AMORE GAY LIBERO E CONVIVENZA

Caro Project,
ho 34 anni e per la prima volta mi sono innamorato di un ragazzo. Sono stato con diversi ragazzi, ho fatto sesso con loro ma non ne ero realmente innamorato, ma da poco più di un anno mi sono innamorato ed è proprio una cosa diversa. Prima pensavo a che cosa potevo avere io da quei ragazzi, adesso penso a che cosa posso fare io per il ragazzo che amo, non cerco un contraccambio da lui anche perché quel contraccambio c’è, e pure sovrabbondante, senza che io lo chieda, almeno per il momento, comunque sono proprio felice che esista uno come lui. Non è un santo, ha i suoi difetti, qualche volta mi tratta in modo brusco ma con amore, almeno io penso che sia così. Non fa calcoli sui sentimenti, non è ipocrita, me lo sono trovato vicino ogni volta che ne ho avuto bisogno, mi ha preso sul serio fin da subito, tre cose di lui mi hanno conquistato, l’intelligenza, il rispetto degli altri e l’immediatezza.

È un ragazzo bello, ma non è quella la nota che lo caratterizza, di belli ce ne sono tanti. Ha avuto una vita difficile e ha una capacità singolare di penetrare l’animo umano, di leggere nei sentimenti del suo interlocutore. Non giudica, non condanna, ha bisogno di capire, è capace di amare in un modo adulto che per me vuol dire non possessivo, mi ha sempre lasciato completamente libero, non mi ha forzato in nessun modo, nemmeno minimo. Non cerca di mettere in pratica un codice di comportamento imparato dalla pornografia, ma presta attenzione al suo ragazzo, o meglio al ragazzo con cui sta in quel momento, cerca di capirlo, di andare nella sua direzione.

Sa che sono innamorato di lui e non ha o sembra non avere paura che il mio volergli bene possa essere per lui un freno. Lui sa che è amato per quello che è e non per quello che fa o che potrebbe fare, che non ci sono condizioni di nessun genere. Sa che da lui mi aspetto solo spontaneità, senza obblighi di alcun tipo, ed è per questo che ci vogliamo bene, è una scelta nostra momento per momento. La scelta di stare insieme come coppia è sempre reversibile, quella di volerci bene e di rispettarci è assolutamente irreversibile. È un tipo di uomo che mi piace, e non parlo solo del fisico, uno come lui è un modello da seguire, eppure è una persona che ha le sue fragilità, le sue insicurezze. Non è un modello di coraggio o di forza d’animo e nemmeno di coerenza, ma è un modello di equilibrio, in lui trovo tutto quello che mi serve, o quasi: l’accondiscendenza e la capacità di fermarmi e di dirmi di no, il buon senso nelle decisioni, la pazienza ma fino a un certo punto, e soprattutto la dolcezza, l’assenza totale di aggressività, che è una cosa che io apprezzo moltissimo.

Mi ha detto che prima non era così, che scattava, che reagiva malissimo ma poi è cambiato quando abbiamo cominciato a stare insieme perché ha visto che io non mi arrabbiavo mai con lui, e poi dice che adesso non è aggressivo perché si sente pacificato dentro. Effettivamente noi non abbiamo mai litigato, non abbiamo mai alzato la voce. Lui mi ha voluto e non ho nemmeno capito perché, ha voluto proprio me, o meglio anche me, non solo me, ma a nessuno di noi due è mai venuto in mente di abbandonare l’altro, almeno questo è quello che io penso.

Tra noi vige una regola non scritta: nessuno di noi due fa domande all’altro sulla sua vita sessuale al di là del nostro rapporto, questo non significa che non parliamo delle altre relazioni, se vogliamo chiamarle così, che abbiamo o che abbiamo avuto, ne parliamo spontaneamente se ci va, ma se ci vogliamo tenere il nostro privato possiamo anche tenercelo per noi e non crollerà nulla. In realtà parliamo o meglio abbiamo parlato molto di queste cose e non ci sono state mai gelosie né da parte sua né da parte mia. Io so che lui ha avuto e forse ha anche altri ragazzi, non me lo ha mai nascosto. Gli unici problemi (e non sono problemi da poco) sorgono per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili ma sulla sua onestà su questo punto ci metterei la mano sul fuoco. Quando ha avuto qualche dubbio me lo ha detto e non ci siamo visti finché non ha fatto il test, attualmente non parla più di altri ragazzi, non so se ci siano ancora altri ragazzi nella sua vita, ma sarei portato a pensare che non ce ne siano. Lui sa che io ho solo lui ormai da quattro anni e quindi sta tranquillo.

Non avevo mai desiderato la presenza di un ragazzo come desidero la sua, anche per il sesso, ma più che altro per quella forma di complicità senza parole che si forma soprattutto sul piano sessuale, per quel capirsi al volo, per quel conoscersi a fondo e fidarsi uno dell’altro. Quando ci incontriamo, che, in fondo è ancora adesso una giornata intera alla settimana, dedichiamo molto tempo al sesso e il minimo indispensabile a dormire e a mangiare. In genere non riusciamo a parlare in quelle situazioni, è come se ormai il sesso fosse una cosa scontata e parlare tra noi lo fosse molto meno, quando ci separiamo è il momento peggiore, ma non nel senso che ci dispiace separarci, a quello ormai ci abbiamo fatto l’abitudine, ma nel senso che non ci diamo mai l’appuntamento per la volta successiva e non perché è una cosa scontata, ma proprio perché non lo è affatto. Un appuntamento è un vincolo, un punto di riferimento, diciamo un limite alla libertà, e noi dobbiamo garantirci reciprocamente la nostra libertà, oggi stiamo insieme, ma non è scontato che staremo insieme anche il prossimo fine settimana.

Se c’è una cosa che mi manca nel contatto con lui è proprio il fatto di parlare senza paura, di infrangere la regola della libertà. Se gli dicessi “ti voglio bene!” in qualche modo darei l’impressione di volerlo vincolare al fatto che gli voglio bene, pretendendo qualcosa in cambio. Mi manca la sua presenza quotidiana, il colloquio sulle banalità. Noi non ci sentiamo praticamente mai nel corso della settimana e ci vediamo solo il sabato sera. Vorrei fare con lui anche le cose banali, vorrei condividere il quotidiano, ma non mi manca per ragioni oggettive ed esterne, mi manca perché temo che provare a condividere anche il quotidiano sposti un po’ l’asse del nostro rapporto dal sesso, che al momento ne è il vero centro, alla condivisione di tutti gli aspetti della vita, e non so se lui vuole veramente una cosa simile.

Quando sto con lui mi viene spesso una riflessione, le dichiarazioni fatte a parole hanno una valenza generale, sono come dei teoremi, il sesso è una cosa fisica, concreta, è l’applicazione di alcuni di quei teoremi al caso particolare, questo vuol dire che contano più le eccezioni che le regole. Il sesso non obbedisce a regole generali, è assolutamente soggettivo, riguarda il nostro rapporto con una singola persona e in un preciso momento, non e ripetibile, non è generalizzabile, non è prevedibile. Le variabili sono così numerose e così poco conosciute che alla fine si deve rinunciare ad ogni proiezione e ad ogni previsione.

Molti considerano il sesso come un modo per capire un’altra persona, ma in realtà quando si vive veramente il sesso con un’altra persona ci si rende conto della complessità della sessualità e della sua dimensione sostanzialmente incomprensibile. Alla fin dei conti io non so nemmeno che cosa spinga me a vivere la mia sessualità insieme con lui, come posso capire che cosa spinge lui a stare con me? Con me e non con un altro, almeno in quel momento. E anche se posso dire che c’è condivisione reale e trasporto reciproco, la spontaneità è comunque frenata. Non è mai possibile capire realmente i desideri e i limiti del tuo compagno. Da qui l’incertezza, la tendenza a frenare a non correre troppo, il senso del limite, e questa potrebbe essere una delle ragioni che rende il nostro rapporto comunque stabile.

È bello quando ci incontriamo il sabato, sono momenti di entusiasmo, l’armonia sessuale c’è, ma è difficilissimo andare oltre, e poi quando ci separiamo cominciano ogni volta i giorni dell’attesa, giorni che sono di vera solitudine, in pratica lunghe pause tra due giorni di vita, giorni vuoti, in cui tornano a galla mille pensieri, giorni in cui penso che quello che vorrei è altro, che lo vorrei vedere felice di stare con me tutti i giorni, vorrei potermi svegliare e trovarlo al mio fianco, vorrei preparargli la colazione, vorrei – sembra un paradosso – perfino litigare con lui in modo forte e aggressivo e poi fare la pace, e invece c’è la paura di sbagliare, di eccedere, e allora non si dice nulla, perché c’è sempre il dubbio: lui sarebbe o no disposto a costruire un rapporto diverso, più affettivo, non dico meno sessuale, ma più affettivo?

Io avverto il distacco tra i momenti di coinvolgimento sessuale nei quali è totalmente coinvolto e quelli molto più freddi del dopo-sesso, nei quali non si scherza mai e si parla pochissimo, quasi come se si pensasse “da entrambe le parti” di avere fatto qualcosa che in fondo non si doveva fare. Ho osservato col passare dei mesi che nei rapporti sessuali ci sono stati dei cambiamenti. All’inizio i limiti erano strettissimi: niente coccole che sanno troppo di affettività, ma solo sesso e niente altro, non voleva che gli passassi le mani tra i capelli o che gli toccassi la barba, poi piano piano ha superato queste cose, adesso mi permette di accarezzarlo, ma lui con me non lo fa, se le carezze sono esplicitamente sessuali allora le accetta, ma se sono semplici gesti di affetto, devo stare attento a non insistere troppo perché la cosa potrebbe dargli fastidio.

