COPPIE GAY E PAUSE DI ATTESA

Caro Project, ti è mai capitato di sentirti distrutto da un’attesa? Distrutto no, ma malinconico parecchio? Perché è quello che mi sta succedendo. Ho 27 anni e il mio lui ne ha 25, ci vogliamo bene però io ho sempre paura di poter essere troppo invadente, di pretendere che lui sia mio e questa è probabilmente una pretesa stupida. Se vuole stare con me ci deve voler stare lui, ma senza sentirsi costretto o anche solo vagamente tenuto a stare con me, per questo io non lo cerco, o meglio lo faccio molto raramente e mi limito in genere a manifestargli il mio entusiasmo quando mi cerca lui.

In altri tempi gli ho manifestato un po’ di possessività e ho rischiato di mettere seriamente in crisi il nostro rapporto. In fondo non posso pretendere che lui non abbia una vita sessuale al di là di quella che ha con me. Lui mi vuole bene e anche sessualmente è proprio entusiasta di stare con me. Una certa preoccupazione ce l’ho per via delle malattie sessualmente trasmesse ma tra noi il sesso è veramente a bassissimo rischio e non è nemmeno una cosa frequente, perché ci vediamo poco e comunque lui non è uno sprovveduto.

Io so che lui vede altri ragazzi, lo so perché me lo ha detto lui ma, almeno fino adesso, questo fatto non ha mai messo in crisi i nostri rapporti. Non sono geloso ma mi pesano molto le pause lunghe che, però, tante volte potrebbero benissimo derivare e penso che derivino da impegni di studio o di lavoro. Io lo vorrei sempre con me, o almeno vorrei stare con lui quanto più frequentemente possibile. Mi dico che dovrei chiamarlo, ma poi ne faccio a meno e mi dico che se volesse stare con me sarebbe lui a chiamarmi come è successo quasi sempre.

Francamente non ho paura di perderlo, anzi penso che il rapporto con lui non si perderà proprio, ma lo devo lasciare anche libero. In effetti, fino adesso, anche se con pause lunghe pure due settimane o più, non ci siamo mai persi realmente di vista. Quando ci vediamo stiamo bene insieme, anche se io vorrei che ci vedessimo, o almeno ci sentissimo di più.

Qualche volta penso di avere di lui un’immagine piuttosto mitica e poco realistica ma, quando ci incontriamo, il rapporto tra noi è talmente sciolto e gradevole, da entrambe le parti, che i dubbi mi passano del tutto, salvo poi a tornarmi quando cominciano a passare alcuni giorni e mi torna in testa che forse potrebbe aver cominciato a mettermi da parte. In un certo senso io do per scontato che prima o poi succederà. Tutte le cose umane hanno un inizio e una fine e di cose che non si perdono col passare del tempo ce ne sono certamente, ma sono pochissime.

Però anche la consapevolezza che prima o poi lo perderò non mi smonta. Quando succederà succederà, ma fino allora con lui ci voglio stare bene, perché ci sto bene e vedo che anche lui sta bene con me. Il problema sono le pause, quando diventano troppo lunghe. Lui non è uomo di messaggini e di regaletti, queste cose non le capisce e lo infastidiscono pure. Anche se è giovane ha mille impegni e, secondo me, è destinato ad un futuro notevole e glielo auguro di cuore.

Non è un perditempo giramondo, non è discotecato, niente del genere, studia molto, prende le cose sul serio, prende sul serio anche me, ma non come obbligo, perché mi vede soprattutto come un momento di evasione, come una parte riservatissima della sua vita in cui può finalmente essere se stesso e sa di essere accettato e amato per quello che è e non per quello che fa. Io penso proprio che in me lui trovi la possibilità, probabilmente l’unica possibilità che ha, di essere accettato senza riserve.

Con altri ragazzi ai quali vuole bene certe volte arriva allo scontro o alle incomprensioni, con me non è mai successo. Ecco questa è una cosa che ho notato spesso, con me non entra mai in competizione, mi sta ad ascoltare e penso si senta gratificato dal fatto che gli dico che è una delle persone migliori che ho conosciuto, proprio moralmente, perché non mi ha mai raccontato balle, non so se lo ha fatto con altre persone, ma con me non è mai successo.

Quando non c’è, dopo qualche giorno mi manca, gli voglio bene, non so dire se ne sono innamorato, forse no, ma gli voglio bene, quando lo vedo preoccupato o ansioso vorrei poterlo fare stare meglio ma so che non posso fare gran che. Lui da me si aspetta un comportamento forte, non mi vede debole o esitante, se mi lascio andare mi rimprovera. Ci sono stati periodi in cui pensavo che stesse con me solo per il sesso, ma adesso non lo penso più. Non riesco a capire che cosa lui pensa veramente di me, cioè come mi giudica, e per cercare di capirlo mi devo basare sui fatti.

Di me si fida e d’altra parte io mi fido di lui, non mi ha mai messo in difficoltà con altre persone, non fa pettegolezzi e ha un rispetto sostanziale degli altri e con me, col passare del tempo, ha creato un rapporto veramente molto bello, anche se decisamente fuori schema per moltissimi aspetti. Io ho un mio ruolo, che è un ruolo serio che può sembrare limitato, perché in qualche modo è parziale, ma è autentico.

Nella mia vita mi è capitato di trovare altri due ragazzi che per me sono stati importanti, loro erano innamorati di me ma io avvertivo qualche nota dissonante e alla fine mi sono allontanato. Non so come dire, forse a me ci tenevano troppo, o a me sembrava che ci tenessero troppo. Loro dicevano cose splendide ma in qualche modo eccessive. Lui invece non ha mai fatto dichiarazioni, anzi mi ha sempre messo in guardia perché io non vedessi in lui quello che non c’era. Non ha promesso la luna, anzi non ha promesso proprio nulla, ma di fatto il rapporto con lui ha avuto fin dall’inizio un altro spessore. Con me non ha mai recitato.

Insomma, Project, mi manca, questo non lo posso negare, ma forse queste pause hanno anche un senso perché il nostro rapporto non si logora nel quotidiano e quando ci vediamo c’è veramente il piacere di stare insieme, anche se io penso che tutto potrebbe funzionare altrettanto bene in una dimensione quotidiana di convivenza. Comunque sarà quello che dovrà essere, senza forzature, il punto fermo è che ci vogliamo bene.

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PREGIUDIZI E RIPENSAMENTI GAY

Caro Project,
leggere il forum a pezzettini, cioè andare a scavare nei vecchi post e leggerli uno per volta, perché molti sono pure lunghi, è diventato uno dei miei sport serali preferiti. Alcuni mi lasciano quasi indifferente, ma altri sono proprio belli, nel senso che mi ci ritrovo. Vedo ragazzi che ragionano come me e vivono cose che, salvo qualche condizione esterna di contorno, sono molto simili a quelle che vivo o che ho vissuto io. Apprezzo molto i post di quei ragazzi che ammettono di aver cambiato atteggiamento e non credono che la coerenza sia sempre una virtù. Quando sei molto giovane hai comunque le tue idee in testa che per te sono oggetto di fede, sono cose nelle quali tu credi, alle quali dai un valore assoluto. Tutto quello che non è in linea con le tue idee ti sembra sbagliato o comunque estraneo. Spari giudizi assoluti e senza appello e soprattutto presumi che non cambierai mai atteggiamento. È capitato così anche a me. A vent’anni sognavo di trovarmi un ragazzo che per me fosse tutto, che vivesse solo per me in un rapporto assolutamente esclusivo che avrebbe dovuto rappresentare la felicità perfetta per lui e per me. Ho provato ad approcciarmi al mondo gay con queste idee per la testa. Immaginavo che una coppia gay fosse un analogo della coppia etero, magari senza ruoli o con ruoli piuttosto sfumati, che le mie fantasie sessuali fossero identiche a quelle di tutti gli altri ragazzi e che tutti gli altri ragazzi ragionassero esattamente come me. Credevo che essere innamorati significasse stare ore al telefono, mandarsi messaggini, farsi regaletti, dirsi tutto e per contro trovare anche una risposta adeguata, sentirsi gratificati dal proprio ragazzo e mettere da parte malumori e sofferenze di qualsiasi genere, in pratica pensavo che innamorarsi fosse la felicità perfetta. Mi sentivo in grado di giudicare, pensavo di capire tutto e di essere pienamente padrone di me stesso. Ero molto propenso a dare credito a chiunque mi promettesse amore e fedeltà totale, davo molto peso alle parole e ai buoni propositi e avevo in mente un mio modello di innamorato, totalmente altruista e dominato dai buoni sentimenti. Per contro davo giudizi molto netti e taglienti sui ragazzi che davano molto valore al sesso, che non erano “fedeli” al loro partner, che non erano propensi a parlare d’amore con trasporto lirico e ne parlavano solo in termini di sesso. Mi sentivo in qualche modo moralmente migliore, diciamo così, uno scalino più in alto, mi sentivo un gay di altro profilo morale e umano. In realtà ero uno che non sapeva nulla del mondo e credeva di sapere tutto. Ho incontrato ragazzi che mi sono sembrati il coronamento dei miei sogni, ai quali avrei dato anche l’anima, che poi si sono dimostrati l’esatto contrario di quello che apparivano, ho incontrato altri bravi ragazzi come me (e lo dico con ironia) che si sono rivelati fragilissimi e i cui “fortissimi” sentimenti sono svaniti di fronte alla prima difficoltà. A 25 anni ho incontrato Livio (nome di fantasia), che aveva un anno meno di me e mi piaceva molto. Per la prima volta, con lui, mi sono trovato di fronte alle mie contraddizioni. Proprio perché istintivamente mi piaceva molto, ho messo da parte ogni forma di prudenza e ho provato subito a contattarlo, un comportamento del tutto al di fuori della mia teoria dell’amore. Livio è stato gentile con me ma penso che mi abbia considerato anche con enorme distacco, perché mi sentiva molto diverso da sé. Non lo vedevo gran che coinvolto. Un po’ sì, ma non si comportava affatto come il mio innamorato ideale avrebbe dovuto. Io non l’ho mollato, ho insistito, con la mia tecnica di approccio: sms, mezze paroline affettuose, ecc. ecc.. A un certo punto mi ha detto: “Se vuoi venire a letto con me, dillo subito, senza tante smancerie, per me si può anche fare.” Io gli ho detto: “Ma prima bisogna conoscersi bene, perché mettersi in coppia è una cosa impegnativa.” Lui mi ha guardato perplesso e mi ha detto: “Io ho parlato di andare a letto insieme, non di vivere la vita insieme. Conoscersi … sì, e come? No! .. Le cose troppo serie non sono per me. Sei un bel ragazzo, se vuoi fare un po’di sesso con me si può fare ma non ti mettere in testa idee assurde.” Ricordo che lo trovai estremamente sgradevole, aggressivo e volgare, assolutamente incapace di sentimenti profondi. Non ci misi molto a trovarmi un ragazzo che mi piaceva e che corrispondeva al mio modelli di innamorato ideale. Si chiamava Bruno (nome di fantasia), non era bello come Livio ma era il classico bravo ragazzo, parlava poco di sesso e molto di grandi sentimenti. Mi piaceva quello che diceva, ci ritrovavo lo stesso mio modo di ragionare. Bruno mi affascinava perché mi gratificava dicendomi che per lui io ero tutto, e che lui non poteva vivere senza di me, era diventato il mio mito. Non era delle mia regione e passavamo ore al telefono come due innamorati. Poi ci siamo anche incontrati dal vivo. Di persona era meglio che in chat, lui non parlava di sesso, o meglio, diceva che quello è l’ultimo dei problemi e non il primo, mi sorrideva in modo dolcissimo e io mi scioglievo nei suoi occhi. Poi a un certo punto, da un giorno all’altro, è sparito e non si è fatto più vivo, cioè ha proprio bloccato i miei contatti, mi ha isolato, e ho saputo da un amico comune che si era trovato un altro ragazzo e ci sono rimasto malissimo, cioè ho saputo che se lo era trovato ben prima di incontrarmi di persona. Non capivo come si potesse dire a un ragazzo le cose che mi diceva lui e nello stesso giorno dire le stesse cose pure ad un altro, eppure era proprio quello che era accaduto. Io l’ho paragonato a Livio e ne ho concluso che erano della stessa specie, una specie che non mi piaceva affatto. Qui ho commesso il mio primo errore grave, ho pensato di poter dire a Bruno quello che pensavo di lui, io, che pensavo di avere il pieno controllo su me stesso, ho fatto una cosa veramente incredibile, mi sono fatto dire dal nostro amico comune come ritrovare Bruno all’università (ma proprio in una città a più di 200 km dalla mia), ci sono andato in treno e l’ho aspettato alla fine delle lezioni. Quando mi ha visto ha cercato di cambiare strada ma io l’ho inseguito e lui non ha potuto sgattaiolare da nessuna parte ed è stato costretto a parlare con me. Gli ho detto, anzi meglio, gli ho vomitato addosso tutto il livore che mi portavo dentro per essere stato tradito e lui mi ha guardato come se fossi un mentecatto e mi ha detto: “Ma chi ti credi di essere? Sei proprio fuori dal mondo… Lasciami in pace che ho da fare!” L’incontro è finito così e io sono tornato nella mia città con un senso terribile di rabbia repressa. Avevo finito male le mie due prime storie e mi sono messo alla ricerca di un altro ragazzo, questa volta tramite un’Ap, e così ho trovato Paolo, che a prima vista mi piaceva molto ed era pure della mia città. Le chiacchierate in chat sono durate molto poco, ci siamo incontrati dopo pochissimi giorni. Era veramente un bel ragazzo, diciamo così, il mio tipo. Non c’è voluto molto per arrivare a parlare anche di sesso, non aveva mai avuto un ragazzo e questo fatto mi tranquillizzava molto, allora non pensai che era una cosa un po’ strana per un gay 25enne. Sicuramente lo avevo già incontrato all’università ma incredibilmente non mi aveva colpito particolarmente e non sapevo spiegarmi il perché. Esco con Paolo, mi sembra timido, imbranato, anche se fisicamente è proprio bello, non sembra vantarsene molto. Parliamo degli studi, io gli racconto di Livio e di Bruno e lui mi sta a sentire e mi dà ragione su tutta la linea, mi dice che ragazzi come quelli è meglio perderli che trovarli, che quelli non sanno niente dell’amore, ecc. ecc.. Con Paolo sto bene, non corre troppo col sesso, dice cose molto tenere, mi manda sms affettuosi agli orari più incredibili del giorno e della notte, io mi aspetto che prima o poi mi faccia qualche proposta anche di tipo sessuale, ma anche minima, anche di coccole, o anche solo di tenersi la mano, ma non succede, Paolo non mi tocca, discorsi ne fa tanti e da manuale ma mi chiedo dove sia il suo interesse sessuale verso di me, lui dice che le cose devono venire da sé ma i giorni passano e non succede nulla. Un sabato sera lo vedo da lontano per strada, potrei chiamarlo, fermarlo, ma non lo faccio, comincio a seguirlo, vedo che si ferma in piazza e si siede su una panchina da solo, io penso che sia una cosa strana e continuo ad osservarlo da lontano. Lui è di spalle e certamente non mi vede. Dopo 10 minuti tira fuori il cellulare e fa una chiamata al telefono, poi va in una pasticceria e ne esce con un pacchetto, poi suona il citofono ad un portone sotto i portici e sale su. Dal comportamento è ovvio che non è salito a casa sua. Vado a vedere il citofono ma ci sono tanti nomi e non ho praticamente nessuna possibilità di capire dove sia andato. Decido di aspettarlo, ma non esce si fanno le undici, poi mezzanotte e Paolo non esce. Io mi trovo una panchina che sia un punto di osservazione riparato, che nello stesso tempo consente di tenere sotto osservazione un lungo tratto di strada davanti al portone dove lui era entrato. Per fortuna era estate e non faceva freddo. Ho cercato di resistere anche alla necessità di andare a fare pipì, che si faceva sentire, e non ho perso d’occhio il portone. Ho passato lì tutta la notte perché dovevo capire e quando mi ci metto vado fino in fondo. La mattina della domenica, poco prima delle nove, Paolo è uscito dal portone insieme con una ragazza e l’ha accompagnata fino ad un altro portone non molto lontano, dove la ragazza ha suonato ed è salita. Si sono salutati “molto” affettuosamente, poi Paolo è andato a prendere il tram della linea che prende sempre, probabilmente per tonare a casa. In sintesi: la ragazza non era sua sorella né una sua parente, lui c’è andato portando il pacchettino della pasticceria, ci ha passato tutta la notte e poi l’ha riaccompagnata a casa dei genitori. La mia logica mi diceva che Paolo mi aveva detto la verità quando mi aveva detto che non aveva avuto nessun ragazzo, ma non me l’aveva detta tutta perché non mi aveva detto che aveva una ragazza e se uno ha una ragazza e passa la notte con lei, poi è ovvio che non si senta tanto trasportato dall’idea di fare sesso con un ragazzo! Il quadro sembrava decisamente coerente. Faccio mente locale e mi ricordo di avere visto Paolo all’università, ho proprio un flash e rivedo la scena, lui sta scherzando con una ragazza e lo sta facendo talmente di cuore che, pure se lui è un bel ragazzo, lo mette del tutto fuori dei miei possibili interessi. Tiro le conclusioni: è meglio prendere le distanze da Paolo, non voglio fare scenate con lui, scelgo una via soft, quando mi chiama gli dico che non me la sento di andare avanti e lui non mi sembra affatto sconvolto e anzi mi sembra piuttosto sollevato che il problema della pseudo-relazione con me si sia risolto in modo spontaneo. Non gli ho nemmeno detto che sapevo della ragazza e che lui mi aveva detto solo la metà della verità. Abbiamo chiuso la telefonata dicendoci che saremmo rimasi amici ma io non l’ho più chiamato e lui si è guardato bene dal farlo lui. Così era finita anche la mia terza storia e avevo messo anche Paolo nella lista dei fallimenti. Tempo dopo ho conosciuto Leone, bello, forte, di classe, è stato il primo ragazzo col quale sono andato a letto, era un seduttore, non proprio quello che avrei sognato, ma mi piaceva molto, aveva però un difetto che io ho potuto notare solo a distanza di tempo, pensava di essere il mio padrone, mi teneva legato col suo fascino e con una serie di comportamenti che io non potevo ricambiare, era ricco, molto educato, formalmente, ma era intimamente convinto di poter fare tutto quello che voleva con i ragazzi. All’inizio sembrava un ragazzo assolutamente normale ma poi, piano piano ha cominciato ad alzare il tiro delle sue proposte che sono finite rapidamente fuori della mia portata, ma evidentemente non della sua. Quando gli dicevo che su quel terreno non lo potevo seguire, perché proprio non me lo potevo permettere, lui mi rispondeva: “Ma non è un problema.” Io le prime volte davo a questa risposta un senso tutto mio, cioè che lui avrebbe rinunciato ai suoi progetti, per fare qualcosa che fosse accessibile pure per me, ma mi sbagliavo, lui non rinunciava ai suoi progetti e pensava che il problema fosse solo nel fatto di trovare i soldi e non capiva che io mi sentivo a disagio a pensare che le spese le doveva pagare lui, anche se, in effetti le spese non le pagava nemmeno lui, perché non lavorava, e quindi le spese le pagava la sua famiglia. La prima volta mi sono adattato, la seconda volta l’ho vissuta proprio come una forzatura, mi sono sentito come una mantenuta che va appresso al suo protettore, una sensazione veramente sgradevolissima. Ma la terza volta non c’è stata. Gli detto: “Mi sono sentito a disagio per tutto il tempo, è meglio che io torni nel mio mondo…” Lui ha cercato in tutti i modi di farmi cambiare idea, c’è rimasto malissimo, non era abituato all’idea che un ragazzo potesse dirgli di no, si è addirittura messo a piangere e a dire che avrebbe cambiato modo di fare ma se uno non si accorge nemmeno che tu stai a disagio e che ti sta mettendo i piedi in testa, non è credibile che possa cambiare cervello da un momento all’altro. Sono stato irremovibile e devo dire che ne avevo proprio le scatole piene delle storie coi ragazzi. Ne ho conosciuti altri, comunque, ma mi vedevano molto diffidente e ironico se non addirittura cinico con loro e se ne andavano quasi subito. Poi ho conosciuto casualmente un ragazzo che conosceva Livio e che era anche stato con lui, gli avrei raccontato volentieri la mia storia con Livio anche solo per sfogarmi, ma ho preferito aspettare e vedere che cosa mi avrebbe raccontato lui e sono rimasto stupito, mi ha detto che lui voleva bene a Livio, che si vedevano ancora qualche volta, il che nel suo linguaggio voleva dire che qualche volta andavano a letto insieme, era evidente che stimava Livio, che lo considerava uno come si deve. Gli ho chiesto: “Ma è il tuo ragazzo?” e mi ha risposto: “No! Non è il tipo che si mette stabilmente con qualcuno…” Ho insistito: “Ma ti ha tradito?” Lui mi ha guardato sorridendo e mi ha detto: “Che cosa? … No! Io lo sapevo benissimo, me lo aveva detto lui…” Qui mi sono cadute le braccia è ho insistito: “Come, te lo aveva detto lui? E tu che hai fatto?” Mi ha risposto: “Io gli voglio bene perché è uno come si deve ma se ha bisogno anche di altro, bisogna che segua la sua strada…” Io ho insistito: “Ma vi sentite ancora?” E lui mi ha risposto: “Sì, perché? Ti sembra strano?” Io gli ho detto: “Ma se lui ha un ragazzo?” E mi ha risposto: “Ma il ragazzo lo sa…” Io ero proprio frastornato da questi discorsi e gli ho detto: “Ma in che mondo vivete?” E lui mi ha risposto: “Ma in che mondo vivi tu?” Gli ho chiesto: “Ma riesci ad essere felice così?” e mi ha risposto: “Beh, sì, abbastanza, Livio mi vuole bene, non è che mi vuole bene di meno perché qualche volta sta con un altro ragazzo, perché Livio vuole bene anche a lui. Quel ragazzo non mi sta rubando niente…” Allora mi è venuta in mente una domanda assurda ma non mi sono trattenuto e gliel’ho fatta: “Ma, puta caso, io mi mettessi con Livio, o meglio se Livio facesse un po’ di sesso anche con me, tu come la prenderesti?” Mi ha risposto: “E come la devo prendere? Se almeno un po’ vi volete bene, ok, dove sta il problema? Non credo che Livio troncherebbe i contatti con me per questo, quindi sentiti libero… dico sul serio, non mi crolla proprio nulla!” Io gli ho detto che avevo conosciuto Livio e che tra noi tutto era finito prima che cominciasse, e lui mi ha detto che Livio gli aveva detto di un ragazzo che non voleva stare con lui se non ci fosse stato un rapporto tipo fidanzamento, che gli aveva parlato pure bene di quel ragazzo (cioè di me) e che gli era dispiaciuto che io mi fossi allontanato del tutto. Dopo una quindicina di giorni ho fatto una cosa che pensavo non avrei mai fatto. Ho ricontattato Livio e ci siamo rivisti. Devo dire che è stato molto contento di vedermi, siamo andati a prendere un caffè e abbiamo parlato un po’, non ci sono state proposte di nessun genere né da parte sua né da parte mia, però ci siamo lasciati con un abbraccio molto caloroso. Che cosa potrà succedere non lo so, in effetti è stato l’unico ragazzo che non mi ha raccontato balle, nei prossimi giorni dovrò prendere una decisione, o forse no, però il mio giudizio su Livio è radicalmente cambiato e le mie prospettive si sono molto allargate. Tutto qui.

