AMORE GAY LIBERO E CONVIVENZA

Caro Project,
ho 34 anni e per la prima volta mi sono innamorato di un ragazzo. Sono stato con diversi ragazzi, ho fatto sesso con loro ma non ne ero realmente innamorato, ma da poco più di un anno mi sono innamorato ed è proprio una cosa diversa. Prima pensavo a che cosa potevo avere io da quei ragazzi, adesso penso a che cosa posso fare io per il ragazzo che amo, non cerco un contraccambio da lui anche perché quel contraccambio c’è, e pure sovrabbondante, senza che io lo chieda, almeno per il momento, comunque sono proprio felice che esista uno come lui. Non è un santo, ha i suoi difetti, qualche volta mi tratta in modo brusco ma con amore, almeno io penso che sia così. Non fa calcoli sui sentimenti, non è ipocrita, me lo sono trovato vicino ogni volta che ne ho avuto bisogno, mi ha preso sul serio fin da subito, tre cose di lui mi hanno conquistato, l’intelligenza, il rispetto degli altri e l’immediatezza.

È un ragazzo bello, ma non è quella la nota che lo caratterizza, di belli ce ne sono tanti. Ha avuto una vita difficile e ha una capacità singolare di penetrare l’animo umano, di leggere nei sentimenti del suo interlocutore. Non giudica, non condanna, ha bisogno di capire, è capace di amare in un modo adulto che per me vuol dire non possessivo, mi ha sempre lasciato completamente libero, non mi ha forzato in nessun modo, nemmeno minimo. Non cerca di mettere in pratica un codice di comportamento imparato dalla pornografia, ma presta attenzione al suo ragazzo, o meglio al ragazzo con cui sta in quel momento, cerca di capirlo, di andare nella sua direzione.

Sa che sono innamorato di lui e non ha o sembra non avere paura che il mio volergli bene possa essere per lui un freno. Lui sa che è amato per quello che è e non per quello che fa o che potrebbe fare, che non ci sono condizioni di nessun genere. Sa che da lui mi aspetto solo spontaneità, senza obblighi di alcun tipo, ed è per questo che ci vogliamo bene, è una scelta nostra momento per momento. La scelta di stare insieme come coppia è sempre reversibile, quella di volerci bene e di rispettarci è assolutamente irreversibile. È un tipo di uomo che mi piace, e non parlo solo del fisico, uno come lui è un modello da seguire, eppure è una persona che ha le sue fragilità, le sue insicurezze. Non è un modello di coraggio o di forza d’animo e nemmeno di coerenza, ma è un modello di equilibrio, in lui trovo tutto quello che mi serve, o quasi: l’accondiscendenza e la capacità di fermarmi e di dirmi di no, il buon senso nelle decisioni, la pazienza ma fino a un certo punto, e soprattutto la dolcezza, l’assenza totale di aggressività, che è una cosa che io apprezzo moltissimo.

Mi ha detto che prima non era così, che scattava, che reagiva malissimo ma poi è cambiato quando abbiamo cominciato a stare insieme perché ha visto che io non mi arrabbiavo mai con lui, e poi dice che adesso non è aggressivo perché si sente pacificato dentro. Effettivamente noi non abbiamo mai litigato, non abbiamo mai alzato la voce. Lui mi ha voluto e non ho nemmeno capito perché, ha voluto proprio me, o meglio anche me, non solo me, ma a nessuno di noi due è mai venuto in mente di abbandonare l’altro, almeno questo è quello che io penso.

Tra noi vige una regola non scritta: nessuno di noi due fa domande all’altro sulla sua vita sessuale al di là del nostro rapporto, questo non significa che non parliamo delle altre relazioni, se vogliamo chiamarle così, che abbiamo o che abbiamo avuto, ne parliamo spontaneamente se ci va, ma se ci vogliamo tenere il nostro privato possiamo anche tenercelo per noi e non crollerà nulla. In realtà parliamo o meglio abbiamo parlato molto di queste cose e non ci sono state mai gelosie né da parte sua né da parte mia. Io so che lui ha avuto e forse ha anche altri ragazzi, non me lo ha mai nascosto. Gli unici problemi (e non sono problemi da poco) sorgono per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili ma sulla sua onestà su questo punto ci metterei la mano sul fuoco. Quando ha avuto qualche dubbio me lo ha detto e non ci siamo visti finché non ha fatto il test, attualmente non parla più di altri ragazzi, non so se ci siano ancora altri ragazzi nella sua vita, ma sarei portato a pensare che non ce ne siano. Lui sa che io ho solo lui ormai da quattro anni e quindi sta tranquillo.

Non avevo mai desiderato la presenza di un ragazzo come desidero la sua, anche per il sesso, ma più che altro per quella forma di complicità senza parole che si forma soprattutto sul piano sessuale, per quel capirsi al volo, per quel conoscersi a fondo e fidarsi uno dell’altro. Quando ci incontriamo, che, in fondo è ancora adesso una giornata intera alla settimana, dedichiamo molto tempo al sesso e il minimo indispensabile a dormire e a mangiare. In genere non riusciamo a parlare in quelle situazioni, è come se ormai il sesso fosse una cosa scontata e parlare tra noi lo fosse molto meno, quando ci separiamo è il momento peggiore, ma non nel senso che ci dispiace separarci, a quello ormai ci abbiamo fatto l’abitudine, ma nel senso che non ci diamo mai l’appuntamento per la volta successiva e non perché è una cosa scontata, ma proprio perché non lo è affatto. Un appuntamento è un vincolo, un punto di riferimento, diciamo un limite alla libertà, e noi dobbiamo garantirci reciprocamente la nostra libertà, oggi stiamo insieme, ma non è scontato che staremo insieme anche il prossimo fine settimana.

Se c’è una cosa che mi manca nel contatto con lui è proprio il fatto di parlare senza paura, di infrangere la regola della libertà. Se gli dicessi “ti voglio bene!” in qualche modo darei l’impressione di volerlo vincolare al fatto che gli voglio bene, pretendendo qualcosa in cambio. Mi manca la sua presenza quotidiana, il colloquio sulle banalità. Noi non ci sentiamo praticamente mai nel corso della settimana e ci vediamo solo il sabato sera. Vorrei fare con lui anche le cose banali, vorrei condividere il quotidiano, ma non mi manca per ragioni oggettive ed esterne, mi manca perché temo che provare a condividere anche il quotidiano sposti un po’ l’asse del nostro rapporto dal sesso, che al momento ne è il vero centro, alla condivisione di tutti gli aspetti della vita, e non so se lui vuole veramente una cosa simile.

Quando sto con lui mi viene spesso una riflessione, le dichiarazioni fatte a parole hanno una valenza generale, sono come dei teoremi, il sesso è una cosa fisica, concreta, è l’applicazione di alcuni di quei teoremi al caso particolare, questo vuol dire che contano più le eccezioni che le regole. Il sesso non obbedisce a regole generali, è assolutamente soggettivo, riguarda il nostro rapporto con una singola persona e in un preciso momento, non e ripetibile, non è generalizzabile, non è prevedibile. Le variabili sono così numerose e così poco conosciute che alla fine si deve rinunciare ad ogni proiezione e ad ogni previsione.

Molti considerano il sesso come un modo per capire un’altra persona, ma in realtà quando si vive veramente il sesso con un’altra persona ci si rende conto della complessità della sessualità e della sua dimensione sostanzialmente incomprensibile. Alla fin dei conti io non so nemmeno che cosa spinga me a vivere la mia sessualità insieme con lui, come posso capire che cosa spinge lui a stare con me? Con me e non con un altro, almeno in quel momento. E anche se posso dire che c’è condivisione reale e trasporto reciproco, la spontaneità è comunque frenata. Non è mai possibile capire realmente i desideri e i limiti del tuo compagno. Da qui l’incertezza, la tendenza a frenare a non correre troppo, il senso del limite, e questa potrebbe essere una delle ragioni che rende il nostro rapporto comunque stabile.

È bello quando ci incontriamo il sabato, sono momenti di entusiasmo, l’armonia sessuale c’è, ma è difficilissimo andare oltre, e poi quando ci separiamo cominciano ogni volta i giorni dell’attesa, giorni che sono di vera solitudine, in pratica lunghe pause tra due giorni di vita, giorni vuoti, in cui tornano a galla mille pensieri, giorni in cui penso che quello che vorrei è altro, che lo vorrei vedere felice di stare con me tutti i giorni, vorrei potermi svegliare e trovarlo al mio fianco, vorrei preparargli la colazione, vorrei – sembra un paradosso – perfino litigare con lui in modo forte e aggressivo e poi fare la pace, e invece c’è la paura di sbagliare, di eccedere, e allora non si dice nulla, perché c’è sempre il dubbio: lui sarebbe o no disposto a costruire un rapporto diverso, più affettivo, non dico meno sessuale, ma più affettivo?

Io avverto il distacco tra i momenti di coinvolgimento sessuale nei quali è totalmente coinvolto e quelli molto più freddi del dopo-sesso, nei quali non si scherza mai e si parla pochissimo, quasi come se si pensasse “da entrambe le parti” di avere fatto qualcosa che in fondo non si doveva fare. Ho osservato col passare dei mesi che nei rapporti sessuali ci sono stati dei cambiamenti. All’inizio i limiti erano strettissimi: niente coccole che sanno troppo di affettività, ma solo sesso e niente altro, non voleva che gli passassi le mani tra i capelli o che gli toccassi la barba, poi piano piano ha superato queste cose, adesso mi permette di accarezzarlo, ma lui con me non lo fa, se le carezze sono esplicitamente sessuali allora le accetta, ma se sono semplici gesti di affetto, devo stare attento a non insistere troppo perché la cosa potrebbe dargli fastidio.

Non è che non ci si voglia bene, ma penso che lui non sia abituato ai gesti affettuosi, che quelle cose in qualche modo lo spaventino, che le senta come qualcosa di aggressivo, di troppo libero, di non codificato, che le senta come un tentativo di creare un obbligo, un vincolo stretto, capace di togliergli o di restringere la sua libertà. I piccoli cambiamenti che ho notato nel nostro modo di fare sesso mi fanno pensare che qualcosa sta realmente cambiando, ma non ti nego, Project, che non sono affatto sicuro che si andrà avanti in questa direzione. Non sopporta che gli dica che è un bel ragazzo, ne è quasi infastidito, considera questi discorsi una parodia dei discorsi che un ragazzo usa per sedurre una ragazza. Quando parla di noi non usa mai la parola amore ma solo la parola sesso. Una cosa però mi chiedo, ma se sta veramente cercando solo sesso, perché ha scelto me, ne avrebbe trovati tantissimi meglio di me, che non gli avrebbero creato problemi di nessun genere e si sarebbero adattati facilmente al suo modo di vedere le cose. E non è nemmeno un problema di scelta esclusiva, sa benissimo di essere libero di andare anche con un altro ragazzo, ma se non lo fa, come io credo, anche se rivendica la libertà di poterlo fare, alla fine deve avere una motivazione seria.

Mi dice che io lo stimolo molto sessualmente, ma secondo me è una cosa che non sta proprio in piedi. Nel sesso sono io ad andare appresso a lui e non il contrario. Ho pensato che di me gli possa piacere proprio il fatto che non gli dico quasi mai di no, che cerco di capirlo. Quando lo vedo triste o distante ci sto proprio male e penso che lui se ne sia accorto. Quando facciamo sesso è completamente coinvolto. Non avevo mai visto ragazzi così coinvolti nel sesso. Di me in quelle situazioni si fida totalmente e sembra assolutamente e profondamente partecipativo, ma dopo il sesso sembra un’altra persona, si incupisce, diventa spiccio nei modi di fare, molto ironico, ma di un ironico amaro, non verso di me ma verso se stesso.

Io ho un dubbio di fondo, adesso le cose vanno così e io penso che il problema stia nella distanza e nel fatto che ci si vede un giorno alla settimana, la soluzione, in teoria, sarebbe cercare di cambiare lavoro e di poter vivere veramente insieme, per lui è indubbiamente più difficile che per me, allora io potrei anche cercare di cambiare lavoro e di trasferirmi nella sua città, ma dovrei vendere casa mia, per la quale devo pagare ancora parecchi anni di mutuo, e trasferirmi a casa sua, ma lui me lo ha proposto solo in modo molto vago e probabilmente poco convinto, e non so se è veramente quello che vorrebbe, ma mi chiedo se questo vivere insieme, invece di fare migliorare le cose attraverso la condivisione del quotidiano, non possa in realtà mettere in crisi quel rapporto che adesso c’è e che forse si regge proprio sul fatto che stiamo a 150 km di distanza e che siamo comunque entrambi liberi. Onestamente non so prendere una decisione, andare avanti come è successo fino ad ora è un’opzione insoddisfacente, ma l’altra opzione, cioè puntare tutto sulla convivenza temo che possa essere addirittura distruttiva. Tu che ne pensi?

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CRONACA DI UN DISASTRO GAY ANNUNCIATO

Ciao Project, tempo fa pensavo di mandarti una mail sulle coppie gay, perché l’argomento mi interessa in prima persona, ma questa mail ha un’origine del tutto diversa. Io ho 32 anni, sono gay, non saprei dire se ho un compagno oppure no, e avevo pensato che il mio per così dire “problema” fosse un problema particolarmente serio, ma questo finché non mi sono reso conto che mi posso considerare fortunatissimo. Ho un gruppo di amici, che io e il mio “compagno” frequentiamo ormai da anni. Abbiamo sempre pensato di essere gli unici gay del gruppo. Gli altri lo sanno, o almeno penso che lo abbiano capito, nessuno ne ha mai parlato, né noi né loro, ma dovrebbero averlo capito. Tra gli amici ce ne sono alcuni molto estroversi, sia ragazzi che ragazze, e qualcuno un po’ più riservato. Io e il mio “compagno” siamo radicalmente laici, voglio dire che non siamo credenti, la chiesa ci sembra qualcosa di completamente estraneo e addirittura ostile. Con questo papa, forse un po’ meno, ma è comunque un mondo lontanissimo dal nostro modo di vedere le cose. Nel gruppo di amici ci sono anche cattolici, diciamo così “normali” cioè senza troppi entusiasmi ma che ancora si riconoscono in quegli ambienti, e poi c’è un ragazzo, che qui chiamerò Paolo (perché cita sempre san Paolo!) col quale il discorso, sia da parte mia che da parte del mio “compagno” è stato sempre molto difficile. Lui aveva una ragazza da anni, conosciuta in ambiente sempre cattolico. Vorrei fare una premessa: io e il mio “compagno” non ci sentiamo cattolici ma non odiamo nessuno e non abbiamo presupposti radicalmente laicisti e mangiapreti. Abbiamo conosciuto anche preti degni del massimo rispetto, intendo degni del massimo rispetto anche da parte di non credenti come noi, perché alla fine non conta quello che dici ma quello che fai. Dico questo per chiarire che non abbiamo uno spirito di repulsione verso tutti gli ambienti cattolici, perché dire cattolico può significare tutto e il contrario di tutto, come d’altra parte anche dire gay può significare tutto e il contrario di tutto.
Torno a Paolo. Fin da quando l’ho conosciuto, Paolo ha mostrato nei miei confronti una specie di distacco, diciamo di splendido isolamento. Si parlava pure, ogni tanto, ma solo di banalità, lui, nel gruppo, aveva i suoi amici, quelli più radicalmente cattolici, e siccome mi aveva sentito dire la mia e non gli piaceva quello che io dicevo, mi teneva a distanza, ma lo faceva solo lui, con i suoi amici “cattolici” io avevo un rapporto ottimo, si scherzava e si parlava di tutto, con lui no, il dialogo era minimo e limitato a cose ovvie, lui non si mescolava con chi non la pensava come lui. Poi il mio compagno è entrato nel gruppo e Paolo con lui aveva un minimo di rapporto, perché il mio compagno è molto più prudente di me, e avendo capito al volo chi era Paolo, si è ben guardato dal dire quello che pensava. Il mio compagno riteneva Paolo un ragazzo un po’ chiuso, un po’ fissato con la religione, ma tutto sommato uno “abbastanza simpatico”. Noi non abbiamo detto che eravamo una coppia gay, penso che alla maggior parte degli amici non importasse nulla di questo fatto e quindi non ne abbiamo parlato, ma tra noi avevamo dei comportamenti un po’ troppo sciolti per essere solo una coppia di amici. Paolo veniva sempre con la sua ragazza ma faceva delle cose che non capivo e che mi davano fastidio, rimproverava la ragazza in pubblico per delle cose che a me sembravano del tutto prive di senso, la zittiva facendole fare la figura della stupida, mi sono chiesto perché la ragazza tollerasse tutto questo, se io avessi fatto col mio compagno la decima parte di quello che Paolo faceva con la ragazza, il mio compagno mi avrebbe fatto volare dalla finestra. Un giorno si comincia a parlare di vita di coppia, gli amici cattolici “normali” dicevano cose tutto sommato accettabili o quasi anche per me e per il mio compagno, ma quelle cose a un certo punto hanno fatto scattare Paolo che è partito lancia in resta contro una ragazza che aveva osato sostenere che le esperienze prematrimoniali sono fondamentali e possono evitare “matrimoni sbagliati”. Paolo è scattato proprio all’espressione “matrimoni sbagliati” e ha cominciato a citare san Paolo. Al che io e il mio compagno ci siamo scambiati uno sguardo di intesa, come per dire: “Ma questo viene proprio dalla Luna!” Poi la ragazza gli ha detto che uno non deve subire passivamente gli atteggiamenti dei genitori e lì Paolo si è proprio scaldato dicendo che “onora il padre e la madre” è un comandamento e che non bisogna mai dimenticarsene, ecc. ecc. Una ragazza gli ha detto: “se mia madre si vuole impicciare dei fatti miei e mi vuole dire con che ragazzo mi devo mettere io non la posso mica stare a sentire rovinandomi la vita, lei la sua vita l’ha avuta, la mia è mia!“ Poi Paolo è scivolato sull’argomento gay e ha detto cose veramente assurde, che le coppie etero hanno il dovere di essere “serie” perché devono collaborare al disegno di Dio mettendo figli al mondo e non possono fare “come i gay” che pensano solo “a divertirsi”. Questa espressione mi ha fatto proprio venire i nervi, ho scambiato un’occhiata di intesa col mio compagno e poi ho detto a Paolo: “Ma ti rendi conto delle stupidaggini che dici? Ma tu hai amici gay?” Lui mi ha guardato e ha detto: “Non ho mai avuto amici gay!” e io gli ho detto: “No! Non è vero! Un amico gay ce l’hai e sono io!” Il mio compagno è intervenuto e ha detto: “Hai due amici gay, l’altro sono io!” Project, tu non ci crederai, ma Paolo ha pensato che ci fossimo messi d’accordo per prenderlo in giro e non ha creduto minimamente al fatto che fossimo gay… per lui i gay sono proprio di un’altra specie zoologica. Poi trascinati dalla sua incredulità anche gli altri hanno considerato il nostro dichiararci come un modo di prendere in giro Paolo. Tutto questo accadeva circa due anni fa. Da qualche mese a questa parte le cose sono un po’ cambiate, Paolo considera me e il mio compagno due amici burloni, ma etero al 100%, altrimenti non avrebbe mai accettato la nostra amicizia, ma abbiamo avuto l’occasione di parlare con lui anche un po’ più seriamente. Project, io e il mio compagno stiamo pensando seriamente che Paolo possa essere gay. Va sempre in giro con la ragazza appresso, o meglio al seguito, ma io vedo i nostri amici etero che comportamento hanno con le loro ragazze, beh il comportamento di Paolo è totalmente diverso: mai una carezza, una coccola, ma nemmeno mai una parola carina per la ragazza, che evidentemente nel mondo di Paolo non conta proprio niente, o meglio conta come qualcosa che lo riporta ad un modello eterosessuale, col quale però, è evidente che non ha nulla a che spartire. I miei amici etero, sia ragazzi che ragazze parlano anche di sesso, ne parlano poco ma succede e ne parlano come della cosa più ovvia del mondo, Paolo non ne parla mai, schiva proprio l’argomento in modo sistematico. Gli altri parlano ogni tanto pure di omosessualità. Nei discorsi di Paolo le parole: gay o omosessuale, non compaiono mai, nemmeno per sbaglio e il richiamo alla religione è solo visto in chiave di freno e di limitazione, mai in termine di liberazione o di entusiasmo. Ne ho parlato col mio “compagno” e siamo arrivati alla conclusione che avremmo potuto “forse” dirgli di noi, ammesso e non concesso che fosse in grado di capire che non era uno scherzo, ci abbiamo anche provato, ma ogni volta che si accorgeva che stava per succedere qualcosa del genere si dileguava immediatamente. Io e il mio compagno non frequentiamo la chiesa, ma una coppia dei nostri amici che invece va in parrocchia ci ha riferito di una predica fatta da uno dei sacerdoti il quale ha detto che il matrimonio è il rimedio della concupiscenza ma non ha riferito il discorso agli etero, come si fa di solito, ma lo ha generalizzato dicendo che il matrimonio è anche il rimedio della omosessualità. Espressione che manifesta la più radicale ignoranza in materia di sessualità. La coppia di nostri amici che era presente ha avuto l’impressione che il discorso non fosse generico ma che fosse diretto a Paolo che era lì in prima fila e non si è mosso di un millimetro fino alla fine. I miei due amici etero probabilmente hanno pensato quello che avevamo pensato io e il mio compagno, ma in una situazione simile che fai? Affronti Paolo in modo diretto? O dici alla ragazza di stare attenta e di capire bene se è il caso di andare avanti? Io e il mio compagno abbiamo parlato di Paolo con questa coppia di amici e loro ci hanno detto che il prete che aveva detto quelle cose era considerato un personaggio “un po’ strano” e scomodo pure dal parroco che aveva cercato di limitarne la sfera di azione. In parrocchia lo evitavano tutti, salvo Paolo, che invece ne era entusiasta. Che prove avevamo? Praticamente nessuna prova concreta, ma eravamo in quattro ad avere avuto la stessa sensazione. Abbiamo deciso che prendere Paolo di petto fosse una cosa non praticabile e che avremmo solo potuto portare la discussione su questi argomenti per vedere le reazioni di Paolo, e lo abbiamo fatto, ma la reazione è stata nulla. La coppia di amici etero è partita dalla necessità dell’onestà assoluta nel matrimonio, come dire che ciascuno dei coniugi deve sapere tutto dell’altro e che ingannare il coniuge significa usarlo e rovinargli la vita, ma Paolo era un muro di gomma, non ascoltava nemmeno. Abbiamo notato un’altra cosa, per un bel po’ di tempo, ogni tanto Paolo faceva qualche sparata contro i gay anche in nostra presenza perché all’inizio pensava che noi fossimo effettivamente etero, poi le frasi sui gay sono sparite del tutto, l’argomento è stato censurato al 100%. La coppia etero mi dice che Paolo dice le stesse cose che dice il prete un po’ strano e che l’idea del matrimonio come “ideale di castità” sta cominciando a diventare uno dei cavalli di battaglia di Paolo. Un giorno io e il mio compagno ne abbiamo parlato seriamente e abbiamo deciso di passare all’azione, ma prima di mettere in pratica il nostro progetto, la coppia etero di nostri amici ci ha riferito che “durante la messa” il prete un po’ strano ha annunciato la data del matrimonio di Paolo con la sua ragazza. Al che, dopo avere meditato a lungo, pensando che ormai Paolo non fosse più recuperabile, abbiamo deciso di desistere, e ci siamo detti: “Possiamo impedire un disastro annunciato? … Purtroppo no! Ciascuno è libero, anche di sbagliare e di fare danni.” Ci siamo anche detti che in fondo noi non avevamo prove o ammissioni da parte di Paolo, ma vedere la sua faccia dopo le pubblicazioni del matrimonio era una risposta più che evidente. Un ragazzo che sta per sposarsi dovrebbe essere raggiante ma non era così per niente. Paolo sapeva che stava a andando a mettersi in trappola e stava per tirare anche la ragazza nella sua stessa trappola. Paolo ci ha detto che intendeva limitare la cerimonia solo ai familiari stretti, evidentemente sapeva bene che per i suoi amici, e in particolare per quattro dei suoi amici, andare al matrimonio sarebbe stato imbarazzante e quindi ha evitato a priori qualsiasi situazione imbarazzante. Il matrimonio è stato officiato fuori della parrocchia dal prete un po’ strano. Potremmo avere sbagliato del tutto le nostre valutazioni … semplicemente non lo sapremo mai, perché “ciò che Dio ha unito l’uomo non osi separare!” Anche se certe volte questa frase è un’autentica bestemmia. Dopo il matrimonio non abbiamo saputo più niente né di Paolo né della moglie. Spariti nel nulla.

