RAPPORTI GAY INTERGENERAZIONALI SENZA SCHEMI

Caro Project,
ho letto il capitolo sui rapporti intergenerazionali del manuale Essere Gay e sono rimasto stupito, intanto perché hai trattato l’argomento, che in genere non è mai preso seriamente nemmeno dai gay, e poi perché quello che ho letto corrisponde abbastanza bene alla mia esperienza, nel senso che ho visto in diversi documenti gli stessi dubbi e gli stessi atteggiamenti che ho avuto io stesso, e poi ho notato che qua e là nel forum, si vedono tracce di rapporti intergenerazionali in qualche modo simili a quello che ho vissuto e che sto vivendo anche io.
Ho 56 anni, mi chiamo Piero, non sono ancora vecchio e tutto sommato, fisicamente, mi porto ancora bene, sono sportivo, faccio attività sportiva in modo regolare, sto attento all’alimentazione e fino ad oggi non ho avuto malattie serie, questo mi spinge a considerarmi in qualche modo ancora giovane. Ovviamente dieci anni fa ero già un uomo maturo, ma allora ero veramente quasi un giovane, mi davano molti anni di meno di quelli che avevo, e proprio a 46 anni ho incontrato Dario (nome di fantasia) che ne aveva 19. Io, gay, o meglio gay che aveva messo da parte l’idea di trovarsi un compagno, perché per me essere gay, a quel tempo, significava proprio trovarsi un compagno, avevo quasi smesso di guardarmi intorno.
Una sera mi invitano a una festa di laurea, ci vado perché conoscevo il ragazzo che si era laureato. Mentre sono lì arriva Dario, dire che era bello è riduttivo, non avevo mai visto un ragazzo come lui, con un sorriso così luminoso, alto biondo, con gli occhi azzurri. Quando l’ho visto ho pensato una cosa sola: “Che bel ragazzo!” Non mi è passata nemmeno per la mente l’idea di avvicinarmi a lui, era evidente che era giovanissimo, mi dispiaceva solo di essere troppo vecchio. Ho fatto di tutto per distrarmi e per pensare ad altro. Non ho ballato, perché non ballo mai, ho chiacchierato un po’ col ragazzo che si era laureato, poi mi sono seduto ad osservare.
Dario non ballava, non faceva la corte alle ragazze, erano le ragazze che facevano la corte a lui, i ragazzi non lo consideravano proprio. A un certo punto mi guarda dritto negli occhi, io sento come una fitta fortissima, lui lascia il gruppetto delle ragazze e viene a sedersi vicino a me e mi dice: “Mi sa che ti stai annoiando! Si vede!” Io mi limito a sorridere un po’, poi scambiamo qualche parola, lui si accorge che sono quasi in imbarazzo e si presenta, io faccio lo stesso, parliamo ancora qualche minuto del più e del meno, poi tira fuori dal taschino un biglietto, ci scrive il suo nome e il numero di cellulare e me lo passa, poi mi chiede: “Mi dai il tuo?” Io gli dico: “Certo!” ma devo averlo detto con la luce negli occhi, e lui mi risponde con un sorriso meraviglioso, poi se ne torna del gruppetto delle ragazze, che si lamentano di essere state abbandonate, lui dice che ha dovuto salutare un vecchio amico (io), e torna alle sue precedenti conversazioni. Poco prima di mezzanotte si siede di nuovo vicino a me, mi chiede se ho la macchina, gli dico di sì e mi chiede se posso accompagnarlo a casa, io gli dico: “Certo!” e anche questa volta devo averglielo detto lasciando trasparire il mio entusiasmo. Lui mi risponde col solito sorriso. Saluta i suoi amici che pensavano che lui sarebbe rimasto con loro fino a tardi, poi ce ne andiamo.
Abita lontano, ma non lontanissimo, in 20 minuti siamo a destinazione. Durante il viaggio all’inizio parliamo di banalità, poi, quando siamo quasi a destinazione, mi chiede a bruciapelo: “Sei gay?” io mi sento avvampare la faccia poi gli dico: “Sì! … “ prima che io possa aggiungere altro mi risponde: “Anche io!” Ma aggiunge che è tardi e che deve rientrare ma che si farà sentire. Mi saluta senza nemmeno darmi la mano e mi fa cenno di ripartire subito. Io eseguo.
Mentre torno verso casa mia mi sento frastornato, non avrei mai (e dico mai) pensato che potesse succedere qualcosa di simile: un ragazzo di 19 anni che chiede a bruciapelo a un uomo di 46 se è gay e glielo chiede perché lo ha capito da pochi minuti di dialogo. Naturalmente la mia fantasia parte in quarta, ma poi mi dico: “Ma che stai pensando! Dario è un ragazzino!” A casa faccio di tutto per non pensarci, però mi sento stravolto anche perché lui non è un ragazzo qualunque, le ragazze gli corrono appresso a frotte e penso pure i ragazzi, ma lui affronta proprio me con quella domanda secca: “Sei gay?” … ed è gay pure lui …. Ma che me lo dice a fare? Lui può trovarsi tutti i ragazzi che vuole … perché lo dice a me? Il passaggio in macchina glielo avrebbero dato anche i suoi amici ma lui lo aveva chiesto a me.
Il giorno appresso non mi chiama, e ci resto malissimo, avevo aspettato quella telefonata ma non era arrivata, ero proprio depresso, a terra del tutto, mi sentivo un cretino e un illuso. Dopo mezzanotte mi chiama e mi dice: “Io non ti ho chiamato per vedere se mi avresti chiamato tu e tu non lo hai fatto! Si deve che di me non te ne frega proprio niente!” Abbiamo parlato quasi fino all’alba, era evidente che tra noi c’era una complicità totale e non perché eravamo due gay. Mi ha detto che quando andava a trovare un suo amico era affascinato dal padre di questo amico e me lo ha descritto, in pratica però ha descritto me, e ha aggiungo: “Ma quello era etero … “ E dopo qualche secondo ha aggiunto: “Tu no!” Ora il discorso era chiaro.
Abbiamo cominciato a vederci tutti i giorni, senza sesso, parlavamo, andavano a fare la spesa o a prendere un panino, lui era contento, io pensavo che in quel modo, cioè senza sesso, si potesse andare avanti all’infinito, ma mi sbagliavo. Lui vedeva più lontano di me e nel tempo di qualche mese ci siamo arrivati. Il suo coinvolgimento era totale, il mio alquanto reticente, io avevo cominciato a volergli bene perché tra noi non c’era solo sesso, paravamo molto, lui cercava un confronto ma aveva in mente le sue idee e aveva una personalità molto spiccata, ci simo raccontati le nostre vite anche negli aspetti più intimi, la mia vita era stata in sostanza tutta un vuoto, c’era tanta fantasia ma niente di reale, quella sua era molto più complicata, cose che non avrei mai immaginato e che lo hanno condizionato molto pesantemente.
Io avvertivo di non essere il massimo per lui, ma la questione sembrava essere piuttosto relativa, si è innamorato più volte di ragazzi giovani e io spesso l’ho incoraggiato, ma quelle storie duravano poco e alla fine tornavamo insieme apparentemente solo per questioni di sesso ma in realtà perché tra noi c’era una forma di simbiosi profonda. Certe volte mi chiamava nel cuore della notte e mi diceva di andare sotto casa sua, io ci andavo, lui scendeva e restavamo in macchina, si metteva piangere, mi raccontava delle sue delusioni, poi facevamo l’amore, ma alla fine lui se ne pentiva e si sentiva come sporco, non ce l’aveva con me ma con se stesso, però aveva bisogno di essere accettato, amato, mi ha raccontato anche di aspetti inquietanti della sua personalità e lo ha fatto pensando che io me ne sarei andato ma io non solo non me ne sono andato ma ho pensato che doveva veramente fidarsi di me senza riserve.
Adesso Dario ha quasi 30 anni, dopo un percorso di studi inizialmente non semplice, condizionato soprattutto dall’emotività, sta finendo il dottorato di ricerca in una disciplina scientifica molto particolare ed è veramente apprezzato dai suoi colleghi e così ha riacquistato anche una certa autostima, che è stata sempre il suo punto debole. Ha vissuto di recente una lunga e seria storia d’amore con un ragazzo di cui era profondamente innamorato, ma alla fine quel ragazzo lo ha scaricato e lui c’è rimasto malissimo. Durante quel periodo ci vedevamo molto meno, adesso abbiamo ripreso a vederci quasi tutte le settimane, la domenica, passiamo la giornata insieme, parliamo molto e facciamo anche un po’ di sesso ma il tutto è molto naturale, non ci poniamo troppe domande. Con me si scatena proprio, cosa che non credo che faccia con i ragazzi di cui è innamorato, è come se con quei ragazzi lui cercasse soprattutto il lato affettivo e con me soprattutto quello sessuale, anche perché quei ragazzi da lui cercano soprattutto sesso mentre io cerco soprattutto prossimità, calore umano, e anche sesso, ovviamente, ma il sesso non è mai stato la mia fissa. Quando sto con lui cerco di limitare i contatti a cose non rischiose o a rischio molto basso, lui inizialmente faceva storie perché si sentiva frenato, ma poi ha finito per accettare la cosa in modo piuttosto tranquillo.
Adesso non ha un ragazzo, ma penso abbia altre persone (poche e sempre le stesse) con le quali fa sesso di tanto in tanto. Lui dice di non amare i rapporti affettivi e di cercare da me solo sesso, ma in effetti, dopo 10 anni, continuiamo a vederci e quando stiamo insieme stiamo proprio bene a tutti i livelli. Ci conosciamo bene reciprocamente sia a livello sessuale che di storia personale. Io non ho mai parlato di questa storia con persone che conosco, proprio mai, vivo da solo, quindi non ho problemi in famiglia, devo solo stare un po’ attento ai miei vicini pettegoli, perché capita che Dario venga a casa mia anche la notte tardi e che se ne vada la mattina successiva. In sostanza, su questa storia non mi posso confrontare con nessuno mettendomi in piazza direttamente, ma mi è capitato una volta, una volta sola, di ascoltare un discorso su questo argomento fatto da ragazzi che io penso fossero gay, e sono rimasto molto amareggiato, davano giudizi feroci, sparavano sentenze senza appello senza capire assolutamente niente, loro avevano in mente il loro modello di coppia gay e tutto quello che non era su quel binario lo consideravano patologico. Io con Dario non vivo niente di simile un rapporto di coppia gay come quello che loro hanno in mente, ma vivo una relazione che ha un senso, non mi sento frustrato per niente né mi sono sentito geloso quando lui aveva un ragazzo, il sesso tra noi c’è ma penso che abbia soprattutto il senso della conferma del fatto che esiste tra noi una relazione affettiva fondamentale, della quale non parliamo mai, ma forse è meglio, perché non sono le parole che contano. Io non vorrei da lui niente di diverso da quello che ricevo.
Questo è il rapporto che c’è tra noi, ma funziona ormai da 10 anni, non è una storia da romanzo, ma francamente non la cambierei con nulla al mondo. Penso a lui mille volte al giorno e non penso solo al sesso ma penso soprattutto ai suoi successi, alla sua autostima alla sua dignità, al fatto che si è costruito da solo, che non si è mai asservito a nessuno, non si è mai fatto affascinare dal denaro, che non ha mai fatto del male a nessuno. E poi, se penso che si fida di me (e d’altra parte io mi fido di lui) mi sento orgoglioso. Io penso che il nostro rapporto sia veramente un modo di volersi bene, un modo assolutamente fuori schema ma è un modo. Una cosa ho sempre ammirato in lui e cioè il parlare chiaro, il non usare troppe parole e dire quello che pensa anche brutalmente. Tra noi in pratica non abbiamo mai litigato, ci siamo detti addio decine di volte ma poi ce ne siamo dimenticati perché il senso dello stare insieme era forte al di là di qualsiasi convenzione.
Insomma, Project, che cosa ne pensi?
Piero62
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6737
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RAGAZZI GAY E RIFIUTO DELLA SESSUALITA’

