INNAMORARSI DI UN GAY CATTOLICO

Caro Project,
ho visto che nel forum c’è una sezione sulla laicità e ho anche letto qualcuno degli articoli. Condivido quello che dici, ma una società laica mi sembra molto molto lontana da venire, ammesso e non concesso che sia una realtà possibile. Concordo sul fatto che una concezione laica debba caratterizzare lo stato, che non può e non deve fare distinzioni tra religioni e ideologie che, a vario titolo, sono diffuse al suo interno, ma uno stato laico dovrebbe essere creato da una società che laica non è affatto ma è anzi impregnata di intolleranza ed è dominata dall’idea che la morale debba essere unica per tutti e che la legge debba essere una specie di pedagogia sociale per portare la gente verso quella o quell’altra mentalità. Aspettarsi che uno stato laico venga promosso da gente che è mille miglia lontana dall’idea di uno stato laico è come aspettarsi la Repubblica sociale per decreto reale. Il papa Benedetto XVI parlava tanto di radici cristiane dell’Europa ma io ho l’impressione che quello che caratterizza la cultura occidentale non è tanto il Cristianesimo, ma l’idea stessa di stato laico che è un’eredità dell’Illuminismo. Io sono gay e non sono cresciuto in un ambiente laico, tutt’altro, eppure per me la laicità è ormai da parecchi anni un abito mentale, non riuscirei a dare credito a nessuna metafisica e penso che il fatto di essere gay mi abbia in sostanza costretto a ragionare con la mia testa. Come non era possibile per me una omologazione sociale così non era possibile nemmeno una omologazione mentale. Ma io non sono una mosca bianca, ho conosciuto diversi ragazzi gay e anche diversi uomini adulti e perfino anziani gay, alcuni erano un po’ scivolati verso la depressione ma altri si erano formati un loro mondo razionale in cui la categoria fondamentale era usare il proprio cervello. Project, voglio sottolineare che non è neppure una questione di cultura o di ambiente sociale. Ho conosciuto ragazzi che faticavano a scrivere in Italiano corretto ma quando ci parlavo mi mettevano in crisi perché erano abituati a ragionare in modo autonomo ed erano molto più avanti di me. Uno di questi ragazzi mi dava delle risposte che mi spiazzavano proprio e mi facevano vedere la debolezza dei ragionamenti di cui andavo tanto fiero. Una volta, parlando con un ragazzo gay cattolico, che era nello stesso tempo cattolico praticante e gay praticante, ho provato a dirgli che le due cose mi sembravano inconciliabili. Beh, si vedeva che qual ragazzo aveva cercato tutte le vie per continuare a mantenere un piede in due scarpe e lo faceva con grande disinvoltura, vabbe’, ma il punto non è questo, quel ragazzo era convinto di avere qualcosa in più di me perché diceva di avere la fede e questo mi lasciava sconcertato, perché anche se a me sembrava incoerente, lui era veramente convinto di quello che diceva. Il mondo lo divideva nettamente in due: credenti e non credenti e questo mi faceva arrabbiare. Non ho mai capito che differenza ci sia tra credenti e non credenti. Se è una questione formale, cioè il credente è quello che dice di credere e recita un credo, beh, allora la divisione in due categorie sembra reggere, ma, appunto, sono differenze solamente formali. Facciamo un passo più avanti, chi ha fede dovrebbe dedicare la vita al suo prossimo, ok mi sta bene, ma non vedo perché non dovrebbe farlo anche chi non ha fede. Il non credente non è un uomo senza valori, anzi! Dà un valore alle cose di dimensione umana senza bisogno di metafisiche: il rispetto e l’amore del prossimo sono valori profondamente laici. Quindi anche sul campo delle opere non regge alcuna distinzione. L’altra ipotetica distinzione tra credenti e non credenti è fatta proprio in base alla fede, ma di che siamo parlando? Ecco che allora l’astrazione è massima e quindi è massima la confusione dei concetti. Banalmente arriverei alla conclusione che tra credenti (o presunti tali) e non credenti non c’è di fatto nessuna differenza, sarà anche semplicistico ma mi sembra più realistico e più onesto. Ma non solo, molti scritti e molti simboli che le religioni gestiscono a loro esclusivo uso e consumo sono di fatto patrimonio dell’umanità. Si potrebbe dire che quegli scritti e quei simboli per un credente e per un non credente hanno significati diversi, ma questo sarebbe tutto da verificare e il terreno, su questi argomenti, è quanto mai scivoloso e cedevole. Adesso vengo al punto dolente, Project, e questa mi sa che non te l’aspetti: mi sono innamorato di un ragazzo ultra-cattolico gay, abbiamo parlato diverse volte, ammette eccome di essere gay e anche di essere interessato a me, secondo me tanto basterebbe per cominciare una storia ma secondo lui non basta affatto perché c’è di mezzo la religione e quindi tanti discorsi, tante discussioni su cattolicesimo e laicità ma contatti fisici zero, la sua parola d’ordine è castità. Vabbeh, contento lui, è strano ma io mi sto adattando a questo modo di fare e poi adesso ho l’impressione che il suo modo di starmi vicino sia finalizzato “anche” a convertirmi, lui dice che in fondo io la fede me la porto ancora dentro, che è addormentata ma che lui la sveglierà. Peccato che io pensi più o meno le stesse cose riguardo al rapporto tra lui e l’omosessualità. Mi vuole fare conoscere i suoi amici, tutti ex scout legatissimi alla chiesa ma io penso che quello non è il mio mondo e che mi ci sentirei a disagio e fino adesso gli ho sempre detto di no, ma lui insiste. Prima o poi probabilmente cederò. Gli ho chiesto se loro sanno che è gay e mi ha risposto: “Beh… no, non lo sanno… ma io ti presento come un amico.” Project, mi sono innamorato di un bel ragazzo, di questo non c’è dubbio, certe volte me lo mangio con gli occhi, però nello stesso tempo ho l’impressione che sarà solo una perdita di tempo e che l’essere cattolico, o il credere di esserlo, sia una specie di malattia dalla quale non si guarisce. Certe volte, nelle cose che dice, avverto la presenza di cose che non capisco affatto, di condizionamenti che non capisco affatto. Se mi dicesse: “Non me la sento di fare sesso con te.” Beh, lo capirei, ma quel “vorrei ma non devo” mi sembra masochismo mescolato a ipocrisia anche perché lui con altri c’è stato eccome e lo ha ammesso senza problemi, ma mi risponde che allora non riusciva a prendere la fede sul serio, mentre adesso ci riesce! Ma allora che cos’è la fede? È solo non fare sesso? E allora io mi chiedo: “Ma che cosa ho da spartire io con questo ragazzo?” Ecco, è questo che ti volevo dire. Che ne pensi Project?

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GELOSIA OSSESSIVA GAY

Ciao Pro,
mi devo sfogare un po’ e siccome non so con chi farlo, questa volta tocca a te starmi a sentire, tanto io parlo per me stesso, poi se mi rispondi tanto meglio, altrimenti pace, mica mi devi niente.
Sono malinconico, ma dovrei dire piuttosto deluso (neanche tanto) e ansioso perché è finita da qualche settimana la mia ennesima storia. Mi ero illuso che potesse essere diversa dalle altre e mi ci ero messo di impegno. Non ho mai tradito il mio ragazzo, penso invece che lui lo abbia fatto, non ne sono sicuro ma temo che sia successo.
In pratica da due mesi non avevamo più rapporti sessuali, il dubbio che mi avesse tradito è diventato una fissa ma lui non lo ha ammesso e ha sempre giurato il contrario. Non mi sono fidato e ho fatto il test, negativo, per fortuna, quindi il rischio più grosso l’ho archiviato, ma mi resta sempre l’idea che lui potesse stare con un altro quando stava con me e questo me lo rende odioso.
Forse al dubbio ho dato troppo spazio, non lo so nemmeno io, da quando ho cominciato a pensare che mi tradisse, quasi sei mesi fa, l’ho ossessionato e magari lui si è sentito oppresso. Ma non ce la faccio ad accettare che lui possa stare con me e anche fare sesso con un altro, è una cosa che mi fa venire proprio degli accessi di rabbia violenta. Non l’ho mai sorpreso e anche quando ho passato al setaccio il suo PC non ho trovato niente di compromettente, però quando uscivamo con gli amici era molto disinvolto con alcuni di loro, troppo disinvolto.
Per quasi un anno sono stato solo con lui. I primi temi è stato bello, almeno per qualche mese, c’era complicità, c’era proprio voglia di stare insieme e tanto sesso, ma spontaneo, insomma mi ero illuso che i miei sogni fossero diventati realtà, poi mi è entrato in testa il tarlo del dubbio e pure la pura che potesse contagiarmi l’hiv e ho preteso che si usasse sempre il preservativo, cosa che tra noi non facevamo. All’inizio avevamo fatto il test e nei primi tempi non mi veniva certo in mente che potesse tradirmi, ma dopo l’idea mi si è infilata nel cervello e non ne è uscita più. E poi anche se non avesse fatto sesso con altri, secondo me io non gli bastavo più, mi trattava in modo più freddo, più standard, il sesso dovevo chiederglielo io e lui mi ripeteva che si teneva a distanza perché siccome io sembravo ossessionato dall’idea che mi tradisse, voleva almeno che non avessi l’idea di essermi beccato qualcosa da lui. I primi tempi ha cercato di convincermi che non mi aveva mai tradito, io per un po’ ci ho creduto, ma poi mi è tornata in mente sempre più forte l’idea che potesse veramente avermi tradito. L’ho pedinato, gli ho controllato più volte il cellulare mentre lui era in bagno e non l’ho mai preso sul fatto, però il dubbio ce l’ho avuto eccome. Insomma piano piano i nostri rapporti si sono congelati, io avrei voluto che mi convincesse che non aveva fatto niente ma poi alla fine si è stufato e non ha nemmeno più voluto starmi a sentire. La sera vedeva che io avrei voluto parlare con lui e si andava chiudere in camera e io stavo in sala a rimuginare sempre da solo. Io pensavo che saremmo arrivati a un chiarimento ma non succedeva nulla, ormai eravamo diventati due estranei anche se continuavamo ad abitare nella stessa casa e quindi io ero sempre più convinto che lui avesse una seconda vita, perché tendeva a non stare a casa quando c’ero io. E poi perché lui non era mai geloso? Non mi ha mai chiesto se lo avessi tradito, forse perché era certo che non fosse successo, o forse solo perché ormai di me non gliene fregava più nulla. Mi ha sempre detto di non essere geloso ma se uno non è geloso secondo me non è innamorato.
Questa è l’ultima lettera che mi ha scritto per dirmi che se ne sarebbe andato di casa (ho cambiato solo i nomi):

Caro Matteo,
mi si spacca il cuore a scriverti questa lettera ma lo devo fare per il bene tuo e per il mio. Io credo che noi non possiamo più vivere insieme. Forse tu hai bisogno di altro. Non sei più tranquillo come eri i primi tempi, quando stare con te era bellissimo, adesso si vede che stai male e io non so dove sbattere la testa, ci ho pensato tanto, volevo trovare una via che ti potesse fare stare meglio, e le ho provate tutte, ma piano piano il dialogo si è ridotto. Questa idea che io ti abbia tradito è diventata una vera ossessione, te l’ho detto e giurato in tutti i modi: non ti ho mai tradito e te lo giuro ancora una volta sulla mia testa, ma tu non mi ascolti, è come se ti fossi chiuso dietro un muro di cemento e torni ossessivamente sull’idea del tradimento. Ti ho chiesto con chi, secondo te, ti avrei tradito e mi hai risposto che non lo sapevi. Certo che non lo sapevi, perché non è mai successo! E con chi ti avrei potuto tradire? Con Gianni? Con Luigi? Con Massimo? Ma ti rendi conto che è ridicolo? Oppure ti avrei tradito con gente pescata in qualche sito di incontri? Ma mi ci vedi? In pratica è diventata un’ossessione, non stai a sentire nulla, non ti fidi di quello che ti dico, fai ipotesi campare per aria e ti sembrano cose serie, ti arrabbi perché io non “ammetto” di averti tradito… ma che cosa dovrei ammettere? Quello che sta solo nel tuo cervello? Piano piano è diventato un gioco al massacro e tu non te ne accorgi, ormai sei un’altra persona che non hai più nulla della dolcezza e della tenerezza di un anno fa, adesso sei solo ossessionato da un dubbio totalmente assurdo. Che cosa posso fare per te? Al punto in cui siamo, dato che secondo te io sono un fedifrago e un ipocrita (me lo hai ripetuto in tutte le salse) non posso fare altro che andare via, almeno questa ossessione finirà per abbandonarti. Credimi ce l’ho messa tutta ma non riesco più ad andare avanti, perché ti voglio bene. Ovviamente io per te ci sarò sempre ma, se non ti fidi di me, restare insieme non ha più alcun senso.
Ti abbraccio forte e ti auguro dal profondo del cuore di ritrovare la serenità.”