SESSO GAY E AMICIZIA

Ciao Project,
in questi giorni mi trovo a dover decidere alcune cose della mia vita, o almeno di un periodo della mia vita. Ho 26 anni, ho avuto qualche storia finita male ma non ne ho riportato nessuna conseguenza negativa. Premetto che sto molto attento alla prevenzione delle malattie e che evito pratiche pericolose quando non sono sicuro che chi ho davanti non rappresenti un rischio per me. Voglio dire che il sesso che chiamano completo, a parte che non è mai stato nelle mie fantasie, è una cosa che potrei fare solo col preservativo. Per qualcuno è una fissa ma, da quello che vedo, per tanti non lo è.

Evitando radicalmente le pratiche a rischio, e dico praticamente tutte, resta che comunque fare sesso è gratificante lo stesso, non dico solo per me, ma per tante persone, diciamo così, meno fissate. Questo, diciamo, è il lato prevenzione. Quindi sembrerebbe che un contatto sessuale, se opportunamente gestito, col preservativo o evitando pratiche a rischio, possa non essere pericoloso, però a questo punto c’è un’altra faccenda, che è la riservatezza circa la propria sessualità e qui mi sono posto tante domande.

Tanti ragazzi pensano che la loro sessualità sia un elemento assolutamente speciale della loro fisicità, che deve essere riservato solo al loro ragazzo, cioè ragazzo fisso, oppure a bravate varie, giustificabili proprio perché bravate, ma senza un minimo di affettività. Cerco di spiegarmi meglio: noi come segno di amicizia ci diamo la mano, che è già un contatto fisico, che in genere viene banalizzato, ma quando tocchiamo la mano di un ragazzo che ci interessa, quel toccarci la mano ci dà una scossa fortissima, quindi non è il fatto in sé di toccarsi o meno la mano che conta, quel gesto ha valenze diverse a seconda della persona cui è diretto.

Io posso pure abbracciare un amico che sta passando un brutto momento e non penso certo che devo farne a meno per il fatto che io faccio lo stesso gesto anche con mio ragazzo, dal quale magari mi sento molto coinvolto. Perché tutto questo non deve avvenire anche col sesso? Cioè perché il sesso deve essere riservato esclusivamente al mio ragazzo? Io potrei benissimo avere un amico che può avere bisogno anche di un contatto sessuale e non solo di un abbraccio, perché dovrei negarglielo per il fatto che il sesso deve essere riservato soltanto al mio ragazzo? Sulle cose del sesso c’è molta più possessività che su qualunque altra cosa.

Adesso sgombriamo il campo dalla presenza di un ragazzo, intendo di un fidanzato o qualcosa di simile, perché io non ho un fidanzato, Se mi trovassi di fronte ad un ragazzo che secondo me ci terrebbe molto ad avere anche qualche contatto sessuale con me, naturalmente in condizioni di totale sicurezza, perché dovrei dirgli di no, per il solo fatto che dovrei riservare la mia sessualità al mio futuro ragazzo (o anche al mio attuale ragazzo, se ne avessi uno)? Come si dà una calorosa stretta di mano o un abbraccio a un amico in un momento in cui ne ha bisogno, perché non si dovrebbe fare lo stesso anche con il sesso?

Io ho provato a fare questo discorso ad alcuni ragazzi che conosco, qualcuno mi ha guardato perplesso, altri l’hanno risolta con una battuta, ma nessuno ha preso la cosa sul serio, era una specie di tabù intoccabile, e non riesco a capire perché. Ma andiamo al concreto. Io ho un amico che ha una vita sessuale molto più libera della mia. Diciamo subito che non è un libertino ma dà al sesso anche un enorme valore affettivo. Adesso questo ragazzo è rimasto praticamente solo per ragioni che io non conosco, ma suppongo che i suoi amici, non fossero amici nel senso pieno del termine, cioè che per loro lui fosse uno che va bene finché non crea problemi e dice sempre sì, poi, quando si rendono conto che non riescono a gestirlo come vogliono loro, lo scaricano e ciao. Io voglio bene a questo ragazzo, le sue fragilità sono analoghe alle mie, ma so bene che noi non saremo mai una coppia.

Non mi sento veramente attratto sessualmente da lui e penso che anche lui non si senta troppo attratto da me, ma in certi momenti un po’ di sesso può fare bene, può aiutare a mettere da parte la malinconia e a stare un po’ meglio, perché vedi che c’è uno che ti accetta e che capisce e tuoi bisogni, che non ti dice di no, che non ti chiede nessun impegno e che, almeno in un certo senso, ti vuole bene senza condizioni, magari solo per una sera. Lui non sarà mai il mio ragazzo, questo lo so benissimo, ma non mi sembra un motivo serio per dirgli di no. Io non ho un ragazzo, quindi nessuno ci può rimanere male.

Ho pensato che fare un po’ di sesso potrebbe illuderlo magari che io mi stia innamorando di lui, ma lui sa benissimo che non è così. E poi, se anche io avessi un ragazzo, mi creerebbe veramente problemi avere un ragazzo che mi vuole impedire una cosa che mi viene assolutamente spontanea. C’è questa idea non dell’amore esclusivo ma del sesso esclusivo, che è segno di gelosia e di possessività. Quando dico queste cose mi rispondono che ragiono così perché non ho un ragazzo ma io penso che avere un ragazzo, con queste cose non c’entri proprio niente.

Perché un po’ di sesso non può essere anche una componente normale dell’amicizia? Ecco, la domanda è questa.

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ELOGIO DEL MIO PARTNER GAY

Caro Project,

ti sarai domandato perché ho messo un titolo alla mail e perché non ho scritto “elogio del mio ragazzo”. Intanto non gli piace sentirsi il ragazzo di nessuno, poi perché non è più un ragazzo, ha 45 anni, e poi perché un elogio se lo merita.

Io non ho mai avuto un carattere facile, faccio molte chiacchiere, spacco il capello in quattro ma rinvio sempre le decisioni e ho paura di tutto, cioè preferisco evitare di decidere, quando posso. Ho trovato pochi ragazzi che mi corressero dietro e quei pochi, dopo poco tempo, si stancavano e se ne andavano perché mi vedevano spento e poco partecipativo. Puoi capire che chances potevo avere io di trovarmi un ragazzo. In pratica manco lo cercavo. Non ero chiuso per principio a cose del genere però erano solo eventualità che io non andavo cercando.

Poi arriva lui, ormai parecchi anni fa. Ha due anni meno di me, ma a vederlo sembra proprio giovanissimo. Ci conosciamo all’università, frequentiamo lo stesso corso di laurea ma io sono al terzo anno, lui si è appena immatricolato. Io lo avevo notato perché era proprio bello, o almeno mi piaceva molto, aveva cominciato a scambiare due parole con me, come succedeva con cento altri ragazzi, ma poi quella chiacchieratina di cinque minuti è diventata di dieci, poi di venti, poi gli ho chiesto dove abitava e gli ho detto che lo avrei accompagnato volentieri a casa, lui mi ha sorriso e mi ha detto “grazie!” Tutto è cominciato così, non abitava vicino all’università e quindi passavamo insieme almeno 20-25 minuti ogni giorno. Mi parlava dei suoi studi, di quello che avrebbe voluto fare “da grande”, ecc. ecc., io gli raccontavo dei corsi degli anni successivi, dei professori e degli esami, non parlavamo di cose personali, ma l’abitudine di accompagnarlo a casa è diventata una regola. Non potevamo studiare insieme perché eravamo di anni diversi ma stavamo bene insieme. Il discorso tra noi era più significativo per quello che non diceva che per quello che diceva, non abbiamo mai parlato di ragazze, il che ovviamente si nota. Avevamo certamente qualcosa in comune: mai in discoteca, pensavamo soprattutto a studiare e a costruirci un futuro, provavamo entrambi una certa insofferenza per il nostro ambiente familiare, e soprattutto stavamo bene insieme.

Abbiamo cominciato a vederci anche la domenica, ufficialmente per andare in giro per musei e simili, ma in pratica solo per stare insieme. Stavamo insieme solo la mattina, poi, all’ora di pranzo lo riportavo a casa perché il pomeriggio dovevamo studiare. Tra noi c’era uno scambio di sorrisi unico, la mattina della domenica giocavamo come due ragazzini, dicevamo stupidaggini e ridevamo per qualsiasi cosa. Ricordo che c’era un manifesto pubblicitario del tonno “consorcio” che lui leggeva “con-sorcio” staccando bene le parole e si metteva a ridere e la risata si contagiava!

Il tempo passava, la situazione era gradevole, molto gradevole, ma non evolveva. Ovviamente avevo fatto più di un pensierino su di lui, ma avevo mille complessi, per me il sesso era solo una questione di fantasia, l’idea di poterci provare veramente ce l’avevo ma la respingevo con mille ragionamenti, dalla paura delle malattie, al fatto che lo avrei deluso, fino a scrupoli morali di vario tipo, residuo della mia educazione cattolica, nel senso che pensavo che in qualche modo fare sesso con lui sarebbe stato un po’ come fargli fare un’esperienza negativa, diciamo come sporcarlo un po’ ecc. ecc.. Lui, in teoria, non sapeva che io fossi gay, come io non lo sapevo di lui, non ce lo eravamo mai detto esplicitamente,  ma, dopo sei mesi, solo un cretino avrebbe potuto avere dubbi e io ce li avevo e mi sentivo un cretino. Ho cominciato ad avere i dubbi amletici: glielo dico o non glielo dico? Ma non glielo dicevo comunque. Non mi chiedevo che cosa potesse pensare lui, che sarebbe stata la cosa più sana, pensavo a quello che potevo o non potevo fare io e basta, ma in questo modo non si andava avanti. Poi abbiamo cominciato a parlare di cose un po’ più personali e io ho cominciato ad avere paura che mi mettesse alle strette, ma non lo ha fatto, si è esposto lui per primo e mi ha raccontato di una mezza storia con un suo compagno di scuola che nemmeno lo guardava, ma che a lui piaceva molto, in pratica il suo coming out è stato questo. In quella situazione è ovvio che gli devi dire anche di te e io l’ho fatto e gli ho detto: “Non sono mai stato con un ragazzo, ma mi sa che non sono ancora pronto per queste cose”. La mattinata è finita come tutte le domeniche precedenti, l’ho accompagnato a casa e ci siamo salutati, ho notato che questa volta non ci siamo stretti la mano, come facevamo sempre, ma lui mi ha sorriso guardandomi negli occhi e mi ha detto: “Oggi sono molto contento” e io gli ho risposto: “Anche io”.

Project, a quel punto uno si aspetterebbe che si vada oltre, lui probabilmente se lo aspettava, ma io avrei fatto volentieri macchina indietro, avrei voluto cancellare quella domenica mattina, perché ormai avevo fatto un passo senza ritorno e avrei voluto non  averlo fatto. È paradossale, ti trovi finalmente nella condizione che porterebbe a fare sesso con il ragazzo che hai sognato, perché per me era proprio al top, gli altri erano zero in confronto, e invece hai paura e cerchi di rinviare, di prendere tempo, di non decidere. In fondo il coming out lo aveva deciso lui, io come al solito non avrei fatto nulla, e mi chiedevo che cosa avrei fatto se avesse provato lui a fare ancora un passo avanti. Qui la tentazione era grande, ma anche la paura.

I suoi tentativi sono stati molto prudenti e graduali. La prima volta che mi ha toccato deliberatamente la mano, per avere un minimo di contatto fisico con me, io l’ho tirata indietro, allora lui ha ripetuto il gesto e io l’ho lasciato fare, non sapevo che cosa fare, volevo andare oltre ma volevo anche andarmene via. Ho provato a spiegarmi, ma era perplesso, non capiva, il mio comportamento gli sembrava assolutamente assurdo, diciamo pure patologico.

Vivevamo entrambi coi nostri genitori, quindi non potevamo vederci in casa e in macchina, la domenica mattina, si poteva arrivare a tenersi un po’ per mano, cosa alla quale eravamo arrivati non senza problemi stupidi da parte mia e non senza arrabbiature immediatamente represse da parte sua. Certo però che oltre quel livello non si poteva andare e devo dire che questo mi tranquillizzava. Io ero eccitatissimo quando stavo con lui, anche solo a tenerci per mano, ed era eccitatissimo anche lui.