Caro Project,
ho dato una rapida occhiata al libro Essere Gay, è veramente monumentale, da piccoli assaggi mi sembra interessantissimo ed è straordinario che si possa scaricare a costo zero. Hai fatto proprio un lavoro utile, non aggiungo altri aggettivi.
Io sono un ragazzo di 25 anni, vivo nel Nord Italia, quindi in un ambiente che dovrebbe essere diciamo così gay friendly. Qui ci sono le associazioni gay ma, se mi riferisco a quel mitico 8% di gay, devo concludere che quelli che frequentano le associazioni sono una sparuta minoranza e non ti dico i commenti che sento in proposito da parte dei benpensanti. Dove sono tutti gli altri gay? Io non li vedo da nessuna parte, quindi, anche qui i gay hanno paura, e penso che facciano bene ad aver paura perché il clima non è affatto buono, e a dire il vero è anche peggiore di come era alcuni anni fa.
Ai tempi della scuola non conoscevo un solo ragazzo gay, nessuno si dichiarava e esporsi troppo era pericoloso. I siti di incontri e le App, di cui tutti parlano, proprio non fanno per me, mi sembrano una cosa squallida. La mia vita, chiamiamola così, gay è cominciata all’università.
Ho frequentato e sto finendo di frequentare una facoltà con pochi iscritti, nemmeno una quarantina il primo anno e poi intorno ai 30 a anche meno fino alla fine, sono quasi tutti ragazzi, le ragazze sono piuttosto rare, nel mio corso mi pare che siano solo cinque, beh, poche settimane dopo l’inizio delle lezioni del mio primo anno mi sono reso conto che, diciamo così, non ero solo, e che la frequenza obbligatoria non serviva solo per gli esami ma anche per costruire rapporti con gli altri ragazzi.
In pratica l’università funziona su due livelli, uno formale, ufficiale, in cui ci sono i rapporti con i docenti, oggettivamente molto tecnici e molto ridotti, anche se siamo pochissimi, perché i corsi sono molto brevi e sono densissimi di contenuti, e uno sotterraneo, ma poi nemmeno troppo, in cui il fatto stesso di stare insieme dalla mattina alla sera crea in noi ragazzi un clima di collaborazione che favorisce la nascita di amicizie, e, in certi casi anche di qualcosa di più.
La mattina cominciamo le lezioni alle 8.00 e poi, con vari intervalli le finiamo intorno alle 17.00, ma mangiamo alla mensa, magari ad orari diversi, a seconda delle lezioni, ma è una mensa piccolissima, solo per la nostra facoltà e studiamo in pratica tutti insieme, anche se divisi in gruppi. Anche chi abita a due passi dall’università non torna a casa, perché insieme si sta bene. Non parlo di grossi gruppi ma di gruppetti di tre o quattro ragazzi, abbiamo due stanze studio per ogni anno di corso e sono anche bene attrezzate. I gruppi si dovrebbero formare sulla base di interessi uniformi, ed è quello che è successo, ma in genere non si tratta di interessi di studio.
Non so nemmeno come è accaduto, ma è accaduto, mi sono trovato con altri due colleghi, ci siamo scelti d’istinto, stavamo bene insieme, all’inizio non sapevamo affatto che eravamo gay tutti e tre, per me era un mondo nuovo tutto da scoprire, avvertivo che con quei ragazzi il rapporto era diverso da quello che avevo con gli altri, non c’era competizione, c’era solo tanta voglia di stare insieme, di lavorare insieme e anche di più. I due ragazzi del mio gruppetto di studio, Luigi e Antonio, erano molto diversi, Luigi era un bel ragazzo, ma non era il mio tipo, era simpatico, rassicurante, ma fisicamente mi attraeva poco, mentre Antonio era molto insicuro, sempre esitante, era alto, biondo e con gli occhi azzurri, coi capelli un po’ lunghetti, era un po’ nevrotico e complessato dalla paura di essere fuori posto, di dare fastidio, chiedeva spesso scusa, pure per cose molto banali, con lui anche io mi sentivo un po’ in ansia perché non volevo metterlo a disagio.
Che Luigi fosse gay l’ho saputo quasi subito, perché è stato proprio lui a dirmelo “a scanso di equivoci” ha aggiunto. Io non mi sono dichiarato. Luigi stava bene con me e con Antonio, ma da quello che avevo capito aveva un ragazzo e quindi aveva la sua vita, noi eravamo i suoi amici di studio e forse saremmo anche diventati amici di confidenze, ma i suoi interessi di fondo erano altrove.
Con Antonio le cose erano molto diverse, quando stavamo insieme da soli si sentiva un certo imbarazzo, spesso parlavamo di Luigi o di altri ragazzi. A un certo punto Antonio mi ha detto: “Ma lo sai che Luigi è gay? Me lo ha detto stamattina …” Gli ho risposto che lo sapevo, ho visto un attimo di perplessità sulla faccia di Antonio, penso si sia chiesto perché non glielo avevo detto, ma non ha fatto commenti e penso che abbia apprezzato la mia discrezione. Io speravo che il dialogo sull’argomento si allargasse ma non è successo e la cosa è finita lì.
Stavamo benissimo quando eravamo in tre, ma quando mi trovavo solo con Antonio non sapevo né che dire né che fare, lui aveva un comportamento imbarazzato e imbarazzante, non parlava mai di ragazze e ancora meno di ragazzi ma tra noi si era creato un legame serio, questo in qualche modo si capiva. Quando dovevamo separarci, la sera, nessuno di noi due prendeva l’iniziativa, e di quarto d’ora in quarto d’ora tornavamo a casa tardissimo quasi tutte le sere, ma parlavamo poco, passavamo quasi tutto il tempo in silenzio. Tra l’altro quando stavo con lui da solo ero imbarazzato anche perché ero quasi sempre in erezione e avevo paura che lui se ne accorgesse. Da quello che vedevo, lui invece non dava segni di erezione nemmeno minima e questa cosa non mi piaceva per niente.
L’ipotesi che fosse gay non mi sembrava troppo realistica nonostante il fatto che tendeva a stare sempre con me. Temevo che il nostro rapporto potesse trasformarsi in un rapporto di dipendenza ma in un certo senso mi sentivo molto attratto verso Antonio. Sono arrivato a pensare che avrei dovuto dirgli che sono gay, perché se lo avesse capito da sé o lo avesse saputo da altri avrebbe potuto sentirsi a disagio. Una delle lunghe serate passate a camminare aventi e dietro per la città, mi sono fatto coraggio e gliel’ho detto, lui mi ha detto: “Non ti preoccupare, lo avevo capito da diverso tempo” gli ho chiesto come avesse fatto a capirlo e mi ha detto: “Quando stai con me stai in erezione tutto il tempo…” Gli ho chiesto: “Ti senti in imbarazzo?” Mi ha risposto: “Se mi sentissi in imbarazzo non starei qui … “
Poi ha continuato: “Vuoi sapere se sono gay anche io?” Ho fatto cenno di sì e mi ha detto: “Sì, mi sento gay, o almeno non mi sento etero ma il sesso per me è un po’ un’ossessione e un po’ una frustrazione…” E allora siamo finalmente entrati in argomento. Questo è stato più o meno il discorso:
“Non mi sono mai innamorato di una ragazza, mentre quando sto vicino a te mi sento a mio agio, e mi sento a mio agio anche se sei in erezione e forse soprattutto per quello. Mi dirai che sono cretino, ma io sono veramente complessato da queste cose, penso di essere molto femminile, non mi sento donna, ma penso di avere movenze e atteggiamenti fisici femminili”
“Chi? Tu? Ma quando mai!”
“Hai visto anche Luigi, pure lui è gay, ma lui è molto maschile, lui non lo prende per gay nessuno … “
“No! Antonio, no! Togliti queste cose dalla testa! Sei un bellissimo ragazzo, ma sei molto maschile, non sei grezzo, non sei massiccio ma sottile, ma stai certo che sei maschile al 100% …”
“Mah … sarà … “
“Ma perché ti senti condizionato nel sesso?”
“Per me il sesso non è mai stato una cosa semplice, io non sono mai stato con nessuno …”
“Se è per questo nemmeno io …”
“Sì, ma tu vai in erezione quando ci sono io, io mi sento solo in imbarazzo, sono completamente bloccato, penso che mi sentirei totalmente a disagio a stare con un ragazzo … “
“Io penso che queste siano solo paure, quando ti succederà ti renderai conto che è una cosa semplicissima … ”
“Non credo che mi succederà mai … ”
“Ma almeno quando fai da te … lì le paure non ci sono … “
“Quando faccio da me, come dici tu, ed è una cosa rarissima, dopo, mi sento uno schifo … “
“Ma perché? Non c’è niente di male …”
“Ti dico una cosa che non sa nessuno … io da bambino, anzi nemmeno da bambino, da ragazzino, perché la prima volta che è successo avevo 14 anni, sono stato violentato da uno zio e la cosa è andata avanti per un mese, avevo proprio paura di lui, poi non l’ho sopportato più, l’ho minacciato che se si fosse ripresentato lo avrei detto a mio padre e lui è sparito. Lui aveva 44 anni e sono stato proprio violentato da dietro … poi non ti dico come mi sono sentito quando ho provato i primi interessi gay, proprio uno schifo, io non voglio essere gay, essere gay mi fa schifo … adesso forse riesci a capire … ”
“Oddio non lo avrei mai immaginato, se vuoi ti accompagno a casa, non ti voglio creare difficoltà di nessun genere … “
“Per favore stai zitto … fammi andare avanti, io sono una vittima dell’omosessualità e non voglio essere gay, non so se tu potrai mai capire una cosa simile, però anche se il ricordo di quelle cose mi fa proprio schifo io ho finito per diventare gay proprio per quel motivo … “
“No, Antonio, adesso devi stare zitto tu … ma quale diventare? E poi quello zio tu dici che era gay ma io non lo credo proprio.”
“Cioè?”
“Io sono gay, ho il piacere di stare vicino a te, anche piacere sessuale, è così e non me ne vergogno affatto, ma io non ho mai immaginato di penetrare un ragazzo da dietro, proprio mai.”
“Questo perché tu hai avuto un’educazione.”
“No! Questo perché io sono gay!”
“Non ho capito … che vuol dire?”
E lì, caro Project, ho preso lo smartphone e gli ho fatto leggere un pezzo del tuo libro in cui parli proprio di questo. Lui inizialmente era perplesso, poi è andato avanti a leggere, dopo qualche minuto mi ha guardato e mi ha chiesto:
“Ma quindi mio zio poteva anche non essere gay? … “
Gli ho detto che con ogni probabilità non lo era, perché quello non è un comportamento da gay. Era perplesso, spiazzato, ha insistito nel chiedermi se avevo mai avuto fantasie di quel genere e gli ho risposto che non era successo proprio mai. Il discorso non gli tornava perché aveva visto dei video porno in cui la penetrazione anale era in pratica sempre presente. Gli ho detto di leggersi tutto il tuo articolo e anche la parte del libro sugli etero curiosi e l’ho riaccompagnato a casa. Era perplesso, molto meditabondo ma ogni tanto faceva qualche gesto di soddisfazione e anche qualche sorriso abbozzato.
Il giorno appresso a lezione tutto è andato come se nulla fosse successo; subito dopo le 17.00 mi ha chiesto di riaccompagnarlo a casa, ma siamo andati in giro in macchina fino a notte alta a parlare. Aveva letto il libro e sembrava avere scoperto un mondo, mi ha detto:
“Leggendo il libro ho avuto l’impressione molto netta che mio zio non fosse affatto gay e mi sono reso conto che invece le mie fantasie sono proprio gay. Mio zio non prestava la minima attenzione al mio pene, proprio zero, non mi ha mai masturbato e io avevo più di 14 anni e avrei reagito eccome ma non lo ha mai fatto, invece voleva che io gli facessi sesso orale, ma mai lui a me, e soprattutto ci doveva essere la penetrazione e c’era pure una cosa che non capivo affatto, cioè l’attenzione ai miei capezzoli, una cosa veramente anomala, ai capezzoli sì e al pene no! Effettivamente con le fantasie di un gay non ci siamo proprio. Pure io non ho mai avuto fantasie di penetrazione anale ma pensavo che fosse una cosa solo mia, un rifiuto dovuto all’abuso, ma sembra che sia una cosa molto comune tra i gay”
Dato che Antonio parlava con me in modo così libero mi sono sentito in obbligo di farlo anche io e lui è rimasto molto incuriosito da quel discorso che non si aspettava per niente. Era ormai notte e c’era poca luce, mi ha chiesto se ero in erezione, gli ho detto di sì, mi ha chiesto se lo poteva toccare da fuori, gli ho detto di sì, lo ha toccato per una decina di secondi, poi mi ha guardato e mi ha detto: grazie! Si è scusato del fatto che non poteva permettermi di fare lo stesso, perché lui non era in erezione, poi ci ha ripensato e mi ha detto: “Dai, verifica, è giusto che siamo alla pari!”
Nei giorni successivi abbiamo parlato molto meno perché gli esami erano alle porte e abbiamo solo studiato, in tre all’università e poi in due a casa mia, un appartamento monocamera dove vivevo da solo perché ero fuori sede. Lui è venuto a stare a casa mia, perché è a due passi dalla facoltà. Abbiamo studiato moltissimo, abbiamo dormito insieme nello stesso letto ma tra non noi non c’è mai stato sesso, neppure a livello minimo. Dopo 15 giorni di superlavoro abbiamo fatto i tre esami che avevamo in calendario. Io mi aspettavo che si trasferisse di nuovo a casa sua ma mi ha chiesto di restare, io ovviamente gli ho detto di sì.
Avevamo delle lunghe serate da passare insieme e abbiamo parlato moltissimo in modo totalmente libero, abbiamo parlato delle nostre famiglie, dei nostri desideri e ovviamente anche di sesso. Ho potuto capire che il ricordo della violenza lo turbava profondamente e anche se cominciava anche lui ad accettare l’idea che suo zio non fosse affatto gay, ancora aveva molti dubbi in proposito, mi ha chiesto di parlargli delle mie fantasie sessuali e io l’ho fatto, mi ascoltava con la massima attenzione, mi diceva che il pene gli sembrava una cosa non desiderabile, lo associava solo alla violenza e questo fatto lo dilaniava perché anche lui provava pulsioni omosessuali ma miste al rigetto, gli ho chiesto se aveva provato sensazioni di repulsione quando glielo avevo fatto toccare da sopra i pantaloni e mi ha risposto semplicemente: no!
Mi ha detto che era contento di stare con me, che non gli avevo mai fatto pressione per nessun motivo e che io ero un’immagine positiva dei gay e che, “se ero gay io, poteva esserlo anche lui”. Questa frase mi è piaciuta tantissimo e gliel’ho detto con entusiasmo ma lui mi ha risposto che comunque per lui non sarebbe stato facile, che aveva bisogno di tempo e che io dovevo avere pazienza, anche se dormivamo nello stesso letto.
Un giorno, dopo una giornata di studio intensissimo siamo andati a dormire. Abbiamo spento la luce ma io sentivo che lui non si era girato dall’altra parte come faceva sempre ma era rimasto voltato verso di me. A un certo momento mi chiede: “Sei in erezione adesso?” gli dico di sì e lui mi chiede se lo può toccare, io gli dico di sì e lui lo tocca molto delicatamente, dopo un po’ mi dice: “Senti il mio!” E io sento che è in erezione. Mi dice che è la prima volta che gli succede in modo spontaneo e che non sente sensazioni di rigetto né nel toccarmi né nel farsi toccare, poi aggiunge che però non vuole andare oltre e smettiamo di toccarci ma continuiamo a parlare, mi dice che è contento ma che non vuole illudersi troppo e soprattutto che non vuole illudere troppo me.
Ci alziamo, ci rivestiamo, io mi metto sul divano e lui si stende poggiano la testa sulle mie gambe. Mi chiede: “Ti dispiace?” Gli rispondo solo con un sorriso e lui mi dice: “Mi devo abituare al contatto fisco … non ho mai fatto una cosa del genere.” È molto tardi e si addormenta sulle mie ginocchia, io non lo sposto. Quando comincia ad albeggiare lo prendo in braccio e lo riporto a letto. È veramente un bel ragazzo, o meglio, a me sembra bellissimo. Mi stendo nel letto accanto a lui e mi addormento anche io.
Nei giorni successivi sembra esserci completamente dimenticato di quello che era successo tra noi ma io non gli dico niente però quando mi siedo sul divano per vedere la tv viene quasi sempre a stendersi sulle mie gambe e sento il suo calore. Una sera, prima di andare a dormire, mi chiede di farmi vedere nudo perché non è mai successo prima, io sorrido e mi spoglio completamente davanti a lui e comincio ad andare in erezione, lui mi dice che sono bellissimo, poi si spoglia ed è in erezione anche lui, si avvicina e mi abbraccia stretto, ma proprio strettissimo, quasi da farmi male, poi mi chiede se possiamo dormire nudi, ovviamente gli dico di sì, metto solo una copertina in più sul letto perché fa un po’ di freddo. Ci abbracciamo stretti nel letto e restiamo così per tempi lunghissimi.
L’indomani era come se tra noi non fosse successo nulla, non nel senso che ci fosse disinteresse ma come se quello che era successo fosse assolutamente normale. Tra noi c’era certamente più contatto fisico, c’erano più abbracci, ci accarezzavamo le mani, ci appoggiavamo uno all’altro quando eravamo seduti sul divano, ma non c’erano contatti sessuali, eppure, nonostante questo io mi sentivo felice, lo vedevo sorridere, giocare, fare battute, era una cosa bellissima.
Una sera lo vedo molto scoraggiato, mi tiene a distanza, cerco di capire il perché e mi dice che ha provato a masturbarsi pensando a me ma che la cosa non è arrivata in porto perché provava un senso di rigetto molto forte, non per me ma per l’idea proprio del sesso, gli sembrava una cosa sporca quasi un modo per fare violenza a me, per giocare con la mia immagine, per mancarmi di rispetto. Insomma stava proprio a disagio e ho avuto la netta sensazione che ci fosse ben poco da fare e che non sarebbe mai uscito dal ricordo ossessivo della violenza.
L’ho abbracciato, ma era totalmente passivo, poi gli ho detto: “Ti voglio bene, Antonio!” Lui mi ha risposto: “Non arriverò mai a fare sesso con te …” Gli ho detto: “Io adesso ho solo paura di perderti e questo per me sarebbe devastante … ” Lui mi detto: “Non posso farci niente, ci ho provato, ma non ci riesco … “ Io non sapevo che dire, forse fino a qualche giorno prima mi era sembrato tutto troppo facile, ma piano piano cominciavo a mettere in dubbio che con Antonio si potesse creare una storia, diciamo così, normale, cioè anche con un po’ di sesso, non dico tanto, ma almeno un po’ per convincermi che lui mi volesse bene e non mi considerasse solo in relazione al ricordo della violenza. Cominciavo a capire che il problema era più serio di come lo avevo immaginato.
Abbiamo continuato a vivere insieme ma abbiamo rimosso qualsiasi comportamento che potesse avere anche un vago risvolto sessuale, abbiamo continuato a dormire nello stesso letto ma sempre con il pigiama, anche in piena estate, e lui ha smesso di stendersi sulle mie gambe quando vediamo la TV. Siamo buoni amici, questo sì, amici veri, amici che parlano di tutto con la massima sincerità, io gli voglio bene in modo profondo ma piano piano ho perso la fiducia che Antonio possa diventare il mio ragazzo.
Sono ormai passati anni, quasi quattro anni, io e Antonio viviamo ancora insieme, qualche volta c’è stato tra noi anche un minimo tentativo di approccio sessuale, che però ha portato più frustrazioni e delusione che altro. Penso che Antonio abbia di fatto messo da parte l’idea, non so se arriveremo mai a condividere anche il sesso, ho molti dubbi in proposito, ma so che senza Antonio mi sentirei perso. Non avrei mai immaginato di poter vivere così la mia vita, eppure sento che questa è la mia vita, ho sempre la speranza che le cose possano cambiare, ma la prima regola, per me, deve essere il rispetto assoluto di Antonio e dei suoi problemi, per me non è una rinuncia, io la mia scelta l’ho fatta e non credo proprio che sarei capace di vivere una vita diversa. Io e Antonio ci amiamo veramente e in fondo siamo ancora giovani e qualcosa potrebbe sempre cambiare, ma il nostro amore non verrà meno in nessun caso.
Ti abbraccio, Project, o spero che il tuo lavoro possa essere utile ad Antonio come è stato utile a me.
Carlo
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A conclusione, devo precisare che la mail che avete potuto leggere è riportata nel forum previo consenso di entrambi i protagonisti della storia. Il testo ha la forma di una mail ma è stato concordato in modo da poter evitare ogni rischio per la privacy e da poter risultare il più chiaro possibile. In particolare i riferimenti alla facoltà sono stati sensibilmente modificati per ragioni di privacy.
Devo sottolineare che, se è vero che questa storia tratta delle conseguenze della violenza e dell’abuso sessuale, la situazione descritta non è certamente delle peggiori, perché la violenza e l’abuso sessuale possono avere realmente conseguenze tragiche. I due ragazzi di cui avete letto la storia hanno costruito un rapporto affettivo molto forte in cui la sessualità, anche se limitata e negata è in qualche modo presente.
Devo sottolineare che mi è capitato diverse volte di parlare con ragazzi che avevano subito violenza o abusi e ho potuto vedere quanto questi episodi abbiano pesato sulla loro sessualità e sulla loro vita affettiva.
Project