Project, quando rileggo questa lettera mi viene il dubbio di aver proprio sbagliato tutto e di aver distrutto tutto e ci sto malissimo, perché l’ho distrutto sia per me che per lui che potrebbe anche non meritarselo.

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UNA COPPIA GAY CON 40 ANNI DI DIFFERENZA DI ETA’

Ciao Project,
ho letto qualcuna delle mail che ti scrivono e anche delle tue risposte e penso che tu possa essere la persona giusta cui raccontare la mia storia, anche perché penso che siamo più o meno coetanei e quindi puoi capire meglio le cose. Non credo che la mia storia sia una storia così speciale, ma ha degli aspetti che non capisco e vorrei magari parlarne con te anche in chat, se vuoi.
A quasi 65 anni mi accingevo ormai a mettere la parola fine sulla mia vita affettiva. Ho vissuto la mia vita, mi sono innamorato, qualche volta anche profondamente, tra i 40 e i 50 anni ho anche convissuto per qualche anno, ma non ho mai trovato una corrispondenza come l’avrei desiderata. In pratica, in tutte le storie che ho avuto, ha finito per prevalere l’impressione che le cose non potessero reggere, per i motivi più vari, ma comunque non potessero proprio reggere: mentalità diversa, desideri diversi, storia personale diversa, ecc. ecc.. Quindi ero arrivato alla serena conclusione che avrei finito i miei anni insieme con mio fratello e con la sua famiglia, perché sono brave persone, più giovani di me di diversi anni e alla fine con loro sarei stato bene, almeno nei limiti del possibile. Poi all’improvviso mi è piovuta una grossa tegola sulla testa. Lo scorso anno ho conosciuto un ragazzo di 24 anni e, per quanto possa sembrare assurdo anche a me, questo ragazzo si è innamorato di me, e io non riesco proprio a capire perché, dato che un bel ragazzo come lui, se solo volesse, potrebbe trovare molto facilmente un compagno. Ma no, lui si è innamorato proprio di me anche perché i ragazzi giovani non lo interessano affatto. Io non so se mi sono innamorato di lui, però quando sto vicino a lui sto bene, sto bene come non sono mai stato prima in nessuna situazione, gli voglio bene, questo non lo posso negare, ma tra noi c’è un abisso di 40 anni. Che cosa posso offrire io a questo ragazzo? Io sono un vecchio e non sto nemmeno bene in salute, non vorrei in nessun modo costringerlo, nemmeno per amore, a farmi da badante, forse potrei non essere un peso per lui per uno o due anni, ma poi la vecchiaia è proprio una condizione biologica inesorabile che non dipende dalla volontà ma dal decadimento fisico che arriva comunque con gli anni. Non ho mai avuto non dico rapporti sessuali ma nemmeno generici contatti che possano avere una qualche valenza sessuale con questo ragazzo. Project, alla nostra età la sessualità è soprattutto un mito e un ricordo, potrei anche stare con lui ma penso che alla fine i dubbi sarebbero così tanti e così forti da essere insuperabili, eppure dal suo punto di vista sembra che i problemi non esistano, io ho la netta impressione che lui voglia portare il nostro rapporto anche a livello sessuale. E poi, a distanza di tempo, quando io non ci sarò più, che cosa resterà a questo ragazzo come ricordo del nostro rapporto? Io ho paura che possa giudicarlo negativamente se per caso dovesse andare veramente verso il sesso. Che cosa devo fare? Francamente non lo so. Non è un ragazzino, è un uomo adulto ed è molto determinato, ha una dignità che ho ammirato sin dal primo momento, ma io sono un vecchio e di questo lui sembra proprio non rendersi conto. Mi ha raccontato che, in pratica dall’adolescenza si è innamorato solo di uomini adulti, diciamo dai 50 in su. Non ha mai avuto rapporti sessuali con nessuno, quelli coi quasi coetanei non lo interessavano e quelli con gli uomini over 50 li avrebbe trovati molto facilmente ma certo non nell’ambito di una relazione vera, come voleva lui, cioè di un rapporto che avesse anche un coinvolgimento affettivo. Con me questo coinvolgimento sa che c’è, perché penso a lui almeno mille volte al giorno e il nostro rapporto è particolarmente intenso, perché ci vogliamo bene e mi dice che è la cosa più bella che abbia mai vissuto e penso che sia vero, ma io ho una paura terribile di sbagliare perché si può sbagliare a dire di sì, ma si può sbagliare anche a dire di no, perché si sentirebbe abbandonato, tradito, e non vorrei per nessuna ragione che questo succedesse. Mi sento molto insicuro, Project, non è un innamorarsi come ai tempi di gioventù, so solo che non vorrei che soffrisse ma mi pare quasi inevitabile qualsiasi cosa io faccia. Istintivamente lo abbraccerei, non so nemmeno se arriverei al sesso perché … chi lo sa perché, avevo pensato che tutte queste remore che provo potessero avere una motivazione di molto più bassa lega, cioè in pratica quella di non dare scandalo a nessuno (perché 40 anni di differenza sono oggettivamente un abisso) e di continuare a vivere tranquillo e può darsi che queste cose pesino molto nel tenerlo a distanza. Domenica mattina siamo stati insieme al mare. Lui era splendido, sorridente, era felice di stare con me. Io gli voglio bene ma non so se sia veramente il volergli bene di un innamorato o non piuttosto quello di un papà, perché lui è il mio figlio ideale, quello che avrei sempre voluto e non ho mai avuto. Questo è adesso il centro dei miei pensieri, cerco di capire che cosa sia meglio per lui e quindi anche per me, ma non riesco a trovare risposte convincenti. Gradirei un tuo parere.

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IL SINODO SULLA FAMIGLIA E IL TOPOLINO GAY

Questo articolo è dedicato all’esame della discussione e della Relazione finale del Sinodo straordinario sulla famiglia da poco concluso, per quanto riguarda il tema del rapporto tra chiesa e omosessuali.

Devo doverosamente dare atto a Papa Francesco di aver permesso a tutti gli interessati di seguire i lavori del Sinodo, consentendo la pubblicazione dei documenti elaborati nel corso del Sinodo stesso, nonché dei risultati delle votazioni sulle deliberazioni finali. Si tratta di un criterio di trasparenza che su questioni così delicate è doveroso, ma non va dimenticato che la pubblicità dei documenti è finalizzata anche ad evitare chiacchiere e pettegolezzi sia interni che sterni.

Invito il lettore ad armarsi di buona volontà per seguire con me fin dall’inizio il cammino del Sinodo

Dopo un notevole lavoro di consultazione e di coordinamento delle indicazioni emergenti dalle singole chiese locali, in vista del Sinodo, è stato pubblicato dal Vaticano l’Instrumentum laboris “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, che alla Parte II, Capitolo III, lettera B, circa le unioni tra persone dello stesso sesso, così si esprime:
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Riconoscimento civile

110. Nelle risposte delle Conferenze Episcopali, circa le unioni tra persone dello stesso sesso, ci si riferisce all’insegnamento della Chiesa. «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. […] nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali “devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione”» (CDF, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4). Dalle risposte si può evincere che il riconoscimento da parte della legge civile delle unioni fra persone dello stesso sesso dipende in buona parte dal contesto socio-culturale, religioso e politico. Le Conferenze Episcopali segnalano tre contesti: un primo è quello in cui prevale un atteggiamento repressivo e penalizzante nei confronti del fenomeno dell’omosessualità in tutte le sue sfaccettature. Questo vale in particolare là dove la manifestazione pubblica dell’omosessualità è vietata dalla legge civile. Alcune risposte indicano che anche in questo contesto ci sono forme di accompagnamento spirituale di singole persone omosessuali che cercano l’aiuto della Chiesa.

111. Un secondo contesto è quello in cui il fenomeno dell’omosessualità presenta una situazione fluida. Il comportamento omosessuale non viene punito, ma tollerato solo fin quando non diventa visibile o pubblico. In questo contesto, di solito, non esiste una legislazione civile riguardo alle unioni tra persone dello stesso sesso. Specialmente in Occidente, nell’ambito politico, però, vi è un orientamento crescente verso l’approvazione di leggi che prevedono le unioni registrate o il cosiddetto matrimonio tra persone dello stesso sesso. A sostegno di tale visione si adducono motivi di non discriminazione; atteggiamento che viene percepito dai credenti e da gran parte dell’opinione pubblica, in Europa centro-orientale, come un’imposizione da parte di una cultura politica o estranea.

112. Un terzo contesto è quello in cui gli Stati hanno introdotto una legislazione che riconosce le unioni civili o i matrimoni tra persone omosessuali. Ci sono Paesi in cui si deve parlare di una vera e propria ridefinizione del matrimonio, che riduce la prospettiva sulla coppia ad alcuni aspetti giuridici, come l’uguaglianza dei diritti e della “non discriminazione”, senza che ci sia un dialogo costruttivo sulle questioni antropologiche coinvolte, e senza che al centro vi sia il bene integrale della persona umana, in particolare il bene integrale dei bambini all’interno di queste unioni. Dove c’è una equiparazione giuridica tra matrimonio eterosessuale ed omosessuale, lo Stato spesso permette l’adozione di bambini (bambini naturali di uno dei partner o bambini nati tramite fecondazione artificiale). Questo contesto è particolarmente presente nell’area anglofona e nell’Europa centrale.
La valutazione delle Chiese particolari

113. Tutte le Conferenze Episcopali si sono espresse contro una “ridefinizione” del matrimonio tra uomo e donna attraverso l’introduzione di una legislazione che permette l’unione tra due persone dello stesso sesso. Vi sono ampie testimonianze dalle Conferenze Episcopali sulla ricerca di un equilibrio tra l’insegnamento della Chiesa sulla famiglia e un atteggiamento rispettoso e non giudicante nei confronti delle persone che vivono in queste unioni. Nell’insieme, si ha l’impressione che le reazioni estreme nei confronti di queste unioni, sia di accondiscendenza che di intransigenza, non abbiano facilitato lo sviluppo di una pastorale efficace, fedele al Magistero e misericordiosa nei confronti delle persone interessate.

114. Un fattore che certamente interroga l’azione pastorale della Chiesa e rende complessa la ricerca di un atteggiamento equilibrato nei confronti di questa realtà, è la promozione della ideologia del gender, che in alcune regioni tende ad influenzare anche l’ambito educativo primario, diffondendo una mentalità che, dietro l’idea di rimozione dell’omofobia, in realtà propone un sovvertimento della identità sessuale.

115. Circa le unioni tra persone dello stesso sesso, molte Conferenze Episcopali forniscono diverse informazioni. Nei Paesi in cui esiste una legislazione delle unioni civili, molti fedeli si esprimono in favore di un atteggiamento rispettoso e non giudicante nei confronti di queste persone, e in favore di una pastorale che cerchi di accoglierle. Questo non significa, però, che i fedeli siano a favore di una equiparazione tra matrimonio eterosessuale e unioni civili fra persone dello stesso sesso. Alcune risposte ed osservazioni esprimono la preoccupazione che l’accoglienza nella vita ecclesiale delle persone che vivono in queste unioni potrebbe essere intesa come un riconoscimento della loro unione.
Alcune indicazioni pastorali

116. Riguardo alla possibilità di una pastorale verso queste persone, bisogna distinguere tra quelle che hanno fatto una scelta personale, spesso sofferta, e la vivono con delicatezza per non dare scandalo ad altri, e un comportamento di promozione e pubblicità attiva, spesso aggressiva. Molte Conferenze Episcopali sottolineano che, essendo il fenomeno relativamente recente, non esistono programmi pastorali al riguardo. Altre ammettono un certo disagio di fronte alla sfida di dover coniugare accoglienza misericordiosa delle persone e affermazione dell’insegnamento morale della Chiesa, con una appropriata cura pastorale che includa tutte le dimensioni della persona. Da qualche parte si raccomanda di non far coincidere l’identità di una persona con espressioni quali “gay”, “lesbica” o “omosessuale”.

117. Molte risposte e osservazioni richiedono una valutazione teologica che dialoghi con le scienze umane, per sviluppare una visione più differenziata del fenomeno dell’omosessualità. Non mancano richieste volte ad approfondire, anche attraverso organismi specifici, come ad esempio le Pontificie Accademie delle Scienze e per la Vita, il senso antropologico e teologico della sessualità umana e della differenza sessuale tra uomo e donna, in grado di far fronte alla ideologia del gender.

118. La grande sfida sarà lo sviluppo di una pastorale che riesca a mantenere il giusto equilibrio tra accoglienza misericordiosa delle persone ed accompagnamento graduale verso un’autentica maturità umana e cristiana. Alcune Conferenze Episcopali fanno riferimento, in questo contesto, a certe organizzazioni come modelli riusciti di una tale pastorale.