Una domenica mi chiede se mi piacerebbe passare con lui un weekend, gli chiedo se intende dire anche dormendo insieme e mi dice di sì, e io comincio a tergiversare come mio solito, a non rispondere e a fare finta di niente e di essere distratto, lui insiste e io gli dico che non me la sento. Lui fa una smorfia di disappunto e mi dice: “Vabbe’, ho capito…” apre lo sportello della macchina e se ne va. Mi rendo conto, a distanza di anni, che deve esserci rimasto malissimo, perché in pratica io l’avevo rifiutato. Io, invece, sul primo momento mi sono sentito un grand’uomo, un eroe morale che gli aveva detto di no perché gli voleva bene veramente, al di là del sesso! Poi però già dopo un’ora mi mancava moltissimo, pensavo che non mi avrebbe più guardato in faccia, che forse non solo non avevo fatto niente di buono per lui ma l’avevo offeso in modo profondissimo. Però anche in questa situazione non ho preso il telefono per dirgli come mi sentivo, mi sono tenuto i miei malesseri e anche la mia soddisfazione “morale” di averlo fatto per lui e non ho pensato a come lui poteva stare veramente.

Il giorno successivo vado a lezione, ma faccio un giro diverso per i corridoi per non passare davanti all’aula dove lui segue le lezioni. Alla fine dell’ultima ora di lezione me lo trovo davanti alla porta come al solito, come se niente fosse successo tra noi, non accenna al fatto che la mattina non sono passato a salutarlo come al solito, tutto si svolge come se la domenica precedente non fosse successo niente, ma lui non sta recitando, sembra proprio che l’arrabbiatura gli sia passata. La nostra vita procede come prima, io penso intanto che non l’ho perso, e la cosa mi tranquillizza parecchio, e che lui forse ha accettato l’idea che il sesso per il momento è da mettere da parte.

Un paio di settimane dopo, mi dice che la famiglia ha una casetta in montagna dove non va mai nessuno e che ci si potrebbe andare una domenica, poi mi guarda in faccia e mi dice: “Non ti salto addosso, stai tranquillo!” Io gli dico che se ne può anche parlare. Lui vuole arrivare a farmi dire che per me va bene anche per la domenica successiva, ma io ricomincio con le esitazioni e con i discorsi stupidi e lui mi dice: “Ma perché devi rovinare sempre tutto? Ma di che hai paura? Non ti attacco malattie, non sono mai stato con nessuno, proprio mai.” Io continuo a tergiversare e lui se ne esce dalla macchina e se ne va senza salutarmi.

Io di nuovo ci sto male, ma poi alla fine, per la seconda volta, mi consolo e mi dico che comunque lo faccio per il suo bene e che devo mettere da parte le malinconie. Il giorno dopo, passo davanti alla sua aula e lo saluto come se non fosse successo nulla, lui mi guarda con un atteggiamento di sfida ma non di disinteresse. Alla fine delle lezioni lo riporto a casa come al solito e lui mi dice: “Non mi dire che non ti interessa! Lo vedo benissimo che sei tentato e pure molto! Ma di che hai paura?” Io ricomincio col discorso delle malattie, “nel senso che non vorrei nemmeno io attaccargliene, io a lui”. Lui mi guarda e dice: “Mi hai detto che non sei mai stato con nessuno, allora non è vero…” Gli ho giurato che era vero e lui mi ha detto, ma se facciamo prima il test tutti e due, tu dopo non hai più scuse, ok?” Io gli ho risposto: “Beh…” e lui stava per perdere la pazienza un’altra volta, poi si è trattenuto e mi ha detto: “Intanto facciamo il test! Ok?” Io gli ho risposto facendo un cenno di sì con la testa, lui mi ha detto: “Va bene, ci penso io…” Io credevo che fosse un modo di dire e ho fatto di nuovo cenno di sì con la testa. Allora lui mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: “Però non mi dare buca!” e io gli ho detto solo: “Ok!”.

Pensavo che il discorso fosse molto vago e che se ne sarebbe parlato in un futuro indefinito, e invece, non ho fatto a tempo a rientrare a casa che mi è arrivato un sms in cui mi diceva che dovevo passare a prenderlo l’indomani sotto casa sua alle 6.45, per andare insieme a fare il prelievo, perché aveva preso l’appuntamento per le 7.15, in un laboratorio vicino all’università. Io gli ho risposto “Ok”.

L’indomani ci siamo visti e siamo andati a fare il prelievo, poi la giornata ha seguito il solito corso. Non avevamo la minima ansia per il test, né lui né io. Quando l’ho riaccompagnato a casa mi ha detto: “Venerdì pomeriggio andiamo insieme a ritirarlo…” e così abbiamo fatto. I risultati erano evidentemente entrambi negativi, cosa che era praticamente scontata, non avevamo malattie sessualmente trasmissibili, ma così cadeva anche la mia scusa per dirgli di no. Mi propone di andare in montagna la domenica e io mi sento un po’ forzato e un po’ tentato e alla fine gli dico di sì.

La domenica mattina passo a prenderlo, dopo circa un’ora di macchina arriviamo alla sua casetta, un posto sperso in mezzo alle montagne. Secondo il programma concordato saremmo rientrati la sera. Io non avrei accettato di passare lì la notte per evitare di dormire con lui, so che sembra patologico, ma allora per me le cose funzionavano così. Una volta a destinazione, io volevo andare in giro per non trovarmi solo in casa con lui, non che stare con lui mi dispiacesse, anzi! Ma non sapevo che cosa mi sarei potuto aspettare e mi sentivo ancora troppo condizionato. Siamo andati in giro fino all’ora di pranzo e gli ho proposto di andare a mangiare da qualche parte, sempre per non stare a casa con lui, ma mi ha detto che si era portato il pranzo da casa e che la borsa con le provviste stava nel portabagagli, e io ho dovuto accettare di andare a casa con lui. Era inverno e faceva un freddo cane, abbiamo acceso la stufa ma il freddo si sentiva fortissimo. Abbiamo scaldato le cose cucinate e abbiamo mangiato, poi è finito quel po’ di sole che c’era e si gelava, il freddo era proprio fortissimo. Lui se ne è andato nella stanza da letto dove c’era un letto largo da una piazza e mezzo, ha tirato fuori dall’armadio una grande trapunta matrimoniale di piuma, alta come un materassino e anche una grande coperta matrimoniale di lana, ha steso la coperta di lana sul letto e la trapunta sopra, si è tolto le scarpe e si è steso sul letto, vestito com’era, e si è coperto con la trapunta, poi mi ha guardato e mi ha detto: “Che fai? Vieni, che ti muori di freddo… io non ti tocco, almeno stiamo al caldo…” Io gli ho detto: “Promesso?” e lui mi ha detto. “Promesso!” Mi sono tolto le scarpe e mi sono sdraiato sotto la trapunta accanto a lui. Effettivamente si stava bene, ma io mi tenevo a distanza da lui. Lui mi dice: “Ma avvicinati, così ci scaldiamo meglio! Siamo pure vestiti, ma di che hai paura?” Allora io mi avvicino un po’, sento il suo calore, lui si gira verso di me e mi guarda con i suoi occhi bellissimi e mi dice: “Sono contento che non sei scappato!” E io gli dico solo: “Zitto!”

Poi mi prende la mano e la stringe, la sua è caldissima, e mi dice: “Hai le mani gelate, sei freddissimo, fammi accostare che ti scaldo un po’…” Così si è creato il nostro primo contatto fisico, ho sentito il suo calore, si è appoggiato a me. Ogni tanto mi chiedeva: “Ti dà fastidio?” E io gli dicevo: “No…”. A un certo punto si è addormentato. Era pomeriggio avanzato e fuori era buio, ma la luce era accesa e io lo vedevo da vicinissimo, era sereno, si fidava totalmente di me. Io l’ho lasciato dormire, poi verso le sette l’ho dovuto svegliare perché dovevamo tornare in città. Si è stiracchiato come un gatto, poi mi ha detto: “Qui si sta bene e fuori fa un freddo cane… e se ce ne andiamo domattina? Se partiamo alle 6.30 ce la facciamo benissimo ad essere all’università in orario…” Io gli ho detto: “Ok, però devo avvisare a casa.” Lui ha detto: “Pure io.” Abbiamo chiamato senza alzarci dal letto, poi mi ha detto: “E per la cena che facciamo?” io gli ho risposto: “Ne facciamo a meno, restiamo qua che si sta bene.” Poi lui ha cominciato ad accarezzarmi la faccia e mi ha detto che si sentiva la barba, poi mi ha passato la mano tra i capelli e mi ha infilato le dita nel colletto, io un po’ l’ho lasciato fare, poi ho pensato che si potesse spingere oltre e gli ho ricordato che mi aveva promesso che non ci avrebbe provato e lui mi ha detto: “Ok, però non ho promesso che non ci avresti provato tu, a me piace tanto essere accarezzato, ti fermi quando vuoi tu, ok?” E io ho detto: “Ok!” Stavamo veramente bene, al caldo, non avevamo altri pensieri per la testa. Gli ho accarezzato per un po’ il viso e i capelli, poi, a un certo punto mi ha detto: “I pantaloni sono stretti e mi danno fastidio, ti crea problemi se me li tolgo?” Io una cosa del genere più o meno me l’aspettavo e gli ho detto: “Dai, io me ne vado a dormire nell’altra stanza, nell’armadio c’è anche un altro sacco a pelo…” Facendo una vocetta un po’ delusa mi ha risposto: “Lo so che c’è… ma mi lasceresti qui da solo?” poi ha visto la mia faccia un po’ contrariata e ha aggiunto: “Va bene, tranquillo, i pantaloni me li tengo ma non te ne andare a prendere freddo! Io vado bene almeno come stufa!” Io gli ho risposto: “Quanto sei scemo!” e lui ha detto: “Mi sa che lo scemo sei tu… ma vabbe’…” Poi si è accostato a me e mi ha detto: “Almeno posso stare un po’ così?” Io gli ho detto: “Certo!”, lui mi ha risposto: “Però se ti sto dando fastidio, dimmelo, non sei costretto a sopportarmi per forza…” Io non sapevo che cosa dire e allora non ho detto nulla ma gli ho passato un braccio sopra le spalle e lui si è stretto ancora di più a me e mi ha detto solo: “Buonanotte!”

Questa è stata la prima notte che abbiamo passato insieme. Posso dire che ero estremamente felice, sentire il suo calore mi sembrava bellissimo. Forse proprio il fatto che lui non abbia insistito per arrivare a fare sesso con me ha cominciato a spuntare le mie armi, se avesse cercato di andare oltre mi sarei sentito quasi in dovere di dirgli di no, quasi per principio, ma lui non aveva insistito e non se ne era nemmeno andato sbattendo la porta. Durante quella notte ho dormito pochissimo. Lui era addormentato accanto a me e mi faceva una tenerezza fortissima ed era una tenerezza sessuale, io potevo cercare di negarlo, di sublimare, di fare finta che non fosse così, ma era così, e cominciavo a rendermene conto. Mi chiedevo: “Ma perché devo resistere a questo ragazzo? Ma che ci sarebbe di male se tra noi ci fosse anche un po’ di sesso? Perché dovrei pensare che è meglio dirgli di no per il suo stesso bene? Il suo bene lo deve valutare lui. Se a lui sta bene e sta bene anche a me, dove sta il problema? E poi, il fatto di stare insieme nello stesso letto era una cosa tenera, il nostro era un volerci bene, piano piano cominciavo ad accettare l’idea, ma mi dicevo che bisognava procedere con calma, per tappe successive, senza correre troppo.

L’indomani la sveglia ha suonato alle sei in punto, intorno era notte fonda, uscire da sotto l’imbottita è stato veramente un trauma. Lui mi chiede: “Come sei stato stanotte?” Io gli dico: “Benissimo”, e lui mi dice: “Ci veniamo anche sabato prossimo?” e io gli faccio cenno di sì con la testa, allora lui mi fa gli occhi indiavolati e comincia a muoversi verso di me come se volesse provare un approccio sessuale, io alzo le braccia per difendermi e lui mi scarmiglia solo i capelli e mi dice ridendo: “Hai avuto paura eh!” Io gli dico: “Non sfottere!” Poi ripartiamo. Durante il viaggio riprende il discorso: “Però la prossima volta senza pantaloni…” io gli ripeto: “Non sfottere!” e lui mi dice: “Tanto tu stai nell’altra stanza!”

La settimana trascorse coi soliti ritmi: lezioni e studio, ma io cominciavo a vedere nel mio cervello quello che sarebbe potuto accadere nel weekend successivo e cominciavo pure a fare i paragoni tra quelle fantasie e i miei cosiddetti principi morali. Dopotutto i test li avevamo fatti, lui sembrava che ci volesse proprio arrivare, perché avrei dovuto continuare a dirgli di no? Non mi sembrava più una cosa ovvia il fatto che il sesso potesse lasciargli qualcosa di negativo. Combattevo con me stesso o meglio coi residui della mia educazione, però, giorno dopo giorno mi andavo convincendo che il sabato successivo avrei veramente fatto un passo decisivo. Il sabato arrivò, ricordo che la mattina feci una doccia più accurata del solito, segno che consideravo almeno come probabile il fatto che tra noi sarebbe successa qualcosa proprio a livello fisico. Andai a prenderlo a casa sua e partimmo. Era una tipica giornata gelida d’inverno, io avevo le catene in macchina perché, specialmente di notte la strada poteva essere ghiacciata. Quando entrò in macchina sentii una ventata di profumo più intensa del solito e pensai che anche lui potesse aver fatto una doccia molto più accurata e questo pensiero mi fece pensare a una forma di complicità non dichiarata e mi fece sorridere. Per tutto il viaggio lui non parlò di argomenti, diciamo così, pericolosi, ma certi silenzi erano troppo lunghi e non erano normali, come mio solito evitai comunque di affrontare l’argomento. Ci fermammo a fare colazione lungo la strada, tutti imbacuccati, e poi riprendemmo il viaggio. Questa volta lui aveva portato una grossa borsa piena di provviste che dovevano bastare per il pranzo e la cena del sabato e per il pranzo della domenica. Data la giornata, non sarebbe servito nemmeno il frigorifero, gli accordi erano che saremmo rientrati la domenica pomeriggio per evitare il rischio delle strade ghiacciate.

Una volta a destinazione pensavamo di andare a fare una passeggiata in paese, ma faceva così freddo e tirava un vento così forte che un’idea simile ci sembrò del tutto assurda. Sistemammo le provviste, ma ci volle poco, poi cominciammo a sentirci congelati. Era ancora presto, non erano nemmeno le dieci del mattino. Accendemmo il riscaldamento. La casa era una tipica casetta di montagna, di quelle col soffitto basso per non disperdere il calore, ma faceva comunque un freddo cane. Lui mi disse: “Mi sa che io vado a mettermi a letto, se no mi congelo.” Tirò fuori dall’armadio La coperta e l’imbottita, come la volta precedente. Una volta sistemato il letto, mi disse: “Senza pantaloni?” Io lo guardai con due occhi di fuoco e lui mi rispose: “Va bene, va bene! Coi pantaloni!” Qui io mi sentii spiazzato, avrei voluto che lui insistesse e io avrei ceduto, ma lui scelse la via morbida ed evitò di insistere e io ci rimasi proprio male e cercai di rimediare aggiungendo: “Stasera senza…” Mi guardò con tanto d’occhi e fece una faccia furbetta e disse solo “Wow! … almeno stiamo più comodi…” Io lo guardai e gli dissi: “Non mi prendere in giro!” Lui disse solo: “Beh, intanto vieni a letto adesso…” Ci mettemmo a letto coi pantaloni ma ormai le remore della prima volta non c’erano più, lui si accostò stretto a me e mi abbracciò e rimanemmo così per tutto il tempo che ci volle per riprendere calore, ormai il tenerci per mano e l’accarezzarci era una cosa automatica e scontata. Notavo però che le carezze, sia le sue che le mie, anche se erano insistenti, si tenevano alla larga dalla zona, diciamo così, più pericolosa. Nessuno di noi due voleva fare passi falsi. Questa volta non provavo scrupoli di nessun genere, mi comportavo in modo molto più spontaneo del solito anche se non proprio spontaneo al 100%, per me era una sensazione stranissima, stavo con un altro ragazzo e potevo comportarmi in modo spontaneo o quasi, e lui mi corrispondeva, mi capiva, provava le stesse cose che provavo io, non lo sentivo come un individuo diverso da temere e dal quale tenersi comunque a una certa distanza, non mi sentivo aggredito da lui, stavo cominciando a vedere la sessualità in un altro modo, cioè come complicità, come gioco di coppia ed era una cosa che mi piaceva molto.