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=6730

DA COPPIA GAY A FAMIGLIA ALLARGATA

Ciao Project,

noi non ci conosciamo ma io un po’ ti conosco perché ho letto il forum tante volte e lo leggo ancora adesso e penso che sia mio dovere raccontarti la mia storia perché anche tu c’entri in qualche modo.

Ho 32 anni, non so se siano tanti ma a me sembrano tanti. Posso dire di essere stato fortunato e di avere avuto molto dalla vita. Ho genitori ai quali voglio bene, che ormai stanno invecchiando, ma è inevitabile, loro non mi hanno mai fatto sentire veramente solo.

Non ho mai avuto problemi con la mia omosessualità, o meglio, non ho avuto problemi ad accettarla, per me era una cosa ovvia e naturale, ho avuto qualche storiella, ma poco significativa, proprio quando ero giovanissimo, poi mi sono dedicato al lavoro in modo quasi esclusivo e ho messo da parte per un po’ il mio mondo affettivo. Ho conosciuto anche ragazzi gay ma, francamente, non mi sentivo attratto da loro.

Poi, quando avevo 26, anni ho conosciuto un ragazzo, che qui chiamerò Fulvio (perché è un po’ rosso di capelli). L’ho conosciuto sul posto di lavoro ma non è un mio collega, lavorava per una ditta che vive sulle commesse della ditta dove lavoro io. Quando ci siamo conosciuti, lo devo dire, mi era del tutto indifferente, per me era solo uno incontrato per caso col quale non avrei avuto assolutamente nulla da spartire. Per motivi di lavoro abbiamo avuto modo di incontrarci più volte e abbiamo cominciato a parlare un po’ ma di cose qualsiasi.

Col senno del poi posso dire che probabilmente lui aveva capito di me molto di più di quanto io avessi capito di lui. Sempre per motivi di lavoro abbiamo continuato a vederci spesso e io notavo che quando capitava, la cosa a me faceva piacere e probabilmente anche a lui, e così piano piano la nostra conoscenza si è approfondita. Lui è un ragazzo gradevole ma non un bel ragazzo, o almeno a me non sembrava un bel ragazzo, quindi non mi sentivo attratto da lui in quel senso. Un giorno era arrabbiatissimo, proprio furioso, era depresso, ma depresso rivendicativo, depresso aggressivo, e ha cominciato ad aggredirmi, certo, solo verbalmente, ma scaricava verso di me la sua rabbia e io non capivo il perché. Devo confessare che per questa ragione sono stato a disagio, non capivo la ragione della sua aggressività.

Nei giorni seguenti non ha cambiato atteggiamento e poi è sparito, non l’ho più visto e non sapevo che cosa pensare. Io continuavo ad andare alla sua azienda, sempre per motivi di lavoro, ma al suo posto c’era una signora di mezza età e io sentivo la mancanza di Fulvio. Alla fine mi sono fatto coraggio e ho chiesto di lui. Mi hanno detto che si era licenziato e che non si era più fatto vivo. Io non avevo il suo numero di cellulare, l’ho chiesto alla signora ma non me lo ha dato e ci sono rimasto molto male, ma un giorno, mentre attendevo la signora nel suo ufficio ho visto che c’era l’agenda aperta e siccome sapevo il nome del ragazzo l’ho cercato e l’ho trovato, ho memorizzato il numero e poi, quando è arrivata la signora mi sono comportato come al solito, come se niente fosse successo.

Arrivato a casa l’ho chiamato. Mi ha subito chiesto chi mi avesse dato il suo numero e gli ho detto che lo avevo rubato, lui è partito all’attacco e mi ha proprio aggredito malamente e poco dopo ha chiuso il telefono in modo brusco. Io mi sono sentito un totale imbecille per averlo cercato e sono rimasto di pessimo umore per buona parte della serata. Poi, verso le 23.00 mi richiama, si scusa, sempre in modo un po’ brusco, mi chiede se vivo da solo o se ci sono altri in casa, gli dico che non c’è nessuno, mi chiede dove abito, glielo dico e mi risponde che verrà a casa mia dopo pochi minuti, io mi limito a dirgli: ok!

Arriva, si guarda intorno, poi mi chiede: “Perché mi hai cercato?” Gli rispondo che non lo avevo visto da qualche giorno e altre banalità del genere. Lui mi ferma e mi dice: “Non si ruba un numero di telefono se non c’è un motivo serio!” Io mi sento un po’ messo alle strette e cerco di divagare, lui cambia apparentemente argomento: “Ce l’hai la ragazza?” Gli rispondo: “No! E tu?” Lui ha un momento di esitazione poi dice: “No!” Ma va subito oltre: “Allora, perché mi hai cercato?” Rispondo in modo volutamente neutro: “Perché mi trovavo bene a parlare con te.” Poi mi fa la domanda che non avrei mai voluto sentire: “Sei gay?” Mi sento in un imbarazzo terribile, ma gli dico: “Sì” e aggiungo subito: “E tu?” Aspetta qualche secondo e poi dice: “Sì, ma non voglio un ragazzo.” Gli rispondo: “Ma non mi sono innamorato di te, non sei il mio tipo, mi sembravi solo un ragazzo interessante …” Lui mi interrompe: “E che vuoi da me?” Gli dico che se è venuto sotto casa mia a notte fonda un motivo ci sarà pure, mi guarda con atteggiamento di sfida: “Tu pensi di avere capito tutto, ma non hai capito un cazzo! Mi fai solo rabbia!”

 Ecco, il nostro rapporto è cominciato così, in pratica come una contesa, come uno scontro. Niente di tenero, niente di affettuoso, assolutamente niente di sessuale. È stato a casa mia fino a dopo le due, gli ho proposto di dormire da me, ovviamente non nella mia stanza, ma non ne ha voluto sapere. Il suo comportamento mi ha destabilizzato. Nei giorni seguenti l’ho chiamato al telefono più volte ma non ha mai risposto. Dopo una settimana è tornato a casa mia la sera tardi, pensavo che volesse parlare un po’, ma mi ha chiesto se poteva restare per la notte e si è ritirato nella stanzetta degli ospiti e la mattina, molto presto, ho sentito che tirava la porta di casa, sono andato a vedere, era andato via e aveva lasciato un biglietto, con scritto solo: “Ti chiamo”.

Il nostro rapporto procedeva così, apparentemente senza una meta e senza senso. Non capivo nulla di lui, non sapevo nulla di lui. Mi chiedevo perché mi fossi andato a cacciare in quel pasticcio, mi sentivo usato e nello stesso tempo marginalizzato. Poi è intervenuto un fatto traumatico, ma non a livello psicologico, proprio a livello fisico: ho avuto un incidente stradale di una certa gravità e sono finito in ospedale in prognosi riservata per alcuni giorni. Di quei giorni non ricordo nulla, so solo che al mio risveglio, o meglio al mio primo riaffiorare alla coscienza, avevo intorno a me i miei genitori e Fulvio. Poi mi hanno detto che era stato lì tutti i giorni per tutto il tempo in cui gli permettevano di restare accanto al mio letto.

La mia ripresa è stata lenta, ci ho messo quasi tre mesi a tornare in condizioni accettabili, cioè a camminare più o meno normalmente e lui è rimasto tre mesi a casa mia ad assistermi, giorno e notte, e i primi tempi deve essere stata una cosa molto pesante. Ma non si limitava ad assistermi, si sedeva accanto a me e parlavamo molto, mi trattava con affetto. Piano piano ho imparato a capire il suo mondo, ed era un mondo difficile, tanto difficile che io non credevo che un mondo così potesse esistere.

Dormivamo nella stessa stanza, io sul letto ortopedico e lui su una brandina. Gli ho chiesto perché si era licenziato dal lavoro e mi ha detto che non si è licenziato ma che lo hanno licenziato perché uno dei suoi capi con lui ci aveva provato e lui lo aveva mandato a quel paese. Mi ha anche detto che stava a casa mia anche per il fatto che senza quattrini non poteva più pagarsi la stanza e che quindi aveva colto l’occasione anche per trovare una sistemazione momentanea. Questo discorso mi ha colpito molto.

Mi ha parlato molto brevemente della sua famiglia, se così possiamo chiamarla. Il padre non lo ha riconosciuto e, in pratica, lui non lo ha visto quasi mai, la madre è morta per overdose quando lui era piccolo ed è stato affidato alla nonna che viveva di pensione in condizioni molto precarie, poi quando lui aveva 22 anni è morta anche la nonna, lui aveva appena trovato un lavoretto e condivideva una stanza in affitto con un altro ragazzo, ma dopo che lo hanno licenziato ha dovuto lascaIre anche la stanza.

Fulvio è estremamente orgoglioso, ha una dignità, con me non ha mai parlato di denaro e questo vuol dire che, se sta con me, non ci sta per soldi o per trovare una sistemazione, Tra l’altro, nell’ultimo periodo della mia convalescenza si è anche trovato un lavoro. Proprio per questo siamo stati costretti ad arrivare ad un chiarimento. Mi ha detto che poteva essere di nuovo autonomo e che se ne sarebbe andato. Io ho cominciato ad avere paura, sapevo di non poter chiedergli di rimanere con me adducendo motivi di utilità economica perché una cosa del genere lo avrebbe fatto infuriare. Lui non voleva dipendere da nessuno, mi disse: “Adesso non hai più bisogno di me.”

È stato proprio per rispondere a quella affermazione che gli ho detto che mi ero innamorato di lui. Lui mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Non mentire! Si vede che non è vero!” Allora ho dovuto correggere il tiro: “Beh, penso che potrei innamorarmi di te, però, ti prego, non te ne andare!” Lui mi ha guardato fisso per qualche secondo: “Almeno non hai detto bugie.” Ed è rimasto con me. Temevo che volesse fissare un termine, per esempio che mi dicesse: “Resto solo un mese.” Ma notai subito che non aveva fissato nessun limite, ma ovviamente di questo non gli dissi nulla. La nostra convivenza è cominciata così.

Col nuovo lavoro ha avuto grossi problemi, volevano licenziarlo perché non voleva chiudere gli occhi di fronte a forme di malcostume molto radicate. Poi ha cambiato lavoro ed è stato meglio. Il nuovo lavoro lo impegnava di più ma era pagato meglio. Per un certo periodo (due o tre mesi) ho pensato che Fulvio si fosse trovato un ragazzo, perché stava molto tempo fuori casa, ero preoccupato ma non avevo il coraggio di chiedergli nulla, lo vedevo stanchissimo, stressato, quasi fisicamente distrutto dal lavoro.

A un certo punto ho pensato che avesse veramente problemi gravi perché stava a casa solo la notte e per pochissime ore, e allora non ce l’ho fatta più e gli ho chiesto che cosa avesse. Mi ha guardato, ha meditato un momento e poi mi ha detto: “È giusto che tu lo sappia: io ho un ragazzo, se vuoi faccio le valigie oggi stesso e me ne vado.” Io l’ho fermato e gli ho detto: “Ok, hai un ragazzo, ma perché sei così stressato?” E mi ha risposto: “Perché Claudio ha problemi enormi e stiamo cercando di risolverli, io lavoro dalla mattina alla sera, faccio i turni doppi e non riesco a vederlo quasi mai…” È così che mi ha parlato di Claudio, “un ragazzo che la famiglia ha rifiutato e che sta uscendo da brutti giri, che è scappato dalla sua città perché aveva proprio paura dei delinquenti che lo costringevano a … beh, hai capito …”

Mi ha detto che Claudio aveva un posto letto in affitto e che non lavorava perché fisicamente era conciato molto male. Gli ho detto: “Ma portalo qui! Ci stringiamo un po’ e ci entriamo tutti e tre, poi vediamo che cosa si può fare.” Mi ha guardato strano, poi ha detto: “Ti rendi bene conto di quello che stai dicendo?” Gli ho risposto: “Forse no, ma non perdiamo tempo, andiamolo a prendere.” Claudio era veramente messo male: pelle o ossa, due ore dopo era a casa con Fulvio. Ho ceduto a loro la mia stanza che aveva un letto doppio e io mi sono spostato nella stanzetta, loro non volevano, ma li ho costretti. Il pomeriggio stesso abbiamo portato Claudio da un medico molto bravo che gli ha prescritto una serie di esami e che ci ha spiegato come fare per far prendere in carico Claudio dal servizio sanitario della nostra regione, dato che lui viene da un’altra. Ovviamente Claudio ha fatto anche il test HIV e siccome non aveva avuto rapporti sessuali ormai da parecchio tempo, era trascorso anche il periodo finestra. L’esame ha dato esisto negativo e ci siamo tranquillizzati, dopo pochi giorni abbiamo avuto in mano tutti i risultati clinici. In pratica Claudio si portava appresso gli esiti di una broncopolmonite non curata e il recupero pieno avrebbe richiesto tempo. Tutto il resto era in ordine. Claudio aveva allora 23 anni, era molto alto ma aveva già la schiena curva ed era magrissimo. Ci siamo presi cura di lui e lo abbiamo visto lentamente rifiorire. Fulvio ne era innamorato pazzo e vederli insieme mi faceva una tenerezza immensa, con me erano assolutamente naturali e disinvolti. Certe volte vedevamo la televisione insieme, io in poltrona e loro accoccolati insieme sul divano. Io che in teoria avrei dovuto essere geloso, mi sentivo felice di vederli così.