119. Si presenta, in modo sempre più urgente, la sfida dell’educazione sessuale nelle famiglie e nelle istituzioni scolastiche, particolarmente nei Paesi in cui lo Stato tende a proporre, nelle scuole, una visione unilaterale e ideologica della identità di genere. Nelle scuole o nelle comunità parrocchiali, si dovrebbero attivare programmi formativi per proporre ai giovani una visione adeguata della maturità affettiva e cristiana, in cui affrontare anche il fenomeno dell’omosessualità. Allo stesso tempo, le osservazioni dimostrano che non esiste ancora un consenso nella vita ecclesiale riguardo alle modalità concrete dell’accoglienza delle persone che vivono in tali unioni. Il primo passo di un processo lento sarebbe quello dell’informazione e dell’individuazione di criteri di discernimento, non soltanto a livello dei ministri e degli operatori pastorali, ma anche a livello dei gruppi o movimenti ecclesiali.
Trasmissione della fede ai bambini in unioni di persone dello stesso sesso

120. Si deve rilevare che le risposte pervenute si pronunciano contro una legislazione che permetta l’adozione di bambini da parte di persone in unione dello stesso sesso, perché vedono a rischio il bene integrale del bambino, che ha diritto ad avere una madre e un padre, come ricordato recentemente da Papa Francesco (cf. Discorso alla Delegazione dell’ufficio internazionale cattolico dell’infanzia, 11 aprile 2014). Tuttavia, nel caso in cui le persone che vivono in queste unioni chiedano il battesimo per il bambino, le risposte, quasi all’unanimità, sottolineano che il piccolo deve essere accolto con la stessa cura, tenerezza e sollecitudine che ricevono gli altri bambini. Molte risposte indicano che sarebbe utile ricevere delle direttive pastorali più concrete per queste situazioni. È evidente che la Chiesa ha il dovere di verificare le condizioni reali in vista della trasmissione della fede al bambino. Nel caso in cui si nutrano ragionevoli dubbi sulla capacità effettiva di educare cristianamente il bambino da parte di persone dello stesso sesso, se ne garantisca l’adeguato sostegno – come peraltro è richiesto ad ogni altra coppia che chiede il battesimo per i figli. Un aiuto, in tal senso, potrebbe venire anche da altre persone presenti nel loro ambiente familiare e sociale. In questi casi, la preparazione all’eventuale battesimo del bambino sarà particolarmente curata dal parroco, anche con un’attenzione specifica nella scelta del padrino e della madrina.

http://www.vatican.va/roman_curia/synod … ia_it.html
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Non intendo commentare questo testo entrando nel merito, ma solo sottolineare l’ampiezza delle attese che poteva suscitare da parte di tanti fedeli e non.

Dopo l’avvio del Sinodo, il Relatore generale, Card. Péter Erdő, Arcivescovo di Esztergom-Budapest, presenta il 13.10.2014 la sua “Relatio post disceptationem” un documento che è una specie di bozza del documento finale, che così si esprime riguardo alla questione omosessuale:

Accogliere le persone omosessuali

50. Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale, senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio?

51. La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale: si presenta quindi come un’importante sfida educativa. La Chiesa peraltro afferma che le unioni fra persone dello stesso sesso non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna. Non è nemmeno accettabile che si vogliano esercitare pressioni sull’atteggiamento dei pastori o che organismi internazionali condizionino aiuti finanziari all’introduzione di normative ispirate all’ideologia del gender.

52. Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners. Inoltre, la Chiesa ha attenzione speciale verso i bambini che vivono con coppie dello stesso sesso, ribadendo che al primo posto vanno messi sempre le esigenze e i diritti dei piccoli.
http://press.vatican.va/content/salasta … 03037.html
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Come si vede la “Relatio post disceptationem” restringe molto fortemente la portata dell’Instrumentum laboris, ma contiene anche alcuni elementi non dico di apertura ma di rispetto almeno verso le persone omosessuali. Dal punto di vista di un gay laico che vede le cose dall’esterno, comunque, con la Relatio post disceptationem, la montagna delle attese ha partorito uno striminzito topolino. La stampa accoglie comunque la Relatio come una grande apertura della chiesa verso gli omosessuali. Per quando striminzito sia, un topolino gay si aggira per il Vaticano ma gli austeri padri sinodali non si fanno intimidire da quel topolino e armati della loro secolare sapienza, sono pronti ad acchiapparlo prima che scappi fuori ufficialmente dall’aula sinodale. Ecco che i Circoli minori affilano le armi:

Così si esprime il Circolo di lingua francese “A” di cui è moderatore l’Em.mo Card. Robert SARAH e relatore S.E. Mons. François-Xavier DUMORTIER, S.J.:

“Quanto all’accoglienza delle persone omosessuali, ci sembra chiaro che la Chiesa, seguendo l’immagine del Cristo Buon Pastore (Giovanni 10, 11-18)m ha sempre voluto accogliere pe persone che bussano alla sua porta, porta aperta a tutti, che devono essere accolti con rispetto, compassione e riconoscendo la dignità di ciascuno. Accompagnare pastoralmente una persona non significa validare né una forma di sessualità né una forma di vita”[1]

Il Circolo di lingua francese “B, di cui è moderatore l’Em.mo Card. Christoph SCHÖNBORN, O.P. e Relatore S.E. Mons. André LÉONARD, si esprime così:

“5. Abbiamo ribadito il nostro rispetto e la nostra accoglienza verso le persone omosessuali e abbiamo denunciato le discriminazioni ingiuste e spesso violento che hanno sofferto e soffrono ancora, a volte, anche nella Chiesa, ahimè! Ma questo non significa che la Chiesa deve legittimare le pratiche omosessuali, tanto meno riconoscere, come fanno alcuni stati, un cosiddetto “matrimonio” omosessuale. Al contrario, noi denunciamo tutte le manovre di alcune organizzazioni internazionali per imporre, attraverso il ricatto finanziario, ai paesi poveri alcune leggi che istituiscono il cosiddetto “matrimonio” omosessuale.”[2]

Il Circolo di lingia Inglese “B” avente per Moderatore l’Em.mo Card. Wilfrid Fox NAPIER, O.F.M. e per Relatore S.E. Mons. Diarmuid MARTIN così si esprime:

“Sul tema della cura pastorale delle persone con tendenze omosessuali, il gruppo ha osservato che la Chiesa deve continuare a promuovere la natura rivelata del matrimonio come sempre tra un uomo e una donna uniti per tutta la vita in una comunione, vivificante e fedele.
Il gruppo ha incoraggiato i pastori e le parrocchie a prendersi cura delle persone con attrazione per lo stesso sesso, provvedendo per loro nella famiglia della Chiesa, proteggendo sempre la loro dignità di figli di Dio, creati a sua immagine. All’interno della Chiesa, essi dovrebbero trovare una casa dove ascoltare, con tutti gli altri, la chiamata di Gesù a seguirlo nella fedeltà alla verità, per ricevere la Sua grazia di farlo, e la Sua misericordia quando sbagliano.”[3]

La Relazione del Circolo di lingua italiana “A”, avente per moderatore l’Em.mo Card. Fernando FILONI e per Relatore S.E Mons. Edoardo MENICHELLI, così si esprime:

“Riguardo alla cura pastorale delle persone omosessuali ci si è orientati verso la proposta di un unico numero dentro il quale si è sottolineato sia un impegno di prossimità orientata alla evangelizzazione sia lo stile della Chiesa, come casa aperta, valorizzando i doni, la buona volontà e il cammino sincero di ciascuno. Si è riaffermato che le unioni fra le persone dello stesso sesso non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna esprimendo anche la preoccupazione di salvaguardare i diritti dei figli che devono crescere armonicamente con la tenerezza del padre e della madre.”

La Relazione del Circolo di Lingua Italiana “C” avente per Moderatore S.E. Mons. Angelo MASSAFRA, O.F.M. e per Relatore il Rev. P. Manuel Jesús ARROBA CONDE, C.M.F., così si esprime:

“Al riguardo, i padri hanno segnalato alcuni aspetti più specifici per arricchire le proposte formulate nel testo: una menzione espressa sui movimenti familiari; un numero apposito sulle adozioni; un invito a studiare nuove presenze in campo educativo; un ritorno ai testi dell’instrumentum laboris circa le unioni omosessuali; un appello alle istituzioni per promuovere politiche in favore della famiglia.”

La Relazione Del Circolo di lingua spagnola “A” avente per Moderatore l’Em.mo Card. Francisco ROBLES ORTEGA e per Relatore S.E. Mons. Luis Augusto CASTRO QUIROGA, I.M.C. così si esprime:

“Per quanto riguarda n.50, è stato osservato che non si deve parlare di omosessuali quasi come se l’omosessualità fosse una parte del loro essere ontologico, ma di persone con tendenze omosessuali. È stato richiesto di sostituire il testo di questo numero col seguente :. “La sessualità che ci fa esistere come umanità come maschio e femmina, è un valore essenziale nell’antropologia e nella teologia cristiana. Ci fa esistere reciprocamente non nella indistinzione ma nella complementarità … anche le persone con tendenze omosessuali hanno bisogno di un orientamento e di un sostegno che li aiuti a crescere nella fede e a conoscere il piano di Dio per loro.”[4]

La relazione del Circolo di lingua spagnola “B” avente come Moderatore l’Em.mo Card. Lluís MARTÍNEZ SISTACH e come Relatore S.E. Mons. Rodolfo VALENZUELA NÚÑEZ così si esprime a proposito della Relatio post dissertationem:

“Noi crediamo che in essa manchi l’accento su temi importanti come l’aborto, gli attentati contro la vita, l’ampio fenomeno dell’adozione, le decisioni assunte dagli sposi in coscienza, nonché una maggiore chiarezza sulla questione dell’omosessualità.”[5]
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Evidentemente il topolino gay ha seminato il panico tra i Padri sinodali che però sono finalmente riusciti a catturarlo.

Quanto segue è il paragrafo della “Relatio Synodi”, cioè del documento conclusivo del sinodo straordinario sulla famiglia, concernente il rapporto tra la chiesa e gli omosessuali:

L’attenzione pastorale verso le persone con orientamento omosessuale

55. Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. «A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).

56. È del tutto inaccettabile che i Pastori della Chiesa subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso.

http://press.vatican.va/content/salasta … 03044.html

Va sottolineato che il punto 55 è stato approvato senza la maggioranza qualificata dei 2/3 ma con una maggioranza semplice, comunque molto forte e molto vicina ai 2/3, di 118 favorevoli e 62 contrari.

Come risulta evidente, il topolino è stato felicemente divorato prima di poter uscire dall’aula del Sinodo. L’instrumentum laboris iniziale è stato ridotto alla materiale ripetizione dei contenuti delle ”Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali” firmata da Josepf Ratzinger, allora Prefetto delle Congregazione per la Dottrina della Fede, nel giugno del 2003.

Francamente non capisco proprio gli omosessuali cattolici che sperano di poter trovare un’accoglienza rispettosa da parte della chiesa. Altre chiese cristiane hanno assunto posizioni decisamente più evangeliche.

Proprio oggi, 18 Ottobre 2014, il Sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha proceduto a trascrivere nel registro dei matrimoni 16 matrimoni omosessuali celebrati all’estero.

Così L‘Avvenire (quotidiano della Conferenza episcopale italiana) del 18 Ottobre inizia il suo commento al fatto: “«Una scelta ideologica, che certifica un affronto istituzionale senza precedenti» basato su una «mistificazione sostenuta a livello mediatico e politico»: così l’editoriale di Angelo Zema, su Roma Sette, il settimanale della diocesi di Roma in edicola la domenica con Avvenire, definisce la trascrizione di matrimoni celebrati all’estero da alcune coppie omosessuali operata dal sindaco di Roma Capitale, Ignazio Marino, nei registri comunali. L’editoriale parla di scelte «illegittime» in un «contesto dal tono hollywoodiano» e «dal chiaro sapore demagogico»”.

