UN GAY SPOSATO NON IN CRISI

Ciao Project,

ti ringrazio per la tua ultima mail che non mi aspettavo e che mi ha fatto molto piacere. Viviamo in paesi diversi, siamo di età diverse, ma alla fine riusciamo a capirci abbastanza bene. Forse il fatto che sei veramente lontanissimo da qui mi permette di esprimermi più liberamente. Mi colpisce il fatto che in teoria avremmo dovuto parlare soprattutto se non soltanto di sesso e invece siamo finiti a parlare di lavoro, di prospettive per il futuro e di mille altre cose. Per un gay sposato di 36 anni come me, è molto importante riuscire ad avere un amico con cui parlare liberamente senza sentirsi giudicato. Già la condizione dei gay è complicata perché l’aggressività della gente è forte, ma un gay sposato, almeno qui dove io vivo, è considerato un mostro, un caso patologico, uno che non può essere in nessun caso né un buon marito né un buon padre. Tu conosci già la mia storia e sai che sono stato particolarmente fortunato perché ho con mia moglie un dialogo vero, lei sa tutto di me e mi vuole bene, e anche io le voglio bene. Un tempo mi chiedevo spesso se per caso io non fossi bisessuale piuttosto che gay, perché voglio bene a mia moglie e posso anche avere rapporti sessuali con lei, poi sono arrivato alla conclusione che le voglio bene perché è una brava ragazza che mi vuole bene veramente e che, quando e ho detto quello che pensavo, mi ha aiutato ad essere quello che veramente sono. Lei non mi ha dato nessuna colpa e mi ha detto che ero un ottimo papà e che mi voleva bene senza condizioni. Puoi capire che dopo mesi di esitazioni, sentirmi fare un discorso simile mi ha messo in una condizione di euforia incredibile. Però scambiare qualche mail con te mi permette di capire tante altre cose e di superare tanti problemi o falsi problemi che mi sono portato appresso per anni, come per esempio i sensi di colpa per il matrimonio e l’idea di aver rovinato la vita di mia moglie e poi ho cominciato a mettere a fuoco il problema del rapporto tra affettività e sessualità e a capire quali possono essere le vere paure che mia moglie si porta dentro e delle quali non mi parla. Ho anche capito meglio come mia moglie possa considerare la mia situazione e la sua possibile evoluzione nel futuro. Ti dico onestamente che all’inizio non avevo dato molto peso al fatto che se avessi avuto rapporti sessuali con uomini senza una protezione adeguata non avrei messo a rischio solo me stesso ma anche lei. In pratica ho capito che devo essere sempre molto attento alla prevenzione. Fino a poco tempo fa mi ritornava spesso in mente l’idea di “provare” con un uomo, poi mi hai fatto capire che quello che conta è creare un rapporto affettivo vero, che possa durare nel tempo, con o senza sesso, e mi sono reso conto che posso aver desiderato sessualmente un ragazzo ma non mi sono mai innamorato di un ragazzo. Forse mi servirebbe avere amici gay per poter essere me stesso senza imbarazzo. Mi viene in mente una cosa che ti potrà sembrare strana, adesso mi sento molto meno condizionato nella masturbazione. I primi tempi la prendevo come un vero tradimento di mia moglie, mi dicevo che in fondo avevo già distrutto il matrimonio, poi, parlando con te, ho visto le cose in una luce del tutto diversa. Sono rimasto stupito quando mi hai detto che potevo parlarne a mia moglie, perché non avevo mai considerato possibile una cosa simile. Il giorno appresso mi sono fatto coraggio e ne ho parlato con lei che mi da detto che si sarebbe stupita forse del contrario e che non si riteneva assolutamente tradita o offesa dal fatto che io mi masturbassi pensando ai ragazzi. Project, ma perché non mi sono mai innamorato di un ragazzo? Fantasie sessuali sui ragazzi ne ho fatte eccome ma non mi sono mai innamorato di un ragazzo. Forse sono meno gay di quanto io creda di essere, o forse non ho ancora trovato il ragazzo giusto, e poi perché ho contattato te, che stai lontanissimo da qui e che probabilmente non conoscerò mai di persona, per poter parlare liberamente di queste cose? Sarebbe stato più facile cercare un ragazzo gay qui, ma io non l’ho fatto e ho cercato di mettermi al sicuro evitando scupolosamente ogni rischio di outing. Forse una ragione profonda per cui amo mia moglie è che lei sa tutto, ma non ha raccontato nulla a nessuno, nemmeno ai suoi genitori o alla sorella, lei ha fatto squadra con me e con nessun altro e questo mi rassicura. Io continuo a dormire con mia moglie nel letto matrimoniale e la cosa non mi imbarazza affatto e penso che non imbarazzi nemmeno lei perché tra noi qualche momento di intimità, al limite anche sessuale, c’è lo sesso, cioè lei non mi rifiuta e la cosa mi sembra al limite dell’incredibile. La nostra vita, ora, è tutta con centrata su nostro figlio Matteo che ha compiuto da poco due anni. Quando non lavoro il pomeriggio sto a casa con Matteo e giochiamo insieme, mi butto per terra, lo prendo a cavalluccio e lo vedo contento. Mia moglie ogni tanto viene nella stanza e vede tutto questo movimento e penso che ne sia contenta, poi entra anche lei in scena, si butta anche lei sul tappetto e giochiamo in tre. Due mesi fa Matteo non è stato bene e in quell’occasione ho trovato con mia moglie un momento di sintonia totale, ci siamo guardati negli occhi, senza dire nulla, lei è andata a vestire Matteo e io sono andato a prendere la macchina e lo abbiamo portato al pronto soccorso pediatrico. Lo hanno visitato e ci hanno rimandati a casa, con l’indicazione di una terapia da seguire, cosa che abbiamo fatto con la massima attenzione e Matteo è guarito del tutto in tre giorni. Vedi, Project, io con mia moglie sento di formare veramente una famiglia, so che non mi verrà mai meno, e non mi è venuta meno nemmeno quando ha saputo delle mie fantasie gay! Con un uomo potrebbe accadere qualcosa di simile? Francamente credo di no! Non che io creda che la cosa sia impossibile in generale, ma io credo che sarebbe impossibile nel mio caso, perché io una famiglia già ce l’ho e la sento mia, cioè non la metterei in crisi per nessuna ragione. Con mia moglie abbiamo fatto anche un ragionamento che non avrei mai immaginato, lei mi ha chiesto: “Ma tu pensi che si potrebbe avere un secondo figlio?” e io le ho risposto: “Certo!” Lei mi ha sorriso e ha detto: “Oh, aspettiamo che Matteo abbia tre anni!” Quindi anche mia moglie non considera la nostra come una famiglia in crisi e in realtà non lo è. Le mia fantasie gay non sono distruttive e mia moglie se ne rende conto. So bene che si tratta di una condizione più unica che rara, perché nelle storie dei gay sposati ho letto cose terribili sulle lotte con le mogli per l’affidamento dei figli. In pratica tutti davano per scontata la separazione e poi il divorzio e intendevano costruire una famiglia gay, cioè per loro essere gay era incompatibile con il loro matrimonio etero. E questo valeva anche in presenza di figli, cosa che a me sembra veramente inconcepibile. Però va pure detto che avevano mogli con le quali avevano rapporti solo formali e patrimoniali. Una cosa ancora devo dire di mia moglie: tra me e lei non abbiamo mai, e dico proprio mai, parlato di denaro e certamente non navighiamo nell’oro. Se una spesa la fa lei io so per certo che non si sarebbe potuto fare meglio. Penso sia anche per questo che l’idea del divorzio non mi è proprio mai venuta in mente. Chissà, forse mi basta avere un amico gay oltre oceano! Sono realmente gay? Da tutto quello che ti ho scritto potresti arrivare a dubitarne, ma io credo di esserlo. Faccio pochissimo uso di pornografia, mentre mi piacciono moltissimo i film gay in cui domina la tenerezza, perché è in fondo che quello che vorrei anche io. Chissà come sarebbe un vero rapporto di coppia con un uomo, ci penso spesso ma non riesco ad immaginarlo. Un gay riuscirebbe ad accettare l’idea che io continui a vivere con mia moglie compresa qualche tenerezza? E mi chiedo anche se mia moglie, nel caso io mi trovassi veramente un compagno, continuerebbe a dimostrare tutta l’apertura mentale che dimostra adesso che non ho nessun compagno. Il suo atteggiamento resisterebbe alla prova della realtà? Sarebbe comunque per lei una prova terribile. Adesso sono un gay (perché sono gay, anche se più sessualmente che affettivamente) che vive da etero ma non vive male, sono un individuo anomalo sia come etero che come gay. Ho parlato di te anche con mia moglie e le ho fatto leggere le tue mail, devo dire che le sono piaciute molto, dice che si vede che “ti intendi anche di donne!” Adesso ti lascio, Project, perché sento che Matteo si è svegliato e ha bisogno del suo papà.

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GAY E RELAZIONI ETERO

Vorrei passare ora ad esplorare un altro lato della questione “gay sposati” e cioè vorrei cercare di illustrare come le donne innamorate consapevolmente di ragazzi gay cercano di far fronte alla situazione.

Riporto qui di seguito, previa approvazione dell’autrice, una mail di una donna che si è resa conto che il suo ragazzo ha dei comportamenti che non sono quelli tipici dei ragazzi etero.

“Ti scrivo perché ho bisogno di chiarirmi un po’ le idee, o forse perché ho bisogno di parlare con qualcuno. Sono una ragazza di 25 anni e mi sono innamorata di un ragazzo di un anno più grande di me. È un ragazzo molto bello e anche molto dolce. Io prima ero stata con altri ragazzi ma un po’ boriosi e pieni di sé e certe volte mi facevano venire i nervi, pensavo che con tipi del genere non sarei mai andata d’accordo, poi ho trovato lui ed è stata una cosa completamente diversa, mi ascoltava, parlavamo molto, si comportava in modo diverso dagli altri ragazzi, mi trattava da amica, non ci provava con me e anche se ti sembrerà assurdo, la cosa mi piaceva moltissimo. Siamo diventati amici intimi, diciamo così, tante coccole qualche bacetto ma di tenerezza, non di passione, quasi non mi sembrava vero. Lui non parlava mai di sé ma lasciava parlare sempre me, a questa cosa all’inizio non avevo fatto caso. Ci vedevano ogni giorno ma non sapevo se avesse una ragazza (evidentemente no)  o se ne avesse avuta una prima, sembrava che questi argomenti non esistessero. Poi ho cercato di fare io il primo passo per disinibirlo un po’, l’espressione non mi piace ma, insomma, per me non era solo un’amicizia, e lì ho visto la sua paura, mi sono fatta due conti e ho pensato che potesse essere gay ma a lui non ho detto nulla. Col passare dei mesi ci siamo conosciuti sempre meglio e gli ho addirittura proposto di andare a vivere insieme, e alla fine mi ha detto che era gay. Io, stupidamente, gli ho risposto che per me non faceva nessuna differenza e che si poteva vivere insieme lo stesso, perché io volevo stare con lui comunque, ma lui mi ha guardato e mi ha detto: “Silvia, non ti arrabbiare, ma un gay può stare bene solo con un ragazzo.” Dopo questo discorso mi sono sentita molto ridimensionata, avrei voluto staccarmi da lui perché interpretavo quello che mi aveva detto come un rifiuto, ma non ci riuscivo, insistevo per vederlo, per consolarlo quando era malinconico ma lui si chiudeva sempre di più. Ho saputo da altre persone che probabilmente si è trovato un ragazzo ma ormai non lo vedo da tempo e mi sono rassegnata all’idea di non sentirlo più. Dopo aver vissuto la storia con lui, penso che non riuscirò più a innamorarmi di un altro ragazzo, sono stupida, lo so, non ha senso innamorarsi di uno che non ti vuole perché è gay, però a me è successo. Tu pensi che per me un qualche rapporto con lui sia recuperabile, dico solo come amica, ovviamente, o pensi che preferisca proprio stare alla larga? Per me se ha un compagno va benissimo, la cosa non mi creerebbe nessun problema, ma forse sto continuando a sognare come una stupida, mi sa che non ho capito bene che tipo di rapporti un gay può tenere con una donna, cioè l’ho capito ma non lo voglio capire, mi sa che la vedo ancora in modo troppo etero per poter andare d’accordo con lui.”

Questa è una mail tipica di una donna innamorata ma matura e consapevole della realtà. La storia con il ragazzo gay è finita e lei si rende conto che quel ragazzo non potrà mai essere il suo ragazzo. Gli vuole ancora bene ma capisce che in nome di quel bene non ha alcun senso rivendicare un ruolo che non venga da sé in modo spontaneo e condiviso. Se il ragazzo si allontana significa che deve andare per la sua strada e non ha senso cercare di trattenerlo. In fondo in questa storia il ragazzo non “illude” mai la ragazza, non passa oggettivamente i confini di una semplice anche se profonda amicizia, tiene cioè un comportamento che non favorisce i fraintendimenti.

La mail che segue è di un tenore completamente diverso ma è forse più interessante soprattutto per il diverso modo di agire del ragazzo che, volontariamente e colpevolmente, induce la ragazza in errore e provoca alla fine la sua reazione risentita.

“Bella gente i gay! Lo dico molto ironicamente! Ma che te lo dico a fare? Tanto tu sei convinto che sono tutti bravi ragazzi. Non è vero che sono solo i ragazzi etero che prendono in giro le ragazze, i gay fanno molto peggio e io, purtroppo, ci sono incappata in pieno. Uscivo da una storiaccia con uno str..o che mi piaceva molto fisicamente ma che era proprio grossolano e nello stesso tempo immaturo, insomma uno str..o! Ero nera. Vado una volta in disco con la mia comitiva e lì mi presentano Marco, neanche mi piace, mi sembra scipito, quell’altro era grezzo ma Marco mi sembrava addirittura un po’ viscido, non mi ispirava nemmeno a livello sessuale, e io quanto a ragazzi non ci vado tanto per il sottile. In pratica mi è del tutto indifferente, o anche meno, però mi accorgo che mi tiene d’occhio, quando cerco di guardalo negli occhi gira lo sguardo, ma continua ad osservarmi. Io mi chiedo “Ma questo che cavolo vuole?” mi decido e glielo chiedo. Mi risponde solo: “Sei carina!” Tu sai com’è, una cosa del genere a una ragazza fa piacere, e allora gli dico: “Sei carino pure tu!“ però così, solo per complimento, perché non mi attizzava proprio, poi abbiamo ballato e in pratica io mi sono persa il mio gruppo e ho passato la serata con lui che stava in discoteca da solo! Proprio così! Io con la mia solita logica generica ho pensato che se uno va in disco da solo vuol dire che va a caccia di ragazze e lui, in effetti, mi stava facendo la corte. La settimana appresso abbiamo continuato a sentirci e a scambiarci messaggini. Visto di giorno, alla luce del sole era meno viscido di come sembrava al buio della disco, non era un granché, un po’ troppo grassottello, paffuto va’,  però, insomma, si poteva pure fare. Dopo qualche giorno mi sono stufata di questo ragazzo e non l’ho chiamato più, ma lui continuava a farsi sentire a mandarmi messaggini da mezzo innamorato, mi provocava dicendomi che lo avevo colpito molto, che pensava spesso a me e tante altre cose del genere, io però non ero proprio interessata e non rispondevo, o forse solo raramente e solo per educazione, ma cercavo di tenermi molto sul neutro. Una sera mi chiama e mi dice che sta malissimo e che ha assolutamente bisogno di parlarmi di una cosa importantissima. Io gli dico che se deve sfogarsi lo può fare con un amico e con uno psicologo, ma lui insiste, la mette giù pesante ma non mi dice di che si tratta, alla fine non ce la faccio più, mi sfianca a forza di insistere e gli dico: “Ok, ci vediamo domani.” Insiste per vederci subito, ma gli dico che è tardi e che non saprei che cosa dire a mia madre e allora dice che va bene anche l’indomani. La sera appresso ci vediamo e ce ne andiamo a parlare in macchina. Mi aspetto un discorso chiaro e diretto ma comincia a parlare di cose generiche, non riesco a capire dove possa andare a parare, gli chiedo esplicitamente perché mi voleva parlare ma invece di rispondere insiste con le chiacchiere generiche. Gli chiedo: “Ma mi stai prendendo in giro?” Confesso che ho pensato che potesse magari essere uno col cervello un po’ bacato. Mi stavano proprio venendo i nervi, gli ho chiesto: “Che vuoi da me?” e lui mi ha preso la mano, allora gli ho detto: “Mi sa che ho capito! Ma tu non sei il mio tipo…” e lì il contatto tra noi ha preso un’altra piega e ci siamo baciati, cioè è stato lui a baciarmi, non mi piaceva nemmeno troppo però ci sono stata. Quando ci siamo staccati mi ha detto: “Pensi che ci si potrebbe mettere insieme?” Gli ho risposto: “Non lo so.” Lui mi ha detto: “Sei la prima ragazza di cui mi innamoro veramente.” Io l’ho preso come un complimento. Dopo un paio di giorni siamo passati a fare un po’ di sesso, cioè solo a toccarci perché lui ci andava piano. Aveva un modo di fare tutto suo, direi soprattutto contemplativo. Mi diceva che ero bellissima cosa che non è vera perché sono una ragazza molto ordinaria ma lui mi guardava con ammirazione, mi accarezzava, però non prendeva le iniziative che in genere prendono i ragazzi. Comunque ci siamo messi insieme. In genere i ragazzi tendono a stare alla larga dalla famiglia della ragazza, lui no! Voleva conoscere mia madre, mio padre, voleva venire a casa mia, un po’ come si faceva una volta quando c’era il fidanzamento ufficiale. È venuto a casa mia parecchie volte, i miei lo hanno invitato spesso a pranzo e io sono andata dai suoi, in pochi mesi eravamo diventati due fidanzatini ideali. Tutto sommato a me non dispiaceva, lui era serio, non faceva il galletto con le altre ragazze, stava finendo gli studi e si sarebbe trovato una ottima posizione sociale, anche se queste cose interessavano più a mio padre che a me. Dopo un anno di questa specie di fidanzamento in cui tra noi eravamo arrivati anche ad avere rapporti sessuali, sempre e solo su mia iniziativa e insistenza, finalmente comincia  parlare di matrimonio. I miei erano contenti e pure io, tutto sommato. Andavamo sempre in giro insieme con gli amici il sabato pomeriggio ed eravamo ormai un coppia a prova di bomba. Un giorno mi dice che purtroppo deve partire perché ha una zia che sta molto male e che non potrà venire con me il sabato successivo, io gli dico che va bene e non ci faccio proprio caso. Il sabato, siccome nella mia comitiva c’era un ragazzo gay, questo propone di andare in una disco gay ma di quelle dove possono andare tutti per divertirsi un po’, si decide e si va. Io mi sento come un pesce fuor d’acqua in quell’ambiente e non vado a ballare ma mi siedo un po’ defilata con due amici di vecchia data. A un certo punto ho l’impressione di vedere Marco sulla pista che balla con un altro ragazzo, le luci sono infernali ed è difficilissimo riconoscere le persone, ma in mezzo ai flash mi pare proprio che sia lui, resto sconvolta, ma non sono sicura e d’altra parte c’è troppa gente e troppo fumo per vedere bene tenendosi a distanza, e certamente non mi sarei mai avvicinata al punto di rischiare di essere riconosciuta. Dico ai miei amici che fa troppo caldo e che devo uscire un po’. La disco è praticamente in campagna e intorno c’è un grande parcheggio per i clienti. Esco, mi metto a girare nel parcheggio e la macchina di Marco sta lì. Mi sono sentita bollire di rabbia! Sono rientrata, ho detto ai miei amici che mi ero stufata e che me ne volevo andare e ce ne siamo andati tutti e quattro. Loro non avevano intuito nulla e non avevano assolutamente visto che Marco stava lì. L’indomani mattina Marco mi manda il solito sms di buongiorno, gli rispondo chiedendo come sta la zia e mi dice che “sta meglio”. Beh, non ci ho visto più! Gli ho risposto: “Ti ho visto dove sei stato veramente ieri sera. Sparisci dalla circolazione perché se mi compari davanti ti cavo gli occhi!” Lui nonostante tutto ha continuato a dire bugie e ad accusare me di omofobia! Io non gli ho più risposto e la storia è finita così. Non ti dico i casini a casa, ai miei non ho potuto raccontare quello che era successo, altrimenti sarei passata per stupida tutta la vita, quindi i miei hanno dato tutta la colpa a me perché: “era un bravissimo ragazzo, ecc. ecc.” Ecco questo è quello che ha fatto a me un ragazzo gay! Vediamo se tu hai il coraggio di pubblicare una mail simile! Comunque con ce l’ho con te, è ovvio, ma non immagini a che livello di viscido possa arrivare un gay che ti deve usare come donna dello schermo, è proprio un modo di fare odioso!”