Siamo rimasti a coccolarci al caldo per un paio d’ore e mi sentivo veramente felice. Poi è venuto il momento di alzarsi per preparare il pranzo. È stato letteralmente un momento da brivido. Prima mi sono messo seduto nel letto, diciamo così, per raffreddare i bollenti spiriti, perché ero in erezione e non mi andava di farmi vedere così, l’aria gelida ha effettivamente prodotto i suoi effetti in pochissimo tempo e allora sono uscito dall’imbottita e mi sono rimesso la giacca a vento, perché faceva un freddo terribile anche dentro casa, lui invece ha aspettato un po’ ad alzarsi e non gli ho chiesto perché, anche se potevo immaginarlo. Sono andato in cucina e ho messo il pranzo nel microonde. Nel frattempo lui si è alzato e mi ha raggiunto in cucina e ha messo a fare una pentola intera di tè bollente. Dopo pochi minuti il pranzo era ormai scaldato e abbiamo mangiato tutto in 10 minuti. Avevamo i piatti di carta, quindi non c’erano nemmeno i piatti da lavare. E poi per lavare i piatti sarebbe stato necessario aspettare gli effetti del riscaldamento perché nei tubi l’acqua non scorreva perché era ghiacciata. Fuori ha cominciato a nevicare fitto. Lui mi ha detto: “Speriamo che smetta presto, se no la strada si ghiaccia e non possiamo più rientrare. Comunque qui c’è tutto quello che serve per la sopravvivenza per parecchi giorni… Se stanotte nevica molto e domani c’è sole bisogna spalare la neve almeno fino alla macchina e dalla macchina alla strada. La macchina ha l’antigelo, quindi dovrebbe ripartire comunque, ma bisognerà mettere le catene almeno fino a valle.” Gli chiedo: “Qui c’è la tv?”, mi dice di no, gli chiedo se c’è internet e mi dice che c’è, io gli dico: “Che facciamo?” e lui mi risponde: “Ce ne torniamo al letto, … senza i pan… “. Non gli permetto di finire la frase e lo guardo con occhi di fuoco, ma più per gioco che per altro e lui risponde: “Ma i pantaloni danno fastidio… è solo per quello … insomma… e poi guarda non ti salto addosso, puoi stare quasi sicuro… “. Gli dico: “Come sarebbe a dire quasi?” e lui mi risponde: “Vabbe’, il primo passo lo faccio fare a te … comunque tu hai promesso che stasera si va a dormire senza, te lo ricordi?” Io ho risposto con un mugolio: “Mh… “ Lui ha insistito: “Come hai detto? Non ho capito… “ e io gli ho strillato: “Sì, però stasera… “ Lui non ha mollato la presa e ha continuato: “Ma adesso è già sera … e poi ci vogliamo alzare un’altra volta per mangiare? Naaa! Una volta al giorno basta!” Io ero molto tentato e gli ho detto: “La prima mossa falla tu…” Lui ha risposto: “Wow! Allora procedo…” Si è sfilato i pantaloni restando sotto l’imbottita e li ha lanciati sulla sedia, poi ha detto: “Ah… almeno sto comodo!” Io non mi decidevo a fare la mia parte e mi aspettavo che lui mi incitasse a farla, ma non lo fece e si limitò a dire: “Così sto molto meglio … se te li togli pure tu non ti salto addosso, staresti più comodo, poi se hai paura, fai come vuoi…” A questo punto gli ho fatto un discorso strano e gli ho detto: “Tu mi ripeti sempre che non mi salti addosso, mannaggia, mi sa che ti sembro proprio imbranato…” Lui mi ha risposto: “Imbranato no, ma frenato sì…” Allora anche io mi sono tolto i pantaloni e li ho lanciati sulla sedia, effettivamente mi sentivo molto meglio così. Mi ha chiesto se mi sentivo in qualche modo costretto a fare cose che non volevo e gli ho risposto convintamente di no. Lui aveva due anni meno di me ed era molto meno imbranato di me. Poi mi ha chiesto: “Mi posso appoggiare a te?” E gli ho detto di sì. Ci siamo abbracciati e il contatto fisico è stato fortissimo, ci siamo tenuti stretti per alcuni minuti, poi mi ha stretto la mano e ha intrecciato le sue dita con le mie e mi ha detto: “Veramente è stato bellissimo!” e io gli ho risposto: “Sì, una cosa fortissima che non avevo mai provato”.

La notte non abbiamo dormito ed è stata per noi la prima volta, molto timida e prudente ma molto coinvolgente e molto vera. Una volta finito con il sesso io ero veramente contento però mi sono accorto che lui era molto malinconico. Non sapevo che fare. Gli ho chiesto come si sentiva e mi ha detto che non lo sapeva, che era stato bene ma aveva tanti pensieri per la testa, una grande confusione dove c’è di tutto, dalla felicità alla tristezza. Aveva le lacrime agli occhi. Gli ho chiesto: “Ma c’è qualcosa che non va? Ho fatto qualcosa di sbagliato?” Mi ha guardato e mi ha detto: “Non parlare, abbracciami e basta…” Io l’ho abbracciato e l’ho tenuto stretto, ma era chiuso nella sua malinconia. Poi mi ha detto: “Ti sei sentito costretto in qualche modo?” Gli ho risposto: “Ma quando mai…” e l’ho stretto più forte, poi si è addormentato tra le mie braccia.

La nostra storia è cominciata così tanti anni fa. Negli anni successivi le cose si sono complicate per ragioni esterne, tra noi non ci sono mai state vere incomprensioni. Lui mi ha fatto sentire amato, importante, mi ha considerato un elemento determinante nella sua vita, come d’altra parte lui lo è stato nella mia. Ne sono innamorato oggi più di allora perché è un uomo eccezionale che si spende per gli altri, che non è mai andato appresso al denaro, che è profondamente altruista ed è esattamente l’opposto di un arrivista. Ha ottenuto grandi successi nel lavoro perché lavora moltissimo ma purtroppo è anche molto stressato, io sono stato spesso la sua valvola di sfogo, cosa che mi onora e mi riempie di felicità, da qualche anno però lui lavora all’estero. Io trascorro con lui le mie ferie, ma poi nel resto dell’anno possiamo sentirci solo in chat e per un tempo limitato, perché ha mille impegni. È un uomo profondamente buono, con me ha avuto una delicatezza e un rispetto unici, mi ha voluto bene e me lo ha dimostrato in mille modi. Quando ho qualche dubbio su una scelta, mi chiedo come si comporterebbe lui nella stessa situazione e cerco di fare quello che farebbe lui. Adesso è ancora bello, ma non siamo più ragazzi e chiaramente a livello fisico sia lui che io, non siamo più quelli di vent’anni fa, ma lo stimo come uomo, ho scoperto tanti aspetti della sua personalità che mi hanno affascinato. Non è mai aggressivo, è calmo, è molto dolce e paziente, mi incoraggia, mi sostiene e mi permette di fare lo stesso con lui, qualche volta mi tira un po’ le orecchie e mi dice che dovrei essere più aperto a capire i problemi degli altri, ma non si riferisce ai suoi problemi ma ai problemi di quelli che non la pensano come noi. C’è un solo punto che mi preoccupa veramente ed è il fatto che è stressatissimo dal lavoro, certe volte, quando la sera ci sentiamo in chat, e io parlerei con lui per ore, siamo comunque costretti a limitare i tempi e molte volte gli dico solo che gli voglio bene e lui mi risponde “Anche io! Se non ci fossi tu io non sarei nessuno!” Questa frase, anche se non è vera, mi fa sentire orgoglioso. Io spero che la nostra vita proceda così ancora per tanti anni!!

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=7004

UN RAGAZZO GAY E IL PIACERE DI STUDIARE

Caro Project,
ho 19 anni, fino a poco tempo fa mi sentivo deluso e frustrato, ho finito il liceo da poco e ho tirato un sospiro di sollievo, avevo bisogno di libertà, di gente nuova, di un mondo meno falso, ero deluso dalla scuola ma non speravo niente di diverso dall’università, sapevo che avrei dovuto studiare, solo studiare, per arrivare poi a fare un lavoro qualunque per sbarcare il lunario mese dopo mese finché campo.

Le lezioni all’università sono cominciate da pochissimo, è tutto diverso dal liceo, qui nessuno ti controlla e sei libero, ma poi devi pagare il conto agli esami e agli esami sei solo e sono tosti. Le materie mi piacciono ma qui si fanno poche chiacchiere e sono già in affanno perché mi rendo conto che a scuola ho solo perso tempo, un po’anche per colpa mia, ma soprattutto perché ero circondato da deficienti, da gente sbandata che ci veniva solo per perdere tempo e per farne perdere agli altri. Adesso devo pagare il conto e mi devo rimettere in pari se non voglio finire sommerso da cose delle quali non capisco quasi niente.

Come avrai capito, con l’università potrei avere parecchi problemi, ma non mi voglio arrendere anche se sarà faticoso. Però a lezione sta succedendo qualcosa che non mi sarei immaginato. Ho visto un bel ragazzo, non ha niente di particolarmente bello ma nel complesso mi piace, cioè non ha niente che mi dispiace, diciamo che è armonico e poi, sì, è carino, dolce soprattutto. Il primo giorno c’è stata confusione all’ingresso, c’erano ragazzi che chiacchieravano a voce alta e ridacchiavano non so di che, lui aspettava da una parte, aveva uno zaino di quelli dove si mettono i libri, ma era quasi vuoto. Qualcuno fumava, lui no, si guardava intorno con un’aria spaurita. Mi sono deciso e gli ho detto ciao e abbiamo cominciato a parlare. Devo dire che mi sono sentito un cretino perché lui parlava benissimo anche se solo di cose scontate, ho capito che era informatissimo sulla facoltà, sulle materie, e perfino sui professori, mi diceva dei programmi, proprio dei contenuti, di come si fanno gli esami, delle varie materie e di tante cose di questo genere. Gli ho detto: “Mi sa che sei un genietto!” Lui è diventato rosso e mi ha detto: “Non mi prendere in giro!” e io ho alzato le mani.

Poi hanno aperto i cancelli e sono cominciate le operazioni di verifica del green-pass e casualmente siamo entrati tra i primissimi nella nostra aula e ci siamo messi vicini nella prima fila, cosa molto strana per me, perché a scuola stavo sempre agli ultimi banchi (quelli dei somari). Insomma, prima della lezione tira fuori un quadernone grande per prendere appunti e la penna, vede che io non mi sono portato niente appresso e allora tira fuori dallo zaino un secondo quadernone nuovo e un’altra penna e me li passa e dice: “così puoi prendere appunti”, io mi limito a sorridere e dico solo: “grazie, ma non vorrei farti sprecare un quaderno…” Lui mi dice: “Gli appunti servono…”

Poi entra il prof., è giovane, non giovanissimo. Si limita a dire solo: “Buongiorno a tutti” si sente rispondere un coro chiassoso di buongiorno, allora fa cenno con la mano di stare calmi e si gira alla lavagna e comincia a scrivere l’oggetto della lezione e poi attacca con le prime definizioni ma le scrive tutte con dei simboli strani che non ho mai usato, li ho visti qualche volta ma non so proprio che cosa possano significare, comunque ricopio tutto sul quaderno, mi rendo conto che il prof. dà per scontate moltissime cose delle quali non so assolutamente una mazza, e mi comincia a venire il panico. Vado avanti con la forza della disperazione ma comincio a pensare che forse sarebbe meglio cambiare facoltà per non cominciare subito a perdere tempo.

Finita l’ora ci sono 15 minuti di pausa. Chiedo a quel ragazzo come si chiama e mi dice che si chiama Leonardo e aggiunge che è uno dei nomi maschili più usato in Italia, io gli dico che mi chiamo Nicola, nome tipicamente meridionale, decidiamo di accorciare i nomi in Leo e Nico che è più comodo. Gli dico che non ho capito quasi niente ma mi risponde che sono ancora tutte banalità e cerca di farmi coraggio e di scacciare l’idea di cambiare facoltà.

Nella seconda ora c’è una professoressa di mezza età, è un po’ lagnosa, nel primo quarto d’ora parla molto ma scrive poco e sembra che qualcosa si capisca, poi si gira verso la lavagna e comincia a scrivere esercizi che sembrano semplici ma ci fa delle considerazioni sopra che non capisco che cosa significano, l’idea di cambiare facoltà torna nel mio cervello. Nell’intervallo vado con Leo alla caffetteria e facciamo colazione, lui cerca di incoraggiarmi e un po’ ci riesce. Quando beve il cappuccino mi accorgo che ha delle mani proprio belle e anche gli occhi non sono niente male. Parla solo con me, poi rientriamo in aula dove abbiamo lasciato i quaderni sul banco perché non ci freghino i posti.

La terza ora arriva un signore anziano, quando entra si crea il gelo nell’aula, non so chi sia ma parla con voce bassa e non usa il microfono, scrive sulla lavagna degli indirizzi internet dove trovare materiale e poi comincia la lezione dando per scontate cose di cui ho solo vagamente sentito parlare, parla di scale logaritmiche e della lettura dei diagrammi logaritmici, io vagamente intuisco il concetto, ma lui fa dei calcoli su quei diagrammi di cui non capisco proprio niente. Uno studente lo interrompe e gli dice che molti dei presenti, al liceo, non hanno proprio studiato quelle cose, il prof. risponde che l’università non può farsi carico di quello che non è stato fatto in altri gradi di istruzione e chi pensa di avere delle carenze bi base può provare a colmarle impegnandosi al massimo o dovrebbe pensare di cambiare facoltà. Segue un brusio in aula, ma il prof. non si scopone, si gira verso la lavagna e continua a scrivere.

All’intervallo mi sento scoraggiato, ma Leo mi frena: “Non sono cose così trascendentali, le cose di cui hanno parlato oggi in un pomeriggio si chiariscono.” Io sono perplesso, poi cominciano le ultime due ore di esercitazioni, qui ho l’impressione che non sia tutto buio pesto ma certo i punti oscuri sono tanti.

Finite le lezioni, tra gli studenti il chiacchiericcio è forte, c’è qualcuno che comincia a pensare che bisognerebbe protestare, Leo non si intromette ma mi dice solo che “bisognerebbe studiare senza perdere tempo.” Gli chiedo una cosa sui diagrammi logaritmici e ce ne andiamo in un’aula di studio per chiarire la questione. Lui si rende conto che io non so niente nemmeno dei logaritmi e si mette lì a spiegarmeli e io comincio a capire di che si tratta, poi rifacciamo insieme le cose che ha fatto il prof. e le cose cominciano a chiarirsi. Poi lui tira fuori i suoi appunti e mi dice che in serata li rimetterà a posto per seguire lo svolgimento del programma giorno per giorno, ma poi quel lavoro lo facciamo subito, rifacciamo tutti gli esercizi e di tutte le materie, mi spiega l’uso di quella simbologia di cui non capivo nulla e ci facciamo sopra degli esercizi. Insomma, stiamo lì a studiare fino quasi alle dieci di sera, poi mi dice che non abbiamo mangiato ma è tardi per andare a prendere una pizza, tira fuori dallo zaino due panini, e me ne passa uno. Mi dice “Nico, intanto oggi abbiamo fatto quello che dovevamo fare.” Mi chiede se ho un mezzo mio, gli dico di no e mi accompagna a casa, quando scendo dalla sua macchina mi sorride e mi dice: “Se vuoi domattina passo a prenderti alle 7.15, ok?” Io gli dico: “ok!” e ci stringiamo la mano. E la serata finisce così.

Questa è la cronaca del mio primo giorno di università. Chi è Leo? Il dubbio è grande come una casa. Se uno non è interessato non si comporta come si è comportato lui e nemmeno come mi sono comportato io. Non oso tirare le somme di questo ragionamento. A casa sono cotto di stanchezza mio padre e mia madre mi chiedono come è andata la prima giornata all’università e gli dico che sono stato a studiare fino a pochi minuti prima e mio padre sgrana tanto d’occhi, mi chiede se ho mangiato, gli dico di sì, me ne vado nella mia stanza e metto un disco di Louis Armstong e lo sento cantare:

I see friends shaking hands, sayin’,
“How do you do?”
They’re really sayin’, “I love you.”

Questa canzone mi sembra la più bella del mondo! Ma non vado a dormire, mi metto a trascrivere gli appunti al computer, in modo da avere un file con tutti gli appunti da mandare a Leo. Trovo e scarico un programma che si chiama latex che permette di scrivere qualsiasi cosa, pure di matematica o di chimica e di inserire grafici. Sto a lavorarci sopra quasi fino all’una di notte, ma mi viene bene e, con le cose che mi ha spiegato Leo il pomeriggio, capisco quello che sto facendo!. Alla fine mi stampo gli appunti in due copie e li metto via per l’indomani e poi, finalmente me ne vado a dormire stanchissimo ma felice.

L’indomani sveglia alle 6.30, preparazione rapidissima e alle 7.15 sono in strada, Leo è già lì, gli chiedo a che ora è arrivato e m dice che è arrivato da pochi minuti, ripartiamo, appena siamo all’università, dentro, gli faccio vedere gli appunti, lui mi guarda e mi dice: “Ma sono bellissimi, sembrano un libro!” e io mi sento fiero di me. Il secondo giorno di lezioni c’è meno gente, Leo dice che probabilmente seguono via web, oppure si sono già decisi a cambiare facoltà. Leo mi passa una cartellina piena di fogli, con gli esercizi scaricati dai siti indicati dal prof. il giorno precedente e mi dice: “Questi li facciamo oggi pomeriggio.” Io gli dico: “Tutti? Perché sono 45.” e lui mi fa cenno di sì con la testa.

La mattinata è densissima, le pagine di appunti sono tante e penso che a rimetterle in ordine ci vorrà moltissimo tempo, ma mi sento meno smarrito del primo giorno. Leo ha un portatile veramente bello, gli dico che ne ho uno anche io e mi dice: “Portalo, così impari a prendere appunti direttamente sul PC!”, lui col PC è rapidissimo ma i grafici copiati a penna sono approssimativi ma si possono copiare, al PC ci vuole troppo tempo, e in fondo farli perfetti non serve. Allora lui prende nota delle formule e dei calcoli e io ricopio i grafici. Intanto ci scambiamo gli indirizzi e-mail in modo da passarci gli appunti elaborati.

Arriviamo alla fine delle lezioni. Leo mi dice: “Lo vuoi un panino come ieri?” Gli faccio cenno di sì e poi aggiungo che però l’indomani i panini li avrei portati io. Andiamo nella sala studio, io voglio cominciare il riordino degli appunti, ma lui mi dice: “No! Prima gli esercizi! Una copia dei primi 5 esercizi a lui e l’altra a me e ci separiamo in modo da lavorare ciascuno per conto proprio, ci diamo un tempo di venti minuti.” Io mi metto a lavorare, il primo e il secondo sono facilissimi e mi sento incoraggiato, già il terzo mi richiede più attenzione, attacco a fare il quarto e non mi ci raccapezzo, non riesco proprio a capire che via seguire, lo lascio lì e passo al quinto che è meno difficile e mi viene quasi subito, suona il segnale dei 20 minuti e penso che in effetti ne sono venuti quattro su cinque.

Leo si avvicina e mi chiede: “Tutto ok?” Io gli dico che il n. 4 non so proprio come farlo. Lui ovviamente li ha fatti tutti e mi passa la sua soluzione dell’esercizio n. 4, io gli dico: “Ma era una banalità!” Mi accorgo che quella banalità, se mi fosse capitato quell’esercizio all’esame, mi avrebbe rovinato l’esame, perché lì non ci sarebbe stato Leo, e allora aggiungo: “… comunque ho capito.” Passiamo agli esercizi dal 6 al 10, con la stessa tecnica, questa volta me ne vengono solo 3 e mi sento demoralizzato, Leo ovviamente li ha fatti tutti! Mi spiega le cose che ho sbagliato e passiamo agli esercizi da 11 a 15, questa volta ne faccio 4 su 5 e uno è di un tipo che non avevo saputo fare a prima botta, proseguiamo fino all’esercizio 45 e la mia media migliora e quelli dell’ultimo gruppo li faccio tutti e 5.

