OMOSESSUALITA’ DI ALESSANDRO MAGNO

Ben poco sappiamo della omosessualità vissuta in età antica dai ceti popolari e da quelli intermedi, qualche notizia in più possediamo sulla omosessualità dei re e dei grandi personaggi. Tra i grandissimi della storia a proposito dei quali si parla di omosessualità, c’è Alessandro magno.

La questione degli amanti (uomini e donne) di Alessandro è stata molto dibattuta, tanto che sul tema è stato scritto un libro specifico molto serio e documentato “Alexander’s lovers” di Andrew Michael Chugg.

Veniamo ora allo specifico.

Mary Renault ha scritto nel 1972 un bel romanzo storico “The Persian Boy”, pubblicato in Italia nel 1994 col titolo “il ragazzo persiano”. La storia raccontata dalla Renault è per alcuni aspetti terribile: un ragazzo persiano di circa 10 anni vede la sua famiglia, di nobili origini, assalita e sterminata dai nemici del padre, lui è il solo sopravvissuto ma viene catturato e castrato, costretto a lavorare in un harem e avviato non ancora tredicenne alla prostituzione. In una situazione del genere un ragazzo deve aguzzare l’ingegno e farsi forte delle debolezze altrui, se vuole sopravvivere. All’età di 13 anni viene venduto a Dario III, ultimo re achemenide, che aveva conosciuto suo padre. Dario si innamora del ragazzo ne fa il suo eromenos, e in questo lo distingue dagli altri numerosi eunuchi presenti alla sua corte, che pure rivestivano non di rado cariche importanti, lo tratta anche con rispetto e gli consente una buona condizione di vita come preferito del re. La situazione di Bagoas sembrerebbe ormai dignitosa e addirittura prestigiosa, ma nel 334 a.C. Alessandro entra in Persia.

Nel 333, Dario è sconfitto nella battaglia di Isso, in cui, secondo Plutarco, muoiono circa 110.000 persiani (Plutarco, Vita di Alessandro, 20,10). Dario fugge a cavallo abbandonando la battaglia. La famiglia di Dario e il tesoro cadono nelle mani di Alessandro. Dario offre ad Alessandro un ingente riscatto per riavere la sua famiglia ma Alessandro non ne vuole sapere, Dario si riorganizza e il primo ottobre del 331, in Iraq, si scontra nuovamente con Alessandro nella battaglia di Gaugamela ma, dopo lunghe incertezze la sorte è di nuovo favorevole ad Alessandro. Dario è nuovamente costretto a fuggire per continuare la lotta.

Entra qui in scena un altro personaggio, Nabarzane, che nella battaglia di Isso aveva comandato la cavalleria, 20.000 frombolieri e gli arcieri dell’ala destra dell’esercito persiano. È probabile che Nabarzane avesse avuto una posizione di primo piano anche nella battaglia di Gaugamela, fugge comunque insieme con Dario, alla fine della battaglia. Ormai Dario è nella mani di Nabarzane e del satrapo di Battriana, Besso, che ufficialmente sono suoi alti dignitari ma in realtà lo tengono prigioniero. Nel giugno del 330 Dario III viene ucciso da Besso, che spera con questo gesto di ingraziarsi l’amicizia di Alessandro.

Dopo l’uccisione di Dario III, Bagoas finisce nelle mani di Nabarzane. La situazione di Bagoas sembra di nuovo precipitare verso l’abisso.

Nabarzane, che era stato nella prima fase della guerra uno dei nemici più temibili di Alessandro, deve farsi perdonare l’uccisione di Dario III e l’amicizia con Besso, cose entrambe non gradite ad Alessandro, ma Nabarzane sa che ad Alessandro piacciono molto i ragazzi e pensa di offrire Bagoas ad Alessandro come dono di riconciliazione. Chiede quindi a Bagoas di accompagnarlo presso Alessandro e di aiutarlo ad ottenere il perdono del re. Bagoas accetta la proposta di Nabarzane, che d’altra parte non ha alternative.

Curzio Rufo, uno storico romano del tempo di Claudio, nella sua “Storia di Alessandro” così ci presenta Bagoas, che non era originariamente un nome proprio ma una trascrizione greca di un termine persiano che vuole dire eunuco.

“Frattanto [i Macedoni] erano arrivati alla città dell’Ircania dove era stato costruito il palazzo di Dario; lì Nabarzane, avendo ricevuto un salvacondotto, incontrò Alessandro, avendo portato grandi doni, fra questi c’era Bagoas, un eunuco di notevole bellezza e nel fiore dell’adolescenza [aveva probabilmente 15 anni], che era stato amato da Dario e sarebbe stato poi amato dallo stesso Alessandro e fu soprattutto per le suppliche del ragazzo che Alessandro fu indotto a perdonare Nabarzane.”[1]

Bagoas passa così dalle mani di Nabarzane a quelle di Alessandro. Dopo i primi tempi difficili al seguito dei Macedoni, di cui Bagoas non conosce né la lingua né le abitudini, il ragazzo comincia ad apprezzare Alessandro e Alessandro non lo tratta come un prostituto o come uno schiavo ma come un amante e manifesta pubblicamente comportamenti affettuosi verso di lui. Il rapporto di Alessandro con Bagoas non viene meno neppure dopo il matrimonio tra Alessandro e Rossane.

Plutarco (46-48 d.C. – 125-127 d.C.) nella Vita di Alessandro 67.8 così scrive: “si dice che Alessandro, quando era ubriaco [in Carmania nell’anno 325, quando Bagoas doveva avere circa 20 anni] stava assistendo ad una gara di danza. Il suo amato Bagoas vinse la gara e fu premiato, attraversò il teatro ed andò a sedersi accanto ad Alessandro. Vedendo ciò i Macedoni applaudirono e gridarono “dagli un bacio!” finché Alessandro non lo abbracciò e bacio appassionatamente”.

In un brano dei Deipnosophistai, Ateneo di Naucrati (Athen. 603 a-b), morto dopo il 192 d.C., dice che Alessandro era follemente attratto dai ragazzi e continua così: “Comunque, Dicearco [discepolo di Aristotele come lo stesso Alessandro], nel Sacrificio presso Troia, dice che egli [Alessandro] era dominato dall’eunuco Bagoas, tanto che davanti a tutto il teatro si chinò e lo baciò appassionatamente e poiché gli spettatori applaudivano e gridavano lui non disobbedì loro ma si chinò e lo baciò un’altra volta.” Ateneo non parla di ubriachezza di Alessandro, come fa Plutarco, ma riferisce la notizia come derivata da Dicearco da Messina (350 a.C.-290 a.C.) cioè da una fonte contemporanea di Alessandro e quindi attendibile. (N.G.L. Hammond – Sources for Alexander the Great. Cambridge classical studies p. 125-126)

Tuttavia non bisogna farsi sviare da racconti di questo genere, il rapporto tra Alessandro e Bagoas non ha nulla in comune con i rapporti omosessuali di oggi tra persone libere e di condizione sociale più o meno simile. Bagoas, cresciuto in ambienti di inusitata violenza non era certo uno sprovveduto e un episodio riferito da Curzio Rufo ce lo presenta spietato verso chi gli manca di rispetto e lo offende imputandogli la sua condizione di castrato come se fosse una colpa.

“Si giunse dunque a Pasargade: è una gente persiana il cui satrapo era Orsines, eminente fra tutti i barbari per nobiltà e ricchezze, la sua stirpe risaliva a Ciro, un tempo re dei Persiani, aveva ricchezze ereditate dai suoi antenati e ne aveva accumulate molte egli stesso attraverso un lungo esercizio del potere.

Egli andò dunque incontro al re con doni di ogni genere, non solo per il re ma anche per tutti i suoi amici. Intere mandrie di cavalli domati lo seguivano e carri adornati d’oro e di argento, suppellettili preziose e nobili gemme, vasi d’oro di gran peso, vesti di porpora e 3000 talenti di monete d’argento.

Tanta benignità fu comunque la ragione della morte di questo barbaro. Infatti, dopo avere compiaciuto tutti gli amici del re con doni ben al di sopra delle loro aspettative, non rese alcun onore all’eunuco Bagoas che aveva legato a sé Alessandro attraverso la prostituzione; avvisato poi da qualcuno che Bagoas stava a cuore ad Alessandro, rispose che stava onorando gli amici del re e non le puttane del re e che non era abitudine dei Persiani accompagnarsi con maschi che si erano resi femmine tramite la prostituzione.

Udite queste parole l’eunuco esercitò contro quell’uomo eminente e senza colpa il potere che egli aveva guadagnato con la vergogna e col disonore. Istruì segretamente i tipi meno raccomandabili di quella popolazione a sostenere false accuse, avvisandoli di non rendere pubblico nulla fino a quando egli stesso non avesse dato loro il segnale. Frattanto, ogni volta che non c’erano testimoni presenti, riempiva le credule orecchie del re dissimulando la causa della sua ira, al fine di fornire maggiore credibilità alle accuse.

Orsines, anche se ancora non era sospettato era comunque molto meno stimato, dato che era incriminato in segreto, senza essere consapevole del pericolo nascosto. E quello svergognato prostituto, che non si dimenticava dei suoi imbrogli nemmeno nello stupro e nel dovere sopportare la vergogna, ogni volta che riusciva ad accendere l’amore del re nei suoi confronti, accusava Orsines, qualche volta di avarizia e qualche volta addirittura di tradimento.

Le menzogne erano ormai mature per la disgrazia dell’innocente e il fato, che è inevitabile, si avvicinava. Per caso Alessandro diede ordine che fosse aperto il sepolcro di Ciro, dove era custodito il suo corpo, al quale voleva dare esequie solenni, e aveva creduto che fosse un nascondiglio pieno di oro e di argento perché i Persiani avevano lasciato credere che fosse così, ma oltre il suo scudo molto rovinato, due archi scitici e una scimitarra non trovò nulla.

Comunque, dopo avere posto una corona d’oro sul sepolcro, dove giaceva il corpo, lo coprì con il mantello che lui stesso era solito indossare, meravigliandosi che un re di così grande nome e tanto ricco non fosse stato sepolto in modo più solenne di un plebeo.

L’eunuco gli stava al fianco e guardando il re gli disse: “Non c’è da meravigliarsi che le tombe dei re siano vuote quando le case dei loro satrapi non possono contenere l’oro che essi ne hanno portato via! Quanto a me non avevo mai visto la tomba prima, ma avevo saputo da Dario che 3000 talenti d’oro erano stati seppelliti con Ciro. Ecco da dove viene quella generosità verso di te! Donando quello che non poteva tenersi impunemente, Orsines avrebbe comunque conquistato i tuoi favori.”

Aveva ormai già spinto il re alla collera quando arrivarono quelli con coi quali Bagoas si era messo d’accordo. E così lo stesso Bagoas e quelli che lui aveva istruito riempirono le orecchie del re con false accuse. Prima che Orsines potesse sospettare di essere accusato, fu messo in catene.

Non contento della punizione di un innocente, l’eunuco stese la sua mano contro il condannato a morte. Orsines lo guardò e disse: “Avevo saputo che in Asia un tempo avevano regnato delle donne, ma è veramente una novità che a regnare sia un castrato!” Questa fu la fine di uno dei più nobili dei Persiani, non solo innocente ma di esimia generosità verso il re.”[2]

Tutto il racconto di Curzio Rufo tende a dipingere Bagoas come un individuo viscido che arriva ad imporre il suo potere, conquistato con la prostituzione, costringendo addirittura Alessandro a condannare a morte di un innocente.
Certo il quadro dipinto da Curzio Rufo è del tutto diverso da quello che emerge del romanzo di Mary Renault, che nella omosessualità vede un valore positivo.

Va tenuto presente che Bagoas è un personaggio poco conosciuto dal grande pubblico, che è abituato ad associare l’idea della possibile omosessualità di Alessandro ad un altro personaggio: Efestione, nobile Macedone, nato nello stesso anno di Alessandro e divenuto in pratica in numero due dell’impero di Alessandro.