Finito il Sinodo e ridotto a mal partito il topolino gay che si aggirava in Vaticano, la CEI avverte subito un altro motivo di allarme: ci sono tanti topolini gay, troppi topolini gay, subito fuori della mura del Vaticano! Per fortuna il mondo va avanti anche se la chiesa va da qualche altra parte.
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[1] “Concernant l’accueil des personnes homosexuelles, il nous semble clair que l’Eglise, à l’image du Christ Bon Pasteur (Jn 10,11-18), a toujours voulu accueillir les personnes qui frappent à sa porte, porte ouverte à tous, qui sont à accueillir avec respect, compassion et dans la reconnaissance de la dignité de chacun. Accompagner pastoralement une personne ne signifie valider ni une forme de sexualité ni une forme de vie.”
[2]“5. Nous avons redit notre respect et notre accueil aux personnes homosexuelles et avons dénoncé les discriminations injustes et parfois violentes qu’elles ont subies et subissent encore parfois, y compris dans l’Église, hélas ! Mais cela ne signifie pas que l’Église doive légitimer les pratiques homosexuelles et encore moins reconnaître, comme le font certains États, un soi-disant « mariage » homosexuel. Au contraire, nous dénonçons toutes les manœuvres de certaines organisations internationales visant à imposer, par voie de chantage financier, aux pays pauvres des législations instituant un soi-disant « mariage » homosexuel.”
[3]“On the subject of the pastoral care of persons with homosexual tendencies, the group noted that the Church must continue to promote the revealed nature of marriage as always between one man and one woman united in lifelong, life-giving, and faithful communion.
The group encouraged pastors and parishes to care for individuals with same sex attraction, providing for them in the family of the Church, always protecting their dignity as children of God, created in his image. Within the Church, they should find a home where, with everyone else, they hear the call of Jesus to follow Him in fidelity to the truth, to receive His grace to do so, and. His mercy when they fail.”
[4]“Pasando al n.50, se ha observado que no se debe hablar de personas homosexuales casi como si el homosexualismo fuese parte de su ser ontológico, sino de personas con tendencias homosexuales. Se solicitó sustituir el texto de este número por el siguiente: “la sexualidad que nos hace existir como humanidad en lo masculino y lo femenino, es un valor irrenunciable en la antropología y en la teología cristiana. Nos hace ser los unos para con los otros no en la indistinción sino en la complementariedad…Las personas con tendencias homosexuales también necesitan de acogida y acompañamiento que les ayude a crecer en la fe y a conocer el plan de Dios para ellos.”
[5]“Consideramos que faltaron en el mismo énfasis sobre temas importantes como el aborto, los atentados contra la vida, el amplio fenómeno de la adopción, las decisiones en conciencia de los esposos, así como una mayor claridad sobre el tema de la homosexualidad.”

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Se volete, potete partecipare alla discussione su questo posta aperta nel Forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=73&t=4859

SINODO SULLA FAMIGLIA: CHIESA E OMOSESSUALI

Riporto qui di seguito la parte riguardante l’omosessualità della Relatio post disceptationem del Relatore generale del Sinodo sulla famiglia, Cardinale Péter Erdo.

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Accogliere le persone omosessuali

50 Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro.

Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale, senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio?

51 La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale: si presenta quindi come un’importante sfida educativa. La Chiesa peraltro afferma che le unioni fra persone dello stesso sesso non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna. Non è nemmeno accettabile che si vogliano esercitare pressioni sull’atteggiamento dei pastori o che organismi internazionali condizionino aiuti finanziari all’introduzione di normative ispirate all’ideologia del gender.

52 Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners. Inoltre, la Chiesa ha attenzione speciale verso i bambini che vivono con coppie dello stesso sesso, ribadendo che al primo posto vanno messi sempre le esigenze e i diritti dei piccoli

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Dopo tante attese, la Relatio post disceptationem del Sinodo straordinario sulla famiglia ha finito per partorire uno striminzito topolino, ma stiamo bene attenti, che quel topolino è già stato adocchiato da parecchi gatti. Le dichiarazioni del cardinal Napier, messe online dal Vaticano, testimoniano del clima di allarme che il topolino ha suscitato nel Sinodo. Per non scandalizzare i più strenui difensori della dottrina, il cardinal Napier si affretta a puntualizzare che la relazione del Sinodo sulla omosessualità è solo “work in progress” che non cambia la dottrina della chiesa. Il cardinal Napier osserva che “per molti i documento intermedio del Sinodo è arrivato come una grossa sorpresa”. Specialmente per le espressioni usate in riferimento alla omosessualità. Alcuni vescovi hanno espresso preoccupazione, perché temono che il linguaggio possa lasciare molto spazio per la confusione. In altri termini il topolino va divorato prima che scappi. Ne è derivata la seguente Dichiarazione del Direttore della Sala Stampa a nome della Segreteria Generale del Sinodo, in data 14.10.2014:

“La Segreteria Generale del Sinodo, in seguito alle reazioni e discussioni seguite alla pubblicazione della Relatio post disceptationem, e al fatto che le è stato spesso attribuito un valore che non corrisponde alla sua natura, ribadisce che tale testo è un documento di lavoro, che riassume gli interventi e il dibattito della prima settimana, e ora è proposto alla discussione dei membri del Sinodo riuniti nei Circoli minori, secondo quanto prevede il Regolamento del Sinodo stesso. Il lavoro dei Circoli minori verrà presentato all’Assemblea nella Congregazione generale del prossimo giovedì mattina, 16 ottobre.”

Chi ha orecchio per intendere intenda!

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

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JULIEN GREEN OMOSESSUALE CATTOLICO

Scorrendo il catalogo de La Pléiade ci si rende conto che dal 1972 al 1998 sono stati pubblicati otto corposi volumi, per un totale di più di 14.000 pagine, contenenti l’opera completa di Julien Green. Chi ha una frequentazione anche minima con la Letteratura Francese sa che gli onori de La Pléiade competono solo ai grandi maestri riconosciuti della Letteratura francese: Julien Green è uno di loro. Eletto, primo tra i non Francesi, tra gli “immortali” dell’Accademia di Francia nel 1971, al posto di François Mauriac, si dimise nel ’96 affermando di sentirsi “esclusivamente americano” e di “non essere affatto interessato agli onori, di qualsiasi tipo essi siano”. Non era effettivamente di origini francesi, il suo nome era in realtà Julian Hartridge Green. Era nato a Parigi il 6 settembre del 1900, ultimo di otto figli, da genitori di ascendenze scozzesi e irlandesi, emigrati in Francia dalla Georgia nel 1893. Il nonno di Julien era un ricco mercante di cotone, padrone di piantagioni, che fece in Francia una discreta fortuna, la madre veniva dalla Georgia, il padre, originario della Virginia, era un uomo d’affari ed era Segretario della Camera di Commercio americana a Parigi.

In genere Julien Green è qualificato come scrittore cattolico, espressione che ha, nel suo caso, un significato tutto particolare: cattolico sì, certamente, ma anche omosessuale. Il tentativo lacerante di conciliare omosessualità e cattolicesimo è stato una costante della sua vita e va detto che questo tentativo di conciliare l’inconciliabile, almeno dando alla parola cattolicesimo il senso tradizionale che la gerarchia cattolica le attribuisce, emerge in modo molto netto in tutta la sua opera. Julien Green ha offerto di sé e dei suoi conflitti interiori un’immagine estremamente onesta e realistica. L’autocensura relativa ai contenuti sessuali si è fatta via via meno vincolante nel corso degli anni ed è accaduto che edizioni successive delle sue opere si siano arricchite di molte pagine, originariamente omesse; gran parte di queste pagine riguarda l’omosessualità. È il caso del primo volume del “Diario”, Les années faciles – Gli anni facili, la prima edizione, del 1938, è fortemente autocensurata, mentre la seconda, del 1970, che presenta quasi 200 pagine in più, dà molto più spazio al tema della omosessualità. La censura è rimasta invece rigida in rapporto alla omosessualità di altre persone, indicate talvolta con pseudonimi.

Pur tuttavia, un omosessuale laico, nel senso più radicale del termine, che si accosti all’opera di Julien Green non può che riconoscergli un notevole rigore intellettuale e morale, beninteso, nel senso laico del termine, e una onestà di fondo nel trattare il tema dell’omosessualità e nel cercare di analizzarlo di fronte alla propria coscienza. Julien Green ha un indubbio valore emblematico perché incarna le aspirazioni ideali e le angosce tipiche dei cattolici veri che vogliono essere onesti con se stessi di fronte alla omosessualità, non considerata come questione teorica o come problema altrui, ma come elemento profondo della propria personalità, inconciliabile con la fede.

Il 15 maggio 2013, l’Osservatore Romano pubblicava un articolo a firma Joseph Ratzinger intitolato “E Julien Green ridiventò se stesso”. Così Ratzinger si esprime a proposito dell’educazione religiosa di Green: “Egli racconta come, fin dalla fanciullezza, sua madre, anglicana, lo avesse letteralmente immerso nella Sacra Scrittura. Era ovvio per lui sapere a memoria tutti i centocinquanta Salmi. La Scrittura era l’atmosfera della sua vita. E dice: “Mia madre mi insegnò a comprenderla come libro d’amore e mi permeò profondamente dell’idea che, da un capo all’altro della Scrittura, fosse unicamente l’amore a parlare. E tutto il mio essere non voleva nient’altro che amare”. Ecco, alla fine non può perdersi un uomo che ha ricevuto delle basi così.”

Queste affermazioni di Ratzinger, da un punto di vista laico e in riferimento alla omosessualità di Green, fanno invece pensare alla violenza di una educazione religiosa basata sulla Scrittura, che fu accompagnata tra l’altro dalla radicale repressione della sessualità, operata sistematicamente, fin dalla più tenera età. Come vedremo nel seguito, questa educazione repressiva lasciò profondissime tracce nell’animo di Julien adulto. Imparare a memoria i centocinquanta Salmi non è per nulla ovvio per un adolescente che, esposto ad una educazione così radicalmente e rigidamente religiosa, rischia di diventare dipendete da molti pregiudizi di origine religiosa, dai quale è spesso difficile affrancarsi.

La madre di Julien non fu affatto la “madre religiosa ideale” descritta da Ratzinger, o forse lo fu pienamente, la valutazione dipende dall’idea di religione di chi giudica. Resta il fatto che la madre di Julien condizionò pesantemente il figlio nello sviluppo della sua sessualità. Julien ricorda almeno due volte il comportamento rigido della madre quando lui era nella vasca da bagno e l’atteggiamento quasi di rigetto che lei dimostrava per tutto ciò che concerneva il sesso anche in rapporto al figlio di 10 o 11 anni. Julien ricorda che quando disegnava dei corpi nudi erano sempre del tutto privi di sesso.[1]

Le uniche curiosità sessuali venivano in mente a Julien dalla lettura della Bibbia ed erano risolte sistematicamente con un “Comprenderai quando sarai grande. Per il momento non c’è nessun bisogno che tu sappia.”

Green non omette di descrivere la sua perplessità di fronte ai tentativi di altri ragazzi di spiegargli qualcosa riguardo al sesso o anche di sedurlo, in effetti non era in grado di riconoscere il normale risveglio della sessualità né di avere una autentica consapevolezza del piacere come i suoi coetanei. Aveva circa 15 anni quando alcuni suoi compagni del Liceo Janson di Sailly lo iniziarono ai piaceri della masturbazione. A quel tempo il senso del peccato era legato al concetto di puro e di impuro ma non attraverso una valutazione personale ma in termini di consentito o vietato. Riferendosi alla masturbazione dice: “Quanto al gesto in questione non lo riconnettevo a nessuna offesa conosciuta”. Passarono settimane prima che gli venisse in mente che avrebbe dovuto pentirsene.

Lo stesso Julien ci parla del suo amore muto per il compagno di scuola Frédéric: “Nessun desiderio carnale mi tormentava. Se il cuore ardeva, i sensi erano profondamente addormentati e io ero di una freddezza eccezionale. L’idea di mettere le mani su Frédéric mi sarebbe parsa semplicemente mostruosa, perché nulla mi sembrava bello che non fosse puro, trovando quella parola nella mia mente tutto il potere che aveva quasi perduto”.[2]

Del suo amore per Frédéric Julien aveva parlato al suo amico Philippe ma non a padre Crété che si occupava della sua istruzione religiosa. Non avendo il coraggio di confessare a padre Crété quello che faceva con il suo amico Philippe o da solo, andava a confessarsi altrove in pieno anonimato. Julien adolescente è ormai affascinato dal corpo umano, specialmente da quello maschile. Raramente Julien parla di ragazze, quando manifesta un interesse, anche minimo, verso una ragazza, ogni approccio è troncato dall’intervento della sorella Mary e dalla madre, terrorizzate dall’idea che Julien possa fare la fine dello zio Willie, morto di sifilide contagiatagli da una serva.

Ancora a 15 anni Julien leggeva Baudelaire ma non era in grado di coglierne la sensualità. Solo l’anno successivo il risveglio dei sensi avvenne, almeno parzialmente, durante un viaggio in Italia. In Italia lesse Boccaccio e ne rimase sconvolto.