Comincio a mettere via gli esercizi ma mi dice: “Aspetta. Ti riscrivo qui in un ordine casuale gli esercizi che non avevi saputo fare a prima vista e vediamo come te la cavi.” Mi scrive nove esercizi e si siede vicino a me. Ci metto pochissimo tempo e ne faccio perfetti 8 su 9, di uno sbaglio solo i calcoli. Leo mi fa segno che adesso va bene! Poi passiamo alle altre materie dove però non ci sono ancora esercizi da fare e si tratta solo di riordinare gli appunti. A fine serata andiamo a prendere un cappuccino e un cornetto in un bar (come cena) e mi riaccompagna a casa, non mi chiede nemmeno se mi deve accompagnare, semplicemente lo dà per scontato. Ci salutiamo con la solita stretta di mano, che a me sembra che duri un istante di troppo, ma poi penso che forse sono un illuso.

Torno a casa e mi metto subito a trascrivere gli appunti e lavoro fino a mezzanotte. Poi vado a dormire, ma invece di dormire mi metto a fantasticare su Leo, penso che è gay e che si sta innamorando di me. So che non mi devo illudere, che le probabilità che le cose vadano come vorrei sono decisamente basse, ma anche le probabilità che succedessero le cose che sono successe, in fondo, erano decisamente basse. E poi una cosa del genere non mi è mai successa con nessuno. Abbiamo parlato solo di scuola, manco mezza parola fuori dal seminato, ma il suo cellulare non ha squillato mai in due giorni, e poi lui è uno sveglio e preparato, in fondo che motivo poteva avere lui per studiare con me, io potevo solo fargli perdere tempo, e invece mi accompagna a casa, studiamo insieme, perde tempo per farmi fare gli esercizi… insomma, ti pare che questi siano comportamenti neutri? A me no! E poi ha un modo di sorridermi che è diverso da quello che usa con gli altri, lui mi guarda dritto negli occhi, li altri li guarda di sfuggita, questo l’ho notato sia ieri che oggi.

Oggi in classe c’era una ragazza che gli ha chiesto una cosa, lui ha risposto con cortesia ma proprio al minimo sindacale perché io lo stavo guardando e lui non voleva farsi sorprendere a familiarizzare con una ragazza, e anche con gli altri ragazzi al massimo un ciao. Con me si vede che si sente a suo agio pure se parla solo di scuola. Io di lui non ho detto niente a nessuno nemmeno un semplice accenno, Leo è una questione mia, magari ci prendo una tranvata, ma io penso che non ce la prendo, non lo so, ma lo sento. Leo è contento di stare con me, adesso io non lo devo deludere, non devo perdere tempo e non gli devo fare perdere tempo, intanto si studia e non potevo trovare un compagno meglio di lui e poi sarà quello che sarà, ma che andrà bene lo sento! Fai gli scongiuri per me, Project!

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UNA COPPIA INTERGENERAZIONALE DI INGEGNERI GAY

Ciao Project,

leggo regolarmente il forum, ma tu non rispondi mai, lasci che lo facciano gli altri. I pochissimi che lo fanno lo fanno magistralmente ed è già qualcosa. Aggiungo solo che una risposta, almeno privata, me la devi.

Ho 47 anni, vedo avvicinarsi a grandi passi la cinquantina, l’età limite, un po’ la resa dei conti di noi gay, lo spartiacque tra quelli che sono ancora alla ricerca, se si può dire così, e quelli che ormai hanno fatto fallimento, almeno nella vita affettiva. So che è solo una data simbolica ma la vedo avvicinarsi con una certa ansia.

Non posso dire di non aver fatto esperienze, anzi ne ho fatte probabilmente troppe, qualcuna pure travolgente, che alla fine mi ha lasciato travolto come se mi fosse passato sopra un tir, ma adesso è tutta acqua passata da un pezzo, poi ho avuto qualche anno in cui mi sentivo assolutamente refrattario a qualsiasi tipo di storia, ho avuto ragazzi e non più ragazzi che con me ci hanno provato seriamente ma proprio non mi dicevano niente, parlavano troppo o troppo poco o di cose che non mi interessavano, e non mi attraevano nemmeno sessualmente. Ma questo periodo di indifferenza affettiva non è stato inutile. ho lavorato tanto, mi sono laureato con un immenso ritardo ma ci sono arrivato e mi sono trovato un lavoro migliore, con i ragazzi, comunque, avevo già 5 anni fa la chiara impressione di avere chiuso la partita.

A quarantadue anni, l’anno in cui mi sono laureato, ho conosciuto per puro caso all’università un ventiquattrenne, che qui chiamerò Luca. All’inizio dell’anno accademico lo avevo notato subito per due ragioni, prima di tutto era l’unico bel ragazzo del gruppo e poi perché oltre ad essere classicamente bello, aveva una faccia intelligente, che lasciava sperare bene, cioè mi era pure simpatico. I primissimi giorni ci si salutava a distanza ma niente di più. Io mi ero preso due anni di pausa dal lavoro (in pratica non ero pagato) per portare a termine gli studi e vivevo dei miei risparmi cercando di spendere il meno possibile.  

Con Luca ci siamo conosciuti chiacchierando durante gli intervalli tra le lezioni, anche lui doveva laurearsi, ma lui era perfettamente in regola con gli studi, anzi, era uno dei pochissimi in regola con gli studi, mentre io mi sentivo proprio vecchio e andavo avanti con la forza della disperazione in una situazione che per me era chiaramente imbarazzante: dovevo per forza arrivare alla laurea, altrimenti avrei buttato via due anni senza concludere niente e l’atmosfera del fallimento sarebbe diventata oppressiva. Insomma, mi capita una cosa assolutamente inattesa e che io avevo desiderato molto, ci mettono nello stesso gruppo di studio, perché nella nostra facoltà alcuni esami si preparano in gruppo, svolgendo ciascuno un parziale di un progetto complessivo. Nel gruppo siamo in quattro: io, Luca, Letizia e Carmen. Letizia e Carmen sono amiche e si conoscono da anni, ma sono in lieve ritardo con gli studi (un paio d’anni). Il professore ci assegna il tema del progetto e ci dice che abbiamo circa due mesi per elaborarlo.

Come era inevitabile ci incontriamo la prima volta in un bar vicino all’università per organizzare il lavoro. Letizia e Carmen cominciano a farmi mille domande, sono parecchio impiccione, mi chiedono se sono sposato, se ho una ragazza e io mi sento in imbarazzo, vedo Luca che fa strane facce, non capisco se per le domande fuori luogo o per le mie risposte impacciate, poi fa cenno di andare al sodo e di pensare al lavoro che dobbiamo fare, ma le ragazze mi fanno comunque un’ultima domanda sulla ragione del mio enorme ritardo negli studi e si tranquillizzano relativamente quando dico che lavoro da diversi anni, e allora cominciano a fare mille domande a Luca, che indubbiamente è una persona molto più interessante di me, ma lui non si fa coinvolgere, le guarda con faccia scocciata, non risponde, taglia corto e dice: “Ragazze, stiamo qui per organizzare un progetto di studio, quindi cerchiamo di non perdere di vista l’obiettivo…” Già questo suo modo di affrontare il problema mi era piaciuto (molto meno imbranato del mio!). Le ragazze erano un po’ piccate, capivano di essere state zittite, anche se educatamente. Luca non faceva chiacchiere. Vedendo che la cosa andava per le lunghe tra silenzi e imbarazzi, a un certo punto ha detto: “Facciamo così, adesso ci pensate e ci rivediamo mercoledì dopo la lezione e così lavoriamo su qualcosa di concreto”, poi si è alzato. Le ragazze erano stranite, direi stizzite, hanno salutato più per educazione che per simpatia e se ne sono andate, Luca mi ha chiesto se volevo un passaggio e io gli ho detto ovviamente di sì.

Luca guida con la massima prudenza, mentre mi accompagna a casa parliamo solo del progetto e capisce subito che lavoro in un settore che è proprio quello del nostro corso di laurea, parliamo di cose tecniche e lui mi dice che si vede che ho la competenza di quelli che nel settore ci lavorano, quando arriva sotto casa mia mi dice: “Se ti va domani ci vediamo e abbozziamo il progetto.” Gli chiedo: “Con le ragazze?” Mi risponde: “No! Altrimenti non facciamo nulla!” Allora lo invito a venire da me, mi dice che va bene e che per l’orario lo decideremo l’indomani a lezione. Ci salutiamo senza darci la mano, io scendo dalla macchina e lo saluto agitando il braccio, lui non risponde al saluto, penso che forse sta attento alla guida o forse del mio saluto non se n’è nemmeno accorto.

A casa mi sentivo gasatissimo, non tanto per il progetto da sviluppare ma perché lo avrei sviluppato con Luca, il ragazzo più bello che avevo visto negli ultimi anni e mi sembrava pure intelligente, ma di più non sapevo.

Il giorno appresso è venuto a casa mia, temevo che si intrufolasse un po’ dappertutto, come altri ragazzi avevano fatto, ma non è successo niente del genere, siamo stati sempre nella stanza dove lavoro e abbiamo parlato solo del progetto, anzi, non direi che abbiamo solo parlato, mi ha chiesto se avevo il CAD e si è messo al computer, non c’è bisogno di dire che era molto più bravo di me, tanto che io ho potuto imparare da lui alcuni trucchetti che non conoscevo. Alla fine del pomeriggio, una bozza concreta del progetto era già fatta, molti aspetti di dettaglio restavano da definire, anche di quelli importanti, ma l’idea di base c’era e sembrava accettabile sia a lui che a me. Finito il lavoro, l’ho invitato a restare per la cena ma non ha accettato e mi ha detto: “Oggi non posso, magari la prossima volta…”

Luca era un ragazzo bellissimo ma parlava solo di lavoro, direi che era un eccellente collega di lavoro ma non era un amico e di lui non sapevo nulla. Mi ero permesso di chiedergli in che materia stesse facendo la tesi e avevo scoperto che la faceva nella stessa materia in cui io stavo facendo la mia e in un argomento molto vicino al mio. Mi ha detto che si sarebbe potuto sviluppare insieme un software specifico per risolvere alcuni problemi di calcolo molto rognosi e mi ha fatto vedere come, anche se tenendosi ovviamente molto sulle generali. Lui ha visto che io ne capivo e che lo seguivo benissimo e mi ha detto: “Ci potremmo lavorare insieme?” Io gli ho detto solo: “Certo! E verrà una cosa mostruosamente ben fatta!”

Il mercoledì dell’incontro con le due ragazze, la mattina, abbiamo saputo che Letizia e Carmen avevano chiesto al professore di passare ad un altro gruppo, un gruppo di 3 ragazze, che così diventavano 5. Luca mi ha guardato e ha detto semplicemente: “Beh, così perdiamo meno tempo e lavoriamo meglio!”

Il lavoro andava avanti alla grande, ma era solo lavoro e aveva l’aria che sarebbe rimasto solo lavoro fino alla fine, però le cose non sono andate esattamente così. Io davo per scontato che Luca fosse etero, fosse un etero forse al momento più interessato ai progetti che alle ragazze, ma comunque etero, non parlava mai di ragazze ma non parlava di cose private a nessun livello. Un giorno, un paio di settimane prima degli esami, finita la lezione mi dice: “Domani mi invito a pranzo a casa tua perché è il tuo compleanno, ok?” Io gli dico: “Benissimo! Ma come fai a saperlo?” E mi risponde: “Io so molte più cose di quello che credi… ma ne parliamo domani.”

Quella frase per me era sconvolgente. Sapeva in che giorno sono nato e mi diceva che sapeva molto più di quello che io potessi immaginare. Pensai che magari lui avesse conosciuto qualcuno dei ragazzi coi quali ero stato, ma la cosa mi sembrava improbabile, perché erano tutti molto più grandi di lui. Poteva sapere che ero gay? E da chi lo avrebbe saputo? All’università non lo sapeva nessuno. La notte non ci ho dormito. La mattina, già mezzo rincitrullito per la notte in bianco, ero tanto in agitazione che della lezione non ho seguito nulla. Poi siamo andati a casa mia e lui ha tirato fuori dalla borsa un pacchetto e me lo ha dato. Non c’era biglietto, ma solo il pacchetto, lo apro e dentro c’è una chiavetta di memoria per computer, lo ringrazio, e lui mi dice: “Dentro c’è la bozza del programma di cui abbiamo parlato, ci sono ancora tante cose che non sono soddisfacenti e adesso ti devi dare da fare perché questa è più competenza tua che mia!” Metto la chiavetta nel computer e passiamo tutto il pomeriggio e buona parte della serata a cercare di sistemare le cose in sospeso, ma non ci riusciamo. I risultati sono insoddisfacenti. Gli dico: “Lasciami la chiavetta un paio di giorni, che ci lavoro sopra, una mezza idea di come fare ce l’ho ma ci devo lavorare…” Ci salutiamo e lui se ne va.

Nota, Project, che il pomeriggio era stato un esaltante pomeriggio di lavoro, ma niente di più, ero stato in ansia aspettandomi che lui mi dicesse chissà quali segreti su di me e invece non era successo niente del genere, io mi aspettavo un regaletto, e invece era un lavoro da fare, però mi ero reso conto che, almeno sul lavoro, ci capivamo perfettamente. Poi, visto da vicino, Luca era proprio bellissimo, certo avere un ragazzo come Luca sarebbe stato bellissimo, ma anche avere un collega di studio e magari di lavoro come Luca non era certamente una cosa da poco. Non lo volevo deludere! Mi sono messo a lavorare sul programma come se aspirassi al Nobel e alla fine ho trovato la soluzione seguendo procedimenti matematici più evoluti di quelli seguiti da Luca. L’indomani gli porto la chiavetta col programma funzionante. Mi guarda negli occhi e mi dice: “Sei un genio! Ma ci sai proprio fare alla grande!”

Arriva il giorno degli esami e andiamo insieme ad illustrare il progetto, gli elaborati grafici sono da urlo, non c’è bisogno di dire che gli esami sono andati nel modo migliore possibile, ma in un certo senso noi lo davamo per scontato.

Dopo quell’esame avevamo ancora da perfezionare il programma di calcolo, ma l’informatica non era proprio il suo forte e il lavoro in pratica l’ho fatto da solo e gliel’ho portato già fatto, gli ho spiegato passo per passo tutto quello che avevo fatto e lui mi ha detto che valeva la pena di presentarlo al professore, cosa che abbiamo fatto, abbiamo detto che lo avevamo fatto insieme e che intendevamo usarlo per le nostre tesi. Il professore ha detto che era un lavoro molto originale e lo ha apprezzato.

In pratica, dopo queste belle cose, io non avrei avuto più niente da spartire con Luca e la cosa mi metteva di cattivo umore, pensavo che lo avrei perso, ma non è successo. Non si faceva sentire spesso, ma qualche volta mi chiamava e mi veniva a trovare, parlavamo delle nostre tesi, ma anche d’altro e piano piano tra di noi si è creata una strana amicizia, oggettivamente molto dissimmetrica, perché lui aveva 18 anni meno di me, ma la differenza di età sembrava non avere nessun peso, in fondo era un’amicizia e niente di più, anche adesso che ci conoscevamo un po’ meglio non c’era mai spazio per discorsi che entrassero troppo nel privato.

Ci siamo laureati lo steso giorno e abbiamo festeggiato soltanto tra noi. Lui ha trovato subito lavoro, io ci ho messo un po’ di più ma poco. Ero contento di essermi laureato anche se ero in età non dico da pensione ma certo non da primo lavoro, però ero triste di perdere Luca. Ma Luca non è sparito e anzi i nostri contatti si sono fatti più frequenti.

Non avevo mai visto Luca con una ragazza e lui non aveva mai parlato di ragazze, ma nemmeno di ragazzi, però io cominciavo a pensare che fosse gay e che con me si sentisse a suo agio e questo da un lato mi incoraggiava ad andare avanti e dall’altro mi frenava e mi creava una marea di problemi. Ho vissuto giornate molto difficili in quella situazione, che comunque era ancora soltanto un’ipotesi.

Poi un giorno viene a casa mia e non si siede sulla poltrona come faceva di solito ma viene a sedersi accanto a me sul divano e mi chiede: “Posso appoggiarmi a te?” Ovviamente io gli dico di sì e lui mi spiazza e mi dice: “Io non ho mai fatto sesso con nessuno e la prima volta voglio che sia con te.” Io, in fondo me lo aspettavo, gli ho preso la mano destra e gliel’ho stretta con forza, poi gli ho detto: “Tu non sei mai stato con nessuno, io invece sì e sarebbe meglio che prima facessi il test.” Lui mi ha detto: “Lo facciamo insieme, così stai più tranquillo anche tu.” E lo abbiamo fatto: eravamo entrambi negativi.

È successo quello che doveva succedere. Alla fine mi ha detto: “Mi sono sentito a mio agio, è stata una cosa bella, non so come andrà a finire ma è stata una cosa bella!” Io gli ho detto che anche io ero stato bene ma che mi sembrava di essere un ladro della sua giovinezza. Lui mi ha detto: “Non ti fare complessi, io preferisco stare con uno della tua età, i coetanei mi interessano meno, e francamente credo di aver fatto la cosa giusta. Poi magari le cose cambieranno, ma adesso è così.”

In questo modo è cominciata la nostra relazione. Devo dire che la fase dei complessi è durata poco, lo vedevo molto coinvolto e la complicità tra noi era totale, c’era una cosa, però, che mi metteva in crisi, lui voleva anche uscire con me, non capiva perché io cercassi di tenere la nostra relazione strettamente privata. Ho dovuto dirgli che mi sentivo in imbarazzo e lui sul primo momento l’ha presa male, come se io mi vergognassi di lui e io ho avuto paura che la nostra storia potesse essere arrivata al capolinea, poi, un po’ a malincuore, ha finito per accettare e per capire il mio punto di vista e la questione è stata superata.

Per me, in teoria, il rapporto con Luca avrebbe dovuto rappresentare la realizzazione di un sogno, ma non è stato così. Gli volevo bene e molto, ma mi sentivo profondamente in colpa e lui se ne accorgeva e pensava che io volessi troncare, siamo stati più volte sul punto di mandare tutto in rovina ma alla fine non è successo. Proprio in quel periodo ho scoperto Progetto gay, e ho letto nel manuale (Essere gay) il capitolo sui rapporti intergenerazionali, per me è stato illuminante, ci ho ritrovato esattamente quello che è successo tra me e Luca e tutta la dinamica della faccenda mi è sembrata molto più lineare. Non posso dire di aver messo da parte le mie ansie e i miei dubbi, ma ho potuto capire quello che poteva passare per la mente di Luca.