Alessandro, che non aveva mai celato i suoi sentimenti verso Bagoas a maggior ragione non nascose quelli verso Efestione ma cercò di definirli in base al modello rappresentato da Achille e Patroclo, sottolineando le analogie.

Arriano così racconta: “Quando [Alessandro] arrivò a Troia, Menezio, il pilota, lo incoronò con una corona d’oro e dopo di lui Cares Ateniese, che veniva da Sigeum, così come alcuni altri, sia Greci che locali, fecero la stessa cosa. Alessandro allora decorò la tomba di Achille con una ghirlanda, e si dice che Efestione abbia decorato quella di Patroclo nello stesso modo.” (Arriano, Anabasi di Alessandro, 1, 12, 1)

Plutarco aggiunge anche che Alessandro corse nudo insieme ai compagni attorno alla tomba di Achille: “Inoltre unse di olio la pietra tombale di Achille e, secondo l’uso partecipò nudo a una gara di corsa lì accanto, e incoronò la tomba con delle ghirlande, dicendo che l’eroe [Achille] era stato fortunato nell’avere. in vita. un amico fedele [Patroclo] e, dopo morto, un grande araldo della sua fama [Omero].”(Alex. 15, 8).

Va sottolineato che la nudità nelle gare atletiche era la regola e non aveva alcuna valenza sessuale, neppure vagamente simbolica. Ricordo che la parola greca “ginnasio” (greco γυμνάσιον), che indicava qualcosa di simile alla nostra palestra, deriva da γυμνός «nudo» proprio perché i giovani nei ginnasi si cimentavano nudi nella gare atletiche.

Il rapporto tra Alessandro ed Efestione, modellato su quello di Achille e Patroclo, è lontanissimo dal rapporto tra Alessandro e Bagoas. La vera ragione della diversità non sta nel fatto che Bagoas fosse un eunuco mentre Efetsione era un militare di carriera dalla indiscussa virilità, la differenza sostanziale tra Efestione e Bagoas è la differenza di rango sociale. Con Bagoas si può scherzare anche in pubblico, mentre Efestione deve essere presentato come un modello.

Va detto che, comunque, la storiografia, in particolare quella romana, ha cercato di svalutare anche il ruolo militare e politico di Efestione. I tempi cambiano e con essi anche la storia viene rivisitata e reinterpretata. Una sola domanda sorge spontanea: che cosa hanno le storie cosiddette omosessuali di Alessandro in comune con la moderna omosessualità? La risposta è netta: in comune c’è ben poco. Bagoas non può che seguire la sua sorte e deve forzarsi ad accettare l’amore (ma è veramente tale?) di personaggi del calibro del re di Persia e di Alessandro magno. Lo stesso Efestione, pur colmo di onori, non è comunque un uomo libero perché l’uomo che lo onora, che lo celebra e forse lo ama è pur sempre il suo re e il suo padrone. Il mondo di oggi ha guadagnato almeno in parte la categoria della libertà e questo conta moltissimo anche nella vita affettiva e sessuale.
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[1] Iam ad urbem Hyrcaniaein qua regia Darei fuit ventum erat; ibi Nabarzanes, accepta fide occurrit, dona ingentia ferens. Inter quae Bagoas erat, soecie singulari spado, atque in ipso flore pueritiae, cui er Dareus assuerat et mox Alexander assuevit; eiusque maxime precibus motus Nabarzani ingnovit. (Curzio Rufo, Storia di Alessandro VI, 5, 22-23)

[2] Ventum est deinde Parsagada: Persica est gens, cuius satrapes Orsines erat, nobilitate ac divitiis inter omnes barbaros eminens. Genus ducebat a Cyro, quondam rege Persarum: opes et a maioribus traditas habebat et ipse longa imperii possessione cumulaverat. Is regi cum omnis generis donis, non ipsi modo ea, sed etiam amicis eius daturus, occurrit. Equorum domiti greges sequebantur currusque argento et auro adornati, pretiosa supellex et nobiles gemmae, aurei magni ponderis vasa vestesque purpureae et signati argenti talentum III milia. Ceterum tanta benignitas barbaro causa mortis fuit. Nam cum omnes amicos regis donis super ipsorum vota coluisset, Bagoae spadoni, qui Alexandrum obsequio corporis devinxerat sibi, nullum honorem habuit: admonitusque a quibusdam Bagoam Alexandro cordi esse, respondit, amicos regis, non scorta se colere nec moris esse Persis, mares ducere, qui stupro effeminarentur. His auditis spado potentiam flagitio et dedecore quaesitam in caput nobilissimi et insontis exercuit. Namque gentis eiusdem levissimos falsis criminibus adstruxit monitos, tum demum ea deferre, cum ipse iussisset. Interim quotiens sine arbitris erat, credulas regis aures inplebat dissimulans causam irae, quo gravior criminantis auctoritas esset. Nondum suspectus erat Orsines, iam tamen vilior. Reus enim in secreto agebatur, latentis periculi ignarus, et inportunissumum scortum ne in stupro quidem et dedecoris patientia fraudis oblitum, quotiens amorem regis in se accenderat, Orsinen modo avaritiae, interdum etiam defectionis arguebat. Iam matura erant in perniciem innocentis mendacia et fatum, cuius inevitabilis sors est, adpetebat. Forte enim sepulcrum Cyri Alexander iussit aperiri, in quo erat conditum eius corpus, cui dare volebat inferias. Auro argentoque repletum esse crediderat — quippe ita fama Persae vulgaverant — sed praeter clipeum eius putrem et arcus duos Scythicos et acinacem nihil repperit. Ceterum corona aurea imposita, amiculo cui adsueverat ipse, solium, in quo corpus iacebat, velavit, miratus tanti nominis regem tantis praeditum opibus haud pretiosius sepultum esse, quam si fuisset e plebe. Proximus erat lateri spado, qui regem intuens, ‘Quid mirum,’ inquit, ‘est inania sepulcra esse regum, cum satraparum domus aurum inde egestum capere non possint? Quod ad me attinet, ipse hoc bustum antea non videram, sed ex Dareo ita accepi, III milia talentum condita esse cum Cyro. 35 Hinc illa benignitas in te, ut, quod impune habere non poterat Orsines, donando etiam gratiam iniret.’ Concitaverat iam animum in iram, cum hi, quibus negotium idem dederat, superveniunt. Hinc Bagoas, hinc ab eo subornati falsis criminibus occupant aures. Antequam accusari se suspicaretur, Orsines in vincula est traditus. Non contentus supplicio insontis spado ipse morituro manum iniecit. Quem Orsines intuens, ‘Audieram,’ inquit, ‘in Asia olim regnasse feminas, hoc vero novum est regnare castratum!’ Hic fuit exitus nobilissimi Persarum nec insontis modo, sed eximiae quoque benignitatis in regem. (Curzio Rufo, Storia di Alessandro X, I, 22-38)

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SESSO GAY DA PIACERE A PREOCCUPAZIONE

Caro Project,
è da circa un mese che ho trovato il tuo forum, negli ultimi giorni ho letto due post sul tema della coppia gay (“Amore gay e scelte di coppia” e “Gay ed elogio della solitudine”) e allora ho pensato di scriverti, perché quei due post mi hanno fatto molto riflettere. Io sono un 29enne di una grande città del nord e circa 4 anni fa mi sono innamorato di un ragazzo che aveva allora 20 anni e ne ha ora 24, qui lo chiamerò Marco, che non è il suo vero nome.

Io non sono mai stato uno con la fissa del sesso, mi piace, questo è un fatto, ma lo considero una componente tra le altre della vita di una persona. Direi anzi che sono stato sempre piuttosto imbranato in fatto di sesso. Quando ho incontrato Marco avevo 25 anni e non ero mai stato con un ragazzo, non avevo nemmeno cercato accanitamente le occasioni, semplicemente non era mai successo, nelle rare occasioni in cui l’ipotesi di fare sesso era più realistica, ho evitato scrupolosamente di farmi coinvolgere, un po’ perché quei ragazzi non mi attiravano troppo e un po’ perché non volevo rimanere incastrato, ma non per dedicarmi a fare la bella vita, solo per evitare di finire in meccanismi dai quali è difficile uscire.

Ho conosciuto Marco per puro caso in ambienti legati al volontariato. All’inizio non pensavo nemmeno che fosse gay, mi stava simpatico in modo istintivo e poi era, per me almeno, il tipico bel ragazzo, cioè era fisicamente il ragazzo dei miei sogni. All’inizio abbiamo parlato molto e mi è piaciuto subito anche se era un po’ nevrotico e molto determinato, con le sue idee ben piazzate in testa.
Abbiamo cominciato ad uscire insieme per i motivi più banali, poi mi sono reso conto che la cosa stava evolvendo, mi stringeva la mano per un attimo di troppo, mi guardava fisso negli occhi, si prendeva qualche piccola libertà e soprattutto si appoggiava a me, chinava la testa sulla mia spalla. Spesso lo accompagnavo a casa e restavamo a parlare per ore soprattutto dei suoi problemi con i suoi genitori, che letteralmente non sopportava, ma dovrei usare un’espressione molto più forte. Quando i genitori lo chiamavano al telefono
rispondeva proprio con rabbia, in modo astioso.

Poi ha cominciato ad esserci tra noi anche contatto fisico, l’iniziativa era sempre sua, a me la cosa faceva piacere e piano piano siamo arrivati ai primi contatti esplicitamente sessuali e poi proprio a passare insieme nottate di sesso. Rimanevo impressionato e incantato da quanto potesse essere coinvolto, per me la cosa più bella era vederlo partecipare in modo totale, in sostanza è stato un bellissimo periodo, è durato cinque o sei mesi, poi gradualmente ha cominciato a dirmi che non era soddisfatto, che mi voleva bene ma che aveva bisogno di altro. Io non sapevo che cosa rispondere ma alla fine ho cercato di facilitargli il distacco. Si è messo con un altro ragazzo e ce l’ha messa tutta per fare funzionare la storia con quest’altro ragazzo ma dopo un po’ di mesi ha lasciato anche quel ragazzo. È tornato da me e io ne ero felice, ma mi ha detto che da me voleva solo sesso e che la vita di coppia non era cosa per lui. Io ho pensato che quello fosse magari un atteggiamento momentaneo e che poi il nostro rapporto sarebbe maturato in una vera relazione di coppia, ma non è successo così, si è trovato altri ragazzi, anche questi solo per fare sesso e ha continuato a farlo anche con me, con me sempre col preservativo, con gli altri proprio non lo so anche se ho cercato di insistere molto perché non mettesse nei guai.

Il nostro rapporto è andato avanti ma certe volte mi trovo in un forte imbarazzo perché voglio un mondo di bene a questo ragazzo ma temo di essere per lui solo uno sfogo sessuale, so che non è così e che tra noi c’è qualcosa di forte o almeno credo che si sia, ma non riesco a capire la sua smania di sesso per cui penso che accetti anche dei rischi pur di fare sesso quando ne sente la necessità. Mi cerca sempre e solo per avere rapporti con me, la cosa in teoria sarebbe pure gradevole ma oltre certi limiti comincia a preoccuparmi, non so che cosa rispondergli, anche perché certe cose mi spiazzano parecchio. Per lui il sesso sembra quasi un sostituto dell’affettività della quale non vuole nemmeno sentire parlare. Se lo chiamo io mi dice che sono un ipocrita che dice di non essere interessato al sesso ma che poi lo chiama solo per quello. Tende a leggere qualsiasi discorso che gli faccio come una richiesta implicita di sesso, come se uno non potesse essere interessato a lui come persona ma dovesse avere per forza una finalità sessuale. Io ho paura di deluderlo, di scoraggiarlo di allontanarlo da me ma lui mi dice che non lo cambierò e che lui è fatto così e ha le sue esigenze e che se voglio stare con lui può essere solo così. Anche se penso che in fondo il legame che c’è tra noi abbia anche radici affettive tutt’altro che superficiali.

