominare i suoi momenti di collera, di indolenza e di debolezza. Si faceva legare a una sedia per non andare a raggiungere una sua amante indegna e per lavorare.

Il brano seguente della sua autobiografia ci mostra che Vittorio Alfieri apparteneva alla categoria C dell’eterosessualità, e alla sezione (6) (a o b) di questa categoria, cioè che:
Vittorio Alfieri è un eterosessuale la cui eterosessualità congenita non esclude delle tendenze uraniste soffocate prima della pubertà o al tempo della pubertà.

I. – Alfieri. – Eterosessualità che soffoca le tendenze uraniste prima della pubertà.

Primi sintomi di un carattere appassionato, Capitolo terzo della Vita di Vittorio Alfieri: [citato nel testo originale di Alfieri e non ritradotto dal Francese].

“In capo a piú mesi non pensava piú tanto alla sorella, ed in capo a piú altri, non ci pensava quasi piú niente, e non desiderava altro che di esser condotto mattina e giorno al Carmine. Ed eccone la ragione. Dal viso di mia sorella in poi, la quale aveva circa nov’anni quando uscí di casa, non avea piú veduto altro viso di ragazza, né di giovane, fuorché certi fraticelli novizi del Carmine, che poteano avere tra i quattordici e sedici anni all’incirca, i quali coi loro roccetti assistevano alle diverse funzioni di chiesa; questi loro visi giovanili, e non dissimili da’ visi donneschi, aveano lasciato nel mio tenero ed inesperto cuore a un di presso quella stessa traccia e quel desiderio di loro, che mi vi avea già impresso il viso della sorella. E questo insomma, sotto tanti e sí diversi aspetti, era amore; come poi pienamente conobbi, e me ne accertai parecchi anni dopo, riflettendovi su; perché di quanto io allora sentissi o facessi nulla affatto sapeva, ed obbediva al puro istinto animale. Ma questo mio innocente amore per quei novizi giunse tant’oltre, che io sempre pensava ad essi ed alle loro diverse funzioni; ora mi si rappresentavano nella fantasia coi loro devoti ceri in mano, servienti la messa con viso compunto ed angelico, ora coi turiboli incensando l’altare; e tutto assorto in codeste immagini, trascurava i miei studi, ed ogni occupazione, o compagnia, mi noiava.”

“Fra i sette ed ott’anni, trovandomi un giorno in queste disposizioni malinconiche, occasionate forse anche dalla salute che era gracile anzi che no, visto uscire il maestro, e il servitore, corsi fuori dal mio salotto che posto a terreno riusciva in un secondo cortile, dove eravi intorno intorno molt’erba. E tosto mi misi a strapparne colle mani quanta ne veniva, e ponendomela in bocca a masticarne e ingoiarne quanta piú ne poteva, malgrado il sapore ostico ed amarissimo. Io avea sentito dire non so da chi, né come, né quando, che v’era un’erba detta cicuta che avvelenava e faceva morire; io non avea mai fatto pensiero di voler morire, e poco sapea quel che il morire si fosse; eppure, seguendo cosí un non so quale istinto naturale misto di un dolore di cui m’era ignota la fonte, mi spinsi avidissimamente a mangiar di quell’erba, figurandomi che in essa vi dovesse anco essere della cicuta.” [Epoca prima, Capitolo terzo] (Leggere anche il capitolo seguente)

Nel 1760, all’Accademia di Torino, (almeno due anni dopo quello che precede)

“In tutto quell’anno dell’Umanità, i miei costumi si conservarono ancora innocenti e purissimi; se non in quanto la natura da sé stessa senza ch’io nulla sapessi, me li andava pure sturbando.”[Epoca seconda, Capitolo secondo]

Queste confessioni di Alfieri hanno anche la loro importanza del punto di vista dell’educazione. Un osservatore attento che avesse visto la sensibilità, la salute delicata del bambino e avesse indovinato il suo amore per questi Carmelitani, avrebbe facilmente e segretamente creduto al suo uranismo.

II. – Baber. – Uranismo con tolleranza sessuale.

L’imperatore Baber,(3) nato verso il 1482, divenne re di Fergana all’età di 12 anni(4). A 18 si sposò con Aisha Sultan Begum, figlia del sultano Ahmed Mirza.

“Nei primi tempi del mio matrimonio – scrive l’imperatore nelle sue memorie – benché non avessi certo poco affetto nei suoi confronti, per pudore e per timidezza, non andavo da lei se non ogni dieci, quindici o anche venti giorni. Poi il mio affetto diminuì e la mia timidezza aumentò al punto che mia madre mi perseguitava con la sua collera furiosa, spedendomi come un criminale a vederla una volta al mese, o ogni quaranta giorni.

A quell’epoca un giovane uomo che si chiamava Baberi era distaccato al campo. Una curiosa coincidenza faceva in modo che i nostri nomi si somigliassero. Arrivai ad amarlo in modo meraviglioso; per dire la verità, divenni pazzo e uscii fuori di me a causa sua.