Nel 1916, a seguito della scomparsa della madre, si convertì al cattolicesimo e lasciò trasparire l’ipotesi di una vocazione alla vita religiosa nell’ordine dei Benedettini. Si era convertita al cattolicesimo per prima la sorella Mary, poi anche il padre e la madre l’avevano seguita. Da un punto di vista laico è difficile credere che la conversione di Julien sedicenne e il suo slancio verso la vita monastica fossero scelte libere e ben meditate. Un anno dopo la conversione troviamo Julien diciassettenne coinvolto nella guerra, a prestare servizio volontario nella croce rossa degli Stati Uniti sul fronte italiano. Finita la guerra, ormai diciottenne, oscilla tra l’idea della vocazione religiosa e le tendenze artistiche (pittura e musica). Va quindi negli Stati Uniti e studia dal 1919 fino al 1922 Lingue e Letteratura nell’Università della Virginia, tre anni di studi offertigli dallo zio di Savannah. È proprio all’Università della Virginia che Green comincia a capire di essere “un uomo con un grande segreto” cioè un uomo che dovrà portarsi appresso il segreto della sua omosessualità. È tuttavia incantato dai suoi compagni di studio, che considera la migliore umanità che si possa immaginare. Nell’Università della Virginia si innamora di Benton Owen, che chiamerà con lo pseudonimo di Mark. È proprio attraverso i ragazzi della Virginia e attraverso l’amore inconfessabile verso Owen che Green si rende conto della forza emotiva della omosessualità. L’amore verso Owen è platonico ma non per questo è meno violento. Green abbandona Mark nel 1922 senza confessagli il suo amore, ma poi ha un’occasione imprevista di incontrarlo di nuovo nel luglio del 1923, quando Mark è in viaggio e si trova a Parigi. Julien si ripromette di parlare finalmente chiaro a Mark sul Pont-Royal, Mark è pronto ad ascoltarlo, ma alla fine Julien rinuncia:

“Uno o due minuti più tardi, dall’altra parte del ponte, dissi a Mark: “Mi dispiace ma non posso”. Lui mi strinse un po’ il braccio e mi disse: “Ti capisco molto bene.” Ancora una volta mi ero trovato di fronte al rischio di perdere definitivamente il suo affetto e avevo considerato quel rischio troppo grande. Non c’è bisogno di sottolineare che nella mia opera Mark ricompare continuamente, sotto una forma o sotto un’altra. È sempre il misterioso bel ragazzo al quale non si osa dichiarare il proprio amore. Eric Mac Clure, in “Sud”, Praileau in “Moïra”, Angus et Wilfred, tutti e due alternativamente, in “Chaque homme dans sa nuit”, Paul in “Le Voyageur”, e soprattutto il bel ragazzo di “L’Autre Sommeil””[3]

Forse non è un caso che a distanza di molto tempo Green abbia considerato gli anni della Virginia come alcuni tra i più tristi della sua vita, furono certamente quelli che lo turbarono di più e lo misero di fronte alla realtà della sua omosessualità.

Lasciata l’Università della Virginia senza laurearsi e tornato in Francia, nel 1924, Green pubblica sotto lo pseudonimo di Théophile Delaporte il “Pamphlet contro i cattolici di Francia” (“Pamphlet contre les catholiques de France”) dedicato “ai sei cardinali francesi”. Sia ben chiaro, non si tratta di un pamphlet contro la chiesa cattolica ma al contrario di un pamphlet contro i cattolici accusati di essere troppo tiepidi nei confronti della loro fede.

Alcune citazioni del testo possono dare un’idea del suo contenuto.

“I cattolici di questo paese hanno finito per fare della loro religione un’abitudine, al punto che non si preoccupano più di sapere se sia vera o falsa, o se ci credono oppure no; e questo tipo di fede meccanica li accompagna fino alla morte.”[4]

“Non è possibile credere senza lottare, ma essi non lottano affatto con se stessi, e accettano il cattolicesimo come qualcosa di semplice e naturale; e finirebbero per ucciderlo, se questo fosse possibile.”[5]

“Tuttavia sono cattolici, in quanto hanno ricevuto il marchio della Chiesa, e lo sono per sempre, perché la Chiesa non fa nulla che non sia eterno, ma questi bambini sottomessi portano i germi di una potente corruzione. Non cercate altrove i veri nemici di questa Chiesa cristiana di cui essi stessi si credono i difensori.”[6]

“Sono stati allevati nel cattolicesimo; ci vivono e ci muoiono, ma non capiscono né quello che essi stessi rappresentano né ciò che sta accadendo intorno a loro, e non percepiscono nulla del mistero che li circonda e li separa dal mondo.”[7]

“Essi vivono nel mondo come se fossero del mondo; tuttavia, essi sono stati scelti in virtù ci certi segni e di certe parole e se capiscono che essi hanno ricevuto un marchio e che si stanno ribellando, non per questo sono meno cattolici, e se si sviliscono, restano cattolici anche nella loro caduta e nella loro dannazione.”[8]

“Leggono le preghiere, ogni parola delle quali è di grande importanza, e le leggono come se nelle preghiere si trattasse di qualcun altro, della vita di qualcun altro, della salvezza di qualcun altro. Si direbbe che non sappiano che si parla solo della loro condanna a morte e della loro grazia; si direbbe che essi credano che il cattolicesimo sia stato fondato per gli altri e che loro stessi, se ne fanno parte, è solo per caso o per gioco.”[9]

Ma se il 1924 è l’anno dell’apologia del cattolicesimo contenuta nel Pamphlet è anche l’anno in cui, dopo aver toccato il massimo della sua esaltazione religiosa, Green si allontana dal cattolicesimo.

Riprendo qui l’articolo citato di Ratzinger: “[Julien Green] Scrive che nel periodo tra le due guerre egli viveva proprio come vive un uomo di oggi: si permetteva tutto quello che voleva, era incatenato ai piaceri contrari a Dio così che, da un lato, ne aveva bisogno per rendersi la vita sopportabile, ma, dall’altro, trovava insopportabile proprio quella stessa vita. Cerca vie d’uscita, allaccia rapporti. Va dal grande teologo Henri Bremond, ma la conversazione resta sul piano accademico, sottigliezze teoriche che non lo aiutano.

Instaura un rapporto con i due grandi filosofi, i coniugi Jacques e Raissa Maritain. Raissa Maritain gli indica un domenicano polacco. Lui lo incontra e gli descrive ancora questa sua vita lacerata. I sacerdote gli dice: “E lei è d’accordo a vivere così?” “No, naturalmente no!”, risponde. “Dunque vuole vivere in modo diverso; è pentito?” “Sì!” fa Green. E poi accade qualcosa di inaspettato. Il sacerdote gli dice: “Si inginocchi! Ego te absolvo a peccatis tuis – ti assolvo.” Scrive Julien Green: “Allora mi accorsi che in fondo avevo sempre atteso questo momento, avevo sempre atteso qualcuno che mi dicesse: inginocchiati, ti assolvo. Andai a casa: non ero un altro, no, ero finalmente diventato me stesso””.

Così Julien Green scrisse a Jacques a Raissa Maritain il 25 aprile 1939: “Vi scrivo poche parole prima di partire, per dirvi che questa mattina ho fatto la comunione in seguito a una conversazione che ho avuto con padre Rzewuski”.[10]

Si può ben capire quanto il giovane Ratzinger abbia trovato nel resoconto della conversione di Green una conferma alla famosa affermazione di San Cipriano secondo la quale “Non c’è salvezza fuori dalla Chiesa”[11]

Eppure Green era cattolico, si era convertito a 16 anni, perché dunque si parla di una seconda “conversione” nel 1939? Ratzinger non ci dice in modo esplicito che cosa c’è stato nella vita di Green, prima del 25 aprile 1939, che ha portato poi alla necessità di una nuova conversione al cattolicesimo, e preferisce restare nel vago per tema di imbrattare un personaggio che sembrava incarnare in pieno il modello di cattolico ideale.

Per capire che cosa sia accaduto nelle vita di Julien prima del 1939 si può leggere un breve romanzo pubblicato da Green nel ‘31, “L’altro sonno” (L’autre sommeil), tutto centrato sul tema della scoperta della propria omosessualità (il risveglio) da parte di Denis, il protagonista. Il romanzo ritrae Denis, prima bambino e poi adolescente, che vive una vita né migliore né peggiore di quella tipica dei figli di migliaia di famiglie borghesi. La morte del padre, che è per lui una liberazione, segna il vero inizio della sua giovinezza.

Casto fino a 15 anni per freddezza naturale, Denis sperimenta un po’ più tardi, la rivelazione del piacere dei sensi. “Con delle oscillazioni tra freddezza e volontà di resistere, ero debole e sensuale.” Egli conosce quindi le strane vie della passione, crede di amare Andreina ma è Remy, l’amante di lei, che lo affascina. “Niente è misterioso come il cammino della passione in un cuore senza esperienza.”

Claude, cugino e amico d’infanzia di Denis, rimasto orfano dopo la morte della madre, è accolto in casa dai genitori di Denis e i due ragazzi si trovano a vivere insieme. Per Denis è come se fosse crollata una diga rivelando la violenza di tutto ciò che essa tratteneva, ormai Denis è consapevole di essere innamorato del cugino. Vorrebbe rivelare a Claude i suoi sentimenti ma durante le poche occasioni che ha di vederlo, dopo un periodo di allontanamento, prima che questi riparta, stavolta definitivamente, non riesce a confessarglieli. Il protagonista si rende conto che rimpiangerà questa mancata dichiarazione per tutta la vita.

Questo ritratto di un giovane uomo dal cuore pesante, i cui sogni, i cui desideri e le cui paure alimentano una vita interiore ricca e terribile, evidenzia l’emozione eterna di un amore silenzioso, di una passione che non osa dichiararsi e di cui si conserva per tutta la vita il peso triste e inutile.

Questo libro rivela “l’ossessione del freddo e la paura del fuoco”, un racconto di oscurità psicologica abbastanza sorprendente. È evidente, e lo stesso Green lo ammette senza difficoltà, che “L’autre sommeil” riflette il suo innamoramento per “Mark”, il Benton Owen che Julien aveva conosciuto all’università della Virginia, si tratta quindi di un romanzo sostanzialmente autobiografico.

Ma l’omosessualità come elemento fondamentale della vita di Green tra le due conversioni emerge anche da altri elementi.

È lo stesso Green, in “Jeunesse” quarto volume dell’autobiografia, che ci parla del periodo successivo al suo rientro in Francia dalla Virginia e ci presenta un Julien che frequenta i luoghi d’incontri degli omosessuali parigini del lungosenna. Va aggiunto che in quel periodo Green conosce e frequenta letterati dichiaratamente omosessuali come André Gide e Jean Cocteau e altri anche essi omosessuali ma molto più velatamente di Gide e di Cocteau, come François Mauriac, sulla cui omosessualità rinvio all’ottimo studio di Jean-Luc Barré.[12]

Il quarto volume dell’autobiografia si conclude con un accenno ad una “persona” di cui Julien si innamora e che gli farà vivere gli anni più belli della sua vita.
Nonostante la reticenza estrema dello stesso Green sul punto, sappiamo che Green si legò di forte amicizia con Robert de Saint-Jean, Green parla raramente del rapporto con l’amico e lo definisce platonico. Il Diario e l’Autobiografia di Green non lasciano dubbi sul fatto che i due abbiano convissuto per anni. Che il legame sia stato veramente importante si desume anche dal fatto che Green si diede molto da fare, dopo l’ingresso dei tedeschi a Parigi, per consentire a Saint-Jean di espatriare e di rifugiarsi negli Stati Uniti.

Saint-Jean era un personaggio molto importante e molto esposto al tempo dell’occupazione tedesca, non era solo uno dei più cari amici di Green, molto probabilmente il più caro, era anche il vice capo di stato maggiore del ministro francese delle informazioni. Saint-Jean aveva scritto più volte sulla stampa francese cose riguardanti Joachim von Ribbentrop, ministro degli esteri tedesco, e questi gli portava rancore personale e, se avesse potuto, non se lo sarebbe fatto scappare. Saint Jean chiamò Green da Bordeaux quando il governo francese si stava disintegrando, e Green, che si era rifugiato presso il confine spagnolo e avrebbe potuto attraversarlo perché per lui, cittadino americano, il divieto di ingresso in Spagna disposto contro i cittadini francesi in fuga, non poteva essere applicato, non ebbe alcun dubbio sul da farsi, non avrebbe in nessun caso lasciato l’amico Saint-Jean al suo destino e alle vendette di Ribbentrop. Ne “La fine del mondo”, che è del giugno del ’40, Green racconta come sia riuscito a fare arrivare il suo amico in Portogallo, e poi a fargli ottenere il visto per l’ingresso negli Stati Uniti.[13]

In sostanza “La fine del mondo” di Green è una vera storia d’amore, anche se non ne ha l’apparenza. Il rapporto tra Green e Saint-Jean era cominciato ben prima della guerra. In “Fin de Jeunesse” Green parla di un viaggio in Germania insieme con Saint-Jean, nell’estate del ‘29, e non nasconde che la finalità fosse la ricerca di avventure sessuali. Erano ormai gli anni del tramonto della Repubblica di Weimar e la città di Berlino appariva agli occhi degli omosessuali una specie di patria ideale, in cui la tolleranza era massima e i ragazzi erano disponibili e non prevenuti contro l’omosessualità. L’”Addio a Berlino” di Christopher Isherwood rappresenta molto bene il clima culturale e umano, particolarmente accogliente, tipico della Berlino di Weimar. Tuttavia, se si volesse cercare di ricostruire il rapporto tra Green e Saint-Jean, sulla base delle opere di Green, non si approderebbe a nulla perché l’autocensura e la difesa della privacy sono sostanzialmente impenetrabili.

