COPPIE OMOSESSUALI E ADOZIONE – SENTENZA CORTE DI STRASBURGO

La Corte Europea dei diritti dell’uomo, creata a Strasburgo tra gli Stati membri del Consiglio d’Europa nel 1959, nell’ Arrêt de Grande Chambre “X et autres c. Autriche”, pubblicato il 19.02.13, (http://hudoc.echr.coe.int/sites/fra-press/pages/search.aspx?i=003-4264499-5083126#{“itemid”:[“003-4264499-5083126”]}) ha definito la causa “X  e altri contro l’Austria” (richiesta n. 19010/07) relativa alla impossibilità di accesso all’adozione co-genitoriale in Austria per le coppie omosessuali, discriminatoria rispetto alla situazione delle coppie eterosessuali non sposate.
Nel caso trattato, due donne che vivevano insieme in una relazione stabile omosessuale, lamentavano il rifiuto dei giudici austriaci accogliere la richiesta di una di loro di adottare i figli dell’altra senza che i legami giuridici tra madre e figlio venissero interrotti (adozione co-genitoriale).
La Corte ha constatato che la differenza di trattamento tra le ricorrenti e le coppie non sposate eterosessuali, uno dei cui membri intende adottare il bambino dell’altro, è causata all’orientamento sessuale dei richiedenti. La Corte ha dichiarato che il Governo non ha fornito ragioni convincenti che dimostrino che la differenza di trattamento di cui trattasi è necessaria per la conservazione della famiglia o per tutela degli interessi del minore.
Tuttavia, la Corte ha rilevato che la Convenzione non impone agli Stati di estendere l’adozione co-genitoriale alle coppie non sposate. Inoltre, ha sottolineato che questo caso differiva dal caso “Gas e Dubois contro Francia”, in cui la Corte non aveva rilevato alcuna differenza di trattamento fondata sull’orientamento sessuale tra le coppie eterosessuali non sposate e le coppie omosessuali sulla base del fatto che Legge francese che vieta l’adozione co-genitoriale interessa entrambe le situazioni.
Va sottolineato che la motivazione della sentenza della Corte di Strasburgo è sostanzialmente identica a quella adottata dalla Corte di Cassazione italiana nella sentenza 601/2013.
In sostanza, appare ormai consolidato, sia a livello della Corte di Cassazione italiana che della Corte di Strasburgo, il principio secondo il quale il presupposto che si tratti di genitore affidatario omosessuale (nel caso dell’affidamento) o che si tratti di coppia omosessuale (nel cosa di adozione co-genitoriale) non può più essere assunto a priori come giustificazione di un comportamento discriminatorio sulla base di un “interesse del minore” che sia puramente presunto. Quindi, impedire l’affidamento ad un genitore convivente in una coppia omosessuale, oppure impedire l’adozione co-genitoriale nell’ambito delle coppie omosessuali (dove è concessa alle coppie eterosessuali non sposate) non solo non rappresenta una tutela del minore ma è una forma di discriminazione lesiva dei diritti dell’uomo e basata su puri pregiudizi.
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PAPA RATZINGER E L’OMOSESSUALITA’

L’11 Febbraio 2013, quando ho appreso dalla radio della rinuncia al pontificato da parte di Papa Benedetto XVI, avevo pensato di scrivere un articolo in proposito, ma preferisco astenermi dal dare giudizi di qualunque genere e riportare qui di seguito due documenti a firma dell’allora Cardinale Ratzinger sul tema della omosessualità:

1)      LETTERA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA  SULLA CURA PASTORALE DELLE PERSONE OMOSESSUALI – 1° ottobre 1986.

2)      CONSIDERAZIONI CIRCA I PROGETTI DI RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI TRA PERSONE OMOSESSUALI- 3 giugno 2003,

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CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

LETTERA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA
SULLA CURA PASTORALE DELLE PERSONE OMOSESSUALI

1. Il problema dell’omosessualità e del giudizio etico sugli atti omosessuali è divenuto sempre più oggetto di pubblico dibattito, anche in ambienti cattolici. In questa discussione vengono spesso proposte argomentazioni ed espresse posizioni non conformi con l’insegnamento della Chiesa Cattolica, destando una giusta preoccupazione in tutti coloro che sono impegnati nel ministero pastorale. Di conseguenza questa Congregazione ha ritenuto il problema così grave e diffuso da giustificare la presente Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, indirizzata a tutti i Vescovi della Chiesa Cattolica.

2. Naturalmente in questa sede non può essere affrontata una trattazione esaustiva di tale complesso problema; si concentrerà piuttosto l’attenzione sul contesto specifico della prospettiva morale cattolica. Essa trova conforto anche in sicuri risultati delle scienze umane, le quali pure hanno un oggetto e un metodo loro proprio, che godono di legittima autonomia.

La posizione della morale cattolica è fondata sulla ragione umana illuminata dalla fede e guidata consapevolmente dall’intento di fare la volontà di Dio, nostro Padre. In tal modo la Chiesa è in grado non solo di poter imparare dalle scoperte scientifiche, ma anche di trascenderne l’orizzonte; essa è certa che la sua visione più completa rispetta la complessa realtà della persona umana che, nelle sue dimensioni spirituale e corporea, è stata creata da Dio e, per sua grazia, chiamata a essere erede della vita eterna.

Solo all’interno di questo contesto, si può dunque comprendere con chiarezza in che senso il fenomeno dell’omosessualità, con le sue molteplici dimensioni e con i suoi effetti sulla società e sulla vita ecclesiale, sia un problema che riguarda propriamente la preoccupazione pastorale della Chiesa. Pertanto dai suoi ministri si richiede studio attento, impegno concreto e riflessione onesta, teologicamente equilibrata.

3. Già nella « Dichiarazione su alcune questioni di etica sessuale », del 29 dicembre 1975, la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva esplicitamente trattato questo problema. In quella Dichiarazione si sottolineava il dovere di cercare di comprendere la condizione omosessuale, e si osservava come la colpevolezza degli atti omosessuali dovesse essere giudicata con prudenza. Nello stesso tempo la Congregazione teneva conto della distinzione comunemente operata fra condizione o tendenza omosessuale e atti omosessuali. Questi ultimi venivano descritti come atti che vengono privati della loro finalità essenziale e indispensabile, come « intrinsecamente disordinati » e tali che non possono essere approvati in nessun caso (cf. n. 8, par. 4).

Tuttavia nella discussione che seguì la pubblicazione della Dichiarazione, furono proposte delle interpretazioni eccessivamente benevole della condizione omosessuale stessa, tanto che qualcuno si spinse fino a definirla indifferente o addirittura buona. Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata.

Pertanto coloro che si trovano in questa condizione dovrebbero essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale perché non siano portati a credere che l’attuazione di tale tendenza nelle relazioni omosessuali sia un’opzione moralmente accettabile.

4. Una delle dimensioni essenziali di un’autentica cura pastorale è l’identificazione delle cause che hanno portato confusione nei confronti dell’insegnamento della Chiesa. Tra esse va segnalata una nuova esegesi della Sacra Scrittura, secondo cui la Bibbia o non avrebbe niente da dire sul problema dell’omosessualità, o addirittura ne darebbe in qualche modo una tacita approvazione, oppure infine offrirebbe prescrizioni morali così culturalmente e storicamente condizionate che non potrebbero più essere applicate alla vita contemporanea. Tali opinioni, gravemente erronee e fuorvianti, richiedono dunque speciale vigilanza.

5. È vero che la letteratura biblica è debitrice verso le varie epoche, nelle quali fu scritta, di gran parte dei suoi modelli di pensiero e di espressione (cf. Dei Verbum, n. 12). Certamente, la Chiesa di oggi proclama il Vangelo a un mondo che è assai diverso da quello antico. D’altra parte il mondo nel quale il Nuovo Testamento fu scritto era già notevolmente mutato, per esempio, rispetto alla situazione nella quale furono scritte o redatte le Sacre Scritture del popolo ebraico.

Dev’essere tuttavia rilevato che, pur nel contesto di tale notevole diversità, esiste un’evidente coerenza all’interno delle Scritture stesse sul comportamento omosessuale. Perciò la dottrina della Chiesa su questo punto non è basata solo su frasi isolate, da cui si possono trarre discutibili argomentazioni teologiche, ma piuttosto sul solido fondamento di una costante testimonianza biblica. L’odierna comunità di fede, in ininterrotta continuità con le comunità giudaiche e cristiane all’interno delle quali le antiche Scritture furono redatte, continua a essere nutrita da quelle stesse Scritture e dallo Spirito di Verità di cui esse sono Parola. È egualmente essenziale riconoscere che i testi sacri non sono realmente compresi quando vengono interpretati in un modo che contraddice la Tradizione vivente della Chiesa. Per essere corretta, l’interpretazione della Scrittura dev’essere in effettivo accordo con questa Tradizione.

Il Concilio Vaticano II così si esprime al riguardo: « È chiaro dunque che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non poter indipendentemente sussistere, e tutti insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime » (Dei Verbum, n. 10). Alla luce di queste affermazioni viene ora brevemente delineato l’insegnamento della Bibbia in materia.

