UN RAGAZZO GAY VA DALL’ANDROLOGO

Ciao Project,

sono un trentenne non dichiarato che vive in una cittadina molto omofoba dell’Italia del ricco nord-est. Vorrei raccontarti la mia storia e chiederti che cosa ne pensi.

Solo un cenno sulla mia vita fino ad un paio di anni fa, all’inizio ho cercato l’amore vero e non l’ho mai trovato, forse perché l’ho cercato nei posti sbagliati e coi metodi sbagliati, poi ho cominciato a non andare tanto per il sottile (Tranquillo! Ho sempre usato tutti i metodi di prevenzione.)

A 27 anni, lo devo dire, ero uno sbandato del sesso, in un anno avevo collezionato quasi una decina di storie, che non fossero cose serie è ovvio, ma alla fine erano proprio frustranti. Io avrei voluto un ragazzo normale che mi volesse bene e avrei messo molto volentieri il punto finale a tutto il turbinio delle mie ricerche sulle app.

Un giorno proprio tramite un’app mi contatta un ragazzo, dice di avere 26 anni, parliamo un po’, è educato, sembra uno non fissato col sesso, mi propone di vederci, io penso che sia troppo presto e tendo a prendere tempo, mi aspetto che sparisca e invece non succede. Mi chiede delle foto ma io non gliele do, però continuiamo a parlare anche nei giorni successivi, parliamo di tutto, anche di sesso ma senza eccedere e sempre in modo molto educato.

Dopo tre settimane di contatti online mi chiede di nuovo di incontrarlo, questa volta gli dico di sì ma siccome non voglio problemi di nessun genere, concordiamo di vederci in un’altra città e di passare insieme sabato e domenica (io il sabato non lavoro). Decido di andare in treno in modo da non essere identificabile nemmeno dalla targa dell’auto. Nota, Project, che io non avevo mai visto nemmeno una sua foto e lui non ne aveva mai vista una mia. Ci diamo l’appuntamento in stazione alle 9.00 del mattino. Io dico ai miei genitori che devo andare in missione per due giorni (cose del genere sono successe altre volte).

Non so chi mi troverò davanti, ma mi sento molto eccitato, c’è qualcosa che mi dice che non sarà il solito incontro scappa e fuggi. Quando salgo sul treno mi accorgo di non avere con me i preservativi, ma penso che li posso comprare anche lì e che potrebbero pure non servire a nulla. Al posto dell’appuntamento lui è già lì che mi aspetta, il segnale di riconoscimento funziona (un certo giornale sotto il braccio destro). Mi sembra un bel ragazzo, anzi molto bello. Lasciamo i bagagli al deposito della stazione e ce ne andiamo in giro, è una splendida mattinata di sole.

È tutto radicalmente diverso dai miei precedenti incontri, non parliamo di sesso, anzi si avverte un certo imbarazzo, facciamo insieme colazione, ci scambiamo spesso sorrisi, è un ragazzo dolcissimo, vorrei sapere qualcosa di più su di lui ma fare domande mi sembra inopportuno. Lui conosce la città, anche se non è la sua città e ha già preparato tutto un progetto di cose da fare e di posti dove andare.

Io percepivo la sua presenza, c’erano molti silenzi, poi gli ho chiesto se si sentiva in imbarazzo e mi ha risposto: “Prima di vederti, mentre ti aspettavo sì! ma adesso no! Proprio per niente! E tu?” “Io … beh sto proprio bene, nessun problema.” Poi abbiamo cominciato a scherzare a raccontarci barzellette. Noto che non racconta barzellette a sfondo sessuale e che usa un linguaggio molto pulito. Andiamo a pranzo insieme in una trattoria, il clima è molto disteso, sereno, gradevole.

Passeggiamo fino a sera, ceniamo insieme, poi è il momento di andare in albergo, mi dice: “Ti dispiace se prendiamo due singole?” Gli dico di no, ma quella richiesta raffredda molto i miei entusiasmi. Lui è contento che io non abbia insistito per prendere una doppia. Andiamo in albergo ma non ci sono camere singole, lui mi guarda e mi dice: “Che facciamo? Va bene anche una doppia?” Io allargo le braccia e faccio cenno che va bene anche così, dato che non c’è altra possibilità.

Andiamo in camera, lui è imbarazzatissimo e mi dice: “Adesso che si fa?” Gli rispondo che mi piacerebbe fare un po’ di sesso anzi mi piacerebbe molto ma non ho preservativi con me e gli chiedo se ne ha lui, mi dice di no, ma aggiunge che ci sono anche i modi non pericolosi di fare sesso e che a lui piacciono soprattutto quelli. La stanza è molto ben riscaldata. Project, ti risparmio i particolari e ti dico solo che non avevo mai fatto sesso così con un ragazzo, solo masturbazione reciproca e tanta intimità fisica, ma è stata una cosa assolutamente unica perché lo vedevo proprio coinvolto in un modo così totale che non avrei immaginato neppure che potesse esistere. Era proprio una cosa esaltante a livelli che non avevo mai provato. Alla fine ci siamo addormentati uno nella braccia dell’altro.

Al mattino non avevamo tempo per ripetere l’esperienza perché dovevamo lasciare la stanza entro le 10.00. Abbiamo passato la mattina della domenica scherzando e giocando tra noi, poi siamo andati insieme a pranzo e ho cominciato a chiedergli quando avremmo potuto incontrarci di nuovo. Lui mi ha guardato un po’ in imbarazzo e poi mi ha detto: “C’e una cosa che non ti ho detto, io sono fidanzato!” Ci sono rimasto malissimo e gli ho detto: “Ma come, tu hai un ragazzo e non me lo dici?” E mi ha risposto: “Non hai capito, io ho una ragazza … “

Gli ho detto che i conti non mi tornavano perché non mi sembrava affatto un ragazzo etero in cerca di distrazione, lui mi ha detto: “Io lo so che sono gay, con te sono stato benissimo e ci starei sempre ma proprio non posso, perché ho una ragazza da anni e ormai lei fa parte della mia famiglia e penso che tra un anno al massimo ci sposeremo” L’ho guardato con un’aria perplessa e gli ho chiesto come andava il sesso con la ragazza e mi ha risposto: “Beh, in qualche modo va, lei non si è mai accorta di nulla ma quando lo facciamo io penso proprio ad altro, io non sono etero, c’è poco da fare, se fosse per me non farei mai sesso con una donna, quando mi ci trovo, alla fine funziona lo stesso ma è una cosa che si fa perché si deve fare anche quello, e poi con lei non potrei mai parlare chiaro perché si sentirebbe tradita, ormai siamo davanti a tutti una coppia solidissima e lo crede pure lei, non credo proprio che potrei evitare di sposarla ormai sono troppo avanti con quella storia, è una brava ragazza ma a me non interessa.”

Il resto del pomeriggio l’ho passato a cercare di farlo ragionare, ma si sentiva ormai in trappola e aveva gettato le armi, si sentiva rassegnato a fare il bravo maritino a casa e il bravo gay, magari con me, qualche sabato sera in albergo. Mi ha detto che doveva staccarsi da me, che io lo mettevo in crisi, lo mettevo davanti alla responsabilità delle sue scelte ma che tanto ormai le scelte erano fatte e non ci sarebbe stata nessuna possibilità di tornare indietro. Abbiamo ripreso il treno e ce ne siamo tornati a casa.

È sparito per due settimane, non rispondeva alle mail e nemmeno al telefono, poi si è rifatto vivo, ci siamo visti un pomeriggio ed era proprio disfatto. Questo è quello che mi ha detto: “Qui mi stanno proprio ingabbiando, non ce la faccio a starne fuori, è tutta una trappola, sono dovuto andare per otto giorni con lei in un resort all’estero, tutto pagato dai miei genitori! Ed è stata una cosa allucinante, lei era felice, io non la sopportavo più ma lei faceva la vittima e mi toccava pure consolarla, sono stato costretto a fare l’amore con lei perché se no finiva in depressione. Non capiva proprio nulla. Io ho pensato di parlare chiaro ma non osavo immaginare la sua reazione e allora ho fatto finta di essere preoccupato per ragioni di lavoro. Io pensavo che nel resort saremmo stati soli e invece i genitori di lei ci hanno fatto la bella sorpresa che c’erano pure loro! Io non ne posso più, ne devo uscire ma non so come. Se dicessi che sono gay non ci crederebbe nessuno … ”

Che cosa si poteva fare per risolvere la situazione? Alla fine ne abbiamo pensata una che poteva funzionare, lui sarebbe andato un paio di volte a visita andrologica, magari la prima volta accompagnato dalla ragazza, accusando dolori ai testicoli e poi dopo la seconda visita avrebbe dovuto dire che doveva fare lo spermiogramma e qualche giorno dopo che il risultato era che non avrebbe potuto avere figli, tanto poi come gay non ne avrebbe certamente avuti da un’altra donna.

Lui non voleva accettare tutta la sceneggiata, gli sembrava troppo un imbroglio, ma poi quando pensava che l’alternativa sarebbe stata il matrimonio veniva a più miti consigli. Lui non sapeva se parlare chiaro coi suoi genitori, ma quando i tuoi genitori non si rendono nemmeno conto che tu non stai bene con la tua ragazza e ti costringono ad andare per forza in vacanza con lei … parlare chiaro significherebbe solo spalancare una pentola senza sapere che cosa c’è dentro.

Alla fine abbiamo concordato tutti i dettagli e tutti i discorsi preparatori. Mi rendo conto che, visto dal di fuori, tutto questo sembra proprio un espediente di infima lega per evitare il coming out, ma un coming out in una situazione come quella sarebbe stato rovinoso. Per realizzare tutto il progetto, una meschina messa in scena, è vero, ma forse la soluzione meno traumatica, c’è voluto più di un mese.

Quando lui è andato dalla ragazza e le ha detto che non poteva avere figli, la ragazza se lo aspettava e la recita del grande dolore era stata ben preparata dalla famiglia di lei e finiva con la promessa di restare amici, ma lui ha voluto restituire tutti i regali e ha detto che preferiva chiudere definitivamente un’esperienza che aveva finito per essere traumatica.

Tutta la storia io l’ho riassunta in poche righe ma è stata molto impegnativa, stressante e anche rischiosa perché, se fosse finito sputtanato, per lui sarebbe stato un disastro, ma è andata bene! Dal sabato successivo abbiamo ricominciato a vederci in albergo nella città vicina e credo che la nostra storia continuerà. Stiamo benissimo insieme e stiamo programmando di cambiare entrambi lavoro e di trasferirci tutti e due in quella città, lontano da occhi indiscreti, anche lui non è dell’idea di fare coming out nemmeno in famiglia. Tra l’altro i suoi non sanno nulla del marchingegno dell’andrologo e pensano che lui non si sposerà mai perché non può avere figli ed è bene che continuino a pensarlo.

Project, non mi guardare male, il coming out in certe situazioni non è proprio pensabile. Così noi stiamo tranquilli e la ragazza si può fare la sua vita con uno che la vuole veramente e i genitori si sono messi l’anima in pace e almeno noi ci sono pettegolezzi che riguardano l’omosessualità perché la storia è tutta etero! Potevo mandarlo al macello del matrimonio? No! Doveva esporsi a un coming out distruttivo? No! Almeno così sono tutti contenti e noi prima di tutto.

Fammi avere presto tue notizie.
Davide

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=6733

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AMORE GEMELLO: LETTURA GAY DI UNA NOVELLA DI BAYARD TAYLOR

Un paio di giorni fa ho ripreso la traduzione di “Giuseppe e il suo amico”, un Romanzo di Bayard Taylor considerato il primo romanzo gay americano, pubblicato nel 1870. Ovviamente quel romanzo non parla mai in modo esplicito di omosessualità, cosa sostanzialmente impossibile all’epoca e tanto più per un autore di notevole fama come Taylor, ma Taylor, che, anche se si sposò due volte, era omosessuale e ha lasciato un epistolario che non lascia dubbi in proposito, nel suo romanzo ha riprodotto atmosfere e momenti che sono così tipicamente gay che un lettore gay non può non riconoscerle, come avviene quando un lettore gay legge certe pagine Thomas Mann. Leggendo qua e là tra le opere di Taylor ne ho trovata una “Twin-Love” (1871) che a me è piaciuta molto e che ho tradotto per voi. Il testo presenta però molte volute ambiguità che si basano sul fatto che il pronome you è sia singolare che plurale. Il nucleo della storia è costruito sulla inseparabilità di due gemelli, David e Jonathan (i nomi non sono affatto casuali, ma si riferiscono al rapporto tra il futuro Re Davide e Jonathan figlio del Re Samuele. Davide, dopo la morte di Jonathan, dirà di Jonathan: “Ti ho amato più di come si ama una donna!” Il Jonathan di Taylor si sposerà ma questo porterà ad una separazione dal fratello dolorosa ma non definitiva. Molti dialoghi e molte situazioni ricalcano esattamente il rapporto di due amanti omosessuali che sono insperabili e il trauma che segue al matrimonio di uno dei due. Ciò che rende “Amore gemello” più bello di “Giuseppe e il suo amico” è la presenza di Ruth la moglie di Jonathan che in realtà ama entrambi i fratelli allo stesso modo, cosa che non dà adito a facili colpi di scena alla maniera di Plauto ma è trattata con estrema finezza psicologica Il personaggio femminile di Ruth demolisce il mito della coppia etero e tende a legittimare una unione a tre, almeno a livello affettivo, mentre in “Giuseppe e il suo amico” il personaggio femminile di Julia, che domina gran parte del romanzo, è tratteggiato in un modo che lascia trasparire più di qualche vena di misoginia, anche se Julia appartiene ad una classe sociale alta che è il vero obiettivo delle critiche di Taylor.
Vi lascio ora alla lettura del testo. La traduzione è letterale e un po’ rudimentale, ma modificarla comporta il rischio di una certa riscrittura della narrazione, cosa che ho voluto evitare. Ovviamente aspetto i vostri pareri.
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AMORE GEMELLO

Quando John Vincent, dopo aver aspettato dodici anni, sposò Phebe Etheridge, l’intero quartiere sperimentò quel senso di sollievo e di soddisfazione che segue il trionfo del bene.