Sono passati ormai quasi 5 anni. Viviamo ancora insieme, ormai siamo una famiglia, loro sono una coppia molto tenera e molto vera, io non so che cosa sono, all’inizio ero un po’ una tata, adesso sono “solo” un amico vero che a loro vuole bene. Adesso anche Claudio lavora e dividiamo tutte le spese, me l’hanno posto come condizione inderogabile per continuare a stare insieme. Il mio è certamente uno strano modo di essere gay eppure non ci rinuncerei per nulla al mondo: la loro felicità è la mia felicità!

Devo aggiungere ancora un’altra cosa che mi sembra molto importante. Un giorno mi sono trovato a casa dei miei genitori, ho preso il coraggio a due mani e ho raccontato loro tutta la storia. Non sapevo come l’avrebbero presa. Mio padre mi ha guardato fisso negli occhi, poi si è alzato in piedi, mi ha detto: “Vieni qua!” e mi ha abbracciato stretto, poi ha scambiato un’occhiata di intesa con mamma e mi ha detto: “Domenica venite a pranzo da noi!” Non ci sono stati altri commenti di nessun genere. La domenica, quando Fulvio e Claudio sono venuti a casa, te lo dico quasi con le lacrime agli occhi, i miei erano proprio felici come due ragazzini e Fulvio e Claudio sono stati benissimo. Adesso ogni tanto mamma passa a casa mia, mette a posto le cose e ci porta qualcosa di già cucinato da mangiare. Fulvio e Claudio hanno un bellissimo rapporto coi miei genitori, in pratica siamo una famiglia allargata.

Questo è tutto, Project, ovviamente puoi mettere la mail dove credi meglio perché non ci sono elementi identificabili e i nomi sono stati cambiati. Fulvio e Claudio ti salutano, anche loro hanno sentito parlare di te!

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GAY E RIMOZIONE DEL SESSO

Caro Project, sono capitato casualmente sul tuo forum e posso dire che sono rimasto colpito, perché permette di gettare veramente uno sguardo sulla realtà gay. Io ho passato i 50, ho avuto i miei problemi e anche le mie storie e adesso sono di nuovo felicemente single (o quasi) da anni. Mi dispiace solo che sento il mio primo e forse unico ex-compagno (se posso chiamarlo così) molto raramente, è un brav’uomo, non c’è dubbio, ma alla fine non ha molto senso cercare di stare insieme per forza quando si avverte che forse si starebbe meglio soli. Quando ci siamo lasciati, penso che sia stata una liberazione per entrambi. Lo ripeto, penso che sia una bravissima persona, ma questo non è un motivo sufficiente per stare insieme. All’inizio, ormai quasi dieci anni fa, c’era qualcosa di forte che ci spingeva uno verso l’altro, forse ci conoscevamo ancora poco e ognuno poteva proiettare nell’altro tutto quello che voleva, in pratica ci siamo innamorati delle nostre proiezioni, i primissimi tempi sono stati belli, poi sono arrivate le prime insoddisfazioni, i primi dubbi, i primi tentativi di provare a rinsaldare il rapporto. Non so se mi ha mai tradito, e francamente non credo, ma il motivo della crisi del nostro rapporto non ha niente a che fare con queste cose e nemmeno con modi incompatibili di vedere la vita, perché sotto quel punto di vista siamo molto simili. Io penso che anche lui, più che altro, abbia provato il desiderio di non essere legato più a nessuno, non so se puoi capire: il fatto di tornare a casa dal lavoro e di trovare il tuo compagno che aspetta non basta e qualche volta puoi sentirlo come una mancanza di libertà, perché se quando torni a casa il tuo compagno nemmeno ti guarda, non perché ha un amante segreto, ma molto brutalmente, perché si è stufato di te, perché è annoiato e anche deluso dal fatto di vivere in coppia… beh, che cosa ti resta da fare se non prenderne atto e cominciare a fare le valigie. Tra l’altro non abbiamo proprietà in comune e la casa è in affitto, quindi basta dare la disdetta e passare il contratto a nome di uno solo di noi e le complicazioni giuridiche sono finite. In pratica quando ci siamo lasciati, la casa è rimasta a lui e io sono andato da un’altra parte in via temporanea, poi, per fortuna, ho trovato un lavoro migliore in un’altra città e me ne sono andato. Questa è la prima parte della storia.

Arrivato nella nuova città, all’inizio ho avuto qualche problema per trovare casa, poi ne ho trovata una che poteva andare bene per me (2 stanze) e mi sono sistemato lì. Sul lavoro mi trovavo abbastanza bene ma c’era una cosa che mi piaceva poco e che mi metteva in ansia. I miei colleghi (otto persone in tutto, sei uomini, quattro sposati e due no, e due donne, una sposata e una no) erano abituati a una vita comune che a me non piaceva per niente. Si incontravano spesso, andavano spesso in vacanza insieme, si invitavano reciprocamente a cena una o due volte alla settimana, e ovviamente hanno cercato di coinvolgere anche me, ma io sono rimasto sempre in disparte e non ho mai partecipato a nessuna della loro attività, evidentemente ci sono rimasti male e alla fine non mi hanno più invitato, cosa che per me è stata una vera liberazione. Il mio tempo libero, che in realtà era poco, lo passavo in casa, a leggere, a sentire musica, oppure su internet, a cercare siti gay come il tuo ma anche siti porno, non mi vergogno di dirlo, ma contatti con persone non ne ho mai voluti, quindi niente facebook, niente social di nessun genere e niente siti di incontri o chat erotiche, insomma, la mia era una vita totalmente da single ed è andata avanti così per parecchi mesi. E questa è la seconda parte della storia.

Un giorno mi fermo a parlare con uno dei miei colleghi (32 anni, non sposato, io ero molto più vecchio di lui) la conversazione è gradevole ma dura pochi minuti, perché sul lavoro di tempo libero ce n’è veramente poco, mi invita a pranzare con lui durante la pausa ma io gli dico che non posso perché ho molto da lavorare. Una risposta del genere, per me significava: “No, grazie! Non sono interessato!” ma evidentemente lui l’ha letta come: “Vorrei venire a pranzo con te, ma purtroppo ho troppo lavoro e non posso!” e da qui è cominciato il gioco degli equivoci. Lui ha cominciato ad insistere e io ho cominciato a raccontare bugie, una appresso all’altra. Era evidente che mi stava facendo la corte, cosa un po’ strana perché un bell’uomo come lui, se vuole, ne trova cento! Io mi sentivo in imbarazzo, lui mi piaceva ma io non volevo più saperne di cominciare storie di coppia e nemmeno di avere avventure. In pratica gli ho sempre detto di no, ad ogni proposta e senza nemmeno tentennare, ma lui non mollava e la cosa mi teneva in agitazione. A un certo punto ho avuto la netta sensazione che prima o poi avrei ceduto, ma non volevo che succedesse e allora ho preso una decisione estrema, senza dire niente a nessuno ho chiesto trasferimento in un’altra città, ed è stata una cosa molto complicata, perché volevo andarmene ad ogni costo e ho dovuto fare una ricerca approfondita per chiedere una nuova sede in modo da essere sicuro di ottenere il trasferimento. Ho disdetto l’appartamento, venendo a patti col proprietario che mi è toccato rabbonire con una adeguata bustarella. Arrivano le feste di Natale, mi viene comunicato che dal 2 gennaio dovrò prendere servizio nella nuova sede. Ovviamente non dico nulla a nessuno, lo sa solo il dirigente, che sta in un altro palazzo, lontanissimo da dove lavoro io. Vado nel mio ufficio quando non c’è nessuno, faccio un pacco di tutte le mie cose e mene vado come un ladro. Arrivo nella nuova città, dal 2 gennaio prendo servizio, vivo temporaneamente in una pensione, nel frattempo cerco un appartamento, ma qui è molto difficile trovarne uno, o sono costosissimi o solo lontanissimi dal mio posto di lavoro. Dopo tre settimane trovo una soluzione che mi sembra accettabile. Nel frattempo ricevo le telefonate sconcertate dei miei ex-colleghi che hanno pensato di avermi fatto qualche sgarbo magari inavvertitamente tanto da spingermi ad andare via in quella maniera. Ricevo le telefonate di “tutti” i miei colleghi con l’unica eccezione di “lui” che non si fa proprio sentire. Non nego che ci sono rimasto un po’ male perché ho pensato che lui il vero motivo della mia fuga lo abbia capito. Non so se lui avesse capito che ero gay, ma non è affatto scontato, potrebbe aver pensato di aver insistito troppo con la persona sbagliata che poi lo ha scaricato in quel modo non potendo fare altrimenti. Nella nuova sede siamo in tanti, tantissimi e i rapporti tra colleghi sono molto superficiali, in pratica ognuno si fa i fatti propri e nessuno si impiccia della vita altrui, l’ambiente è proprio quello che io andavo cercando. Il dirigente è un po’ pignolo ma è anche molto tranquillo e se ci sono problemi non te li scarica addosso ma si prende le sue responsabilità. E questa è la terza parte della mia storia.

Dopo quasi dieci mesi nella nuova sede, una mattina vado al lavoro e rimango trasecolato, nella stanza dove lavoravo da solo hanno aggiunto una seconda scrivania, chiedo perché e mi dicono che il lunedì successivo sarebbe arrivato un novo collega e che siccome gli altri erano già due in ogni stanza, lo potevano sistemare solo da me. La cosa è logica e non posso obiettare nulla. Beh, Project, penso che tu abbia capito chi era il nuovo collega. La mattina del lunedì lo trovo già in stanza. Ci salutiamo come due colleghi che si ritrovano per caso, ma non era assolutamente un caso. Ormai bisognava arrivare ad un chiarimento serio. A fine mattina mi dice che ha le valigie al deposito bagagli della stazione e che dovrà stare in albergo perché non è riuscito a trovare casa, poi mi invita a pranzare con lui, questa volta accetto. L’imbarazzo è palpabile. Ti riporto qui di seguito il dialogo, così come l’ho ricostruito il giorno stesso per non perdere memoria di nulla. Salto tutti discorsi di circostanza e vado subito al sodo.

Lui: Ma perché sei andato via in quel modo? Però, dimmi la verità…
Io: Senti Paolo [lui si chiama Paolo], non fare troppe domande…
Lui: Hai avuto paura?
Io: Paura? E di che?
Lui: di me…
Io: Perché dovrei avere paura di te?
Lui: Uno che non ha paura non scappa…
Io: ma io non sono scappato…
Lui: non dire bugie!
Io: E tu perché sei venuto qui?
Lui: perché io non ho paura…
Io: ma che cosa vuoi da me?
Lui: Non mi dire che non ci siamo capiti… perché non è vero … se è veramente quello che vuoi posso anche chiedere un altro trasferimento, magari un una sede disagiata, così ti lascio in pace… non ti voglio dare fastidio…
Io: ma che dici? Piuttosto, se vuoi puoi stare da me finché non trovi una sistemazione, perché qui trovare casa è complicato…
Lui: Grazie! Me ne vado appena trovo casa, stai tranquillo!
Io: Per favore non insistere su questo tasto! Mi pare che non c’è molto altro da dire…
Lui: beh, ci sarebbe eccome…
Io: Voglio dire che non c’è bisogno di dirlo.

Finita la giornata di lavoro siamo andati alla stazione a prendere i suoi bagagli e li abbiamo portati a casa, si è sistemato nella seconda stanza, non sembrava un ospite, faceva tutto lui, ha preparato la cena, non mi ha permesso di lavare i piatti, alle 22.00 mi ha detto che era stanchissimo ed è andato a dormire. Io ero completamente sottosopra, sono andato a dormire anche io ma ho dormito molto poco. L’indomani mi sono alzato prestissimo, alle 6.15, mi sono preparato e sono sceso al bar a prendere il necessario per la colazione, colazione a casa! Erano anni che non facevo colazione a casa! Preparo tutto con molta cura e mi sorprendo quasi interessato a fare una bella figura con Paolo. Paolo guarda compiaciuto il tavolo e mi dà un pacchetto. Mi dice questo è per te! È una bottiglia di lavanda. Mi dice che è la stessa che usa lui, evidentemente il gesto è simbolico.

Ormai sono passati tre mesi, gli ho detto che se vuole può stare a casa mia “dividendo le spese”, per dare una motivazione formale alla cosa. Ci siamo comportati sempre come buoni amici e niente di più. Ti sembrerà strano, Project, ma io voglio che le cose vadano avanti così e magari spero pure che si trovi un ragazzo e che se ne vada con lui. Ho cominciato a volergli bene, ma non voglio avventure e nemmeno storie serie, lui lo sa, non insiste. Non so se diventeremo mai una famiglia nel vero senso della parola, o forse siamo già una famiglia. A me sta bene così, anche se è incredibile, forse ho più bisogno di un figlio che di un amante o forse mi sento amato anche così.

Insomma Project, non so se lui soffra per questa situazione ma non mi sembra proprio, In questo modo abbiamo trovato un nostro equilibrio e così la cosa può andare avanti senza vincoli di nessun genere, salvo un po’ di affetto. Quando sento la gente che parla di tradimenti mi viene da pensare che io quasi quasi vorrei essere tradito da lui, per il suo bene, non lo odierei affatto, ansi penso che tra noi non cambierebbe proprio nulla, o forse sì ma in meglio.

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RELAZIONI GAY NON STANDARD

Paolo scrive: Ciao Project! Finalmente ti trovo in chat! Non ci sei quasi mai.

Project scrive: Eh, beh, in effetti in chat entro poco

Paolo scrive: Sei impegnato?