Cerco sempre di dirgli e di ripetergli che deve sentirsi libero comunque e che il volersi bene non è mai un vincolo, ma quando glielo dico mi guarda con una faccia arrabbiata e mi dice: “Ancora questi discorsi? Falla finita!” e questo mi piace molto. Adesso abbiamo in progetto di andare a vivere insieme, ma il problema dei rapporti sociali e della gente che vede c’è eccome. Una via sarebbe andare a vivere fuori città, cioè proprio in campagna, che forse sarebbe l’ideale, ma poi, per il lavoro, sarebbe un problema enorme, o si potrebbero comprare due appartamenti da rendere comunicanti, o magari due appartamenti anche in stabili diversi, che forse sarebbe pure meglio, ma molto vicini, tipo 50-100 metri uno dall’altro.

Ma penso che il problema più grosso sarebbero i suoi genitori, che abitano nella nostra città e che magari potrebbero venire a trovarlo quando meno se lo aspetta. E poi i suoi genitori sono molto all’antica e di Luca non sanno nulla e si aspettano che adesso, dopo la laurea e il lavoro, arrivino automaticamente il matrimonio e i figli. Che cosa direbbero se invece scoprissero che Luca convive con uno che ha quasi vent’anni più di lui? Se avessimo due appartamenti comunicanti, magari con una porta scorrevole accessibile dall’interno di un armadio sarebbe ancora meglio! Certe volte parto in quarta con idee da James Bond e da spie di altri tempi! Comunque lui i suoi genitori li teme. La madre ha solo quattro anni più di me, il padre sette! Confesso che sono ancora complessato da queste cose e oscillo molto tra lo sperare che la convivenza si concretizzi rapidamente e l’idea che qualcuno, intendo un suo coetaneo, possa arrivare a portarmelo via, certe volte penso che questa sarebbe la soluzione migliore, ma alla fine vedo questa ipotesi molto lontana dalla realtà.

Ho paura che se ne possa andare da un momento all’altro ma in un certo senso penso che sarebbe la soluzione migliore, e poi ho paura del futuro perché io sono ancora in buone condizioni ma gli anni passano e la paura di diventare solo una zavorra c’è eccome, e questo è il motivo di fondo per cui tendo a frenare un po’ sull’idea di andare a vivere insieme. E poi che cosa potrebbe raccontare ai genitori. Lui vive da sempre coi genitori, anche adesso che lavora vive a casa dei genitori, come potrebbe motivare l’idea di andarsene a stare per conto suo nella stessa città? Non avrebbe proprio senso! E se poi uscisse fuori che il motivo sono io mi posso immaginare il casino che ne verrebbe fuori. Adesso io e Luca siamo molto uniti, anche perché di fatto lui non ha amici e io per lui sono il suo “ragazzo” ma anche il suo amico, praticamente l’unico. Al momento va tutto bene, ci vediamo ogni due o tre giorni il pomeriggio a casa mia compatibilmente coi nostri orari di lavoro e stiamo bene, ma è rarissimo che possiamo passare una notte insieme. Mi sento tra color che son sospesi, Project, mi sento vivo, certamente molto più di prima, ma anche caricato di responsabilità perché mi sento anche un po’ papà, penso che devo dare un esempio positivo e ci provo con tutto me stesso.

Non siamo una coppia da romanzo di appendice, no! Ci vogliamo bene, ma discutiamo spesso, anche molto animatamente, lui non è minimamente remissivo, io in genere lo seguo senza discutere troppo, ma le rare volte che non lo faccio lui mi lascia strada libera e mi ascolta. Insomma siamo ormai incamminati nella strada della convivenza, che ci si arrivi o meno non è affatto scontato. Tutto questo mi è capitato quando io avevo già gettato le armi! La vita riserva sorprese inimmaginabili e ti stupisce, ti rendi conto che per qualcuno la tua vita ha un senso e un valore e capisci che a quasi 50 anni si può vivere una vera storia d’amore. Project, so che questa frase suona molto ingenua e ben poco adatta ad un quasi cinquantenne, ma è proprio quello che penso in questi giorni.

Ricordati che aspetto la tua risposta!

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GAY E AMICI ETERO

Ciao Project,
giorni fa mi ha colpito una frase su una mail di un ragazzo che diceva che il suo ragazzo deve essere prima di tutto un amico vero. Io ho avuto ragazzi e anche amici, ma non so quanti di loro sono stati anche miei amici veri, probabilmente pochissimi. Ho detto una banalità, lo so, penso che comunque l’amicizia vera sia una cosa rara e questo si era capito.

So bene che non devo aspettarmi troppo da nessuno perché anche io penso di essere stato una delusione per quasi tutti i miei ragazzi, se non proprio per tutti, almeno qualche volta, e anche per i miei amici. In fondo tutto questo discorso serve solo a smitizzare gli innamoramenti e le amicizie, specialmente quelle non messe alla prova, e a capire che la felicità o un suo surrogato meno mitico si può trovare soprattutto nel quotidiano e nel banale, a patto che non sia poi troppo banale.

Bisogna consolarsi con quello che c’è, che non è detto che sia pochissimo. Però questo significa anche cominciare a dare un valore a tante cose che prima non si vedevano perché il mito delle cose travolgenti e totali polarizzava tanto l’attenzione da non farci vedere niente altro.

Non ti racconterò certo una storia d’amore travolgente, che non è cosa per me, e poi in giro ce ne sono pure troppe, ma solo una piccola storia di rispetto e di affetto tra persone che non hanno fuso le loro vite, che anzi hanno continuato ad andare ciascuno per la propria strada, ma che ci hanno trovato un valore in più perché si sono incontrate.

Project, io ti parlerò della mia amicizia con un ragazzo, ma potrebbe anche essere una ragazza, qui, finalmente, il sesso non c’entra! Per carità, non ho niente contro il sesso, ma spesso promette cose che poi non mantiene affatto, il che non vuol dire che è sempre una delusione ma soltanto che probabilmente promette troppo. Certe amicizie invece non promettono niente, sono piccole cose ma ti aiutano ad andare avanti e a capire tanti aspetti della vita.

Nell’Aprile del 2011, io ho 26 anni, ho vissuto tutte le classiche esperienze tipiche dei ragazzi gay: isolamento all’interno della famiglia, genitori che non sanno e non capirebbero, amici che non sanno e che non capirebbero, ecc. ecc., tanta fantasia, tanta pornografia, tante storie lette sul tuo forum, tante mezze storie accennate più che cominciate e tante mezze delusioni.

Tra gli amici ce n’è uno col quale mi trovo a mio agio, si chiama Guido, ci conosciamo dai tempi della scuola. Lui parla poco e anche piuttosto lentamente, non parla a macchinetta, è sempre calmo ma penso sia molto frenato e un po’ nevrotico, non è un leader, non partecipa granché alle discussioni, ascolta e ricorda ma non dice la sua. All’università abbiamo fatto facoltà molto diverse, io verso il giuridico, lui verso cose più scientifiche.

È l’unico mio ex-compagno di scuola col quale ho mantenuto contatti per tutto il periodo dell’università, non grandi contatti, ma ci si sentiva più o meno ogni mese e si andava a prendere una pizza insieme parlando del più e del meno. Le conversazioni non erano impegnate, non finivamo a parlare di cose personali, si parlava un po’ di politica, e lì ci capivamo abbastanza, e anche un po’ di cose di studio sue e mie. Alla fine della pizza non ci siamo mai trattenuti a parlare a lungo, semplicemente ci salutavamo e tornavamo a casa, il tutto era apparentemente molto banale.

Preciso che Guido secondo me non è un bel ragazzo, non sono mai stato interessato a lui sotto quel punto di vista. Non sapevo nulla della sua vita privata, cioè non sapevo se fosse gay o etero e nemmeno me lo domandavo, tanto più che di quegli argomenti non si parlava mai. Quando ci sentivamo mi faceva piacere, perché sapevo che avrei passato una serata tranquilla. Quando mi vedeva meno tranquillo mi incoraggiava ma in modo generico, non mi faceva domande, era molto rispettoso del mio privato e d’altra parte non mi parlava mai del suo.

Quando mi chiamava al telefono era molto sintetico e comunque mi chiamava raramente, in genere mi chiamava lui, io non lo chiamavo mai perché sapevo che prima o poi lo avrei risentito. In quegli anni io vivevo le mie prime storie coi ragazzi alternando alti e bassi sulle montagne russe dell’amore. Certe volte avrei voluto parlare di queste cose con Guido, poi mi dicevo che lui non avrebbe capito e lasciavo perdere, i rapporti con Guido erano una cosa a parte, non intrecciata con la mia vita amorosa.

Una sera usciamo per la solita pizza e noto che porta la fede al dito, non una fedina, ma una classica fede matrimoniale di tipo tradizionale, gli chiedo come mai e mi dice che si è sposato 15 giorni pima ma non mi aveva detto nulla per non farmi sentire in obbligo in nessun modo, io resto perplesso del fatto che me lo abbia detto solo a cose fatte, ma lui cambia subito discorso e mi propone una cosa che non mi sarei mai immaginato, cioè mi propone di andare una sera a cena a casa sua, io capisco che ci tiene molto e accetto, poi però lui cambia di nuovo discorso e finiamo a parlare delle solite cose.

La settimana appresso vado a cena a casa sua, mi presenta la moglie, Lucia, una ragazza giovane e molto carina, che mi tratta molto familiarmente e mi mette a mio agio in un modo che non avrei mai immaginato. Guido e Lucia sono una coppia tranquilla, direi che l’aria che si respira a casa loro è di serenità. La cena è ottima e molto familiare e la conversazione è leggera e gradevole, in sostanza una bella serata.

Alla fine Guido mi accompagna alla macchina e gli dico: “Sono stato proprio bene e sono contento per te e per Lucia!” E glielo dico con piena convinzione, lui me lo legge negli occhi e mi sorride, lì ho capito che teneva veramente al mio parere. Poi ci siamo salutati nel solito modo. Nei mesi successivi abbiamo continuato a vederci coi ritmi di sempre, in pratica tra noi col suo matrimonio non è cambiato nulla.

Nel frattempo io avevo cominciato la più lunga e la più tormentata delle mie storie con un ragazzo (Lucio). Di Lucio non ho detto nulla a Guido, un po’ perché volevo che quelle restassero cose mie e volevo comportarmi anche io con lui come si era comportato lui con me, e un po’ perché non sapevo come avrebbe reagito.

Nel Marzo 2018 la storia con Lucio è andata in crisi e io sono caduto in un periodo molto nero. Guido lo ha notato, capiva che era successo qualcosa che mi aveva messo in crisi, me ne ero reso conto perché era più premuroso nei miei confronti, mi chiamava più spesso al telefono anche se ormai era diventato due volte papà e aveva da pensare alla famiglia.

Una sera usciamo in un momento in cui ero veramente in difficoltà e mi dice semplicemente: “Che è successo?” Io gli dico: “Col mio ragazzo abbiamo rotto…” Lui non si scompone assolutamente ma resta in silenzio aspettando che io gli dica il resto e allora io vado avanti, lui non mi interrompe. Alla fine mi dice solo: “Non te la prendere con Lucio, lui può non avere capito niente e potrebbe starci male anche lui…” Questa ultima cosa mi ha fatto accendere una lampadina nel cervello e gli ho chiesto: “Tu che faresti?” Mi ha risposto: “Io lo chiamerei subito.” Gli ho detto: “Adesso?” E lui mi ha risposto: “Sì”.

Io ho preso il cellulare, sono uscito dalla pizzeria e ho chiamato subito Lucio. Lucio era in crisi peggio di me e era evidente che eravamo entrambi contenti di risentirci. Dopo 40 minuti ho visto Guido uscire dalla pizzeria con due pizze da asporto, una l’ha data a me e mi ha detto sottovoce: “Io vado a piedi, tu pensa a Lucio…” Io ho continuato a parlare con Lucio e abbiamo ricominciato a vederci e alla fine è stata una cosa positiva, perché stavamo male entrambi e per ragioni soprattutto di puntiglio. I problemi con Lucio si sono risolti, almeno sul momento, e entrambi abbiamo riguadagnato un po’ di serenità.

Circa un mese dopo ho rivisto Guido e gli ho detto che il problema con Lucio era superato, lui mi ha detto solo: “Mi fa piacere.” E ha sorriso, poi abbiamo parlato d’altro. Il problema che io Lucio fossimo due ragazzi non è stato mai preso in considerazione, per Guido era del tutto irrilevante. Guido non è quello che ascolta i miei problemi d’amore, ma uno di cui mi fido e che tante volte mi capisce al volo senza che io abbia nemmeno bisogno di parlare, lui sdrammatizza le cose anche con il non parlarne troppo. Non ama il bla bla, è operativo, se devi fare una cosa, per lui, la devi fare e basta, senza metterti a ragionarci sopra a vuoto.

Sono andato di recente a cena a casa sua e ho visto che lui ha un modo di trattare Lucia che mi incanta, non è espansivo ma rassicurante, è l’uomo del fare più che del parlare, quando sono arrivato era in cucina con Lucia e stavano cucinando insieme. Se devo pensare a un modello di coppia felice penso a Guido e Lucia, loro sono etero, ok, hanno figli, ma soprattutto non si creano problemi stupidi, chiacchierano poco e si impegnano insieme. Mi dispiace dirlo, ma tra i gay una cosa del genere è piuttosto rara, anche se penso che sia rara pure tra gli etero.

Vorrei che il mio rapporto con Lucio fosse simile a quello di Guido e Lucia, ma noi non siamo a quel livello, siamo ancora due galletti che si beccano o due ragazzini non cresciuti che hanno conservato l’abitudine di fare la lotta tra di loro. Piano piano stiamo imparando ma penso che la strada sarà ancora lunga. Lucio è un po’ geloso di Guido e io gli dico: “Ma Guido ha moglie e due figli!” e lui mi risponde: “Mh … forse, ma mi sa che non me la conti giusta!” e poi si mette a ridere e si mette a inseguirmi per tutta la casa.

La tecnica del parlare poco tipica di Guido funziona anche tra me e Lucio, a Lucio piace parlare, ma adesso parla meno e tra noi ci sono più gesti affettuosi, quando viene da me andiamo insieme a fare la spesa al supermercato (un supermercato piccolo) e le signore che incontriamo ci guardano con curiosità, perché non sono abituate a vedere due uomini insieme al supermercato a fare la spesa, a un certo momento mi sono sentito un po’ troppo osservato da una signora anziana e sono stato un po’ in imbarazzo, e allora, per cavarmi dall’impaccio e anche un po’ per ridere, ho cercato di fare passare me o lui per un giovane papà e gli ho detto a voce alta: “Ricordati di prendere i pannolini!” E lui mi ha risposto: “Ma non ne hai bisogno!” E la signora ci ha guardato molto perplessa!

Concludo qui, ovviamente, Project, fai della mail quello che credi, i nomi sono tutti di fantasia.

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SESSO GAY E STANCHEZZA

Ti scrivo perché mi sento strano e non posso parlare con nessuno. Sono un quarantenne che convive da 15 anni con un compagno poco più giovane di lui (nemmeno due anni). La nostra convivenza è stata molto bella, in sostanza la cosa più bella della mia vita, ed è andata avanti per 15 anni, ma ormai da quasi un anno comincia a crearmi qualche difficoltà. Quando ci siamo conosciuti eravamo entrambi giovani e belli, io forse un po’ meno di lui, ma a lui sono piaciuto subito e la nostra storia è cominciata perché è stato lui a volerla cominciare. Poi gli anni sono passati, lui ora è un po’ meno giovane e forse un po’ meno attraente di 15 anni fa ma ha un aspetto e un modo di fare che sono l’immagine della salute, in pratica potresti dargli tranquillamente dieci anni di meno, io invece ho avuto i miei problemi seri di salute che ho superato ma che mi hanno condizionato e mi condizionano ancora parecchio. In pratica io, dal di fuori sembro ancora un tipo piacente e giovanile ma di problemi di salute ne ho proprio tanti.

Tu potresti pensare che ti sto scrivendo per parlarti dei suoi tradimenti con ragazzi più giovani e molto più baldanzosi di me, ma sono almeno dieci anni che siamo una coppia rigorosamente monogamica, e lo vedo dal fatto che lui ha con me un’attività sessuale molto frequente e il problema, incredibilmente, è proprio questo. Tieni presente che ne sono tuttora innamorato e che gli voglio bene, fare sesso con lui mi piace o meglio mi piaceva molto, non che oggi non mi piaccia più, ma lui non si rende conto che non posso stare al suo livello, mi dice che lo schivo, che con lui cerco scuse, che lo tengo a distanza, in realtà è che certe volte, per me, fare sesso con lui è veramente stressante, non a livello psicologico, ma proprio nel senso di faticoso a livello fisico e lui questo non lo capisce.

Lui, a 38 anni, fa 40 flessioni di seguito, io non riesco nemmeno a sdraiarmi per terra, ma se provo a digli che non ce la faccio non ci crede e si sente in dovere di stimolarmi e di provocarmi, come se mi mancasse una motivazione sessuale. Quando gli dico che non ce la faccio ci rimane malissimo, non mi tratta male, non lo ha mai fatto, ma pensa che io non ce la metta tutta per venirgli incontro. Mi dice che ho 40 anni e che non posso non essere all’altezza della situazione e porta se stesso ad esempio di vita sana e sportiva, quasi che il mio declino fisico fosse dovuto al mio mancato impegno nelle attività sportive.

Ti dico che certe volte comincio ad averne paura, no, paura no, diciamo meglio a temere un po’ le sue reazioni e a sentirmene condizionato. Sarebbe tanto semplice capire come stanno le cose e magari accontentarsi di quello che io posso fare senza doverne risentire, ma questo non succede, lui mi vede ancora bello, giovane e soprattutto performante come lui, ma io non sono affatto così. Noi conviviamo da 15 anni, non penso proprio che lui abbia in mente di mandare tutto in malora, se siamo andati avanti 15 anni ci sarà pure una ragione anche al di là del sesso. Il fatto è che non vorrei vederlo reagire come un cane bastonato.