Va sottolineato che Saint-Jean era omosessuale, nel suo romanzo “Passé pas mort”[14] gli amori maschili sono spesso citati, senza maschere o pudore, anche se con tutta la moderazione e l’eleganza della scrittura. La lotta dell’anima col corpo si sente anche in Saint-Jean ma meno esasperata di quanto appaia in Green: “Avremmo attraversato le tempeste e questo bisogno della reciproca presenza non sarebbe venuto meno, questa fame che il tempo non può soddisfare. Perché lui? Perché io? Perché questa felicità che non è altro che sentirsi silenziosi nella stessa stanza?”[15]

Per cercare di capire l’evoluzione delle posizioni di Green nei confronti della omosessualità dopo la seconda conversione, vorrei soffermarmi ora su due opere di Green strettamente collegate tra loro anche se lontane nel tempo, il romanzo “Moïra” pubblicato nel 1950 e il testo teatrale “L’étudiant roux” completato dall’autore nel 1993. L’opera teatrale è un adattamento del romanzo per il teatro ma con delle sostanziali modifiche. Chi legge il romanzo tende a non interpretarlo come un romanzo omosessuale perché il protagonista, uno studente diciannovenne dell’università della Virginia, rosso di capelli, violento e fanatico, ennesima reincarnazione letteraria del Benton Owen di cui Green si era innamorato, è dichiaratamente eterosessuale. Joseph condivide con i suoi compagni di università quella stagione della vita in cui le pulsioni esplodono incontrollate e in cui ogni valore viene messo in discussione. Joseph si impone sia per la sua presenza fisica che per la sua particolarissima disposizione morale di “puritano” radicale, strenuo difensore di una fede intransigente. Nel romanzo c’è anche un personaggio omosessuale, Simon, che, innamorato di Joseph e, non ricambiato, decide di suicidarsi, ma si tratta di un episodio marginale nel romanzo, ammesso e non concesso che un episodio del genere possa essere considerato marginale da chi ne resta veramente coinvolto. Si intuisce anche una specie di rapporto segreto tra Joseph e il suo amico Praileau ma la cosa resta troppo nel vago per assumere un peso reale nello sviluppo della vicenda. Moira, che è la forma irlandese del nome Maria, figlia adottiva dell’affittuaria di Joseph, è abituata a sedurre e non si aspetta di essere essa stessa sedotta da un bellissimo ragazzo vergine che cerca la santità e considera la castità il valore supremo. Al termine della loro unica notte d’amore, Joseph si renderà conto che il suo mito di castità e di santità è ormai distrutto e ucciderà Moira.

“Odio l’istinto sessuale” disse Joseph con voce sorda. Egli stava dritto, presso la tavola, i pugni stretti, la fronte rischiarata dalla lampada. Qualche cosa si infranse nei suoi lineamenti come un’onda. Con una violenza contenuta, riprese: “Hai sentito ciò che ho detto? Odio l’istinto sessuale. Vi cediamo forse noi? Quella forza cieca è il male […]. Noi siamo concepiti in una crisi di demenza”.

Dopo avere citato questo passo. Ferdinando Castelli, S.I., nel suo saggio “Il sapore dell’inferno nei romanzi di Julien Green”[16] così prosegue:

“Arroccato in quest’odio, Joseph diventa un isolato: vive in compagnia della diffidenza, della paura, del disprezzo per quanto riguarda la sfera del sesso. Lo chiamano “l’Angelo sterminatore”. Non ha amici […], non ha interessi se non quello della salvezza eterna, non si concede divertimenti. Soprattutto non ha amore. Si può vivere senza amore in orgogliosa solitudine? Quando il demone della lussuria, accovacciato nel suo profondo, si ridesta e morde, Joseph strangola la ragazza con la quale ha peccato: Moira”

La lettura del romanzo di Green data da Castelli, come conflitto tra la carne e lo spirito, che d’altra parte riproduce un motivo caro a Green, sembra logica e soddisfacente, anche se lascia il lettore, e soprattutto il lettore omosessuale, piuttosto perplesso. Un bellissimo ragazzo eterosessuale, paladino della castità, che strangola l’unica ragazza con la quale ha avuto un rapporto sessuale spinge inevitabilmente il lettore a chiedersi che cosa c’è dietro il delitto e soprattutto che cosa c’è dietro l’odio dichiarato verso la sessualità.

La risposta ai dubbi ci viene dallo stesso Green, che nel 1993, adattando per il teatro la vicenda svela l’arcano: tra Joseph e il suo compagno di studi Praileau esiste un rapporto d’amore omosessuale. È Green stesso che afferma che è questo il fulcro di tutta la vicenda. Tra l’altro, nel testo teatrale, l’episodio di Simon viene molto ridimensionato e Simon, rifiutato da Joseph, si limiterà ad abbandonare l’università e non si suiciderà come accadeva nel romanzo.

Proviamo adesso a dare una lettura di matrice non cattolica ma omosessuale di tutta la vicenda, naturalmente è solo una delle interpretazioni possibili e sarà il lettore a giudicare della sua plausibilità. Joseph, come già detto, studente diciannovenne dell’università della Virginia, una regione del Sud degli Stati Uniti che non brillava certo all’epoca per apertura mentale, ha una storia d’amore omosessuale con un suo compagno di studi, Praileau, ovviamente la storia di Joseph e Praileau è vissuta in modo del tutto nascosto. Joseph non ha paura dell’omosessualità in sé ma del fatto di essere individuato come omosessuale. La storia d’amore è vissuta con tale discrezione che un altro ragazzo omosessuale, Simon, individuando in Joseph qualcosa che lo attira e non vedendolo affatto interessato alle ragazze, pensa di potersi fare avanti. Joseph è già impegnato a livello affettivo, ma il vero motivo per cui allontana Simon è un altro: Simon tende a manifestare troppo apertamente i suoi sentimenti e Joseph rischia di poter essere identificato come omosessuale. C’è poi un altro punto fondamentale, per un ragazzo 19enne molto bello è ovvio avere avventure con le ragazze, Joseph deve quindi trovare qualcosa che gli permetta di tenere le ragazze a distanza senza che questo susciti pettegolezzi, l’espediente migliore è la castità per convinzioni religiose. Ecco quindi che Joseph diventa il nemico giurato della sessualità, ma attenzione, si parla della sessualità etero. Si tratta in sostanza di un atteggiamento molto esasperato ma nello stesso tempo tutto esteriore. La vita segreta di Joseph non ne è minimamente toccata, anzi risulta quasi difesa e messa al sicuro da questi atteggiamenti. Fin qui si potrebbe dire che si tratta di una classica storia omosessuale in un ambiente omofobo, ma, all’apparenza almeno, non si capirebbe come Joseph possa arrivare a passare una notte di sesso con una ragazza e come possa arrivare a strangolarla subito dopo. Cerchiamo ora di approfondire il discorso. Joseph, vive, è vero, una storia d’amore omosessuale, ma in realtà non è disposto a rinunciare, in nome di quell’amore, ad una vita gratificante fatta di frequentazioni e di rapporti sociali “normali”, un po’ come il Clive del “Maurice” di Forster. L’apparire di Moira è lacerante per Joseph non perché Moira scateni in lui il fuoco della lussuria ma perché gli richiama alla mente una realtà alternativa al suo amore omosessuale, socialmente accettata e molto meno complicata da gestire. Moira rappresenta per Joseph la tentazione di tradire il suo vero amore e di vivere da etero. Moira è molto seduttiva e Joseph pensa che si possa anche provare ad essere etero e la cosa a livello tecnico funziona, è questa la grande tentazione di un gay represso, ma poi sopravviene l’idea che non è possibile tradire se stessi e vivere una vita che non è la propria. Moira viene assassinata perché ha distrutto il “vero” sogno d’amore di Joseph ossia il rapporto con Praileau.

Questa lettura della vicenda di “Moira” e de “L’étudiant roux”, che è assai più credibile di quella basata su una figura di Joseph veramente eterosessuale, dilaniato dalla lotta tra la carne e lo spirito, è l’ennesima prova di quanto, anche molti anni dopo la seconda conversione di Green, l’omosessualità sia viva e presente nelle sue opere.

Un esempio forse ancora più significativo si trova in un altro romanzo “Le malfaiteur”. Green aveva smesso di lavorare a questo romanzo nel 1938, quando stavano maturando ormai i tempi per la sua seconda conversione al cattolicesimo, ma nel 1955 la volontà intimamente sentita di contribuire ad una comprensione più profonda della condizione omosessuale spinge Green a riprendere e completare il romanzo “per portare all’attenzione dei lettori seri uno degli aspetti più tragici della vita sessuale (carnale) del nostro mondo moderno, tragico perché coinvolge in un modo qualche volta violento tutta la vita affettiva e tocca gravemente la vita spirituale.”[17]

Come si vede abbastanza chiaramente, Green, con gli anni, pur restando cattolico, recupera almeno in parte la sua coscienza omosessuale.

Il romanzo ha una trama piuttosto semplice: Hedwige, una giovane orfana, vive nella stessa casa di Jean e si rende conto solo parzialmente della omosessualità di Jean che non avrebbe paura di spiegarle le cose lui stesso anche se per iscritto. Gaston Dolange, oggetto d’amore sia di Hedwige che di Jean, è sfacciatamente omosessuale e sa bene monetizzare le sue grazie. Gaston che non è affatto interessato né a Hedwige né a Jean, compare solo brevemente all’inizio e alla fine del romanzo ma il suo orientamento sessuale è assolutamente chiaro sia agli altri personaggi che al lettore. Il malfattore è Jean, perché ama troppo i bei ragazzi. La società borghese è disposta comunque a chiudere un occhio evitando almeno di mandare i poliziotti a dare scandalo bussando alla porta di Jean. Per anni Jean vive nascosto poi, prima di sparire suicidandosi, si confessa (la cosiddetta confessione di Jean), in una lettera a Hedwige che, nella versione del testo del 1955, non è in grado di capire realmente il senso di quello che legge perché la confessione di Jean è vaga e criptica. Lei sa solo di essere una ragazza innamorata di un uomo che non sarà mai in grado di desiderarla fisicamente e finirà anche lei per seguire la strada del suicidio.

Se è vero che Green nel 1955 ha ritenuto suo dovere far luce sul mondo sconosciuto, allora come oggi, della omosessualità, ha lasciato però il suo lavoro deliberatamente a metà perché, in pratica, il testo del 1936-38 è stato dato alle stampe nel ’55 privo del capitolo fondamentale contenente “la confessione di Jean”. Nell’edizione del ’55, i motivi che spingono Jean a fuggire in Italia, dove poi si suiciderà, restano fumosi e incomprensibili, e va sottolineato che la visione che Green offre della omosessualità è radicalmente negativa perché Gaston è un bel mantenuto gay e Jean è un illuso depresso che finisce per suicidarsi, e come se ciò non bastasse, non si offre nessuna spiegazione né per il comportamento del primo né per quello del secondo.

Solo nel 1973, con la seconda edizione di “Le malfaiteur”, si assiste a una sostanziale resipiscenza di Green: la “confessione di Jean” viene reintrodotta nella forma integrale originaria del 1938, senza censure, e così, leggendo il testo, si capisce che gli omosessuali sono costretti a frequentare i luoghi tipici degli incontri clandestini, sia a Parigi che in provincia, luoghi malfamati e squallidi, perché sono costretti a vivere nella menzogna e nella paura costante dello scandalo, sono schedati e sorvegliati dalla polizia e rinnegati perfino dalle loro famiglie. La reintroduzione del testo integrale della “confessione di Jean” dà al romanzo un altro spessore e fa capire in modo serio le situazioni drammatiche in cui gli omosessuali erano costretti a vivere nella Francia degli anni ’30.

Ma chiudiamo i riferimenti alle opere e torniamo alla biografia di Green.

C’è una parte della sua vita sulla quale Green è totalmente reticente, se possibile più di quanto non lo sia circa Saint-Jean, mi riferisco al suo rapporto col figlio adottivo Eric Jourdan. Se Saint-Jean aveva un anno meno di Julien, Eric era più giovane di lui di 40 anni. Jourdan è un romanziere e un drammaturgo, il suo romanzo di esordio “Les Mauvais Anges”, pubblicato nel 1955, quando non aveva ancora compiuto 16 anni, è ancora oggi uno dei romanzi omosessuali più apprezzati, in cui la sensualità emerge al massimo grado.

