CHAT TRA UN GAY E UN ETERO CURIOSO

Ricevo da un Utente (gay) di Progetto Gay il testo di una sua chat con un ragazzo 22enne etero curioso. Ovviamente le etichette vanno perse con tutte le riserve del caso, ma sono comunque utili a inquadrare sinteticamente la situazione. Entrambi i protagonisti hanno autorizzato la pubblicazione. I nomi sono stati eliminati e le località sono state cambiate.
_____________
– Da dove?
– Latina, tu?
– Roma
– A o P?
– Ancora con ste cazzate!
– Perché?
– Perché sono cazzate!
– Ma tu, A o P?
– Ci credi che una questione del genere non m’è proprio mai passata per la testa?
– Ma che fai, sfotti?
– No! È proprio così… secondo me tu non sei manco gay
– Ma che cavolo dici! Io di ragazzi me ne sono fatti tanti
– Lo vedi, non sei gay!
– Ah no? E perché?
– Ma scusa ma tu ti sei mai innamorato di un ragazzo?
– Che? Innamorato? Ma come parli? Ma da che mondo vieni?
– Sì, innamorato! È una cosa bellissima!
– Senti, bello, ma che ci stai a fare qua? Ci stai a cercare l’innamorato? Eh eh …
– No! Quello ce l’ho già!
– Tu, anni?
– 31 e tu?
– Ammazza, manco di primo pelo, io 22, ma mi sa che ne so molto più io di te!
– Di certe cose penso proprio di sì, di altre meno
– Ma sei un prete?
– Io? Per carità!
– Sei dell’esercito della salvezza?
– None!
– E allora chi cazzo sei?
– Sono un gay felice!
– E stai qua solo per rompere i coioni a me?
– No! Ma siccome abbiamo cominciato a parlare… e poi A o P? Ma chi te l’ha messo in testa?
– Come chi me l’ha messo in testa?
– Guarda io e il mio ragazzo siamo proprio disinibiti ma A o P non ce lo siamo mai chiesto
– Cioè? Che cavolo dici? Ci sarà pure uno A e uno P
– Ma manco per niente, noi siamo due ragazzi mica un uomo e una donna.
– Vabbe’ ma scusa e allora come fate?
– Posso fare prima io una domanda a te?
– Vai!
– Tu hai mai fatto l’amore con una ragazza?
– Certo!
– E ci stavi bene?
– Ammazza!
– Lo vedi, non sei gay!
– Ma che cavolo c’entra, con un ragazzo è diverso… con un ragazzo non ci fai l’amore, con un ragazzo è solo sesso, comunque adesso rispondi tu, voi come fate?
– Dici sesso anale?
– Sì
– Non lo facciamo
– Ma che cazzo dici?
– Veramente e mica è una scelta, proprio non c’è mai passato per la testa
– A me invece mi passa per la testa eccome e tutte le volte che l’ho fatto sono stato sempre attivo
– Ma tu non cercavi un ragazzo, tu cercavi il sostituto di una ragazza
– Beh, e con questo? A me piace dominare, si vede che a te ti piace stare sotto!
– Lo vedi, usi proprio categorie che nessun vero gay userebbe
– Vero gay? E chi sarebbe? Uno come te?
– Ma guarda che non sono mica una mosca bianca
– Le mosche si posano sulla merda, altro che bianche!
– Che vorresti dire?
– No, così, niente, una battuta stupida, non era riferita a te
– Ah!
– Quanti anni ha il ragazzo tuo?
– 32
– E da quanto state insieme?
– 11 anni
– Ma dai!
– È vero! proprio 11 anni
– E non vi siete mai messi le corna?
– No, penso proprio di no
– Cioè tu stai da 11 anni con lo stesso ragazzo?
– Sì esattamente!
– E non ti sei stufato?
– Neanche un po’!
– Ma allora me lo dici che ci stai a fare qui?
– Ecco questa è una domanda seria, diciamo per curiosità
– Curiosità di che? Qui è tutto molto spiccio
– Mi piacerebbe capire come ragionano gli altri
– Sei uno psicologo?
– No!
– Uno strizzacerveli?
– No! Niente di tutto questo
– Il tuo ragazzo lo sa che stai in questa chat?
– Certo che lo sa!
– E non dice niente?
– No! Qualche volta ci viene pure lui.
– E voi sareste quelli gay felici e contenti, quelli gay veri!
– Eh sì…
– Ma di sesso tra voi che fate?
– Tutto quello che ci viene spontaneo, e ce n’è!
– Cioè che cosa?
– Beh, a livello sesso, masturbazione reciproca e sesso orale.
– Ma quelle sono cose da ragazzini!
– Forse sì, ma noi siamo ancora ragazzini
– E poi? Cioè che altro fate?
– Poi una marea di coccole
– Di che?
– Di coccole, abbracci, carezze…
– Ma vestiti o nudi
– Beh, è ovvio, nudi, a pelle, e sono cose bellissime
– In effetti non deve essere male
– Lo vedi che lo ammetti pure tu!
– Sì, però ci vorrebbe il ragazzo giusto
– E tu non lo hai mai trovato?
– Dove? Qua? Ma quando mai! Ma tu il ragazzo tuo dove l’hai trovato?
– È un mio ex-collega di lavoro, per un po’ abbiamo lavorato nello stesso posto
– Ti va di raccontarmi come è successo?
– Certo! Ma è stato tutto molto semplice, siamo diventati amici, cominciando a scambiare qualche parola, poi abbiamo parlato molto e alla fine è venuto tutto da sé
– Quanto ci avete messo a dichiararvi?
– A creare il nostro rapporto ci abbiamo messo un anno e mezzo, quanto a dichiaraci non ci siamo mai dichiarati
– Tutto sottinteso?
– Sì, tutto sottinteso
– E il sesso?
– Beh, una volta che ci siamo capiti, è venuto tutto da sé, però aspetta, prima abbiamo fatto il test tutti e due
– Ammazza, ma c’avevate proprio fifa!
– Beh, sai, se uno sta proprio sicuro tutta la cosa se la gode meglio, se no resti sempre con l’ansia
– Ma se non lo fate con la penetrazione non c’è rischio
– Non è vero, il rischio c’è lo stesso e se il sesso te lo vuoi godere non ti puoi portare nel sottofondo la paura che ti stai impestando
– In effetti io prima lo facevo pure senza protezione, poi mi sono venute le paturnie e ho fatto il test, quando lo sono andato a ritirare mi stavo proprio cacando sotto, però è andata bene e adesso il preservativo lo uso sempre, ma solo per il sesso anale
– Beh ma anche il sesso orale è rischioso per il ricevente, almeno bisogna evitare il contatto con lo sperma, non basta, però è comunque meno rischioso
– Vabbe’, allora tanto vale che ti fai frate!
– No, dai che basta un po’ di buon senso
– Mh … vabbe’ … Ma lui ti eccita ancora dopo 11 anni?
– Direi che è soprattutto una immensa tenerezza, il sesso c’entra parecchio, è ovvio, ma per me il sesso serve a farlo stare bene, o meglio, aspetta, serve a stare bene insieme, senza segreti, condividendo proprio tutto
– Mi viene sempre più l’idea che mi stai prendendo per il culo
– E che ci guadagnerei? Non so nemmeno chi sei
– Sì ma fai proprio le prediche, mi sa che sei un fake
– Proprio per niente!
– … Ma tu proprio ragazze zero?
– Te l’ho detto, sono gay!
– Vedi, io con una ragazza le coccole pure le capisco ma è diverso, con un ragazzo la cosa deve essere sessuale nel vero senso della parola
– Scusa, ma perché? Chi lo dice?
– Lo dicono tutti!
– Io no!
– E vabbe’ ma tu sei uno, gli altri sono tanti, anzi tantissimi! Io a scambiare coccole con un ragazzo come con una donna non mi ci vedo proprio
– Ma tu adesso hai una ragazza?
– Una mezza storia, ma è una rompipalle, lei pensa che ce l’ha solo lei, mi ricatta col sesso, e forse c’ha pure un altro
– Ma tu con lei ti ci vedi sposato?
– Sposato? E che me metto la tagliola al cazzo? A parte che mica si piglierebbe uno come me, io me ne piglierei una come lei, cioè col fisico suo, ma deve essere la ragazza mia e basta. Ma è sicuro che non mi stai a piglia’ per il culo?
– Manco ti conosco
– Ma come è possibile che voi proprio con le donne niente? Io questa cosa non la capisco proprio
– Ti può sembrare strano ma è così
– Ma proprio du’ tette, un bel culo e te niente, proprio zero? Perché a me le ragazze mi piacciono ma mi tira pure coi ragazzi, è una cosa diversa ma mi tirano pure i ragazzi
– Io con le donne proprio nessuna interesse
– Ma ti tira almeno un po’?
– Magari, se fosse in una situazione che ci si vuole bene veramente, forse, non lo so, ma al limite…
– Ma ti fanno proprio schifo?
– No! Per carità, ci sono ragazze alle quali voglio bene, le stimo, le sento amiche, ma non sono attratto dalle ragazze
– Cioè proprio non ti si drizza?
– No! Quello può pure succedere e magari, al limite, ci potrei anche fare sesso, forse, ma del mio ragazzo mi sono innamorato, è proprio un’altra cosa
– È come succede a me: coi ragazzi solo sesso, ma de ‘na ragazza mi prende proprio
– Sì, però io non andrei mai a cercare sesso da una ragazza, io una chat etero non ci sono mai entrato
– Io sì, ma era proprio un puttanaio, ma pure quelle gay, ma forse quelle etero è pure peggio
– Beh, se vai a cercare una ragazza in una chat erotica…
– Mh … ma ce l’hai duro adesso?
– Manco per niente!
– Io sì! Lo vuoi vedere?
– No, dai, proprio non mi interessa!
– E che gay sei?
– Uno vero!
– Vabbe’, l’ho detto per metterti alla prova, perché di mezzi preti qui ne trovi tanti, ma poi se gli chiedi se lo vogliono vedere accendono subito la cam
– Ma io non ho accettato…
– Ho visto… però sei un tipo strano, se sei gay tu, gli altri che cosa sono?
– Quelli come te?
– Sì
– Beh, sono etero, un po’ frustrati, o forse un po’ bisessuali
– Allora tu ai bisessuali ci credi?
– Non si tratta di crederci ne ho conosciuti diversi
– Bisessuali come me?
– Ma tu non sei bisessuale, i bisessuali si innamorano dei ragazzi proprio come delle ragazze magari preferiscono più le ragazze o più i ragazzi, ma se ne innamorano proprio
– Ecco, questa cosa non la capisco, io non mi sono mai innamorato di un ragazzo, in genere non ci vediamo una seconda volta e poi certi tipi di ragazzi non mi piacciono proprio
– Cioè quali?
– Quelli che ti si appiccicano, quelli che vogliono essere per forza “il tuo ragazzo” quelli che ti mandano i messaggini, che ti chiamano per darti la buonanotte, sono azzeccosi, sono effeminati
– E allora di dovrebbero piacere
– Beh, una bella trans pure pure, ma uno che fa il ragazzo macho e poi fa tutte quelle moine da femmina proprio non mi piace, un ragazzo deve fare il ragazzo, le moine da un ragazzo non le capisco proprio, ma tu col ragazzo tuo facevi tutte quelle cose lì?
– Beh, qualche sms sì, lui non è ossessivo e nemmeno io però qualche attenzione speciale uno per l’altro ce la siamo concessa.
– Avete mai litigato?
– Eccome! Certe volte lo avrei proprio ammazzato
– Perché?
– Mi diceva che non stava bene, proprio fisicamente, dolori addominali, quando cercavo di portarlo dal dottore lui scattava, non ne voleva sapere, mi diceva che erano fatti suoi e non miei, che non era un ragazzino e che le sue scelte, giuste o sbagliate, le voleva fare da solo e qualche volta mi ha mandato malamente a quel paese
– Però non avete rotto
– No, ma mi faceva venire i nervi perché mi faceva preoccupare. Per fortuna è stato solo un periodo, poi è stato meglio, di recente non è stato bene di nuovo ma questa volta dal dottore c’è venuto e ha fatto bene
– Ma c’erano problemi grossi?
– No, per fortuna no
– Ma voi siete dichiarati?
– Con qualche amico, certo, perché quelli che ci conoscono ci vedono e non sono ciechi, con gli altri no, e tu sei dichiarato?
– No, e poi, se mi dichiaro, alla mia ragazza che cosa dico: senti cara io sono gay!
– E poi tu non lo sei!
– Ma se sono dichiarato me lo hai chiesto tu!
– Vero, era una domanda stupida
– Me lo dai un contatto tuo? Una mail o quello che vuoi tu
– Ok [… omissis …]
– Il mio è [… omissis …], vabbe’ mo’ vado che è tardi, oh è stata una chattata strana, però m’è piaciuta
– Anche a me
– Allora buonanotte e salutami il tuo ragazzo
– Certo! Buonanotte a te!

__________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=6051

GRILLPARZER OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH

Vi presento oggi il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” dedicato a Grilllparzer, un grande poeta austriaco dell’800, certamente non molto conosciuto oggi in Italia. Come al solito, Raffalovich, non si preoccupa dell’opera ma dell’uomo e in particolare dalla sua vita affettiva e sessuale.

La biografia affettiva di Grillparzer mostra con chiarezza quali difficoltà dovesse affrontare un omosessuale per avere una chiara coscienza di sé nell’800.

Grillparzer è un uomo colto, un poeta, un drammaturgo affermato, nella sua biografia, per un verso non emergono tracce esplicite di storie omosessuali, ma solo di profonde amicizie maschili, che si esprimono però nel linguaggio tipico dell’amore; per l’altro si nota la tendenza a coltivare relazioni affettuose con donne, potenzialmente orientate al matrimonio, ma il matrimonio non interviene mai, e lo stesso Grillparzer non considera queste relazioni come storie d’amore, insiste anzi nel dichiarare ad un amico l’assenza di un suo coinvolgimento profondo. Grillparzer ebbe una eterna fidanzata che, dopo la rottura dei rapporti poco prima del matrimonio, si riconciliò con lui; vissero insieme per 50 anni, ma la cosa fu possibile proprio per l’assenza di coinvolgimenti profondi, quella donna e le sue sorelle furono come una famiglia per Grillparzer, furono fonte di una tranquillità senza cosse, ma senza un vero calore affettivo.

Dalla corrispondenza di Grillparzer giovane emerge l’amicizia amorosa per Altmüller, piena di passione, di possessività e di gelosie, dalla parte di Grillparzer.

Questa amicizia si presenta come un vero rapporto d’amore unilaterale sublimato, ma non per questo meno violento. Grillparzer parla con Altmüller sempre con espressioni ambigue e non si rivolge a lui dichiarandogli i suoi veri sentimenti e cercando di coinvolgerlo, lo intrattiene soprattutto parlandogli dei suoi rapporti con le donne e della sua passione per l’arte. Un rapporto del genere produsse certamente ansia e attese ma anche disillusioni e senso di frustrazione.

Nella corrispondenza di Grillparzer maturo (quarantaquattrenne) emerge una storia di tipo molto diverso, che fa molto pensare ad un amore omosessuale, questa volto condiviso, anche se comunque sublimato, non fosse altro per la differenza di età, si tratta del rapporto del poeta con Otto Prechtler, un giovane 22enne, un personaggio la cui vita andrebbe studiata molto attentamente, drammaturgo, librettista d’opera e funzionario dell’amministrazione imperiale austriaca. I toni usati da Grillparzer sono estremamente misurati ma affettuosi, quelli usati da Prechtler sono invece i tipici toni dell’innamorato. Prechtler afferma di avere capito quali angosce fanno stare male Grillparzer ma aggiunge che terrà sempre per sé quello che ha capito. Il rapporto tra i due durò per molti anni e fu probabilmente molto più complesso e profondo di come appare dai pochi documenti che abbiamo a nostra disposizione.