Non è che non ci si voglia bene, ma penso che lui non sia abituato ai gesti affettuosi, che quelle cose in qualche modo lo spaventino, che le senta come qualcosa di aggressivo, di troppo libero, di non codificato, che le senta come un tentativo di creare un obbligo, un vincolo stretto, capace di togliergli o di restringere la sua libertà. I piccoli cambiamenti che ho notato nel nostro modo di fare sesso mi fanno pensare che qualcosa sta realmente cambiando, ma non ti nego, Project, che non sono affatto sicuro che si andrà avanti in questa direzione. Non sopporta che gli dica che è un bel ragazzo, ne è quasi infastidito, considera questi discorsi una parodia dei discorsi che un ragazzo usa per sedurre una ragazza. Quando parla di noi non usa mai la parola amore ma solo la parola sesso. Una cosa però mi chiedo, ma se sta veramente cercando solo sesso, perché ha scelto me, ne avrebbe trovati tantissimi meglio di me, che non gli avrebbero creato problemi di nessun genere e si sarebbero adattati facilmente al suo modo di vedere le cose. E non è nemmeno un problema di scelta esclusiva, sa benissimo di essere libero di andare anche con un altro ragazzo, ma se non lo fa, come io credo, anche se rivendica la libertà di poterlo fare, alla fine deve avere una motivazione seria.

Mi dice che io lo stimolo molto sessualmente, ma secondo me è una cosa che non sta proprio in piedi. Nel sesso sono io ad andare appresso a lui e non il contrario. Ho pensato che di me gli possa piacere proprio il fatto che non gli dico quasi mai di no, che cerco di capirlo. Quando lo vedo triste o distante ci sto proprio male e penso che lui se ne sia accorto. Quando facciamo sesso è completamente coinvolto. Non avevo mai visto ragazzi così coinvolti nel sesso. Di me in quelle situazioni si fida totalmente e sembra assolutamente e profondamente partecipativo, ma dopo il sesso sembra un’altra persona, si incupisce, diventa spiccio nei modi di fare, molto ironico, ma di un ironico amaro, non verso di me ma verso se stesso.

Io ho un dubbio di fondo, adesso le cose vanno così e io penso che il problema stia nella distanza e nel fatto che ci si vede un giorno alla settimana, la soluzione, in teoria, sarebbe cercare di cambiare lavoro e di poter vivere veramente insieme, per lui è indubbiamente più difficile che per me, allora io potrei anche cercare di cambiare lavoro e di trasferirmi nella sua città, ma dovrei vendere casa mia, per la quale devo pagare ancora parecchi anni di mutuo, e trasferirmi a casa sua, ma lui me lo ha proposto solo in modo molto vago e probabilmente poco convinto, e non so se è veramente quello che vorrebbe, ma mi chiedo se questo vivere insieme, invece di fare migliorare le cose attraverso la condivisione del quotidiano, non possa in realtà mettere in crisi quel rapporto che adesso c’è e che forse si regge proprio sul fatto che stiamo a 150 km di distanza e che siamo comunque entrambi liberi. Onestamente non so prendere una decisione, andare avanti come è successo fino ad ora è un’opzione insoddisfacente, ma l’altra opzione, cioè puntare tutto sulla convivenza temo che possa essere addirittura distruttiva. Tu che ne pensi?

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6960

AMORE GAY LIBERO

Ciao Project,
ho letto il forum in lungo e in largo e voglio anche io portare il mio contributo sulle coppie gay.

Francamente, dopo tanti anni, posso dire di avere messo del tutto da parte questo concetto. Parlo di tanti anni perché mi sto avviando verso i 50, i 45 li ho superati e sono ormai nell’età in cui si cominciano a fare i bilanci. Da ragazzo, 30 anni fa, ero molto riservato, molto timido, complessato dal sesso e molto legato a una mitologia gay, passami il termine. Mi sono innamorato tante volte, direi troppe volte, e altrettante volte sono stato costretto a ridimensionare tutto, perché il mio ipotetico ragazzo era etero (è successo più volte), era un collezionista per il quale io ero solo uno dei tanti, o semplicemente perché il ragazzo di turno non aveva nessuna intenzione di costruire un rapporto vero con me, tipo più o meno: “Sesso sì, quanto ne vuoi, ma poi togliti dalle scatole!”

Non ti faccio il catalogo di quelli fissati col sesso di un certo tipo e solo quello, di quelli cattolici che prima fanno sesso con te e poi ti danno la colpa di tutto e ti accusano di averli portati sulla cattiva strada, perché “loro non sono gay e vogliono avere una famiglia ecc. ecc.”, ti risparmio pure quelli della categoria peggiore, quella dei gelosi possessivi, che ti spiano, che pretendono da te un’obbedienza senza discussioni e di quelli possessivi affettivi che ti vogliono rendere un satellite della loro galassia a forza di ricatti affettivi o sessuali, che pretendono di scegliere i tuoi amici, di decidere i film che devi vedere, di programmare le tue vacanze, ecc. ecc.. E poi c’è la categoria degli indecisi cronici, di quelli dei ma e dei però, dei sì ma con riserva, o dei no ma con riserva, che è ancora più assurdo, questi io li chiamo quelli del: “Mamma Ciccio mi tocca! … Toccami Ciccio che mamma non c’è!”

Alla fine, quando avevo ormai 40 anni, mi sono stufato e ho detto basta! Se mai ne troverò uno normale e se ne viene veramente qualcosa di accettabile, ok, altrimenti meglio solo che male accompagnato!” In pratica mi sono cancellato da certi siti e ho eliminato certe app. Non c’è bisogno che ti dica quali. Usavo un po’ di porno e mi accontentavo di quello, perché, diciamocelo chiaro, sono stato sempre ipocondriaco e non mi sono mai messo a rischio, cioè quando facevo sesso con un ragazzo stavo molto attento a non passare i limiti di guardia e quando dicevo di no era no e basta, e questo tanti ragazzi non lo accettavano proprio, per loro io ero uno strano, fissato, ecc. ecc.. Dopo aver messo da parte l’idea di trovarmi un compagno, ho fatto proprio altro, ho lavorato, ho messo su una piccola impresa privata, molto piccola ma che mi dà soddisfazioni e assorbe la gran parte del mio tempo.

A 42 anni ho incontrato un ragazzo che aveva 12 anni meno di me, era un ragazzo diverso dagli altri, prudente nel parlare e con un modo di fare che mi piaceva, mai aggressivo, era anche un bel ragazzo, oltre che intelligente, ma tutto questo per me significava che ci sono ancora ragazzi belli e intelligenti, ma niente più di questo. Pensavo che quel ragazzo appartenesse ad un mondo lontano dal mio, in pratica non pensavo nemmeno che tra noi ci potesse essere più di uno scambio di quattro parole di cortesia, ero convinto che fosse etero, insomma per me era e pensavo che sarebbe rimasto un perfetto sconosciuto.

Lo avevo incontrato per la prima volta nella sala d’aspetto del mio commercialista e avevamo parlato un po’ di tante tematiche generali, ma solo per passare il tempo e, dopo quell’episodio, non ci siamo più visti per un paio di mesi e praticamente io mi ero del tutto dimenticato di lui, poi verso la metà di dicembre, in una giornata in cui avevo un sacco di problemi per la testa, l’ho incontrato per caso in treno, mentre andavo a Milano per problemi legati alla mia piccola impresa, lui stava nel corridoio del mio vagone, e abbiamo cominciato a parlare. Dopo qualche minuto è venuto nel mio scompartimento, era mattina e c’era pochissima gente, nello scompartimento eravamo solo noi due e il viaggio sarebbe durato almeno altre tre ore. Mi sono dimenticato completamente dei miei problemi e ho passato il tempo del viaggio come in una nuvola rosa, mi sembrava un ambiente incantato, ma anche irreale.

Eravamo diretti entrambi a Milano, lui viveva a Milano e ci lavorava, ma veniva spesso a Roma, dove vivevano i genitori. Io non sono mai stato un conquistatore, con i ragazzi sono sempre stato molto impacciato ma con lui mi sentivo a mio agio, diciamolo chiaro, non ero impacciato perché semplicemente pensavo che non lo avrei più rivisto, non avevo nessun progetto su di lui, nemmeno a livello di minima fantasia. Io dovevo rimanere tre giorni a Milano e non avevo prenotato l’albergo, perché un albergo lo avrei trovato comunque e lui mi ha detto: “Ma se devi stare tre giorni a Milano stai a casa mia, è piccola ma comoda, in centro.” Alla stazione ci siamo separati perché lui aveva impegni di lavoro e anche io non mi sarei liberato prima delle 19.00. Ci siamo dati appuntamento per le 19.30 sotto casa sua, ovviamente ci siamo scambiati i numeri di cellulare.

Alle 19.30 sono in via [omissis] e lui è lì con una borsa di plastica in mano, mi dice: “Ho preso qualcosa per la cena…” La casa era minuscola, una sola stanza, ma era tutto in perfetto ordine, andiamo nella cucinetta e lui si mette ai fornelli, prepara due piatti di spaghetti e mette in forno pollo e patate della rosticceria, nel frattempo parliamo, ma sempre di cose molto generali. L’atmosfera è familiare, per un attimo ho avuto la sensazione che sarei stato bene con quel ragazzo, ma un’idea del genere mi sembrava mille miglia lontana dalla realtà.

Finita la cena, lava i piatti in un baleno e poi mi dice che è stanchissimo e che vorrebbe andare a dormire. Nella stanza ci sono due letti, mi indica il mio, ci prepariamo per la notte e ci mettiamo a letto, ma a dispetto della stanchezza ci mettiamo a parlare e andiamo avanti fino a notte alta. Era il primo giorno che parlavo con quel ragazzo, mi sentivo a mio agio e la situazione non mi sembrava affatto strana. Ti giuro, Project, ero convinto che lui fosse etero e ho evitato accuratamente qualsiasi riferimento anche vaghissimamente gay. Aveva una bellissima voce, maledettamente sexy, ma secondo me era etero… e tutto il discorso è rimasto su temi generalissimi, in pratica non siamo mai scesi nel privato. Lui non parlava mai di ragazze come non ne parlavo io, ma io al momento non potevo dare il minimo peso a un fatto del genere. In casa aveva qualche libro ma mi sembravano i classici libri etero, diciamo così, non c’erano fotografie o quadri, niente di tutto questo.