Non che il fatto di un vero amore sia mai generalmente riconosciuto e rispettato quando viene scoperto per la prima volta; poiché nella natura umana americana esiste una qualità perversa che non accetterà l’esistenza di alcuna passione fine e altruistica, finché non sarà stata attestata e stabilita oltre ogni possibile dubbio.

Ci furono due punti di vista diversi sulla questione quando l’amore di John Vincent per Phebe e la dura proibizione del matrimonio da parte del vecchio Reuben Etheridge divennero noti per la prima volta alla comunità.

Le ragazze, i ragazzi e alcune delle matrone si schierarono subito al fianco degli innamorati, ma la grande maggioranza degli uomini più anziani e alcuni dei giovani sostenevano il padre tirannico.

Reuben Etheridge era ricco e, oltre a ciò che sua figlia avrebbe ereditato naturalmente da lui, lei possedeva già più del suo amante al momento del fidanzamento. Questo, agli occhi di un gruppo, era una ragione sufficiente per l’ostilità del padre.

Quando le nature basse vivono (come quasi invariabilmente fanno) interamente nel presente, non ricevono tenerezza dal passato né avvertono le possibilità del futuro. Sono gli uomini e le donne eccezionali che ricordano la loro giovinezza.
E quindi, questi innamorati ricevettero una quantità quasi uguale di simpatia e condanna; e solo lentamente, in parte attraverso la loro calma fedeltà e pazienza, e in parte attraverso il miglioramento delle circostanze mondane di John Vincent, l’equilibrio cambiò. Il vecchio Reuben rimase un despota implacabile fino all’ultimo: se qualche dolcezza arrendevole toccava il suo cuore, la nascondeva severamente; e una tale deduzione si può trarre dal fatto che lui, certamente sapendo cosa sarebbe accaduto dopo la sua morte, lasciò in eredità a sua figlia la quota di beni che le spettava, ed era tutto ciò che poteva essere considerato una forma di consenso.

Si sposarono: John, un uomo grave di mezza età, esposto alle intemperie e logorato da anni di duro lavoro e abnegazione, ma non ancora oltre il recupero di una seconda giovinezza più mite; e Phebe una donna triste e stanca, il calore del cui desiderio era esaurito e dalla quale la gioventù e le sue capitolazioni inimmaginabili di speranza e sentimento si erano allontanate per sempre.

Cominciarono la loro vita matrimoniale sotto l’ombra della morte dalla quale esso derivava; e quando, dopo una cerimonia in cui né la damigella d’onore né il l’amico più caro stavano al loro fianco, unirono le loro case divise, sembrava ai loro vicini che un marito e una moglie separati si fossero riuniti di nuovo, non che la relazione fosse nuova per entrambi.

John Vincent amava sua moglie con la tenerezza di un uomo innocente, ma tutta la sua tenerezza non poteva bastare a sollevare il peso della solita malinconia che si era accumulata su di lei. Delusione, attesa, desiderio, indulgenza nel lungo lamento e autocommiserazione, la coltivazione morbosa di fantasie infelici, tutto questo aveva fatto il suo lavoro su di lei, ed era troppo tardi per pensare ad una cura.

Nella notte lei si svegliava piangendo al fianco di lui, a causa degli anni in cui si era svegliata per piangere da sola; di giorno lei manteneva la sua vecchia abitudine di abbandonarsi ai presentimenti, anche se la sera confutava costantemente i pensieri del mattino; e c’erano momenti in cui, senza alcuna causa apparente, cadeva in uno stato d’animo cupo e disperato, che la più grande cura e abilità del marito poteva solo lentamente dissipare.

Passarono due o tre anni e una nuova vita arrivò alla fattoria Vincent. Un giorno, tra mezzanotte e l’alba, la coppia di famiglia fu raddoppiata; nella casa silenziosa si udì il grido di due gemelli. Il padre tenne a freno la sua felice meraviglia perché era preoccupato dal fatto che la vita della madre fosse in pericolo; immaginava che lei avesse previsto la morte, e ora era appesa a un filo così leggero che la semplice volontà di lei sarebbe bastata a spezzarlo.

Ma la sua volontà, fortunatamente, era debole quanto la sua coscienza; si allontanò gradualmente dal pericolo, accettando il ritornare delle forze con una passiva acquiescenza piuttosto che con gioia.

Era appena più pallida del suo solito, ma l’ombra in agguato sembrava svanita dai suoi occhi, e John Vincent sentiva che i suoi lineamenti avevano assunto una nuova espressione, il timbro vagamente percettibile di qualche cambiamento spirituale.

Fu un giorno felice per lui quando, appoggiati al petto e tenuti dolcemente dal suo braccio caldo e forte, i due gemelli furono portati a lei per la prima volta perché li tenesse in grembo. Due creature stralunate, dalla faccia scura, con pugni e piedi irrequieti, erano simili in ogni aspetto della loro grottesca animalità. Phebe mise una mano sotto la testa di ciascuno, e li guardò a lungo in silenzio.

“Perché questo?” disse infine afferrando uno stretto nastro rosa, che era legato al polso di uno dei due. “È il più anziano, certo,” rispose l’infermiera. “Solo una quindicina di minuti circa, ma in genere fa la differenza quando ai gemelli si deve dare il nome, e puoi vedere con i tuoi occhi che non c’è altro modo di distinguerli.”
“Togli il nastro, allora,” disse Phebe, in modo tranquillo; “Io li riconosco.”

“Perché, signora? Si è sempre fatto, quando sono così simili! E non sarò mai in grado di dire chi sia chi; perché dormono, si svegliano e si alimentano con gli stessi orari. E si potrebbe sbagliare, dopo tutto, nel chiamarli per nome …”

“Non c’è nessuno più vecchio o più giovane, John; sono due eppure sono uno solo, mio e tuo.”

“Non vedo alcuna differenza, Phebe”, disse John; “e come possiamo dividerli?” “Non li divideremo”, rispose lei; “Io penso che sia un segno.” Lei sorrise, per la prima volta in molti giorni: lui era contento di cuore, ma non la capì. “Come li chiameremo?” Chiese. “Elias e Reuben, come i nostri padri?”

“No, John: i loro nomi devono essere David e Jonathan.” E così li chiamarono. E crebbero, non meno ma più simili, passando attraverso le fasi della prima infanzia. Il nastro del primo nato era stato rimosso, e l’infermiera sarebbe stata distratta, se non fosse stato per l’istinto quasi miracoloso di Phebe. La prima si consolò con la speranza che la dentizione portasse una variazione alle due bocche identiche, ma no! Misero denti come se fossero stati un bambino solo. John, dopo dei tentativi disperati, che fallirono sempre nonostante i mal di testa che gli procuravano, rinviò l’idea di distinguere l’uno dall’altro, fino a quando non fossero stati sufficientemente grandi da sviluppare qualche dissimiglianza nel parlare, nel camminare o nelle abitudini. Tutti i problemi potevano essere evitati, se Phebe avesse acconsentito alla minima diversità nei loro vestiti; ma su questo lei fu dolcemente irremovibile.

“Non ancora”, fu la sua risposta a suo marito; e un giorno, quando lui manifestò un po’ di fastidio per la sua resistenza, si voltò verso di lui, tenendo un bambino su ogni ginocchio, e disse con una gravità che lo zittì da allora in poi: “John, non vedi che il nostro fardello è passato dentro di loro?” Non c’è alcun significato in questo, – che due bambini che sono uno solo in corpo e volto e natura, ci siano stati dati nel nostro tempo di vita, dopo una lunga delusione e tante difficoltà?

Le nostre vite sono state tenute separate, le loro erano unite prima nascessero e non oso orientarli in direzioni diverse, forse non so tutto ciò che il Signore intendeva dirci, nel mandarli, ma la sua mano qui c’è!” “Stavo solo pensando al loro bene” John rispose docilmente. “Se il loro destino è di crescere, ci deve essere un modo di riconoscerli l’uno dall’altro.”

“Non ne avranno bisogno, e anch’io penso solo a loro. Hanno preso la croce dal mio cuore, e io non distenderò nessuno sulla loro croce, mi sono riconciliata con la mia vita per mezzo di loro, John, sei stato molto paziente e buono con me, e ti cederò in tutte le cose tranne che in questo. Non credo che vivrò fino a vederli uomini adulti, eppure, mentre siamo insieme, sento chiaramente che cosa è giusto fare. Non puoi, solo una volta, avere un po’ di fede senza conoscenza, John?” “Ci proverò, Phebe”, disse. “Ad ogni modo, credo che i ragazzi appartengono a te più che a me.”

Il personaggio di Phebe Vincent era davvero cambiato. I suoi attacchi di sconforto semi-isterico non tornarono più; le sue cupe profezie cessarono. Era sempre seria e il disagio di tanti anni non svaniva mai completamente dalla sua faccia; ma lei almeno eseguiva ogni dovere della sua vita con una volontà tranquilla, e la sua casa divenne la dimora della pace; perché la contentezza passiva dura più a lungo della felicità espansiva.

David e Jonathan crebbero come un solo ragazzo: il gusto e il temperamento di uno si ripetevano nell’altro, anche come voce e caratteristiche. Dormendo o svegliandosi, addolorati o gioiosi, nello star bene o male, vivevano una sola vita, e sembrava così naturale per uno rispondere al nome dell’altro, che probabilmente avrebbero confuso le loro stesse identità, se non fosse stato per l’infallibile capacità di riconoscerli della madre.

Forse guidati inconsciamente da lei, forse attraverso l’azione volontaria della loro stessa natura, ognuno prendeva tranquillamente il posto dell’altro quando veniva chiamato, anche condividendo lodi o biasimo a scuola, e amicizie e liti sul campo di gioco. Erano ragazzi sani e felici, e John Vincent era solito dire ai suoi vicini: “Non creano più problemi di uno solo, eppure sono quattro mani anziché due”.

Phebe morì quando avevano quattordici anni, dicendo a loro, con quasi il suo ultimo respiro, “Siate uno, sempre!” Prima che suo marito potesse decidere se cambiare il suo piano di educazione domestica, stavano uscendo dall’infanzia, stavano cambiando voce, statura e carattere con una somiglianza continua che lo disorientava e quasi terrorizzava. Si procurò indumenti di diversi colori, ma erano abituati a indossare ogni articolo in comune, e il risultato era solo un misto di tinte per entrambi. Furono inviati in scuole diverse, per essere poi rimandati indietro il giorno seguente, ugualmente pallidi, sofferenti e incapaci di studiare.

Qualunque strumento fosse adoperato, lo sfuggivano con un istinto reciproco che rese inutili tutte le misure esterne.

Per John Vincent la loro somiglianza era una disgrazia accidentale, che era stata confermata dalla fantasia della madre. Sentiva che loro erano legati da un vincolo profondo e misterioso, che, in quanto avrebbe potuto interferire con tutti gli aspetti pratici della vita, avrebbe dovuto essere gradualmente indebolito.

Due corpi, per lui, implicavano due uomini distinti, ed era sbagliato permettere una dipendenza reciproca che impediva l’esercizio sia di una propria volontà separata che di una propria separata capacità di giudizio.