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STORIA DI UN GAY SPOSATO

Ciao Project, ho avuto ieri sera il piacere di parlare con te, era la prima volta che parlavo con uno che sapevo con certezza essere gay ed è stato tutto molto più facile del previsto. La conversazione è stata agevole, si potrebbe dire una normale chiacchierata, anche se gli argomenti non erano affatto comuni, almeno per me, perché a quasi 40 anni, avevo ancora idee piuttosto preconcette sui gay. Per un uomo sposato e divorziato, per fortuna senza figli, con una, chiamiamola così, tradizione etero alle spalle, non è per niente facile avvicinarsi all’idea che in fondo per tanti anni non si è fatto che rimuovere e si è vissuta una vita da etero, matrimonio compreso, che non era in fondo quello che si voleva. Mi sono chiesto se sono stato veramente etero, ma penso che non sia assolutamente così. Ho sposato la mia ex-moglie ma non l’ho amata. Quando eravamo sposti e vedevo un bel ragazzo per la strada non solo mi fermavo a guardarlo ma pensavo che tornato a casa non avrei trovato lui ma mia moglie. A parte la sofferenza psicologica che ho imposto anche a lei, la cosa più atroce, per me, è stata tirare avanti “per non mettere in crisi il matrimonio”. In realtà le cause del tirare avanti erano ben altre e molto meno nobili: avevo paura di una vita da gay, avevo paura delle reazioni della gente, della mia famiglia, dei compagni di lavoro. Avere una moglie mi metteva al sicuro. La storia aveva ben poco di sessuale, lei non se ne rendeva conto, ma per me fare sesso con lei era una forzatura, alla fine qualche volta succedeva ma non era quello che volevo, piano piano, anzi piuttosto velocemente, il sesso lo abbiamo messo da parte del tutto, ma il problema non era nemmeno quello, mia moglie si aspettava qualcosa da me, qualcosa che non potevo darle, si era adattata all’idea di un matrimonio senza sesso, ma avrebbe voluto almeno un po’ d’amore, ma per me non era possibile, la nostra era una convivenza, un condividere la casa, un fare i turni per lavare i piatti e fare la spesa, ma tra noi affetto zero. Lei non capiva, io non avevo il coraggio di parlare e si andava avanti così. Io non ho cercato avventure gay, perché di quelle cose avevo il terrore, mi bastava un po’ di pornografia e un po’ di fantasia. Mi dicevo che non ero gay perché non ero mai stato con un uomo e che in fondo avevo fatto anche sesso con una donna, cosa che secondo me un gay non avrebbe mai fatto, e andavo avanti così. Poi ho incontrato Mauro e lì mi è crollato il mondo addosso. Non so se Mauro fosse gay, io penso di sì, ma non ne sono sicuro. Con lui stavo bene, ci vedevamo spesso, ma per un caffè, per fare due passi e per chiacchierare un po’, ma tra noi c’era una complicità totale, non vedevo l’ora di uscire con lui, di restare solo in macchina a parlare con lui. Ho sempre pensato che lui si aspettasse una prima mossa da parte mia, ma quella prima mossa non c’è mai stata e siamo andati avanti così per quasi tre anni, poi ha trovato lavoro altrove e se ne è andato. Io ci sono stato malissimo, dovevo tornare ad una vita che non era la mia, Mauro mi mancava. Ci siamo sentiti un po’ su skype, poi piano piano non ci siamo sentiti più. Ma alla fine avevo capito che mi mancava un’amicizia maschile, allora non pensavo assolutamente di essere gay, non avevo interessi sessuali su Mauro, o forse li avevo sublimati, però usavo solo porno gay e questo mi avrebbe dovuto fare riflettere. Diciamo che alla fine avevo anche ipotizzato di poter essere gay ma la cosa mi sconvolgeva proprio. Io gay? Io che non ho mai avuto niente di strano, niente di effeminato? Mi sembrava proprio impossibile. Con mia moglie le cose andavano a rotoli: incomprensioni, risposte piccate senza nessun motivo, insomma eravamo in crisi. Devo dire a onore di mia moglie che lei ha tenuto i nostri problemi solo per noi, i suoi genitori non ne sanno assolutamente nulla. Insomma, due mesi fa l’ho vista proprio a terra e sono finalmente riuscito a parlare chiaro e la sua reazione mi ha stupito. Mi ha ascoltato senza dire una parola, quando ho finto il mio discorsetto, mi ha detto che era contenta che fossimo arrivati a chiarirci e si è anche sentita in colpa perché era stata lei che era voluto arrivare al matrimonio, mentre io cercavo di svicolare e di metterla al massimo in termini di convivenza. Poi abbiamo parlato molto del che cosa fare, lei era disposta al divorzio consensuale e non pretendeva nulla, ma la nostra casa l’avevamo comprata e pagata insieme, io ne avevo un’altra piccolina e avrei lasciato casa nostra a lei, ma non l’ha voluta, allora abbiamo stabilito che l’avremmo venduta dividendoci poi il ricavato. Adesso siamo divorziati, ma ci vediamo ancora, non siamo più ragazzi e non so se io o lei riusciremo a rifarci una vita. Ovviamente non viviamo più insieme ma è rimasta una stima reciproca. I miei suoceri sono rimasti perplessi del nostro divorzio, proprio perché abbiamo continuato a vederci anche dopo. Adesso sto cominciando a cercare di capire che cosa è il mondo gay, sarei già contento di trovare un amico gay per parlare un po’, specialmente se avesse un’esperienza analoga alla mia, ma ho ancora molta paura di queste cose. Quello che sarà sarà, oggi come oggi sono soprattutto contento di come sono andate le cose con mia moglie e sto veramente molto meglio di prima. Vedremo che cosa mi riserverà il futuro.

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BYRON OMOSESSUALE

Il problema delle fonti.                                                  

André Raffalovich affronta la questione dell’omosessualità di Byron in modo estremamente sintetico, per non dire riduttivo, ma va tenuto presente che Byron, più che una persona, è un’icona, un mito del romanticismo inglese e che un mito è tale perché è sostenuto da una mitologia, che, come si sa, è nemica della storia. Raffalovich non era certo un superficiale quando conduceva i suoi studi sulla omosessualità nella storia e nella letteratura, la sua stringatezza deriva da ragioni sostanziali e non da valutazioni personali. Raffalovich su Byron non disponeva che di fonti molto ridotte e ampiamente censurate.

Thomas Moore, con il suo “Letters and Journals of Lord Byron”, ha rappresentato per moltissimo tempo l’unico punto di riferimento per gli studi sulla vita di Byron. L’opera fu pubblicata nel 1830 ma la raccolta iniziò fin dal 1814, quando Byron stesso inviò a Moore un primo pacco di lettere e di diari, perché fossero conservati ed eventualmente pubblicati. Dal 1818 Byron cominciò a scrivere la sua autobiografia, che Moore avrebbe dovuto pubblicare, con aggiunte prese dalle lettere e dai diari. Byron dava per scontato che Moore potesse ricavare utili dalla pubblicazione. Moore attraverso la pubblicazione delle lettere e dei diari di Byron intendeva correggere l’idea che Byron fosse un misantropo vizioso, diffusissima in Inghilterra ben prima della morte del poeta, mostrandone l’amabilità.

Dalla corrispondenza tra Byron e Moore risulta chiaramente che lavorarono entrambi e concordemente al progetto. Byron manifesta preoccupazione per il destino di tutto quel materiale, ma nello stesso tempo invita a dar credito a Moore anche se sa che, dopo la sua morte, Moore opererà comunque un’opera di censura, diciamo così, a fin di bene.

Nel 1830, a pochissimi anni dalla morte di Byron, la maggior parte delle persone citate nella sue lettere arano ancora viventi, e gli avvocati di quelle famiglie avrebbero certamente letto la biografia di Moore. Le persone coinvolte nei fatti più o meno onorevoli di Byron erano molto potenti e influenti, non ci si può stupire che Moore abbia operato una censura, stupisce, se mai, che la biografia non sia stata molto più censurata di come fu realmente.

Il memoriale originale di Byron, il nucleo dell’impresa, venne distrutto per volontà degli amici di Byron, e in particolare dell’esecutore testamentario, Hobhouse, ampiamente coinvolto nelle vicende di Byron legate all’omosessualità, nonostante le proteste di Moore.[1]

Evidentemente la pubblicazione integrale avrebbe creato serissimo imbarazzo a molte persone potenti, la cui vita privata sarebbe stata messa in piazza e avrebbe anche discreditato pesantemente la memoria di Byron, avvalorando le accuse di omosessualità, di sodomia e di incesto mosse contro di lui. Non si tratta di una scelta censoria moralistica, come spesso viene presentata, ma di una opzione senza alternative reali, salvo forse, il congelamento della pubblicazione per 50 o più anni.

I libri pubblicati aventi ad oggetto la biografia di Byron sono molti e sono molti anche quelli che affrontano il tema dell’omosessualità del poeta. Per me, nel 2017, il rischio maggiore nel cercare di scrivere una biografia omosessuale essenziale di Byron, è quello di essere un “gran traduttor dei traduttor d’Omero”, cioè di utilizzare più che le fonti, quello che altri hanno scritto sul tema. La tentazione è grande e il lavoro sarebbe enormemente facilitato, ma quando si mira a mettere in luce il dibattito storiografico più che i documenti, la storia si trasforma in storia della critica ed è proprio quello che qui si vuole evitare.

Nell’ambito degli studi su Byron, una pietra miliare è rappresentata dal monumentale e puntualissimo lavoro filologico fatto da Peter Cochran (1944-2015), che non solo ha trascritto in modo rigorosissimo una quantità immensa di lettere, di documenti  e di testi di Byron ma ha aperto a chiunque e gratuitamente l’accesso ai suoi archivi. È proprio a questi archivi che ho fatto costantemente riferimento nel cercare di ricostruire i fatti evitando, per quanto possibile, di deformarli sulla base di presupposti ideologici.

I primi anni.

George Gordon Noel Byron, nasce a Londra, al n. 16 di Holles Street, il 22 gennaio 1788 da John Byron e Catherine Gordon of Gight. Una contrazione del tendine di Achille, riscontrata alla nascita, lo rende claudicante fin da bambino. il giovane George Gordon trascorre i primi anni ad Aberdeen in casa della madre. Il padre, ridotto in miseria dai debiti, si rifugia in Francia, dove muore, probabilmente suicida, nel 1791.

Alla morte del prozio, nel 1798, George Gordon, all’età di 10 anni, ne eredita il titolo nobiliare e i beni, divenendo sesto Barone Byron di Rochdale e quindi Lord. Lascia la casa materna di Aberdeen e va ad abitare nella Newstead Abbey, al tempo in stato di abbandono. Aveva ereditato dallo zio vaste tenute ma anche tantissimi debiti.

Cambridge

Nell’ottobre 1805, a 17 anni (quasi 18),  si iscrive al Trinity College di Cambridge, dove conosce quelli che divennero poi suoi più cari amici: Edward Noel Long, William Bankes, Francis Hodgson, Douglas Kinnaird, John Cam Hobhouse, Scrope Berdmore Davies e Charles Skinner Matthews sono tutti tra i suoi intimi.

Al Trinity College, nell’ottobre del 1815, Byron conosce anche John Edleston (allora sedicenne), un ragazzo biondo, bellissimo, allora corista del Trinity College. Nel 1816 Edleston dona a Byron una spilla di corniola (o cornalina, in Inglese “cornelian”) a forma ci cuore. All’atto del dono Byron scrive.

LA CORNALINA.[2] Non è lo splendore apparente di questa pietra che me la rende cara; il suo splendore non rifulse che una sola volta a’ miei occhi, e tale splendore è modesto come quegli che a me la diede. Coloro che volgono in riso i vincoli dell’amistà, mi rimproverarono spesso la mia debolezza; ma in gran conto io ho pur sempre questo semplice dono, perocchè son certo che quegli che mel fece mi amava. Ei me l’offerse abbassando gli occhi, come se temuto avesse un rifiuto; accettandolo io gli dissi che la mia sola paura era quella di perderlo. Osservai attentamente il dono, e guardandolo da vicino, mi parve che una lagrima ne avesse spruzzata la pietra; da quel tempo le lagrime mi son sacre. Eppure per ornare la sua umile adolescenza nè la ricchezza, nè la nascita gli prodigarono i loro tesori; ma quegli che cerca i fiori della verità deve abbandonare i giardini pei campi. Non è la rosa cresciuta da esperta mano che spiega i più ricchi colori e esala i più dolci profumi: quelle che a preferenza posseggono questa doppia dote son quelle appunto che fioriscono nella selvaggia magnificenza della natura. Se la fortuna cessando di esser cieca avesse secondata la natura e proporzionato i suoi doni al merito di lui, splendida sarebbe la sua sorte: ma però se la Dea lo avesse guardato, la sua bellezza avrebbe incatenato il di lei cuore capriccioso; ella gli avrebbe prodigati tutti i suoi tesori, e nulla sarebbe rimasto per gli altri.”[3]

Il 23 febbraio 1807, Byron scrive ad Edward Noel Long, suo amico di infanzia: ”Ti prego, tieni segreto l’argomento del mio “Cornelian”.

Thomas Moore, che eliminò i brani omosessuali dai diari e dalle lettere sopravvissute, chiamava Edleston “fratello adottivo” di Byron.

Quasi alla fine della sua permanenza a Cambridge, Byron invia un messaggio cifrato a Edleston. Il messaggio è stato tradotto da Leslie Marchand con l’aiuto di una chiave alfabetica trovata nelle sue carte.

“LORD BYRON A JOHN EDLESTON – Maggio, 1807

D-R-T [Dearest – Carissimo?] – Perché no? Con questo bacio fammi tuo di nuovo per sempre.   Byron

A quella stessa Cornalina, donata da Edleston a Byron, il poeta si riferisce nella poesia “The Adieu” (di cui non possediamo la data) al momento della separazione da Edleston.

“L’ADDIO.

Scritto in un tempo in cui l’autore credeva di dover presto morire.

Addio, collina[4], dove le gioie dell’infanzia sparsero di rose la mia fronte, dove la scienza chiama il lento scolare per compartirgli i suoi tesori; addio, amici o nemici della mia giovinezza, compagni dei miei primi piaceri, delle mie prime pene: non più percorreremo insieme i sentieri di Ida; io scenderò fra breve nella bruna dimora, i cui abitanti dormono eternamente inconscii del dì. Addio, antichi e regali templi, che innalzate le vostre agili cime nella valle di Granta, in cui regnano la Scienza colle sue brune divise e la pallida Malinconia. Compagni delle mie più liete ore, abitanti del classico soggiorno bagnato dal Cam[5] dalle verdi rive; ricevete i miei saluti finchè la memoria mi rimane, perocchè per me fra poco queste ricordanze si dilegueranno immolate sull’altare dell’obblio. Addio, montagne dei paesi che mi videro crescere, dove il Loch-na-Garr nevoso e sublime alza la gigantesca sua fronte. Perchè, regioni del Nord, la mia infanzia si allontanò essa da voi onde mischiarsi ai figli dell’orgoglio? Perchè abbandonai io la mia caverna dei monti, Marr e le sue negre boscaglie, il Dee e i suoi limpidi flutti? Dimora de’ miei padri, per lungo tempo addio….. ma a che proferirei questa parola? L’eco delle tue vôlte ripeterà il mio annunzio di morte; le tue torri sorgeranno sulla mia tomba. La voce languida che ha cantata la tua presente ruina e la tua gloria antica,[6] non può più far intendere i suoi semplici accenti; ma la lira ha conservate le sue corde, e il soffio dei zeffiri vi sveglierà talvolta i suoni morienti di una melode colica. Campi che ricingete questa rustica capanna, finch’io respiro ancora, addio! voi non siete dimenticati, cara mi è ancora la vostra rimembranza. Fiume[7] che mi hai spesso visto nell’ardore del dì avventarmi nel tuo seno e fender celere la tua onda fremente, i tuoi flutti non bagneranno più questo corpo ora senza forze. E dovrò io qui scordare un luogo più caro anche al mio cuore? Catene di rupi s’innalzano, fiumi trascorrono fra me e quel soggiorno che la passione mi abbellì: nondimeno, o Maria,[8] la tua bellezza mi ritorna viva come un tempo, nel sogno incantevole dell’amore, che un tuo sorriso avea fatto nascere. Fino a che il lento male che mi consuma non abbia abbandonata la sua preda alla morte, madre della distruzione, la tua immagine non potrà dileguarsi dalla mia memoria. E tu, mio amico,[9] il cui dolce affetto commuove ogni fibra del mio cuore! oh! quanto la tua amicizia era al disopra di ciò che le parole possono esprimere! Io porto ancora sul mio cuore la tua gemma, dono sacro della tenerezza la più pura, bagnata dianzi da una lagrima de’ tuoi occhi! Le nostre anime erano eguali, e la differenza de’ nostri destini posta in obblío: l’orgoglio solo potrà farmi di ciò un rimprovero. Tutto, tutto è ora squallido e senza gioie! Nessuna memoria di un amore menzognero può raccender più le mie vene, o rendermi i palpiti della vita: la speranza stessa di un avvenire immortale non potrebbe coll’allettativa delle sue corone riscuotermi dal mio sonno, distogliermi dal mio sopore. Sarò vissuto senza gloria per umiliare il mio volto nella polvere, e confondermi nella folla degli estinti? Oh! gloria, divinità della mia anima, felice quegli a cui ti degni sorridere! Infiammato dai tuoi fuochi eterni, la morte non ha alcuna possa su di lui, e il dardo di questa cade rintuzzato. Ma a me ella accenna di seguirla, ed io manco oscuro e inonorato. Nissuno rammenterà ch’io esistessi, la mia vita sarà stato un sogno breve e volgare. Mischiato alla folla ignobile, in un drappo mortuario riposano le mie speranze; nell’obblío sta il mio destino. E quando dormirò dimenticato sotto le zolle che calcarono un tempo i miei passi fanciulleschi, e in cui deve ora posare il mio capo, la mia misera tomba non sarà bagnata che dalle rugiade della notte, o dalle lagrime dell’uragano. Gli occhi di nessun mortale non verranno ad inumidire il cespite che cuoprirà un nome ignorato. Anima irrequieta, dimentica questo mondo! Volgiti al Cielo, è là che fra breve devi drizzare il volo, se i tuoi falli ti furono perdonati. Próstrati dinanzi all’Onnipossente, e innalza fino a lui la tua preghiera tremante. Egli è pio e giusto, e non respingerà un figliuolo della polvere, sebbene il più misero oggetto delle sue cure. Padre della luce, sei tu ch’io chiamo! Un’atra notte mi sta fitta nel cuore, e tu che osservi la caduta del più piccolo insetto, tu allontana da me la morte della colpa. Tu che guidi l’astro vagabondo, che degli elementi raffreni il furore, che hai per mantello l’infinito firmamento, perdonami i miei pensieri, i miei falli, le mie parole, e dacchè debbo presto cessare di vivere, tu, tu, gran Dio, insegnami come si muore.”[10]

Il 30 Giugno del 1807, mentre si trova ancora a Cambridge, probabilmente dopo un breve periodo di assenza (e dopo l’addio a Edleston), scrive alla sua amica Elizabeth Bridget Pigot (1783–1866).

“LORD BYRON PER ELIZABETH BRIDGET PIGOT – Cambridge – 30 giugno 1807

. . . Sono quasi un sopravvissuto qui. I miei vecchi amici (con l’eccezione di pochissimi) sono tutti partiti, e mi sto preparando a seguirli, ma rimango fino a Lunedì per essere presente a 3 Oratori, 2 Concerti, una Fiera e un Ballo. Trovo che sono non solo più sottile ma più alto di un pollice  rispetto alla mia ultima visita. Sono stato costretto a dire a tutti il mio nome, nessuno ha il minimo ricordo del mio viso, o della mia persona. Anche l’eroe della mia Corniola (che è ora seduto vis-à-vis, e sta leggendo un volume delle mie poesie) mi è passato accanto nei sentieri del Trinity senza riconoscermi  nemmeno, ed è rimasto folgorato dalla alterazione che aveva invaso il mio volto, ecc., ecc. Alcuni dicono che sembra che io stia meglio, altri peggio, ma tutti sono d’accordo che sono più magro, – più io non richiedo. . . .

Lascio Cambridge con po’ di rimpianto, perché il nostro gruppo è svanito, e il mio pupillo musicale prima citato ha lasciato il coro, ed è di stanza in una casa mercantile di notevole eminenza nella metropoli. Puoi avermi sentito osservare che è esattamente con l’approssimazione di un’ora di due anni più giovane di me. L’ho trovato cresciuto notevolmente, e come puoi immaginare, molto felice di vedere il suo ex patrono. È quasi della mia altezza, molto sottile, di carnagione molto chiara, occhi scuri, capelli chiari. La mia opinione della sua intelligenza la conosci già; – E spero di non avere mai motivo di cambiarla. Tutti qui pensano che io sia un invalido. L’Università al momento è molto gioiosa per feste di vario genere. Io cenai la notte scorsa, ma non mangio (o non ho mangiato) nulla, ho sorseggiato una bottiglia di vino rosso, sono andato a letto alle due, e mi sono alzato alle otto. Ho cominciato ad alzarmi presto, e trovo che vada bene per me. I Maestri e i compagni sono tutti molto educati ma mi guardano un po’ di traverso – non apprezzano molto le pasquinate – la verità è sempre sgradevole.”

Il rapporto tra Byron e John Edleston prosegue finché Byron non lascia il Trinity, nell’estate 1807. L’addio avviene il 5 luglio 1087, come sappiamo da una lettera di Byron a Miss Pigot.

“LORD BYRON PER ELIZABETH BRIDGET PIGOT – Trin. Coll. Camb. – 5 luglio 1807

Dopo la mia ultima lettera, ho deciso di risiedere un altro anno a Granta,[11] dal momento che mie stanze, ecc. ecc. sono state rifinite in grande stile, alcuni vecchi amici vengono di nuovo, e ho fatto molte nuove conoscenze; di conseguenza, la mia inclinazione mi spinge in avanti, e tornerò al college nel mese di Ottobre, se sarò ancora vivo. La mia vita qui è stata una costante routine di dissipazione – fuori in luoghi diversi ogni giorno, ho ricevuto più inviti a cena, ecc. ecc. di quanti il mio soggiorno mi avrebbe permesso di soddisfare. In questo momento scrivo con una bottiglia di vino rosso nella mia testa e con le lacrime agli occhi; perché mi sono appena separato dal mio “Cornelian” [John Edleston, che gli aveva regalato un cuore di agata (cornelian) rossa], che ha trascorso la serata con me. Dato che era il nostro ultimo incontro, ho rimandato il mio impegno di dedicare le ore del sabato all’amicizia: – Edleston e io ci siamo separati per il momento, e la mia mente è un caos di speranza e di dolore. Domani parto per Londra: potrai inviare la tua risposta al “Gordon Hotel, Albemarle Street,” dove soggiorno durante la mia visita nella metropoli.

Mi rallegro di sentire che ti interessa del mio pupillo; è stato il mio compagno quasi costante dall’Ottobre 1805, quando sono entrato Trinity College. La sua voce per prima ha attirato la mia attenzione, il suo volto l’ha bloccata, e le sue maniere mi hanno legato a lui per sempre. Parte per una ditta mercantile in città nel mese di Ottobre, e probabilmente non ci incontreremo fino al termine della mia minore età [22 Gennaio 1809], quando lascerò alla sua decisione se entrare come partner nei miei interessi, o proprio convivere con me. Certo, nella sua attuale organizzazione mentale, preferirebbe quest’ultima ipotesi, ma può cambiare opinione prima di quel periodo; – tuttavia farà la sua scelta. Io certamente lo amo più di qualsiasi essere umano, e né il tempo né la distanza hanno avuto il minimo effetto sulla mia (in generale) modificabile inclinazione. In breve dovremo fare arrossire Lady E. Butler e Miss Ponsonby, Pilade e Oreste imbarazzati, e non dovremo desiderare altro che la catastrofe come Eurialo e Niso per dare a Jonathan e David il “lascia passare”. Certo, lui è forse più legato a me di quanto lo sia io a lui. Durante tutto il periodo in cui sono stato residente a Cambridge ci siamo incontrati ogni giorno, estate e inverno, senza passare per un solo momento di noia, e ci siamo separati ogni volta con crescente riluttanza. Spero che tu possa un giorno vederci insieme. Egli è l’unico essere che stimo, anche se me ne piacciono molti. … Il mio pupillo fa colazione con me; la separazione mi rovina l’appetito.”