La vita di Grillparzer è caratterizzata, al di là dei suoi successi teatrali e poetici, da un senso di insoddisfazione, di frustrazione e di irrequietezza; è molto probabile che all’origine di tutto questo ci fossero una omosessualità autentica ma repressa più o meno consapevolmente e una eterosessualità di facciata costruita con la forza della volontà ma del tutto insoddisfacente.

Vi annuncio fin da ora che il prossimo post, sul quale sto lavorando, più lungo e più complesso di quello che vi presento oggi, sarà dedicato a Von Platen, un personaggio che Raffalovich considera il modello dell’omosessuale superiore. Con l’analisi del personaggio di Von Platen termina “Uranismo e Unisessualità”.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
_________

GRILLPARZER

Franz Grillparzer (1791-1872), il più famoso e anche il miglior poeta dell’Austria, illustre perché è unico in Austria, ma giustamente famoso, merita un lungo studio psicologico. Fu un invertito superiore, sfortunato e onesto.

Nacque a Vienna nel 1791 e morì nel 1872. Dopo Klopstock, nessun poeta tedesco ebbe un simile funerale.

Grazie alla sua autobiografia, breve e incompleta, ma del più alto interesse, ma soprattutto grazie alla Grillparzer Gesellschaft [Associazione Grillparzer] e ad Heinrich Laube, si hanno a disposizione molti documenti per ricostruire la vita e il carattere di Grillparzer. Molto onesto, molto diretto, molto impressionabile, vale a dire, o molto suscettibile o molto indifferente, ha molto sofferto e molto fatto soffrire, ma rimarrà comunque come un ottimo esempio di una vita dedicata all’arte, al disinteresse. Soffrì fino ad indebolirsi, ma fu coscienzioso fino rendersene forte.

Fu uno degli scrittori più degni, più stimabili; un modello di virtù civica e un poeta drammatico di grande interesse, – ma la sua vita intima è sotto certi aspetti più interessante delle sue opere letterarie.

Cresciuto in una famiglia benestante, una fantastica madre musicista, che morì in un modo tragico e misterioso, un padre molto onesto, molto silenzioso, tranne quando si occupava di botanica o si prendeva cura dei fiori, molto riservato, e che morì di dolore nel vedere la sua fortuna distrutta con la rovina dell’Austria, Grillparzer si trovò costretto a diciotto anni a sostenere sua madre e i suoi fratelli.
Si fece carico per tutta la vita delle sue responsabilità familiari con una dedizione toccante.

Il suo secondo fratello, che soffriva di forti mal di testa durante l’infanzia, a diciassette anni fuggì dalla casa paterna. Ricomparve dopo lungo tempo con una donna e dei bambini. Grillparzer gli trovò un lavoro, pagò i suoi debiti, poi un giorno Karl scappò di nuovo, e finì per accusarsi falsamente di un omicidio. Fu riconosciuto affetto da follia melanconica.

Un altro fratello, molto bello, Camillo, che, essendo un bambino, prendeva sul serio i suoi lavori di cucito, e si compiaceva nel ruolo di una bambina, aveva talento musicale e fu molto infelice.

Il fratello più giovane si uccise a diciassette anni, lasciando una lettera commovente:

“Ho molto ingannato mamma e Franz, e chiedo loro perdono. Non mi maledicano. O mio Dio, forse soffrirò ancora molto all’altro mondo. Se mai Franz avrà figli, che li educhi e non somigliarmi. Se ho il diritto di chiedere qualcosa, che i miei vestiti siano dati a Bepi.”

Camillo (nato il 15 agosto 1793, morto il primo giugno 1865), scrisse a suo fratello maggiore il 4 maggio 1817 (all’età di 24 anni), una lettera strana e oscura ricordandogli che fin dalla sua nascita era stato più impressionabile di una donna, di costituzione più fragile, sempre desideroso di ciò che era grande in lui senza avere la forza di possederlo o i mezzi per arrivarci.

Fino a 19 anni si consolava della sua imperfezione e si credeva felice, ma la ragione gli mostrò quanto si fosse ingannato. Parlava della sua estrema paura delle impressioni sgradevoli e inevitabili, della singolarità della sua natura.

Una seconda lettera ancora più misteriosa, dell’anno seguente, spiega a suo fratello perché la loro madre non dorme la notte – lui stesso non dorme più di tre ore per notte. Si lamenta di rassomigliare tanto alla madre, ma di soffrire anche più di lei, essendo un uomo. Sappiamo che la madre, andava pazza per la musica, e perdeva tutta la sua dolcezza al pianoforte. La vita intima di Camillo non è stata sufficientemente chiarita perché ci si possa soffermare su questi documenti.

Il diario di Franz Grillparzer e la sua autobiografia ce lo mostrano precoce, inquieto, che non sa esattamente se è un grande poeta o no, casto ma soprattutto puritano, che si crede sempre innamorato di una donna idealizzata, ma evidentemente più preoccupato delle sue amicizie.

Così c’è un certo Altmüller, che egli critica aspramente nel 1808 (Grillparzer è nato nel 1791 e dunque ha diciassette anni), accusandolo di egoismo, di incoerenza, di atteggiarsi, e si sforza di dimostrare a se stesso che Altmüller e Wohlgemuth gli sono amici, ma insiste nel credere quelle amicizie illusorie.

Eppure l’attaccamento di Grillparzer e Altmüller cresce; i due giorni in cui Grillparzer è molto innamorato di Antoinetta, e tutte le sue passioncelle fittizie sembrano ostacolare molto poco questo affetto.

1808 – “Balliamo stasera dai Wohlgemuth, – le due belle W. ci saranno: nessuna delle due mi piace particolarmente, eppure io sono stato per tutto il giorno più inquieto che nei giorni del mio più profondo amore per Teresa, quando la andavo a trovare. Da dove viene tutto questo?”

1808 – “Antoinetta si sposa e non sarà felice con il marito. Ho pietà di lei … lei mi ha amato e mi amerebbe ancora se la mia incostanza non avesse rotto il legame che ci univa.”

“Sarò mai qualcosa di più di un poeta mediocre? Questa domanda mi fa disperare.”

Elenca ciò che ha del poeta: una forte, bruciante immaginazione, comprovata da molte ore felici e molte ore infelici, dalla distruzione della salute fisica, da passioni violente. Ma gli manca, secondo lui, questo furore poetico. La poesia lo raffredda invece di riscaldarlo. Sembra che le donne producano lo stesso effetto su di lui.

Suo padre muore nel 1809.

Nel 1810 dobbiamo soffermarci su un episodio della sua amicizia con Altmüller.

Il 16 giugno, alle undici di sera, era andato a casa di Altmüller, e trovando che era uscito, aveva sfogliato i suoi libri e i suoi manoscritti. In un quaderno del suo diario aveva trovato delle lettere a un certo Karl N. e degli appunti su lui stesso.

Grillparzer non si era mai reso conto fino a quel momento della forza della sua amicizia per Altmüller. Si parlava di lui in quelle confidenze. La sua vanità lo spinse a leggere, sperava di trovare qualcosa di lusinghiero. Lungi da ciò, ebbe la sfortuna di leggere che Altmüller si era sempre ritrovato ingannato nelle sue amicizie. Grillparzer quasi non riusciva a ricordarsi di aver mai accusato un tale colpo.

L’amor proprio, la vergogna e la gelosia lo misero in uno stato che l’arrivo di Altmüller peggiorò ulteriormente.

Lo rimproverò della sua falsità e gettò il quaderno sul tavolo.

“Non si può giustificare, scrisse nel suo diario quella stessa sera, che Altmüller abbia chiamato questo giovane “tu”, e suo caro Karl. Quante volte mi ha detto che era geloso di Mailler, cosa della quale comunque non ha mai avuto motivo, e ora! Il pensiero di venire dopo questo giovane è intollerabile per me comunque.”

Poi si lancia in lamentazioni su se stesso, sulla sua ridotta sensibilità, sulla sua freddezza, sulla sua mancanza di immaginazione.

Lui, che era sempre innamorato, ora vede le ragazze più belle senza un pensiero d’amore, e anche il suo ideale di un’amata comincia a svanire. Si lamenta di diventare sgradevole per i suoi amici. Non capisce la causa della sua malinconia, che comunque cresce ogni giorno.

“Non so pensare a nulla di più accattivante che lasciare Vienna e l’Austria, tenendo Altmüller per mano, cercando in altri paesi una felicità che non riesco a trovare qui.”

Si avvicina all’idea del suicidio, poi torna di nuovo sulla giornata che ha trascorso:
“Questo rapporto con Altmüller, che consideravo da così lungo tempo una parte della mia felicità … essere allontanato, allontanato da lui che ho pensato mi tradisse con qualsiasi parola un po’ intima con un altro, da lui che la mia assenza rattristava, che la mia freddezza spingeva fino alla malinconia. Io sacrificato a un giovane sconosciuto, uno straniero, senza carattere, come dimostrato dal suo desiderio. Altmüller, che il mio atteggiamento riservato e disattento non poteva allontanare, cerca in seno a questo individuo … quello che non può trovare in me.

È stato sempre ingannato nell’amicizia ed è per questo che è ricorso a lui. Quindi doveva pur accadere questa cosa che pensavo impossibile, e Wohlgemuth ha ragione, non è per la mia incostanza (che Altmüller mi rimproverava), ma per la sua. Ma dove avevo gli occhi? Perché non ho notato da molto tempo la sua indifferenza? Lui, nelle cui braccia mi sono riposato durante quelle ore sacre, lui che solo, solo tra tutti gli uomini, ha conosciuto le profondità del mio cuore, – lui ha potuto un po’ di tempo fa interessarsi a questo pedante arabo e ora ha potuto conoscere questo ragazzo e scrivergli, dargli del tu. – Oh! quella notte indimenticabile quando gli ho dato del tu per la prima volta, e quando ho con questa parola sigillato per sempre la mia amicizia! Come era sacra per me questa parola, e lui la profana oggi. E prende in prestito da lui venti guldens. Proprio questo mi ha scosso più violentemente. Quale intimità questo fatto fa supporre, oppure … Oh! quanto ti ho capito male, o quanto mi hai ingannato … devo andare a casa sua, ho bisogno di un chiarimento, non posso rimanere più a lungo in questo stato d’animo. Ma a che fine chiarire una cosa che già è così chiara… Sta suonando l’una. Vado a letto e a dimenticare, almeno per un paio d’ore.”

“17 Giugno, ore sette di sera.

“Sono stato a casa sua. Lui è innocente. Le lettere che ho letto sono immaginarie e la nostra amicizia è forte come prima. Un altro al mio posto, Altmüller stesso, avrebbe perso le speranze, ma no, che nessun dubbio venga a turbarmi. Lui è il mio amico, e giuro, non ho l’ombra di un sospetto. Mi sento felice, leggero, ma comunque non è tutto come dovrebbe essere; la mia malinconia che è così inspiegabile per me, non è purtroppo ancora dissipata.”

La sua malinconia, così inspiegabile per lui, cerca delle consolazioni fantastiche.

L’ideale della libertà svizzera lo incanta. Reclama per sé e per George (Altmüller) una casetta in Svizzera con una moglie virtuosa nata in Svizzera! Per quanto riguarda le donne del suo paese, le odia, scrive nel suo diario, questo sesso spregevole che non è mai ciò che sembra, che piange senza dolore, ride senza gioia, – del quale egli ha confuso troppo a lungo la stupidità con l’innocenza e il sentimentalismo con il “cuore”.

Il 29 novembre 1810, gli accade qualcosa di straordinario. Un cantante famoso, il castrato Velluti, era a Vienna e Grillparzer era determinato a non andarlo a sentire, avendo orrore di tutto ciò che è contro natura, e in particolare in questo genere di cose. Infastidito, costretto ad andare a teatro, spinto lì da alcuni amici e dalla sua noia, viene punito. Non appena il castrato cominciò a cantare, una sensazione strana e dolorosa si impossessò di Grillparzer; lui cercò violentemente di sottometterla, ma il suo disagio crebbe talmente che fu sul punto di svenire e di lasciare mezzo morto il teatro. Non ricordava di aver mai avuto nella sua vita una sensazione così sgradevole. (Aveva allora quasi 20 anni).

A 21 anni, si innamora di un’attrice che interpretava il ruolo di Cherubino, e la sua travestita gli strappa dei bei versi di cui egli in seguito si meraviglierà: il sentimento di questi versi è abbastanza sessualmente ambiguo. Egli sostiene nella sua autobiografia che questi versi siano arrivati in un modo piuttosto misterioso e anonimo a Cherubino, e Cherubino, che allora era una ricca mantenuta, abbia dichiarato che, se avesse trovato il poeta che aveva composto quei versi, avrebbe abbandonato il suo protettore per lui. Fu (secondo Grillparzer) il protettore di Cherubino che diversi anni dopo gli recitò quei versi anonimi per dimostrargli che i grandi poeti restavano ignorati, e gli raccontò della inutile infatuazione della signora. È pensabile che una relazione tra Cherubino e Grillparzer avrebbe potuto cambiare il corso della sua vita sessuale. Cherubino era probabilmente abbastanza virile e abbastanza carina per piacere Grillparzer.

Del resto, le attrici possono sempre (soprattutto quelle che recitano come travestite) sedurre più facilmente delle altre donne gli uomini la cui sessualità è indecisa.

Se si crede che è esagerato parlare già dell’indecisione della sessualità di Grillparzer, il resto della sua vita giustificherà questa asserzione.

Era alto, aveva bellissimi occhi azzurri, un viso pallido e interessante e bei capelli castani. Era molto semplice, gentile, timido, amante del silenzio, e trovava molto doloroso costringersi a parlare quando non lo desiderava. Certamente in gioventù era un uomo molto simpatico, sia agli uomini che alle donne. A 25 anni riportò un enorme successo con il suo dramma L’Antenato, che lo collocò subito in prima fila [tra gli autori di teatro], il successo ben presto proseguì col successo della sua Saffo, dramma che mostrava un notevole progresso. Era considerato unanimemente il poeta dell’Austria.

Alcune donne lo amarono – Marie Piquot, una ragazza, lo amò in segreto, morì e nel suo testamento pregò i genitori di adottare Grillparzer e di occuparsi di lui. Rimpiangeva in questo testamento di non potersi fare amare da lui per esser buona e dolce con lui. Attraverso le banalità di una conoscenza mondana, Maria aveva indovinato l’anima del poeta, le sue difficoltà di carattere, tutto quello che gli rendeva difficile dedicarsi agli altri e accettare il fatto che gli altri si dedicassero a lui.

Grillparzer si rimproverò di non essere abbastanza toccato dalla morte e dalla tenerezza di Maria.

Una bella donna, sposata con uno dei suoi parenti, Carlotta, lo amò anche lei e lo fece passare attraverso le sofferenze dell’odio e dell’amore. Lei lo attivata e nello stesso tempo gli era repellente. Era evidentemente la donna nella sua sensualità che lo tormentava così. Benché Grillparzer dica che questa donna aveva cambiato il platonismo della sua natura (aveva allora 29 anni e si diceva molto interessato), io non penso che sia mai stato il suo amante. Lei gli confessò sul letto di morte di averlo amato più di quanto lui potesse immaginare.

Mi affretto ad arrivare alla grande e misteriosa amicizia-amore di Grillparzer (e alla sua eterna fidanzata Kathi Froehlich), che durò mezzo secolo e stupì i contemporanei col suo enigma. Noi ne conosciamo la chiave.

Una lettera del poeta ad Altmüller ci riassumerà la situazione.

