GOETHE E MICHELANGELO OMOSESSUALI SECONDO RAFFALOVICH

Nella panoramica dei grandi personaggi omosessuali della storia, contenuta in “Uranismo e Unisessualità”, Raffalovich tratta insieme Goethe e Michelangelo. Parlando di Byron, era stato molto stringato, perché non disponeva della documentazione di cui si dispone oggi, che ne evidenzia l’omosessualità in modo molto chiaro. L’omosessualità di Michelangelo è ampiamente provata e nessun autore serio la metterebbe più in dubbio. Il discorso, per quanto riguarda Goethe, è sostanzialmente diverso. Va premesso che Goethe è sempre stato gradito agli omosessuali per la sua notevolissima apertura mentale. Lo stesso, Raffalovich nella prefazione a “Uranismo e Unisessualità” lo cita espressamente: “Ogni uomo, Goethe lo ha detto, ha diritto ad una filosofia che non distrugga la sua individualità, senza per questo danneggiare l’individualità degli altri. È questa l’origine psicologica delle filosofie.”

Nella biografia di Goethe esistono certamente indizi di una “possibile” omosessualità-bisessualità, ma rispetto a Byron le situazioni sono estremamente più sfumate e per ricondurle in modo certo all’omosessualità ci vuole un notevole sforzo interpretativo. Nel Divano Orientale si possono leggere racconti di tipo omosessuale condotti con estrema delicatezza, ma non si tratta certamente della parte prevalente della produzione di Goethe. Non intendo inoltrarmi in questioni molto dibattute, mi limito ad osservare che Raffalovich tratta sia Michelangelo che Goethe con vero entusiasmo, tende però a trasformare entrambi, Michelangelo in una chiave nettamente omosessuale e Goethe in una chiave molto più sfumata, in altri Raffalovich ante litteram, attribuendo loro i caratteri quasi eroici di personaggi in lotta perenne con se stessi per arrivare alla sublimazione platonica della loro sessualità. Questa visione della cose è interessante, ma probabilmente poco realistica. In buona sostanza Raffalovich si proietta in Michelangelo e in Goethe, visti come maestri dell’eros sublimato.

Ma lasciamo a parola a Raffalovich.
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Goethe e Michelangelo

Michelangelo è il tipo per eccellenza dell’uranista maschio, un maschio e mezzo, più che un mezzo maschio. Se si sono studiate la sua vita e la su opera, ci si stupisce della leggenda che suppone che si sia innamorato di Vittoria Colonna. Fece la sua conoscenza quando aveva sessant’anni e scrisse per lei solo quattro sonetti. Fin dall’infanzia ha sempre adorato e perseguito la bellezza maschile. Nulla del corpo maschile è stato nascosto per lui o è stato trascurato da lui. Il sesso delle sua statue, dei suoi quadri e del suoi disegni è studiato, più differenziato del viso. Ha vissuto fino a ottantanove anni, sobrio, quasi in modo misero, probabilmente casto, in ogni caso continente, perseguendo un ideale maschile con una serenità minore dei Greci, ma con più passione, trovando un compenso alla malinconia nel suo lavoro eroico, nelle sue poesie e nel suo furore creativo.

Goethe, che aveva la facoltà e l’abitudine di immergersi nel pittore o nello scultore fino al punto di vedere il mondo per qualche tempo secondo e seguendo l’artista studiato, è talmente folgorato da Michelangelo che non vede nessuno grande come lui. Goethe, ammirabile poeta, pesatore e uomo, vuole con ciò esprimere il suo rispetto per Michelangelo. La calma dell’arte greca o la grazia e la ricercatezza dell’arte italiana non erano per lui più comprensibili ma più naturali, più familiari di questa ultra-virilità di Michelangelo. Si sa che Goethe a Roma ha cantato un ragazzo e si dice che Goethe lo abbia amato. Queste due elegie romane non saranno mai pubblicate, anche nella bella e nuova edizione delle suo opere in centoventi grandi volumi; ma Goethe in Italia è uno dei momenti più interessanti della storia del genio.

Se ne era scappato misteriosamente – aveva trentotto anni – dalla Germania, da Weimar, dal granduca, da Carlotta di Stein, l’amica che era per lui l’amica e la donna ideale, era disgustato dalla corte, dall’amore e voleva cercarsi e trovarsi. I suoi due anni in Italia lo guarirono, gli insegnarono tutto quello che voleva sapere e prepararono la seconda e la più gloriosa metà della sua gloriosa e vittoriosa vita.
In Italia ringiovanì. Scrisse un resoconto delizioso di questo viaggio, delizioso, riservato, un capolavoro di passione artistica, di reticenza, di spirito, ma nessun lettore intelligente si stupirà di venire a sapere dell’episodio al quale alludo. Le elegie romane simbolizzano la fuga di Goethe dalla gabbia delle convenzioni, il suo volo verso la verità e la bellezza, dal quale egli ritornò virile e pronto a vivere e ad agire.

A sua volta, il legame con Christiane Vulpius, la piccola borghese, lo liberò dal mondo ristretto e piccolo, e la sua amicizia decennale col suo nobile amico più giovane Schiller, gli permise di sentirsi al di sopra di tutti gli altri. Si circondò di una corte di ministri delle arti e delle scienze. E quando scrisse il suo Divano Orientale, scrisse i più soavi poemi unisessuali ai quali si possa pensare quando ci si immagina l’Oriente trasfigurato. Goethe, non ebbe mai paura di nulla. Conobbe tutte le forme di discrezione ma non permise mai che queste cose lo diminuissero.
Lo si è sentito dire che se avesse creduto alla metempsicosi, avrebbe affermato di aver vissuto al tempo di Adriano. Adriano e il simbolo del suo potere e del suo amore della bellezza, Antinoo, hanno preoccupato i sovrani: Federico aveva una statua di Antinoo a Sans-Souci, e Goethe, anche lui un sovrano, ha sullo scalone a Weimar il grande gruppo di Antinoo e del genio della morte (Gruppo di sant’Ildefonso.) Nell’epoca dei Greci o del Rinascimento, Goethe avrebbe amato l’uomo e la donna sensualmente e egualmente, come Fidia, che come Goethe ha rappresentato con la medesima nobiltà l’uomo e la donna e ha reso immortale il suo favorito.

Michelangelo, se fosse stato scrittore, non avrebbe avuto la bell’armonia di Goethe, non avrebbe creato le calme e umane giovani donne e le ragazze di Goethe insieme ai Tasso, agli Oreste, ai Werther e agli atri tormentati del grande tedesco. La scultura, la pittura, la poesia lirica, la satira si prestano ugualmente ai giganti uranisti unisessuali e agli gnomi, ai demoni impotenti o a metà indifferenti.
La poesia drammatica e la poesia lirica e satirica hanno sempre affascinato gli invertiti molto più della poesia narrativa o descrittiva – soprattutto ai nostri giorni. – È verosimile che Swift e Boileau fossero impotenti come si è detto – l’età e la salute di Voltaire rendono anche possibile che non si dedicasse oltre misura ai piaceri del sesso.

Il libro di Ludwig von Sheffler su Michelangelo (Altenburg, verlag von Stephan Geibel, 1892) cancella ogni dubbio dall’eroe scultore.

L’episodio di Vittoria viene ridimensionato. Fu per lui l’amica nobile e calma; essendo donna, non poteva smuovere la sua anima di Titano amoroso dell’Eros uranista. La ridicole falsificazioni del suo giovane nipote sono svelate nel libro e l’episodio di Tomaso Cavalieri, il più amato dei giovani uomini, che Michelangelo adorò al modo di Platone, non è che uno tra i molti. Quando ultimamente è stata scoperta la vera poesia di Michelangelo, si è voluto trasformare il suo amore per Tomaso, in un parossismo più o meno colpevole, un intrattenimento. Michelangelo era più ammirevole di come i suoi apologisti lo hanno rappresentato, raffigurandolo e sfigurandolo. Ha sempre amato da uranista ma eroicamente. Si è innalzato fino alle rinunce e alle forme di devozione. Vivendo in mezzo ai principi sia della Chiesa che esterni alla Chiesa, ugualmente insozzati di sangue e di lussuria, vedendo la sessualità, pederastica o meno, o pederastica ed eterosessuale, che trionfava intorno a lui, si comprende la rivolta contro le sue stesse tendenze. Non è certo la difficoltà di soddisfare la sua sessualità, se essa poteva essere soddisfatta fisicamente, che lo ha indotto a dichiarare che l’occhio è l’organo dell’uranismo. Non desiderava che di essere un occhio per godere del suo beneamato. Era il suo genio che gli rendeva insopportabile l’idea di poter esprimere la sua adorazione dell’Eros maschile come gli uomini più mediocri che aveva intorno a sé.

Gli uomini più piccoli di Michelangelo sono già scioccati dal dover esprimere il loro amore seguendo le diverse modalità di tutto il bestiame umano. E Michelangelo, quando ha fatto allusione alle passioni divoranti della sua giovinezza, poteva certo ricordarsi della cadute nel pantano di quel lascivo e incantatore Rinascimento, ma le cadute dei grandi personaggi insegnano loro spesso a rialzarsi più tardi. E quando proclama, molto tempo dopo, che il successo del suo amore sarebbe peggiore della morte, quanto si interessa all’amore del suo amico Luigi per un bel giovane, al punto da mandargli una cinquantina di poesie nelle quali si mette al posto dell’innamorato, quando si leggono le sue poesie, così spesso degne di lui, e le sue lettere, quando si vedono le se opere sublimi, si capisce che questo grande ribelle era in lotta contro la sessualità che era in lui e contro quella al di fuori di lui. Forse, vivendo in un periodo più casto, più decente, si sarebbe messo meno in guardia contro se stesso. Il vizio spudorato, la voluttà gradevole e senz’anima piegano molte anime sensuali e fiere verso un ideale di castità sovrumana e terribile.

Michelangelo certo non avrebbe voluto amare la donna come amava l’uomo, ma anche se lei fosse stata il simbolo della sua visione beatifica si sarebbe probabilmente ritirato davanti all’impurità. Come si lamenta all’inizio dei suoi affetti per i giovani uomini, di cui si innamora! Come è costretto ad assicurarli dell’elevatezza della sua passione! A forza di voler sorpassare gli altri si finisce per sorpassare se stessi.

Se ha appreso poco a poco questo cammino dell’eroismo e la strada gli è sembrata così lunga e dolorosa, Michelangelo non è per questo meno ammirevole, e non comprendo la pudicizia della malafede degli scrittori che non vogliono ammettere che un grand’uomo è grande in proporzione della sua perfettibilità.

Speriamo che il libro di Scheffler sia tradotto in Francia e che ci si ispiri ad esso.[1]

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[1] Non sto scrivendo una storia dei grandi uomini e di conseguenza non insisto su dettagli, ma essi meritano l’attenzione di tutte le persone istruite.

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THOMAS LOVELL BEDDOES OMOSESSUALE

Il breve capitolo di “Uranismo e Unisessualità”, che intendo presentarvi qui, deve essere letto non molta attenzione e con molto rispetto, perché la storia che contiene è tragica. Raffalovich la racconta molto succintamente, anche perché le fonti biografiche relative a Beddoes sono scarsissime. La vita di quest’uomo più che essere emblematica dell’omosessualità nella prima metà dell’800, rappresenta in modo drammatico la commessione dell’omosessualità con la depressione.

Beddoes era un uomo colto e intelligente, nato in una famiglia benestante inglese, aveva studiato in modo appassionato il Tedesco, si era trasferito in Germania, aveva studiato medicina prima  a Gottinga e poi a Würzburg, dove si era laureato, per la sua epoca era un profondo conoscitore della fisiologia, aveva partecipato ai primi movimenti democratici e per questo era stato mandato in esilio a Zurigo, era stato proposto per una cattedra di anatomia comparata, insomma era un uomo professionalmente realizzato, e non privo di interessi politici avanzati. Il suo soggiorno tra la Germania e la Svizzera, però, aveva cambiato profondamente il suo carattere. Gli amici inglesi che lo rividero dopo vent’anni di soggiorno fuori dall’Inghilterra notarono tutti che si era incupito e dava segni di misantropia e di depressione.

Raffalovich parla di due ferite che Beddoes si sarebbe procurato. Leggendo il testo sbrigativamente si ha l’impressione che si tratti di incidenti, in realtà si tratta di due episodi di autolesionismo, che, con l’ottica odierna avrebbero potuto essere interpretati come segni di fortissimo disagio. Il primo episodio di autolesionismo comportò conseguenze per la salute che durarono mesi, il secondo, seguito da atti di intolleranza di Beddoes, che si strappava le bende che gli venivano applicate, comportò una cancrena, seguita dall’amputazione di una gamba. Ma anche dalle conseguenze di questo secondo episodio Beddoes si riprese  e programmò addirittura un viaggio in Italia. Quando fu in grado di andare in città, andò a comprare del curaro (era un medico e poteva farlo) e si avvelenò lasciando una lettera con le sue ultime volontà ad un amico inglese.

In che cosa la vita tragica di quest’uomo tocca l’omosessualità? Sappiamo che dal giugno 1847 alla primavera del 1848, Beddoes, che aveva 44 anni, visse a Francoforte con un panettiere diciannovenne, Degen, che una cugina di Beddoes conobbe e che descrive in modo molto positivo affermando che aveva una “dignità naturale”. Beddoes dedicò tutta la sua vita a Degen, gli insegnò l’Inglese, gli mise in mente che ne avrebbe fatto un attore drammatico (vecchio sogno dello stesso Beddoes) e arrivò al punto di prendere in affitto per una sera un intero teatro per vederlo recitare.

Non sappiamo che tipo di rapporto ci fosse tra i due, ma il primo episodio di autolesionismo risale proprio al periodo della loro convivenza a Francoforte. Il secondo episodio di autolesionismo pare sia conseguenza di una lite tra i due seguita da una temporanea separazione. A parte i 25 anni di differenza di età, il vero problema per Degen era rappresentato dalla difficoltà di convivere con un depresso, che non si sa come gestire, e che, per un verso, si attacca disperatamente al suo compagno e per l’altro tende a soffocarlo e ad opprimerlo.

Se è certamente vero che al tempo di Beddoes la condizione di un omosessuale era molto diversa da quella che sarà 50 anni dopo tipica di Addington Symons e dello stesso Raffalovich, e che perfino per un medico colto era estremamente difficile avere una cognizione seria di che cosa fosse l’omosessualità, al di là dei manuali di psichiatria precedenti Krafft-Ebing e dei moralismi universamente diffusi, è pur vero che l’omosessualità, qui, non è il problema sostanziale. Oggi la gestione degli stati depressivi profondi può giovarsi di farmaci enormemente evoluti con prognosi nettamente migliori di quanto accadeva quasi 200 anni fa, e ci sono mezzi che possono aiutare a ridurre l’isolamento e la progressiva chiusura in sé di queste persone. La riflessione sulla biografia di Beddoes può in ogni caso aiutarci a capire quanto la solitudine possa aggravare la depressione e quanto un ambiente omofobo possa condizionare la vita di un omosessuale.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.

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THOMAS LOVELL BEDDOES

Thomas Lovell Beddoes (1803-1849), un interessante e curioso poeta inglese, sembra essere stato unisessuale. La sua vita intima è poco conosciuta, ma la sua passione più viva (che precedette il suo suicidio) fu per un giovane panettiere tedesco.

Il padre di Beddoes era un medico molto conosciuto. Sua madre era sorella di Maria Edgeworth, la famosa romanziera. In collegio (cominciò a scrivere verso i 14 anni), era già originale e indipendente. Amava Shakespeare e i poeti drammatici, e imitava con molto piacere gli attori alla moda. Declamava, recitava: la sua voce era molto gradevole, il suo eloquio e i suoi gesti interessavano abbastanza uno dei suoi compagni perché questi acconsentisse a recitare con lui il ruolo di un nemico o di un’amante, ricevendo carezze o colpi, secondo le esigenze del dramma.

Nel 1820, andò ad Oxford dove scrisse e pubblicò due volumetti di poesie. Ma la sua timidezza, che si trasformò in misantropia, era molto forte e lui aveva pochi amici. Si diede a studiare Tedesco, con un successo tale che se ne andò, nel 1825, in Germania per studiare medicina. Il professor Blumenbach divenne suo amico e gli fu utile nel suo perseguire appassionatamente lo studio della fisiologia e della medicina. Non aveva rinunciato alla sua ambizione di essere poeta drammatico. Si mescolò anche ad intrighi politici. Nel suo trentesimo anno, ottenne la laurea di dottore all’Università di Würzburg.[1] I suoi gusti politici lo costrinsero, nel 1832, a rifugiarsi in Svizzera. Per alcuni anni, praticò la medicina a Zurigo. Il chirurgo Schoenlien lo propose anche all’Università di medicina di questa città come professore di anatomia comparata. Ma nel 1839, la politica lo allontanò di nuovo, e non ebbe più tranquillità. Si hanno pochi dettagli sulla sua vita. Nel 1841, si legò a Berlino con il giovane dottor Frey. Nel 1842, andò in Inghilterra. Nel 1843, si stabilì a Aargau, una piccola città vicino Zurigo. Passò l’inverno del 1844 a Giessen dove Liebig era professore. Scriveva poesie satiriche in Tedesco.

Nel 1847 ritornò in Inghilterra dove restò per dieci mesi. I suoi amici, che non lo avevano visto da vent’anni, lo trovarono cambiato, cupo, eccentrico, misantropo.

Nel mese di giugno del 1847, andò a Francoforte dove visse fino alla primavera del 1848 con un giovane panettiere di diciannove anni, Degen, che la cugina di Beddoes, Miss Zoé King, descrive così: “Un giovane uomo gentile nella sua persona, in una camicia blu, che aveva una bella espressione e una dignità naturale.” Durante questo periodo, Beddoes si procurò una ferita alla mano con un bisturi;[2] cadde malato e rimase indebolito per molto tempo. Per sei mesi non volle vedere nessuno ad accezione di Degen. Gli mise in testa di diventare attore e gli insegnò l’Inglese, rinunciando a qualsiasi altra compagnia.

Si lascia crescere la barba e assomiglia a Shakespeare come in giovinezza aveva somigliato a Keatz. Nel mese di maggio del 1848, viaggiano insieme. A Zurigo, Beddoes affitta il teatro per una sera per vedere Degen recitare il ruolo di Hotspur.[3] Per sei settimane Beddoes fu felice. Ma una separazione, probabilmente una lite con Degen a Bâle, fu seguita dalla malinconia nera del poeta che si procurò una profonda ferita a una gamba. “Era infelice e voleva uccidersi”, disse il ragazzo dell’albergo. Si strappava le bende che gli mettevano. Ne seguì la cancrena, poi l’amputazione della gamba (il 9 settembre). Andò meglio, Degen tornò a Bâle e si stabilì vicino a lui. Beddoes leggeva e scriveva. Aveva il progetto di andare in Italia. Il 26 gennaio 1849, abbastanza ristabilito per andare in città, comprò del curaro (era un medico) e al rientro si suicidò, lasciando una lettera a un amico d’Inghilterra che conteneva la sue ultime volontà. Nel 1857, Miss Zoé King, sua cugina, andò a Bâle e incontrò Degen, il dottor Frey, il dottor Ecklin che gli aveva amputato la gamba, ecc..

Il suo amico di giovinezza Itelsall pubblicò le sue poesie inedite, che furono molto ben accolte.

(Riprendo questi dettagli dalla piccola biografia di Edmond Gosse che precede le opere di Beddoes. – 2 v. Dent, 1890, Londra)

Non ci sono aneddoti o leggende che riguardino amori di Beddoes per una donna, e io credo che in Inghilterra ne avrebbero quasi inventata una, se avessero potuto. In ogni caso Beddoes sembra un uranista, o un indifferente sessuale che, sotto l’influenza della malattia e dell’isolamento, si accese di una grande passione per Degen il panettiere (passione probabilmente esaltata), o piuttosto quella fu solo l’ultima della passioni rifiutate o sconosciute di un timido taciturno.

 Fu in ogni caso un poeta lirico, e non banale. Quanto all’ossessione della morte pittoresca che riempiva i suoi versi, la si può perdonare ad un uomo che si suicida, evitando di definirla un’affettazione letteraria. I suoi modelli in poesia (eccettuato Shelley) sono essi stessi poeti bizzarri ed eccentrici.

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[1] Nota di project: – Nel 1824, era andato a Göttingen, per studiare medicina, attratto dall’idea di trovare qualche evidenza fisica della sopravvivenza dello spirito umano dopo la morte del corpo, ma ne era stato espulso e aveva dovuto riprendere e terminare gli studi a Würzburg.

[2] Nota di Project: – Non si tratta di un incidente ma di un atto di autolesionismo, che sarà seguito da un secondo e più grave atto della stessa natura.

[2] Nota di project:- Hotspur è un soprannome di Sir Henry Percy (1364-1403), noto come Harry Hotspur, figlio maggiore del primo conte di Northumberland, come raffigurato nell’Enrico IV, Parte 1, di Shakespeare.

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UNIVERSALITA’ DELL’OMOSESSUALITA’, CONTESTI STORICI E LEGALI

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi, dedicato all’universalità dell’omosessualità, contiene diversi elementi di interesse: dai riferimenti storici legati ai culti Moabitici, alle citazioni di poeti persiani, alle puntualizzazioni sugli atteggiamenti dei Greci e dei Romani nei confronti dell’omosessualità, a qualche riflessione sul Labouchère Ammendement, cioè sulle norme violentemente omofobe introdotte nella Legge criminale inglese nel 1885, quelle, per intenderci, che consentirono la condanna di Oscar Wilde.

Raffalovicih quando si riferisce al Labouchère Ammendement, lo fa dando per scontato che il lettore sappia di che cosa si tratta e certo era così nel 1896 ma non è più così oggi. Occorre dunque qualche precisazione in proposito.

Raffalovich si riferisce alla Sezione seconda dell’Atto di emendamento alla Legge criminale del 1885, il cosiddetto Labouchère Ammendement, dal nome del membro della Camera dei comuni che ne ottenne l’approvazione. Nel 1885, Labouchère presentò il suo testo come aggiunta dell’ultimo momento a un disegno di legge parlamentare che non aveva niente a che fare con l’omosessualità. Il suo emendamento rappresenta la peggiore espressione legale dell’omofobia dell’età vittoriana. Dieci anni dopo, l’emendamento Labouchère consentirà la condanna di Oscar Wilde a due anni di reclusione con lavori forzati, il massimo della pena. Labouchère si rammaricò per la mitezza della condanna di Wilde, e affermò che avrebbe preferito una condanna a sette anni, secondo la sua proposta inziale, che prevedeva un massimo della pena non di due ma di sette anni.

Riporto qui di seguito il testo dell’emendamento.

“Section II of the Criminal Law Ammendment Act, 1885
Any male person who, in public or private, commits, or is a party to the commission of, or procures, or attempts to procure the commission by any male person of, any act of gross indecency shall be guilty of misdemeanour, and being convicted shall be liable at the discretion of the Court to be imprisoned for any term not exceeding two years, with or without hard labour.”

“Sezione seconda dell’Emendamento alla Legge criminale, 1885
Qualsiasi persona di sesso maschile che, in pubblico o in privato, commetta o prenda parte alla commissione, o procuri, o tenti di procurare la commissione da parte di qualsiasi persona di sesso maschile, di un qualsiasi atto di grave indecenza sarà ritenuta colpevole di comportamento immorale e, condannata, sarà passibile, a discrezione della corte, di essere imprigionata per un periodo non eccedente i due anni, con o senza lavori forzati.”

Come si vede, la norma, che punisce solo l’omosessualità maschile e non quella femminile, criminalizza qualsiasi comportamento omosessuale, anche in privato, e qualsiasi forma di partecipazione, diretta o indiretta, anche solo tentata, a qualsiasi comportamento omosessuale. Si tratta di una legge che legittima i comportamenti persecutori nei confronti degli omosessuali.

Nella Relazione sul primo Codice penale per il Regno d’Italia [1887], Titolo VIII “Delitti contro il buon costume e l’ordine delle famiglie”, Zanardelli scriveva:

“Nel determinare i fatti da comprendersi nel presente Titolo, il Progetto attuale, in conformità ai precedenti, si ispira a questo concetto fondamentale che, se occorre da un lato reprimere severamente i fatti dai quali può derivare alle famiglie un danno evidente ed apprezzabile o che sono contrarii alla pubblica decenza, d’altra parte occorre altresì che il legislatore non invada il campo della morale. In conseguenza, le sanzioni penali del Progetto non colpiscono tutti indistintamente i fatti che offendono il buon costume e l’ordine delle famiglie, ma quelli soltanto che si estrinsecano coi caratteri della violenza, dell’ingiuria, della frode o dello scandalo, la repressione dei quali è più vivamente reclamata nell’interesse sociale. Quindi non sono incriminate le azioni che non hanno quei caratteri, e l’indagine delle quali farebbe trascendere oltre i suoi giusti confini l’opera legislativa.”

Il confronto tra il Labouchère Ammendement e il Codice Penale Zanardelli, che non prevede mai l’omosessualità né come reato né come aggravante di altri reati, è tanto eloquente da non richiedere commento.

Lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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Universalità dell’unisessualità

Non si può più negare l’universalità dell’unisessualità nel tempo e nello spazio; non se ne può più parlare come di un tipo di dissolutezza che viene dall’Armenia (Tarnowsky) e che è stato posi messo in pratica in tutta l’Asia, e da lì adottato in Grecia, e così via. Si è abusato troppo di tutti gli errori (errori un po’ voluti) ripetendo che le crociate avevano insegnato le cattive abitudini dei Saraceni agli Europei, che Roberto di Normandia aveva introdotto in questo modo i vizi che riempivano i sui domini, che da lì avevano passato il mare ed erano sbarcati in Inghilterra. Vent’anni prima di andare alla crociate Roberto era già riconosciuto unisessuale. Gli antichi Germani, i Celti, i Galli conoscevano l’unisessualità e la praticavano …

Prima di elencare numerosi popoli presso i quali l’inversione congenita o acquisita così come i vizi unisessuali furono realtà indigene, devo dire che questa enumerazione [1] è fatta qui solo per ricordare l’inutilità di tante spiegazioni, di tante declamazioni, ma non ha alcuna intenzione dissacratoria o scettica. Se si provasse che la prostituzione femminile è esistita in tutti i popoli della terra, la prostituzione non ci guadagnerebbe nulla, e questo non toccherebbe in nulla il modo di considerare le unioni di uomini liberi e di donne decenti; solo che non si potrebbe più dire che la prostituzione è stata insegnata da un popolo all’altro, e che è contro natura perché non ha come scopo la procreazione di figli.

Lecky, uno storico serio, ha detto che la prostituta è la sacerdotessa dell’amore coniugale e fecondo, perché senza di lei la donna virtuosa non potrebbe arrischiarsi ad uscire senza percolo. Da questo punto di vista (pienamente adeguato a un “razionalista”) la prostituta sporca e sterile sarebbe altrettanto necessaria alla purezza del focolare domestico quando in apparenza ne apparirebbe nemica.

Io cito soprattutto questa teoria di un uomo rispettato in Inghilterra e che si è dovuto considerare audace e coraggioso, per così dire, per fare risaltare la sua mancanza di audacia, di coraggio e di larghezza di vedute, quando ha dovuto occuparsi di unisessualità. In Inghilterra, quando non si vogliono spaventare le persone che si temono, oppure quando non si vuole ostentare eccessivo pudore, si ha l’abitudine di confondere la sodomia (soprattutto quella con persone molto giovani) con l’unisessualità, e così si può in tutta sicurezza attaccare il vizio contro natura così come esso merita. Solo che in questo modo si svia l’opinione pubblica, le si fa credere che Platone e gli altri grandi Greci si occupavano esclusivamente di rendere poetico il desiderio dell’ano.

Se Lecky, per esempio, se ne fosse preoccupato, avrebbe potuto dire che l’unisessualità non è più contraria alla conservazione della razza di quanto non le è contraria la prostituzione, e che i bambini che non nascono (qualsiasi ne sia la ragione) contribuiscono in modo altrettanto sostanziale al benessere dell’umanità di quelli che nascono.

Il vizio unisessuale, dice Chevalier “si trova fin al principio, come si trova oggi, presso i popoli selvaggi, nelle nature più incolte e più primitive: dovunque con le medesime credenze” (o con le credenze più opposte) “gli uomini sono arrivati a risultati identici. In fatto di vizi, non hanno avuto bisogno di alcun insegnamento, la contaminazione non è stata necessaria, perché la radice del male stava negli individui stessi.”

Per quanto indietro risaliamo, troveremo l’unisessualità: si presenta comunque una difficoltà dalla quale non ci si può liberare. Si tratta sempre di sodomia o di altre forme di unisessualità? È certo che i documenti più antichi si occupano soprattutto di prostituzione maschile, di corruzione sodomitica, ma non se ne può concludere che la sodomia fosse l’unica forma di unisessualità o la forma preponderante. Gli altri che parlano dell’unisessualità di quel tempo, ne parlano come moralisti, come giudici, e severamente, o perché si occupano solo di giudicare i vizi, o perché in queste epoche antiche non si trattavano molto seriamente le soddisfazioni sessuali che non portavano a conseguenze. Non si capisce affatto perché Erodoto o gli altri avrebbero dovuto credere necessario o importante parlare di masturbazione o di onanismo o di carezze limitate.

Nel medioevo c’erano delle mezze-vergini, ma la donna deflorata era considerata come quella veramente colpevole. E così, nelle epoche antiche la sodomia anale (o orale) richiamava naturalmente più attenzione, più severità, soprattutto quando la si ritrovava consacrata, onorata, praticata quasi religiosamente.

“Il culto di Baal o di Baal-Phégor, che si praticava in luoghi elevati e contro il quale Mosè con tutti gli altri legislatori del popolo ebraico lanciò maledizioni veramente terribili, non era altro che la prostituzione maschile messa sotto la protezione della divinità. I sacerdoti legati ai templi erano ragazzi giovani senza barba, che avevano il corpo depilato, unto di oli profumati, e si prostituivano in nome del dio dei Madianiti. La Vulgata li chiama effeminati, il testo ebraico li chiama kedeschim cioè consacrati. Il culto di Moloch, dio dei Moabiti, non era meno osceno.” (Chevalier)

Malgrado le maledizioni “la prostituzione cinedica era ben lontana dall’essere rara tra gli Ebrei.“[2] Rinvio a Chevalier e alla sua Bibbia dei poveri. In Fenicia, a Cipro, “dei sacerdoti pederasti erano legati ai templi”. Si può trovare in Krafft-Ebing uno studio della malattia degli Sciti che avevano saccheggiato il tempio di Ascalona. Venere si vendicava femminilizzando certi uomini che servivano poi come prostituti sacri. Tra i Messicani c’è una situazione simile che colpisce: i Mujérados.

L’unisessualità si trova in California, in Nicaragua, in Perù, in Madagascar, presso gli Esquimesi (si consulti l’opera monumentale di H. Bancroft sulle razze indigene d’America).

“Insomma, dice Chevalier, se ci si chiede quali siano le cause tra i popoli primitivi le si trova tanto nel loro semplice stato di natura che nel loro culto mostruoso.”[3]
Si troverà che presso i popoli ci sarà meno sodomia santificata, meno prostituzione sacra, man mano che la dissolutezza o la lussuria perderanno la sanzione religiosa, ma non ci sarà meno unisessualità. La natura non perdei suoi diritti perché non vengono glorificati nei templi gli atti di Priapo.”

Vorrei che l’universalità dell’unisessualità fosse riconosciuta definitivamente e documentata in modo che uomini distinti come Mohl o Chevalier non dicessero più che “secondo i Francesi, Caterina dei Medici introdusse l’unisessualità in Francia” (Mohl) o che l’unisessualità “può rapidamente raggiungere uno sviluppo eccessivo” (Chevalier), perché essi danno un’impressione sbagliata. Si ha il diritto di dire che la Grecia intellettuale riconobbe ufficialmente l’importanza dell’unisessualità, o che l’influenza dei costumi italiani introdotti con Caterina dei Medici fece parlare e scrivere di unisessualità, ma l’unisessualità non è come il telefono: non si può parlare di introduzione dell’unisessualità.

Quello che veramente si sviluppa è la prostituzione pederastica, il ricatto, ma non l’unisessualità perché la si ritrova fin dalla origini della sessualità. Ogni secolo, senza eccezione, parla di aumento dell’unisessualità semplicemente perché non c’è accordo tra la verità e le convenzioni che la negano.

Cartagine, Roma, la Grecia, le lascio quasi da parte. L’unisessualità dell’Africa, la dissolutezza unisessuale di Cartagine, sono ben note. Si sa che a Roma la prostituzione maschile era quasi altrettanto generalizzata e altrettanto ardente della prostituzione femminile. Rinvio il lettore francese a Chevalier. Tutta questa sezione del suo libro è eccellente. La Grecia richiede uno studio speciale se non si vogliono ripetere sempre le stesse citazioni.

L’unisessualità romana e l’unisessualità greca devono comunque essere differenziate perché erano molto diverse:

“La legge romana, in effetti, permetteva questa prostituzione solo con gli schiavi, gli affrancati e gli stranieri. Gli uomini liberi, onesti, non potevano sottomettersi ad essa.”

“I primi si vendevano a loro piacimento, i secondo compravano. La legge non interveniva che tra uomini liberi. Un attentato fatto alla libertà di un cittadino, un oltraggio fatto al carattere o alla persona di un uomo onesto era punito con la morte. Solo al tempo della seconda guerra punica fu promulgata dal Senato una legge contro i pederasti, a proposito di un certo C. Scantinius, accusato di attentato al figlio del patrizio C. Metello. Fu la legge Scantinia o Scatinia. Ma essa riguardava solo gli attentati contro uomini liberi.”

La Grecia invece disprezzava i rapporti con gli schiavi, i rapporti mercenari, tutti i rapporti che non possono nobilitare né l’uno né l’altro e cercava di innalzare l’uomo del fango del piacere facile, venale, e della prostituzione… Ho detto che quello che si chiama amor greco è l’amore turco; bisogna aggiungere che l’amore unisessuale della maggior parte dei libri di medicina è l’amore romano.

Ancora oggi questi due punti di vista persistono e la maggior parte di coloro che si occupano di inversione sono esitanti. Gli uranisti o coloro che vengono in loro aiuto sembrano tendere all’idea romana e desiderano rimuovere tutte le violente restrizioni che rendono così pericolosi i rapporti tra l’uranista e colui che egli incontra e che egli paga. Gli altri al contrario si impegnano nel liberare l’ideale greco da tutto il fango e da tutta la sporcizia delle passioni fisiche, dei legami passeggeri. L’errore di ciascuna delle due parti salta agli occhi di un uomo senza pregiudizi e senza risentimenti.

Un ideale greco che desse all’amicizia tutto quello che è tipico dell’amore salvo la base fisica, snaturerebbe l’amicizia, la danneggerebbe, le renderebbe un pessimo servizio.

Platone vuole innalzare l’amore fino ad un’amicizia completa; non vuole dare all’amicizia i parossismi dell’amore: sarebbe una sciocchezza e un’azione tanto cattiva quanto irragionevole. Tutti i moderni che hanno voluto spiegare Platone in questo senso commettono lo stesso errore morale e psicologico. L’amicizia può qualche volta (come quella di Michelet e Pionsot) in anime pure e che desiderano il bene (per questo bisogna che un’anima almeno sia pura e che l’altra apprezzi la purezza) rassomigliare a uno degli stadi di Platone, ma la sua origine è diversa: è lo spirito che risplende sia nell’uno che nell’altro caso, ma nell’amicizia il corpo non è stato conquistato perché non era da conquistare, mentre nel caso dell’amor platonico il corpo è stato sottomesso, trasfigurato.

Ed è per questo che l’amicizia rende felici in modo più dolce dell’amore platonico ma in modo meno esclusivo. Bisogna ricordarsi questa differenza e questa somiglianza.

La libertà romana, il potere di aver rapporti con la gente del popolo, senza temere le minacce di ricatto, appartengono ad aspirazioni totalmente diverse.

Il sistema odierno è iniquo, non c’è nulla che si possa dire in suo favore: conduce spesso al suicidio, anche all’assassinio, al furto, al ricatto, all’impunità, ma non diminuisce affatto gli atti sessuali tra uomini di classi diverse. L’esercito contiene ovunque migliaia di uomini che si prestano e si vendono e che, si dice, di regola non inducono al ricatto.

Gli uranisti sono molto interessati all’abolizione delle leggi contro di loro, quando non c’è né abuso di fiducia, né traviamento di minori, né violenza, né sodomia anale. Krafft-Ebing è a loro favore: e col tempo le loro legittime rivendicazioni dovranno essere riconosciute. L’Inghilterra, dieci anni fa, fece un passo all’indietro, rendendo tutti gli atti unisessuali, compiuti da chiunque e con chiunque, dovunque e in qualsiasi modo, dei delitti.[4] Questa cattiva azione, dovuta a un membro scettico e abusato, ha aumentato i ricatti e non ha diminuito e non diminuirà in alcun modo l’unisessualità inglese. L’Inghilterra non ha cambiato costumi, ci sono solo più mascalzoni e più disgraziati.