Fin qui, il lettore ha potuto seguire la storia, chiamiamola così, omosessuale di Byron fino all’età di diciannove anni e mezzo: il quadro che ne risulta è ancora conforme al mito byroniano: c’è un amore per un ragazzo di due anni esatti più giovane del poeta, ma il confine tra amore e amicizia è molto labile e il termine “protegé”, che Byron utilizza per designare Edleston senza essere troppo esplicito, sembra marcare una differenza sociale, e non solo di età, che non è comunque superata dai sentimenti. Byron non rinuncerà certo al Grand Tour, tipico della gioventù di alto rango sociale, per restare accanto ad Edleston, che seguirà il suo destino di lavoro in una società commerciale.

Dobbiamo sempre tenere bene in mente, però, che ci stiamo occupando dell’omosessualità di Byron basandoci su quel poco che è rimasto dopo la distruzione delle sue Memorie, voluta dai suoi amici dopo la morte del poeta.

La bella gioventù che circondava Byron aveva ben poco a che vedere con gli eroi foscoliani e alfieriani, erano ragazzi giovani, appartenenti a famiglie inglesi aristocratiche e molto ricche, e per loro la vita universitaria a Cambridge non era certo ridotta solo allo studio. Byron stesso, come abbiamo visto, mette in evidenza l’aspetto festaiolo della vita universitaria, specialmente nel periodo estivo, ma la vita degli studenti non poteva essere ridotta neppure alle feste rituali e ai ricevimenti, o meglio, le feste rituali potevano essere delle occasioni interessanti per gli studenti eterosessuali, ma non certo per quelli omosessuali. Esisteva, allora come adesso, una vita universitaria sotterranea, legata all’omosessualità, e Byron non fu estraneo a tutto questo. Non possiamo certo aspettarci di trovarne traccia nella Biografia di Moore, ma le tracce esistono.

Possediamo, per fortuna una lettera diretta da Charles Skinner Matthews a Byron, da Londra, il  30 Giugno 1809, in occasione della partenza di Byron per il Grand Tour.

Va ricordata la triste vicenda di Matthews, autore di questa lettera, nato il 26 marzo 1785 e quindi di quasi tre anni più grande di Byron, fu eletto fellow del Downing College di Cambridge (se ne accenna nella lettera) e purtroppo morì annegato nel Cam, mentre faceva il bagno, il 3 Agosto del 1811, all’età di 26 anni. Quando Matthews, definito da Moore “l’amico libertino di Byron”, scrisse la lettera che segue, aveva compiuto da poco 24 anni; Byron ne aveva 21.

La lettera evidenzia molti fatti interessanti: almeno tre persone (Byron, Hobhouse e Matthews) usavano per comunicare contenuti omosessuali uno stile “misterioso”, così lo definiscono, “il cui il senso va al di là di quello che l’occhio può leggere”. Matthews ne individuata la ragione molto semplicemente nel fatto che “gli ufficiali postali possono ispezionare la posta”. In un periodo in cui l’omosessualità era un reato grave e per la sodomia era prevista la pena di morte, un linguaggio criptico si imponeva come condizione minima di sicurezza.

Abbiamo già visto che Byron e Edleston nel college si scambiavano messaggi cifrati, qui però si tratta non di brevi biglietti ma di vere lettere contenenti parti criptate e parti in chiaro. Lo stile “misterioso” era stato inaugurato da poco ed era in fase di rodaggio, perché era stato pensato per mantenere rapporti epistolari a lunga distanza tra ragazzi impegnati all’estero nel Grand Tour e ragazzi rimasti in Inghilterra. La probabilità che la polizia turca potesse ispezionare le lettere dirette in Inghilterra da stranieri molto facoltosi era tutt’altro che remota e il testo criptato non doveva essere riconosciuto come tale. L’uso di espressioni in francese, di parole da intendersi secondo la lettura alla francese o l’identificazione di parole codificate, tra le altre, con l’aggiunta di una e finale, costituivano artifici difficilmente riconoscibili ad un occhio non esperto.

Si costituiva una vera confraternita del Metodo (metodo = omosessualità) e gli adepti della confraternita erano i metodisti (che non avevano ovviamente nulla a che vedere con la chiesa metodista). Si può parlare di desideri metodisti, di altri metodisti, di apostoli della religione e così via.

L’andare a caccia di ragazzi è criptato con la metafora botanica del cogliere fiori e i fiori hanno nomi significativi: il Giacinto (che allude al ragazzo amato da Apollo) rappresenta il partner omosessuale disponibile; ma la metafora va anche oltre, perché secondo la leggenda Giacinto morì durante una gara di lancio di dischi o piastrelle (in inglese “coit”) perché il vento, geloso, gli fece tornare violentemente in capo un disco lanciato con la massima violenza. Giacinto sarebbe quindi morto per un “coit”, parola che allude chiaramente a “coitus” = rapporto sessuale. Per indicare un rapporto sessuale completo, i metodisti usano la sigla pl&optC = “plenum et optabilem coitum” (rapporto sessuale completo e desiderabile), espressione usata da Petronio nel Satyricon. Alcuni tratti della lettera di Matthews, restano comunque oscuri.

Al di là della setta dei Metodisti e del loro linguaggio criptico, la lettera di Matthews contiene un altro elemento di notevolissima importanza nella biografia omosessuale di Byron. Matthews parta del “Giacinto della tua Abbazia” (con riferimento al fatto che Byron aveva vissuto la prima adolescenza a Newstead Abbey), il “Giacinto” cui si fa riferimento è Robert Rushton (1793-1833), un ragazzo, che aveva più o meno 16 anni al tempo della lettera di Matthews. Robert Rushton era figlio di William Rushton uno dei più importanti affittuari della tenuta di Newstead. Nel 1808, all’età di circa 14-15 anni, Robert era in servizio all’Abbazia come paggio di Byron, Byron lo portò con sé nel suo viaggio in Europa nel 1809, ma poi lo rimandò in patria da Gibilterra e pagò le spese della sua educazione a Newark; di lui comunque avremo modo di occuparci di nuovo in seguito, basti qui notare che tra gli amici di Byron si parla di Rushton come di uno dei ragazzi compiacenti di cui Byron poteva godere. Avremo modo di vedere che Byron mostrò atteggiamenti amichevoli verso Rushton, anche in situazioni molto imbarazzanti per il poeta.

Una riflessione va fatta su un punto molto importante: gli “amori” o forse più banalmente gli interessi omosessuali di Byron non sono diretti verso suoi pari ma verso ragazzi di condizione sociale molto diversa. Raffalovich, alla fine dell’800, rimprovererà a John Addington Symonds atteggiamenti simili, ma Symonds, pur essendo un uomo ricco, non era certo un lord e i suoi atteggiamenti manifestano un affetto sostanziale verso i giovani uomini (non adolescenti) dei quali si innamora, Byron, forse perché ancora lui stesso molto giovane, sembra oscillare tra atteggiamenti romantici libreschi e forme di goliardia, in cui l’omosessualità diventa oggetto di gioco sociale e di scambi di particolati piccanti tra compagni di studi.

 Il 25 Giugno 1809, poco prima dell’imbarco, Byron comunica ad Henry Drury che uno dei motivi del suo viaggio nel Mediterraneo orientale è l’ambizione di contribuire ad un libro proposto da Hobhouse …

“… Un capitolo sullo stato dei costumi, e un ulteriore trattato sullo stesso da intitolare: “Sodomia semplificata o la pederastia che gli autori antichi e la pratica moderna hanno dimostrato essere degna di lode”-. Hobhouse, inoltre, spera di indennizzare se stesso in Turchia di una vita di castità esemplare in patria abbandonando il suo “bel corpo” a tutto il Divan.”[12] [Il Divan è un stanza riservata turca, si intende, ovviamente scherzando, che Hobhouse volesse prostituirsi con tutti i presenti.]

L’interesse per i ragazzi da parte di Byron, Hobhouse e Matthews è molto evidente in una lettera scritta da Byron e Hobhouse a Matthews poco prima della loro partenza per il Grand Tour, il 22 giugno 1809. Byron e Hobhouse usano in questa lettera il codice “misterioso”.

Hobhouse scrive: “Quanto al viaggio di Byron e mio verso questo porto (Falmouth), ho poco o nulla di cui informarti, salvo del fatto che non è accaduto niente di significativo. Non posso comunque tralasciare di informare un Metodista, che per un curioso caso abbiamo raggiunto il Califfo Vathek [si allude a William Beckford, autore di “Vathek”, libro preferito di Byron.] a Hartford Bridge; non abbiamo potuto neppure vedere questo grande apostolo [in una lettera a Francis Hodgson, del 25 giugno 1809, Byron chiama Beckford “grande Apostolo delle Pederastia”], dato che aveva chiuso le imposte esterne. Per un’altra strana coincidenza a Salisbury abbiamo sentito che un nobile omonimo di uno dei nostri amici del Trinty era in viaggio per la sua residenza in Devonshire, queste cose non accadono senza un qualche intento da parte degli dei e annunciano di certo qualcosa di molto brutto o di molto favorevole. A parte tutto questo, l’aria della Cornovaglia è talmente favorevole alla carnagione che le rose del “genere maschile” [nel testo: genus andron] fioriscono molto più universalmente di quanto si sia mai visto, così tanto che la nostra conversazione qui, ha quasi sempre riguardato questo interessante argomento.”

Byron aggiunge: “Mio caro Matteo, prendo la penna che il nostro amico ha poggiato per un momento, solo per esprimerti il vano desiderio che tu sia con noi in questa detestabile regione, il porto di Falmouth e le zone vicine, perché io credo che nemmeno la stessa Georgia possa emulare le sue capacità e i suoi incitamenti al “Plen. and optabil. – Coit.” [rapporto sessuale completo]. – –

Siamo circondati da Giacinti e altri fiori della più profumata natura, e io ho intenzione di coglierne un bel mazzetto, da comparare con i fiori esotici che ci aspettiamo di trovare in Asia. Un campione me lo porterò certamente via, ma di questo parleremo dopo. Addio Matteo!”

Ma veniamo ora alla lettera di Matthews.

“Charles Skinner Matthews a Byron, da Londra, 30 Giugno 1809[13]

Londra. Sabato 30 Giugno 1809

Nel trasmettere i miei dispacci ad Hobhouse, mio carissimo βυρον [Byron, in caratteri greci], non posso evitare di indirizzare a te poche righe, principalmente per congratularmi con te per lo splendido successo nei tuoi primi sforzi nel misterioso, quello stile in cui si intende di più di quello che l’occhio coglie. [Matthews si riferisce allo stile codificato già usato nella lettera di Byron del 22 giugno]. Avrò delle cose per te in quello stile, prima di piegare questo foglio.

Anche Hobhouse sta insolitamente bene, ma devo raccomandare che in futuro non metta un trattino sotto i suoi significati misteriosi, una tale pratica sarebbe quasi come fare uscire il gatto fuori del sacco, qualora gli ufficiali postali fossero inclini a dare un’occhiata: e io esplicitamente stabilisco che chiunque professa il mio metodo (nel testo: ma methode) faccia individuare il termine che designa quello che intende mettendo una e alla fine della parola – methodiste, non methodist; e pronunci la parola al modo francese. Il buon gusto di ognuno deve ribellarsi contro l’idea di confondere noi con quella setta di orribili, piagnucolosi, fanatici [i veri metodisti della chiesa metodista].

Per quanto riguarda le tue ricerche botaniche, presumo che i fiori che tu sarai più desideroso di cogliere saranno della classe polyandria [dai molti maschi], non monogynia [dell’unica femmina] ma nogynia [senza femmina]. Tuttavia finché non li raccogli, andrà tutto molto bene.

Una parola o due sui giacinti. Giacinto, puoi ricordartelo, è stato ucciso da un Coit. [un disco, simile a una piastrella da gioco, col quale stava giocando in gara con Apollo suo amante. Il vento occidentale, geloso, rivolse quel disco contro lo stesso Giacinto e così lo uccise] ma non quel “Coit completo e desiderabile.” [Matthews gioca col doppio senso del termine “coit” che significa alla lettera piastrella ma foneticamente ricorda il coitus].

Abbi cura allora che il Giacinto della tua Abbazia [Robert Rushton, 1793-1833, paggio di Byron, di cinque anni più giovane del poeta e sedicenne all’epoca di questa lettera; è un personaggio sul quale avremo modo di tornare] non sia ferito dall’uno o dall’altro tipo di coit. Se ti dovesse capitare qualcosa di straordinario nel settore botanico, ti prego mandami notizie in proposito, perché sono molto interessato alla tua collezione e specifica anche la classe e se possibile, il nome di ogni produzione.

Domani mattina andrò a Cambridge a essere investito con il cappello magistrale, per bere birra, e, e alla fine, per giocare a coits [alle piastrelle?]. Non si può sentire (anche se per le sue qualità uditive potrebbe quasi essere chiamato così), quello che sono così ansioso di ottenere, ma che venga da una parte più settentrionale del regno. Tu che sei così bene a conoscenza della topografia della nostra cantina comprenderai immediatamente il tipo, quando ti dico che ho intenzione di affrontare uno dei due barilotti che ho spesso indicato alla vostra attenzione; non quello alto. E quanto al pl&optC, [“Coitum plenum et optabilem”, rapporto sessuale complete e desiderabile] se fossi così fortunato da ottenerne uno, o da fare progressi verso di esso, tu ne sarai pienamente informato.

Non ho ancora visto l’eroe di quel Trattato sul Bathos [parola coniata nel 1727 da Alexander Pope, per indicare dei tentativi falliti in modo divertente di arrivare al sublime] che mi hai promesso, ma eri troppo impegnato nel metterlo in pratica; Ma, per passare ad un altro punto, sono stato ammesso dietro le quinte e sono rimasto molto deluso da una ispezione del posteriore del Palma. [?]

Ammiro l’indifferenza stoica e la cristiana rassegnazione con cui entrambi voi due sembrate sopportare il vostro disappunto del per ritardo del battello di linea e il conseguente prolungamento del vostro soggiorno in questo paese. Dal che ho prontamente dedotto che ci deve essere qualcosa a Falmouth di non poco delizioso, e deploro la mia sorte perché non sto condividendo le vostre delizie. Allego alla presente il frontespizio al processo del Cap. Sutherland, che ho comprato ieri pensando che potesse contenere quelque chose de la méthode [qualcosa del metodo]: ma non appare nulla del genere. Il volto e il pollice destro del negro sono le caratteristiche principali nel ritratto, che vi mando a causa della sua stranezza, e penso che tu, Hobhouse, e M. l’Abbé Giacinto [Robert Rushton] potreste rappresentare la scena con grande effetto, prendendo le parti rispettivamente del capitano, del negro e del mozzo.

Non posso concludere senza esortarti e supplicarti, come ho pregato Hobhouse, di impegnarmi con frequenti gradite lettere, sia prima che dopo la tua partenza dall’Inghilterra.

Addio mio caro Signore; Ti auguro, non come il Dott. Johnson augurava al sig. Burke, tutto il successo che un uomo onesto può o dovrebbe augurarvi, ma come grande fondatore e arci-Patriarca della Methode do alla tua impresa la mia benedizione, e auguro a te, Byron di Bisanzio, e a te, Cam di Costantinopoli, congiuntamente e disgiuntamente, tutto il successo che nelle vostre fantasie più metodisticamente potete desiderare per voi stessi.

Quindi, navigate a lungo con auspici felici e credetemi

molto sinceramente vostro C.S.M.”

Se la lettera di Matthews si fermasse soltanto al pettegolezzo goliardico su questioni di omosessualità, non sarebbe che l’ennesima manifestazione della vivacità dissacrante di un gruppo di ragazzi giovani omosessuali, in fondo nulla di sconvolgente, ma la lettera di Matthews presenta un altro elemento, non immediatamente evidente, ma che va chiarito per capire più da vicino la mentalità di questi ragazzi.

I tre Metodisti seguono attentamente la stampa inglese. La lettera di Matthews è del 30 Giugno 1809 e fa riferimento al processo al capitano Sutherland, che era stato impiccato proprio il giorno prima, il 29 Giugno, alla forca delle esecuzioni capitali sulla riva del Tamigi, usata per le sentenze pronunciate dall’Ammiragliato.

Il 5 Novembre del 1808, il capitano Sutherland (capitano di una nave da trasporto britannica in navigazione sul Tago, a un miglio da Lisbona) aveva ucciso con uno stiletto William Richardson, un ragazzo di 15 anni. Un marinaio negro, John Thompson, testimonia al processo in un modo che potrebbe far presupporre che il capitano avesse assunto il ragazzo a Lisbona, circa un mese prima, perché interessato sessualmente a lui: il ragazzo andava spesso dal capitano e il capitano mandava a terra tutti i marinai e restava sulla nave solo con il ragazzo. Questa testimonianza, non venne letta dell’Ammiragliato come indizio di sodomia ma, dopo un processo brevissimo, Sutherland fu condannato e impiccato per omicidio.

Stupisce che su una vicenda così recente e così oggettivamente terribile, Matthews possa fare lo spiritoso con i suoi amici, ma è quello che accade. Matthews si procura un resoconto del processo per cercarvi riferimenti all’omosessualità di Sutherland, ma non ne trova, invia ai suoi amici i disegni pubblicati dai giornali e suggerisce che loro tre possano rappresentare la scena dell’assassinio. Il comportamento di Matthews lascia trasparire qualche inquietante elemento di perversione, che va ben al di là della banale goliardia omosessuale.

Accompagnato dal suo valletto Robert Rushton e da John Cam Hobhouse, Byron salpa da Falmouth il 2 luglio 1809 per Lisbona, per poi visitare Siviglia, Cadice e Gibilterra.

A Gibilterra Byron si decide a rimandare in patria Rushton e così scrive al padre del ragazzo:

“Gibilterra 14 agosto 1809

Sig. Rushton, – ho mandato Robert casa con il signor Murray, poiché il paese che sto per attraversare è in uno stato che lo rende pericoloso, in particolare per una persona così giovane. – Autorizzo [voi] a dedurre dall’affitto venticinque sterline l’anno per la sua educazione, per tre anni, dato che non ritornerò prima di quel tempo, e desidero che possa essere considerato al mio servizio, fate in modo che ci si prenda la massima cura di lui e sia mandato a scuola; in caso di mia morte ho previsto abbastanza nel mio testamento che basti a renderlo indipendente. – Si è comportato molto bene, e ha viaggiato molto per il tempo della sua assenza. – Sottraete le spese della sua formazione dal vostro affitto. –   Byron”

Giunti a Malta il 19 agosto, Byron e Hobhouse vi soggiornano circa un mese, prima di partire per Preveza, porto dell’Epiro, raggiunto il 20 settembre 1809. Di lì si spostano a Giannina e poi in Albania, a Tepelenë, dove incontrano Alì Pascià. Si stabiliscono quindi ad Atene, tranne una parentesi di qualche mese a Costantinopoli.

Il 3 maggio 1810 Byron attraversa a nuoto lo stretto dei Dardanelli. Quello stesso 3 Maggio 1810 scrive a Henry Drury:

“A HENRY DRURY – Dalla fregata Salsette, 3 Maggio 1810.

… Non vedo una grande differenza tra noi i Turchi, salvo che noi abbiamo il prepuzio e loro no, loro hanno vestiti lunghi e noi corti, e che noi parliamo molto e loro poco. In Inghilterra i vizi alla moda sono andare a puttane e ubriacarsi, in Turchia la sodomia e il fumare, noi preferiamo una ragazza e una bottiglia, loro una pipa e un partner passivo.“

Si è a lungo dato credito alla notizia secondo la quale il 6 giugno 1810, Hobhouse avrebbe annotato nel suo diario: “Un messaggero è arrivato dall’Inghilterra portando una lettera di [Francis] Hodgson per B[yron] – le chiacchiere si diffondono – Edleston accusato di atti osceni [indecency].”

Ma in “Lord Byron at Harrow School: Speaking Out, Talking Back, Acting Up, Bowing Out” [The Johns Hopkins University Press, Beltimore and London, 2000], Paul Elledge, ha dimostrato che l’annotazione riguardava una raccolta di poesie dello stesso Hobhouse, considerate oscene, la parola “Collection” (raccolta) è stata confusa con la parola Edleston. Il povero John Edleston non era in realtà accusato di nulla.

Durante il viaggio, Byron rifiuta le profferte amorose  di Donna Josepha Beltram a Siviglia, di Constance Spencer Smith a Malta, e di Teresa Macri (o piuttosto di Mrs Macri a nome di Teresa) ad Atene.

In una lettera del 29 Luglio 2010, inviata ad Hobhouse da Patrasso, racconta del primo incontro con Eustathius Georgiou, il primo ragazzo che lo affascina in Grecia:

“A Vostitza ho incontrato il mio beneamato Eustathius – pronto a seguirmi, non solo in Inghilterra, ma anche nella Terra Incognita, se la mia bussola fosse orientata in quella direzione. – Questo è successo quattro giorni fa, ora le cose sono un po’ cambiate. – La mattina successiva ho trovato la cara anima su un cavallo, vestito in modo molto curato con abiti greci, con quei riccioli d’ambrosia ricadenti lungo la sua schiena amabile, e con mio stupore e grande scandalo di Fletcher, con un parasole in mano per salvare la sua carnagione da il calore. – Tuttavia, nonostante il parasole aperto, abbiamo viaggiato molto come innamorati, come dovrebbe essere evidente, finché siamo arrivati a Patrasso, dove Stranè ci ha ricevuto nella sua nuova casa dove ora sto scribacchiando. –

Il 16 Agosto però Byron è già stanco di Eustathius e comunica ad Hobhouse di averlo rimandato a casa sua, perché il ragazzo è epilettico:

“Byron a John Cam Hobhouse, dalla Tripolitza, 16 Agosto 1810:

Ho rimandato Eustazio di nuovo a casa sua, ha afflitto la mia anima con i suoi capricci, ed è per di più soggetto a crisi epilettiche (dillo a M.) che facevano di lui un compagno sconcertante, in altre questioni [nel testo la parola “altre” e sottolineata, indica quindi questioni sessuali] però era abbastanza passabile, mi riferisco al suo apprendimento [anche la parola apprendimento è sottolineata], essendo esperto in cose elleniche. Ricordi Nicolo, ad Atene, il fratello della moglie di Lusieri? – Porta i miei complimenti a Matthews dal quale mi aspetto una lettera di congratulazioni. [Mattheus aveva previsto che Byron sarebbe riuscito a conquistare il ragazzo, cosa che si era realizzata] – – Ho mille aneddoti per lui e per te, ma attualmente “che cosa fare?”[Τι να καμυ?] non ho né il tempo né lo spazio, ma per usare le parole di Dawes, “ho cose in serbo.” –”

Il “Nicolo” di cui parla Byron, il ragazzo che il poeta amò di più durante in Grand Tour,si chiamava in realtà Nicolas Giraud e era nato in Grecia da genitori francesi. Il nome Nicolo è un appellativo coniato da Byron. Da quello che dice lo stesso Byron, Nicolo sarebbe stato cognato di Giovanni Battista Lusieri, un pittore romano ed agente di cambio di Thomas Bruce, VII conte di Elgin, Lord Elgin. Ma le cose erano più complicate; Demetrius Zoggrafo, la guida di Byron, informò il poeta, che Lusieri, ormai sessantenne, non era sposato ma corteggiava due donne contemporaneamente, dando ad intendere ad entrambe che le avrebbe sposate. Il legame tra Lusieri e Giraud appariva molto solido e non è improbabile che fossero in realtà padre e figlio.