La mattina la sveglia suona alla sette in punto. Lui si alza immediatamente e va in bagno, sento l’acqua della doccia che scorre ma la cosa non mi fa né caldo né freddo, poi esce dal bagno e va in cucina. Io entro in bagno, ha aperto la finestra e ci fa un freddo cane, ma è tutto pulito, prima di uscire ha asciugato tutta la doccia e ha cambiato l’asciugamano. Io faccio la doccia in fretta e poi asciugo tutto, come aveva fatto lui, quando esco dal bagno trovo la colazione pronta. Mi dice che sarebbe uscito dopo 10 minuti e che se volevo potevo restare in casa, mi dà un mazzo di chiavi e mi dice solo che, quando esco, devo chiudere la porta. Lui sarebbe tornato intorno alle 19.15, poi mi fa un cenno con la mano e se ne va.

Ero solo, a casa sua, avevo le chiavi di casa, avrei potuto curiosare un po’, anche se c’era ben poco da curiosare. Scelgo una via diversa, rifaccio i letti, sia il suo che il mio, il suo conserva una traccia sensibile del suo profumo, lavo le tazze della colazione, sistemo quel poco che c’era da sistemare in cucina e poi esco per i miei incontri di lavoro. Alle 18.00 gli mando un sms: “Non prendere nulla per la cena, ci ho pensato io.” Vado in rosticceria e compro qualcosa, aggiungendo anche una bottiglia di vino toscano, poi torno a casa sua, metto l’acqua sul fuoco basso e preparo la tavola.

Qualche minuto prima delle 19.00 lui arriva e sembra molto contento di trovare tutto sistemato, a me viene un sorriso spontaneo, ma lui non parla della casa sistemata e della cena pronta, mi chiede invece con una faccia interrogativa a che punto sono con i miei impegni a Milano, la domanda mi suona strana, la interpreto come se lui volesse dirmi che se ho fatto quello che dovevo fare me ne posso pure andare, smetto di sorridere e con una faccia seria gli rispondo che in pratica ho fatto tutto quello che avevo da fare e che potrei ritornare a Roma anche in serata perché dovrei solo cambiare il biglietto. Lui mi dice: “Io domattina non lavoro, se vuoi ti faccio vedere un po’ di cose belle di Milano.” Non mi aspettavo quella risposta e lui deve avere visto dalla mia faccia che mi era tornato il buon umore. Evidentemente non ci fidavamo ancora uno dell’alto, cercavamo conferme e i fraintendimenti erano possibili.

La faccio breve, il mio secondo giorno a Milano è stato molto bello, mi sembrava di conoscere da sempre quel ragazzo, abbiamo pranzato fuori, siamo rientrati la sera e abbiamo parlato fino a tardi prima di addormentarci. Il terzo giorno è stato breve e ci siamo visti solo la mattina presto, lui lavorava fino alle 19.00 e io avevo il mio treno alle 11.30. Gli ho restituito le chiavi di casa e ci siamo salutati con una stretta di mano. Poco prima dell’orario della partenza mi ha mandato un sms ringraziandomi per le belle giornate che aveva passato con me. Gli ho detto che lo aspettavo a Roma al più presto e che se fossi tornato a Milano glielo avrei fatto sapere.

Preso il treno, ho cercato di riordinare i ricordi di quelle ore passate insieme, e lì mi è venuto in mente che quello poteva essere un modello di vita di coppia, ma in realtà sapevo benissimo che era solo fantasia. Davo comunque per scontato che fosse etero, e pensavo che anche lui mi avesse preso per etero. Dopo circa 10 giorni mi richiama, mi dice che verrà a Roma l’indomani e mi chiede se posso ospitarlo, per una notte, mi spiega che lui doveva andare dai suoi genitori ma che ha anticipato il viaggio di un giorno per passare una giornata con me, i suoi sapevano che sarebbe arrivato il giorno dopo e quindi dal giorno dopo sarebbe rimasto a casa loro, ma un giorno voleva passarlo con me.

L’indomani mattina alle 11.00 vado a prenderlo alla stazione e lo porto a casa mia. Non c’è bisogno di dire che avevo ripulito e sistemato tutto e avevo fatto sparire tutti gli indizi gay. Poco prima di mezzogiorno siamo a casa, gli avevo preparato una stanza tutta per lui, ma mi dice che era venuto per parlare con me e che così non sarebbe stato possibile. Spostiamo il suo letto nella mia stanza, poi pranziamo, lui nota che tutto è preparato con la massima attenzione, mi dice che casa mia è molto più grande della sua e anche molto più antica, in effetti vivo in una zona della Roma vecchia e in un palazzo che penso sia del 1700, di due soli piani, con le volte a vela fatte di mattoncini, era una casa di famiglia di quando quelle case erano case di povera gente, poi, col tempo, sono diventate case per turisti, se opportunamente ristrutturate, e la mia non lo è.

Il pomeriggio andiamo a fare un giro della città e soprattutto dei posti dove i turisti non vanno, la sera non vuole mangiare fuori, torniamo a casa, prepariamo una cenetta rapida e poi ce ne andiamo in salotto a parlare. Mi racconta la sua storia ma in modo molto sintetico e lacunoso, volutamente banalizzante, come se fosse un insieme di cose ovvie, e io sto a sentirlo con la massima attenzione. Si vede che è a suo agio, almeno relativamente o, meglio, si vede che non ha paura di me, ma sta esplorando il terreno, non mi dice niente di particolarmente significativo, però è in quella situazione che mi comincia a venire in mente che il rapporto che ho con quel ragazzo potrebbe essere qualcosa di più complicato di come mi appariva all’inizio, lo ascolto ma comincio a farmi domande, mi rendo conto che non abbiamo mai parlato di donne e comincio ad aspettarmi che il discorso possa finire con una qualche dichiarazione importante, ma a un certo punto mi dice che è stanco e che l’indomani mattina dovrà alzarsi presto e ce ne andiamo a dormire. Mi chiedo perché mi abbia fatto portare il suo letto nella mia stanza ma alla fine preferisco non farmi troppe domande.

La mattina del giorno successivo facciamo colazione insieme, poi mi saluta con una stretta di mano e se ne va. Io cancello rapidamente dal mio cervello ogni ipotesi alternativa e mi dico: “Ma che vado a pensare! I gay vedono gay dappertutto! E io non faccio eccezione.” Tre settimane dopo mi capita di dover andare di nuovo a Milano, lo chiamo e glielo dico, mi sembra contento, mi dice che non potrà venire in stazione e che ci vedremo direttamente alle 19.30 sotto casa sua. La telefonata è brevissima, si sente che è indaffarato. Io penso di dovermi sdebitare con lui e gli compro una sciarpa, un oggetto, come un modo di dire grazie.

Nel viaggio verso Milano comincio a pormi tante domande a anche ad alimentare qualche aspettativa, pensavo che finalmente saremmo arrivati “forse” a parlare chiaro perché tutta la storia aveva ben poco di ordinario. Alle 19.30 ci vediamo sotto casa sua, come la volta precedente ha preso qualcosa in rosticceria per la cena. In casa noto subito che è contrariato, che non è di buon umore, provo a fargli qualche domanda ma dribla le domande e parla d’altro. Gli arriva una chiamata sul cellulare, guarda chi è ma non risponde e spegne il cellulare. Penso che sia una cortesia nei miei confronti, ma mi dice che di rotture di scatole ne ha avute anche troppe. Si comporta in modo strano, non è come la prima volta, è gentile ma anche scostante, al punto che gli dico: “Se hai bisogno di restare solo, non c’è problema, c’è un albergo qui a 200 metri…” Lui mi guarda e mi dice: “No… tu non c’entri niente, sono rogne di lavoro…” Ma io non ho l’impressione che siano rogne di lavoro. Lui comunque taglia corto. Finiamo la cena e mi dice che è stanchissimo e vuole andare a dormire. Non restiamo a parlare come la prima volta, mi sento quasi un ospite sgradito, forse non proprio, comunque lui resta chiuso nel suo mondo, cioè nel suo malumore.

L’indomani ci salutiamo piuttosto freddamente. Io dovevo ripartire per Roma in mattinata. Questa volta non mi arriva alcun sms prima della partenza. Su treno mi ripeto tante volte che non devo lasciare correre troppo la fantasia e che farò bene a restarmene nel mio mondo. Mi riprometto di non chiamarlo quando avrò altre occasioni di andare a Milano e su questo, almeno in quel momento, non ho dubbi. Arrivo a Roma e lui mi chiama al telefono per chiedermi scusa, è una cosa che non mi aspetto affatto, ne sono positivamente impressionato e arrivo alla conclusione che dopotutto ognuno può avere dei momenti neri e che probabilmente i suoi derivavano proprio da faccende di lavoro.

Non ci sentiamo per quasi un mese. Pensavo che si fosse dimenticato di me e in un certo senso ne ero anche contento, perché così anche io avrei potuto metterci una pietra sopra. Poi, in modo del tutto inatteso mi chiama una mattina prima delle 7.00, mi dice che sarà a Roma l’indomani e mi chiede se può stare da me. Ovviamente gli dico di sì, ma dentro di me non sono affatto entusiasta della cosa. Comunque gli dico di sì. Ho la tentazione di fargli pesare il modo in cui mi aveva trattato a Milano la volta precedente, poi mi dico che un pensiero simile è proprio meschino e puerile e mi impongo di organizzare tutto esattamente come la volta precedente.

Vado a prenderlo alla stazione, è visibilmente contento di vedermi e anche io sono contento di rivederlo, gli chiedo se l’indomani deve andare dai suoi genitori ma mi dice che ha preso tre giorni di ferie e che è venuto per me, questa espressione mi suscita tanti interrogativi ai quali non so e non oso dare risposta. In pratica sarebbe rimasto a Roma tre giorni, cosa che io non mi aspettavo assolutamente, lui si rende conto del mio disappunto e mi dice: “Se ti creo problemi, basta dirlo, me ne vado anche subito…” Io lo guardo e gli dico: “Stai zitto! Adesso sposto i miei impegni, e non fare quella faccia!” Mi sono messo al telefono e nel tempo di un quarto d’ora mi sono organizzato tre giorni liberi. Questo è il vantaggio di chi fa il piccolo imprenditore come me, anzi dovrei dire piccolissimo!