Verso il suo trentesimo anno cercò di fortificare il suo corpo – con l’idroterapia, il nuoto, l’acqua fredda, la scherma – e credette di trovare in questi esercizi la causa della diminuzione della sua fantasia, della sua immaginazione. Forse, si diceva, per essere poeta avrebbe dovuto conservare la fragilità del suo essere fisico.

Evidentemente si sbagliava: osservava i suoi sintomi con acutezza, ma certamente non aveva una visione d’insieme del suo stato fisico e mentale.

A 31 anni fece la conoscenza delle quattro sorelle Froehlich, sorelle musiciste, di cui la terza, e forse la più bella, lo amò per 50 anni. Lei aveva dieci anni meno di lui.

Grillparzer, nel suo affetto per le donne, cominciava sempre dal farsi un’idea di questo affetto e del modo in cui quella donna doveva pensare e comportarsi. Non appena riscontrava una minima differenza tra la sua idea e la realtà si tirava indietro. “In tal modo, egli scrive, ho giocato con le donne il ruolo di un seduttore, e comunque avrei sempre fatto di tutto per essere per loro quello che desideravano. In questo modo, quindi, sono stato la disgrazia di tre donne, tutte e tre di carattere forte. Due sono morte. Ma non ho mai barato su un’inclinazione che io stesso ho invocato.” Vale a dire sul fatto che il suo sentimentalismo superficiale e l’affetto di una donna non erano sufficienti per attirarlo e trattenerlo.
Scrive ad Altmüller a proposito di Kathi una lettera di capitale importanza, una delle lettere più curiose scritte da un uomo distinto e famoso.

La riassumo:

“Tu mi chiedi di descrivere la persona che amo. La persona che amo, tu dici? Piacesse a Dio che io potessi dire sì. Piacesse a Dio che il mio essere fosse capace di questo abbandono, di questa dimenticanza di sé, di tutta questa unione che è l’amore. Ma non so se sia egoismo supremo, o qualcosa di peggio, o un desiderio sconfinato per l’arte e tutto ciò che riguarda l’arte, ma tutte le altre cose non possono tenermi che per un momento. Insomma io non sono in grado di amare. C’è sempre per me qualcosa di più alto di una persona cara, e dopo un oggi dei più teneri, senza intervallo, senza motivo, c’è un domani di freddezza, di dimenticanza, di inimicizia. Credo di aver notato che amo nell’amata solo l’immagine disegnata dalla mia fantasia, in modo che la realtà diventa per me un’opera d’arte che mi affascina per la sua somiglianza con i miei pensieri, e che mi respinge tanto più violentemente quando noto la minima differenza. Si può chiamare amore questo? Abbi pietà di me e di lei che ha ben meritato di essere amata veramente per se stessa.”

“La conoscenza di questa infelice caratteristica del mio carattere mi ha tenuto lontano il più possibile dalle relazioni con le donne alle quali del resto ero abbastanza portato dalla mia natura fisica.

Ma ogni volta che mi sono lasciato trattenere ho fatto questa triste esperienza, tanto più naturalmente perché sono sempre stato attratto esclusivamente verso quelle meno adatte a me – vale a dire, quelle il cui carattere aveva dei tratti decisi, che davano al mio gusto per l’analisi psicologica e alla mia immaginazione di poeta più alimento, e che d’altra parte avevano qualcosa di freddo e di segreto che rendeva impossibile qualsiasi fusione, qualsiasi unione.”

Poi racconta del suo incontro con Kathi, di come lei lo annoiava con le sue lodi la prima volta che si videro.

Si resero reciprocamente molto infelici. Grillparzer si spiegava in molti modi il loro affetto difficile e doloroso. Lui non ammetteva mezze misure e lei ancora non riusciva a contenersi o a sottomettersi. Ma se non ci fosse stata proprio questa impossibilità lei lo avrebbe interessato?

“Dopo tutto, scrive ancora, è un mio capriccio non possedere questa ragazza che mi ha messo in questo stato deplorevole. Capriccio, perché non era una decisione veramente virtuosa, ma forse solo il piacere estetico ed artistico che la purezza di questa ragazza mi deva, che mi impediva di fare ciò che le mie emozioni e i miei pensieri quasi irresistibilmente mi spingevano a fare.”

“Forse” e “quasi” ricorrono costantemente in queste confessioni. Grillparzer racconta come, nella sua lotta contro l’eccitazione sensuale, emanava da lui una tale atmosfera erotica che l’innocente Kathi ne rimase scossa inconsciamente e subì tutti gli effetti dell’istinto sessuale contrastato. Divenne gelosa, violenta, rissosa, e anche il lato intellettuale “così favolosamente bello” di questo affetto fu rovinato.

Non possiamo essere sorpresi che, al momento di sposarsi, malgrado tutto, dopo aver affittato un appartamento, il rapporto si ruppe – dopo una accesa discussione. Fu un accesso di gelosia che per un momento li separò del tutto. Grillparzer se ne andò. Kathi si ammalò gravemente. Lui si trovò preso tra la debolezza e la crudeltà. Cedette. Ritornò come amico, e rimase l’amico per quarantacinque anni. Le sorelle gli avevano detto che Kathi non sarebbe sopravvissuta a una rottura completa. “Ho pranzato dalle Froehlich,” ha scritto –

“Come sempre, dopo una riconciliazione, una specie di desiderio si risvegliò in me. La presi in grembo e l’accarezzai per la prima volta dopo molti anni. Ma l’emozione è spenta. Non posso farla rinascere.”

Kathi, secondo lui, avrebbe potuto fare felice un uomo occupato tutto il giorno che desiderasse la sera un po’ di allegria e di vivacità, ma non lui. Questa singolare catena esisteva da cinque anni quando Grillparzer, annoiato, stanco, cercò riposo in un viaggio. Andò a trovare Goethe, e lì la sua natura nervosa e difficile lo fece soffrire di nuovo. Grillparzer era poco incline all’ammirazione per i suoi contemporanei. Goethe soltanto gli imponeva il rispetto dovuto ad un essere sovrumano. Goethe lo accolse molto bene, lo trovò simpatico. Grillparzer pianse quando lo prese per mano per andare a pranzo. Goethe lo condusse nel suo giardino con l’aria di un re e di un padre. Ma Goethe era troppo grande, troppo arrivato, troppo olimpico, e Grillparzer si allarmò all’idea di trascorrere la serata con lui. Non osava. Non si sentiva abbastanza forte per difendere la sua posizione letteraria. Fuggì, portando con sé la vergogna e il rimorso per la sua debolezza e per la sua ingratitudine. Goethe lo aveva rattristato compiangendolo per il fatto di non avere a Vienna né uguali né le persone che lo potessero capire.

Ebbe sempre un sacco di problemi, problemi di famiglia, di rapporti sociali (perché le protezioni più alte non sembravano evitargli dei veri tormenti burocratici nella sua vita di impiegato nei ministeri), d’ingiustizia, di teatro. Le sue opere non avevano sempre immediatamente successo; doveva sopportare tutte le ingiustizie, nonostante l’ammirazione che non gli veniva rifiutata. Una cosa curiosa: egli fu presente solo alla prima della suo primo dramma. Gli fece un’impressione così sgradevole che giurò di non assistere più a nessuna delle sue opere, e mantenne la parola. Era un uomo molto testardo quando prendeva una decisione, molto determinato e molto coscienzioso.

Verso il suo cinquantesimo anno smise di scrivere versi lirici, personali. Si concesse piuttosto degli epigrammi. Era insieme scontento, rassegnato, triste e coraggioso.

Si è colpiti leggendo il diario dei suoi viaggi in Italia, Grecia, Francia, Germania, dalla nitidezza, dall’interesse, dalla severità e dall’indulgenza di quest’uomo.

Restava facilmente scioccato: le parolacce, i bagni dove gli uomini si mostravano nudi, l’egoismo, la noia, il disagio, fanno una viva e dolorosa impressione su di lui. Ma è ugualmente colpito dalla bellezza dei ragazzi o dei giovani uomini, dalla grazia, dalla bella figura e dal bel viso delle donne, dal buon senso o dalla bontà degli uomini. Per questo si possono leggere tutte le sue impressioni di viaggio con grande piacere. Si sente sempre che è un uomo che scrive, anche quando è sofferente, ingiusto e mal disposto.

Nel 1848 la sua poesia al generale Radetzky fu solennemente letta a tutti gli ufficiali di Radetzky. Fece il suo dovere come poeta patriottico. Stanco delle emozioni di quell’anno, decise di rimanere a casa delle sorelle Froehlich, al quarto piano. Trascorse lì gli ultimi venti anni della sua vita. Ricevette molte onorificenze. Il primo ministro, il principe Schwarzenberg, salì i suoi quattro piani per consegnargli una decorazione, Radetzky lo invitò ad un banchetto, l’Accademia lo cooptò, e per essa scrisse la sua Autobiografia.

Lassù, al quarto piano, trascorse i suoi ultimi vent’anni, scrivendo, leggendo, ascoltando con indifferenza quando gli raccontavano del successo di tutte le sue opere teatrali, che venivano rimesse in scena. Quelle che in precedenza non erano state bene accolte avevano ora successo.

“Incredibile”, diceva, scuotendo la testa.

Kathi Froehlich, sua erede, istituì, con quello che Grillparzer le aveva lasciato, un premio triennale per il miglior dramma austriaco. Dopo la sua morte, furono messe in scena le quattro opere teatrali che non aveva ancora pubblicato.

La maggiore delle sorelle Froehlich, l’unica sposata, Giuseppina Bogner, era un tipo strano, a quanto pare, sembrava più un ragazzo che una donna. Suo figlio Wilhelm fu adottato dal Grillparzer che lo amò molto e si prese cura della sua educazione. Il giovane morì all’età di 22 anni. Grillparzer non lo abbandonò durante la sua malattia – e fu dopo la sua morte che si decise ad andare a vivere con le zie. – La madre diventò sempre più eccentrica e, ci viene detto, finì per essere « un original féminin » [si noti l’articolo al maschile] “un originale femminile”.

La famiglia Froehlich era molto unita e Grillparzer, che amava la musica, amava tutte le sorelle. Ogni volta che voleva rinunciare a vedere Kathi le sorelle lo riportavano indietro. Per lui era una famiglia. La sua non gli procurava che dolore.
Le lettere di Grillparzer a Kathi non sono lettere d’amore. Le dice una volta di essere sul punto di innamorarsi. Ma di solito è freddo o sarcastico, o annoiato, o giocoso con l’intenzione di esserlo. Le lettere di Kathi mostrano che diventa sempre più umile e devota con l’età.

Lei ha sofferto tanto quanto Grillparzer. Vivendo in un ambiente artistico, in una grande città poco austera, molte persone pensavano che Grillparzer fosse o fosse stato il suo amante, perché non si sposarono. Lei, così impulsiva, così polemica, non sembra aver rimproverato Grillparzer su questo punto.

Quello che c’era di sbagliato, di crudele e di fastidioso in quella situazione si riscatta negli ultimi venti anni della vita di Grillparzer, quando le tre sorelle che erano state così attraenti, così ricercate e così festeggiate, e che Bauernfeld chiamava ora le tre Parche, si dedicarono tutte e tre al poeta.

Si possono leggere le lettere e i telegrammi che i sovrani tedeschi gli indirizzavano, l’imperatore d’Austria, il Re di Baviera, l’imperatrice di Germania.
Quando ebbe ottant’anni, l’anno prima della sua morte, l’imperatore d’Austria gli diede una pensione di 3.000 gulden.

Nel primo volume pubblicato dalla Grillparzer Gesellschaft (Associazione Grillparzer) si trova una lettera singolare e chiara scritta da un giovane uomo di ventidue anni a Grillparzer che aveva allora quarantaquattro anni; è di Otto Prechtler, poeta che succedette a Grillparzer in uno dei suoi posti di lavoro e che morì nel 1881.

“Enigmatico miracoloso, così estraneo eppure così intimo, così pieno di pudore eppure troppo forte per essere sradicato, così unico, mi sembra il rapporto spirituale tra di noi nei quattro anni da quando vi conosco, da quando siete apparso nella mia vita come l’asilo, il faro.”

Trova così strano, essendo lui così giovane, così oscuro e Grillparzer così maturo, così uomo, che ogni periodo della vita di uno corrisponda ad un periodo nella vita dell’altro. Se Grillparzer fosse morto e se lui credesse alla trasmigrazione, avrebbe pensato che l’anima di Grillparzer gli facesse l’onore di vivere in lui.

Gli aveva scritto una poesia, poi era andato a pregare nella grande Stephanskirche (cattedrale di Santo Stefano) di non perdere la fede in Grillparzer.

Aveva amato appassionatamente una certa Eloisa, e assicura Grillparzer che il suo amore per lui assomiglia notevolmente all’amore per lei; la differenza tra questi due amori è la stessa che c’è tra poeta e uomo. – “Vi amo come ho amato Eloisa, con quella tenerezza e quella venerazione che escludono tutti gli altri sentimenti sensuali. Amavo Eloisa come voi, con quella timidezza che arrossisce, con quel desiderio di mostrare il meglio di me.”

Grillparzer lo aveva incoraggiato, lo aveva spinto a credere nel suo talento e gli aveva procurato una posizione sociale. Ricorda a Grillparzer di aver provato il dolore di chiedergli denaro. Gli ricorda anche che una volta aveva detto: Mi dispiace che voi abbiate cercato un rifugio vicino ad una natura così tormentata, così distrutta come la mia.

E, con la chiaroveggenza dell’affetto e di molte altre cose, il giovane uomo proclama con orgoglio di aver capito Grillparzer. Terrà sempre nel suo cuore quello che ha compreso. Si accontenta di dire che la bontà, l’elevazione, la simpatia, la santa mansuetudine e la bontà verso di lui, Prechtler, derivano da questa ammirabile natura distrutta.

Si esalta sempre di più per il piacere che gli danno le attenzioni benevole di Grillparzer e i suoi tratti nobili. Rivede sul suo volto i grandi momenti del lavoro drammatico del maestro, l’entusiasmo di Saffo, la passione Jaromir, ecc..
“Nessuno può amarvi di più, può adorarvi di più. Vorrei che voi foste collocato meno in alto per arrivare più vicino al vostro cuore, o vorrei essere una ragazza. Vi avrei amato ineffabilmente, vi avrei idolatrato. Ma io sono povero di anni e di esperienza, e voi siete anche direttore degli archivi.”

C’è un’altra lettera dal 1863, quando Grillparzer fece una brutta caduta su una scala, “il solo passo falso della vostra esistenza”, dice Prechtler.

Grillparzer è per me l’uranista con inclinazioni eterosessuali, la cui sfortunata eredità e i cui dolori costanti hanno represso gli istinti unisessuali senza distruggerli, ma non tanto da dare un libero sviluppo agli istinti eterosessuali.

__________
Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:
http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=136&t=5951

MONSIEUR FILIPPO DI BORBONE-ORLEANS OMOSESSUALE EFFEMINATO

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi è dedicato a Monsieur, Filippo di Borbone, duca d’Orléans, Fratello di Luigi XIV. Monsieur, è un personaggio oggi poco conosciuto dal grande pubblico, ma è stato considerato per molto tempo l’archetipo dell’omosessuale effeminato. Questa definizione va presa però con molta prudenza. Si sposò due volte, la prima con Enrichetta d’Inghilterra (Madama d’Inghilterra) e la seconda con Elisabetta Carlotta del Palatinato (Madama palatina), ed ebbe sei figli, ma fu dominato dai suoi favoriti. Uno di questi, il cavaliere di Lorena, entrò in conflitto violento con la prima Madame, che riuscì ad ottenerne dal re il suo esilio in Italia per otto anni, ma il cavaliere di Lorena, a quanto si disse, pur stando ancora in esilio, sarebbe riuscito a vendicarsi e a fare avvelenare Madame (che aveva 26 anni). Monsieur sarebbe stato del tutto estraneo alle trame del cavaliere di Lorena. Dopo l’autopsia di Madame, effettuata alla presenza di molti medici non solo francesi ma anche inglesi, il rapporto ufficiale sulla morte parlò però di cause naturali. Il cavaliere di Lorena, per le insistenze di Monsieur, dopo la morte di Madame, venne fatto rientrare in Francia e non fu accusato di nulla. Evidentemente Monsieur non diede alcun credito all’ipotesi dell’avvelenamento.