Ma, mentre stava pianificando e meditando, i ragazzi divennero giovani uomini, e lui era un vecchio. Vecchio e fiaccato prematuramente; poiché aveva lavorato molto, sopportato molto, e la sua grande corporatura conteneva solo una quantità moderata di forza vitale. Una grande stanchezza cadde su di lui, e le sue forze cominciarono a cedere, all’inizio lentamente, ma poi con un accelerato venir meno. Vide la fine arrivare, molto prima che i suoi figli lo sospettassero; il suo dubbio, per il loro bene, era l’unica cosa che gliela rendeva sgradita. Era “nella sua mente” (come direbbero i suoi vicini quaccheri) l’idea che avrebbe dovuto parlare con loro del futuro, e alla fine arrivò il momento giusto.

Era una tempestosa sera di novembre. Il vento e la pioggia turbinavano girando tra gli alberi all’esterno, ma il salotto della vecchia fattoria era luminoso e caldo. David e Jonathan, al tavolo, con le braccia sulle spalle e le ciocche brune mescolate insieme, leggevano lo stesso libro: il loro padre sedeva sull’antica sedia a dondolo davanti al fuoco, con i piedi su uno sgabello. La governante e l’uomo assoldato erano andati a letto e tutti erano in casa. John attese fino a quando non sentì il volume chiudersi e poi parlò.

“Ragazzi”, disse, “lasciatemi parlare un po’ con voi, non sembra che io non stia superando i miei malanni nel modo giusto, – non succederà mai, forse. Un uomo deve pensare alle cose mentre c’è tempo, e dirle quando devono essere dette. Non so perché sento una particolare necessità di fare presto nel mio caso, solo che non possiamo mai dirlo, da un giorno all’altro. Quando morirò tutto apparterrà a voi due, dividete e dividete in modo equo, sia per acquistare un’altra fattoria con i soldi ricavati, sia per dividere questa casa: non vi vincolerò in nessun modo, ma voi due avrete bisogno di due fattorie per due famiglie; perché non dovrete aspettare dodici anni, come vostra madre e me.

“Non vogliamo un’altra fattoria, padre!” dissero David e Jonathan insieme. “So che non la pensate così, ora. Una moglie mi sembrava abbastanza lontana da me, quando avevo la vostra età. Voi siete sempre stati contenti di stare l’uno con l’altro, ma questo non può durare. Era in parte l’idea di vostra madre; ricordo che disse che il nostro fardello era passato dentro di voi. Non ho mai capito bene che cosa intendesse, ma suppongo che debba piuttosto essere l’opposto di quello che abbiamo dovuto sopportare noi.”

I gemelli ascoltarono con attenzione senza fiatare mentre il loro padre, improvvisamente commosso dal passato, raccontò loro la storia del suo lungo fidanzamento. “E ora”, esclamò in conclusione, “potrebbe essere come mettere idee selvagge nelle vostre due teste, ma devo dirlo! Era lì che ho sbagliato, – sbagliato con lei e con me, – nell’aspettare! Non avevo il diritto di rovinare il meglio delle nostre vite; avrei dovuto andare audacemente, in pieno giorno, a casa di suo padre, prenderla per mano e condurla a diventare mia moglie. Ragazzi, se uno di voi arriverà ad amare veramente una donna, e lei ad amarlo, e non c’è ragione per cui Dio (non dico un uomo) dovrebbe separarvi, fate come avrei dovuto fare io, non come io ho fatto! E, forse, questo consiglio è la migliore eredità che posso lasciarvi.”

“Ma, padre”, disse David, parlando per entrambi, “non abbiamo mai pensato di sposarci.” “È abbastanza comprensibile”, rispose il padre, “quasi mai pensiamo a quello che sicuramente succederà. Ma per me, guardando indietro, è una cosa ovvia. E questo è il motivo per cui voglio che voi mi facciate una promessa, e solenne come se fossi sul mio letto di morte. Forse ci sarò presto”. Le lacrime si concentrarono negli occhi dei gemelli. “Che cosa c’è, padre?” Dissero entrambi. “Sarebbe una cosa da nulla per qualsiasi altra coppia di ragazzi, ma non so come la prendere. E se vi chiedessi di vivere separati per un po’?” “O padre! gridarono insieme, con la guancia che premeva la guancia e la mano che stringeva la mano, mentre diventava bianca e tremante, John Vincent, guardando nel fuoco, non vedeva i loro volti, o il suo proposito avrebbe vacillato.

“Non dico ora”, continuò. “Tra un po’, quando … beh, quando sarò morto. E intendo solo un inizio, per aiutarvi verso ciò che deve succedere. Solo un mese; non voglio sembrarvi duro; ma questo è poco, in tutta coscienza. Datemi la vostra parola: rispondete: “Per amore di vostra madre!” Ci fu una lunga pausa, poi David e Jonathan dissero, con voce bassa e vacillante, “Per amore di nostra madre madre, lo prometto.” “Ricordatevi che eravate solo ragazzi per lei. Lei avrebbe potuto far sembrare tutto questo più semplice, perché le donne hanno ragioni per cose a cui nessun uomo può dare risposta. Ricordatevi, entro un anno dopo che me ne sarò andato!” Si alzò e uscì barcollando dalla stanza.

I gemelli si guardarono l’un l’altro: David disse: “Dobbiamo?” E Jonathan, “Come possiamo?” Allora entrambi pensarono: “Potrebbe volerci ancora un bel po’”. In questo trovavano un conforto nel presente, e ciascuno sembrava tenersi saldamente questa idea tenendo strettamente la mano dell’altro, mentre si addormentavano fianco a fianco. La prova era più vicina di quanto loro immaginavano: il loro padre morì prima che l’inverno fosse finito, la fattoria e le altre proprietà passarono a loro, e avrebbero potuto permettere alla vita di risolvere i suoi misteri mentre andava avanti, se non fosse stato per la loro promessa al morto. Quella promessa doveva essere compiuta e poi una cosa era certa: non si sarebbero mai più separati.

“Prima è, meglio è”, disse David. “Sarà la visita a nostro zio e ai cugini dell’Indiana, tu verrai con me fino ad Harrisburg, potrebbe essere più facile separarci lì che qui. E i nostri nuovi vicini, i Bradley, vorranno il tuo aiuto per un giorno o due, dopo che sarai tornato a casa.”

“È meno della morte”, rispose Jonathan, “e perché dovrebbe sembrare di più? Dobbiamo pensare a nostro padre e nostra madre e a tutti quei dodici anni; ora so qual era il fardello.” “E non ce ne siamo mai caricati nemmeno una parte! Nostro padre doveva aver ragione nel costringerci a promettere.”

Ogni giorno la discussione riprendeva, e sempre con la stessa conclusione. La familiarità con l’inevitabile passo diede loro un po’ più di coraggio, tuttavia, quando il momento arrivò e passò, quando, accelerando su treni che andavano in direzioni opposte, le colline e le valli si moltiplicavano tra di loro con terribile velocità, una fitta come la morte spaccò cuore di ciascuno di loro, e la vita divisa diventò un sogno gelido e opprimente.

Durante la separazione non si scambiarono lettere. Quando i vicini chiedevano a Jonathan notizie di suo fratello, lui rispondeva sempre: “Sta bene”, e evitava ulteriori discorsi con tale evidenza di dolore che preferivano risparmiarglielo. Un’ora prima che il mese si concludesse, si incamminò da solo, prendendo la strada per la stazione ferroviaria più vicina. Uno sconosciuto che lo superò all’ingresso di un fitto bosco, a tre miglia da casa, rimase sconvolto dall’avere incontrato la stessa persona poco dopo essere entrato nel bosco dall’altra parte; ma i contadini nei campi vicini videro due figure uscire dall’ombra, mano nella mano.

Ciascuno dei due venne a sapere come l’altro aveva trascorso il mese, prima che dormissero, e l’ultima cosa che Jonathan disse, con la testa sulla spalla di David, fu: “Devi conoscere i nostri vicini, i Bradley e soprattutto Ruth.” Al mattino, mentre si vestivano, prendendo gli abiti a caso, come di consueto, Jonathan di nuovo disse: “Non ho mai visto una ragazza che mi piaccia così tanto come Ruth Bradley. Ti ricordi che cosa ci ha detto nostro padre sull’amare e lo sposarsi? Mi viene in mente ogni volta che vedo Ruth; ma lei non ha una sorella.” “Ma non c’è bisogno che ci sposiamo entrambi”, replicò David, “questo potrebbe dividerci, ma non succederà. È per sempre, adesso.” “Per sempre, David.”

Due o tre giorni dopo Jonathan disse, mentre iniziava una commissione al villaggio: “Mi fermerò dai Bradley questa sera, quindi devi venire e devi incontrarmi lì.”

Quando David si avvicinò alla casa, una figura snella, da ragazza, con la schiena rivolta verso di lui, stava chinandosi su un cespuglio di grandi rose cremisi, tagliando cautamente un fiore qua e là. Allo scatto del chiavistello, cominciò a girarsi verso di lui. Il suo leggero cappellino di percalle, che ricadeva all’indietro, rivelò un lungo viso ovale, biondo e delicato, occhi marroni dolci e capelli castani ricadenti sulle tempie. Una morbida vampata le si accese all’improvviso sulle guance, e lui sentì che anche le sue bruciavano. “O Jonathan!” Esclamò, trasferendo le rose alla sua mano sinistra e porgendo la destra, mentre si faceva avanti. Era troppo abituato al nome per riconoscere immediatamente l’errore di lei, “Ruth!” Gli venne naturalmente alle labbra. “Dovrei capire che tuo fratello David è venuto”, disse poi; “anche se non ne avessi avuto notizia, sei così raggiante, come sono felice!” “Non è qui?” Chiese David. “No, ma eccolo lì, sicuramente!” Si voltò verso il viale, dove Jonathan stava scendendo da cavallo. “Ma sei di nuovo tu, Jonathan!”

Mentre si avvicinavano, i gemelli si scambiarono uno sguardo, e un trasferimento segreto della frusta da sella a David chiarì la loro identità agli occhi di Ruth, i cui modi nei confronti di quest’ultimo fi fecero innocentemente più timidi pur nella loro cordialità, mentre il suo discorso franco e familiare era rivolto a Jonathan, come era giusto. Ma anche David prese Ruth con sé, e quando se ne andarono, Ruth aveva apparentemente dimenticato che c’era una differenza nella durata della loro conoscenza. Mentre facevano la strada verso casa David disse: “Papà aveva ragione, noi dobbiamo sposarci, come gli altri, e Ruth è la moglie per noi, intendo per te, Jonathan, sì, dobbiamo imparare a dire mio e tuo, dopo tutto, quando parliamo di lei.” “Perfino lei non può separarci, a quanto pare”, rispose Jonathan. “Dobbiamo darle qualche segno, e questo sarà anche un segno per gli altri: sembrerà strano dividerci, non potremo mai impararlo correttamente a fare una cosa simile, piuttosto non pensiamo al matrimonio!”

“Non possiamo fare a meno di pensarci; ora lei è nel ruolo di nostra madre, come noi siamo nel ruolo di nostro padre.” Poi entrambi divennero silenziosi e pensierosi. Sentivano che qualcosa minacciava di disturbare quella che sembrava essere l’unica vita possibile per loro, ma non erano in grado di distinguerne le caratteristiche, e quindi erano impotente a resistergli. Lo stesso istinto che era nato dalla loro meravigliosa somiglianza spirituale disse loro che Ruth Bradley amava già Jonathan: il dovere era stabilito, e loro dovevano conformare le loro vite ad esso. C’era, tuttavia, questa leggera differenza tra le loro nature, che David era generalmente il primo a esprimere il pensiero che veniva in mente ad entrambi. Così quando disse: “Impareremo cosa fare quando ce ne sarà bisogno.” era un rimandare ogni presagio.

Andavano alla deriva soddisfatti verso il cambiamento imminente. I giorni passarono e le loro visite a Ruth Bradley continuarono, a volte Jonathan andò da solo, ma erano di solito insieme, e il legame che univa il tre divenne più caro e dolce perché sviluppato in stretta vicinanza, e Ruth imparò a distinguere tra i due quando erano di fronte a lei: almeno lo disse, ed loro erano disposti a crederci. Ma lei non era a conoscenza di quanto simile fosse il felice calore nel suo seno prodotto da entrambe le coppie di occhi grigio scuro e dal dolce mezzo sorriso che giocava intorno a entrambe le bocche, a loro sembrava che lei fosse attratta dal circolo mistico che li separava dagli altri, – lei sola, e loro non pensavano più ad una vita in cui lei non avrebbe dovuto condividere.