Quando chiudo il telefono lui vuole riattaccare col fatto che può andare via anche subito, ma gli dico in modo perentorio: “Se sei venuto qui un motivo serio ce l’avrai…” Lui mi guarda e mi dice: “Dammi tempo …“ Si stende sul divano del salotto e io avverto che sta per dirmi qualcosa di importante. Mi dice: “Tu hai capito, vero?” Io in realtà non avevo capito che cosa, secondo lui, avrei dovuto capire e non volevo assolutamente dire sciocchezze, però non potevo fare il finto tonto perché lo avrei messo in imbarazzo, e gli ho risposto: “Beh, più o meno, penso di sì…” Io pensavo (speravo) che mi potesse dire che si era innamorato di me, che io ero importante per lui, ma non si trattava di niente di simile. Mi dice: “Il mio ragazzo mi ha mollato… con lui stavo bene, ma mi ero illuso e ieri mi ha mollato. Quando sei venuto a Milano l’ultima volta io ero già fuori dai gangheri perché mi trattava con indifferenza, ma adesso mi ha proprio mandato a quel paese… ”

In pochi minuti ero passato dal ruolo di quello che si aspetta una dichiarazione d’amore al ruolo di quello che deve fare da consolatore, tuttavia la cosa, in un certo senso, per me era rassicurante, anche se può sembrare paradossale. Cerco di lasciarlo parlare e di intervenire il meno possibile. Si sente ingannato dal suo ex. Si sfoga un po’ ma poi è evidente che da me si aspetta una qualche risposta seria. Io faccio come aveva fatto lui, evito del tutto i preamboli e gli dico: “Quando una storia finisce sembra sempre un fallimento ma può essere una liberazione. È meglio sapere come stanno realmente le cose che andare avanti restando all’oscuro di tutto. Non hai perso che un’illusione.” Lui mi guarda sconsolato e mi dice: “Lo so, ma ci sono rimasto male e molto.” Io decido di uscire dall’ambiguità e di fare anche io il mio coming out e gli dico: “È successo anche a me, una cosa praticamente identica, se n’è andato perché cercava qualcosa che io non ero capace di dargli” Dopo questo reciproco coming out sono entrato in pieno nel mio ruolo di consolatore. Gli ho detto: “Dai, dammi una mano che cuciniamo un po’ più in grande!” Lui mi ha guardato sorridendo e ha detto: “Ok!”

Mi chiedevo che cosa lui si aspettasse da me, quali dovevano essere i limiti del mio ruolo e su questo avevo le idee molto confuse. L’unica cosa possibile mi sembrava l’agire con la massima prudenza, o meglio con il massimo rispetto nei suoi confronti. Avevamo ancora due giorni da passare insieme e io non sapevo come comportarmi. Abbiamo cucinato, pranzato, lavato i piatti insieme, poi mi è venuto in mente di chiedergli se i suoi sanno di lui. Mi ha risposto che i genitori sono brave persone e che si sono sempre dati da fare per lui ma lui ha fatto di tutto per finire gli studi il prima possibile e per andarsene a lavorare in un’altra città, perché voleva avere un po’ di autonomia e alla fine è riuscito a procurarsela. Non ha fratelli né sorelle e anche per questo il rapporto coi genitori era strettissimo e quasi asfissiante. Ha mantenuto un buon rapporto coi genitori anche se non può parlare chiaro con loro, va a trovarli più o meno una volta ogni due mesi ma per il resto del tempo se ne sta a Milano e si mantiene in contatto con loro solo via skype. Mi ha detto: “La mia famiglia è una famiglia normale nel bene e nel male.”

Dopo il discorso sulla famiglia non sapevo più che cosa dire e l’imbarazzo reciproco si sentiva fortissimo. Anche lui non sapeva più che cosa dire e come comportarsi, adesso sapevamo che eravamo due gay che avevano piacere a parlare insieme, era evidente che sia a lui che a me era venuto in mente che si sarebbe potuto fare un passo oltre, ma la paura di rovinare tutto era talmente forte da essere paralizzante. Gli propongo di uscire nel pomeriggio per fare un giro in centro. Mi risponde che non è venuto per fare il turista ma per stare con me, espressione quanto mai ambigua in sé, ma dietro la quale, in quelle particolari circostanze, si può sottintendere qualsiasi cosa. Cominciamo a parlare delle nostre esperienze gay, ma era evidente che il discorso serviva solo a riempire il tempo, ed era altrettanto evidente che non c’era molto da raccontare. Qualche storia, ma in fondo niente di serio. Gli ho chiesto che cosa avrebbe voluto dalla sua vita e mi ha detto che non lo sapeva.

Si è alzato evidentemente per venire a sedersi vicino a me, ma non lo ha fatto, ha fatto dietrofront e se ne è andato a sedersi di nuovo in poltrona. Poi mi ha chiesto: “Perché pensi che sono venuto qui oggi?” Gli ho risposto: “Perché eri rimasto malissimo di quel ragazzo e ti andava di parlare un po’.” Ma mi ha fermato e ha detto: “Solo per questo?” Io gli ho detto: “Spero di no…” allora è venuto a sedersi accanto a me, mi ha preso la mano destra e l’ha stretta fin quasi a farmi male, poi ci ha appoggiato il viso, io gli ho passato una mano tra i capelli, lui mi ha detto: “Fammi stare così cinque minuti e poi basta…” Io sono rimasto in silenzio ad accarezzargli i capelli, poi si è appoggiato alla mia spalla e non ha detto una parola per lunghissimi minuti. Ne sentivo il calore, la presenza fisica, ma anche il disagio, l’incertezza.

A un certo punto si è alzato in piedi, sembrava turbato, rabbuiato in volto, qualche brutto pensiero deve avergli attraversato la mente. Gli ho chiesto: “Che c’è? Qualcosa non va?” Mi ha risposto solo: “Nulla…”, poi mi ha ripreso la mano e me l’ha stretta di nuovo in modo fortissimo. Penso che anche lui percepisse chiaramente tutta la mia incertezza, poi il suo telefono ha squillato, lo cercavano per problemi di lavoro ed è rimasto al telefono per tanto tempo, ha aperto il suo portatile super-tecnologico e si è messo in contatto col suo ufficio. Io l’ho lasciato tranquillo, nel frattempo ho fatto il caffè e gliel’ho portato con qualche biscotto, lui mi ha risposto con un sorriso e io sono andato a preparare un po’ di cena fino alla fine della telefonata.

Quando ha finito si è scusato e io gli ho detto: “Ma ci mancherebbe altro che tu debba scusarti se devi lavorare!” Poi mi è arrivata, come un flash, una domanda che non mi aspettavo, mi ha chiesto: “Perché non ci hai provato con me quando stavamo sul divano?” Mi sono sentito preso in contropiede e ho risposto banalmente: “Perché non vorrei mai che tu potessi sentirti forzato in nessun modo.” Lui mi ha guardato e mi ha detto: “Io ho pensato esattamente la stessa cosa di te…” E ci simo abbracciati strettissimi. Sentire la fisicità di un ragazzo che ti vuole è una sensazione fortissima, non sono parole ma è proprio il suo corpo. L’abbraccio è stato intensissimo, voluto, profondo, era già un modo di essere una cosa sola.

Pensavo che dopo sarebbe stata tutta una strada in discesa ma non è stato così. Lui mi stringeva ma non era veramente felice. Gli ho detto: “Ti vedo sconvolto…” Lui si è staccato da me e mi ha detto: “Devo dirtelo… io sto pensando ad un altro ragazzo, e vorrei che adesso qui ci fosse lui. Io un po’ un discorso del genere me lo aspettavo e gli ho detto: “Beh in una situazione come questa pochissime persone avrebbero la forza di fare un discorso come questo, lo apprezzo moltissimo, perché è un discorso onesto.” Mi vedevo riportato un’altra volta nel ruolo del consolatore, ma non mi sembrava affatto una cosa secondaria. In fondo tra noi si era creato in pochissimo tempo un rapporto di totale chiarezza, che è una cosa più unica che rara. Ma quella chiarezza non aveva messo in crisi nulla, anzi, aveva rafforzato un legame che ormai era dato per scontato da entrambe le parti.

Abbiamo cucinato insieme e la sintonia era perfetta. Sembravamo un équipe chirurgica affiata. Dopo cena mi ha detto che si sentiva stanchissimo, anche se non erano ancora le dieci. Se ne va in bagno e poi si mette al letto, mi chiama, vuole che metta la poltrona accanto al letto e che mi sieda in poltrona, mi dice: “Se vuoi…” Io sorrido e gli dico: “Certo che voglio!” e mi siedo accanto a lui. Ha due occhi meravigliosi, di quelli che ti rubano l’anima. Gli accarezzo i capelli per qualche minuto e lui si addormenta. Evidentemente si sentiva al sicuro e non si sentiva minimamente condizionato. Anche io me ne vado a dormire. In pochissimo tempo il nostro rapporto era diventato importantissimo, io ero contento che lui fosse lì ed era venuto da Milano per me. Pensavo che non avrei dormito per l’affollarsi dei pensieri ma non è successo così e ho dormito benissimo.

Mi sono alzato la mattina alle 7.00 e ho preparato la colazione, poi sono andato a svegliarlo, si è stiracchiato come un gatto e mi ha fatto un bellissimo sorriso. Gli ho detto: “La colazione è pronta!” Si è alzato ed è venuto a tavola in pigiama. A un certo punto mi ha detto: “Non te la sei mica presa per quello che ti ho detto ieri sera?” Io gli ho fatto cenno di stare zitto e di mangiare e lui ha risposto sì con la testa. Io gli dico: “Oggi ti porto al Museo Pigorini all’EUR e penso che ti piacerà parecchio!” Gli spiego brevemente di che cosa si tratta e mi sembra molto interessato. La visita al museo mi ha dato una chiara idea dello spessore culturale di quel ragazzo. Lui è un ingegnere ma sapeva moltissime cose di preistoria, dell’uomo di Neanderthal , delle periodizzazioni geologiche e di mille altre cose. La nostra non è stata una passeggiata di corsa attraverso il museo, ma una visita decisamente attenta e molto selettiva, soprattutto orientata verso il settore preistorico e meno verso quello etnografico.