La seconda Madame, ben diversa dalla prima, non pretese di imporre a Monsieur alcuno stile di vita e gli lasciò totale libertà. Ebbero figli, ma scelsero ben presto di dormire in appartamenti separati. La seconda Madame aveva una conoscenza molto realistica dell’omosessualità e ne parla in modo singolarmente competente, i suoi rapporti con Monsieur non furono privi di una certa complicità e non crearono mai veri problemi.

Monsieur, che, al di là dei suoi difetti ampiamente scusabili, era un brav’uomo, che amava i suoi figli e sapeva anche tenere testa al re, quando necessario, finì, negli ultimi anni, sotto il controllo di un confessore gesuita che gli impose un regime di vita molto ristretto per un uomo delle sue abitudini. Monsieur finì per consolarsi col cibo, ingrassò molto e morì di apoplessia probabilmente proprio per questa ragione.

Il ritratto di quest’uomo, fatto da Raffalovich sulla base delle testimonianze dei contemporanei, suscita una certa simpatia. La vita di Monsieur incarna il modello di vita dell’omosessuale (o forse del bisessuale con una forte prevalenza omosessuale) costretto a vivere da eterosessuale e dominato dai favoriti che non fanno che servirsi di lui.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
__________

Monsieur, fratello di Luigi XIV, l’invertito effeminato.

Monsieur Filippo d’Orléans, fratello di Luigi XIV e figlio del freddo Luigi XIII, nipote di Gastone (che seguiva, di dice, le due sessualità), nipote anche di questo primo Vendôme unisessuale come i suoi nipoti, Monsieur è uno degli unisessuali effeminati che si conoscono meglio. Si sposò due volte e ebbe figli dalle sue due mogli, ma fu donna quanto la sua prima Madame e più donna della seconda.
Non gli è attribuita nessuna amante; aveva tutti i difetti della donne, ma era coraggioso, abbastanza buono, dolce, e temeva i danni alla sua carnagione più di perdere la vita. Si è voluta considerare la sua educazione effeminata come causa della sua inversione, ma la stessa educazione, esattamente la stessa, applicata all’abate di Choisy, produsse solo un’effeminazione, folle, fantastica, ma non unisessuale, nell’abate-contessa. Se Monsieur avesse potuto vestirsi da donna per delle settimane, quanti amanti avrebbe avuto! Non si sarebbe mai annoiato con le ragazze. Prima di dare credito all’educazione, all’associazione di idee e di sensazioni, a tutte le povere spiegazioni, si rifletta sulla differenza tra Monsieur e l’abate di Choisy e sulla loro educazione effeminata. Le loro vanità poterono essere femminilizzate, ma le loro sessualità non cambiarono affatto.

La prima Madame (quella che Bossuet compianse) è stata trattata con troppa indulgenza dalla storia.

Michelet, che le riconosce tutte le colpe che una donna può commettere, la paragona costantemente con Monsieur, che certo non era peggiore di questa affascinante, attraente e meschina Stuart. Lei, se fosse sopravvissuta a Monsieur come questa generosa e spirituale tedesca, non avrebbe bruciato senza leggerle le lettere dei favoriti di Monsieur. È tempo di trattare l’uomo e la donna con una uguale giustizia. Madame d’Inghilterra era molto leggera, giocava con suo cognato il re, si beffava di suo marito, tradendo tutto e tutti da vera Stuart; Monsieur era unisessuale, affettuoso, prodigo, chiacchierone, ma con un ben diverso senso del decoro rispetto a Madame. Se lei fu avvelenata dagli amici di Monsieur, lui non ne seppe nulla.

I brani seguenti, dell’abate di Choisy, di Madame de la Fayette, di Daniel Cosnac, vescovo di Valenza, di Saint-Simon, di Madame Charlotte-Elisabeth, duchessa di Orléans, daranno un’idea di Monsieur e del suo entourage.

Dell’abate di Choisy

“Mi vestivano da ragazza, dice l’abate di Choisy, tutte le volte che il piccolo Monsieur veniva al mio alloggio, e ci veniva almeno due o tre volte alla settimana. Avevo le orecchie forate, i diamanti, le mosche e tutti gli altri piccoli vezzi ai quali ci si abitua molto facilmente e dei quali ci si disfa con altrettanto difficilmente. Monsieur che amava tutto questo, mi faceva sempre molti complimenti. Da quando arrivava, seguito dalle nipoti del cardinale Mazzarino e da alcune figlie della regina, veniva messo alla sua toilette e gli si acconciava la capigliatura. Aveva un corpetto per mantenere la sua taglia (il corpetto era di tessuto ricamato)”. Gli toglievamo la calzamaglia per mettergli dei mantelli da donna e delle gonne, e tutto questo si faceva, si dice, per ordine del cardinale che voleva renderlo effeminato, per paura che potesse procurare problemi al re, come Gastone aveva fatto con Luigi XIII.”

“Quando Monsieur era vestito e pronto, si giocava al piccolo premio (era il gioco alla moda), e verso le sette ci portavano uno spuntino; ma non si presentava nessun valletto; io andavo alla porta della stanza a prendere i piatti e li mettevo sui rialzi tutto intorno alla tavola. Offrivo da bere, cosa della quale ero abbastanza ripagato da qualche bacio in fronte di cui queste signore mi onoravano. Madame de Brancas ci portava spesso sua figlia, che è stata la principessa di Haracourt. Lei mi aiutava a svolgere questo piccolo compito; per quanto fosse molto bella, le figlie della regina mi prediligevano più di lei: certamente, nonostante le cuffiette e le gonne, sentivano in me qualcosa di maschile.”

“Non avevo nemmeno un po’ di barba (a 22 anni), ci si era preoccupati, dall’età di cinque o sei anni, di massaggiarmi con una certa acqua che fa morire il pelo alla radice, se si comincia molto per tempo; i miei capelli neri facevano apparire passabile la mia carnagione, benché non avessi molto di bianco … Non ero dunque costretto da nessuno e mi abbandonavo alla mia tendenza. È accaduto anche che Madame de la Fayette, che vedevo molto spesso, vedendomi sempre molto sistemato, con i pendenti alle orecchie e le mosche, mi disse da buona amica che quella non era affatto la moda per gli uomini e avrei fatto molto meglio a vestirmi da donna. Fidandomi della sua grande autorità, mi feci tagliare i capelli per essere pettinato meglio, ne avevo in quantità prodigiosa. Si portavano dei piccoli boccoli sulla fronte e boccoli più grossi ai due lati del viso e tutto intorno alla testa e un gran fascio di capelli coordinato con nastri e perle se se ne avevano. Avevo abbastanza abiti femminili, ho preso il più bello e sono andato a fare visita a Madame de la Fayette, con i miei pendenti alle orecchie, la mia croce di diamanti, i miei anelli e dieci o dodici mosche; vedendomi esclamò: “Ah che bella persona! Mi avete detto retta e avete fato bene. Domandate pure a M. de R. (che era allora nella camera) …” Continuai per due mesi a vestirmi da donna; andavo dovunque, a fare delle visite, in chiesa, al sermone, all’opera, alla commedia, e mi sembrava che le gente ci si fosse abituata: mi facevo chiamare Madame de Sancy dai miei lacchè. Mi feci ritrarre da Ferdinand, famoso pittore italiano, che fece di me un ritratto che la gente andava a vedere; infine accontentai completamente il mio gusto. Andavo al Palazzo Reale tutte le volte che Monsieur era a Parigi; lui mi faceva mille complimenti, perché le nostre inclinazioni erano simili; aveva molto desiderato di potersi vestire da donna, ma non osava a causa della sua dignità …, la sera metteva delle cuffiette, dei pendenti alle orecchie e delle mosche e si contemplava negli specchi. Incensato dai suoi amanti, dava tutti gli anni un gran ballo il lunedì grasso. Mi ordinò di andarci in abito scollato, a viso scoperto, e incaricò il cavaliere di Pradine di portarmi al ballo. La riunione fu molto bella: c’erano trentaquattro donne ornate con perle e diamanti. Trovarono che stavo abbastanza bene, danzavo nella massima perfezione e il ballo era fatto per me. Monsieur diede inizio alle danze con Mlle de Braccas, che era molto carina (è diventata poi la principessa d’Harcourt), e un momento dopo andò a vestirsi da donna e tornò al ballo in maschera. Tutti lo riconobbero, innanzitutto non cercava il mistero e il cavaliere di Lorena gli dava la mano; ballò il minuetto, e andò a sedersi in mezzo a tutte le signore; si fece un po’ pregare prima di togliersi la maschera, non chiedeva di meglio e voleva essere visto. Non si saprebbe dire a che punto spinse la civetteria ammirandosi, mettendosi le mosche, cambiandole di posto, e forse io facevo anche di peggio; gli uomini, quando pensano di essere belli sono ancora più fissati con la loro bellezza delle donne. Comunque, questo ballo mi diede una grande reputazione e me ne vennero molti amanti, la maggior parte per divertirsi, qualche volta in buona fede. Questa vita era deliziosa.”

Di Madame de La Fayette

“Monsieur, unico fratello del re, non era meno attaccato di lui alla regina sua madre; le sue inclinazioni erano conformi alle occupazioni delle donne quanto quelle del re ne erano lontane; era bello e ben fatto, ma di una bellezza e di una taglia più adatte a una principessa che a un principe; così era più preoccupato di fare ammirare da tutti la sua bellezza, che di servirsene per farsi amare dalla donne, benché stesse continuamente con loro; il suo amor proprio sembrava non renderlo capace di attaccamento se non verso se stesso…”

“La prima cosa importante che si fece dopo la morte del cardinale (di Mazzarino) fu il matrimonio di Monsieur con la principessa d’Inghilterra. Era stato deciso dal cardinale, e benché questa alleanza sembrasse contraria a tutte le regole della politica, il cardinale aveva creduto che si potesse essere così certi della dolcezza della natura di Monsieur e del suo attaccamento per il re, che non si doveva avere paura di dargli un re d’Inghilterra come cognato… La principessa d’Inghilterra fu attaccata da una febbre molto violenta … Quando si fu completamente ristabilita ritornò a Parigi. Monsieur andò davanti a lei con tutta l’impazienza immaginabile, e continuò fino al suo matrimonio a renderle omaggi, ai quali mancava solo l’amore; ma il miracolo di infiammare il cuore di questo principe non era riservato a nessuna donna al mondo.”

“Il conte di Giuche era in quel periodo il suo favorito. Era il giovane uomo più bello e meglio fatto della corte, amabile di personalità, galante, ardito, coraggioso, pieno di grandezza e di spirito elevato. La vanità che gli proveniva da tante buone qualità e un’aria di disprezzo diffusa in tutte le sue azioni, appannavano un po’ tutto questo merito: ma bisogna comunque confessare che nessun uomo della corte aveva le sue doti. Monsieur lo aveva molto amato fin dall’infanzia e aveva sempre conservato con lui una grande familiarità, e così stretta come può essere quella tra persone giovani.”

“La familiarità che aveva con Monsieur gli permetteva di andare dal principe in tutte le ore più strane. Incontrava Madame ogni momento, con tutti i suoi lati affascinanti. Monsieur si faceva cura di farglieli ammirare, e alla fine lo esponeva a un pericolo che era quasi impossibile evitare.”

“Dopo qualche tempo di soggiorno a Parigi, Monsieur e Madame, se ne andarono a Fontainebleau. Madame ci portò la gioia e i piaceri. Il re capì, vedendola più da vicino, quanto si era sbagliato nel non riconoscerla la più bella persona del mondo… Questo fece molto rumore a corte. La regina-madre fu entusiasta di trovare un pretesto… per opporsi all’attaccamento che il re dimostrava per Madame: e non dovette faticare molto per fare condividere a Monsieur i suoi sentimenti. Era già geloso per conto suo, e lo stava diventando sempre di più seguendo gli umori di Madame… l’asprezza aumentò di giorno in giorno tra lei e la regina madre; il re dava a Madame tutte le speranze, ma nonostante tutto si teneva molto sulle sue con la regina-madre, in modo che, quando lei riferiva a Monsieur quello che il re le aveva detto, Monsieur trovava molti argomenti per persuadere Madame che il re non aveva per lei molta considerazione; lui poteva testimoniarglielo… Alla fine decisero di fare cessare tutto quel gran rumore (che circolava a corte intorno al re e a Madame) e decisero tra loro che il re avrebbe fatto l’innamorato di qualche persona della corte. Lui (il re) non ci mise molo a decidere; il suo cuore prese una decisione in favore di La Vallière… Madame considerò con un certo dispiacere il fatto che il re si legasse veramente a La Vallière… La regina-madre ne fu amareggiata. Lei fece cambiare l’atteggiamento di Monsieur anche lui la prese male e considerò una questione d’onore che il re si fosse innamorato di una damigella di Madame. Madame, per parte sua, era molto carente nel riguardo che doveva alla regina-madre e anche in quello che doveva a Monsieur.”

“Nel medesimo tempo ci fu grande mormorio sulla passione del conte di Guiche (per Madame): Monsieur fu presto informato e lo minacciò molto pesantemente. Il conte di Guiche ebbe con Monsieur un chiarimento molto audace, e ruppe i rapporti con lui, come se fosse stato un suo pari; la cosa ebbe forte risonanza pubblica e il conte di Guiche si ritirò dalla corte…”

“Il conte di Guiche, che era giovane e ardito, non trovava niente di meglio che esporsi a qualsiasi rischio: Madame e lui, senza provare una vera passione uno per l’altra, si esposero ai più grandi pericoli… Madame era malata e circondata da tutte quelle donne che sono abituate a stare appresso di una persona del suo rango, senza potersi fidare neppure di una. Faceva entrare il conte di Guiche, qualche volta in pieno giorno, travestito da donna che predice la buona fortuna … e altre volte con altre invenzioni, ma sempre con molto rischio; e questi incontri così pericolosi trascorrevano nel prendersi gioco di Monsieur e in altri simili piaceri; e alla fine in cose molto lontane dalla violenta passione che sembrava motivarle… Monsieur era estremamente geloso del principe di Marsillac, figlio del duca de la Rochefoucauld, e lo era ancora di più dato che aveva per lui un’inclinazione naturale, che gli faceva credere che tutti dovessero amarlo.”