Nel convento dei Cappuccini di Atene, Byron riesce a concretizzare il suo sogno di una comunità omosessuale simile a quella di Harrow, con qualche avventura erotica extra.

Il 23 Agosto 1810, scrive ad Hobhouse, in una lingua mista di Inglese molto spiccio, di abbondanti citazioni approssimative in Italiano, non senza un pizzico di Greco e di Francese:

“Mi sono sistemato sotto  i migliori auspici nel convento, che è più comodo rispetto a qualsiasi alloggio che io abbia occupato in precedenza, con spazio per il mio seguito ed è tutt’altro che solitario, visto che non c’è solo “il Padre Abbate”, ma la sua “schuola” composta da sei “Regatzi” tutti miei particolarissimi alleati. – Dato che questi signori, sono quasi (eccetto Fauvel e Lusieri) i miei unici compagni, non è corretto che il loro carattere, la loro religione e la loro morale debbano essere descritti. – Di questa bella compagnia tre sono cattolici e tre sono greci scismatici, ho già organizzato un incontro di boxe con grande divertimento del Padre che si rallegra nel vedere vincere i cattolici. – I loro nomi sono, Barthelemi, Giuseppe, Nicolo, Yani, e due anonimi, almeno nella mia memoria. – Di questi Barthelemi è un “simplice Fanciullo”, secondo quello che dice il Padre, il cui favorito è Giuseppe, che dorme nella lanterna di Demostene. – Non abbiamo altro da fare che gozzovigliare da mezzogiorno fino a notte. – La prima volta che mi sono mescolato con questi Silfidi [divinità femminili dei boschi], dopo circa due minuti di ricognizione, l’amabile signor Barthelemi, senza preavviso, si è seduto vicino a me, e dopo aver sottolineato, per complimento, che mia “Signoria” era il “più bello” dei suoi conoscenti inglesi, mi ha salutato [con un bacio] sulla guancia sinistra; per quella libertà è stato rimproverato da Giuseppe, che molto correttamente lo ha informato che ero “μεγαλοσ” [grande] lui gli ha risposto che ero suo “φιλοσ” [amico] e che “dato che aveva la barba” [era grande], lo avrebbe fatto ancora, aggiungendo in risposta alla domanda “διατι ασπασετε?” [perché lo hai baciato?] guarda come ride, perché veramente l’ho fatto molto di cuore. – Ma il mio amico, come si può facilmente immaginare è Nicolo che, aggiungo, è il mio maestro di Italiano, e siamo già molto filosofici. – Io sono il suo “Padrone” e il suo “amico” e Dio sa che cosa altro; sono passate circa due ore dal momento che dopo avermi informato che era molto desideroso di seguirmi in giro per il mondo, ha concluso dicendomi che era adeguato per noi non solo di vivere ma “morire insieme”. – quest’ultima cosa spero di evitarla, della prima invece si è molto compiaciuto. – Vengo svegliato la mattina da questi folletti al grido di “venite abasso” e il frate osserva gravemente che “bisogno bastonare” tutti prima che gli studi possano eventualmente iniziare. – Oltre a questi ragazzi, il mio seguito, a cui ho aggiunto un tartaro e un giovane per badare ai miei due nuovi cavalli da sella, il mio seguito dico, è molto turbolento e bevono otri di vino Zean per 8 pare [monete] a testa al giorno. – Poi abbiamo diverse donne albanesi che lavano nel “giardino” le cui ore di relax sono spese nell’infilare spilli nel didietro di Fletcher. – “Damnata di mi se ho visto un tale spectaculo nel mio modo da Viterbo”. – In breve, con le donne, i ragazzi e il seguito, siamo molto confusionari. – Ma io sono enormemente felice e mi comporto come un bambino, e avrò un mondo di aneddoti per voi e per il “Citoyen.” – – le tresche abbondano, la vecchia madre di Teresa è stata abbastanza folle da immaginare che stessi per sposare la ragazza, ma ho divertimenti migliori, Andreas folleggia con Dudu, come al solito, e Mariana ha fatto una conquista del derviscio Tahiri, Viscillie Fletcher e Sullee, mio nuovo tartaro, hanno ciascuno un’amante, “Vive l’Amour!”. – – Sto imparando l’Italiano, e oggi ho tradotto un’ode di Orazio “Exegi Monumentum” in tale lingua, chiacchiero con chiunque, bene o male, e traduco le preghiere prese dal rituale della Messa, ma le mie lezioni, anche se molto lunghe, sono purtroppo interrotte da scarrozzate, da mangiate di frutta, dal tirarsi oggetti e dal giocare e in realtà è come se fossi di nuovo a scuola, e faccio ora progressi così piccoli come li facevo allora, perché spreco il mio tempo esattamente nello stesso modo. – Ma è troppo bello per durare. Sto per fare un secondo giro dell’Attica con Lusieri, che è mio nuovo alleato, e Nicolo viene con me su sua molto pressante sollecitazione “per mare e per terra” [in Latino nel testo]” – “Forse” [in Italiano] ci potrai vedere “in Inghliterra” [in Italiano] ma “non so come” [in Italiano]- Per il momento buonasera, “Buona sera a vos signoria, Bacio le mani.” [il Italiano].”[14]

IL 24 Agosto 1810, Byron annota:

“Ho nuotato come al solito attraverso il Pireo, anche il Signore [in Italiano nel testo] Nicolo ha fatto il bagno, ma muove le mani tanto male nell’acqua quanto l’Abate Giacinto a Falmouth, è curioso che i Turchi, quando fanno il bagno indossino gli abiti di sotto come fa sempre il tuo umile servitore, ma i Greci non li indossano, comunque questo Giovane e vergogno. [in Italiano approssimativo nel testo.]”

“… Sono stato occupato per gran parte della giornata di oggi nella coniugazione del verbo “ασπαζω” [abbracciare] (parola che essendo sia Ellenica che Neogreca può trovare posto nel lessico del Citoyen) Ti assicuro che i miei progressi sono rapidi, ma come Cesare “Non considero nulla veramente compiuto finché ci resta ancora qualcosa da fare”[in Latino nel testo: Lucan, Phars. II 657], Devo arrivare al pl&optC [rapporto sessuale completo] e allora scriverò a  –.”

Nel suo diario del 17 luglio 1810 Hobhouse aveva annotato, parlando di un ragazzo greco non identificato: “Mi sono congedato da questo giovane singolare su una piccola terrazza di pietra sopra un misero magazzino al termine della baia, dividendo con lui un mazzolino di fiori, l’ultima cosa, forse, che dividerò mai con lui.”

Il 4 Ottobre 1810, Byron scrive ad Hobhouse da Patrasso. Nella lettera, la sigla “M” si riferisce a Charles Skinner Matthews, il loro compagno di Cambridge, il Gran Maestro  della setta dei Metodisti. Il riferimento al mazzolino di fiori va interpretato attraverso la metafora botanica dei Metodisti.

“Dillo a M. che ho avuto più di duecento rapporti sessuali completi [Byron li indica con il cifrato convenzionale della setta dei Metodisti: pl&optC’s] e me ne sono quasi stufato, per la storia di questi devi aspettare il mio ritorno, perché dopo molti tentativi ho messo da parte l’idea di trasmettere informazioni su carta. – Sai del monastero di Mendele, è stato lì che mi sono impadronito del primo. – La tua ultima lettera si chiude pateticamente con un post scriptum circa un mazzolino di fiori, ti consiglio di introdurre questa cosa dentro il tuo prossimo romanzo sentimentale – Certo non ho minimamente sospettato che tu provassi qualche sentimento gentile, e credo che tu stia ancora ridendo, ma sei il benvenuto. – Ciao, non posso più sopportare Ld. Grizzle [Un personaggio del “Pollicino” di  Henry Fielding] –  Tuo. μπαιρων”

Al di là delle lettere goliardiche scambiate tra i metodisti, è difficile capire che rapporti Byron avesse veramente con i ragazzi di cui parla e con Nicolo Giraud in particolare. Preferisco non avventurarmi in ipotesi e fermarmi ai documenti.

Nicolo Giraud accudì Byron quando questi prese le febbri a Patrasso e viaggiò insieme con lui fino a Malta, quando Byron era sulla via del rientro in Inghilterra, nel 1811. Nel testamento redatto nell’agosto del 1811, Byron lasciò a Giraud 7000 sterline, più tardi il lascito venne cancellato.

Rientro in Inghilterra

Byron rientra in Inghilterra il 14 luglio del 1811. Il primo di Agosto muore sua madre. Vive a Londra al n. 8 di St Jame’s Street.

La sorella di Edleston, il ragazzo che era stato l’amore della prima giovinezza del poeta, gli dice che il fratello è morto nel mese di maggio di quello stesso anno. Per Byron è un colpo terribile. Edleston aveva solo ventun’anni quando era caduto in consunzione. Byron, profondamente toccato dalla morte di Edleston, produce almeno sette commuoventi elegie in sua memoria, comprese “To Thyrza”, “Away, away, ye notes of woe!”, “One struggle more, and I am free”, “And thou are dead, as young and fair”, “If sometimes in the haunts of men”, “On a Cornelian Heart Which Was Broken”, e un’elegia latina recentemente scoperta e pubblicata nel 1974, l’unica poesia che usa il genere maschile “Te, te, care puer!”, con il nome di Edleston scritto tre volte in cima.

Byron dedica alla morte di Edlaston diversi testi poetici, ne esamineremo solo tre, il primo è “A Thyrza”. Byron prende il nome Thyrza dal poema di Solomon Gessner: “La morte di Abele”, nel quale Thyrza è la moglie di Abele. Si tratta ovviamente di un nome femminile ma questo non vuol dire nulla. A Byron fu richiesto più volte di rivelare chi fosse la persona della cui morte si parlava nella poesia ma non rispose mai a questa domanda. È interessante notare che qui (come in altre poesie delle Stanze, dedicate a Edleston), il poeta evita rigorosamente qualsiasi connotazione di genere del personaggio di cui si tratta; nel testo non si incontrano mai pronomi personali come he, she, him, her, invece del pronome si usa la parola “form”, e il testo è quasi sempre è in seconda persona. È significativo osservare che la traduzione italiana di Carlo Rusconi, della metà dell’800, che riposto di seguito, dà per scontato che si parli della morte di una donna. In quell’epoca, un testo senza connotazioni di genere era letto automaticamente al femminile.[15]

“A THYRZA.

Senza una pietra che additi il luogo ove tu giaci, e dica ciò che la verità avrebbe ben potuto dire, obbliata da tutti, eccetto forse che da me, ah! perchè sei tu estinta? Separato da te, dai mari e da numerose rive, io ti ho amata invano; il mio passato, il mio avvenire intendevano a te, miravano a riunirci… ora non più mai! Se ciò avesse potuto essere….. una parola, uno sguardo che mi avessero detto: «noi ci dividiamo amici,» avrebbero fatto sopportare alla mia anima con minor dolore il distacco della tua. E poichè la morte ti preparava un’agonia dolce e senza patimenti, non hai tu desiderata la presenza di colui che più non vedrai, che ti teneva e ti tiene anche nel suo cuore? Oh! chi meglio di lui avrebbe vegliato accanto a te, e avrebbe osservato dolorosamente il tuo occhio immoto, in quel momento terribile che precede la morte, quando il dolore sopprime i suoi gemiti… Finchè tutto sia passato? Ma dall’istante in cui ti fossi sottratta ai mali di questo mondo, le lagrime della mia tenerezza, aprendosi un varco, sarebbero trascorse abbondevoli come ora fanno. Come non trascorrerebbero, allorchè io rammento quante volte, prima della mia assenza passeggiera, in queste torri ora per me deserte noi abbiam mescolato i nostri pianti affettuosi! Nostro era allora lo sguardo che noi soli vedevamo, nostro il sorriso che niuno fuori di noi comprendeva; e il linguaggio sommesso di due cuori che si rispondono, e il premersi delle nostre mani tremanti; Nostro era il bacio così innocente, così immacolato, che l’amore reprimeva ogni altro desiderio più ardente: i tuoi occhi annunziavano un’anima tanto casta, che anche la passione avrebbe arrossito a chiedere di più; Quell’accento che mi invitava alla gioia, allorchè diverso da te io mi sentivo propenso alla tristezza; quei canti che la tua voce rendeva celesti, ma che in ogni altra bocca mi sono indifferenti;… Il pegno dell’amore che noi portavamo… io lo porto ancora; ma dove è il tuo? Ah! dove sei tu? La sciagura si è spesso aggravata sopra di me, ma è la prima volta che sotto di lei mi sobbarco. Tu ben facesti a partire nella primavera della vita, lasciandomi vuotar solo il calice dei dolori. Se il riposo non è che nella tomba, io non desidero di rivederti sopra la terra. Ma se in un mondo migliore le tue virtù han cercato un soggiorno più degno di loro, ponmi a parte della tua felicità, toglimi alle angoscie che qui provo. Insegnami (doveva io tal lezione riceverla sì presto da te?), insegnami a rassegnarmi, sia ch’io perdoni, sia che a me venga perdonato: tale era il tuo amore per me sulla terra, che il conseguirlo formerebbe anche in cielo la mia speranza. 11 Ottobre 1811.[16]

Byron comunica con tristezza la morte di Edleston agli amici che lo avevano conosciuto.

“LORD BYRON A JOHN CAM HOBHOUSE

Newstead Abbey – 13 ottobre 1811

Al momento sono piuttosto giù, e non so come dirtene la ragione – ti ricordi E[dleston] a Cambridge – è morto – nel maggio scorso – la sorella mi ha mandato una descrizione dei fatti ultimamente – ora, anche se non lo avrei più rivisto, (ed è molto opportuno che non lo abbia rivisto) sono stato più colpito di quanto dovrei preoccuparmi di ammettere altrove; La morte è stata ultimamente così occupata con tutto ciò che era mio, che lo scioglimento della connessione più remota è come portar via una corona dall’ultima ghinea di un avaro.”

“LORD BYRON A JOHN CAM HOBHOUSE – King College, Cambridge – 22 Ottobre 1811

L’evento che ho menzionato nella mia ultima ha avuto un effetto su di me, mi vergogno a pensarlo, ma non c’è da discutere su questi punti. Avrei potuto “risparmiare di più un creatura eccezionale.” – Ovunque mi giro, particolarmente in questo luogo, questa idea mi segue, dico tutto questo con il rischio di incorrere nel tuo disprezzo, ma non mi puoi disprezzare più di quanto io disprezzo me stesso. – Sono davvero molto infelice, e come tutte le persone che si lamentano non posso fare che parlarti così.”

Byron che, prima di partire per il Grnad Tour, aveva affidato alla sig.na Pigot il cuore di corniola rossa che gli era stato donato da Edleston, sente ora il bisogno di avere di nuovo con sé quell’oggetto e scrive alla signora Pigot pregandola di sollecitare la figlia ad inviarglielo. È interessante notare che nella lettera manca qualsiasi connotazione di genere che possa permettere di capire se la persona morta sia un uomo o una donna. Byron parla di “a person” o di “the Giver”.

“LORD BYRON A MRS MARGARET PIGOT – Cambridge – 28 ottobre 1811

Cara Signora, –

          Io sto per scriverle su un argomento stupido e comunque non riesco a fare altrimenti. – Lei può ricordare una corniola, che qualche anno fa ho consegnato alla signorina Pigot, anzi ha dato a lei, e ora sto per fare la più egoista e maleducata delle richieste. – La persona che l’ha data a me, quando ero molto giovane, è morta, e anche se molto tempo è trascorso da quando ci siamo incontrati, dato che era l’unico ricordo che possedevo di quella persona (cui ero una volta molto interessato) ha acquisito un valore dopo questo evento, che mai avrei voluto che assumesse ai miei occhi. – Se dunque la signorina P[igot] l’ha conservata, devo in queste circostanze pregarla di scusare la mia richiesta che mi sia inviata al numero 8 di St. James Street, Londra e io la sostituirlo con qualcosa che possa ricordarle me altrettanto bene. – Dato che lei era sempre così gentile da sentirsi interessata al destino di [coloro] che formavano l’oggetto delle nostre conversazioni, Lei può dirle, che chi aveva regalato la Corniola è morto nel maggio scorso di consunzione all’età di ventuno anni, diventando il sesto in quattro mesi degli amici e parenti che ho perso tra maggio e la fine di agosto!

          – Mi creda, Signora, sinceramente suo  Byron”

Negli ultimi mesi del 1811 i riferimenti, ovviamente coperti, alla morte di Edlestin compaiono più volte nelle poesia di Byron e con accenti accorati. Mi limito a citare due testi.

“STANZE. Lungi da me, lungi da me accenti di cordoglio! quei canti, non ha guari per me pieni di dolcezza, cessino, o io fuggirò da questi luoghi perchè non oso più udirli. Essi mi ricordano giorni più belli… oh! fate che s’interrompano quei concenti: io non debbo più ora, oimè! pensare, non debbo meditar più su quello ch’io fui… su quello che sono. La voce che rendeva sì dolci quegli accordi tace, e il loro prestigio si è dileguato: ora i loro suoni più soavi mi sembrano un canto funebre intuonato sui trapassati. Sì, Thyrza, essi mi parlano di te, cenere adorata, poichè tu non sei più che cenere; e tutto quello che un tempo avevano di armonioso, è fatto aspro, stridulo al mio cuore. I suoni finirono!… ma al mio orecchio la vibrazione ne dura ancora; odo una voce che non vorrei intendere, una voce che ora dovrebbe esser muta: ma spesso ella viene a commuovere la mia anima incerta; quella dolce melodía mi segue anche fra i sonni. Io mi sveglio, e pur sempre la ascolto, benchè tutte le mie visioni siano dissipate. Dolce Thyrza, dormiente o svegliato, tu non sei più ora che un amabile sogno; una stella che, dopo aver riflettuto sui flutti la sua tremula luce, ha tolto alla terra il suo raggio soave. Ma il viaggiatore che s’ingolfò nel cupo sentiero della vita, allor che il cielo sdegnato avrà velata la sua faccia, dolorerà lungo tempo il raggio svanito che rallegrava il suo cammino.

6 Dicembre 1811.”[17]

“STANZE. Anche uno sforzo e sarò libero dai tormenti che straziano il mio cuore; anche un ultimo e lungo sospiro all’amore e a te, e poi ritorno nel turbine della vita. Io trovo ora piacere a intrattenermi di cose che non mai mi erano apparse belle: se ogni mia gioia si è di qui involata, quali dolori potrebbero omai sorprendermi? Recatemi dunque spumante vino, imbandite il pasto; l’uomo non fu creato per viver solo. Ch’io divenga l’essere leggiero, frivolo, che sorride a tutti, e con alcuno non piange. Non così era io in giorni più cari; non mai così sarei stato, ma tu hai preso il tuo volo lungi da me, e mi hai lasciato qui solitario: tu non sei più nulla… e tutto il resto è nulla per me. Invano la mia lira vorrebbe affettare un tuono leggiero; il sorriso che simula il dolore è uno scherno all’affanno che sotto vi si asconde, è simile alle rose sopra un sepolcro. Invano lieti compagni di tavola colla tazza in mano dissipano un momento il sentimento de’ miei danni; sebbene il piacere accenda la demenza dell’anima, il cuore… il cuore è pur sempre solitario! Quante volte nel silenzio delizioso delle notti io mi son piaciuto a riguardare il cielo; perocchè allora io pen- 242 savo che la luce celeste splendesse sì dolcemente sul tuo occhio pensoso! Spesso nell’ora di mezzanotte, vogando sui flutti del mare Egéo, io dissi all’astro di Cintia: «Ora Thyrza ti guarda.»… Oimè! esso non rischiarava più che la sua fossa. Prostrato dalla febbre sopra un letto insonne, mentre un fuoco avvampante scorreva per le mie vene, ciò che mi consola, io dicevo, è che Thyrza ignora ch’io soffro! In quella guisa che per lo schiavo consunto dagli anni la libertà è un inutile dono, così è invano che la natura placata mi ha richiamato alla vita, dappoichè Thyrza ha cessato di esistere. Pegno che da lei ricevei in giorni migliori, all’aurora della vita mia e del mio amore! quanto ti sei trasmutato ai miei occhi! come il tempo ti ha colorito colle tinte del dolore! il cuore che insieme a te si diede è silenzioso. – Ah! perchè non è così anche il mio! Abbenchè freddo come possono esserlo i morti, il sentimento rimane pur sempre a questo mio cuore, e con esso le ambascie. Dono amaro e malinconico! pegno doloroso e caro! serba, serba il mio amore inalterabile, o infrangi questo petto contro il quale io ti premo! Gli anni temperano l’amore, ma non l’estinguono; esso ha qualche cosa di più santo ancora, quando le sue speranze sono passate. Oh! che sono migliaia di affezioni viventi raffrontate a quella che non può staccarsi dai morti?”[18]

Amori e tradimenti

Ma alla fine del 1811, nella vita di Byron accade qualcosa di nuovo. Una lettera di Byron a Hobhouse, del 25 Dicembre 1811, ci informa che il poeta si era “almeno un po’” innamorato di una serva gallese, Susan Vaughan.

“Byron a John Cam Hobhouse, da Newstead Abbey, 25 Dicembre 1811:

Al momento sono principalmente occupato da un volto nuovo e anche molto grazioso, come H ti potrà dire, una ragazza gallese, che io ho ultimamente aggiunto alla compagnia e della quale sono discretamente innamorato, al momento, ma lei mi sarà comunque probabilmente abbastanza indifferente prima che tu rientri dall’Irlanda.”

Susan Vaughan tradirà Byron il mese successivo seducendo Robert Rushton, il paggio di Byron, che lo aveva accompagnato fino a Gibilterra nel Grand Tour.

In una lettera del 20 Gennaio 1812, Susan Vaughan lascia intendere a Byron che Rushton, allora più o meno diciannovenne, è stato sedotto da Lusy, un’altra serva di Byron che, secondo Ralph Lloyd-Jones, potrebbe essere stata la madre di uno dei figli di Byron. Tuttavia dalle lettere di Byron a Rushton (BLJ II 158) e a Susan (BLJ II 159) appare chiaramente che era Susan ad avere una storia con Rushton, non Lucy. Byron perdonò Rushton (“Sono sicuro che tu non volevi ingannarmi, lei invece lo voleva”), ma non perdonò Susan. La faccenda mise scompiglio tra i servitori di Byron: Rushton trattò in modo aggressivo Susan, Byron lo rimproverò con molta fermezza, sottolineando che Susan doveva essere trattata con la massima civiltà. Rushton dovette incassare il rimprovero ma rispose con grande dignità. Byron cercò di mantenere col ragazzo un rapporto positivo.