Marco è una ragazzo che ha una dignità, che non mi ha mai messo in difficoltà con nessuno, ma è come se per lui il sesso avesse un valore enorme, come se fosse una specie di riscatto da una vita che non deve averlo gratificato molto. Tante volte mi ha detto che su di lui ho cercato di costruire un personaggio ma che quel personaggio non ha nulla a che vedere con la sua realtà che è molto più elementare e molto più di basso livello.

Project, io non voglio un altro ragazzo, voglio solo lui, anche a metà, anche se mi dovessi adattare a situazioni che non sono affatto quelle che sarebbero ideali per me, ma mi chiedo che cosa posso fare per lui, lo vedo scontento, nevrotico, anche se dice sempre il contrario. Se gli dico “ti voglio bene” alza il sopracciglio e mi dice: “ Tu non hai capito proprio come sono io!” Però ci sentiamo ogni giorno o quasi… insomma, Project, non so proprio come comportarmi con lui, cerco di assecondarlo ma facendo così perdo anche la mia spontaneità e lui se ne accorge e reagisce male. È possibile che il sesso diventi addirittura una preoccupazione? Io penso che sia proprio quello che mi sta succedendo.

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GAY ED ELOGIO DELLA SOLITUDINE

Nella fiaba di Cenerentola un principe azzurro compare all’improvviso, si innamora di Cenerentola e la trasforma da serva in regina. Questa fiaba, che ha alimentato i sogni di tante ragazzine e che, ovviamente, si può declinare anche in chiave gay, proprio perché alimenta i sogni, rischia di rendere traumatici i risvegli, quando, aperti finalmente gli occhi, ci si rende conto di aver costruito castelli in aria fondati sulle sabbie mobili di un mito. È indubbio però che il mito persiste perché anche se non è assolutamente realistico corrisponde ad un’esigenza profonda che non è tanto quella dell’amore in sé ma quella di dare una svolta alla propria vita. Cenerentola non sogna l’amore con un suo pari, ma sogna che l’amore possa essere la chiave della sua trasformazione in regina. Amore e riscatto sociale in questa fiaba compaiono solo insieme e l’amore è, anzi, solo strumentale. Cenerentola continuerebbe a sognare il suo bel principe se si accorgesse che non è un principe, che non diventerà re e non la farà regina, perché è solo un ragazzo come tanti altri, magari bello, ma con tutto il seguito dei suoi complessi e delle sue manie? Leggendo la storia in chiave gay, ovviamente, spariscono i balli e la corte e con queste cose sparisce la gratificazione pubblica, resta comunque l’idea che il principe azzurro compirà il miracolo e trasformerà il verme in farfalla, anche qui, quindi, l’amore è essenzialmente un mezzo e non un fine. Quanti gay sognano il principe azzurro e si illudono di trovarlo in questo o in quel ragazzo, quanti gay si svegliano traumaticamente dai loro sogni e invece di tenere i piedi ben saldi per terra si mettono comunque alla ricerca di un nuovo principe azzurro! La pia illusione in questo caso consiste nel credere che l’altro ci possa corrispondere al 100%, che il contato con lui possa essere totalmente gratificante, che l’altro non abbia difetti e debolezze di nessun genere o meglio che possa esistere in “nostro” principe azzurro. In tutto questo atteggiamento domina l’idea di egocentrismo, che è una della componenti più forti della personalità, ma qui domina al punto di richiedere all’altro di esistere in funzione nostra. L’altro, in tanto ha un senso e un valore, in quanto mi gratifica e corrisponde esattamente ai miei desideri. Ma questa forma di egocentrismo urta contro un dato di fatto insuperabile: l’altro è veramente altro da noi, ha i suoi sogni, i suoi desideri, i suoi punti deboli, le sue fragilità e l’essere coppia è sempre parziale, c’è qualcosa di comune e ci sono cose che non possono essere comuni perché si tratta di persone diverse, con alle spalle storie diverse. Coppia, quindi, non sempre e comunque, non come ricetta per risolvere i problemi individuali ma solo se esiste una vera anche se parziale corrispondenza, coppia quindi, sempre e solo parziale e certo non coppia come realtà in cui i singoli vengono ad annullarsi. E quando non c’è relazione di coppia? La risposta è una sola: la solitudine, tanto demonizzata ma indispensabile per costruire l’equilibrio individuale. Solitudine non significa vita eremitica ma capacità di staccarsi dalle cose e anche dalle persone per tornare nella propria individualità, per recuperare il senso e il valore della parzialità e della relatività di un rapporto di coppia o di amicizia. Solitudine per imparare il valore dell’effimero e del relativo. Il mito del principe azzurro conduce alla dicotomia radicale o serva o regina, ma il buon senso dimostra come gli stati intermedi siano infiniti ed abbiano comunque un valore proprio perché possibili, il valore del relativo e del parziale, che però è reale, mentre il mito, proprio perché sublime, non ha nulla di reale. La solitudine come capacità di distacco è un valore fondamentale proprio perché aiuta a non buttare via tante realtà che pur non essendo gratificanti al 100% hanno comunque aspetti positivi, ovviamente non hanno solo aspetti positivi, ma non per questo devono essere svalutate e spazzate via. Per uno della mia età, poi, la solitudine diventa un abito mentale che non è affatto una forma di disagio ma risponde all’esigenza di tirare le somme e di ridare ordine all’esperienza. Quante volte il mito del principe azzurro produce ansia nella fase dei sogni e delusione nella fase del risveglio! Non sarebbe meglio tenere i piedi ben saldi per terra e cominciare a vedere le cose con distacco? Mi rendo conto che questi sono i classici ragionamenti dei vecchi per i quali il realismo non è una scelta ma una necessità. Certo è che ora la prima esigenza che sento è quella di riposare, non quella di sognare. Vorrei un contatto più immediato e diretto con la natura, in altri termini vorrei recuperare la solitudine, questa fedele compagna della vita.

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AMORE GAY E SCELTE DI COPPIA

Project,
leggendo il tuo forum ho trovato tante belle storie di coppie gay, certe molto complicate ma alla fine erano comunque vere storie di coppie forti, cioè di coppie esclusive in cui uno trova nell’altro il suo completamento. Non ti nascondo che mi piace leggere queste storie e pensare che queste cose possono esistere, magari però per gli altri, perché nella mia esperienza non c’è mai stato nulla di simile. Non voglio lamentarmi di questo, perché, alla fine, pure io amo troppo la libertà per pensare di creare una coppia forte, quindi se non mi è mai capitato non dipende solo dai ragazzi che ho conosciuto che non se la sentivano, perché non me la sentivo nemmeno io. Una coppia forte, l’ho sognata e desiderata durante l’adolescenza, forse fino a 22 o 23 anni, poi ho cominciato ad apprezzare i ragazzi soprattutto come amici, mi piaceva stare con loro in modo cameratesco, per divertirci insieme, ma l’idea del rapporto di coppia ho finito per metterla da parte. Ho avuto i miei amori ma mai una vita di coppia e a distanza di qualche anno posso dire che non la rimpiango, almeno non rimpiango di non averla avuta con i ragazzi che ho conosciuto, che sono ottimi ragazzi, ma che sentivo pure lontani da me sotto parecchi punti di vista. Ci sono dei ragazzi che mi piacciono molto, uno in particolare, posso dire di volergli bene e tra noi ci sono stati dei trascorsi, ma poi ha conosciuto altri ragazzi, anche se un rapporto non superficiale con me lo ha mantenuto sempre, direi soprattutto un rapporto di complicità, un fidarsi uno dell’altro, direi che c’è rimasta un’amicizia vera, però anche nel definire l’amicizia vera ci andrei piano, mai niente di troppo esclusivo o forme di quasi simbiosi, una bella amicizia ma con molti spazi di autonomia e con lunghe pause in cui non ci si sente. Eppure a quel ragazzo ci penso spesso, ma quello che è strano è che non ci penso come partner sessuale, o forse sì, anche quello, ma molto raramente, mi piacerebbe abitare con lui nella stessa casa ma penso che comunque dovrebbe mantenere la sua totale autonomia. Lo vorrei vedere felice, ma non penso di essere io la persona che può farlo felice, ci abbiamo provato e non ha funzionato. Ci conosciamo da alcuni anni, lui ha avuto le sue storie, all’inizio sembravano travolgenti, poi piano piano se ne stancava e interrompeva il rapporto coi suoi partner, qualcuno lo perdeva proprio di vista, con qualche alto manteneva un rapporto di amicizia come con me, forse anche più importante del rapporto che aveva con me. È sempre rimasto perplesso dal fatto che io non fossi geloso, in effetti, quando stava coi suoi ragazzi, almeno all’inizio, era contento e quella contentezza la percepivo anche io, ma in positivo, non come qualcosa tolto a me ma come qualcosa di dato a lui. Sarei stato geloso se i suoi ragazzi me lo avessero portato via, se mi avessero tolto la sua presenza, ma non è mai successo, o meglio è successo per qualche mese al massimo ma poi gli equilibri si sono ristabiliti esattamente come prima. Oggi come oggi non cerco un ragazzo per creare una coppia forte, perché un mio mondo affettivo ce l’ho ed è anche gratificante. Quando parlo con quel ragazzo mi sento in imbarazzo ma so che è una cosa seria, cioè che è una cosa seria anche da parte sua, ovviamente non è il classico rapporto di coppia o la classica forte amicizia, ci sono degli aspetti complessi e forse anche oscuri, ma c’è qualcosa che dura nel tempo, o almeno che finora si è conservata e si è forse anche arricchita. Negli ultimi due anni ho avuto anche altre due occasioni serie, cioè ho conosciuto due ragazzi che avrebbero voluto mettersi con me, ma non me la sono sentita, con questi due ragazzi le cose tendevano a prendere la classica piega dei rapporti di coppia esclusivi, i discorsi andavano avanti facilmente, perfino troppo facilmente, mentre con lui, cioè col ragazzo al quale continuo a pensare ogni giorno, ci sono state spesso anche incomprensioni e perfino litigi, però era proprio un’altra cosa, almeno per me era proprio un’altra cosa. Quando si parla di coppia, secondo me, si va per schemi fissi, ma poi la realtà della vita nella sua complessità manda in frantumi quegli schemi fissi e le cose si organizzano da sé in modo del tutto imprevisto e imprevedibile. Non so se posso dirmi innamorato, direi piuttosto che mi sento sereno e soprattutto che so quello che non voglio. Vorrei convivere con quel ragazzo, sarebbe il mio sogno ma con ogni probabilità una cosa del genere lui non l’accetterebbe mai, a parte l’impraticabilità di fatto per troppe ragioni contingenti. Forse il mio è solo un sogno ma a lui ci penso molto e vorrei veramente vederlo felice.
Un caro saluto, Project. Ovviamente, se vuoi, pubblica questa mail.