Da Daniel de Cosnac, vescovo di Valenza

“Il cavaliere di Lorena, che aveva prestato servizio militare nell’armata del maresciallo d’Aumont, dopo l’inizio della campagna, venne a Tournai a salutare le Loro Maestà. Monsieur, all’inizio dell’inverno, si era preso una forte sbandata per lui. Aveva chiesto a Sua maestà che il reggimento di questo cavaliere potesse prestare servizio nell’armata del re, in modo che essi potessero stare insieme durante la campagna di guerra. Sua maestà gli aveva rifiutato questa grazia. Allora lui gli fece un’altra volta la stessa richiesta e il re acconsentì. Appena mi vide mi disse che Sua Maestà lo aveva trattato “a perfezione”, questo era uno dei suoi modi di esprimersi. Vedendo il suo trasporto e la gioia che gli brillava in volto, mi aspettavo qualche grazia straordinaria, allorché mi dichiarò di che si trattava. Gli risposi molto seriamente: “Monsieur, sono molto contento; ecco un inizio molto buono.” “

“Dopo sei giorni di marcia arrivammo davanti a Lille. La riuscita di questa impresa, dopo quella specie di scacco che ci era arrivato a Dendermonde era cosa che coinvolgeva la gloria di Sua Maestà. Si presero tutte le precauzioni possibili… Alla fine restammo otto giorni davanti a questa piazzaforte prima di attaccarla.”
“Durante questo periodo, feci pressione su Monsieur perché domandasse a Sua Maestà il permesso di mandare qualcuno in Inghilterra per complimentarsi per la pace; cosa che non aveva ancora potuto fare per mancanza di tempo disponibile, stando a quello che diceva…”

“Sottolineai che, dopo l’arrivo del cavaliere di Lorena nella nostra armata, Monsieur non aveva più la stessa alacrità nel seguire il re dovunque andasse, che si esentava spesso dalle fatiche di questa guerra, che trascurava di visitare le postazioni, e che, anche se la trincea era aperta da cinque giorni, Monsieur non aveva accennato ad andarci. Se ne restava sempre chiuso con questo cavaliere… Le mie rimostranze fecero qualche impressione sul suo spirito; andò nella trincea e due giorni dopo, dato che Il cavaliere di Lorena si trovava lì col suo reggimento, ci andò per una seconda volta per rendergli visita… Oltre queste azioni di coraggio, il denaro che Monsieur mandò a degli ufficiali feriti e le molte lodi che dispensò ai più coraggiosi contribuirono molto a fargli acquistare la reputazione di principe liberale e magnanimo… Dato che si preoccupava di farsi amare, ciascuno era interessato ad innalzarlo, e si voleva assolutamente che fosse un grand’uomo… Il cavaliere di Lorena fu leggermente ferito al piede dallo scoppio di una granata. Monsieur avendone avuto notizia, testimoniò l’amicizia che gli portava con la sua estrema inquietudine. Passava giornate intere nella sua camera, faceva gli onori di casa, blandiva quelli che venivano a trovare il cavaliere e li obbligava a lodare la bella azione che quello aveva fatto.”

“Il nono giorno, il governatore capitolò, e il giorno seguente il re fece il suo ingresso per fare cantare il Te Deum, e da quello stesso giorno, marciò con la sua armata costeggiando il canale di Bruges.”

“Il cavaliere di Lorena, benché ancora frenato dalla sua ferita, volle venire in occasione di questi fatti e prese posto nella carrozza di Monsieur. Io mi trovavo lì solo con lui, perché Monsieur era a cavallo con il re, che non si spostò mai in altro modo per tutto il tempo della campagna di guerra. Facemmo insieme una lunga conversazione. Mi resi conto che era un giovane uomo senza esperienza, senza abilità per condursi bene e che, lungi dal potere dare consigli a Monsieur, non era capace di formulare alcun progetto per se stesso, e non considerava il favore di cui godeva che come una cosa utile ai suoi piaceri. Tuttavia poiché aveva una forte influenza su Monsieur, entrai con lui in una certa confidenza e pensai di poter non essere incompatibile con lui. L’indomani si sentì meno bene e gli diedi la mia carrozza perché se ne tornasse a Lille. Allora ebbi modo di avere incontri più lunghi con Monsieur, che non era più distratto da questo continuo stare appresso al cavaliere di Lorena. Mi parlò molto delle buone qualità del cavaliere,(1) e con tale piacere che gli costò parecchio parlare anche di altre cose. Mi disse che voleva assolutamente trovargli una sistemazione nella sua casa e che sarebbe stato l’acquisto più vantaggioso che avrebbe potuto fare…”

“Quando Monsieur arrivò, ripassando per Lille, andò a fare visita al cavaliere di Lorena ancora malato… La sera, quando Monsieur andò a dormire, il suo primo valletto di camera chiese al sig. Boyer, primo maggiordomo, duecento pistole per pagare un arazzo che Monsieur aveva comprato a Audenarde. Nessuno aveva denaro, e se non glielo avessi prestato io, si sarebbero portati via l’arazzo. Monsieur che mi vedeva contare quel denaro davanti al mercante, non mi fece nemmeno la grazia di accorgersene.”

“Arrivando a Villers-Colterets, Monsieur ci trovò Madame(2) e tutta la sua corte composta da Madame de Monaco, dalla marescialla du Plessis, dalla Saint-Chaumot, dalla Thianges, dalla Fiennes e dalla Gourdon. Monsieur si rammaricò molto di non essere arrivato un giorno prima di Madame, per poter ordinare quello che bisognava mettere nelle camere, che trovò per disgrazia tutte ammobiliate… Fece mettere tutte le sedie sulla stessa linea, infittì le file di tavoli, di mensole, di piatti; collocò degli specchi in posizioni vantaggiose, fece affiancare ogni tavolo da quattro candelieri; e infine dispose generalmente di tutto l’insieme dei mobili con una cura meravigliosa… In quel periodo si riconobbe un così grande attaccamento nello spirito di Monsieur per il cavaliere di Lorena che lo si considerò come un favorito dichiarato. Monsieur non parlava mai a Madame né a tutta la sua corte se non dell’interesse che aveva per lui. Disse anche a Madame e a me che si sentiva impegnato da un giuramento a non nascondergli nulla. Non passava alcun giorno senza che gli scrivesse. Madame mi parlò di questa grande passione, le risposi che, dato che il cavaliere voleva preoccuparsi della gloria di Monsieur, dei suoi interessi, di allontanarlo dalle banalità, forse non sarebbe stata una cosa svantaggiosa che ci fosse un uomo che avesse del potere sul suo spirito. Madame mi testimoniò che credeva di avare abbastanza potere sullo spirito del cavaliere per obbligarlo a tenere una buona condotta.(3)”

“L’indomani, Monsieur mi disse che il cavaliere di Lorena stava per arrivare, che lui aveva deciso di dargli una posizione distinta da chiunque altro nel regno, di dargli alloggio nella sua casa, di dare gran credito al suo spirito, sapendo che lui era attaccato alla sua persona più che a quella del re, e avendogli sentito dire parecchie volte che, qualsiasi cosa fosse accaduta, sarebbe appartenuto sempre a lui e nello stesso modo in cui il duca di Montmorency era appartenuto al duca di Orléans… Quello stesso giorno il cavaliere di Lorena arrivò a Villers-Coterets; fu ricevuto da Monsieur con dei trasporti di gioia incredibile… Questo giovane uomo era così fiero di vedersi in un favore più grande di quanto avesse sperato, che non volle avere nessun rapporto con Madame, non ascoltando quello che lei gli diceva per il suo bene o per quello di Monsieur se non al fine di riferirlo a Monsieur. Venni a sapere da Mérille che Monsieur cercava solo un pretesto per non trattarmi più nello stesso modo al quale era abituato, volendo senza dubbio soddisfare l’umore geloso e poco comodo di questo cavaliere, che non poteva tollerare nel cuore di Monsieur nessuna amicizia, né piccola né grande… Durante questo periodo tutti i progetti di guerra con la Spagna abortirono. Monsieur aveva deciso, quando credeva di dover andare con l’esercito, di cacciare via, partendo, Mademoiselle de Fielle, figlia d’onore [dama] di Madame. Questa ragazza amava perdutamente il cavaliere di Lorena ed era ricambiata da lui nello stesso modo. Il loro amore era così pubblico che il padre Zoccoli, confessore di Monsieur, era stato costretto, il giorno di Pasqua, ad avvertirlo che in coscienza doveva fare cessare questo scandalo. Monsieur era già abbastanza portato in questa direzione da se stesso; l’attaccamento del cavaliere per quella ragazza non gli piaceva affatto. Il cavaliere fece per lui generosamente questo sacrificio, e Benserade fu incaricato di portare a questa ragazza l’ordine di allontanarsi dalla casa senza nemmeno parlarne a Madame. Il cavaliere se ne andò in campagna per qualche giorno, sia per non essere affatto importunato dai suoi lamenti, sia per essere in diritto di fingere di non aver saputo niente della sua disgrazia… Madame avvertì questa ragazza che lei in tutta questa faccenda non c’entrava affatto. Mademoiselle de Fienne, diffondendo la notizia ovunque, diede luogo ai nemici del cavaliere di Lorena di dire che la gelosia di Monsieur aveva richiesto questo sacrificio al cavaliere, e questo brutto discorso fece un danno terribile alla reputazione di tutti e due.”

“Dato che io andavo di rado da Monsieur e che lo scoppio di questo scandalo lo amareggiava, gli piacque immaginarsi, o lasciarsi persuadere, che ero stato io che avevo spinto il suo confessore a coinvolgerlo in questa faccenda… Quelli che gli avevano messo in mente questa idea sbagliata, gli facevano notare come l’oggetto della mia politica fosse di fare in modo o che il cavaliere di Lorena rompesse con Monsieur, rifiutandogli il sacrificio di questa ragazza, o che, sacrificandogliela, perdesse il suo onore, e anche Monsieur…”

“Questo cavaliere, o per paura o per gelosia, o per tutte e due le cose insieme, non poteva soffrire che io sopravvivessi,(4) per così dire, a me stesso, nell’anima di Monsieur. Forse lui credeva anche che io alimentassi la giusta avversione che Madame aveva per lui. Questo giovane uomo senza esperienza era così fiero del favore del suo padrone che non solamente avrebbe creduto di fargli torto nel dimostrare della compiacenza verso Madame, ma che molto spesso attirava su di lei dei modi di fare assai sgradevoli da parte di Monsieur. Forse questo poteva derivare dal fatto che non era orientato a convincerlo a vivere bene con lei…”

Il 20 Dicembre 1669 Madame scrisse a Cosnac: “Madame de Fienne ha mostrato la vostra lettera a Monsieur e benché lei dovesse intenerirlo, non so dire se lo abbia fatto; è molto tempo che non capisce più il Francese e che la sua lingua è ridotta a seguire ciecamente le intenzioni del cavaliere di Lorena… Se il re manterrà le promesse che mi fa ogni giorno, avrò meno dolori in futuro; ma voi sapete in che conto tengo delle promesse simili, soprattutto quando provengono da una persona che è lontanissima dal vostro accomodamento e che può fare quello che vuole. Per il buon padre Zoccoli, non c’è giorno che non faccia pressioni perché io tratti bene il cavaliere di Lorena… Io lo assicuro che, per costringermi ad amare un uomo che è la causa dei miei dolori passati e presenti, bisognerebbe che io avessi per lui un po’ di stima o di riconoscenza; quanto alla prima ipotesi non si sarebbe mai realizzata, e quanto alla seconda sarebbe stata quasi altrettanto impossibile, vista la sua condotta passata. Monsieur, nel frattempo, non avrebbe fatto la comunione a Natale, se io non gli avessi promesso nuovamente di non farlo cacciare; Io l’ho fatto, perché se avessi fatto il contrario non sarebbe servito a niente; ma ho avuto il piacere nello stesso tempo di dirgli tutto quello che si poteva dire sul danno che questa amicizia gli faceva, e sul dolore di vedere le mie parole considerate meno di niente…”

“Poco tempo dopo ho saputo che il favore del cavaliere di Lorena presso Monsieur era arrivato al punto più alto… e lo aveva talmente abbagliato che, non solamente quello non manteneva il senso della misura con Madame… ma che, in aggiunta, dava a Monsieur dei consigli di cui il re non era affatto soddisfatto, e che lo obbligarono a farlo arrestare e a farlo portare in seguito nel castello di Pierre Encise.(5) Monsieur fu sensibile a questa disgrazia del suo favorito, per quanto era capace di esserlo. Manifestò il suo risentimento attraverso il suo ritiro a Villers-Cotterets, e attraverso le maniere di cui fece uso con Madame, che lui riteneva essere l’unica causa di questa disgrazia…”

Il 10 marzo 1670, Madame scrive a Madame de Saint-Chaumont: “Le cattive impressioni che lui ha lasciato nello spirito di Monsieur fanno in modo che egli mi veda sempre con disagio. Il re ci ha riconciliati; ma vedendo che non può ancora, per qualche tempo, concedere le pensioni che ha destinato al cavaliere, mi tiene il muso e vuole, con il suo modo rude di trattarmi, fare sì che io desideri il ritorno del cavaliere.”

Il 26 di marzo, Madame scrive: “Senza avere paura della chiacchiere della gente, per autorizzare le lamentele contro di me, lui (Monsieur) ha detto che io l’avevo trattato da miserabile, che gli avevo rimproverato la vita che fa con il cavaliere, e molte altre cose di questo tipo, che hanno molto divertito il prossimo caritatevole… Monsieur non viene più da me, e non mi parla più, cosa che non mi era mai successa prima fino ad oggi, qualsiasi problema noi avessimo avuto.”

Il 6 Arile, Madame scrive: “Comunque, in mezzo a tutto questo fracasso, ha considerato una cosa buona riappacificarsi purché io facessi i primi passi; io li ho fatti con molta gioia… Mi aveva accusato di aver fatto verso di lui diecimila stravaganze. L’ho rassicurato che non era affatto così; che avrei dovuto essere impazzita, e che sarei stata disperata se lui avesse capito male… Tutte queste cose lo hanno tranquillizzato.”

Madame scrive il 14 aprile: “Monsieur in tutti i suoi addolcimenti mi ha detto che c’è bisogno che io lo convinca della mia amicizia verso di lui, mi assicura che non c’è che un mezzo;(6) o, per dirvi la verità, sarebbe una di quelle medicine che all’inizio sembrano buone, ma che sono seguite da una morte certa. Così c’è la parola del re che per otto anni non lo farà tornare. Bisogna sperare che prima di questo periodo Monsieur si sia chiarito le idee o sia guarito.”

Il 29 giugno, verso sera, Madame chiese un bicchiere di acqua di cicoria con ghiaccio, lo bevve e dieci ore più tardi spirò con i dolori della più violenta colica.(7)

Di Madame, seconda moglie di Monsieur, madre del Reggente

“Marly, 6 Agosto 1700.
Non vedo mai Monsieur qui, non ceniamo mai insieme; gioca tutta la giornata, e la notte ciascuno di noi è in camera sua. Monsieur ha la debolezza di credere che gli si porti sfortuna, e così io non assito quando lui gioca.”

“11 giugno 1717.
Mi ha fatto piacere quando Monsieur, poco dopo la nascita di sua figlia, si è fatto un letto a parte, perché non ho mai amato il mestiere di fare figli. Quando Sua Altezza mi fece questa proposta, gli risposi: Sì, molto volentieri, Monsieur; ne sarei molto contenta a patto che voi non mi odiate e che continuiate ad avere un po’ di bontà verso di me. Lui me lo promise e noi fummo tutti e due contenti uno dell’altro.”

“E poi era molto spiacevole dormire accanto a Monsieur; non poteva soffrire che gli si desse fastidio durante il suo sonno; bisognava dunque che io mi tenessi sul bordo del letto, al punto che sono caduta come un sacco. Sono stata quindi molto contenta quando Monsieur, con buona amicizia e senza asprezze, mi ha proposto di dormire ciascuno in un appartamento separato.”

“11 ottobre 1720.
Monsieur è sempre stato un devoto. Mi ha fatto ridere una volta di cuore. Si portava sempre a letto un rosario da cui pendeva una quantità di medaglie, che gli serviva per dire le sue preghiere prima di addormentarsi. Quando tutto questo era finito, sentii un grosso fracasso causato dalle medaglie, come se le muovesse in giro sotto le coperte. Gli dissi – Dio me lo perdoni, ma ho il sospetto che voi portiate a spasso le vostre reliquie in un paese a loro sconosciuto. Monsieur rispose: State zitta e dormite; non sapete quello che state dicendo.”