6. La teologia della creazione, presente nel libro della Genesi, fornisce il punto di vista fondamentale per la comprensione adeguata dei problemi posti dall’omosessualità. Dio, nella sua infinita sapienza e nel suo amore onnipotente, chiama all’esistenza tutta la realtà, quale riflesso della sua bontà. Egli crea a sua immagine e somiglianza l’uomo, come maschio e femmina. Gli esseri umani perciò sono creature di Dio, chiamate a rispecchiare, nella complementarietà dei sessi, l’interiore unità del Creatore. Essi realizzano questo compito in modo singolare, quando cooperano con lui nella trasmissione della vita, mediante la reciproca donazione sponsale.

Il cap. 3 della Genesi mostra come questa verità sulla persona umana quale immagine di Dio sia stata oscurata dal peccato originale. Ne segue inevitabilmente una perdita della consapevolezza del carattere di alleanza, proprio dell’unione che le persone umane avevano con Dio e fra di loro. Benché il corpo umano conservi ancora il suo « significato sponsale », ora questo è oscurato dal peccato. Così il deterioramento dovuto al peccato continua a svilupparsi nella storia degli uomini di Sodoma (cf. Gen 19, 1-11). Non vi può essere dubbio sul giudizio morale ivi espresso contro le relazioni omosessuali. In Levitico 18, 22 e 20, 13, quando vengono indicate le condizioni necessarie per appartenere al popolo eletto, l’Autore esclude dal popolo di Dio coloro che hanno un comportamento omosessuale.

Sullo sfondo di questa legislazione teocratica, San Paolo sviluppa una prospettiva escatologica, all’interno della quale egli ripropone la stessa dottrina, elencando tra coloro che non entreranno nel regno di Dio anche chi agisce da omosessuale (cf. 1 Cor 6, 9). In un altro passaggio del suo epistolario egli, fondandosi sulle tradizioni morali dei suoi antenati, ma collocandosi nel nuovo contesto del confronto tra il Cristianesimo e la società pagana dei suoi tempi, presenta il comportamento omosessuale come un esempio della cecità nella quale è caduta l’umanità. Sostituendosi all’armonia originaria fra il Creatore e le creature, la grave deviazione dell’idolatria ha condotto a ogni sorta di eccessi nel campo morale. San Paolo trova l’esempio più chiaro di questa disarmonia proprio nelle relazioni omosessuali (cf. Rom 1, 18-32). Infine, in perfetta continuità con l’insegnamento biblico, nell’elenco di coloro che agiscono contrariamente alla sana dottrina, vengono esplicitamente menzionati come peccatori coloro che compiono atti omosessuali (cf. 1 Tim 1, 10).

7. La Chiesa, obbediente al Signore che l’ha fondata e le ha fatto dono della vita sacramentale, celebra nel sacramento del matrimonio il disegno divino dell’unione amorosa e donatrice di vita dell’uomo e della donna. È solo nella relazione coniugale che l’uso della facoltà sessuale può essere moralmente retto. Pertanto una persona che si comporta in modo omosessuale agisce immoralmente.

Scegliere un’attività sessuale con una persona dello stesso sesso equivale ad annullare il ricco simbolismo e il significato, per non parlare dei fini, del disegno del Creatore a riguardo della realtà sessuale. L’attività omosessuale non esprime un’unione complementare, capace di trasmettere la vita, e pertanto contraddice la vocazione a un’esistenza vissuta in quella forma di auto-donazione che, secondo il Vangelo, è l’essenza stessa della vita cristiana. Ciò non significa che le persone omosessuali non siano spesso generose e non facciano dono di se stesse, ma quando si impegnano in un’attività omosessuale esse rafforzano al loro interno una inclinazione sessuale disordinata, per se stessa caratterizzata dall’autocompiacimento.

Come accade per ogni altro disordine morale, l’attività omosessuale impedisce la propria realizzazione e felicità perché è contraria alla sapienza creatrice di Dio. Quando respinge le dottrine erronee riguardanti l’omosessualità, la Chiesa non limita ma piuttosto difende la libertà e la dignità della persona, intese in modo realistico e autentico.

8. L’insegnamento della Chiesa di oggi è quindi in continuità organica con la visione della S. Scrittura e con la costante Tradizione. Anche se il mondo di oggi è da molti punti di vista veramente cambiato, la comunità cristiana è consapevole del legame profondo e duraturo che la unisce alle generazioni che l’hanno preceduta « nel segno della fede ».

Tuttavia oggi un numero sempre più vasto di persone, anche all’interno della Chiesa, esercitano una fortissima pressione per portarla ad accettare la condizione omosessuale, come se non fosse disordinata, e a legittimare gli atti omosessuali. Quelli che, all’interno della comunità di fede, spingono in questa direzione, hanno sovente stretti legami con coloro che agiscono al di fuori di essa. Ora questi gruppi esterni sono mossi da una visione opposta alla verità sulla persona umana, che ci è stata pienamente rivelata nel mistero di Cristo. Essi manifestano, anche se non in modo del tutto cosciente, un’ideologia materialistica, che nega la natura trascendente della persona umana, così come la vocazione soprannaturale di ogni individuo.

I ministri della Chiesa devono far in modo che le persone omosessuali affidate alle loro cure non siano fuorviate da queste opinioni, così profondamente opposte all’insegnamento della Chiesa. Tuttavia il rischio è grande e ci sono molti che cercano di creare confusione nei riguardi della posizione della Chiesa e di sfruttare questa confusione per i loro scopi.

9. Anche all’interno della Chiesa si è formata una tendenza, costituita da gruppi di pressione con diversi nomi e diversa ampiezza, che tenta di accreditarsi quale rappresentante di tutte le persone omosessuali che sono cattoliche. Di fatto i suoi seguaci sono per lo più persone che o ignorano l’insegnamento della Chiesa o cercano in qualche modo di sovvertirlo. Si tenta di raccogliere sotto l’egida del Cattolicesimo persone omosessuali che non hanno alcuna intenzione di abbandonare il loro comportamento omosessuale. Una delle tattiche usate è quella di affermare, con toni di protesta, che qualsiasi critica o riserva nei confronti delle persone omosessuali, delle loro attività e del loro stile di vita, è semplicemente una forma di ingiusta discriminazione.

È pertanto in atto in alcune nazioni un vero e proprio tentativo di manipolare la Chiesa conquistandosi il sostegno, spesso in buona fede, dei suoi pastori, nello sforzo volto a cambiare le norme della legislazione civile. Il fine di tale azione è conformare questa legislazione alla concezione propria di questi gruppi di pressione, secondo cui l’omosessualità è almeno una realtà perfettamente innocua, se non totalmente buona. Benché la pratica dell’omosessualità stia minacciando seriamente la vita e il benessere di un gran numero di persone, i fautori di questa tendenza non desistono dalla loro azione e rifiutano di prendere in considerazione le proporzioni del rischio, che vi è implicato.

La Chiesa non può non preoccuparsi di tutto questo e pertanto mantiene ferma la sua chiara posizione al riguardo, che non può essere modificata sotto la pressione della legislazione civile o della moda del momento. Essa si preoccupa sinceramente anche dei molti che non si sentono rappresentati dai movimenti pro-omosessuali, e di quelli che potrebbero essere tentati di credere alla loro ingannevole propaganda. Essa è consapevole che l’opinione, secondo la quale l’attività omosessuale sarebbe equivalente, o almeno altrettanto accettabile, quanto l’espressione sessuale dell’amore coniugale, ha un’incidenza diretta sulla concezione che la società ha della natura e dei diritti della famiglia, e li mette seriamente in pericolo.

10. Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona dev’essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni.

Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’affermazione che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l’attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la Chiesa né la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano.

11. Alcuni sostengono che la tendenza omosessuale, in certi casi, non è il risultato di una scelta deliberata e che la persona omosessuale non ha alternative, ma è costretta a comportarsi in modo omosessuale. Di conseguenza si afferma che essa agirebbe in questi casi senza colpa, non essendo veramente libera.

A questo proposito è necessario rifarsi alla saggia tradizione morale della Chiesa, la quale mette in guardia dalle generalizzazioni nel giudizio dei casi singoli. Di fatto in un caso determinato possono essere esistite nel passato e possono tuttora sussistere circostanze tali da ridurre o addirittura da togliere la colpevolezza del singolo; altre circostanze al contrario possono accrescerla. Dev’essere comunque evitata la presunzione infondata e umiliante che il comportamento omosessuale delle persone omosessuali sia sempre e totalmente soggetto a coazione e pertanto senza colpa. In realtà anche nelle persone con tendenza omosessuale dev’essere riconosciuta quella libertà fondamentale che caratterizza la persona umana e le conferisce la sua particolare dignità. Come in ogni conversione dal male, grazie a questa libertà, lo sforzo umano, illuminato e sostenuto dalla grazia di Dio, potrà consentire ad esse di evitare l’attività omosessuale.