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La lettura di questa mail, di cui alcuni contenuti sono stati deliberatamente omessi per ragioni di privacy, non richiederebbe di per sé alcun commento. Mi limiterò perciò a pochissime righe. Nel leggere la storia mi è venuta in mente la relazione romantica tra i poeti Fitz-Greene Halleck e Joseph Rodman Drake. Fitz-Greene Halleck (8 luglio 1790 – 19 novembre 1867) aveva cinque anni più del suo amico Joseph Rodman Drake (7 agosto 1795 – 21 settembre 1820).

Drake nel 1816, ancora giovanissimo, sposò Sarah (figlia di Henry Eckford, un architetto navale) da cui ebbe una figlia. Morì di consunzione all’età di 25 anni. Halleck non si sposò mai, si era innamorato a 19 anni di un giovane cubano, Carlos Menie, al quale aveva dedicato alcune delle sue prime poesie. Hallock,1) il biografo di Halleck, ipotizza con estremo buon senso, che Halleck fosse innamorato del suo amico Drake. James Grant Wilson ha sottolineato il modo in cui Halleck, che fu presente alle nozze in qualità di migliore amico dello sposo (un ruolo formale, all’epoca), descrisse il matrimonio:

“[Drake] si è sposato e, poiché il padre di sua moglie è ricco, immagino che non scriverà più. Era povero come lo sono i poeti, naturalmente, e si è offerto in sacrificio al santuario di Imene per evitare ’dolori e pene’ della povertà. Ho officiato come testimone dello sposo (groomsman), anche se molto contro la mia volontà. La moglie era di buon carattere, e lo ama alla follia. È forse l’uomo più bello di New York, – una faccia come un angelo, una forma come un Apollo – e, dato che ben sapevo che il suo aspetto era il veramente indicativo del suo pensiero, durante la cerimonia mi sentii come se stessi commettendo un crimine nell’aiutare e assistere un tale sacrificio.”2)

Qui si si tratta con ogni probabilità di un omosessuale che ha scelto la via del matrimonio per ragioni essenzialmente economiche, nel caso della storia di Paolo il matrimonio “sembra” essere dovuto a ragioni religiose, ma è veramente osceno in prima luogo che si incoraggi un omosessuale a sposare una donna con l’idea che il matrimonio è addirittura il rimedio della omosessualità! Ma forse è ancora più osceno che si tenti di consacrare una simile unione, con le parole “ciò che Dio ha unito l’uomo non osi separare.” Una frase che ha un suo senso molto serio che è stata stravolta e abusata per giustificare un abuso del matrimonio pilotato da un prete. Se è vero che il parroco aveva notato che c’era qualcosa che non andava, è pure fero che non ha fatto comunque nulla per evitare obbrobri di questo genere. Chi ha orecchio per intendere intenda!

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1) Hallock, John Wesley Matthew. “The First Statue: Fitz-Greene Halleck and Homotextual Representation in Nineteenth-Century America.” Ph.D. Dissertation, Temple University; DAI, Vol. 58-06A (1997): 2209, Temple University. E anche Hallock, John Wesley Matthew, “American Byron: Homosexuality & The Fall Of Fitz-Greene Halleck” (Madison, Wisconsin: U. of Wisconsin Press, 2000).

2) «[Drake] has married, and, as his wife’s father is rich, I imagine he will write no more. He was poor, as poets, of course, always are, and offered himself a sacrifice at the shrine of Hymen to shun the ’pains and penalties’ of poverty. I officiated as groomsman, though much against my will. His wife was good natured, and loves him to distraction. He is perhaps the handsomest man in New York, — a face like an angel, a form like an Apollo; and, as I well knew that his person was the true index of his mind, I felt myself during the ceremony as committing a crime in aiding and assisting such a sacrifice.» James Grant Wilson, “The Life and Letters of Fitz-Greene Halleck”. New York: Appleton and Company, 1869: 184.

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AMORE GAY LIBERO

Ciao Project,
ho letto il forum in lungo e in largo e voglio anche io portare il mio contributo sulle coppie gay.

Francamente, dopo tanti anni, posso dire di avere messo del tutto da parte questo concetto. Parlo di tanti anni perché mi sto avviando verso i 50, i 45 li ho superati e sono ormai nell’età in cui si cominciano a fare i bilanci. Da ragazzo, 30 anni fa, ero molto riservato, molto timido, complessato dal sesso e molto legato a una mitologia gay, passami il termine. Mi sono innamorato tante volte, direi troppe volte, e altrettante volte sono stato costretto a ridimensionare tutto, perché il mio ipotetico ragazzo era etero (è successo più volte), era un collezionista per il quale io ero solo uno dei tanti, o semplicemente perché il ragazzo di turno non aveva nessuna intenzione di costruire un rapporto vero con me, tipo più o meno: “Sesso sì, quanto ne vuoi, ma poi togliti dalle scatole!”

Non ti faccio il catalogo di quelli fissati col sesso di un certo tipo e solo quello, di quelli cattolici che prima fanno sesso con te e poi ti danno la colpa di tutto e ti accusano di averli portati sulla cattiva strada, perché “loro non sono gay e vogliono avere una famiglia ecc. ecc.”, ti risparmio pure quelli della categoria peggiore, quella dei gelosi possessivi, che ti spiano, che pretendono da te un’obbedienza senza discussioni e di quelli possessivi affettivi che ti vogliono rendere un satellite della loro galassia a forza di ricatti affettivi o sessuali, che pretendono di scegliere i tuoi amici, di decidere i film che devi vedere, di programmare le tue vacanze, ecc. ecc.. E poi c’è la categoria degli indecisi cronici, di quelli dei ma e dei però, dei sì ma con riserva, o dei no ma con riserva, che è ancora più assurdo, questi io li chiamo quelli del: “Mamma Ciccio mi tocca! … Toccami Ciccio che mamma non c’è!”

Alla fine, quando avevo ormai 40 anni, mi sono stufato e ho detto basta! Se mai ne troverò uno normale e se ne viene veramente qualcosa di accettabile, ok, altrimenti meglio solo che male accompagnato!” In pratica mi sono cancellato da certi siti e ho eliminato certe app. Non c’è bisogno che ti dica quali. Usavo un po’ di porno e mi accontentavo di quello, perché, diciamocelo chiaro, sono stato sempre ipocondriaco e non mi sono mai messo a rischio, cioè quando facevo sesso con un ragazzo stavo molto attento a non passare i limiti di guardia e quando dicevo di no era no e basta, e questo tanti ragazzi non lo accettavano proprio, per loro io ero uno strano, fissato, ecc. ecc.. Dopo aver messo da parte l’idea di trovarmi un compagno, ho fatto proprio altro, ho lavorato, ho messo su una piccola impresa privata, molto piccola ma che mi dà soddisfazioni e assorbe la gran parte del mio tempo.

A 42 anni ho incontrato un ragazzo che aveva 12 anni meno di me, era un ragazzo diverso dagli altri, prudente nel parlare e con un modo di fare che mi piaceva, mai aggressivo, era anche un bel ragazzo, oltre che intelligente, ma tutto questo per me significava che ci sono ancora ragazzi belli e intelligenti, ma niente più di questo. Pensavo che quel ragazzo appartenesse ad un mondo lontano dal mio, in pratica non pensavo nemmeno che tra noi ci potesse essere più di uno scambio di quattro parole di cortesia, ero convinto che fosse etero, insomma per me era e pensavo che sarebbe rimasto un perfetto sconosciuto.

Lo avevo incontrato per la prima volta nella sala d’aspetto del mio commercialista e avevamo parlato un po’ di tante tematiche generali, ma solo per passare il tempo e, dopo quell’episodio, non ci siamo più visti per un paio di mesi e praticamente io mi ero del tutto dimenticato di lui, poi verso la metà di dicembre, in una giornata in cui avevo un sacco di problemi per la testa, l’ho incontrato per caso in treno, mentre andavo a Milano per problemi legati alla mia piccola impresa, lui stava nel corridoio del mio vagone, e abbiamo cominciato a parlare. Dopo qualche minuto è venuto nel mio scompartimento, era mattina e c’era pochissima gente, nello scompartimento eravamo solo noi due e il viaggio sarebbe durato almeno altre tre ore. Mi sono dimenticato completamente dei miei problemi e ho passato il tempo del viaggio come in una nuvola rosa, mi sembrava un ambiente incantato, ma anche irreale.

Eravamo diretti entrambi a Milano, lui viveva a Milano e ci lavorava, ma veniva spesso a Roma, dove vivevano i genitori. Io non sono mai stato un conquistatore, con i ragazzi sono sempre stato molto impacciato ma con lui mi sentivo a mio agio, diciamolo chiaro, non ero impacciato perché semplicemente pensavo che non lo avrei più rivisto, non avevo nessun progetto su di lui, nemmeno a livello di minima fantasia. Io dovevo rimanere tre giorni a Milano e non avevo prenotato l’albergo, perché un albergo lo avrei trovato comunque e lui mi ha detto: “Ma se devi stare tre giorni a Milano stai a casa mia, è piccola ma comoda, in centro.” Alla stazione ci siamo separati perché lui aveva impegni di lavoro e anche io non mi sarei liberato prima delle 19.00. Ci siamo dati appuntamento per le 19.30 sotto casa sua, ovviamente ci siamo scambiati i numeri di cellulare.

Alle 19.30 sono in via [omissis] e lui è lì con una borsa di plastica in mano, mi dice: “Ho preso qualcosa per la cena…” La casa era minuscola, una sola stanza, ma era tutto in perfetto ordine, andiamo nella cucinetta e lui si mette ai fornelli, prepara due piatti di spaghetti e mette in forno pollo e patate della rosticceria, nel frattempo parliamo, ma sempre di cose molto generali. L’atmosfera è familiare, per un attimo ho avuto la sensazione che sarei stato bene con quel ragazzo, ma un’idea del genere mi sembrava mille miglia lontana dalla realtà.

Finita la cena, lava i piatti in un baleno e poi mi dice che è stanchissimo e che vorrebbe andare a dormire. Nella stanza ci sono due letti, mi indica il mio, ci prepariamo per la notte e ci mettiamo a letto, ma a dispetto della stanchezza ci mettiamo a parlare e andiamo avanti fino a notte alta. Era il primo giorno che parlavo con quel ragazzo, mi sentivo a mio agio e la situazione non mi sembrava affatto strana. Ti giuro, Project, ero convinto che lui fosse etero e ho evitato accuratamente qualsiasi riferimento anche vaghissimamente gay. Aveva una bellissima voce, maledettamente sexy, ma secondo me era etero… e tutto il discorso è rimasto su temi generalissimi, in pratica non siamo mai scesi nel privato. Lui non parlava mai di ragazze come non ne parlavo io, ma io al momento non potevo dare il minimo peso a un fatto del genere. In casa aveva qualche libro ma mi sembravano i classici libri etero, diciamo così, non c’erano fotografie o quadri, niente di tutto questo.

La mattina la sveglia suona alla sette in punto. Lui si alza immediatamente e va in bagno, sento l’acqua della doccia che scorre ma la cosa non mi fa né caldo né freddo, poi esce dal bagno e va in cucina. Io entro in bagno, ha aperto la finestra e ci fa un freddo cane, ma è tutto pulito, prima di uscire ha asciugato tutta la doccia e ha cambiato l’asciugamano. Io faccio la doccia in fretta e poi asciugo tutto, come aveva fatto lui, quando esco dal bagno trovo la colazione pronta. Mi dice che sarebbe uscito dopo 10 minuti e che se volevo potevo restare in casa, mi dà un mazzo di chiavi e mi dice solo che, quando esco, devo chiudere la porta. Lui sarebbe tornato intorno alle 19.15, poi mi fa un cenno con la mano e se ne va.

Ero solo, a casa sua, avevo le chiavi di casa, avrei potuto curiosare un po’, anche se c’era ben poco da curiosare. Scelgo una via diversa, rifaccio i letti, sia il suo che il mio, il suo conserva una traccia sensibile del suo profumo, lavo le tazze della colazione, sistemo quel poco che c’era da sistemare in cucina e poi esco per i miei incontri di lavoro. Alle 18.00 gli mando un sms: “Non prendere nulla per la cena, ci ho pensato io.” Vado in rosticceria e compro qualcosa, aggiungendo anche una bottiglia di vino toscano, poi torno a casa sua, metto l’acqua sul fuoco basso e preparo la tavola.

Qualche minuto prima delle 19.00 lui arriva e sembra molto contento di trovare tutto sistemato, a me viene un sorriso spontaneo, ma lui non parla della casa sistemata e della cena pronta, mi chiede invece con una faccia interrogativa a che punto sono con i miei impegni a Milano, la domanda mi suona strana, la interpreto come se lui volesse dirmi che se ho fatto quello che dovevo fare me ne posso pure andare, smetto di sorridere e con una faccia seria gli rispondo che in pratica ho fatto tutto quello che avevo da fare e che potrei ritornare a Roma anche in serata perché dovrei solo cambiare il biglietto. Lui mi dice: “Io domattina non lavoro, se vuoi ti faccio vedere un po’ di cose belle di Milano.” Non mi aspettavo quella risposta e lui deve avere visto dalla mia faccia che mi era tornato il buon umore. Evidentemente non ci fidavamo ancora uno dell’alto, cercavamo conferme e i fraintendimenti erano possibili.

La faccio breve, il mio secondo giorno a Milano è stato molto bello, mi sembrava di conoscere da sempre quel ragazzo, abbiamo pranzato fuori, siamo rientrati la sera e abbiamo parlato fino a tardi prima di addormentarci. Il terzo giorno è stato breve e ci siamo visti solo la mattina presto, lui lavorava fino alle 19.00 e io avevo il mio treno alle 11.30. Gli ho restituito le chiavi di casa e ci siamo salutati con una stretta di mano. Poco prima dell’orario della partenza mi ha mandato un sms ringraziandomi per le belle giornate che aveva passato con me. Gli ho detto che lo aspettavo a Roma al più presto e che se fossi tornato a Milano glielo avrei fatto sapere.