Siamo rientrati a casa che erano quasi le tre, ma avevamo preso qualcosa da mangiare in rosticceria e il pranzo ha richiesto poco tempo. Dopo è subentrato un momento di reciproco imbarazzo, bisognava rompere il giaccio. Io non volevo fare danni e nemmeno lui, ma poi ha preso l’iniziativa e io non mi sono fatto pregare. Di esperienze sessuali nel vero senso della parola non ne avevo avute moltissime ma un minimo di esperienza ce l’avevo anche io (e anche lui), ma, per quanto mi riguarda, stare con lui era proprio una cosa totalmente diversa, era tutto spontaneo, ci si capiva, non c’era il minimo imbarazzo, insomma con lui stavo “bene” mi sentivo sereno, capito, accettato, importante e lo vedevo a suo agio.

C’è stato però un momento che mi ha turbato profondamente. Quando abbiamo finito lui aveva gli occhi umidi ma non ho osato chiedergli il perché. Il giorno appresso la cosa si è ripetuta, anche se in tono minore, ho provato a esplorare il terreno, lui mi sorrideva, mi accarezzava il volto e non parlava ma i suoi occhi tristi parlavano per lui. Il pomeriggio del terzo giorno ci siamo salutati molto calorosamente ma lui aveva un atteggiamento serio, pensieroso e non voglio dire triste. Gli ho mandato un sms per dirgli grazie e mi ha risposto con una frase che mi ha fatto tremare: “Non so se ho fatto bene. Perdonami.” Ho calcolato i tempi che ci avrebbe messo ad arrivare a Milano e l’ho chiamato. Mi ha detto che era appena arrivato a casa. Io gli ho detto che ero preoccupato per quelle frasi e lui mi ha detto: “Non ti devo illudere, perché ci puoi rimanere malissimo…” Gli ho detto che non sono affatto illuso ma che gli voglio bene, che lui con me è stato onesto al 100% e che non si deve sentire vincolato in nessun modo, perché la sua libertà, per me, è sacra. Ha aggiunto: “Però quando ti ho detto che non stavo penando a te ma al mio ex, beh penso che sia stata come una coltellata per te …” Gli ho detto: “No, è chiaro che continui a pensare a quel ragazzo e che potresti pensare anche ad altri ragazzi, ma non è che ti posso voler meno bene per questo, ti voglio bene per quello che sei e per come mi hai trattato, non mi era mai successo niente di simile …” Lui mi ha risposto: “Beh, però devi tenere conto che non ti posso garantire niente, perché sono un tipo molto volubile…” Gli ho detto che non mi deve garantire proprio niente, ci mancherebbe altro! Alla fine della telefonata mi ha detto che non sapeva se mi avrebbe richiamato e io gli ho risposto: “Se non lo fai tu lo faccio io, basta che tu rispondi…” E mi ha detto: “Su quello ci puoi contare!” e la telefonata è finita così.

Non si è fatto vivo per una settimana e allora l’ho chiamato. È stato contento. Mi ha detto che aveva rivisto il suo ex e che stavano provando a rimettersi insieme. Ma il tono non mi sembrava proprio quello di un ragazzo innamorato, insisteva molto su verbi come provare, cercare di, ma in effetti l’entusiasmo non c’era proprio. Io dovevo guardarmi bene dall’intromettermi nelle sue storie importanti, ma avevo molti dubbi circa il fatto che quelle fossero veramente storie importanti. Comunque mi sono sentito di troppo e mi sono ritirato in buon ordine, non l’ho chiamato per una settimana e poi mi ha chiamato lui, sembrava più sereno, non era imbarazzato dal parlare con me, dava per scontato che il fatto che si fosse rimesso col suo ex non avrebbe mandato in frantumi il nostro rapporto.

Per me la situazione era imbarazzante perché io pensavo che lo fosse per lui e per lui era imbarazzante perché lui pensava che lo fosse per me. Siamo stati a parlare per un paio d’ore, la presenza del suo ex non si avvertiva minimamente. Abbiamo anche scherzato e detto stupidaggini, poi il discorso è tornato sul tono serio e mi ha detto che si era sentito osservato da me quando avevamo finito di fare l’amore e gli veniva da piangere e mi ha detto che gli veniva da piangere perché lui avrebbe voluto fare l’amore in quel modo col suo ex e si sentiva uno che mi stava ingannando e ha aggiunto “come adesso sto ingannando il mio ex, perché non me ne sento più innamorato” Gli ho chiesto: “E allora perché ti ci sei rimesso?” E lui mi ha risposto: “Lui ha insistito tantissimo e non sono stato capace di dirgli di no, e adesso si è illuso un’altra volta e io lo sto imbrogliando.”

Gli ho chiesto: “Ma tu che cosa vorresti?” e mi ha detto che vorrebbe che il suo ex fosse come me, la qual cosa mi ha inorgoglito molto ma mi ha anche frenato molto. Lui ha continuato a stare col suo ragazzo col proposito di poterlo cambiare almeno un po’ dall’interno. Con me il contatto non si è mai interrotto, ma non è venuto a Roma fino al Natale successivo, in pratica per 10 mesi, e io non sono andato a Milano, o meglio, ci sono andato per lavoro, ma sono andato in albergo senza dirgli nulla, per non intromettermi nei suoi progetti sentimentali. L’11 Dicembre mi chiama e mi dice: “Domani vengo da te… “ Io capisco che cosa vuol dire quella frase, provo a chiedergli che cosa è successo, ma mi risponde. “Non fare domande, ci vediamo domani, arrivo col treno delle 11.00.”

Vado a prenderlo in stazione, vorrei portalo a pranzo fuori ma mi frena: “No! Andiamo a casa!” Una volta dentro, mi abbraccia strettissimo e mi dice: “Mi mancavi tanto!” Il resto te lo puoi immaginare. Da allora sono passati quasi 4 anni. Lui sta cercando di trasferirsi a Roma ma non è facile. Un fine settimana vado io da lui e uno viene lui da me. Vivendo insieme con lui posso dire che mi sembra di vivere una favola e nello stesso tempo una situazione di normalità totale. Noi non siamo una coppia convivente, siamo conviventi ma non siamo una coppia, semplicemente ci vogliamo bene, tra noi non ci sono vincoli, finché funziona tutto da sé, ok, altrimenti continueremo a volerci bene in un altro modo. Mi fermo qui. Se vuoi, metti nei siti questa mail, gliel’ho fatta leggere e quando ha finito di leggere mi ha detto che non devo mitizzare e mi ha dato un bacio in fronte.