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PADRE POLIZIOTTO E FIGLIO GAY

Ciao Project,
ho 56 anni, sono separato da mia moglie da più di venti, ho un figlio di 26 anni, che qui chiamerò Andrea, ma non si chiama così. Finché mio figlio ha avuto 19-20 anni io avevo con lui solo un rapporto molto condizionato dalla presenza della madre. In pratica tutte le sue scelte erano orientate della madre, avvertivo in lui una ostilità nei miei confronti e non sapevo trovarne una ragione credibile. Mio figlio con me era formale, mi teneva a distanza, mi rispondeva sempre in modo evasivo e, in pratica, penso non gradisse neppure passare il tempo con me anche se io facevo di tutto per non condizionarlo. Con mia moglie, nei primi mesi dopo la separazione, i rapporti sono stati più difficili, poi, col tempo, le cose sono cambiate, c’era di mezzo Andrea e né io né mia moglie abbiamo cercato di rifarci una vita. Finché Andrea ha avuto 15-16 anni, succedeva spesso che io e mia moglie parlassimo di lui, soprattutto perché non andava bene a scuola e non sapevamo che cosa fare, poi mia moglie si è chiusa progressivamente in un silenzio completo su Andrea, mi dava delle notizie ma solo col contagocce e sapere qualcosa da Andrea era praticamente impossibile perché a priori mi vedeva come un nemico. Le cose tra noi sono cambiate solo l’estate scorsa per un motivo legato al mio lavoro e questo fatto mi ha cambiato oggettivamente la vita. Io lavoro in polizia, non è il mestiere più facile e più gratificante che esiste ma era quello che avevo sempre desiderato. Bene, alcuni mesi prima, un’indagine molto delicata mi aveva portato a contatto con un gruppo di ragazzi gay, non gente di giri strani ma solo ragazzi gay. Due di questi ragazzi erano sospettati di un reato piuttosto pesante e correvano grossi rischi penali. Sembrava che tutti gli indizi si concentrassero su questi due ragazzi ma io con loro avevo parlato e non avevano proprio nulla che mi facesse pensare che potessero commettere un reato come quello, che aveva l’impronta tipica dei professionisti. La faccio breve per lasciare le cose nel vago e non mettere a rischio la privacy di nessuno. In pratica non ho chiuso il caso perché i conti non mi tornavano e sono andato più a fondo nella faccenda e ne è vento fuori che quei due ragazzi non c’entravano assolutamente nulla ma erano stati messi in mezzo da tre veri delinquenti. Per quei ragazzi è finita bene, anche perché non avevano fatto nulla, ma è evidente che per loro si è trattato con ogni probabilità della più brutta avventura della loro vita, erano maggiorenni ma ancora molto giovani e ci sono andati di mezzo i genitori che hanno saputo che i due ragazzi erano gay e hanno reagito nel peggiore dei modi. Dopo la fine delle indagini, i veri colpevoli sono stati rinviati a giudizio e la posizione dei due ragazzi è stata archiviata perché palesemente estranei ai fatti. I due ragazzi si sono sentiti rispettati da me e, a cose concluse, mi sono venuti a trovare prima in ufficio e poi a casa, con loro ho parlato diverse volte e siamo andati anche insieme a cena. Beh, in quella occasione ho capito molto più da vicino che cosa sono i gay, non che prima avessi particolari pregiudizi ma oggettivamente non ne sapevo molto. Bene, questi fatti, ormai di qualche mese prima, erano arrivati all’orecchio di mio figlio che qualche tempo dopo la fine della disavventura penale dei due ragazzi, li aveva conosciuti e aveva cominciato a frequentarli. Nota, Project, anche se sembra paradossale, che io non sapevo che mio figlio li frequentava ma loro lo sapevano che Andrea era mio figlio e non mi hanno detto nulla, è stato mio figlio che un giorno mi ha chiamato in ufficio e mi ha invitato a cena, una cosa decisamente anomala, che non era mai successa, ci siamo dati appuntamento alla mia solita pizzeria e lui si è presentato con i due ragazzi e si sono seduti tutti allo stesso tavolo. Sul primo momento io ero un po’ perplesso e non sapevo che dire, anche se fare due più due quattro era in realtà facilissimo. Andrea mi ha detto: “Papà, vabbe’ non c’è bisogno di dire nulla, il discorso più difficile non serve nemmeno farlo… o no?” Gli ho risposto: “Beh, effettivamente non c’è bisogno…”. Poi Andrea mi ha detto che aveva capito chi ero io veramente attraverso quei due ragazzi, perché mia moglie lo aveva sempre dissuaso dall’idea di parlare apertamente con me, dicendogli che non lo avrei mai capito né tanto meno accettato. È un anno che ho recuperato il rapporto con mio figlio ed è una cosa bellissima, ci sentiamo spesso e qualche volta viene a casa mia con i suoi amici, io dico casa mia, ma in sostanza è casa sua perché sta quasi sempre da me. Adesso conosco parecchi suoi amici e sono ragazzi come lui, certe volte ci sediamo tutti insieme in salotto e ci mettiamo a parlare, sono ragazzi che si innamorano di ragazzi, io penso che essere gay sia proprio questo, ma si innamorano veramente e poi, anche se sono ragazzi grandi (alcuni lavorano già) vedo che sono contenti di venire da me perché è un po’ come se ritrovassero qualcosa di simile a una famiglia accogliente che non hanno mai avuto. Vedendo questi ragazzi da vicino proprio non capisco perché tanta gente ce l’ha con loro, sono ragazzi come si deve che andrebbero capiti e rispettati. Ora spezzo una lancia in favore di mia moglie, lei non ha cercato di allontanare Andrea da me per tenerselo tutto per sé, ma veramente pensava che io l’avrei presa malissimo… questo è il segno di quanto poca comunicazione ci possa essere tra un marito e una moglie. Ora i miei rapporti con mia moglie sono migliorati proprio perché lei ha capito che non avrei in nessun modo reso la vita difficile ad Andrea. Pensare che mio faglio ha fiducia in me, che mi considera una persona come si deve con la quale si può parlare da pari a pari mi riempie di gioia perché sento di nuovo di avere un ruolo nella sua vita. Con me non recita ma dice quello che pensa veramente. Ormai non è più un ragazzo ma è un uomo adulto ed è un uomo come si deve, che ha una dignità e non si abbasserebbe mai a cose meschine. Tante volte abbiamo parlato anche di sesso e ne abbiamo parlato in modo molto diretto. In quelle situazioni ho cercato di essere con lui quanto più onesto possibile, senza assumere la parte del papà. Non credo che per un padre ci sia nulla di più bello che sentirsi apprezzato dal figlio ed è quello che da qualche mese ormai comincia a succedermi. Project, ti ho mandato questa mail perché mio figlio mi ha fatto conoscere Progetto gay e me ne ha parlato molto bene. Io ho cercato di leggere il più possibile per farmi una mia idea e non posso che confermare quello che mi ha detto mio figlio. Vai avanti nel fare quello che fai e non mollare per nessuna ragione perché stai facendo una cosa che ha un senso profondo, anche se spesso non visibile, stai seminando grano buono che porterà il suo frutto. Ovviamente mi farebbe piacere vedere questa mail pubblicata e penso che farebbe piacere anche a mio figlio!
Buona serata Project, da oggi hai un amico in più.

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RISCHIO HIV E PRATICHE SESSUALI. OMS NUOVE LINEE GUIDA HIV

Mi capita, purtroppo anche spesso, di parlare con ragazzi che hanno rapporti sessuali non protetti, anche con sconosciuti, e che tendono a sottovalutarne il rischio.

Non sarò mai abbastanza chiaro su un punto: il rischio HIV, e anche i rischi connessi alla trasmissione di altri gravi patogeni per via sessuale, devono essere prevenuti perché per l’HIV non c’è di fatto alcuna terapia che permetta l’eradicazione. La prevenzione resta “l’unica arma” che abbiamo veramente a disposizione contro l’HIV-AIDS.

Non tutti i tipi di rapporto sessuale sono ugualmente pericolosi in termini di rischio HIV.

In genere il rischio di infezione HIV per singola esposizione è così stimato:

(fonte novembre 2013 http://www.lila.it/images/doc/info/PPE-LineeGuida2013.pdf ):

Rapporti con eiaculazione interna:
recettivo anale: in media 1.43% (dallo 0.042% al 3.0%)
recettivo orale: in media 0.02% (dallo 0% allo 0.04%)
Rapporto recettivo anale senza eiaculazione interna: in media 0.65% (dallo 0.15% all’1.53%)
Rapporto insertivo anale: 0.06% (dallo 0.06% allo 0.065%)

Trattandosi di rischio, non va mai sottovalutato che si tratta di rischio di infettarsi di HIV. I valori riportati NON devono in nessun caso essere considerati come una svalutazione del rischio. Avere 20 rapporti anali recettivi con un sieropositivo comporta un rischio di contrarre l’HIV di circa il 30% (un rischio enorme, che secondo alcuni autori può arrivare al 60%) è proprio per questo che bisogna pensare prima di agire. Sottolineo che i rapporti orali NON sono immuni dal rischio HIV, 100 rapporti orali recettivi con un sieropositivo espongono ad un rischio di contrarre l’HIV del 2% (secondo alcuni autori addirittura del 4%).

Aggiungo che altri virus di malattie sessualmente trasmesse hanno un’infettività di molto superiore a quella dell’HIV. Quindi la prevenzione è fondamentale sotto ogni punto di vista e non deve MAI essere trascurata, per nessuna ragione.

Pochi giorni fa, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha pubblicato le linee guida consolidate per la prevenzione, la diagnosi, il trattamento e la cura dell’HIV nelle popolazioni chiave dal punto di vista della trasmissione del virus (tra le quali sono anche gli omosessuali maschi), Luglio 2014

http://apps.who.int/iris/bitstream/10665/128048/1/9789241507431_eng.pdf?ua=1&ua=1

Questo documento, che è la sintesi del lavoro di un gran numero di scienziati di tutto il mondo e che parte da un’analisi aggiornata di una mole enorme di dati, presenta molti aspetti importanti per la popolazione omosessuale (essenzialmente per la popolazione omosessuale maschile).

Nel documento si legge:

“L’epidemia di HIV tra gli uomini che fanno sesso con gli uomini continua ad espandersi in molti paesi. Nelle grandi aree urbane la prevalenza dell’HIV tra gli uomini che fanno sesso con gli uomini è in media 13 volte maggiore rispetto a quella della popolazione generale. Uno dei motivi dell’alta prevalenza dell’HIV tra gli uomini che fanno sesso con gli uomini consiste nel fatto che la trasmissione dell’HIV attraverso un rapporto anale senza preservativo è più efficiente di quella attraverso un rapporto vaginale senza preservativo, e i rischi a livello individuale per l’acquisizione di HIV tra gli uomini che fanno sesso con gli uomini includono: rapporti anali non protetti ricettivi, elevato numero di partner maschi e concomitante uso di droghe iniettive.

Guardando il problema per regione geografica, le stime di prevalenza dell’HIV tra gli uomini che fanno sesso con gli uomini vanno dal 3,0% in Medio Oriente e in Nord Africa al 25,4% nei Caraibi. In Kenya, l’unico paese africano con dati attendibili di incidenza dell’HIV, un’incidenza annuale superiore al 20% era riferita di recente a Mombasa. Altri paesi in Africa segnalano alta prevalenza, per esempio, la Costa d’Avorio, dove la prevalenza di HIV tra gli uomini che fanno sesso con gli uomini è stata stimata al 18%. In altre regioni in cui l’incidenza dell’HIV tra gli uomini che fanno sesso con gli uomini è monitorata, non ci sono prove di diminuzione. Infatti, per esempio, Cina e Thailandia segnalano un’incidenza crescente.

La legislazione discriminatoria, lo stigma (anche da parte degli operatori sanitari) e la violenza omofoba in molti paesi sono i principali ostacoli alla fornitura di servizi per l’HIV agli gli uomini che fanno sesso con gli uomini e limitano il loro accesso ai servizi che già esistono. Molti paesi criminalizzano i rapporti omosessuali (di omosessualità maschile oppure di omosessualità sia maschile che femminile). A partire dal dicembre 2011 le pratiche omosessuali sono state criminalizzate in 38 dei 53 stati africani. Nelle Americhe, in Asia, in Africa e nel Medio Oriente, 83 paesi hanno leggi che considerano illegale il sesso tra uomini. Il livello delle sanzioni legali previste e il livello di reale applicazione delle norme penali differisce da paese a paese.”