Preso il treno, ho cercato di riordinare i ricordi di quelle ore passate insieme, e lì mi è venuto in mente che quello poteva essere un modello di vita di coppia, ma in realtà sapevo benissimo che era solo fantasia. Davo comunque per scontato che fosse etero, e pensavo che anche lui mi avesse preso per etero. Dopo circa 10 giorni mi richiama, mi dice che verrà a Roma l’indomani e mi chiede se posso ospitarlo, per una notte, mi spiega che lui doveva andare dai suoi genitori ma che ha anticipato il viaggio di un giorno per passare una giornata con me, i suoi sapevano che sarebbe arrivato il giorno dopo e quindi dal giorno dopo sarebbe rimasto a casa loro, ma un giorno voleva passarlo con me.

L’indomani mattina alle 11.00 vado a prenderlo alla stazione e lo porto a casa mia. Non c’è bisogno di dire che avevo ripulito e sistemato tutto e avevo fatto sparire tutti gli indizi gay. Poco prima di mezzogiorno siamo a casa, gli avevo preparato una stanza tutta per lui, ma mi dice che era venuto per parlare con me e che così non sarebbe stato possibile. Spostiamo il suo letto nella mia stanza, poi pranziamo, lui nota che tutto è preparato con la massima attenzione, mi dice che casa mia è molto più grande della sua e anche molto più antica, in effetti vivo in una zona della Roma vecchia e in un palazzo che penso sia del 1700, di due soli piani, con le volte a vela fatte di mattoncini, era una casa di famiglia di quando quelle case erano case di povera gente, poi, col tempo, sono diventate case per turisti, se opportunamente ristrutturate, e la mia non lo è.

Il pomeriggio andiamo a fare un giro della città e soprattutto dei posti dove i turisti non vanno, la sera non vuole mangiare fuori, torniamo a casa, prepariamo una cenetta rapida e poi ce ne andiamo in salotto a parlare. Mi racconta la sua storia ma in modo molto sintetico e lacunoso, volutamente banalizzante, come se fosse un insieme di cose ovvie, e io sto a sentirlo con la massima attenzione. Si vede che è a suo agio, almeno relativamente o, meglio, si vede che non ha paura di me, ma sta esplorando il terreno, non mi dice niente di particolarmente significativo, però è in quella situazione che mi comincia a venire in mente che il rapporto che ho con quel ragazzo potrebbe essere qualcosa di più complicato di come mi appariva all’inizio, lo ascolto ma comincio a farmi domande, mi rendo conto che non abbiamo mai parlato di donne e comincio ad aspettarmi che il discorso possa finire con una qualche dichiarazione importante, ma a un certo punto mi dice che è stanco e che l’indomani mattina dovrà alzarsi presto e ce ne andiamo a dormire. Mi chiedo perché mi abbia fatto portare il suo letto nella mia stanza ma alla fine preferisco non farmi troppe domande.

La mattina del giorno successivo facciamo colazione insieme, poi mi saluta con una stretta di mano e se ne va. Io cancello rapidamente dal mio cervello ogni ipotesi alternativa e mi dico: “Ma che vado a pensare! I gay vedono gay dappertutto! E io non faccio eccezione.” Tre settimane dopo mi capita di dover andare di nuovo a Milano, lo chiamo e glielo dico, mi sembra contento, mi dice che non potrà venire in stazione e che ci vedremo direttamente alle 19.30 sotto casa sua. La telefonata è brevissima, si sente che è indaffarato. Io penso di dovermi sdebitare con lui e gli compro una sciarpa, un oggetto, come un modo di dire grazie.

Nel viaggio verso Milano comincio a pormi tante domande a anche ad alimentare qualche aspettativa, pensavo che finalmente saremmo arrivati “forse” a parlare chiaro perché tutta la storia aveva ben poco di ordinario. Alle 19.30 ci vediamo sotto casa sua, come la volta precedente ha preso qualcosa in rosticceria per la cena. In casa noto subito che è contrariato, che non è di buon umore, provo a fargli qualche domanda ma dribla le domande e parla d’altro. Gli arriva una chiamata sul cellulare, guarda chi è ma non risponde e spegne il cellulare. Penso che sia una cortesia nei miei confronti, ma mi dice che di rotture di scatole ne ha avute anche troppe. Si comporta in modo strano, non è come la prima volta, è gentile ma anche scostante, al punto che gli dico: “Se hai bisogno di restare solo, non c’è problema, c’è un albergo qui a 200 metri…” Lui mi guarda e mi dice: “No… tu non c’entri niente, sono rogne di lavoro…” Ma io non ho l’impressione che siano rogne di lavoro. Lui comunque taglia corto. Finiamo la cena e mi dice che è stanchissimo e vuole andare a dormire. Non restiamo a parlare come la prima volta, mi sento quasi un ospite sgradito, forse non proprio, comunque lui resta chiuso nel suo mondo, cioè nel suo malumore.

L’indomani ci salutiamo piuttosto freddamente. Io dovevo ripartire per Roma in mattinata. Questa volta non mi arriva alcun sms prima della partenza. Su treno mi ripeto tante volte che non devo lasciare correre troppo la fantasia e che farò bene a restarmene nel mio mondo. Mi riprometto di non chiamarlo quando avrò altre occasioni di andare a Milano e su questo, almeno in quel momento, non ho dubbi. Arrivo a Roma e lui mi chiama al telefono per chiedermi scusa, è una cosa che non mi aspetto affatto, ne sono positivamente impressionato e arrivo alla conclusione che dopotutto ognuno può avere dei momenti neri e che probabilmente i suoi derivavano proprio da faccende di lavoro.

Non ci sentiamo per quasi un mese. Pensavo che si fosse dimenticato di me e in un certo senso ne ero anche contento, perché così anche io avrei potuto metterci una pietra sopra. Poi, in modo del tutto inatteso mi chiama una mattina prima delle 7.00, mi dice che sarà a Roma l’indomani e mi chiede se può stare da me. Ovviamente gli dico di sì, ma dentro di me non sono affatto entusiasta della cosa. Comunque gli dico di sì. Ho la tentazione di fargli pesare il modo in cui mi aveva trattato a Milano la volta precedente, poi mi dico che un pensiero simile è proprio meschino e puerile e mi impongo di organizzare tutto esattamente come la volta precedente.

Vado a prenderlo alla stazione, è visibilmente contento di vedermi e anche io sono contento di rivederlo, gli chiedo se l’indomani deve andare dai suoi genitori ma mi dice che ha preso tre giorni di ferie e che è venuto per me, questa espressione mi suscita tanti interrogativi ai quali non so e non oso dare risposta. In pratica sarebbe rimasto a Roma tre giorni, cosa che io non mi aspettavo assolutamente, lui si rende conto del mio disappunto e mi dice: “Se ti creo problemi, basta dirlo, me ne vado anche subito…” Io lo guardo e gli dico: “Stai zitto! Adesso sposto i miei impegni, e non fare quella faccia!” Mi sono messo al telefono e nel tempo di un quarto d’ora mi sono organizzato tre giorni liberi. Questo è il vantaggio di chi fa il piccolo imprenditore come me, anzi dovrei dire piccolissimo!

Quando chiudo il telefono lui vuole riattaccare col fatto che può andare via anche subito, ma gli dico in modo perentorio: “Se sei venuto qui un motivo serio ce l’avrai…” Lui mi guarda e mi dice: “Dammi tempo …“ Si stende sul divano del salotto e io avverto che sta per dirmi qualcosa di importante. Mi dice: “Tu hai capito, vero?” Io in realtà non avevo capito che cosa, secondo lui, avrei dovuto capire e non volevo assolutamente dire sciocchezze, però non potevo fare il finto tonto perché lo avrei messo in imbarazzo, e gli ho risposto: “Beh, più o meno, penso di sì…” Io pensavo (speravo) che mi potesse dire che si era innamorato di me, che io ero importante per lui, ma non si trattava di niente di simile. Mi dice: “Il mio ragazzo mi ha mollato… con lui stavo bene, ma mi ero illuso e ieri mi ha mollato. Quando sei venuto a Milano l’ultima volta io ero già fuori dai gangheri perché mi trattava con indifferenza, ma adesso mi ha proprio mandato a quel paese… ”

In pochi minuti ero passato dal ruolo di quello che si aspetta una dichiarazione d’amore al ruolo di quello che deve fare da consolatore, tuttavia la cosa, in un certo senso, per me era rassicurante, anche se può sembrare paradossale. Cerco di lasciarlo parlare e di intervenire il meno possibile. Si sente ingannato dal suo ex. Si sfoga un po’ ma poi è evidente che da me si aspetta una qualche risposta seria. Io faccio come aveva fatto lui, evito del tutto i preamboli e gli dico: “Quando una storia finisce sembra sempre un fallimento ma può essere una liberazione. È meglio sapere come stanno realmente le cose che andare avanti restando all’oscuro di tutto. Non hai perso che un’illusione.” Lui mi guarda sconsolato e mi dice: “Lo so, ma ci sono rimasto male e molto.” Io decido di uscire dall’ambiguità e di fare anche io il mio coming out e gli dico: “È successo anche a me, una cosa praticamente identica, se n’è andato perché cercava qualcosa che io non ero capace di dargli” Dopo questo reciproco coming out sono entrato in pieno nel mio ruolo di consolatore. Gli ho detto: “Dai, dammi una mano che cuciniamo un po’ più in grande!” Lui mi ha guardato sorridendo e ha detto: “Ok!”

Mi chiedevo che cosa lui si aspettasse da me, quali dovevano essere i limiti del mio ruolo e su questo avevo le idee molto confuse. L’unica cosa possibile mi sembrava l’agire con la massima prudenza, o meglio con il massimo rispetto nei suoi confronti. Avevamo ancora due giorni da passare insieme e io non sapevo come comportarmi. Abbiamo cucinato, pranzato, lavato i piatti insieme, poi mi è venuto in mente di chiedergli se i suoi sanno di lui. Mi ha risposto che i genitori sono brave persone e che si sono sempre dati da fare per lui ma lui ha fatto di tutto per finire gli studi il prima possibile e per andarsene a lavorare in un’altra città, perché voleva avere un po’ di autonomia e alla fine è riuscito a procurarsela. Non ha fratelli né sorelle e anche per questo il rapporto coi genitori era strettissimo e quasi asfissiante. Ha mantenuto un buon rapporto coi genitori anche se non può parlare chiaro con loro, va a trovarli più o meno una volta ogni due mesi ma per il resto del tempo se ne sta a Milano e si mantiene in contatto con loro solo via skype. Mi ha detto: “La mia famiglia è una famiglia normale nel bene e nel male.”

Dopo il discorso sulla famiglia non sapevo più che cosa dire e l’imbarazzo reciproco si sentiva fortissimo. Anche lui non sapeva più che cosa dire e come comportarsi, adesso sapevamo che eravamo due gay che avevano piacere a parlare insieme, era evidente che sia a lui che a me era venuto in mente che si sarebbe potuto fare un passo oltre, ma la paura di rovinare tutto era talmente forte da essere paralizzante. Gli propongo di uscire nel pomeriggio per fare un giro in centro. Mi risponde che non è venuto per fare il turista ma per stare con me, espressione quanto mai ambigua in sé, ma dietro la quale, in quelle particolari circostanze, si può sottintendere qualsiasi cosa. Cominciamo a parlare delle nostre esperienze gay, ma era evidente che il discorso serviva solo a riempire il tempo, ed era altrettanto evidente che non c’era molto da raccontare. Qualche storia, ma in fondo niente di serio. Gli ho chiesto che cosa avrebbe voluto dalla sua vita e mi ha detto che non lo sapeva.

Si è alzato evidentemente per venire a sedersi vicino a me, ma non lo ha fatto, ha fatto dietrofront e se ne è andato a sedersi di nuovo in poltrona. Poi mi ha chiesto: “Perché pensi che sono venuto qui oggi?” Gli ho risposto: “Perché eri rimasto malissimo di quel ragazzo e ti andava di parlare un po’.” Ma mi ha fermato e ha detto: “Solo per questo?” Io gli ho detto: “Spero di no…” allora è venuto a sedersi accanto a me, mi ha preso la mano destra e l’ha stretta fin quasi a farmi male, poi ci ha appoggiato il viso, io gli ho passato una mano tra i capelli, lui mi ha detto: “Fammi stare così cinque minuti e poi basta…” Io sono rimasto in silenzio ad accarezzargli i capelli, poi si è appoggiato alla mia spalla e non ha detto una parola per lunghissimi minuti. Ne sentivo il calore, la presenza fisica, ma anche il disagio, l’incertezza.

A un certo punto si è alzato in piedi, sembrava turbato, rabbuiato in volto, qualche brutto pensiero deve avergli attraversato la mente. Gli ho chiesto: “Che c’è? Qualcosa non va?” Mi ha risposto solo: “Nulla…”, poi mi ha ripreso la mano e me l’ha stretta di nuovo in modo fortissimo. Penso che anche lui percepisse chiaramente tutta la mia incertezza, poi il suo telefono ha squillato, lo cercavano per problemi di lavoro ed è rimasto al telefono per tanto tempo, ha aperto il suo portatile super-tecnologico e si è messo in contatto col suo ufficio. Io l’ho lasciato tranquillo, nel frattempo ho fatto il caffè e gliel’ho portato con qualche biscotto, lui mi ha risposto con un sorriso e io sono andato a preparare un po’ di cena fino alla fine della telefonata.

Quando ha finito si è scusato e io gli ho detto: “Ma ci mancherebbe altro che tu debba scusarti se devi lavorare!” Poi mi è arrivata, come un flash, una domanda che non mi aspettavo, mi ha chiesto: “Perché non ci hai provato con me quando stavamo sul divano?” Mi sono sentito preso in contropiede e ho risposto banalmente: “Perché non vorrei mai che tu potessi sentirti forzato in nessun modo.” Lui mi ha guardato e mi ha detto: “Io ho pensato esattamente la stessa cosa di te…” E ci simo abbracciati strettissimi. Sentire la fisicità di un ragazzo che ti vuole è una sensazione fortissima, non sono parole ma è proprio il suo corpo. L’abbraccio è stato intensissimo, voluto, profondo, era già un modo di essere una cosa sola.

Pensavo che dopo sarebbe stata tutta una strada in discesa ma non è stato così. Lui mi stringeva ma non era veramente felice. Gli ho detto: “Ti vedo sconvolto…” Lui si è staccato da me e mi ha detto: “Devo dirtelo… io sto pensando ad un altro ragazzo, e vorrei che adesso qui ci fosse lui. Io un po’ un discorso del genere me lo aspettavo e gli ho detto: “Beh in una situazione come questa pochissime persone avrebbero la forza di fare un discorso come questo, lo apprezzo moltissimo, perché è un discorso onesto.” Mi vedevo riportato un’altra volta nel ruolo del consolatore, ma non mi sembrava affatto una cosa secondaria. In fondo tra noi si era creato in pochissimo tempo un rapporto di totale chiarezza, che è una cosa più unica che rara. Ma quella chiarezza non aveva messo in crisi nulla, anzi, aveva rafforzato un legame che ormai era dato per scontato da entrambe le parti.

Abbiamo cucinato insieme e la sintonia era perfetta. Sembravamo un équipe chirurgica affiata. Dopo cena mi ha detto che si sentiva stanchissimo, anche se non erano ancora le dieci. Se ne va in bagno e poi si mette al letto, mi chiama, vuole che metta la poltrona accanto al letto e che mi sieda in poltrona, mi dice: “Se vuoi…” Io sorrido e gli dico: “Certo che voglio!” e mi siedo accanto a lui. Ha due occhi meravigliosi, di quelli che ti rubano l’anima. Gli accarezzo i capelli per qualche minuto e lui si addormenta. Evidentemente si sentiva al sicuro e non si sentiva minimamente condizionato. Anche io me ne vado a dormire. In pochissimo tempo il nostro rapporto era diventato importantissimo, io ero contento che lui fosse lì ed era venuto da Milano per me. Pensavo che non avrei dormito per l’affollarsi dei pensieri ma non è successo così e ho dormito benissimo.

Mi sono alzato la mattina alle 7.00 e ho preparato la colazione, poi sono andato a svegliarlo, si è stiracchiato come un gatto e mi ha fatto un bellissimo sorriso. Gli ho detto: “La colazione è pronta!” Si è alzato ed è venuto a tavola in pigiama. A un certo punto mi ha detto: “Non te la sei mica presa per quello che ti ho detto ieri sera?” Io gli ho fatto cenno di stare zitto e di mangiare e lui ha risposto sì con la testa. Io gli dico: “Oggi ti porto al Museo Pigorini all’EUR e penso che ti piacerà parecchio!” Gli spiego brevemente di che cosa si tratta e mi sembra molto interessato. La visita al museo mi ha dato una chiara idea dello spessore culturale di quel ragazzo. Lui è un ingegnere ma sapeva moltissime cose di preistoria, dell’uomo di Neanderthal , delle periodizzazioni geologiche e di mille altre cose. La nostra non è stata una passeggiata di corsa attraverso il museo, ma una visita decisamente attenta e molto selettiva, soprattutto orientata verso il settore preistorico e meno verso quello etnografico.

Siamo rientrati a casa che erano quasi le tre, ma avevamo preso qualcosa da mangiare in rosticceria e il pranzo ha richiesto poco tempo. Dopo è subentrato un momento di reciproco imbarazzo, bisognava rompere il giaccio. Io non volevo fare danni e nemmeno lui, ma poi ha preso l’iniziativa e io non mi sono fatto pregare. Di esperienze sessuali nel vero senso della parola non ne avevo avute moltissime ma un minimo di esperienza ce l’avevo anche io (e anche lui), ma, per quanto mi riguarda, stare con lui era proprio una cosa totalmente diversa, era tutto spontaneo, ci si capiva, non c’era il minimo imbarazzo, insomma con lui stavo “bene” mi sentivo sereno, capito, accettato, importante e lo vedevo a suo agio.