Project scrive: No, a quest’ora non c’è più nessuno

Paolo scrive: Se vuoi andare a dormire ci sentiamo un altro giorno, veramente, non fare complimenti

Project scrive: No, nessun complimento, non ho nulla da fare e in genere vado a dormire ben oltre quest’ora, quindi non ho proprio nessun problema

Paolo scrive: Ok, perché volevo parlare un po’ con te

Project scrive: Io sono qui e non ho limiti di tempo

Paolo scrive: Allora, Project, noi abbiamo scambiato alcune mail qualche mese fa ma non ci siamo mai sentiti in chat. Ti ricordo brevemente i fatti: 36 anni, con una sola storia alle spalle e con esperienze sessuali con un solo ragazzo, quello della storia. In pratica è stato l’unico ragazzo di cui mi sono innamorato, quando è cominciata la nostra storia io avevo 26 anni e lui 20, adesso lui ne ha 30. Non stiamo più insieme da molto tempo, più di sei anni, ma siamo rimasti sempre in contatto. Lui ha avuto le sue storie e soprattutto le sue avventure sessuali, ma come ti avevo scritto in una mail, penso che per lui il sesso abbia un valore molto particolare, è una specie di dipendenza che alla fine mette in crisi e fa scappare i ragazzi coi quali lui cerca di costruire una storia. In genere i ragazzi non si rendono conto del senso che lui dà al sesso perché non lo conoscono a fondo. Lui non ha grossi problemi ad avere rapporti sessuali con persone che frequenta e di cui tutto sommato si fida, mentre è molto restio a parlare di sé. È successo così anche con me, prima di arrivare a parlare con me liberamente, cioè prima di fidarsi di me ci ha messo tre anni, poi quando mi ha parlato di tutta la sua vita passata mi si sono aperti gli occhi e ho cominciato a capire che per lui il sesso, a modo suo, cioè con le sue particolarità e le sue fisse aveva un significato speciale. Lui ha vissuto tante esperienze difficili, anche a livello sessuale, e il ricordo di tutte queste cose se lo porta dentro, per lui essere accettato significa essere accettato “com’è” con tutto il carico di problemi che si porta appresso, chi arriva veramente a volergli bene lo deve prendere com’è, mi spiego meglio, per esempio, quando lui sta con me è completamente sciolto, ma il quando lo deve decidere lui, quando cercavo di creare un programma per i nostri incontri, tutto andava a rotoli, se non lo assecondavo si arrabbiava con me e se ne andava, anche se dopo qualche giorno mi richiamava. Qualche volta potevo pure dirgli di no, non se la prendeva a male, ma non potevo sottrarmi sempre a quello che lui voleva. Per esempio quando sta con me, ancora adesso, mi ricorda più volte che lui è stato è sta tuttora anche con altri ragazzi, io gli rispondo che lo so benissimo ma che stare vicino a lui mi fa sempre un effetto positivo e che il fatto che lui possa stare anche con altri non mi turba.

Project scrive: però, scusami se mi intrometto, ma bisogna sempre stare attenti alla salute, perché se lui ha una vita sessuale molto sciolta può anche tenere comportamenti rischiosi

Paolo scrive: sì, questo è vero, ma quando stiamo insieme (ed è una cosa rara) la protezione è massima, la cosa gli dà fastidio ma alla fine l’accetta, perché sa che ho paura delle malattie e non mi vuole mettere in difficoltà.

Project scrive: sì, però magari i rapporti con altre persone possono non essere protetti o non essere protetti adeguatamente e i rischi più grossi può correrli proprio lui

Paolo scrive: Su questo ho cercato di insistere più volte, io penso che lui un certo senso di responsabilità ce l’abbia ma non vedo in concreto che cosa io possa fare per fargli fare “sempre e solo” sesso sicuro. Poi ormai da mesi noi non ci vediamo più di persona per fare sesso e lo facciamo solo per telefono, quindi a rischio zero. Anzi, io sono convinto che lui abbia accettato questa soluzione proprio per non mettere me nella paranoia del sesso a rischio

Project scrive: Beh, è una cosa notevole, è una forma di attenzione molto particolare

Paolo scrive: sì, lo so, l’ho pensato anche io. Adesso siamo a questo punto. Io gli voglio bene e credo che lui, con me, possa avere un dialogo che non può avere con altre persone, e penso che il nostro rapporto vada avanti proprio per questo, perché si vede accettato proprio senza riserve, e poi, io con lui non recito, non gli voglio solo bene, diciamo così come ad un fratello, ma ne sono innamorato, se dipendesse da me vivrei con lui e il fatto che può avere altri ragazzi mi preoccuperebbe solo per la sua salute e per niente altro. Lui di me si fida ed è questo che in qualche modo rende unico il nostro rapporto, con me non recita, non lo ha mai fatto, non è reticente, si scioglie del tutto. Tira fuori tutte le sue debolezze e tutti i suoi lati oscuri perché sa che tra noi non crollerà nulla in nessun caso, penso che sia questo il punto fondamentale.

Project scrive: Non so se posso farti una domanda indiscreta…

Paolo scrive: certo, ci mancherebbe altro!

Project scrive: Hai mai notato in questo ragazzo dei comportamenti che ti hanno messo in allarme, reazioni strane, aggressive, o forme di depressione, o tendenza a parlare senza fermarsi…

Paolo scrive: Vuoi dire se ho notato qualcosa di patologico?

Project scrive: Beh più o meno…

Paolo scrive: No, è un ragazzo intelligentissimo e poi è profondamente onesto, quando stava per mettersi con un altro ragazzo me lo ha detto prima perché non avrebbe sopportato l’idea di imbrogliarmi, e poi è profondamente buono, può fare la sua sfuriata, se gli gira male, ma non è mai aggressivo, se mai se la prende con se stesso e si colpevolizza, si ritiene non all’altezza della situazione. Non vuole che io gli dica che lui è importante per me, anche se lo sa benissimo, e poi ha una grande dignità, siccome è pure un bel ragazzo potrebbe stare facilmente con chi vuole, e magari fare pure la bella vita, ma anche se la parola può sembrare strana, è di una moralità specchiata: per lui l’affettività e il sesso non sono mai stati mescolati con altri interessi, in pratica non ho mai visto ragazzi più onesti di lui. Forse ad alcuni dei ragazzi con cui è stato non ha detto che era stato anche con altri, questo può darsi, ma se è successo è il segno che con qui ragazzi non aveva un rapporto molto profondo

Project scrive: Ma tu per questo ragazzo hai messo da parte l’idea di avere una vita affettiva tua?

Paolo scrive: Sì, ma non mi è costato molto. Cioè, mi spiego, io con lui sono stato bene il periodo che siamo stati insieme, per me esisteva solo lui, e ancora adesso esiste solo lui, perché quando ci sentiamo c’è proprio un clima particolarissimo, e, guarda, non ci sentiamo mica soltanto per fare sesso, anzi, direi che fare sesso succede molto di rado, la maggior parte delle volte ci sentiamo per parlare e io mi sento totalmente a mio agio e penso che succeda anche a lui. Mi viene in mente che qualche volta ha avuto momenti di depressione e di scoraggiamento molto forte, questo è successo e mi ha anche preoccupato, ma è successo soprattutto qualche anno fa, adesso lo vedo più tranquillo, più razionale e non sono stato più veramente in ansia per lui, perché sono convinto che saprebbe cavarsela in qualsiasi situazione e anche che alla fine riuscirebbe frenare quella certa tendenza alla depressione che comunque un po’ ha.

Project scrive: Gli sei mai stato vicino nei suoi momenti di depressione?

Paolo scrive: Sì, certo

Project scrive: E con te, in quei momenti c’era dialogo?

Paolo scrive: Sì, c’era, con me non ha mai avuto forme di chiusura totale, l’ho visto piangere tante volte, ma non mi ha mai rifiutato, nemmeno nei momenti peggiori, io lo abbracciavo e gli dicevo che gli volevo bene e che per me era una persona fondamentale e piano piano si sentiva riconfortato, guarda, Project, con me c’è stato sempre un buon rapporto, io non ho mai avuto paura di perderlo veramente. Per me questo tipo di vita potrebbe anche andare bene, anzi, direi che va bene, ma io credo che lui si senta ancora parecchio sbandato, non so se riuscirà mai a costruirsi una storia stabile, perché non credo che per lui l’idea stessa di monogamia sia alla fine possibile. Lui mi chiede spesso che cosa penserebbe la gente se sapesse quali sono i suoi comportamenti sessuali, me lo chiede perché è come se avesse bisogno di degradarsi, di sentirsi addosso il disprezzo della gente e di poterlo sfidare. Ha sempre avuto l’idea di fare sesso trasgressivo, che poi, capiamoci bene, in quello che fa c’è ben poco di trasgressivo, ma è come se avesse bisogno di dire che lui del giudizio degli altri se ne infischia, cosa che, però alla fine è vera solo fino ad un certo punto

Project scrive: Tu hai accennato ad un’infanzia difficile

Paolo scrive: Sì, però preferisco tenere i discorsi troppo personali tra me e lui

Project scrive: E fai benissimo! Anzi penso che questa sia la base di un rapporto serio, perché il vostro lo è, c’è ben poco di standard, ma è un rapporto che va avanti da dieci anni e che se ha perso qualcosa nel tempo è solo il suo carattere standard, adesso è il vostro rapporto, senza riferimento a nessuno schema, e effettivamente funziona

Paolo scrive: C’è una cosa, Project, che mi lascia molto indeciso, cioè dando per scontato che io per lui continuerò ad esserci, che cosa posso fare per farlo stare meglio? Non so se cercare di essere più presente oppure se continuare a rimanere sullo sfondo. Certe volte ho paura che lui possa cercare di fare un bilancio della sua vita e possa sentirsi alla fine del tutto irrealizzato: con me ha un dialogo serio e fa un po’ di sesso, con altri ragazzi ha certamente una vita sessuale ma non credo che abbia un dialogo vero, alla fine gli manca un punto di riferimento vero, e non credo francamente che potrei essere io, noi siamo stati insieme per anni, all’inizio, ma poi la cosa non è andata avanti perché io sessualmente non ero certamente al culmine dei suoi desideri, e lo posso capire benissimo. Il sesso che vive con me ha un altro senso, è una forma di accettazione, di comunicazione senza riserve ma è evidente che tutto questo comunque non è abbastanza per lui. Sia ben chiaro, Project, lui non andrebbe con chiunque, ha bisogno di sentirsi a suo agio, i ragazzi coi quali ha rapporti sessuali, in fondo sono pochi e sono sempre gli stessi, lui di loro si fida abbastanza ma con loro non ha un dialogo veramente aperto, ha paura che se fosse se stesso al 100% lo metterebbero da parte

Project scrive: Vedi, Paolo, se tra voi, con gli anni, si è creato questo rapporto, che è particolarissimo ma che non crolla, vuol dire che è quello possibile, così le cose procedono e tutto sommato stanno bene a te e a lui, pensare a qualcosa di diverso, che però non è nato da sé in dieci anni, vuol dire comunque forzare le cose, e poi io credo che tra voi ci sia un modo serio di capirvi, quando tu dici che lui si fida di te, dici in sostanza che ti considera come un compagno nel senso più profondo del termine. Se con te ha fatto discorsi difficili che non ha fatto con altri, vuol dire che per lui tu sei veramente importante, sesso o non sesso e il fatto che tra voi il sesso sia un modo di manifestare un’accettazione reciproca senza riserve indica che il legame tra voi è molto importante, sesso o non sesso. Tu dici di questo ragazzo cose molto positive e devo dire che anche a me sembra una persona veramente notevole, cioè una persona da non perdere, perché penso che molto difficilmente potresti trovare con altri ragazzi forme di coinvolgimento analoghe a quelle che provi con lui. L’evoluzione delle cose nel tempo è imprevedibile, tu almeno formalmente non sei il suo ragazzo, sei il suo ex, ma allo stesso tempo sei il suo migliore amico e probabilmente manterrai questo ruolo nel tempo. Non so se lui avrà mai un ragazzo nel senso pieno della parola, cioè un ragazzo del quale potrà fidarsi al 100% e col quale potrà avere un dialogo aperto al 100% come fa con te, è possibile, anzi è probabile che questo non accada e quindi la tua posizione potrebbe diventare stabile. Ormai non siete più ragazzi, siete adulti e anche per questo adesso accettate la relazione che c’è tra voi, che è una relazione d’amore tipicamente adulta e non standard

Paolo scrive: Sì, in effetti potresti avere ragione, ma io continuo a pensare a lui, non per rimettermi insieme con lui ma perché vorrei che stesse bene, che fosse felice. Una volta, quando si era messo con un ragazzo che anche io conoscevo, avevo pensato che fosse veramente felice e tutto lo faceva pensare, i rapporti con me erano diventati più rari, senza sesso, ma non meno autentici e vedevo che era felice, poi la storia è finita e quel ragazzo si è allontanato in via definitiva e io ho pensato che fosse successo proprio dopo un discorso chiaro. In pratica quel ragazzo aveva voluto un mondo di bene al mio ex quando non lo conosceva veramente, quando poi lo ha conosciuto più da vicino non se l’è sentita di andare oltre e ha preferito allontanarsi. Project, io gli voglio bene, voglio che lui stia bene perché è l’unico ragazzo che mi ha preso sul serio a quel livello, stare con lui è una cosa che mi mette in crisi ma è una cosa che non cambierei per nulla al mondo, io non cerco un ragazzo, io voglio lui e basta, e poi, lui c’è, non è mai sparito, insomma non mi sono innamorato di un fantasma ma di un ragazzo vero e veramente speciale.

Project scrive: Sì, lo penso anche io!

Paolo scrive: Project, io adesso devo proprio andare a dormire perché domani lavoro e esco di casa alla sei. Ti lascio la mia mail [omissis], e se ti va possiamo approfondire il discorso.

Project scrive: Posso chiederti una cosa?

Paolo scrive: Dimmi.

Project scrive: Mi autorizzi a pubblicare questa mail?

Paolo scrive: Beh, non ci sono elementi riconoscibili, mi pare, se ce ne trovi puoi toglierli, e poi pubblicala pure, se pensi che possa servire a qualcuno.

Project scrive: Penso proprio di sì. Allora grazi e Buonanotte. A presto!

Paolo scrive: Notte Project e a presto!

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DIFFICILI AMORI GAY E SOLITUDINE