“Byron a Robert Rushton, dal n. 8 di St di James’s Street, 25 Gennaio 1812:

… Se c’è stato qualcosa tra voi prima o dopo la mia ultima visita a Newstead, non abbiate paura di dirlo. Sono sicuro che non volevi ingannarmi, ma lei lo voleva. Qualunque cosa sia, tu sarai perdonato. Non sono stato senza qualche sospetto sulla questione, e sono certo che, alla tue età, la colpa non poteva essere tua. Non devi consultare nessuno circa la tua risposta, ma scrivimi subito. Sarò più pronto ad ascoltare quello che hai da suggerire, dato che non mi ricordo di aver mai sentito da te in passato una sola parola contro qualsiasi essere umano, cosa che mi convince che non affermeresti maliziosamente una cosa non vera. Nessuno può farti il minimo danno, quando tu ti comporti correttamente. Aspetto la tua risposta immediatamente. Tuo, ecc, BYRON”

Il 28 Gennaio 1812, Byron dà l’addio definitivo a Susan.

“Byron a Susan Vaughan, dal n. 8 di St James’s Street, Londra, 28 Gennaio 1812:

Ti scrivo per dirti addio, non per rimproverarti. – I documenti allegati, uno dei quali scritto di tuo pugno, ti spiegheranno ogni cosa. – Non nego che sono stato legato a te, e ora mi vergogno profondamente della mia debolezza. – Puoi anche godere la soddisfazione di avermi ingannato nel modo più completo, e di avermi reso per il momento sufficientemente misero. – Dal primo momento ti avevo detto che la continuazione della nostra relazione dipendeva dal tuo comportamento. – Tutto è finito. – Ho poco da rimproverarmi, se non la credulità; ti sei buttata sulla mia strada, ti ho accolta, amata, fino a quando sei diventata senza valore, e ora mi separo da te con un certo rammarico, e senza rancore. – Ti faccio i migliori auguri, non dimenticare che la tua cattiva condotta ti ha privato di un amico, di cui niente altro avrebbe potuto privarti. – Non tentare di dare una spiegazione, è inutile, sono determinato, non puoi negare la tua scrittura; ritorna alle tue relazioni, te ne saranno dati i mezzi, ma colui che ora per l’ultima volta si indirizza a te, non lo vedrai mai più.”

Il 18 Ottobre 1812, Byron scrive a Rushton con un tono completamente diverso:

“Byron a Robert Rushton, da Cheltenham, 18 Ottobre 1812.

Robert,— Io spero che tu continui quanto più possibile ad applicarti alla ragioneria e all’agrimensura, ecc. Qualsiasi cambiamento possa accadere a Newstead, nulla cambierà per te e per il sig. Murray. È stabilito che avrai un impiego a Rochdale per il quale la prosecuzione dei tuoi studi, che io ho raccomandato, sarà per te una grande opportunità. Dammi tue notizie; è migliorata la tua salute dall’ultima volta che sono stato all’Abbey? Comunque, se dovesse accadermi qualcosa, ho provveduto a te nel mio testamento, se non mi accadrà nulla, troverai sempre nel tuo maestro un sincero amico.”

Le vicende matrimoniali e l’incesto

Byron aveva una sorellastra, Augusta Maria, nata il 26 gennaio del 1783, quindi di cinque anni più grande di lui. Augusta era figlia della prima moglie del padre del poeta. Augusta si sposò ed ebbe sette figli; conobbe il fratellastro solo quando questi era studente alla Harrow School, mantenne con lui un rapporto epistolare centrato sui conflitti di Byron con la madre, ma lo vide molto raramente. Per tutto il periodo del viaggio in Oriente si interruppe anche il rapporto epistolare. Quando ormai Byron era in Inghilterra, Augusta gli mandò le condoglianze in occasione della morte della madre e dal luglio del 1813 i due divennero amanti. Augusta però era sposata ed aveva figli e non aveva intenzione di mettere in crisi la sua famiglia per amore di Byron. Nell’Aprile del 1814 Augusta partorisce una bambina, Elizabeth Medora Leigh (15 Aprile 1814 – 28 Agosto 1849), pochi giorni dopo Byron si reca a casa della sorellastra per vedere la bambina. La convinzione che Medora fosse figlia di Byron divenne oggetto di molte chiacchiere. Se ne discusse allora e ancora oggi la questione non è chiara.

Byron il 2 gennaio 1815, anche per tacitare i pettegolezzi sulla sua relazione con Augusta, sposa Anna Isabella Milbanke, detta Annabella, un’ereditiera colta ed appassionata di matematica, e va a vivere a Londra con lei. Byron doveva tacitare i pettegolezzi sul suo rapporto con la sorellastra e anche quelli sulla sua omosessualità, che cominciavano a circolare insistentemente; il matrimonio sembrava, tra l’altro anche un’occasione propizia per incamerare i beni della moglie. Nel dicembre del 1815 nacque la figlia, Augusta Ada, ma Byron riprese i rapporti con la sorellastra Augusta, e Annabella il 15 gennaio 1816 chiese la separazione.

Byron veniva accusato di incesto, adulterio, omosessualità, sodomia, amore libero ecc. ecc.. La situazione divenne rapidamente insostenibile, il rischio che si passasse dai pettegolezzi alle accuse di natura penale era reale e pesante. Byron, il 21 aprile 1816, firmò il documento di separazione dalla moglie e decise di esiliarsi volontariamente dall’Inghilterra, dove non rientrò più.

In Svizzera, con gli Shelley

Si imbarcò per il continente il 25 aprile 1816. Prima di andar via dall’Inghilterra Byron aveva avviato una relazione con Claire Clairmont, sorellastra Mary Godwin Wollstonecraft (moglie di Percy Bysshe Shelley). Con Shelley, la moglie e la sorellastra della moglie, Byron trascorse molto tempo in ottima compagnia. Dalla relazione di Byron con Claire nacque Allegra, nel gennaio del 1817.

In Italia

Nell’ottobre del 1816 Byron si spostò a Milano dove conobbe Pellico, Monti e Stendhal, poi nel novembre 1816 si stabilì a Venezia, dove si trattenne per tre anni. Qui imparò bene l’Italiano ma non trascurò affatto le avventure galanti, si vantò di avere posseduto più di duecento donne, ed ebbe due relazioni importanti, la prima con la moglie del suo padrone di casa, Marianna Segati, e la seconda con la ventiduenne Margarita Cogni (la Fornarina). La casa di Byron sul Canal Grande divenne un punto di riferimento fisso per tutti gli Inglesi che passavano per Venezia, qui crebbe la fama di tombeur de fammes che accompagnò Byron per decenni.

Shelley aveva potuto vedere da vicino i traffici di casa Byron a Venezia e non ne sarebbe rimasto bene impressionato, ma certe affermazioni di Shelley, che era molto amico di Byron, sembrano riferite piuttosto agli Inglesi in genere che a coloro che frequentavano casa Byron.

Così scrive Shelley nella sesta lettera a Peacock:

“Milano, 20 aprile 1818.

Lord Byron, a quando si sente dire, ha preso una casa per tre anni, a Venezia; non so se lo vedremo o no, non lo so. Il numero di Inglesi che passano per questa città è molto grande. Dovrebbero stare nel loro paese nel presente periodo di crisi. Il loro comportamento è del tutto ingiustificabile. La gente qui, anche se abbastanza inoffensiva, sembra, sia nel corpo che nell’anima, una razza infelice. Gli uomini non sono affatto uomini [The men are hardly men]; sembrano una tribù di stupidi e di schiavi avvizziti, e non credo di aver visto un barlume di intelligenza in un volto umano da quanto ho passato le Alpi.”

Nell’aprile del 1819 Byron conosce la diciottenne Teresa, moglie del ricco sessantenne conte Guiccioli: la donna diventa ben presto la sua amante e i due si stabiliscono verso la fine del 1819 a Ravenna, dove vivono i Guiccioli. La giovane esercita un’influenza molto positiva sul poeta, che finalmente adotta uno stile di vita meno frenetico. Tra il 1820 e il 1821 Byron entra nella Carboneria attraverso i contatti del fratello di Teresa, il conte Pietro Gamba. Vuole che la figlia Allegra sia educata come una cattolica romana, e la accompagna nel marzo del 1821 nell’educandato gestito dalle suore di Bagnacavallo, in Romagna.

Allegra morirà il 21 aprile 1822 e l’8 luglio dello stesso anno morirà anche Shelley, affogato assieme all’amico Edward Elleker Williams, a dieci miglia da Viareggio.

La Grecia e la morte

Nel 1823 Byron, indotto dall’amico John Cam Hobhouse, aderisce all’associazione londinese filoellenica a sostegno della guerra d’indipendenza greca contro l’Impero ottomano. Organizza con la massima cura una spedizione. Convince Teresa a tornare a Ravenna e il 16 luglio 1823 il brigantino “The Hercules” lascia Genova per la Grecia. Accompagnano Byron, Pietro Gamba, Trelawny, un giovane medico italiano, nonché otto servitori cinque cavalli e due cani. A Livorno sale sul brigantino un giovane scozzese, Hamilton Browne.

Il 3 Agosto il brigantino si ferma a Cefalonia. Nell’isola greca Byron conosce il quindicenne greco Lukas Chalandritsanos e se ne innamora follemente, ma non è minimamente ricambiato. Byron non è più il bel ragazzo del tempi di Edleston, è ingrassato, perde i capelli e ha i denti in pessimo stato, cerca comunque di ottenere almeno la gratitudine se non l’amore del ragazzo, spendendo in sei mesi somme notevolissime per soddisfare tutti i suoi capricci. Per un verso Byron si rende conto di non essere più fisicamente una persona desiderabile ma per l’altro è animato da un amore al limite della follia, tanto più acuto e doloroso quanto più rifiutato.

Finalmente, in dicembre, al poeta pare opportuno mettersi dalla parte del principe Mavrocordato, che più di altri garantiva una seria possibilità di costituire un’autorità stabile, e salpa per Missolungi, dove giunge ii 5 gennaio 1824. Qui, in una casa a tre piani occupata dal colonnello Stanhope e da un gruppo di Albanesi cristiani che Byron aveva assoldato a Cefalonia, riprende con instancabile ostinazione a lavorare per rafforzare la resistenza greca. I compiti principali erano due: formare una brigata d’artiglieria, assalire e conquistare Lepanto al comando di forze il cui nucleo avrebbe dovuto essere costituito dalla sua guardia albanese. Purtroppo Byron non riesce a concludere nulla.

Frattanto la storia con Lukas si era fatta per Byron sempre più distruttiva. Il segno del terribile sconforto per quella storia d’amore impossibile (Byron non aveva mai provato nulla di simile per una donna) si può leggere in una poesia datata 22 gennaio 1824, giorno del trentaseiesimo compleanno del poeta.

“22 Gennaio 1824. Messalonghi.

In questo giorno compio trentasei anni.

È il tempo in cui questo cuore dovrebbe rimanere imperturbato

perché ha smesso di turbare altri cuori,

Eppure, anche se non posso essere amato

Lasciate ancora che io ami!

I miei giorni sono come la foglia gialla

I fiori e i frutti d’amore sono passati

Il verme – il cancro, e il dolore

Soltanto mi restano!

Il fuoco che fa preda nel mio petto

è solitario come un’isola vulcanica,

nessuna torcia è accesa alla sua fiamma:

è una rogo funebre!

La speranza, la paura, la cura gelosa

La porzione esaltata del dolore

E il potere dell’amore non posso condividerli,

Ma sono incatenato.

Ma non così – e non è qui –

Tali pensieri dovrebbero scuotere la mia anima, non ora,

Dove la Gloria copre il feretro dell’eroe

O fascia la sua fronte.

La spada – la Bandiera – e il campo –

La Gloria e la Grecia ci guardano!

Lo Spartano nato sul suo scudo,

* Non era più libero!

Svegliati! – (Non la Grecia – La Grecia è sveglia!-)

Svegliati mio Spirito! pensa attraverso chi

La tua vita = il tuo sangue individua la sua origine,

E poi ritorna alla tua patria!

Calpesta le passioni che rinascono,

Virilità indegna; – Per te

dovrebbero essere indifferenti

Il sorriso o il volto accigliato

della bellezza.

Se rimpiangi tua giovinezza, perché vivere?

La terra della morte onorevole

È qui – vai al Campo! e

dona il tuo respiro.

Procurati una tomba da soldato

– che hai poco  cercato – per te è  il meglio –

Poi guardati intorno, scegliti la terra

E comincia il tuo riposo!

È come se Byron stesse ormai vagheggiando una morte eroica come alternativa ad una vita senza amore, quasi la ricerca di un martirio, provocata da un amore violento e rifiutato.

Nei giorni immediatamente successivi Byron scrive altre due poesie dedicate sempre a Lukas, le ultime della sua vita, nella prima si dichiara folle d’amore di fronte al rifiuto del ragazzo, e riconosce che la magia del ragazzo è possente mentre il poeta è ormai tanto debole; nella seconda si arrende al suo destino:

… Sempre di più, sempre di più… eppure non mi ami,

E mai lo farai, perché alla volontà non obbedisce Amore.

Ma non ti biasimo, anche se so bene ormai

Che il mio destino è amarti, e sempre più sbagliando, e invano.

Il febbraio e il marzo trascorrono fra ribellioni, pioggia, scaramucce, scosse telluriche, dimostrazioni di incompetenza, richieste di rimpatrio da parte degli artificieri inglesi, tradimenti. Quando la flotta turca appare all’orizzonte è ormai chiaro che la città non è difendibile, il poeta cerca di organizzare personalmente le poche truppe e di rincuorare i cittadini terrorizzati. La sera, dopo una cavalcata di miglia sotto la pioggia, Byron ha un violento attacco di febbre. Il 10 e l’11 di aprile vuole uscire di nuovo a cavallo, ma la sua fibra sta cedendo. I medici cominciano ad essere seriamente preoccupati e pensano di imbarcarlo per Zante se le condizioni del mare lo permetteranno. Il giorno 15 Byron è grave.

William Parry, in The Last Days of Lord Byron (Gli ultimi giorni di Lord Byron), riferisce: “…parlò con me delle mie avventure. Parlò anche della morte con grande compostezza, e per quanto non credesse che la sua fine fosse vicina c’era qualcosa in lui di così serio e fermo, di così rassegnato e composto, di così diverso da quanto avessi visto prima in lui, che la mia mente cominciò a temere, e a tratti mi parve di presentire la sua rapida dissoluzione”. I suoi discorsi cominciarono a farsi sconnessi. Fra le altre cose affermò che avrebbe desiderato tornare in Inghilterra per vivere con la moglie e la figlia Ada. Il giorno 18 delirava: in Italiano e in Inglese, immaginando forse l’attacco a Lepanto, gridava: “Avanti! Avanti! Coraggio! Seguite il mio esempio!” E nel delirio più volte nominò la sorella, la moglie, la figlia, i luoghi dell’infanzia. Le sue ultime parole furono: “Ora devo dormire”. Morì il giorno dopo, lunedì 19 aprile 1824, alle sei e un quarto del pomeriggio.” Quella stessa sera Lukas scappò portandosi via il denaro della guarnigione.

Il funerale vide un interminabile corteo di quarantasette carrozze parate a lutto ma vuote, col solo postiglione: fu l’ultima vendetta dell’aristocrazia verso il poeta ribelle.

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[1] http://www.lordbyron.org/contents.php?doc=ThMoore.1830.Contents

[2] La pietra di cui qui si parla, fu data a lord Byron da un fanciullo del coro di Cambridge chiamato Eddlestone [in realtà si chiamava Edleston, ma la grafia con la doppia “d” è quella preferita da Byron.] che il suo talento musicale fece conoscere al giovine poeta, e che sembra essere stato da lui molto amato.

[3] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 64-65.

[4] Harrow.

[5] È il nome del fiume da cui Cambridge (ponte del Cam) ha ricavato il nome.

[6] Vedi le Ore d’Ozio.

[7] Il fiume Grete a Southwell.

[8] Maria Duff. Vedi le Ore d’Ozio.

[9] Eddlestone, il corista di Cambridge, nominato pure nelle Ore d’Ozio.

[10] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 193-196.

[11] Nome classico dell’Università di Cambridge.

[12] Byron’s Letters and Journals, ed. Leslie A. Marchand, 13 vols, John Murray, 1973-94; I 208.

[13] National Library of Scotland 12604 / 4247G.

[14] National Library of Scotland.  Ms.43438; Byron’s Letters and Journals, ed. Leslie A. Marchand, 13 vols, John Murray, 1973-94.  II 11-14.

[15] http://www.liberliber.it/mediateca/libri/b/byron/opere_complete_5/pdf/byron_opere_complete_5.pdf

[16] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 238-240.

[17] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 241-242.

[18] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 242-243.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=5926 

BYRON OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH

Quando, procedendo nella traduzione di “Uransimo e Unisessualita” di Raffalovich mi è capitato sotto mano il capitoletto relativo a Byron, mi sono chiesto perché Raffalovich, che ha dedicato ampio spazio a Monsieur, fratello di Luigi XIV, e al processo a Oscar Wilde, ha esaurito la questione dell’omosessualità di Byron in modo così riduttivo. Si tratta in fondo di uno dei colossi della letteratura romantica.

Non sono certo uno specialista di Byron, ma ho avuto modo di leggere diversi studi sull’omosessualità del poeta, e mi son detto che forse una ricostruzione biografica “essenziale” degli aspetti della sua vita legati all’omosessualità, corredata da testi originali significativi, avrebbe avuto una indubbia utilità sul piano informativo. È proprio su questo che ho lavorato per alcuni giorni.

Invertendo l’ordine secondo il quale sono solito procedere alla pubblicazione della trazione del libro di Raffalovich, riporterò immediatamente il capitolo da lui dedicato a Byron, e nel post successivo, procederò a fornire un quadro orientativo per quanto possibile oggettivo della vita omosessuale del poeta.

La sciamo subito la parola a Raffalovich.
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Lord Byron (1788-1824) è stato rivendicato tra gli invertiti, molto avidi di queste rivendicazioni. È certo che avesse dall’infanzia un furore d’amicizia, un ardore sentimentale. Si conoscono tre sue “passioni” di questo genere per degli inferiori (diceva lui stesso che le amicizie erano delle passioni): la prima per il figlio di uno dei suoi fattori, prima di andare ad Harrow, L’altra a Cambridge, a diciotto anni; si attaccò appassionatamente a un ragazzo giovane di sedici anni, un ragazzo del coro.[1] Lo vedeva tutti i giorni, inverno e estate, senza interruzione, e i due giovani si lasciavano ogni volta con dispiacere. Eddleston (l’amato) gli regalò un piccolo cuore di agata rossa, ed è per questo che Byron lo soprannominò il mio caro Cornelian.[2] Byron collocò il suo protetto in una grande azienda commerciale di Londra. Non esitava a scrivere ad un’amica che amava Eddleston più che chiunque altro al mondo. Quando lo rivide, nel 1807, scrisse a questa amica:

“È di due anni più giovane di me, quasi della mia altezza, molto magro, di una carnagione molto pallida, gli occhi neri e i capelli chiari. Voi sapete quello che penso della sua intelligenza (o del suo carattere). Spero di non dovere mai cambiare opinione a questo riguardo.”

Nel 1809, Byron affidò a questa stessa amica. Miss Pigot, il piccolo cuore di agata, prima di partire per il suo viaggio di due anni, e alla morte di Eddleston richiese indietro questo cuore.

È al suo ritorno dalla Grecia, nel 1811, che Byron ricevette col più vivo dolore la notizia della morte del suo fratello d’affetto.

In Grecia, ad Atene, aveva fatto conoscenza con un giovane uomo povero e lo aveva amato come aveva amato Eddleston, gli aveva dato una somma di denaro a Malta, e quando fu sconvolto dalla morte di Eddleston, di sua madre e di quattro altri amici, fece testamento lasciando a Nicolo Giraud 175.000 franchi.

Ad Harrow, Byron aveva avuto una corte di favoriti, il loro affetto era molto sentimentale. Byron si lamentava amaramente perché un amico gli aveva scritto una lettera incominciando con “mio caro”, invece di “mio carissimo” (dear al posto di dearest), ecc., tutti dolori delle amicizie-passioni dell’adolescenza.

Si sono volute tirare conclusioni sgradevoli per Byron dal fatto seguente: è verso il suo quindicesimo o sedicesimo anno che cominciarono i suoi affetti violenti e gelosi per i suoi favoriti. Ma non era solo la pubertà che ne era la causa, perché, quando era molto piccolo Byron aveva amato il figlio del fattore.

Mi sembra che non si possa tirare alcuna conclusione circa la condotta del poeta, ma si può essere certi che la sua natura sensibile, femminea, esagerata fosse capace congenitamente di passione di amicizia amorosa.

Tre anni dopo la sua partenza da Horrow (nel 1808), Byron scrisse in un diario questa frase di Marmontel: “L’amicizia che nel mondo è solo un sentimento, è una passione nei chiostri.”

Ma quando Byron amò Nicolo Giraud o Eddleston, era nel mondo, non in un chiostro.

Si sa che una giovane ragazza seguì Byron vestita da ragazzo e si diceva suo fratello.

È probabile che Byron, nato con delle tendenze eterosessuali e uraniste, abbia vissuto la sua eterosessualità fissata dal suo enorme successo mondano e letterario.
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[1] Ancora oggi queste forme di attaccamento sono frequenti e, innocenti o no, sono malviste.
[2] Carnelian o cornelian, in Italiano corniola, una varietà di calcedonio di colore rosso.

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MONSIEUR FILIPPO DI BORBONE-ORLEANS OMOSESSUALE EFFEMINATO

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi è dedicato a Monsieur, Filippo di Borbone, duca d’Orléans, Fratello di Luigi XIV. Monsieur, è un personaggio oggi poco conosciuto dal grande pubblico, ma è stato considerato per molto tempo l’archetipo dell’omosessuale effeminato. Questa definizione va presa però con molta prudenza. Si sposò due volte, la prima con Enrichetta d’Inghilterra (Madama d’Inghilterra) e la seconda con Elisabetta Carlotta del Palatinato (Madama palatina), ed ebbe sei figli, ma fu dominato dai suoi favoriti. Uno di questi, il cavaliere di Lorena, entrò in conflitto violento con la prima Madame, che riuscì ad ottenerne dal re il suo esilio in Italia per otto anni, ma il cavaliere di Lorena, a quanto si disse, pur stando ancora in esilio, sarebbe riuscito a vendicarsi e a fare avvelenare Madame (che aveva 26 anni). Monsieur sarebbe stato del tutto estraneo alle trame del cavaliere di Lorena. Dopo l’autopsia di Madame, effettuata alla presenza di molti medici non solo francesi ma anche inglesi, il rapporto ufficiale sulla morte parlò però di cause naturali. Il cavaliere di Lorena, per le insistenze di Monsieur, dopo la morte di Madame, venne fatto rientrare in Francia e non fu accusato di nulla. Evidentemente Monsieur non diede alcun credito all’ipotesi dell’avvelenamento.