C’è stato però un momento che mi ha turbato profondamente. Quando abbiamo finito lui aveva gli occhi umidi ma non ho osato chiedergli il perché. Il giorno appresso la cosa si è ripetuta, anche se in tono minore, ho provato a esplorare il terreno, lui mi sorrideva, mi accarezzava il volto e non parlava ma i suoi occhi tristi parlavano per lui. Il pomeriggio del terzo giorno ci siamo salutati molto calorosamente ma lui aveva un atteggiamento serio, pensieroso e non voglio dire triste. Gli ho mandato un sms per dirgli grazie e mi ha risposto con una frase che mi ha fatto tremare: “Non so se ho fatto bene. Perdonami.” Ho calcolato i tempi che ci avrebbe messo ad arrivare a Milano e l’ho chiamato. Mi ha detto che era appena arrivato a casa. Io gli ho detto che ero preoccupato per quelle frasi e lui mi ha detto: “Non ti devo illudere, perché ci puoi rimanere malissimo…” Gli ho detto che non sono affatto illuso ma che gli voglio bene, che lui con me è stato onesto al 100% e che non si deve sentire vincolato in nessun modo, perché la sua libertà, per me, è sacra. Ha aggiunto: “Però quando ti ho detto che non stavo penando a te ma al mio ex, beh penso che sia stata come una coltellata per te …” Gli ho detto: “No, è chiaro che continui a pensare a quel ragazzo e che potresti pensare anche ad altri ragazzi, ma non è che ti posso voler meno bene per questo, ti voglio bene per quello che sei e per come mi hai trattato, non mi era mai successo niente di simile …” Lui mi ha risposto: “Beh, però devi tenere conto che non ti posso garantire niente, perché sono un tipo molto volubile…” Gli ho detto che non mi deve garantire proprio niente, ci mancherebbe altro! Alla fine della telefonata mi ha detto che non sapeva se mi avrebbe richiamato e io gli ho risposto: “Se non lo fai tu lo faccio io, basta che tu rispondi…” E mi ha detto: “Su quello ci puoi contare!” e la telefonata è finita così.

Non si è fatto vivo per una settimana e allora l’ho chiamato. È stato contento. Mi ha detto che aveva rivisto il suo ex e che stavano provando a rimettersi insieme. Ma il tono non mi sembrava proprio quello di un ragazzo innamorato, insisteva molto su verbi come provare, cercare di, ma in effetti l’entusiasmo non c’era proprio. Io dovevo guardarmi bene dall’intromettermi nelle sue storie importanti, ma avevo molti dubbi circa il fatto che quelle fossero veramente storie importanti. Comunque mi sono sentito di troppo e mi sono ritirato in buon ordine, non l’ho chiamato per una settimana e poi mi ha chiamato lui, sembrava più sereno, non era imbarazzato dal parlare con me, dava per scontato che il fatto che si fosse rimesso col suo ex non avrebbe mandato in frantumi il nostro rapporto.

Per me la situazione era imbarazzante perché io pensavo che lo fosse per lui e per lui era imbarazzante perché lui pensava che lo fosse per me. Siamo stati a parlare per un paio d’ore, la presenza del suo ex non si avvertiva minimamente. Abbiamo anche scherzato e detto stupidaggini, poi il discorso è tornato sul tono serio e mi ha detto che si era sentito osservato da me quando avevamo finito di fare l’amore e gli veniva da piangere e mi ha detto che gli veniva da piangere perché lui avrebbe voluto fare l’amore in quel modo col suo ex e si sentiva uno che mi stava ingannando e ha aggiunto “come adesso sto ingannando il mio ex, perché non me ne sento più innamorato” Gli ho chiesto: “E allora perché ti ci sei rimesso?” E lui mi ha risposto: “Lui ha insistito tantissimo e non sono stato capace di dirgli di no, e adesso si è illuso un’altra volta e io lo sto imbrogliando.”

Gli ho chiesto: “Ma tu che cosa vorresti?” e mi ha detto che vorrebbe che il suo ex fosse come me, la qual cosa mi ha inorgoglito molto ma mi ha anche frenato molto. Lui ha continuato a stare col suo ragazzo col proposito di poterlo cambiare almeno un po’ dall’interno. Con me il contatto non si è mai interrotto, ma non è venuto a Roma fino al Natale successivo, in pratica per 10 mesi, e io non sono andato a Milano, o meglio, ci sono andato per lavoro, ma sono andato in albergo senza dirgli nulla, per non intromettermi nei suoi progetti sentimentali. L’11 Dicembre mi chiama e mi dice: “Domani vengo da te… “ Io capisco che cosa vuol dire quella frase, provo a chiedergli che cosa è successo, ma mi risponde. “Non fare domande, ci vediamo domani, arrivo col treno delle 11.00.”

Vado a prenderlo in stazione, vorrei portalo a pranzo fuori ma mi frena: “No! Andiamo a casa!” Una volta dentro, mi abbraccia strettissimo e mi dice: “Mi mancavi tanto!” Il resto te lo puoi immaginare. Da allora sono passati quasi 4 anni. Lui sta cercando di trasferirsi a Roma ma non è facile. Un fine settimana vado io da lui e uno viene lui da me. Vivendo insieme con lui posso dire che mi sembra di vivere una favola e nello stesso tempo una situazione di normalità totale. Noi non siamo una coppia convivente, siamo conviventi ma non siamo una coppia, semplicemente ci vogliamo bene, tra noi non ci sono vincoli, finché funziona tutto da sé, ok, altrimenti continueremo a volerci bene in un altro modo. Mi fermo qui. Se vuoi, metti nei siti questa mail, gliel’ho fatta leggere e quando ha finito di leggere mi ha detto che non devo mitizzare e mi ha dato un bacio in fronte.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post, aperta sul forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6956

NON SOLO SESSO GAY

Caro Project, il Forum purtroppo è abbandonato ed è un peccato. Per me è stata un’esperienza molto importante, ma sono passati già diversi anni. Sarebbe bello si ci fosse una ripresa, ma la vedo difficile. Vedi tu se pubblicare questa mail, che è il frutto delle mie ultime esperienze. Ho imparato a mie spese che fidarsi dei cosiddetti bravi ragazzi qualche volta è rischioso, e poi bravi ragazzi in che senso? Che parlano pulito, cioè parlano poco di sesso e salvano la faccia perché hanno imparato in famiglia l’arte dell’ipocrisia? Insomma ho imparato a non fidarmi dei bravi ragazzi e questa tendenza a non fidarmi piano piano si è allargata e ho cominciato a non fidarmi di nessuno, come puoi ben capire, meno che mai dei ragazzi che non hanno nemmeno l’apparenza dei bravi ragazzi e il risultato è stato che praticamente ho fatto il vuoto intorno a me. Non sono andato incontro a disillusioni ma penso di essere stato io una disillusione per i ragazzi che ho incontrato, o almeno per qualcuno di loro. Penso di aver distrutto i sogni più o meno irrealistici di alcuni ragazzi più ingenui di me, ma forse col tempo sarebbero stati loro a distruggere me. Con uno di loro però le cose sono andate in modo diverso. È un bel ragazzo, ma relativamente, non è più giovanissimo e d’altra parte non lo sono nemmeno io, perché ho 32 anni, ci conoscevamo da parecchi anni, quando aveva 18 anni era bellissimo e confesso che mi affascinava, ma poi piano piano ha perso il fascino della prima giovinezza, è ancora un bel ragazzo e non mi è indifferente nemmeno adesso ma non è l’attrazione fisica, o forse non è soprattutto l’attrazione fisica che mi ha portato a non perderlo di vista. Lo chiamerò qui Sergio. Sergio ha due caratteristiche peculiari assolutamente uniche, è intelligente in un modo che mi stupisce, direi in un modo non standard e tutto suo, ha una mente autonoma, non dipende dal giudizio degli altri ed è radicalmente onesto, non guarda la forma e ti dice anche brutalmente quello che pensa. Ha passato periodi molto brutti di depressione poco dopo i vent’anni e poi piano piano ne è uscito ed è arrivato a conquistarsi i suoi spazi esclusivamente studiando e lavorando in modo serissimo. Diversi anni fa avevamo provato a metterci insieme, l’idea allora mi attirava molto. Abbiamo avuto una relazione molto complicata per qualche anno, ma era una relazione che per me era soddisfacente solo a metà. Potevo avere tutto il sesso che volevo ma avevo la chiara sensazione che per lui l’affettività non avesse assolutamente senso. Mi aveva raccontato tutta la sua vita, anche gli aspetti più problematici, di me si fidava, mi aveva preso sul serio fin dall’inizio e tra noi esisteva comunque un legame che andava oltre il sesso, io lo chiamo il legame della chiarezza, dell’accettarsi reciprocamente per quello che si è. Io non sono affatto quello che si dice un bel ragazzo, a stento sto nella media e se lui ne avesse voluti trovare meglio di me ne avrebbe trovati centomila. Di altri ragazzi ne ha avuti ma non mi ha mai messo a da parte e non mi ha mai imbrogliato, mi diceva che stava con me solo per il sesso, probabilmente per non illudermi, anche se le cose non stavano esattamente così. Noi ci siamo sempre capiti e, questo può sembrare incredibile, non abbiamo mai litigato. I nostri rapporti erano estremamente elastici ma non si interrompevano, non abbiamo mai avuto rapporti travolgenti, di quelli che ti sconvolgono la vita, abbiamo parlato poco, nessuna retorica dei sentimenti  e nemmeno del sesso, malinconia tanta, e anche sconforto profondo, ma tra noi non c’era il rischio di fraintendersi perché si parlava sempre molto chiaro anche se si parlava poco. Certe volte ci vedevamo a intervalli di due mesi o più e praticamente ogni volta che ci vedevamo finivamo a letto insieme. Credimi, Project, non era mai una cosa stupida, era anche quello un modo di comunicare. L’ho visto piangere tante volte quando i ragazzi in cui aveva creduto finivano per lasciarlo senza spiegazioni. Io gli dicevo spesso di no ma lui non si faceva demolire da me, perché sapeva che gli volevo bene. Mi sono sempre chiesto perché Sergio avesse scelto proprio me, perché si fosse fidato proprio di me. Penso che il motivo fosse perché l’ho sempre considerato uno come si deve. Lo stimo profondamente come uomo e poi penso che se uno sceglie di vivere il sesso con una persona, ma non come un rito o come una cosa qualunque ma come un modo di essere veramente se stesso, vuol dire che istintivamente ci trova qualcosa di compatibile. Il sesso è stato un mezzo per conoscersi meglio, per mettersi reciprocamente alla prova, per arrivare a capirsi in modo più profondo. Noi abbiamo due modi molto diversi di vivere il sesso, lui è molto più focoso e passionale dei me, mentre io, anche se praticamente ho la sua età, ho tempi più lunghi e qualche volta ho anche problemi sessuali. Lui con me ha paura di esagerare e io di deludere ma alla fine non è la prestazione che conta ma il condividere la propria sessualità con una persona di cui ti fidi, il sapere che puoi essere te stesso fino in fondo. Ecco questa è l’espressione giusta: ci fidiamo uno dell’altro. Onestamente non mi sono mai sentito giudicato da lui ma rispettato e capito sì. Col passare degli anni la fiducia reciproca è aumentata, io ho imparato ad essere meno frenato nel sesso e lui ha cominciato a dare anche un senso affettivo alla sessualità, in qualche modo ci siamo venuti incontro. Non ha senso dire che è il mio ragazzo, lui non è di nessuno, però ci vogliamo bene, ormai su questo non ho più dubbi, abbiamo entrambi bisogno di rassicurazioni e le troviamo uno nell’altro. Qualche volta gli ho detto di no e qualche volta ha detto di no lui a me, ma non erano comunque rifiuti della persona. Sapevamo entrambi che quei no non avrebbero distrutto nulla e che il nostro rapporto non sarebbe venuto meno comunque. Lui è generoso, non impositivo, non drammatizza le situazioni ma cerca di alleggerirle, di non preoccupare di non pesare mai negativamente. Non solo non dà la colpa agli altri, ma tende a sentirsi responsabile anche di cose che non dipendono da lui. Lui sa che io ci sono e che continuerò ad esserci comunque e io so che non lo perderò. Oggi, se penso ai modelli di coppia che avevo in mente, mi viene da sorridere. Io voglio bene a Sergio e so che lui mi vuole bene. Se ha bisogno di stare anche con un altro perché devo dirgli di no? Io so che non lo perderò comunque. Mi sentirei geloso se qualcuno me lo portasse via, ma sono passati tanti anni e siamo ancora qui, segno che era una cosa seria. Quanto al problema delle malattie sessualmente trasmesse, lui è informato e sa quello che fa e quello è il motivo per cui qualche volta mi ha detto di no, perché anche se è prudente, se ha un dubbio anche piccolo, prima di venire da me vuole fare il test. Questo, secondo me, è serietà nel senso profondo del termine. Certe volte giochiamo come due ragazzini, ma quando parliamo di cose serie mi fido di lui più che di me stesso e ho il piacere di avere un uomo intelligente vicino che mi vuole bene e questa è una bellissima sensazione che ho provato solo con lui. Di altri ragazzi posso dire che su alcune cose li temevo, di lui invece non ho mai avuto paura, sapevo che da lui non mi sarei mai potuto aspettare niente di male, né per cattiveria né per stupidità. Più passano gli anni  più i nostri cammini si avvicinano. Lui ha bisogno della sua libertà, ed è giusto che ce l’abbia. Quando ci vediamo è bello avere la conferma che non è cambiato nulla e che il piacere di incontrarsi è reciproco. C’è una frase che adesso gli piace sentire: “Sto bene con te!” In altri tempi questa frase lo avrebbe messo in allarme, come se quello fosse un tentativo di mettergli dei limiti, dei paletti, di limitare la sua libertà, di dirgli: “Ti voglio bene … però devi essere come dico io …”. Adesso sa che io non mi illudo di creare una “coppia da manuale” e non ha più paura di quelle parole e quindi le prende nel senso più semplice e diretto. I primi tempi avrebbe accettato qualsiasi cosa a livello sessuale ma non avrebbe accettato una carezza per la stessa ragione per la quale non voleva sentire l’espressione “Sto bene con te!”, ma adesso non è più così, c’è il sesso, certo, ma c’è anche qualche momento di tenerezza, se gli accarezzo il viso o la barba è contento, capisce che è “solo” un gesto di tenerezza e che non ci sono secondi fini di nessun genere, che non mi sto innamorando di lui nel senso che potrei pretendere qualcosa da lui in cambio. Vedo un cambiamento nel nostro rapporto, che probabilmente è dovuto al fatto che non siamo più due ragazzini e che cominciamo a dare valore proprio al fatto di esserci l’uno per l’altro. Io lo considero un punto di riferimento essenziale in tante cose, proprio perché ha punti di vista anche molto lontani dai miei, ma è equilibrato e di estremo buon senso. Se mi dice una cosa vuol dire che è frutto della sua esperienza, non del sentito dire. Non parla a vanvera, se mi deve dire qualcosa che crede lontano dal mio modo di ragionare, premette che quello è solo il suo modo di vedere in quel momento. Mi piace molto quando mi prende in giro e mi fa la parodia, perché dopo scoppia in un sorriso divertito e si comporta come un ragazzino. Non si atteggia e ne avrebbe l’occasione e la possibilità, ma non lo fa. Quando è sereno mi trasmette serenità, so di potermi fidare di lui. Se non avessi conosciuto il forum di Progetto non avrei mai capito il senso del rapporto con Sergio, sarei rimasto dipendente dal concetto classico di coppia tipo matrimonio e in nome di quel concetto avrei rifiutato un rapporto come quello che ho con Sergio, che invece da tanti anni ormai è un po’ il centro della mia vita. Io so che lui c’è e che mi vuole bene e so che non lo perderò. Ultimamente ho avuto la tentazione di spingere il nostro rapporto verso un modello di coppia più classico ma, se ci penso bene, un’idea del genere mi sembra proprio malsana, lui ha bisogno della libertà come dell’aria, deve fare la sua strada qualsiasi essa sia. Il nostro rapporto non verrà meno comunque. Nei primi tempi c’era una cosa che di lui non sopportavo e cioè la tendenza a non programmare nulla e ad agire sempre e solo in modo estemporaneo, lui mi diceva che non voleva creare regole o abitudini. Io sono sempre stato molto portato a programmare e a organizzare le mie giornate e mi sentivo scombussolato dal non poter mai progettare nulla che lo coinvolgesse. Quando mi salutava non mi diceva mai quando ci saremmo rivisti e poi mi telefonava o mi veniva a trovare nei momenti più incredibili del giorno e della notte. Prima non capivo questi atteggiamenti. Lui mi diceva: “Vengo da te quando ne sento il bisogno e sono cose che non si possono programmare!” Adesso questo modo di ragionare mi è divenuto familiare e comincia a piacermi. Mi sono chiesto che vuol dire volersi bene e lo vorrei capire senza farmi abbagliare da miti e da favole di vario tipo. Penso di aver perso fin troppo tempo a correre appresso alle farfalle e a svalutare quello che invece esisteva e che avevo davanti agli occhi praticamente ogni giorno. Il ragazzo da copertina innamoratissimo di me e io di lui, diciamocelo chiaro: sono solo frottole, se cerchi una cosa così, puoi cercare tutta la vita e non ne troverai uno che ti stia bene veramente. La coppia come simbiosi perfetta o come idea della fusione perfetta degli spiriti è la tipica balla da romanzetto da quattro soldi. Non ho mai trovato principi azzurri. Sergio non è il mio principe azzurro e non è nemmeno il mio ragazzo, nel senso classico del termine, ha i suoi difetti ma ha paure i suoi pregi, non devo dimenticare né gli uni né gli altri e poi io che cosa gli potrei proporre? L’amore eterno? Ma sarebbe ridicolo. Noi ci vogliamo bene ma restiamo due persone diverse, che hanno dei punti in comune ma non vivono comunque la stessa vita, siamo due e resteremo due. Che cosa dovrei pretendere da lui: la fedeltà assoluta? E in nome di che cosa? Perché dovrei limitare la sua libertà, quando non so se io sarei capace di garantirgli la stessa fedeltà. Una cosa sola posso chiedergli e cioè che sia onesto con me e che mi dica quello che pensa veramente, perché non sopporterei di essere ingannato, o forse sopporterei anche quello, non lo so, magari in certe circostanze non lo sopporterei ma in altre sì. Dovrei pretendere la sua presenza costante? Ma anche qui mi chiedo: in nome di che? Posso chiedergli se mai di non fingere, nemmeno per evitare di farmi stare male. Perché dovremmo essere una coppia? Noi non sappiamo che cosa siamo ma stiamo bene anche così, o almeno, quando ci vediamo, il che accade piuttosto di rado, siamo contenti di incontrarci… dovrei pensare che questo è poco? Ma non è poco per niente, se è vero! Volersi bene non vuol dire stare sempre appiccicati, ma avere il picare di rivedersi quando ci si rivede. Sergio non è il mio mito vivente, noi ci vogliamo bene ma in modo molto semplice, molto spontaneo, senza impegni e senza condizioni. Noi non dobbiamo mettere al mondo figli, ci vogliano bene in modo istintivo, perché è una cosa che viene da sé. A lui ci penso spesso, so che durerà, ma non posso fare altre previsioni. Non ha senso cercare di porre dei paletti al futuro e nemmeno cercare di prevederlo. Un affetto transitorio non è meno importante di una relazione che si tiene in piedi per dovere o per forza. La transitorietà nulla toglie alla serietà dei sentimenti, se quei sentimenti sono veri. Io e Sergio ci conosciamo a fondo e ci fidiamo uno dell’altro, certe volte la sua presenza mi manca ma non lo devo assillare, deve seguire i suoi tempi e i suoi ritmi, magari passerà tempo ma poi ci riabbracceremo e non sarà affatto una cosa banale né per lui né per me.