Ciao Project,

è un po’ di tempo che mi pongo alcune domande alle quali non so trovare una risposta. Non ho un ragazzo e non ne cerco più uno ormai da anni, ma ho avuto un ragazzo, l’unico della mia vita. Ora a 45 anni, ormai dopo anni da quando ci siamo lasciati, continuo a pensare a lui. Ancora mi chiama al telefono di tanto in tanto e ho l’impressione che non stia bene. Prima si focalizzava sulla ricerca di un ragazzo e sul sesso. Ha tenuto anche comportamenti a rischio che sembra non abbiano provocato conseguenze, è stata una fase veramente convulsa, ma alla fine è rimasto solo. Io temo che possa scivolare nella depressione o peggio che ci sia già scivolato. Fare un discorso serio con lui è difficile, è aggressivo, nevrotico, reagisce a scatti, eppure tra noi qualcosa è rimasto. Continuo a pensare a lui spessissimo, quando non lo sento per un periodo più lungo mi prende un’ansia tremenda, ma alla fine mi chiama e allora per un po’ mi sento più tranquillo. Lui non è più il mio ragazzo e forse non lo è mai stato ma penso che non sia mai stato il ragazzo di nessuno, penso che nessuno sia stato capace di farlo stare veramente bene. Di me si fida, con me parla chiaro, non ha paura di mostrare le sue debolezze perché sa che non lo lascerò solo. Tempo fa ero anche io sicuro del fatto che non lo avrei mai lasciato solo e che avrei potuto spendere la mia vita per lui, poi anno dopo anno questa certezza ha cominciato a vacillare. Gli voglio bene e se potessi vivere per lui e con lui mi sentirei realizzato, almeno questo ancora lo penso, ma proprio il passare del tempo mi ha fatto capire che non staremo mai insieme, che lui continuerà a sognare cose e persone che non esistono e io sarò sempre e soltanto una valvola di sfogo nel momenti peggiori. Un ruolo di questo genere mi va stretto, però alla fine lo accetterei, come l’ho sempre accettato, ma prima pensavo, cioè speravo, che potesse servire a qualcosa, pensavo cioè di essere una medicina che serve a superare la malattia, ma mi sto rendendo conto che servo solo ad alleviare il dolore, ma non posso cambiare nulla di sostanziale. Mi prende una specie di scoramento perché vedo che gli anni passano e non solo le cose non migliorano, ma vanno sempre peggio, che lui è sempre più solo, che ogni tanto comincia a sentirsi abbandonato anche da me e che il nostro rapporto tende a diventare sempre più tenue, come se stesse proprio svanendo e questo mi fa paura. Io ho trovato un mio equilibrio, soprattutto perché lavoro, lui non ha un lavoro stabile e si adatta a fare di tutto per sbarcare il lunario ma è come se ormai avesse smesso di avere fiducia nel futuro. Io gli voglio bene, sono terrorizzato dall’idea che lui possa pensare che voglio fare una buona azione standogli vicino. Lui per me, nonostante i mille dubbi, è ancora una persona fondamentale, ma io per lui credo di essere molto meno, qualcosa più di zero, questo è vero, ma comunque qualcuno che non potrà cambiare la sua vita. Se mi chiedo, oggi come oggi, che cosa sarei disposto a fare per lui, mi rispondo che in fondo sarei disposto a fare ben poco, perché quello che io vorrei non è quello che vuole lui, e questa cosa non cambierà. Penso che più che un incontro di persone il nostro sia un incontro di due sogni, io ho incarnato il mio sogno in lui, anche se lui forse non ha niente a che vedere col mio sogno e lui ha incarnato in me alcune sue aspettative alle quali faccio di tutto per corrispondere, ma questa non è una storia d’amore. Quando lo vedo adesso, con qualche capello bianco, con un po’ di pancia, con il suo aspetto trascurato, penso che non è nemmeno l’ombra del bel ragazzo che è stato ma alla fine anche io sono parecchio decaduto, un uomo di mezza età che nella vita non ha realizzato nulla di serio e soprattutto nulla di suo, che si è innamorato di un ragazzo ma non è riuscito a tirarlo fuori dal pozzo della malinconia. Non so se questa è la cronaca di un fallimento,  Project, ma qualche volta mi sento proprio smarrito. In fondo ciascuno di noi è ingannato dai suoi stessi sogni e finisce per perdere il contatto con la realtà, ma questa non è una consolazione. Io non sono abbastanza per lui, non sono il suo tipo, me lo ha sempre detto, mi ha anche detto che mi vuole bene, ma vuole essere libero, randagio, solo, è come se avesse una smania di mettersi nei guai. Sai perché ti scrivo, Project? È presto detto: lui non mi chiama da 15 giorni e io comincio a stare malamente in ansia, continuo a pensare a lui e ho bisogno di sfogarmi, ma quando dico che penso a lui intendo dire che penso a lui con preoccupazione, perché so che non sta bene. Project, certe volte non ce la faccio proprio più ad andare avanti, ho sempre paura che possa accadergli qualcosa, che gli prendano momenti di malinconia profonda e che perda il controllo di se stesso. E io, che gli ho sempre detto che gli voglio bene, che cosa faccio? Dovrei darmi da fare per lui in concreto, ma non so come e allora lascio che il tempo passi e non faccio nulla e così scivolo anche io nel pozzo della depressione. Solo una sua telefonata mi potrebbe tranquillizzare, ma quella telefonata non arriva perché lui è perso in chissà quali malinconie o in chissà quali speranze irrealistiche, irrealistiche come le mie. È amore questo, Project? Certo è una cosa che mi lacera internamente. Ti lascio, poi, se vuoi, mandami due righe.

Paolo72

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AMORE GEMELLO: LETTURA GAY DI UNA NOVELLA DI BAYARD TAYLOR

Un paio di giorni fa ho ripreso la traduzione di “Giuseppe e il suo amico”, un Romanzo di Bayard Taylor considerato il primo romanzo gay americano, pubblicato nel 1870. Ovviamente quel romanzo non parla mai in modo esplicito di omosessualità, cosa sostanzialmente impossibile all’epoca e tanto più per un autore di notevole fama come Taylor, ma Taylor, che, anche se si sposò due volte, era omosessuale e ha lasciato un epistolario che non lascia dubbi in proposito, nel suo romanzo ha riprodotto atmosfere e momenti che sono così tipicamente gay che un lettore gay non può non riconoscerle, come avviene quando un lettore gay legge certe pagine Thomas Mann. Leggendo qua e là tra le opere di Taylor ne ho trovata una “Twin-Love” (1871) che a me è piaciuta molto e che ho tradotto per voi. Il testo presenta però molte volute ambiguità che si basano sul fatto che il pronome you è sia singolare che plurale. Il nucleo della storia è costruito sulla inseparabilità di due gemelli, David e Jonathan (i nomi non sono affatto casuali, ma si riferiscono al rapporto tra il futuro Re Davide e Jonathan figlio del Re Samuele. Davide, dopo la morte di Jonathan, dirà di Jonathan: “Ti ho amato più di come si ama una donna!” Il Jonathan di Taylor si sposerà ma questo porterà ad una separazione dal fratello dolorosa ma non definitiva. Molti dialoghi e molte situazioni ricalcano esattamente il rapporto di due amanti omosessuali che sono insperabili e il trauma che segue al matrimonio di uno dei due. Ciò che rende “Amore gemello” più bello di “Giuseppe e il suo amico” è la presenza di Ruth la moglie di Jonathan che in realtà ama entrambi i fratelli allo stesso modo, cosa che non dà adito a facili colpi di scena alla maniera di Plauto ma è trattata con estrema finezza psicologica Il personaggio femminile di Ruth demolisce il mito della coppia etero e tende a legittimare una unione a tre, almeno a livello affettivo, mentre in “Giuseppe e il suo amico” il personaggio femminile di Julia, che domina gran parte del romanzo, è tratteggiato in un modo che lascia trasparire più di qualche vena di misoginia, anche se Julia appartiene ad una classe sociale alta che è il vero obiettivo delle critiche di Taylor.
Vi lascio ora alla lettura del testo. La traduzione è letterale e un po’ rudimentale, ma modificarla comporta il rischio di una certa riscrittura della narrazione, cosa che ho voluto evitare. Ovviamente aspetto i vostri pareri.
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AMORE GEMELLO

Quando John Vincent, dopo aver aspettato dodici anni, sposò Phebe Etheridge, l’intero quartiere sperimentò quel senso di sollievo e di soddisfazione che segue il trionfo del bene.

Non che il fatto di un vero amore sia mai generalmente riconosciuto e rispettato quando viene scoperto per la prima volta; poiché nella natura umana americana esiste una qualità perversa che non accetterà l’esistenza di alcuna passione fine e altruistica, finché non sarà stata attestata e stabilita oltre ogni possibile dubbio.

Ci furono due punti di vista diversi sulla questione quando l’amore di John Vincent per Phebe e la dura proibizione del matrimonio da parte del vecchio Reuben Etheridge divennero noti per la prima volta alla comunità.

Le ragazze, i ragazzi e alcune delle matrone si schierarono subito al fianco degli innamorati, ma la grande maggioranza degli uomini più anziani e alcuni dei giovani sostenevano il padre tirannico.

Reuben Etheridge era ricco e, oltre a ciò che sua figlia avrebbe ereditato naturalmente da lui, lei possedeva già più del suo amante al momento del fidanzamento. Questo, agli occhi di un gruppo, era una ragione sufficiente per l’ostilità del padre.

Quando le nature basse vivono (come quasi invariabilmente fanno) interamente nel presente, non ricevono tenerezza dal passato né avvertono le possibilità del futuro. Sono gli uomini e le donne eccezionali che ricordano la loro giovinezza.
E quindi, questi innamorati ricevettero una quantità quasi uguale di simpatia e condanna; e solo lentamente, in parte attraverso la loro calma fedeltà e pazienza, e in parte attraverso il miglioramento delle circostanze mondane di John Vincent, l’equilibrio cambiò. Il vecchio Reuben rimase un despota implacabile fino all’ultimo: se qualche dolcezza arrendevole toccava il suo cuore, la nascondeva severamente; e una tale deduzione si può trarre dal fatto che lui, certamente sapendo cosa sarebbe accaduto dopo la sua morte, lasciò in eredità a sua figlia la quota di beni che le spettava, ed era tutto ciò che poteva essere considerato una forma di consenso.

Si sposarono: John, un uomo grave di mezza età, esposto alle intemperie e logorato da anni di duro lavoro e abnegazione, ma non ancora oltre il recupero di una seconda giovinezza più mite; e Phebe una donna triste e stanca, il calore del cui desiderio era esaurito e dalla quale la gioventù e le sue capitolazioni inimmaginabili di speranza e sentimento si erano allontanate per sempre.

Cominciarono la loro vita matrimoniale sotto l’ombra della morte dalla quale esso derivava; e quando, dopo una cerimonia in cui né la damigella d’onore né il l’amico più caro stavano al loro fianco, unirono le loro case divise, sembrava ai loro vicini che un marito e una moglie separati si fossero riuniti di nuovo, non che la relazione fosse nuova per entrambi.

John Vincent amava sua moglie con la tenerezza di un uomo innocente, ma tutta la sua tenerezza non poteva bastare a sollevare il peso della solita malinconia che si era accumulata su di lei. Delusione, attesa, desiderio, indulgenza nel lungo lamento e autocommiserazione, la coltivazione morbosa di fantasie infelici, tutto questo aveva fatto il suo lavoro su di lei, ed era troppo tardi per pensare ad una cura.

Nella notte lei si svegliava piangendo al fianco di lui, a causa degli anni in cui si era svegliata per piangere da sola; di giorno lei manteneva la sua vecchia abitudine di abbandonarsi ai presentimenti, anche se la sera confutava costantemente i pensieri del mattino; e c’erano momenti in cui, senza alcuna causa apparente, cadeva in uno stato d’animo cupo e disperato, che la più grande cura e abilità del marito poteva solo lentamente dissipare.

Passarono due o tre anni e una nuova vita arrivò alla fattoria Vincent. Un giorno, tra mezzanotte e l’alba, la coppia di famiglia fu raddoppiata; nella casa silenziosa si udì il grido di due gemelli. Il padre tenne a freno la sua felice meraviglia perché era preoccupato dal fatto che la vita della madre fosse in pericolo; immaginava che lei avesse previsto la morte, e ora era appesa a un filo così leggero che la semplice volontà di lei sarebbe bastata a spezzarlo.

Ma la sua volontà, fortunatamente, era debole quanto la sua coscienza; si allontanò gradualmente dal pericolo, accettando il ritornare delle forze con una passiva acquiescenza piuttosto che con gioia.

Era appena più pallida del suo solito, ma l’ombra in agguato sembrava svanita dai suoi occhi, e John Vincent sentiva che i suoi lineamenti avevano assunto una nuova espressione, il timbro vagamente percettibile di qualche cambiamento spirituale.

Fu un giorno felice per lui quando, appoggiati al petto e tenuti dolcemente dal suo braccio caldo e forte, i due gemelli furono portati a lei per la prima volta perché li tenesse in grembo. Due creature stralunate, dalla faccia scura, con pugni e piedi irrequieti, erano simili in ogni aspetto della loro grottesca animalità. Phebe mise una mano sotto la testa di ciascuno, e li guardò a lungo in silenzio.

“Perché questo?” disse infine afferrando uno stretto nastro rosa, che era legato al polso di uno dei due. “È il più anziano, certo,” rispose l’infermiera. “Solo una quindicina di minuti circa, ma in genere fa la differenza quando ai gemelli si deve dare il nome, e puoi vedere con i tuoi occhi che non c’è altro modo di distinguerli.”
“Togli il nastro, allora,” disse Phebe, in modo tranquillo; “Io li riconosco.”

“Perché, signora? Si è sempre fatto, quando sono così simili! E non sarò mai in grado di dire chi sia chi; perché dormono, si svegliano e si alimentano con gli stessi orari. E si potrebbe sbagliare, dopo tutto, nel chiamarli per nome …”

“Non c’è nessuno più vecchio o più giovane, John; sono due eppure sono uno solo, mio e tuo.”

“Non vedo alcuna differenza, Phebe”, disse John; “e come possiamo dividerli?” “Non li divideremo”, rispose lei; “Io penso che sia un segno.” Lei sorrise, per la prima volta in molti giorni: lui era contento di cuore, ma non la capì. “Come li chiameremo?” Chiese. “Elias e Reuben, come i nostri padri?”

“No, John: i loro nomi devono essere David e Jonathan.” E così li chiamarono. E crebbero, non meno ma più simili, passando attraverso le fasi della prima infanzia. Il nastro del primo nato era stato rimosso, e l’infermiera sarebbe stata distratta, se non fosse stato per l’istinto quasi miracoloso di Phebe. La prima si consolò con la speranza che la dentizione portasse una variazione alle due bocche identiche, ma no! Misero denti come se fossero stati un bambino solo. John, dopo dei tentativi disperati, che fallirono sempre nonostante i mal di testa che gli procuravano, rinviò l’idea di distinguere l’uno dall’altro, fino a quando non fossero stati sufficientemente grandi da sviluppare qualche dissimiglianza nel parlare, nel camminare o nelle abitudini. Tutti i problemi potevano essere evitati, se Phebe avesse acconsentito alla minima diversità nei loro vestiti; ma su questo lei fu dolcemente irremovibile.

“Non ancora”, fu la sua risposta a suo marito; e un giorno, quando lui manifestò un po’ di fastidio per la sua resistenza, si voltò verso di lui, tenendo un bambino su ogni ginocchio, e disse con una gravità che lo zittì da allora in poi: “John, non vedi che il nostro fardello è passato dentro di loro?” Non c’è alcun significato in questo, – che due bambini che sono uno solo in corpo e volto e natura, ci siano stati dati nel nostro tempo di vita, dopo una lunga delusione e tante difficoltà?

Le nostre vite sono state tenute separate, le loro erano unite prima nascessero e non oso orientarli in direzioni diverse, forse non so tutto ciò che il Signore intendeva dirci, nel mandarli, ma la sua mano qui c’è!” “Stavo solo pensando al loro bene” John rispose docilmente. “Se il loro destino è di crescere, ci deve essere un modo di riconoscerli l’uno dall’altro.”

“Non ne avranno bisogno, e anch’io penso solo a loro. Hanno preso la croce dal mio cuore, e io non distenderò nessuno sulla loro croce, mi sono riconciliata con la mia vita per mezzo di loro, John, sei stato molto paziente e buono con me, e ti cederò in tutte le cose tranne che in questo. Non credo che vivrò fino a vederli uomini adulti, eppure, mentre siamo insieme, sento chiaramente che cosa è giusto fare. Non puoi, solo una volta, avere un po’ di fede senza conoscenza, John?” “Ci proverò, Phebe”, disse. “Ad ogni modo, credo che i ragazzi appartengono a te più che a me.”

Il personaggio di Phebe Vincent era davvero cambiato. I suoi attacchi di sconforto semi-isterico non tornarono più; le sue cupe profezie cessarono. Era sempre seria e il disagio di tanti anni non svaniva mai completamente dalla sua faccia; ma lei almeno eseguiva ogni dovere della sua vita con una volontà tranquilla, e la sua casa divenne la dimora della pace; perché la contentezza passiva dura più a lungo della felicità espansiva.

David e Jonathan crebbero come un solo ragazzo: il gusto e il temperamento di uno si ripetevano nell’altro, anche come voce e caratteristiche. Dormendo o svegliandosi, addolorati o gioiosi, nello star bene o male, vivevano una sola vita, e sembrava così naturale per uno rispondere al nome dell’altro, che probabilmente avrebbero confuso le loro stesse identità, se non fosse stato per l’infallibile capacità di riconoscerli della madre.