Poi il passo inevitabile fu fatto, Jonathan dichiarò il suo amore e fu esaudito. Ahimè! Quasi dimenticò David quella sera di fine estate, mentre sedevano al chiaro di luna, e più e più volte si davano assicurazioni reciproche di quanto ormai si volevano bene. Percepì il disagio nel cuore di David quando si incontrarono. “Ruth è nostra, e io ti porto il suo bacio”, disse, stringendo le labbra a quelle di David; ma le braccia intorno a lui tremavano, e David sussurrò: “Ora inizia il cambiamento”. “Oh, questo non può essere il nostro fardello!” Gridò Jonathan, con tutto il senso dell’estasi ancora caldo nel suo cuore. “Se lo è, sarà leggero o pesante o del tutto assente, secondo come lo sopporteremo”, rispose David, con un sorriso di tenerezza infinita. Per diversi giorni permise a Jonathan di visitare da solo la fattoria di Bradley, dicendo che doveva essere così, per il bene di Ruth. Il suo amore, dichiarò, doveva darle il buon istinto che solo la loro madre aveva mai posseduto, e lui doveva lasciargli il tempo di consolidarsi. Jonathan, tuttavia, insisteva nel dire che Ruth lo possedeva già; che stava cominciando a farsi domande sulla sua assenza e a temere che lei non sarebbe stata del tutto benvenuta in quella casa, che doveva sempre essere egualmente sua. David cedette subito. “Devi andare da solo”, disse Jonathan, “per convincerti che lei finalmente ci conosce.”

Ruth uscì dalla casa mentre lui si avvicinava. Aveva un volto raggiante: gli posò le mani sulle spalle e lo baciò. “Ora non puoi dubitare di me, Ruth!” Disse, gentilmente. “Dubitare di te, Jonathan?” Esclamò, con un affettuoso rimprovero nei suoi occhi. “Ma tu sembri turbato, c’è qualche problema?” “Stavo pensando a mio fratello”, disse David, in tono basso. “Dimmi cos’è,” disse lei, trascinandolo nel piccolo pergolato di caprifoglio vicino al cancello. Presero posto, fianco a fianco, sulla panchina rustica. “Lui pensa che potrei intromettermi tra voi: non è vero?” chiese lei. Solo una cosa era chiara alla mente di David, cioè che lei avrebbe sicuramente parlato più francamente e liberamente di lui al presunto Jonathan che al suo vero io. Questo una volta avrebbe permesso l’illusione. “Non più di quanto deve essere”, rispose. “Lui sapeva tutto, sin dall’inizio, ma siamo stati come una persona in due corpi, e ogni cambiamento sembra dividerci”. “Lo sento come lo senti tu”, disse Ruth, “non avrei mai acconsentito a essere vostra moglie, se potessi davvero dividervi, vi amo troppo per questo.” “Mi ami?” Chiese, dimenticando completamente il suo ruolo di sostituto. Di nuovo lo sguardo di rimprovero, che svanì quando lei incontrò i suoi occhi. Si gettò sul suo petto e gli diede baci ai quali fu risposto con uguale tenerezza. All’improvviso lui si coprì la faccia con le mani e scoppiò in un fiotto di lacrime: “Jonathan! O Jonathan!” Gridò lei, piangendo di allarme e affettuoso dolore. Passò molto tempo prima che lui potesse parlare; ma alla fine, voltando la testa, balbettò: “Io sono David!”

Ci fu un lungo silenzio. Quando alzò lo sguardo era seduta con le mani rigidamente strette in grembo: il suo viso era molto pallido. “Ecco, Ruth,” disse; “noi siamo un cuore e un’anima sola, potrebbe amare lui e non io? Non puoi decidere tra di noi, perché l’uno è l’altro.” Se ti avessi conosciuta prima, Jonathan sarebbe ora al mio posto. Che cosa ne segue, allora?” “Nessun matrimonio”, sussurrò lei. “No!” Rispose lui; “noi fratelli dobbiamo imparare ad essere due uomini invece di uno: in parte tu prenderai il mio posto con Jonathan, io devo vivere con metà della mia vita, a meno che non riesca a trovare, da qualche parte nel mondo, l’altra metà di te.” “Non posso separarvi David!” “Qualcosa di più forte di te o di me ci divide, Ruth. Se fosse la morte, dovremmo inchinarci alla volontà di Dio: beh, non può essere più lontano della morte o del giudizio. Non dire altro: lo schema di tutto ciò è stato tracciato molto tempo prima che nascessimo, e non possiamo fare altro che elaborarlo.”

“Si alzò e le si parò davanti. “Ricorda questo, Ruth,” disse; “Non c’è colpa in noi se ci amiamo l’un l’altro, Jonathan vedrà la verità sul mio viso quando ci incontreremo, e io parlo anche per lui. Non mi vedrete più fino al giorno del vostro matrimonio, e poi non più in seguito – ma sì! una volta, in un tempo lontano, quando mi riconoscerai come David, e mi darai ancora il bacio che hai dato oggi.” “Ah, dopo la morte!” pensò lei: “Li ho separati per sempre”. Stava per alzarsi, ma cadde sul sedile di nuovo, uno svenimento. Nello stesso momento Jonathan apparve al fianco di David. Nessuna parola fu detta. La spinsero un po’ in avanti e la sostennero tra di loro finché la brezza fresca non la riportò alla coscienza. Il primo sguardo di lei si posò sulle mani del fratello, che la stringevano; poi, guardando da uno all’altro, vide che le guance di entrambi erano bagnate. “Ora lasciatemi,” disse, “ma vieni domani, Jonathan!” Anche allora si voltò dall’uno all’altro con un’incertezza dolorosa e toccante e allungò le mani verso di loro in un addio.

Come quel povero cuore gemello lottava con se stesso è noto solo a Dio. Tutte le voci umane e, come credevano, anche la Voce Divina, comandavano la divisione della loro vita intrecciata. La sottomissione sarebbe sembrata più facile, avrebbero potuto assumere oneri uguali e simili; ma David non fu in grado di negare che il suo carico fosse troppo pesante. Per la prima volta i loro pensieri cominciarono a divergere. Alla fine David disse: “Per l’amore di mia madre, Jonathan, facciamo come avevamo promesso, lei ti ha sempre chiamato suo figlio, e per l’amor di Ruth, e l’ultimo consiglio di nostro padre: tutti loro mi dicono quello che devo fare”. Era come la lotta tra volontà e desiderio nella stessa creatura, e comunque non meno feroce o prolungata per il fatto che la qualità più morbida lasciava presagire la sua resa definitiva. Molto tempo dopo aver sentito che il passo era inevitabile, Jonathan cercò di rimandarlo, ma fu portato da tutte le influenze combinate sempre più vicino al momento. E finalmente arrivò il giorno del matrimonio. David sarebbe dovuto uscire di casa la sera stessa, dopo la cena in famiglia sotto il tetto di suo padre. Al mattino disse a Jonathan: “Non scriverò fino a quando non sentirò che sono diventato diverso da adesso, ma sarò sempre qui, in te, come tu sarai in me, ovunque. Ogni volta che mi vuoi, lo saprò lo so, e penso che saprò quando tornare.”

I cuori di tutta la gente si rivolsero verso di loro mentre si trovavano insieme nella piccola chiesa del villaggio. Entrambi erano calmi, ma molto pallidi e astratti nella loro espressione, eppure la loro meravigliosa somiglianza era ancora immutata. Gli occhi di Ruth erano rivolti in basso, quindi non potevano essere visti; lei tremò visibilmente, e la sua voce era appena udibile quando pronunciò il voto. Si sapeva solo nel vicinato che David avrebbe fatto un altro viaggio. La verità non poteva essere indovinata da persone le cui idee seguivano lo stretto giro delle loro esperienze; se fosse successo, probabilmente ci sarebbe stata più condanna che simpatia. Ma in un modo vago si sentiva la presenza di qualche elemento più profondo: la caduta di un’ombra, anche se l’ala protesa era invisibile. Molto al di sopra di loro e al di sopra dell’ombra, li guardava l’Infinita Pietà, che non fu negata a tre cuori quel giorno.

Era passato molto tempo, più di un anno, e Ruth stava cullando il suo primo figlio in petto, prima che arrivasse una lettera da David. Aveva vagato verso ovest, aveva acquistato alcune terre sulla linea esterna dell’insediamento e sembrava stesse conducendo una vita selvaggia e solitaria. “Adesso so”, scrisse, “quanto c’è da sopportare e come sopportarlo. Strani uomini si frappongono tra noi, ma tu non sei lontano quando sono da solo su queste pianure: c’è un posto dove posso sempre incontrarti e so che lo hai trovato, sotto il grande frassino vicino al granaio Penso di essere quasi sempre lì intorno al tramonto e nelle notti di luna piena, perché allora siamo più vicini insieme, e non dormo mai senza lasciarti metà della mia coperta.

Quando comincio a svegliarmi, sento sempre il tuo respiro, quindi noi non siamo mai separati per molto tempo, non so se potrò cambiare molto, non è facile, è come decidere di avere occhi e capelli colorati, e non posso che scottarmi al sole e portare una folta barba. Ma non siamo poi così infelici come temevamo di essere: nostra madre mi è apparsa l’altra notte, in un sogno, e ci ha messo in ginocchio. O, vieni da me, Jonathan, ma per un giorno! No, non mi troverai! Sto attraversando le pianure!”

E Jonathan e Ruth? Si amavano teneramente, non avevano nessun problema esterno, la loro casa era pacifica e pura, eppure ogni stanza, ogni scala e ogni sedia era infestata da un fantasma doloroso. Come disse un vicino dopo aver fatto loro visita, “Sembrava esserci qualcosa di perduto.” Ruth vide quanto costantemente e in modo inconsapevole Jonathan si girasse per vedere il proprio sentimento riflesso negli occhi assenti, come la sua mano cercasse un altro, anche mentre i suoi compagni stringevano le sue mani, come parole semi-pronunciate, di giorno e di notte, morissero sulle sue labbra, perché non potevano raggiungere l’orecchio gemello, lei non sapeva come succedesse, ma la sua stessa natura prese su di sé la stessa abitudine. Si sentiva come se ricevesse meno amore di quello che lei dava, – non da Jonathan, nel cui cuore intero, caldo e trasparente, nessun’altra donna aveva mai guardato, ma qualcosa che faceva parte di lei andava al di là di lui e non ritornava più. per entrambi la loro vita era come una di quelle coppe da prestigiatore, apparentemente piene di vino rosso, che è trattenuto dalle dalla falsa cavità del cristallo e non può raggiungere le labbra.

Nessuno dei due parlava di questo, nessuno dei due aveva il coraggio di parlare. Gli anni trascorsero nella loro lenta lunghezza, con rari e brevi messaggi di David. In casa c’erano tre bambini, e ancora la pace e l’abbondanza ponevano le loro insegne sui suoi architravi.

Ma alla fine Ruth, che stava diventando sempre più magra e pallida fin dalla nascita del suo primo figlio, si ammalò gravemente. Aveva ereditato la tendenza alla consunzione che ora si manifestava in una forma che lasciava prevedere anche troppo chiaramente l’esito. Dopo che il medico se ne fu andato, lasciandosi alle spalle il suo verdetto fatale, lei chiamò Jonathan, che, sconcertato dal dolore, si lasciò cadere in ginocchio accanto al suo letto e singhiozzò sul suo seno. “Non ti affliggere”, disse lei; “questa è la mia parte di carico: se ho preso troppo da te e da David, ora arriva l’espiazione. Molte cose mi sono diventate chiare. David aveva ragione quando diceva che non c’era colpa, ma il mio tempo è pure meno di quello che il dottore pensa: dov’è David? Non puoi dirgli di venire?” “Posso solo chiamarlo con il cuore”, rispose. “E mi sentirà ora, dopo quasi sette anni?” “Chiama, allora!” Gridò lei con foga. “Chiama con tutta la forza del tuo amore per lui e per me, e credo che ti sentirà!” Il sole stava proprio tramontando. Jonathan andò al grande frassino, dietro la stalla, cadde sulle sue ginocchia e si coprì la faccia, e la sensazione di un violento e amaro pianto riempì il suo cuore. Tutto il desiderio represso e frustrato, la mancanza, la fame, il dolore incessante degli anni, gli caddero addosso e si fusero in un’unica preghiera: “Vieni, David, o io muoio!”

Prima che il crepuscolo svanisse, mentre era ancora in ginocchio gli arrivò un braccio sulla spalla e il lieve tocco di un’altra guancia sulla sua. Durò a stento per lo spazio di un pensiero, ma riconobbe il segno. “David arriverà!” Disse a Ruth. Da quel giorno tutto cambiò. La nuvola di morte in arrivo che pendeva dalla casa si trasformò in lana d’oro. Tutta la vita perduta tornò sul viso di Jonathan, tutta la dolcezza inesauribile di Ruth si illuminò in una serena beatitudine. Erano passati mesi da quando David si era fatto sentire; non sapevano come raggiungerlo senza molto ritardo; eppure nessuno dei due si sognava di dubitare della sua venuta.