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GAY E MORALE SESSUALE

Ciao Project!
Dai, non ti dico le solite cose, se questa mail la mando a te vuol dire che mi aspetto una risposta e penso che ci sarà. Ho 33 anni, mi piace progetto, ma mi sento molto, o almeno abbastanza diverso dai ragazzi di progetto, nel senso che sono molo più libero, penso almeno, poi non lo so, però in pratica, diciamo dai vent’anni in poi, ho avuto tante esperienze, proprio di tutti i generi, che nemmeno te le puoi immaginare, tranne che con le ragazze che per me non esistono proprio, ma diciamo che in campo gay le ho passate proprio tutte, dai coetanei agli uomini molto più grandi di me, sono stato spessissimo sulle chat erotiche gay più famose e ho giocato molto con quelle famose ap. Ho beccato tanti due di picche, frustrazioni, certe volte vere disperazioni vedendo ragazzi di cui ero innamorato che non erano coinvolti da me. All’inizio ho tenuto anche comportamenti a rischio quasi per fare una roulette russa con la morte, poi mi è capitato di venire a sapere che uno di quelli coi quali avevo fatto sesso non protetto era positivo e ho vissuto momenti di angoscia profonda e ho capito quanto un comportamento di sfida come il mio fosse da perfetto imbecille e così ho cominciato a fare sesso sempre in modo protetto. La paura fa rinsavire più dei discorsi e delle prediche che non ho mai sopportato. Oltre che a fare SEMPRE sesso protetto, ho imparato anche altre cose: prima di tutto che le persone le puoi valutare solo dai comportamenti e non dalle parole. Quelli che chiacchierano troppo fin dal primo incontro e che usano parole grosse e lodi sperticate sono i più subdoli e i più falsi, perché mentono sapendo di mentire, ti dicono che sono innamorati e, dopo che sono andati a letto con te, spariscono e non li senti più. Io ho rimorchiato ragazzi dappertutto, specialmente quando stavo peggio, il sesso mi piace, ma ci vedevo anche altro, cioè la mia affettività, per quanto frustrata e in un certo senso patologica, esisteva, e per questo ci stavo male quando le cose non funzionavano, ma ho trovato spesso, specialmente tra quelli over 40 e peggio ancora over 50 una totale anaffettività. Per loro andare a caccia di ragazzi era una specie di collezionismo ad affettività zero, ed erano anche uomini sposati. Però non è questione di età o di categorie perché ho trovato anche sessantenni che hanno fatto sesso con me ma in un altro modo, non da padrone ma da amico di buon senso, disposto a mettersi da parte, senza sparire, quando io mi innamoravo di un coetaneo. Tra coetanei c’è più competizione e con loro ho provato le peggio delusioni, nel senso che spesso vedono il sesso non come una cosa che si fa in due in privato, ma come una cosa da ostentare con gli amici, un po’ come succede agli etero che si vantano di avere rimorchiato una bella figa, tra gay è lo stesso. Io poi cerco un ragazzo per stare con lui, non per passare le serate coi suoi amici in locali di vario genere. Ho pochi amici e tra i miei amici ci sono in pratica tutti i miei ex che non sono spariti. Io non vado più a letto con questi ragazzi, o forse ci vado ancora qualche volta ma molto di rado, però con loro ho un rapporto, cioè siamo amici, ogni tanto ci sentiamo, cioè nella mia vita sono una presenza stabile. Adesso piano piano mi rendo conto che il sesso, per me, è un modo di esprimere un bisogno affettivo, se non c’è almeno un po’ di rispetto e un minimo di contatto affettivo io i ragazzi li caccio a pedate, è successo più volte. Una volta sono andato con uno che mi piaceva in un motel, ma lui ha cominciato a fare il deficiente in un modo così irritante che mi sono rivestito e me ne sono andato e lui pensava che io fossi innamorato di lui e voleva essere il padrone! Io in genere piaccio agli uomini, ma non a quelli che piacciono a me, questa frase penso di averla letta da qualche parte nel forum, ma direi che chiarisce bene quello che mi capita. Ormai sono talmente abituato al copione classico del seduttore gay che come ne vedo uno che comincia su quei toni lo mando sonoramente a quel paese. Mi piacciono a livello umano solo quelli che parlano chiaro. Se vuoi solo fare un po’ di sesso basta che lo dici prima, poi se mi va e se non c’è di meglio ci posso pure stare ma senza illudermi, cioè tanto per fare qualcosa. Non sopporto gli sbruffoni, quelli che si presentano con la bella macchina presa in prestito da qualche altro, quelli che ragionano in termini di portafoglio e si vogliono sentire padroni. Poi c’è una buona percentuale di fissati, di gente che sa dire solo parolacce e bestemmie ed è incapace di mettere tre parole di buon senso una appresso all’altra. Tu puoi capire che vuol dire andare a letto con uno così, e mi è successo, non lo mandi a quel paese solo perché ti fa pena. Insomma, Project, ne ho fatte proprio di tutti i colori. Mi è capitato perfino di fare sesso con un ragazzo in sedia a rotelle. Non pensavo che ci sarei riuscito, gli avevo detto prima che non ero innamorato di lui ma lui ha detto che lo sapeva ma che avrebbe voluto farlo lo stesso e lo abbiamo fatto, era un ragazzo molto intelligente, dopo mi ha detto che per lui era stata una cosa importantissima, un modo di essere accettato veramente. A distanza di tre anni siamo rimasti amici. Quello che non tollero è essere trattato come la puttana di turno. Tu vuol fare sesso con me, se a me sta bene, ok, altrimenti te ne vai, e poi certi uomini sposati vogliono fare sesso senza preservativo e io gli dico: Guarda che io voglio bene a tua moglie più di quanto gliene vuoi tu! E loro mi guardano strano e io gli dico: Perché io non metto a rischio tua moglie e nemmeno me stesso, ovviamente, io non sono stupido e senza preservativo non se ne parla proprio. Non sopporto gli uomini sposati che cercano i gay quasi per confessarsi dei tradimenti fatti alle mogli, perché hanno bisogno di qualcuno che li incoraggi a continuare a tradire la moglie e a tenere un piede in due scarpe. Uno l’ho proprio messo in crisi, gli ho detto: Se non te la senti di stare con tua moglie separatevi, ma non la imbrogliare, perché è proprio quello che stai facendo! Lui è stato malissimo e si è messo a piangere, probabilmente era il primo tradimento, e l’ho riaccompagnato a casa sua. Poi ci sono gli ipocriti che “dopo” che hanno fatto sesso con te, ti dicono che loro non volevano ma tu in un certo senso ce li hai portati in modo viscido e insinuante. Io dico: Ma, bello, nessuno ti ha costretto! La gente non vuole i rapporti di coppia, le cose di lunga durata con tanto di convivenza, no! Impegni non ne vuole nessuno. Sesso, ma senza altre cose, senza “altri impicci” come dicono loro. Ne ho conosciuto uno che si riteneva un maestro di sesso! Sì, hai capito bene, pensava di poter insegnare agli altri che cosa è il sesso, ma era una cosa da sbellicarsi dalla risate, io gli ponevo un sacco di problemi assurdi, fingendo di essermi innamorato di una ragazza, e lui mi diceva che lo aveva capito subito che ero bisex (io, MAI!!), gli davo spago e lui partiva coi paroloni, tutto in linguaggio da psicologo rifinito, ma non si rendeva nemmeno conto che lo stavo sfottendo. Poi gli ho detto di farmi vedere qualcosa di sessuale in concreto e lui ha cambiato subito discorso e ha cominciato a dire che era tardi e che doveva andare. A uno gli ho proprio spaccato la faccia, eravamo in un motel e lui voleva farmi fare una cosa che a me non andava affatto. Gli ho detto: No! Questo no! E lui prima ha cominciato a minacciarmi e già mi stavano girando le scatole, poi ha provato a costringermi con la forza, perché era più grosso di me. Io gli ho dato una ginocchiata violenta nei testicoli che deve avergli fatto malissimo e lo avrei fatto nero ma non l’ho fatto perché mi è suonato il telefono, e allora l’ho piantato lì. Forse il più viscido di tutti è stato uno che si è avvicinato in una maniera subdola, io sospetto che fosse un prete, ma oggettivamente non lo so, certo non era uno di primo pelo nei siti di incontri. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare e lui faceva l’amico e io gli ho dato retta e gli ho presentato i miei amici. Lui a me diceva che era innamorato di me, poi uno dei miei ex mi chiede: Ma chi è quel tipo? Perché guarda che ci sta provando con tutti e dice che tu sei un povero stronzo che non capisce un cazzo. E allora la prima sera che siamo usciti con gli amici l’ho affrontato in modo diretto davanti a tutti e gli ho detto: Me è vero che ci provi con tutti? Lui pensava che fosse una cosa scherzosa, ma gli altri lo hanno sputtanato tutti alla grande! E gli hanno ripetuto tutte le calunnie che aveva detto su di me. Alla fine lui ha detto che eravamo un branco di cani che saltano addosso al primo che capita, però, dopo, è sparito e non si è più fatto vedere. In queste situazioni capisci di avere degli amici veri. E adesso vengo al punto, uno dei miei amici, un mio ex, mi sa che si sta innamorando veramente di me. Scherza poco, sta sulle sue, mi sta a sentire, sorride e non fa chiacchiere, certe volte, magari a distanza di settimane, parlo con lui anche per un’ora e mi sento a mio agio. Lui sa benissimo che genere di vita faccio e non si fa avanti, però mi rispetta. In realtà quando stavamo insieme per me aveva un po’ un doppio ruolo, un po’ era il mio ragazzo e un po’ era il fratello che non ho mai avuto, tra noi c’era complicità, poi ci siamo lasciati perché io pensavo che lui non fosse innamorato di me, ma probabilmente all’epoca non ero capace di capire veramente queste cose. Io mi rimetterei con lui ma non so se lui starebbe mai con uno come me. Che devo fare, Project? Penso che stasera ci parlerò chiaro.
Ci ho parlato! Non se l’aspettava ma era visibilmente contento, mi ha solo detto: Sarei contento e molto, ma vediamo come va, in ogni caso ti vorrò bene comunque.

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AMORI GAY INDUSTRIALI

Caro Project,
parto dall’inizio, ho quasi 27 anni, ho sempre saputo di essere gay e la cosa per me è stata naturale, mai nessun problema e mai nessun dubbio. I problemi non li avevo io, ma li avevano gli altri e io non potevo che pagarne le conseguenze. Non sono mai stato bravo a scuola e ho sempre avuto parecchi complessi anche per questo, però forse questo mi ha aiutato e ha convogliato l’attenzione dei miei genitori sui problemi scolastici, evitando che si concentrasse sul fatto che non avevo ragazze intorno. Dopo la maturità ho fatto un corso semestrale molto specialistico e lì me la sono cavata piuttosto bene, anche meglio degli altri ragazzi. Alla fine del corso mi hanno chiamato per un colloquio in una grossa azienda, e contro ogni mia aspettativa mi hanno preso. I miei genitori erano contrari perché sarei dovuto andare fuori della mia regione in un posto molto lontano e il salario era basso e mio padre mi avrebbe dovuto pagare un alloggio vicino all’Azienda. Comunque poi mio padre ha finito per dirmi di sì e sono partito.

Avevo compiuto ventidue anni da qualche mese e mi sentivo finalmente libero, ma ero anche molto spaventato, ho fatto un tirocinio di sei mesi e mi hanno confermato a tempo indeterminato. Il salario reale era meglio di quello che mi aspettavo e poi non avevo spese, perché dal lunedì al sabato, a pranzo, mangiavo in Azienda, ma siccome la produzione era a ritmo continuo, c’era la mensa anche per la cena, e anche la mattina per la colazione, ma la cena e la colazione le dovevo pagare, ma costavano veramente poco e non erano niente male. Insomma, dopo tre mesi, ho detto a mio padre che ce la facevo a pagarmi l’alloggio da me e che non avrebbe più dovuto farmi il bonifico mensile, perché i miei non sono affatto ricchi.

Mi sono messo in giro per cercare una casetta in affitto, anche un buco ma che doveva essere solo mio, ne ho trovato una non vicinissima all’Azienda, più o meno un chilometro e mezzo, a piedi 35 minuti di buon passo, ma era una casetta singola con un pezzettino di orto di non più di 400 mq. Appena ho potuto, anche rimettendoci a quattrini, ho lasciato la stanza che avevo affittato e mi sono trasferito. Avevo scoperto che in Azienda si poteva dare la disponibilità per fare turni di lavoro straordinari, io non avevo carichi di famiglia e con gli straordinari riuscivo non solo a pagarmi la casetta ma anche a mettere un po’ di soldi da parte e a fare qualche spesa extra (macchina fotografica, e con qualche sforzo un PC nuovo).

Mi sentivo un re, ma ero solo. Ovviamente in Azienda avevo cominciato a guardarmi intorno, come fanno tutti i ragazzi gay, a caccia di altri come me, ma francamente erano tutti molto più grandi di me, tutti o quasi sposati con figli. Nel reparto dove lavoravo io, il più giovane dopo di me aveva 36 anni, era pelato e aveva la pancia che gli usciva fuori della cinta e probabilmente era pure etero. Nel reparto si lavorava e non si perdeva tempo, io cercavo di fare del mio meglio. Vedevo che i capi qualche volta rimproveravano qualcuno degli addetti che aveva fatto male il suo compito, ma a me non mi rimproveravano mai.

Un giorno però viene da me il Capo turno e mi dice che so fare il mio lavoro e che lo faccio bene. Io mi sento molto incoraggiato. Nel settore affidato a me avevo notato che una delle macchine che io conoscevo meglio non era impostata nel modo migliore e che c’erano delle operazioni che, con quelle impostazioni richiedevano molto più tempo e molto più intervento umano di controllo. Mi viene in mente che ci potrebbe essere una soluzione, lo dico al Capo turno che però non mi prende troppo sul serio e mi dice solo che ne parlerà con l’ingegnere responsabile dell’automazione. Io penso che me lo abbia detto tanto per dire una cosa e penso che la storia sia finita lì.

Due giorni dopo viene da me il Capo reparto e mi dice che l’Ingegner Bordin (nome modificato) vuole parlare con me a fine turno. Io mi sento molto gratificato, a fine turno mi lavo bene le mani e la faccia e vado in Amministrazione. L’ambiente è lussuoso ma senza esagerare, trovo lo studio dell’Ingegnere, la segretaria, una signora sui 55, mi dice che l’Ingegnere arriverà a minuti e mi fa accomodare nella stanza. Mi sento intimidito, c’è un computer acceso con dei disegni di linee di produzione e faldoni di carte dappertutto. Dopo neppure 5 minuti arriva l’Ingegnere e qui mi prende un infarto, io mi aspettavo uno anziano e invece è un bellissimo ragazzo che secondo me non ha nemmeno trent’anni, mi sorride subito, mi dà la mano, una bella mano calda e forte e poi mi dice che il Capo turno gli ha detto che si potrebbe modificare il settaggio di una macchina industriale e che glielo avevo proposto io, e mi chiede di che si tratta. Io cerco di spiegarglielo, ma è evidente che sono cose delle quali lui non capisce nulla.

A un certo punto mi chiede: “Ma lei è sicuro di quello che dice?” Io gli dico che penso di esserne abbastanza sicuro ma che bisognerebbe fare una prova, cioè bisognerebbe resettare la macchina nel nuovo modo e vedere che cosa succede facendole fare le lavorazioni che fa adesso, per vedere se è in grado di fare tutto in automatico. Lui mi chiede quanto potrebbe durare la prova, gli dico: “Al massimo 10-15 minuti”, lui mi dice di fare la prova e di fargli sapere se la cosa funziona, se il Capo reparto fa storie devo dirgli che sono stato autorizzato da lui. Aggiunge che devo fargli avere quanto prima una relazione sull’esito della prova, poi mi sorride, mi dà la mano e mi congeda.

Mi precipito dal Capo reparto che apre le braccia e mi dice: “Vabbe’, però interrompiamo la linea per il tempo minore possibile.” Restiamo d’accordo che avrei fatto la prova tra le 3.00 e le 3.30 della notte, quando l’impianto funziona a regime più basso, tutto per minimizzare gli effetti provocati dall’interruzione della linea di produzione. Io torno a casa, mi studio tutti i manuali tecnici, scrivo il programma di resettaggio, rileggo i programmi decine di volte, monto il simulatore sul mio PC e procedo ad avviare l’esecuzione standard del pezzo. Sembra che tutto funzioni alla perfezione. Carico il programma sulla pennetta e mi metto a scrivere la relazione per l’Ingegnere, dando per scontato che tutto funzionerà come previsto anche sulla macchina vera. All’una e trenta di notte esco dalla mia casetta e vado in Azienda. Do il segnale di fermo della produzione per 15 minuti, “causa manutenzione” alle 3.05 in punto. Carico il programma di resettaggio, inserisco un pezzo da lavorare e alle 3.09.10 il pezzo esce dalla macchina perfetto, addirittura migliore anche a occhio rispetto a quello che si otteneva con la vecchia procedura.

Lascio la macchina con il mio settaggio e alle 3.12.00 riavvio il ciclo di produzione. Prendo un pezzo fatto con la vecchia tecnica e quello fatto con la nuova sul quale metto una goccia di vernice rossa. Poi torno a casa, completo la relazione. In pratica coi nuovi settaggi il tempo si riduceva da 7 minuti e 10 secondi a 4 minuti e 10 secondi e non compariva sul pezzo nessun segno di discontinuità di lavorazione. Torno a casa sfinito ma contento. La mattina alle 7.00 inizio il turno. Vado dal Capo turno, gli dico che ho fatto la prova e che è andata bene, mi risponde che ha visto una velocizzazione della linea e mi dice che ho fatto un buon lavoro. Gli chiedo se posso andare dall’Ingegnere, lui mi dice di sì e io vado.

L’Ingegnere non c’è ma la segretaria lo chiama al cellulare e mi dice di accomodarmi e di aspettare. Arriva dopo pochi secondi, mi sorride, mi dice che è contento di vedermi e mi informa che il Capo turno ha rilevato un’accelerazione di linea quasi del 7%. Gli do la relazione, la sfoglia più che leggerla, poi mi offre un caffè. Temo che mi chieda qualcosa sulla scuola, ma non lo fa, si fa portare due caffè e prendiamo il caffè insieme, poi parliamo un po’, mi chiede da quanto tempo sto in Azienda, dove abito, dove ho lavorato prima, come mi trovo coi colleghi di lavoro, io mi azzardo a girare a lui le stesse domande e mi risponde in tono molto amichevole, si fida di me, mi dice che ha 29 anni, che sta in Azienda da tre anni ma che è molto stressato dal lavoro, non accenna a moglie o figli né a fidanzate, forse quelli sono discorsi troppo personali, poi mi chiede il numero di cellulare, lo scrive sulla mia relazione tecnica e la mette nel cassetto. Poi mi dice che gli dispiace dovermi rimandare al reparto perché si vede che sono un bravissimo ragazzo e mi congeda con una stretta di mano più forte e più calda del solito e che dura qualche istante di più del previsto. Io torno in reparto tutto gasato.

Il Capo turno mi chiama e mi chiede se mi intendo anche di un’altra macchina a controllo automatico, mi spiega che si sono dei problemi che non sono mai stati risolti, e mi dice che, quando ho tempo, potrei dare un’occhiata anche a quella macchina . Gli dico che va bene.