Forse guidati inconsciamente da lei, forse attraverso l’azione volontaria della loro stessa natura, ognuno prendeva tranquillamente il posto dell’altro quando veniva chiamato, anche condividendo lodi o biasimo a scuola, e amicizie e liti sul campo di gioco. Erano ragazzi sani e felici, e John Vincent era solito dire ai suoi vicini: “Non creano più problemi di uno solo, eppure sono quattro mani anziché due”.

Phebe morì quando avevano quattordici anni, dicendo a loro, con quasi il suo ultimo respiro, “Siate uno, sempre!” Prima che suo marito potesse decidere se cambiare il suo piano di educazione domestica, stavano uscendo dall’infanzia, stavano cambiando voce, statura e carattere con una somiglianza continua che lo disorientava e quasi terrorizzava. Si procurò indumenti di diversi colori, ma erano abituati a indossare ogni articolo in comune, e il risultato era solo un misto di tinte per entrambi. Furono inviati in scuole diverse, per essere poi rimandati indietro il giorno seguente, ugualmente pallidi, sofferenti e incapaci di studiare.

Qualunque strumento fosse adoperato, lo sfuggivano con un istinto reciproco che rese inutili tutte le misure esterne.

Per John Vincent la loro somiglianza era una disgrazia accidentale, che era stata confermata dalla fantasia della madre. Sentiva che loro erano legati da un vincolo profondo e misterioso, che, in quanto avrebbe potuto interferire con tutti gli aspetti pratici della vita, avrebbe dovuto essere gradualmente indebolito.

Due corpi, per lui, implicavano due uomini distinti, ed era sbagliato permettere una dipendenza reciproca che impediva l’esercizio sia di una propria volontà separata che di una propria separata capacità di giudizio.

Ma, mentre stava pianificando e meditando, i ragazzi divennero giovani uomini, e lui era un vecchio. Vecchio e fiaccato prematuramente; poiché aveva lavorato molto, sopportato molto, e la sua grande corporatura conteneva solo una quantità moderata di forza vitale. Una grande stanchezza cadde su di lui, e le sue forze cominciarono a cedere, all’inizio lentamente, ma poi con un accelerato venir meno. Vide la fine arrivare, molto prima che i suoi figli lo sospettassero; il suo dubbio, per il loro bene, era l’unica cosa che gliela rendeva sgradita. Era “nella sua mente” (come direbbero i suoi vicini quaccheri) l’idea che avrebbe dovuto parlare con loro del futuro, e alla fine arrivò il momento giusto.

Era una tempestosa sera di novembre. Il vento e la pioggia turbinavano girando tra gli alberi all’esterno, ma il salotto della vecchia fattoria era luminoso e caldo. David e Jonathan, al tavolo, con le braccia sulle spalle e le ciocche brune mescolate insieme, leggevano lo stesso libro: il loro padre sedeva sull’antica sedia a dondolo davanti al fuoco, con i piedi su uno sgabello. La governante e l’uomo assoldato erano andati a letto e tutti erano in casa. John attese fino a quando non sentì il volume chiudersi e poi parlò.

“Ragazzi”, disse, “lasciatemi parlare un po’ con voi, non sembra che io non stia superando i miei malanni nel modo giusto, – non succederà mai, forse. Un uomo deve pensare alle cose mentre c’è tempo, e dirle quando devono essere dette. Non so perché sento una particolare necessità di fare presto nel mio caso, solo che non possiamo mai dirlo, da un giorno all’altro. Quando morirò tutto apparterrà a voi due, dividete e dividete in modo equo, sia per acquistare un’altra fattoria con i soldi ricavati, sia per dividere questa casa: non vi vincolerò in nessun modo, ma voi due avrete bisogno di due fattorie per due famiglie; perché non dovrete aspettare dodici anni, come vostra madre e me.

“Non vogliamo un’altra fattoria, padre!” dissero David e Jonathan insieme. “So che non la pensate così, ora. Una moglie mi sembrava abbastanza lontana da me, quando avevo la vostra età. Voi siete sempre stati contenti di stare l’uno con l’altro, ma questo non può durare. Era in parte l’idea di vostra madre; ricordo che disse che il nostro fardello era passato dentro di voi. Non ho mai capito bene che cosa intendesse, ma suppongo che debba piuttosto essere l’opposto di quello che abbiamo dovuto sopportare noi.”

I gemelli ascoltarono con attenzione senza fiatare mentre il loro padre, improvvisamente commosso dal passato, raccontò loro la storia del suo lungo fidanzamento. “E ora”, esclamò in conclusione, “potrebbe essere come mettere idee selvagge nelle vostre due teste, ma devo dirlo! Era lì che ho sbagliato, – sbagliato con lei e con me, – nell’aspettare! Non avevo il diritto di rovinare il meglio delle nostre vite; avrei dovuto andare audacemente, in pieno giorno, a casa di suo padre, prenderla per mano e condurla a diventare mia moglie. Ragazzi, se uno di voi arriverà ad amare veramente una donna, e lei ad amarlo, e non c’è ragione per cui Dio (non dico un uomo) dovrebbe separarvi, fate come avrei dovuto fare io, non come io ho fatto! E, forse, questo consiglio è la migliore eredità che posso lasciarvi.”

“Ma, padre”, disse David, parlando per entrambi, “non abbiamo mai pensato di sposarci.” “È abbastanza comprensibile”, rispose il padre, “quasi mai pensiamo a quello che sicuramente succederà. Ma per me, guardando indietro, è una cosa ovvia. E questo è il motivo per cui voglio che voi mi facciate una promessa, e solenne come se fossi sul mio letto di morte. Forse ci sarò presto”. Le lacrime si concentrarono negli occhi dei gemelli. “Che cosa c’è, padre?” Dissero entrambi. “Sarebbe una cosa da nulla per qualsiasi altra coppia di ragazzi, ma non so come la prendere. E se vi chiedessi di vivere separati per un po’?” “O padre! gridarono insieme, con la guancia che premeva la guancia e la mano che stringeva la mano, mentre diventava bianca e tremante, John Vincent, guardando nel fuoco, non vedeva i loro volti, o il suo proposito avrebbe vacillato.

“Non dico ora”, continuò. “Tra un po’, quando … beh, quando sarò morto. E intendo solo un inizio, per aiutarvi verso ciò che deve succedere. Solo un mese; non voglio sembrarvi duro; ma questo è poco, in tutta coscienza. Datemi la vostra parola: rispondete: “Per amore di vostra madre!” Ci fu una lunga pausa, poi David e Jonathan dissero, con voce bassa e vacillante, “Per amore di nostra madre madre, lo prometto.” “Ricordatevi che eravate solo ragazzi per lei. Lei avrebbe potuto far sembrare tutto questo più semplice, perché le donne hanno ragioni per cose a cui nessun uomo può dare risposta. Ricordatevi, entro un anno dopo che me ne sarò andato!” Si alzò e uscì barcollando dalla stanza.

I gemelli si guardarono l’un l’altro: David disse: “Dobbiamo?” E Jonathan, “Come possiamo?” Allora entrambi pensarono: “Potrebbe volerci ancora un bel po’”. In questo trovavano un conforto nel presente, e ciascuno sembrava tenersi saldamente questa idea tenendo strettamente la mano dell’altro, mentre si addormentavano fianco a fianco. La prova era più vicina di quanto loro immaginavano: il loro padre morì prima che l’inverno fosse finito, la fattoria e le altre proprietà passarono a loro, e avrebbero potuto permettere alla vita di risolvere i suoi misteri mentre andava avanti, se non fosse stato per la loro promessa al morto. Quella promessa doveva essere compiuta e poi una cosa era certa: non si sarebbero mai più separati.

“Prima è, meglio è”, disse David. “Sarà la visita a nostro zio e ai cugini dell’Indiana, tu verrai con me fino ad Harrisburg, potrebbe essere più facile separarci lì che qui. E i nostri nuovi vicini, i Bradley, vorranno il tuo aiuto per un giorno o due, dopo che sarai tornato a casa.”

“È meno della morte”, rispose Jonathan, “e perché dovrebbe sembrare di più? Dobbiamo pensare a nostro padre e nostra madre e a tutti quei dodici anni; ora so qual era il fardello.” “E non ce ne siamo mai caricati nemmeno una parte! Nostro padre doveva aver ragione nel costringerci a promettere.”

Ogni giorno la discussione riprendeva, e sempre con la stessa conclusione. La familiarità con l’inevitabile passo diede loro un po’ più di coraggio, tuttavia, quando il momento arrivò e passò, quando, accelerando su treni che andavano in direzioni opposte, le colline e le valli si moltiplicavano tra di loro con terribile velocità, una fitta come la morte spaccò cuore di ciascuno di loro, e la vita divisa diventò un sogno gelido e opprimente.

Durante la separazione non si scambiarono lettere. Quando i vicini chiedevano a Jonathan notizie di suo fratello, lui rispondeva sempre: “Sta bene”, e evitava ulteriori discorsi con tale evidenza di dolore che preferivano risparmiarglielo. Un’ora prima che il mese si concludesse, si incamminò da solo, prendendo la strada per la stazione ferroviaria più vicina. Uno sconosciuto che lo superò all’ingresso di un fitto bosco, a tre miglia da casa, rimase sconvolto dall’avere incontrato la stessa persona poco dopo essere entrato nel bosco dall’altra parte; ma i contadini nei campi vicini videro due figure uscire dall’ombra, mano nella mano.

Ciascuno dei due venne a sapere come l’altro aveva trascorso il mese, prima che dormissero, e l’ultima cosa che Jonathan disse, con la testa sulla spalla di David, fu: “Devi conoscere i nostri vicini, i Bradley e soprattutto Ruth.” Al mattino, mentre si vestivano, prendendo gli abiti a caso, come di consueto, Jonathan di nuovo disse: “Non ho mai visto una ragazza che mi piaccia così tanto come Ruth Bradley. Ti ricordi che cosa ci ha detto nostro padre sull’amare e lo sposarsi? Mi viene in mente ogni volta che vedo Ruth; ma lei non ha una sorella.” “Ma non c’è bisogno che ci sposiamo entrambi”, replicò David, “questo potrebbe dividerci, ma non succederà. È per sempre, adesso.” “Per sempre, David.”

Due o tre giorni dopo Jonathan disse, mentre iniziava una commissione al villaggio: “Mi fermerò dai Bradley questa sera, quindi devi venire e devi incontrarmi lì.”

Quando David si avvicinò alla casa, una figura snella, da ragazza, con la schiena rivolta verso di lui, stava chinandosi su un cespuglio di grandi rose cremisi, tagliando cautamente un fiore qua e là. Allo scatto del chiavistello, cominciò a girarsi verso di lui. Il suo leggero cappellino di percalle, che ricadeva all’indietro, rivelò un lungo viso ovale, biondo e delicato, occhi marroni dolci e capelli castani ricadenti sulle tempie. Una morbida vampata le si accese all’improvviso sulle guance, e lui sentì che anche le sue bruciavano. “O Jonathan!” Esclamò, trasferendo le rose alla sua mano sinistra e porgendo la destra, mentre si faceva avanti. Era troppo abituato al nome per riconoscere immediatamente l’errore di lei, “Ruth!” Gli venne naturalmente alle labbra. “Dovrei capire che tuo fratello David è venuto”, disse poi; “anche se non ne avessi avuto notizia, sei così raggiante, come sono felice!” “Non è qui?” Chiese David. “No, ma eccolo lì, sicuramente!” Si voltò verso il viale, dove Jonathan stava scendendo da cavallo. “Ma sei di nuovo tu, Jonathan!”

Mentre si avvicinavano, i gemelli si scambiarono uno sguardo, e un trasferimento segreto della frusta da sella a David chiarì la loro identità agli occhi di Ruth, i cui modi nei confronti di quest’ultimo fi fecero innocentemente più timidi pur nella loro cordialità, mentre il suo discorso franco e familiare era rivolto a Jonathan, come era giusto. Ma anche David prese Ruth con sé, e quando se ne andarono, Ruth aveva apparentemente dimenticato che c’era una differenza nella durata della loro conoscenza. Mentre facevano la strada verso casa David disse: “Papà aveva ragione, noi dobbiamo sposarci, come gli altri, e Ruth è la moglie per noi, intendo per te, Jonathan, sì, dobbiamo imparare a dire mio e tuo, dopo tutto, quando parliamo di lei.” “Perfino lei non può separarci, a quanto pare”, rispose Jonathan. “Dobbiamo darle qualche segno, e questo sarà anche un segno per gli altri: sembrerà strano dividerci, non potremo mai impararlo correttamente a fare una cosa simile, piuttosto non pensiamo al matrimonio!”

“Non possiamo fare a meno di pensarci; ora lei è nel ruolo di nostra madre, come noi siamo nel ruolo di nostro padre.” Poi entrambi divennero silenziosi e pensierosi. Sentivano che qualcosa minacciava di disturbare quella che sembrava essere l’unica vita possibile per loro, ma non erano in grado di distinguerne le caratteristiche, e quindi erano impotente a resistergli. Lo stesso istinto che era nato dalla loro meravigliosa somiglianza spirituale disse loro che Ruth Bradley amava già Jonathan: il dovere era stabilito, e loro dovevano conformare le loro vite ad esso. C’era, tuttavia, questa leggera differenza tra le loro nature, che David era generalmente il primo a esprimere il pensiero che veniva in mente ad entrambi. Così quando disse: “Impareremo cosa fare quando ce ne sarà bisogno.” era un rimandare ogni presagio.

Andavano alla deriva soddisfatti verso il cambiamento imminente. I giorni passarono e le loro visite a Ruth Bradley continuarono, a volte Jonathan andò da solo, ma erano di solito insieme, e il legame che univa il tre divenne più caro e dolce perché sviluppato in stretta vicinanza, e Ruth imparò a distinguere tra i due quando erano di fronte a lei: almeno lo disse, ed loro erano disposti a crederci. Ma lei non era a conoscenza di quanto simile fosse il felice calore nel suo seno prodotto da entrambe le coppie di occhi grigio scuro e dal dolce mezzo sorriso che giocava intorno a entrambe le bocche, a loro sembrava che lei fosse attratta dal circolo mistico che li separava dagli altri, – lei sola, e loro non pensavano più ad una vita in cui lei non avrebbe dovuto condividere.

Poi il passo inevitabile fu fatto, Jonathan dichiarò il suo amore e fu esaudito. Ahimè! Quasi dimenticò David quella sera di fine estate, mentre sedevano al chiaro di luna, e più e più volte si davano assicurazioni reciproche di quanto ormai si volevano bene. Percepì il disagio nel cuore di David quando si incontrarono. “Ruth è nostra, e io ti porto il suo bacio”, disse, stringendo le labbra a quelle di David; ma le braccia intorno a lui tremavano, e David sussurrò: “Ora inizia il cambiamento”. “Oh, questo non può essere il nostro fardello!” Gridò Jonathan, con tutto il senso dell’estasi ancora caldo nel suo cuore. “Se lo è, sarà leggero o pesante o del tutto assente, secondo come lo sopporteremo”, rispose David, con un sorriso di tenerezza infinita. Per diversi giorni permise a Jonathan di visitare da solo la fattoria di Bradley, dicendo che doveva essere così, per il bene di Ruth. Il suo amore, dichiarò, doveva darle il buon istinto che solo la loro madre aveva mai posseduto, e lui doveva lasciargli il tempo di consolidarsi. Jonathan, tuttavia, insisteva nel dire che Ruth lo possedeva già; che stava cominciando a farsi domande sulla sua assenza e a temere che lei non sarebbe stata del tutto benvenuta in quella casa, che doveva sempre essere egualmente sua. David cedette subito. “Devi andare da solo”, disse Jonathan, “per convincerti che lei finalmente ci conosce.”