12. Che cosa deve fare dunque una persona omosessuale, che cerca di seguire il Signore? Sostanzialmente, queste persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, unendo ogni sofferenza e difficoltà che possano sperimentare a motivo della loro condizione, al sacrificio della croce del Signore. Per il credente, la croce è un sacrificio fruttuoso, poiché da quella morte provengono la vita e la redenzione. Anche se ogni invito a portare la croce o a intendere in tal modo la sofferenza del cristiano sarà prevedibilmente deriso da qualcuno, si dovrebbe ricordare che questa è la via della salvezza per tutti coloro che sono seguaci di Cristo.

In realtà questo non è altro che l’insegnamento rivolto dall’apostolo Paolo ai Galati, quando egli dice che lo Spirito produce nella vita del fedele: « amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé » e più oltre: « Non potete appartenere a Cristo senza crocifiggere la carne con le sue passioni e i suoi desideri » (Gal 5, 22. 24).

Tuttavia facilmente questo invito viene male interpretato, se è considerato solo come un inutile sforzo di auto-rinnegamento. La croce è sì un rinnegamento di sé, ma nell’abbandono alla volontà di quel Dio che dalla morte trae fuori la vita e abilita coloro, che pongono in Lui la loro fiducia, a praticare la virtù invece del vizio.

Si celebra veramente il Mistero Pasquale solo se si lascia che esso permei il tessuto della vita quotidiana. Rifiutare il sacrificio della propria volontà nell’obbedienza alla volontà del Signore è di fatto porre ostacolo alla salvezza. Proprio come la croce è il centro della manifestazione dell’amore redentivo di Dio per noi in Gesù, così la conformità dell’autorinnegamento di uomini e donne omosessuali con il sacrificio del Signore costituirà per loro una fonte di autodonazione che li salverà da una forma di vita che minaccia continuamente di distruggerli.

Le persone omosessuali sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità. Se si dedicano con assiduità a comprendere la natura della chiamata personale di Dio nei loro confronti, esse saranno in grado di celebrare più fedelmente il sacramento della Penitenza, e di ricevere la grazia del Signore, in esso così generosamente offerta, per potersi convertire più pienamente alla sua sequela.

13. È evidente, d’altra parte, che una chiara ed efficace trasmissione della dottrina della Chiesa a tutti i fedeli e alla società nel suo complesso dipende in larga misura dal corretto insegnamento e dalla fedeltà di chi esercita il ministero pastorale. I Vescovi hanno la responsabilità particolarmente grave di preoccuparsi che i loro collaboratori nel ministero, e soprattutto i sacerdoti, siano rettamente informati e personalmente ben disposti a comunicare a ognuno la dottrina della Chiesa nella sua integrità.

La particolare sollecitudine e la buona volontà dimostrata da molti sacerdoti e religiosi nella cura pastorale per le persone omosessuali è ammirevole, e questa Congregazione spera che essa non diminuirà. Tali ministri zelanti devono nutrire la certezza che stanno seguendo fedelmente la volontà del Signore, allorché incoraggiano la persona omosessuale a condurre una vita casta, e ricordano la dignità incomparabile che Dio ha donato anche ad essa.

14. Considerando quanto sopra, questa Congregazione desidera chiedere ai Vescovi di essere particolarmente vigilanti nei confronti di quei programmi che di fatto tentano di esercitare una pressione sulla Chiesa perché essa cambi la sua dottrina, anche se a parole talvolta si nega che sia così. Un attento studio delle dichiarazioni pubbliche in essi contenute e delle attività che promuovono rivela una calcolata ambiguità, attraverso cui cercano di fuorviare i pastori e i fedeli. Per esempio, essi presentano talvolta l’insegnamento del Magistero, ma solo come una fonte facoltativa in ordine alla formazione della coscienza. La sua autorità peculiare non è riconosciuta. Alcuni gruppi usano perfino qualificare come « cattoliche » le loro organizzazioni o le persone a cui intendono rivolgersi, ma in realtà essi non difendono e non promuovono l’insegnamento del Magistero, anzi talvolta lo attaccano apertamente. Per quanto i loro membri rivendichino di voler conformare la loro vita all’insegnamento di Gesù, di fatto essi abbandonano l’insegnamento della sua Chiesa. Questo comportamento contraddittorio non può avere in nessun modo l’appoggio dei Vescovi.

15. Questa Congregazione incoraggia pertanto i Vescovi a promuovere, nella loro diocesi, una pastorale verso le persone omosessuali in pieno accordo con l’insegnamento della Chiesa. Nessun programma pastorale autentico potrà includere organizzazioni, nelle quali persone omosessuali si associno tra loro, senza che sia chiaramente stabilito che l’attività omosessuale è immorale. Un atteggiamento veramente pastorale comprenderà la necessità di evitare alle persone omosessuali le occasioni prossime di peccato.

Vanno incoraggiati quei programmi in cui questi pericoli sono evitati. Ma occorre chiarire bene che ogni allontanamento dall’insegnamento della Chiesa, o il silenzio su di esso, nella preoccupazione di offrire una cura pastorale, non è forma né di autentica attenzione né di valida pastorale. Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale. Quando non si tiene presente la posizione della Chiesa si impedisce che uomini e donne omosessuali ricevano quella cura, di cui hanno bisogno e diritto.

Un programma pastorale autentico aiuterà le persone omosessuali a tutti i livelli della loro vita spirituale, mediante i sacramenti e in particolare la frequente e sincera confessione sacramentale, mediante la preghiera, la testimonianza, il consiglio e l’aiuto individuale. In tal modo, l’intera comunità cristiana può giungere a riconoscere la sua vocazione ad assistere questi suoi fratelli e queste sue sorelle, evitando loro sia la delusione sia l’isolamento.

16. Da questo approccio diversificato possono derivare molti vantaggi, non ultimo la constatazione che una persona omosessuale, come del resto ogni essere umano, ha una profonda esigenza di essere aiutato contemporaneamente a vari livelli.

La persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, non può essere definita in modo adeguato con un riduttivo riferimento solo al suo orientamento sessuale. Qualsiasi persona che vive sulla faccia della terra ha problemi e difficoltà personali, ma anche opportunità di crescita, risorse, talenti e doni propri. La Chiesa offre quel contesto del quale oggi si sente una estrema esigenza per la cura della persona umana, proprio quando rifiuta di considerare la persona puramente come un « eterosessuale » o un « omosessuale » e sottolinea che ognuno ha la stessa identità fondamentale: essere creatura e, per grazia, figlio di Dio, erede della vita eterna.

17. Offrendo all’attenzione dei Vescovi tali chiarificazioni e orientamenti pastorali, questa Congregazione desidera aiutare i loro sforzi volti ad assicurare che l’insegnamento del Signore e della sua Chiesa su questo importante tema sia trasmesso a tutti i fedeli in modo integro.

Alla luce di quanto ora esposto, gli Ordinari del luogo sono invitati a valutare, nell’ambito della loro competenza, la necessità di particolari interventi. Inoltre, se ritenuto utile, si potrà ricorrere ad una ulteriore azione coordinata a livello delle conferenze episcopali nazionali.

In particolare i Vescovi si premureranno di sostenere con i mezzi a loro disposizione lo sviluppo di forme specializzate di cura pastorale per persone omosessuali. Ciò potrebbe includere la collaborazione delle scienze psicologiche, sociologiche e mediche, sempre mantenendosi in piena fedeltà alla dottrina della Chiesa.

Soprattutto i Vescovi non mancheranno di sollecitare la collaborazione di tutti i teologi cattolici, i quali, insegnando ciò che la Chiesa insegna e approfondendo con le loro riflessioni il significato autentico della sessualità umana e del matrimonio cristiano nel piano divino, nonché delle virtù che esso comporta, potranno così offrire un valido aiuto in questo campo specifico dell’attività pastorale.

Particolare attenzione dovranno quindi avere i Vescovi nella scelta dei ministri incaricati di questo delicato compito, in modo che essi, per la loro fedeltà al Magistero e per il loro elevato grado di maturità spirituale e psicologica, possano essere di reale aiuto alle persone omosessuali, per il conseguimento del loro bene integrale. Tali ministri respingeranno le opinioni teologiche che sono contrarie all’insegnamento della Chiesa e che quindi non possono servire da direttive in campo pastorale.

Inoltre sarà conveniente promuovere appropriati programmi di catechesi, fondati sulla verità riguardante la sessualità umana, nella sua relazione con la vita della famiglia, così come è insegnata dalla Chiesa. Tali programmi forniscono infatti un ottimo contesto, all’interno del quale può essere trattata anche la questione dell’omosessualità.

Questa catechesi potrà aiutare anche quelle famiglie, in cui si trovano persone omosessuali, nell’affrontare un problema che le tocca così profondamente.

Dovrà essere ritirato ogni appoggio a qualunque organizzazione che cerchi di sovvertire l’insegnamento della Chiesa, che sia ambigua nei suoi confronti, o che lo trascuri completamente. Un tale appoggio, o anche l’apparenza di esso, può dare origine a gravi fraintendimenti. Speciale attenzione dovrebbe essere rivolta alla pratica della programmazione di celebrazioni religiose e all’uso di edifici appartenenti alla Chiesa da parte di questi gruppi, compresa la possibilità di disporre delle scuole e degli istituti cattolici di studi superiori. A qualcuno tale permesso di far uso di una proprietà della Chiesa può sembrare solo un gesto di giustizia e di carità, ma in realtà esso è in contraddizione con gli scopi stessi per i quali queste istituzioni sono state fondate, e può essere fonte di malintesi e di scandalo.