Ci vuole, lo confesso, molta imparzialità per non rivoltarsi contro gli invertiti che reclamano in modo impudente la libertà sessuale, e anche contro gli eterosessuali e contro gli ipocriti o contro i paurosi che chiudono loro la strada dell’equità e dell’onorabilità, ma che consentono loro tutti i vizi unisessuali, ammesso che essi non ne parlino e ammesso soprattutto che siano ricchi o di alto rango.
Si ha il cuore pieno di disgusto quando si vede l’impunità di tanti grandi personaggi e la rovina di tanti piccoli cittadini.

Quanto all’impudenza degli invertiti che reclamano la soddisfazione (senza paura del disonore) dei loro istinti naturali, per sostenerla o piuttosto perché sia presa in considerazione, bisogna ricordarsi che se la prostituzione femminile diventasse pericolosa, la strada eterosessuale non avrebbe niente di più elevato, nulla che facesse appello all’immaginazione. Si sarebbe tentati di dire: Eh! È giusto! Questo vi insegnerà a moderarvi. Ma non sarebbe altro che una sparata ingiusta di un altezzoso, o di un duro o di un settario…

Quanto all’Oriente, non c’è che l’imbarazzo della scelta se si cercano esempi di unisessualità [5]

In Cina c’è più pederastia che in tutti gli altri paesi ma è possibile che lì non ci sia più l’unisessualità nel senso dell’uranismo. Come in tutti i paesi in cui la sodomia è praticata apertamente, lì si allevano dei bambini destinati a subirla; la sodomia passiva diventa un’industria paragonabile alla prostituzione femminile; ma la sodomia non è lo scopo degli unisessuali, degli uranisti, e in questi paesi, tra colui che ricerca i ragazzi impuberi, colui che cerca i puberi, i giovani uomini o gli uomini fatti, ci devono essere le stesse differenze che ci sono in Europa, con questa specificazione che non bisogna dimenticare: che la sodomia lì è praticata molto di più, essendo un fatto abitudinario e non comportando come qui uno stupro. Comunque, se si leggono le letterature orientali, si riconosce subito che lì la pederastia, la sodomia, non soddisfano le anime fiere e delicate più di quanto la fornicazione con delle ragazze giovani non soddisfi queste stesse anime in Europa.
Ci sono dei romanzi d’amore cinesi senza eroina, e per un romanzo d’amore è richiesta la possibilità di un sentimento reciproco, cioè c’è bisogno di qualcosa di diverso dal libertinaggio. Sfortunatamente i romanzi cinesi sono ancora poco accessibili.

Ma la letteratura persiana a turca ci informa in modo sufficiente e ci insegna che l’unisessualità e l’uranismo di Sai, di Hafiz, di Ruscheni, di Jami, non era affatto vizio o libertinaggio.

Non contenti di sollevarsi fino al platonismo più intenso, fino al lirismo più autentico, questa poesia ci mostra l’amore unisessuale al suo apogeo, negli uomini elevati o delicati.

Goethe ne ha tratto ispirazione e ha reso omaggio alla delicatezza di questi poeti, e col suo tatto di critico e di poeta, ha colto l’elemento grazioso e innocente: la devozione del ragazzo giovane per il poeta, sentimento che gli Orientali hanno spesso espresso.

L’uranista, i filosofo sensuale, non hanno aggiunto nulla ai costumi unisessuali dell’Oriente, questo è un punto sul quale gli avvocati dell’abolizione delle restrizioni unisessuali tra uomini liberi dovrebbero riflettere. La continenza è stata resa più difficile per loro dal fatto che essi hanno imparato con più difficoltà e più amarezza a innalzarsi al di sopra di se stessi. I grandi uomini come Michelangelo o come questi saggi uomini dell’Oriente devono soffrire di più nelle epoche in cui la lussuria che li tenta è permessa, perché la loro grandezza impedisce loro di voler essere come la truppa vile dei sensuali, ed essi si forgiano degli ideali che li fanno soffrire amaramente.

Jami racconta la storia di un giovane uomo che egli colloca tra i martiri dell’amore. Questo giovane uomo ogni giorno veniva a porre nella mano di un bel ragazzo che stava per essere venduto una borsa piena d’oro; ma lui non aveva abbastanza denaro per acquistarlo. Il mercante, colpito, condusse il giovane schiavo dal giovane uomo e con un banale pretesto inventato dal suo buon cuore lo pregò di ospitarlo durante la notte. Il giovane uomo, lasciato solo col suo idolo gli prodigò le più tenere carezze e ne ricevette tutte le prove innocenti di affetto e di docilità: ma invece di provvedere ad atti di sesso, abbracciò quella testa affascinante morì d’amore piuttosto che violare la castità.

Ateneo racconta l’aneddoto di un uomo che seguì dappertutto un bel ragazzo effeminato. Quello, infastidito, gli propose di togliersi la fantasia, di andare con lui e di non seguirlo più passo passo. L’uomo si arrabbiò e domandò al giovane carino come osasse rivolgergli la parola. E finì col dire: “Io desidero solo guardarti, ammirarti e questo è tutto.”

Molti uomini che l’impedimento della legge che essi biasimano eccita alla lussuria e all’impudenza, possono diventare padroni di se stessi.

Per l’India, il Giappone, il Tonchino, la Birmania, l’Oceania, rinvio di nuovo il lettore francese a Chevalier.

In una parola, non c’è una razza o un’epoca che non abbia praticato l’unisessualità molto più di quanto non lo abbia scritto nella prosa corrente.

Ne derivano molte conclusioni la cui importanza non sfuggirà a nessuno.

La prima è che un gran numero di uomini superiori, molte delle più grandi figure della storia, hanno presentato quello che io preferisco chiamare unisessualità ma che M. Chevalier chiama ancora anomalia contro natura, stereotipo che andrebbe distrutto in nome della stessa natura, “senza che essa sembri aver nuociuto alle loro brillanti qualità o aver indebolito il loro genio. I casi do Cesare, di Leone X, di Federico II, di Cambacérès e di altri[6] ne sono la prova. Così si trovano confermati i versi di Dante, che nel canto XV dell’Inferno[7] fa notare la grande intelligenza di certi uomini dai gusti unisessuali.”[8]

Nulla prova d’altra parte che il vizio sia ai giorni nostri più diffuso che in altri tempi. Malgrado la licenza dei costumi nei grandi centri della popolazione, la nostra società moderna, come sottolineato da M. Lacassagne, dovrebbe darsi da fare molto per arrivare al gradi di depravazione della società greche o romane.[9]

“Vediamo in conclusione che “l’unisessualità” si riscontra in tutti i tempi e in tutti i luoghi, in ogni epoca storica come sotto ogni latitudine, in tutte le società, qualsiasi sia il tipo etnico, la religione o la morale. Essa non si lascia né monopolizzare né circoscrivere. È quindi impossibile considerarla, come qualcuno vorrebbe, il prodotto di una civiltà avanzata, una invenzione cosciente delle razze superiori. L’umanità, in fatto di vizio o di morale, non inventa e non perfeziona nulla. Fin dall’inizio essa dà all’istinto sessuale tutte le sensazioni naturali o artificiali possibili, e fin dall’età delle caverne, non rimaneva altro da immaginare. Le società muoiono, le religioni spariscono, le condizioni sociali cambiano, solo la “viziosità originale”, la sessualità unisessuale e eterosessuale ) dell’uomo sussiste, sempre e dovunque identica a se stessa.” (Chevalier)
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[1] Non pretende certo di essere completa.
[2] Gli Irlandesi, come gli Ebrei, hanno fama di castità, ma sono loro che hanno prodotto gli scandali di Oscar Wilde, di Dublin, di M. de Cobain, del vescovo di Clogher, dal caso Walpole, che sono comparsi nel caso di lord Audley…
[3] Si veda: Une maladie de la personannlité , L’Inversion sexualle (Psychophysiologie – Socilogie –Tératologie – Aliénazion mentale – Anthropologie – Médecine judiciaire) del dott. J. Chevalier – Lyon, Storck. 1893.
[4] Nota di Project: – Raffalovich si riferisce alla Sezione seconda dell’Atto di emendamento alla Legge criminale del 1885, il cosiddetto Labouchère Ammendement, dal nome del membro della Camera dei comuni che ne ottenne l’approvazione. Nel 1885, Labouchère presentò il suo testo come aggiunta dell’ultimo momento a un disegno di legge parlamentare che non aveva niente a che fare con l’omosessualità. Il suo emendamento rappresenta la peggiore espressione legale dell’omofobia dell’età vittoriana. Dieci anni dopo, l’emendamento Labouchère consentirà la condanna di Oscar Wilde a due anni di reclusione con lavori forzati, il massimo della pena. Labouchère si rammaricò per la mitezza della condanna di Wilde, e affermò che avrebbe preferito una condanna a sette anni, secondo la sua proposta iniziale, che prevedeva un massimo della pena non di due ma di sette anni.
Riporto qui di seguito il testo dell’emendamento.
“Section II of the Criminal Law Ammendment Act, 1885
Any male person who, in public or private, commits, or is a party to the commission of, or procures, or attempts to procure the commission by any male person of, any act of gross indecency shall be guilty of misdemeanour, and being convicted shall be liable at the discretion of the Court to be imprisoned for any term not exceeding two years, with or without hard labour.”
Sezione seconda dell’Emendamento alla Legge criminale, 1885
Qualsiasi persona di sesso maschile che, in pubblico o in privato, commetta o prenda parte alla commissione di, o procuri, o tenti di procurare la commissione da parte di qualsiasi persona di sesso maschile, un qualsiasi atto di grave indecenza sarà ritenuta colpevole di comportamento immorale e, condannata, sarà passibile, a discrezione della corte, di essere imprigionata per un periodo non eccedente i due anni, con o senza lavori forzati.”
Come si vede, la norma, che punisce solo l’omosessualità maschile e non quella femminile, criminalizza qualsiasi comportamento omosessuale, anche in privato, e qualsiasi forma di partecipazione, diretta, indiretta, anche solo tentata a qualsiasi comportamento omosessuale. Si tratta di una legge che legittimava qualsiasi comportamento persecutorio nei confronti degli omosessuali.
Nella Relazione sul primo Codice penale per il Regno d’Italia [1887], Titolo VIII “Delitti contro il buon costume e l’ordine delle famiglie”, Zanardelli scriveva: “Nel determinare i fatti da comprendersi nel presente Titolo, il Progetto attuale, in conformità ai precedenti, si ispira a questo concetto fondamentale che, se occorre da un lato reprimere severamente i fatti dai quali può derivare alle famiglie un danno evidente ed apprezzabile o che sono contrarii alla pubblica decenza, d’altra parte occorre altresì che il legislatore non invada il campo della morale. In conseguenza, le sanzioni penali del Progetto non colpiscono tutti indistintamente i fatti che offendono il buon costume e l’ordine delle famiglie, ma quelli soltanto che si estrinsecano coi caratteri della violenza, dell’ingiuria, della frode o dello scandalo, la repressione dei quali è più vivamente reclamata nell’interesse sociale. Quindi non sono incriminate le azioni che non hanno quei caratteri, e l’indagine delle quali farebbe trascendere oltre i suoi giusti confini l’opera legislativa.”
Il confronto tra il Labouchère Ammendement e il Codice Penale Zanardelli, che non prevede mai l’omosessualità né come reato né come aggravante di altri reati, è tanto eloquente da non richiedere commento.
[5] Al tempo di Costantino, esistevano a Costantinopoli delle case di prostituzione maschile.
Sotto Bajazet Ier (1389-1403) i Turchi amavano molto le pagine cristiane. I Greci, i Bulgari, gli Ungari. Ancora oggi i giovani cristiano sono lì favoriti.
[6] Alessandro il Grande, Socrate, Platone, Sofocle, Pindaro, Fidia, Epaminonda, Virgilio, il gran Condé, il principe Eugenio, William gi Inghilterra, Michelangelo, Winckelmann, August von Platen, non guastano questa lista.
[7] Dante colloca gli unisessuali poeti nel Purgatorio.
[8] Antifisici, dice M. Chevalier.
[9] Malgrado tutto il rispetto dovuto sempre a M. Lacassagne, è spesso difficile credere a una minore depravazione nel XVIII o nel XIX secolo rispetto ad altri periodi.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=5821

GAY E AMICIZIA SECONDO RAFFALOVICH

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi è dedicato all’amicizia. Secondo Raffalovich, come secondo molte persone, l’amicizia è un sentimento nettamente separato dall’amore e contraddistinto dal fatto di non avere implicazioni sessuali. È vero però, che dopo essere partito da questa premessa Raffalovich aggiusta progressivamente il tiro e, anche se nelle note, arriva a sostenere che delle amicizie caratterizzare da piccole e incontrollate perdite seminali, non hanno comunque delle vere implicazioni sessuali.

Naturalmente su questo si può non concordare, per superare l’impasse basterebbe ammettere che il dominio dell’amicizia e quello dell’amore hanno degli elementi in comune, cosa che Raffalovich non accetta, sulla base del postulato iniziale sella separazione netta dei due campi.

Nell’ambito dell’articolo, due punti sono particolarmente interessanti. Il primo è l’analisi del sonetto XX di Shakespeare e il secondo è la storia di Molière e Baron.

Il sonetto XX di Shakespeare, secondo Raffalovich, ma anche secondo il comune buon senso, esclude l’omosessualità di Shakespeare perché il suo amore per W.H. è tutto attribuito all’aspetto e al modo di fare molto femminile di W.H..

Shakespeare aggiunge che la natura ha dato a W.H. un membro maschile (che il poeta lascia alla donne, perché non sa che farsene) e questo fatto gli impedisce un contatto sessuale ma non certo l’amore. Effettivamente è difficile pensare ad un gay che si innamora di un uomo per i suoi tratti femminili e ne lascia invece i tratti maschili e la stessa sessualità alle donne.

Per quanto riguarda il rapporto di Molière col giovanissimo Baron, Raffalovich si sforza di allontanare i sospetti di omosessualità, ma posso dire che, dalla lettura dei fatti, sospetti del genere non mi avevano neppure sfiorato!

Sono interessanti anche gli atteggiamenti sostanzialmente satirici usati da Raffalovich nei confronti della pruderie inglese, tipicamente vittoriana, legata alle manifestazioni più espansive dell’amicizia maschile.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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L’amicizia

L’amicizia non è una manifestazione dell’istinto sessuale, anche quando somiglia molto a certe manifestazioni di questo istinto.

Non confondere l’amicizia entusiastica, completa e romantica non l’unisessualità larvata o nascosta è cosa della più grande utilità e da un certo punto di vista, per alcune persone, di una grande difficoltà.

A seconda delle epoche, dei paesi, delle persone e delle età, si applicano regole diverse. La Bruyère ha detto che il cuore che si è affaticato sull’amicizia non ha ancora fatto nulla per l’amore (eterosessuale); l’amicizia è un istinto altrettanto naturale e spontaneo dell’amore materno e che come quello deve essere al sicuro dalla calunnia e dai sospetti. L’amicizia-passione (o l’amicizia-gusto, o l’amicizia-fantasia) come la passione religiosa o artistica o scientifica o patriottica, si manifesta nello stesso modo nell’unisessuale e nell’eterosessuale.

La storia, come la vita contemporanea, ce ne offre parecchi esempi. Si potrebbe anche dire che l’uomo eterosessuale per il quale la donna rappresenta il summum dei piaceri sensuali è maturo per un’amicizia superiore e devota tanto quanto l’uomo per il quale la donna rappresenta solamente un’amica sororale o materna, o una nemica velenosa. Le grandi e lunghe dedizioni degli uomini senza il genio dell’altruismo sono soprattutto possibili quando essi non sono ispirati sensualmente – Come Lucas Cranach che seguiva il suo padrone prigioniero[1] o come Goethe che voleva imitarlo in occasione della collera di Napoleone contro il duca di Weimar.

Un uomo che ha provato l’amarezza e la tristezza di tutte le sensualità e le sessualità, si infiamma e resta imbarazzato soprattutto per un sentimento che non ha come base la sensualità, né ha la sessualità come centro. È così che l’uomo, malgrado la moglie o l’amante, si dedicherà a un amico o a una causa, come simbolo di qualcosa di più astratto, di meno personale del suo piacere.

L’altruismo è altrettanto fondamentale, altrettanto indispensabile dell’egoismo, se si vuole comprendere la natura umana. Tutte le sottigliezze degli epigrammatisti di genio, tutti i sotterfugi dei sofisti eloquenti non cambiano in nulla la differenza tra il desiderio di procurare piacere a se stessi o di farsi del bene, senza tenere conto degli altri, e il desiderio di amare il proprio prossimo più di se stessi, la differenza tra un imperatore Romano e San Francesco d’Assisi.

L’uomo che ha la vocazione dell’amicizia, come Bonstetten, per esempio, o Tiberge (in Manon Lescaut) dell’abate Prévost, e colui che ha molto amato le donne o gli uomini, si trovano nei confronti dell’amicizia più o meno nella stessa situazione se possiedono l’insieme delle qualità che la devozione affettuosa e l’amicizia altruista comportano. L’amicizia aumenta per il fatto stesso che non attira gli inganni sessuali e le tristezze delle voluttà raggiunte.

Dunque non bisogna prendere le grandi amicizie della giovinezza o dell’età matura (anche se uno degli amici è, è stato, o sarà notoriamente unisessuale) per manifestazioni dell’istinto sessuale, perché l’amicizia e l’unisessualità possono esistere insieme. Mi chiedo anche se sorvegliando troppo le amicizie infantili, piuttosto che non sorvegliandole abbastanza, non si faccia che aumentare il rischio per i bambini.

La questione è delicata e importante.

Le amicizie dell’adolescenza, quando l’adolescenza apporta una nuova castità, una seconda verginità del cuore e del carattere, e anche del corpo, assomigliano molto all’amore, ma sono di un’importanza incalcolabile. I maestri, quando non sono troppo sospettosi, i genitori (se non sono gelosi) possono servirsene molto meglio che dell’emulazione per stimolare i ragazzi[2] È meglio che un ragazzo si esponga a dei possibili pericoli, a dei possibili sviamenti, e che ottenga dei vantaggi probabili, certi. Le amicizie dell’adolescenza formano gli uomini e possono insegnare loro le virtù generose che la vita insegna solo ai privilegiati o ai buoni.
Le amicizie dell’età matura dovrebbero ugualmente essere rispettate.

Shakespeare nei suoi sonetti sembra aver conosciuto la stessa amicizia entusiastica di certi uranisti e certo Shakespeare non era uranista,[3] come è provato dal sonetto che manifesta imbarazzo per il sesso maschile di W.H.. Michelangelo o Platen al contrario, avrebbero amato W.H. perché era virile, bello e buono. Se ci si ricorda la conversazione di Casanova con Bellino, si vedranno nelle paure simulate di Bellino, tutti i pericoli possibili ai quali Shakespeare poteva esporsi; e non c’è il minimo dubbio che Shakespeare abbia sofferto amaramente e abbia amato in modo fervente, ma i sonetti non sono sensuali, sono affettuosi, teneri, senza equivoco.

Anche se l’amore di Shakespeare per W. H. ha ceduto alla sensualità, i suo sonetti non ne portano traccia. Sono stati comunque vivamente criticati, biasimati, proibiti, deplorati, in una sola parola ci si è abbandonati su di essi a tutte le acrobazie di un gergo insistente.[4]

Nel biasimarli, come nel biasimare molte delle manifestazioni iperboliche dell’amicizia, ci si trova oggi spesso in imbarazzo. I sentimenti meno sensuali di un essere spontaneo e buono si esprimono all’esterno con certe parole, certi simboli, certi gesti.

In Inghilterra (oggi), con grande pompa e senza alcun motivo serio, è generalmente accettata l’idea che l’amicizia più vigorosa non debba esprimersi che con una stretta di mano: il pudore maschile si spaventa di qualsiasi altra effusione in pubblico e a buon diritto. In teatro si batte energicamente con la mano la spalla dell’amico, ma per fare questo bisogna essere molto inteneriti e gioviali. Si arriva oggi ad immaginare che in privato o in particolari situazioni possa essere un po’ sconveniente essere più espansivi? È di moda in Inghilterra prendere in giro tutte le nazioni straniere in cui si manifesta l’amicizia in un altro modo, e ci si abbandona senza vergogna a delle considerazioni assurde su questo argomento. È una convenzione come un’altra, ma le persone grossolane o paurose finiscono per renderla molto sconveniente e le risate da pollaio o i rossori che accompagnano ogni altra manifestazione di affetto in teatro, per esempio, devono stupire gli stranieri e far loro credere gli Inglesi molto villani nel loro pudore. Nel capitolo sull’unisessualità inglese cercherò di spiegare un po’ questa tendenza e qualcuna delle sue conseguenze…

Quando si vede il campo dell’uranismo, il numero degli uranisti accrescersi sotto i nostri occhi, ci si ricordi di questo: una forte amicizia unica (o quasi) nella vita di un eterosessuale o di un unisessuale ha tante probabilità di essere un’amicizia vera portata alla quintessenza, quante ne ha un accesso di unisessualità nel primo o di infatuazione amorosa [eterosessuale] nel secondo. Così si è ripetuto che Molière aveva amato pederasticamente Baron, ma gli aneddoti che ho letto mi sembrano così innocenti che non si può sospettare che l’affetto di Molière fosse toccato dalla sessualità, affievolito o diminuito da essa. Ci si pensi.

D’altra parte anche se si avessero prove, documenti che indicano in Molière altre intimità sospette non si potrebbe in modo definitivo dare all’affetto di Molière per il piccolo Baron una interpretazione nel senso della unisessualità.

“Molière[5] era occupato in modo continuativo nell’intento di rendere migliore la sua compagnia.(Quando il piccolo Baron comparve nel teatro di la Raisin, ebbe molto successo). Era sorprendete che un ragazzo di dieci o undici anni, non introdotto ai principi della declamazione, facesse valere la sua passione con tanto spirito come faceva lui… Molière che allora are ammalato, non aveva potuto vedere il piccolo Baron i due primi giorni[6] ma tutti gliene dissero così bene che si fece portare al palazzo reale alla terza rappresentazione, anche se era malato. Gli attori dell’ hôtel de Bourgogne erano stati presenti a tutte le rappresentazioni, e non erano certo meno sorpresi del giovane attore di quanto non lo fosse il pubblico, soprattutto la Du Parc, che lo prese immediatamente in amicizia, e che in modo molto serio aveva fatto dei preparativi per averlo a cena qual giorno. Il ragazzo che non sapeva a chi dare retta per ricevere le carezze che gli facevano, promise a questa attrice che sarebbe andato da lei, ma la cosa fu interrotta da Molière, che gli disse di andare a cenare con lui.

“Era un maestro e un oracolo quando parlava, e questi attori avevano per lui una tale deferenza che Baron non osò dirgli che era impegnato, ma la Du Parc non si tratteneva dal trovare sbagliato che il ragazzo mancasse con lei alla parola data. Essi considerarono tutta questa buona accoglienza come la fortuna di Baron.

Appena Baron arrivò a casa di Molère, Molière andò subito a cercare il sarto per farlo rivestire (perché non era affatto in buono stato) e raccomandò al sarto che l’abito fosse molto appropriato, completo e finito per l’indomani mattina. Molière interrogava e osservava continuamente il giovane Baron durante la cena, e lo fece dormire con sé per avere il tempo di conoscere i suoi sentimenti attraverso la conversazione, al fine di indirizzare meglio il bene che gli voleva fare. L’indomani mattina, il sarto, puntuale, verso le nove o le dieci, portò al piccolo Baron un guardaroba completo. Lui rimase stupito e molto contento di vedersi improvvisamente così ben sistemato. Il sarto gli disse che bisognava scendere nell’appartamento di Molière per ringraziarlo. “È proprio nelle mie intenzioni, rispose il piccolo uomo, ma non credo che sia ancora sveglio.” Il sarto lo assicurò del contrario, lui scese e fece un complimento di riconoscenza a Molière che fu molto soddisfatto e non si accontentò di averlo fatto sistemare così bene ma gli regalò anche sei luigi d’oro, con l’ordine di spenderli come volesse. Tutto questo era un sogno per il ragazzo… Molière gli chiese che cosa sinceramente desiderasse di più. – Di rimanere con voi il resto dei miei giorni, gli rispose Baron, per mostrarvi la mia riconoscenza per tutto quello che avete fatto per me.

“Va bene! Gli disse Molière, è una cosa fatta…

“Molière, che amava i buoni costumi, non ebbe meno attenzione nel formare quelli di Baron che se il ragazzo fosse stato suo figlio; coltivò con cura le disposizioni straordinarie che il ragazzo aveva per la declamazione.

“Il bene che Molièere faceva a Baron non piaceva a sua moglie; senza preoccuparsi di corrispondere all’amicizia che lei voleva ottenere da suo marito, non poteva comunque soffrire che lui avesse atteggiamenti di bontà per questo ragazzo che, da parte sua, a tredici anni, non aveva tutta la prudenza necessaria per controllarsi con una donna verso la quale doveva avere dei riguardi. Lui si vedeva amato dal marito, e anche necessario ai suoi spettacoli, accarezzato da tutta la corte; non si preoccupò affatto di piacere o meno alla signora Molière. Lei si lasciò andare a dargli uno schiaffo per una questione molto banale; il ragazzo ne fu così vivamente offeso che se ne andò dalla casa di Molière: credette che il suo onore fosse compromesso dall’essere stato battuto da una donna. È mai possibile, disse Molière a sua moglie, che tu abbia avuto l’imprudenza di colpire un ragazzo così sensibile come sai che lui è, e tanto più in un periodo in cui è incaricato di un ruolo di seicento versi nella commedia che dobbiamo rappresentare davanti al re?

“La moglie espose diverse ragioni, sbagliate e anche aggressive, alle quali Molière decise di non rispondere nemmeno; si limitò a cercare di addolcire il ragazzo che si era rifugiato a la Raisin.

“Niente lo poteva fare tornare indietro, era troppo irritato; comunque promise che avrebbe recitato la sua parte ma non sarebbe tornato a casa di Molière. In effetti ebbe l’arditezza di chiedere al re il permesso di ritirarsi e, incapace di riflettere, si rimise nella troupe di la Raisin che lo aveva incitato a tenere il punto. Comunque era sempre occupato da Molière; l’età, il cambiamento, gli facevano sentire la riconoscenza che gli doveva e il torto che gli aveva fatto nell’abbandonarlo…

Questi discorsi furono riportati a Molière; che ne fu ben contento e non potendosi trattenere dal desiderio di fare tornare questo ragazzo nella sua troupe, che ne aveva bisogno, gli scrisse a Digione una lettera molto toccante. Molière aveva sofferto per l’assenza di Baron, l’educazione del ragazzo lo distraeva nei momenti di pausa. I disagi di famiglia aumentavano ogni giorno a casa sua, non poteva lavorare sempre né stare sempre con i suoi amici per distrarsi.

“D’altra parte non amava avere intorno troppa gente né il disagio, non aveva nulla per divertirsi o stordirsi allontanandosi dai suoi dispiaceri. Così considerava il ritorno di Baron come un divertimento familiare, col quale avrebbe potuto, con maggiore soddisfazione, condurre una vita tranquilla, conforme alla sua salute e ai suoi principi, senza il peso di questo armamentario di famiglia e anche di amici, che ci derubano, molto spesso, con la loro presenza inopportuna, dei momenti più gradevoli della nostra vita.

Baron non fu meno vivo di Molière nel corrispondere a quei sentimenti: partì appena ricevette la lettera, e Molière invaso dal piacere di accogliere il suo giovane attore qualche momento prima, andò ad aspettarlo alla porta di san Vittore il giorno in cui doveva arrivare, ma non lo riconobbe. I grandi spazi aperti della corsa lo avevano talmente stancato e affaticato che lo lasciò passare senza riconoscerlo, e se ne tornò triste a casa sua dopo aver aspettato per un bel po’. E fu felicemente sorpreso di trovarci Baron … Molière chiese a Baron se avesse denaro. Il ragazzo gli rispose che aveva in tasca solo quello che c’era rimasto di spiccioli, perché aveva dimenticato la sua borsa sotto il cuscino del letto l’ultima volta che era andato a dormire, che se ne era accorto dopo qualche stazione di posta, ma che la fretta che aveva di rivederlo non gli aveva permesso di tornare sui suoi passi per riprendersi il denaro. Molière fu entusiasta che Baron fosse ritornato e che fosse così emozionato e riconoscente, lo mandò al teatro con l’ordine di chiudersi talmente nel suo mantello da non poter essere riconosciuto da nessuno, perché non era proprio vestito, benché fosse vestito bene, alla maniera di un uomo che era l’attrazione dei suoi spettacoli. Molière non dimenticò nulla per rimetterlo in lustro; riprese la stessa attenzione che aveva avuto verso di lui all’inizio…

“Appena Molière morì, Baron[7] andò a Saint-Germain per informarne il re; Sua maestà ne fu toccata e si degnò di testimoniarglielo. Era un uomo probo, che aveva dei sentimenti poco comuni tra le persone del suo rango… Era costante nelle sue amicizie e sapeva ben collocarle.”

Insieme con i sonetti di Shakespeare, W.H. gli ispirò la sola amicizia romantica che noi conosciamo di lui, e se l’analisi rispettosa dei sonetti non ci fornisce francamente niente di sensuale, niente di sornionamente impudico, non c’è ragione di non ammettere anche lì un affetto senza scopo sessuale, senza base sessuale, qualsiasi ne siano le possibile ignote peripezie.[8]

Molti uomini in momenti diversi della loro vita hanno bisogno di simpatia (sia da testimoniare sia da farsi testimoniare), di ammirazione (passiva o attiva), di rispetto, di devozione, di apprezzamento, di solidarietà.

Molte di queste cose (dato che esse non agiscono da sole) potranno rendere molto intensa l’amicizia, e l’amicizia si colorerà in modi diversi, secondo la categoria alla quale essa sembra corrispondere più o meno idealmente o realmente, o più o meno illusoriamente: l’amicizia dei condiscepoli, l’amicizia del discepolo per il maestro, quella del maestro per il discepolo, l’amicizia dell’amico guaritore[9] per l’amico malato o sofferente (soprattutto moralmente) – io credo che questa amicizia sia la più forte, la più tenace, quella che al mondo affronta tutto – o per l’amico debole, e l’amicizia del convalescente o del guarito per il guaritore, l’amicizia fraterna, equilibrata e franca, tra amici che hanno i medesimi interessi o degli interessi paralleli (Montaigne e La Boétie, Achim von Arnim e Clemens Brentano, Goethe e Shiller, i fratelli Grimm e i fratelli Goncourt, Michelet e Poinsot, Liebig e Woeler). Questa amicizia esiste in grande misura tra uomini di lettere o di scienza o tra gli artisti.

L’apprendere, l’insegnare, il comprendersi reciprocamente, spingono questa amicizia fino a una veemenza tenera e costante, negli intellettuali. Questa è l’amicizia più duratura tra gli uomini il cui valore morale corrisponde all’intelligenza. Per questo, le meschinerie, le piccinerie devono tacere.
Parlare di unisessualità a proposito di queste amicizie, sarebbe come parlare di incesto[10] a proposito dell’amore di una madre, di un figlio, di un fratello, a proposito della devozione per l’inferiore o per il superiore.
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[1] Nota di Project:- Lucas Cranach detto il Vecchio (1472-1553), pittore e incisore tedesco, amico di Lutero, Essendo stato catturato il suo protettore Giovanni Federico I elettore di Sassonia dopo la Battaglia di Mühlberg, Cranach lo accompagnò in cattività dal 1550 al 1552, prima di ritornare a Weimar, nuova residenza elettorale, per morirvi l’anno seguente.

[2] Si può leggere a questo proposito il giudizioso Niemeyer. [August Hermann Niemeyer (1754 –1828) pedagogista tedesco.]

[3] Si lamenta nel famoso ventesimo sonetto (che sciocca il pudore di certi editori inglesi) che la natura, dando per errore a W. H. un organo di cui Shakespeare non sapeva che farsene, gli aveva tolto il piacere sensuale e gli aveva lasciato l’amore. È la situazione di Casanova e di Bellino.

[4] Si vedano Hallam e Michelet. [Henry Hallam (1777 –1859) storico inglese; Jules Michelet (1798 –1874) storico Francese]

[5] Vie de Molière, di Legalois de Grimarest (Archives curieuses de l’histoire de France, 2^ serie, vol X, E. Danjon, bibliothécaire de l’Arsenal, 1839).

[6] Il secondo giorno la Raisin aveva incassato mille scudi.

[7] Non so se sia utile raccontare un aneddoto che prova che Molière trattava Baron come un ragazzino viziato e malizioso. Quando Bernier tornò dal suo viaggio, andò ad Auteuil a raccontare a Molière che non ci si poteva comportare con l’imperatore Mogol detronizzato come si faceva in Turchia, ecc., Baron lo prese tanto in giro che Bernier alla fine fu costretto a riportare la conversazione sul capitolo Baron. “Molière, che ne parlava con piacere, ne cominciò la storia, ma Baron, stufo di ascoltarlo, andò a divertirsi altrove”.
Sembra che Molière avesse una relazione con un’attrice che non era bella “un vero scheletro e priva di senso comune, Amica di Florimond e di la Barre. Molière lo sapeva ma diceva di non avere il tempo né la pazienza di abituarsi ai difetti di un’altra persona.”
“Può anche darsi che un’altra [donna] non avrebbe voluto l’affetto di Molière, che trattava le relazioni con trascuratezza, le sue assiduità non erano troppo stancanti per una donna; in otto giorni una piccola conversazione, questo era abbastanza per lui. Senza che si preoccupasse di essere amato se non da sua moglie”.

[8] Le grandi emozioni, qualsiasi esse siano, (si sa che certi artisti provano delle emozioni sessuali quando lavorano con furia o quando sono colpiti da un’impressione artistica), religiose o artistiche o sentimentali, agiscono qualche volta, senza che l’uomo se ne renda conto, sui centri sessuali.
San Giovanni della Croce disse che non bisogna affliggersi né credersi scorretti se questo succede durante l’assorbente preghiera indirizzata a Dio e se uno degli incidenti dell’amicizia di Shakespeare per W. H. o di Molière per Baron fosse stato una incosciente e insignificante perdita seminale, non bisognerebbe certo dedurne l’origine sessuale di queste amicizie.
In certi esseri delicati e inflessibili, il colore, la musica, il toccare le cose inanimate, la composizione, il lavoro cerebrale possono in rari momenti portare una perdita sessuale di cui essi appena si accorgono, tanto sono occupati da altre cose. Non si può dire che questa perdita sessuale del matematico o del musicista provi che le loro emozioni, i loro interessi siano di origine sessuale, non li si può considerare feticisti.

[9] Questa bella espressione appartiene a Stendhal.

[10] Nel romanzo di Catulle Mendès, Mephistophela l’invertita rifiuta sua figlia per non asservirla al suo vizio, ma anche lei, la folle, la dannata, non cede alla tentazione. Gli incesti unisessuali esistono (soprattutto tra fratelli). Krafft-Ebing racconta la storia di due ragazzi di 15 e 16 anni, ai quali il padre, un medico, fece subire la sodomia passiva completa… ecc. ecc.. Ma non credo che si incontrerebbero degli incestuosi unisessuali tra gli uranisti arrivati alla maturità senza essere alienati. Non nego la possibilità, al contrario l’incesto unisessuale può essere più frequente di quello eterosessuale; Zo’har [un romanzo di Catulle Mendès il cui titolo è il nome di una delle cinque città che secondo l’Antico Testamento furono bruciate in situazioni simili a quelle di Sodoma e Gomorra] di Mendès sarebbe allora più verosimile senza eroina. L’incesto, fortunatamente, è poco attraente per la maggior parte degli uomini.

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GLI OMOSESSUALI REALIZZATI SECONDO RAFFALOVICH

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi è intitolato “I forti e i forti”. Il titolo è preso da una poesia di Verlaine, che Raffalovich riporta, in cui si descrivono i rapporti sessuali di una coppia di omosessuali virili e di forte carattere. La poesia di Verlaine non è sempre di immediata comprensione per il lettore di oggi e contiene espressioni strane che, come si vedrà nel seguito del capitolo, hanno riferimenti sessuali precisi. Non si deve credere che Verlaine avesse qualche reticenza in fatto di sessualità, il suo linguaggio criptico era un’esigenza per evitare il ritiro dell’opera per oscenità.

Raffalovich mette a paragone la coppia omosessuale di due “forti” alla maniera di Verlaine, con la coppia onorevole di Platone ed è evidente che le sue preferenze vanno a Platone. Riporta poi alcuni casi emblematici di omosessualità di uomini virili profondamente soddisfatti della loro sessualità omosessuale, tratti da Krafft-Ebing, e ne fornisce interpretazioni certamente più convincenti di quelle fornite dallo stesso Krafft-Ebing.

Il paragrafo dedicato all’eredità, affronta poi un concetto che dominava la medicina di fine 800 e cioè il concetto di ereditarietà, di cui Krafft-Ebing faceva largo uso e che si ritrova fortemente presente anche in Havelock Ellis. Raffalovich, con una verve quasi comica mette in crisi la faciloneria con la quale, per spiegare l’omosessualità di uomini perfettamente normali, si cercavano o se del caso si inventavano patologie di vario tipo nei loro ascendenti e se ne deduceva tutto o il contrario di tutto senza un minimo di serietà scientifica. Non per nulla, alla descrizione medica dei casi di omosessualità Raffalovich preferisce le ricostruzioni storiche e le analisi psicologiche approfondite.