Pierre e Gérard, due diciassettenni sono travolti dalla passione, il loro desiderio sessuale è violento: “Noi avevamo voluto conoscere in una sola notte tutti i segreti dell’amore e una vera furia guidava questa scoperta, al punto che l’alba illuminò in questi corpi saziati ma non soddisfatti due giovani amanti doppiamente maschi per il loro modo di prendersi e di donarsi.”

Una tale unione non poteva che suscitare gelosia intorno a loro. Dei giovani vicini di casa di cui i due ragazzi avevano massacrato i falconi, per gioco o per vendetta, rapiscono Gérard e lo violentano. Da qui inizia lo scivolamento Pierre e Gérard verso morte. Il loro amore è insieme gioia e tortura. Sono insieme schiavi e padroni nel soddisfare il loro piacere, non tollerano nessun compromesso e preferiscono scegliere la morte che subire l’usura dei sentimenti e dei corpi provocata dal tempo.

Come si vede non solo si tratta di un romanzo omosessuale nel modo più esplicito ma di un romanzo immensamente lontano dalla visione dell’omosessualità tipica di Green. Dopo la pubblicazione di “Les Mauvais Anges” Juordan visse in modo molto libero prima di essere adottato da Green. Dopo l’adozione si stabilì a Parigi e rimase accanto a Green fino alla sua morte. Ma più di questo non sappiamo.

Francesco Gnerre ha intervistato Eric Joudan nel 2007.[18] Jourdan aveva posto la condizione che non ci fossero domande su Green, Tuttavia, all’esplicita domanda di Gnerre: “Perché non vuole che le si facciano domande su Julien Green?”
Jourdan risponde: “Il fatto è che molto spesso si tende a fare allusioni alla storia della mia adozione per sminuire la mia opera, e questo non mi piace.
Naturalmente ho adorato il mio padre adottivo, ma non abbiamo mai praticato lo stesso genere di scrittura e la nostra visione della vita è stata sempre agli antipodi.
Juliern Green era un fervente cattolico, io sono un pagano, un iconoclasta. Sono convinto che tutte le chiese e le religioni, in primo luogo quelle monoteiste, sono tenute in piedi da persone che esercitano la loro influenza sugli individui e sulla collettività sotto la spinta esclusiva di interessi materiali. Colpevolizzano la gente per “fargliela pagare”, sia in termini di offerte in denaro che di rimozione delle proprie pulsioni.”

Francamente non penso proprio che il rapporto tra Jourdan e Green si possa vedere come il rapporto tra il diavolo e l’acqua santa, le cose sono sicuramente molto più complesse. Green e Jourdan si conobbero quando Jourdan aveva 15 anni e sul loro rapporto si fecero pettegolezzi di tutti i generi ma i due non si fecero smontare e dopo alcuni anni, morti i genitori di Jourdan, Grenn lo adottò e anche su questo il pettegolezzo dilagò.

Ne “La Civiltà Cattolica”[19], dopo la morte di Green, Ferdinando Castelli S.I. ha pubblicato l’articolo “Julien Green testimone dell’invisibile – in memoriam”. L’articolo di Castelli mira a sottolineare la figura di Green dal punto di vista della fede, nell’articolo c’è però un riferimento diretto al problema dell’omosessualità nell’opera di Green. “Che cose pensa Green della sessualità e dell’omosessualità, temi più volte ripresi nella sua opera? – “C’è stato in me, in periodi differenti, un elemento di terrore dinanzi alla sessualità in generale e all’omosessualità in particolare […]. Nel 1958 ho vinto (supprimée) la sessualità. Ho inteso una voce che mi ha detto: “O ora o mai.” Ho risposto: “Se Voi non mi aiutate, non posso farcela.” L’aiuto è arrivato, ma l’esperienza è stata straziante. È durata due anni all’incirca, ma ora la pace è tornata”. L’omosessualità “è un tema molto grande, è mistero che riguarda la sfera più vasta della sessualità. Sia l’omosessualità che l’eterosessualità rientrano nella lotta tra la carne e lo spirito: il problema è questo,”[20]

Osservo che Green non vede uno specifico problema nella omosessualità ma tende a inquadrare tutta la morale sessuale nella dimensione della lotta tra la carne e lo spirito. Il dualismo radicale sembra inevitabile a Green, ma uno spirito laico, di fronte a queste cose, si chiede quale sia la ragione per la quale la sessualità debba essere soppressa e non trova altra motivazione che l’obbedienza cieca ad un precetto che si attribuisce a Dio.

Posso capire che nel tracciare il necrologio di uno scrittore omosessuale e cattolico, la Civiltà Cattolica si preoccupi di dare a Dio quel che è di Dio, ma per un omosessuale laico, quale io sono, è imprescindibile dare a Cesare quel che è di Cesare e mettere in luce gli elementi della vita e dell’opera di Julien Green che ne fanno risaltare l’omosessualità, vinta o repressa quanto si vuole, ma essenziale per capire il vero tormento di un’anima lacerata dalla fede. Il divieto della omosessualità, torno sul punto, come in generale il divieto della sessualità non procreativa perfino all’interno del matrimonio, non ha altra ragion d’essere che la volontà di conformarsi comunque alla pretesa volontà di Dio, anche a costo di sopprimere violentemente la propria sessualità. Dio ci dà la sessualità e poi ci vieta di usarla secondo la nostra libertà e senza danno per nessuno. Il divieto non ha altra ragione che misurare il livello di obbedienza e di annullamento di sé di fonte alla richiesta di Dio, un po’ come la richiesta fatta ad Abramo di sacrificare il figlio, ma, per riprendere un pizzico di linguaggio evangelico, chi di noi, se vedesse il figlio in un giardino pieno di frutta, gli vieterebbe di mangiare i frutti di un particolare albero per mettere alla prova la sua obbedienza? Se dunque noi, cattivi come siamo, non vietiamo ai nostri figli di magiare qualsiasi frutto del giardino, perché dovrebbe Dio, che è bontà infinita, mostrare ad Adamo l’albero della conoscenza per dirgli: tu non mangerai il frutto di quest’albero? Mi si potrà rispondere che questo è un mistero della fede, ma è proprio perché la fede attraverso questi meccanismi crea sofferenza, che non riesco a concepire come si possa fare della obbedienza cieca un principio sul quale fondare la vita.
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[1] Julien Green: Religion and Sensuality – Di Anthony H. Newbury – p. 12-14
[2] “Aucun désir charnel ne me tourmentait. Si le coeur brûlait, les sens étaient profondément endormis et j’étais d’une froideur exceptionnelle. L’idée de porter la main sur Frédéric m’eût paru tout bonnement monstrueuse, parce que rien ne me semblait beau qui ne fût pas pur, ce mot retrouvant dans mon esprit tout le pouvoir qu’il aveit failli perdre.”] (Partir avant le jour)
[3] Une ou deux minutes plus tard, de l’autre côté du pont, je dis à Mark : « Je regrette, je ne peux pas. » Il me serra légèrement le bras et dit : « Je comprends très bien. » Une fois de plus, j’avais mesuré le risque de perdre à jamais son affection et l’avais jugé trop grand. Ai-je besoin d’indiquer que dans mon œuvre, Mark revient sans cesse, sous une forme ou sous une autre ? II est toujours le mystérieux beau garçon à qui l’on n’ose pas déclarer son amour. Eric Mac Clure, dans Sud, Praileau dans Moïra, Angus et Wilfred, les deux alternativement, dans Chaque homme dans sa nuit, Paul dans Le Voyageur, surtout le beau garçon de L’Autre Sommeil. (Terre Lointaine, V, pp. 1257-1258)
[4] «Les catholiques de ce pays sont tombés dans l’habitude de leur religion, au point qu’ils ne s’inquiètent plus de savoir si elle est vraie ou fausse, s’ils y croient ou non ; et cette espèce de foi machinale les accompagne jusqu’à la mort.»
[5] «On ne croit pas sans se livrer bataille, mais ils ne luttent pas avec eux-mêmes, et ils acceptent le catholicisme comme quelque chose de simple et de naturel ; ils finiraient par le tuer, si c’était possible.»
[6] «Cependant ils sont catholiques, puisqu’ils ont reçu la marque de l’Eglise, et ils le sont pour toujours, car l’Eglise ne fait rien que d’éternel, mais ces enfants soumis portent les germes d’une corruption puissante. Ne cherchez pas autre part les vrais ennemis de cette Eglise chrétienne dont ils se croient les défenseurs.»
[7] «On les a élevés dans le catholicisme ; ils y vivent et ils meurent, mais ils ne comprennent ni ce qu’ils représentent ni ce qui se passe autour d’eux, et ils ne pressentent rien du mystère qui les enveloppe et qui les sépare du monde.»
[8] «Ils vivent dans le monde comme s’ils étaient du monde ; cependant ils ont été mis à part en vertu de certains signes et de certaines paroles, et s’ils comprennent qu’ils sont marqués, et qu’ils se révoltent, ils n’en sont pas moins catholiques, et s’ils s’avilissent, ils demeurent catholiques dans leur chute et leur damnation.»
[9] «Ils lisent des prières dont chaque mot est d’une grande importance et ils les lisent comme s’il s’agissait, dans ces prières, de quelqu’un d’autre, de la vie de quelqu’un d’autre, du salut de quelqu’un d’autre. On dirait qu’ils ne savent pas qu’on y parle uniquement de leur condamnation à mort et de leur grâce ; on dirait qu’ils croient que le catholicisme a été fondé pour les autres et qu’eux-mêmes, s’ils en font partie, c’est par hasard ou par jeu.»
[10] Vedi Osservatore Romano del 27/28 Agosto 2008 – “Storie di conversione: il duplice ritorno di Julien Green – di Claudio Toscani.
[11] Salus extra ecclesiam non est, Cipriano, epistola 72 a papa Stefano.
[12] François Mauriac, biographie intime, di Jean-Luc Barré – Fayard editore, Parigi, 2009.
[13] Julien Green: The End of a World – As Germany occupied France, Green brought Paris to life in his superlative diaries.http://www.neh.gov/humanities/2012/july … -end-world
[14] Passé pas mort, Grasset, 1983, riedito nel 2012.
[15] «Nous aurons traversé des orages sans que cesse ce besoin réciproque de la présence, faim que le temps ne rassasie pas. Pourquoi lui? Pourquoi moi? Pourquoi ce bonheur rien qu’à se sentir silencieux dans la même pièce?»
[16] Civiltà Cattolica 2971-2976, p. 353.
[17] ”…de porter à l’attention des lecteurs sérieux un des aspets les plus tragiques de la via charnelle dan notre monde moderne, tragique parce qu’il engage dune façon parfois violente toute la vie affective et qu’il touche gravement à la vie spirituelle.” Introduzione al Le malfaiteur nelle Opere Complete del 1955.
[18] http://www.culturagay.it/intervista/367
[19] La Civiltà Cattolica 1998 IV, 365-375.
[20] Brano dell’intervista riprodotta su Le Monde del 19 agosto 1998, 17.

TI RACCONTO LA MIA STORIA, SENTINELLA

Ciao a tutti, ragazzi. Ogni tanto torno a pubblicare sul vostro forum perché spero sempre che possa servire… in questo caso vi nomino pure, quindi, mi sembra doveroso. Un saluto.