La seconda Madame, ben diversa dalla prima, non pretese di imporre a Monsieur alcuno stile di vita e gli lasciò totale libertà. Ebbero figli, ma scelsero ben presto di dormire in appartamenti separati. La seconda Madame aveva una conoscenza molto realistica dell’omosessualità e ne parla in modo singolarmente competente, i suoi rapporti con Monsieur non furono privi di una certa complicità e non crearono mai veri problemi.

Monsieur, che, al di là dei suoi difetti ampiamente scusabili, era un brav’uomo, che amava i suoi figli e sapeva anche tenere testa al re, quando necessario, finì, negli ultimi anni, sotto il controllo di un confessore gesuita che gli impose un regime di vita molto ristretto per un uomo delle sue abitudini. Monsieur finì per consolarsi col cibo, ingrassò molto e morì di apoplessia probabilmente proprio per questa ragione.

Il ritratto di quest’uomo, fatto da Raffalovich sulla base delle testimonianze dei contemporanei, suscita una certa simpatia. La vita di Monsieur incarna il modello di vita dell’omosessuale (o forse del bisessuale con una forte prevalenza omosessuale) costretto a vivere da eterosessuale e dominato dai favoriti che non fanno che servirsi di lui.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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Monsieur, fratello di Luigi XIV, l’invertito effeminato.

Monsieur Filippo d’Orléans, fratello di Luigi XIV e figlio del freddo Luigi XIII, nipote di Gastone (che seguiva, di dice, le due sessualità), nipote anche di questo primo Vendôme unisessuale come i suoi nipoti, Monsieur è uno degli unisessuali effeminati che si conoscono meglio. Si sposò due volte e ebbe figli dalle sue due mogli, ma fu donna quanto la sua prima Madame e più donna della seconda.
Non gli è attribuita nessuna amante; aveva tutti i difetti della donne, ma era coraggioso, abbastanza buono, dolce, e temeva i danni alla sua carnagione più di perdere la vita. Si è voluta considerare la sua educazione effeminata come causa della sua inversione, ma la stessa educazione, esattamente la stessa, applicata all’abate di Choisy, produsse solo un’effeminazione, folle, fantastica, ma non unisessuale, nell’abate-contessa. Se Monsieur avesse potuto vestirsi da donna per delle settimane, quanti amanti avrebbe avuto! Non si sarebbe mai annoiato con le ragazze. Prima di dare credito all’educazione, all’associazione di idee e di sensazioni, a tutte le povere spiegazioni, si rifletta sulla differenza tra Monsieur e l’abate di Choisy e sulla loro educazione effeminata. Le loro vanità poterono essere femminilizzate, ma le loro sessualità non cambiarono affatto.

La prima Madame (quella che Bossuet compianse) è stata trattata con troppa indulgenza dalla storia.

Michelet, che le riconosce tutte le colpe che una donna può commettere, la paragona costantemente con Monsieur, che certo non era peggiore di questa affascinante, attraente e meschina Stuart. Lei, se fosse sopravvissuta a Monsieur come questa generosa e spirituale tedesca, non avrebbe bruciato senza leggerle le lettere dei favoriti di Monsieur. È tempo di trattare l’uomo e la donna con una uguale giustizia. Madame d’Inghilterra era molto leggera, giocava con suo cognato il re, si beffava di suo marito, tradendo tutto e tutti da vera Stuart; Monsieur era unisessuale, affettuoso, prodigo, chiacchierone, ma con un ben diverso senso del decoro rispetto a Madame. Se lei fu avvelenata dagli amici di Monsieur, lui non ne seppe nulla.

I brani seguenti, dell’abate di Choisy, di Madame de la Fayette, di Daniel Cosnac, vescovo di Valenza, di Saint-Simon, di Madame Charlotte-Elisabeth, duchessa di Orléans, daranno un’idea di Monsieur e del suo entourage.

Dell’abate di Choisy

“Mi vestivano da ragazza, dice l’abate di Choisy, tutte le volte che il piccolo Monsieur veniva al mio alloggio, e ci veniva almeno due o tre volte alla settimana. Avevo le orecchie forate, i diamanti, le mosche e tutti gli altri piccoli vezzi ai quali ci si abitua molto facilmente e dei quali ci si disfa con altrettanto difficilmente. Monsieur che amava tutto questo, mi faceva sempre molti complimenti. Da quando arrivava, seguito dalle nipoti del cardinale Mazzarino e da alcune figlie della regina, veniva messo alla sua toilette e gli si acconciava la capigliatura. Aveva un corpetto per mantenere la sua taglia (il corpetto era di tessuto ricamato)”. Gli toglievamo la calzamaglia per mettergli dei mantelli da donna e delle gonne, e tutto questo si faceva, si dice, per ordine del cardinale che voleva renderlo effeminato, per paura che potesse procurare problemi al re, come Gastone aveva fatto con Luigi XIII.”

“Quando Monsieur era vestito e pronto, si giocava al piccolo premio (era il gioco alla moda), e verso le sette ci portavano uno spuntino; ma non si presentava nessun valletto; io andavo alla porta della stanza a prendere i piatti e li mettevo sui rialzi tutto intorno alla tavola. Offrivo da bere, cosa della quale ero abbastanza ripagato da qualche bacio in fronte di cui queste signore mi onoravano. Madame de Brancas ci portava spesso sua figlia, che è stata la principessa di Haracourt. Lei mi aiutava a svolgere questo piccolo compito; per quanto fosse molto bella, le figlie della regina mi prediligevano più di lei: certamente, nonostante le cuffiette e le gonne, sentivano in me qualcosa di maschile.”

“Non avevo nemmeno un po’ di barba (a 22 anni), ci si era preoccupati, dall’età di cinque o sei anni, di massaggiarmi con una certa acqua che fa morire il pelo alla radice, se si comincia molto per tempo; i miei capelli neri facevano apparire passabile la mia carnagione, benché non avessi molto di bianco … Non ero dunque costretto da nessuno e mi abbandonavo alla mia tendenza. È accaduto anche che Madame de la Fayette, che vedevo molto spesso, vedendomi sempre molto sistemato, con i pendenti alle orecchie e le mosche, mi disse da buona amica che quella non era affatto la moda per gli uomini e avrei fatto molto meglio a vestirmi da donna. Fidandomi della sua grande autorità, mi feci tagliare i capelli per essere pettinato meglio, ne avevo in quantità prodigiosa. Si portavano dei piccoli boccoli sulla fronte e boccoli più grossi ai due lati del viso e tutto intorno alla testa e un gran fascio di capelli coordinato con nastri e perle se se ne avevano. Avevo abbastanza abiti femminili, ho preso il più bello e sono andato a fare visita a Madame de la Fayette, con i miei pendenti alle orecchie, la mia croce di diamanti, i miei anelli e dieci o dodici mosche; vedendomi esclamò: “Ah che bella persona! Mi avete detto retta e avete fato bene. Domandate pure a M. de R. (che era allora nella camera) …” Continuai per due mesi a vestirmi da donna; andavo dovunque, a fare delle visite, in chiesa, al sermone, all’opera, alla commedia, e mi sembrava che le gente ci si fosse abituata: mi facevo chiamare Madame de Sancy dai miei lacchè. Mi feci ritrarre da Ferdinand, famoso pittore italiano, che fece di me un ritratto che la gente andava a vedere; infine accontentai completamente il mio gusto. Andavo al Palazzo Reale tutte le volte che Monsieur era a Parigi; lui mi faceva mille complimenti, perché le nostre inclinazioni erano simili; aveva molto desiderato di potersi vestire da donna, ma non osava a causa della sua dignità …, la sera metteva delle cuffiette, dei pendenti alle orecchie e delle mosche e si contemplava negli specchi. Incensato dai suoi amanti, dava tutti gli anni un gran ballo il lunedì grasso. Mi ordinò di andarci in abito scollato, a viso scoperto, e incaricò il cavaliere di Pradine di portarmi al ballo. La riunione fu molto bella: c’erano trentaquattro donne ornate con perle e diamanti. Trovarono che stavo abbastanza bene, danzavo nella massima perfezione e il ballo era fatto per me. Monsieur diede inizio alle danze con Mlle de Braccas, che era molto carina (è diventata poi la principessa d’Harcourt), e un momento dopo andò a vestirsi da donna e tornò al ballo in maschera. Tutti lo riconobbero, innanzitutto non cercava il mistero e il cavaliere di Lorena gli dava la mano; ballò il minuetto, e andò a sedersi in mezzo a tutte le signore; si fece un po’ pregare prima di togliersi la maschera, non chiedeva di meglio e voleva essere visto. Non si saprebbe dire a che punto spinse la civetteria ammirandosi, mettendosi le mosche, cambiandole di posto, e forse io facevo anche di peggio; gli uomini, quando pensano di essere belli sono ancora più fissati con la loro bellezza delle donne. Comunque, questo ballo mi diede una grande reputazione e me ne vennero molti amanti, la maggior parte per divertirsi, qualche volta in buona fede. Questa vita era deliziosa.”

Di Madame de La Fayette

“Monsieur, unico fratello del re, non era meno attaccato di lui alla regina sua madre; le sue inclinazioni erano conformi alle occupazioni delle donne quanto quelle del re ne erano lontane; era bello e ben fatto, ma di una bellezza e di una taglia più adatte a una principessa che a un principe; così era più preoccupato di fare ammirare da tutti la sua bellezza, che di servirsene per farsi amare dalla donne, benché stesse continuamente con loro; il suo amor proprio sembrava non renderlo capace di attaccamento se non verso se stesso…”

“La prima cosa importante che si fece dopo la morte del cardinale (di Mazzarino) fu il matrimonio di Monsieur con la principessa d’Inghilterra. Era stato deciso dal cardinale, e benché questa alleanza sembrasse contraria a tutte le regole della politica, il cardinale aveva creduto che si potesse essere così certi della dolcezza della natura di Monsieur e del suo attaccamento per il re, che non si doveva avere paura di dargli un re d’Inghilterra come cognato… La principessa d’Inghilterra fu attaccata da una febbre molto violenta … Quando si fu completamente ristabilita ritornò a Parigi. Monsieur andò davanti a lei con tutta l’impazienza immaginabile, e continuò fino al suo matrimonio a renderle omaggi, ai quali mancava solo l’amore; ma il miracolo di infiammare il cuore di questo principe non era riservato a nessuna donna al mondo.”

“Il conte di Giuche era in quel periodo il suo favorito. Era il giovane uomo più bello e meglio fatto della corte, amabile di personalità, galante, ardito, coraggioso, pieno di grandezza e di spirito elevato. La vanità che gli proveniva da tante buone qualità e un’aria di disprezzo diffusa in tutte le sue azioni, appannavano un po’ tutto questo merito: ma bisogna comunque confessare che nessun uomo della corte aveva le sue doti. Monsieur lo aveva molto amato fin dall’infanzia e aveva sempre conservato con lui una grande familiarità, e così stretta come può essere quella tra persone giovani.”

“La familiarità che aveva con Monsieur gli permetteva di andare dal principe in tutte le ore più strane. Incontrava Madame ogni momento, con tutti i suoi lati affascinanti. Monsieur si faceva cura di farglieli ammirare, e alla fine lo esponeva a un pericolo che era quasi impossibile evitare.”

“Dopo qualche tempo di soggiorno a Parigi, Monsieur e Madame, se ne andarono a Fontainebleau. Madame ci portò la gioia e i piaceri. Il re capì, vedendola più da vicino, quanto si era sbagliato nel non riconoscerla la più bella persona del mondo… Questo fece molto rumore a corte. La regina-madre fu entusiasta di trovare un pretesto… per opporsi all’attaccamento che il re dimostrava per Madame: e non dovette faticare molto per fare condividere a Monsieur i suoi sentimenti. Era già geloso per conto suo, e lo stava diventando sempre di più seguendo gli umori di Madame… l’asprezza aumentò di giorno in giorno tra lei e la regina madre; il re dava a Madame tutte le speranze, ma nonostante tutto si teneva molto sulle sue con la regina-madre, in modo che, quando lei riferiva a Monsieur quello che il re le aveva detto, Monsieur trovava molti argomenti per persuadere Madame che il re non aveva per lei molta considerazione; lui poteva testimoniarglielo… Alla fine decisero di fare cessare tutto quel gran rumore (che circolava a corte intorno al re e a Madame) e decisero tra loro che il re avrebbe fatto l’innamorato di qualche persona della corte. Lui (il re) non ci mise molo a decidere; il suo cuore prese una decisione in favore di La Vallière… Madame considerò con un certo dispiacere il fatto che il re si legasse veramente a La Vallière… La regina-madre ne fu amareggiata. Lei fece cambiare l’atteggiamento di Monsieur anche lui la prese male e considerò una questione d’onore che il re si fosse innamorato di una damigella di Madame. Madame, per parte sua, era molto carente nel riguardo che doveva alla regina-madre e anche in quello che doveva a Monsieur.”

“Nel medesimo tempo ci fu grande mormorio sulla passione del conte di Guiche (per Madame): Monsieur fu presto informato e lo minacciò molto pesantemente. Il conte di Guiche ebbe con Monsieur un chiarimento molto audace, e ruppe i rapporti con lui, come se fosse stato un suo pari; la cosa ebbe forte risonanza pubblica e il conte di Guiche si ritirò dalla corte…”

“Il conte di Guiche, che era giovane e ardito, non trovava niente di meglio che esporsi a qualsiasi rischio: Madame e lui, senza provare una vera passione uno per l’altra, si esposero ai più grandi pericoli… Madame era malata e circondata da tutte quelle donne che sono abituate a stare appresso di una persona del suo rango, senza potersi fidare neppure di una. Faceva entrare il conte di Guiche, qualche volta in pieno giorno, travestito da donna che predice la buona fortuna … e altre volte con altre invenzioni, ma sempre con molto rischio; e questi incontri così pericolosi trascorrevano nel prendersi gioco di Monsieur e in altri simili piaceri; e alla fine in cose molto lontane dalla violenta passione che sembrava motivarle… Monsieur era estremamente geloso del principe di Marsillac, figlio del duca de la Rochefoucauld, e lo era ancora di più dato che aveva per lui un’inclinazione naturale, che gli faceva credere che tutti dovessero amarlo.”

Da Daniel de Cosnac, vescovo di Valenza

“Il cavaliere di Lorena, che aveva prestato servizio militare nell’armata del maresciallo d’Aumont, dopo l’inizio della campagna, venne a Tournai a salutare le Loro Maestà. Monsieur, all’inizio dell’inverno, si era preso una forte sbandata per lui. Aveva chiesto a Sua maestà che il reggimento di questo cavaliere potesse prestare servizio nell’armata del re, in modo che essi potessero stare insieme durante la campagna di guerra. Sua maestà gli aveva rifiutato questa grazia. Allora lui gli fece un’altra volta la stessa richiesta e il re acconsentì. Appena mi vide mi disse che Sua Maestà lo aveva trattato “a perfezione”, questo era uno dei suoi modi di esprimersi. Vedendo il suo trasporto e la gioia che gli brillava in volto, mi aspettavo qualche grazia straordinaria, allorché mi dichiarò di che si trattava. Gli risposi molto seriamente: “Monsieur, sono molto contento; ecco un inizio molto buono.” “

“Dopo sei giorni di marcia arrivammo davanti a Lille. La riuscita di questa impresa, dopo quella specie di scacco che ci era arrivato a Dendermonde era cosa che coinvolgeva la gloria di Sua Maestà. Si presero tutte le precauzioni possibili… Alla fine restammo otto giorni davanti a questa piazzaforte prima di attaccarla.”
“Durante questo periodo, feci pressione su Monsieur perché domandasse a Sua Maestà il permesso di mandare qualcuno in Inghilterra per complimentarsi per la pace; cosa che non aveva ancora potuto fare per mancanza di tempo disponibile, stando a quello che diceva…”

“Sottolineai che, dopo l’arrivo del cavaliere di Lorena nella nostra armata, Monsieur non aveva più la stessa alacrità nel seguire il re dovunque andasse, che si esentava spesso dalle fatiche di questa guerra, che trascurava di visitare le postazioni, e che, anche se la trincea era aperta da cinque giorni, Monsieur non aveva accennato ad andarci. Se ne restava sempre chiuso con questo cavaliere… Le mie rimostranze fecero qualche impressione sul suo spirito; andò nella trincea e due giorni dopo, dato che Il cavaliere di Lorena si trovava lì col suo reggimento, ci andò per una seconda volta per rendergli visita… Oltre queste azioni di coraggio, il denaro che Monsieur mandò a degli ufficiali feriti e le molte lodi che dispensò ai più coraggiosi contribuirono molto a fargli acquistare la reputazione di principe liberale e magnanimo… Dato che si preoccupava di farsi amare, ciascuno era interessato ad innalzarlo, e si voleva assolutamente che fosse un grand’uomo… Il cavaliere di Lorena fu leggermente ferito al piede dallo scoppio di una granata. Monsieur avendone avuto notizia, testimoniò l’amicizia che gli portava con la sua estrema inquietudine. Passava giornate intere nella sua camera, faceva gli onori di casa, blandiva quelli che venivano a trovare il cavaliere e li obbligava a lodare la bella azione che quello aveva fatto.”

“Il nono giorno, il governatore capitolò, e il giorno seguente il re fece il suo ingresso per fare cantare il Te Deum, e da quello stesso giorno, marciò con la sua armata costeggiando il canale di Bruges.”

“Il cavaliere di Lorena, benché ancora frenato dalla sua ferita, volle venire in occasione di questi fatti e prese posto nella carrozza di Monsieur. Io mi trovavo lì solo con lui, perché Monsieur era a cavallo con il re, che non si spostò mai in altro modo per tutto il tempo della campagna di guerra. Facemmo insieme una lunga conversazione. Mi resi conto che era un giovane uomo senza esperienza, senza abilità per condursi bene e che, lungi dal potere dare consigli a Monsieur, non era capace di formulare alcun progetto per se stesso, e non considerava il favore di cui godeva che come una cosa utile ai suoi piaceri. Tuttavia poiché aveva una forte influenza su Monsieur, entrai con lui in una certa confidenza e pensai di poter non essere incompatibile con lui. L’indomani si sentì meno bene e gli diedi la mia carrozza perché se ne tornasse a Lille. Allora ebbi modo di avere incontri più lunghi con Monsieur, che non era più distratto da questo continuo stare appresso al cavaliere di Lorena. Mi parlò molto delle buone qualità del cavaliere,(1) e con tale piacere che gli costò parecchio parlare anche di altre cose. Mi disse che voleva assolutamente trovargli una sistemazione nella sua casa e che sarebbe stato l’acquisto più vantaggioso che avrebbe potuto fare…”

“Quando Monsieur arrivò, ripassando per Lille, andò a fare visita al cavaliere di Lorena ancora malato… La sera, quando Monsieur andò a dormire, il suo primo valletto di camera chiese al sig. Boyer, primo maggiordomo, duecento pistole per pagare un arazzo che Monsieur aveva comprato a Audenarde. Nessuno aveva denaro, e se non glielo avessi prestato io, si sarebbero portati via l’arazzo. Monsieur che mi vedeva contare quel denaro davanti al mercante, non mi fece nemmeno la grazia di accorgersene.”

“Arrivando a Villers-Colterets, Monsieur ci trovò Madame(2) e tutta la sua corte composta da Madame de Monaco, dalla marescialla du Plessis, dalla Saint-Chaumot, dalla Thianges, dalla Fiennes e dalla Gourdon. Monsieur si rammaricò molto di non essere arrivato un giorno prima di Madame, per poter ordinare quello che bisognava mettere nelle camere, che trovò per disgrazia tutte ammobiliate… Fece mettere tutte le sedie sulla stessa linea, infittì le file di tavoli, di mensole, di piatti; collocò degli specchi in posizioni vantaggiose, fece affiancare ogni tavolo da quattro candelieri; e infine dispose generalmente di tutto l’insieme dei mobili con una cura meravigliosa… In quel periodo si riconobbe un così grande attaccamento nello spirito di Monsieur per il cavaliere di Lorena che lo si considerò come un favorito dichiarato. Monsieur non parlava mai a Madame né a tutta la sua corte se non dell’interesse che aveva per lui. Disse anche a Madame e a me che si sentiva impegnato da un giuramento a non nascondergli nulla. Non passava alcun giorno senza che gli scrivesse. Madame mi parlò di questa grande passione, le risposi che, dato che il cavaliere voleva preoccuparsi della gloria di Monsieur, dei suoi interessi, di allontanarlo dalle banalità, forse non sarebbe stata una cosa svantaggiosa che ci fosse un uomo che avesse del potere sul suo spirito. Madame mi testimoniò che credeva di avare abbastanza potere sullo spirito del cavaliere per obbligarlo a tenere una buona condotta.(3)”

“L’indomani, Monsieur mi disse che il cavaliere di Lorena stava per arrivare, che lui aveva deciso di dargli una posizione distinta da chiunque altro nel regno, di dargli alloggio nella sua casa, di dare gran credito al suo spirito, sapendo che lui era attaccato alla sua persona più che a quella del re, e avendogli sentito dire parecchie volte che, qualsiasi cosa fosse accaduta, sarebbe appartenuto sempre a lui e nello stesso modo in cui il duca di Montmorency era appartenuto al duca di Orléans… Quello stesso giorno il cavaliere di Lorena arrivò a Villers-Coterets; fu ricevuto da Monsieur con dei trasporti di gioia incredibile… Questo giovane uomo era così fiero di vedersi in un favore più grande di quanto avesse sperato, che non volle avere nessun rapporto con Madame, non ascoltando quello che lei gli diceva per il suo bene o per quello di Monsieur se non al fine di riferirlo a Monsieur. Venni a sapere da Mérille che Monsieur cercava solo un pretesto per non trattarmi più nello stesso modo al quale era abituato, volendo senza dubbio soddisfare l’umore geloso e poco comodo di questo cavaliere, che non poteva tollerare nel cuore di Monsieur nessuna amicizia, né piccola né grande… Durante questo periodo tutti i progetti di guerra con la Spagna abortirono. Monsieur aveva deciso, quando credeva di dover andare con l’esercito, di cacciare via, partendo, Mademoiselle de Fielle, figlia d’onore [dama] di Madame. Questa ragazza amava perdutamente il cavaliere di Lorena ed era ricambiata da lui nello stesso modo. Il loro amore era così pubblico che il padre Zoccoli, confessore di Monsieur, era stato costretto, il giorno di Pasqua, ad avvertirlo che in coscienza doveva fare cessare questo scandalo. Monsieur era già abbastanza portato in questa direzione da se stesso; l’attaccamento del cavaliere per quella ragazza non gli piaceva affatto. Il cavaliere fece per lui generosamente questo sacrificio, e Benserade fu incaricato di portare a questa ragazza l’ordine di allontanarsi dalla casa senza nemmeno parlarne a Madame. Il cavaliere se ne andò in campagna per qualche giorno, sia per non essere affatto importunato dai suoi lamenti, sia per essere in diritto di fingere di non aver saputo niente della sua disgrazia… Madame avvertì questa ragazza che lei in tutta questa faccenda non c’entrava affatto. Mademoiselle de Fienne, diffondendo la notizia ovunque, diede luogo ai nemici del cavaliere di Lorena di dire che la gelosia di Monsieur aveva richiesto questo sacrificio al cavaliere, e questo brutto discorso fece un danno terribile alla reputazione di tutti e due.”