Molte riflessioni che Raffalovich espone in questo capitolo sono sostanzialmente valide ancora oggi, ma lasciamo a lui la parola.
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I forti e i forti

Verlaine, in una delle sue meravigliose poesie, ha cantato l’amore fisico degli unisessuali virili. Penso che le pagine precedenti renderanno più facile capire il senso fisico di questa poesia.

Queste passioni ch’essi soli chiamano ancora amori
sono anch’esse amori, teneri e furiosi,
con particolarità curiose
che non hanno certamente gli amori di tutti i giorni.

Eroiche, anche più e meglio delle altre passioni,
si adornano di splendori d’anima e di sangue
tali che al confronto gli amori nei ranghi
non sono che Riso e Gioco o necessità erotiche,

che vani proverbi, che un nulla da bambini troppo viziati.
– “Ah! i poveri amori banali, animali,
normali! Voglie grossolane o pulsioni frugali,
senza contare la sciocchezza delle fecondità!”

– Coloro che l’alto Rito consacra possono dire,
avendo conquistato la pienezza del piacere,
e l’insaziabilità del loro desiderio
che benedice la fedeltà del loro merito.

La pienezza! Essi l’hanno completamente:
baci saziati, ingozzati, mani privilegiate
nella ricchezza di carezze ripagate,
e questo divino finale annientamento!

Così sono i forti e i forti, l’abitudine
della forza li rende invincibili nel godimento.
Abbondante, saporoso, debordante, il godimento!
Lo credo bene che hanno la pienezza piena!

E per esaudire i loro voti, ciascuno a turno
compie l’azione suprema, ha la perfetta estasi
– Talvolta la coppa o la bocca e talvolta il vaso –
in deliquio come la notte, fervente come il giorno.

I loro bei trastulli sono grandi e gioiosi. Niente di quelle crisi:
vapori, nervi. No, giochi coraggiosi, poi felici
braccia stanche attorno al collo, per sonni a due più
stretti che languidi, spesso interrotti per essere ripresi.

Dormite, innamorati! Mentre intorno a voi
il mondo disattento alle cose delicate,
strepita o riposa in sonnolenze scellerate,
senza nemmeno, è così stupido!, essere di voi geloso.

E questi risvegli franchi, chiari, ridenti, verso l’avventura
di fieri dannati d’un più magnifico sabba?
Salve, testimoni puri dell’anima in questo combattimento
per l’affrancamento dall’opprimente natura![1]

Il velo che Verlaine solleva ci mostra, anche se tra dei “forti”, degli accoppiamenti molti differenti da quelli permessi dall’amore platonico fisico: quegli “stretti sonni a due, spesso interrotti per essere ripresi” sono proprio quello che Platone, nella sua saggezza, trovava abominevole. Evidentemente perché lui permetteva, santificava l’amore fisico che contribuisce anche all’amore essenziale, costante, filosofico. Delle notti interrotte e riprese più volte non possono che indebolire, alla lunga, la fibra morale di questi amori, non possono che avvicinare la sazietà[2], la fine. Platone permetteva (proprio come san Paolo che concedeva il matrimonio a quelli che non potevano rimanere casti e vergini) la soddisfazione fisica tra amici-amanti di lungo periodo se non a vita; egli proibiva la sazietà.

Si vede ora un po’ più chiaramente la morale dell’amor platonico, la sua gerarchia. Gli innamorati sazi di Verlaine stanno agli amanti platonici onorevoli come gli innamorati sazi di belle cortigiane stanno agli amanti coniugali. Riconoscere la gerarchia platonica (cosa della quale si ha tanta paura oggi) non presenta più rischi che riconoscere la superiorità del matrimonio sulla fornicazione.

Krafft-Ebing ha fornito numerosi casi di soddisfazione fisica tra forti e forti. Così troviamo M. O., di 32 anni, che aveva un ruolo nell’alta amministrazione, che a quattro anni provò chiaramente le sue prime tendenze unisessuali, all’età di sei anni si trovò a praticare la suzione peniena su suo fratello maggiore. Tra gli 8 e i 14 anni non ebbe una vita sessuale. Pubertà a 14 anni. A 15 un sogno lascivo unisessuale. A 16 masturbazione solitaria con fantasie unisessuali. Poi amore platonico per un giovane uomo il cui odore era gradito ad O. Durante i diciotto mesi di questo amore platonico, niente masturbazione. A 20 anni coito con una prostituta, senza godimento. Come al solito, questi coiti con delle ragazze sono seguiti da una forte pulsione unisessuale, che rende il coito sempre più raro e sempre più difficile. Ne deriva che O. è forzato ad immaginarsi un uomo, quando sta con una donna. Oscilla tra disperazione, noia della vita, masturbazione, onanismo, coito con ragazze coi capelli corti e con le anche strette che hanno l’aria di un ragazzo grande. A 31 anni incontra in viaggio un uomo simpatico. Coito orale reciproco seguito da un grande e salutare benessere, dice Krafft-Ebing. È il “Talvolta la coppa o la bocca e talvolta il vaso” dell’ingegnoso Verlaine. M. O., dice Krafft-Ebing, non presenta alcun segno di degenerazione; è completamente virile e di aspetto distinto. I suoi organi sessuali sono ben formati. Dato che una di queste ragazze dall’apparenza di ragazzo gli ha comunicato un’infezione venerea, e dato che tutti i suoi rapporti con ragazze erano a malincuore, e dato che a 31 anni si è trovato così soddisfatto dall’onanismo orale reciproco, è probabile che questo coito unisessuale divenga la sua soddisfazione abituale. Si può senza esitazione far risalire questa predilezione per l’onanismo orale alla seduzione da parte del fratello, ma non si può dire altrettanto per l’unisessualità in sé. Questo è uno dei casi che Krafft-Ebing designa a torto: ermafroditismo psichico. Ma è un caso di uranismo malgrado dei rapporti eterosessuali.

Krafft-Ebing ci presenta anche il caso di M. B., di 32 anni, che non ha mai trovato interessante la donna, che non ha mai avuto rapporti con una donna, che prova anche un certo orrore quando pensa ad un coito eterosessuale. Si è sentito attirato verso altri ragazzi giovani, quando era giovane. Si è masturbato molto. I suoi rapporti unisessuali si limitano alla masturbazione reciproca, di tanto in tanto. La sua inversione, il suo uranismo, non gli producono alcun dolore. Non deve essere sentimentale. Il suo corpo è completamente maschile, il suo modo di fare è virile. Gli organi sessuali sono normali. Non presenta alcun segno di degenerazione, ma ha l’occhio nevropatico. Bisogna ricordarsi che la masturbazione reciproca è la soddisfazione unisessuale dei timidi, dei repressi, degli attenti, dei sorvegliati. Un amore condiviso, delle abitudini sentimentali, più tempo libero e molte altre cause porterebbero facilmente questo giovane uranista di 32 anni ad altre soddisfazioni.

Il caso di M. R., di 23 anni, è molto istruttivo. All’età di 6 anni, quando faceva il bagno insieme ad altri bambini, i loro corpi nudi lo eccitavano e producevano in lui delle erezioni sessuali. (proveniva da una famiglia neuropatica: cosa che, secondo me, spiega la precocità del suo eretismo, ma non la sua unisessualità.) A scuola, era sempre innamorato. Le donne non lo hanno mai interessato. Le sue occupazioni, le sue tendenze, i suoi giochi, non hanno avuto nulla di femminile o di effeminato. È stato sempre un ragazzo vero. Si è masturbato solo per poco tempo, dopo la pubertà. Secondo me la masturbazione che non precede la pubertà produce risultati del tutto diversi e non abbassa necessariamente il livello intellettuale o fisico.

Ha sempre amato, in modo esclusivo, dopo essere arrivato all’adolescenza, giovani uomini tra i 20 e i 30 anni, ben fatti e ben messi. Ha tentato di avere rapporti eterosessuali, ma il disgusto e l’assenza di una spinta sufficiente per andare avanti lo hanno portato alla decisione di non indirizzarsi più verso le donne.

Dal suo ventunesimo anno ha rapporti unisessuali. Pratica il coito attivo inter femora viri; ma verso un amico uranista, suo simile, col quale ha una relazione permanente, prova il suo affetto alternandosi con lui, “tantôt la coupe, tantôt le vase” (“qualche volta la coppa, qualche volta il vaso”). Questo tipo di coito gli dà sempre una sensazione di benessere.

Si rivolge a Krafft-Ebing per consultarlo a proposito di alcune nervosità. È completamente contento della sua vita sessuale, solo da un anno soffre qualche volta di una impotenza “psichica” di fronte ad un uomo che non sia completamente pulito, o che sia pagato, o che appartenga a una classe troppo elevata della società.

Queste tre categorie possono aprire un po’ gli occhi di coloro che ignorano l’estensione dell’unisessualità. Questa “impotenza psichica” significa secondo me che R. non è naturalmente dissoluto e che egli dovrebbe sottomettersi all’idea di seguire soltanto le sue vere tendenze.

Il caso di M. G. (negoziante, 31 anni, completamente virile di corpo, di aspetto e di andatura) è complicato da alcune circostanze dipendenti dall’ereditarietà e da circostanze dovute all’ambiente. G. è il settimo di 14 figli di un padre alcolista. Un fratello più grande è invertito. Si sospetta l’inversione di due sorelle morte giovani “perché evitavano le persone giovani e preferivano alla cucina la scuderia e i lavori da uomo”. Ma, dato che G., fino ai sette anni ha portato abiti da femminuccia, e dato che amava dare una mano in cucina e nella gestione della casa, e dato che questa famiglia non era ricca ed era resa infelice dall’ubriachezza del padre, i lavori maschili delle sorelle e l’aiuto che dava il ragazzino potevano certamente derivare da buon cuore e dal desiderio di alleggerire il fardello materno. Questo è un esempio eccellente delle lacune dell’osservazione clinica. Sembra che Krafft-Ebing non abbia chiesto a G. se il desiderio di venire in aiuto della madre potesse spiegare la sua condotta e quella delle sorelle. A 6 anni G. si sentì attratto da uomini che avevano la barba. Non ci viene detto se il padre che rendeva così triste quella casa fosse un uomo rasato: il bambino avrebbe potuto per contrasto amare i barbuti. O al contrario, se il padre ubriacone fosse stato mal rasato o avesse portato una barba mal pettinata, una barba incolta, un contrasto di un altro tipo avrebbe potuto affascinare il piccolo. I bambini le cui madri soffrono hanno delle precocità tragiche. A 10 anni arrossiva di fronte ad un uomo simpatico – cosa che accade alla maggior parte dei bambini un po’ tristi. A partire dalla pubertà si mise a fantasticare su uomini coi baffi. Gli uomini rasati non lo interessavano. Andava spesso al ballo per vedere dei begli uomini. Cercava la compagnia degli uomini nella speranza di trovare qualcuno che lo amasse. Si sentiva solo e abbandonato. A 18 anni, mentre un uomo “simpatico” si schiacciava contro di lui, G. provò l’orgasmo sessuale con il relativo sollievo; ma la sua timidezza (dovuta forse tanto a una giovinezza imbarazzata e infelice, sotto certi aspetti, quanto alla sua effeminatezza) gli impedì di trovare un amante. A 20 anni si diede all’onanismo e si sentì infelice, solo e disgustato della vita.

A 29 anni trovò un amore condiviso e la pace. Da allora visse con il suo mante in una grande città, come marito e moglie. È felice. Nei loro rapporti sessuali (masturbazione reciproca, coitus inter femora) lui è soprattutto passivo. Non è un caso di effeminazione ma di uranismo contrastato e intristito dalle circostanze. Nove anni di onanismo e di desiderio di essere amato, senza una fibra virile corrispondente alla costituzione virile del corpo, avrebbero prodotto un’effeminazione psichica o fisica. Si vede qui, ancora una volta, la differenza tra l’onanismo dopo la pubertà, dopo la crescita, e l’onanismo malaticcio degli impuberi.

Eredità[3]

Mi sono occupato poco fin qui dell’eredità. Non trovo che i dettagli che ci vengono dati sugli ascendenti e sui fratelli e le sorelle degli uranisti ci facilitino la conoscenza e la comprensione del loro uranismo. Credo invece di riconoscere che la debolezza, la nevrosi, l’alcolismo dei genitori spieghino piuttosto la mancanza di coraggio, la mancanza di iniziativa di certi unisessuali, piuttosto che la loro unisessualità. Gli uranisti che non hanno la gioia di vivere, che non osano, che si credono i bastardi della natura, hanno un’eredità più appesantita degli uranisti che accettano i loro istinti e non si ribellano contro la natura. La nevrosi ereditaria si oppone all’unisessualità più di quanto non la spieghi.

Per quelli che non vogliono o non possono ammettere la possibilità che l’uranismo sia un istinto quasi primordiale (posizione che si potrebbe difendere con vigore, se se ne credesse venuto il tempo) e che non possono in coscienza trovare tutti gli uranisti degenerati, o imbastarditi, o di minor valore fisiologico, c’è stato certamente il bisogno di servirsi dell’eredità. Essa tira fuori gli autori imbarazzati dalla loro perplessità in questo modo: l’eterosessuale, uomo normale, acquisisce abitudini di inversione e gusto per l’uomo. L’eredità trasforma questo gusto acquisito in gusto congenito sotto l’influenza avversa della malattia fisica o psichica degli ascendenti, delle loro nevrastenie, del loro alcolismo o che so io, di tutto quello che può succedere di sconveniente o di affaticante per dei genitori. È così che si può essere severi verso l’uranismo, che si possono biasimare i genitori e compiangere i figli. Si finirà per scoprire tutto quello che c’è di illusorio, di effimero, in questo punto di vista. È poco logico, se un uomo non è un degenerato, dissotterrargli, o addirittura inventargli, se ce ne fosse bisogno, dei genitori viziosi o degenerati.

Si trovano, tra i genitori degli uranisti, tanto eterosessuali indefettibili quanto sifilitici o sessualmente freddi, o uranisti per nascita o per caso.

Sembra che tutte le eredità portino all’uranismo, e anche che l’uranismo porti a tutte le eredità, a tutte le trasmissioni possibili. La storia ci mostra uranisti incontestabili che sono stati padri di eterosessuali altrettanto incontestabili; e il contrario è altrettanto frequente. Enrico IV è padre dell’uranista Vendôme[4] che a sua volta è il nonno del noto unisessuale Vendôme[5] “che prese Barcellona e la sifilide[6] dalla parte sbagliata”, e suo fratello il priore, ugualmente unisessuale. I due Condé sono unisessuali, il padre[7] al quale Enrico IV diede in moglie M.lle de Montmorency, perché sapeva che era nemico delle donne, e il figlio,[8] vincitore di Rocroi.

Non so se sia un’allegoria scientifica (altrimenti è la leggerezza con la quale si invoca l’eredità che guasta le buone intenzioni di avere un po’ di logica) ma ci si immagina facilmente un umo che ha commesso degli eccessi eterosessuali che lascia in eredità (dalla concezione di suo figlio) qualcosa che potrà ben manifestarsi in sessualità diminuita o esagerata, in freddezza sessuale o in ipersessualità eterosessuale, o in uranismo. Allo stesso modo un padre freddo potrebbe essere causa della freddezza o dell’ardore di suo figlio. Siamo così abituati a vedere i figli somigliare molto ai loro genitori o essere completamente diversi da loro e opposti a loro, o rassomigliare loro un po’, in ogni caso l’eredità ci appare sempre ugualmente chiara e interessante.

Weismann[9] riportando la dottrina dell’eredità ad un nuovo inizio, e volendo distruggere la teoria accettata dei caratteri acquisiti, ha reso secondo me un grande servizio alla psicologia. La teoria di Weisemann stesso non è ancora abbastanza completa, abbastanza controllata, abbastanza sviluppata per essere uno strumento nelle mani di chiunque. C’è, per un ingegnoso e paziente investigatore, uno studio interessante da intraprendere sulla teoria di Weisemann e l’uranismo congenito. Io non sono competente e non ho il tempo per essere presuntuoso, ma mi sembra che la teoria di Weisemann si applichi molto bene all’inversione congenita assoluta e all’eterosessualità con tendenze uraniste; se il primo contatto non mi inganna, questo va molto in favore di Weisemann.[10]

Insufficienza delle osservazioni mediche

Malgrado la loro grande importanza, malgrado la loro necessità, le osservazioni cliniche, mediche, presentano degli svantaggi intrinseci. L’invertito o l’eterosessuale abnorme si precipita del medico più che presentarsi a lui; arriva ad un momento di crisi, di scoraggiamento,[11] di eccitazione; e succede lo stesso quando scrive o detta la sua piccola autobiografia. Si trova nel momento in cui non riesce più a sopportare la propria esistenza; se non trova l’amore o l’affetto che cerca, non potrà continuare la sua vita così com’è, con piedi per terra, repressa e costretta. Ma comunque per la maggior parte del tempo si rassegna e continua a vivere come nel passato, con un ideale più alto o diminuito oppure incerto – ma in tutti i casi molto pochi soccombono alla crisi.

Si sarebbe dunque portati troppo facilmente a considerare questo stato acuto come permanente negli invertiti: una volta che sono occupati, interessati, divertiti, ben portanti, quando riescono nei loro progetti in un modo o nell’altro, quando amano o credono di amare qualcosa o qualcuno, si comportano come gli altri uomini.

E poi, l’età degli invertiti osservati varia talmente che è impossibile classificarli in modo utile; perché il giovane uomo di 26 anni che sembra un eterosessuale con tendenze omosessuali potrà facilmente confondersi un giorno con l’uomo di 36 anni (al quale oggi non somiglia affatto) che è un fellator incallito, amante dei soldati e dei macellai. Potrà anche un giorno somigliare a quest’uomo di una certa età, vedovo, che ama tutti gli uomini indistintamente, o potrà essere il marito modello, padre di otto figli, che è alla ricerca di tutti gli uomini giovani, e non inganna la moglie se non con dei signori maturi con una leggera calvizie e con le mani pelose.

L’osservazione psicologica e l’osservazione storica possono parzialmente supplire a quello che manca molto all’osservazione medica. Il medico pone certe domande che richiamano certe risposte; per semplificare le difficoltà il medico aiuta il povero interrogato, e dei dettagli poco significativi si ritrovano ingranditi per il fatto stesso che vengono registrati. È in questo modo, forse, che la precocità dell’istinto sessuale negli uranisti è stata così affermata e sottolineata.

L’osservazione storica raffigurandoci la vita intera di un individuo ci permette meglio di classificarla, di metterla in questa o in quella categoria della famiglia sessuale. L’osservazione psicologica, essendo più dettagliata, là dove essa penetra, rispetto a quella del medico, e impegolandosi meno in cose che sono meno importanti, riesce a dare una rappresentazione migliore: è più un ritratto che una carta scritta.
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[1] Nota di Project: – Paul Verlaine (1844-1896) -“Parallèlement”; 1889.

[2] È probabile che un amore intellettuale e sentimentale che reclama certe soddisfazioni fisiche non possa resistere alle scosse di più che un certo numero di queste soddisfazioni. Gli amori lunghi hanno probabilmente delle soddisfazioni fisiche meno numerose degli amori di breve durata.

[3] Quella che è veramente abusiva è l’accezione elastica data da molti sociologi naturalisti alla parole eredità, che serve loro a esprimere alla bella e meglio attraverso la trasmissione dei caratteri vitali nella generazione, la trasmissione delle idee, dei costumi, delle regole sociali, per tradizione ancestrale, per educazione domestica, per imitazione-abitudine. (Tarde)

[4] Nota di Project: – Cesare di Borbone (1594-1665), figlio illegittimo di Enrico IV, legittimato nel ’95. Il padre, che fu già duca di Vendôme, prima di diventare re di Francia, gli conferì in appannaggio il ducato di Vendôme.

[5] Nota di Project: – Luigi Giuseppe di Borbone-Vendôme (1654-1712), figlio primogenito di Luigi di Borbone-Vendôme (1612-1669), e quindi nipote di Cesare di Borbone- Vendôme . Raffalovich allude al fatto che gli fu affidata l’armata contro la Spagna con la quale invase la Catalogna, occupò la città di Barcellona (9 agosto 1697) e fu nominato viceré di Catalogna. Raffalovich cita anche il fratello di Luigi Giuseppe: Filippo di Borbone-Vendôme (1655-1727), detto Il priore di Vendôme.

[6] Nota di Project: – Il testo originale è: « qui prit Barcelone et la vérole du mauvais côté ». “La vérole” può indicare sia il vaiolo che la sifilide (petite vérole) o anche la blenorragia. La citazione, volutamente maliziosa, allude alla sodomia.

[7] Nota di Project: – Enrico II di Borbone–Condé (1588-1646), terzo principe di Condé non conobbe i suoi genitori, il padre fu assassinato e la madre fu imprigionata per l’assassinio. Entico IV si incaricò della sua educazione. Lo stesso re gli diede in moglie nel 1609 Carlotta di Montmorency. Condé non era interessato alla moglie che però interessava il vecchio Enrico IV, che le fece una corte spietata tanto da costringere la coppia a lasciare Parigi.

[8] Nota di Project: – Luigi II di Borbone-Condé (1621-1686), figlio di Enrico II di Borbone-Condé (1588 –1646). Nel 1643, il suo successo nella battaglia di Rocroi, dove guidò i Francesi ad un’inaspettata vittoria contro gli Spagnoli, lo consacrò come grande generale ed eroe popolare in Francia. Con la battaglia di Rocroi la Francia si avviò alla vittoria nella guerra dei trent’anni.

[9] Friedrich Leopold August Weismann (1834-1914), nel 1887, intuì per primo che la meiosi, descritta in quel periodo, fosse una divisione riduzionale, cioè fosse atta a dotare i gameti di metà dei cromosomi, cosicché dalla loro unione si ritorna al numero presente nelle cellule somatiche. Weisemann tende a rifondare la teoria dell’eredità riportandola a precise basi scientifiche.

[10] Uno studio psicosessuale dei re di Francia, dei loro ascendenti e dei loro discendenti, sarebbe altrettanto sconvolgente di quello degli imperatori romani.

[11] Gli invertiti che si indirizzano ad un medico vogliono spesso sposarsi perché sono stati spaventati attraverso un ricatto a fine di estorsione.

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WALT WITMAN OMOSESSUALE

La lettura di Leaves of Grass e in particolare di “Calamus” di Walt Whitman, il poeta-profeta della Democrazia americana della seconda metà dell’Ottocento, fa parte dell’itinerario classico di formazione di ogni omosessuale di media cultura. Le poesie contenute in Calamus, agli occhi di un lettore moderno, appaiono avere chiaramente un’ispirazione omosessuale, e lo stesso John Addington Symonds, uno dei pionieri della cultura omosessuale, non aveva dubbi in proposito ma avrebbe desiderato che Whitman lo riconoscesse apertamente. Non sappiamo esattamente che cosa Symonds avesse scritto a Whitman in proposito (i due si stimavano molto e avevano contatti epistolari), ma possediamo la risposta di Whitman, una risposta sdegnata e irritata dal fatto che la poesia di Leaves of Grass potesse essere interpretata in chiave omosessuale. La risposta di Whitman sembrò risolvere ogni ambiguità e lo stesso Symonds evitò di tornare sull’argomento. Havelock Ellis, che conosceva molto bene Symonds, perché aveva scritto insieme con lui la prima edizione del suo trattato sull’inversione sessuale, e in quella edizione si era fermato a proposito di Whitman là dove si era fermato Symonds, approfondì successivamente le ricerche e raccolse delle testimonianze estremamente significative che sono alla base della completa riscrittura della parte relativa a Whitman nella terza edizione del trattato sull’inversione sessuale, che riposto di seguito. Ma è ora di lasciare la parola direttamente ad Havelock Ellis.

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Una grande personalità degli ultimi tempi, largamente considerata con rispetto come il profeta-poeta della Democrazia[1] – Walt Whitman – ha suscitato discussioni col suo atteggiamento positivo verso l’amicizia appassionata, o “l’amore virile” come egli lo chiama, in Leaves of Grass. In questo libro, in “Calamus”, “Drumtaps,” e altrove, Whitman celebra un’amicizia di cui il contatto fisico e una sorta di silenziosa emozione voluttuosa sono elementi essenziali. Al fine di risolvere la questione del significato preciso di “Calamus”, J. A. Symonds scrisse a Whitman, ponendo schiettamente la domanda. La risposta (scritta da Camden, New Jersey, il 19 agosto, 1890) è l’unica dichiarazione dell’atteggiamento di Whitman verso l’omosessualità, ed è pertanto auspicabile che essa sia esposta puntualmente: –

“Circa le domande su ‘Calamus,’ ecc, piuttosto mi stordiscono. Leaves of Grass deve solo essere giustamente interpretato attraverso e all’interno della sua propria atmosfera e del suo carattere essenziale – rientrandovi rigorosamente tutte le sue pagine e le sue parti. Che la sezione ‘Calamus ‘ abbia mai permesso la possibilità di una tale costruzione, come quella menzionata, è terribile. Sarei contento di sperare che le pagine stesse non siano nemmeno citate per tale gratuita e allo stesso tempo mai sognata e mai desiderata possibilità di inferenze morbose, che sono sconfessate da me e appaiono da condannare.”

Sembrerebbe da questa lettera[2] che Whitman non si fosse mai reso conto che sussiste una qualche relazione tra l’emozione appassionata del contatto fisico tra uomo e uomo, come lui l’aveva sperimentata e cantata, e l’atto che, insieme con altre persone, egli avrebbe considerato come un crimine contro natura. Questo può essere singolare, perché ci sono molte persone invertite che hanno trovato soddisfazione in amicizie meno fisiche e passionali di quelle descritte inLeaves of Grass, ma Whitman era un uomo di temperamento concreto, emotivo e istintivo, privo di potere analitico, ricettivo verso qualsiasi influenza, e incurante di armonizzazione quelle influenze. Avrebbe certamente rifiutato di ammettere di essere argomento della sessualità invertita. Resta vero, tuttavia, che “l’amore virile” nel suo lavoro ha un ruolo predominante che si potrebbe a stento contenere nei sentimenti dell’”uomo medio”, che Whitman vuole onorare. Una persona normalmente costituita, dopo aver assunto l’atteggiamento molto franco fatto proprio da Whitman, sarebbe stata spinta a dedicare molto più spazio e molto più ardore al tema dei rapporti sessuali con le donne e a tutto ciò che ha a che vedere con la maternità rispetto a quanto è accordato a questi argomenti in Leaves of Grass. Alcune delle lettere esistenti di Whitman indirizzate a giovani uomini, anche se non gettano luce definitiva sulla questione, sono di carattere molto affettuoso,[3] e, anche se Whitman era un uomo di notevole vigore fisico, non si è mai sentito incline al matrimonio.[4] Rimane alquanto difficile classificarlo dal punto di vista sessuale, ma certo sbagliamo poco nel riconoscere la presenza di una tendenza omosessuale.

Vorrei aggiungere che alcuni amici e ammiratori di Whitman non sono disposti ad accettare l’evidenza della lettera a Symonds. Sono in debito con “Q” per la seguente comunicazione relativa alle obiezioni:

“Quanto a me, penso che sia un errore dare molto peso a questa lettera, forse anche che sia un errore il fatto stesso di introdurla, dato che una volta introdotta avrà, naturalmente, un peso. E questo per tre o quattro ragioni:

1. Che è difficile conciliare la lettera stessa (con il suo forte tono di disapprovazione), con l”atmosfera’ generale di Leaves of Grass, il cui tenore mira a lasciare tutto aperto e libero.

2. Che la lettera è in conflitto inconciliabile con la sezione ‘Calamus’ delle poesie. Infatti, qualsiasi fossero le linee morali che Whitman poteva aver definito al momento di scrivere queste poesie, mi sembra veramente incredibile che la possibilità di alcune inferenze morbose o altro, non fosse stata nemmeno immaginata.

3. Che la lettera è stata scritta pochi mesi prima della sua ultima malattia e della morte, ed è l’unica espressione di questo tipo che egli sembra aver pronunciato.

4. Che la lettera di Symonds, alla quale questa costituiva la risposta, non è venuta fuori, e noi di conseguenza non sappiamo quali temerarie espressioni possa avere contenuto, che hanno portato Whitman (con la sua estrema cautela) a mettere al riparo il suo nome dal possibile uso per giustificare dubbie pratiche.”

Posso aggiungere che ho cercato di ottenere la lettera di Symonds, ma egli non era in grado di produrla, e non ne è stata trovata alcuna copia tra le sue carte.

Va detto che l’atteggiamento di Whitman verso Symonds era caratterizzato da grande considerazione e ammirazione. “Addington Symonds è un uomo meraviglioso”, ha commentato poco prima della sua morte; “per certi versi l’uomo più indicativo, penetrante e significativo del nostro tempo. Symonds è un curioso compagno ,… io lo amo teneramente. È di formazione e di educazione da college, orribilmente letteraria e sospettosa, e gode delle cose. Un grande compagno per scavare nelle persone e nel concreto, e persino nel fisiologico e nel gastrico, e anche meravigliosamente carino.” Ma in questa occasione ha scavato invano.

Le osservazioni precedenti (sostanzialmente contenute nelle precedenti edizioni di questo libro) si basavano principalmente sulle informazioni ricevute da parte di J. A. Symonds. Ma in anni più recenti una luce interessante è stata gettata su questa straordinaria lettera da parte di Walt Whitman. La pazienza boswelliana, l’entusiasmo e l’abilità che Orazio Traubel ha trasfuso nel suo lavoro completo ed elaborato, ora in corso di pubblicazione, With Walt Whitman in Camden, rivelano chiaramente, nel corso di varie conversazioni, l’atteggiamento di Whitman rispetto alla domanda di Symonds e indicano lo stato d’animo che portò avanti le cose fino a questa lettera.

Whitman parlò molto di Symonds con Traubel dal 27 aprile 1888 (subito dopo la data in cui inizia il lavoro di Traubel), in poi. Symonds gli aveva scritto più volte, a quanto pare, per quanto riguarda i “rapporti passionali degli uomini con gli uomini”, come Whitman li chiamava. “Lui torna sempre alla carica con me su questo: È quello il senso di Calamus? – volutamente o no, è questo che significa? Ho detto di no, ma il no non lo soddisfa [Non vi è, tuttavia, nessuna traccia da parte di Symonds di una qualche lettera da Whitman a Symonds in questo senso fino a questa data] Ma leggete questa lettera, leggetela per intero: è molto scaltra, molto carina, seria fino all’estremo: mi assale, quasi mi costringe, è urgente, insistente: lui quasi si trova in mezzo alla strada e dice ‘non mi muoverò fino a quando risponderai alla mia domanda.’ Vedete, questa è una vecchia lettera – vecchia di sedici anni – e lui sta ancora facendo la stessa domanda: si riferisce ad essa in una delle sue ultime note. È sicuramente un uomo meraviglioso – un raro uomo pulito – un’anima candida, un personaggio eroico …. Un giorno starai scrivendo qualcosa su Calamus”, disse W. [a Traubel]. “e questa lettera, e quello che dico, ti potrà aiutare a chiarire le tue idee; Calamus ha bisogno di idee chiare, può essere facilmente, innocentemente distorto dal suo naturale, originario corpo di dottrina.”

La lettera, datata 7 Febbraio 1872, di una certa lunghezza, viene poi riprodotta. Racconta quantoLeaves of Grass, e in particolare la sezione Calamus, avesse aiutato lo scrittore. “Ciò che l’amore dell’uomo per l’uomo è stato in passato”, ha scritto Symonds: “io credo di saperlo. Quello che c’è qui, ora, so anche quello – ahimè! Quello che dici che quell’amore dovrebbe e potrebbe essere, io vagamente lo ritrovo nelle tue poesie. Ma questo a stento mi soddisfa, tanto sono desideroso di imparare ciò che tu insegni. Un giorno, forse, – in qualche modo, io non so quale, ma in un modo scelto da te, – mi dirai di più sull’amore degli amici. Fino ad allora io aspetterò.”

“W. disse: ‘Beh, che cosa ne pensi? Pensi che si potrebbe dare una risposta?’ ‘Non vedo perché tu consideri quella lettera irritante. È  abbastanza tranquilla, pone solo delle domande, e le pone in modo abbastanza morbido’,’ Suppongo che tu abbia ragione “irritante” non è la parola giusta: ma voi sapete quanto odio essere catechizzato. Symonds ha ragione, senza dubbio, di porre le domande. Ma io ho altrettanta ragione se non rispondo a quelle domande e altrettanta ragione se rispondo. Io spesso dico a me stesso su Calamus che forse significa più o meno quello che ho pensato io, o forse significa altro: forse non so che cosa significa tutto questo, forse non l’ho mai saputo. Il mio primo istinto a proposito di tutto quello che Symonds scrive è di violenta reazione – un istinto forte e brutale per un no, no, no, e poi subentra l’idea che io forse non conosco tutti i miei propri significati: dico a me stesso: “Anche tu, vai via, torna indietro, studia il tuo stesso libro, come uno straniero o un estraneo, studia il tuo stesso libro, vedi quanto vale.” Una volta o l’altra dovrò scrivergli chiaramente su Calamus, gli dovrò dire la mia su quello che intendevo o intendo che significhi.”

Ancora, un mese più tardi (24 maggio 1888), Whitman parla a Traubel di una “bella lettera” da Symonds. “Vedrai che insiste sulle poesie di Calamus un’altra volta. Non vedo perché dovrebbe, ma il suo ritornare su tale argomento mi irrita un po’. Suppongo che mi potresti dire – perché non lo zittisci rispondendogli? Non c’è una risposta logica, credo: ma posso chiedere a mia volta: ‘Che diritto ha lui di fare comunque domande?’” W. rise un po’. “Comunque la domanda torna a me quasi ogni volta che scrive. È abbastanza cortese su questo – questo è il motivo per cui non sono risentito con lui. Suppongo che il tutto si concluderà con una risposta, un giorno.”

Segue la lettera. Il punto principale di essa è che l’autore spera di non essere stato importuno nella domanda che aveva posto su Calamus tre anni prima.

“Io [Traubel] dissi a W.: ‘Questa è una lettera abbastanza umile: non ci vedo nulla di irritante. Non ti chiede di rispondere alla vecchia domanda, infatti si scusa piuttosto per aver fato la domanda.’ W. Si inalberò ‘E chi è irritato? Per quanto riguarda tale questione, non fa che chiedere ancora e ancora: lo chiede, lo chiede, lo chiede.’ Ho riso per reazione alla sua veemenza. ‘Bene, posto che lo faccia, non ti danneggia certo. E poi non hai niente da nascondere. Penso che il tuo silenzio lo potrebbe portare a supporre che ci sia un negro pronto da accusare. [nota di project: che ci fosse qualcosa da nascondere]‘ ‘Oh, sciocchezze, ma per trent’anni i miei nemici e i miei amici sono stati a farmi domande su Leaves: sono stanco di non rispondere alle domande.’ È stato molto divertente vedere la sua faccia quando ha dato un tocco umoristico alla stranezza della sua ultima frase. Poi si è rilassato e ha aggiunto: ‘Comunque amo Symonds. Chi potrebbe non amare un uomo capace di scrivere una simile lettera? Suppongo che bisognerà pur dargli una risposta, accidenti a lui!’”

È chiaro che queste conversazioni diminuiscono notevolmente la forza della dichiarazione contenuta nella lettera di Whitman. Vediamo che la lettera che, a prima vista, avrebbe potuto rappresentare la reazione immediata e indignata di un uomo che, messo improvvisamente di fronte alla possibilità che il suo lavoro possa essere interpretato in un senso perverso, ripudia con forza quell’interpretazione, non era in realtà niente del genere. Symonds per almeno diciotto anni aveva continuato delicatamente, premurosamente, anche con umiltà, ma con insistenza, a porre la stessa domanda perfettamente legittima. Se la risposta fosse stata davvero un enfatico no, quella risposta avrebbe dovuto molto più naturalmente essere data nel 1872 e non nel 1890. Inoltre, di fronte a questa domanda sempre ricorrente, Whitman parla costantemente ai suoi amici del suo grande affetto per Symonds e della sua ammirazione per la sua carineria intellettuale, sentimenti che sarebbero entrambi singolarmente fuori luogo se applicati a un uomo non faceva altro che suggerire la possibilità che gli scritti di Whitman contenessero deduzioni che erano “terribili”, “morbose” e “deprecabili”. Evidentemente, in tutti questi anni, Whitman non arrivò a decidere che cosa rispondere. Da una parte era spinto dal suo orrore di essere interrogato, dalla sua cautela, dalla sua naturale avversione ad esprimere approvazione per tutto ciò che si potrebbe considerare innaturale o anormale. Dall’altra parte, era mosso dal desiderio di lasciare il suo lavoro parlare da solo, dalla sua determinazione dichiarata di lasciare tutto aperto, e, forse, da  una simpatia più o meno consapevole verso le deduzioni che gli venivano prospettate. È stato solo negli ultimi anni della sua vita, quando la sua vita sessuale apparteneva ormai al passato, quando la debolezza stava avendo il sopravvento su di lui, quando voleva salvare tutto il possibile delle sue energie, che – essendo costituzionalmente incapace di una valutazione scientifica equilibrata – scelse la soluzione più semplice e più facile del problema. [5]

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[1] È proprio come tale che bisognerebbe accostarsi a Whitman, e vorrei protestare contro la tendenza, ormai ben definita in molti ambienti, a trattarlo solo come un invertito e a diffamarlo o a glorificarlo secondo i casi. Per quanto l’inversione possa essere importante come chiave psicologica della personalità di Whitman, essa gioca solo un piccolo ruolo nel lavoro di Whitman e, a detta di molti che si occupano di questo lavoro, un ruolo addirittura trascurabile. (Mi si consenta di fare riferimento al mio saggio su Whitman, in The New Spirit, scritto quasi trent’anni fa).