Il Dipartimento HIV e altri reparti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità attualmente stanno sviluppando o aggiornando una serie di linee guida relative alle popolazioni chiave e quindi anche alla popolazione omosessuale maschile. Queste includono:

• Trattamento dell’epatite C (completato dal team Epatite durante lo sviluppo delle linee guida sull’HIV e incluso in quelle linee guida) e trattamento dell’epatite B e screening dell’epatite B e C (da completare durante 2014-15);

• Contraccezione e guida HIV (compilato dal Dipartimento di Salute riproduttiva e ricerca e incluso nelle linee guida sull’HIV);

• Guida alla profilassi post-esposizione (PEP) (da completare entro la fine del 2014 da parte del Dipartimento HIV e da includere in una versione aggiornata delle linee guida sull’HIV);

• Guida alle infezioni sessualmente trasmesse (da completare entro l’inizio del 2015 da parte del Dipartimento di Salute riproduttiva e ricerca, da includere in una versione aggiornata della guida per l’HIV).

Per la prevenzione dell’infezione da HIV le linee guida segnalano nell’ordine:

1) L’uso corretto e costante del preservativo con lubrificanti compatibili col preservativo per prevenire la trasmissione sessuale dell’HIV e della altre malattie sessualmente trasmesse.

2) Tra gli uomini che fanno sesso con gli uomini è raccomandata la profilassi prima dell’esposizione al virus, come scelta ulteriore di prevenzione, all’interno di un programma complessivo di prevenzione. È la prima volta che l’Organizzazione Mondiale della Sanità inserisce la profilassi dell’HIV come misura preventiva per gli omosessuali maschi. (Raccomandazione forte, con evidenza di alto livello)

3) Dove ci sono coppie con un solo partner sieropositivo, come ulteriore scelta di prevenzione dell’HIV, per loro, è consigliato l’uso di profilassi orale con una somministrazione giornaliera per il partner non infetto.

4) La profilassi post esposizione dovrebbe essere disponibile per le persone facenti parte della popolazioni chiave (i gay maschi ne fanno parte), su base volontaria, dopo una possibile esposizione all’HIV. In Italia la profilassi post esposizione è già disponibile. Se iniziata entro le 24 ore dal possibile contagio, riduce il rischio di circa l’80%. Chi teme di aver contratto l’HIV può rivolgersi immediatamente (nel più breve tempo possibile) ad un pronto soccorso ospedaliero, ove potrà consultare un medico che gli illustrerà gli effetti collaterali della profilassi e, se del caso, potrà ricevere i medicinali e iniziare immediatamente la profilassi. (Una trattazione seria, ma di interesse medico della profilassi post esposizione si può trovare nel documento

http://www.lila.it/images/doc/info/PPE-LineeGuida2013.pdf

una informazione sommaria si può trovare alla pagina http://www.lila.it/it/infoaids/467-ppe.html).

Circa il fatto che la circoncisione risulti un fattore che diminuisce il rischio di contagio HIV va osservato che la circoncisione riduce il rischio di trasmissione dell’HIV DALLA DONNA ALL’UOMO di circa il 60%. Non ci sono evidenze che una diminuzione del rischio possa riguardare anche i rapporti omosessuali. La circoncisione, per un omosessuale, non rappresenta quindi una diminuzione del rischio.

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MACHIAVELLI OMOSESSUALE

Indagare sulla sessualità di grandi personaggi del passato non è sempre facile, per alcuni la documentazione derivante dalla corrispondenza privata è assai ridotta ma esplicita, come nel caso di Torquato Tasso, per altri, che pur hanno lasciato una mole notevolissima di corrispondenza privata, la documentazione è talvolta realmente criptata e di difficile interpretazione, come nel caso di Niccolò Machiavelli.

Leggendo la corrispondenza privata tra Machiavelli e Francesco Vettori, ambasciatore della Repubblica fiorentina presso la corte pontificia, qualche volta si resta spesso perplessi, perché si giunge alla fine della lettura di una lettera con la netta impressione di non aver compreso esattamente il senso che si cela dietro le parole.

Machiavelli era un personaggio di notevole rilievo politico e le lettere da lui inviate, anche quelle private, erano soggette a una qualche forma di criptazione che le rendeva ostiche da interpretare per chiunque non possedesse le giuste chiavi di lettura. I discorsi contenuti in particolare nella corrispondenza privata col Vettori, talora apparentemente vaghi e incomprensibili, sono in realtà pieni di sottintesi e di metafore che è possibile decifrare correttamente solo se ci si è molto familiarizzati con quella forma di corrispondenza.

Tanto premesso entriamo in argomento.

Machiavelli nacque a Firenze il 3 Maggio 1469.

Il 23 Maggio del 1498, quando Machiavelli aveva appena compiuto 29 anni, fra Girolamo Savonarola fu impiccato e bruciato in piazza della Signoria. Tra metà di Giugno e metà di Luglio Machiavelli fu eletto segretario della Seconda Cancelleria e divenne anche segretario del Consiglio del Dieci che si occupava della politica di espansione territoriale di Firenze e degli affari della guerra. Nel 1501, a 32 anni, un età decisamente matura per l’epoca, Machiavelli sposò Marietta Corsini, dalla quale ebbe 7 figli. Si potrebbe sostenere che non v’è prova più convincente della eterosessualità esclusiva di Niccolò, tuttavia, molti anni dopo, Francesco Vettori, scrivendo ad un Machiavelli quasi 54enne, il 17 Aprile 1523, dirà: “noi qualche volta accusiamo la stessa natura come matrigna, quando invece dovremmo accusare i nostri genitori e noi stessi: tu, se ti fossi conosciuto veramente a fondo non avresti mai preso moglie; e mio padre, se avesse conosciuto i miei desideri e le mie abitudini non mi avrebbe mai congiunto ad una moglie, come uno che la natura aveva generato per il gioco e per il divertimento, non desideroso di fare soldi e minimamente preoccupato del proprio patrimonio. Ma una moglie mi avrebbe costretto a cambiare, cosa che però non può realizzarsi felicemente per nessuno”[1]

Il discorso del Vettori sembra alludere più alle avventure eterosessuali, sia di Machiavelli che del Vettori, entrambi molto liberi nei comportamenti sessuali, piuttosto che alla omosessualità, ma, come avremo modo di vedere, Machiavelli certamente non disdegnò anche avventure omosessuali e probabilmente un discorso analogo si potrebbe fare anche per il Vettori.

Che Machiavelli non solo fosse eterosessuale ma che andasse a cercare sesso per foia anche con prostitute di bassissimo livello è testimoniato da una sua lettera dell’8 dicembre 1509, quando Machiavelli aveva 40 anni, a Luigi Giucciardini (fratello dello storico Francesco Guicciardini). Machiavelli racconta infatti al Guicciardini di essere andato per smania incontenibile di sesso (affogaggine) con una donna bruttissima, un autentico mostro, per il solo fatto che c’era appena un filo di luce che non permetteva di vederla chiaramente, poi, però, preso un tizzone dal fuoco e acceso il lume, vide quanto fosse brutta e ne provò un fortissimo senso di rigetto.[2]

Il il 27 maggio 1510, un anonimo delatore infilò in una buca delle denunce anonime questa denuncia: “Notifichasi a voi, signori Otto, chome Nicholò di messer Bernardo Machiavelli fotte la Lucretia vochata la Riccia nel culo”. Machiavelli era quindi accusato di sodomia con una prostituta di nome Lucrezia chiamata la Riccia. L’accusa parla di sodomia ma con una donna, la vox populi che tenta di screditare Machiavelli, un uomo politicamente importante, sposato e con parecchi figli, non contiene quindi nessun riferimento alla omosessualità, che sarebbe stato, d’altra parte, poco credibile.

Le fortune politiche di Machiavelli sono legate alla Repubblica fiorentina e alle concezioni filo-popolari di Pier Soderini, gonfaloniere perpetuo. Il 16 Settembre 1512, dopo la fuga di Soderini, i Medici riprendono il controllo di Firenze e le sorti di Machiavelli precipitano. Il 7 novembre è deposto dai suoi incarichi, il 10 condannato ad un anno di confino entro il territorio fiorentino. Sospettato di avere favorito la congiura di Agostino Capponi e Pietropaolo Boscoli per riportare la Repubblica, il 12 febbraio del 1513, è arrestato e posto al supplizio della fune.

Machiavelli cerca rapidamente di mobilitare i suoi amici potenti e ottiene dei risultati. Mentre Capponi e Boscoli sono messi a morte, Machiavelli è condannato a pagare una cauzione ingente, che non è in grado di pagare, ma esce comunque di prigione in tempi brevi perché l’11 Marzo 1513, Giovanni de’Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, già nominato cardinale all’età di 13 anni, diviene Papa Leone X. All’elezione di Leone X segue a Firenze l’amnistia generale e Machiavelli, uscito di prigione, prende la prudente decisione di sparire da Firenze e di ritirarsi nel podere dell’Albergaccio, in Sant’Andrea in Percussina. Machavelli aveva allora 44 anni.

Il 19 Dicembre 1513, Machiavelli scrive a Vettori una lettera, criptica nella prima parte ma assai interessante nella seconda, dal nostro punto di vista. Limitiamoci all’analisi della seconda parte, che suggerisce anche una ragione per la cripticità della prima.

Machiavelli ricorda che Vettori aveva scritto quattro versi a proposito di un certo Riccio, un ragazzo disponibile a contatti omosessuali, indicando anche i nomi di quelli che erano messi in berta per essere andati col Riccio. Machiavelli recitò quei versi a mente a Giovanni Machiavelli accusandolo quindi di attività omosessuali. Giovanni Machiavelli se la prese a male e cercò di insistere dicendo “che non sa dove voi avete trovato che tocchi”. Vettori non aveva assolutamente accusato Giovanni Machiavelli di omosessualità ma era stato Niccolò che cambiando i nomi aveva dato l’impressione che invece lo avesse fatto. Giovanni Machiavelli vuole dare e chiedere spiegazioni e Niccolò se la ride per la beffa che ha ingegnato. Va notato che il verbo “toccare” significa compiere atti omosessuali. Questa parola è fondamentale perché, come vedremo, serve a interpretare correttamente un discorso che Machiavelli fa a proposito di se stesso.[3]

Nella stessa lettera Machiavelli accenna ad un frate francescano che fa politica predicando e scaglia dal pulpito parole di fuoco. Machiavelli scrive, non senza pungente ironia: “Queste cose mi sbigottirono ieri in modo, che io aveva andare questa mattina a starmi con la Riccia, e non vi andai; ma io non so già, se io avessi auto a starmi con il Riccio, se io avessi guardato a quello. La predica io non la udi’, perché io non uso simili pratiche, ma la ho sentita recitare così da tutto Firenze.[4]

Il 5 Gennaio 1514 Machiavelli scrive una interessantissima lettera al Vettori.[5] Esordisce osservando che gli uomini sono ciechi nelle cose in cui peccano quanto sono acerrimi persecutori dei vizi che non hanno.

Così, dunque, Machiavelli scrive al Vettori che gli aveva dimostrato di essere preoccupato del fatto che l’aver ospitato in casa sua ser Sano, un noto omosessuale, potesse screditarlo attraverso le chiacchiere di Filippo Casavecchia, e gli spiega che Filippo Casavecchia, anche lui noto omosessuale ed amico di Machiavelli, non avrebbe mai criticato Vettori neppure se ser Sano fosse rimasto a casa sua da un giubileo all’altro, e anzi si sarebbe congratulato col Vettori per la scelta. E il Brancaccio poi, un altro noto omosessuale amico di Machiavelli, non avrebbe osato fare commenti neppure se il Vettori si fosse portato a casa tutto il bordello di Valencia, anzi lo avrebbe considerato un grand’uomo più per questo che se lo avesse visto parlare meglio di Demostene davanti al Papa.