Nel valutare eventuali progetti legislativi, si dovrà porre in primo piano l’impegno a difendere e promuovere la vita della famiglia.

18. Il Signore Gesù ha detto: « Voi conoscerete la verità e la verità vi farà liberi » (Gv 8, 32). La Scrittura ci comanda di fare la verità nella carità (cf. Ef 4, 15).

Dio che è insieme verità e amore chiama la Chiesa a mettersi al servizio di ogni uomo, donna e bambino con la sollecitudine pastorale del nostro Signore misericordioso. In questo spirito la Congregazione per la Dottrina della Fede ha rivolto questa Lettera a voi, Vescovi della Chiesa, con la speranza che vi sia di aiuto nella cura pastorale di persone, le cui sofferenze possono solo essere aggravate da dottrine errate e alleviate invece dalla parola della verità.

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’Udienza accordata al sottoscritto Prefetto, ha approvato la presente Lettera, decisa nella riunione ordinaria di questa Congregazione e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla Sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, 1° ottobre 1986.

Joseph Card. Ratzinger
Prefetto

+ Alberto Bovone
Arc. tit. di Cesarea di Numidia
Segretario

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CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

CONSIDERAZIONI CIRCA I PROGETTI DI RICONOSCIMENTO LEGALE
DELLE UNIONI TRA PERSONE OMOSESSUALI

INTRODUZIONE

1. Diverse questioni concernenti l’omosessualità sono state trattate recentemente più volte dal Santo Padre Giovanni Paolo II e dai competenti Dicasteri della Santa Sede.(1) Si tratta infatti di un fenomeno morale e sociale inquietante, anche in quei Paesi in cui non assume un rilievo dal punto di vista dell’ordinamento giuridico. Ma esso diventa più preoccupante nei Paesi che hanno già concesso o intendono concedere un riconoscimento legale alle unioni omosessuali che, in alcuni casi, include anche l’abilitazione all’adozione di figli. Le presenti Considerazioni non contengono nuovi elementi dottrinali, ma intendono richiamare i punti essenziali circa il suddetto problema e fornire alcune argomentazioni di carattere razionale, utili per la redazione di interventi più specifici da parte dei Vescovi secondo le situazioni particolari nelle diverse regioni del mondo: interventi destinati a proteggere ed a promuovere la dignità del matrimonio, fondamento della famiglia, e la solidità della società, della quale questa istituzione è parte costitutiva. Esse hanno anche come fine di illuminare l’attività degli uomini politici cattolici, per i quali si indicano le linee di condotta coerenti con la coscienza cristiana quando essi sono posti di fronte a progetti di legge concernenti questo problema.(2) Poiché si tratta di una materia che riguarda la legge morale naturale, le seguenti argomentazioni sono proposte non soltanto ai credenti, ma a tutti coloro che sono impegnati nella promozione e nella difesa del bene comune della società.

I. NATURA E CARATTERISTICHE IRRINUNCIABILI DEL MATRIMONIO

2. L’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e sulla complementarità dei sessi ripropone una verità evidenziata dalla retta ragione e riconosciuta come tale da tutte le grandi culture del mondo. Il matrimonio non è una qualsiasi unione tra persone umane. Esso è stato fondato dal Creatore, con una sua natura, proprietà essenziali e finalità.(3) Nessuna ideologia può cancellare dallo spirito umano la certezza secondo la quale esiste matrimonio soltanto tra due persone di sesso diverso, che per mezzo della reciproca donazione personale, loro propria ed esclusiva, tendono alla comunione delle loro persone. In tal modo si perfezionano a vicenda, per collaborare con Dio alla generazione e alla educazione di nuove vite.

3. La verità naturale sul matrimonio è stata confermata dalla Rivelazione contenuta nei racconti biblici della creazione, espressione anche della saggezza umana originaria, nella quale si fa sentire la voce della natura stessa. Tre sono i dati fondamentali del disegno creatore sul matrimonio, di cui parla il Libro della Genesi.

In primo luogo l’uomo, immagine di Dio, è stato creato «  maschio e femmina » (Gn 1, 27). L’uomo e la donna sono uguali in quanto persone e complementari in quanto maschio e femmina. La sessualità da un lato fa parte della sfera biologica e, dall’altro, viene elevata nella creatura umana ad un nuovo livello, quello personale, dove corpo e spirito si uniscono.

Il matrimonio, poi, è istituito dal Creatore come forma di vita in cui si realizza quella comunione di persone che impegna l’esercizio della facoltà sessuale. « Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne » (Gn 2, 24).

Infine, Dio ha voluto donare all’unione dell’uomo e della donna una partecipazione speciale alla sua opera creatrice. Perciò Egli ha benedetto l’uomo e la donna con le parole: « Siate fecondi e moltiplicatevi » (Gn 1, 28). Nel disegno del Creatore complementarità dei sessi e fecondità appartengono quindi alla natura stessa dell’istituzione del matrimonio.

Inoltre, l’unione matrimoniale tra l’uomo e la donna è stata elevata da Cristo alla dignità di sacramento. La Chiesa insegna che il matrimonio cristiano è segno efficace dell’alleanza di Cristo e della Chiesa (cf. Ef 5, 32). Questo significato cristiano del matrimonio, lungi dallo sminuire il valore profondamente umano dell’unione matrimoniale tra l’uomo e la donna, lo conferma e lo rafforza (cf.Mt 19, 3-12; Mc 10, 6-9).

4. Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Il matrimonio è santo, mentre le relazioni omosessuali contrastano con la legge morale naturale. Gli atti omosessuali, infatti, « precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun modo possono essere approvati ».(4)

Nella Sacra Scrittura le relazioni omosessuali « sono condannate come gravi depravazioni… (cf. Rm1, 24-27; 1 Cor 6, 10; 1 Tm 1, 10). Questo giudizio della Scrittura non permette di concludere che tutti coloro, i quali soffrono di questa anomalia, ne siano personalmente responsabili, ma esso attesta che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ».(5) Lo stesso giudizio morale si ritrova in molti scrittori ecclesiastici dei primi secoli (6) ed è stato unanimemente accettato dalla Tradizione cattolica.

Secondo l’insegnamento della Chiesa, nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali « devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione ».(7) Tali persone inoltre sono chiamate come gli altri cristiani a vivere la castità.(8) Ma l’inclinazione omosessuale è « oggettivamente disordinata »(9) e le pratiche omosessuali « sono peccati gravemente contrari alla castità  ».(10)

II. ATTEGGIAMENTI NEI CONFRONTI DEL PROBLEMA DELLE UNIONI OMOSESSUALI

5. Nei confronti del fenomeno delle unioni omosessuali, di fatto esistenti, le autorità civili assumono diversi atteggiamenti: a volte si limitano alla tolleranza di questo fenomeno; a volte promuovono il riconoscimento legale di tali unioni, con il pretesto di evitare, rispetto ad alcuni diritti, la discriminazione di chi convive con una persona dello stesso sesso; in alcuni casi favoriscono persino l’equivalenza legale delle unioni omosessuali al matrimonio propriamente detto, senza escludere il riconoscimento della capacità giuridica di procedere all’adozione di figli.

Laddove lo Stato assuma una politica di tolleranza di fatto, non implicante l’esistenza di una legge che esplicitamente concede un riconoscimento legale a tali forme di vita, occorre ben discernere i diversi aspetti del problema. La coscienza morale esige di essere, in ogni occasione, testimoni della verità morale integrale, alla quale si oppongono sia l’approvazione delle relazioni omosessuali sia l’ingiusta discriminazione nei confronti delle persone omosessuali. Sono perciò utili interventi discreti e prudenti, il contenuto dei quali potrebbe essere, per esempio, il seguente: smascherare l’uso strumentale o ideologico che si può fare di questa tolleranza; affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione; richiamare lo Stato alla necessità di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica e, soprattutto, che non espongano le giovani generazioni ad una concezione erronea della sessualità e del matrimonio, che le priverebbe delle necessarie difese e contribuirebbe, inoltre, al dilagare del fenomeno stesso. A coloro che a partire da questa tolleranza vogliono procedere alla legittimazione di specifici diritti per le persone omosessuali conviventi, bisogna ricordare che la tolleranza del male è qualcosa di molto diverso dall’approvazione o dalla legalizzazione del male.

In presenza del riconoscimento legale delle unioni omosessuali, oppure dell’equiparazione legale delle medesime al matrimonio con accesso ai diritti che sono propri di quest’ultimo, è doveroso opporsi in forma chiara e incisiva. Ci si deve astenere da qualsiasi tipo di cooperazione formale alla promulgazione o all’applicazione di leggi così gravemente ingiuste nonché, per quanto è possibile, dalla cooperazione materiale sul piano applicativo. In questa materia ognuno può rivendicare il diritto all’obiezione di coscienza.