[2] Posso aggiungere che Symonds (nel suo libro su Whitman) ha accettato questa lettera come una dichiarazione sincera e finale che dimostrava che Whitman era assolutamente ostile alla inversione sessuale, che non aveva nemmeno preso in considerazione le sue manifestazioni, e che egli aveva «omesso di percepire che ci sono punti di contatto inevitabili tra l’inversione sessuale e la sua dottrina sull’amicizia.” Cita, tuttavia, i versi di Whitman, alla fine di “Calamus” nell’edizione Camden del 1876: –

“Ecco le mie ultime parole, e le più sconcertanti,

Ecco le mie foglie più fragili, e comunque quelle che dureranno di più,

Qui io copro e nascondo i miei pensieri, io non li espongono,

Eppure essi mi espongono più di tutte le mie altre poesie.”

[3] Le lettere di Whitman a Peter Doyle, un incolto giovane, conduttore di tram, profondamente amato dal poeta, sono state raccolte dal dottor Bucke, e pubblicate a Boston: Calamus: A Series of Letters, 1897.

[4] Whitman ha riconosciuto, tuttavia (come nella lettera a Symonds già citata), di aver avuto sei figli; sembrano essere nati nella prima parte della sua vita, quando viveva nel Sud. (Vedi il capitolo sui figli di Walt Whitman nell’interessante libro di Edward Carpenter, Days with Walt Whitman, 1906.) E anche suo fratello George Whitman diceva: “Non ho mai saputo che Walt si sia innamorato di ragazze giovani, o anche che abbia mostrato per loro particolare attenzione.” E Doyle, che lo conobbe intimamente durante dieci anni di vita più matura, diceva: “Le donne, in quel senso, non gli sono mai passate per la testa.” La relazione eterosessuale giovanile sembra essere stata un’eccezione nella sua vita. Per quanto riguarda il numero dei figli, so che, a giudizio di una signora che conosceva Whitman nel Sud, non vi può essere alcun ragionevole dubbio circa l’esistenza di un figlio, ma che, quando ne enumerava sei, probabilmente includeva anche i nipoti.

[5] Mentre la tensione omosessuale in Walt Whitman è stata più o meno definitivamente ammessa da vari autori, i tentativi più vigorosi di presentare il carattere omosessuale della sua personalità e della sua opera sono dovuti a Eduard Bertz in Germania, e al Dr. W. C. Rivers in Inghilterra. Bertz ha prodotto tre pubblicazioni su Whitman: vedi in particolare il suo Der Yankee-Heiland, 1906 e Whitman-Mysterien, 1907. Gli argomenti di Rivers sono sinteticamente esposti in un opuscolo intitolato Walt Whitman’s Anomaly (London: George Allen, 1913). Sia Bertz che Rivers sottolineano i tratti femminili di Whitman. Un interessante quadro indipendente Whitman, più o meno alla data della lettera di Symonds, accompagnato da ottime fotografie originali dell’autore, è fornito dal Dr. John Johnston, A Visit to Walt Whitman, 1898. si può aggiungere che, probabilmente, sia la portata che il significato dei tratti femminili in Whitman sono stati sopravvalutati da alcuni autori. La maggior parte degli artisti e degli uomini di genio ha alcuni tratti femminili; essi non provano l’esistenza di inversione, né la loro assenza la confuta. Il Dr. Clark Bell mi scrive in riferimento al piccolo libro del Dr. Rivers: “Conoscevo Walt Whitman personalmente. Secondo me il signor Whitman era uno degli uomini più robusti e virili, proprio in modo straordinario. Secondo il mio punto di vista, non era assolutamente femminile, ma fisicamente maschile e robusto. La problema è che un uomo virile e forte che sia poetico nel temperamento, ardente e tenero, può avere fasi e stati d’animo di passione ed emotività, che sono suscettibili di essere fraintesi.” Una visione in qualche modo simile, in opposizione a Bertz e Rivers, è stata vigorosamente sostenuta da Bazalgette (che ha scritto uno studio molto approfondito su Whitman in francese), in particolare nel Mercure de France del primo luglio, primo ottobre, e 15 novembre 1913.

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Annali dell’Omosessualità di André Raffalovich – Parte 6: Omosessualità nella cronaca

Appendice A: Unisessualità Francese

Nel mese di febbraio 1896 il caso Voignier (assassinio della piccola Ale Neut) fece venire alla ribalta il giovane Robin, che si era venduto a Voignier: nel 1888, la moglie di Voignier morì di dolore e di miseria e i suoi figlio ruppero i rapporti con lui.

Lui si diede quasi con una specie di frenesia alle sue abominevoli passioni; una sera, aveva portato nel suo alloggio di via Julien-Lacroix, 46, il giovane Robin, che poi lo avrebbe denunciato, che era ancora un ragazzino; Gli aveva dato un po’ di frutta, dei dolci e qualche soldo; poi lo aveva tenuto per tutta la notte nel suo letto. Robin non accettava solo di sottomettersi alle fantasie erotiche di Voignier; diventò il procacciatore del vecchio satiro; andava per lui a adescare le ragazzine intorno alle scuole.(1)
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Lione, 13 marzo. – La polizia ha appena messo le mani su una banda di sei individui che hanno audacemente sfruttato un ricco negoziante di derrate coloniali della nostra città, che aveva avuto un giorno l’imprudenza di ascoltare le propose di un tale L. …, Il negoziante per la paura di uno scandalo, di cui era minacciato, divenne la preda di quest’ultimo e dei suoi amici e dovette fornire loro molte somme di denaro.

Finalmente, uno dei complici, chiamato Cattaneo, si fece passare presso di lui per giudice istruttore e per 10.000 franchi si offrì di mettere fine al ricatto di cui il negoziante era l’oggetto. Ma, recatasi al palazzo di giustizia, la vittima di questa estorsione incontrò un vero giudice istruttore e tutta la banda fu arrestata. Cattaneo è stato catturato a Marsiglia (2).
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Sono appena morti, nel quartiere di Sant’Antonio, due vecchi la cui storia, benché molto toccante, ispira comunque una certa repulsione, ecc..

Ernest M… e Julien G… si erano conosciuti in collegio. Avevano fatto insieme tutto il corso degli studi, traducendo insieme l’Arte di amare di Ovidio, come più tardi dovevano leggere in tête à tête Chariot s’amuse.

M… aveva un certo patrimonio, G… era in una situazione delle più mediocri. Il primo mise la sua borsa, il suo appartamento e il suo cuore a disposizione del secondo , che accettò. E la loro vita non fu più che un lungo idillio, che nessuna nuvola venne ad oscurare.

Julien portava delle toilette femminili, sottovesti, pizzi, calze di seta, giarrettiere di nastro, quelle mille paroline della civetteria femminile cui gli amanti attribuiscono tanta importanza.

Ernest M… è morto pochi giorni fa di congestione polmonare, e non potendo Filemone fare a meno di Bauci [Filemone e Bauci sono una coppia mitica cantata nelle Metamorfosi di Ovidio], Julien, per il quale l’esistenza solitaria non aveva più fascino, disperato per la morte del suo compagno, si è asfissiato usando una stufa.
Il commissario di polizia, incaricato di fare un sopralluogo, l’ha trovato sul suo letto, vestito con un abito di velluto nero, col volto completamente truccato e una fotografia del suo amico sul petto (3).
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OLTRAGGI SU UN BAMBINO

Qualche giorno fa un giovane scolaro, Jules Ménard, di 12 anni, ha incontrato, uscendo dalla scuola, tre ragazzi di una ventina d’anni che col pretesto di fargli un regalo, lo hanno attirato nell’alloggio di uno di loto e gli hanno fatto subire degli odiosi oltraggi.

Ma il piccolo Ménard, che i genitori avevano portato al commissariato di Plaisance, non ha potuto fornire che spiegazioni vaghe sui miserabili che lo avevano attirato in questo agguato.

I servizi di Sicurezza sono stati allora incaricati di cercare questi ultimi, e ieri il sig. Cochefert ha mandato in camera di sicurezza i nominati Nollec, detto “Becco salato” e Thomas, detto “il Vecchio”, vagabondi della peggiore specie che, messi al confronto con la vittima dagli agenti, erano stati formalmente riconosciuti.
Il giudice sig. Damon è stato incaricato dell’istruzione di questa causa.(4)

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Un certo sig. L., di viale d’Antin, che vive di rendita, era andato a passare il carnevale a Nizza. Lì, sulla promenade des Anglais, una sera, fece la conoscenza con un uomo dall’atteggiamento molto distinto che si diceva membro della famiglia imperiale del Brasile.

Felice di avere avuto la fortuna di crearsi una così bella relazione, il sig. L… non lasciava più il preteso conte. Li si poteva incontrare insieme nei ristoranti alla moda.

Una sera che erano lontani dalla città, sulla promenade des Anglais, arrivarono due individui che si qualificarono come agenti della polizia del buon costume e che li misero in stato di arresto, affermando di avere a che fare con gente dalle abitudini inconfessabili. Proteste de sig. L…., proteste più violente del falso conte che offrì addirittura ai due agenti un biglietto da 500 franchi perché li lasciassero liberi.

Il sig. L… che aveva con sé solo 50 franchi, offrì 30 franchi, ma gli agenti rifiutarono con sdegno. M. L… tornò allora in albergo e portò subito il prezzo della sua libertà, 500 franchi, pur protestando sempre la sua innocenza.

Di ritorno a Parigi, il sig. L… raccontò la sua avventura a degli amici e questi gli dissero che molto probabilmente era stato vittima di un’estorsione, tanto più che una nuova richiesta di 1.000 franchi gli era stata indirizzata con la minaccia di divulgare i fatti.

Il sig. L… ha sporto denuncia alla Procura della Repubblica.(5)

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Un ragazzo di nove anni, Charles X…, figlio di un gioielliere di via Chapron, è scomparso improvvisamente giovedì scorso. I genitori desolati hanno fatto fare delle ricerche che non hanno dato nessun risultato, finché ieri il bambino è stato portato in commissariato da un uomo che si è subito dato alla fuga. Il giovane Charles, restituito ai suoi genitori, ha raccontato che in piazza della Repubblica aveva incontrato in individuo che lo aveva portato a Belleville nel suo alloggio, dove lo aveva trattenuto per quattro ore, facendolo passare per suo figlio.

Il bambino ha aggiunto di essere contento di ritrovare i suoi genitori perché l’uomo era sporco e gli aveva attaccato pidocchi e parassiti dopo essersi scatenato su di lui con i più odiosi attentati.

Il sig. X…. Ha fatto fare immediatamente un bagno al piccolo Charles e si è accorto, spogliano il bambino, che aveva subito i peggiori oltraggi.

È stata subito sporta denuncia contro l’immondo individuo, che è stato trovato a casa sua, in via des Envierges, a Belleville. Si tratta di un lavatore di piastrelle chiamato Jean Paulot di trentacinque anni. È stato messo in custodia.(1)

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Lo spaventoso crimine di Vincennes, l’assasinio del giovane Vasseur da parte di suo padre e di Boucher, ha fatto scendere dei dubbi sui costumi del complice di Vasseur padre. Abbiamo ancora in mente l’omicidio del giovane figlio (i cui modi erano unisessuali) da parte di suo padre e di Boucher, il suicidio del padre e la storia di Boucher (2):

Sì, disse Boucher a sig. Hamard che lo interrogava, è Vasseur padre che ha ucciso Eugenio. È un uomo molto violento. Da quando ha visto il figlio allontanarsi dalla retta vita, gliene è derivata un’amarezza enorme che ben presto si è trasformata in un odio feroce. Aveva solo un’idea in mente: sbarazzarsi di questo monellaccio , che non voleva fare nulla, che disonorava la famiglia, perché aveva dei costumi abominevoli.

Quattro anni fa – Eugenio aveva allora 13 anni – Vasseur padre attirò il figlio in una periferia, presso Saint-Cloud, sulle rive della Senna, e gli chiese le carte e il fazzoletto che aveva su di sé. Il bambino glieli diede. Allora il padre lo potrò verso la Senna per buttarcelo, ma il ragazzo si aggrappò a lui; cominciò una lotta terribile, Eugenio scivolò a terra, sfuggì al suo boia e se ne scappò.

Dopo quel giorno il ragazzo detestò il padre, ma per dire tutta la verità non pronunciò mai delle parole di morte contro chi lo aveva messo al mondo, mentre “il padre non aspettava che l’occasione per farlo sparire.”

Eugenio seguì Boucher nel bosco di Vincennes. Erano le otto, racconta Boucher. Lentamente, discutendo, noi salimmo sul plateau.

Improvvisamente, venendo fuori come una bestia feroce dalla boscaglia dove si era rannicchiato il padre si lanciò sul figlio e lo afferrò per il collo. Io ebbi paura… Il ragazzo si mise a gridare. Io mi precipitai su di lui e cercai di chiudergli la bocca con le mani. Ma lui mi morse così fortemente che mi allontanai per fermare il sangue che sgorgava dalla mia ferita e per controllare che nessuno venisse sulla strada…

Più nulla, il bambino non gridava più; nell’oscurità vedevo solo un’ombra accucciata. Mi avvicinai.
– E allora? chiesi al padre
– Ha pagato il suo conto, mi rispose semplicemente.
Inorridito, sollevai il cadavere per i piedi e lo portai dove è stato scoperto…
La complicità di Boucher si potrebbe spiegare col fatto che i suoi costumi erano inconfessabili e le sue relazioni con Eugenio erano di natura tale da incriminare le sue abitudini.

Era costantemente oggetto delle richieste di aiuto della vittima, e queste richieste quotidiane avevano l’apparenza di un ricatto esercitato dal ragazzo.

Minacciato diverse volte della divulgazione delle sue pratiche vergognose, Boucher si sarebbe deciso al crimine.

Questi sospetti non furono né confermati né contraddetti dai rendiconti che io ho visto del processo Boucher nel mese di ottobre. Fu condannato a dieci anni di reclusione. Le cattive frequentazioni dello sfortunato Eugenio Vasseur furono confermate. I suoi amici si chiamavano Bébé, Totor de la Maubert, Gaston du Latin, etc.

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Un borghese coraggioso, il sig. D .., che era fuggito per un paio di giorni da Arras, la sua residenza abituale, per venire a fare un po’ di festa a Parigi, notò l’altro ieri, in serata, una persona giovane e gentile, di cui cominciò la conquista.

Tentò l’assalto sul campo e, dopo qualche scambio di frasi, la posizione fu conquistata. I nostri due amanti si stabilirono in tête-à-tête in un ristoratore presso Place de la Bastille e tutto andò alla perfezione.

La cena fu delle più divertenti e il Don Giovanni di provincia era felice con la sua compagna; aveva un po’ la pelle ruvida, la sua voce era un po’ rotta come per l’abuso di alcol, i “piedi un po’ robusti”, ma … D non era un nemico della robustezza.

La donzella sapeva difendersi contro i tentativi galanti del suo compagno con un fascino che non faceva che eccitalo di più, dato che la resistenza ha sempre costituito, nella donna che si brama, una seduzione in più.

Questa non è certo una ragazza, pensava dentro di sé il coraggioso borghese: non difenderebbe così. È ovviamente una brava operaia che sto spingendo alla dissolutezza; forse è pure sposata; che briccone fortunato sono!

E il nostro viveur meditava di concludere la serata con una notte delle più … piccanti.

Quando gli sembrò che l’ora del pastore fosse suonata, si fece più pressante e insistette perché la giovane donna lo accompagnasse al suo albergo, in boulevard Beaumarchais, solo per un momentino. E lei finì per accattare.

Una volta in camera, la ragazza chiese timidamente che la candela fosse spenta mentre si spogliava; il suo compagno acconsentì al desiderio in modo molto galante, attribuendo quella richiesta al pudore.

Ma quando ritenne il momento opportuno, accese un fiammifero e non fu certo poco sorpreso di vedere …

Dio mio! È facile! Vide quello che avrebbe visto se avesse guardato se stesso in lingerie in uno specchio! La giovane donna era un giovane uomo.

Subito, stupito, il nostro provinciale entrò presto in una collera spaventosa, tratteneva per le braccia la sua compagna diventata un compagno, lo costrinse a rivestirsi e lo trascinò per le orecchie alla vicina stazione di polizia, nonostante le proteste del giovane balordo, che con forza affermava che era solo uno scherzo.
Nell’ufficio, quest’ultimo fu identificato come uno di nome Justin R…, cameriere senza dimora, ben noto nella zona sotto il significativo soprannome di “il Trottin ‘.
Approfittando dei suoi modi effeminati, la sera, indossava abiti da donna e, così travestito, “batteva il suo quarto,” [aspettava i clienti come una prostituta], allettando i signori anziani.

Il “Trottin” è stato messo sotto custodia dove il suo ingresso è stato dei più sensazionali (8).

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Il sig. Jean Coquelin è stato oggetto, in questi ultimi tempi di un tentativo di ricatto da parte del suo fornitore di vestiario alla Porte-Saint-Martin, il signor Guyard.

Guyard minacciava il sig.Coquelin di inviare una lettera al sig. Constant Coquelin, suo padre, per informarlo di fatti gravi quanto inverosimili. Guyard è stato condannato in contumacia a sei mesi di prigione (9).

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Il caso della Baronessa de Valley. – Nel mese di giugno il caso della donna strangolata in via Penthièvre fece apparire delle silhouette di unisessuali. Quanto segue è dedotto da Gil Blas.

Femand Laghény, 18 anni. È stato lui l’istigatore del crimine, che aveva premeditato lungamente.

La sera stessa dell’assassinio bighellonava dalle parti di rue du Croissant, informandosi dei risultati delle corse. Quando comparvero le prime copie del Paris-Sport, ne comprò rapidamente una, dopo averla guardato: “Ecco il mio cavallo ha vinto, gridò, e io intasco una forte somma.”

Il miserabile credeva di costruirsi così una specie di alibi e di spiegare la provenienza del denaro che aveva in tasca.

Laghény non aveva domicilio riconosciuto; spesso « di notte » si coricava sulle panchine; di “facili” costumi, condivideva qualche volta il letto di un compagno o di un borghese vizioso.

Quando la sua benefattrice gli dava n po’ di denaro, lo impiegava per farsi un giro di ballo popolare o per bere.

La notte del delitto andò a dormire all’hotel de la Meuse, al 29, di rue de l’Ecole-de-medecine, ma non tornò l’indomani; la precauzione era buona perché lì era stata predisposta una trappola per lui.

I suoi due accoliti, o meglio i suoi esecutori, si chiamano Julien Kiesgen e Pierre Ferran.

Kiesgen, vent’anni. Un gran bel ragazzo, un tipo di mezzano bellimbusto, già impiegato di commercio, che aveva in altri tempi lavorato nei grandi magazzini della riva sinistra.

Di una famiglia abbastanza buona di commercianti stabiliti a Versailles, Kiesgen non era mai andato d’accordo coi suoi genitori e li aveva abbandonati per venire a Parigi, dove si era ben presto legato con una banda di furfanti.

Kiesgen abitava al n. 1 di rue Descartes, in un hotel che si presenta di basso livello, dove sopra un muro grigio e sporco è istallata pomposamente in lettere mezze cancellate questa insegna: Grand-Hôtel des Ecoles.

La rue Descartes, prolungamento della rue Mouffetard, sinistramente celebre, viene a perdersi in una stradetta tortuosa e oscura la rue Montagne-Sainte-Geneviève.

Allo stesso indirizzo dove alloggiava Kiesgan, la rue Descartes si allarga in una specie di piazza, al centro della quale si innalza una fontana situata su una rotonda e circondata da una sorta di parapetto a forma di ferro di cavallo.
Lì, ogni giorno, si affollano i “terrori” del quartiere: teppisti terribili, con la faccia di belva, con la cicca incollata al labbro appeso, con la testa coperta da un berretto bisunto il cui bordo inferiore accarezza il loro collo di bestia, discutono dei colpi da fare o sul modo col quale si deve dare una coltellata.

Questa era le compagnia che frequentava Kiesgen.

È lui, stando alle dichiarazioni dei complici, che ha strangolato la baronessa di Valley: Ferran faceva il palo sul pianerottolo e Laghény aspettava in strada.

Completamente diversa è la fisionomia di Pierre Ferran. Ci si chiede a seguito di quale aberrazione mentale, di quali attrazioni funeste il disgraziato ragazzo si era lasciato andare a buttarsi in un delitto così abominevole.

Le informazioni prese su di lui nel quartiere sono delle più favorevoli. Molto dolce di carattere, di un’educazione che rasentava l’amabilità, Pierre Ferran suscitava in quanti lo accostavano una reazione di simpatia.

Abitava da sua zia, la signora M…, una donna rispettata che vive di rendita e occupa un appartamento con un affitto di 1800 franchi.

Questa sfortunata donna che è stata costretta a letto dalla notizia del crimine al quale ha partecipato suo nipote, ci ha ricevuti con gentilezza, nonostante la sua condizione di debolezza.

– Pierre era un bambino piuttosto timido, dice. Era molto felice qui. Era spesato di tutto, e non gli ho mai nemmeno rifiutato la banconota da cento, quando voleva divertirsi un po’. Ultimamente aveva voluto la sua libertà. Gli avevo fatto dare una camera in casa al sesto piano; ma so dalla portiera che non la usava affatto per dormire, e la sua esistenza era piuttosto regolata.
– Conosceva Kiesgan da molto tempo?
– È il suo amico d’infanzia, si vedevano ogni giorno e ho sempre deplorato questa amicizia per lui.

Molti giornali hanno ricevuto lettere pittorescamente scritte in bella calligrafia, della bella Marcella, che è stata molto intervistata e che era data per amante del bel Raoul, uno dei compari di Laghény. L’amabile ragazza si difende sostenendo di non avere avuto alcuna relazione col bandito sodomita, che, del resto, aggiunge lei, “non propendeva” affatto per le donne.

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Gabriel Nivellau un giovane operaio incastonatore senza lavoro, vagava un giorno all’avventura, non avendo né pranzato né cenato e si domandava con inquietudine se i pasti dell’indomani sarebbero stati così leggeri come quelli del giorno presente.

Durante questa passeggiata melanconica incontrò un vecchio che viveva di rendita, che cominciò una conversazione con lui e parve interessarsi alla sua sorte. Perché questa improvvisa filantropia? Forse è meglio, nell’interesse della morale, non cercare di approfondire troppo! In breve Gabriel Nivellau ricevette qualche sussidio dal buon vecchio.

Quando egli raccontò la sua avventura a Marins Roblin, un suo compagno, col quale alloggiava in rue du Vert-Bois, questo, uno scienziato che aveva letto molti romanzi e “che la sapeva lunga”, ebbe subito una ispirazione.

Propose a Nivellau di introdursi a casa del suo protettore, di addormentalo con del cloroformio e di “rubargli la focaccia” dopo di che sarebbero andati a fare un giro ai bagni di mare, come la gente dell’alta società. Nivellau accettò con entusiasmo e tutti e due se ne andarono da un farmacista della quindicesima circoscrizione al quale chiesero una fiala di cloroformio per calmare, dissero, un violento mal di denti.

Il farmacista si stupì della quantità che gli veniva richiesta e pregò i due ragazzi di ritornare dopo un’ora: questo tempo, disse, gli sarebbe stato necessario per preparare la pozione.

Dopo che i due singolari clienti si furono allontanati, si recò presso il sig. Chadefaux, commissario di polizia e lo informò dei suoi sospetti.

Quest’ultimo dispose una vigilanza intorno alla farmacia; quando Nivellau e Roblin si presentarono, fu data loro una fiala di acqua pura.

Dopo un pedinamento in piena regola, i giovani furono arrestati.

Condotti al commissariato di place Vauban, non esitarono a confessare i loro progetti criminali. Tutti e due furono messi in custodia.(10)

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RETATE D’ESTATE

Il servizio di sicurezza ha fatto ieri una nuova retata nel Bois de Boulogne, che è durata dalle sei di sera a mezzanotte. Sono stati operati diciotto arresti.
Nel momento in cui gli agenti arrivarono al Bois, due malfattori avevano appena strappato l’orologio a un passante. Inseguiti dagli agenti sono stati arrestati. Altri due vagabondi, di cui uno vecchio di settantun anni, sono stati sorpresi in flagrante delitto di atti osceni.(11)

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Léonard D…, soldato musicista nel 154esimo reggimento, di stanza a à Saint-Denis, e Ferdinand B…, distaccato all’infermeria del medesimo reggimento, entrambi appartenenti ad eccellenti famiglie, erano legati, dal loro arrivo al reggimento, da un’amicizia stretta. Questa intimità era frequentemente turbata da scene di gelosia che ne indicavano abbastanza chiaramente la specie contro natura. I due soldati dormivano nella stessa stanza avendo per compagno di letto un caporale armaiolo.

Avanti ieri sera, si coricarono tutti e tre: il caporale armaiolo e il musicista si addormentarono. Subito l’infermiere Ferdinand B…., che era sveglio, tirò fuori la sua baionetta e la passò attraverso il corpo del suo amico Léonard D… che dormiva. Alle grida del ferito accorse gente e dopo l’iniziale incertezza fu trasportato all’ospedale, dove morì molto rapidamente. L’arma gli aveva perforato l’intestino.

Ferdinand B…, che ha osservato il più rigoroso silenzio è stato messo in cella. Appena compiuto il suo gesto, aveva ingerito una dose di laudano, insufficiente, del resto, a portare pregiudizio alla sua salute. Forse anche dei civili sono coinvolti in questo caso.(12)

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Già da qualche tempo, i direttori di una importante ditta di seterie del quartiere Gaillon constatavano che la loro merci sparivano con una incredibile regolarità. Ogni giorno era un bel pezzo di velluto che spariva o qualche metro di satin.

La situazione divenne intollerabile, e una sorveglianza regolare fu organizzata per arrivare alla scoperta del ladro o dei ladri, perché date tutte quelle sottrazioni materiali, gli sfortunati negozianti si credevano taccheggiati da una intera banda di malandrini. Fu comunque l’azzardo che fece pizzicare il colpevole. Ieri mattina, un tale, chiamato L…, impiegato della ditta, si preparava ad uscire, quando lasciò cadere per disattenzione, dalla tasca del suo soprabito un cilindro di cartone intorno al quale erano arrotolati molti metri di una seta dei riflessi luccicanti.

L…., arrestato, non cercò nemmeno di fuggire e, senza creare difficoltà, si presentò al commissariato di rue Marsollier, accompagnato dai suoi padroni.
Dopo un interrogatorio sommario, il sig. Péchard, commissario di polizia, andò al domicilio dell’incolpato in rue de Dunkerque.

Lì, con sua grande sorpresa, il magistrato constatò che gli appartamenti di L… erano dei veri e propri depositi dove stavano ammonticchiate mercanzie di ogni qualità e provenienza, che L… aveva comprato tutte, come disse al reggimento a “una fiera del palio”. Ma lo stupore del commissario giunse al colmo quando nel corso dell’ispezione degli approvvigionamenti dell’incolpato, quello aprì un armadio nascosto dietro un drappeggio: in questo luogo discreto si affollavano costumi da ballerina, da danzatrice del ventre, da clown-donna, abiti da ballo scollatissimi, con cui, in sostanza di potevano vestire i corpi di ballo di molti teatri sovvenzionati.

Quando L… fu interrogato sulle sue presunte numerose amanti, dato questo guardaroba femminile, si difese dicendo di non avere alcuna relazione con donne, ma al contrario!

I costumi che si potevano vedere, disse, servivano a travestire i ragazzi “di facili costumi” di cui faceva conoscenza nei balli pubblici; amava soprattutto quelli che ballavano bene. Un giro di gamba lo seduceva e la spaccata lo conquistava.
Portava allora questi signori da lui a fare baldoria.(13)

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La notte scorsa, un negoziante di vini di Bordeaux , di passaggio a Parigi, tornava al suo albergo in rue du Quatre-Septembre, quando fu accostato da due individui che gli dissero:
– Ecco sono due ore che ti seguiamo. Ti abbiamo visto entrare in una casa in compagnia di un ragazzo. Noi siamo agenti della buon costume, seguici.
Il sig. X… cercò di protestare.
– È inutile che neghi, disse uno dei due individui. D’altra parte noi abbiamo arrestato il ragazzo che ti accompagnava. Vado a prenderlo.

Mentre i due falsi agenti si allontanavano, quello che era rimasto col sig. X… cercava di convincere quest’ultimo a soffocare lo scandalo.
– Ci si può sempre mettere d’accordo, disse.

Qualche istante dopo, l’altro agente ritornò con un giovane uomo, un ragazzino di diciassette anni, che recitò la lezione che aveva imparato.

Finalmente i ricattatori promisero al sig. X… che lo avrebbero rilasciato per 500 franchi. In quel momento il negoziante vide due vigili e li mise al corrente dell’avventura che gli era accaduta pregandoli di portarli tutti al posto di polizia per spiegarsi. I due agenti continuarono a fare la poro parte di agenti della buon costume e si diressero tutti verso il posto di polizia di la rue de la Banque. Arrivati all’angolo di rue Paul-Lelong, i due sedicenti agenti e il ragazzo girarono bruscamente e si diedero alla fuga. I vigili si misero a inseguirli e non poterono arrestarne che uno solo, che fu condotto al commissariato di polizia del sig. Orsatti, dove dichiarò di chiamarsi Félix D…, di avere ventidue anni e di essere impiegato di commercio. Ha rifiutato di fare i nomi dei suoi complici e a dato molti indirizzi dove, però, risultava sconosciuto.(14)

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Il sig. Rabarroust, direttore di un’agenzia di pubblicità, si recò avanti ieri al commissariato di polizia del sig. Orsatti, su invito di questo magistrato.

Là apprese di essere l’oggetto di una querela da parte di due ragazzi che lo accusavano di aver fatto loro delle proposte oscene; è questa, penso, l’espressione per designare castamente questo genere di noleggio.

Il sig. Rabarroust si difese come un diavolo: non conosceva affatto i suoi accusatori e si trovava senza dubbio in mezzo ad un tentativo di ricatto. Chiese di essere condotto immediatamente alla Procura della Repubblica, dove, dopo essere stato interrogato dal giudice istruttore Boucar, nominato seduta stante, fu rimesso in libertà.

Se il sig. Rabarroust, è stato, come lui afferma, vittima di uno spudorato ricatto, si consoli pensando che non è il solo al quale è capitata una simile disavventura.

I dintorni della stazione di Saint-Lazare, i viali degli Champs-Elysées sono infestati da questi giovani balordi, che vengono designati in argot con nome di “Jésus”, e il cui merito consiste nell’essere, molte volte al giorno, l’oggetto di un attentato al pudore.

Il loro modo di agire è dei più semplici: uno di loro adocchia un signore, nel momento in cui va a ritirarsi in una di quelle edicole che la municipalità previdente
ha messo al servizio delle persone prese da un bisogno di intima effusione.

Penetra dietro a lui e esce quasi immediatamente gridando. Si forma un crocchio di persone, Che c’è? Che è successo? Il signore impaurito non ci capisce più niente. Allora l’ignobile ragazzotto lo accusa apertamente di aver voluto praticare su di lui degli atti immorali.

La folla idiota prende le parti dell’accusatore e non ha epiteti abbastanza svilenti per apostrofare lo “sporco” signore che continua a non capire nulla. Arrivano i vigili, lo “sporco” signore è preso. Trascinato davanti al commissario di polizia, perde la testa e non trova in genere che un solo mezzo per cavarsene fuori. Se ne va, ben presto rimesso in libertà, perché è raro che la persona arrestata sia, in questi casi, tenuta sotto custodia, dai genitori del suo accusatore (questo ha dato il suo indirizzo come per caso nel corso dell’interrogatorio); lì, a seguito del pagamento di somme da decidere, ottiene che la denuncia sia ritirata. I genitori, che sono conniventi con il loro scellerato figlio, accettano: questo è tutto.
Al Bois de Boulogne e ai Buttes-Chaumont, il piccolo “trucco” è usato dalle ragazze, istruite a questo gioco dalle loro madri.

Ci è stato detto alla Pubblica Sicurezza che queste piccole commedie ricorrono molto frequentemente: purtroppo, spesso si trasformano in tragedia e abbiamo visto a volte dei padri di famiglia farsi saltare le cervella, per sfuggire una tale accusa infame quanto infondata.

La legge protegge in modo insufficiente contro queste manovre quelli che possono divenirne oggetto. In effetti, in caso di inchiesta giudiziaria una sola cosa può salvare l’accusato ed è l’infamia riconosciuta dell’accusatore.

Quando un uomo accusato di attentato al pudore a seguito della denuncia di un bambino, è portato davanti al commissario di polizia, si interroga immediatamente il bambino. Se è noto che questo è abitudinariamente implicato in fatti simili, è raro che la faccenda abbia un seguito. Spesso il ragazzino o la ragazzina forniscono, nel corso dell’interrogatorio dei dettagli precisi che provano in modo penoso a che punto la loro educazione al vizio si sia spinta.

Cinque o sei anni fa un ufficiale di cavalleria veniva arrestato a seguito di una denuncia di una vecchia prosseneta che gli rimproverava di aver voluto abusare della sua ragazzina. L’incolpato riconosceva di essere “salito” con la ragazza: ma affermava che lei lo aveva “provocato” e che lui aveva accettato le sue proposte, credendola almeno diciottenne. La piccola aveva un’aria angelica e ammirabilmente impeccabile, sembrava l’immagine della virtù. Ma davanti al commissario di polizia le sfuggì una parola che salvò l’accusato. Dato che costui riconosceva di averla accompagnata parecchie volte, aggiunse anche che una volta aveva passato la serata con lei e con una delle sue amiche: “Ah sì!, gridò la ragazzina, era Angela; quella che viene con me quando abbiamo un cliente che vuole vedere “due donne amarsi!” Si servì anche di un’espressione più cruda: in ogni caso il magistrato restava fisso sulla pretesa virtù della denunciante: questa esclamazione aveva fatto cadere e ali dell’angelo e l’aveva mostrata nella sua giusta luce.

Due giorni dopo, l’undicesima sezione penale giudicava una banda di giovani ruffiani, già ferrata in ogni tipo di furto, e di bambine, più esperte a smerciare la spazzatura dell’amore delle prostituite più navigate: il più grande di questi bambini aveva a malapena quattordici anni.

Pensate forse che questi sfruttatori in erba e queste prostitute in gonne corte avessero esitato a compromettere il primo passante per una caramella o per una moneta da dieci centesimi? (15)
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Nel Gil Blas del 26 settembre, in un’intervista col sig. Sermet, censore, a proposito della Lega contro la licenza nei teatri:

Forse hanno ragione, disse, ma noi non abbiamo torto, La verità è che i caffè concerto di sesto ordine ci presentano canzoni oscene, noi indichiamo loro i cambiamenti da fare. Loro li fanno sul manoscritto e poi continuano a cantare la prima versione. Che ci possiamo fare? Spetta alla prefettura di polizia agire.

Spetta all’agente intervenire. Ora egli interviene solo quando la canzone lo prende in giro. E il fatto è raro.
– Qual è dunque l’argomento seguito di più in quest’arte così particolare?
– Oh! Dipende dall’attualità. Così, dopo il processo di Oscar Wilde, non c’è giorno che non siamo obbligati a cancellare nei lavori presentati, innumerevoli scene di pederastia.

APPENDICE B: Unisessualità inglese

Estate 1895. – Caso di ricatto, – Una serata d’estate, Westley Francis, un parrucchiere, aveva appena lasciato un orinatoio pubblico (situato dell’ l’Oxford Market) quando fu avvicinato da un certo Moody, ragazzo dai capelli rossi, che aveva ventisei anni ma sembrava averne solo diciassette. Moody gli domandò un bicchiere di una cosa qualunque. Perché, ragazzo mio, dovrei darti da bene? Chiede il parrucchiere. – Non ho lvoro e non ho soldi, gli dice il ragazzo di ventisei anni, e lo afferra per il braccio. Il parrucchiere fa uno sforzo per allontanarsi, ma spuntano due individui, e uno di loro grida: Noi ti teniamo, briccone! – Questi uomini si fanno passare per egenti e chiedono del denaro. Il parrucchiere comprendendo con chi ha a che fare chiama in suo soccorso due signori che passavano e, dopo delle minacce, i tre se ne scappano, un negoziante di Oxford Market che vide questa scena, incontrò più tardi i tre ricattatori in uno spaccio di vino e li indicò alla polizia. Hawkins poté mostrare al magistrato una cicatrice sul labbro di Moody e darne la spiegazione: nel mese di ottobre questo individuo venne alla mia porta e mi invitò ad accompagnarlo all’orinatoio. Io gli diedi un pugno in faccia.