Certe volte penso che lui avrebbe bisogno di uno come lui o di uno più giovane, capace di stare al suo livello. Siccome lui si può permettere di fare tutto quello che gli viene in mente perché il suo fisico lo supporta in ogni caso, lui pensa che sia così per tutti. Io spero che arrivi a capire che il suo modello non si adatta a chiunque, perché altrimenti mi troverei a convivere con un uomo non solo insoddisfatto, ma convinto di essere stato rifiutato dall’uomo che ama. Certe volte è geloso, cosa che mi sembra incredibile, mi fa domande sui nostri amici, mi chiede se ho un cellulare segreto, perché pensa che la mia stanchezza derivi magari dal fatto che vado a fare sesso con qualcuno mentre lui non c’è, cosa che non mi è mai passata per l’anticamera del cervello.

Mi sento molto scoraggiato dai suoi atteggiamenti e non so che fare perché quando provo a spiegargli come stanno le cose mi zittisce e si arrabbia come se io stessi cercando di fargli digerire l’idea che ormai lui non mi interessa più, il che non è assolutamente vero. Qualche volta ho provato a parlarci seriamente e, sul momento, mi sta pure a sentire e sembra che abbia capito, poi la volta successiva siamo da capo a 12 e ricomincia con l’idea che io non mi ci impegno abbastanza e che faccio troppe parole e pochi fatti. Il fatto che siamo praticamente coetanei per lui significa che siamo sostanzialmente uguali e che quello che può fare lui lo posso automaticamente fare anche io. Insomma, lui pensa che basti la volontà per fare tutto, perché nel suo caso basta veramente, ma nel mio non basta affatto. Tra l’altro lui sa dei miei problemi di salute e tende a minimizzarli o meglio ad insistere sul fatto che io, col mio atteggiamento, finisco per esagerare il negativo e per precludermi tante cose che per lui sono scontate.

Non so se questo problema è un problema oggettivamente stupido, ma certo è che finisce per condizionare soprattutto la nostra sessualità, io mi sento giudicato, lui mi considera un rinunciatario che si crede vecchio quando non lo è affatto, ma non è una questione di età ma di salute e questo lui non lo capisce. Io con lui sto bene e non credo che starei meglio con nessun altro e lui lo sa, certi momenti, quando facciamo sesso un po’ più tranquillo, sono proprio bellissimi, ma quando parte in quarta pretende che io gli vada appresso e io mi stanco e lui non lo capisce e mi rimprovera, lì per lì fa una sfuriata, poi se ne pente e cerca di ridimensionare. Che posso fare? Certe volte sono proprio scoraggiato. Vorrei solo vederlo contento.

Certe volte torna a casa di ottimo umore, cominciamo a fare sesso e tutto sembra andare bene, se provo a dirgli che faccio fatica a stargli appresso l’incantesimo crolla e la serata finisce col broncio. Queste non sono tragedie, lo so, ma sono certamente incomprensioni, alla fine non mi creano un grande disagio ma comincio ad avere paura di fare sesso con lui perché la possibilità che cominci bene e finisca male è molto concreta. Qualche volta l’esito di tutto questo è che mi sento in colpa e penso che il fatto di avere almeno in un certo senso paura di lui mi impedisce di fargli veramente capire come stanno le cose. Sia ben chiaro, noi ci vogliamo bene, di questo non ho dubbi, però qualche volta comincio a pensare che lui possa sentirsi veramente a disagio.

Qualche volta penso con terrore a quello che succederebbe se non mi trovassi più in condizioni fisiche tali da poter fare sesso con lui, magari in tono minore, e penso che faticherebbe a capire il perché. Tra noi c’è comunicazione, parliamo spesso e anche seriamente ma su questo punto specifico il dialogo è difficile. Lui per parecchi anni mi ha considerato un partner all’altezza della situazione e non riesce ad accettare l’idea che non è più così. Forse questo è conseguenza di un’intesa sessuale veramente forte durata per parecchi anni. Io penso che invecchierò molto più rapidamente di lui e che questi problemi potranno diventare sempre meno facili da gestire.

Negli ultimi giorni (tre o quattro) lui non ha più preso l’iniziativa sessuale, forse per non mettermi in difficoltà, non credo che lo abbia fatto per punirmi perché non ha mai fatto cose del genere, ma l’iniziativa sessuale non l’ho presa nemmeno io e siamo andati a dormire senza coinvolgimenti sessuali e questo, per noi, non è una cosa normale. Io l’iniziativa la prenderei, ma vorrei che fosse una cosa più tranquilla e più adatta a me, ma so che una cosa del genere lo deluderebbe, comunque non posso fare passare altri giorni e domani mi farò coraggio. Non che mi dispiaccia, anzi, tutt’altro … comunque è un peccato che per lui le coccole siano banalità o poco più! Una cosa posso fare, quando sto a letto con lui, posso parlare meno, perché in certi momenti le parole possono essere pericolose, questo credo sarebbe utile e sarebbe anche facile da realizzare.

Certe volte, dopo una serata di sesso, mi sento stremato e l’indomani, quando suona la sveglia, fatico ad alzarmi. Mi dispiace di non essere alla sua altezza ma non ci posso fare niente, piacerebbe anche a me essere come lui vorrebbe, cioè come sono stato fino a qualche anno fa, perché questo lo metterebbe di buon umore, ma non saranno queste cose a metterci in crisi. In qualche momento comincio a pensare che potrei anche recitare un po’ per compiacerlo, ma temo di non avere la resistenza fisica per farlo e di scivolare un altro scalino più in basso. Io penso già da qualche anno che la nostra giovinezza è finita, o almeno la mia, e che ormai siamo uomini di mezza età, lui invece si vede ancora come un ragazzo, ha un modo di fare da ragazzo che in un certo senso mi affascina e in un certo senso mi spaventa.

Mi dice che mi faccio ossessionare dalla vecchiaia, ma lui invece rimuove del tutto l’idea e beato lui che lo può fare! Mi dice pure che faccio la vittima, magari sarà anche un po’ vero, ma penso solo marginalmente. Forse comincio veramente a sentirmi vecchio dentro, all’apparenza ancora non lo sono e lui guarda solo all’apparenza, è un peccato che non si accorga del resto. Ti allego il mio contatto [… omissis …] nel caso ti andasse di fare due chiacchiere. Ovviamente con la mail puoi fare quello che vuoi, cioè la puoi anche mettere nel forum, se non la vedi troppo strana.

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RELAZIONI GAY E CONVIVENZA

In questo ultimo periodo mi è capitato spesso di incontrare in chat ragazzi gay che hanno un compagno ma che si sono trovati a dover fare i conti con disillusioni almeno parziali, cercherò quindi di schematizzare e di riassumere i nodi del problema.

Prima di tutto l’espressione “avere un compagno” è estremamente generica, si va dalla convivenza stabile ormai da diversi anni alla relazione che è ancora agli esordi ed è tutta da verificare, fino alla relazione a distanza in cui manca un contatto reale che non sia assolutamente episodico e breve. Ovviamente in una tale varietà di situazioni il concetto di “mitizzazione” assume connotati molto vari e scarsamente omogenei.

Il mito, di per sé, incarna un archetipo di comportamento che o viene recepito dall’esterno o viene creato autonomamente. La mitizzazione di persone reali è l’esempio tipico del mito auto-costruito, identificando la persona con il ruolo che ricopre o si vorrebbe che ricoprisse e proiettando su quella persona i nostri personali archetipi di quel ruolo. Attribuire anche solo ipoteticamente un ruolo a una persona equivale a rivestire quella persona di qualità e di attributi che spesso si danno per scontati, perché i meccanismi proiettivi ci portano a vedere soprattutto, se non esclusivamente, quello che vogliamo vedere.

Alcuni decenni or sono, quando non esistevano mezzi di comunicazione a distanza, la conoscenza delle persone era numericamente molto più limitata ma anche molto più diretta di quella che si realizza oggi tramite i social media. Oggi i social non ci permettono di vedere e di valutare i comportamenti degli altri ma soltanto di conoscere l’immagine che essi intendono darci di sé, cioè di conoscere la loro auto-rappresentazione. Ovviamente le rappresentazioni di sé variano a seconda degli scopi che si intende perseguire. Nella ricerca della cosiddetta anima gemella, spesso, l’immagine di sé che si tende a fornire viene costruita sul momento, sfruttando le informazioni che già conosciamo sul nostro interlocutore.

L’informazione fondamentale è la fotografia, con la quale si valuta istintivamente se l’altro è o non è per noi oggetto di interesse. Se non lo è, ossia se la foto non corrisponde ai nostri archetipi, il tono della conversazione è basso, gli apprezzamenti sono limitati, non si cerca di approfondire il rapporto ma di farlo scivolare verso la banalità e verso una dissoluzione a breve termine. Se invece la foto ci interessa, il tono del linguaggio cambia e si cerca di manifestare un interesse concreto, il discorso si scalda, si entra subito nel personale, si sta attenti a dare un’immagine positiva di sé secondo il metro dell’interlocutore. La prima cosa che si apprezza è la bellezza, che è l’elemento oggettivamente di maggior impatto al primo contatto visivo. L’ascolto si fa estremamente attento, si dà spazio all’interlocutore, cercando di raccogliere tramite le sue parole elementi utili a costruire una rappresentazione di noi stessi che sia quanto possibile seduttiva, anche a scapito della veridicità e della completezza. Si sottolineano tutte le similitudini e le analogie con l’interlocutore e si sorvola ampiamente su tutti i possibili punti di divergenza o di distanza. Si costruisce e si trasmette un’immagine di sé per specularità-complementarità (le due mani non solo uguali ma speculari e complementari e si adattano perfettamente a lavorare insieme).

Viene poi il tempo dell’immagine retrospettiva di sé, della propria storia, e in particolare della propria storia affettiva, e anche qui operano spesso a livello inconscio dei meccanismi di selezione-omissione dei contenuti, tramite i quali, nell’archivio della memoria individuale, si scelgono alcuni episodi come emblematici del proprio essere e del proprio agire e se ne omettono altri che sarebbero in dissonanza con i primi. Il linguaggio scivola molto facilmente verso espressioni che indicano forte coinvolgimento e apprezzamento (deriva del linguaggio amoroso). Tutto il processo appena delineato si può riassumere nella parola seduzione. Sedurre significa “portare in disparte”, “attrarre a sé” una persona.

Se il rapporto nasce simmetrico, cioè le valutazioni di primo impatto sono molto simili dalle due parti, si ha l’impressione di trovarsi davanti ad una bellissima storia d’amore o almeno al suo esordio e i meccanismi proiettivi entrano in funzione operando una progressiva mitizzazione sulla base di ciò che sappiamo dell’altro, nella presunzione che l’immagine che l’altro ci ha dato sia autentica. Ma i meccanismi di selezione dei contenuti, che operano spesso in modo inconscio, forniscono immancabilmente delle rappresentazioni quantomeno parziali, se non distorte della realtà. In altre parole, il contatto verbale o anche quello in audio-video non mostrano le reazioni dell’altro in situazioni reali ma esclusivamente ciò che l’altro, in modo più o meno consapevole, vuole farci vedere, o semplicemente ci fa vedere.

Ovviamente, l’incontro di persona, se episodico e breve, mantiene comunque questo medesimo schema e tende se mai a confermare la visione mitica dell’altro. Solo una reale convivenza in situazioni ordinarie e di lunga durata consente di capire e di valutare la personalità dell’altro con un’ampiezza e una profondità di un certo spessore.

Va sottolineato che se chi parla di sé ad una persona alla quale è interessato fornisce in ogni caso una rappresentazione edulcorata di sé, opera cioè una selezione dei contenuti da presentare, anche chi ascolta, in modo più o meno consapevole, opera una selezione tra i contenuti che gli vengono presentati, attribuendo valore a quelli che vanno nella direzione da lui voluta e trascurando o minimizzando quelli che vanno in direzione opposta, in questo modo l’immagine dell’interlocutore subisce una seconda deformazione indotta da chi ascolta sulla base dei propri archetipi e delle proprie proiezioni.

Al termine di un periodo, comunque breve, di incontri in chat alternati con brevi incontri di persona, si ha l’impressione di aver costruito una relazione stabile e di conoscersi approfonditamente, ma in realtà la conoscenza reciproca è minima e l’immagine dell’altro è fortemente deformata. Il mito supplisce alla realtà, la integra e la rafforza, fintanto che il contatto con la realtà non interviene a correggere la situazione.

Il vecchio detto: “il matrimonio è la tomba dell’amore” sta a significare che la convivenza fa di fatto crollare molti rapporti di coppia costruiti solo su proiezioni e miti assai lontani dalla realtà.

La demitizzazione che fa seguito alla convivenza reale può essere di tipo e grado molto diverso. Maggiore è il livello di mitizzazione nella fase pre-convivenza, maggiore è il livello di disillusione che consegue alla convivenza. La persona che dà di sé la migliore immagine possibile (auto-mitizzazione) è anche quella che ha la maggiore probabilità a priori di generare disillusioni profonde. La persona che invece non evita di parlare chiaro sui propri aspetti problematici, ha minore probabilità di avere successo nella fase di seduzione, ma, alla lunga, è assai meno esposta al rischio di creare disillusioni nel partner.

Nel mondo gay, oggi, le convivenze stabili sono più l’eccezione che la regola, le Unioni Civili sono rare, in parte perché comportano un coming out che in certi casi creerebbe problemi di difficile se non impossibile soluzione, ma soprattutto perché una convivenza di lungo periodo richiede delle scelte di fondo orientate alla stabilità e la capacità di agire su tempi lunghi in modo coerente con quelle scelte. Le storie brevi e comunque senza vincoli formali possono nascere molto facilmente e altrettanto facilmente possono finire, nascono già all’insegna del relativo, del rivedibile, del non definitivo e in sostanza del disimpegnato, e si reggono spesso su fragili mitologie destinate a frantumarsi quando si affronta una vera convivenza. Va detto però che la tendenza alle relazioni disimpegnate o, come si dice comunemente, libere, ha il suo motivo di fondo nella difficoltà di creare una relazione interpersonale profonda, che richiederebbe la presenza di forme di compatibilità tra i partner che sono decisamente poco comuni. In genere le prime esperienze dei ragazzi gay hanno come obiettivo la creazione di una coppia stabile, siccome però in moltissimi casi questo obiettivo resta di fatto irrealizzabile o comunque irrealizzato, si finisce per scegliere l’altra opzione, quella più disimpegnata, che è certamente più fragile ma rappresenta un obiettivo oggettivamente realizzabile anche in condizioni che non sono di per sé ideali.

Va sottolineato che una disillusione, per quanto pesante essa sia, non porta necessariamente alla rottura della relazione, perché, non fosse altro che per ragioni di inerzia, la relazione eventualmente incrinata si può ricucire o meglio rinsaldare, anche più di una volta, ma ovviamente quella relazione, segnata dalla disillusione, che è spesso reciproca, rischia di essere piano piano svuotata dall’interno, se altri meccanismi non intervengono a consolidarla.

L’idea che la disillusione non sia di per sé distruttiva del rapporto di coppia, spesso, è accettata solo come una soluzione di ripiego, ma andrebbe piuttosto vista, talvolta almeno, come un salutare ritorno alla realtà, perché la disillusione è tale in rapporto alla precedente illusione, ma vista nell’ottica del futuro può comportare una rivalutazione del rapporto che non è necessariamente una sua degradazione. Si tratta cioè di una presa d’atto della realtà dell’altro, o almeno di una sua immagine meno mitica e distorta, che può modificare profondamente e non sempre negativamente gli equilibri interni alla coppia. Superare le crisi di coppia, che spesso derivano da disillusioni, può addirittura consolidare il rapporto. Nei rapporti di coppia a distanza il coinvolgimento è legato in gran parte alla mitizzazione del partner, il rapporto è basato sulle parole e su situazioni facilmente controllabili. Nelle convivenze la possibilità di incomprensioni più o meno profonde col partner è molto concreta, ci si rende conto che anche la compatibilità sessuale è condizionata dal fatto che individui diversi hanno visioni diverse della sessualità e dello stesso essere gay. Comportamenti che per uno dei due sono desiderabili possono non esserlo affatto per l’altro, basti qui l’esempio del coming out, ma si potrebbero portare molti altri argomenti oggetto di frequenti incomprensioni all’interno della coppia. Nella convivenza gay è molto facile sbagliare anche quando esistono di fatto i presupposti per la costruzione di una coppia duratura. Le relazioni di convivenza stabile senza delusioni e senza incrinature non esistono, una certa dose di conflittualità è fisiologica per la sussistenza stessa della coppia. Per concretizzare una convivenza è indispensabile che i partner capiscano in partenza che gli errori ci saranno da entrambe le parti e che le posizioni rigide rischiano di destabilizzare anche le relazioni di coppia che avevano all’origine tutti i presupposti teorici della solidità.

Le disillusioni, come accennato, sono spesso reciproche, ma non è detto che siano palesi, o che lo siano da entrambe le parti. Spesso si tiene per sé la disillusione in attesa che possa essere smentita e questo indica che il mito è in crisi ma non è del tutto crollato. In questi casi, chi dissimula la propria delusione tende ad assumere un atteggiamento rivendicativo caratteristico, il permanere nella coppia assume per quella persona il senso dell’attesa della prova decisiva, finché la misura non è colma e si presenta il conto al proprio partner elencandogli o meglio rinfacciandogli tutte insieme le sue mancanze o presunte tali, è il momento della cosiddetta resa dei conti, in questi casi la risposta può essere fredda (la peggiore risposta), frustrata o anche rivendicativa, in questo ultimo caso chi si è visto presentare il conto presenta a sua volta il conto alla controparte, per mettere sulla bilancia aspettative e torti delle due parti. Anche in questi casi, però, non è affatto detto che la vita di coppia vada irrimediabilmente in pezzi, la situazione volge invece al peggio quando i due si separano senza aver né risolto né alleggerito la situazione di conflitto, cioè quando la risposta è rigida.