III. ARGOMENTAZIONI RAZIONALI CONTRO IL RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI OMOSESSUALI

6. La comprensione dei motivi che ispirano la necessità di opporsi in questo modo alle istanze che mirano alla legalizzazione delle unioni omosessuali richiede alcune considerazioni etiche specifiche, che sono di diverso ordine.

Di ordine relativo alla retta ragione

Il compito della legge civile è certamente più limitato riguardo a quello della legge morale,(11) ma la legge civile non può entrare in contraddizione con la retta ragione senza perdere la forza di obbligare la coscienza.(12) Ogni legge posta dagli uomini in tanto ha ragione di legge in quanto è conforme alla legge morale naturale, riconosciuta dalla retta ragione, e in quanto rispetta in particolare i diritti inalienabili di ogni persona.(13) Le legislazioni favorevoli alle unioni omosessuali sono contrarie alla retta ragione perché conferiscono garanzie giuridiche, analoghe a quelle dell’istituzione matrimoniale, all’unione tra due persone dello stesso sesso. Considerando i valori in gioco, lo Stato non potrebbe legalizzare queste unioni senza venire meno al dovere di promuovere e tutelare un’istituzione essenziale per il bene comune qual è il matrimonio.

Ci si può chiedere come può essere contraria al bene comune una legge che non impone alcun comportamento particolare, ma si limita a rendere legale una realtà di fatto che apparentemente non sembra comportare ingiustizia verso nessuno. A questo proposito occorre riflettere innanzitutto sulla differenza esistente tra il comportamento omosessuale come fenomeno privato, e lo stesso comportamento quale relazione sociale legalmente prevista e approvata, fino a diventare una delle istituzioni dell’ordinamento giuridico. Il secondo fenomeno non solo è più grave, ma acquista una portata assai più vasta e profonda, e finirebbe per comportare modificazioni dell’intera organizzazione sociale che risulterebbero contrarie al bene comune. Le leggi civili sono principi strutturanti della vita dell’uomo in seno alla società, per il bene o per il male. Esse « svolgono un ruolo molto importante e talvolta determinante nel promuovere una mentalità e un costume ».(14) Le forme di vita e i modelli in esse espresse non solo configurano esternamente la vita sociale, bensì tendono a modificare nelle nuove generazioni la comprensione e la valutazione dei comportamenti. La legalizzazione delle unioni omosessuali sarebbe destinata perciò a causare l’oscuramento della percezione di alcuni valori morali fondamentali e la svalutazione dell’istituzione matrimoniale.

Di ordine biologico e antropologico

7. Nelle unioni omosessuali sono del tutto assenti quegli elementi biologici e antropologici del matrimonio e della famiglia che potrebbero fondare ragionevolmente il riconoscimento legale di tali unioni.

Esse non sono in condizione di assicurare adeguatamente la procreazione e la sopravvivenza della specie umana. L’eventuale ricorso ai mezzi messi a loro disposizione dalle recenti scoperte nel campo della fecondazione artificiale, oltre ad implicare gravi mancanze di rispetto alla dignità umana,(15) non muterebbe affatto questa loro inadeguatezza.

Nelle unioni omosessuali è anche del tutto assente la dimensione coniugale, che rappresenta la forma umana ed ordinata delle relazioni sessuali. Esse infatti sono umane quando e in quanto esprimono e promuovono il mutuo aiuto dei sessi nel matrimonio e rimangono aperte alla trasmissione della vita.

Come dimostra l’esperienza, l’assenza della bipolarità sessuale crea ostacoli allo sviluppo normale dei bambini eventualmente inseriti all’interno di queste unioni. Ad essi manca l’esperienza della maternità o della paternità. Inserire dei bambini nelle unioni omosessuali per mezzo dell’adozione significa di fatto fare violenza a questi bambini nel senso che ci si approfitta del loro stato di debolezza per introdurli in ambienti che non favoriscono il loro pieno sviluppo umano. Certamente una tale pratica sarebbe gravemente immorale e si porrebbe in aperta contraddizione con il principio, riconosciuto anche dalla Convenzione internazionale dell’ONU sui diritti dei bambini, secondo il quale l’interesse superiore da tutelare in ogni caso è quello del bambino, la parte più debole e indifesa.

Di ordine sociale

8. La società deve la sua sopravvivenza alla famiglia fondata sul matrimonio. La conseguenza inevitabile del riconoscimento legale delle unioni omosessuali è la ridefinizione del matrimonio, che diventa un’istituzione la quale, nella sua essenza legalmente riconosciuta, perde l’essenziale riferimento ai fattori collegati alla eterosessualità, come ad esempio il compito procreativo ed educativo. Se dal punto di vista legale il matrimonio tra due persone di sesso diverso fosse solo considerato come uno dei matrimoni possibili, il concetto di matrimonio subirebbe un cambiamento radicale, con grave detrimento del bene comune. Mettendo l’unione omosessuale su un piano giuridico analogo a quello del matrimonio o della famiglia, lo Stato agisce arbitrariamente ed entra in contraddizione con i propri doveri.

A sostegno della legalizzazione delle unioni omosessuali non può essere invocato il principio del rispetto e della non discriminazione di ogni persona. Una distinzione tra persone oppure la negazione di un riconoscimento o di una prestazione sociale non sono infatti accettabili solo se sono contrarie alla giustizia.(16) Non attribuire lo statuto sociale e giuridico di matrimonio a forme di vita che non sono né possono essere matrimoniali non si oppone alla giustizia, ma, al contrario, è da essa richiesto.

Neppure il principio della giusta autonomia personale può essere ragionevolmente invocato. Una cosa è che i singoli cittadini possano svolgere liberamente attività per le quali nutrono interesse e che tali attività rientrino genericamente nei comuni diritti civili di libertà, e un’altra ben diversa è che attività che non rappresentano un significativo e positivo contributo per lo sviluppo della persona e della società possano ricevere dallo Stato un riconoscimento legale specifico e qualificato. Le unioni omosessuali non svolgono neppure in senso analogico remoto i compiti per i quali il matrimonio e la famiglia meritano un riconoscimento specifico e qualificato. Ci sono invece buone ragioni per affermare che tali unioni sono nocive per il retto sviluppo della società umana, soprattutto se aumentasse la loro incidenza effettiva sul tessuto sociale.

Di ordine giuridico

9. Poiché le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l’ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, il diritto civile conferisce loro un riconoscimento istituzionale. Le unioni omosessuali invece non esigono una specifica attenzione da parte dell’ordinamento giuridico, perché non rivestono il suddetto ruolo per il bene comune.

Non è vera l’argomentazione secondo la quale il riconoscimento legale delle unioni omosessuali sarebbe necessario per evitare che i conviventi omosessuali perdano, per il semplice fatto della loro convivenza, l’effettivo riconoscimento dei diritti comuni che essi hanno in quanto persone e in quanto cittadini. In realtà, essi possono sempre ricorrere – come tutti i cittadini e a partire dalla loro autonomia privata – al diritto comune per tutelare situazioni giuridiche di reciproco interesse. Costituisce invece una grave ingiustizia sacrificare il bene comune e il retto diritto di famiglia allo scopo di ottenere dei beni che possono e debbono essere garantiti per vie non nocive per la generalità del corpo sociale.(17)

IV. COMPORTAMENTI DEI POLITICI CATTOLICI NEI CONFRONTI DI LEGISLAZIONI FAVOREVOLI ALLE UNIONI OMOSESSUALI

10. Se tutti i fedeli sono tenuti ad opporsi al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, i politici cattolici lo sono in particolare, nella linea della responsabilità che è loro propria. In presenza di progetti di legge favorevoli alle unioni omosessuali, sono da tener presenti le seguenti indicazioni etiche.

Nel caso in cui si proponga per la prima volta all’Assemblea legislativa un progetto di legge favorevole al riconoscimento legale delle unioni omosessuali, il parlamentare cattolico ha il dovere morale di esprimere chiaramente e pubblicamente il suo disaccordo e votare contro il progetto di legge. Concedere il suffragio del proprio voto ad un testo legislativo così nocivo per il bene comune della società è un atto gravemente immorale.

Nel caso in cui il parlamentare cattolico si trovi in presenza di una legge favorevole alle unioni omosessuali già in vigore, egli deve opporsi nei modi a lui possibili e rendere nota la sua opposizione: si tratta di un doveroso atto di testimonianza della verità. Se non fosse possibile abrogare completamente una legge di questo genere, egli, richiamandosi alle indicazioni espresse nell’Enciclica Evangelium vitae, «  potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica », a condizione che sia « chiara e a tutti nota » la sua « personale assoluta opposizione » a leggi siffatte e che sia evitato il pericolo di scandalo.(18) Ciò non significa che in questa materia una legge più restrittiva possa essere considerata come una legge giusta o almeno accettabile; bensì si tratta piuttosto del tentativo legittimo e doveroso di procedere all’abrogazione almeno parziale di una legge ingiusta quando l’abrogazione totale non è possibile per il momento.