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NON SOLO SESSO GAY

Caro Project, il Forum purtroppo è abbandonato ed è un peccato. Per me è stata un’esperienza molto importante, ma sono passati già diversi anni. Sarebbe bello si ci fosse una ripresa, ma la vedo difficile. Vedi tu se pubblicare questa mail, che è il frutto delle mie ultime esperienze. Ho imparato a mie spese che fidarsi dei cosiddetti bravi ragazzi qualche volta è rischioso, e poi bravi ragazzi in che senso? Che parlano pulito, cioè parlano poco di sesso e salvano la faccia perché hanno imparato in famiglia l’arte dell’ipocrisia? Insomma ho imparato a non fidarmi dei bravi ragazzi e questa tendenza a non fidarmi piano piano si è allargata e ho cominciato a non fidarmi di nessuno, come puoi ben capire, meno che mai dei ragazzi che non hanno nemmeno l’apparenza dei bravi ragazzi e il risultato è stato che praticamente ho fatto il vuoto intorno a me. Non sono andato incontro a disillusioni ma penso di essere stato io una disillusione per i ragazzi che ho incontrato, o almeno per qualcuno di loro. Penso di aver distrutto i sogni più o meno irrealistici di alcuni ragazzi più ingenui di me, ma forse col tempo sarebbero stati loro a distruggere me. Con uno di loro però le cose sono andate in modo diverso. È un bel ragazzo, ma relativamente, non è più giovanissimo e d’altra parte non lo sono nemmeno io, perché ho 32 anni, ci conoscevamo da parecchi anni, quando aveva 18 anni era bellissimo e confesso che mi affascinava, ma poi piano piano ha perso il fascino della prima giovinezza, è ancora un bel ragazzo e non mi è indifferente nemmeno adesso ma non è l’attrazione fisica, o forse non è soprattutto l’attrazione fisica che mi ha portato a non perderlo di vista. Lo chiamerò qui Sergio. Sergio ha due caratteristiche peculiari assolutamente uniche, è intelligente in un modo che mi stupisce, direi in un modo non standard e tutto suo, ha una mente autonoma, non dipende dal giudizio degli altri ed è radicalmente onesto, non guarda la forma e ti dice anche brutalmente quello che pensa. Ha passato periodi molto brutti di depressione poco dopo i vent’anni e poi piano piano ne è uscito ed è arrivato a conquistarsi i suoi spazi esclusivamente studiando e lavorando in modo serissimo. Diversi anni fa avevamo provato a metterci insieme, l’idea allora mi attirava molto. Abbiamo avuto una relazione molto complicata per qualche anno, ma era una relazione che per me era soddisfacente solo a metà. Potevo avere tutto il sesso che volevo ma avevo la chiara sensazione che per lui l’affettività non avesse assolutamente senso. Mi aveva raccontato tutta la sua vita, anche gli aspetti più problematici, di me si fidava, mi aveva preso sul serio fin dall’inizio e tra noi esisteva comunque un legame che andava oltre il sesso, io lo chiamo il legame della chiarezza, dell’accettarsi reciprocamente per quello che si è. Io non sono affatto quello che si dice un bel ragazzo, a stento sto nella media e se lui ne avesse voluti trovare meglio di me ne avrebbe trovati centomila. Di altri ragazzi ne ha avuti ma non mi ha mai messo a da parte e non mi ha mai imbrogliato, mi diceva che stava con me solo per il sesso, probabilmente per non illudermi, anche se le cose non stavano esattamente così. Noi ci siamo sempre capiti e, questo può sembrare incredibile, non abbiamo mai litigato. I nostri rapporti erano estremamente elastici ma non si interrompevano, non abbiamo mai avuto rapporti travolgenti, di quelli che ti sconvolgono la vita, abbiamo parlato poco, nessuna retorica dei sentimenti  e nemmeno del sesso, malinconia tanta, e anche sconforto profondo, ma tra noi non c’era il rischio di fraintendersi perché si parlava sempre molto chiaro anche se si parlava poco. Certe volte ci vedevamo a intervalli di due mesi o più e praticamente ogni volta che ci vedevamo finivamo a letto insieme. Credimi, Project, non era mai una cosa stupida, era anche quello un modo di comunicare. L’ho visto piangere tante volte quando i ragazzi in cui aveva creduto finivano per lasciarlo senza spiegazioni. Io gli dicevo spesso di no ma lui non si faceva demolire da me, perché sapeva che gli volevo bene. Mi sono sempre chiesto perché Sergio avesse scelto proprio me, perché si fosse fidato proprio di me. Penso che il motivo fosse perché l’ho sempre considerato uno come si deve. Lo stimo profondamente come uomo e poi penso che se uno sceglie di vivere il sesso con una persona, ma non come un rito o come una cosa qualunque ma come un modo di essere veramente se stesso, vuol dire che istintivamente ci trova qualcosa di compatibile. Il sesso è stato un mezzo per conoscersi meglio, per mettersi reciprocamente alla prova, per arrivare a capirsi in modo più profondo. Noi abbiamo due modi molto diversi di vivere il sesso, lui è molto più focoso e passionale dei me, mentre io, anche se praticamente ho la sua età, ho tempi più lunghi e qualche volta ho anche problemi sessuali. Lui con me ha paura di esagerare e io di deludere ma alla fine non è la prestazione che conta ma il condividere la propria sessualità con una persona di cui ti fidi, il sapere che puoi essere te stesso fino in fondo. Ecco questa è l’espressione giusta: ci fidiamo uno dell’altro. Onestamente non mi sono mai sentito giudicato da lui ma rispettato e capito sì. Col passare degli anni la fiducia reciproca è aumentata, io ho imparato ad essere meno frenato nel sesso e lui ha cominciato a dare anche un senso affettivo alla sessualità, in qualche modo ci siamo venuti incontro. Non ha senso dire che è il mio ragazzo, lui non è di nessuno, però ci vogliamo bene, ormai su questo non ho più dubbi, abbiamo entrambi bisogno di rassicurazioni e le troviamo uno nell’altro. Qualche volta gli ho detto di no e qualche volta ha detto di no lui a me, ma non erano comunque rifiuti della persona. Sapevamo entrambi che quei no non avrebbero distrutto nulla e che il nostro rapporto non sarebbe venuto meno comunque. Lui è generoso, non impositivo, non drammatizza le situazioni ma cerca di alleggerirle, di non preoccupare di non pesare mai negativamente. Non solo non dà la colpa agli altri, ma tende a sentirsi responsabile anche di cose che non dipendono da lui. Lui sa che io ci sono e che continuerò ad esserci comunque e io so che non lo perderò. Oggi, se penso ai modelli di coppia che avevo in mente, mi viene da sorridere. Io voglio bene a Sergio e so che lui mi vuole bene. Se ha bisogno di stare anche con un altro perché devo dirgli di no? Io so che non lo perderò comunque. Mi sentirei geloso se qualcuno me lo portasse via, ma sono passati tanti anni e siamo ancora qui, segno che era una cosa seria. Quanto al problema delle malattie sessualmente trasmesse, lui è informato e sa quello che fa e quello è il motivo per cui qualche volta mi ha detto di no, perché anche se è prudente, se ha un dubbio anche piccolo, prima di venire da me vuole fare il test. Questo, secondo me, è serietà nel senso profondo del termine. Certe volte giochiamo come due ragazzini, ma quando parliamo di cose serie mi fido di lui più che di me stesso e ho il piacere di avere un uomo intelligente vicino che mi vuole bene e questa è una bellissima sensazione che ho provato solo con lui. Di altri ragazzi posso dire che su alcune cose li temevo, di lui invece non ho mai avuto paura, sapevo che da lui non mi sarei mai potuto aspettare niente di male, né per cattiveria né per stupidità. Più passano gli anni  più i nostri cammini si avvicinano. Lui ha bisogno della sua libertà, ed è giusto che ce l’abbia. Quando ci vediamo è bello avere la conferma che non è cambiato nulla e che il piacere di incontrarsi è reciproco. C’è una frase che adesso gli piace sentire: “Sto bene con te!” In altri tempi questa frase lo avrebbe messo in allarme, come se quello fosse un tentativo di mettergli dei limiti, dei paletti, di limitare la sua libertà, di dirgli: “Ti voglio bene … però devi essere come dico io …”. Adesso sa che io non mi illudo di creare una “coppia da manuale” e non ha più paura di quelle parole e quindi le prende nel senso più semplice e diretto. I primi tempi avrebbe accettato qualsiasi cosa a livello sessuale ma non avrebbe accettato una carezza per la stessa ragione per la quale non voleva sentire l’espressione “Sto bene con te!”, ma adesso non è più così, c’è il sesso, certo, ma c’è anche qualche momento di tenerezza, se gli accarezzo il viso o la barba è contento, capisce che è “solo” un gesto di tenerezza e che non ci sono secondi fini di nessun genere, che non mi sto innamorando di lui nel senso che potrei pretendere qualcosa da lui in cambio. Vedo un cambiamento nel nostro rapporto, che probabilmente è dovuto al fatto che non siamo più due ragazzini e che cominciamo a dare valore proprio al fatto di esserci l’uno per l’altro. Io lo considero un punto di riferimento essenziale in tante cose, proprio perché ha punti di vista anche molto lontani dai miei, ma è equilibrato e di estremo buon senso. Se mi dice una cosa vuol dire che è frutto della sua esperienza, non del sentito dire. Non parla a vanvera, se mi deve dire qualcosa che crede lontano dal mio modo di ragionare, premette che quello è solo il suo modo di vedere in quel momento. Mi piace molto quando mi prende in giro e mi fa la parodia, perché dopo scoppia in un sorriso divertito e si comporta come un ragazzino. Non si atteggia e ne avrebbe l’occasione e la possibilità, ma non lo fa. Quando è sereno mi trasmette serenità, so di potermi fidare di lui. Se non avessi conosciuto il forum di Progetto non avrei mai capito il senso del rapporto con Sergio, sarei rimasto dipendente dal concetto classico di coppia tipo matrimonio e in nome di quel concetto avrei rifiutato un rapporto come quello che ho con Sergio, che invece da tanti anni ormai è un po’ il centro della mia vita. Io so che lui c’è e che mi vuole bene e so che non lo perderò. Ultimamente ho avuto la tentazione di spingere il nostro rapporto verso un modello di coppia più classico ma, se ci penso bene, un’idea del genere mi sembra proprio malsana, lui ha bisogno della libertà come dell’aria, deve fare la sua strada qualsiasi essa sia. Il nostro rapporto non verrà meno comunque. Nei primi tempi c’era una cosa che di lui non sopportavo e cioè la tendenza a non programmare nulla e ad agire sempre e solo in modo estemporaneo, lui mi diceva che non voleva creare regole o abitudini. Io sono sempre stato molto portato a programmare e a organizzare le mie giornate e mi sentivo scombussolato dal non poter mai progettare nulla che lo coinvolgesse. Quando mi salutava non mi diceva mai quando ci saremmo rivisti e poi mi telefonava o mi veniva a trovare nei momenti più incredibili del giorno e della notte. Prima non capivo questi atteggiamenti. Lui mi diceva: “Vengo da te quando ne sento il bisogno e sono cose che non si possono programmare!” Adesso questo modo di ragionare mi è divenuto familiare e comincia a piacermi. Mi sono chiesto che vuol dire volersi bene e lo vorrei capire senza farmi abbagliare da miti e da favole di vario tipo. Penso di aver perso fin troppo tempo a correre appresso alle farfalle e a svalutare quello che invece esisteva e che avevo davanti agli occhi praticamente ogni giorno. Il ragazzo da copertina innamoratissimo di me e io di lui, diciamocelo chiaro: sono solo frottole, se cerchi una cosa così, puoi cercare tutta la vita e non ne troverai uno che ti stia bene veramente. La coppia come simbiosi perfetta o come idea della fusione perfetta degli spiriti è la tipica balla da romanzetto da quattro soldi. Non ho mai trovato principi azzurri. Sergio non è il mio principe azzurro e non è nemmeno il mio ragazzo, nel senso classico del termine, ha i suoi difetti ma ha paure i suoi pregi, non devo dimenticare né gli uni né gli altri e poi io che cosa gli potrei proporre? L’amore eterno? Ma sarebbe ridicolo. Noi ci vogliamo bene ma restiamo due persone diverse, che hanno dei punti in comune ma non vivono comunque la stessa vita, siamo due e resteremo due. Che cosa dovrei pretendere da lui: la fedeltà assoluta? E in nome di che cosa? Perché dovrei limitare la sua libertà, quando non so se io sarei capace di garantirgli la stessa fedeltà. Una cosa sola posso chiedergli e cioè che sia onesto con me e che mi dica quello che pensa veramente, perché non sopporterei di essere ingannato, o forse sopporterei anche quello, non lo so, magari in certe circostanze non lo sopporterei ma in altre sì. Dovrei pretendere la sua presenza costante? Ma anche qui mi chiedo: in nome di che? Posso chiedergli se mai di non fingere, nemmeno per evitare di farmi stare male. Perché dovremmo essere una coppia? Noi non sappiamo che cosa siamo ma stiamo bene anche così, o almeno, quando ci vediamo, il che accade piuttosto di rado, siamo contenti di incontrarci… dovrei pensare che questo è poco? Ma non è poco per niente, se è vero! Volersi bene non vuol dire stare sempre appiccicati, ma avere il picare di rivedersi quando ci si rivede. Sergio non è il mio mito vivente, noi ci vogliamo bene ma in modo molto semplice, molto spontaneo, senza impegni e senza condizioni. Noi non dobbiamo mettere al mondo figli, ci vogliano bene in modo istintivo, perché è una cosa che viene da sé. A lui ci penso spesso, so che durerà, ma non posso fare altre previsioni. Non ha senso cercare di porre dei paletti al futuro e nemmeno cercare di prevederlo. Un affetto transitorio non è meno importante di una relazione che si tiene in piedi per dovere o per forza. La transitorietà nulla toglie alla serietà dei sentimenti, se quei sentimenti sono veri. Io e Sergio ci conosciamo a fondo e ci fidiamo uno dell’altro, certe volte la sua presenza mi manca ma non lo devo assillare, deve seguire i suoi tempi e i suoi ritmi, magari passerà tempo ma poi ci riabbracceremo e non sarà affatto una cosa banale né per lui né per me.