“Dato che io andavo di rado da Monsieur e che lo scoppio di questo scandalo lo amareggiava, gli piacque immaginarsi, o lasciarsi persuadere, che ero stato io che avevo spinto il suo confessore a coinvolgerlo in questa faccenda… Quelli che gli avevano messo in mente questa idea sbagliata, gli facevano notare come l’oggetto della mia politica fosse di fare in modo o che il cavaliere di Lorena rompesse con Monsieur, rifiutandogli il sacrificio di questa ragazza, o che, sacrificandogliela, perdesse il suo onore, e anche Monsieur…”

“Questo cavaliere, o per paura o per gelosia, o per tutte e due le cose insieme, non poteva soffrire che io sopravvivessi,(4) per così dire, a me stesso, nell’anima di Monsieur. Forse lui credeva anche che io alimentassi la giusta avversione che Madame aveva per lui. Questo giovane uomo senza esperienza era così fiero del favore del suo padrone che non solamente avrebbe creduto di fargli torto nel dimostrare della compiacenza verso Madame, ma che molto spesso attirava su di lei dei modi di fare assai sgradevoli da parte di Monsieur. Forse questo poteva derivare dal fatto che non era orientato a convincerlo a vivere bene con lei…”

Il 20 Dicembre 1669 Madame scrisse a Cosnac: “Madame de Fienne ha mostrato la vostra lettera a Monsieur e benché lei dovesse intenerirlo, non so dire se lo abbia fatto; è molto tempo che non capisce più il Francese e che la sua lingua è ridotta a seguire ciecamente le intenzioni del cavaliere di Lorena… Se il re manterrà le promesse che mi fa ogni giorno, avrò meno dolori in futuro; ma voi sapete in che conto tengo delle promesse simili, soprattutto quando provengono da una persona che è lontanissima dal vostro accomodamento e che può fare quello che vuole. Per il buon padre Zoccoli, non c’è giorno che non faccia pressioni perché io tratti bene il cavaliere di Lorena… Io lo assicuro che, per costringermi ad amare un uomo che è la causa dei miei dolori passati e presenti, bisognerebbe che io avessi per lui un po’ di stima o di riconoscenza; quanto alla prima ipotesi non si sarebbe mai realizzata, e quanto alla seconda sarebbe stata quasi altrettanto impossibile, vista la sua condotta passata. Monsieur, nel frattempo, non avrebbe fatto la comunione a Natale, se io non gli avessi promesso nuovamente di non farlo cacciare; Io l’ho fatto, perché se avessi fatto il contrario non sarebbe servito a niente; ma ho avuto il piacere nello stesso tempo di dirgli tutto quello che si poteva dire sul danno che questa amicizia gli faceva, e sul dolore di vedere le mie parole considerate meno di niente…”

“Poco tempo dopo ho saputo che il favore del cavaliere di Lorena presso Monsieur era arrivato al punto più alto… e lo aveva talmente abbagliato che, non solamente quello non manteneva il senso della misura con Madame… ma che, in aggiunta, dava a Monsieur dei consigli di cui il re non era affatto soddisfatto, e che lo obbligarono a farlo arrestare e a farlo portare in seguito nel castello di Pierre Encise.(5) Monsieur fu sensibile a questa disgrazia del suo favorito, per quanto era capace di esserlo. Manifestò il suo risentimento attraverso il suo ritiro a Villers-Cotterets, e attraverso le maniere di cui fece uso con Madame, che lui riteneva essere l’unica causa di questa disgrazia…”

Il 10 marzo 1670, Madame scrive a Madame de Saint-Chaumont: “Le cattive impressioni che lui ha lasciato nello spirito di Monsieur fanno in modo che egli mi veda sempre con disagio. Il re ci ha riconciliati; ma vedendo che non può ancora, per qualche tempo, concedere le pensioni che ha destinato al cavaliere, mi tiene il muso e vuole, con il suo modo rude di trattarmi, fare sì che io desideri il ritorno del cavaliere.”

Il 26 di marzo, Madame scrive: “Senza avere paura della chiacchiere della gente, per autorizzare le lamentele contro di me, lui (Monsieur) ha detto che io l’avevo trattato da miserabile, che gli avevo rimproverato la vita che fa con il cavaliere, e molte altre cose di questo tipo, che hanno molto divertito il prossimo caritatevole… Monsieur non viene più da me, e non mi parla più, cosa che non mi era mai successa prima fino ad oggi, qualsiasi problema noi avessimo avuto.”

Il 6 Arile, Madame scrive: “Comunque, in mezzo a tutto questo fracasso, ha considerato una cosa buona riappacificarsi purché io facessi i primi passi; io li ho fatti con molta gioia… Mi aveva accusato di aver fatto verso di lui diecimila stravaganze. L’ho rassicurato che non era affatto così; che avrei dovuto essere impazzita, e che sarei stata disperata se lui avesse capito male… Tutte queste cose lo hanno tranquillizzato.”

Madame scrive il 14 aprile: “Monsieur in tutti i suoi addolcimenti mi ha detto che c’è bisogno che io lo convinca della mia amicizia verso di lui, mi assicura che non c’è che un mezzo;(6) o, per dirvi la verità, sarebbe una di quelle medicine che all’inizio sembrano buone, ma che sono seguite da una morte certa. Così c’è la parola del re che per otto anni non lo farà tornare. Bisogna sperare che prima di questo periodo Monsieur si sia chiarito le idee o sia guarito.”

Il 29 giugno, verso sera, Madame chiese un bicchiere di acqua di cicoria con ghiaccio, lo bevve e dieci ore più tardi spirò con i dolori della più violenta colica.(7)

Di Madame, seconda moglie di Monsieur, madre del Reggente

“Marly, 6 Agosto 1700.
Non vedo mai Monsieur qui, non ceniamo mai insieme; gioca tutta la giornata, e la notte ciascuno di noi è in camera sua. Monsieur ha la debolezza di credere che gli si porti sfortuna, e così io non assito quando lui gioca.”

“11 giugno 1717.
Mi ha fatto piacere quando Monsieur, poco dopo la nascita di sua figlia, si è fatto un letto a parte, perché non ho mai amato il mestiere di fare figli. Quando Sua Altezza mi fece questa proposta, gli risposi: Sì, molto volentieri, Monsieur; ne sarei molto contenta a patto che voi non mi odiate e che continuiate ad avere un po’ di bontà verso di me. Lui me lo promise e noi fummo tutti e due contenti uno dell’altro.”

“E poi era molto spiacevole dormire accanto a Monsieur; non poteva soffrire che gli si desse fastidio durante il suo sonno; bisognava dunque che io mi tenessi sul bordo del letto, al punto che sono caduta come un sacco. Sono stata quindi molto contenta quando Monsieur, con buona amicizia e senza asprezze, mi ha proposto di dormire ciascuno in un appartamento separato.”

“11 ottobre 1720.
Monsieur è sempre stato un devoto. Mi ha fatto ridere una volta di cuore. Si portava sempre a letto un rosario da cui pendeva una quantità di medaglie, che gli serviva per dire le sue preghiere prima di addormentarsi. Quando tutto questo era finito, sentii un grosso fracasso causato dalle medaglie, come se le muovesse in giro sotto le coperte. Gli dissi – Dio me lo perdoni, ma ho il sospetto che voi portiate a spasso le vostre reliquie in un paese a loro sconosciuto. Monsieur rispose: State zitta e dormite; non sapete quello che state dicendo.”

“Una notte, mi alzai molto dolcemente, misi la luce da una parte in modo da rischiarare tutto il letto, e nel momento in cui lui portava in giro le sue medaglie sotto le coperte, lo presi per il braccio e gli dissi ridendo: Questa volta non potete negare.”

“Monsieur si mise a ridere e disse: Voi siete stata ugonotta, non sapete il potere delle reliquie e delle immagini della Santa Vergine. Esse proteggono da ogni male le parti che uno ci strofina. Io risposi: Vi chiedo perdono, Monsieur, ma voi non mi convincete che sia per onorare la Vergine che voi portate in giro la sua immagine sulle parti destinate a togliere la verginità. Monsieur non poté trattenersi dal ridere e disse: Vi prego, non ditelo a nessuno.”

10 Maggio 1718.
“La marescialla di Grancey era una donna tra le più stupide. Monsieur buon’anima fingeva di esserne innamorato, ma se lei non avesse avuto altri amanti avrebbe certamente conservato la sua buona reputazione. Tra loro non c’è mai stato nulla di male; lei stessa diceva che se lui si trovava solo con lei, cominciava a lamentarsi subito di essere malato, diceva di avere mal di testa o mal di denti. Un giorno la sua dama gli propose una libertà singolare. Monsieur si mise subito i guanti,(8) ho visto che spesso lo prendevano in giro per questo, e ne ho riso parecchio.”

“Questa Grancey aveva una molto bella figura e una bella siluette quando io venni in Francia, e nessuno aveva per lei lo stesso disprezzo che aveva Monsieur per il fatto che, prima che il cavaliere di Lorena fosse suo amante, lei aveva già un bambino.”

“17 maggio 1720
Monsieur buon’anima era lui stesso la causa del fatto che i miei figli avessero paura di me, perché lui li minacciava spesso di ricorrere alla mia severità.”
“Non era d’altra parte di carattere tale che potesse affliggersi per lungo tempo. Amava molto i suoi figli, non era capace di rimproverarli, e veniva spesso a lamentarsi con me; io dicevo: Ma Monsieur non sono forse figli vostri come sono figli miei? Perché allora non li castigate? Lui rispondeva: Io non saprei fare rimproveri e loro non mi temono, temono soltanto voi.”

(Saint-Simon)

“M. di Chartres se ne uscì con delle frasi poco misurate, ma tipiche della sua età, che fecero arrabbiare il re. Lui non sapeva che cosa fare con suo nipote, che lui aveva costretto ad essere suo genero… Il re ne parlò a Monsieur, gli rimproverò la sua debolezza e di non sapere come avere autorità sui figli. Monsieur allora si arrabbiò… non era mai successo che Monsieur si lasciasse andare con lui a un tono neppure a mille leghe da quello, che era tanto più spiacevole per il fatto che era sostenuto da ragioni che non ammettevano replica… Il re fu abbastanza padrone di se stesso per rispondere non come re ma come fratello: disse a Monsieur che perdonava tutto alla tenerezza di un padre; lo blandì, fece tutto quello che poteva per riportarlo alla dolcezza e all’amicizia… I loro momenti di contatto privato trascorrevano sempre con asprezza dal lato di Monsieur; ma in pubblico non appariva nulla o molto poco, a parte il fatto che le persone che li frequentavano notavano delle lusinghe e delle attenzioni da parte del re, e una freddezza di Monsieur nel rispondergli, che non erano nelle abitudini né dell’uno né dell’altro…

“Altre pene spirituali tormentavano ancora Monsieur: “Aveva da qualche tempo un confessore che, benché gesuita, gli teneva il guinzaglio quanto più corto poteva. Gli tolse non solo i piaceri strani ma molti di quelli che lui pensava che fossero permessi, come penitenza per la sua vita passata. Gli diceva spesso che non voleva dannarsi per lui e che se la sua direzione spirituale gli sembrava dura non si sarebbe affatto dispiaciuto di vederlo scegliere un altro confessore. A questo aggiungeva che stesse bene attento a se stesso, che era vecchio, abituato alle dissolutezze, grasso, col collo corto, e che stando a quanto si vedeva, sarebbe morto di apoplessia, e molto presto. Quelle erano parole spaventose per un principe molto voluttuoso… Aveva paura del diavolo, si ricordava che il suo precedente confessore non aveva voluto morire mantenendo la sua funzione… (Rientrò un po’ in sé e visse in una maniera che si poteva definire “ristretta”). Faceva più volte molte preghiere, obbedendo al suo confessore… divenne per questo triste e abbattuto parlò meno del solito, cioè ancora come tre o quattro donne, di modo che tutti si resero conto di questo grande cambiamento. Erano abbastanza, tutte in una volta, le sue pene interiori e quelle esteriori dalla parte del re, per un uomo così debole come Monsieur e così impreparato a contenersi, ad essere arrabbiato e a mantenere il punto; ed era difficile che tutto questo non provocasse rapidamente una grande rivoluzione in un corpo così pieno e così gran mangiatore, non solo ai pasti, ma quasi per tutta la giornata.”

(Il mercoledì 8 giugno Monsieur venne da Saint-Cloud per cenare col re a Marly. Ebbero una grande discussione che bisogna leggere in Saint-Simon. Poi cenarono insieme. Monsieur “mangiò moltissimo come faceva in entrambi i pasti, senza parlare del cioccolato abbondante del mattino e di tutto quello che deglutiva di frutta, di pasticcini, di marmellate e di ogni tipo di caramelle, di cui i tavoli, le mensole e le sue tasche erano sempre piene.” Ritornò a Saint-Cloud, cenò, cadde in apoplessia, fu molto salassato, e morì qualche ora dopo. La descrizione della sua morte e la condotta del re e di Madame de Maintenon, malgrado siano cose interessanti, non fanno parte di questo capitolo.)

Il grosso della corte, dice Saint-Simon, perse molto perdendo Monsieur. “Era lui che portava alla corte i divertimenti, l’anima, i piaceri; e quando la lasciava, tutto lì sembrava senza vita e inerte… amava il gran mondo, aveva un’affabilità e una onestà che attiravano verso di lui la folla, e la distinzione che sapeva fare e che non mancava mai di fare delle persone che seguivano gli usi del loro rango, contribuiva parecchio a tutto questo… Al Palazzo Reale c’era sempre folla. A Saint-Cloud… una casa di delizie, con molta grandezza e magnificenza, e senza alcun aiuto da parte di Madame, … riceveva molta gente che da Parigi e da Versailles, andava ad arricchire la sua corte nei dopo cena, principi del sangue, gran signori, ministri, uomini e donne…”

“Del resto, Monsieur, che era molto valoroso, aveva vinto la battaglia di Cassel, e che aveva sempre mostrato un valore molto naturale in tutte le posizioni in cui si era trovato, non aveva d’altra parte che le cattive qualità delle donne. Con più mondanità che spirito, e con nessuna lettura, benché avesse una conoscenza estesa e molto precisa delle casate nobiliari, delle nascite e delle alleanze, non era capace di far nulla. Nessuno era più molle di lui, più debole, più timido, più ingannato, più governato, più disprezzato dai suoi favoriti, e molto spesso più maltrattato da loro; ficcanaso e incapace di tenere qualsiasi segreto, sospettoso, diffidente … facile a riferire le cose degli uni agli altri; … un gusto abominevole, che i suoi regali e i patrimoni che distribuiva a quelli che aveva preso in simpatia avevano reso pubblico con grande scandalo, regali che non avevano limiti né nel numero né nei tempi. Quelli [che aveva in simpatia] ricevevano tutto da lui, lo trattavano spesso con molta insolenza e gli davano anche sgradevoli preoccupazioni nel fermare liti alimentate da gelosie orribili… Il cavaliere di Lorena e Châtillon (alla corte di Monsieur) avevano fatto una grade fortuna con la loro figura, su cui Monsieur si era fissato più che su chiunque altro. L’ultimo dei due, che non aveva né pane, né buon senso, né spirito, poté qui salire di rango sociale e acquisì un patrimonio.”

“L’altro prese la cosa da guisardo, che non si vergogna di niente purché arrivi dove vuole, e condusse Monsieur comandandolo imperiosamente per tutta la vita, fu ricolmato di denaro e di benefici, fece per la sua casata quello che volle, rimase sempre pubblicamente il padrone a casa di Monsieur, … seppe mettersi tra il re e Monsieur e farsi trattare con rispetto, per non dire con timore dall’uno e dall’altro, e poté godere di una considerazione, di una distinzione, di un credito quasi altrettanto marcato da parte del re che da parte di Monsieur.”

“Monsieur era un uomo piccolo, panciuto, montato su trampoli, tanto le sue scarpe erano alte, sempre acchittato come una donna, pieno di anelli, braccialetti, pietre preziose dappertutto, con una lunga parrucca tutta spostata sul davanti, nera, incipriata, e nastri dovunque si potessero mettere, pieno di ogni tipo di profumi, e in ogni cosa incarnava la pulizia stessa; lo accusavano di mettersi un impercettibile colore rosso; il naso molto lungo, la bocca e gli occhi belli, il viso pieno ma molto lungo.”

Madame, scrive il 13 luglio 1716:

“Qui si dice che Madame (la prima) non era affatto bella, ma aveva una tale grazia che tutto le andava bene; non era capace di perdonare, volle fare cacciare il cavaliere di Lorena e ci riuscì, ma lui non l’ha perdonata. Ha mandato dall’Italia il veleno attraverso un gentiluomo provenzale che si chiamava Morel, che, per ricompensarlo, è stato nominato primo maggiordomo. Dopo che mi aveva ampiamente derubata gli è stata fatta vendere la sua carica ad un prezzo molto alto. Questo Morel aveva lo spirito di un diavolo, ma era un uomo senza fede e senza legge… Rubava, mentiva, giurava il falso, era ateo e sodomita, e teneva scuola di tutte queste cose, e vendeva dei ragazzi giovani come dei cavalli; andava tra il pubblico dell’Opera per fare lì il suo mercato.”

Il 3 Ottobre del 1705, così al corrente di queste cose che avrebbe potuto scrivere un libro sull’unisessualità, – lei stessa dice – scriveva alla sua cara Amélise:

“Dove siete state rinchiuse, voi e Louise, per conoscere così poco il mondo? Se si volessero detestare tutti quelli che amano i maschi, qui non se ne potrebbero amare che pochissimi. Ce ne sono di tutti i generi. Ce ne sono che odiano le donne come la morte e possono amare soltanto uomini. Mylord R. è di quel numero. Altri amano solamente dei bambini di dieci o undici anni; altri dei giovani dai diciassette ai venticinque anni, e questi sono i più numerosi. Altri non amano né gli uomini né le donne e si divertono da soli, ma sono meno numerosi degli altri.”
Quelli che amavano gli uomini dai diciassette ai venticinque anni o più maturi erano uranisti, molto più probabilmente degli altri.
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(1) Il cavaliere di Lorena, fatto come si dipingono gli angeli, si diede a Monsieur e divenne ben presto il favorito, il padrone che dispensava favori, e più risoluto a casa di Monsieur di quanto sia permesso esserlo quando non si vuole passare per il padrone o per la padrona di casa. (Vita di Daniel de Cosnac.)

(2) Enrichetta di Inghilterra.

(3) La prima cosa che Monsieur pretese dal cavaliere di Lorena fu che fosse legato unicamente a lui e che non entrasse minimamente negli interessi di Madame…; Madame mi disse che il cavaliere era innamorato appassionatamente di Mme de Monaco, che Mme de Monaco era sua amica del cuore a tutta prova e che quindi lei le avrebbe suggerito di suggerire tutto quello che poteva desiderare circa il signor cavaliere… Lui riconobbe certamente che era essenziale mantenersi in buoni rapporti con Monsieur e preferì la fortuna che si aspettava da Monsieur all’amore, finto o vero che fosse, che aveva per Mme de Monaco… Il cavaliere aveva solo mille scudi di rendita in tutto. (Seconda versione delle Memorie di Cosnac.)

(4) Dopo la disgrazia di Cosnac.

(5) Il cavaliere di Lorena, rinchiuso all’inizio nel castello di Pierre Encise vicino Lione, fu poi mandato al castello di If, in un’isola vicina a Marsiglia; poi ebbe il permesso di viaggiare fuori della Francia. Andò a Roma. Fu richiamato a corte nel 1670, alla morte di Madame.

(6) Cioè di fare tornare il cavaliere di Lorena.

(7) Madame aveva 26 anni. Lasciò due figlie del suo matrimonio con Monsieur: Maria Luisa che sposò Carlo II re di Spagna, e Anna Maria che sposò Vittorio Amedeo II, re di Sardegna.

(8) Madame de Thianges (sorella maggiore di Madame de Montespan) sembrava che gli fosse piaciuta più delle altre, ma il loro rapporto era piuttosto “una confidenza libertina” che non una vera galanteria. Lo spirito del principe era naturalmente dolce, benevolo e civile, capace di essere prevenuto e così suscettibile alle impressioni che le persone che lo avvicinavano potevano quasi dire di essersene impadronite, prendendolo per il suo lato debole. La gelosia dominava in lui ma questa gelosia lo faceva soffrire più di chiunque altro, la dolcezza del suo umore lo rendeva incapace delle azioni violente che l’altezza del suo rango gli avrebbe potuto permettere. (Histoire d’Henriette d’Angleterre, duchesse d’Orléans par Madame de la Fayette.)

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=5911

AUDLEY E EDWARD WALPOLE, DUE PROCESSI PER OMOSESSUALITA’

I capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che Vi presento oggi sono di enorme interesse storico. Il primo parla brevemente di Giacomo I Stewart, omosessuale certamente, ma altrettanto certamente immorale. Un esempio ancora peggiore di immoralità omosessuale è rappresentato dalla storia di lord Audley in cui la violenza si mescola con vere perversioni, che si fatica a ritenere non patologiche.

Raffalovich dedica poi parecchio spazio alla ricostruzione della vicenda giudiziaria di Edward Walpole (fratello di Horace Walpole) ricattato con l’accusa di sodomia. I fatti sono della metà del ‘700, ma sono un esempio chiarissimo delle conseguenze della criminalizzazione della sodomia. Il ricatto per estorcere denaro con la minaccia dell’accusa si sodomia divenne un fenomeno piuttosto diffuso, stando alle cronache giudiziarie, ma con ogni probabilità il numero di uomini ricattati con la minaccia di questa accusa fu molto più alto di quanto risulta dagli atti giudiziari, perché molti, che fossero o meno colpevoli di sodomia, o anche che avessero semplicemente fama di tendenze omosessuali, pagarono il silenzio dei loro ricattatori per evitare il rischio di un processo o quello di una lenta maldicenza distruttiva.

Tutti coloro che si sono dichiarati a favore della depenalizzazione dell’omosessualità hanno insistito sul fatto che considerarla reato penale non solo non ne avrebbe ridotto la diffusione, ma avrebbe aumentato notevolmente i numero di ricatti basati sulla possibile accusa di sodomia.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.