CONCLUSIONE

11. La Chiesa insegna che il rispetto verso le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’approvazione del comportamento omosessuale oppure al riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Il bene comune esige che le leggi riconoscano, favoriscano e proteggano l’unione matrimoniale come base della famiglia, cellula primaria della società. Riconoscere legalmente le unioni omosessuali oppure equipararle al matrimonio, significherebbe non soltanto approvare un comportamento deviante, con la conseguenza di renderlo un modello nella società attuale, ma anche offuscare valori fondamentali che appartengono al patrimonio comune dell’umanità. La Chiesa non può non difendere tali valori, per il bene degli uomini e di tutta la società.

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nell’Udienza concessa il 28 marzo 2003 al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato le presenti Considerazioni, decise nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 3 giugno 2003, Memoria dei Santi Carlo Lwanga e Compagni, Martiri.

Joseph Card. Ratzinger
Prefetto

Angelo Amato, S.D.B.
Arcivescovo titolare di Sila
Segretario

(1) Cf. Giovanni Paolo II, Allocuzioni in occasione della recita dell’Angelus, 20 febbraio 1994 e 19 giugno 1994; Discorso ai partecipanti dell’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia, 24 marzo 1999; Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2357-2359, 2396; Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Persona humana, 29 dicembre 1975, n. 8; Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986; Alcune Considerazioni concernenti la Risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 24 luglio 1992; Pontificio Consiglio per la Famiglia, Lettera ai Presidenti delle Conferenze Episcopali d’Europa circa la risoluzione del Parlamento Europeo in merito alle coppie omosessuali, 25 marzo 1994; Famiglia, matrimonio e «  unioni di fatto  », 26 luglio 2000, n. 23.

(2) Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, 24 novembre 2002, n. 4.

(3) Cf. Concilio Vaticano II, Costituzione pastorale Gaudium et spes, n. 48.

(4) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2357.

(5) Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Persona humana, 29 dicembre 1975, n. 8.

(6) Cf. per esempio S. Policarpo, Lettera ai Filippesi, V, 3; S. Giustino, Prima Apologia, 27, 1-4; Atenagora, Supplica per i cristiani, 34.

(7) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358; cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986, n. 10.

(8) Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2359; Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1º ottobre 1986, n. 12.

(9) Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358.

(10) Ibid., n. 2396.

(11) Cf. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 71.

(12) Cf. ibid., n. 72.

(13) Cf. S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 95, a. 2.

(14) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 90.

(15) Cf. Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione Donum vitae, 22 febbraio 1987, II. A. 1-3.

(16) Cf. S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 63, a. 1, c.

(17) Occorre non dimenticare inoltre che sussiste sempre « il pericolo che una legislazione che faccia dell’omosessualità una base per avere dei diritti possa di fatto incoraggiare una persona con tendenza omosessuale a dichiarare la sua omosessualità o addirittura a cercare un partner allo scopo di sfruttare le disposizioni della legge » (Congregazione per la Dottrina della Fede, Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 24 luglio 1992, n. 14).

(18) Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Evangelium vitae, 25 marzo 1995, n. 73.

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AMORE GAY SENZA COPPIA GAY

Caro Project,
ho avuto modo di parlare con te diverse volte tramite msn ma credo che tu non possa facilmente ricordarti di me senza un riferimento più preciso. Ventottenne follemente innamorato di un ragazzo ventitreenne col quale credevo di aver costruito un bellissimo rapporto, poi sono stato abbandonato da questo ragazzo l’estate scorsa ma in un modo che non riuscivo a spiegarmi, ho parlato con te per una intera nottata nel mese di Settembre (nickname: sad). Ti avevo chiamato perché avevo bisogno di sfogarmi e invece parlare con te mi ha fatto uno strano effetto, mi sono accorto che ragionavi in un altro modo e che davi dei fatti una lettura del tutto diversa dalla mia, o forse solo diversa da quella che io mi sforzavo di dare.

La cosa che più mi ha colpito è stata la tua visone della vita di coppia. Ho conservato i log delle conversazioni:

Sad ha scritto: Ciao Project, sei impegnato?

Project ha scritto: Ciao Sad, piacere di fare la tua conoscenza!

Sad ha scritto: Forse ti ricordi, ti avevo scritto a fine giugno, ventottenne innamorato pazzo di un ventitreenne, (io e lui eravamo stati insieme in montagna a Natale)…

Project ha scritto: Ah sì … e lui aveva perso il portafoglio in albergo e glielo avevano riportato?

Sad ha scritto: sì sì esattamente! Proprio quello!

Project ha scritto: Sì, adesso mi ricordo! Una bella storia, una storia che mi aveva colpito molto. E adesso come va?

Sad ha scritto: adesso sono di nuovo single, la storia è finita!

Project ha scritto: ma che è successo? Sembrava che andasse tutto bene…

Sad ha scritto: si è comportato con me in un modo indegno, mi ha trattato senza il minimo rispetto, io avevo cercato di fare di tutto per lui e per fare in modo che stesse bene ma mi ha lasciato come se per lui io non valessi nulla

Project ha scritto: ma adesso lui sta con un altro ragazzo?

Sad ha scritto: no, non credo

Project ha scritto: e allora perché se ne è andato?

Sad ha scritto: non lo so, non l’ho capito, mi ha detto che si sentiva troppo stretto, che non se la sentiva di fare scelte definitive, io gli avevo chiesto di incontrarci ma mi ha detto di no e non c’è stato niente da fare per fargli cambiare opinione, poi abbiamo litigato proprio malamente e l’ho mandato a quel paese e penso anche che ci sia rimasto molto male, con me, se vuole fare una cosa seria va bene ma se è tutto un tira e molla non mi sta bene per niente. È come se mi avesse utilizzato quando aveva bisogno di me e mi avesse lasciato solo proprio quando io avevo maggiore bisogno di lui. Io pensavo che ormai tra noi ci fosse un rapporto consolidato, pensavo di poter fare affidamento su di lui e invece no.

Project ha scritto: ma quando è successo?

Sad ha scritto: più o meno un mese e mezzo

Project ha scritto: e dopo che vi siete lasciati lo hai risentito oppure è sparito del tutto?

Sad ha scritto: sì mi ha chiamato lui, sembrava che volesse tornare indietro, mi aveva detto che mi voleva bene ma quando gli ho chiesto se voleva tornare con me mi ha detto che non se la sentiva e che non aveva chiamato per questo ma per sapere come stavo e allora ho perso la pazienza e gli ho detto di non farsi sentire più

Project ha scritto: ed è finita così?

Sad ha scritto: no, qualche volta abbiamo parlato anche su msn ma io non posso stare sulle montagne russe in questo modo, non posso essere esposto ai suoi sbalzi di umore, perché lui in fondo non vuole stare con me e questo mi sembra chiaro, io ho bisogno di stabilità e a lui questo non sta bene, cioè la stabilità gli sembra un modo per rinunciare ad altre cose, come se si stesse chiudendo in trappola, e la cosa così non può reggere. Lo so che lui è più giovane di me e che magari desidera pure fare le sue esperienze ma un certo punto una scelta chiara la deve pure fare, il fatto che lui adesso stia solo è soltanto colpa sua e a me non me ne importa nulla, non posso rovinarmi la vita per correre appresso a lui e a tutto quello che gli passa per la testa. Lui ha una visione delle cose troppo diversa dalla mia

Project ha scritto: ma è proprio vero che non te ne importa nulla?

Sad ha scritto: comunque non posso tollerare il fatto che mi ha trattato senza nessun rispetto, parliamoci chiaro, Project, io adesso sto proprio male, per me è un fallimento, io ho bisogno di stabilità, se lui non ne vuole sapere, cercherò di darmi da fare e di trovarmi un altro ragazzo in modo che sia una cosa stabile, tranquilla, con lui non lo sarebbe comunque, che ne pensi, Project?

Project ha scritto: ma sei proprio sicuro che lui voglia chiudere definitivamente?

Sad ha scritto: no, però adesso voglio chiudere io, non ce la faccio ad andare avanti così! Sono stanco, Project, e sono disilluso, lo avevo sopravvalutato, pensavo che a me ci tenesse veramente e invece si è dimostrato egoista. Quando lui aveva bisogno di me io c’ero sempre ma quando io ho avuto bisogno di lui, lui nemmeno se ne è preoccupato

Project ha scritto: le cose che mi avevi detto tempo fa di questo ragazzo erano molto positive, proprio a livello di persona, però io allora, scusa se te lo dico, avevo avuto l’impressione che tu avessi un modo molto rigido di vedere le cose

Sad ha scritto: cioè ?