Era la prima volta che concepivo una passione per qualcuno. Non avevo mai sentito parole d’amore, non ero mai stato presente a conversazioni d’amore. In questa nuova situazione dello spirito composi dei versi in persiano: Mai un amante è stato triste, innamorato e male accolto come me; che mai il bell’amato sia così crudele, così sdegnoso come te! Qualche volta capitava che Baberi venisse a trovarmi; e allora con vergogna e imbarazzo, mi sembrava impossibile guardarlo in faccia. Come potevo dunque divertirlo con la mia conversazione o con la confessione della mia passione? Io lo vedevo mentre mi trovavo in una tale ebbrezza e in una tale confusione che non riuscivo a ringraziarlo di essermi venuto a trovare. E non potevo nemmeno rimproverarlo quando mi lasciava. Non avevo nemmeno tanta capacità di controllarmi da riceverlo nei modi usuali della cortesia. Un giorno, nel periodo di questa affezione e di questo attaccamento, capitò, passando attraverso uno stretto cammino con pochi servitori, che mi trovai di fronte a Baberi che veniva verso di me. Questo incontro mi sconvolse al punto che sembrò che io cadessi a terra a pezzi. Non avevo nemmeno la forza di guardare i suoi occhi né di dire una sola parola. Molto confuso e vergognandomi molto continuai la mia strada, lo lasciai lì, ricordandomi i versi di Muhammed Salikh: Provo vergogna quando incontro colui che amo, i miei compagni si girano verso di me e io distolgo lo sguardo. Questi versi dipingono chiaramente la mia situazione. La violenza della mia passione, il delirio della mia giovinezza e della mia follia mi trascinavano a testa e piedi nudi per sentieri e strade, per giardini e frutteti; trascuravo le attenzioni dovute agli stranieri e agli amici, il rispetto dovuto a me stesso e agli altri. Qualche volta, come un folle, cercavo la solitudine delle montagne, qualche volta giravo di strada in strada, cercando abitazioni e giardini. Non potevo né restare seduto né andarmene, non potevo né stare in piedi né camminare.”

L’amore–passione di Stendhal o di Saffo aveva messo al tappeto il giovane imperatore, per la prima e forse per l’ultima volta. Non conosco descrizioni più toccanti di questo amore appassionato, rispettoso, vittorioso, che fa abbassare gli occhi all’imperatore in presenza di Baberi, che lo rende balbuziente e esitante. La vergogna, il pudore dell’imperatore venivano dall’anima, dal cuore, non era la paura del pregiudizio o il pregiudizio. Baber racconta solo di questa unica passione; la sua vita agitata, pericolosa, piena di scossoni politici e militari, non gli concesse probabilmente la gioia di un secondo amore come il primo. Un uomo occupato può, se lo vuole, uccidere l’amore al suo inizio; e Baber ha dovuto in seguito evitare di avere un padrone così imperioso come l’amore. Questa passione violenta (passione dell’anima al più alto grado, e Baber ha il pudore di non raccontarne lo snudamento), senza recidive conosciute, deve chiarire la tendenza morale di Baber contro la pederastia e la sessualità eterosessuale. Egli traccia il ritratto di tutti i contemporanei, sultani, guerrieri, poeti e dice della maggior parte di loro che erano tropo dediti alla pederastia o alle donne. Se Baber ha conosciuto soprattutto l’uranismo-passione ha pienamente il diritto di criticare la pederastia; forse senza la sua passione per Baberi, sarebbe stato più indulgente verso gli altri o più licenzioso. Per un uomo degno di essere un uomo (come Baber) non c’è rapporto logico tra l’amore passione (amore dell’intelligenza e dei sensi) e il vizio, tra la condotta di Casanova e quella di Desgrieux, tra la condotta di Manon Lescaut e quella di Giulietta e Romeo, tra la condotta di Eliogabalo quella dell’imperatore Adriano o di Mlle de Lespinasse.

Baber lasciò sette figli. Non fu felice con molte delle sue donne. Era un uomo cavalleresco, magnanimo, buon figlio, buon fratello, buon padre, buon amico, senza la furberia e la crudezza dell’Asia. Era molto forte e vigoroso. Amava le arti e scrivere versi. È uno dei più grandi uomini dell’Asia e un grand’uomo alla maniera degli eroi di Plutarco. È stato paragonato a un eroe di Froissart. I medioevo è meno ingenuo di quanto lo si sia creduto, e al di fuori della vita religiosa, poco delicato. L’eroismo di Baber conserva sempre qualcosa della sensibilità orientale. Dopo questi due uomini, Alfieri e Baber, la discesa che si fa per arrivare a Jaen-Jacques Rousseau è rapida.

Jaen-jacques fu un eterosessuale nonostante la sua masturbazione e il suo masochismo, malgrado gli esempi unisessuali, malgrado le stesse tentazioni, perché quando parla di “pericolo” a proposito della sua notte con l’abate, non può che parlare di un pericolo morale.

La tendenza di questo masturbatore (che si abbandonava alla sua abitudine sulla strada principale mentre attendeva Mme d’Houdetot) di fronte all’inversione, stona curiosamente a fianco di quella di Diderot. Strindberg nelle sue memorie si è ricordato dell’indignazione morale di Rousseau.
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(1) M. Maurice Barrès, scritto per questa classe.
(2) Non è forse contro di loro che Mosé e san Paolo hanno lanciato anatemi?
(3) Ẓahīr ud-Dīn Muḥammad, più comunemente noto come Bābur, (Andijan, 14 febbraio 1483 – Agra, 26 dicembre 1530), fu il fondatore della dinastia Mogol in India. Discendente diretto di Tamerlano, riuscì con una lunga serie di successi militari a fondare uno degli imperi più importanti e potenti nella storia dell’India. [Nota del traduttore]
(4) L’anno della spedizione di Carlo VIII a Napoli.

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