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Enrico VIII, Elisabetta, Giacomo I

Enrico VIII, quando confiscò i beni della Chiesa e si trasformò in una sorta di papa protestante, inventò delle leggi contro la sodomia. La sanzione penale dell’unisessualità in Inghilterra risale a lui, e le origini di queste leggi del Barbablù avido di denaro come di donne, è poco onorevole. Sotto Elisabetta (anche se ristabilì le leggi di suo padre), l’Inghilterra non aveva ancora imparato l’ipocrisia. La letteratura è gioiosa, più virile di quando fu mai dopo, più degna di una grande nazione. La letteratura del tempo di Elisabetta è rimasta come la prova della grandezza dell’Inghilterra, del suo genio poetico e ardente. E in tutto questo l’età elisabettiana è anche l’età dell’unisessualità letteraria. Questi poeti non pensano minimamente a scioccare né a vergognarsi quando traducono l’Alexis di Virgilio o quando cantano la bellezza di Ganimede o di Leandro. È un’epoca eroica.

Giacomo I, figlio di Maria Stuart e del bel Darnley, succede a Elisabetta, e arriva in Inghilterra avendo già fatto le sue esperienze unisessuali. I suoi favoriti si succedono. Scoppiano scandali spaventosi. Sir Thomas Overbury è assassinato da Carr e dalla contessa di Essex. L’omicidio è scoperto, e il re, che ha un nuovo amante, lascia che Carr sia imprigionato e giudicato. Giacomo, che amava gli inganni (era uno Stuart) mette le sue braccia intorno al collo di Carr, lo copre di baci a piena bocca, baci a labbra aperte, gli dice che non può fare a meno di lui; e una volta che Carr è fuori dalle braccia di Giacomo, Giacomo si gira verso i suoi cortigiani e dichiara che non rivedrà mai più Carr. Infatti viene arrestato e imprigionato. Il re comunque, durate tutto il processo non poté nascondere la sua inquietudine. Carr, se fosse stato condannato, voleva rivelare che il re “era stato a letto con lui”. Ai suoi lati furono piazzati due uomini in lunghi mantelli rossi che alla prima parola dovevano soffocare il suo discorso.

Lo sfortunato Oscar Wilde, che amava raccontare questo strano episodio, ci pensò quando ascoltando la sua terribile sentenza rimase senza parole? Quello che gli era stato raccomandato era solo di tenere una linea di condotta che portasse a una furberia tipo quella di Giacomo. Lui aveva sempre vantato l’egoismo, la menzogna e l’incostanza.

Mervin lord Audley, conte di Castlehaven, giustiziato per stupro e sodomia 1631.

Sotto Carlo I, lord Audley,[1] Fitzpatrick e Brodway furono vittime della follia erotica di lord Audley e della folle severità delle leggi. Ecco la storia raccontata in breve: lord Audley era accusato di aver fatto stuprare sua moglie da uno dei suoi (di lord Audley) favoriti e di avere commesso atti di sodomia. Lord Audley, padre di un figlio che era già un giovane uomo, sembra essersi rimaritato per potere soddisfare la sua mania erotica; perché, al di là dei suoi vivi gusti unisessuali, adorava vedere l’accoppiamento eterosessuale. Prese in casa sua una certa Blandina, ragazza di brutta vita, che si concedeva ai favoriti di lord Audley in sua presenza. Lui stesso abusò di lei davanti ai suoi servitori e ai suoi favoriti. Lord Audley diede in moglie sua figlia ad Amptil, un paggio che egli aveva avuto per otto anni e al quale donò novemila sterline. Lord Audley costrinse la sua figliastra (che aveva solo 12 anni) ad andare a letto con Henry Skipwith, un povero irlandese che ricevette dal suo padrone almeno 500 sterline all’anno e spesso di più. Lord Audley  diceva alla ragazzina che suo marito non l’amava e che lei doveva consolarsi con Skipwith. Lei cominciò ad amare il giovane uomo e il giovane uomo cominciò ad amarla, Skipwith vedendola così giovane si sarebbe accontentato di questo affetto ma lord Audley insistette, fece fare molti tentativi senza successo, cercò lui stesso l’olio che ci voleva, e arrivò a facilitare il coito. Lord Audley volle che Skipwith avesse anche dei rapporti con lady Audley, e lo fece andare a letto insieme con loro, ma il povero favorito ebbe paura di commettere un nuovo crimine ed ebbe con la contessa solo un rapporto esterno, cioè l’orgasmo ebbe luogo sul ventre della contessa.

La contessa testimoniò che il giorno successivo al suo matrimonio, lord Audley fece venire Amptil vicino al loro letto e si mise a parlare in modo lascivo. Garantì alla contessa che il corpo della moglie appartiene al marito, che lei doveva amare Amptil come amava lui, suo marito, e che se lei andava a letto con lui o con qualsiasi altro uomo, solo il marito ne era responsabile.

La contessa confermò la storia di Skipwith coricato sopra di lei, che ingannava in quel modo il marito che credeva sua moglie posseduta. “My Lord”, disse lei, faceva venire Skipwith tutto nudo nella camera coniugale e passava in rivista la virilità fallica dei suoi servitori. Gli faceva prendere parte a questo esame, e lodava molto quelli che vincevano la gara priapica.

Una notte a Fohthill Abbey “My Lord” fece venire Brodway nel loro letto e tenne ferma una delle gambe della contessa e le sue mani mentre Brodway la possedeva.

Laurence Fitzpatrick testimoniò che lord Audley più di una volta aveva avuto con lui rapporti unisessuali e era arrivato ad avere l’orgasmo con lui, tra le cosce; che era quella la soddisfazione di lord Audley con tutti i suoi favoriti. Anche Fitzpatrick aveva avuto rapporti con lord Audley nello stesso modo. Lascio da parte gli altri testimoni.

Il conte non aveva alcuna difesa; si accontentò di dire: “Guai all’uomo la cui moglie testimonia contro di lui! Guai all’uomo il cui figlio lo perseguita e cospira contro di lui! Guai all’uomo i cui servitori hanno diritto di testimoniare contro di lui e di togliergli la vita!”

Fitzpatrick avrebbe potuto dire: “Guai all’uomo che testimonia contro il suo padrone”, perché gli era stata promessa slava la vita (sembra) se avesse testimoniato. Ma fu impiccato per i suoi atti unisessuali col suo padrone.

Anche Brodway fu impiccato per lo stupro della contessa. Lord Audley (che 27 pari trovarono colpevole di stupro, ma solo 15 colpevole di sodomia) fu decapitato.

Morirono tutti e tre in un modo edificante, riconciliati col cielo e senza paura della morte.

Lord Audley era certamente pazzo; Fitzpatrick era vittima della sua inferiorità sociale; come anche Brodway, che (secondo lui) era vittima anche della contessa.

La religione ebbe un ruolo importante nel processo di lord Audley. Aveva cambiato religione, e questa fu una delle spiegazioni che si diedero dei suoi vizi. La sua incostanza religiosa rende facilmente comprensibile, disse l’accusatore, la sua generosità verso Skipwith e la sua avarizia verso i suoi vicini. Per ottenere qualcosa da lui, la contessa, sua figlia e la sua figlia adottiva dovevano andare a letto con Skipwith. È anche interessante notare che l’unisessualità (che non era reato, prima che Enrico VII cominciasse a desiderare i beni della Chiesa, e che fu depenalizzata da Maria e di nuovo resa reato penale da Elisabetta) era trattata dalla legge in blocco: non c’erano distinzioni tra il crimen sodomiticum e il crimen sodomiticum sine penetrazione. Lo si capisce.

Perché Enrico VIII, che aveva bisogno di un’arma contro i monasteri, avrebbe dovuto frenare la sua rapina con delle differenze talmente insignificanti per lui? È strano vedere ancora oggi l’Inghilterra soffrire per delle leggi il cui punto di partenza fu iniquo e ipocrita e allo stesso tempo soffrire e tremare all’idea di migliorarle. Solo dieci anni fa, tutti gli atti unisessuali sono stati di nuovo unificati, mentre la Germania e l’Austria (suscitando la collera dei medici e degli igienisti) lasciano impunite soltanto le masturbazioni reciproche.

L’ipocrisia inglese è così formidabile che la legge può ignorare certi delitti ma non può affatto essere migliorata. La prostituzione è debordante in Inghilterra, le strade di Londra sono infami, ogni anno la sifilide fa passi da gigante dell’esercito inglese; ma nessuno osa fare nulla. C’è una classe che non permette di toccare il vizio, perché restringerne le manifestazioni, significa riconoscerne l’esistenza, e riconoscere l’esistenza del vizio significa abbassarsi alla mancanza di ideali o all’ideale sensuale del “continente” europeo.

Ci si può stupire dell’unisessualità inglese?

Dato che questa non è una storia dell’Inghilterra, non cito nemmeno l’avvento del puritanesimo, che persiste ancora oggi, né la restaurazione, né la lotta incessante tra la bigotteria e la crudezza.

Guglielmo III fu un grand’uomo sotto parecchi aspetti; seppe tenere testa a Luigi XIV. In ogni caso fu un uomo, probabilmente un ultra-virile. La sua unisessualità non si nascondeva; essa permise a sua moglie, la regina Maria, di essere sua amica e di non dover temere una rivale. Tutti i favoriti di Guglielmo hanno avuto un ruolo nella storia, ed egli non sembra aver avuto relazioni senza amore, amicizia e fiducia. Da ogni punto di vista è il contrario dello sporco e furbo Giacomo I. Guglielmo, virile e serio, amava altri virili e seri. La regina Anna è stata molto accusata di unisessualità; ma l’inversione dei regnanti è nello stesso tempo così frenetica e così supposta e supponibile quando essa non è che una esaltazione della debolezza, che un’amicizia eccentrica esacerbata dall’isolamento, che non studio neppure i documenti.

Giorgio III, per la sua infatuazione per lord Bute, diede luogo a dei sospetti che, scrive Horace Walpole al suo amico Mann, dovrebbero essere confidati in latino.[2]

In ogni caso, la tradizione storica in quello che concerne l’unisessualità in Inghilterra non si interrompe mai.

La questione di Edward Walpole nel 1751

(L’intero procedimento sulla cospirazione malvagia ordita contro l’onorevole Edward Walpole da parte di John Cather, Adam Nixon, Daniel Alexander, Patrick Cane, alias Kane, e altri al fine di estorcere una grossa somma di denaro col pretesto di un’aggressione con l’intento di commettere sodomia sul corpo del detto John Cather, nel quale sono inseriti il processo integrale contro i detti Cather, Nixon, Alexander e Cane; e un resoconto completo del tentativo di Smith (che fu giustiziato a Tyburn per falso)[3] e di Patterson di accusare Mr Walpole di falso, ecc.. Londra, Stampato per H. Gifford, all’angolo di Elliot’s Court, nel Little Old Bailey, e venduto in tutti i negozi di pamphlet di Londra e Westminster, 1751, al prezzo di uno scellino).

Cito il titolo per intero come curiosità storica.

Nel secolo scorso in Inghilterra il ricatto era bene organizzato, proprio come oggi; la cospirazione di molti individui contro l’onorevole Edward Walpole, fratello di Orazio, lo mostra chiaramente. Questi pederasti e ricattatori erano anche più ingegnosi di quelli di oggi. Questa banda sembra più pittoresca, più inventiva ma altrettanto criminale di quella resa illustre dalla questione di Oscar Wilde.

Il rendiconto che possiedo di questa storia comincia con i soliti luoghi comuni. Il narratore dice che se queste orribili circostanze non fossero vere, non ci si potrebbe credere. Si stupisce che esistano uomini così malvagi. Si lamenta della misericordia delle leggi inglesi che non puniscono con la morte il crimine di ricatto. In paesi molto diversi dall’Inghilterra, in paesi dispotici, o in paesi le cui leggi sono sanguinarie e severe, i colpevoli sarebbero stati schiacciati sulla ruota.

L’onorevole Edward Walpole dichiarò nella sua deposizione che, durante i suoi viaggi all’estero, aveva fatto conoscenza di lord Boyne. Questa conoscenza diventò un’intima amicizia quando lui era segretario del duca di Devonshire, lord luogotenente d’Irlanda. Si riteneva così obbligato verso lord Boyne che credeva suo dovere provargli la sua riconoscenza in ogni modo. Aveva ottenuto una posizione eccellente per il fratello di lord Boyne e per i suoi amici. Era proprio a casa di lord Boyne che gli era stato domandato di fare qualcosa per un certo John Cather, che gestiva dei beni di lord Boyne, che aveva l’intenzione di andare in Inghilterra. E. Walpole promise, e qualche anno dopo John Cather andò a trovarlo a Londra.

Walpole non lo trovò abbastanza istruito per dargli un posto “negli affari”, e gli consigliò di entrare al servizio di qualche gentiluomo per istruirsi e formarsi.

Gli disse pure che lo avrebbe preso presso di sé se avesse avuto un posto per lui. Aveva anche l’intenzione, se il suo intendente (allora molto malato) fosse morto, di rimpiazzarlo con un suo valletto, di prendere per valletto il domestico incaricato di occuparsi dei bambini e di mettere Cather a prendersi cura dei bambini. John Cather venne molte volte a casa di M. Walpole e fu ammesso alla tavola dei domestici. Diceva di cercare un posto. Ma il 17 marzo 1750, il domestico di M. Walpole, mise al corrente il suo padrone di aver incontrato Cather in una taverna, molto ben vestito, con un gilè bordato d’argento, una camicia con collo alto arricciato. Cather confuso (stando al domestico) lo aveva invitato a bere e lo aveva pregato di non parlare al padrone dei suoi bei vestiti. Diceva di averli solo presi in prestito perché era la festa di san Patrizio. Questo racconto del domestico diede a M. Walpole (secondo la sua deposizione)  una cattiva opinione di Cather; ne dedusse che Cather aveva fatto cattive conoscenze e si decise e non occuparsi più di lui.[4] Poco tempo dopo Cather andò a casa di M. Walpole a dirgli che aveva trovato un posto e a chiedergli una raccomandazione. M. Walpole rifiutò e gli proibì di tornare da lui. Era un’imprudenza, soprattutto con un irlandese vanitoso e senza scrupoli.

Nel mese di aprile del 1750 M. Walpole ricevette una lettera di un certo Daniel Alexander che gli annunciava che John Cather stava per fargli causa accusandolo di sodomia, ma che il suo rispetto per la famiglia Walpole spingeva Alexander a mettere M. Walpole al corrente di questo progetto.

Una seconda lettera restò senza risposta, allora un certo Walter Patterson andò a casa di M. Walpole per renderlo edotto del procedimento contro di lui. Si diceva impiegato da Cather come uomo d’affari e anche lui obbediente al suo sedicente rispetto per la famiglia Walpole. M. Walpole “consapevole della sua innocenza” non prestò più attenzione a lui che ad Alexander. Quest’ultimo allora si presentò a casa di M. Walpole, ottenne un incontro riservato e gli disse che non poteva credere all’accusa di Cather. Aveva troppo rispetto per la famiglia Walpole. Poi arrivò a dire che tutti gli uomini hanno le loro passioni, che questo crimine così tenuto in orrore oggi, era stato molto in onore presso gli antichi e soprattutto in Italia. Concluse trattando questo crimine con leggerezza ma anche consigliando di soffocare qualsiasi scandalo e qualsiasi maldicenza. M. Walpole gli disse all’inizio che lui si era smascherato e che doveva essere della cospirazione contro di lui, poi cambiò atteggiamento e giocò d’astuzia con lui, fingendo di credere alla dichiarazioni di Alexander e lo incaricò di fare un’inchiesta.

Alexander lo incontrò parecchie altre volte, una volta in presenza di Horace Walpole, gli raccontò che era accusato non solo di aver tentato di commettere ma di avere commesso l’atto sodomitico e di avere messo in pericolo la vita di Cather. Alexander si offrì di mettere a posto tutto e M. Walpole rifiutò. (A questo punto fu chiesto a M. Walpole se avesse mai scritto ad Alexander. Lui disse di no, ma quando fu prodotta una sua lettera ad Alexander, riconobbe la sua scrittura, e si ricordò che in questa lettera non aveva apposto la sua firme nel modo abituale, non volendo esporre la sua firma a un simile rischio. La lettera non fu letta in udienza, perché non lo richiesero gli avvocati né di una parte né dell’altra.)

Furono lette altre lettere di Alexander, alcune minacciose, altre patetiche, che chiedevano non solo denaro per sistemare la questione di Cather, ma anche un buon posto.

Il signor Walpole rimase scosso, spaventato, e incaricò il suo amico Worsdale (che gli aveva raccontato di una conversazione ascoltata in una taverna tra persone che accusavano Walpole di essere un sodomita.) di insinuarsi tra i suoi avversari per venire a conoscenza dei loro segreti e delle loro trame. La storia è lunga e complicata, ma gli atteggiamenti morali sono ben evidenti, basti dire che Worsdale, sotto falso nome e con un certo Andrew White che conosceva Cather, riuscì pienamente nella sua missione.

Patterson (gentleman), Cain (coltivatore), Falkner, Dennison e Cather caddero nella trappola.

C. White (un irlandese che egli incontrò in Saint-James park, stando a Worsdale; l’amico intimo di Worsdale, secondo White), lo introdusse nell’ambiente di Cather e di Cain che abitavano insieme. C. White (per una ragione che non ci viene detta) era in ottimi rapporti con questi individui, e passarono tutti e quattro la serata ai “Jardins de Cuper”. Cather raccontò al simpatico Worsdale (che si fece chiamare consigliere Johnson) che era stato molto maltrattato da Walpole. Walpole l’aveva incoraggiato a venire dall’Irlanda, promettendogli aiuto, aveva poi rifiutato di aiutarlo e aveva tentato di commettere su di lui l’atto sodomitico; e lui voleva vendicarsi. “Se non mi dà cento sterline per non andare avanti con la causa, giuro che mi vendicherò.” Cain (quando rientrarono in battello da questo giardino pubblico, confessò a Worsdale[5] che Walpole non aveva violentato Cather, ma che lo aveva maltrattato non venendogli in aiuto quando quello moriva di fame e che il desiderio di ottenere denaro era la causa dell’accusa. Worsdale fece finta di approvare molto il progetto, e Cain, molto modestamente ma fieramente disse che ne era lui l’autore e che in genere le cose di questo tipo gli riuscivano bene, e che loro avevano di recente, con le minacce, estorto una somma di denaro a un signore di cui Worsdale non volle dire il nome.

Si fece poi cadere Patterson nella trappola (ma quello riuscì a scappare dalla prigione), e quando la polizia strinse la sua rete sulla banda, Walpole fu assolto dalla giuria dall’accusa di aver commesso o tentato di commettere sulla persona di Cather questo abominevole peccato di sodomia (che non si deve nominare tra cristiani), abitualmente chiamato “buggery”, e Alexander, Cather, Cain, Nixon (un uomo di legge coinvolto) furono ritenuti colpevoli di avere cospirato contro Walpole.

Fu scoperto anche un secondo e ingegnoso complotto contro Walpole, inventato da Patterson e da W. Smith, un falsario che più tardi fu impiccato. Smith offrì a Walpole, per una somma di denaro (a detta sua per aiutarlo a sbarazzarsi di Patterson che era il consigliere di Cather), un falso biglietto di Patterson in cui riconosceva di dovere a M. Georges Sandys (lo pseudonimo di Smith) 150 sterline.

Con l’aiuto di questo documento, Walpole doveva fare gettare Patterson in prigione per debiti, ma dato che si sarebbe riconosciuto facilmente che la firma di Patterson era falsa (Patterson si trovava in Irlanda alla data riportata nel documento), Walpole si sarebbe trovato in una posizione difficile di fronte a Cather. Sarebbe stato sospettato di aver fatto un falso per fare arrestare uno dei suoi accusatori.

Walpole non si fidò, prese Smith per il bavero, si batté con lui, lo gettò due volta a terra, lo bloccò a terra fino all’arrivo del marito di Windsor. Smith fu perduto.

W. Patterson, per aver accusato Walpole di un crimine che non si può nominare tra cristiani e per avere tentato di accusarlo di falso (che allora era un crimine capitale), fu condannato a sei mesi di lavori forzati, e per tre volte durante questi sei mesi doveva essere portato, nudo, fino alla cintola, e frustrato finché il suo corpo non fosse sanguinante, in giro per Hanover Square, dalle 10 a mezzogiorno, per Pall Mall, intorno a Covent Garden.

Cather fu condannato a tre giorni di gogna, una volta a Charing Cross, una volta alla fine di Chancery Lane, e una volta davanti alla Borsa, e poi a quattro anni di lavori forzati, e anche a pagare una cauzione di 40 sterline e a tre anni di sorveglianza.

Cain, fu condannato alla gogna per una volta a Charing Cross, a due anni di lavori forzati e cinque di sorveglianza con una cauzione di 40 sterline e due di 20 sterline.

Alexander fu condannato alla gogna a Charing Cross per una volta, a un’ammenda di 50 sterline, a due anni di prigione e, uscendone, ad una cauzione di 200 sterline e a due di 100 sterline, e a tre anni di sorveglianza.

Nixon scappò.

Innocente o no, si può credere che Cain si servì della vanità mortificata e della vendetta di Cather.

Questi ricattatori raccontarono a Worsdale che dopo Walpole, avevano intenzione di ricattare nello stesso modo i grandi medici, i chirurghi e gli ostetrici.

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[1] Qui ancora una volta, il processo lo prova abbondantemente, la sodomia praticata da lord Audley e dai suoi amici era un coito tra le cosce; non c’era coito anale.

[2] Nota di Project: – Gli argomenti scottanti legati alla sessualità erano trattati in latino per evitare che potessero essere facilmente compresi da chiunque.

[3] Note di Project: – Raffalovich riporta per intero il titolo inglese: “The whole proceedings on the wicked conspiracy carried on against the Hon. Edward Walpole by John Cather, Adam Nixon, Daniel Alexander, Patrick Cane, alias Kane, and others in order to extort a large sum of money under pretence of an assault with an intent to commit buggery on the body of the said John Cather in which are inserted the Trial at large of the said Cather, Nixon, Alexander and Cane; and a full account of the attempt of Smith (who was executed at Tyburn for forgery) and Patterson, to charge Mr Walpole with forgery, etc. London. Printed for H. Gifford, the corner of Elliot’s Court, in the Little Old Bailey, and sold at all the pamphlet shops in London and Westminster, 1751. Price one shilling.”

[4] Se E. Walpole era innocente (e in presenza del ricatto, che è un crimine contro la società, si ha il diritto di considerare innocente la vittima del ricatto, a meno di prove irrefutabili) le sue conclusioni sembrano molto severe; è probabile che il domestico avesse qualche gelosia o qualche risentimento nei confronti di Cather.

[5] Bisogna ricordarsi che Worsdale aveva il ruolo di detective per Walpole.

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