L’ispettore di polizia fornì una testimonianza altrettanto grave: aveva visto lunedì sera Moody e Wilton (uno dei suoi complici) vicino a questo orinatoio. Vide Moody entrarci cinque volte di seguito e in una delle sue uscite un signore fu visto dargli del denaro. Poi Moody e Wilton andarono dal mercante di vino. L’ispettore chiamò Hawkins per identificare Moody e i colpevoli furono arrestati. Wilton creò dei problemi in prigione. È un abile simulatore di malattie. In occasione di un precedente arresto, aveva fatto andare avanti una causa per venti settimane facendosi passare per malato. Il magistrato felicitò calorosamente il parrucchiere: Se si seguisse il vostro esempio, disse, queste mascalzonate potrebbero essere represse. Non so quale fu la punizione dei ricattatori, ma furono puniti.

Novembre 1895. – Un americano. Nathan B. …, che ha l’abitudine di frequentare Hyde Park, fa la conoscenza di un certo Frédéric P. …, attore. Si fanno delle promesse reciproche; l’americano porta l’attore a casa sua, gli dà dei vestiti. L’indomani sparisce un paio di scarpe. Quanto l’americano incontra di nuovo il suo amico lo fa arrestare. Il magistrato assolve l’accusato e il giornalista che fa la cronaca di questa “amicizia di Hyde park” non se ne stupisce affatto.

André Raffalovich
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[1] Echo de Paris
[2] Gil Blas, 15 marzo.
[3] Gil Blas, 26 marzo.
[4] Gil Blas, 27 marzo.
[5] Echo de Paris, 30 marzo.
[6] 2 aprile.
[7] Journal, 30 aprile.
[8] Gil Blas, maggio.
[9] Gil Blas,
[10] Gil Blas, 2 luglio.
[11] Le Journal, 15 agosto,
[12] Le Journal, settembre.
[13] Le Gil Blas, 9 settembre.
[14] Le Journal, 11 settembre.
[15]Gil Blas, 27 agosto.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=5020

KAVAFIS: L’AMORE OMOSESSUALE SENZA ANGOSCIA

Erano i primi giorni di Aprile del 1984, avevo letto sui giornali che a Palazzo Venezia era aperta una mostra su Kavafis, decisi di andare a vederla. Era una giornata piovosa di inizio primavera, entrai a Palazzo Venezia ma non vidi la folla tipica delle grandi occasioni. Davanti a me una coppia di mezza età, lui col classico paltò blu delle grandi occasioni e lei in pelliccia. Entrarono subito prima di me. Ci trovammo in tre nella prima sala, c’eravamo solo noi.

La mostra non era molto appariscente, vecchie foto, testi originali in greco moderno e poco altro. I due fecero un rapido giro della sala, evidentemente non sapevano chi fosse Kavafis. Dopo una decina di minuti se ne andarono e per qualche minuto rimasi completamente solo negli ambienti della mostra.

Poi entrò un ragazzo alto, dinoccolato, il classico ragazzo che passa le giornate a scavare nelle librerie (allora non esisteva internet), lui sapeva certamente chi era Kavafis. Cominciò a scorrere le vetrine leggendo tutte le didascalie.

Poi, dopo quasi venti minuti, entrarono due ragazzi, non un ragazzo e una ragazza, proprio due ragazzi, e anche loro cominciarono a leggere tutto. Ogni tanto commentavano tra loro ma voce bassissima.

Quei ragazzi erano i gay invisibili degli anni ’80, che si erano fatti coraggio per andare a vedere una mostra dedicata ad un uomo considerato un’icona del mondo gay. E, a quell’epoca, ben pochi ragazzi andavano in libreria a cercare le poesie di Kavafis.

Quanto a me, comprai il catalogo della mostra, che conservo ancora. La mostra del 1984 fu la spinta che mi portò a leggere tutte le poesie di Kavafis, che non avevo mai letto integralmente. Ricordo che ne rimasi stupito. Un poeta greco nato nel 1863 e che era vissuto ad Alessandria d’Egitto aveva scritto alcune tra le più belle poesie di argomento omosessuale che io avessi mai letto.

Molto è stato scritto su Kavafis, che è stato indubbiamente uno dei più grandi poeti del 900. Non voglio affrontare qui discorsi di letteratura sui quali mi sento del tutto impreparato. Mi limiterò a dire la mia, da gay, su Kavafis, che non si vergognò certo della sua omosessualità.

È vero che morì il giorno stesso del suo settantesimo compleanno, per una recidiva di un tumore alla gola, dopo aver ricevuto il giorno prima la comunione dal Patriarca ortodosso di Alessandria, ma la sua attività poetica, in pratica fino agli ultimi giorni della vita, non rinnegò mai il senso e direi il valore della sua omosessualità.

L’attività poetica di Kavafis comincia a quarant’anni e si estende per un trentennio, nella sua poesia l’omosessualità ha una dimensione classica, serena, non turbata da conflitti di coscienza. Sembra talvolta, e non solo per certe ambientazioni, di avere a che fare con un autore dell’Antologia Palatina, e quando si leggono poesie ambientate negli ultimi anni dell’Ottocento o nei primi decenni del Novecento si ha l’impressione che quei tempi non siano poi così lontani e che forse siano stati anche migliori dei nostri. Kavafis è un greco e ha tutti i caratteri della classicità, compreso il paganesimo. Per Kavafis, il desiderio deve essere realizzato per non rimanere pura potenzialità.

(Le citazioni sono tratte dal volume “Costantino Kavafis – Poesie”, a cura di Filippo Maria Pontani, Mondadori 1961)

BRAME
Corpi belli di morti, che vecchiezza non colse:
li chiusero, con lacrime, in mausolei preziosi,
con gelsomini ai piedi e al capo rose.
Tali sono le brame che trascorsero
inadempiute,
senza voluttuose
notti, senza mattini luminosi.

I vecchi che hanno sempre rinviato le scelte di fondo della vita non sono stati saggi ma sono stati ingannati dalla Saggezza e finiscono per immalinconirsi meditando sulle occasioni perdute, un autentico scherno al loro senno demente.

UN VECCHIO
Interno di caffè. Frastuono. A un tavolino
siede appartato un vecchio. È tutto chino,
con un giornale avanti a sé, nessuna compagnia.

E pensa, nella triste vecchiezza avvilita,
a quanto poco egli godé la vita
quando aveva bellezza, facondia, e vigoria.

Sa ch’è invecchiato molto: lo sente, lo vede.
Ma il tempo ch’era giovane lo crede
quasi ieri. Che spazio breve, che spazio breve.

Riflette. A come la Saggezza l’ha beffato.
Se n’era in tutto (che pazzia!) fidato:
“Domani. Hai tento tempo” – la bugiarda diceva.

Gioie sacrificate… ogni slancio represso…
Ricorda. Ogni occasione persa, adesso
suona come uno scherno al tuo senno demente.

Fra tante riflessioni, in tutta quella pioggia
di memorie, è stordito il vecchio. Appoggia
il capo al tavolino del caffè… s’addormenta.

È necessario fare le proprie scelte al tempo giusto, e farle con la consapevolezza che di ogni rifiuto, per quanto nobile possa sembrarci oggi, ci si potrà pentire in futuro, anche amaramente.

CHE FECE… IL GRAN RIFIUTO
Arriva per taluni un giorno, un’ora
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No. Subito appare chi
ha pronto il Sì: lo dice e sale ancora

Nella propria certezza e nella stima.
Chi negò non si pente. Ancora No,
se richiesto, direbbe. Eppure il No,
il giusto No, per sempre lo rovina.

Da vecchi, non si deve essere saggi né desiderare o temere la morte ma; se non si è fatta in gioventù una scelta di rinuncia, si può ricordare la propria gioventù con le sue emozioni e i suoi piaceri, primo dei quali è il sesso vissuto senza angosce.

TORNA
Torna sovente e prendimi,
palpito amato, allora torna e prendimi,
che si ridesta viva la memoria
del corpo, e antiche brame trascorrono nel sangue,
allora che le lebbra ricordano, e le carni,
e nelle mani un senso tattile si raccende.

Torna sovente e prendimi, la notte,
allora che le labbra ricordano, e le carni…

Kavafis si fa un vanto di non avere rinunciato alla propria voluttà e di avere vissuto intensamente la propria giovinezza.

ANDAI
Non conobbi legami. Allo sbaraglio, andai.
A godimenti ora reali e ora
turbinanti nell’anima,
andai, dentro la notte illuminata.
M’abbeverai dei più gagliardi vini,
quali bevono i prodi del piacere.

I primi elementi della fascinazione fisica, un lampo di occhi azzurri e il ricordo di una pelle di gelsomino, rimontano per il poeta ai tempi della prima adolescenza.

LONTANO
Dire vorrei questo ricordo… Ma
s’è così spento… quasi nulla resta:
lontano, ai primi anni d’adolescenza, posa.

Pelle di gelsomino…
e la sera d’agosto (agosto fu?)…
Ormai ricordo appena gli occhi: azzurri, forse…
Oh, azzurri, sì! come zaffiro azzurri.

Anche nell’ispirazione classica, la bellezza resta un valore fondamentale. La morte, e in particolare la morte dei giovani, è vista senza angoscia, anche se la morte si porta via la bellezza di quei ragazzi.

TOMBA D’EURIONE
In questo monumento (una preziosa
opera, tutta marmo sienita)
di viole e di gigli ricoperto,
Eurione, il giovane bello, riposa.
Alessandrino, venticinque anni. Veniva, il padre,
da un’antica prosapia macedone, la madre
da una famiglia d’alabarchi. Ebbe cultura:
discepolo di Aristoclìto in filosofia,
e di Paro in retorica, studi Sacra Scrittura
a Tebe. Scrisse un’opera sul nomo Arsinoita
questa di lui ci resterà di certo.
Ma la cosa più rara è sparita:
la sua bellezza, un’apollinea epifania.

L’immagine di un bel ragazzo, fosse anche intravista di sfuggita, fosse anche breve come un lampo, produce in Kavafis un’emozione, un attimo di estasi.

SULLA SOGLIA DEL CAFFE’
Accanto, dissero qualcosa: attento
mi rivolsi alla soglia del caffè.
E vidi, allora, lo stupendo corpo,
dove di sé faceva maggior prova Amore:
vi plasmava gioioso acconce membra,
innalzava, scolpita, la persona,
con emozione vi plasmava il viso,
del suo tatto lasciando come un arcano senso
sula fronte, sugli occhi, sulla bocca.

Non serve a nulla fare buoni propositi per cercare di cambiar vita, la sessualità non è una scelta e ad essa non si può volontariamente rinunciare.

GIURA
Ad ogni poco giura di cominciare una vita migliore.
Ma quando viene, coi consigli suoi, la notte,
e coi suoi compromessi e le lusinghe,
ma quando viene, con la sua forza, la notte
(il corpo anela e cerca), a quell’eguale
fatale gioia, ancora perso, va.

Perfino i luoghi più volgari e sordidi s’illuminano dei una luce di bellezza se sono stati la scena di un rapporto amoroso, ma anche il semplice sesso, vissuto nella sua passionalità, è in fondo amore.

UNA NOTTE
Era volgare e squallida la stanza,
nascosta sull’equivoca taverna.
Dalla finestra si scorgeva il vicolo,
angusto e lercio. Di là sotto voci
salivano, frastuono d’operai
che giocavano a carte: erano allegri.

E là, sul vile, miserabile giaciglio,
ebbi il corpo d’amore, ebbi la bocca
voluttuosa, la rosata bocca
di tale ebbrezza, ch’io mi sento ancora,
mentre che scrivo (dopo sì gran tempo!),
nella casa solinga inebriare.

Il volto di un ragazzo che va bighellonando per via è per Kavafis un’immagine ipnotica di voluttà.

NELLA VIA
Il simpatico viso, un poco pallido.
Gli occhi castani sono come pésti.
Venticinque anni; ma ne mostra venti.
Ha nel vestire un non so che d’artistico – il colore,
forse, della cravatta, la foggia del colletto –
e vaga alla ventura nella vita,
ancora nell’ipnotico sonno di voluttà,
molto vietata voluttà goduta.

Con l’andare dell’età, il ricordo dell’erotismo non deve andare perduto ma deve essere conservato e coltivato perché è un valore:

QUANDO SI DESTANO
Di conservarle sfròzati, poeta,
anche se poche sono che s’arrestano,
le tue visioni erotiche.
Semicelate inducile nei versi.
Di possederle sfòrzati, poeta,
quando dentro la tua mente si destano,
la notte, o nell’avvampo del meriggio.

Basta un colore a risvegliare il tenero ricordo di un ragazzo amato per un mese e poi partito per lavoro. Un lampo del passato che non si spegne.

GRIGIO
Rimirando un opale a metà grigio,
mi risovvengo d’occhi belli e grigi
ch’io vidi (forse vent’anni fa)…
. . . . .
Pe un mese ci amammo.
Poi sparì, credo a Smirne,
a lavorare. E poi non ci vedemmo più.

Si saranno guastati gli occhi grigi
– Se vive – e il suo bel viso.
Serbali tu com’erano, memoria.
E più che puoi, memoria, di quell’amore mio
Recami ancora, più che puoi, stasera.

Il ricordo di un eros giovanile vissuto con trasporto, anche di quelli apparentemente destinati a non durare, ha qualcosa di eterno, di durevole, di nobile: è amore senza angoscia. Nell’abbandonarsi senza remore alla sensualità c’è qualcosa di sconvolgente che ancora a distanza di anni agita la mente.

DI SERA
Certo, durare non poteva a lungo. 
L’esperienza degli anni è maestra. Ma brusco,
troppo brusco l’arresto della Sorte.
Era la bella vita così corta!
Eppure, come forti gli aromi, e prodigioso
Il letto ove giacemmo, e a qual piacere 
cedemmo i nostri corpi.

Un’eco di giornate di piacere,
un’eco di giornate m’ha raggiunto,
la favilla di un rogo che ci riarse giovani.
Ho ripreso la lettera tra mano.
Ho letto, ancora, ancora. Sin che morì la luce.

Ed uscii sul balcone, malinconicamente,
per mutare pensieri,
mirando un po’ della città diletta, un poco
di moto della strada e dei negozi.

Gli amori molteplici e furtivi della giovinezza hanno nutrito gli occhi di immagini di bellezza, immagini che non si perdono.

COSI’ FISO MIRAI
La beltà così fiso mirai
che la vista n’è colma.

Linee del corpo. Labbra rosse. Voluttuose membra.
Capelli da un ellenico simulacro spiccati
e tutti belli, pur sì scarmigliati,
cadono appena sulla fronte bianca.
Volti d’amore, come li voleva
Il mio canto… incontrati nelle notti
Di giovinezza, nelle mie notti, ascosamente…

Avere incontrato per una volta gli occhi di un ragazzo, in gioventù, fa sorgere nel vecchio la malinconia di non trovarli più.

GIORNI DEL 1903
Non li ho trovati più – così presto perduti –
i poetici occhi, quel pallido
viso… nell’annottare della vita…

Non li ho trovati più – conquistati così,
per sorte, e li lasciai sì facilmente andare.
Poi li bramai con una febbre. Gli occhi
poetici, e quel viso pallido, e quelle labbra.
Non li ho trovati più.

Perfino l’incontro di due ragazzi che si scambiano uno sguardo davanti a una vetrina e poi se ne vanno via insieme è per Kavafis occasione di poesia, perché è in fondo una piccola storia d’amore.

LA VETRINA DEL TABACCAIO
Accanto alla vetrina tutta luce
del tabaccaio, stavano, tra molti.
Gli sguardi s’incontrarono, per sorte:
dissero la vietata bramosia della carne,
timidamente, dubitosamente.
Sul marciapiede, pochi passi d’ansia –
Sin che sorrisero, lieve accennarono…

Ed ecco, ormai, nella carrozza chiusa,
il sensuoso tatto delle membra, congiunte
mani, congiunte labbra.

Kavafis è fiero di aver vissuto una voluttà voluta e di aver profumato di gioia un mondo che naviga nell’abitudine.

VOLUTTA’
Di gioie mi profuma la vita la memoria
dell’ore che fu mia la voluttà che volli.
E di gioia profuma la vita mia lo schifo
d’ogni abitudinaria voluttà.

Il poeta ha vissuto una giovinezza felice perché ha vissuto amori ricambiati, ha visto negli occhi dei ragazzi il desiderio ardente.

RAMMENTA, CORPO…
Corpo, rammenta, e non soltanto come
amato fosti, i letti ove giacesti.
Ma quelle brame che riscintillavano
chiare, per te negli occhi,
nella voce tremavano – e furono vane per sorte.
Ora che tuto affonda nel passato,
pare che a quelle brame tu ti sia
abbandonato… come scintillavano
negli occhi fisi su di te, rammenta,
e nella voce come tremavano per te, rammenta, corpo.

Alessandrinamente, in una poesia che ha il sapore dell’Antologia Palatina, Kavafis parla a Marco del suo amato Lanis, che è morto ma è ancora vicino al suo compagno, e gli ricorda che Lanis non volle essere ritratto in alcuna posa, ma volle essere se stesso anche nel ritratto.

TOMBA DI LANIS
Marco, il giovane Lanis che amasti non è qui,
nella tomba ove rechi lacrime e a lungo sosti.
Il giovane che amasti l’hai più vicino a te
quando in casa ti chiudi e il suo ritratto miri,
quello che un poco serba di lui quant’ebbe pregio,
quello che un poco serba di lui quanto tu amavi.

Ricordi, Marco? Un giorno da casa del proconsole
tu conducesti il celebre pittore di Cirene:
e con quanta sottile abilità d’artista,
come vide l’amico tuo, voleva convincervi
che doveva dipingerlo proprio come Giacinto
(sarebbe divento più noto il suo ritratto).

Ma il tuo Lanis non dava a prestito così
la sua beltà. S’oppose risoluto, e gli disse
di non ritrarre punto né Giacinto Né altri,
ma il figlio di Ramètico, Lanis, alessandrino.

Il poeta è felice della sua giovinezza scioperata, ed è per questo che i suoi tentativi di vincersi e mutare modo di vivere sono stati tutti di breve periodo.

COMPRENSIONE
Anni di giovinezza, vita di voluttà…
Come ne scorgo chiaramente il senso.

Quanti rimorsi inutili, superflui…

Ma il senso mi sfuggiva, allora.

Nella mia giovinezza scioperata
Si formavano intenti di poesia,
si profilava l’àmbito dell’arte.

Perciò così precari i miei rimorsi!
E gli impegni di vincermi e mutare,
che duravano, al più, due settimane.

Kavafis descrive magistralmente l’ansia del contatto fisico e la sua realizzazione tra due ragazzi, persi nell’ombra di una taverna, il momento in cui si abbandona ogni cautela e i desideri della carne hanno libero sfogo. Il ricordo di quei momenti torna alla mente molti anni dopo per rimanere, per alimentare la memoria di una giovinezza libera e sfrenata.

PER RIMANERE
Forse l’una di notte,
l’una e mezza.

Un cantuccio di taverna
Di là del legno di tramezzo.
Nel locale deserto noi due, soli
Lo rischiarava appena la lampada a petrolio.
E, stranito dal sonno, il cameriere, sulla porta, dormiva.

Nessun occhio su noi. Ma sì riarsi
Già ci aveva la brama,
che divenimmo ignari di cautele.

A mezzo si dischiusero le vesti,
scarse (luglio flagrava).

O fruire di carni
fra semiaperte vesti, celere
denudare di carni… il tuo fantasma
ventisei anni ha valicato. E giunge,
ora, per rimanere, in questi versi.

Il ricordo dei caldi pomeriggi passati a far l’amore si ravviva anche solo alla vista dei luoghi ove gli incontri d’amore avvenivano, non senza una nota di malinconia per una separazione che doveva durare una settimana e invece è durata per tutta la vita.

IL SOLE DEL POMERIGGIO
Questa camera, come la conosco!
Questa e l’altra, contigua, sono affittate, adesso,
a uffici commerciali. Tutta la casa, uffici
di sensali e mercanti, e Società.

Oh, quanto è familiare. Questa camera!

Qui, vicino alla porta,
c’era il divano: un tappeto turco davanti,
e accanto lo scaffale con due vasi gialli.
A destra… no, di fronte… un grande armadio a specchio.
In mezzo il tavolo dove si scriveva;
e le tre grandi seggiole di paglia.
Di fianco alla finestra c’era il letto,
dove ci siamo tante volte amati.

Poveri oggetti, ci saranno ancora, chissà dove!

Di fianco alla finestra c’era i letto.
E lo lambiva il sole del pomeriggio fino alla metà.

… Pomeriggio, le quattro: c’eravamo separati
per una settimana… Ahimè,
la settimana è divenuta eterna.

Diventa oggetto di poesia perfino il rapido distacco di due amanti che si allontanano furtivi uno alla volta dal luogo che ha visto i loro amori.

L’ORIGINE
Ormai la loro voluttà vietata
è consumata. S’alzano, si vestono
frettolosi e non parlano.
Sgusciano via furtivi, separati. Camminano
Per via con una vaga inquietudine, quasi
Sospettino che in loro un non so che tradisca
Su che sorta di letto giacquero poco fa.

Ma dell’artista come s’arricchisce la vita!
Domani, doman l’altro, o fra anni, saranno
Scritti i versi gagliardi ch’ebbero qui l’origine.

Anche in antico, un bel giovane scriveva versi licenziosi e li faceva circolare alla macchia perché non finissero nelle mani di quelli che parlano sempre di dovere.

TEATRO DI SIDONE 
400 d.C.
Figlio d’un ragguardevole cittadino, fo vita
di teatro. Bel giovane variamente piacevole,
mi diletto di comporre talora, in lingua greca,
versi assai temerari. Li faccio circolare
alla macchia, s’intende. Gran Dio! Che non li vedano
quelli che in vesti nere cianciano di dovere.
Versi della squisita sensualità, che piega
verso gli amori sterili che la gente rinnega.

Talvolta, peraltro raramente, Kavafis descrive la disperazione dell’amante che si è fatto prendere dagli scrupoli morali e ha allontanato il suo amato e capisce troppo tardi di aver perso la sua felicità.

DISPERAZIONE
L’ha perso. Ed ecco che non fa che ricercare
In altre labbra, se gli riesca trovare
quelle labbra d’amore. In ogni amplesso nuovo
non fa che ricercare. Si vorrebbe ingannare
che il giovinetto è sempre quello, che a lui si dà.

L’ha perso. Come se non fosse mai neppure
esistito. Voleva – così disse – scampare
al marchio d’un morboso piacere, alle sue tare,
al marchio vergognoso di quelle voglie amare.
Era – diceva – ancora a tempo per scampare.

L’ha perso. Come se non fosse ai neppure
Esistito. Illudendosi, fantasticando, vuole
In altre labbra giovani quelle labbra trovare:
cerca di ridestare in sé l’antico amore. 

Una delle poesie più note di Kavafis rappresenta una coppia omosessuale separata dalle circostanze. Ciascuno serberà integro dell’altro il ricordo del ben ragazzo di 24 anni.

PRIMA CHE LI MUTASSE IL TEMPO
Molto s’addolorarono nella separazione.
Non la vollero mai. Le circostanze, furono.
Uno di loro un giorno fu costretto ad andare
Via , per necessità – Nuova York, Canadà.
Il loro amore, certo, non era più lo stesso:
affievolito ormai il loro slancio, a gradi,
affievolito ormai il loro slancio, assai. 
Ma la separazione non la vollero mai.
Le circostanze, furono. O forse si mostrò
Artista la Fortuna, separandoli prima 
Che si spegnesse amore, che li mutasse il Tempo.
E l’uno resterà per l’altro il bel ragazzo
Ventiquattrenne: gli anni non passeranno mai. 

L’eros vissuto senza angoscia è la via per liberarsi dall’oppressione del lavoro e degli obblighi quotidiani, ha un valore di per sé, non ha altro fine che la propria realizzazione in un guizzo di giovinezza.

OPPRESSIVO PAESE
Oppressivo paese dove lavora. Fa
L’impiegato in un grande magazzino.
Giovanissimo. Attende
Due mesi o tre,
due mesi o tre perché il lavoro cali,
per correre in città, tuffarsi subito
nel movimento, nel divertimento.
Oppressivo paese dove attende.
È piombato sul letto, stasera, preso d’amore. E tutta
arde la giovinezza nelle carnali brame,
nella tensione bella la bella giovinezza.
Poi, nel sonno, s’accosta la voluttà: nel sonno
vede e gode la forma, la sospirata carne…

L’eros è così forte che spinge un ragazzo venticinquenne a ricercare dove sia finito il suo compagno, conosciuto casualmente. Lo attende per ore, per giorni, chiede di lui, rischia quasi di lasciarsi coinvolgere in uno scandalo, perché ancora vuole congiungersi con lui, perché il ricordo di quei baci è ancora vivo.

L’ANNO 25° DELLA SUA VITA
Sempre ritorna alla taverna, dove
si conobbero, circa un mese fa. 
Ha chiesto: nulla hanno saputo dirgli.
Dalle parole, ha inteso d’essersi imbattuto
In un soggetto ignoto, uno dei tanti
Volti d’efebi, equivoci
E ignoti, che passavano di là.
Pure, sempre ritorna, la notte, alla taverna.
Fissa immoto la soglia:
fino a stremare l’occhio fissa la soglia. Forse
verrà. Forse entrerà, stasera.

Sempre così: quasi tre settimane.
La mente s’è ammalata di lussuria.
Ancora stanno sulla bocca i baci.
Si macera nel diuturno desiderio la carne.
Il tatto di quel corpo è su di lui.
Vuole ancora congiungersi con lui.

Di non tradirsi cerca, s’intende.
Ma quali incurante, talora.
Il rischio lo conosce,
l’ha scontato. Chissà che quella vita
non lo porti a uno scandalo fatale.

La passione è senza tempo e così, secoli fa, un ragazzo va girando tra le taverne di Berito perché il bellissimo Tamide lo ha lasciato per andarsene con uno ricco che gli ha promesso una villa sul Nilo e un palazzo in città. Ma la consolazione del ragazzo abbandonato sta nel fatto che Tamide era stato con lui per due anni senza ville sul Nilo e senza palazzi in città.

IN MEZZO ALLE TAVERNE
In mezzo alla taverne e ai bordelli di Bèrito
mi vado rotolando. Non volevo restare
ad Alessandria, io. Tamide m’ha lasciato:
se n’è andato col figlio del prefetto, per prendersi
una villa sul Nilo, un palazzo in città.
Non potevo restare ad Alessandria, io.
In mezzo alle taverne e ai bordelli di Bèrito
Mi vado rotolando. In una vile crapula
Vivo, come che sia. Una cosa mi salva,
come beltà durevole, come aroma superstite
sulle mia carni; ed è che fu mio, per due anni,
Tamide, il giovinetto più splendido, fu mio,
e non per una casa o una villa sul Nilo.

Ci sono dei ragazzi che anche a ventinove anni hanno mantenuto, in alcuni momenti almeno, gli atteggiamenti degli adolescenti.

GIORNI DEL 1901
Questo c’era di singolare in lui:
in mezzo a tutta la dissolutezza
e alla copiosa pratica d’amore,
e sebbene il contegno in consueta
armonia con l’età si componesse,
c’erano istanti –certo, estremamente
rari – che dava il senso
di quasi intatte carni.

Dei suoi ventinove anni la bellezza,
tanto provata dalla voluttà,
stranamente evocava, per attimi, un efebo
che, un po’ goffo, all’amore
la prima volta il casto corpo cede.

In una delle sue più belle poesie, Kavafis crea un clima di attesa che lascia il lettore in sospeso e lo induce a pensare che la visione positiva dell’amore sessuale, tipica di Kavafis, si sia appannata, ma poi, improvvisamente, le cose cambiano e due ragazzi trovano l’entusiasmo di stare insieme e di vivere insieme il loro eros senza altri pensieri.

DUE GIOVANI FRA I 23 E I 24 ANNI
Fin dalle dieci e mezza stava nel caffè.
L’aspettava: fra poco, certo sarebbe entrato…
Mezzanotte: aspettava ancora. L’una
E mezza: s’era vuotato 
il caffè, quasi tutto.
E si stancò di leggere i giornali
Macchinalmente. Dei tre miseri scellini
Ne restò uno: in tutta quell’attesa
Spese gli altri in liquori e caffè.
E fumò tutte le sue sigarette.
Lo stremava l’attesa tanto lunga. Da solo,
così, per ore e ore…
lo presero le riflessioni amare
della vita sviata.

Ma, come vide entrare l’amico suo, d’un tratto
stanchezza, crucci, riflessioni dileguarono.

Recò, l’amico, una notizia inaspettata: aveva
vinto sessanta lire nella bisca.

Ed ecco, i loro visi belli, le giovinezze
squisite, il loro sensuoso amore
s’avvivano, s’accendono, s’esaltano
con le sessanta lire della bisca.

E, tutti gioia forza, sentimento e beltà,
andarono – non già alle loro onorate
case (non li volevano, del resto, più): in un luogo
che sapevano loro, e molto riservato,
di malaffare. Andarono, e chiesero una camera,
e bevande costose, e bevvero, di nuovo.
Finite le bevande costose – erano prossime
Ormai le quattro –
nell’amore s’immersero felici.

Lo scontro di Kavafis con la morale comune non potrebbe essere più radicale: un ragazzo che agli occhi della gente appare un sfaccendato che non ha mai concluso nulla, appare a Kavafis portatore di una sua moralità, quella della voluttà vissuta liberamente, al di là del giudizio della gente. In questo ragazzo c’è un’assoluta naturalità.

GIORNI DEL 1896
Si sdegnò del tutto. Una tendenza erotica
anche troppo vietata, anche troppo spregiata
(insita tuttavia), ne fu cagione vera.
Puritana e severa era la società.
Perse gradatamente tutti gli esigui averi,
e anche il posto, in seguito, e la riputazione.
S’avvicinava ai trenta. Nessuna attività
Per un anno di seguito (confessabile almeno).
A sbarcare il lunario ci riusciva, talora,
con qualche senseria considerata infame.
Si rischiava d’esporre parecchio il proprio nome,
mostrandosi sovente con un soggetto simile.

Eppure, non è tutto, non è giusto. Più ancora
Giova fare parola, qui, della sua bellezza.
Se si guardi in un’altra prospettiva, egli allora
apparrà simpatico: creatura schietta, autentica
d’amore apparirà: quasi inconscio, di là
dalla riputazione e dall’onore, pose
della sua pura carne la pura voluttà.

Ma la riputazione? Puritana e severa
era la società. E commentava, a vanvera.

Kavafis ravvisa il disagio non nel giudizio della gente ma nell’amore non corrisposto, o meglio accettato per concessione e senza passione. L’amore non reciproco è la vera sofferenza.

GIOVANE DELL’ARTE DELLA PAROLA NEL SUO 24° ANNO
Anima, e ora come puoi lavora.
Un godimento mutilo lo macera.
Condizione snervante.
Ogni giorno l’amato viso bacia,
e le sue mani sono là, sulle squisite membra.
Mai, nella vita, amò con tanto forte
febbre. Eppure gli manca la pienezza
dell’amore; gli manca la pienezza 
che mutua brama e pari ardore esige.

(Cedimento ineguale a qual piacere anomalo.
Uno soltanto né passiva preda).

Se macera, snervato.
Disoccupato, inoltre: e anche questo fa molto.
Certe piccole somme
Ottiene a stento in prestito
(talora quasi mèndica). Vivacchia.
Bacia le lebbra adorate: sul corpo
Eccelso, che si limita (l’avverte) a consentire,
di voluttà di pasce.
E beve, e fuma. Beve e fuma.
E tutto il giorno si trascina nei caffè:
accorato trascina lo struggimento della sua beltà. –
Anima, e ora come puoi lavora.

Anche la prostituzione ha una sua dignità, specialmente quando è praticata per avere quelle piccole cose che altri possono avere facilmente. Prostituirsi è una colpa per i ricchi, ma solo per loro.

GIORNI DEL 1909, ’10 e ‘11
D’un marinaio d’un’isola egea,
povero, miserabile, era figlio.
Lavorava da un fabbro. Si vestiva
Male; pietose, rotte, le scarpe da lavoro.
Le mani sporche di ruggine e d’olio.

A sera, quando – chiusa l’officina –
L’assaliva una voglia peregrina
D’una cravatta fina,
d’una cravatta per la festa, o se in vetrina
aveva visto, e tanto l’invaghiva,
una bella camicia azzurrina,
il corpo per un tallero o due prostituiva.

Io mi domando se nei tempi antichi
La gloriosa Alessandria ebbe più sopraffina
Bellezza, più perfetto ragazzo. Andò sciupato:
certo, di lui non fecero né statua né pittura.
Rimase in quella squallida bottega, confinato:
e molto presto la fatica dura
e la crapula grama lo trassero a rovina.

In una poesia più complessa, il tema della prostituzione si incontra con quello della morte e del permanere dell’amore vero oltre la prostituzione e oltre la morte.

CANDIDI FIORI E BELLI, STAVANO COSI’ BENE 
È tornato al caffè dove andava, con lui.
Qui, l’amico gli disse, proprio tre mesi fa:
“Non abbiamo un centesimo. Due poveri ragazzi
Siamo – precipitati in infimi locali.
Io te lo dico chiaro: con te non vado più
Avanti. Vuoi saperlo? C’è un altro che mi vuole”.

Due vestiti gli aveva promesso, l’altro, e certi 
Fazzoletti di seta. Per riprenderselo, fece
Fuoco e fiamme: trovò venti lire: L’amico
Di nuovo andò da lui, per quelle venti lire.
E, inoltre, per la loro vecchia amicizia, il loro
Antico amore, il loro sentimento profondo.
Era un bugiardo, “l’altro”: una vera canaglia:
gli aveva fatto solo un vestito, anche quello
contro voglia, per forza, dopo mille preghiere.

Ormai non vuole più nulla, proprio più nulla.
Non vuole più i vestiti, non vuole i fazzoletti
Di seta, né le venti lire, né venti soldi.

Domenica, alle dieci l’hanno sepolto. È già
Quasi una settimana. Domenica alle dieci.

Nella misera casa ha messo pochi fiori;
candidi fiori e belli, stavano così bene
a quei suoi ventidue anni, alla sua beltà.

Stasera (s’è trattato d’un lavoretto, d’una
Necessità del pane) è tornato al caffè
Dove andava con lui. Che coltellata al cuore,
quell’oscuro caffè dove andava, con lui.

Forse più delle nottate d’amore restano impressi nella memoria i momenti di fortissima emozione di un amore nascente, i tempi in cui tra mille esitazioni le mani si toccano in una promessa d’amore.

E S’INFORMAVA DELLA QUALITA’
Aveva , in quell’ufficio,
un posto trascurabile, pagato male
(circa otto lire al mese; con gl’incerti).
Uscì, finito quel lavoro squallido
Che lo teneva tutto il giorno chino.
Uscì: le sette. Camminava, adagio,
bighellonava per la strada. – Bello,
e interessante: egli appariva giunto
alla resa dei sensi più matura.
Ventinove anni aveva finito il mese prima.

Bighellonava per la strada, in quelle
Viuzze miserabili che portavano a casa.

Ma, passando dinanzi a un bugigattolo
Pieno di cianfrusaglie dozzinali
Per perai, di basso costo, vide
Là dentro un viso, vide una figura
che spinsero forte a entrare. Ecco: voleva
vedere fazzoletti colorati.

E s’informava della qualità dei fazzoletti
E del prezzo; con voce soffocata
E quasi spenta per il desiderio.
E così, le risposte:
assorte, a voce bassa,
con un consentimento tacito.

Parlavano, parlavano dell’affare – ma uno
Era lo scopo: un incontro di mani
Là, sopra i fazzoletti; uno sfiorare
Dei visi, della labbra, come a caso:
tatto di membra, un attimo.

Furtivamente, rapidamente. Perché il padrone
non s’avvedesse, immobile in fondo al magazzino.

Come vorrebbe un vecchio recuperare per un giorno o per un’ora soltanto i suoi ventitré anni, come vorrebbe riavere tra le sue braccia l’amico ventiduenne nella cameretta di allora!

SULLE FORMULE D’ANTICHI MAGI ELLENICO-SIRIANI
“Che filtro mai trovare, distillato
da erbe di malìa?” – un sensuale disse.
“Che filtro, distillato sulle formule
d’antichi magi ellencio-siriani,
mi potrà riportare, un giorno solo
(se più oltre non vada il suo potere),
un’ora sola, i miei ventitré anni?
riportare l’amico mio, di ventidue
anni, la sua beltà, l’amore?

Che filtro, distillato sulle formule
d’antichi magi ellencio-siriani,
mi potrà riportare, in armonia con questo
ricorso, anche la nostra cameretta d’allora?”