Due settimane passarono, tre, e non ci fu né una parola né un segno. Jonathan e Ruth pensarono: “È vicino” e un giorno Jonathan fu preso da una singolare agitazione. Ruth lo vide, ma non disse nulla finché non venne la notte, quando dal suo capezzale invitò Jonathan ad andare, con le parole: “Vai e incontralo!” Un’ora dopo udì un doppio rumore di passi sul marciapiede di pietra di fronte alla casa. Arrivarono lentamente alla porta, che si aprì; li sentì lungo il corridoio e mentre salvano le scale; poi la lampada da camera le mostrò i due volti, brillanti di una sola gioia indicibile. Un fratello si fermò ai piedi del letto; l’altro si avvicinò e si chinò su di lei. Lei strinse le sue mani sottili intorno al suo collo, lo baciò affettuosamente e gridò: “Caro, caro David!” “Cara Ruth” disse lui, “sono venuto il più presto possibile, ero lontano, tra montagne selvagge, quando sentii che Jonathan mi stava chiamando, sapevo che dovevo tornare, per non lasciarvi mai più, e c’era ancora un po’ di lavoro da finire. Ora vivremo tutti di nuovo!” “Sì”, disse Jonathan, avvicinandosi a lei dall’altra parte, “prova a vivere, Ruth!” La sua voce divenne chiara, forte e piena di autorità. “Vivo come non ho mai vissuto, porterò tutta la vita con me quando andrò ad aspettare quell’unica anima, che io troverò lì! Il nostro amore unisce, non divide, da quest’ora!”

Le poche settimane che ancora le rimanevano furono un periodo di pace quasi sovrumana. Sbiadì lentamente e senza dolore, ricevendo l’amore uguale dei cuori gemelli e dando loro un’eguale tenerezza e gratitudine. Quindi, per prima cosa, vide il bisogno misterioso che li univa, la pienezza e la gioia con cui ciascuno si completava nell’altro. Tutto il passato imperfetto era illuminato, e la fine, anche quella ora così vicina, era molto buona.

Ogni pomeriggio la portavano su una sedia imbottita sulla veranda, dove poteva godersi la quiete del paesaggio assolato, la presenza dei fratelli seduti ai suoi piedi, e i giochi dei suoi figli sull’erba. Così, un giorno, mentre David e Jonathan le tenevano le mani e aspettavano che lei si svegliasse da un sonno felice, lei se ne andò davanti a loro, e, prima che indovinassero la verità, lei stava aspettando la loro unica anima nella terra sconosciuta.

E i figli di Jonathan, che ora stanno diventando uomini e donne, chiamano anche David “papà”. I segni lasciati dalle loro vite divise sono scomparsi da tempo dalle loro facce; ormai uomini di mezza età, i cui capelli stanno diventando grigi, camminano ancora mano nella mano, dormono ancora sullo stesso cuscino, hanno ancora il loro guardaroba comune, come quando erano ragazzi. Parlano della “nostra Ruth” senza tristezza, perché credono che la morte li farà diventare uno, quando, nello stesso momento, chiamerà entrambi. E noi che li conosciamo, a cui loro hanno confidato il commovente mistero della loro natura, lo crediamo anche noi.

Bayard Taylor.

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IMPARARE.

Qui mi è venuta dalla calma della Natura,
Da anni di gioia e tristezza sfumata,
Nascosta in ogni preghiera e salmo,
Una rivelazione di contenuto.
Una lezione da ogni uccello e fiore,
Dalla vita comune e dagli uomini comuni,
Per insegnare gli usi dell’ora,
L’armonia di “adesso” e “allora”.
Ha ordinato che il mio antico dolore cessasse,
E ha insegnato alle mie labbra ostinate a dire:
“Era mio amico, i miei anni aumentano,
Lui è morto prima che i suoi capelli fossero grigi.

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UN GAY SPOSATO NON IN CRISI

Ciao Project,

ti ringrazio per la tua ultima mail che non mi aspettavo e che mi ha fatto molto piacere. Viviamo in paesi diversi, siamo di età diverse, ma alla fine riusciamo a capirci abbastanza bene. Forse il fatto che sei veramente lontanissimo da qui mi permette di esprimermi più liberamente. Mi colpisce il fatto che in teoria avremmo dovuto parlare soprattutto se non soltanto di sesso e invece siamo finiti a parlare di lavoro, di prospettive per il futuro e di mille altre cose. Per un gay sposato di 36 anni come me, è molto importante riuscire ad avere un amico con cui parlare liberamente senza sentirsi giudicato. Già la condizione dei gay è complicata perché l’aggressività della gente è forte, ma un gay sposato, almeno qui dove io vivo, è considerato un mostro, un caso patologico, uno che non può essere in nessun caso né un buon marito né un buon padre. Tu conosci già la mia storia e sai che sono stato particolarmente fortunato perché ho con mia moglie un dialogo vero, lei sa tutto di me e mi vuole bene, e anche io le voglio bene. Un tempo mi chiedevo spesso se per caso io non fossi bisessuale piuttosto che gay, perché voglio bene a mia moglie e posso anche avere rapporti sessuali con lei, poi sono arrivato alla conclusione che le voglio bene perché è una brava ragazza che mi vuole bene veramente e che, quando e ho detto quello che pensavo, mi ha aiutato ad essere quello che veramente sono. Lei non mi ha dato nessuna colpa e mi ha detto che ero un ottimo papà e che mi voleva bene senza condizioni. Puoi capire che dopo mesi di esitazioni, sentirmi fare un discorso simile mi ha messo in una condizione di euforia incredibile. Però scambiare qualche mail con te mi permette di capire tante altre cose e di superare tanti problemi o falsi problemi che mi sono portato appresso per anni, come per esempio i sensi di colpa per il matrimonio e l’idea di aver rovinato la vita di mia moglie e poi ho cominciato a mettere a fuoco il problema del rapporto tra affettività e sessualità e a capire quali possono essere le vere paure che mia moglie si porta dentro e delle quali non mi parla. Ho anche capito meglio come mia moglie possa considerare la mia situazione e la sua possibile evoluzione nel futuro. Ti dico onestamente che all’inizio non avevo dato molto peso al fatto che se avessi avuto rapporti sessuali con uomini senza una protezione adeguata non avrei messo a rischio solo me stesso ma anche lei. In pratica ho capito che devo essere sempre molto attento alla prevenzione. Fino a poco tempo fa mi ritornava spesso in mente l’idea di “provare” con un uomo, poi mi hai fatto capire che quello che conta è creare un rapporto affettivo vero, che possa durare nel tempo, con o senza sesso, e mi sono reso conto che posso aver desiderato sessualmente un ragazzo ma non mi sono mai innamorato di un ragazzo. Forse mi servirebbe avere amici gay per poter essere me stesso senza imbarazzo. Mi viene in mente una cosa che ti potrà sembrare strana, adesso mi sento molto meno condizionato nella masturbazione. I primi tempi la prendevo come un vero tradimento di mia moglie, mi dicevo che in fondo avevo già distrutto il matrimonio, poi, parlando con te, ho visto le cose in una luce del tutto diversa. Sono rimasto stupito quando mi hai detto che potevo parlarne a mia moglie, perché non avevo mai considerato possibile una cosa simile. Il giorno appresso mi sono fatto coraggio e ne ho parlato con lei che mi da detto che si sarebbe stupita forse del contrario e che non si riteneva assolutamente tradita o offesa dal fatto che io mi masturbassi pensando ai ragazzi. Project, ma perché non mi sono mai innamorato di un ragazzo? Fantasie sessuali sui ragazzi ne ho fatte eccome ma non mi sono mai innamorato di un ragazzo. Forse sono meno gay di quanto io creda di essere, o forse non ho ancora trovato il ragazzo giusto, e poi perché ho contattato te, che stai lontanissimo da qui e che probabilmente non conoscerò mai di persona, per poter parlare liberamente di queste cose? Sarebbe stato più facile cercare un ragazzo gay qui, ma io non l’ho fatto e ho cercato di mettermi al sicuro evitando scupolosamente ogni rischio di outing. Forse una ragione profonda per cui amo mia moglie è che lei sa tutto, ma non ha raccontato nulla a nessuno, nemmeno ai suoi genitori o alla sorella, lei ha fatto squadra con me e con nessun altro e questo mi rassicura. Io continuo a dormire con mia moglie nel letto matrimoniale e la cosa non mi imbarazza affatto e penso che non imbarazzi nemmeno lei perché tra noi qualche momento di intimità, al limite anche sessuale, c’è lo sesso, cioè lei non mi rifiuta e la cosa mi sembra al limite dell’incredibile. La nostra vita, ora, è tutta con centrata su nostro figlio Matteo che ha compiuto da poco due anni. Quando non lavoro il pomeriggio sto a casa con Matteo e giochiamo insieme, mi butto per terra, lo prendo a cavalluccio e lo vedo contento. Mia moglie ogni tanto viene nella stanza e vede tutto questo movimento e penso che ne sia contenta, poi entra anche lei in scena, si butta anche lei sul tappetto e giochiamo in tre. Due mesi fa Matteo non è stato bene e in quell’occasione ho trovato con mia moglie un momento di sintonia totale, ci siamo guardati negli occhi, senza dire nulla, lei è andata a vestire Matteo e io sono andato a prendere la macchina e lo abbiamo portato al pronto soccorso pediatrico. Lo hanno visitato e ci hanno rimandati a casa, con l’indicazione di una terapia da seguire, cosa che abbiamo fatto con la massima attenzione e Matteo è guarito del tutto in tre giorni. Vedi, Project, io con mia moglie sento di formare veramente una famiglia, so che non mi verrà mai meno, e non mi è venuta meno nemmeno quando ha saputo delle mie fantasie gay! Con un uomo potrebbe accadere qualcosa di simile? Francamente credo di no! Non che io creda che la cosa sia impossibile in generale, ma io credo che sarebbe impossibile nel mio caso, perché io una famiglia già ce l’ho e la sento mia, cioè non la metterei in crisi per nessuna ragione. Con mia moglie abbiamo fatto anche un ragionamento che non avrei mai immaginato, lei mi ha chiesto: “Ma tu pensi che si potrebbe avere un secondo figlio?” e io le ho risposto: “Certo!” Lei mi ha sorriso e ha detto: “Oh, aspettiamo che Matteo abbia tre anni!” Quindi anche mia moglie non considera la nostra come una famiglia in crisi e in realtà non lo è. Le mia fantasie gay non sono distruttive e mia moglie se ne rende conto. So bene che si tratta di una condizione più unica che rara, perché nelle storie dei gay sposati ho letto cose terribili sulle lotte con le mogli per l’affidamento dei figli. In pratica tutti davano per scontata la separazione e poi il divorzio e intendevano costruire una famiglia gay, cioè per loro essere gay era incompatibile con il loro matrimonio etero. E questo valeva anche in presenza di figli, cosa che a me sembra veramente inconcepibile. Però va pure detto che avevano mogli con le quali avevano rapporti solo formali e patrimoniali. Una cosa ancora devo dire di mia moglie: tra me e lei non abbiamo mai, e dico proprio mai, parlato di denaro e certamente non navighiamo nell’oro. Se una spesa la fa lei io so per certo che non si sarebbe potuto fare meglio. Penso sia anche per questo che l’idea del divorzio non mi è proprio mai venuta in mente. Chissà, forse mi basta avere un amico gay oltre oceano! Sono realmente gay? Da tutto quello che ti ho scritto potresti arrivare a dubitarne, ma io credo di esserlo. Faccio pochissimo uso di pornografia, mentre mi piacciono moltissimo i film gay in cui domina la tenerezza, perché è in fondo che quello che vorrei anche io. Chissà come sarebbe un vero rapporto di coppia con un uomo, ci penso spesso ma non riesco ad immaginarlo. Un gay riuscirebbe ad accettare l’idea che io continui a vivere con mia moglie compresa qualche tenerezza? E mi chiedo anche se mia moglie, nel caso io mi trovassi veramente un compagno, continuerebbe a dimostrare tutta l’apertura mentale che dimostra adesso che non ho nessun compagno. Il suo atteggiamento resisterebbe alla prova della realtà? Sarebbe comunque per lei una prova terribile. Adesso sono un gay (perché sono gay, anche se più sessualmente che affettivamente) che vive da etero ma non vive male, sono un individuo anomalo sia come etero che come gay. Ho parlato di te anche con mia moglie e le ho fatto leggere le tue mail, devo dire che le sono piaciute molto, dice che si vede che “ti intendi anche di donne!” Adesso ti lascio, Project, perché sento che Matteo si è svegliato e ha bisogno del suo papà.

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GAY E RELAZIONI ETERO

Vorrei passare ora ad esplorare un altro lato della questione “gay sposati” e cioè vorrei cercare di illustrare come le donne innamorate consapevolmente di ragazzi gay cercano di far fronte alla situazione.

Riporto qui di seguito, previa approvazione dell’autrice, una mail di una donna che si è resa conto che il suo ragazzo ha dei comportamenti che non sono quelli tipici dei ragazzi etero.