Project non vado oltre nel raccontare i dettagli, in tempo di due mesi tutte le macchine a controllo automatico sono state resettate e riprogrammate per ottimizzare la produzione, i tempi si sono ridotti quasi del 20% e lo standard di produzione è migliorato. Siccome sono giovanissimo, rispetto ai loro standard, i colleghi non mi guardano con invidia e i capi mi incoraggiano molto. Sono stato dall’Ingegnere quattro volte in un mese e si è creata una simpatia reciproca molto particolare, solo che lui è un dirigente e in Azienda c’è molta gerarchia e le regole bisogna rispettarle.

Be’, però una sera, dopo poco più di due mesi dal nostro primo incontro mi chiama al telefono dandomi del lei, io penso che sia per questioni legate alle macchine, ma non è così, parla di altre cose, della vita che non soddisfa, del lavoro che disillude e stressa, del tempo che passa, io penso ad ogni momento che finiti i preamboli comincerà a parlarmi di lavoro ma non succede. Stiamo al telefono più di un’ora, poi mi chiede: “Possiamo darci del tu? … Però solo fuori Azienda, se no sembra strano.” È una richiesta che fa accendere molte lucine nel mio cervello! Io gli rispondo che va benissimo, lui mi dice che si chiama Stefano e io gli dico che mi chiamo Dario. Lui mi fa: “Grazie, Dario, è stato veramente un piacere parlare con te stasera, tu hai il mio numero, se mi chiami mi fa piacere, non te lo dimenticare!” Dice queste cose con voce molto esitante e questo mi fa una grande tenerezza. Io gli dico. “Grazie, Stefano, mi farò vivo a breve, ci puoi contare!”

Quando chiudo il telefono mi brillano chi occhi, è evidente che Stefano è gay e che tra noi si è creato un feeling speciale e poi è un bellissimo ragazzo, non mi mette in soggezione per niente, anzi è lui che si sente in imbarazzo con me.

Lui sapeva i miei turni di lavoro e io i suoi, e in Azienda non ci incontravamo mai, perché poteva essere imbarazzante per tutti e due, ma dopo un altro mesetto, eravamo arrivati al punto che ci sentivamo tutti i giorni e ci vedevamo un giorno alla settimana, quando eravamo liberi tutti e due. Io prendevo il pullman di linea e andavo nel secondo paesetto verso monte e lui arrivava lì in macchina, parcheggiava e si andava in giro per i boschi, poi la sera mi riportava a casa in macchina. È stato proprio in una di queste passeggiate che siamo arrivati a parlare chiaro, è stato tutto molto più facile di come lo avevo immaginato. Gli ho detto: “Beh, mi sa che comincio io … io sono gay e penso che mi sto innamorando di te…” Lui mi guarda e sorride con un sorriso larghissimo, poi mi dice: “Lo avevo capito la seconda volta che ci siamo visti!”

Project, non pensare che quello che è venuto dopo sia stato facile e senza problemi, perché è stato esattamente il contrario. Era parecchio complessato dal fatto che lui aveva 29 anni e io non ne avevo ancora 23, ma non dimostrava affatto 29 anni, forse la mia età se non pure meno. Dal canto mio io ero complessato dal fatto che lui fosse ingegnere e fosse già uno che contava parecchio nell’Azienda e mi comportavo di conseguenza con lui, ma lui non alimentava questo mio complesso, non dava per niente l’aria di sentirsi superiore, anzi, era molto timido e impacciato. Lui vedeva solo la differenza di età, che poi non era niente di eccessivo, e si sentiva in colpa, come se lui potesse derubarmi della mia giovinezza, cioè quasi che lui potesse approfittare di me perché sono più giovane.

Un giorno gli ho chiesto quanto guadagnava e lui mi ha fatto vedere l’accredito dello stipendio. Guadagnava un bel po’ più di me ma non poi così tanto più di me. Non poteva fare straordinari perché il suo contratto non prevedeva un orario di ufficio ma il suo lavoro era soggetto solo alla valutazione del Direttore del personale, be’, col suo lavoro guadagnava il 60% più di quello che potevo guadagnare io facendo tutti gli straordinari possibili, però anche se non aveva un orario di ufficio, stava in Azienda anche 12-16 ore al giorno, molto più di me! E poi era stressato dal lavoro, dalle preoccupazioni e del fatto che il top manager lo tenesse sempre sotto pressione.

Un giorno andiamo al solito paese e siccome l’indomani è festa nazionale decidiamo di restare lì in albergo, lui è ansioso fin dalla mattina, mi confessa che non ha mai avuto rapporti sessuali con nessuno e che ha una “fottuta” (parola sua, che non mi sarei mai aspettato!) paura delle malattie. Gli dico che fa benissimo ad avere paura delle malattie e che nemmeno io sono mai stato con nessuno. Lui me lo fa giurare. La sera ce ne andiamo in un albergo “diffuso” cioè in pratica ci mandano in una piccola baita separata ma perfettamente attrezzata. Stefano è ansiosissimo. Ci siamo stesi sul letto vestiti ma faceva freddo e abbiamo acceso il riscaldamento. In pratica abbiamo solo parlato tutta la notte. Io pensavo che lui avesse non dico amiche ma amici e invece non ne aveva, non vedeva nessuno fuori dell’Azienda, salvo me. I genitori non sapevano della sua omosessualità e fino a 29 anni aveva pensato “solo” a studiare e a lavorare.

Quando io parlavo del sesso sulla base di quello che avevo letto su Progetto Gay, lui mi stava a sentire con estremo interesse. Mi ha confessato le sue fantasie sessuali: masturbazione reciproca, “anche” sesso orale, ma penetrazione anale no, quella proprio nelle sue fantasie non c’era mai stata e lui era preoccupato da questo fatto perché pensava che fosse l’idea fissa dei gay. L’ho guardato negli occhi e gli ho detto che nemmeno io avevo mai pensato di fare sesso anale, che non avevo nulla contro la cosa in sé perché ciascuno deve potere fare quello che vuole. Stefano aveva ancora la concezione del sesso come gioco proibito, l’idea che il sesso fosse una forma d’amore gli sembrava strana, troppo dissacrante rispetto ai suoi principi.

Project, tu mi sei stato utilissimo, gli ho raccontato tante cose di quelle che hai scritto sul manuale e lui era sempre più perplesso. Abbiamo dormito solo dalle cinque fino alle 9.00, perché entro le 9.30 bisognava fare colazione in un bar in paese. Abbiamo camminato nei boschi per ore e ogni tanto c’è stato qualche contatto fisico, cioè ci siamo tenuti per mano. Lui mi lasciava totalmente l’iniziativa ma io avevo paura di fare qualche passo falso, di metterlo in difficoltà. A un certo punto gli chiedo: “Ti posso abbracciare?” Mi risponde con gli occhi e io lo abbraccio. Fremeva tutto, era proprio in estasi e anche io. Sentivo il corpo di un ragazzo che si faceva abbracciare da me ed era contento di farsi abbracciare da me, sentivo il suo cuore battere fortissimo, come il mio, sentivo il suo fiato sulla mia guancia e sentivo che mi stringeva fortissimo, siamo stati abbracciati così per lunghissimi minuti, poi ci siamo lasciati, ma non ci siamo baciati, avrei voluto che lui prendesse l’iniziativa ma non lo ha fatto.

Quando siamo tornati a casa mi ha chiesto di fargli vedere la mia casetta, io ero restio perché era tutto in disordine, ma lui insisteva e allora gli ho detto di sì. Lui è entrato e questa volta mi ha stupito, si è buttato sul mio letto e mi ha detto: “E se stasera resto a dormire con te?” Io gli ho detto che però avevo un letto solo e lui mi ha fatto notare che c’era una poltrona reclinabile e che avrebbe dormito lì, ma che aveva bisogno di restare con me. Abbiamo preparato una cenetta rapidissima e poi la fatica degli ultimi due giorni ha cominciato a farsi sentire: lui si è messo sul mio letto, ovviamente completamente vestito e io mi sono messo sulla poltrona reclinabile, anche quella volta non c’è stato sesso a nessun livello perché ci siamo addormentati quasi subito.

Adesso io e Stefano stiamo insieme da tre anni, viviamo formalmente da single per ragioni di lavoro, cioè per tenere il nostro rapporto del tutto al di fuori dell’ambiente di lavoro, però ci sentiamo al telefono tutti i giorni e passiamo insieme ogni settimana una serata, la notte, tutta la giornata successiva e poi la notte successiva, poi ricomincia la settimana di lavoro, ma riusciamo a passare due notti insieme alla settimana e io lo vedo felice, adesso le sue fissazioni del fatto che è troppo più grande di me gli sono passate. Ci abbiamo messo più di un anno ad avere i primi contatti sessuali ma poi è successo, è stato molto meno semplice di quello che mi ero immaginato, ma alla fine tra noi c’era un’ottima armonia anche a quel livello.

Purtroppo c’è una cosa che non mi fa stare tranquillo ed è lo stress al quale Stefano è sottoposto, perché è letteralmente ossessionato dal lavoro. È vero che guadagna di più, ma secondo me il gioco non vale la candela, se cambiasse mestiere guadagnerebbe di meno ma starebbe molto meglio e avremmo più tempo per noi. Ho in mente che, se potesse, cambierebbe lavoro anche a costo di rimetterci a livello economico, ma al momento l’unica alternativa sarebbe fare il libero professionista, cosa che potrebbe anche fare, ma è rischiosa e lo terrebbe comunque sulla corda.

Quando andavo a scuola io avevo professori ingegneri che facevano poco o niente, guadagnavano poco ma non facevano letteralmente niente! Adesso devo cercare di capire come potrebbe fare Stefano a fare l’insegnante, penso sia un po’ complicato, ma devo capire se c’è una strada e quale, poi dovrò cercare di parlargliene, perché secondo me si vuole sentire incoraggiato da me a fare un passo di quel genere, perché i suoi genitori gli direbbero certamente che è una follia.

La mia storia finisce qui, anzi comincia qui!
Ti abbraccio, Project, anche se non ci conosciamo, e ti ringrazio per tutto il supporto che indirettamente mi hai dato.

Dario

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CONDIZIONAMENTI SESSUALI GAY E DIALOGO DI COPPIA

Sento spessissimo parlare di sessualità gay, io stesso ho usato e uso tuttora questo concetto e lo faccio adeguandomi ad una diffusa e radicale semplificazione del concetto di sessualità. Cartesio inizia il suo “Discorso sul metodo” affermando che, quanto al “buon senso”, “ognuno pensa di esserne così ben dotato, che perfino quelli che sono più difficili da soddisfare riguardo a ogni altro bene non sogliono desiderarne più di quanto ne abbiano.” Lo stesso si potrebbe dire per la “conoscenza della sessualità”, a chiunque io mi rivolga per avere risposta trovo persone convinte di aver molto chiaro il concetto. Tuttavia raccogliendo queste risposte non trovo quella varietà che sarebbe legittimo aspettarsi data la pluralità delle condizioni individuali e sociali, mi trovo invece di fronte a risposte piuttosto omogenee, lontane dall’esperienza individuale e ispirate soprattutto dai mezzi di comunicazione di massa, dalla televisione, dal cinema, dalle letture e in grandissima parte dall’uso della pornografia su internet. In sostanza il concetto comune di sessualità rappresenta un’astrazione, radicalmente semplificatoria e banalizzante, capace, proprio in ragione della sua genericità di essere accettabile per la grande maggioranza delle persone.

La sessualità individuale, che non è un concetto astratto ma una realtà che permea di sé tutto l’individuo, è legata a molti fattori, prima di tutto all’esperienza personale, che è assolutamente unica e irripetibile anche se può essere studiata con categorie sociologiche standard basate sull’età e sulle condizioni sociali. Tra i fattori fondamentali che condizionano l’esperienza personale bisogna porre ai primissimi posti l’educazione familiare e talvolta anche la religione. L’intreccio delle varie linee di svolgimento dell’esperienza individuale è estremamente complesso e, al di là dei concetti astratti o teorici, porta le singole persone a “vivere la sessualità” in modi molto diversi.

Ecco quindi che compare una prima sostanziale distinzione: il concetto di sessualità di un individuo non è quello che si enuncia in risposta ad una domanda specifica, ma quello che si incarna nei comportamenti di quell’individuo. La sessualità non è un concetto astratto ma una realtà che vive nell’esperienza individuale. Il che significa che conoscere e capire la sessualità di un’altra persona è una cosa oggettivamente difficilissima, perché per condividere questi contenuti c’è bisogno di un’atmosfera di profonda intimità e di fiducia reciproca che permetta di superare i blocchi che rendono normalmente impossibile un dialogo serio su questi argomenti. Perché è difficile parlare in modo serio non della sessualità in generale ma della propria sessualità? La paura di essere giudicati, di essere classificati, di essere emarginati e di essere rifiutati, è alla base di ogni resistenza al dialogo vero su questi argomenti ed è in genere una paura ben motivata.

Due sono i presupposti di qualsiasi dialogo serio che tocchi non la sessualità in generale ma quella individuale. Il primo presupposto è la radicale eliminazione di qualsiasi atteggiamento giudicante, cioè di qualsiasi preconcetto, ma questo presupposto è ancora formale e quasi professionale, nel senso che qualsiasi psicologo assume o dovrebbe assumere un atteggiamento non giudicante. Il secondo presupposto è di tipo sostanziale e completamente diverso e consiste nell’accettare la reciprocità come regola del dialogo sulla sessualità individuale. Accettare la reciprocità significa capire che a questi livelli non ci possono essere ruoli, non ci può essere un distacco professionale ma si deve accettare un dialogo paritario. Se il dialogo non è avvertito come paritario non si arriverà mai ai contenuti più profondi della coscienza e alle loro manifestazioni nella sessualità. Un livello di comunicazione come quello descritto si raggiunge talvolta, ma non di regola, tra amanti che sono ormai ben oltre la fase della sperimentazione sessuale e che nutrono un affetto reciproco molto forte, ma si raggiunge pure talvolta nell’ambito di rapporti di amicizia molto stretta (senza coinvolgimento della sessualità).

Va osservato che la profondità di un rapporto si misura dalla quantità e dalla qualità delle informazioni su noi stessi che siamo disponibili a fornire all’altro. In un rapporto di amicizia superficiale non si parla mai di vita affettiva o se ne parla con categorie molto generali e per così dire di senso comune, in un rapporto di amicizia stretta le confidenze di tipo affettivo e anche sessuale diventano frequenti, nelle amicizie di lunga data, supportate da prove concrete di affidabilità reciproca, la confidenza affettiva e sessuale può diventare totale, cioè può portare due amici a non avere segreti uno per l’altro. Ovviamente tutto questo accade molto di rado ma qualche volta accade.

Che cosa emerge dal confronto delle sessualità individuali? Ciò che emerge è essenzialmente la categoria della complessità. Ciò che noi consideriamo semplice e spontanea manifestazione dell’istinto sessuale, in realtà non è affatto semplice né spontaneo, ma è il risultato dell’interazione di un sostrato genetico-epigenetico estremamente specifico con l’esperienza della persona nel suo complesso ossia con una trama di infinite correlazioni, per le quali è difficile individuare perfino categorie tassonomiche generalissime.

Cercherò di limitare il discorso al solo ambito gay. Se c’è veramente qualcosa di comune nell’esperienza di tutti gli omosessuali, questo qualcosa si può identificare nel rendersi conto che i modi di vivere l’affettività e la sessualità di due persone gay possono essere radicalmente diversi. Più o meno tutti i gay identificano l’essere gay con l’innamorarsi di ragazzi invece che di ragazze, o più generalmente con il fare sesso con i ragazzi piuttosto che con le ragazze. A questo livello, in realtà estremamente generale se non generico, è facile trovare il consenso, quando però si cerca di capire che cosa significhi per ciascuno innamorarsi e fare sesso con un ragazzo, cioè quando si passa dall’astratto al concreto, le categorie astratte perdono senso ed entrano in gioco le storie individuali, irripetibili, anche se spesso affini a quelle di altri gay che si trovano in situazioni individuai e sociali simili. Emerge quindi l’importanza dell’unico vero strumento di conoscenza dell’altro che è la sua storia individuale, parlo non a caso di storia, cioè del vissuto reale, così come è percepito dall’individuo che quella storia ha vissuto e che ne porta le tracce profonde nella sua memoria, non di storia raccontata e più o meno inconsciamente reinterpretata da colui che l’ha vissuta.

Uno dei limiti intrinseci di qualsiasi psicoterapia consiste nel fatto che in un rapporto di tipo professionale, se il terapeuta può garantire atteggiamenti o meglio comportamenti non giudicanti, certamente non può in nessun caso aprirsi ad una reciprocità sostanziale, che, sola, potrebbe portare all’emergere dei contenuti profondi della coscienza. Il terapeuta, quindi, parte non dalla conoscenza della storia individuale del suo paziente per come il paziente la percepisce, ma dalla rappresentazione che di quella storia il paziente dà all’esterno, in una comunicazione in cui la garanzia del segreto professionale non può in nessun modo supplire all’assenza di reciprocità. In un certo senso, offriamo una conoscenza più profonda di noi stessi al nostro amante o al nostro amico più caro che non allo psicoterapeuta perché con l’amante o con l’amico più caro la condizione di reciprocità può esistere realmente.

Havelock Ellis ai primi del ‘900 aveva già piena consapevolezza della complessità della realtà omosessuale e della sostanziale impossibilità di costruire una teoria dell’omosessualità che potesse avere un minimo di utilità concreta, pertanto preferì abbandonare gli atteggiamenti tradizionali e organizzare il suo libro come una raccolta di 39 casi reali, raccontati con le parole degli stessi protagonisti. Le 39 storie, che costituiscono circa la metà del libro, permettono al lettore intanto di capire la complessità del mondo omosessuale e poi di acquisire, anche se attraverso un libro, una piccola esperienza reale non di che cosa sia “l’omosessualità” a livello teorico ma di quale possa essere la vita di 39 persone omosessuali dalle personalità e dalle esperienze più varie. In questo senso, più che un libro o un articolo scientifico, un romanzo o un racconto possono aiutare a cogliere la realtà della vita degli omosessuali come singoli, che è ciò che conta, e non come categoria.

Nel XXI secolo, il ruolo dei romanzi e dei racconti è in gran parte vicariato dai film, dai cortometraggi e dai video, che utilizzano un linguaggio diverso ma veicolano contenuti affini. In anni recenti, più o meno da dieci anni a questa parte, si assiste a una notevole fioritura di video gay, che in genere affrontano in modo sostanzialmente serio e corretto i grandi temi della vita gay. Ovviamente non si può chiedere ad un video della durata media di venti minuti quello che si può chiedere a un romanzo o a un film di lungometraggio, ma alcuni di questi video sono dei piccoli capolavori. In genere questi video sono piuttosto ben fatti, ci si sente la mano di registi esperti e si capisce che la produzione non è di tipo riduttivamente dilettantesco.

Questi video possono costituire e talvolta realmente costituiscono una vera forma di educazione affettivo-sessuale, capace di fare da contraltare ai modelli diffusi dalla pornografia, perché nei video a tema gay la dimensione affettiva e psicologica è presente in modo serio. Purtroppo si producono ancora video a tema gay, di livello sostanzialmente professionale, fornendo modelli di realtà gay molto particolari che rischiano di favorire nella mente dello spettatore associazioni devianti, come l’associazione omosessualità-droga o omosessualità-violenza o omosessualità-depressione o peggio ancora omosessualità-patologia mentale o omosessualità-criminalità. Queste associazioni sono il frutto di preconcetti e fanno pensare che gli autori delle storie, i produttori e i registi non siano essi stessi omosessuali e si limitino a costruire dei video seguendo i pregiudizi comuni.