Un ragazzo venticinquenne che non trova da lavorare o non vuole abbrutirsi in un lavoro da schiavi, che si procura un po’ di soldi con affari loschi, non era per Kavafis uno sfaccendato ma solo un bel ragazzo la cui bellezza, quando restava nudo ai bagni pubblici si conserverà nella memoria del poeta fino alla vecchiaia.

GIORNI DEL 1908
Quell’anno non trovò da lavorare.
Gli davano da campare
le carte, i dadi, prestiti in denaro.

Un posto gli era stato offerto: in una
Cartoleria, per tre sterline al mese.
Ma rifiutò senza incertezza alcuna.
Non faceva per lui. Quel salario da usura
A lui, venticinquenne, e di buona cultura!

Due, tre scellini al giorno, s e no, li rimediava.
Ma con le carte e i dadi non cavava le spese,
nei caffè della sua classe, volgari
sebbene lesto al gioco, con avversari sciocchi.
Quanto ai prestiti, poco da scialare:
un tallero, più spesso mezzo; e da qualcuno
si riduceva a prendere uno scellino, e basta.

Per una settimana, o per più giorni al mese,
si rinfrescava ai bagni, nuotando nel mattino,
quando scampava ai torbidi delle notturne imprese.

Erano uno sfacelo gli abiti. Sempre uno
il vestito che aveva, color cannella chiara
che il tempo aveva fatto scolorare.

O giorni dell’estate del novecento otto! A uno a uno
vi vedo. Dall’immagine vostra sparì – per una rara
magia – l’abito stinto color cannella chiara.

Ma l’immagine vostra l’ha serbato
nell’attimo che via da sé gettava
le vesti indegne e quella biancheria rattoppata.
Restava nudo, irreprensibilmente bello: una meraviglia.
Spettinati, all’indietro, i suoi capelli;
e le carni abbronzate, appena un poco,
da quella mattutina nudità, ai bagni, e sulla riva.

Permettetemi di concludere con poche riflessioni. Un uomo schivo come Kavafis, che non amava la ribalta e aveva una visione sconsolata della vita, ha avuto il coraggio e la dignità di scrivere quello che ha scritto ormai moltissimi anni fa. In un tempo di poeti vati ha scelto un tono lirico classico e ha proseguito, a distanza di tanti secoli, la grande tradizione di Meleagro di Gadara. Nella poesia di Kavafis non c’è traccia di conflitti di coscienza o di sensi di colpa, la sua sensualità e naturale, non avvelenata ancora dai divieti, è classica e senza tempo. Nell’Alessandria di Kavafis il lettore gay del XXI secolo può ritrovare una patria Ideale, come la Berlino di Isherwood. Un solo poeta italiano mi pare possa essere accostato a Kavafis ed è Sandro Penna. Che Kavafis fosse realmente un uomo senza angosce è poco credibile e certo non fu senza angosce Sandro Penna, ma la loro vena poetica è limpida, è il meglio che la loro anima ha saputo dare agli altri: immagini di vita, di vita semplice, e d’amore.

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IL ROMANZO DI UN INVERTITO NATO (seconda parte)

Infanzia. – Prime deviazioni

A cinque anni mi mandarono a scuola ma non ci rimasi che per qualche settimana, i medici della casa si erano accorti che diventavo pallido e malaticcio quando restavo seduto per troppo tempo sui banchi della scuola.

Quando ebbi sette anni cambiammo residenza e ce ne andammo a stare a Firenze. Gli affari di mio padre andavano magnificamente e avevamo una magnifica carrozza, lacché [domestici che precedevano a piedi la carrozza del padrone] e una bella casa dove mio padre radunò tutto quello che si piò immaginare di bello e di elegante. Fu presa allora una istitutrice per me, e subito fui preso dalla più viva e esaltata amicizia per questa signora, che era molto distinta e mi amava molto. La preferivo molto a mia madre, che era molto gelosa e cercava ogni volta che era possibile di staccarmene, cosa che non le riuscì affatto. A sette anni ero un ragazzino così affascinante come ero stato prima un bel bambino, con un’intelligenza che colpiva tutti quelli che mi avvicinavano. Avevo la massima ammirazione per tutto quello che era bello e grande e mi facevo prendere da una vera passione per tutte le belle signore e le regine di cui leggevo le storie con la mia istitutrice.

Ebbi una violenta ammirazione per la Rivoluzione francese e un giorno, avendo trovato un riassunto della Storia dei Girondini di Lamartine, lo divorai in qualche ora. La sognavo la notte e non la smettevo di voler parlare di quest’epoca grandiosa della storia di Francia. Maria Antonietta, M.me Elisabeth, la principessa di Lamballe, furono le mie grandi passioni; amavo meno gli eroi e le eroine popolari, avendo sempre avuto un’ammirazione senza limiti per le eroine e le donne sfortunate, vestire di velluto e che trascinavano mantelli di ermellino. I miei progressi nei miei piccoli studi furono rapidi e stupivo addirittura i miei maestri per la rapidità con la quale apprendevo e intuivo ogni cosa.

Allora era completamente innocente e non sospettavo assolutamente nulla. Frequentavo moto, con una governante, i musei dove, benché fossi così giovane, mi appassionavo molto alle arti, per le quali ho avuto una grande simpatia. La vista di un capolavoro mi commuoveva violentemente e lo studio della mitologia, che mi fecero fare in presenza dei capolavori antichi, mi appassionò molto e non sognavo che eroi, dei e dee. La guerra di Troia mi fece la più grande impressione ma, cosa strana, alla quale ho fatto attenzione solo più tardi, tutti i miei pensieri e tutti i miei entusiasmi erano più per gli eroi che per le eroine. Ammiravo molto Elena, Venere e Andromaca, ma il mio grande amore, la mia grande ammirazione , erano per Ettore, per Achille e Paride, ma soprattutto per il primo. Avevo una passione per lui e mi piaceva immaginare di essere Andromaca, per potere tenere nelle mie braccia l’eroe bardato di ferro, le cui belle forme atletiche, le belle braccia nude e l’alto elmo mi tenevano a pensare per lunghe ore. Mi ricordo ancora le dolci emozioni di queste ore passate nei lungi corridoi del museo dove vedevo tanti begli eroi e dèi nudi che la mia immaginazione animava prestando loro una vita immaginaria. Restavo per ore a riflettere sulla felicità di tutto questo mondo di marmo così perfetto, così al di sopra della realtà, non potevo spiegarmi tutto quello che sentivo.

Amavo già la solitudine e i giochi degli altri ragazzi quasi mi spaventavano. I miei fratelli erano troppo grandi per occuparsi di me, e d’altra parte passavano solo poco tempo a casa. Per loro non ho mai avuto molta simpatia. Il mio fratello più grande era molto bello, gli altri due meno, soprattutto il terzo, che con le sue gambe corte e con le se lunghe braccia rassomigliava alla famiglia di mia madre, famiglia che, grazie a Dio, abita lontano da noi e che io non amo affatto. I miei fratelli si sono sistemati molto bene; hanno tutti una famiglia e sono molto felici, soprattutto i primi due. Io rimasi solo nella casa paterna, cosa che non mi dispiacque affatto.

Continuai dunque i miei studi ma in un modo molto irregolare. Imparai diverse lingue e divorai tutte le letterature, entusiasmandomi per tutto quello che era bello e soprattutto poetico. I versi esercitavano una grande influenza su di me. I loro ritmi mi donavano veri brividi e imparavo a memoria lunghi monologhi e scene intere delle mie tragedie preferite. Anche la musica mi piaceva moltissimo. Ero trasportato dai bei versi come dalla bella musica. Vivevo veramente in un mondo ideale, come bambino di dieci anni non lo ha mai immaginato nei suoi sogni. Mi appassionavo sempre alle belle eroine della storia e dei poemi e le amavo come delle amiche perché la donna mi è sempre sembrata un essere gentile e pieno di fascino così lontana dalla terra che ne facevo quasi una divinità.

Ho avuto allora il più grande interesse per la Vergine Maria, che consideravo come il tipo e il modello di tutte le donne. Mi piaceva partecipare della sua Natura Divina passavo molti mesi nella devozione più spinta, e tanto più straordinaria perché a casa nostra tutte le pratiche religiose erano abolite e nessuno se ne occupava. Mia madre aveva conservato della sua vecchia religione l’odio per le chiese e per tutte le liturgie religiose ed erano proprio quelle che mi affascinavano. Allora cambiai gisti e al posto di Elena, delle dee e degli eroi, mi piaceva stare in compagna dei santi, delle vergini e dei martiri. I muri della mia camera furono tappezzati di immaginette di santi e di angeli davanti ai quali dicevo le mie preghiere quasi ogni momento. Mentre seguivo una lezione chiedevo di uscire per un bisogno e correvo nella mia camera a dire le mie preghiere all’affascinante Madonna che consideravo come una sorella, come un’amica.

La devozione durò poco e crollò di colpo, non so come. Ne do spesso la colpa a una piccola immagine di Santa Maddalena dei Pazzi che apparteneva alla cameriera di mia madre, che trovai così orribile che non potevo rimanere serio davanti a questo piccolo mostro.

Da allora la mia ammirazione per le vergini e i santi finì e io ricaddi in piena mitologia. Divenni quasi idolatra, comprai una statuetta di Venere per bruciarle l’incenso e per portarle un mazzetto di fiori tutte le mattine.

Dopo qualche tempo sentivo fremere in me tutta una nuova vita, non potevo stare tranquillo e la mia fantasia mi presentava le più belle immagini e mi teneva sveglio per nottate intere. Leggevo tutto quello che mi capitava sotto mano e divoravo i romanzi illustrati collocati nella biblioteca di mio padre. Tutto questo mi infiammò e divenni così appassionato, così nervoso che tutti se ne meravigliavano. Parlavo sempre, a proposito e a sproposito, e in questo ribollire di giovinezza precoce passavo dai pensieri più audaci e dalla più forte esaltazione a momenti di tristezza e abbattimento senza causa apparente. Piangevo spesso da solo e per consolarmi mi rifugiavo nel mio mondo immaginario.

La mia passione per gli abiti con lo strascico durava sempre e quando ero solo mi mettevo davanti allo specchio di mia madre e camminavo tirandomi dietro le coperte del letto o dei vecchi scialli le cui lunghe pieghe cadevano giù dalla persona e il cui fruscio sui tappeti mi faceva fremere di gioia. Provavo sempre il desiderio di coprirmi con lunghi veli e questa passione, che dall’infanzia non mi aveva mai abbandonato del tutto, mi riconquistò ancora di più forte.

Un giorno che un’amica di mia madre mi disse scherzando che si cominciavano a vedere spuntare i miei baffi, poco ci mancò che la strozzassi per quanto questa insinuazione mi parve insultante e la notizia fu per me un grande dolore. Andai di corsa davanti allo specchio e fui molto felice di vedere le mie belle labbra rosate completamente libere dalla terribile peluria che tanto mi spaventava.

Mi compiacevo a farmi donna con l’immaginazione e la bellezza di cui mi dotavo, e le avventure che vivevo in spirito mi facevano trasalite di piacere.

Ero ancora molto innocente a tredici anni, quanti ne avevo allora, e non avevo alcuna idea dell’unione dei sessi e delle differenze che esistono tra loro. Questo sembrerà strano per un ragazzo così sveglio per la sua età, ma è la pura verità! Vivevo troppo di sentimenti e immaginazione, amavo troppo tutto quello che è ideale per vedere le cose che erano più vicine a me.

Uno stalliere [il testo usa il termine inglese “groom”] di circa 15 anni mise ben presto fine alla mia innocenza su questo argomento. Accadde durante un soggiorno in una città termale, dove tutti i nostri domestici ci avevano seguito. Andavo spesso alla scuderie a vedere i cavalli e mi divertivo a parlare e a giocare con un ragazzo della mia età col quale mi lasciavano qualche volta correre nel grande giardino. Fui ben presto istruito da questo ragazzino, che mi rese tanto consapevole quanto lui stesso. Quando venni a sapere come si facevano i bambini ne fui indignato ed ebbi un profondo disgusto per i miei genitori che non si erano vergognati di mettermi al mondo in quello strano modo.

Queste conversazioni finirono per infastidirmi terribilmente, perché se ero molto ben dotato dal punto di vista dell’intelligenza – troppo bene ahimè! – ero meno ben dotato dal punto di vista fisico e a tredici anni non era ancora uomo.
Questo ragazzo si masturbò parecchie volte davanti a me e benché io bruciassi dalla voglia di imitarlo e un sangue caldissimo circolasse nelle mie vene, non ci riuscii comunque quando fui da solo.

Ben presto questo ragazzo venne mandato via e se io non dimenticai le sue lezioni, comunque non ci pensai più molto. Ma quello che comunque mi stupiva abbastanza era il fatto che lui parlava sempre di andare a letto con donne nude e di fare loro quello che lui faceva, mentre io non provavo alcun desiderio di fare quelle cose e avrei trovato molto più naturale andare a letto con un uomo. Pensavo di essere troppo debole, troppo carino, troppo delicato per dormire con una donna alla quale rassomigliavo troppo e d’altra parte non ne avrei mai avuto il coraggio.

L’uomo mi sembrava fin da allora molto più belo della donna, perché ammiravo in lui una forza, un vigore di forme che io non avevo e mi sembrava impossibile che potessi mai avere. Io mi ero sempre immaginato di essere donna e tutti i miei desideri furono da allora quelli di una donna.

Avevo allora qualche amico e provavo, senza rendermene ancora conto, un’amicizia esagerata per loro. Ne ero geloso e quando mi passavano le braccia dietro la schiena, fremevo in tutta la mia persona. Ero geloso di loro e la mia più grande gioia era di dar loro qualche prova del mio affetto, e di fare per loro qualche piccolo sacrificio, ero tormentato dalla loro indifferenza e dai loro gusti rumorosi che differivano dai miei e avrei voluto che non si occupassero di altro che di me.

Ma quello che mi attirava soprattutto erano gli uomini maturi, uomini dai trenta ai quarant’anni. Ammiravo soprattutto la loro bella statura, la loro voce grave, che contrastava in modo netto con la mia voce ancora infantile. Non mi rendevo conto di quello che provavo. Ma avrei dato ogni cosa al mondo per essere stretto dalle loro braccia e per incollare tutta la mia persona sulla loro.

Passavo notti intere a sognare queste cose e a prestar loro un’apparenza di realtà. Non sapevo ancora fino a che punto può farci abbassare il vizio terribile che io nutrivo senza saperlo, mio malgrado, e che mi ha poi reso così infelice.

Un domestico, che avevamo da poco al nostro servizio e che aveva una statura superba con baffi e barbetta neri, attirò tutta la mia attenzione.
Con dei trucchetti da ragazzino volevo indurlo a parlare di cose indecenti e lui si prestava con tutto l’entusiasmo. Mi piaceva molto e desideravo sempre di averlo al mio fianco quando andavo da qualche parte. Mi accompagnava la sera nella mia stanza al secondo piano e restava vicino a me finché ero quasi addormentato. Io lo facevo parlare delle sue amanti, dei luoghi cattivi dove andava, e ci trovavo tanto piacere che restavo poi delle lunghe ore sveglio e pieno di desideri dei quali non mi rendevo affatto conto. Avrei volto averlo a letto vicino a me, avrei voluto sentire il suo corpo biondo e levigato. Avrei voluto abbracciarlo per prenderne piacere e darne a lui. I miei desideri non andavano più lontano e non pensavo proprio ad altre cose. Una sera, dopo delle lunghe conversazioni sul nostro tema favorito e dopo che gli avevo fatto domande sulle cose più indecenti, improvvisamente fui preso dal desiderio di conoscerlo più intimamente, semplicemente e senza nessuna vergogna e come per ridere.

Gli chiesi di mostrarmi il suo pene per vedere se fosse così grande e bello come diceva. All’inizio non volle, ma avendo io promesso che non avrei detto nulla, si aprì i pantaloni e me lo mostrò eretto, per un’erezione che era derivata dalla mie parole. Si avvicinò al lettino in cui ero steso anelante per libidine o per pudore.

Non avevo mai visto il pene di un uomo adulto e rimasi così turbato che non riuscii a proferire parola. Spinto non so da qual forza o da quale desiderio innato, lo presi nella mano destra e molto lo strofinavo dicendo: “Quanto è bello! Quanto è bello!” Ardevo di un furioso desiderio di fare qualcosa di quel pene che riempiva tutta la mia mano destra, e violentemente desideravo che nel mio corpo ci fosse un buco attraverso il quale si potesse introdurre in me ciò che io ardentemente desideravo.

Sentendo un rumore il domestico si coprì subito e si ritirò lasciandomi bruciante di un desiderio che prima non avevo mai avuto e che non credevo potesse esistere. In fondo ai miei pensieri c’era già allora una sorta di disperazione e quasi la convinzione che non avrei mai potuto godere di quello che avrei tanto desiderato.

La sera volevo ricominciare la scena di quella orribile serata, ma l’uomo temeva apparentemente qualche indiscrezione e non volle mostrarmi nulla. Io dimagrii per la rabbia.

Una sera questo domestico fu violentemente rimproverato e fu quasi cacciato da mio padre, che si era accorto che lui faceva entrare quasi ogni notte una delle sue amanti nella nostra casa.

Venendo a sapere tutto questo e che c’era lì vicino una persona che godeva di lui desiderandolo ardentemente, piangevo di rabbia e maledissi il cielo per non avermi fatto nascere donna.

Ben presto quell’uomo uscì dalla nostra casa ma non fui gran che afflitto. Ero molto giovane allora e le mie impressioni, per forti che fossero non erano durature.

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JOHN ADDINGTON SYMONDS OMOSESSUALE

Quando nel 1985 Frassinelli pubblicò l’autobiografia (Memories) di John Addington Symons [John Addington Symonds “Voglie diverse}” – Confessioni intime di un letterato vittoriano, Frassinelli Milano 1985, traduzione di Erica Joy Mannucci dell’originale inglese: “The Memories of John Addington Synmonds”, Londra 1984. Tutte le citazioni nel seguito di questo saggio si riferiscono alla edizione di Frassinelli del 1985], mi trovavo in Lombardia per lavoro. Ricordo perfettamente che lessi il libro in soli due giorni e ne riportai una impressione profonda. Non è solo la storia di un omosessuale, ma è un documento di radicale sincerità e di altissimo spessore umano, un documento di straordinaria modernità anche se riguarda un uomo nato nel 1840. Il lettore omosessuale di oggi ritrova nelle memorie di Symonds gran parte del proprio mondo.

Praticamente tutta l’autobiografia è centrata sulla omosessualità, e gli aspetti culturali legati all’opera critica e letteraria dell’autore sono relegati ad una dimensione marginale.

Symonds lasciò disposizione che le Memorie potessero essere pubblicate solo dopo trascorsi 50 anni dalla sua morte, non si aspettava certo celebrità dalla sua opera.

L’autobiografia, pur essendo anteriore alla condanna di Wilde e alla nascita della psicoanalisi, rappresenta una ricerca volta a documentare lo sviluppo della omosessualità dell’autore. Non si tratta della vicenda di un omosessuale chiuso in sé stesso ma di un uomo di cultura profonda, sposato e con quattro figlie, legatissimo alla storia e alla cultura italiana e ottimo conoscitore della lingua italiana. È anche per questo che le memorie di Symonds costituiscono un documento unico perché sono il ritratto senza reticenze di un omosessuale della seconda metà dell’Ottocento visto dal di dentro, come lui stesso si vedeva. Ma il vero fascino di questa lettura, che la rende unica, deriva dal fatto che procedendo pagina dopo pagina si ha l’impressione di conoscere l’autore sempre meglio, di capire i suoi tormenti profondi, i suoi turbamenti, le sue incoerenze, e i suoi slanci amorosi, in qualche modo il lettore se lo sente accanto, come se John gli parlasse di sé in modo molto semplice e diretto e si abitua a quella presenza come alla presenza di un amico.

In questi ultimi giorni ho ripreso le Memorie di Symonds e le ho rilette. Anche se ormai sono vecchio, resto ancora affascinato da questa lettura. È noto che Symonds è morto a Roma ed è stato sepolto a Roma, al cimitero degli Inglesi (cimitero acattolico) vicino alla Piramide di Caio Cestio. Stamattina ho preso il tram e sono andato a Porta San Paolo e quindi al cimitero degli Inglesi, tutti sanno che lì sono sepolti John Keats e Percy Shelley e sono conservate le ceneri di Gramsci di pasoliniana memoria ma, per fermarsi ai personaggi noti omosessuali, lì riposano anche Carlo Emilio Gadda e Dario Bellezza. Ho trovato facilmente la tomba di Addington Symonds, una sepoltura minima, a terra, con una lapide, purtroppo una delle tante tombe abbandonate. Fermandomi lì accanto ho avuto l’impressione di conoscere la vita dell’uomo che lì era sepolto, molto al di là di quello che ne diceva la lapide, ed era in fondo lui stesso che mi aveva parlato di sé.

La sua preoccupazione principale, nell’autobiografia, fu quella di dire la verità e di fare capire che cosa è veramente l’omosessualità, era certo che “un suo simile” avrebbe potuto capire a fondo il travaglio della sua anima e lo avrebbe considerato un uomo onesto. Se John avesse potuto immaginare che, a distanza di più di 120 anni dalla sua morte, la sua opera sarebbe stata ancora un motivo di riflessione per tanti “suoi simili”, credo ne sarebbe stato felice.

Ma veniamo alla biografia di Symonds.

Nato il 5 Ottobre 1840 a Bristol, in Berkeley Square 7, John vive in quella casa fino al giugno del 51, quando si trasferisce a Clifton Hill House.

Della madre, che era morta di scarlattina quando John aveva 4 anni, si conservano nella mente di John fino all’età adulta solo frammenti di ricordi.

John vive con le sue tre sorelle, col padre e una zia materna. Riceve una educazione religiosa in modo indiretto. Così lui stesso ci racconta:

In un modo o nell’altro – forse ascoltando le deprimenti prediche del Blind Asylum – sviluppai un senso morboso del peccato, e di notte gridavo per atti immaginari di disobbedienza. Mia zia e mio padre, sentendomi piangere e singhiozzare, lasciavano il salotto e cercavano di confortarmi.

Ero convinto che il diavolo vivesse vicino alla stuoino, in un angolo buio del corridoio accanto alla camera di mio padre. Credevo che mi apparisse sotto forma di un’ombra nera, correndo per terra qua a là, con un lievissimo sospetto di coda roteante.

Quando nell’anno 1848 ci fu l’epidemia di colera ne sentii parlare così tanto che caddi in uno stato cronico di paura isterica. Qualcuno mi aveva detto quali benefici si ottenevano recitando giaculatorie. Così mormoravo continuamente: O Dio, salvami dal colera!” Questa abitudine superstiziosa mi rimase per anni. Credo che fu di impedimento alla crescita di sane idee religiose; ma non posso dire di essere mai stato sinceramente pio, o di avere mai capito davvero le parole su Dio che sentivo e ripetevo a pappagallo.[Pag. 12-13]

John ricorda con rispetto ma con distacco la nonna materna, una austera signora aristocratica, per la quale la religione era un valore fondamentale, abituata a promuovere a suo modo la fede invitando diverse persone a rinfreschi pomeridiani che diventavano occasioni di predicazione e di proselitismo:

Erano frequenti abbondanti rinfreschi pomeridiani, come quelli descritti da Dickens, e dopo il Chadband [Riferimento al pastore grasso e ipocrita di Bleak House di Dickens, pubblicato a dispense mensili nel 1852-53] della serata faceva un lungo discorso. Seguivano le preghiere, durante le quali un chimico farmaceutico particolarmente ripugnante, di Broad Mead, innalzava all’Onnipotente con la sua voce nasale richieste che troppo stesso, purtroppo, degeneravano nell’apologia della Plymouth Sect di Bristol, e in aspri biasimi contro i membri delle altre congregazioni religiose, che si ostinavano nell’errore [omissis]. Qualche volta mi portavano alla Bethesda [una cappella], dove il mio spirito non trovava conforto, perché mi pareva un ricettacolo di pietismo stagnante e di torbido filisteismo borghese. [omissis] Naturalmente mia nonna insisteva molto sulle preghiere in famiglia. Le piacevano particolarmente le lamentazioni di Geremia, i capitoli con le minacce dei profeti e l’Apocalisse. Con voce profonda  e sonora, passando da un gemito iniziale al trillo,  salmodiava sempre quei versi lugubri che cominciavano e finivano con: Così dice il Signore!” Non ricordo di aver udito nulla del Vangelo o dell’amore di Cristo per tutto il genere umano, né durante le letture delle scritture né nelle preghiere estemporanee che seguivano. Lei concentrava l’attenzione  sul messaggio al popolo eletto, con la premessa tacita che tutti coloro che vivevano al di fuori dell’ovile di Plymouth  erano figli dell’ira.[Pag. 17-18]

Dopo aver descritto i suoi avi paterni più lontani, Symonds parla di suo nonno:

Arrivo così a mio nonno. John Symonds di Oxford, il primo a reagire alla ereditaria ristrettezza della fede familiare. Pur rimanendo un dissenziente, nella maturità divenne quel che si può definire uno storico cristiano. Era un discreto studioso di classici latini e scrisse diari e meditazioni voluminose nello stile di Seneca. Non era di natura elastica e ottimista: al contrario, era rigido e limitato, reso depresso da un temperamento malinconico e dalla tetraggine del calvinismo, che in lui diventava fatalismo filosofico. Questa relativa indipendenza nei confronti del dogma settario, accanto allo studio dei classici e del pensiero inglese da Bacone a Locke, a Hume e ad Adam Smith, creava il modello giusto per fare partire mio padre sulla via personale all’emancipazione. Un senso del dovere severo e intransigente, una tetra incapacità ad avere rapporti con il mondo, queste caratteristiche rivelavano che mio nonno era un discendente diretto e leale degli avi puritani. Queste qualità morali vennero trasmesse a mio padre. E in lui divennero trasfigurate e spiritualizzate. Il terreno avanzato raggiunto da mio padre fu quello sul quale io sono cresciuto.[Pag. 33]

È proprio il nonno ad insegnare a John i primo rudimenti di Latino, cominciando prima dei cinque anni.

Il secondo capitolo dell’autobiografia porta la specificazione “contenente materiale riservato  a studiosi di psicologia e di etica” ed è dedicato alla ricostruzione dei primi turbamenti sessuali (prima dei dieci anni) del giovanissimo John, oggi diremmo del suo imprinting sessuale.

Nell’introdurre il capitolo Symonds si esprime così:

Nessuno può considerare i primi risvegli dell’istinto sessuale come un fenomeno senza importanza in una vita. Solo il pregiudizio e il falso pudore inducono la gente a nascondere i fatti  e le fasi della “vita sexualis”, tanto importante nella formazione del carattere e nella determinazione delle qualità mentali.[Pag. 40]

Va sottolineato che Symonds scrive prima di Freud e che le sue affermazioni non sono affatto scontate in una Inghilterra vittoriana.

Tra i miei primi ricordi  devo registrare alcune visioni, metà sogni e metà rêveries, che erano certamente di carattere erotico, e che ricorrevano spesso prima che mi addormentassi. Mi immaginavo accovacciato sul pavimento in mezzo a un gruppo di uomini adulti nudi: marinai come ne avevo visti per le strade di Bristol. Il contatto con i loro corpi mi procurava un piacere intenso e misterioso. Per quanto possa sembrare strano che un bambino avesse potuto crearsi simili fantasie, e io non riesca a spiegarmene l’origine, ne sono certo. La rêverie si ripeteva tanto frequentemente, era così abituale, che non c’è dubbio sulla sua importanza psicologica. [Pag. 41]

Symonds descrive così quello che appare essere il suo imprinting sessuale:

Un bel ragazzo ben sviluppato e sano si masturbò una volta in mia presenza, quando ero bambino.[Aveva probabilmente meno di 9 anni] Voleva che provassi questo gioco. Ma anche se questa vista mi turbò in senso non negativo, mi ritrassi con orrore dal suo tocco e riuscii a fuggire dalla stanza. Le attrattive di una sessualità oscuramente divina e quasi mistica persistettero nella mia natura, per tutta l’infanzia e l’adolescenza, fino a un momento avanzato dell’età adulta, insieme a una netta ripugnanza per le manifestazioni concrete del desiderio sessuale. [Pag. 41]

John descrive così i suoi primi contatti con la sessualità etero:

… fui abbastanza sfortunato da trovarmi a forza in compagnia di una ragazza rozza, alla quale piaceva scoprirsi e farmi toccare i suoi organi sessuali. La cosa non mi attraeva né mi ripugnava, e non suscitava la mia curiosità, solo dispiaceva al mio senso dell’odorato. Una volta, quando sorpresi un mio cugino che si preparava ad accoppiarsi con lei, provai un disgusto strano e intenso. [Pag. 41]

A nove anni apprende da un compagno di scuola “i misteri della dualità sessuale, del coito, del concepimento e del parto” [Pag. 42] queste cose lo interessano come una specie di lezione di scienze naturali, ma non producono alcuna fantasia erotica eterosessuale. John continua a sognare il contatto fisico coi marinai nudi ed è attratto solo dal sesso maschile. Dopo la lettura di “Venere e Adone” di Shakespeare, è affascinato dalla figura di Adone adolescente, che nello stesso tempo è per lui un oggetto di emulazione-identificazione e anche un oggetto di amore appassionato. Venere non è per lui oggetto di fantasie sessuali ma piuttosto il segno della potenza attrattiva di Adone e una specie di maestra dell’amore verso un giovane uomo. Come Symonds osserva molto acutamente, Shakespeare ha insistito molto più sulla bellezza di Adone che su quella di Venere e anche per questo John resta particolarmente turbato da quella lettura. John è convinto che la sua lettura di Shakespeare sia esattamente sulla linea di quello che Shakespeare stesso aveva voluto dire.

Nel discutere le teorie di Ulrichs sulla omosessualità, John così si descrive:

… un individuo le cui emozioni sono indirizzate al sesso maschile durante l’adolescenza e la prima età adulta; che non è caratterizzato né da una passione effeminata per adulti robusti né da una predilezione per i giovinetti; in altre parole un individuo i cui istinti di amicizia sono pervasi da una preferenza sessuale netta. Ma in questa descrizione abbastanza corrispondente al mio atteggiamento non trovo nulla che giustifichi la teoria dell’animo femminile. Moralmente e intellettualmente, per carattere, gusti e abitudini,  sono più maschile di molti uomini che conosco, i quali adorano le donne. Non ho sentimenti femminili nei confronti degli uomini che suscitano il mio desiderio. L’anomalia della mia situazione sta nel fatto che ammiro la bellezza fisica  degli uomini più di quella delle donne, ricavo più piacere dal loro contatto e dalla loro compagnia, e solo persone di sesso maschile provocano in me sensazioni sessuali. [Pag. 45]

John passa il primo periodo dell’adolescenza (1851-1854) nella Clifton Hill House, la sua nuova casa in collina, dalla quale si può allargare lo sguardo sulla intera città di Bristol. Il giardino intorno alla casa, coi suoi colori e i suoi odori diventerà nel ricordo quasi un luogo magico.

Nella primavera del 1854 John deve lasciare  Clifton Hill House per andare a studiare a Harrow on the Hill. Entra a Harrow con l’idea che nessuno avrebbe potuto cambiarlo \vir{dentro} e che stava affrontando qualcosa di inevitabile ma nello stesso tempo di esteriore. La salute non lo assiste e nessuno dei suoi pur validi insegnanti riesce a scuoterlo. John non partecipa alla maggior parte delle attività sportive.

L’attività di Harrow è organizzata gerarchicamente attraverso i capiclasse, il rappresentante del corpo studentesco e i docenti. Al vertice dell’organizzazione c’è il rettore Vaughan. Quando John, che è un capoclasse, viene umiliato dal rappresentante del corpo studentesco non esita a rivolgersi direttamente al rettore per fare valere le sue ragioni e da lui ottiene soddisfazione.

Symonds ricorda con riconoscenza un suo insegnante di Harrow, il reverendo John Smith, ed elenca alcuni ragazzi di cui fu amico e coi quali visse momenti spensierati e sostanzialmente felici. Non c’è dubbio che su questa dimensione positiva dei ricordi di Harrow abbia influito la presenza di tanti bei ragazzi nei momenti più lieti della loro gioventù,

splendidi esseri atletici intorno a me, la cui vita era completamente gioiosa per loro e gratificante dal punto di vista della contemplazione estetica. [Pag. 78]

La scuola, allora come oggi non è fatta solo di rapporti tra gli insegnanti e gli studenti, ma anche, se non soprattutto, di rapporti tra studenti. Se questo è vero ancora oggi, doveva esserlo molto di più quando i ragazzi erano costretti a fare vita di collegio, lontano dalla loro famiglie.

Così Symonds apre il quinto capitolo della sua autobiografia:

Una cosa a Harrow si impose molto presto alla mia attenzione. Lo stato morale della scuola. Ogni bel ragazzo aveva un nome femminile ed era considerato o prostituita pubblica o puttana” di qualche tipo più grosso. Puttana era la parola comunemente adoperata per indicare un ragazzo che cedeva ad un amante la sua persona. Nei dormitori e negli studi i discorsi erano di tono incredibilmente osceno. Qua e là non si poteva evitare di assistere ad atti di onanismo, masturbazione reciproca, e ai trastulli di ragazzi a letto insieme nudi. Non c’era finezza, né sentimento, né passione, null’altro che lussuria animale, in questi gesti. Mi riempivano di disgusto e di ripugnanza. [Pag. 79]

Ma il sesso non è forse l’aspetto peggiore dell’indisciplina di Harrow. Alcuni ragazzi, dopo avere abusato di un loro compagno, lo umiliano davanti agli altri, lo prendono a pugni, a calci e a sputi e lo apostrofano con insulti osceni. Quelle “bestie”, così le chiama John, tentano di sedurre anche lui nel primo semestre di permanenza a Harrow, ma John decide subito di non essere “disponibile” e continua per un verso a sublimare e ad idealizzare l’eros maschile e per l’altro a condannare senza riserve quello che è costretto a vedere quotidianamente, ma certo quegli spettacoli non gli sono indifferenti. John ritiene che i suoi compagni debbano superare con l’andare dell’età quella che gli appare come una sessualità decisamente immatura, se mai, si stupisce del fatto che i professori e il rettore non abbiamo cognizione di ciò che accade realmente nel collegio.

Durante una lezione, un certo Dering manda ad un tale O’Brien, detto Leila, un biglietto per informarlo che ha un letto a disposizione e per invitarlo a raggiungerlo nell’intervallo tra la terza e la quarta ora cioè tra le quattro e le cinque del pomeriggio. Il biglietto viene intercettato dal professore e il rettore Vaughan è investito della cosa. Daring è punito con la fustigazione e O’Brien è costretto a copiare moltissimi versi. John all’epoca, almeno a livello razionale, è convinto che i comportamenti di quei ragazzi siano socialmente nocivi oltre che peccaminosi e che quindi debbano essere repressi con decisione.

Fin qui il quadro sarebbe quello tipico di una scuola in cui gli studenti, che pure sono seguiti dal punto di vista degli studi, sono abbandonati, quanto al resto, totalmente a se stessi, ma in realtà le cose sono assai più complesse. Nel gennaio 1858 John rimane letteralmente sconvolto dalla confidenza di un suo compagno, Alfred Pretor, che gli confessa che il rettore Vaughan, un uomo di chiesa, ha avviato una relazione amorosa con lui. Pretor fa vedere a John una serie di lettere appassionate scritte da Vaughan che tolgono a John ogni dubbio sulla veridicità di quella confessione. Così John descrive le sue reazioni:

Ero disgustato di trovare questo vizio in un uomo che aveva un’altissima posizione di responsabilità, consacrato dalla Chiesa, al quale era affidato il benessere di seicento giovani: un uomo che mi aveva preparato recentemente alla cresima e dalle cui mani, in ginocchio accanto ad Alfred Pretor, avevo ricevuto il sacramento, e che ero abituato a vedere come modello di comportamento. [Pag. 83]

John tuttavia, più che vero sdegno contro Vaughan, prova perplessità perché il rettore avrebbe potuto trovare ragazzi assai meno rozzi di Pretor. La reazione di John finisce comunque per piegare verso il moralismo: cerca prima di tutto di convincere Pretor a interrompere il legame con Vaughan ma Pretor non ne vuole sapere, pensa quindi di affrontare direttamente Vaughan. Una volta John si trova nello studio del rettore a leggere versi greci e Vaughan gli poggia una mano su una gamba, gesto che John considera insinuante e sconsiderato. Ci si sarebbe aspettati da John una reazione ma non accade nulla.