“Una notte, mi alzai molto dolcemente, misi la luce da una parte in modo da rischiarare tutto il letto, e nel momento in cui lui portava in giro le sue medaglie sotto le coperte, lo presi per il braccio e gli dissi ridendo: Questa volta non potete negare.”

“Monsieur si mise a ridere e disse: Voi siete stata ugonotta, non sapete il potere delle reliquie e delle immagini della Santa Vergine. Esse proteggono da ogni male le parti che uno ci strofina. Io risposi: Vi chiedo perdono, Monsieur, ma voi non mi convincete che sia per onorare la Vergine che voi portate in giro la sua immagine sulle parti destinate a togliere la verginità. Monsieur non poté trattenersi dal ridere e disse: Vi prego, non ditelo a nessuno.”

10 Maggio 1718.
“La marescialla di Grancey era una donna tra le più stupide. Monsieur buon’anima fingeva di esserne innamorato, ma se lei non avesse avuto altri amanti avrebbe certamente conservato la sua buona reputazione. Tra loro non c’è mai stato nulla di male; lei stessa diceva che se lui si trovava solo con lei, cominciava a lamentarsi subito di essere malato, diceva di avere mal di testa o mal di denti. Un giorno la sua dama gli propose una libertà singolare. Monsieur si mise subito i guanti,(8) ho visto che spesso lo prendevano in giro per questo, e ne ho riso parecchio.”

“Questa Grancey aveva una molto bella figura e una bella siluette quando io venni in Francia, e nessuno aveva per lei lo stesso disprezzo che aveva Monsieur per il fatto che, prima che il cavaliere di Lorena fosse suo amante, lei aveva già un bambino.”

“17 maggio 1720
Monsieur buon’anima era lui stesso la causa del fatto che i miei figli avessero paura di me, perché lui li minacciava spesso di ricorrere alla mia severità.”
“Non era d’altra parte di carattere tale che potesse affliggersi per lungo tempo. Amava molto i suoi figli, non era capace di rimproverarli, e veniva spesso a lamentarsi con me; io dicevo: Ma Monsieur non sono forse figli vostri come sono figli miei? Perché allora non li castigate? Lui rispondeva: Io non saprei fare rimproveri e loro non mi temono, temono soltanto voi.”

(Saint-Simon)

“M. di Chartres se ne uscì con delle frasi poco misurate, ma tipiche della sua età, che fecero arrabbiare il re. Lui non sapeva che cosa fare con suo nipote, che lui aveva costretto ad essere suo genero… Il re ne parlò a Monsieur, gli rimproverò la sua debolezza e di non sapere come avere autorità sui figli. Monsieur allora si arrabbiò… non era mai successo che Monsieur si lasciasse andare con lui a un tono neppure a mille leghe da quello, che era tanto più spiacevole per il fatto che era sostenuto da ragioni che non ammettevano replica… Il re fu abbastanza padrone di se stesso per rispondere non come re ma come fratello: disse a Monsieur che perdonava tutto alla tenerezza di un padre; lo blandì, fece tutto quello che poteva per riportarlo alla dolcezza e all’amicizia… I loro momenti di contatto privato trascorrevano sempre con asprezza dal lato di Monsieur; ma in pubblico non appariva nulla o molto poco, a parte il fatto che le persone che li frequentavano notavano delle lusinghe e delle attenzioni da parte del re, e una freddezza di Monsieur nel rispondergli, che non erano nelle abitudini né dell’uno né dell’altro…

“Altre pene spirituali tormentavano ancora Monsieur: “Aveva da qualche tempo un confessore che, benché gesuita, gli teneva il guinzaglio quanto più corto poteva. Gli tolse non solo i piaceri strani ma molti di quelli che lui pensava che fossero permessi, come penitenza per la sua vita passata. Gli diceva spesso che non voleva dannarsi per lui e che se la sua direzione spirituale gli sembrava dura non si sarebbe affatto dispiaciuto di vederlo scegliere un altro confessore. A questo aggiungeva che stesse bene attento a se stesso, che era vecchio, abituato alle dissolutezze, grasso, col collo corto, e che stando a quanto si vedeva, sarebbe morto di apoplessia, e molto presto. Quelle erano parole spaventose per un principe molto voluttuoso… Aveva paura del diavolo, si ricordava che il suo precedente confessore non aveva voluto morire mantenendo la sua funzione… (Rientrò un po’ in sé e visse in una maniera che si poteva definire “ristretta”). Faceva più volte molte preghiere, obbedendo al suo confessore… divenne per questo triste e abbattuto parlò meno del solito, cioè ancora come tre o quattro donne, di modo che tutti si resero conto di questo grande cambiamento. Erano abbastanza, tutte in una volta, le sue pene interiori e quelle esteriori dalla parte del re, per un uomo così debole come Monsieur e così impreparato a contenersi, ad essere arrabbiato e a mantenere il punto; ed era difficile che tutto questo non provocasse rapidamente una grande rivoluzione in un corpo così pieno e così gran mangiatore, non solo ai pasti, ma quasi per tutta la giornata.”

(Il mercoledì 8 giugno Monsieur venne da Saint-Cloud per cenare col re a Marly. Ebbero una grande discussione che bisogna leggere in Saint-Simon. Poi cenarono insieme. Monsieur “mangiò moltissimo come faceva in entrambi i pasti, senza parlare del cioccolato abbondante del mattino e di tutto quello che deglutiva di frutta, di pasticcini, di marmellate e di ogni tipo di caramelle, di cui i tavoli, le mensole e le sue tasche erano sempre piene.” Ritornò a Saint-Cloud, cenò, cadde in apoplessia, fu molto salassato, e morì qualche ora dopo. La descrizione della sua morte e la condotta del re e di Madame de Maintenon, malgrado siano cose interessanti, non fanno parte di questo capitolo.)

Il grosso della corte, dice Saint-Simon, perse molto perdendo Monsieur. “Era lui che portava alla corte i divertimenti, l’anima, i piaceri; e quando la lasciava, tutto lì sembrava senza vita e inerte… amava il gran mondo, aveva un’affabilità e una onestà che attiravano verso di lui la folla, e la distinzione che sapeva fare e che non mancava mai di fare delle persone che seguivano gli usi del loro rango, contribuiva parecchio a tutto questo… Al Palazzo Reale c’era sempre folla. A Saint-Cloud… una casa di delizie, con molta grandezza e magnificenza, e senza alcun aiuto da parte di Madame, … riceveva molta gente che da Parigi e da Versailles, andava ad arricchire la sua corte nei dopo cena, principi del sangue, gran signori, ministri, uomini e donne…”

“Del resto, Monsieur, che era molto valoroso, aveva vinto la battaglia di Cassel, e che aveva sempre mostrato un valore molto naturale in tutte le posizioni in cui si era trovato, non aveva d’altra parte che le cattive qualità delle donne. Con più mondanità che spirito, e con nessuna lettura, benché avesse una conoscenza estesa e molto precisa delle casate nobiliari, delle nascite e delle alleanze, non era capace di far nulla. Nessuno era più molle di lui, più debole, più timido, più ingannato, più governato, più disprezzato dai suoi favoriti, e molto spesso più maltrattato da loro; ficcanaso e incapace di tenere qualsiasi segreto, sospettoso, diffidente … facile a riferire le cose degli uni agli altri; … un gusto abominevole, che i suoi regali e i patrimoni che distribuiva a quelli che aveva preso in simpatia avevano reso pubblico con grande scandalo, regali che non avevano limiti né nel numero né nei tempi. Quelli [che aveva in simpatia] ricevevano tutto da lui, lo trattavano spesso con molta insolenza e gli davano anche sgradevoli preoccupazioni nel fermare liti alimentate da gelosie orribili… Il cavaliere di Lorena e Châtillon (alla corte di Monsieur) avevano fatto una grade fortuna con la loro figura, su cui Monsieur si era fissato più che su chiunque altro. L’ultimo dei due, che non aveva né pane, né buon senso, né spirito, poté qui salire di rango sociale e acquisì un patrimonio.”

“L’altro prese la cosa da guisardo, che non si vergogna di niente purché arrivi dove vuole, e condusse Monsieur comandandolo imperiosamente per tutta la vita, fu ricolmato di denaro e di benefici, fece per la sua casata quello che volle, rimase sempre pubblicamente il padrone a casa di Monsieur, … seppe mettersi tra il re e Monsieur e farsi trattare con rispetto, per non dire con timore dall’uno e dall’altro, e poté godere di una considerazione, di una distinzione, di un credito quasi altrettanto marcato da parte del re che da parte di Monsieur.”

“Monsieur era un uomo piccolo, panciuto, montato su trampoli, tanto le sue scarpe erano alte, sempre acchittato come una donna, pieno di anelli, braccialetti, pietre preziose dappertutto, con una lunga parrucca tutta spostata sul davanti, nera, incipriata, e nastri dovunque si potessero mettere, pieno di ogni tipo di profumi, e in ogni cosa incarnava la pulizia stessa; lo accusavano di mettersi un impercettibile colore rosso; il naso molto lungo, la bocca e gli occhi belli, il viso pieno ma molto lungo.”

Madame, scrive il 13 luglio 1716:

“Qui si dice che Madame (la prima) non era affatto bella, ma aveva una tale grazia che tutto le andava bene; non era capace di perdonare, volle fare cacciare il cavaliere di Lorena e ci riuscì, ma lui non l’ha perdonata. Ha mandato dall’Italia il veleno attraverso un gentiluomo provenzale che si chiamava Morel, che, per ricompensarlo, è stato nominato primo maggiordomo. Dopo che mi aveva ampiamente derubata gli è stata fatta vendere la sua carica ad un prezzo molto alto. Questo Morel aveva lo spirito di un diavolo, ma era un uomo senza fede e senza legge… Rubava, mentiva, giurava il falso, era ateo e sodomita, e teneva scuola di tutte queste cose, e vendeva dei ragazzi giovani come dei cavalli; andava tra il pubblico dell’Opera per fare lì il suo mercato.”

Il 3 Ottobre del 1705, così al corrente di queste cose che avrebbe potuto scrivere un libro sull’unisessualità, – lei stessa dice – scriveva alla sua cara Amélise:

“Dove siete state rinchiuse, voi e Louise, per conoscere così poco il mondo? Se si volessero detestare tutti quelli che amano i maschi, qui non se ne potrebbero amare che pochissimi. Ce ne sono di tutti i generi. Ce ne sono che odiano le donne come la morte e possono amare soltanto uomini. Mylord R. è di quel numero. Altri amano solamente dei bambini di dieci o undici anni; altri dei giovani dai diciassette ai venticinque anni, e questi sono i più numerosi. Altri non amano né gli uomini né le donne e si divertono da soli, ma sono meno numerosi degli altri.”
Quelli che amavano gli uomini dai diciassette ai venticinque anni o più maturi erano uranisti, molto più probabilmente degli altri.
__________

(1) Il cavaliere di Lorena, fatto come si dipingono gli angeli, si diede a Monsieur e divenne ben presto il favorito, il padrone che dispensava favori, e più risoluto a casa di Monsieur di quanto sia permesso esserlo quando non si vuole passare per il padrone o per la padrona di casa. (Vita di Daniel de Cosnac.)

(2) Enrichetta di Inghilterra.

(3) La prima cosa che Monsieur pretese dal cavaliere di Lorena fu che fosse legato unicamente a lui e che non entrasse minimamente negli interessi di Madame…; Madame mi disse che il cavaliere era innamorato appassionatamente di Mme de Monaco, che Mme de Monaco era sua amica del cuore a tutta prova e che quindi lei le avrebbe suggerito di suggerire tutto quello che poteva desiderare circa il signor cavaliere… Lui riconobbe certamente che era essenziale mantenersi in buoni rapporti con Monsieur e preferì la fortuna che si aspettava da Monsieur all’amore, finto o vero che fosse, che aveva per Mme de Monaco… Il cavaliere aveva solo mille scudi di rendita in tutto. (Seconda versione delle Memorie di Cosnac.)

(4) Dopo la disgrazia di Cosnac.

(5) Il cavaliere di Lorena, rinchiuso all’inizio nel castello di Pierre Encise vicino Lione, fu poi mandato al castello di If, in un’isola vicina a Marsiglia; poi ebbe il permesso di viaggiare fuori della Francia. Andò a Roma. Fu richiamato a corte nel 1670, alla morte di Madame.

(6) Cioè di fare tornare il cavaliere di Lorena.

(7) Madame aveva 26 anni. Lasciò due figlie del suo matrimonio con Monsieur: Maria Luisa che sposò Carlo II re di Spagna, e Anna Maria che sposò Vittorio Amedeo II, re di Sardegna.

(8) Madame de Thianges (sorella maggiore di Madame de Montespan) sembrava che gli fosse piaciuta più delle altre, ma il loro rapporto era piuttosto “una confidenza libertina” che non una vera galanteria. Lo spirito del principe era naturalmente dolce, benevolo e civile, capace di essere prevenuto e così suscettibile alle impressioni che le persone che lo avvicinavano potevano quasi dire di essersene impadronite, prendendolo per il suo lato debole. La gelosia dominava in lui ma questa gelosia lo faceva soffrire più di chiunque altro, la dolcezza del suo umore lo rendeva incapace delle azioni violente che l’altezza del suo rango gli avrebbe potuto permettere. (Histoire d’Henriette d’Angleterre, duchesse d’Orléans par Madame de la Fayette.)

__________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=5911

OMOSESSUALI E ORRORE DI FRONTE ALLA DONNA SECONDO RAFFALOVIC

I due capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi affrontano il cosiddetto “orrore di fronte alla donna” (horror feminae). Raffalovich prende in esame la reazione degli omosessuali di fronte al coito con una donna; non si sofferma affatto sulla possibilità o meno per un omosessuale, di avere rapporti sessuali con una donna, ritiene semplicemente che la cosa sia decisamente molto più comune di quanto appare attraverso la letteratura, ma, proprio prendendo in esame i rapporti sessuali degli omosessuali con le donne, ne coglie la dimensione di forzatura, di cosa sostanzialmente “non sessuale”, di sforzo di volontà che rappresenta una violenza alla volontà libera, in sostanza una forma di onanismo incapace di lasciare ricordi. Tutto ciò deriva dall’indifferenza dell’omosessuale verso la donna, ma non è certo un segno di odio o di orrore. L’orrore verso il coito eterosessuale, in un uranista non è un fatto necessario o naturale, ma, per Raffalovich, è indotto da una serie di circostanze sulle quali l‘autore si sofferma.

Nel secondo dei due capitoli che potete leggere nel seguito, Raffalovich riporta una serie di citazioni dal Satyricon di Petronio, un’opera dei tempi di Nerone ma di straordinaria attualità, che per secoli è stata ostracizzata ma che andrebbe riletta con una maggiore consapevolezza critica. A coloro che ne condannavano l’immoralità, si opponevano coloro che ne rivendicavano la piena legittimità, ma che la vedevano comunque come una specie di romanzo erotico ante litteram. In realtà, se ci si libera dai pregiudizi nell’uno come nell’altro senso, si potrà capire che il Satyricon è un vero romanzo d’amore e che i sentimenti che descrive non sono una parodia, satirica appunto, della realtà, ma ne sono una rappresentazione seria. Nei brani citati da Raffalovich è presa in considerazione in particolare la posizione di Encolpio, innamorato di Gitone, ma capace di apprezzare sessualmente anche le donne. Dai brani citati risulterà evidente che Encolpio non è innamorato della bella Trifena e nemmeno del bel Lica, che pure cerca di sedurlo, ma soltanto e perdutamente del suo Gitone, che lo fa soffrire ma che è l’unico che può fargli provare un profondo trasporto affettivo oltre che sessuale.