I video a tema gay scritti e realizzati da omosessuali sono in genere brevi squarci di vita omosessuale e sono estremamente vari, sono quindi uno strumento educativo molto potente, di facilissimo accesso e capace di mettere in evidenza i temi più classici dell’affettività e della sessualità gay e il punto di vista gay, nella sua articolazione più complessa e varia, su molte questioni che toccano i rapporti familiari, l’omofobia, il dialogo tra gay e la vita di coppia.

Torniamo ora, però, alla complessità della sessualità gay. Un rapporto affettivo profondo con il proprio partner consente non solo verbalmente, ma anche attraverso la condivisione della sessualità un confronto leale di esperienze e l’emergere di tutti i contenuti della memoria individuale, anche i più riposti. Questo vuol dire che un buon rapporto di coppia gay può essere più utile di una psicoterapia perché consente, in un ambito di reciprocità, di parlare liberamente della propria sessualità e soprattutto di viverla senza tabù.

Bisogna chiarire un concetto, tanto semplice quanto dimenticato: la sessualità può essere vissuta ed è spesso vissuta in modo del tutto meccanico, senza coinvolgimenti affettivi profondi, e la sincerità tra i partner può non esistere affatto, si arriva fino al punto di legittimare il tradimento e di nascondere al proprio partner elementi che cambierebbero radicalmente il suo giudizio su di noi. Anche in situazioni in cui non c’è tradimento e non si tratta di nascondere “comportamenti” che potrebbero cambiare il giudizio del partner su di noi, esistono altri elementi che possono essere e sono spesso taciuti, si tratta delle fantasie sessuali non standard che si teme possano non essere né accettate né capite dal partner, è il caso delle fantasie pedofile alle quali non si è mai dato seguito, ma è il caso anche di fantasie sessuali incestuose, o intergenerazionali, ma il discorso potrebbe allargarsi anche ad altre fantasie sessuali, meno allarmanti ma poco comuni.

Un’altra categoria di esperienze è quasi sempre taciuta, anche se si tratta di fatti che non dovrebbero in nessun caso mettere in crisi il rapporto con il partner, mi riferisco all’aver subito violenza o molestie sessuali in età infantile o nella primissima adolescenza. Gli episodi di violenza o di abuso sessuale di minori, quasi sempre in ambito familiare o da parte di frequentatori assidui dell’ambiente familiare, sono purtroppo molto più comuni di quanto si possa immaginare. Tutti questi elementi e molti altri possono avere un’influenza profondissima sui comportamenti sessuali di un individuo e su molti altri aspetti della sua personalità. Il rapporto di coppia, se è realmente un rapporto d’amore può essere la strada migliore per raggiungere una sostanziale serenità di vita.

La condivisione della sessualità, la libertà sessuale nell’intimità col partner, il sentirsi accettati per quello che si è, dopo essersi mostrati per quello che si è, è una opportunità unica di gratificazione e di scambio affettivo, che è realmente in grado di cambiare la vita di un individuo, sempre che la sessualità di coppia sia veramente uno scambio d’amore e non un rito sostanzialmente egoistico per esorcizzare la solitudine.

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RELAZIONI GAY ESAURITE E LIBERE UNIONI

Questo post è articolato in due distinte sezioni, la prima è dedicata alla distinzione tra i sintomi spia delle relazioni gay esaurite, ossia delle relazioni gay che hanno perso l’originale slancio e la spinta motivazionale dei primi tempi ma, nonostante tutto, proseguono per abitudine o per riluttanza a cambiare prospettive e le richieste affettive che dietro quei comportamenti possono nascondersi, e la seconda dedicata alla tendenza alle relazioni libere, cioè senza alcun vincolo legale (senza Unione Civile presso gli Uffici di Stato Civile dei Comuni). I due argomenti possono sembrare alquanto eterogenei ma sono in realtà profondamente connessi.

SINTOMI SPIA DELLE RELAZIONI GAY ESAURITE E RICHIESTE AFFETTIVE

Le relazioni interpersonali, anche quelle più durature, nel corso degli anni, vanno inevitabilmente incontro a fenomeni di logoramento. Molte volte si tratta di relazioni che fin dall’origine erano prive di fondamenta solide, ossia erano relazioni a monte delle quali non c’era una scelta istintiva e consapevole e soprattutto reciproca, alcune volte si tratta di storie iniziate, poi interrotte, poi iniziate di nuovo, che per entrambi i partner sono, più che una scelta istintiva, almeno potenzialmente definitiva, una delle ipotesi possibili tra le quali resta comunque un’indecisione di fondo. Ma anche quando una storia ha inizialmente tutti i requisiti necessari per durare, la vita quotidiana, o meglio la trascrizione della storia dal livello lirico dell’innamoramento, ammesso che ci sia mai stato, a quello del quotidiano fa emergere debolezze e criticità.

Le spie del logoramento sono in genere piccoli episodi in cui ciascuno dei due partner si lascia andare a forme di intolleranza nei confronti delle debolezze dell’altro o ad atteggiamenti giudicanti che evitano sistematicamente ogni sforzo di comprensione, classici sono i comportamenti legati all’idea che il partner non è sufficientemente rapido nel capire, non sa fare cose elementari, ricasca sempre negli stessi errori. Spesso la richiesta di avere tempo per sé rappresenta una spia del logoramento di un rapporto. I comportamenti diventano standardizzati, ciascuno sa esattamente che cosa deve aspettarsi, i discorsi sono sempre gli stessi, i rimproveri reciproci, più o meno velati, si ripetono in situazioni sostanzialmente analoghe, è come se si ripetesse un copione, la persona del partner viene avvertita come scialba, non attraente, non all’altezza, i discorsi che potrebbero allontanarsi dalla routine vengono fermati sul nascere e si lascia spazio a reazioni a scatto, alle quali poi può seguire un pentimento interno che però non viene manifestato al partner per ragioni di orgoglio, si insiste nel tenere il punto, nel non cedere, nel non lasciare spazio al partner. Anche i comportamenti sessuali diventano sempre più standardizzati, non si cerca più di trovare un equilibrio che possa essere soddisfacente per entrambi e si comincia a pensare che possono certamente esserci delle alternative migliori rispetto alla storia che si sta vivendo, anche se, in concreto, quelle alternative non esistono affatto. Il sesso diventa una faccenda sbrigativa nella quale ciascuno si relaziona solo con se stesso, e non è più accompagnato dall’aura affettiva e di desiderio dei tempi dell’innamoramento. L’interesse verso la sessualità del partner cede il passo all’egoismo sessuale che riduce l’altro a strumento, a oggetto più che a soggetto.

Questa descrizione dei comportamenti spia di un rapporto logorato è tuttavia solo teorica perché è oggettivamente molto difficile distinguere tra comportamenti spia e richieste di maggiore coinvolgimento affettivo, e il rischio che una interpretazione sbagliata di quei comportamenti possa minare un rapporto importante, condizionato solo da un difetto di comunicazione, è piuttosto consistente. Spesso il distacco formale non è affatto un distacco ma una richiesta affettiva. La differenza tra le due situazioni si trova nell’assenza di dichiarazioni ultimative, cioè nel lasciare sempre una porta aperta nel caso si tratti di una richiesta affettiva. Faccio un esempio tipico. Due partner possono anche arrivare a dirsi parole grosse ed a lasciarsi andare a forme di intemperanza, ma se dopo i rimproveri, per esempio contenuti in una mail, la mail si chiude con un tvb (ti voglio bene) è evidente che la dimensione dominante è quella affettiva. Se dopo lo scatto d’orgoglio e la richiesta di autonomia c’è un tentativo di tornare indietro, è evidente che lo scatto di orgoglio e la richiesta di autonomia erano in realtà richieste affettive, erano modi per suscitare una risposta del partner.

Anche nell’ambito dei comportamenti strettamente sessuali è possibile e spesso facile confondere i comportamenti spia di un rapporto logorato con le richieste di maggiore coinvolgimento da parte del partner. Un comportamento spia molto tipico dei rapporti logorati è l’indisponibilità sessuale di uno dei partner, il dichiararsi stanchi, poco interessati al sesso, stressati, ecc. ecc., o anche semplicemente la riduzione della frequenza dei rapporti sessuali. Lo stress e la stanchezza possono essere reali e il non essere episodicamente disponibili al contatto sessuale può certamente avere motivazioni oggettive. Ovviamente, se il dire di no diventa sistematico è segno di un rifiuto, se invece il contatto sessuale, quando si concretizza, è veramente vissuto come una forma di comunicazione profonda, allora il dire talvolta di no non è affatto indice di un rapporto logorato. In genere non è un segno di logoramento del rapporto il cercare di correggere gli atteggiamenti del partner esigendo da lui forme meno artificiose di comunicazione. Ci sono persone che vivono la sessualità mediandola con molte parole che al partner possono suonare inutili e retoriche, in casi di questo genere, la richiesta di evitare l’eccesso di parole non è un rifiuto del partner ma un tentativo di correggerlo.

Premesse queste puntualizzazioni sulla difficoltà di discernere i segnali di logoramento di un rapporto dalle richieste affettive, facciamo un ulteriore passo avanti. Che si fa quando ci si rende conto che “probabilmente” la relazione si avvia all’esaurimento? Si tronca di netto? Si aspetta che sia l’altro a farlo? Oppure si lascia che sia il tempo a decretare la fine del rapporto di coppia? In ogni caso bisogna pensare molto bene prima di agire, perché spesso gli edifici scricchiolanti, se opportunamente ristrutturati, resistono al tempo e ai terremoti, mentre gli edifici nuovi mal progettati, collassano al minimo cedimento.

Sono rare le situazioni in cui i dubbi sono veramente pochi e sono quelle in cui ci si deve allontanare da un partner violento o incline al ricatto affettivo, oppure da chi intende il sesso come dominio e come realtà del tutto staccata dall’affettività. Ma in tutti gli altri casi la fretta è spesso una cattiva consigliera. Capita che, dopo momenti di reazione istintiva e incontrollata che portano a decisioni tanto rapide quanto poco meditate, seguano ripensamenti e tentativi di recuperare situazioni non più recuperabili. La sfuriata di un minuto può portare all’immediata gratificazione dettata dal rifiuto dell’altro considerato non all’altezza ma alla lunga può innescare rimpianti e pentimenti tardivi e inutili. Non bisognerebbe mai dimenticare che distruggere è sempre molto più facile che costruire e che dare al proprio partner una possibilità in più non è un gesto di debolezza ma spesso esattamente il contrario.

PROBLEMI DI COPPIA E TENDENZA ALLE LIBERE UNIONI

Nel mondo eterosessuale, quando le coppie sono stabilizzate dal vincolo del matrimonio, specialmente quando ci sono figli, i problemi connessi alle crisi di coppia possono essere veramente enormi anche sotto il profilo legale, per l’affidamento dei figli e per gli aspetti economici connessi alla comunione dei beni, quando il matrimonio è avvenuto in regime di comunione dei beni, o quando ai rapporti familiari si sovrappongono i rapporti giuridici legati alla contitolarità dell’azienda familiare o di studi professionali. Per i gay le complicazioni di questo tipo sono assolutamente eccezionali. Questi problemi che avrebbero potuto presentarsi anche per le coppia gay unite da patto di Unione Civile, in realtà non si sono manifestati, perché le Unioni Civili hanno un regime vincolistico molto più debole di quello del matrimonio, in quanto l’unione civile può essere sciolta a semplice richiesta di uno soltanto dei due contraenti, cosa che, si riteneva, avrebbe reso l’Unione Civile una realtà molto gradita alla popolazione. In realtà le unioni civili, nonostante il regime vincolistico molto leggero, sono state e sono tuttora una realtà assai poco diffusa e questo non tanto per il fatto che le coppie omosessuali non hanno ancora l’approvazione sociale che caratterizza il matrimonio, quanto perché, sia in ambito etero che in ambito gay si sta facendo sempre più strada il modello delle relazioni libere, cioè delle unioni assolutamente prive di sanzione legale.

In un Report dell’ISTAT del 20 Novembre 2019
(https://www.istat.it/it/files/2019/11/R … i_2018.pdf)
si legge quanto segue:

“Nel 2018 sono state costituite 2.808 unioni civili (tra coppie dello stesso sesso) presso gli Uffici di Stato civile dei comuni italiani. Queste si vanno a sommare a quelle già costituite nel corso del secondo semestre 2016 (2.336), anno di entrata in vigore della Legge 20 maggio 2016, n. 76, e dell’anno 2017 (4.376). Come nelle attese, dopo il picco avutosi subito dopo l’entrata in vigore della nuova legge il fenomeno si sta ora stabilizzando. Si conferma anche nel 2018 la prevalenza di coppie di uomini (1.802 unioni, il 64,2% del totale), anche se in progressivo ridimensionamento (73,6% nel 2016, 67,7% nel 2017). Il 37,2% delle unioni civili è stato costituito nel Nord-ovest, seguito dal Centro (27,2%). In testa si posiziona la Lombardia con il 25%, a seguire Lazio (15,1%), Emilia-Romagna (10,0%) e Toscana (9,4%). Le unioni civili costituite in Italia nel 2018 sono 4,6 per 100 mila abitanti: si va da 7 di Lazio, Lombardia e Toscana a circa 0,5 per 100 mila di Calabria, Basilicata e Molise. Emerge con particolare evidenza il ruolo attrattivo di alcune metropoli. Nel 2018, infatti, nelle grandi città si è concentrato il 32,7% delle unioni civili avvenute in Italia: in cima alla graduatoria si trovano Roma (290 unioni, 10,3%) e Milano (257 unioni, 9,2%); la quota di unioni civili di coppie di uomini risulta particolarmente elevata a Milano (pari al 75,5%) rispetto a Roma (66,9%). Considerando l’incidenza delle unioni civili sul totale della popolazione residente, nel 2018 si sono costituite a Milano 18,7 unioni civili per 100 mila abitanti, a Roma 10,1. Tra le città del Mezzogiorno soltanto Napoli e Palermo mostrano valori superiori all’1 per 100 mila abitanti, analogamente a quanto osservato nel periodo precedente.”

Aggiungo che gli uniti civilmente hanno un’età media di 49,5 anni se maschi e di 45,9 anni se femmine, cioè le coppie omosessuali sono coppie non giovani. Se si considera che nel 2018 i matrimoni celebrati in Italia sono stati 195.778 e le unioni civili 2.808 si nota subito che le unioni civili tra persone dello stesso sesso sono state poco più dell’1,4% rispetto ai matrimoni, anche se negli ultimi anni il numero dei matrimoni è drasticamente diminuito a vantaggio delle libere unioni, fenomeno sul quale bisogna fermarsi a riflettere.

Sempre dall’ISTAT sappiamo che:

“Il confronto tra i dati del Censimento della popolazione del 1991 e quelli riferiti al 2018 mostra i profondi cambiamenti avvenuti. Tra gli individui di 15-64 anni, a fronte di un lieve calo della popolazione (-309 mila), diminuiscono molto le persone coniugate (3 milioni e 843 mila in meno) a vantaggio soprattutto di celibi e nubili (+3 milioni e 90 mila) e, in misura molto più contenuta, dei divorziati (oltre 972 mila in più).

La diminuzione e la posticipazione della nuzialità, in atto da oltre quaranta anni, in parte compensate dalla crescita delle libere unioni, ha portato tra il 1991 e il 2018 a un forte calo dei coniugati, soprattutto nella classe di età 25-34 anni (da 51,5% a 19,1% gli uomini, da 69,5% a 34,3% le donne). I celibi passano da 48,1% a 80,6% e le nubili da 29,2% a 64,9%. Nella classe di età 45-54 anni quasi un uomo su quattro non si è mai sposato mentre è nubile quasi il 18% delle donne.”

Dai dati sopra riportati si evince che il modello della Libera Unione, cioè dell’unione di coppia, etero o omosessuale, senza alcuna sanzione legale, si va diffondendo in modo molto deciso tra la popolazione italiana. Il matrimonio, per quanto riguarda gli etero, e le unioni civili, per quanto riguarda i gay, sono visti più come un vincolo inutile o addirittura dannoso, che come una protezione del rapporto di coppia, la cui sussistenza non può essere né tutelata né favorita da vincoli legali di alcun genere.

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COPPIE GAY E FANTASIE SESSUALI

Mau85 – Ciao Project, come stai? È un bel po’ che non ci sentiamo

Project – Qui per fortuna tutto abbastanza bene, e tu?

Mau85 – io pure bene, anzi oggi proprio bene! Ti ricordi di me?

Project – sì, mi ricordo della storia col tuo ex che di fatto non era conclusa, perché avevate continuato a sentirvi

Mau85 – Sì proprio lui, chiamiamolo Andrea, e ti ricordi altro? Non voglio mettere alla prova la tua memoria, ma devo capire da dove riprendere la storia

Project – Mi ricordo che Andrea aveva anche altri ragazzi e che questo fatto per te non era affatto sconvolgente

Mau85 – sconvolgente no, insomma lo avrei voluto tutto per me ma lui è fatto così, ha bisogno anche di altro, se mai io avevo paura che potessero portarmelo via, cioè avevo paura che potesse smettere di volermi bene perché stava pure con altri ragazzi, però non gli potevo mica chiedere di lasciare quei ragazzi perché lui a loro voleva bene veramente

Project – sì, queste cose me le ricordo

Mau85 – lui però da questi ragazzi si sentiva soddisfatto solo a metà, nemmeno tanto dal punto di vista affettivo perché in fondo lo rispettavano e gli volevano bene, ma proprio dal punto di vista sessuale

Project – Cioè?

Mau85 – Nel senso che lui cercava di coinvolgerli nelle sue fantasie sessuali, che non sono proprio comuni, ma loro non lo stavano a sentire e alla fine, per lui, il sesso era una cosa molto meccanica, perché era lui a doversi adattare. In realtà non so nemmeno che cosa possa avere raccontato di sé a quei ragazzi ma penso che sia stato piuttosto esplicito, come è stato con me, però esattamente non lo so. Lui ha provato spesso a coinvolgere pure me nelle sue fantasie, che non è che mi vengano proprio spontanee, ma alla fine io facevo finta di non capire e cercavo di fare quello che facevano gli altri ragazzi, cioè cercavo di portalo sul mio terreno, cosa che poi puntualmente succedeva, anche se alla fine lui era soddisfatto solo a metà. Ti devo dire che vedere che dopo aver fatto sesso con me lui non era veramente soddisfatto mi metteva addosso parecchia malinconia al punto che cercavo di diradare i nostri incontri perché mi aspettavo che comunque sarebbe rimasto deluso. Project, ho visto che non mi hai fatto domande per andare più nello specifico e hai fatto bene. Ti devo dire solo che ad Andrea io voglio un bene dell’anima, lo stimo come persona, gli piace il sesso, fa sesso con altri ragazzi, ma alcuni di quei ragazzi io li conosco e sono ragazzi che gli vogliono bene.