“Ti scrivo perché ho bisogno di chiarirmi un po’ le idee, o forse perché ho bisogno di parlare con qualcuno. Sono una ragazza di 25 anni e mi sono innamorata di un ragazzo di un anno più grande di me. È un ragazzo molto bello e anche molto dolce. Io prima ero stata con altri ragazzi ma un po’ boriosi e pieni di sé e certe volte mi facevano venire i nervi, pensavo che con tipi del genere non sarei mai andata d’accordo, poi ho trovato lui ed è stata una cosa completamente diversa, mi ascoltava, parlavamo molto, si comportava in modo diverso dagli altri ragazzi, mi trattava da amica, non ci provava con me e anche se ti sembrerà assurdo, la cosa mi piaceva moltissimo. Siamo diventati amici intimi, diciamo così, tante coccole qualche bacetto ma di tenerezza, non di passione, quasi non mi sembrava vero. Lui non parlava mai di sé ma lasciava parlare sempre me, a questa cosa all’inizio non avevo fatto caso. Ci vedevano ogni giorno ma non sapevo se avesse una ragazza (evidentemente no)  o se ne avesse avuta una prima, sembrava che questi argomenti non esistessero. Poi ho cercato di fare io il primo passo per disinibirlo un po’, l’espressione non mi piace ma, insomma, per me non era solo un’amicizia, e lì ho visto la sua paura, mi sono fatta due conti e ho pensato che potesse essere gay ma a lui non ho detto nulla. Col passare dei mesi ci siamo conosciuti sempre meglio e gli ho addirittura proposto di andare a vivere insieme, e alla fine mi ha detto che era gay. Io, stupidamente, gli ho risposto che per me non faceva nessuna differenza e che si poteva vivere insieme lo stesso, perché io volevo stare con lui comunque, ma lui mi ha guardato e mi ha detto: “Silvia, non ti arrabbiare, ma un gay può stare bene solo con un ragazzo.” Dopo questo discorso mi sono sentita molto ridimensionata, avrei voluto staccarmi da lui perché interpretavo quello che mi aveva detto come un rifiuto, ma non ci riuscivo, insistevo per vederlo, per consolarlo quando era malinconico ma lui si chiudeva sempre di più. Ho saputo da altre persone che probabilmente si è trovato un ragazzo ma ormai non lo vedo da tempo e mi sono rassegnata all’idea di non sentirlo più. Dopo aver vissuto la storia con lui, penso che non riuscirò più a innamorarmi di un altro ragazzo, sono stupida, lo so, non ha senso innamorarsi di uno che non ti vuole perché è gay, però a me è successo. Tu pensi che per me un qualche rapporto con lui sia recuperabile, dico solo come amica, ovviamente, o pensi che preferisca proprio stare alla larga? Per me se ha un compagno va benissimo, la cosa non mi creerebbe nessun problema, ma forse sto continuando a sognare come una stupida, mi sa che non ho capito bene che tipo di rapporti un gay può tenere con una donna, cioè l’ho capito ma non lo voglio capire, mi sa che la vedo ancora in modo troppo etero per poter andare d’accordo con lui.”

Questa è una mail tipica di una donna innamorata ma matura e consapevole della realtà. La storia con il ragazzo gay è finita e lei si rende conto che quel ragazzo non potrà mai essere il suo ragazzo. Gli vuole ancora bene ma capisce che in nome di quel bene non ha alcun senso rivendicare un ruolo che non venga da sé in modo spontaneo e condiviso. Se il ragazzo si allontana significa che deve andare per la sua strada e non ha senso cercare di trattenerlo. In fondo in questa storia il ragazzo non “illude” mai la ragazza, non passa oggettivamente i confini di una semplice anche se profonda amicizia, tiene cioè un comportamento che non favorisce i fraintendimenti.

La mail che segue è di un tenore completamente diverso ma è forse più interessante soprattutto per il diverso modo di agire del ragazzo che, volontariamente e colpevolmente, induce la ragazza in errore e provoca alla fine la sua reazione risentita.

“Bella gente i gay! Lo dico molto ironicamente! Ma che te lo dico a fare? Tanto tu sei convinto che sono tutti bravi ragazzi. Non è vero che sono solo i ragazzi etero che prendono in giro le ragazze, i gay fanno molto peggio e io, purtroppo, ci sono incappata in pieno. Uscivo da una storiaccia con uno str..o che mi piaceva molto fisicamente ma che era proprio grossolano e nello stesso tempo immaturo, insomma uno str..o! Ero nera. Vado una volta in disco con la mia comitiva e lì mi presentano Marco, neanche mi piace, mi sembra scipito, quell’altro era grezzo ma Marco mi sembrava addirittura un po’ viscido, non mi ispirava nemmeno a livello sessuale, e io quanto a ragazzi non ci vado tanto per il sottile. In pratica mi è del tutto indifferente, o anche meno, però mi accorgo che mi tiene d’occhio, quando cerco di guardalo negli occhi gira lo sguardo, ma continua ad osservarmi. Io mi chiedo “Ma questo che cavolo vuole?” mi decido e glielo chiedo. Mi risponde solo: “Sei carina!” Tu sai com’è, una cosa del genere a una ragazza fa piacere, e allora gli dico: “Sei carino pure tu!“ però così, solo per complimento, perché non mi attizzava proprio, poi abbiamo ballato e in pratica io mi sono persa il mio gruppo e ho passato la serata con lui che stava in discoteca da solo! Proprio così! Io con la mia solita logica generica ho pensato che se uno va in disco da solo vuol dire che va a caccia di ragazze e lui, in effetti, mi stava facendo la corte. La settimana appresso abbiamo continuato a sentirci e a scambiarci messaggini. Visto di giorno, alla luce del sole era meno viscido di come sembrava al buio della disco, non era un granché, un po’ troppo grassottello, paffuto va’,  però, insomma, si poteva pure fare. Dopo qualche giorno mi sono stufata di questo ragazzo e non l’ho chiamato più, ma lui continuava a farsi sentire a mandarmi messaggini da mezzo innamorato, mi provocava dicendomi che lo avevo colpito molto, che pensava spesso a me e tante altre cose del genere, io però non ero proprio interessata e non rispondevo, o forse solo raramente e solo per educazione, ma cercavo di tenermi molto sul neutro. Una sera mi chiama e mi dice che sta malissimo e che ha assolutamente bisogno di parlarmi di una cosa importantissima. Io gli dico che se deve sfogarsi lo può fare con un amico e con uno psicologo, ma lui insiste, la mette giù pesante ma non mi dice di che si tratta, alla fine non ce la faccio più, mi sfianca a forza di insistere e gli dico: “Ok, ci vediamo domani.” Insiste per vederci subito, ma gli dico che è tardi e che non saprei che cosa dire a mia madre e allora dice che va bene anche l’indomani. La sera appresso ci vediamo e ce ne andiamo a parlare in macchina. Mi aspetto un discorso chiaro e diretto ma comincia a parlare di cose generiche, non riesco a capire dove possa andare a parare, gli chiedo esplicitamente perché mi voleva parlare ma invece di rispondere insiste con le chiacchiere generiche. Gli chiedo: “Ma mi stai prendendo in giro?” Confesso che ho pensato che potesse magari essere uno col cervello un po’ bacato. Mi stavano proprio venendo i nervi, gli ho chiesto: “Che vuoi da me?” e lui mi ha preso la mano, allora gli ho detto: “Mi sa che ho capito! Ma tu non sei il mio tipo…” e lì il contatto tra noi ha preso un’altra piega e ci siamo baciati, cioè è stato lui a baciarmi, non mi piaceva nemmeno troppo però ci sono stata. Quando ci siamo staccati mi ha detto: “Pensi che ci si potrebbe mettere insieme?” Gli ho risposto: “Non lo so.” Lui mi ha detto: “Sei la prima ragazza di cui mi innamoro veramente.” Io l’ho preso come un complimento. Dopo un paio di giorni siamo passati a fare un po’ di sesso, cioè solo a toccarci perché lui ci andava piano. Aveva un modo di fare tutto suo, direi soprattutto contemplativo. Mi diceva che ero bellissima cosa che non è vera perché sono una ragazza molto ordinaria ma lui mi guardava con ammirazione, mi accarezzava, però non prendeva le iniziative che in genere prendono i ragazzi. Comunque ci siamo messi insieme. In genere i ragazzi tendono a stare alla larga dalla famiglia della ragazza, lui no! Voleva conoscere mia madre, mio padre, voleva venire a casa mia, un po’ come si faceva una volta quando c’era il fidanzamento ufficiale. È venuto a casa mia parecchie volte, i miei lo hanno invitato spesso a pranzo e io sono andata dai suoi, in pochi mesi eravamo diventati due fidanzatini ideali. Tutto sommato a me non dispiaceva, lui era serio, non faceva il galletto con le altre ragazze, stava finendo gli studi e si sarebbe trovato una ottima posizione sociale, anche se queste cose interessavano più a mio padre che a me. Dopo un anno di questa specie di fidanzamento in cui tra noi eravamo arrivati anche ad avere rapporti sessuali, sempre e solo su mia iniziativa e insistenza, finalmente comincia  parlare di matrimonio. I miei erano contenti e pure io, tutto sommato. Andavamo sempre in giro insieme con gli amici il sabato pomeriggio ed eravamo ormai un coppia a prova di bomba. Un giorno mi dice che purtroppo deve partire perché ha una zia che sta molto male e che non potrà venire con me il sabato successivo, io gli dico che va bene e non ci faccio proprio caso. Il sabato, siccome nella mia comitiva c’era un ragazzo gay, questo propone di andare in una disco gay ma di quelle dove possono andare tutti per divertirsi un po’, si decide e si va. Io mi sento come un pesce fuor d’acqua in quell’ambiente e non vado a ballare ma mi siedo un po’ defilata con due amici di vecchia data. A un certo punto ho l’impressione di vedere Marco sulla pista che balla con un altro ragazzo, le luci sono infernali ed è difficilissimo riconoscere le persone, ma in mezzo ai flash mi pare proprio che sia lui, resto sconvolta, ma non sono sicura e d’altra parte c’è troppa gente e troppo fumo per vedere bene tenendosi a distanza, e certamente non mi sarei mai avvicinata al punto di rischiare di essere riconosciuta. Dico ai miei amici che fa troppo caldo e che devo uscire un po’. La disco è praticamente in campagna e intorno c’è un grande parcheggio per i clienti. Esco, mi metto a girare nel parcheggio e la macchina di Marco sta lì. Mi sono sentita bollire di rabbia! Sono rientrata, ho detto ai miei amici che mi ero stufata e che me ne volevo andare e ce ne siamo andati tutti e quattro. Loro non avevano intuito nulla e non avevano assolutamente visto che Marco stava lì. L’indomani mattina Marco mi manda il solito sms di buongiorno, gli rispondo chiedendo come sta la zia e mi dice che “sta meglio”. Beh, non ci ho visto più! Gli ho risposto: “Ti ho visto dove sei stato veramente ieri sera. Sparisci dalla circolazione perché se mi compari davanti ti cavo gli occhi!” Lui nonostante tutto ha continuato a dire bugie e ad accusare me di omofobia! Io non gli ho più risposto e la storia è finita così. Non ti dico i casini a casa, ai miei non ho potuto raccontare quello che era successo, altrimenti sarei passata per stupida tutta la vita, quindi i miei hanno dato tutta la colpa a me perché: “era un bravissimo ragazzo, ecc. ecc.” Ecco questo è quello che ha fatto a me un ragazzo gay! Vediamo se tu hai il coraggio di pubblicare una mail simile! Comunque con ce l’ho con te, è ovvio, ma non immagini a che livello di viscido possa arrivare un gay che ti deve usare come donna dello schermo, è proprio un modo di fare odioso!”