Proprio in quel periodo, a raffreddare gli istinti moralistici di John intervengono altri fatti:

Mi innamorai di un bel ragazzo forte, di nome Huyshe, e ricordo che gli rubai il suo libro degli inni dal suo banco nella cappella, ma non gli parlai mai. Mi innamorai anche di Eliot Yorke, che mi veniva a trovare in camera; ma mi tenni sempre a rispettosa distanza. Dovette avvenire qualche cambiamento nei miei modi o nel mio aspetto, perché un ragazzo molto depravato, che conoscevo da tre anni, trovandomi una volta solo in camera, improvvisamente osò abbracciarmi, mi baciò e mi cacciò la mano nei pantaloni. Ma in questo come in tutti gli altri casi mi mancò l’inclinazione alla libidine volgare. Ciò che mi salvò dall’autodegradazione e dai traffici con la cosa impura. [Pag. 84]

Nel sesto corso della scuola si leggeva Platone. John legge in una sola notte il Simposio e il Fedro e così ci riferisce:

quella fu una della notti più importanti della mia vita. [Pag. 85]

L’identificazione col pensiero di Platone è profonda. In pratica Platone gli fornisce un modello di eros maschile sublimato e di alto tono morale e legittimava quindi pienamente agli occhi di John quel tipo di eros staccandolo dalle attività sessuali sboccate e di basso profilo che poteva osservare a Harrow.

L’eco di quelle letture di Platone di ritrova anche, molti anni più tardi, nella corrispondenza scambiata dal 47enne Symonds con il prof. Jowett, per il quale aveva rivisto una traduzione del Simposio. Va sottolineato che Symonds mantiene un atteggiamento molto ambiguo, ci si aspetterebbe che sostenga la lettura di Platone nelle scuole e nelle università perché quella lettura potrebbe aiutare molti giovani omosessuali a ritrovare se stessi e a vedere la faccia nobile della omosessualità, ma non è questo l’atteggiamento di Symonds, che definisce la lettura di Platone per i giovani omosessuali come un \vir{dolce veleno}. Così scrive dunque in una lettera al prof. Jowett il primo febbraio del 1889:

Molte forme di passione tra maschi sono comuni nelle scuole, nelle università, nelle città e nei distretti rurali inglesi. Questa passione in alcune persone è innata non meno di quanto l’appetito sessuale comune sia innato nella maggioranza. Nei temperamenti più nobili così predisposti questa passione ricerca una trasfigurazione spirituale o ideale. Quando perciò gli individui di tale specie entrano in contatto con le fantasticherie di Platone (esposte con eleganza, immerse in quella particolare emozione, presentate con eccezionale forza drammatica, dorate con una filosofia mistica, pulsanti del realismo della vita greca reale) l’effetto che hanno su di loro ha la forza di una rivelazione. Scoprono che ciò che avevano cercato a tentoni nel buio era un tempo una possibilità accettata – non in una tana o in un angolino squallido – ma che il popolo la cui letteratura rappresenta la base della loro cultura più alta viveva così, aveva quelle aspirazioni. Per questi lettori di Platone non c’è questione difigure del discorso”, ma di fatti concreti, di fatti dell’esperienza sociale di Atene, dai quali gli uomini derivarono coraggio, trassero luce intellettuale, mossero il primo passo sulla strada che li condusse a grandi conquiste e all’ardua ricerca della verità. [omissis] È futile sfuggire, evadendo il problema centrale o usando abilmente le parole, al fatto ostinato che le nature così atipicamente disposte trovino in Platone l’incoraggiamento dei sogni che hanno furtivamente nutrito. Il Liside, il Carmide, il Fedro e il Simposio: quante immagini diverse e fantasiose in questi dialoghi, di ciò che per queste menti è solo dolce veleno! Intanto sono circondati dalle tentazioni del mondo reale: amici di indole simile, ragazzi che rispondono alle gentilezze, creature sconsiderate, in giro sui cammini ordinari della vita. Eros Pandemos è ovunque. Platone dà la luce, lo splendore che mai fu sul mare o sulla terra. Così Platone ritarda la dannazione di queste anime catturandone la parte più nobile: la loro immaginazione intellettuale. E per quanto forte possa essere la tradizione, per quanto forti siano la pietà religiosa e il senso del dovere, questi freni si sono sempre dimostrati fragili di fronte alla spinta di una forte passione naturale innata e alle seduzioni dell’arte ispirata.

Nell’anima il conflitto è terribile, e la vittoria, se viene conquistata, lo è solo a prezzo di una lotta che frustra e amareggia.

Non sappiamo quanti giovani inglesi siano stati danneggiati in questo modo. Credo fermamente che siano più di quanti si creda. [Pag. 87-88]

Symonds aggiunge che quando i ragazzi omosessuali vengono condannati dagli educatori, non possono portare a loro difesa se non il fatto che il loro istinto è innato e il fatto che gli stessi uomini che lo condannano hanno messo loro in mano la letteratura che più infiamma quell’istinto.

Symonds ammette di aver potuto dare troppo peso al rischio connesso alla lettura di Platone ma conclude:

È però impossibile esagerare l’anomalia del fatto che Platone diventi un testo per studenti, e un libro per famiglie, in una nazione che respinge l’amore greco, mentre la forma più vile dell’amore greco stesso è cresciuta a dimensioni allarmanti nei seminari giovanili e nei grandi centri di vita sociale di quella nazione. [Pag. 90]

Ma torniamo alle vicende seguendo una linea cronologica. Giunto il marzo del 1858, e finito il trimestre scolastico, John torna a Clifton per la Pasqua. Una domenica mattina, la mattina che riterrà poi fondamentale in tutta la sua vita, John posa lo sguardo su un corista  che siede in chiesa quasi di fronte a lui, è Willie Dyer, il primo ragazzo di cui John si innamora profondamente. John ha allora 17 anni e Willie ne ha 14.  John scrive a Willie e gli chiede un ritratto e Willie gli invia una sua fotografia, poi combinano di incontrarsi alle 10 del mattino del 10 aprile nel chiostro della cattedrale. Scrive Symonds:

Da quella mattina io dato la nascita della mia vera identità. [omissis] Non potevo sposarlo; la società moderna non prevedeva legami di convivenza con cui potessimo unirci. Così il mio primo amore andò sprecato. Non potevo trattarlo in modo giusto; la mortificazione della posizione anomala in cui lui e io venivamo messi contribuì molto a degradare il mio carattere. [Pag. 92]

Tuttavia all’inizio John non si rende conto della difficoltà di gestire una situazione come quella e la storia d’amore con Willie va avanti: si vedono o si scrivono ogni giorno.

Lui ricambiava il mio affetto con un amore semplice e fedele. La nostra intimità, anche se clandestina, anche se noi due ragazzi, l’uno più anziano di tre anni dell’altro, ci incontravamo e ci aprivamo i nostri cuori senza la sanzione della famiglia o degli amici, era del tutto piena di rispetto, e completamente libera dal male. Passò più di un anno prima che osassi fare più che toccare la sua mano. Solo due volte in vita mia lo baciai sulle labbra. [Pag. 92]

Symonds parla del suo amore per Willie con toni lirici, ma il suo rapporto con Willie aveva anche un aspetto problematico, perché era vissuto in segreto:

Se avessi rivelato il mio sentimento a mio padre o ai suoi  amici non solo non avrei trovato nessuna simpatia, comprensione, o credito, ma avrei suscitato orrore, dispiacere e ripugnanza. [Pag.  94]

Quando Symonds entra al Balliol (Oxford), nell’autunno del 1858, deve crearsi nuove amicizie perché quasi tutti gli studenti di Harrow che andavano all’università si indirizzavano verso Cambridge. Nelle Memorie John cita molti compagni di studi del Balliol che poi fecero carriere brillanti e riferisce anche episodi significativi per chiarire che ariatirasse all’interno dell’università per quanto riguarda l’omosessualità.

Un certo Urquhart, che correva appresso ai coristi della chiesa, tenta di sedurre John, ma un certo Munro, un bel giocatore di cricket, gli fa capire quanto le attenzioni di Urquhart possano comprometterlo. Completamente positivo, almeno all’inizio, appare invece il rapporto col prof. John Conington; Symonds resta con lui tutte le sere nel suo alloggio privato fino a mezzanotte. Conington aveva simpatia per gli affetti romanici nei confronti dei ragazzi e nell’inverno 58-59 fa leggere a John “Jonica”, una raccolta di poesie di William Johnson, professore ad Eaton. Quella lettura non è certo neutra né casuale. William Johnson sarà costretto nella Pasqua del 1872 a dare le dimissioni da Eaton a causa di una lettera compromettente che aveva scritto ad un suo studente, intercettata dai genitori.

Va sottolineato che quando Il prof. Conington  fa leggere “Jonica” a Symonds lo scandalo sul nome di Johnson è ancora di là da venire, Conington è quindi a conoscenza delle tendenze di Johnson per via privata e spiega a Symonds l’esatto significato di alcune composizioni poetiche di “Jonica” in rapporto ad una persona specifica e cioè a Charlie Wood, coetaneo di Symonds, alunno prediletto del prof. Johnson, che diverrà poi Lord Halifax, un ecclesiastico di primissimo piano.

Symonds ha modo di rendersi conto che le sue esperienze di Harrow non sono poi così strane ed eccezionali, pensa quindi di scrivere una lettera a Johnson spiegandogli i suoi sentimenti e chiedendogli consiglio. Johnson gli risponde con una lunga lettera in cui si sostiene che

l’affetto tra persone dello stesso sesso non è meno naturale e razionale dei rapporti passionali ordinari. [Pag. 98]

Nella lettera di Johnson, che aveva 17 anni più di lui, Symonds ritrova

la struggente tristezza, l’accento della delusione e dell’astensione forzata che viene meno solo quando gli uomini gettano la prudenza alle ortiche e giocano tutto sul cinismo. [Pag. 98]

Symonds è talmente distratto dalle letture e dal nuovo ambiente che nella primavera del 1859 viene bocciato agli esami di grammatica greca ma non ne fa una tragedia, è ovviamente costretto a dire a suo padre di essere stato bocciato, ma il fatto di aver vinto un concorso di poesia inglese al Balliol stempera la sgradevolezza dell’ammissione dell’insuccesso.

Nei frequenti colloqui tra Symonds e il prof. Conington, quando il discorso cadde nuovamente sulla passione non riconosciuta tra maschi, Conington mette alle strette Symonds sulla vita segreta di Harrow e in particolare sul comportamento del rettore Vaughan e Symonds gli racconta della storia dei rapporti tra Vaughan e lo studente Pretor, Conington ne è profondamente turbato e si dimostra un po’ scettico, ma Symonds dice chiaramente di avere prove inconfutabili.

È probabile che Conington tema di essere coinvolto in pettegolezzi pericolosi come Vaughan; qualche tempo dopo convince John ad andare a Clifton da suo padre con le lettere di Pretor e con i diari per informarlo dell’accaduto. John, che allora ha 18 anni, si trova nella scomoda situazione di accusatore del rettore della sua vecchia scuola. John capisce anche di aver violato la fiducia di Pretor mostrando ad altri una sua lettera privatissima. Come ammette lo stesso Symonds, per un ragazzo omosessuale è particolarmente imbarazzante accusare di omosessualità un uomo tanto più anziano di lui, ma lo sdegno moralistico finisce per prevalere:

Il mio sangue ribolliva e i miei nervi si irrigidivano quando pensavo quanto danno procurava ai giovani ogni giorno la vita di Harrow, sotto l’autocrazia di quell’ipocrita. [Pag. 101]

Il padre di John, esaminate le prove, non ha dubbi, scrive a Vaughan, gli intima di dimettersi immediatamente e di rinunciare per il futuro ad altre cariche ecclesiastiche. Vaughan viene a Clifton e accetta le condizioni che gli vengono imposte. Qualche giorno dopo viene a Clifton anche la moglie di Vaughan, una Stanley, e si getta in ginocchio ai piedi del padre di John, che, quantunque turbato dalle suppliche di quella donna, è però irremovibile.

Vaughan si dimette e nessuno sa il perché, salvo John, il padre, Conington e alcuni studenti di Cambridge e di Oxford. Viene organizzato un banchetto in onore di Vaughan che fa un breve discorso per salutare il corpo docente ed è applaudito.

Il governo offre a Vaughan un vescovado, che Vaughan rifiuta, quindi gliene offre un altro che Vaughan accetta perché come vescovo sarebbe entrato alla Camera dei Lord. Non appena il padre di John lo viene a sapere telegrafa immediatamente a Vaughan intimandogli di annullare l’accettazione e Vaughan finisce per rifiutare anche il secondo vescovado.

Pretor e i suoi amici condannano nettamente il fatto che John abbia riferito ad altri le confidenze ricevute e abbia così tradito la fiducia di un amico. John ritiene però di aver fatto il suo dovere e si sente scusato dal fatto che la storia di Vaughan era a conoscenza di parecchie persone anche prima della sua rinuncia.

Hugh Pearson, un amico di John gli rivela che il vescovo di Oxford, Samuel Wilberforce, gli aveva fatto questo discorso:

Sono sicuro che Vaughan abbia avuto un motivo grave per lasciare Harrow e rifiutare due mitre. Ci dev’essere sotto una brutta storia. Lei farebbe meglio a farmi suo amico. Se scopro la verità diventerò suo nemico. [Pag. 104]

Pearson rispose al vescovo di Oxford:

Anche se sapessi qualcosa sarebbe mio dovere tacerlo. Ma lei non ha il diritto di pensare che io lo sappia.

Benissimo – disse il vescovo – scoprirò tutto e l’ho avvertita. [Pag. 104]

Qualche tempo dopo il vescovo si ripresentò a Person e gli disse di avere saputo tutto a una cena, da una signora che sedeva accanto a lui e di avere anche comunicato i fatti all’arcivescovo di Canterbury e al primo ministro. In pratica moltissime persone sapevano prima dello scandalo pubblico ma la cosa veniva tenuta in caldo per essere usata, se del caso, come mezzo di ricatto, al momento opportuno.

La storia delle dimissioni di Vaughan ha comunque un risultato, così John si esprime in proposito:

Il maggior bene che uscì da tanto male, per me, fu che diventai intimo amico di mio padre. Non rimase alcun velo tra di noi. Lui capì la mia natura; io sentii la sua partecipazione e mi affidai alla sua saggezza. Unimmo i nostri cuori, non solo come padre e figlio, ma anche come uomini di temperamento e di età lontani che hanno in comune l’aspirazione ad una vita più elevata. [Pag. 106]

Quanto alla storia con Willie Dyer, il padre consiglia a John di rinunciare all’intimità per non compromettersi, data anche la sua delicatissima posizione della storia di Vaughan, ma dietro i consigli di prudenza si nasconde il pregiudizio sociale verso Dyer, che è figlio di un sarto e non è certo del livello sociale di John, che alla fine sotto la pressione del padre e nel timore di screditare pesantemente anche l’amato se la faccenda fosse diventata pubblica, rinuncia a Willie, o meglio rinuncia a vederlo e a rivolgergli la parola in pubblico ma continua a vederlo in segreto:

La mia vita uscì con la schiena rotta dal mio cedimento alla convenzione, quando la mia anima divenne disonesta nei confronti di Willie. [Pag. 107]

John si sente effettivamente disonesto nei confronti di Willie, i loro incontri sono furtivi e imbarazzati e John finisce per pagare 50 ghinee all’organista della cattedrale di Bristol perché assicuri a Willie un’educazione musicale, come il ragazzo desidera. In fondo una ben misera fine per quella che sembrava una storia d’amore in grado di resistere ad ogni tempesta.

Nell’autunno del 59 arriva ad Oxford un certo Shorting, piuttosto bello e dai capelli biondi e lucenti. È preso in simpatia da John e dai suoi amici, ma il suo comportamento troppo scoperto nei confronti dei coristi del Magdalen lo mette nei guai.

Tra il 60 e il 61 John si impegna negli studi e viaggia molto, dedica sei ore al giorno alla lettura ma ne passa molte di più nel tentativo di liberarsi dalla passione amorosa. Nell’estate del 62 ottiene il massimo dei voti nelle Litterae Humaniores ed è il migliore del suo anno. Così John descrive la sua “vita interiore” in quel periodo:

La ricerca della bellezza ideale, incarnata in esseri viventi maschi, o eternata in opere d’arte immortali, mi stava conducendo a un precipizio, dal quale non sembrava esserci via d’uscita se non con il suicidio o con quello che allora ritenevo peccato. [Pag. 112]

Nel bel mezzo del periodo più intenso degli studi, quando a Clifton rimaneva sveglio fino a notte alta per leggere, un fatto nuovo scuote l’animo di John: si innamora appassionatamente di Alfred Brooke, un corista della cattedrale. Si tratta di un amore molto meno sublimato di quello per Willie e la lotta tra la carne e lo spirito, tra la passione e il senso del dovere comincia a lacerare l’animo di John.

Nel 1865, quando la passione per Alfred Brooke è ormai superata, Simonds la sente ancora violenta:

Nelle veglie notturne mi rotolo nel letto, stringo i pugni e mi batto la fronte. La carne si risveglia in me, e lo spirito è debole nel desiderio. Ho sete di lui come il cervo ansima per i ruscelli. Grido dietro a colui che ho evitato. Mi disprezzo quando ricordo ciò che ha offerto e io rifiutato.

Davanti alla finestra del mio studio è passato una mattina. [Era il 7 ottobre 1861] Ho alzato la testa dalla scrivania dove stava Platone. Lui ha guardato dal marciapiede e fatto cenno e sorriso. Anche in questo momento lo vedo con il viso franco e aperto, il viso dell’invito, il corpo che emanava delizia, lo sguardo che diceva ti aspetto”. Ho lasciato passare il ragazzo, trattenendo il respiro, e afferrando la tenda. Era andato. Sono corso in strada; non ho osato chiamarlo o seguirlo; mi sono gettato sull’erba e le foglie morte del giardino; mi sono lamentato a voce alta per lui, dibattendomi.

Sapevo che aspettava di placare la sete del mio animo; ma mi ritraevo. [Pag. 115-116]

Alfred va a trovarlo in camera “per offrirsi” ma John lo manda via ma poi si fa prendere da un attacco di vera disperazione. Il padre gli chiede se abbia la febbre. Lui non risponde ma esce di casa  e non vi ritorna per molte settimane.

Incontra Alfred una terza volta, ma questa volta è John ad andare da Alfred, fanno tanta strada da soli in carrozza, ma John non riesce a sciogliersi, il contatto sessuale che avrebbe potuto esserci finalmente tra i due sarebbe stato uno strappo violento per John che accetta invece di negarsi totalmente in nome della fedeltà alla sua idea di vita superiore, ammesso che quell’idea fosse veramente sua. Alfred è profondamente deluso perché è innamorato di John. Spiace qui una notazione in qualche modo dispregiativa che si legge nelle Memorie:

Prese una buona scorta dei miei soldi. Si allontanò a piedi indifferente, sprezzante, deluso. C’era qualcosa che amava più dell’oro, e io non l’avevo offerta. Ma anche l’oro gli piaceva, e ciò che l’oro comprava, vino, divertimenti, piacere. Senza dubbio mi chiamò idiota. Ma mi temeva e rispettava. Anzi credo che mi amasse. [Pag. 117]

Avesse voluto Dio che io fraternizzassi con lui! Avesse voluto Dio che io cercassi e lui accettasse quell’unione carnale che il mondo chiama peccato, ma che spesso, io lo so bene, porta a un rapporto fraterno e prezioso per entrambi che dura una vita. Allora certo non avrei scritto queste pagine, che possono, nonostante io dica il contrario, gettare un’ombra di biasimo immeritato su di lui, dovuta alla mia persona oscura e tormentata.

Mi era stato insegnato che il genere si amore che provavo per Alfred Brooke era cattivo. Avevo visto che è condannato dalla società moderna. Nello stesso tempo sapevo che faceva parte di me, e lo sentivo non sradicabile. In queste situazioni cercavo di soffocarlo per quel che riguardava l’azione esterna. Non riuscivo a reprimerlo all’interno più di quanto potessi fermare il ricorrere di sogni nel sonno o annullare il mio istinto innato per la bellezza del mondo. [Pag. 120-121]

Nell’estate del 62, dopo la fine degli studi, John partecipa ad un viaggio col padre e la sorella. Visita l’Austria, arriva fino a Venezia, attraversa il Sempione e scende nella valle del Rodano. Il 27 di ottobre, vinto il concorso, è ammesso come membro interno in prova nel corpo docente del Magdalen College, ha appena compiuto  22 anni.

Shorting, il biondo perennemente innamorato dei coristi del Magdalen, che aveva conosciuto nel 59, pensa di entrare al Magdalen e di poter avere un accesso facilitato ai corsiti proprio come amico di Symonds. Shorting si era già fatto conoscere al Madgalen per aver “trasceso senza tatto e con insistenza insieme a uno dei coristi, Goolden” [Pag. 124] Symonds si rifiuta di introdurre Shorting al Magdalen, e si limita a dire che gli avrebbe dato lezioni privatamente nell’alloggio di Shorting, il quale risponde con una rabbiosa lettera di protesta.

Il 20 Novembre Symonds va a lezione di Italiano da Cobham e, trattenutosi a parlare con lui viene a sapere che Shorting ha detto che avrebbe potuto danneggiarlo fortemente nella sua carriera accademica. Il 24 Ottobre Cobham informa Symonds che Shorting ha mandato un documento che lo diffamava a sei interni del Magdalen. Il documento di Shorting contiene estratti della corrispondenza privata di Symonds e delle sue poesie ma soprattutto sostiene che Symonds gli aveva dato una mano nel dare la caccia al corista Goolden.

John, anche se ha la coscienza pulita, deve affrontare un vero e proprio processo al Magdalen. Molti grandi nomi di Oxford e dell’intera Inghilterra si muovono a favore di Symonds e il 18 dicembre il consiglio generale del Magdalen proscioglie Symonds da ogni accusa, tuttavia due lettere di Symonds a Shorting sono vivamente condannate. Il Magdalen è ben più rigido e conservatore del Balliol specialmente verso gli esterni che, per legge, era tenuto a non discriminare.

Dopo la fine della brutta avventura scatenata da Shorting, John fa un viaggio in Belgio, la sua salute si indebolisce, ma comincia anche a scrivere sul Rinascimento italiano e quindi a mettere le basi dei suoi studi futuri. È proprio in questo periodo che viene in mente a Symonds di trasformarsi in un uomo “normale”:

pensavo che se mi fossi dato seriamente da fare avrei potuto deviare le mie passioni dal canale bruciante in cui scorrevano per Alfred Brooke, portandole pazientemente su un canale normale, verso le donne.  [omissis] Volevo comportarmi bene. Essere come uno di quelli che amavo e rispettavo, gli uomini più nobili che conoscevo intorno a me. Così in tutta semplicità e seria diligenza mi applicai al compito di stimolare un sentimento romantico per le donne. [Pag. 129-130]

Gli approcci della signora Josephine Bulter e della signora Jenny Lind Goldshmidt non hanno successo ma sono comunque presenze femminili che incoraggiano Symonds nel momento in cui aveva deciso di “piegare la tendenza congenita al suo istinto sessuale” [Pag. 130]

Entrambe misero in moto una curiosità intellettuale nei confronti delle donne. Ma nessuna delle due mi toccò dal punto di vista sessuale. [Pag. 131]

Nel 1863 John mette gli occhi su una ragazza di nome Letitia. I genitori di Letitia vedono bene che la figlia frequenti John, mentre il padre di John è contrario. Tanto basta per spingere John a fare due cose per lui difficilissime, mettersi contro suo padre e cercare di innamorarsi di una donna.

Sognai per quattro settimane che avrei dovuto, potuto, che probabilmente sarei arrivato a desiderare di sposarla. [omissis] Io, il bravo ragazzo, stavo ancora certamente tentando di innamorarmi di una ragazza, e fui molto fiero di me quando credetti di avercela fatta. Ecco una frase rivelatrice: È una gran cosa sentire che è una donna il mio ideale”. Un uomo che ama veramente le donne non avrebbe mai scritto una frase così. Mostra l’onesta intenzione di un giovane anormale ma molto moralista. Non ho mai scritto parole di questo genere su Willie Dyer o Alfred Brooke. [Pag. 131]

La storia con Letitia, se mai fu una vera storia, finisce rapidamente e dal 4 di maggio il suo nome non è più presente nei diari di John che il 25 giugno del 63 parte per la Svizzera. Conosce in una locanda alpina Catherine North e annota “avrei potuto presto innamorarmene.” [Pag. 133]

La salute di John migliora: “mi rafforzai  e mi sentii il cuore più leggero. E, più promettente, cominciai ad amare spontaneamente una donna: non ancora Catherine North ma Rosa Engel.” [Pag. 133]

Rosa Engel era la figlia di un importante gioielliere di Thun, anche se era in una locanda svizzera di Mürren per imparare a gestire l’azienda.

Solo guardandola cominciai ad amarla, poi a parlarle, prima timidamente, poi più disinvoltamente la sera sul terrazzo, quando aveva finito il lavoro della giornata. Parlavamo in francese. [Pag. 134-135]

John annota questo particolare della sua partenza dalla locanda dove si trovava Rosa Engel.

Ci salutammo;  quando ci stringemmo la mano le rubai un bacio. Sento ancora le sue labbra. Era la prima volta che baciavo una donna in vita mia. [Pag. 135]

John si separa dalla sua compagnia e se ne va a Thun per conoscere i genitori di Rosa che rimangono un po’ imbarazzati da quella visita inattesa, quindi torna a piedi a Mürren il 18 agosto sotto la pioggia battente. Passa sue volte sotto la finestra di Rosa, che però lo fissa freddamente e abbassa subito gli occhi. John aveva comprato per lei un libro di poesie in tedesco che non le darà mai e aveva scritto anche dei versi in tedesco, con l’aiuto di un amico, che consegna alle ragazze perché li diano a Rosa: si tratta di una dichiarazione d’amore.

Il 21 di agosto John si avvicina al luogo dove Rosa sta stendendo della biancheria, la ragazza prima abbassa agli occhi poi li rialza e fa un sorriso di saluto. John e Rosa si prendono per mano e John parla a Rosa della visita che ha fatto a casa dei genitori della ragazza a Thun e le porta i saluti della madre.

Che cosa fu Rosa per John?

So solo con certezza che l’immagine di Rosa mi rimase in mente molto tempo dopo Mürren, stampata nelle memoria, e che non sono mai stato attratto così spontaneamente da altre donne. Ma dubito che fossi dominato dal desiderio sessuale genuino. [Pag. 138]

Rosa aveva allora 15 anni. L’idillio con Rosa finisce senza un vero finale.

John prosegue per Monaco, si ricongiunge con un gruppo di amici e raggiunge con loro Dresda dove conosce Arthur Sidgwick, figlio di un suo vecchio maestro di Clifton ed entusiasta degli amori maschili. Tanto basta a John per lasciar svanire l’idillio con Rosa e per sentire i segni dell’antica fiamma.

Arthur Sidgwick rientra in Inghilterra con Symonds che viene ammesso come membro a pieno titolo del Magdalen. Tornato per un breve periodo a Clifton, John riparte per Genova, dove incontra Rutson, va poi a Firenze e ci rimane fino al 10 dicembre, prosegue quindi fino a Roma, dove arriva il 17 dicembre. Rutson riparte per l’Inghilterra. Dopo qualche tempo anche John torna finalmente in Inghilterra.

All’inizio dell’estate del 64 John trova sistemazione a Londra, si interessa di arte, fa vita mondana, frequenta i concerti e la buona società, ma la salute non lo assiste, si fa visitare da Bowman e da Acton, e poi, su consiglio del padre, da sir Spencer Wells, che gli prescrive dei banali palliativi per i suoi disturbi e gli raccomanda di pagare un’amante o meglio di sposarsi.

Mi volle far capire che il matrimonio non si dovrebbe vedere come materia di passione idealizzata, ma come un serio incontro tra un uomo e una donna per le rispettive esigenze sessuali, per aiutarsi come compagni con una devozione fedele ai doveri della vita sociale e domestica in comune. [Pag. 149]

Che si potesse pagare un’amante donna per risolvere i propri problemi sessuali sembrava a John una soluzione accettabile per uomo anziano ma non certo per un 23enne. Istintivamente John avrebbe cercato un’amicizia maschile.

Ma era proprio ciò che avevo deciso di reprimere e superare. Perciò il suo discorso influenzò la mia ragione, quando presi in considerazione la possibilità di un matrimonio appropriato. Sembrava l’unica via d’uscita alle mie difficoltà; e mi trovai appoggiato da mio padre e sir Edward Strachey, quando gliene parlai. Divenne forte la sensazione di provare. [Pag.150]

È così che John riprende in considerazione l’ipotesi di Catherine North. Elaborato mentalmente il progetto, John non sta a pensarci troppo e va a fare visita a casa North, è invitato a cena e diviene ospite abituale di quella casa. Così John dice di Catherine:

Più la vedevo e più ero ceto che fosse la donna che volavo sposare, per il mio bene. Non prevedevo le complicazioni che si creano in un simile matrimonio. [Pag. 151]

John va a Clifton a spiegare i suoi progetti al padre, che approva.

Durante un breve viaggio a Norwich è ospite di un ecclesiastico amico di famiglia e la moglie di costui tenta di convincerlo ad un rapido adulterio, così John annota:

Avevo dentro la forza della passione, e la volontà di cederle. E se lei fosse stata un uomo, qualcosa sarebbe avvenuto. [omissis] Per molto tempo avevo trattato l’appetito puramente sessuale (che mi spingeva fatalmente verso il maschio) come un animale da reprimere e da domare, e poi da calpestare con l’aiuto dei medici e della loro cauterizzazione degli organi sessuali. [Pag. 151-152]

Parte da solo per raggiungere i North all’inizio di Agosto del 1864; dopo un lungo viaggio li raggiunse a Pontresina, un paese svizzero nel Cantone dei Grigioni. Incontra Catherine e comincia a frequentarla, finalmente le chiede di sposarlo. Dopo la richiesta di matrimonio John ottiene dai genitori di Catherine di poter andare solo con lei sul Pitz Languard. Lì si scambiarono gli anelli di fidanzamento.

John sentiva di amare Catherine con ardore

Ma nella sua musica sentivo mancare qualcosa: le vibrazioni crude e dure del sesso [omissis]. Quelle vibrazioni che avevo provato nei sogni di maschi, e nei rapporti con Willie. Ora non riuscivo a scoprirle e provavo perciò qualche apprensione.[Pag. 153]

I dubbi di John non sono superficiali:

non riuscivo a vincere l’inclinazione originale dei miei istinti tanto da sentire per lei l’appetito bruto e inequivocabile del desiderio fisico. [Pag. 154]

Dalla Svizzera, John insieme coi North si sporta a Venezia, poi attraverso i laghi italiani a Torino, per tornare quindi in Inghilterra. Il matrimonio viene celebrato ad Hastings il 10 novembre 1864 ed è sfarzoso, perché North è membro del parlamento. È presente anche il duca di Cleveland. Dopo le nozze, John e Catherine se ne vanno a Brighton. John deve affrontare la prima notte di nozze. Così racconta i fatti:

Dal punto di vista sessuale non avevo avuto mai nulla a che fare con una donna. Avevo solo una nozione vaga della struttura del corpo femminile. Non avevo mai compiuto un atto sessuale con nessuno, e non sapevo come fare. Ero certo che in me si sarebbe risvegliato un entusiasmo straordinario ed estatico al semplice contatto con il copro di una donna, a letto, anche se sapevo che in una sala da ballo o in una carrozza la presenza di donne non agitava i miei sensi. Prevedevo anche che la natura si sarebbe presa cura di se stessa al momento della consumazione del matrimonio.

Con mia sorpresa e irritazione accanto a mia moglie mi sentii più a disagio che altro, oppresso dalla timidezza, e niente affatto trasportato da un entusiasmo appassionato. [Pag. 155-156]

la natura si rifiutava di indicarmi come si dovesse compiere l’atto. Ma ciò non era dovuto a un mio difetto. L’organo del sesso era abbastanza vigoroso e pronto a compiere la sua funzione. La mia inettitudine mi impedì per varie notti di completare l’atto materiale; e alla fine trovai per caso la maniera, dopo avere dato noia e fatto male sia a mia moglie sia a me stesso, oltre a soffrire in modo deprimente dell’assurdità umiliante della situazione. Mi disse in seguito che queste prove manifeste della mia verginità le avevano fatto piacere. [Pag. 156]

Symonds critica la totale assenza di educazione sessuale dei giovani che può provocare disastri:

Facciamo tutto il possibile per mantenerli casti, per sviluppare e affinare il loro senso del pudore, mentre lasciamo che immaginino ciò che vogliono sul rapporto coniugale. Poi li gettiamo nudi insieme sul letto, verecondi, entrambi ignoranti, imbarazzati dalla situazione goffa, speranzosi ci cascare sulla verità per istinto. Dimentichiamo che questo mette alla prova  pericolosamente il loro affetto e il loro rispetto di sé; ed è ancora più pericoloso se sono colti, fini e sensibili. [Pag. 157]

La riflessione di Symonds sul suo matrimonio è quanto mai significativa:

Sono nato con appetiti sessuali forti, seppur lentamente maturati: e questi non hanno potuto essere appagati con una donna. Il rapporto coniugale li sviluppò con l’esercizio degli organi riproduttivi. Non li distolse, e non avrebbe potuto, dalla loro naturale inclinazione verso l’uomo. [Pag. 157]

Una sera della primavera  del 65 accade un fatto che turba parecchio John:

Camminando verso casa prima di mezzanotte presi un vicoletto che va da Trafalgar a Leicester Square, passando davanti a una caserma. Questo vicoletto non c’è più oggi. Ero in abito da sera. All’entrata del vicoletto mi comparve davanti un giovane granatiere, che mi parlò. Ero troppo ingenuo, per quanto strano possa sembrare, per capire che cosa intendesse. Ma mi piacque quel suo aspetto. Mi sentii attratto da lui, e non respinsi la sua compagnia. Così eccomi là,  l’esile e nervoso uomo della buona società in alta tenuta, a camminare a fianco di un tipo atletico in divisa scarlatta, fortemente attratto dal suo magnetismo fisico. Dopo avere conversato brevemente del più e del meno, cominciò di punto in bianco a fare proposte, citando una casa dove potevamo andare, e dicendo esplicitamente a che scopo. Io allungai il passo e affrettandomi per il vicolo mi separai da lui, bruciante di repulsione e fascino. Ciò che lui offriva non era quello che volevo in quel momento, ma il pensiero mi mise in profonda agitazione. L’eccitazione del contatto con quell’uomo mi insegnò qualcosa di nuovo su me stesso. [Pag. 190-191]

Verso l’autunno accade un secondo episodio:

Uscii per una passeggiata solitaria in uno di quei pomeriggi caldi, umidi e malsani nei quali il tempo opprime e insieme irrita le nostre sensibilità nervose. Dal giorno del mio matrimonio non ero più stato assalito da quello che chiamavo il lupo” del desiderio indefinito tinto di un ardore vago ma intenso nei confronti di maschi. Mi cullavo  al pensiero che non mi sarebbe più saltato addosso venendo a distruggere la mia felicità e a disturbare le mie abitudini di studio. Eppure quel giorno, vagando per fare un po’ di esercizio tra le vie squallide situate tra casa mia e il Regent’s Park, sentivo il peso di un grande malessere. Era impossibile scrollarmelo di dosso. Non mi rendevo conto che fosse il sintomo della malattia morale dalla quale avevo cercato risolutamente di affrancarmi. Non ero forse protetto dalla mia promessa a una donna nobile, dal mio recente ingresso nel naturale processo della vita coniugale? Ritornando da questa importante passeggiata, a un certo angolo che ricordo bene, mi cadde lo sguardo su un graffito grossolano, tracciato frettolosamente sull’ardesia con una matita d’ardesia. Aveva un carattere tanto significativo, tanto stimolante e acuto – esprimeva tanto completamente la voce del vizio e della passione proletari – che mi trafisse l’anima. [Prick to prick, so sweet (cazzo a cazzo è tanto dolce); con un energico disegno di incontro di due falli, appiccicati insieme, zampillanti.] A suo tempo dovevo averne visti dozzine di simili. Ma non mi avevano colpito. Ora era saltato fuori il lupo… [Pag. 191-192]

Nell’inverno del 1865 John e Catherine si stabiliscono a Londra, il 22 ottobre nasce la figlia maggiore.

Poco prima di Natale i coniugi si trasferiscono a Clifton e il padre di John lo visita e gli riscontra problemi polmonari seri nella parte superiore del polmone sinistro.

Il matrimonio tra John e Catherine, nonostante la sostanziale omosessualità di John, è un vero matrimonio, tra i due non c’è passione sessuale ma  non manca il rispetto e l’affetto sincero. Lo sforzo per migliorarsi e per cercare di costituire un appoggio reciproco concreto è notevole da parte di entrambi i coniugi che si stimano profondamente e accettano i loro doveri familiari col massimo di dedizione per il bene dell’altro. Alcune pagine del diario di Catherine ne sono la più chiara manifestazione.

Per favorire la guarigione di John, i coniugi si spostano a Mentone. La sorella di Catherine aveva una villa a Sanremo e proprio a Sanremo i medici confermano la guarigione di John, segue un lungo giro per l’Italia, dalla Riviera a Firenze, a Ravenna, a Macugnaga, alla val d’Aosta e, dopo una puntata a Mürren, la coppia torna in Inghilterra.

Nell’estate del 67 e in tutto l’anno successivo John  ricomincia a scrivere poesie, tutte dedicate all’amore maschile. Dopo la nascita della seconda figlia, Catherine e John vivono senza sesso, Catherine è terrorizzata dall’idea di una possibile terza gravidanza. L’astinenza forzata dal sesso coniugale spinge John sempre più verso fantasie di amori maschili e rischia di mettere in crisi in matrimonio, i coniugi ricominciano dunque ad avere rapporti cercando di evitare il concepimento. La terza gravidanza arriva imprevista.