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MEDICO E PAZIENTE ENTRAMBI GAY

Caro Project,
sono un uomo che ha passato da pochissimo i 60 anni e vorrei raccontarti la mia storia perché penso che potrebbe aiutare qualcuno a prevenire la malinconia. Ho sempre saputo di essere gay ma nello stesso tempo ho sempre saputo che “per me” essere gay sarebbe stato un motivo in più di solitudine. Sono figlio unico e miei genitori sono morti da diversi anni, ho passato praticamente tutta la vita da solo a lavorare e a sognare un amore che, più passavano gli anni, più si allontanava in una nebbia evanescente. Il mio lavoro mi ha tenuto compagnia e mi ha impedito di scivolare nella depressione, è un lavoro che mi piace e che mi permette di tenermi in contatto con tanta gente giovane, anche se col passare degli anni il contatto con la gente giovane, che comunque è formale, può essere anche deprimente. Mi sono costruito un po’ di sicurezza economica e ancora dovrò lavorare per qualche anno prima di andare in pensione . Non ho mai visto la pensione come una liberazione o un miraggio, perché ho sempre pensato che dopo sarei stato anche peggio.

Tre anni fa ho avuto dei problemi di salute piuttosto seri e sono stato ricoverato per un lungo periodo. Allora non c’era il covid, ma il mio male non era di quelli di minor conto. L’ospedale, che poteva scrivere l’ultimo capitolo della mia vita, è stato invece la svolta che mi ha permesso di cambiare le cose. Un medico del reparto, allora poco più che quarantenne venne a visitarmi subito dopo il ricovero. Ricordo che ne fui molto colpito, era sorridente, cercava di comunicare sentimenti positivi e nello stesso tempo non si poneva nel ruolo professionale formale del medico. Ricordo che fin dal primo momento mi risultò simpatico e cercai di farglielo capire. Lui si sedette accanto a me e cercò di arricchire il più possibile la cartella clinica, mi fece domande e prese molti appunti. Mi disse che mi avrebbero fatto una risonanza magnetica per definire meglio la diagnosi. Non mi disse banalità né formule generiche di incoraggiamento. Qualche giorno dopo la mia situazione peggiorò. Gli altri medici si erano defilati e non li vedevo più, il che un po’ mi impauriva, perché pensavo che la mia situazione potesse apparire a loro senza speranza. Lui (lo chiamerò Pietro) no, si faceva vedere anche tre o quattro volte al giorno.

La mia situazione è stata molto incerta per un lungo periodo, ma lui non è mai sparito. Un giorno, dopo oltre 40 giorni di ricovero, si presenta da me e mi chiama per nome e mi dice: “Paolo, mi permette di darle del tu?” io gli ho risposto: “Certo! Per me è un piacere.” E poi continua: “Ti volevo dire che le cose stanno andando meglio, che abbiamo cambiato terapia e le cose sono significativamente migliorate e che, secondo me, le fasi critiche non si dovrebbero ripresentare. Ci vorrà qualche altra settimana ma potrai tornare a casa probabilmente prima di Natale.” Poi mi ha preso la mano e me l’ha stretta fortissimo, un gesto che non è da medico ma da amico. Io non sapevo che cosa pensare, mi sentivo stralunato, molto sottosopra, un po’ per il fatto che non mi aspettavo che le prospettive della malattia potessero migliorare e un po’ per la presenza di Pietro. Il 16 dicembre successivo sono uscito dall’ospedale. Pietro mi aveva chiesto se qualcuno mi sarebbe venuto a prendere ma gli ho detto che non avevo nessuno e lui mi ha risposto: “Allora ti porto io, perché non puoi andare in giro da solo.” Ho aspettato le 22.00, cioè la fine del suo turno di lavoro e lui mi ha riportato a casa e lo ha fatto con moltissima cura per non farmi prendere freddo.

Ovviamente è rimasto a casa mia, ha arieggiato la casa senza farla raffreddare troppo, mi ha preparato il letto mi ha aiutato a mettermi al letto ed è rimasto a dormire sul divano. Io ho provato a insistere perché tornasse a casa sua ma mi ha detto che viveva solo, e lì mi si è accesa una lucina nel cervello e ho cominciato a considerare la cosa sotto un’altra prospettiva. Almeno per la prima settimana io non sarei stato in grado di fare le faccende da me e ci ha pensato lui, poi però ho cominciato a riacquistare le forze e dopo qualche altro giorno ero ormai in grado di fare da solo, ma si era creata una situazione così gradevole e per niente forzata o falsa, che gli ho proprio detto che se fosse rimasto da me io ne sarei stato contento. La mia casa è grande anche per due, lui avrebbe avuto due stanze per sé, una camera da letto e uno studio. Lui mi disse: “Per un periodo è bene che io stia qui, poi vediamo come vanno le cose.” Non era ben chiaro se si riferisse alla malattia o ai nostri rapporti, ma la seconda ipotesi mi sembrava più probabile. Mi ha assistito proprio a livello medico come se io fossi in ospedale, mi ha programmato una serie di controlli, è stato un po’ il mio angelo custode.

La sera, quando non era di turno, lui cucinava e mentre cucinava parlavamo e l’atmosfera era proprio distesa. La nostra storia è cominciata così, senza colpi di fulmine, senza nulla di travolgente. Uno da giovane si fa mille idee su quello che potrebbe essere una storia gay, ma non arriverebbe mai a pensare quello che invece è successo. Non so se queste cose si chiamano amore, amicizia o in qualche altro modo ma stavamo bene insieme. Lui aveva l’ospedale e i suoi orari parecchie volte erano imprevedibili. Quando pensava che avrebbe fatto un grosso ritardo mi chiamava per non farmi preoccupare. Io gli preparavo la cena e lo aspettavo senza limiti di orario, certe volte rientrava a casa stanchissimo, ma appena entrato in casa mi sorrideva, lo faceva sempre, anche quando non si reggeva in piedi, io mi sedevo accanto a lui e gli passavo i piatti con le cose da mangiare. L’ho visto salire e scendere sulle montagne russe dell’entusiasmo e della peggiore frustrazione seguendo l’andamento di alcuni suoi malati. Per lui non era un lavoro, partecipava alla vita di quella gente, si impegnava con tutte le sue forze e lo ammiravo per questo. Non si può amare una persona che non si stima e lui per me era un esempio da seguire, un esempio di moralità, di impegno senza riserve.

Noi non ci siamo mai detti che eravamo gay, non ce n’è mai stato bisogno. Tante volte, a casa passava le ore a studiare. Ci sono medici che considerano la loro missione soltanto come una fonte di reddito, lui era uno scienziato, ma non per amore della scienza, ma perché aggiornandosi e impegnandosi professionalmente poteva fare qualcosa di buono per il prossimo. Non l’ho mai visto ridere, sorridere sì, anzi era un suo modo tipico di comunicare. Non l’ho mai sentito fare pettegolezzi o criticare qualcuno dei suoi colleghi. Un giorno torna a casa tardi si siede a tavola e mi dice: “Stai qui. Ti devo parlare di una cosa.” Gli ho detto: “Ci sono problemi?” Lui mi ha risposto: “Niente che non si possa risolvere.” Poi mi ha detto che una signora di 87 anni sarebbe stata dimessa dall’ospedale dopo una lunghissima degenza prima in RSA e poi in ospedale e non aveva una casa dove andare perché era stata sfrattata, anche perché del tutto incapace di difendersi legalmente. Poi mi ha detto: “La possiamo fare stare qui finché non si trova un’altra soluzione?” Io l’ho guardato e gli ho sorriso facendo cenno di sì con la testa, poi ho aggiunto: “… anche se non si troverà un’altra soluzione.” Lui mi ha abbracciato forte.

L’indomani è arrivato con la signora in sedia a rotelle. Io avevo preparato la stanza. La signora si è messa a piangere, ci stringeva le mani e non le lasciava più. Era una donna anziana magrissima ma con occhi scintillanti azzurro chiaro. Abbiamo fatto di tutto per farla sentire a suo agio, lei all’inizio era imbarazzata, poi quando ci siamo messi a tavola tutti e tre, si è messa a piangere un’altra volta e Pietro le ha preso una mano e gliel’ha baciata e le ha detto: “Stai tranquilla, Lina, che qua starai bene. Il mio amico è un uomo come si deve, la casa è sua e lui ha detto che puoi stare qui finché vuoi. Ma adesso cerca di mangiare un po’ che sei magra magra, perché ti sei asciugata in tutto il tempo che hai passato in ospedale.” Dopo pranzo Lina è andata in camera a riposare un po’ e io sono rimasto con Pietro, che mi ha accarezzato una guancia col dorso di una mano e mi ha detto: “Io avevo capito chi eri fin dall’inizio e non mi sono sbagliato.”

Ho chiesto a Pietro della situazione pensionistica di Lina e mi ha detto di chiedere direttamente a lei e che nella valigia che aveva con sé c’erano anche tutte le sue carte e le sue cose. Nel tardo pomeriggio Lina si è svegliata, era un po’ disorientata, ma quando ci ha visto ha riconnesso tutto, abbiamo preso insieme il tè con qualche biscotto e poi le ho chiesto della sua pensione e di altre cose. Io ho lavorato tanti anni all’INPS e di cose amministrative me ne intendo. Ho detto a Pietro che Lina non aveva l’”accompagno” e ne avrebbe avuto il diritto, almeno secondo me, e che guardando bene avrebbe avuto diritto anche ad altro. Pietro ha detto: “Certo!” Insomma, i successivi otto giorni sono serviti a Pietro per raccogliere tutta la documentazione medica da portare all’INPS e a me a prendere contatti col patronato per fare tutte le pratiche. Dopo qualche giorno, in realtà pochi giorni, è arrivata per Lina la chiamata dell’INPS alla visita di controllo e l’abbiamo accompagnata. Lei era molto ansiosa. Pietro la teneva per mano e le diceva: “Lina, stai tranquilla che è tutto a posto.” Io ho aspettato in anticamera e Pietro è entrato con Lina ed è rimasto dentro quasi un’ora. Quando sono usciti, Lina era molto ansiosa, Pietro apparentemente no, per tenere Lina tranquilla.