Filippo Casavecchia avrebbe considerato sconveniente che Vettori si portasse in casa ragazzi facili, ma non uno come ser Sano che era prudente e Brancaccio non avrebbe gradito vedere Vettori in compagnia d puttane da quattro soldi. Se però Vettori avesse dato seguito ai loro consigli, allontanando ser Sano e le donne facili, Casavecchia si sarebbe chiesto ben presto dove fosse finito ser Sano e avrebbe fatto di tutto per farlo ritornare. Machiavelli aggiunge, per rendere le cose ancora più chiare, un discorso che suona più o meno così: se io fossi capitato in casa di Vettori quando questi avesse cacciato via ser Sano e le donne facili da casa sua, “io che corro appresso sia ai ragazzi che alle ragazze [6] avrei detto “Caro ambasciatore, vi ammalerete perché non sembra che vi pigliate nessuno spasso, qui non ci sono ragazzi e non ci sono donne, che casa di cazzo è questa?”

Il 25 Febbraio 1514, Machiavelli scrive al Vettori una lettera [7] molto interessante, ne riporto il testo integrale in nota e ne trascrivo qui alcune parti, semplificando le descrizioni dei luoghi, dettagliatissime nel testo, e cercando ci rendere il senso in un linguaggio più comprensibile a prima lettura. “Ho ricevuto la vostra lettera dell’altra settimana e ho aspettato fino adesso a rispondervi perché volevo avere notizie più chiare circa un fatto che vi racconterò qui di seguito e dopo potrò rispondere convenientemente alla vostra lettera. È accaduta una cosa gentile o, per chiamarla col suo vero nome una metamorfosi ridicola, che sarebbe degna di essere annotata nei libri degli antichi. E dato che io non voglio che nessuno possa lamentarsi di me, ve la racconterò nascosta sotto forme allegoriche”

Machiavelli, in premessa, cerca quindi di solleticare la curiosità del Vettori e si appresta a raccontare il fatto alla maniera delle novelle di Boccaccio.

Giuliano Brancacci, desideroso, per così dire, di andare alla macchia [che significa andare in cerca di contatti omosessuali], una sera di qualche giorno fa, dopo l’Ave Maria, vedendo che il tempo era coperto e ventoso e che cominciava a piovigginare (cose tutte che si può ben credere che ogni uccello aspetti), tornato a casa, si mise un paio di scarpe grosse [come quelle che si usano per andare a caccia], si cinse alla vita il carniere, prese con sé una lanterna e gli strumenti per dare la caccia agli uccelli, e se ne andò per un bel po’ serpeggiando tra i vicoli e i vicoletti che portano al centro della città, e non trovando uccelli ad aspettarlo, se ne andò dalle parti dell’orafo che voi conoscete, fece un altro po’ di strada e, cercando con molta attenzione nei luoghi dove gli uccelli sono soliti rintanarsi, trovò un bel tordo giovane e lo catturò usando dei suoi attrezzi per uccellare e lo portò nel fondo del burrone, sotto la grotta dove alloggiava il Panzano.

Si intrattenne quindi col giovane tordo e, trovando che aveva la “vena” larga, dopo avergliela baciata più volte, gli riacconciò due penne della coda e lo mise nel carniere di dietro.”

Fin qui la metafora, poi Machiavelli continua più o meno così [anche qui rendo il testo in modo più comprensibile]:

“Dato che non posso allungare troppo il discorso, procederò in chiaro e andò oltre le metafore. Il Brancaccio, che aveva scovato il tordo volle capire chi fosse e glielo chiese e il ragazzo gli rispose essere Michele nipote di Consiglio Costi. Quindi il Brancaccio gli disse: – Tu sei figlio di un uomo dabbene e se ci saprai fare, tu hai trovato la tua strada – Quindi il Brancaccio [sentendo che correva il rischio di essere immischiato in affari pericolosi] disse al ragazzo [mentendo] di essere Filippo da Casavecchia [8] e gli disse anche dove aveva bottega [il Casavecchia, ovviamente]. Dato che io adesso non ho denaro con me, vieni o manda qualcuno direttamente a bottega domani mattina e io ti pagherò.

Venuta la mattina il ragazzo, che era più lascivo che stupido, mandò un altro da Filippo Casavecchia con un foglietto, in cui gli si chiedeva il pagamento del suo debito e gli si ricordava quello che aveva promesso. Filippo lesse il biglietto e fece la faccia triste e rispose: Chi è costui e che vuole da me? Io non ho niente a che fare con lui, digli che venga da me. Il ragazzo che aveva portato il biglietto tornò da Michele, che lo aveva mandato e gli raccontò della risposta di Filippo Casavecchia. Il ragazzetto non si impaurì neppure un po’ e se ne andò dal Casavecchia, gli rinfacciò i benefici da lui goduti e concluse che se lui pensava di poterlo ingannare a quel modo e egli non avrebbe avuto nessun problema a biasimarlo pubblicamente.

Al che Filippo si vide messo alla strette, fece entrare il ragazzo in bottega e gli disse: – Michele, tu sei stato imbrogliato, [ma non da me!] io sono un uomo molto morigerato e non vado appresso a cose così squallide, perciò devi pensare piuttosto a ritrovare chi ti ha ingannato, in modo che chi ha ricevuto piacere da te ti paghi il dovuto, piuttosto che ad insultarmi in questo modo senza che tu ne ottenga nessun vantaggio. Adesso tornatene a casa e vieni domani da me e ti dirò quello che avrò escogitato. –

Il ragazzo se ne andò tutto confuso e accettò l’idea di ritornare l’indomani dal Casavecchia. Il quale Casavecchia, rimasto solo, era molto preoccupato del fatto e non gli sembrava di poterne uscire facilmente e si sentiva agitato come il mare davanti a Pisa quando tira forte il Libeccio. Diceva tra sé: – Se mi sto buono e zitto e tengo buono Michele con un fiorino, io finisco per essere ricattato da lui, mi riconosco suo debitore, confesso il peccato e da innocente che sono divento colpevole, ma se io nego senza trovare il vero colpevole io potrei essere messo a confronto col ragazzo, dovrei giustificarmi con lui e pure con gli altri e il torto sarebbe tutto dalla parte mia. Se mi metto a cercare di capire come sono andare veramente le cose, però, dovrei comunque incolpare qualcuno, potrei non riuscire ad attribuire la colpa a nessuno, mi farei dei nemici e con tutto questo non ne uscirei comunque pulito –

Mentre egli era così angosciato, scelse l’ultima ipotesi come meno sgradevole e fu tanto fortunato che la prima idea che gli venne in mente la indirizzò al bersaglio giusto! E pensò che fosse stato il Brancaccio a fargli quel brutto tiro, perché il Brancaccio era uno che andava a caccia di ragazzi (macchiauolo, si dava alla macchia, nel doppio senso del termine) e altre volte lo aveva ingannato.

Se ne andò quindi a trovare Alberto Lotti, gli raccontò il fatto, gli disse quello che aveva in mente e gli chiese di parlare riservatamente con Michele, che era suo parente, per vedere se si potevano avere altri riscontri. Il Lotti, che era uno pratico di quelle cose e se ne intendeva, pensò subito che Casavecchia ci avesse visto giusto e gli promise che avrebbe fatto il possibile, mandò quindi a chiamare Michele e raggiratolo per un bel pezzo, arrivò a questa conclusione. Disse al ragazzo: Se tu sentissi parlare quello che si è spacciato per Filippo Casavecchia, avresti tu il coraggio di riconoscerlo dalla voce? – Il ragazzo gli rispose di sì e Lotti lo portò con sé a sant’Ilario dove sapeva che il Brancaccio spesso si intratteneva e accortamente, veduto il Brancaccio che si sedeva in mezzo a tanta gente a raccontare storie, fece avvicinare il ragazzo alle spalle di Brancaccio in modo che lo sentisse parlare, poi gli si presentarono davanti e Brancaccio vedendoli, cambiò rapidamente atteggiamento e si allontanò e la cosa fu ben chiara a tutti. Filippo Casavecchia ne uscì completamente pulito e il Brancaccio fu coperto di insulti. E a Firenze in quest’ultimo carnevale non s’è parlato d’altro, se non : – Sei tu il Brancaccio o il Casa{vecchia}? – E questa storia fu notissima a chiunque. Io penso che ne abbiate avuto già notizia ma ho voluto raccontarvelo lo stesso nel dettaglio, perché mi sembrava mio dovere.

Quanto a voi posso dirvi soltanto di seguire l’amore a briglie sciolte perché quel piacere che potete prendervi oggi non potrete prenderlo domani, e le se le cose stanno come me le avete descritte, io Vi invidio più del re d’Inghilterra! Vi prego di seguire la vostra stessa inclinazione e non fatevene scappare nulla per alcuna ragione, perché io credo, credetti e crederò sempre che sia vero quello che dice Boccaccio: che è meglio cioè fare e pentirsi, che non fare e pentirsi!”

Fin qui, come s’è potuto vedere, Machiavelli fa della omosessualità un tema per storielle piccanti alla maniera di Boccaccio, accenna anche al suo “toccare” cioè al fatto che non disdegna anche attività omosessuali, ma manca del tutto la dimensione affettiva dell’omosessualità. Machiavelli ha ormai 45 anni, ha moglie e sette figli ormai grandi e si comporta ancora come un giovanotto che va in allegra brigata a caccia di avventure.

Tuttavia una lettera al Vettori del 3 Agosto 1514 [9] dimostra che Machiavelli provò anche il lato affettivo della omosessualità. Si congratula con Vettori per le sue avventure amorose romane e gli dice di aver trovato corrispondenza “in una creatura tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile, et per natura et per accidente, che io non potrei né tanto laudarla, né tanto amarla, che la non meritasse più.” e aggiunge: “Et non crediate che Amore a pigliarmi habbia usato modi ordinarii, perché, conoscendo non li sarebbono bastati, tenne vie extraordinarie, dalle quali io non seppi, et non volsi guardarmi. Bastivi che, già vicino a cinquanta anni né questi soli mi offendono, né le vie aspre mi straccano, né le obscurità delle notti mi sbigottiscano. Ogni cosa mi pare piano, et a ogni appetito, etiam diverso et contrario a quello che doverrebbe essere il mio, mi accomodo. Et benché mi paia essere entrato in gran travaglio, tamen io ci sento dentro tanta dolcezza, sì per quello che quello aspetto raro et suave mi arreca, sì eziam per havere posto da parte la memoria di tutti e mia affanni, che per cosa del mondo, possendomi liberare, non vorrei.”

Non sappiamo chi sia la “creatura” tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile, ma certo è la prima volta che Machiavelli non usa i toni della satira boccaccesca ma quelli dell’amore.

Se ancora fosse rimasto qualche dubbio che si tratta di un amore omosessuale, sarà fugato facilmente da una lettera di Vettori a Machiavelli del 16 gennaio 1515 [10]

Vettori così si rivolge a Machiavelli:
“Caro compare. Io non ho lettere da nessuno che io legha più volentieri, che le vostre, e vorrei potere scrivere molte choxe, le quale conosco non potersi commettere alle lettere. E’ sono più mesi che io intexi benissimo in che modo amavi, e fui per dirvi: «Ah, Coridon, Coridon, quae te dementia cepit?». Poi, pensando intra me medesimo che questo mondo non è altro che amore, o, per dir più chiaro, foia, mi ritenni; e sono ito considerando quanto li huomini in questo chaxo son dischosto chol chuore a quello dicono cholla bocha”

La citazione latina è tratta dalla seconda Ecloga di Virgilio (Bucoliche II, 69). “Ahi, Corydon Corydon, Che follia ti prese?” La Follia di Corydon era l’amore per il bell’Alessi. Corydon era già ai tempi di Virgilio uno dei miti più noti legati alla omosessualità e certo Vettori ne era ben cosciente quando citò Corydon e la seconda Bucolica in rapporto a Machiavelli. Corydon assunse un tale valore simbolico che André Gide (personaggio al quale dedicherò presto un articolo) intitolò proprio Corydon un dialogo pubblicato nel 1924 che contiene un primo tentativo di demolire il perbenismo che condannava l’omosessualità. Gide scrive nel Corydon: “L’importante è comprendere che, là dove voi dite contro natura, basterebbe dire: contro costume”. Dopo la pubblicazione del Corydon di Gide, Paul Claudel, intellettuale cattolico, tolse il saluto a Gide. L’omofobia cattolica attuale ha radici lontane.