Ovviamente le convivenze sono equilibri instabili in cui, specialmente in una fase molto anticipata, piccole spinte correttive sono sufficienti a mantenere l’equilibrio. Va aggiunto che la convivenza, se per un verso può portare alla demitizzazione del partner, per l’altro ne può fare scoprire i pregi a prima vista meno evidenti. Uno dei pregi di un partner che emergono nelle convivenze lunghe è la non distruttività ossia la capacità di gestire le tendenze distruttive dell’altro, di raffreddare i toni e i conflitti, di minimizzare il negativo e di valorizzare il positivo di una relazione.

In ultima analisi la mitizzazione del partner nata nella fase seduttiva si scontra pienamente con la realtà solo quando si arriva ad una convivenza di lungo periodo. In questa fase subentra la demitizzazione del partner, che porta ad una rivalutazione degli elementi su cui si fonda la coppia. L’esito di questa nuova valutazione non è di per sé distruttivo, ma può portare ad una rifondazione della vita di coppia su presupposti meno proiettivi e più realistici.

Una considerazione a parte merita la cosiddetta “condiscendenza incondizionata”, cioè la tendenza a dire sempre e comunque sì al proprio partner al fine di conservare la relazione. Il concetto stesso di equilibrio dinamico comporta che le spinte devono essere bilanciate e che, se alle pressioni esercitate da uno dei due corrisponde sempre un cedimento dell’altro, l’equilibrio non si può mantenere, le richieste di adeguamento si estenderanno progressivamente a tutti i settori della vita condivisa e non solo, e quella parità che rappresenta il nucleo essenziale della coppia gay finirà per essere spazzata via. In questo modo non solo non si preserverà la vita di coppia ma la si ridurrà ad una serie di obblighi o ad una serie di dipendenze psicologiche e non solo.

Riporto qui di seguito alcuni brani di mail ad illustrazione di quanto detto.

LA SEDUZIONE

“Mi chiama in video e mi dice subito: Sei bellissimo! Ma bellissimo è lui! Sembra proprio un attore e poi ha una voce calda, sexy. Quando ha visto le mie foto la prima volta è rimasto senza parole e non credeva che fossi io! Mi ha detto che non ha mai visto un ragazzo bello come me, che ho gusto, che vesto bene, che so scegliere il taglio di capelli, che ascolto la musica giusta, la stessa che ascolta lui, che abbiamo gli stessi gusti. È un ragazzo solare ma non ha amici. Quando parliamo mi dice cose bellissime, io gli dico che io non sono come mi vede lui, che ho un sacco di difetti e che lui mi sta mitizzando e lui mi risponde che non vede l’ora di conoscermi di persona.”

IL LINGUAGGIO SESSUALE

“Ci sono alcune cose che non sopporto nel suo modo di fare, prima di tutto il linguaggio. Noi facciamo sesso tra noi, ma lui quando ne parla usa certi termini volgari che mi fanno proprio venire i nervi, mi chiedo dove ha imparato a parlare così. Lui mi dice che sono ipocrita e che voglio salvare la mia faccia da bravo ragazzo, e non sopporta che io voglia salvare la mia riservatezza. Mi dice che se le cose le faccio le devo chiamare col loro nome, solo che io quelle cose non le vedo come le vede lui, ammesso pure che lui le veda in un modo diverso dal mio, ma quando ne parla con me usa proprio termini volgari che non sopporto, poi, quando si arrabbia con me, lasciamo perdere, parla con un linguaggio degno dei peggiori porno e quando fa così lo strozzerei.”

LE FORZATURE

“Una cosa che non sopporto del mio ragazzo è il fatto che mi vuole imporre di fare cose di sesso che io non voglio fare e che lui evidentemente ha fatto con altri, su certe cose posso anche cedere ma su altre proprio me lo dovrei imporre con la forza e non lo voglio fare e basta. Quando gli dico di no in modo deciso, prima insiste e anche troppo, e poi sembra che passi oltre, come se non fosse successo nulla, ma quando ci capita che bisticciamo queste cose le tira fuori tutte e me le rinfaccia, mi dice: “Si deve fare sempre come dici tu!” (cosa, tra l’altro, che non è assolutamente vera), poi mi dice che non gli voglio bene veramente perché non faccio sempre quello che vuole lui, ma io dico: se stiamo insieme io cedo su una cosa e tu su un’altra! Perché lui non si rende conto che certe volte mi chiede proprio cose assurde, che io non sopporto proprio?”

LE MANOVRE DI RECUPERO

“L’altro giorno abbiamo avuto uno scontro su una questione molto stupida, o meglio il battibecco è cominciato tutto da lì: portare o no le calze quando facciamo sesso, lui porta quei calzini solo per il piede, io porto calze corte normali, ma lui voleva che me le togliessi e io non capivo perché, dato che lui le portava, da una cosa così stupida è partita una sfilza di lamentele sul mio comportamento, in pratica mi ha detto che non gli dicevo mai di sì e che dovevo discutere su tutto e poi, una volta partito in quarta, andava avanti e non si fermava più, a un certo punto si è rivestito come se se ne volesse andare via e io mi dicevo: Ma che fa? Se ne va veramente per una cosa del genere? Ma è proprio fuori di testa! Allora gli ho detto che mi sentivo un completo imbecille ad averlo cercato e che non sarebbe mai più successo, allora lui ha cambiato tono, si è spogliato di nuovo e si è rimesso sul letto e poi mi ha detto: Vieni qui! Io gli ho chiesto se mi avrebbe detto ancora le cose stupide che mi aveva appena detto e lui mi ha risposto che me ne aveva dette troppo poche e che le dice per il mio bene, anche se io non lo capisco. Comunque, almeno ha la dignità di tornare indietro!”

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AMORE GAY LIBERO E CONVIVENZA

Caro Project,
ho 34 anni e per la prima volta mi sono innamorato di un ragazzo. Sono stato con diversi ragazzi, ho fatto sesso con loro ma non ne ero realmente innamorato, ma da poco più di un anno mi sono innamorato ed è proprio una cosa diversa. Prima pensavo a che cosa potevo avere io da quei ragazzi, adesso penso a che cosa posso fare io per il ragazzo che amo, non cerco un contraccambio da lui anche perché quel contraccambio c’è, e pure sovrabbondante, senza che io lo chieda, almeno per il momento, comunque sono proprio felice che esista uno come lui. Non è un santo, ha i suoi difetti, qualche volta mi tratta in modo brusco ma con amore, almeno io penso che sia così. Non fa calcoli sui sentimenti, non è ipocrita, me lo sono trovato vicino ogni volta che ne ho avuto bisogno, mi ha preso sul serio fin da subito, tre cose di lui mi hanno conquistato, l’intelligenza, il rispetto degli altri e l’immediatezza.

È un ragazzo bello, ma non è quella la nota che lo caratterizza, di belli ce ne sono tanti. Ha avuto una vita difficile e ha una capacità singolare di penetrare l’animo umano, di leggere nei sentimenti del suo interlocutore. Non giudica, non condanna, ha bisogno di capire, è capace di amare in un modo adulto che per me vuol dire non possessivo, mi ha sempre lasciato completamente libero, non mi ha forzato in nessun modo, nemmeno minimo. Non cerca di mettere in pratica un codice di comportamento imparato dalla pornografia, ma presta attenzione al suo ragazzo, o meglio al ragazzo con cui sta in quel momento, cerca di capirlo, di andare nella sua direzione.

Sa che sono innamorato di lui e non ha o sembra non avere paura che il mio volergli bene possa essere per lui un freno. Lui sa che è amato per quello che è e non per quello che fa o che potrebbe fare, che non ci sono condizioni di nessun genere. Sa che da lui mi aspetto solo spontaneità, senza obblighi di alcun tipo, ed è per questo che ci vogliamo bene, è una scelta nostra momento per momento. La scelta di stare insieme come coppia è sempre reversibile, quella di volerci bene e di rispettarci è assolutamente irreversibile. È un tipo di uomo che mi piace, e non parlo solo del fisico, uno come lui è un modello da seguire, eppure è una persona che ha le sue fragilità, le sue insicurezze. Non è un modello di coraggio o di forza d’animo e nemmeno di coerenza, ma è un modello di equilibrio, in lui trovo tutto quello che mi serve, o quasi: l’accondiscendenza e la capacità di fermarmi e di dirmi di no, il buon senso nelle decisioni, la pazienza ma fino a un certo punto, e soprattutto la dolcezza, l’assenza totale di aggressività, che è una cosa che io apprezzo moltissimo.

Mi ha detto che prima non era così, che scattava, che reagiva malissimo ma poi è cambiato quando abbiamo cominciato a stare insieme perché ha visto che io non mi arrabbiavo mai con lui, e poi dice che adesso non è aggressivo perché si sente pacificato dentro. Effettivamente noi non abbiamo mai litigato, non abbiamo mai alzato la voce. Lui mi ha voluto e non ho nemmeno capito perché, ha voluto proprio me, o meglio anche me, non solo me, ma a nessuno di noi due è mai venuto in mente di abbandonare l’altro, almeno questo è quello che io penso.

Tra noi vige una regola non scritta: nessuno di noi due fa domande all’altro sulla sua vita sessuale al di là del nostro rapporto, questo non significa che non parliamo delle altre relazioni, se vogliamo chiamarle così, che abbiamo o che abbiamo avuto, ne parliamo spontaneamente se ci va, ma se ci vogliamo tenere il nostro privato possiamo anche tenercelo per noi e non crollerà nulla. In realtà parliamo o meglio abbiamo parlato molto di queste cose e non ci sono state mai gelosie né da parte sua né da parte mia. Io so che lui ha avuto e forse ha anche altri ragazzi, non me lo ha mai nascosto. Gli unici problemi (e non sono problemi da poco) sorgono per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili ma sulla sua onestà su questo punto ci metterei la mano sul fuoco. Quando ha avuto qualche dubbio me lo ha detto e non ci siamo visti finché non ha fatto il test, attualmente non parla più di altri ragazzi, non so se ci siano ancora altri ragazzi nella sua vita, ma sarei portato a pensare che non ce ne siano. Lui sa che io ho solo lui ormai da quattro anni e quindi sta tranquillo.

Non avevo mai desiderato la presenza di un ragazzo come desidero la sua, anche per il sesso, ma più che altro per quella forma di complicità senza parole che si forma soprattutto sul piano sessuale, per quel capirsi al volo, per quel conoscersi a fondo e fidarsi uno dell’altro. Quando ci incontriamo, che, in fondo è ancora adesso una giornata intera alla settimana, dedichiamo molto tempo al sesso e il minimo indispensabile a dormire e a mangiare. In genere non riusciamo a parlare in quelle situazioni, è come se ormai il sesso fosse una cosa scontata e parlare tra noi lo fosse molto meno, quando ci separiamo è il momento peggiore, ma non nel senso che ci dispiace separarci, a quello ormai ci abbiamo fatto l’abitudine, ma nel senso che non ci diamo mai l’appuntamento per la volta successiva e non perché è una cosa scontata, ma proprio perché non lo è affatto. Un appuntamento è un vincolo, un punto di riferimento, diciamo un limite alla libertà, e noi dobbiamo garantirci reciprocamente la nostra libertà, oggi stiamo insieme, ma non è scontato che staremo insieme anche il prossimo fine settimana.

Se c’è una cosa che mi manca nel contatto con lui è proprio il fatto di parlare senza paura, di infrangere la regola della libertà. Se gli dicessi “ti voglio bene!” in qualche modo darei l’impressione di volerlo vincolare al fatto che gli voglio bene, pretendendo qualcosa in cambio. Mi manca la sua presenza quotidiana, il colloquio sulle banalità. Noi non ci sentiamo praticamente mai nel corso della settimana e ci vediamo solo il sabato sera. Vorrei fare con lui anche le cose banali, vorrei condividere il quotidiano, ma non mi manca per ragioni oggettive ed esterne, mi manca perché temo che provare a condividere anche il quotidiano sposti un po’ l’asse del nostro rapporto dal sesso, che al momento ne è il vero centro, alla condivisione di tutti gli aspetti della vita, e non so se lui vuole veramente una cosa simile.

Quando sto con lui mi viene spesso una riflessione, le dichiarazioni fatte a parole hanno una valenza generale, sono come dei teoremi, il sesso è una cosa fisica, concreta, è l’applicazione di alcuni di quei teoremi al caso particolare, questo vuol dire che contano più le eccezioni che le regole. Il sesso non obbedisce a regole generali, è assolutamente soggettivo, riguarda il nostro rapporto con una singola persona e in un preciso momento, non e ripetibile, non è generalizzabile, non è prevedibile. Le variabili sono così numerose e così poco conosciute che alla fine si deve rinunciare ad ogni proiezione e ad ogni previsione.

Molti considerano il sesso come un modo per capire un’altra persona, ma in realtà quando si vive veramente il sesso con un’altra persona ci si rende conto della complessità della sessualità e della sua dimensione sostanzialmente incomprensibile. Alla fin dei conti io non so nemmeno che cosa spinga me a vivere la mia sessualità insieme con lui, come posso capire che cosa spinge lui a stare con me? Con me e non con un altro, almeno in quel momento. E anche se posso dire che c’è condivisione reale e trasporto reciproco, la spontaneità è comunque frenata. Non è mai possibile capire realmente i desideri e i limiti del tuo compagno. Da qui l’incertezza, la tendenza a frenare a non correre troppo, il senso del limite, e questa potrebbe essere una delle ragioni che rende il nostro rapporto comunque stabile.

È bello quando ci incontriamo il sabato, sono momenti di entusiasmo, l’armonia sessuale c’è, ma è difficilissimo andare oltre, e poi quando ci separiamo cominciano ogni volta i giorni dell’attesa, giorni che sono di vera solitudine, in pratica lunghe pause tra due giorni di vita, giorni vuoti, in cui tornano a galla mille pensieri, giorni in cui penso che quello che vorrei è altro, che lo vorrei vedere felice di stare con me tutti i giorni, vorrei potermi svegliare e trovarlo al mio fianco, vorrei preparargli la colazione, vorrei – sembra un paradosso – perfino litigare con lui in modo forte e aggressivo e poi fare la pace, e invece c’è la paura di sbagliare, di eccedere, e allora non si dice nulla, perché c’è sempre il dubbio: lui sarebbe o no disposto a costruire un rapporto diverso, più affettivo, non dico meno sessuale, ma più affettivo?

Io avverto il distacco tra i momenti di coinvolgimento sessuale nei quali è totalmente coinvolto e quelli molto più freddi del dopo-sesso, nei quali non si scherza mai e si parla pochissimo, quasi come se si pensasse “da entrambe le parti” di avere fatto qualcosa che in fondo non si doveva fare. Ho osservato col passare dei mesi che nei rapporti sessuali ci sono stati dei cambiamenti. All’inizio i limiti erano strettissimi: niente coccole che sanno troppo di affettività, ma solo sesso e niente altro, non voleva che gli passassi le mani tra i capelli o che gli toccassi la barba, poi piano piano ha superato queste cose, adesso mi permette di accarezzarlo, ma lui con me non lo fa, se le carezze sono esplicitamente sessuali allora le accetta, ma se sono semplici gesti di affetto, devo stare attento a non insistere troppo perché la cosa potrebbe dargli fastidio.

Non è che non ci si voglia bene, ma penso che lui non sia abituato ai gesti affettuosi, che quelle cose in qualche modo lo spaventino, che le senta come qualcosa di aggressivo, di troppo libero, di non codificato, che le senta come un tentativo di creare un obbligo, un vincolo stretto, capace di togliergli o di restringere la sua libertà. I piccoli cambiamenti che ho notato nel nostro modo di fare sesso mi fanno pensare che qualcosa sta realmente cambiando, ma non ti nego, Project, che non sono affatto sicuro che si andrà avanti in questa direzione. Non sopporta che gli dica che è un bel ragazzo, ne è quasi infastidito, considera questi discorsi una parodia dei discorsi che un ragazzo usa per sedurre una ragazza. Quando parla di noi non usa mai la parola amore ma solo la parola sesso. Una cosa però mi chiedo, ma se sta veramente cercando solo sesso, perché ha scelto me, ne avrebbe trovati tantissimi meglio di me, che non gli avrebbero creato problemi di nessun genere e si sarebbero adattati facilmente al suo modo di vedere le cose. E non è nemmeno un problema di scelta esclusiva, sa benissimo di essere libero di andare anche con un altro ragazzo, ma se non lo fa, come io credo, anche se rivendica la libertà di poterlo fare, alla fine deve avere una motivazione seria.

Mi dice che io lo stimolo molto sessualmente, ma secondo me è una cosa che non sta proprio in piedi. Nel sesso sono io ad andare appresso a lui e non il contrario. Ho pensato che di me gli possa piacere proprio il fatto che non gli dico quasi mai di no, che cerco di capirlo. Quando lo vedo triste o distante ci sto proprio male e penso che lui se ne sia accorto. Quando facciamo sesso è completamente coinvolto. Non avevo mai visto ragazzi così coinvolti nel sesso. Di me in quelle situazioni si fida totalmente e sembra assolutamente e profondamente partecipativo, ma dopo il sesso sembra un’altra persona, si incupisce, diventa spiccio nei modi di fare, molto ironico, ma di un ironico amaro, non verso di me ma verso se stesso.

Io ho un dubbio di fondo, adesso le cose vanno così e io penso che il problema stia nella distanza e nel fatto che ci si vede un giorno alla settimana, la soluzione, in teoria, sarebbe cercare di cambiare lavoro e di poter vivere veramente insieme, per lui è indubbiamente più difficile che per me, allora io potrei anche cercare di cambiare lavoro e di trasferirmi nella sua città, ma dovrei vendere casa mia, per la quale devo pagare ancora parecchi anni di mutuo, e trasferirmi a casa sua, ma lui me lo ha proposto solo in modo molto vago e probabilmente poco convinto, e non so se è veramente quello che vorrebbe, ma mi chiedo se questo vivere insieme, invece di fare migliorare le cose attraverso la condivisione del quotidiano, non possa in realtà mettere in crisi quel rapporto che adesso c’è e che forse si regge proprio sul fatto che stiamo a 150 km di distanza e che siamo comunque entrambi liberi. Onestamente non so prendere una decisione, andare avanti come è successo fino ad ora è un’opzione insoddisfacente, ma l’altra opzione, cioè puntare tutto sulla convivenza temo che possa essere addirittura distruttiva. Tu che ne pensi?

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