Ruth uscì dalla casa mentre lui si avvicinava. Aveva un volto raggiante: gli posò le mani sulle spalle e lo baciò. “Ora non puoi dubitare di me, Ruth!” Disse, gentilmente. “Dubitare di te, Jonathan?” Esclamò, con un affettuoso rimprovero nei suoi occhi. “Ma tu sembri turbato, c’è qualche problema?” “Stavo pensando a mio fratello”, disse David, in tono basso. “Dimmi cos’è,” disse lei, trascinandolo nel piccolo pergolato di caprifoglio vicino al cancello. Presero posto, fianco a fianco, sulla panchina rustica. “Lui pensa che potrei intromettermi tra voi: non è vero?” chiese lei. Solo una cosa era chiara alla mente di David, cioè che lei avrebbe sicuramente parlato più francamente e liberamente di lui al presunto Jonathan che al suo vero io. Questo una volta avrebbe permesso l’illusione. “Non più di quanto deve essere”, rispose. “Lui sapeva tutto, sin dall’inizio, ma siamo stati come una persona in due corpi, e ogni cambiamento sembra dividerci”. “Lo sento come lo senti tu”, disse Ruth, “non avrei mai acconsentito a essere vostra moglie, se potessi davvero dividervi, vi amo troppo per questo.” “Mi ami?” Chiese, dimenticando completamente il suo ruolo di sostituto. Di nuovo lo sguardo di rimprovero, che svanì quando lei incontrò i suoi occhi. Si gettò sul suo petto e gli diede baci ai quali fu risposto con uguale tenerezza. All’improvviso lui si coprì la faccia con le mani e scoppiò in un fiotto di lacrime: “Jonathan! O Jonathan!” Gridò lei, piangendo di allarme e affettuoso dolore. Passò molto tempo prima che lui potesse parlare; ma alla fine, voltando la testa, balbettò: “Io sono David!”

Ci fu un lungo silenzio. Quando alzò lo sguardo era seduta con le mani rigidamente strette in grembo: il suo viso era molto pallido. “Ecco, Ruth,” disse; “noi siamo un cuore e un’anima sola, potrebbe amare lui e non io? Non puoi decidere tra di noi, perché l’uno è l’altro.” Se ti avessi conosciuta prima, Jonathan sarebbe ora al mio posto. Che cosa ne segue, allora?” “Nessun matrimonio”, sussurrò lei. “No!” Rispose lui; “noi fratelli dobbiamo imparare ad essere due uomini invece di uno: in parte tu prenderai il mio posto con Jonathan, io devo vivere con metà della mia vita, a meno che non riesca a trovare, da qualche parte nel mondo, l’altra metà di te.” “Non posso separarvi David!” “Qualcosa di più forte di te o di me ci divide, Ruth. Se fosse la morte, dovremmo inchinarci alla volontà di Dio: beh, non può essere più lontano della morte o del giudizio. Non dire altro: lo schema di tutto ciò è stato tracciato molto tempo prima che nascessimo, e non possiamo fare altro che elaborarlo.”

“Si alzò e le si parò davanti. “Ricorda questo, Ruth,” disse; “Non c’è colpa in noi se ci amiamo l’un l’altro, Jonathan vedrà la verità sul mio viso quando ci incontreremo, e io parlo anche per lui. Non mi vedrete più fino al giorno del vostro matrimonio, e poi non più in seguito – ma sì! una volta, in un tempo lontano, quando mi riconoscerai come David, e mi darai ancora il bacio che hai dato oggi.” “Ah, dopo la morte!” pensò lei: “Li ho separati per sempre”. Stava per alzarsi, ma cadde sul sedile di nuovo, uno svenimento. Nello stesso momento Jonathan apparve al fianco di David. Nessuna parola fu detta. La spinsero un po’ in avanti e la sostennero tra di loro finché la brezza fresca non la riportò alla coscienza. Il primo sguardo di lei si posò sulle mani del fratello, che la stringevano; poi, guardando da uno all’altro, vide che le guance di entrambi erano bagnate. “Ora lasciatemi,” disse, “ma vieni domani, Jonathan!” Anche allora si voltò dall’uno all’altro con un’incertezza dolorosa e toccante e allungò le mani verso di loro in un addio.

Come quel povero cuore gemello lottava con se stesso è noto solo a Dio. Tutte le voci umane e, come credevano, anche la Voce Divina, comandavano la divisione della loro vita intrecciata. La sottomissione sarebbe sembrata più facile, avrebbero potuto assumere oneri uguali e simili; ma David non fu in grado di negare che il suo carico fosse troppo pesante. Per la prima volta i loro pensieri cominciarono a divergere. Alla fine David disse: “Per l’amore di mia madre, Jonathan, facciamo come avevamo promesso, lei ti ha sempre chiamato suo figlio, e per l’amor di Ruth, e l’ultimo consiglio di nostro padre: tutti loro mi dicono quello che devo fare”. Era come la lotta tra volontà e desiderio nella stessa creatura, e comunque non meno feroce o prolungata per il fatto che la qualità più morbida lasciava presagire la sua resa definitiva. Molto tempo dopo aver sentito che il passo era inevitabile, Jonathan cercò di rimandarlo, ma fu portato da tutte le influenze combinate sempre più vicino al momento. E finalmente arrivò il giorno del matrimonio. David sarebbe dovuto uscire di casa la sera stessa, dopo la cena in famiglia sotto il tetto di suo padre. Al mattino disse a Jonathan: “Non scriverò fino a quando non sentirò che sono diventato diverso da adesso, ma sarò sempre qui, in te, come tu sarai in me, ovunque. Ogni volta che mi vuoi, lo saprò lo so, e penso che saprò quando tornare.”

I cuori di tutta la gente si rivolsero verso di loro mentre si trovavano insieme nella piccola chiesa del villaggio. Entrambi erano calmi, ma molto pallidi e astratti nella loro espressione, eppure la loro meravigliosa somiglianza era ancora immutata. Gli occhi di Ruth erano rivolti in basso, quindi non potevano essere visti; lei tremò visibilmente, e la sua voce era appena udibile quando pronunciò il voto. Si sapeva solo nel vicinato che David avrebbe fatto un altro viaggio. La verità non poteva essere indovinata da persone le cui idee seguivano lo stretto giro delle loro esperienze; se fosse successo, probabilmente ci sarebbe stata più condanna che simpatia. Ma in un modo vago si sentiva la presenza di qualche elemento più profondo: la caduta di un’ombra, anche se l’ala protesa era invisibile. Molto al di sopra di loro e al di sopra dell’ombra, li guardava l’Infinita Pietà, che non fu negata a tre cuori quel giorno.

Era passato molto tempo, più di un anno, e Ruth stava cullando il suo primo figlio in petto, prima che arrivasse una lettera da David. Aveva vagato verso ovest, aveva acquistato alcune terre sulla linea esterna dell’insediamento e sembrava stesse conducendo una vita selvaggia e solitaria. “Adesso so”, scrisse, “quanto c’è da sopportare e come sopportarlo. Strani uomini si frappongono tra noi, ma tu non sei lontano quando sono da solo su queste pianure: c’è un posto dove posso sempre incontrarti e so che lo hai trovato, sotto il grande frassino vicino al granaio Penso di essere quasi sempre lì intorno al tramonto e nelle notti di luna piena, perché allora siamo più vicini insieme, e non dormo mai senza lasciarti metà della mia coperta.

Quando comincio a svegliarmi, sento sempre il tuo respiro, quindi noi non siamo mai separati per molto tempo, non so se potrò cambiare molto, non è facile, è come decidere di avere occhi e capelli colorati, e non posso che scottarmi al sole e portare una folta barba. Ma non siamo poi così infelici come temevamo di essere: nostra madre mi è apparsa l’altra notte, in un sogno, e ci ha messo in ginocchio. O, vieni da me, Jonathan, ma per un giorno! No, non mi troverai! Sto attraversando le pianure!”

E Jonathan e Ruth? Si amavano teneramente, non avevano nessun problema esterno, la loro casa era pacifica e pura, eppure ogni stanza, ogni scala e ogni sedia era infestata da un fantasma doloroso. Come disse un vicino dopo aver fatto loro visita, “Sembrava esserci qualcosa di perduto.” Ruth vide quanto costantemente e in modo inconsapevole Jonathan si girasse per vedere il proprio sentimento riflesso negli occhi assenti, come la sua mano cercasse un altro, anche mentre i suoi compagni stringevano le sue mani, come parole semi-pronunciate, di giorno e di notte, morissero sulle sue labbra, perché non potevano raggiungere l’orecchio gemello, lei non sapeva come succedesse, ma la sua stessa natura prese su di sé la stessa abitudine. Si sentiva come se ricevesse meno amore di quello che lei dava, – non da Jonathan, nel cui cuore intero, caldo e trasparente, nessun’altra donna aveva mai guardato, ma qualcosa che faceva parte di lei andava al di là di lui e non ritornava più. per entrambi la loro vita era come una di quelle coppe da prestigiatore, apparentemente piene di vino rosso, che è trattenuto dalle dalla falsa cavità del cristallo e non può raggiungere le labbra.

Nessuno dei due parlava di questo, nessuno dei due aveva il coraggio di parlare. Gli anni trascorsero nella loro lenta lunghezza, con rari e brevi messaggi di David. In casa c’erano tre bambini, e ancora la pace e l’abbondanza ponevano le loro insegne sui suoi architravi.

Ma alla fine Ruth, che stava diventando sempre più magra e pallida fin dalla nascita del suo primo figlio, si ammalò gravemente. Aveva ereditato la tendenza alla consunzione che ora si manifestava in una forma che lasciava prevedere anche troppo chiaramente l’esito. Dopo che il medico se ne fu andato, lasciandosi alle spalle il suo verdetto fatale, lei chiamò Jonathan, che, sconcertato dal dolore, si lasciò cadere in ginocchio accanto al suo letto e singhiozzò sul suo seno. “Non ti affliggere”, disse lei; “questa è la mia parte di carico: se ho preso troppo da te e da David, ora arriva l’espiazione. Molte cose mi sono diventate chiare. David aveva ragione quando diceva che non c’era colpa, ma il mio tempo è pure meno di quello che il dottore pensa: dov’è David? Non puoi dirgli di venire?” “Posso solo chiamarlo con il cuore”, rispose. “E mi sentirà ora, dopo quasi sette anni?” “Chiama, allora!” Gridò lei con foga. “Chiama con tutta la forza del tuo amore per lui e per me, e credo che ti sentirà!” Il sole stava proprio tramontando. Jonathan andò al grande frassino, dietro la stalla, cadde sulle sue ginocchia e si coprì la faccia, e la sensazione di un violento e amaro pianto riempì il suo cuore. Tutto il desiderio represso e frustrato, la mancanza, la fame, il dolore incessante degli anni, gli caddero addosso e si fusero in un’unica preghiera: “Vieni, David, o io muoio!”

Prima che il crepuscolo svanisse, mentre era ancora in ginocchio gli arrivò un braccio sulla spalla e il lieve tocco di un’altra guancia sulla sua. Durò a stento per lo spazio di un pensiero, ma riconobbe il segno. “David arriverà!” Disse a Ruth. Da quel giorno tutto cambiò. La nuvola di morte in arrivo che pendeva dalla casa si trasformò in lana d’oro. Tutta la vita perduta tornò sul viso di Jonathan, tutta la dolcezza inesauribile di Ruth si illuminò in una serena beatitudine. Erano passati mesi da quando David si era fatto sentire; non sapevano come raggiungerlo senza molto ritardo; eppure nessuno dei due si sognava di dubitare della sua venuta.

Due settimane passarono, tre, e non ci fu né una parola né un segno. Jonathan e Ruth pensarono: “È vicino” e un giorno Jonathan fu preso da una singolare agitazione. Ruth lo vide, ma non disse nulla finché non venne la notte, quando dal suo capezzale invitò Jonathan ad andare, con le parole: “Vai e incontralo!” Un’ora dopo udì un doppio rumore di passi sul marciapiede di pietra di fronte alla casa. Arrivarono lentamente alla porta, che si aprì; li sentì lungo il corridoio e mentre salvano le scale; poi la lampada da camera le mostrò i due volti, brillanti di una sola gioia indicibile. Un fratello si fermò ai piedi del letto; l’altro si avvicinò e si chinò su di lei. Lei strinse le sue mani sottili intorno al suo collo, lo baciò affettuosamente e gridò: “Caro, caro David!” “Cara Ruth” disse lui, “sono venuto il più presto possibile, ero lontano, tra montagne selvagge, quando sentii che Jonathan mi stava chiamando, sapevo che dovevo tornare, per non lasciarvi mai più, e c’era ancora un po’ di lavoro da finire. Ora vivremo tutti di nuovo!” “Sì”, disse Jonathan, avvicinandosi a lei dall’altra parte, “prova a vivere, Ruth!” La sua voce divenne chiara, forte e piena di autorità. “Vivo come non ho mai vissuto, porterò tutta la vita con me quando andrò ad aspettare quell’unica anima, che io troverò lì! Il nostro amore unisce, non divide, da quest’ora!”

Le poche settimane che ancora le rimanevano furono un periodo di pace quasi sovrumana. Sbiadì lentamente e senza dolore, ricevendo l’amore uguale dei cuori gemelli e dando loro un’eguale tenerezza e gratitudine. Quindi, per prima cosa, vide il bisogno misterioso che li univa, la pienezza e la gioia con cui ciascuno si completava nell’altro. Tutto il passato imperfetto era illuminato, e la fine, anche quella ora così vicina, era molto buona.

Ogni pomeriggio la portavano su una sedia imbottita sulla veranda, dove poteva godersi la quiete del paesaggio assolato, la presenza dei fratelli seduti ai suoi piedi, e i giochi dei suoi figli sull’erba. Così, un giorno, mentre David e Jonathan le tenevano le mani e aspettavano che lei si svegliasse da un sonno felice, lei se ne andò davanti a loro, e, prima che indovinassero la verità, lei stava aspettando la loro unica anima nella terra sconosciuta.

E i figli di Jonathan, che ora stanno diventando uomini e donne, chiamano anche David “papà”. I segni lasciati dalle loro vite divise sono scomparsi da tempo dalle loro facce; ormai uomini di mezza età, i cui capelli stanno diventando grigi, camminano ancora mano nella mano, dormono ancora sullo stesso cuscino, hanno ancora il loro guardaroba comune, come quando erano ragazzi. Parlano della “nostra Ruth” senza tristezza, perché credono che la morte li farà diventare uno, quando, nello stesso momento, chiamerà entrambi. E noi che li conosciamo, a cui loro hanno confidato il commovente mistero della loro natura, lo crediamo anche noi.

Bayard Taylor.

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IMPARARE.

Qui mi è venuta dalla calma della Natura,
Da anni di gioia e tristezza sfumata,
Nascosta in ogni preghiera e salmo,
Una rivelazione di contenuto.
Una lezione da ogni uccello e fiore,
Dalla vita comune e dagli uomini comuni,
Per insegnare gli usi dell’ora,
L’armonia di “adesso” e “allora”.
Ha ordinato che il mio antico dolore cessasse,
E ha insegnato alle mie labbra ostinate a dire:
“Era mio amico, i miei anni aumentano,
Lui è morto prima che i suoi capelli fossero grigi.

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