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[1] nos aliquando naturam ipsam tamquam novercam incusamus, cum potius parentes aut nos ipsos incusare debemus: tu, si te ipsum bene novisses, numquam uxorem duxisses; pater meus, si ingenium, si mores meos scisset, me numquam uxori alligasset, quippe quem ad ludos, ad iocos natura genuerat, lucris non inhiantem, rei familiari minime intentum. Sed uxor filie me mutare coegerit, quod nemimi feliciter succedere potest.– Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971 http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_07.htm.

[2] Niccolò Machiavelli a Luigi Guicciardini
Verona, 8 dicembre 1509
Spectabili viro Luigi Guicciardini in Mantova tanquam fratri carissimo.
Affogaggine, Luigi; et guarda quanto la Fortuna in una medesima faccienda dà ad li huomini diversi fini. Voi, fottuto che voi havesti colei, vi è venuta voglia di rifotterla et ne volete un’altra presa; ma io, stato fui qua parechi dì, accecando per carestia di matrimonio, trovai una vechia che m’imbucatava le camicie, che sta in una casa che è più di meza sotterra, né vi si vede lume se non per l’uscio. Et, passando io un dì di quivi, la mi riconobbe et, fattomi una gran festa, mi disse che io fussi contento andare un poco in casa, che mi voleva mostrare certe camicie belle, se io le volevo comperare. Onde io, nuovo cazo, me lo credetti, et, giunto là, vidi al barlume una donna con uno sciugatoio tra in sul capo et in sul viso, che faceva el vergognoso, et stava rimessa in uno canto. Questa vechia ribalda mi prese per mano et, menatomi ad colei, dixe: Questa è la camicia che io vi voglio vendere, ma voglio la proviate prima et poi la pagherete.
Io, come peritoso che io sono, mi sbigotti’ tucto; pure, rimasto solo con colei et al buio (perché la vechia si uscì sùbito di casa et serrò l’uscio), per abbreviare, la fotte’ un colpo; et benché io le trovassi le coscie vize et la fica umida et che le putissi un poco el fiato, nondimeno, tanta era la disperata foia che io havevo, che la n’andò. Et facto che io l’hebbi, venendomi pure voglia di vedere questa mercatantia, tolsi un tizone di fuoco d’un focolare che v’era et accesi una lucerna che vi era sopra; né prima el lume fu apreso, che ’l lume fu per cascarmi di mano. Omè! fu’ per cadere in terra morto, tanta era bructa quella femina. E’ se le vedeva prima un ciuffo di capelli fra bianchi et neri, cioè canuticci, et benché l’avessi el cocuzolo del capo calvo, per la cui calvitie ad lo scoperto si vedeva passeggiare qualche pidochio, nondimeno e pochi capelli et rari le aggiugnevono con le barbe loro infino in su le ciglia; et nel mezo della testa piccola et grinzosa haveva una margine di fuoco, che la pareva bollata ad la colonna di Mercato; in ogni puncta delle ciglia di verso li ochi haveva un mazetto di peli pieni di lendini; li ochi haveva uno basso et uno alto, et uno era maggiore che l’altro, piene le lagrimatoie di cispa et e nipitelli dipillicciati; il naso li era conficto sotto la testa arricciato in su, et l’una delle nari tagliata, piene di mocci; la bocca somigliava quella di Lorenzo de’ Medici, ma era torta da uno lato et da quello n’usciva un poco di bava, ché, per non havere denti, non poteva ritenere la sciliva; nel labbro di sopra haveva la barba lunghetta, ma rara; el mento haveva lungo aguzato et torto un poco in su, dal quale pendeva un poco di pelle che le adgiugneva infino ad la facella della gola. Stando adtonito ad mirare questo mostro, tucto smarrito, di che lei accortasi volle dire: — Che havete voi messere? —; ma non lo dixe perché era scilinguata; et come prima aperse la bocca, n’uscì un fiato sì puzolente, che trovandosi offesi da questa peste due porte di dua sdegnosissimi sensi, li ochi et il naso, e’ m’andò tale sdegno ad lo stomaco per non potere sopportare tale offesa, tucto si commosse et commosso operò sì, che io le rece’ addosso. Et così, pagata di quella moneta che la meritava, ne parti’. Et per quel cielo che io darò, io non credo, mentre starò in Lombardia, mi torni la foia; et però voi ringratiate Iddio della speranza havete di rihavere tanto dilecto, et io lo ringratio che ho perduto el timore di havere mai più tanto dispiacere.
Io credo che mi avanzerà di questa gita qualche danaio, et vorre’ pure, giunto ad Firenze, fare qualche trafficuzo. Ho disegnato fare un pollaiolo; bisognami trovare uno maruffino che me lo governi. Intendo che Piero di Martino è così sufficiente; vorrei intendessi da lui se ci ha el capo, et rispondetemi; perché, quando e’ non voglia, io mi procaccierò d’uno altro.
De le nuove di qua ve ne satisfarà Giovanni. Salutate Jacopo et raccomandatemi ad lui, et non sdimenticate Marco.
In Verona, die viii Decembris 1509.
Aspecto la risposta di Gualtieri ad la mia cantafavola.
Niccolò Machiavegli
http://www.classicitaliani.it/machiav/p … s.html#170 Niccolò Machiavelli, Tutte le opere, a cura di Mario Martelli, Sansoni editore, Firenze 1971.
[3] Quelli quattro versi che voi scrivete del Riccio, nel principio della lettera di Donato, noi li dicemmo a mente a Giovanni Machiavelli; e in cambio del Machiavello e del Pera vi annestammo Giovanni Machiavelli. Lui ne ha fatto un capo come una cesta; e dice che non sa dove voi avete trovato che tocchi, e che ve ne vuole scrivere in ogni modo; e per un tratto Filippo e io ne avemmo un piacere grande.
[4] http://digilander.libero.it/il_machiave … ttere.html Edizione di riferimento: “Tutte le opere storiche e letterarie di Niccolò Machiavelli”, a cura di Guido Mazzoni e Mario Casella, G. Berbera Editore, Firenze, 1929.
[5] Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971.
Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori
Firenze, 5 gennaio 1514
Magnifico oratori florentino Francisco Victorio benefattori suo observandissimo.
Magnifico oratore. Egli è per certo gran cosa a considerare quanto gli huomini sieno ciechi nelle cose dove e’ peccono, et quanto e’ sieno acerrimi persecutori de’ vizii che non hanno. Io vi potrei addurre in exemplis cose greche, latine, hebraiche, caldee, et andarmene sino ne’ paesi del Sophi et dei Prete Janni, et addurreve’li, se li exempli domestichi et freschi non bastassino. Io credo che ser Sano sarebbe possuto venirvi in casa dall’un giubbileo all’altro, et che mai Filippo harebbe pensato che vi desse carico alcuno; anzi gli sarebbe parso che voi dipigneste ad usar seco, et che la fosse proprio pratica conforme ad uno ambasciadore, il quale, essendo obbligato ad infinite contenenze, è necessario habbia de’ diporti et delli spassi; et questo di ser Sano gli sarebbe parso che quadrasse appunto, et con ciascuno harebbe laudato la prudenza vostra, et commendatovi insino al cielo di tale electione. Dall’altro canto, io credo che se tutto il bordello di Valenza vi fosse corso per casa, non sarebbe stato mai possibile che il Brancaccio ve ne havesse ripreso, anzi vi harebbe di questo più commendato che se vi havesse sentito innanzi al papa orare meglio che Demosthene.
Et se voi havessi voluto vedere la ripruova di questa ragione, vi bisognava, senza che loro havessino saputo delli ammonimenti l’uno dell’altro, che voi havessi fatto vista di credere loro, et volere observare i loro precepti. Et serrato l’uscio alle puttane, et cacciato via ser Sano, et ritiratovi al grave, et stato sopra di voi cogitativo, e’ non sarebbono a verun modo passati quattro dì, che Filippo harebbe cominciato a dire: Che è di ser Sano? Che vuol dire che non ci capita più? Egli è male che non ci venga; a me pare egli uno huomo dabbene: io non so quel che queste brigate si cicalano, et parmi che egli habbia molto bene i termini di questa corte, et che sia una utile bazzicatura. Voi doverreste, ambasciadore, mandare per lui. Il Brancaccio non vi dico se si sarebbe doluto et maravigliato della absenzia delle dame, et se non ve lo havessi detto, mentre che egli havessi tenuto vòlto il culo al fuoco, come harebbe fatto Filippo, e’ ve lo harebbe detto in camera da voi a lui. Et per chiarirvi meglio, bisognava che in tal vostra disposizione austera io fussi capitato costì, che tocco et attendo a femmine: subito avvedutomi della cosa, io harei detto: Ambasciadore, voi ammalerete; e’ non mi pare che voi pigliate spasso alcuno; qui non ci è garzoni, qui non sono femmine; che casa di cazzo è questa?
Magnifico oratore, e’ non ci è se non pazzi; et pochi ci sono che conoschino questo mondo, et che sappino che chi vuol fare a modo d’altri non fa mai nulla, perché non si truova huomo che sia di un medeximo parere. Cotestoro non sanno che chi è tenuto savio il dì, non sarà mai tenuto pazzo la notte; et che chi è stimato huomo da bene, et che vaglia, ciò che e’ fa per allargare l’animo et vivere lieto, gli arreca honore et non carico, et in cambio di essere chiamato buggerone o puttaniere, si dice che è universale, alla mano et buon compagno. Non sanno anche che dà del suo, et non piglia di quel d’altri, et che fa come il mosto mentre bolle, che dà del sapore suo a’ vasi che sanno di muffa, et non piglia della muffa de’ vasi.
Pertanto, signore oratore, non habbiate paura della muffa di ser Sano, né de’ fracidumi di mona Smeria, et seguite gli instituti vostri, et lasciate dire il Brancaccio, che non si avvede che egli è come un di quelli forasiepi, che è il primo a schiamazzare et gridare, et poi, come giugno la civetta, è il primo preso. Et Filippo nostro è come uno avvoltoio, che quando non è carogne in paese, vola cento miglia per trovarne una; et come egli ha piena la gorga, si sta su un pino et ridesi delle aquile, astori, falconi et simili, che per pascersi di cibi delicati si muoiono la metà dell’anno di fame. Sì che, magnifico oratore, lasciate schiamazzare l’uno, et l’altro empiersi il gozzo, et voi attendete alle faccende vostre a vostro modo.
In Firenze, addì 5 di gennaio 1513.
Niccolò Machiavelli
[6] “tocco et attendo a femmine”. Toccare è un verbo specifico che indica attività omosessuali. Tocco e attendo non sono sinonimi e di questo abbiamo già visto un esempio chiaro in una lettera precedentemente esaminata
[7] Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori
Firenze, 25 febbraio 1514
Magnifico oratori florentino Francisco Vettorio apud S. Pontificem suo observandissimo.
Rome.
Magnifico oratore. Io hebbi una vostra lettera dell’altra settimana, et sono indugiatomi ad hora a farvi risposta, perché io desideravo intendere meglio il vero di una novella che io vi scriverrò qui dappiè: poi risponderò alle parti della vostra convenientemente. Egli è accaduto una cosa gentile, o vero, a chiamarla per il suo diritto nome, una metamorfosi ridicola, et degna di esser notata nelle antiche carte. Et perché io non voglio che persona si possa dolere di me, ve la narrerò sotto parabole ascose.