Project – da quello che mi avevi detto era chiaro che il tuo rapporto con Andrea era una cosa seria, che ci sia gente che possa vedere la cosa in modo del tutto diverso è scontato, per quello che può valere. L’importante è quello che di Andrea pensi tu, perché tu lo conosci molto bene, il resto non conta

Mau85 – beh, si lo conosco bene da anni, con lui non si può fare coppia tradizionale, è diverso, ma non è una cosa meno seria. Lui ha bisogno di altri ragazzi, io no, ma noi ci vogliamo bene lo stesso. Però questo lo sai già e non era di questo che ti volevo parlare, ma proprio di quello che è successo tra noi il 29 febbraio, un sabato, prima di questa faccenda del virus, quando si poteva ancora circolare. Insomma mi chiama e senza preamboli mi dice che sta sotto casa mia e che vuole salire. Nel nostro linguaggio vuol dire che ha voglia di fare sesso con me. Io tante volte gli ho detto di no, ma in quel momento ero contento che lui fosse venuto da me, mi era mancato molto negli ultimi giorni. Sale a casa, tu lo sai che io vivo solo, mi dice che non ha i preservativi, quando viene da me li ha sempre lui, io faccio una faccia perplessa, come per dire: allora che sei venuto a fare? Lui sa benissimo che per me l’idea di fare sesso con lui senza preservativo è assolutamente inconcepibile e allora mi risponde: Ok, non ci sfioriamo nemmeno, ognuno sta per conto suo a due metri di distanza, però devi venire tu nelle mie fantasie, devi farmi fare per una volta, almeno a fantasia, una cosa che sta bene a me, ok? Io o guardo e gli dico ok! Poi aggiunge, però arriviamo fino in fondo, ti prego non cambiare discorso. Io gli dico che va bene e in pratica ci seghiamo insieme mentre io gli racconto una storia erotica del tipo di quelle che piacciono a lui. La cosa all’inizio non era molto spontanea, ma vedevo che lui ne era molto preso e sono andato avanti nella storia che alla fine sembrava piuttosto coinvolgente pure a me. La faccio breve. Siamo arrivati alla fine più o meno insieme, lui era stanchissimo e onestamente pure io. Beh, è stata la prima volta che non è rimasto deluso, eppure non ci siamo nemmeno sfiorati. Mi ha detto che cominciavo a capire di che cosa lui aveva bisogno e che apprezzava moltissimo il fatto che io non avessi cercato di driblare la faccenda e di fare le solite cose, poi mi ha detto che i preservativi non se li era portati apposta. In genere dopo i nostri incontri di sesso, appena fatto, lui se ne va via. Ma il 29 febbraio invece abbiamo cucinato e cenato insieme ed è rimasto a dormire a casa mia. Abbiamo parlato moltissimo, lo vedevo sereno, per niente frustrato, scherzava, diceva scemenze, insomma è stata una serata incredibile, prima di andarsene a dormire “nella sua stanza” mi ha detto. “Ti voglio bene!” e mi ha dato un bacetto sulla guancia. Poi non ci siamo sentiti per un po’ ma tra noi non è una cosa rara. Ci eravamo messi d’accordo che ci saremmo rivisti sabato 14 marzo, ma sono intervenuti i decreti del governo e non ci siamo più potuti muovere da casa né lui né io, ma l’esperienza del 29 febbraio in qualche modo è stata replicata un paio di volte via web, che non è proprio lo stesso, però mi sono reso conto che non avevo più resistenze e che cercare di condividere le sue fantasie mi sembrava molto più spontaneo, cioè eravamo praticamente sulla stessa lunghezza d’onda, non c’era bisogno di discorsi o di preamboli di nessun genere, una volta arrivati a destinazione però continuavamo a parlare di mille altre cose anche lontanissime dal sesso, lo sentivo sciolto, senza note malinconiche. Mi raccontava di quando era bambino, delle costruzioni lego, ma anche dei pomeriggi lunghissimi che passava da solo, praticamente abbandonato dai genitori, di come aveva imparato a disegnare (cosa che fa ancora adesso e molto bene) e di come aveva imparato da sé a suonare la chitarra, qualche volta quando gli prendevano le malinconie le scacciava facendo esercizi con la chitarra. Abbiamo passato due serate o piuttosto due nottate a parlare e siamo stati bene in un senso profondo, lui si sentiva accettato, non strumentalizzato, Mi diceva: non sei il mio tipo, ma con te sto bene, sto bene veramente e pure io ti voglio bene, non sono innamorato di te ma ti voglio bene. Questa frase può sembrare strana ma io so che è assolutamente vera. Adesso spero che le limitazioni alla circolazione vengano rimosse quanto prima, chiaramente perché significherebbe che l’epidemia sta scemando, ma anche perché potrei rivedere Andrea, perché per me esiste solo lui. Questi sono i fatti. Che ne pensi, Project?

Project – Tu sei stato contento e pure lui, dimmi che questo non è volersi bene! C’è stato un fidarsi uno dell’altro, accettare uno le regole dell’altro e poi lui non si è sentito rifiutato nelle fantasie più intime, gli hai fatto capire che non ti sentivi condizionato, insomma lo hai messo a suo agio. Magari tra le coppie monogame ci fosse questo livello di disponibilità sessuale! Ma credimi è molto raro. Spessissimo nel sesso ci sono dei veri tentativi di prevaricazione, dei tentativi di imporre modelli senza mai adeguarsi all’altro

Mau85 – Ma io mi sono sentito felice e mi sono detto che sono stato uno stupido quando ho cercato di svicolare e di non assecondarlo, quando invece l’ho fatto l’ho visto felice, perché non si è sentito rifiutato. Io penso che quando tu fai capire al tuo partner di che cosa hai bisogno e quello fa finta di non capire e ti vuole portare sulla sua strada la sensazione di frustrazione deve essere tremenda, perché lì senti che non c’è coppia, che tu conti solo come corpo disponibile alle fantasie altrui. Insomma, Project, sto imparando piano piano a capire il senso di tante cose che qualche anno fa avrei rifiutato e mi sarebbero sembrate del tutto assurde. Io avevo il modello classico di coppia e pensavo che non mi sarei mai adattato a nulla di diverso e invece quando Andrea mi ha detto che si era innamorato di un altro ragazzo ma mi voleva bene lo stesso io questa cosa l’ho accettata e non me ne sono mai pentito e poi adesso imparo che per vivere bene la sessualità bisogna cercare di lasciare spazio all’altro, di rispettarlo e di accettarlo. Io l’ho visto sorridere ed era una cosa bellissima. Se gli voglio bene non gli devo dire di no per ragioni più o meno stupide. E poi le serate passate insieme a parlare sono state meravigliose. Io sento che mi vuole bene veramente.

Project – Tu sei arrivato a queste conclusioni ma la stragrande maggioranza delle coppie non ci arriverebbe mai, semplicemente perché non c’è affetto vero, o forse c’è ma mettendo prima la realizzazione di sé, prima la nota egoistica. Le cose che dici scandalizzerebbero tanta gente, eppure sono cose verissime. Ricordo che mi avevi detto che Andrea non ti aveva mai ingannato, beh, dire questo di un ragazzo vuol dire fargli il complimento più bello che si possa fare. Non mi stupisce che tu ti sia innamorato di Andrea e ancora meno che tu non abbia mai sentito il bisogno di trovarti un altro ragazzo perché un rapporto con Andrea c’è eccome ed è di quelli profondi, che non si perdono con gli anni.

Mau85 – Lo sapevo che avresti capito, pensa che ho raccontato un piccolo riassunto di questa storia su un altro sito gay e mi hanno chiesto se avevo tutte le rotelle a posto, alla fine mi hanno lasciato in pace perché pensavano che mi stessi prendendo gioco di loro! Mi fa piacere parlare con te, mi sento incoraggiato. Comunque se vuoi pubblicare questa chat pubblicala, magari mette in crisi qualcuno! Ti ringrazio, Project, Progetto mi ha dato tanto!
Buonanotte.

Project – Grazie a te! E un abbraccio a te e ad Andrea!

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STORIA DI UNA COPPIA GAY

e-mail del 4 marzo 2020

Caro Project,

Leggo il tuo forum da diversi anni e lo trovo particolare perché ci sono parecchi messaggi individuali originali e molto fuori schema.

Ho 42 anni, sono single nel senso che non ho un ragazzo, ne ho avuto solo uno col quale ho avuto un rapporto molto complesso ma anche molto vero. Io non sono mai stato troppo interessato al sesso, che invece per lui è assolutamente fondamentale. Dopo di me ha avuto altri ragazzi ma in sostanza si è trattato solo di una serie di illusioni-disillusioni. In pratica lui non ha mai vissuto un rapporto veramente simmetrico, non lo ha vissuto nemmeno con me. Lui è giovane, ha 32 anni, ma ha paura di diventare vecchio senza realizzare nulla di concreto a livello affettivo. Non so dire se gli voglio ancora bene o se gliene ho mai voluto, i nostri rapporti sono stati sempre molto contorti, anzi ci siamo sempre detti che non ci capivamo e che cercavamo cose diverse, che avremmo fatto meglio a trovarci altre persone, ecc. ecc.. Però quel minimo di rapporto che c’era quando stavamo insieme non si è mai perduto del tutto. Lui mi ripeteva continuamente che era interessato a me solo per il sesso, perché aveva paura che io mi innamorassi e ci rimanessi male, e io invece gli ripetevo, usando le espressioni più varie, che ero proprio innamorato di lui soprattutto sentimentalmente: erano posizioni tra le quali non si poteva trovare un equilibrio e difatti la cosa è finita.

Era un rapporto di coppia il nostro? Proprio non credo e non credo che lo fosse neppure all’inizio perché io ho sempre avuto molte riserve e non mi sono mai sentito veramente innamorato anche se gli ripetevo in continuazione che lo ero, come d’altra parte pure lui non era affatto innamorato di me. Stavamo insieme, c’era un po’ di sesso, troppo poco per lui e troppo senza sentimento per me, tra noi in fondo non c’era niente di concreto, eppure questo “niente” non si è perso del tutto neppure dopo che ciascuno se ne è andato per la sua strada, ma anche adesso il nostro non è un volersi bene ma un dipendere un po’ uno dall’altro, un dipendere perché lui mi considera un amico col quale fare sesso qualche volta, sempre troppo poco per lui e sempre troppo senza amore per me. In pratica andiamo avanti come prima solo che in modo ancora più diluito, ci sentiamo una volta ogni tanto, ma anche a distanza di mesi, quando lui non trova di meglio (so che dire così è un po’ una cattiveria) oppure quando mi prende un po’ di depressione e lui mi manca e io lo chiamo nell’illusione che ci possa essere un contatto affettivo anche minimo, perché mi illudo ancora che possa succedere.

Devo dire che negli ultimi mesi ho sentito in me un progressivo raffreddamento nei suoi confronti, anni fa mi mancava moltissimo, cioè, quando non c’era ci stavo proprio male, adesso, certe volte preferisco che non ci sia, mi sento più tranquillo, mi illudo che sia felice con qualche altro e questo mi basta come scusa per evitare di cercarlo.

Qualche volta provo a mettermi nei suoi panni e mi accorgo che non vive bene per niente, e allora mi vengono un po’ di sensi di colpa perché io adesso lo sto veramente abbandonando a se stesso, mi piacerebbe che tra noi ci fosse un minimo di rapporto anche affettivo, ma lui di queste cose non ne vuole sapere, mi dice che si è innamorato anche di recente, ma non di me, e che la storia sembrava importante ma poi il ragazzo ha cominciato ad essere geloso e ossessivo (che sono gli stessi difetti che lui rimprovera a me) e lui si è sentito in gabbia e ha preferito chiudere la storia perché finiva per stare troppo in ansia. Con me la storia non l’ha chiusa ma l’ha svuotata dall’interno. Mi dice che io non accetto mai compromessi e che si deve fare sempre come dico io, ma io penso di lui esattamente lo stesso. Dopo di lui mi sono tenuto alla larga dal sesso, un po’ per la paura delle malattie e un po’ perché mettere di mezzo il sesso crea una marea di problemi, ognuno ha le sue fisse e le sue fantasie, ognuno ha il suo modo di vivere quelle cose e trovare uno spazio comune è molto difficile, e allora sono arrivato alla conclusione che è molto meglio mettere da parte il sesso e coltivare solo delle amicizie, poi, magari, se qualcuna di quelle amicizie dovesse diventare più profonda e se ci fosse un coinvolgimento reciproco anche sessuale, ok, mi starebbe benissimo, ma di sesso senza amore condiviso non ne voglio più.

In certe situazioni si resta in bilico tra la necessità di non farsi travolgere da ritmi che non sono i propri e l’illusione di poter fare capire ad altri il proprio modo di vita, e lì cominciano le incertezze, i dubbi e le oscillazioni, ma piano piano le oscillazioni si smorzano e si resta definitivamente a metà, senza veri coinvolgimenti e senza vera libertà.

Non posso negare, però, che non riesco a togliermelo definitivamente dalla testa. Vorrei che fosse felice, perché allora sarei felice anche io, ma non vorrei più che fosse felice con me perché so benissimo che una cosa del genere è impossibile. Purtroppo, col passare del tempo, sono sempre più portato a pensare che lui non sarà felice con nessuno. Io a non avere una vita di coppia mi ci sono adattato facilmente, per lui è molto più difficile, perché anche se lo nega, ha bisogno di un rapporto affettivo forte che è difficilissimo costruire fuori da una relazione di coppia, ma una vita di coppia non sarebbe conciliabile col suo modo libero di vivere la sessualità.

Certe volte penso che tra gli etero la presenza dei figli stemperi molto tutte queste problematiche, nelle coppie gay, invece, dove tutto avviene solo all’interno della coppia, certe problematiche finiscono per diventare condizionanti.

Usa questa mail come vuoi ma, se puoi, cerca di rispondermi perché mi aiuterebbe a capire tante cose che forse non capisco affatto.

Giulio

e-mail del 6 marzo 2020

Caro Giulio,

la tua storia, se la consideri in astratto, sembra la storia contorta di un fallimento, ma francamente a me appare piuttosto come una difficile storia d’amore, e di amore vero, aggiungerei anche reciproco. È evidente che sei ancora innamorato di quel ragazzo ma è altrettanto evidente che lui non è mai sparito e che ti considera una persona importante. A modo suo certamente, all’apparenza senza coinvolgimento affettivo, sarà forse un amore parziale, difettoso, diverso da come tu lo avresti voluto, ma è una forma d’amore perché dura nel tempo e perché ha superato tante difficoltà che avrebbero portato facilmente alla dissoluzione di un rapporto di coppia superficiale. Le storie d’amore vere sono sempre molto diverse da come ce le eravamo prefigurate, sono sempre molto più problematiche, molto meno lineari ma nello stesso tempo hanno la persistenza della realtà. Che il tuo fare l’amore con quel ragazzo sia “senza amore” da parte sua non lo credo proprio, anche se tra voi ci sono state tante incomprensioni, non si è mai trattato di contrasti irreparabili e distruttivi. Tu dici che avete creato una specie di dipendenza reciproca e sembra quasi che consideri questo fatto come larvatamente patologico, ma non c’è niente di patologico, volersi bene significa anche questo, anzi se questa dipendenza reciproca (nota l’aggettivo che è tipico delle coppie vere) non ci fosse non ci sarebbe nemmeno un rapporto d’amore. Questo ragazzo, in fondo, se cercasse solo sesso potrebbe trovarlo molto facilmente da altre parti, ma se lo cerca da te e lo fa ancora dopo anni, beh, probabilmente non cerca solo quello, sa che da te troverà comunque comprensione, che lo accoglierai bene comunque, che potrà dirti quello che pensa e che gli risponderai dicendogli quello che pensi tu veramente. L’affettività si può anche esprimere attraverso il sesso. Il sesso anaffettivo è effimero, porta a cambiare tanti partner a non costruire nulla con nessuno ma non è quello che ti è successo con quel ragazzo. Il suo amore non è esclusivo, questo sì che potrebbe rappresentare un problema per te, ma per alcune persone l’esclusività non è essenziale e si può arrivare a sviluppare rapporti serissimi anche se non esclusivi, dove però c’è il problema serio del rischio hiv.

Caro Giulio, non penso affatto che tu abbia perso quel ragazzo. Le storie superficiali svaniscono presto e la tua non mi sembra affatto una storia finita, e non dico dal tuo punto di vista ma dal suo.

Un abbraccio.

Project

e-mail dell’8 marzo 2020

Caro Project,

tu dici che il suo non è sesso anaffettivo e in realtà penso che non lo sia. Nella mia mail precedente ti avevo detto che con lui ho vissuto un rapporto molto complesso ma molto vero e questo, certe volte, tendo a dimenticarmelo. In effetti si è fidato di me, ha parlato con me anche di cose estremamente private e questo non posso dimenticarlo, si è esposto a un giudizio che poteva anche essere feroce e di rigetto, cioè lui ha rischiato moltissimo. Non mi ha compiaciuto per principio, è stato se stesso fino in fondo. Lui sa che gli voglio bene e anche quando mi tratta in modo brusco lo fa con rispetto, forse proprio con amore. Non lo sento da un po’ e non so se chiamarlo. Comunque ti ringrazio della tua risposta, perché mi hai fatto ripensare a lui mettendo da parte i miei meccanismi di difesa. I suoi pregi ce li ha, non ci sono dubbi, con me non ha mai recitato.

Grazie ancora.

Giulio

e-mail del 9 marzo 2020

Caro Project,

qui siamo tutti agitati dalla paura del virus, e anche io lo sono, ma ti volevo dire che oggi è successa una cosa che non mi aspettavo proprio. Quel ragazzo, e vorrei o dovrei dire il mio ragazzo, mi ha chiamato ieri sera e siamo stati a parlare fin quasi all’alba (il cielo era già luminoso), lui era sereno e io mi sentivo felice, abbiamo ricordato le nostre prime notti d’amore, le ritrosie e gli scrupoli da una parte e dall’altra. Pensa, Project, che io credevo che lui sarebbe arrivato ad odiarmi per quelle nottate di sesso, perché era tanto più giovane di me, e invece se le ricordava come una cosa bella, come dei momenti in cui si sentiva completamente libero e accettato. Lui chiedeva a me se mi ero mai sentito forzato perché temeva di avermi costretto a fare qualcosa che io non volevo fare. Gli ho detto che lui era l’unico ragazzo della mia vita, anzi proprio il modello del mio ragazzo ideale. Mi ha ricordato che lui ha anche amici coi quali qualche volta fa sesso, gli ho detto che me ne aveva parlato altre volte, mi ha chiesto se la cosa mi mette in imbarazzo, gli ho risposto che mi crea preoccupazione per il rischio delle malattie sessualmente trasmesse e ha aggiunto: “Ma, a parte le malattie, questo fatto ti imbarazza?” E gli ho risposto: “No, perché so che mi vuoi bene veramente, che tu possa voler bene anche ad altri ragazzi non ti allontana da me.” È stata una nottata molto emotiva e molto gratificante, del tutto imprevista e mi sono sentito importante nella sua vita. Tutto qui. Volevo fartelo sapere. Ovviamente puoi fare delle mie mail quello che vuoi. Grazie ancora.

Giulio

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