Project ha scritto: aspetta, cerco di spiegarmi, tu avevi in mente un modello di coppia stretta e probabilmente la mentalità di questo ragazzo non è compatibile con quel modello. Quando ci si innamora di una persona c’è sempre il rischio di vederne in realtà solo alcuni aspetti e di completare gli altri aspetti a fantasia seguendo i nostri desideri, ma innamorarsi veramente significa amare un ragazzo per quello che è, cioè volergli bene anche negli aspetti che noi non possiamo capire, che in genere hanno motivazioni profonde e non sono atteggiamenti stupidi, è possibile che per lui la vita di coppia non vada bene o non vada bene così come tu la immagini, nel senso di coppia stretta

Sad ha scritto: allora vuol dire che non mi vuole bene veramente! Perché per me non è disposto a rinunciare a nulla

Project ha scritto: no! Non dire così, volersi bene veramente non vuol dire dover rinunciare per forza a qualcosa e nemmeno accettare un modello di coppia stretta, è una cosa completamente diversa. Penso che potresti trovarti a scegliere tra il modello di coppia stretta e questo ragazzo. Io non darei affatto per scontato che tu debba rinunciare a questo ragazzo e nemmeno che la storia sia finita, forse è finita la possibilità di vivere con lui una storia nel modo in cui te la sei immaginata e d’altra parte non ha senso pensare che uno debba adeguarsi all’altro, si tratta di trovare un equilibrio possibile per entrambi ma, se devo dire quello che penso, non mi sembra che la storia sia veramente finita e anche tu non hai il modo di fare di uno che è stato veramente deluso.

Sad ha scritto: non so che dirti, Project, ma adesso almeno per un po’ non lo voglio sentire più e poi che vuol dire volersi bene veramente se non stare in coppia?

Project ha scritto: questo non lo so, è tutto da verificare, certe volte noi pretendiamo che le persone si adeguino ai nostri modelli, ma sono le persone il valore assoluto non i modelli. È vero che questo discorso dovrebbe valere anche dal suo punto di vista, però penso che anche lui possa essersi sentito molto a disagio. Forse pensava di essere accettato così come era realmente, con tutte le sue incertezze, le sue contraddizioni e il suo bisogno di libertà e non come un ragazzo che si deve adattare a quello che il suo compagno desidera, Io ti direi comunque di non mantenere con lui posizioni rigide. Un rapporto non esiste più quando non c’è più affetto, non quando le cose non vanno secondo i nostri schemi e qui non mi sembra che l’affetto non ci sia più.

Sad ha scritto: mah … in fondo io gli voglio bene, però così per me è troppo difficile, no, Project, per me così non va bene. Io ho bisogno di un minimo di sicurezza

Questa era la nostra conversazione del mese di settembre e da allora sono successe tante cose, io ho cercato di stare con altri ragazzi, ma praticamente la cosa è stata impossibile perché avevo sempre lui in mente. I nostri rapporti non si sono interrotti, mi ha chiamato diverse volte ed è stato a parlare con me molto seriamente, non è mai voluto tornare con me per non illudermi, così ha detto, per non mettermi in mente che le cose potevano ritornare come prima. Mi ha trattato pure con rispetto e con affetto, cosa che io non mi aspettavo, anche se di fatto non è tornato con me. Non so se ha un altro ragazzo, ma non credo. Con me è molto esplicito, come è sempre stato, mai discorsi di circostanza e sempre posizioni molto nette, ci siamo anche visti di persona e più di qualche volta.

Indubbiamente rivederlo mi riportava all’idea di rimettermi con lui e qualche volta mi era difficile accettare che non sarebbe successo. Mi dice che ha bisogno di libertà, di provare a fare la sua vita ma che mi vuole bene e comincio a pensare che sia vero, anzi lo penso. In certi momenti ci abbracciamo e mi fa un effetto stranissimo ma è un effetto positivo, ho l’impressione che non l’ho perso, certo però che devo ridimensionare i miei sogni. È un po’ come dicevi tu, Project, mi trovo a decidere tra questo ragazzo e il tipo di vita che avevo immaginato con lui.

Pensare che potrebbe sentirsi libero, che potrebbe volermi bene anche se si innamorasse di un altro ragazzo mi sembra ancora molto difficile da accettare. Questa estate mi sembrava del tutto inconcepibile, adesso mi sembra difficile da accettare ma non mi sembra una ipotesi assurda. In effetti se un ragazzo sta con un altro e per questo non ti vuole più bene perché pensa solo all’altro ragazzo, allora certamente non ci puoi mantenere nessun rapporto, ma se quel ragazzo potesse continuare a volermi bene lo stesso, magari anche se ha un altro ragazzo, avrebbe senso dire che è meglio mandate tutto in malora? Non lo so proprio Project.

Evidentemente ci hanno messo in mente dei modelli di comportamento per cui l’amore deve essere esclusivo, cioè o con me o con un altro, ma forse questi modelli sono complicazioni che non servono affatto a volersi bene. Forse adesso mi sembra che potrei anche adattarmi perché in effetti adesso lui non ha un altro ragazzo, probabilmente se ne avesse uno non riuscirei ad accettarlo. In pratica io spero di poter essere comunque tutto per lui, così lui non avrebbe bisogno di niente altro e io troverei la mia tranquillità, in pratica un po’ come prima. Cioè lui adesso, anche se si è allontanato da me, continua a volermi bene perché di fatto non c’è nessun altro. O forse potrebbe funzionare bene anche se avesse veramente una altro ragazzo? Proprio non lo so.

Con me è stato sempre sincero e ho l’impressione che insieme stiamo veramente bene. Probabilmente io per lui non sono proprio tutto, non gli basto ma non nel senso che mi svaluta ma nel senso che ha bisogno anche di altre cose che io non posso dargli, dico non posso perché magari sono cose che io non capisco o solo perché ha bisogno anche dell’affetto di altre persone. In questo ultimo periodo ho l’impressione che lui voglia starmi vicino, che si preoccupi di quello che dico e di quello che penso e soprattutto che si preoccupi di farmi capire che mi vuole bene ma senza illudermi.

Ma come faccio, Project, a pensare che magari ci rimettiamo insieme, perché probabilmente succederà, o almeno in qualche modo succederà, ma come faccio a pensare che poi potrebbe anche avere un altro ragazzo? Non dico come faccio a pensare che potrebbe non volermi bene, perché non credo che questo possa succedere ma come faccio a pensare che io non sarei comunque tutto per lui. Questa cosa mi sconvolge. Project e se dopo sto peggio? E se poi magari sono io quello che lo illude perché non sono capace di rispettare le sue regole e poi mi aspetto che sia tutto come prima?

Io penso che un altro ragazzo potrei trovarlo, però non è quello che voglio. Quando ho provato ad avvicinare altri ragazzi io mi aspettavo da loro le sue reazioni le sue risposte e invece mi trovavo davanti a cose del tutto diverse che mi coinvolgevano molto poco, in pratica non mi coinvolgevano per niente perché pensavo che quei ragazzi non erano come lui. Quando c’è lui io la sua presenza la sento fortissima e non è nemmeno una questione di sesso; anche discutere con lui, anche litigare è un’altra cosa. Non mi dà ragione quando pensa che io abbia torto e soprattutto è un confronto vero, alla pari. In fondo lui non si è adeguato ma mi ha voluto bene lo stesso e su questo non ho dubbi, ma mi ha voluto bene a modo suo. Non so nemmeno se il nostro sarebbe un rimettersi insieme, probabilmente si tratta di una cosa diversa che non coinvolge il concetto classico di coppia.

Project, tu capisci in che razza di problemi mi trovo? È una situazione che prima non avrei mai accettato per nessuna ragione, l’avrei scartata per principio, ma io non voglio stare senza quel ragazzo, certo è che la cosa, in questi termini mi farà vivere in ansia e penso che il senso dell’incertezza sarà inevitabile anche in futuro. Tu pensi veramente che si possa arrivare a trovare una stabilità anche in questo modo? Che si possa essere felici anche così?

p.s.: se credi, pubblica pure questa mail.

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NASCITA DI UNA COPPIA GAY

Ciao Project,
noi ci conosciamo già e di te mi è rimasto un ricordo molto positivo che risale più o meno a due anni fa, allora mi firmavo “amolamusica”, abbiamo scambiato alcune mail, non pochissime, e per me è stata una esperienza importante, anche se il senso l’ho capito solo dopo.

Allora mi sentivo sbandato e esitante, oggi, per mia fortuna le cose sono cambiare e in un certo senso penso di avere capito il significato vero delle cose che mi dicevi nelle mail di due anni fa.

È ormai un anno e mezzo che sto con un ragazzo, che ha sei anni meno di me, sono tanti, è vero, però da quando stiamo insieme la mia vita è cambiata, è cambiato il senso che do alla parola amore, è cambiato proprio il mio modo di essere gay. Per la prima volta a 29 anni mi sono reso conto di come possono essere forti i sentimenti tra due ragazzi e per la prima volta ho scoperto il significato di un contatto umano profondo.

Frequentavamo entrambi la nostra chiesa, io soprattutto per abitudine, lui perché probabilmente sinceramente credente. Ci siamo conosciuti perché abbiamo accompagnato entrambi un gruppo di ragazzi (14-16 anni) ad un campeggio estivo, lui allora aveva 21 anni e io 27. Già ci conoscevamo, di vista e poco più, anche prima ma in campeggio abbiamo avuto modo di parlare molto e la nostra storia d’amore sostanzialmente è cominciata lì. Ero incantato dal fascino che lui aveva sui ragazzi. Io ero più grande e i ragazzi con me non familiarizzavano troppo, ma con lui scherzavano come se lui avesse 15 anni, e lui si trovava perfettamente a suo agio in mezzo a loro.