Ma lascio la parola a Raffalovich.

_______

Orrore di fronte alla donna

Io credo che si troverà che la facoltà (non dico il desiderio) di avere rapporti sessuali con i due sessi è molto più normale e diffusa di quanto non sia stato scritto. I rapporti col sesso verso in quale l’uomo non ha inclinazione lo soddisfano solamente fisicamente, momentaneamente, e gli sembrano un atto basso e inferiore. Si sentono alcuni uranisti dire che per loro il coito con una donna è un atto fisico, animale, stancante, mentre qualsiasi atto sessuale con un uomo di loro scelta (anche fisica) può mettere in gioco tutte le loro emozioni, tutte le loro vanità. L’uranista, la maggior parte delle volte, compie il coito con una donna attraverso uno sforzo di volontà e nello stesso tempo contro la sua stessa volontà.

L’uomo eterosessuale cerca nella donna una compagna, una serva, un’amante, della quale può andare orgoglioso, un divertimento, un diversivo, un’occupazione e la madre dei suoi figli. L’invertito, pur restando profondamente invertito, può nascondere la sua unisessualità alle donne, senza intaccare il suo ideale di unisessualità. Al contrario, più è amato da sua moglie e dai suoi figli, più le donne appartenenti ad un mondo o ad un altro lo occupano, o anche lo divertono, più si dà da fare per farsi notare dalla gente mostrandosi con una donna bella o interessante o alla moda, più avrà bisogno di ciò che per lui è la realtà, la verità, il centro, o l’illusione necessaria, la visione, l’orizzonte. Più le donne possederanno la sua vita fisica o morale, più i suoi desideri unisessuali fisici o platonici o romantici si espanderanno. L’orrore di fronte alla donna non è un elemento distintivo indispensabile o normale dell’invertito più invertito, ma può essere acquisito e coltivato.

La misoginia, l’orrore mescolato alla paura nei confronti della donna come essere fisico, morale e intellettuale, è una malattia, una mania, una fobia: ma uno sdegno intellettuale, un fastidio intimo (ci sono uomini molto eterosessuali che trovano che la più grande prova d’amore è sopportare il fastidio causato dalla donna amata) un fastidio che l’affetto o la simpatia o la bontà o il rispetto per una qualità qualunque possono far superare, questo fastidio-sdegno è logico, frequente, e deriva dal carattere dell’uomo, dal carattere della donna e dalla civiltà che circonda la donna di tanta curiosità e di tanta cortesia. Molte donne ignorano la loro mancanza di attenzione o di memoria, i loro infantilismi, i loro difetti, e tutto ciò che di loro è stato tanto vantato, l’enigma che degenera in rebus. L’uomo annoiato o allontanato da tutto ciò che ho appena indicato, e che è così diffuso tra le persone più colte il cui cervello non è tanto perfezionato quanto i loro atteggiamenti, o l’uomo respinto dalla ristrettezza mentale e dall’opacità di altre donne che non si mettono in posa, o respinto dalle loro pretese, quest’uomo non ha nulla di sorprendente. L’eterosessuale non avrà vergogna di confessare questa noia, questa critica spesso inevitabile.

L’invertito prova sensazioni o pensa nello stesso modo. Sarà forse più portato all’indulgenza rispetto all’eterosessuale, ha più pazienza se non ha sofferto a causa delle donne, se ha vissuto al riparo dalle complicazioni che le donne producono, o se ha delle amiche che stima e di cui non ha mai avuto da lamentarsi. Le donne saranno per lui quello che sono per la maggior parte degli eterosessuali: gli saranno simpatiche, indifferenti o sgradevoli, secondo le circostanze, la loro condotta, la loro natura e la sua capacità di capirle.

Potrà per simpatia estetica e morale, per l’attrazione di certe qualità fisiche e intellettuali, per delle virtù o dei talenti, per il merito o per gli orpelli essere anche portato al limite stesso dell’eterosessualità, e più di uno ha seguito questa strada almeno una volta, o è stato tentato più di una volta di seguirla. Il desiderio del focolare domestico, della paternità, o l’illusione del teatro, della commediante travestita o in un abito di fantasia, ha probabilmente visitato tutti gli uranisti in un momento o in un altro, anche quelli che sono del tutto ribelli e contenti della loro sorte o che come Prometeo, non vogliono sottomettersi.

Ma se delle donne arrivano a calunniarli ad interrompere lo scorrere pacifico dei loro affetti o la loro ricerca di un amore prezioso; se delle donne fanno soffrire quello o quelli che essi amano, se la gelosia o la paura delle donne si impossessa di loro, allora essi le detestano, le analizzano, le disprezzano, ne hanno terrore: sono le Nemiche,[1] delle nemiche che non si possono evitare, insinuanti, che non perdonano mai e dimenticano ancora meno, che tra loro si danno alla maldicenza.

Dato che essi non desiderano nulla da loro, quando diventano antipatiche, non c’è più alcuna idealizzazione, o cristallizzazione; devono lamentarsi delle donne e si vendicano detestandole. Comunque questo stato di cose non è destinato a durare: perché porterebbe alla follia della persecuzione.

Da quando le donne li hanno ostacolati, sconvolti, la freddezza sessuale verso di loro si muta in antipatia, in repulsione e può raggiungere il parossismo, l’orrore. L’odore della donna li stomacherà, il suo sudore! Diventeranno sensibili all’odore mestruale come a tutte le traspirazioni. Questo accade in parte perché si abbandonano a delle antipatie , ad un antagonismo di lunga data, e in parte perché essi creano delle antipatie o un antagonismo. È la lotta che dà una forma all’indifferenza, che la metamorfosizza e la traspone.

Anche per l’eterosessuale è facile scivolare sulla china dell’antipatia personale fino all’orrore sessuale. Ci sono molte donne che producono su molti eterosessuali una rivolta e delle sensazioni che possono arrivare fino all’orrore del coito. Perché un uranista ben portante arrivi ad un orrore simile bisogna che la sua tendenza unisessuale sia o molto contrastata o molto supereccitata. Il matrimonio è tanto pericoloso per certi uranisti perché li obbliga a soddisfare i loro istinti unisessuali.

L’uomo che ama l’uomo con i suoi sensi e col suo spirito considera ordinariamente il coito con una donna come un atto fisico che non lascia che stanchezza, quella tristezza dell’animale che si è reso più debole senza avere neppure un ricordo in cambio. È dopo dei rapporti con una donna che l’uranista è soprattutto esposto a dei tentativi unisessuali incoercibili. È forse più facile astenersi del tutto da qualsiasi commercio carnale che limitarsi esclusivamente a quello che non soddisfa affatto l’immaginazione, la vanità, la decenza: perché a molti invertiti i rapporti eterosessuali sembrano poco decenti.

La volontà dell’uranista che pratica il coito, o uno dei suoi sostituti, con una donna (se non è entusiasta del matrimonio, ansioso di avere figli, di fare il suo dovere verso sua moglie, e in questo caso sarebbe molto meglio per lui se non ci fosse un simile dovere), è così contraddetta, così scioccata; lui è totalmente schiacciato dal mondo, si sente una vittima, oppresso da una forza più grande di lui al punto di provare la stanchezza terribile e delusa di un animale più che di un uomo.

Tutti i medici ripetono con enfasi che la soddisfazione unisessuale tranquillizza l’invertito, lo rende forte, riposato, ben portane. È una cosa del tutto naturale, bisogna ricordarselo sempre quando si giudica un unisessuale. La sua antipatia verso la donna aumenta sia attraverso l’asservimento, l’annientamento della sua volontà che in funzione del benessere che egli avrebbe provato nel letto di un maschio “simpatico”. Non c’è da stupirsi allora se, alla lunga, prova la sensazione che la corvée coniugale gli è intollerabile a meno di non essere costretto a sopportarla.

Lui prova quello che prova una moglie che non ama suo marito e che ama un altro. L’uranista effeminato, probabilmente, ha più spesso questo orrore fisico del coito, ma l’uranista virile o extra-virile, forzato a sacrificare la sua volontà, arriva per risentimento a un simile orrore. L’effeminato ha potuto talmente femminilizzarsi, ha potuto talmente abituarsi a dei sentimenti da donna, talmente indebolirsi fisicamente, permettendosi degli scatti di nervi e dei momenti di collera, che i rapporti eterosessuali possono sembrargli una forma di onanismo inutile o nociva. D’altra parte più di un invertito prova un piacere malizioso a non esaudire i desideri di una donna.

Quando l’uranista ha avuto una disavventura di salute, quando una donna l’ha infettato, il suo orrore può diventare insuperabile.

Riassumo:

L’orrore del coito non esiste sempre o necessariamente; può comunque sopravvenire in qualsiasi occasione. Un atto sessuale che non interessa, che non è un atto sessuale, non ha nulla di desiderabile per un uomo raffinato e civilizzato; e non gli viene facilitato, normalmente, né dalla bellezza fisica della donna, né da una inquadramento ideale né da circostanze lusinghiere o romantiche. L’uranista, con una donna, resta indifferente. Servono degli avvenimenti fortuiti o molto particolari per cambiare l’indifferenza in orrore.[2]

Gli effeminati hanno dovuto sempre adattarsi al coito con le donne, almeno gli effeminati un po’ passivi, o stanchi o delicati; ma gli uranisti virili devono evitare la donna più degli altri. In effetti la posizione sociale della donna, dopo il Cristianesimo, dopo che essa ha lasciato il gineceo, l’ha resa molto più antipatica sessualmente per l’uranista. È il simbolo sociale della donna che impedisce a più di un uranista virile di avere rapporti eterosessuali.

I frammenti di Petronio che sto per citare mostreranno Gitone, Manon Lascaut unisessuale, amato da due uranisti, di cui uno, Encolpio, l’eroe del romanzo, può soddisfare i desideri lubrici con delle donne, ma prova amore psichico solo per Gitone.

Frammenti del Satyricon

Encolpio (l’”io” del testo) è un Desgieux[3] dissoluto, Gitone[4] è la Manon Lescaut dell’unisessualità romana.

“Appena arrivai nella mia stanza mi misi a letto col mio caro Gitone… Dio dell’amore, che notte! … Avevo torto comunque ad essere contento della mia sorte, perché approfittando del mio sono, Ascilto prelevò Gitone dalla mie braccia stordite dall’ubriachezza, e se lo portò nel suo letto. Lì, mettendo sotto i piedi tutti diritti umani più sacri, usurpò senza il minimo scrupolo i piaceri che appartenevano soltanto a me, e si addormentò sul petto di Gitone, che non sentì, o forse fece finta di non sentire l’ingiuria che Ascilto mi faceva. Al mio risveglio cercai vanamente nel mio letto solitario l’oggetto del mio amore: per vendicarmi dei due spergiuri, fui tentato di infilzarli con la mia spada e di farli passare dal sonno alla morte, ma alla fine, prendendo la decisione più saggia, svegliai Gitone a bastonate; poi gettando su Ascilto uno sguardo violento, Scellerato, gli dissi, con una vile aggressione hai violato le leggi dell’amicizia, prendi le tue cose e vattene… – Ascilto sembrò acconsentire; ma dato che abbiamo diviso d’amore e d’accordo le nostre cose, ora, disse, dividiamoci anche il ragazzo.

“All’inizio pensai che fosse una battuta, e che sarebbe partito; ma lui, sguainando la sua spada con una mano fratricida: Tu non ti godrai da solo questo tesoro, gridò…

“Anche io salto sulla mia spada, e arrotolando il mantello intorno al mio braccio, mi metto in guardia. Durante questi sfoghi furiosi, l’infelice ragazzo abbracciava le nostre ginocchia, e bagnato di lacrime ci supplicava di non sporcarci le mani col sangue del fratello al quale fino a poco prima ci univa una tenera intimità. – Sì, gridò, se la morte di uno di noi è necessaria, ecco il mio collo, colpite! Affondateci le spade! Tocca a me morire, a me che ho mandato in frantumi i legami della vostra mutua amicizia.

“Disarmati da queste preghiere, rimettemmo le spade nel fodero. Allora Ascilto disse: Gitone appartenga a quello di noi che lui stesso preferirà. Lasciamo almeno che scelga liberamente quello di noi che vuole per fratellino. – Pieno di fiducia nell’antichità delle mie relazioni con quel ragazzo, che sembravano unirmi a lui con una specie di parentela, accettai con ansia la scelta che Ascilto mi proponeva e mi affidai al giudizio di Gitone; ma lui, senza stare troppo a soppesare le cose e senza mostrare un solo istante di esitazione, scelse Ascilto per fratellino.

Fulminato da questa conclusione, non ebbi neppure l’idea di riprendermi Gitone con le armi, e caduto sul mio letto mi sarei dato la morte se non avessi temuto di aumentare il trionfo del mio rivale. Fiero del successo, Ascilto se ne va col trofeo                della sua vittorie, lasciando un antico compagno, il compagno della buona come della cattiva sorte, che fino a ieri ancora chiamava amico, solo e senza soccorso in un paese straniero… Feci un pacchetto dei miei stracci e me ne andai tristemente ad alloggiare in un posto poco frequentato, sulla riva del mare. Là rimasi tre giorni senza uscire: il ricordo del mio abbandono e del disprezzo di Gitone mi tornava incessantemente in mente; mi spaccavo il petto emettendo singhiozzi dirompenti e nella mia violenta disperazione gridavo spesso: Perché il mare, così funesto anche per gli innocenti, mi ha risparmiato? Ho ucciso il mio ospite, e nonostante tutto sono sfuggito al castigo… eccomi solo, abbandonato come un mendicante, come un esiliato, in questo brutto albergo di una città greca. E chi mi sprofonda in questa terribile solitudine? Un giovane uomo contaminato da ogni specie di dissolutezza… i cui favori erano venduti al miglior offerente… e che dirò dell’altro, di questo Gitone, che si mise i vestiti da donna quando era il tempo di mettersi la toga virile, … che in una prigione si abbandonò alle carezze degli schiavi più vili; che dopo essere passato dalle mie braccia in quelle di un rivale, abbandona di colpo un vecchio amico, e come una vile prostituta, o vergogna! nello spazio di una sola notte sacrifica tutto alla sua nuova passione. Adesso, come una coppia felice, passano le notti intere nei più dolci abbracci. Forse anche in questo momento, esausti entrambi per l’eccesso del piacere, ridono sul mio triste abbandono…

“Sono andato alla terme con Eumolpo. Rientrandoci ho visto Gitone appoggiato contro il muro che teneva in mano degli stracci e dei raschietti da inserviente di bagno pubblico. Dalla sua aria triste e abbattuta si indovinava facilmente che serviva Ascilto suo malgrado. Mentre lo guardavo con attenzione per assicurarmi che fosse proprio lui, mi vide e girando verso di me il viso in cui brillava la gioia più viva: Grazie, fratello mio, abbi pietà di me. Qui non vedo più brillare le armi e ti posso fare conoscere i miei veri sentimenti. Liberami dalla tirannia di un brigante sanguinario e per punirmi del giudizio che ho pronunciato contro di te, infliggimi pure i più severi castighi; ma non è forse un supplizio abbastanza crudele per il disgraziato Gitone avere perso il tuo affetto? – Gli ordino di farla finita con le recriminazioni per paura di attirare l’attenzione… poi trascino Gitone fuori da quei luoghi e scappiamo a gambe levate verso il mio albergo. Là, chiudendo la porta dietro di noi, mi precipito nelle sue braccia, e coi baci ardenti asciugo i pianti di cui le sue gote sono inondate. Rimanemmo per parecchio tempo senza poter proferire parola perché questo amabile ragazzo si squarciava il petto a forza di singhiozzi. – Che vergogna per me, gli dicevo, amarti ancora dopo il tuo abbandono. Ricerco invano nel mio cuore la profonda ferita che tu ci hai fatto, ma non ci trovo più nemmeno la cicatrice. Come puoi giustificarti di avermi abbandonato così per volartene a nuovi amori? Avevo meritato il tuo affronto? Gitone, vedendo che lo amavo ancora inarcò le sopracciglia ancora più sorpreso. Comunque, proseguii, io non ho cercato nessun altro arbitro se non te, per giudicare chi, Ascilto o io, meritasse di più il tuo amore; ma io sopprimo anche le mie giuste lamentazioni, mi dimentico di tutto a condizione che il tuo pentimento sia sincero. Pronunciando queste parole gemevo, versavo un torrente di lacrime. Gitone, asciugandomi il viso col suo mantello mi disse: Sii giusto, Encolpio; mi richiamo alla tua memoria: sono io che ti ho abbandonato? E non ti sei tradito da te stesso? Lo confesserò francamente e senza girarci intorno, quando vi ho visti tutti e due con le armi in mano, mi sono messo dalla parte del più forte. – A queste parole mi gettai al suo collo e baciai la bocca dalla quale era uscita una risposta così sensata; poi, per meglio convincerlo che gli perdonavo il passato, e che il mio amore per lui era così vivo e così sincero come non mai, gli prodigai le più tenere carezze…