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STORIA DI UN GAY SPOSATO

Ciao Project, ho avuto ieri sera il piacere di parlare con te, era la prima volta che parlavo con uno che sapevo con certezza essere gay ed è stato tutto molto più facile del previsto. La conversazione è stata agevole, si potrebbe dire una normale chiacchierata, anche se gli argomenti non erano affatto comuni, almeno per me, perché a quasi 40 anni, avevo ancora idee piuttosto preconcette sui gay. Per un uomo sposato e divorziato, per fortuna senza figli, con una, chiamiamola così, tradizione etero alle spalle, non è per niente facile avvicinarsi all’idea che in fondo per tanti anni non si è fatto che rimuovere e si è vissuta una vita da etero, matrimonio compreso, che non era in fondo quello che si voleva. Mi sono chiesto se sono stato veramente etero, ma penso che non sia assolutamente così. Ho sposato la mia ex-moglie ma non l’ho amata. Quando eravamo sposti e vedevo un bel ragazzo per la strada non solo mi fermavo a guardarlo ma pensavo che tornato a casa non avrei trovato lui ma mia moglie. A parte la sofferenza psicologica che ho imposto anche a lei, la cosa più atroce, per me, è stata tirare avanti “per non mettere in crisi il matrimonio”. In realtà le cause del tirare avanti erano ben altre e molto meno nobili: avevo paura di una vita da gay, avevo paura delle reazioni della gente, della mia famiglia, dei compagni di lavoro. Avere una moglie mi metteva al sicuro. La storia aveva ben poco di sessuale, lei non se ne rendeva conto, ma per me fare sesso con lei era una forzatura, alla fine qualche volta succedeva ma non era quello che volevo, piano piano, anzi piuttosto velocemente, il sesso lo abbiamo messo da parte del tutto, ma il problema non era nemmeno quello, mia moglie si aspettava qualcosa da me, qualcosa che non potevo darle, si era adattata all’idea di un matrimonio senza sesso, ma avrebbe voluto almeno un po’ d’amore, ma per me non era possibile, la nostra era una convivenza, un condividere la casa, un fare i turni per lavare i piatti e fare la spesa, ma tra noi affetto zero. Lei non capiva, io non avevo il coraggio di parlare e si andava avanti così. Io non ho cercato avventure gay, perché di quelle cose avevo il terrore, mi bastava un po’ di pornografia e un po’ di fantasia. Mi dicevo che non ero gay perché non ero mai stato con un uomo e che in fondo avevo fatto anche sesso con una donna, cosa che secondo me un gay non avrebbe mai fatto, e andavo avanti così. Poi ho incontrato Mauro e lì mi è crollato il mondo addosso. Non so se Mauro fosse gay, io penso di sì, ma non ne sono sicuro. Con lui stavo bene, ci vedevamo spesso, ma per un caffè, per fare due passi e per chiacchierare un po’, ma tra noi c’era una complicità totale, non vedevo l’ora di uscire con lui, di restare solo in macchina a parlare con lui. Ho sempre pensato che lui si aspettasse una prima mossa da parte mia, ma quella prima mossa non c’è mai stata e siamo andati avanti così per quasi tre anni, poi ha trovato lavoro altrove e se ne è andato. Io ci sono stato malissimo, dovevo tornare ad una vita che non era la mia, Mauro mi mancava. Ci siamo sentiti un po’ su skype, poi piano piano non ci siamo sentiti più. Ma alla fine avevo capito che mi mancava un’amicizia maschile, allora non pensavo assolutamente di essere gay, non avevo interessi sessuali su Mauro, o forse li avevo sublimati, però usavo solo porno gay e questo mi avrebbe dovuto fare riflettere. Diciamo che alla fine avevo anche ipotizzato di poter essere gay ma la cosa mi sconvolgeva proprio. Io gay? Io che non ho mai avuto niente di strano, niente di effeminato? Mi sembrava proprio impossibile. Con mia moglie le cose andavano a rotoli: incomprensioni, risposte piccate senza nessun motivo, insomma eravamo in crisi. Devo dire a onore di mia moglie che lei ha tenuto i nostri problemi solo per noi, i suoi genitori non ne sanno assolutamente nulla. Insomma, due mesi fa l’ho vista proprio a terra e sono finalmente riuscito a parlare chiaro e la sua reazione mi ha stupito. Mi ha ascoltato senza dire una parola, quando ho finto il mio discorsetto, mi ha detto che era contenta che fossimo arrivati a chiarirci e si è anche sentita in colpa perché era stata lei che era voluto arrivare al matrimonio, mentre io cercavo di svicolare e di metterla al massimo in termini di convivenza. Poi abbiamo parlato molto del che cosa fare, lei era disposta al divorzio consensuale e non pretendeva nulla, ma la nostra casa l’avevamo comprata e pagata insieme, io ne avevo un’altra piccolina e avrei lasciato casa nostra a lei, ma non l’ha voluta, allora abbiamo stabilito che l’avremmo venduta dividendoci poi il ricavato. Adesso siamo divorziati, ma ci vediamo ancora, non siamo più ragazzi e non so se io o lei riusciremo a rifarci una vita. Ovviamente non viviamo più insieme ma è rimasta una stima reciproca. I miei suoceri sono rimasti perplessi del nostro divorzio, proprio perché abbiamo continuato a vederci anche dopo. Adesso sto cominciando a cercare di capire che cosa è il mondo gay, sarei già contento di trovare un amico gay per parlare un po’, specialmente se avesse un’esperienza analoga alla mia, ma ho ancora molta paura di queste cose. Quello che sarà sarà, oggi come oggi sono soprattutto contento di come sono andate le cose con mia moglie e sto veramente molto meglio di prima. Vedremo che cosa mi riserverà il futuro.

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CHAT TRA UN GAY E UN ETERO CURIOSO

Ricevo da un Utente (gay) di Progetto Gay il testo di una sua chat con un ragazzo 22enne etero curioso. Ovviamente le etichette vanno perse con tutte le riserve del caso, ma sono comunque utili a inquadrare sinteticamente la situazione. Entrambi i protagonisti hanno autorizzato la pubblicazione. I nomi sono stati eliminati e le località sono state cambiate.
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– Da dove?
– Latina, tu?
– Roma
– A o P?
– Ancora con ste cazzate!
– Perché?
– Perché sono cazzate!
– Ma tu, A o P?
– Ci credi che una questione del genere non m’è proprio mai passata per la testa?
– Ma che fai, sfotti?
– No! È proprio così… secondo me tu non sei manco gay
– Ma che cavolo dici! Io di ragazzi me ne sono fatti tanti
– Lo vedi, non sei gay!
– Ah no? E perché?
– Ma scusa ma tu ti sei mai innamorato di un ragazzo?
– Che? Innamorato? Ma come parli? Ma da che mondo vieni?
– Sì, innamorato! È una cosa bellissima!
– Senti, bello, ma che ci stai a fare qua? Ci stai a cercare l’innamorato? Eh eh …
– No! Quello ce l’ho già!
– Tu, anni?
– 31 e tu?
– Ammazza, manco di primo pelo, io 22, ma mi sa che ne so molto più io di te!
– Di certe cose penso proprio di sì, di altre meno
– Ma sei un prete?
– Io? Per carità!
– Sei dell’esercito della salvezza?
– None!
– E allora chi cazzo sei?
– Sono un gay felice!
– E stai qua solo per rompere i coioni a me?
– No! Ma siccome abbiamo cominciato a parlare… e poi A o P? Ma chi te l’ha messo in testa?
– Come chi me l’ha messo in testa?
– Guarda io e il mio ragazzo siamo proprio disinibiti ma A o P non ce lo siamo mai chiesto
– Cioè? Che cavolo dici? Ci sarà pure uno A e uno P
– Ma manco per niente, noi siamo due ragazzi mica un uomo e una donna.
– Vabbe’ ma scusa e allora come fate?
– Posso fare prima io una domanda a te?
– Vai!
– Tu hai mai fatto l’amore con una ragazza?
– Certo!
– E ci stavi bene?
– Ammazza!
– Lo vedi, non sei gay!
– Ma che cavolo c’entra, con un ragazzo è diverso… con un ragazzo non ci fai l’amore, con un ragazzo è solo sesso, comunque adesso rispondi tu, voi come fate?
– Dici sesso anale?
– Sì
– Non lo facciamo
– Ma che cazzo dici?
– Veramente e mica è una scelta, proprio non c’è mai passato per la testa
– A me invece mi passa per la testa eccome e tutte le volte che l’ho fatto sono stato sempre attivo
– Ma tu non cercavi un ragazzo, tu cercavi il sostituto di una ragazza
– Beh, e con questo? A me piace dominare, si vede che a te ti piace stare sotto!
– Lo vedi, usi proprio categorie che nessun vero gay userebbe
– Vero gay? E chi sarebbe? Uno come te?
– Ma guarda che non sono mica una mosca bianca
– Le mosche si posano sulla merda, altro che bianche!
– Che vorresti dire?
– No, così, niente, una battuta stupida, non era riferita a te
– Ah!
– Quanti anni ha il ragazzo tuo?
– 32
– E da quanto state insieme?
– 11 anni
– Ma dai!
– È vero! proprio 11 anni
– E non vi siete mai messi le corna?
– No, penso proprio di no
– Cioè tu stai da 11 anni con lo stesso ragazzo?
– Sì esattamente!
– E non ti sei stufato?
– Neanche un po’!
– Ma allora me lo dici che ci stai a fare qui?
– Ecco questa è una domanda seria, diciamo per curiosità
– Curiosità di che? Qui è tutto molto spiccio
– Mi piacerebbe capire come ragionano gli altri
– Sei uno psicologo?
– No!
– Uno strizzacerveli?
– No! Niente di tutto questo
– Il tuo ragazzo lo sa che stai in questa chat?
– Certo che lo sa!
– E non dice niente?
– No! Qualche volta ci viene pure lui.
– E voi sareste quelli gay felici e contenti, quelli gay veri!
– Eh sì…
– Ma di sesso tra voi che fate?
– Tutto quello che ci viene spontaneo, e ce n’è!
– Cioè che cosa?
– Beh, a livello sesso, masturbazione reciproca e sesso orale.
– Ma quelle sono cose da ragazzini!
– Forse sì, ma noi siamo ancora ragazzini
– E poi? Cioè che altro fate?
– Poi una marea di coccole
– Di che?
– Di coccole, abbracci, carezze…
– Ma vestiti o nudi
– Beh, è ovvio, nudi, a pelle, e sono cose bellissime
– In effetti non deve essere male
– Lo vedi che lo ammetti pure tu!
– Sì, però ci vorrebbe il ragazzo giusto
– E tu non lo hai mai trovato?
– Dove? Qua? Ma quando mai! Ma tu il ragazzo tuo dove l’hai trovato?
– È un mio ex-collega di lavoro, per un po’ abbiamo lavorato nello stesso posto
– Ti va di raccontarmi come è successo?
– Certo! Ma è stato tutto molto semplice, siamo diventati amici, cominciando a scambiare qualche parola, poi abbiamo parlato molto e alla fine è venuto tutto da sé
– Quanto ci avete messo a dichiararvi?
– A creare il nostro rapporto ci abbiamo messo un anno e mezzo, quanto a dichiaraci non ci siamo mai dichiarati
– Tutto sottinteso?
– Sì, tutto sottinteso
– E il sesso?
– Beh, una volta che ci siamo capiti, è venuto tutto da sé, però aspetta, prima abbiamo fatto il test tutti e due
– Ammazza, ma c’avevate proprio fifa!
– Beh, sai, se uno sta proprio sicuro tutta la cosa se la gode meglio, se no resti sempre con l’ansia
– Ma se non lo fate con la penetrazione non c’è rischio
– Non è vero, il rischio c’è lo stesso e se il sesso te lo vuoi godere non ti puoi portare nel sottofondo la paura che ti stai impestando
– In effetti io prima lo facevo pure senza protezione, poi mi sono venute le paturnie e ho fatto il test, quando lo sono andato a ritirare mi stavo proprio cacando sotto, però è andata bene e adesso il preservativo lo uso sempre, ma solo per il sesso anale
– Beh ma anche il sesso orale è rischioso per il ricevente, almeno bisogna evitare il contatto con lo sperma, non basta, però è comunque meno rischioso
– Vabbe’, allora tanto vale che ti fai frate!
– No, dai che basta un po’ di buon senso
– Mh … vabbe’ … Ma lui ti eccita ancora dopo 11 anni?
– Direi che è soprattutto una immensa tenerezza, il sesso c’entra parecchio, è ovvio, ma per me il sesso serve a farlo stare bene, o meglio, aspetta, serve a stare bene insieme, senza segreti, condividendo proprio tutto
– Mi viene sempre più l’idea che mi stai prendendo per il culo
– E che ci guadagnerei? Non so nemmeno chi sei
– Sì ma fai proprio le prediche, mi sa che sei un fake
– Proprio per niente!
– … Ma tu proprio ragazze zero?
– Te l’ho detto, sono gay!
– Vedi, io con una ragazza le coccole pure le capisco ma è diverso, con un ragazzo la cosa deve essere sessuale nel vero senso della parola
– Scusa, ma perché? Chi lo dice?
– Lo dicono tutti!
– Io no!
– E vabbe’ ma tu sei uno, gli altri sono tanti, anzi tantissimi! Io a scambiare coccole con un ragazzo come con una donna non mi ci vedo proprio
– Ma tu adesso hai una ragazza?
– Una mezza storia, ma è una rompipalle, lei pensa che ce l’ha solo lei, mi ricatta col sesso, e forse c’ha pure un altro
– Ma tu con lei ti ci vedi sposato?
– Sposato? E che me metto la tagliola al cazzo? A parte che mica si piglierebbe uno come me, io me ne piglierei una come lei, cioè col fisico suo, ma deve essere la ragazza mia e basta. Ma è sicuro che non mi stai a piglia’ per il culo?
– Manco ti conosco
– Ma come è possibile che voi proprio con le donne niente? Io questa cosa non la capisco proprio
– Ti può sembrare strano ma è così
– Ma proprio du’ tette, un bel culo e te niente, proprio zero? Perché a me le ragazze mi piacciono ma mi tira pure coi ragazzi, è una cosa diversa ma mi tirano pure i ragazzi
– Io con le donne proprio nessuna interesse
– Ma ti tira almeno un po’?
– Magari, se fosse in una situazione che ci si vuole bene veramente, forse, non lo so, ma al limite…
– Ma ti fanno proprio schifo?
– No! Per carità, ci sono ragazze alle quali voglio bene, le stimo, le sento amiche, ma non sono attratto dalle ragazze
– Cioè proprio non ti si drizza?
– No! Quello può pure succedere e magari, al limite, ci potrei anche fare sesso, forse, ma del mio ragazzo mi sono innamorato, è proprio un’altra cosa
– È come succede a me: coi ragazzi solo sesso, ma de ‘na ragazza mi prende proprio
– Sì, però io non andrei mai a cercare sesso da una ragazza, io una chat etero non ci sono mai entrato
– Io sì, ma era proprio un puttanaio, ma pure quelle gay, ma forse quelle etero è pure peggio
– Beh, se vai a cercare una ragazza in una chat erotica…
– Mh … ma ce l’hai duro adesso?
– Manco per niente!
– Io sì! Lo vuoi vedere?
– No, dai, proprio non mi interessa!
– E che gay sei?
– Uno vero!
– Vabbe’, l’ho detto per metterti alla prova, perché di mezzi preti qui ne trovi tanti, ma poi se gli chiedi se lo vogliono vedere accendono subito la cam
– Ma io non ho accettato…
– Ho visto… però sei un tipo strano, se sei gay tu, gli altri che cosa sono?
– Quelli come te?
– Sì
– Beh, sono etero, un po’ frustrati, o forse un po’ bisessuali
– Allora tu ai bisessuali ci credi?
– Non si tratta di crederci ne ho conosciuti diversi
– Bisessuali come me?
– Ma tu non sei bisessuale, i bisessuali si innamorano dei ragazzi proprio come delle ragazze magari preferiscono più le ragazze o più i ragazzi, ma se ne innamorano proprio
– Ecco, questa cosa non la capisco, io non mi sono mai innamorato di un ragazzo, in genere non ci vediamo una seconda volta e poi certi tipi di ragazzi non mi piacciono proprio
– Cioè quali?
– Quelli che ti si appiccicano, quelli che vogliono essere per forza “il tuo ragazzo” quelli che ti mandano i messaggini, che ti chiamano per darti la buonanotte, sono azzeccosi, sono effeminati
– E allora di dovrebbero piacere
– Beh, una bella trans pure pure, ma uno che fa il ragazzo macho e poi fa tutte quelle moine da femmina proprio non mi piace, un ragazzo deve fare il ragazzo, le moine da un ragazzo non le capisco proprio, ma tu col ragazzo tuo facevi tutte quelle cose lì?
– Beh, qualche sms sì, lui non è ossessivo e nemmeno io però qualche attenzione speciale uno per l’altro ce la siamo concessa.
– Avete mai litigato?
– Eccome! Certe volte lo avrei proprio ammazzato
– Perché?
– Mi diceva che non stava bene, proprio fisicamente, dolori addominali, quando cercavo di portarlo dal dottore lui scattava, non ne voleva sapere, mi diceva che erano fatti suoi e non miei, che non era un ragazzino e che le sue scelte, giuste o sbagliate, le voleva fare da solo e qualche volta mi ha mandato malamente a quel paese
– Però non avete rotto
– No, ma mi faceva venire i nervi perché mi faceva preoccupare. Per fortuna è stato solo un periodo, poi è stato meglio, di recente non è stato bene di nuovo ma questa volta dal dottore c’è venuto e ha fatto bene
– Ma c’erano problemi grossi?
– No, per fortuna no
– Ma voi siete dichiarati?
– Con qualche amico, certo, perché quelli che ci conoscono ci vedono e non sono ciechi, con gli altri no, e tu sei dichiarato?
– No, e poi, se mi dichiaro, alla mia ragazza che cosa dico: senti cara io sono gay!
– E poi tu non lo sei!
– Ma se sono dichiarato me lo hai chiesto tu!
– Vero, era una domanda stupida
– Me lo dai un contatto tuo? Una mail o quello che vuoi tu
– Ok [… omissis …]
– Il mio è [… omissis …], vabbe’ mo’ vado che è tardi, oh è stata una chattata strana, però m’è piaciuta
– Anche a me
– Allora buonanotte e salutami il tuo ragazzo
– Certo! Buonanotte a te!