Abbiamo cominciato a parlare un po’ la sera quando i ragazzi se ne andavano a dormire e noi restavamo con gli altri due accompagnatori a risistemare un po’ i locali comuni. Allora pensavo che Gianni fosse etero, perché tutto lo faceva pensare. Non aveva una ragazza, a quanto ne sapevo, ma in fondo era giovanissimo e aveva molte amiche con le quali era estremamente disinvolto. Gianni è un bel ragazzo, mi piaceva, ma lo consideravo come tanti altri ragazzi etero che avevo conosciuto, in pratica un mondo separato con quale non averi mai avuto nessun contatto.

I primi giorni abbiamo parlato molto della chiesa, dei ragazzi del gruppo, dello studio, del lavoro ma non abbiamo parlato della vita affettiva. Vedevo che a lui piaceva stare a parlare con me ed ero sempre io che dovevo interrompere la conversazione perché era troppo tardi e bisognava andare a letto. Il campeggio è durato in tutto dieci giorni. Alla fine eravamo diventati amici. Io pensavo che per lui il nostro rapporto fosse una bella amicizia ma niente di più. Con me era disinvolto ma niente lasciava pensare che potesse nutrire per me dei sentimenti forti.

Tornati in città abbiamo cominciato a frequentarci, prima solo attraverso il gruppo legato alla nostra chiesa e poi anche per i fatti nostri. Nelle nostre conversazioni due soli argomenti erano del tutto assenti e cioè amore e sesso. All’inizio pensavo che fosse il segno che si trattava solo di amicizia ma la cosa non aveva senso perché in genere due amici, che ormai si conoscono bene, di queste cose ne parlano eccome.

Potevo osservare però che piano piano il nostro rapporto aveva preso una dimensione di quotidianità e di spontaneità straordinaria, le cose venivano da sé, non avevamo bisogno nemmeno di metterci d’accordo ogni proposta di uno di noi sarebbe stata automaticamente accettata dall’altro. I sorrisi e il guardarsi dritto negli occhi erano diventate cose comuni e c’era anche un minimo di contatto fisico: l’abbraccio quando ci salutavamo non era solo un saluto, per invitarmi ad uscire mi prendeva per mano e qualche volta mi appoggiava la testa sulla spalla, mi ammiccava come per dire che sapeva quello che stavo per dire o per fare. Io cercavo di essere attento a non scoprimi molto, mi affascinava ma cercavo di evitare di farglielo capire ma comunque deve averlo capito ugualmente.

Ad un certo punto ha cominciato a lasciarsi andare a forme di contatto fisico più significativo, ad abbracci lunghi, improvvisi e senza motivo apparente, accompagnati da espressioni di felicità quando mi abbracciava. Più io cercavo di ritrami e di riportare le cose al livello solito più Gianni dava segno di sentirsi frustrato da quel mio modo di fare. A un certo punto, per risolvere un attimo di imbarazzo che si era creato, ha preso l’iniziativa e mi ha baciato, io sul momento ho provato a dire di no ma mi ha risposto con una sola parola: “zitto!” e siamo rimasti a baciarci per 10 minuti. Il giorno appresso mi sentivo in colpa, come se avessi approfittato di lui, gliel’ho detto ma gli leggevo negli occhi il bisogno di andare avanti allora l’ho abbracciato io, quella sera abbiamo avuto il nostro primo timidissimo rapporto sessuale. Credo che non ci sia niente di più coinvolgente dell’essere innamorati di un ragazzo e del sentire che quel ragazzo ti desidera. In pratica ho capito che cosa è la sessualità vera. Mi abbracciava fortissimo e non aveva alcuna inibizione, la sua spontaneità era totale e, stranamente per me, anche la mia spontaneità era totale.

Le cose sono andate avanti così per qualche giorno, poi mi sono tornati i soliti scrupoli e ho cominciato a tenerlo a distanza. Credo che Gianni si sia sentito completamente rifiutato e che sia stato malissimo, insisteva perché ci incontrassimo ma io volevo che tra noi non ci fosse più sesso e lo tenevo a distanza, poi abbiamo cominciato a frequentarci di nuovo ma, per un patto che avevamo fatto tra noi, senza contatto fisico. Abbiamo passato lunghissime serate a parlare e ho cominciato a conoscere Gianni dall’interno. Ero stupito del fatto che si comportasse così con me anche se io lo tenevo a distanza. Poi non ce l’ho fatta più a vederlo soffrire e abbiamo ripreso ad avere rapporti sessuali ma l’espressione non è adeguata perché in realtà il nostro era un vero fare l’amore. Per lui, il sesso era una po’ una risposta al suo bisogno di affetto era un prendere atto che quel suo bisogno di affetto contava più delle mie inibizioni e che alla fine io riuscivo a capire come si sentiva veramente. Non avevo mai pensato che il sesso potesse avere una tale capacità di tranquillizzare, di rassicurare, che potesse avere un significato affettivo così profondo.

Quando stavo con lui non provavo affatto sensi di colpa, era tutto così naturale, così bello, così pieno di sentimento che l’idea che non fosse una cosa buona neppure mi sfiorava. Qualche volta però, dopo, quando mi ritrovavo da solo, mi veniva in mente che la religione condanna queste cose e che quindi al di là delle apparenze, quello che stavamo facendo non fosse un modo di stare bene ma fosse in realtà un male, che fosse un modo di fargli del male per qualche ragione che neppure potevo capire. Provavo a dire a Gianni queste cose e mi ascoltava perplesso, eppure io sapevo che lui era credente, ma io vivevo la religione con mille scrupoli, lui invece no, la viveva come una cosa liberatoria. Mi guardava con forte senso di preoccupazione e mi chiedeva: “Ma tu pensi veramente che ci sia qualcosa di male?” E io non sapevo che cosa rispondergli e in quei momenti lo vedevo di nuovo solo nella sua solitudine, in quella solitudine alla quale io lo stavo costringendo, allora gli prendevo la mano e sentivo tutta la sua esitazione e in quel momento mi sembrava terribilmente ingiusto allontanarlo da me e allora lo abbracciavo forte.

Ho conosciuto la debolezza di Gianni, il suo bisogno d’amore, l’ho sentito vicino come non ho mi sentito nessun’altra persona e piano piano ho cominciato a mettere da parte i miei scrupoli e sono arrivato a capire che il nostro era amore vero.

Certe volte, quando leggo le cose che la gente dice dei gay, mi prende un senso di sconforto, perché adesso per me è evidente che quelle persone non capiscono affatto che cosa è l’amore gay, l’amore tra due uomini. Anche io, per molto tempo in verità, ho avuto forti dubbi sul fatto che tra due uomini potesse esistere un amore vero, probabilmente ho assimilato questo tipo di diffidenza dall’ambiente in cui vivevo e per me andare oltre non è stato affatto facile. Ho cominciato a mettere da parte certe forme di dipendenza psicologica di fronte alla religione e ho cominciato a chiedermi che cosa per me fossero il bene e il male, al di là di qualsiasi pregiudizio e ora non ho più alcun dubbio e penso che solo l’amore ha la forza di liberarci dalle nostre paure e di darci il coraggio di essere finalmente noi stessi.

Una sola paura mi resta e cioè la paura che il mio rapporto con Gianni possa finire. Non ho oggettivamente nessun elemento sul quale basare questa paura, ma il fatto è che l’amore per Gianni è diventato di fatto il pilastro della mia vita e che pensare di vivere senza di lui non avrebbe senso.

Non che nel nostro rapporto non ci siano stati momenti di incomprensione ma quando è capitato non ho mai avuto il timore che il nostro rapporto potesse finire. Questo ce lo siamo detto mille volte.

Oggi, dopo un anno e mezzo, mi sento un uomo felice. Noi non conviviamo perché la sua famiglia e la mia non sanno di noi e di comune accordo abbiamo deciso di non dire nulla, non per egoismo o per diffidenza ma perché entrambi pensiamo che i nostri genitori non capirebbero e ogni giorno ne riceviamo conferma dai discorsi che sentiamo in famiglia. Oltre a mettere in enormi difficoltà i nostri genitori, esporremmo anche il nostro rapporto a delle forti tensioni e noi vogliamo vivere tra noi nella massima serenità. Ora io ho un lavoro, ma non è un lavoro stabile e lui studia ancora, se le cose andranno avanti così, tra qualche anno (non pochissimi) potremmo essere veramente indipendenti e potremmo anche andare a vivere insieme.

I rapporti con la religione, intesa nel senso della nostra comunità, sono andati in crisi. Ovviamente in quell’ambiente nessuno sa di noi e quindi nessuno ci emarginerebbe ma siccome sappiamo qual è il modo di vedere le cose delle persone che frequentano quell’ambiente, preferiamo starne al di fuori per evitare di dover fingere una comunione di pensiero che ormai non c’è più. Però abbiamo conservato un insieme di valori legati alla religione e anche una grande speranza che Dio sia migliore degli uomini e che abbia riservato anche per noi un posto in paradiso. Non è un modo di dire, è una forma di fede che, penso, non perderemo mai.
Project, adesso capisco il senso di tante cose che mi dicevi e mi rendo conto che erano vere!
Matteo

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