(Eumolpo, il poeta, rende visita a Encolpio, si mostra fin troppo galante verso Gitone, poi racconta quello che gli è capitato alla terme: )

“Mentre facevo il bagno, mi sono salvato dall’essere ammazzato, perché per distrarre quelli che erano seduti intorno alla vasca, ho cominciato a declamare loro uno dei miei poemi. Cacciato dalla terme, come mi è spesso capitato di essere cacciato dal teatro, vi cercavo da tutte le parti e gridavo forte: Encolpio! Encolpio! Quando dalla parte opposta un giovane uomo, tutto nudo e che aveva perso i suoi vestiti si mise a gridare forte quanto me e con una voce animata dalla collera: Gitone! Gitone! C’era però tra noi una differenza, perché i valletti delle terme ridevano di me come se fossi un folle e mi facevano la caricatura con insolenza, mentre la numerosa folla che stava intorno a lui gli prodigava applausi e testimonianze di una rispettosa ammirazione. Bisogna che vi dica che la natura lo ha dotato così riccamente degli attributi della virilità che per la grandezza delle sue proporzioni lo si potrebbe scambiare per Priapo. … Così non restò per molto tempo in imbarazzo, perché non so quale cavaliere romano, ben noto, mi hanno detto, come un infame debosciato, vedendolo correre tutto nudo lo coprì col suo mantello e se lo portò a casa, certamente per assicurarsi il monopolio di questa buona fortuna … Come è vero che si fa più caso ai doni del corpo che a quelli dello spirito! – Ad ogni parola che Eumolpo diceva, io cambiavo colore; perché se la disavventura capitata al mio amico mi aveva reso contento all’inizio, ero desolato di vederla volgere a suo vantaggio..

“Un banditore pubblico entrò nell’albergo, seguito da un valletto di città e da una grande folla di curiosi: agitando una torcia, lesse ad alta voce: Un ragazzo di circa 16 anni, di nome Gitone, coi capelli ricci, di corporatura delicata e di aspetto gradevole, si è appena smarrito nelle terme; mille sesterzi di ricompensa a chiunque lo riporterà o potrà indicare il luogo dove si trova…

“Frattanto[5] Trifena, sempre sdraiata su Gitone, copriva il suo petto di baci… Quanto a me , il loro riaccomodarsi mi provocava tanta impazienza quanta amarezza, al punto che io non potevo né bere né mangiare. Lanciai ad entrambi degli sguardi terribili; i baci, le carezze di questa donna impudica erano per me altrettanti colpi di pugnale. Non sapevo contro quale dei due dovevo indirizzare il mio furore, o contro Gitone, che mi toglieva la mia amante o contro Trifena, che mi corrompeva il ragazzo. Entrambi mi offrivano uno spettacolo odioso e più triste ancora della passata prigionia. Per aggiunta di dolore, Trifena evitava la mia conversazione e sembrava non riconoscere più in me un amico, un amante che fino a poco prima le era così caro. Gitone da parte sua, non mi trovava degno di una bevuta alla mia salute, come accadeva di solito, e neppure mi rivolgeva la parola come avrebbe fatto con qualsiasi altra persona… Affranto dal dolore, inondavo il mio petto di lacrime, e i miei singhiozzi, che cercavo di soffocare, mi soffocavano. Frattanto, nonostante la mia tristezza, la parrucca bionda che mi avevano fornito prestava senza dubbio un po’ di nuovo fascino al mio viso; tanto che Lica, il cui amore per me si era riacceso, mi lanciava degli sguardi appassionati e cercava di condividere con me i piaceri che Trifena gustava con Gitone: lui non assumeva il tono di un padrone che ordina ma quello di un amante che implora un favore. Mi fece pressione per parecchio tempo: poi vedendosi respinto, il suo amore si mutò in furore, voleva strapparmi con la forza quello che io rifiutavo alle sua preghiere, quando Trifena, entrando nel momento in cui lui meno se lo aspettava, fu testimone della sua brutalità. Alla sua vista, lui si turba, si riaggiusta in fretta e se ne scappa. Questo incidente rianima i desideri di Trifena: Qual era lo scopo – mi dice – dei petulanti attacchi di Lica? – mi costringe a raccontare tutto. Questo racconto accende ancora di più la sua passione … ma stanco per i troppi piaceri, respinsi sdegnosamente le sue avances.

“Il naufragio. – Quanto e me, chinato su Gitone, gridavo piangendo: Ahimé! Il nostro amore aveva meritato dagli dei che ci unisse una medesima morte; ma la sorte gelosa ci rifiuta questa consolazione. Vedi questi flutti che stanno per inghiottire il nostro vascello; vedi queste onde furiose che ben presto metteranno fine ai nostri dolci abbracci. Gitone, se tu hai mai avuto un po’ di affetto per Encolpio, coprimi di baci: perché ancora è tempo e rubiamo ancora questo ultimo piacere alla morte che si avvicina. Appena riuscii ad ottenere che Gitone si spogliasse del suo vestito e si avvolgesse nel mio, che avvicinasse alle mie labbra la sua testa affascinante; poi per attaccarci così strettamente che la potenza dei flutti non potesse separarci, lui ci legò entrambi con la stessa cinghia.[6]

________

[1] “Vedere sempre serpeggiare la vipera dorata,

sempre questa compagnia il cui cuore non è sicuro,

la donna, bambino malato e dodici volte impura.”

Alfred de Vigny (1797-1863) – [La colère de Samson]

[2] La maggior parte degli uomini di una certa età provano un’indifferenza fisica e sessuale gli uni nei confronti degli altri; l’orrore sessuale richiederebbe delle motivazioni speciali e determinate.

[3] Nota di Project: – Il protagonista maschile di Manon Lescaut.

[4) Nota di Project: – Uno dei tre protagonisti del Satyricon di Petronio. In Francese il termine “giton” è usato correntemente nel senso di omosessuale passivo nel coito anale.

[5] Questo succede sul battello.

[6] Gli adoratori del dolce romanzo dell’abate Prévost dovranno riconoscere di mala voglia la similitudine morale tra Encolpio-Gitone e Desgirieux-Manon.

__________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=5787

GAY IN FUGA DAL MATRIMONIO ETERO

Ciao Project, ti scrivo con molta ansia addosso, non per te ma perché devo uscire il più presto possibile da una situazione che mi sta facendo a pezzi. Ho trentadue anni, sono fidanzato a casa con una ragazza e ormai tutti mi stanno mettendo alle strette perché io mi decida a sposarla. Ho letto su “Essere Gay” dei gay sposati e più ci penso più mi viene il terrore di essere costretto a fare una cosa che non voglio fare. Vivo in un paesetto di una provincia veneta, in un mondo in cui tutto è dato per scontato, in cui il matrimonio è un dovere inderogabile e l’omosessualità è considerata come la peggiore disgrazia. Qui tutti si fanno gli affari degli altri, perché tutti, e specialmente le donne, non fanno nulla dalla mattina alla sera e quindi non fanno che spettegolare. Io non ho dubbi sul mio essere gay, con la mia ragazza ho avuto anche (raramente, molto raramente) dei rapporti sessuali, nei quali una sola volta sono arrivato fino in fondo ma erano cose che riuscivo a fare solo per non deludere la mia ragazza e forzandomi molto. L’unica volta che abbiamo fatto sesso completo (ovviamente col preservativo, perché l’eventualità di figli non voluti mi avrebbe incastrato in via definitiva) ho provato proprio un profondo senso si repulsione e di nausea (e lei non se n’è nemmeno accorta), ma poi nonostante le insistenze della mia ragazza non l’ho voluto rifare più per nessuna ragione e ho rinviato tutto a dopo il matrimonio. Adesso io ho 32 anni e lei 29, sento il fiato sul collo sia della mia famiglia che della sua, che non fanno che insistere perché si fissi la data del matrimonio. Qui in paese io e la mia ragazza usciamo sempre in coppia da anni e la gente dà per scontato che sposeremo prestissimo, lei poi è cattolicissima, in tutto e per tutto dipendente da quello che le dice il parroco che la ha detto che deve affrettare i tempi per evitare il rischio di altri rapporti prematrimoniali! Loro si preoccupano di questo, ma io sono proprio al limite. A casa mia la parola gay è considerata una parolaccia da sempre. I miei sono persone istruite ma del tutto ignoranti su queste cose e anche loro sono profondamente cattolici. Io non vado con loro a messa ormai da dieci anni e loro pensano che io non vada più in chiesa perché faccio sesso con la mia ragazza e non ci voglio rinunciare. Dire ai miei che sono gay sarebbe terribile per loro e soprattutto per me, perché io ancora non ho trovato un lavoro stabile e, al bisogno, non me ne potrei comunque andare di casa. Ma come potrei pensare di rimanere in casa coi miei se sapessero che sono gay? Loro non solo non sospettano nulla ma pensano che io sia uno che con la sua ragazza ne combina di cotte e di crude e anche per questo mi consigliano sposarmi presto, perché così, secondo loro, mi metterei a posto anche la coscienza. C’è anche un altro problema: il mio futuro suocero (mai sia!) ha una piccola industria e ha un sacco di soldi, mentre i miei di quattrini ne hanno pochini e mio suocero si è offerto di prendermi a lavorare nella sua azienda, naturalmente “dopo il matrimonio” che quindi avrebbe anche un ritorno economico notevole, solo che così io sarei legato mani e piedi a una situazione assurda. La mia ragazza ha fatto sesso solo con me e quando l’abbiamo fatto, prima si è sentita in paradiso per una cosa che per me era del tutto forzata e contro natura (ma non se ne è nemmeno accorta!) e poi si è fatta prendere dallo sconforto religioso e si è andata a confessare, e lì sono cominciate le insistenze del parroco. Capisci in che mondo vivo, Project? Tu mi dirai che in questa situazione non mi ci dovevo cacciare e che in fondo non faccio che pagare la mai stupidità, ma con lei abbiamo cominciato quando io avevo 17 anni e lei 14, era tutto un gioco, a me serviva per mettere da parte l’omosessualità, che c’era anche allora, e per darmi arie da ragazzo grande. Che devo fare, Project? Ho veramente paura di non riuscire a venirne fuori, qualsiasi cosa io faccia mi rovino la vita: sposarla, no, proprio non me la sento, io ho sempre desiderato ragazzi e non ragazze, ci sono dei ragazzi ai quali ho pensato come un ossesso, cosa che per lei non è masi successa nemmeno a livello minimo, ma come faccio a rompere il fidanzamento al punto in cui siamo? Non posso dire: “Scusate, non me la sento perché sono gay!” Sento già il comento di mia madre: “Prima te la sei spassata con quella povera ragazza e adesso pensi di potertene uscire fuori in questo modo?” Perché se dicessi che sono gay non ci crederebbe nessuno, proprio nessuno, la considererebbero come una scusa di pessimo gusto, perché non mi hanno mai visto correre dietro ai ragazzi e su di me non ci sono mai state chiacchiere del tipo di quelle che girano su altri ragazzi del paese. Io ho proprio il marchio DOCG dell’etero e questa etichetta non me la schioda nessuno. Ho pensato ad altre vie d’uscita e mi sembra che ce ne possa essere solo una praticabile e cioè quella dell’infertilità, potrei dire che da controlli fatti non posso avere figli, con una motivazione del genere forse potrei riuscire a cavarmene fuori, ma in primo luogo sarebbe un falso e poi c’è il rischio molto concreto che vogliano portarmi per forza a vedere “che cosa si può fare” e lì verrebbe fuori tutto l’inghippo, però potrei rifiutarmi e dire che la cosa è chiara e che non mi sposerò comunque (perché non mi sposerò certamente), che non l’ho detto alla mia ragazza perché non ne avevo ancora la sicurezza… lo so che è un imbroglio, ma io voglio uscire da questa storia il più presto possibile e ne voglio uscire senza danni, perché non sono in condizioni di potermi allontanare dal paese. Che ne dici, Project? Io non mi sentirei in colpa per una cosa del genere, in fondo non è un vero imbroglio ma un modo per concludere in modo accettabile una cosa che non doveva nemmeno cominciare. Certo avrei problemi con i miei, dovrei dare spiegazioni anche a loro, vorrebbero sapere almeno perché ho fatto i controlli della fertilità, perché ho avuto dei dubbi su questa cosa, però penso che riuscirei a zittirli. Mi sono studiato bene le problematiche tipiche dell’infertilità maschile, ne so quasi quanto un dottore e ho letto decine di referti come quello che potrei dire di avere ricevuto io. In fondo, per riservatezza potrei non mostrare niente a nessuno, o, al massimo, potrei scrivere un falso referto di un istituto inesistente … lo so che in un certo senso è un imbroglio ma io non ho scampo e non mi voglio assolutamente sposare, è proprio un’idea che mi fa venire il rigetto, come faccio a fare sesso (e da sposato lo dovrei fare addirittura senza preservativo, cosa che mi sembra assolutamente repellente) con questa ragazza e a “doverlo” fare per tutta la vita? Sarebbe una tortura indicibile e poi con mia moglie non avrei nessuna possibilità di parlare chiaro, sarebbe un imbroglio (quello sì che sarebbe un imbroglio vero!) che dura tutta la vita. Rovinerei la mia vita ma rovinerei anche la sua e questo non deve proprio succedere. Project, tu hai un’altra soluzione praticabile e non distruttiva? Se ce l’hai, per carità, dimmela e dimmela subito, perché io devo arrivare a prendere una decisione e in tempi molto rapidi, o meglio, io la mia decisione l’ho già presa e mi serve solo un po’ di incoraggiamento perché non ci sono alternative e non si può più andare avanti così. Mi sento molto meschino nel pensare a tutti questi raggiri, mentre sarebbe più dignitoso dire semplicemente la verità ma credo che l’infertilità sia una cosa meno traumatica e più accettabile per entrambe le parti. Una ragazza lasciata dal fidanzato che “dice” di essere gay può starci veramente malissimo, può sentirsi una stupida, ingannata e presa in giro in modo pesante da uno che, appunto, “dice” di essere gay per scaricarla ma che aveva anche fatto l’amore con lei e quindi ai suoi occhi non sarà mai gay, mentre se è stata lasciata per motivi di infertilità può accettarlo più facilmente e senza covare sentimenti di odio. Sono ragionamenti meschini che servono solo a salvare la faccia? Non lo so, Project, adesso aspetto solo con ansia la tua risposta.

__________

Se volete, potete partecipare alla discussione di quetso post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=20&t=5242