John si alza presto al mattino per andare a vedere uomini e ragazzi nudi che si bagnano nella Serpentina e per lo stesso motivo frequenta i bagni pubblici. Ma ha anche due amici omosessuali che lo influenzano notevolmente, ben al di là della lettura di Whitman: Rocen Noel e Claude Delaval Cobham, che

Avevano fatto e avevano l’abitudine di fare ciò che io ora avevo cominciato a desiderare.

… Noel era sposato, colto, filosofo, poeta. Era orgoglioso della sua bellezza fisica, che all’epoca era straordinaria: e aveva gusti tendenzialmente voluttuosi. L’attrazione verso l’uomo lo dominava attraverso questa sua vanità e voluttuosità. Amava essere ammirato. Godeva in maniera indolente, da sultano, del contatto con il desiderio maschile, degli attouchements tra organismi eccitati, dei sensuali abbracci nella nudità. [Pag. 197}]

Cobham, che John aveva conosciuto a Oxford nel 61, non si occupava né di religione né di filosofia, si definiva “anderastes” [amante di uomini] e lo è rimase sempre coerentemente.

Talvolta il desiderio di amori maschili di John si fa bruciante:

Ho nel cuore un distico di Teognide: Felice è l’amante che si allena agli esercizi ginnici, e poi va a casa a dormire tutto il giorno con un bel ragazzo” [Teognide: 2. 1335-6] Questo, o uomo, è ciò che devi fare! Rendere elastiche membra forti non è una fatica ignobile, e prendere belle membra in un abbraccio amoroso, dormire sveglio a metà, per lunghi pomeriggi cullando la bellezza sul petto, non pensando nulla di male, e non facendone, ma curando dolcemente il tuo giovane. [omissis] Sì, questo pomeriggio ho stretto a me Licida sulla piuma di letti di sogno, il letto è pronto”, seta ricamata, con un piumino per sostenere la carne delicata. Bella è la forma di un fanciullo diciottenne che porta ancora la clamide” [Meleagro. Antologia palatina XII 125] L’ho stretto dormendo molto dolcemente nei cancelli dei sogni. Dalle sue palpebre chiuse ho baciato il fiore dei sogni, dalle sue labbra socchiuse ho bevuto il balsamo del sonno. Ero Ipnos che guarda Endimione nella grotta di Latmo. Capelli d’oro e collo bianco, e seni più lucidi di stelle gemelle, e ventre più morbido delle piume di colomba, e cosce fresche, e bellezza tremenda del ministro d’amore sotto il ciuffo di riccioli crespi, e gambe snelle rigonfie, e piedi rosei, e lunghe braccia flessuose e languide. Li avevo lì tutti premuti contro il mio corpo, fianco a fianco, baciavo ogni parte e tutte le membra del ragazzo, vagando con la mano le assaporavo tutte, e sentivo il calore di natiche levigate, acceso e divino. In un sogno a occhi aperti: per Giove!  [Pag. 167]

Così John descrive una conferenza cui aveva assistito:

Ero seduto in una sala di conferenze e ascoltavo un retore che declamava frasi monotone con una voce spenta sull’argomento familiare dei drammaturghi che amo tanto. Ma quell’ora non è stata priva di gioie: perché tu, caro ragazzo sconosciuto, sedevi accanto a me, di forme delicate con i capelli che si arricciavano sulla fronte. C’era un riso nei tuoi occhi e sembravi aver voglia di essere allegro. Ci siamo toccati. Poco per volta l’ho abituato al tocco della mia mano sulla sua coscia e sul ginocchio. I tremiti del suo corpo correvano magneticamente attraverso il mio braccio destro. Sono stato penetrato dalle correnti di elettricità che scorrevano da lui. Non ci siamo scambiati una parola. Non so nemmeno come si chiama il ragazzo. [Pag. 168]

Per cercare di staccarsi dalla scrittura frenetica di poesia a sfondo omosessuale, John si dedica a tradurre i volumi di Zeller su Aristotele. Scrive a Henry Sidgwick parlando di una grande ombra che lo minaccia ancora aggiungendo tra parentesi (le mie difficoltà sessuali) poi cita Dante e i “mal protesi nervi” [Dante, Inferno XV, 114]: Il canto di Dante citato è quello in cui compare Brunetto Latini e che tratta di omosessualità. È evidente che John è pienamente consapevole di quale sia il suo problema ma ne accenna per lettera all’amico solo in modo molto lieve e difficilmente comprensibile per chi non ha familiarità con Dante e con la lingua italiana.

Sotto la spinta della passione amorosa contro la quale appariva non solo inutile ma deleterio lottare, John comincia a staccarsi dalla religione, dagli orpelli della cultura accademica e a ritrovare il senso vero del lavoro intellettuale, come autonoma ricerca della realtà.

Quando venne il momento in cui l’inclinazione  assunse il suo dominio sulla mia natura, allora la critica, il lavoro intellettuale, i rapporti morali riacquistarono immediatamente il senso della realtà. Presero il loro giusto posto. L’uomo riguadagnò tanta salute ed energia quanta poteva sperare di ottenerne dopo gli errori stremanti del suo pellegrinaggio precedente. Ma questa schiarita della mia atmosfera soggettiva doveva ancora arrivare. Passarono quasi tre anni prima che le nuvole cominciassero a disperdersi alle brezze pungenti di quello che condannavo ancora come peccato. [Pag. 172]

John comincia a scrivere un saggio sull’amor greco ma lo lascia a metà:

il soggetto mi coinvolge troppo profondamente, mentre i suoi aspetti più ripugnanti mi rattristano. [Pag. 173]

Mentre si trova a Cannes, va profondamente in crisi e medita il suicidio ma poi mette da parte l’idea:

… la morte non è accettabile, non offre una soluzione. [omissis] Quando cerco di annegare il disprezzo che provo per me stesso nel lavoro intellettuale mi cedono i nervi e lo stato che subentra è peggiore del precedente. [Pag. 175]

Medita angosciosamente sulla paura della morte e sulla propria accidia, sull’ipotesi di chiamare il nome di Dio, si fa divorare dagli scrupoli religiosi: “Sono inquinato come uno che sguazza tra i vizi della carne anche se ho evitato di compiere gli atti.” [Pag. 177-178]

La parola peccato, però, comincia a lasciarlo perplesso:

Durante la mia malattia e in tutti i miei discorsi in proposito avevo omesso il termine amore”. Perché giudicavo il mio genere di amore un peccato. Ma quando nella fase dell’indifferenza divenni incurante della nozione di peccato, allora e solo allora ho scoperto l’amore, chiave di volta di tutto il resto della parte meno tormentosa della mia vita. [Pag. 178]

Per tutto il 1868, John va maturando lo stato di indifferenza di fronte all’idea di peccato. Catherine sostiene il marito nei momenti difficili e il loro rapporto umano si rinsalda. Ma l’idea fissa dell’amore maschile non abbandona John:

Le annotazioni dei miei diari dimostrano che l’inclinazione congenita del mio temperamento mi metteva perpetuamente a disagio. Giovani di tutti i tipi: – contadini della Riviera, cocchieri corsi, ragazzi fiorentini la sera sul Lungarno, facchini veneziani, e specialmente una bella guida bernese che si occupava del forte cavallo nero che cavalcavo – mi tiravano per la manica del cuore, invitandomi a fraternizzare, tirandomi fuori quella simpatia che provo per la bellezza e il vigore maschili. La continua resistenza a questi richiami, il prolungato rivolgermi al mero studio per calmare questi desideri, mi tendevano i nervi; e talvolta me ne uscivo ribelle con poesie di desiderio passionale. [Pag. 179]

Scrive una lunga poesia in tre parti intitolata “Phallus impudicus”. La prima parte è collegata al ritrovamento in campagna di un’amanita falloide (un fungo a forma di pene umano). Questa immagine richiama per John qualcosa di “triviale e nauseante”. La metamorfosi di John in uomo libero non è ancora compiuta. Nella seconda parte il cambiamento non potrebbe essere più radicale. John e un giovane di Sorrento che aveva condotto la sua carrozza in città, sono alloggiati a Napoli in due stanze contigue separate solo da una porta. La notte passa scandita dai rintocchi del campanile, poi verso l’alba:

La porta era aperta: entrai e mi chinai

attento sul tappetino davanti al suo letto.

Che avrei trovato? Onde scomposte di riccioli fulvi

allontanate dalle folte sopracciglia, o occhi grandi ardenti

velati da ampie palpebre, o il fiorire biondo

di tre anni di virilità, morbido sulla guancia e sul mento,

e forse dal copriletto qualche fiocco

bianco niveo di gola forte e liscia? Ah no! L’alba

mi ritagliò nell’ombra della tenda a tutta lunghezza

dai piedi alla fronte una forma che languidamente giaceva

immersa in un sonno profondo: cosce e capezzoli rosati,

ventre elastico, e velluto morbido riparo,

che corto si stringe in basso, rigogliosamente impudico,

le gemelle marmoree sfere maschili circondando timidamente,

e la soda rotondità della radice di gioia dell’amore,

il liscio muscolo insolente, calmo e lento e tenero,

l’asta d’alabastro, il santuario rosa pallido,

la gloria scarlatta del lucido glande

seminascosto nell’oscurità rugiadosa,

come un bocciolo di rosa che fa capolino da una chiusa guaina di seta;

vidi tutto ciò; un braccio lungo il fianco

disteso comodamente, l’altro seminascosto

tra i riccioli, groviglio di fuoco. Solo questo:

poi il giovane si girò nel sonno e sospirò. [Pag. 181-182]

Aggiunge poco dopo:

… da quel giorno ho in me un fuoco immortale [omissis] Mi odiate? Mi maledite? Io sorrido e non m’importa. Mi respingete ed evitate? Sia pur sano tutto il mondo; calcolatemi pazzo! Non ho forse visto, sentito, toccato, assaggiato? Ecco pazzi siete voi; io sono il sano. [Pag. 182]

La terza parte della poesia presenta una scena veneziana. Un bell’uomo di nemmeno 40 anni è appoggiato al parapetto di un ponte di Venezia, è ansioso, nervoso, ogni tanto qualcuno, incurante dell’uomo sul ponte, si volta a orinare contro il muro e gli occhi dell’uomo sul ponte bruciano e i suoi muscoli si tendono per cogliere una breve immagine del pene. Mentre John si chiede quale piacere possa trarre quell’uomo da un fatto tanto elementare, un ragazzo passa sotto il ponte e si ferma, l’uomo scende rapidamente dal ponte e gli prende la mano. Cominciano a parlare. Il giovane arrossisce, si acciglia, dice di no, ma alla fine se ne va con l’uomo che lo aveva fermato.

Non si tratta qui di sublimazioni di tipo lirico mediate dalla cultura greca ma di poesia omosessuale senza riserve e senza retorica, che indica che ormai John ha compiuto la sua metamorfosi. Nei mesi successivi scrive altre poesie a tema omosessuale senza scrupoli di carattere moralistico e anche molti saggi di vario tipo, descrittivi e critici.

Fino a questo punto, diciamo fino al novembre del 1868, a 28 anni compiuti da poco, John ha una famiglia, una moglie e due figlie, è assai bene avviato nel mondo accademico ed è inserito nella buona società, in pratica ha tutto ciò che un uomo della sua età può desiderare. Nel primo periodo del suo matrimonio ha fatto di tutto per schiacciare la sua omosessualità ma col passare degli anni il desiderio di amori maschili si è ripresentato e dopo un lungo processo di accettazione necessario per guardare in faccia la realtà e per affrancarsi dai vincoli moralistici che lo trattenevano, John si rende conto di non essere più lo stesso e di non poter negare oltre la sua natura.

Il primo dicembre del 1868 la vita di John va incontro ad una svolta radicale, il suo amico Graham Dakyns, professore al Clifton College, invita Symonds a cena, sono invitati anche un un collega di Dakyns, E. M. Oakley, e tre ragazzi dell’ultima classe del Clifton College: Norman, Bean e Howlett. John incontra per la prima volta Norman, che non aveva ancora compiuto 19 anni. Appunta in proposito nel suo diario l’inizio di un epigramma di Stratone [Antologia Palatina XII. 219]: “I tuoi maestri chiedono anche la paga? Che ingrati!”.

Il cervello di John si mette in modo e John concepisce l’idea di insegnare letteratura greca ai ragazzi dell’ultima classe del Clifton College. Percival, il rettore della scuola, è d’accordo. Graham (Dakyns) gli suggerisce il tema del corso: descrivere un giovinetto greco che risponde al suo amante e vive con lui una vita nobile. John prima delle fine di dicembre scrive “Eudiades – Giorni e notti di giugno ad Atene” e ne dona il manoscritto a Dakyns, che gli aveva suggerito l’idea.

Il 15 gennaio 1869 nasce Margaret, terza figlia di John. Il giorno appresso arriva Henry Sidgwick e John gli fa leggere le sue poesie erotiche. Sidgwick sostiene che vanno distrutte perché malsane e immorali. John è d’accordo e le poesie, salvo Eudiades il cui manoscritto ormai apparteneva a Dakyns, sono chiuse a chiave in una scatola di metallo e Sidgwick butta la chiave nell’Avon il giorno 23 gennaio. Va notato che le poesie non furono distrutte ma solo chiuse in una scatola. Se dall’esterno può sembrare che John abbia accettato i consigli moralistici di Sidgwick, nella sostanza ormai era già affascinato da Norman. Il 27 Gennaio scrive nel diario: “Norman ha cenato da solo con me: bellissimo, indomito, simulatore.” [Pag. 202]

Dal diario di John si osserva che nulla gli importa delle poesie chiuse nella scatola, perché la fase della poesia come valvola di sfogo è ormai conclusa e in quegli otri vecchi non può certo versare il vino nuovo.

Norman va spesso a cena a casa di John, si incontrano a scuola, in biblioteca, cominciano a scambiarsi lettere. Norman risponde rapidamente, John attende con ansia le risposte.

John si propone di educare Norman, gli sceglie i brani da leggere, greci e inglesi, ma si tratta in realtà solo di occasioni create appositamente per poter godere riservatamente della compagnia di Norman. Scrive il 7 febbraio:

Mentre leggeva mi appoggiavo alla sua spalla, e il lobo del suo orecchio sfiorava la mia fronte, e sentivo la voce vibrargli nei polmoni, e vedevo il lieve sorriso sulle sue labbra. [Pag. 203]

John sa che il dovere gli imporrebbe di non andare oltre e anzi di tenersi a distanza ma sa pure che non lo farà. Man mano che la confidenza tra Norman e John aumenta, John si rende conto che Norman si innamora più o meno sentimentalmente di questo o di quel suo compagno di college e la gelosia di John si risveglia.

John si comporta correttamente con Norman e la dimensione reale del suo interesse non sembra trasparire all’esterno, ma John, anche se ormai ha tre figlie, ha amici più o meno copertamente omosessuali ai quali ha fatto leggere le sue poesie erotiche a tema omosessuale. Catherine comincia ad avvertire con chiarezza che il rapporto tra John e Norman non è il tipico rapporto tra uno studente e il suo insegnante. No le sfugge che la presenza di Norman è fin troppo frequente.

Norman continuava a frequentare molto la casa. Mia mogie non lo aveva molto in simpatia. Non era esattamente gelosa, allora, sebbene lo sia poi diventata, come era appena naturale. [Pag. 206]

Sidgwick incontra di nuovo Symonds, lo invita ad essere molto prudente nell’impostare il corso di letteratura greca per il Clifton College e ad usare un tono che non indulga troppo a tendenze emotive. Dakyns mostra “Eudiades” a Sidgwick che lo considera “degradante per chi lo ha scritto e per chi lo legge.” [Pag. 207] Si discute se bruciare “Eudiades”. John nota l’incoerenza di Sidgwick che aveva approvato altre poesie erotiche di argomento omosessuale.

Preso da queste discussioni John non nota che Norman non lo va a trovare da tempo, poi viene a sapere che Norman ha la parotite. Piccato comunque di non essere stato avvisato scrive a Norman una lettera per ridimensionare il senso del loro rapporto.

Poco dopo il 10 aprile John ha una conversazione con la moglie in cui affronta direttamente l’argomento Norman. Catherine riconosce che la salute di John è migliorata da quando ha conosciuto Norman ed è consapevole della inclinazione del marito per gli amori maschili. John però si impegna a mantenere i rapporti con Norman nei limiti del buon senso e del buon gusto. Il rapporto con la moglie è chiaro ed entrambi sono interessati prima di tutto a non mettere in crisi la famiglia.

Il 20 aprile John va a Cambridge, ospite di Sidgwick al Trinity e gli fa leggere il suo diario. La risposta di Sidgwick è netta:

Mi riempie di terrore e pena. Ammiro tanto le tue doti spirituali, la versatilità dei tuoi interessi intellettuali, la tua capacità di poetizzare la vita. Ma non questo filone di sensualità sublimata. [Pag. 211]

John si era impegnato a vedere Norman a Londra e i due, dal 24 aprile, passano sei giorni insieme, da soli, nella grande casa di Norfolk Square.

Tra i due c’è intesa e non solo a livello intellettuale. Il 30 aprile John annota:

Stanotte ho toccato i vertici sommi; ha dormito tra le mie braccia con baci frequentissimi. {Pag. 211}

Tornano quindi insieme a Bristol. Norman va da una zia e John incontra Catherine il 2 maggio, parlano di Norman. John annota nel diario:

Lei capisce la situazione, e capisce tutto per quanto riguarda Norman: probabilmente perché io capisco me stesso. [Pag. 212]

Il colloquio porta anche ad un accordo secondo il quale John e Catherine non avrebbero più avuto rapporti sessuali perché Catherine voleva assolutamente evitare una quarta gravidanza. Dopo il colloquio però John avverte che qualcosa è cambiato:

Lei non riusciva ad evitare di sentirsi gelosa di Norman, specialmente quando trovò alcune lettere che gli avevo scritto con toni di passione che non avevo mai usato con lei. Io da una parte ero esposto ai turbamenti dei sensi e agli inconvenienti dell’astinenza sessuale, mentre dall’altra incoraggiavo il mio amore per Norman. Ma non venni meno alla mia promessa e, anche se lo desideravo sensualmente, non scivolai in situazioni vili. [Pag. 212-213]

L’otto di maggio John comincia le lezioni di letteratura greca nella sesta classe del Clifton College, che continuarono per tutto il trimestre e per altri due anni. Molti degli studenti di Clifton divennero poi amici di John, cenavano spesso con lui, discutevano con lui.

Anche se li amavo teneramente, e sentivo il fascino fisico dell’uno o dell’altro,  non avviai nessun rapporto come quello che avevo cominciato con Norman. I doveri di insegnante lo impedivano; e poi mi sarebbe sembrato un errore ripetere quello che ormai riconoscevo come una specie di fallimento. Perciò queste amicizie si svilupparono senza gelosie, sentimentalismi e sensualità sublimate. [Pag. 213]

A un certo punto i rapporti con Norman sembrano raffreddarsi, Norman frequenta meno Clifton Hill House e poi si innamora di un altro ragazzo. John pensa di poter legare Norman a sé ma Norman non è tipo da farsi legare, è affettuoso e generoso ma non è possibile plasmarlo o indurlo a seguire altri ideali. Il rapporto con Norman, anche in fase calante è oggetto di discussione con Catherine, ma i momenti di tempesta su superarono. Anche i rapporti con Norman migliorano, John si lamenta di avere con lui tanta prossimità fisica quanta ne poteva desiderare ma di non ottenere quella prossimità spirituale che avrebbe desiderato. Nel mese di luglio parte con Norman  per un lungo viaggio sul continente:

Eravamo soli e ci divertimmo come a Londra. Ritornarono i bei tempi. Ho molti ricordi e annotazioni su quel viaggio: le camerette di legno delle locande in cui abbiamo dormito insieme, di solito nello stesso letto, [omissis] i giorni sonnolenti e voluttuosi ad Axenstein; i baci e gli abbracci e le lunghe ore deliziose tra le passeggiate e il sonno. [Pag. 217]

Così John annota nel suo diario alla data del 21 agosto:

Ho raggiunte le vette somme del piacere, e i fiori che bramavo ho preso a manciate nel mio petto. Ma non posso indugiare qui. Perché ho molta paura che questi fiori portatori di fiamme, che svaniranno presto in cenere, possano appiccare il fuoco al cuore del mio cuore. [Pag. 217]

John rientra a Clifton il 4 settembre. Conington era morto, Catherine era andata ad Hastings ad assistere suo padre moribondo, John si precipita da lei, arriva il 29 settembre, quando il suocero è morto da un’ora. Dopo i funerali John torna a Clifton e riprende le sue lezioni. Anche il padre di John sta male e si trasferisce a Brighton. John ha anche un’altra notizia che in fondo si aspettava. Norman ha ottenuto una borsa ad Oxford al Balliol, dovrà andarci all’inizio del trimestre di quaresima. John scrive saggi, prepara lezioni, fa vita di società, riceve a casa i suoi studenti e vede spesso Norman annotando nel diario frasi come “baci più dolci del miele.” [Pag. 218] Intanto il giorno della partenza di Norman si avvicinava.

 Prima della partenza, Norman passa due giorni a Clifton Hill House con John e il diario di John del 28 gennaio 1870 permette di capire lo stato d’animo dei due in quella situazione:

Ho passato due ore notturne perfette con lui, una per ognuna delle ultime due notti. [omissis] Sdraiati sul letto, riparati dal freddo abbiamo gustato il miele delle parole mormorate e i fiori delle labbra premute sulle labbra. [omissis]

L’ho spogliato nudo, e ho nutrito la vista, il tatto e la bocca di queste cose. Potranno mai le mie labbra dimenticare il loro posto sul suo petto, o sul morbido raso del suo fianco, o sul candore niveo del suo ventre. Smarriranno mai il nettare della sua bocca: quelle labbra aperte come petali di un fiore che si allargano sotto il tocco e palpitano? Dimenticheranno mai le mie braccia la tensione della sua piccola vita fragile, le mie cosce la pressione delle sue cosce arrendevoli, le mie orecchie il mormorio di quella voce illanguidita, il mio cervello il profumo della sua dolce pelle e del respiro della sua bocca? Cesserò mai di udire il battito metallico del suo cuore misterioso – calmo e sincero – campanelli che tintinnavano sotto il mio orecchio?

Non so se dopo tutto il semplice tocco delle sue dita quando incontravano, afferravano, e allontanavano la mia mano non sia stata la cosa migliore di tutte. Perché nelle dita c’è l’anima. Parlano. Il corpo e silenzioso, un’opera d’arte animata muta eloquente fatta dal divino artefice.

Sotto le ascelle non ha peli. La pelle della gola e del petto è bianca come lavorio. I capezzoli del suo petto si vedono appena, tanto si perdono nel candore e tanto sono morbidi. Tra di loro, sullo sterno, c’è un punto accecante, come la neve o il marmo che ha sentito i baci del sole. I suoi fianchi sono stretti, induriti come i muscoli sostengono l’osso, ma morbidi come piuma e lisci come raso nelle cavità dell’inguine. Timida e pudica, tenera nel boccio della bellezza del giovane, la sua parte sessualeora desiderosa di passione”: fragrante al tocco che la cerca, ma si ritrae, perché quando la mano vagante si ferma lì, il ragazzo si gira implorante nelle mie braccia, come se cercasse di essere liberato da una fitta deliziosa. [omissis]

Ora vengono le nonchalances e l’abbandono superbo del riposo. Come gli cadeva la testa su una spalla, e come si curvava il braccio lungo il fianco e la coscia, e come sulla lanugine della virilità nascente aveva appoggiate le dita, e come il dio che si ritraeva stava coperto dalla sua mano! [omissis]

E ora è finita. Norman non respirerà più la mia stessa aria. [omissis] È studente al Balliol; porterà il suo profumo (di violetta bianca), in stanze, passeggiate, giardini di Oxford, per altri uomini. [omissis]

Mi chiedo se per un momento desidererà che io ci sia, che le mie braccia lo riscaldino, che le mie dolci parole lo aiutino a dormire! [Pag. 219-221]

Symonds ci tiene a fare una forte sottolineatura per evitare interpretazioni distorte del lirismo dell’ultima notte:

Nonostante la sensualità più che sublimata dell’appassionato addio a Norman in partenza per il mondo, che ho appena riportato, è un fatto che né allora né dopo né prima accaddero tra noi quelle cose che la gente ritiene inseparabili da questo genere di amore. Mi accontentavo della contemplazione, del contatto, dei baci. La sincerità con cui ho detto tutto su me stesso, e l’ammissione che ora faccio, di avere in seguito praticato atti di questo genere con altri uomini, dovrebbero costituire una garanzia sufficiente della mia veridicità. [Pag. 222]

John cita una lettera di Norman  del 26 novembre 1886 in cui parlava delle tentazioni e delle cattive azioni della sua adolescenza: “L’influenza associata di Percival [Il rettore del Clifton College] e la tua ha contribuito a curarmi”. In sostanza Norman 16 anni dopo il suo ingresso al Balliol, riconosceva che l’influenza di Johan era stata “salutare proprio per quanto riguarda l’amore tra maschio e maschio.” [Pag. 222]

John e Norman continuano a scriversi e a vedersi nei periodi di vacanza. Nell’estate del 72 vanno a fare un viaggio insieme in Svizzera e in Italia, ma ormai il tempo della carezze amorose è passato.

Il diario di John del 21 giugno 1872 dopo aver descritto una notte di luna meravigliosamente chiara, così continua:

Lì, in una notte così, in uno scenario come questo, Catherine ha stretto Norman a sé, e ha promesso di amarlo come un figlio. Lei sa tutto di lui e di me. Entrambi abbiamo sofferto tanto a causa sua – lei più di me – ma lei ha sopportato e creduto tutto; e ora l’ha accettato con più che tolleranza. [Pag. 223]

John aveva assistito alla conciliazione degli opposti. Norman diventò professore, si sposò e fu padre di famiglia.

Così John valuta sinteticamente la sua storia con Norman a distanza di vent’anni:

 [omissis] riesco a capire molto chiaramente che la vera malattia della mia natura non era nella passione che provavo nei suoi confronti, ma nella maniera artificiosa, morbosa e sofisticata in cui questa passione veniva espressa. La passione era naturale; e lui la ricambiava naturalmente, per quanto il temperamento, l’età e la costituzione della sua identità emotiva gli permettevano. [Pag. 223-224]

Nell’inverno 75-76 John scrive buona parte del secondo volume di “Rinascimento in Italia” che è considero una delle sue opere maggiori. Un giorno, a Londra, accetta di accompagnare un suo amico in un bordello maschile e prende appuntamento per passare un pomeriggio con un giovane soldato in una camera privata di quella casa. Il ragazzo era bellissimo, cordiale:

Invece di cedere a un impulso bruto, mi godetti completamente la stretta prossimità di quel magnifico esempio di virilità nuda; poi lo feci rivestire, mi sedetti a fumare e parlare con lui, e sentii, alla fine, che almeno alcuni dei problemi morali più profondi potevano essere risolti dalla fraternità. [omissis] Ci separammo nei migliori termini amichevoli, scambiandoci gli indirizzi; e mentre ero a Londra lo incontrai parecchie altre volte, in luoghi pubblici, senza nemmeno pensare al vizio. [Pag. 226]

A Londra John si ammala di bronchite e il medico gli consiglia di andare in Grecia ma si ferma a Cannes. Nella primavera del 1877 fa un giro della Lombardia. Frequenta persone di basso livello sociale e si sente a suo agio con loro:

Scoprii che potevo amare e fraternizzare con gli infimi, gli ultimi, i più poveri, che potevo chiamare amici, fratelli e sorelle i peggiori. Ma non avevo un vangelo da predicargli. Imparai solo a capire loro e la loro onestà con me. [Pag. 230]

Si sente male a Torino e decide di rientrare subito a Clifton, il giorno dopo l’arrivo ha una violenta emorragia polmonare, è rassegnato a morire, la moglie lo cura amorevolmente, poi la salute migliora un po’ e il timore della morte incombente porta Johan a sistemare i suoi affari mondani. I medici gli consigliano di non restare in Inghilterra: John e Catherine con le due figlie maggiori sarebbero andati in Egitto le due figlie minori sarebbero rimaste a Clifton con le bambinaie. Ser William Jenner consiglia di fare una sosta sulle Alpi e di fare testamento prima di partire, perché un raffreddore poteva essere fatale.

La sorella minore di John si trovava col marito a Davos in quel periodo, nell’Engadina [Nel cantone dei Grigioni] e il luogo era rinomato per i medici e per i servizi per gli ammalati. Il 7 agosto 1877 John arriva a Davos, la prima impressione non è positiva, i medici dicono a John che nel suo polmone sinistro si sta formando una cavità e gli impongono una vita da sanatorio. Solo a settembre gli è permesso di camminare un po’ e di girare in carrozza. L’occasione della malattia porta John a interrompere completamente e definitivamente i rapporti sessuali con la moglie che se ne sente sollevata, da allora John e Catherine non dormiranno più nello stesso letto:

Cominciai a non sentirmi più moralmente responsabile nei confronti della donna che aveva volentieri sanzionato lo scioglimento del legame sessuale tra noi. [Pag. 235}]

Alla fine dell’autunno 77, un giovane si fermò non lontano da John per un bisogno naturale. John lo seguì con gli occhi finché non girò dietro il fienile, se avesse potuto lo avrebbe seguito e avrebbe passato volentieri un pomeriggio con lui sul fieno tagliato.

Nell’inverno 77-78 John si dedica ai suoi studi e pian piano la salute migliora.

John incontra un altro ragazzo che diventerà suo amico:

Ogni tanto un giovane di nome Christian Buol, mi porta fuori in slitta sulla neve. [Pag. 236]

La famiglia Buol era una famiglia nobile e tra i suoi antenati aveva parecchi conti e baroni dell’Impero, lo stemma di quella famiglia si ritrova in parecchie chiese e castelli nelle valli che scendono verso il Reno. Il fratello maggiore di Christian era il medico di Thusis, un altro era padrone di un albergo, un terzo studiava medicina, due si trovavano in America, in tutto la madre aveva messo al mondo 16 figli. Christian aveva compiuto 19 anni ed

era uno dei migliori esemplari di adolescente robusto, bello, intelligente e gentile che abbia mai incontrato. Dotato di una forza muscolare enorme, aveva le maniere calme e controllate e il parlare sommesso di un gentiluomo bene educato. [Pag. 237]

John se ne innamora, l’amicizia tra loro andrà avanti per molti anni.

Tra natale e capodanno John gli regala una pipa di schiuma, Christian è sorpreso.

La cosa gli piacque anche se, con la solenne compostezza dell’abitante dei Grigioni non ne diede alcun segno. [Pag. 238]

John pensa di essere stato importuno. L’intimità tra i due aumenta, parlano molto, John invita Christian a cena nella sua stanza privata al Belvedere e Christian il 22 marzo lo invita alla festa per il suo compleanno. John resta affascinato dalla dignità della famiglia e si sente un ospite gradito e onorato.

John viene a sapere da chiacchiere di paese che un fratello di Christian sta per perdere il suo albergo a causa di debiti contratti per inesperienza, lo riferisce a Christian, che è già al corrente del fatto, quindi offre 1000 sterline ai Buol per salvate l’albergo, in pratica era la somma che doveva servire per il viaggio in Egitto, ormai accantonato. Successivamente darà ai Buol altre 2000 sterline. Prestito che sarà puntualmente restituito.

E devo dire anche che mia moglie, che tenni al corrente di ogni particolare di questo affare, e che non ignorava il mio affetto per Christian, non esitò a dare la sua approvazione al mio piano per salvarli. Moglie generosa e nobile, nata da una nobile stirpe, e naturalmente dotata dei sentimenti più nobili. [Pag. 240]

La familiarità con i Buol e con Christian crebbe al punto che John poté invitare Christian ad accompagnalo in un viaggio in Italia.

Insieme facemmo un viaggio magnifico; e durante questo viaggio mostrò di essere pronto, per simpatia e affetto nei miei confronti, a concedere molti innocenti piaceri di momenti privati, che a lui non costavano nulla e riempivano me di una gioia ineffabile. [omissis] Spesso dormivamo insieme nel medesimo letto; e lui non si vergognava di lasciarmi guardare, come gli uomini contemplano gli idoli dei loro dei, lo splendore nudo del suo corpo perfetto. Tuttavia né negli atti né nei gesti e tanto meno nelle parole una sola ombra di lussuria  guastò la serenità di quella comunione maschile. [omissis] Non ho mai conosciuto un piacere più calmante per i sensi e più elevato di quello che ho trovato con lui – assente il sesso – sommerso e assorbito da un amore tanto spiritualmente sensuale che le necessità del corpo scomparivano e venivano dimenticate. [omissis] Così continuammo a rispettarci l’un l’altro: e quando mi disse che voleva sposare una ragazza, alla quale aveva cominciato a voler bene alla scuola di Thusis, e che diventò poi sua moglie, i nostri rapporti non mutarono. [Pag. 241]

L’ammirazione di John per i Grigioni e per i loro usi franchi e democratici, senza distinzioni di classe, fu tale che la famiglia Symonds finì per stabilirsi a Davos. Cristian accompagnò spesso John in Italia e, quando era impegnato nella fattoria, il nipote, anche lui di nome Christian e suo coetaneo, prendeva il suo posto.

John strinse amicizie non prive di un interesse passionale anche con diversi ragazzi italiani e li trattò come aveva fatto con i due Christian.

Nella primavera dell’81 John è a Venezia. Un pomeriggio, in una bottega, il suo amico Horatio Brown gli indica due gondolieri, uno dei due colpisce immediatamente John. Si chiama Angelo Fusato e ha 24 anni. Ad Angelo John dedica molti sonetti di forte contenuto erotico. John sa solo dove abitava il generale de Horsey per il quale Angelo e l’altro gondoliere lavorano. Passa due notti agitate sognando quel ragazzo e desiderandolo. Finalmente la mattina, va a cercarlo, gli dà un appuntamento per la sera alle nove nella chiesa dei Gesuiti. Angelo viene all’appuntamento, lo chiamavano il matto, era povero e spendaccione. John riferisce che non era raro che i gondolieri di Venezia si concedessero per denaro ma con certi limiti oltre i quali ogni richiesta sarebbe stata respinta.

John porta Angelo con sé alla casa Alberti, dove alloggiava. Un sonetto contiene l’esatta descrizione di quello che accadde.

Non sto sognando. Era davvero qui

e sedeva accanto a me su questo letto duro e basso;

perché avevamo del vino davanti e io ho detto:

prendi dell’oro: ti darà più allegria”.

Era tutto vestito di bianco; un gondoliere;

pantaloni bianchi, cappello di paglia bianco in testa,

una camicia bianco crema un po’ sbottonata, un nastro di seta

al limpido collo, con un amuleto.

Sì, era qui. Le nostre quattro mani ridendo fecero

Rapidamente caos della sua cintura, della camicia, dei pantaloni, delle scarpe;

finché, nudo come alla nascita, bianco come i gigli, sdraiato

lì sul copriletto mi invitò a usare

come volevo il suo corpo. Ma Amore lo vietò.

Amore gridò: Rifiuterai ciò che è inferiore al meglio dell’Amore!” [Pag. 251]

John è talmente sconvolto dall’incontro con Angelo che lascia Venezia il giorno appresso e per tutta l’estate non fa che pensare ad Angelo e scrivere su di lui poesie senza interruzione. In autunno John torna a Venezia, incontra Angelo diverse volte, di notte, nelle sue stanze e regala ad Angelo una gondola e un bel po’ di denaro.

John lascia capire che il rapporto con Angelo ebbe anche dei risolviti esplicitamente sessuali e quando John cerca di farsi accettare come amico, Angelo sta molto sulle sue e lo considera un cliente come tanti altri, che prima o poi si stancherà, e uno che ha una vita troppo diversa da quella di un gondoliere.

John scopre che Angelo vive con una ragazza e che ha avuto da lei due figli. Non si erano sposati perché non avevano denaro. John dà ad Angelo il denaro per il matrimonio e per mettere su casa. Angelo riacquista fiducia nei confronti di John e comincia a volergli bene. Angelo entrerà poi alle dipendenze di John come gondoliere, con uno stipendio fisso, farà con lui molti viaggi e lo verrà a trovare quando si stabilirà a Davos.

Siamo arrivati a capirci senza nascondere nulla. [omissis] L’ho trovato virile nel senso più vero, con la virilità di un soldato e il cuore caldo e tenero di una natura straordinariamente gentile. [omissis] È veritiero e sincero, franco nel dirmi che cosa gli pare sbagliato nella mia condotta, attento ai miei desideri, perfetto nelle maniere e nel comportamento, pur tenendo conto del suo temperamento pazzo, della voce rauca e della libertà sfrenata e impulsiva. [Pag. 253]

Le Memorie di John Addington Symonds si concludono con la storia di Angelo. John morirà a Roma il 19 Aprile del 1893, all’età di 52 anni. Consiglio caldamente la lettura delle sue Memorie a chiunque sia interessato a capire seriamente che cos’è l’omosessualità.