“Leggo un libro in piazza, lo faccio in piedi e silenziosamente… e mi sento dire a colpi di insulti e sbeffeggiamenti che sono omofobo e che mi dovrei vergognare. Non capisco.” Non capisci? Molto bene. Cara ‘sentinella in piedi’, ti racconto la mia storia… Sono Luca, ho 26 anni e vivo a Pisa. Sono stato battezzato, ho preso la prima comunione e la cresima… ho suonato in chiesa come organista, ho diretto un coro parrocchiale per sette anni, ho organizzato feste di carnevale per la mia parrocchia, ho suonato alla festa dei nonni, ho pregato accanto ai miei compaesani, ho fatto persino il catechista… e guarda un po’… TAN TAN!!!! Sono gay! Sono cresciuto come un bambino chiuso, schivo e insicuro. Alle elementari giocavo con le bambine a fare la ruota, invece di giocare a pallone coi miei compagni maschietti. All’allenamento coglievo margherite, invece di giocare sul campo. Alle medie ho dato un pugno a un mio compagno perché mi riteneva gay. Quando tornavo a casa da scuola piangevo in silenzio perché non capivo cosa avevo di diverso dagli altri. Mi sono fissato con una bambina e l’ho rincorsa per sei-sette anni, neanche ricordo più. Lei si prendeva gioco di me, diceva che le ragazze mi evitavano perché ero troppo ‘accomodante’. In prima superiore avevo un compagno di classe che mi soprannominò “stellina del Cuore” e mi diceva che ero una “checca isterica”. Ho subìto per tutto il periodo scolastico il bullismo attivo e passivo dei miei compagni. Io non capivo. Mi convincevo che mi piacesse questa o quella ragazza perché volevo amare una bimba, come i miei amici. Ho sempre nascosto la mia insicurezze amorose dicendo a tutti quelli che mi domandavano perché non avevo mai baciato una ragazza che ero sfortunato, che non ci riuscivo perché volevo prima ‘conoscerla’ e ‘vedere se mi piaceva davvero’, e poi inventavo scuse assurde per far credere a tutti che per questo o quel motivo non ero riuscito a combinare niente. Non so descrivere il dolore, la pressione esterna e lo stress emotivo che tutto questo comportava dentro di me. Un macigno psicologico distruttivo. Quando mi masturbavo, pensavo ai maschi, ma mi dicevo che non potevo essere gay, perché allora tutto quello per cui avevo combattuto sarebbe stato inutile. Dovevo cambiarmi, riuscire a sconfiggere queste attrazioni che la mia religione, la società e la mia infanzia mi avevano insegnato a disprezzare. Non poteva aver ragione il mio compagno delle medie, o quello delle superiori… io non potevo essere gay. Non sono mai stato felice, nemmeno quando finalmente ho fatto l’amore con una ragazza. Non ero felice, perché io avevo altri pensieri in mente, altri desideri che nel profondo mi tormentavano. La paura di aprirmi. La verità profonda è che mi sono innamorato, ripetutamente, per anni, di ragazzi, ma non lo potevo confessare ad anima viva. Una volta mi sono così tanto innamorato di un ragazzo che gli ho scritto una lettera tutti i giorni per più di un mese. Lui era lontano, ma io avevo preso il vizio di scrivergli e modificavo le sue fotografie su photoshop, solo per il gusto di guardarlo, per contemplare il desiderio di sfiorarlo e di dirgli che l’amavo. L’ho desiderato ardentemente per molto tempo. Ho attraversato il periodo più difficile della mia vita… ho deciso di aprire la mente alla possibilità che forse ero omosessuale. Un giorno, mi sono chiuso in camera. Era una sera tardi e i miei erano andati a letto. Con il cuore che mi batteva a mille ho aperto internet e ho cercato una chat per soli uomini. Mi sembrava il passo più difficile del mondo, l’impresa più ardua dell’universo… eppure… ho conosciuto un ragazzo. Era carino con me e mi faceva sentire bene, ci parlai per un mese. Nel frattempo mi iscrivevo al forum di Progetto Gay e facevo conoscenze di altri ragazzi che come me vivevano nella stessa situazione. Poi questo ragazzo l’ho voluto incontrare: era una sera in cui avevo la macchina. Ci demmo appuntamento in un parcheggio. Io non avevo altro desiderio che togliermi il pensiero, sconfiggere la paura. Lui tardò. Furono i momenti più difficili della mia vita. Ero solo, al buio, in un parcheggio, che aspettavo una persona che nemmeno avevo mai visto in carne ed ossa, con addosso la paura congelante di rivelare il vero me stesso a qualcuno, qualcosa che non avevo mai lontanamente osato immaginare fino a pochi mesi prima. Aprivo la porta, la richiudevo, abbassavo il finestrino, ma poi avevo freddo. Sudavo, volevo scappare lontano. Poi arrivò. Entrò nella mia auto e piano piano la paura diminuì. Parlammo per molto tempo ma non succedeva niente e io ebbi di nuovo la paura di bloccarmi, come mi era successo con le ragazze… e pensai di nuovo di essere un cretino, un fallito e stavo per ripiombare nella tristezza più assoluta. Lui mi chiese qualcosa tipo se stavo bene. Io risposi che non stavo bene e lui mi baciò. Tutti i pensieri, le paure, il desiderio di scappare svanirono a poco a poco che mi lasciavo andare a quel bacio che durò un sacco di tempo. Tornando verso casa, guidando, pensai di essere felice, ma invece iniziava un altro periodo difficile. Iniziava la mia doppia vita. Mentivo a tutti: amici, parenti e conoscenti, senza distinzione. Mi sentivo un mostro quando i miei più cari amici e amiche mi chiedevano come stavo, come andava… e nella gioia e nel dolore non potevo condividere con nessuno i miei veri sentimenti. Avevo paura del giudizio… ero convinto che mio padre mi avrebbe odiato, che a qualche persona a cui volevo bene non sarebbe piaciuta la cosa, che qualcuno mi avrebbe preso in giro di nuovo. Ma soprattutto avevo paura di inaugurare la mia nuova vita, perché io, alla fine, la mia vita non avevo ancora iniziato a viverla. Ho vissuto per tanto tempo la doppia vita etero-gay ed è stato psicologicamente molto stressante. Costruire una bugia per vedere un ragazzo, un’altra per mentire ai genitori… sperare che l’una e l’altra mai si confrontassero. La continua paura di essere scoperto. Tempo dopo conobbi il mio attuale ragazzo. Andavo da lui a Firenze piuttosto spesso e ci mettemmo subito insieme. Con lui è iniziata la risalita che mi ha portato a questo scritto di oggi in cui anche le poche persone che ancora non sanno di me, lo vengono a sapere così, con questo atto un pochino plateale. Ma non me ne importa proprio niente, tanto non lo leggeranno tutti e comunque non è il motivo per cui scrivo. Sapete cosa mi ha fatto coraggio ad aprirmi a tutti, piano piano, a piccole dosi? Una certa mia amica che mi ha sempre incoraggiato, e la famiglia del mio ragazzo. Da lui ho vissuto per la prima volta in assoluto in una famiglia come il vero Luca, che non deve niente a nessuno e che non si deve nascondere. Mi sono sentito accettato da subito, ben voluto, ammirato e nessuno di loro ha mai messo l’accento sulla mia sessualità, sul fatto che io e il mio ragazzo siamo due uomini e quindi questo è strano o buffo. Mi hanno fatto vivere l’amore familiare in modo unico e speciale. Insieme abbiamo fatto pranzi, cene, abbiamo portato la nipotina al parco, fatto filmini per matrimoni, portato a spasso il cane. Abbiamo fatto la spesa, giocato a carte, guardato un film, discusso di politica. Li ho sentiti vicini sempre e ho capito che la vera famiglia è quella in cui non devo dire a nessuno se sono gay o meno. Non mi devo affibbiare un’etichetta. Per la prima volta in vita mia sono stato felice perché non importava più chi mi piaceva e come dovevo essere… importava solo che ero Luca e loro mi volevano bene, andava tutto bene. Così è stato allo stesso tempo con la mia più cara amica, che quando mio padre ancora non sapeva, ospitava me e il mio ragazzo a casa sua: anche con lei ne abbiamo fatte tante. Visite alla Certosa, un capodanno, tanti momenti di gioco, di chiacchiere, di risate e affetto vero. Abbiamo vissuto momenti belli facendo passeggiate sull’argine, mangiando gelati e ascoltando opere insieme. Anche qui mi sono sentito amato e mi è sembrato il paradiso, perché mai prima mi ero sentito così. Finalmente anche in casa mia ho potuto vivere liberamente e completamente accettato e ora non sono più il ragazzino insicuro che ero prima e mai mi sono sentito discriminato, perché nessuno dei miei amici e conoscenti, nessuno in assoluto mi aveva mai rifiutato per quello che sono… fino a oggi. E qui mi rivolgo direttamente alla ‘sentinella in piedi’ a cui, forse qualcuno se lo sarà dimenticato, questa lettera era indirizzata. Oggi, cara sentinella, sono andato al pranzo per festeggiare il mio parroco che compiva ottant’anni. Ci sono andato come il Luca che sono adesso, quello gay, ma nessuno lì si accorge di niente perché danno tutti per scontato che chiunque sia etero. Tu, sentinella, dici di non capire perché le persone ti insultavano e ti dicevano che eri omofobo. La tua forma di protesta, così longilinea e silenziosa è forse una delle più insensibili e aggressive che io abbia avuto occasione di vedere. Mi spieghi per quale ragione al mondo io, uomo gay, che faccio parte della tua parrocchia, dovrei sentirmi dire che la mia famiglia, quella del mio ragazzo, e quella della mia amica, che ci hanno accolto con amore e spensieratezza, non è una vera famiglia? Mi spieghi perché, con tutto quello che ho passato, io dovrei stare in silenzio mentre tu manifesti silenziosamente contro i miei diritti? Mi spieghi perché, dopo tutte le sofferenze che l’essere gay mi ha procurato (a causa anche della dottrina che tu profetizzi), dovrei permetterti di diffondere un credo che mi danneggia apertamente? Ti voglio dire anche un’altra cosa, sentinella. Io non mi sono sentito molto parte di quella contro manifestazione, oggi… perché alcuni cori e cartelli per me non erano assolutamente pertinenti né civili… Ritengo di avere una grande componente spirituale dentro di me, ci pensavo proprio oggi, mentre ti guardavo. Ritengo di avere una vasta componente spirituale che mi sostiene giorno dopo giorno e credo che sia Dio ad avermela donata, come mi ha donato la vita. Per il mio Dio se sono gay o meno non fa differenza. Per il mio Dio conta solo se faccio della mia giornata una buona giornata per il prossimo e se metto al centro della mia vita l’amore verso gli altri e POI quello verso me stesso. (il contrario di quello che facevi tu oggi). Non lo dico per provocarti, ma solo perché è quello che vivo tutti i giorni. Ho tante persone che mi amano, passo le giornate a crogiolarmi nell’affetto delle persone a me vicine e posso dire con sincerità che la mia sessualità non importa proprio a nessuno, grazie al cielo. Con mia somma incredulità l’ho dovuto ammettere: non gliene frega proprio un cavolo a nessuno! Sono costretto a tirarla fuori solamente per difendermi da persone come te, che sei l’unico a cui evidentemente importa qualcosa se io mi sposo o adotto un bambino… ma perché ti importa, sentinella? Perché ti importa dirmi come devo vivere…? Perché ci tieni tanto a dirmi che la tua famiglia è naturale e la mia invece no?… Sei l’unico che si preoccupa di queste cose… ma guardati intorno: a nessuno gliene frega proprio nulla… se torni a casa e il libro te lo leggi nel tuo salotto è molto meglio, per tante ragioni: hai la tua famiglia intorno (che è assolutamente stata prodotto “naturale”), una poltrona sulla quale sederti (perché dai, diciamocelo, stare in piedi un’ora è piuttosto scomodo), potresti davvero leggere quel libro (non venirmi a dire che sei riuscito a leggere qualcosa stando in piedi in piazza dei cavalieri) e non avresti persone che ti urlano contro che sei omofobo (non fa piacere a nessuno venire insultato, specie quando non si ritiene di essere meritevoli di tale offesa)… quindi, ti scongiuro, sentinella, deponi il libro in libreria e vieni a passare qualche giorno con me, se proprio non ci credi… ti mostrerò come alla fine, che ti piaccia o no, le cose che faccio io sono le stesse che fai tu. Le persone mi amano tanto quanto amano te, e per quante parole o motivazioni tu possa trovare (anche tra le più folkloristiche e stravaganti), l’unica differenza che intercorre tra me e te è che a me piace il pene e a te la vagina (se sei uomo)… altrimenti abbiamo qualcosa in comune di cui parlare, cara sentinellA (se sei donna). Alla fine, tutto si riduce a questo: o a un pene o a una vagina. Ed è veramente triste vederti così spaventato da un organo genitale (che potrebbe essere anche quello che hai tra le gambe), lo devo dire. Se non volete il matrimonio gay c’è una cosa da fare: assicurarvi di possedere i seguenti requisiti:

1) Essere etero

2) Avere un partner etero

3) Avere una legge che vi consenta di sposarvi

Cercare di ostacolare la vita al prossimo protestando affinché il punto 3 non venga concesso ai gay non è un requisito essenziale, ma è certamente un requisito per risultare antipatici alla stragrande maggioranza dell’umano consorzio. Infine: Se un giorno dovessi decidere di sposarmi e avere dei figli tu non me lo potrai impedire, per tanti motivi, primo tra i quali il fatto che mi basta varcare il confine per ottenere quello che voglio. Quindi ti prego, sentinella, cerca di capire che il tuo modo di porti ferisce gli animi di tanti bambini/e, adolescenti e donne e uomini come me… che ci sono cose molto più importanti di questa legge contro cui combattere, che lo si può fare insieme. Cerca di pensare che, per quanto “naturale” possa essere la tua bellissima numerosissima e splendida famiglia, anche tuo figlio/a potrebbe essere gay e che potrebbe, proprio in questo momento, vivere nell’incubo di dirti la verità, a causa del tuo credo discriminante. Quello che vai chiedendo per le piazze è la negazione di un diritto dell’uomo che spetta a me quanto a te. E questo dovrebbe accomunarci, non dividerci. Cordialmente, Luca.

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