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GAY E MATRIMONI DI COPERTURA RECIPROCA

Caro Project,
mi chiamo Michele, ho 36 anni, vivo in un paese della Calabria ionica e mi trovo in un brutto momento per una serie di ragioni. Ho lavorato in condizioni molto precarie fino a novembre, poi è finito tutto. Lavoravo fuori dal mio paese e lavoravo da anni, guadagnavo poco, ma alla fine mi bastava per sopravvivere e per avere un minilocale in affitto in comune con un altro ragazzo, cioè in pratica una piccolissima casa. Avevo un amico, che per me era più di un amico, quello che condivideva il locale con me. Lavoravamo nello stesso posto, lui guadagnava meno di me ma né io né lui saremmo riusciti da soli a pagare un buco di casa dove vivevamo. Abbiamo deciso di condividere le spese e abbiamo preso insieme il minilocale, lo abbiamo ripulito, lo abbiamo arredato come potevamo e in qualche modo avevamo risolto il problema di casa. Tutto questo ormai diversi anni fa. All’epoca, io e il mio amico condividevamo solo l’appartamento (stanza unica). Era una vita piccola piccola, ma stavamo bene così. Io tornavo a casa dei miei genitori il meno possibile e quando ci tornavo era un’ossessione di discorsi di trovarsi una ragazza e sistemarsi. Non ne potevo più. Poi, col mio amico (lo chiamerò Giuseppe, ma non si chiama così) si è stabilito un clima di sempre maggiore confidenza. Lui è uno molto calmo, molto ritirato, non ha mai fatto stupidaggini e te ne puoi fidare. Insomma, arriviamo al fatto che mi deciso e gli dico come stanno le cose. Non so che reazione aspettarmi e magari potrebbe andare a pezzi anche la storia della casa in comune, ma non succede così, mi dice che lui è bisessuale, però, anche se ci conoscevamo da molti mesi, non lo avevo mai visto con una ragazza, e anzi le ragazze le teneva a distanza. C’è da dire che, però, pure non me, anche se stavamo sempre insieme e da molto tempo, non c’era mai stata nessuna manifestazione di interesse, come anche io non ero interessato a lui. In pratica eravamo solo amici, almeno fino al chiarimento, e nella sostanza lo siamo stati anche dopo, con un po’ di intimità in più, un po’ di coccole e sporadicamente anche un po’ di sesso. Stavamo bene insieme, senza pretese, la vita andava avanti giorno per giorno, ci capivamo. Non eravamo amanti nel senso che la gente dà a questa parola, ci volevamo bene e soprattutto andava bene così, non c’erano desideri frustrati, non c’era il tentativo di trasformare il nostro rapporto in altro. In pratica le cose andavano avanti così, diciamo bene, da sei anni, poi, all’improvviso l’azienda va in ristrutturazione e c’è il taglio del personale e siamo finiti fuori tutti e due. Per noi è stata una rovina totale. Ci siamo messi subito alla ricerca di alternative ma non abbiamo trovato assolutamente nulla, se non lavori giornalieri con paghe letteralmente di fame. In pratica siamo stati costretti tutti e due a tornare a casa dei nostri genitori. Giuseppe sta in un altro paese, piuttosto lontano. Quando va bene ci vediamo la domenica. Gli altri giorni io vado a lavorare nella campagna di mio padre e lui cerca di arrangiarsi con qualche lavoretto per il negozietto di famiglia, che dopo l’apertura del supermercato resta aperto quasi in perdita. La mia vita è a questo punto. Certe volte mi prendono attacchi di depressione terribile, ho visto crollare tutto il mio, anzi il nostro piccolo mondo, che per me era tutto e adesso sono di nuovo con i miei che hanno ripreso a insistere per farmi sistemare. Invitano a casa ragazze per farmele conoscere, io non mi faccio trovare e mio padre va su tutte le furie. D’altra parte è un tipo molto collerico e se avesse le idee chiare su di me non riesco ad a immaginare come reagirebbe. Devo fingere che tutti i miei malesseri sono legati al fatto che non lavoro, in buna parte è così, ma non posso negare che stare in famiglia e non poter stare con Giuseppe per me è distruttivo. Quando vado a trovare Giuseppe vedo che lui fa di tutto per tirarmi su di morale ma mi rendo conto che pure lui è a pezzi. La sua famiglia è pure peggio della mia, e noi adesso viviamo entrambi alle spalle dei nostri genitori. Mio padre, che ovviamente non sa niente di Giuseppe, mi ha proposto una cosa, cioè di andare a lavorare la terra con lui, perché ha un bel pezzo di terra che, lavorata bene, potrebbe rendere qualcosa, lui la vede come la soluzione ideale, e dice: “Ti sposi e te ne vieni a vivere con noi!” Per lui la soluzione è questa e va in bestia quando vede che io non ne voglio sapere. Non capisce perché una cosa, che a lui sembra la più ovvia del mondo, per me è del tutto priva i senso. Non arriverà mai a capire che lui è lui e io sono io, e d’altra parte io non perderò nemmeno tempo a spiegarglielo. Da qualche settimana c’è una novità che ha complicato ulteriormente le cose e cerco di spiegartela. Giuseppe ha una sorella, più giovane di noi, ma non è una ragazzina, ha 31 anni. Ha avuto tanti fidanzati ma di sposarsi non ne ha mai voluto sapere. I genitori hanno cercato di costringerla al matrimonio ma non c’è stato niente da fare. Qualche settimana fa, lei e Giuseppe hanno parlato chiaro e in pratica la sorella di Giuseppe si sente da sempre attratta verso le donne. Una domenica che sono stato da loro abbiamo parlato di questo fatto ed è stata una cosa liberatoria, penso per tutti e tre. Adesso la sorella di Giuseppe lavora nel negozietto dei genitori (che sono anziani e malandati) ma non ne può più delle pressioni dei genitori che la vogliono vedere sistemata a tutti i costi. Insomma, era venuta fuori un ‘idea, non lo so se è una cosa sensata, ma potrebbe pure essere, cioè io potrei sposare la sorella di Giuseppe e potremmo cercare di andare a vivere tutti e tre insieme, però per fare una cosa del genere dovremmo trovare un lavoro tutti e tre più o meno nello stesso posto e questo è quasi impossibile. L’idea del matrimonio è venuta fuori da sé in modo spontaneo e penso che né Giuseppe né la sorella l’avessero pensata prima. Però le complicazioni sarebbero moltissime, non tanto per me e per Giuseppe, ma per la sorella, perché da sposata per lei sarebbe molto più difficile trovarsi una compagna e poi io e lei dovremmo vivere insieme, il che complica ancora di più le cose. Però ci sarebbero i vantaggi di zittire i nostri genitori e io potrei anche continuare a convivere con Giuseppe. Sto cercando di riflettere su questa cosa da un paio di settimane, per cercare di prevedere tutti i possibili lati negativi. La sorella di Giuseppe è anche una bella ragazza e poi ragiona in pratica come noi, non è formalista, ma bisogna stare molto attenti, penso, prima di fare passi del genere. Poi c’è la questione che forse la cosa più ovvia sarebbe non il matrimonio ma l’unione civile, che è molto meno vincolante, ma i nostri genitori una cosa del genere non l’accetterebbero mai, per loro la strada è solo quella del matrimonio e nemmeno del matrimonio civile, proprio di quello in chiesa, che però ci creerebbe una marea di problema anche a livello legale, problemi che non riesco nemmeno a prevedere. Poi, sempre per restare nel mondo sei sogni, ci sarebbe l’idea di aprire una piccola attività commerciale in tre, sarebbe bellissimo e ci lavoreremmo tutti e tre col massimo entusiasmo, ma non qui, bisognerebbe trasferirsi nel nord dove la mentalità è un’altra e dove forse qualche possibilità ci sarebbe, ma ci vorrebbero troppi soldi e di soldi non ce ne sono proprio. Al momento il problema vero è il lavoro e finché non arriva il lavoro, tutto il resto rimane in sospeso. Project, che pensi dell’idea del matrimonio? Mi piacerebbe molto avere un tuo parere e magari anche il parare dei ragazzi del progetto. Se vuoi, pubblica questa mail, ma non i brani che ti ho scritto in corsivo. Fai tu, io mi fido.
Fammi sapere.
B.

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