Giuliano Brancacci, verbigrazia, vago di andare alla macchia, una sera in fra l’altre ne’ passati giorni, sonata l’Ave Maria della sera, veggendo il tempo tinto, trarre vento, et piovegginare un poco (tutti segni da credere che ogni uccello aspetti), tornato a casa, si cacciò in piedi un paio di scarpette grosse, cinsesi un carnaiuolo [cerniere], tolse un frugnuolo [lanterna da caccia], una campanella al braccio, et una buona ramata [strumento per la caccia agli uccelli]. Passò il ponte alla Carraia, et per la via del Canto de’ Mozzi ne venne a Santa Trinita, et entrato in Borgo Santo Appostolo, andò un pezzo serpeggiando per quei chiasci che lo mettono in mezzo; et non trovando uccelli che lo aspettassino, si volse dal vostro battiloro, et sotto la Parte Guelfa attraversò Mercato, et per Calimala Francesca si ridusse sotto il Tetto de’ Pisani; dove guardando tritamente tutti quei ripostigli, trovò un tordellino, il quale con la ramata, con il lume, et con la campanella fu fermo da lui, et con arte fu condotto da lui nel fondo del burrone sotto la spelonca, dove alloggiava il Panzano, et quello intrattenendo et trovatogli la vena larga et più volte baciatogliene, gli risquittì [riacconciare le penne agli uccelli] dua penne della coda et infine, secondo che gli più dicono, se lo messe nel carnaiuolo di drieto.
Ma perché il temporale mi sforza a sbucare di sotto coverta, et le parabole non bastano, et questa metaphora più non mi serve, volle intendere il Brancaccio chi costui fosse, il quale gli disse, verbigrazia, essere Michele, nipote di Consiglio Costi. Disse allhora il Brancaccio: — Sia col buono anno, tu sei figliuolo di uno huomo dabbene, et se tu sarai savio, tu hai trovata la ventura tua. Sappi che io sono Filippo da Casavecchia, et fo bottega nel tal lato; et perché io non ho danari meco, o tu vieni, o tu mandi domattina a bottega, et io ti satisfarò. — Venuta la mattina, Michele, che era più presto cattivo che dappoco, mandò un zana a Filippo con una poliza richiedendoli il debito, et ricordandoli l’obbligo; al quale Filippo fece un tristo viso, dicendo: — Chi è costui, o che vuole? io non ho che fare seco; digli che venga a me. — Donde che, ritornato il zana a Michele, et narratogli la cosa, non si sbigottì di niente il fanciullo, ma animosamente andato a trovare Filippo, gli rimproverò i benefici ricevuti, et li concluse che se lui non haveva rispetto ad ingannarlo, egli non harebbe rispetto a vituperarlo; tale che parendo a Filippo essere impacciato, lo tirò drento in bottega, et li disse: — Michele, tu sei stato ingannato; io sono un huomo molto costumato, et non attendo a queste tristizie; sì che egli è meglio pensare come e’ si habbi a ritrovare questo inganno, et che chi ha ricevuto piacere da te, ti ristori, che entrare per questa via, et senza tuo utile vituperare me. Però farai a mio modo; andra’tene a casa, et torna domani a me, et io ti dirò quello a che harò pensato. — Partissi il fanciullo tutto confuso; pure, havendo a ritornare, restò paziente. Et rimasto Filippo solo, era angustiato dalla novità della cosa, et scarso di partiti, fluctuava come il mare di Pisa quando una libecciata gli soffia nel forame. Perché e’ diceva: Se io mi sto cheto, et contento Michele con un fiorino, io divento una sua vignuola, fummi suo debitore, confesso il peccato, et di innocente divento reo: se io niego senza trovare il vero della cosa, io ho a stare al paragone di un fanciullo, hommi a giustificare seco, ho a giustificare gli altri; tutti i torti fieno i mia. Se io cerco di trovarne il vero, io ne ho a dare carico a qualcuno, potrei non ivi apporre, farò questa inimicizia, et con tutto questo non sarò giustificato.
Et stando in questa ansietà, per manco tristo partito prese l’ultimo; et fugli in tanto favorevole la fortuna, che la prima mira che pose, la pose al vero brocco, et pensò che il Brancaccio gli havesse fatto questa villania, pensando che egli era macchiaiuolo, et che altre volte gli haveva fatto delle natte quando lo botò a’ Servi. Et andò in su questo a trovare Alberto Lotti, verbigrazia, et narratoli il caso, et dectoli l’oppenione sua, et pregatolo havesse a sé Michele, che era suo parente, vedesse se poteva riscontrare questa cosa. Giudicò Alberto, come pratico et intendente, che Filippo havesse buono occhio, et promessoli la sua opera francamente, mandò per Michele, et abburattatolo un pezzo, li venne a questa conclusione: — Darebbet’egli il cuore, se tu sentissi favellare costui che ha detto di essere Filippo, di riconoscerlo alla boce? — A che il fanciullo replicato di sì, lo menò seco in Santo Hilario, dove e’ sapeva il Brancaccio si riparava, et facendogli spalle, havendo veduto il Brancaccio che si sedeva fra un monte di brigate a dir novelle, fece che il fanciullo se gli accostò tanto, che l’udì parlare; et girandosegli intorno, veggendolo il Brancaccio, tutto cambiato se li levò dinanzi; donde a ciascuno la cosa parse chiara, di modo che Filippo è rimaso tutto scarico, et il Brancaccio vituperato. Et in Firenze in questo carnasciale non si è detto altro, se non: — Se’ tu il Brancaccio, o se’ il Casa? —; « et fuit in toto notissima fabula coelo ». Io credo che habbiate hauto per altre mani questo avviso, pure io ve l’ho voluto dire più particulare, perché mi pare così mio obbligo.
Alla vostra io non ho che dirvi, se non che seguitiate l’amore totis habenis, et quel piacere che voi piglierete hoggi, voi non lo harete a pigliare domani; et se la cosa sta come voi me l’havete scritta, io ho più invidia a voi che al re di Inghilterra. Priegovi seguitiate la vostra stella, et non ne lasciate andare un iota per cosa del mondo, perché io credo, credetti, et crederrò sempre che sia vero quello che dice il Boccaccio: che gli è meglio fare et pentirsi, che non fare et pentirsi.
Addì 25 di Febbraio 1514.
Niccolò Machiavelli in Firenze
http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_06.htm Edizione di riferimento
Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971
[8] Notoriamente omosessuale. Di Filippo Casavecchia, in Firenze, meglio documentati sono i rapporti che intrattenne con Niccolò Machiavelli, al quale fu legato da forti vincoli di amicizia. La familiarità fra i due, che risaliva certo a prima del 1500, risulta in particolare da un gruppo di cinque lettere inviate dal Casavecchia fra il 1507 e il 1509, durante i soggiorni a Fivizzano e a Barga, e dai riferimenti che compaiono in lettere del Machiavelli ad amici comuni.
[9] Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori
Firenze, 3 agosto 1514
A Francesco Vettori in Roma.
Voi, compare, mi havete con più avvisi dello amor vostro di Roma tenuto tutto festivo, et mi havete levato dallo animo infinite molestie, con leggere et pensare a’ piaceri et alli sdegni vostri, perché l’uno non sta bene senza l’altro. Et veramente la Fortuna mi ha condotto in luogo, che io ve ne potrei rendere iusto ricompenso; perché, standomi in villa, io ho riscontro in una creatura tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile, et per natura et per accidente, che io non potrei né tanto laudarla, né tanto amarla, che la non meritasse più. Harei, come voi a me, a dire i principii di questo amore, con che reti mi prese, dove le tese, di che qualità furno; et vedresti che le furono reti d’oro, tese tra fiori, tessute da Venere, tanto soavi et gentili, che benché un cuor villano le havesse potute rompere, nondimeno io non volli, et un pezzo mi vi godei dentro, tanto che le fila tenere sono diventate dure, et incavicchiate con nodi irresolubili. Et non crediate che Amore a pigliarmi habbia usato modi ordinarii, perché, conoscendo non li sarebbono bastati, tenne vie extraordinarie, dalle quali io non seppi, et non volsi guardarmi. Bastivi che, già vicino a cinquanta anni né questi soli mi offendono, né le vie aspre mi straccano, né le obscurità delle notti mi sbigottiscano. Ogni cosa mi pare piano, et a ogni appetito, etiam diverso et contrario a quello che doverrebbe essere il mio, mi accomodo. Et benché mi paia essere entrato in gran travaglio, tamen io ci sento dentro tanta dolcezza, sì per quello che quello aspetto raro et suave mi arreca, sì eziam per havere posto da parte la memoria di tutti e mia affanni, che per cosa del mondo, possendomi liberare, non vorrei. Ho lasciato dunque i pensieri delle cose grandi et gravi; non mi diletta più leggere le cose antiche, né ragionare delle moderne; tutte si sono converse in ragionamenti dolci; di che ringrazio Venere et tutta Cipri. Pertanto se vi occorre da scrivere cosa alcuna della dama, scrivetelo, et dell’altre cose ragionerete con quelli che le stimono più, et le intendono meglio, perché io non ci ho mai trovato se non danno, et in queste sempre bene et piacere. Valete.
Ex Florentia, die III Augusti 1514.
Vostro Niccolò Machiavelli
http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_06.htm Edizione di riferimento
Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971.
[10] Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli
Roma, 16 gennaio 1515
Spectabili viro Nicholò Machiavelli in Firenze.
† A’ dì 16 di Gennaio 1515.
Caro compare. Io non ho lettere da nessuno che io legha più volentieri, che le vostre, e vorrei potere scrivere molte choxe, le quale conosco non potersi commettere alle lettere. E’ sono più mesi che io intexi benissimo in che modo amavi, e fui per dirvi: « Ah, Coridon, Coridon, quae te dementia cepit? ». Poi, pensando intra me medesimo che questo mondo non è altro che amore, o, per dir più chiaro, foia, mi ritenni; e sono ito considerando quanto li huomini in questo chaxo son dischosto chol chuore a quello dicono cholla bocha. Ha un padre il figluolo e dice volerlo nutrire honesto: non di meno gli chomincia a dare un maestro che tutto dì stia con lui et che habbi commodità farne a suo modo, e gli lascia leggere qualchoxa da fare risentire un morto. La madre lo pulisce, lo veste bene, acciò che piaccia più: quando chomincia crescere, gli dà una camera terrena, dove sia cammino e tutte le altre commodità, perché possa sguazare a modo suo, e menarvi e condurvi chi gli pare. E tutti facciamo choxì, et errano in questo, più quelli a’ quali pare essere ordinati: e però non è da maraviglarsi ch’e nostri giovani sieno tanti lascivi quanto sono, perché questo procede dalla pessima educatione. Et voi et io, anchor che siamo vechi, riteniamo in qualche parte e chostumi presi da giovani, et non c’è rimedio. Duolmi non essere chostì, perché potessimo parlare insieme di queste choxe et di molte altre.
Ma voi mi dite choxa che mi fa stare admirato: d’havere trovato tanta fede e tanta chompassione nella Riccia che, vi prometto, li ero per amor vostro partigiano, ma hora li son diventato stiavo, perché il più delle volte le femmine soglono amare la fortuna et non li huomini, et quando essa si muta mutarsi anchor loro. Di Donato non mi maraviglo perché è huomo di fede, e oltre a questo pruova del continuo il medesimo che voi.
Io vi scripsi che l’otio mi faceva innamorato et choxì vi raffermo, perché ho quasi faccenda nessuna. Non posso molto leggere, rispetto alla vista per l’età diminuita: non posso ire a solazo se non achompagnato, e questo non si può far sempre: non ò tanta auctorità né tante facultà che habbi a essere intratenuto; se mi ochupo in pensieri, li più mi arrechono melanchonia, la quale io fuggo assai; e di necessità bixogna ridursi a pensare a choxe piacevole, né so chosa che dilecti più a pensarvi e a farlo, che il fottere. E filosofi ogni huomo quanto e’ vuole, che questa è la pura verità, la quale molti intendono choxì ma pochi la dichano. Fo pensiero a primavera ridurmi a voi, se mi fia lecito, e parleremo insieme di questo et molte altre choxe. Racomandatemi a Filippo, Giovanni e Lorenzo Machiavelli e a Donato. Christo vi guardi.
Francesco Victori oratore in Roma
http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_07.htm Edizione di riferimento: Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971

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