A casa le cose sono tornate alla normalità e Pietro mi ha detto in separata sede che non era certo che Lina avrebbe avuto l’invalidità al 100% e che comunque bisognava aspettare la risposta ufficiale. Ma fortunatamente, dopo due settimane, la risposta è arrivata e ha fugato gli ultimi timori. In sostanza oltre l’accompagno Lina avrebbe ottenuto anche altri benefici economici, piccole cose certo, ma in pratica le sue entrate mensili sarebbero più che raddoppiate. Pietro lo ha detto a Lina e le ha detto che dovevano andare alla posta per richiedere una postepay, per ricevere i pagamenti da parte dell’INPS. Due giorni dopo ci siamo andati e Lina ha fatto la carta. Quando le è arrivato il primo pagamento la prima cosa che ha detto è che la metà la voleva dare a certe suore missionarie che hanno una loro casa vicino a dove abitava lei, qualche giorno dopo abbiamo accompagnato Lina dalle suore che non volevano la donazione perché sapevano che Lina aveva pochissimo denaro, ma lei e pure noi abbiamo insistito e alla fine hanno accettato.

Quando siamo rientrati a casa, io ho fatto una carezza a Lina e le ho detto: “Sei proprio una brava donna! Sei come una mamma.” E lei si è messa a piangere. Col passare del tempo Lina ci ha raccontato la sua storia che era una storia terribile, lei era una profuga giuliana e aveva conosciuto la miseria pure da bambina. I genitori avevano perso tutto quello che avevano ed erano riusciti a uscire dalla miseria nera solo negli anni ’60. Lei aveva lasciato gli studi e non si era sposata ed era finita a fare la servetta presso una famiglia ricca di Milano e così aveva potuto sopravvivere, ma nessuno le aveva mai spiegato che avrebbe avuto diritto ad avere i contributi pagati per farsi una pensione. I contributi non furono mai pagati, ma lei non sapeva nemmeno che cosa fossero e così anno dopo anno era arrivata all’età della pensione senza avere una pensione. L’assistente sociale le aveva fatto avere una “pensione minima” e tirando la cinghia arrivava a pagare un minimo affitto e ad avere una piccolissima casetta. Poi si era ammalata e tutto era precipitato nel baratro. A casa qualche volta andavano le suore ad assisterla, ma dopo il ricovero era rimasta completamente sola.

Pietro le misurava ogni giorno la pressione e la glicemia perché aveva un po’ di diabete e ogni settimana le faceva l’ECG con un apparecchio portatile. Abbiamo provato a portare Lina ad un negozio per comprare un po’ di abbigliamento, ma non voleva spendere soldi e diceva che c’erano quelli che avevano più bisogno di lei e non è voluta venire e allora siamo andati noi a comprare qualcosa che ci sembrava adatto e le abbiamo portato una scatola con due vestaglie calde, due paia di babbucce per tenere in caldo i piedi, della biancheria e poi un vestito per uscire e un cappotto pesante con una lunga sciarpa. Quando ha visto tutta quella roba si è quasi arrabbiata perché diceva che lei non voleva fare la signora, che i soldi non si devono spendere in cose inutili ma in opere buone, poi ha visto che c’eravamo rimasti un po’ male e ha aperto le braccia per farsi abbracciare e dirci che comunque era contenta. Lina aveva una sua caratteristica unica, non si lamentava mai, trovava tutto ottimo, ci diceva solo cose buone.

Insomma, Project, era diventata una vita a tre, una situazione stranissima e addirittura paradossale, ma stavamo veramente bene. Un giorno Pietro mi prende da parte e mi dice che la situazione di Lina sta peggiorando rapidamente e che secondo lui non sarebbe durata molto. Lui aveva intenzione di dirglielo. Io avevo qualche perplessità ma alla fine pensavo anche io che fosse giusto così. Pietro le ha detto chiaramente come stavano le cose e lei ha risposto: “Il Signore dà e il Signore toglie, ma io ho tanta fede e so che Lui mi aspetta. Non state tristi.” Ha voluto andare in chiesa per confessarsi e fare la comunione, poi siamo tornati a casa e si è fatta dare carta e penna per scrivere che tutti i suoi beni dovevano andare alle suore missionarie e poi si è seduta tranquilla come se fosse un giorno come tutti gli altri. Siamo andati avanti così per altri 10 giorni, poi Pietro l’ha fatta ricoverare almeno come sostegno al dolore e dopo una settimana Lina se ne è andata tenendoci per mano e recitando un’Ave Maria. A me è venuto un accesso di pianto fortissimo. Pietro mi ha abbracciato ed è scoppiato a piangere pure lui.

Ecco, Project, questo è accaduto poco più di due anni fa, quando il covid non esisteva ancora. Adesso esiste e Pietro se ne è tornato a vivere a casa sua, ma non perché tra noi qualcosa è venuto meno ma perché, lavorando in ospedale, e proprio in un reparto covid, teme di mettere me in condizioni di rischio serio. Ci sentiamo ogni giorno, ma mi manca moltissimo la sua presenza, adesso siamo una coppia telematica ma ci vogliamo bene come prima, e se possibile più di prima. Non sono mai andato a letto con Pietro, può darsi che prima o poi succeda, ma è proprio l’ultimo dei miei pensieri. Adesso le mie preoccupazioni sono tutte legate al fatto che lui possa prendere il covid e possa stare veramente male. Non è nei gruppi di età a maggior rischio ed è stato anche vaccinato, e questo mi tranquillizza molto. Certe volte lo vedo stanchissimo, proprio disfatto dalla fatica fisica e dall’ansia. Quando non è tranquillo parliamo al telefono e mi dice che solo sentire la mia voce riesce a dissipare tutte le sue malinconie. È la storia di una relazione gay questa? Io penso proprio di sì. Noi abbiamo un mondo in comune, qualche volta ne parliamo e penso che questa identità gay conti moltissimo sia per lui che per me, in pratica per qualche anno abbiamo avuto un progetto di vita in comune e ancora lo abbiamo. Non so perché succedono certe cose, so solo che ti cambiano la vita quando meno te lo aspetti.

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RAGAZZI GAY CHE CERCANO SOLO SESSO

Caro Project,
ho scoperto da poco Progetto Gay e nel panorama dei siti a contenuto gay della rete mi sembra un unicum e se lo avessi incontrato una decina di anni fa penso che avrei evitato di impegolarmi in tanti problemi inutili che, invece, mi hanno condizionato non poco. Leggendo il forum nella sezione sesso e nella sezione coppie ho trovato storie non molto lontane da esperienze che ho vissuto anche io e questo mi ha confermato nell’idea di non essere una rara eccezione. Ho 32 anni, per mia fortuna reggo ancora bene il passare del tempo e dimostro meno dei miei anni. Attualmente, almeno in un certo senso, sono single, un po’ per scelta e un po’ perché i miei ex, dopo qualche mese si stancavano e avevano bisogno di altro. Io lo capivo e non cercavo nemmeno di trattenerli. Ho vissuto una vita libera fin da quando avevo vent’anni, me ne sono andato di casa appena ho potuto perché il contatto quotidiano con i miei non lo sopportavo più e avevo bisogno di vivere la mia vita. All’inizio ho passato periodi di sbandamento forte, al limite della depressione, pensavo che nessuno si sarebbe mai innamorato di me e questo mi sembrava una tragedia, oggi, oggettivamente, almeno dall’esterno, non è cambiato nulla, solo che non mi sembra più una tragedia e ho smesso di cercarmi un ragazzo, almeno nel senso a che a questa espressione si dà di solito. Non ho smesso di cercare sesso, perché credo che sia impossibile smettere, ma ho messo da parte l’idea di fare dipendere il mio equilibrio mentale da un ragazzo solo, ma leggendo il seguito capirai che cosa intendo. Fino ai 24-25 anni le mie esperienze di coppia sono state devastanti per me, forse anche perché sognavo molto e mi sentivo molto frustrato e deluso, avevo in testa parecchi modelli e preconcetti che mi condizionavano. A 25 anni ho incontrato un ragazzo, che qui chiamerò James, che in un certo senso, piano piano, mi ha fatto cambiare modo di ragionare. L’inizio, con lui, è stato solo fisico. Ero attratto da lui e cercavo di ripetere con lui lo stesso copione che avevo usato con gli altri ragazzi: coppia stretta, amore eterno bla bla, ma lui fin dall’inizio non me lo ha permesso. James era diverso dagli altri ragazzi, non recitava una parte, era molto disincantato, un po’ il contrario di me. Lui ha smontato fin dall’inizio tutta la mia impostazione tradizionale del rapporto e mi ha detto brutalmente, ma in modo serio: “Mi piace fare sesso con te, ma non ti conosco, per il momento mi piace ma è solo sesso, non so se mi innamorerò di te, potrebbe succedere, ma al momento non è così.” Per quello che io ero allora un discorso del genere era distruttivo e ho cominciato a starci male praticamente da subito, però lui mi piaceva molto e io ho seguito il mio istinto sessuale mettendo da parte le frustrazioni affettive. Nel sesso James era molto diretto, non faceva chiacchiere stupide, sarà stato pure solo sesso, come diceva lui, però mi desiderava e devo dire che ho capito solo con lui che cosa può significare fare l’amore con un ragazzo. A livello sessuale le cose tra noi funzionavano benissimo, l’intesa era praticamente perfetta, pensavamo le stesse cose negli stessi momenti, non ho mai avuto un ragazzo interessato al sesso totalmente disinibito e “senza recite” come lui, almeno da quel punto di vista non mi mancava niente, ma c’era un però, mi diceva che comunque si sentiva libero di andare anche con altri ragazzi e lo faceva realmente, ma non erano tradimenti o cose fatte di nascosto, me ne parlava pure e io ci stavo malissimo, lui mi diceva: “Io sono fatto così, se non ti sta bene sei libero di andartene.” Queste espressioni all’inizio le sentivo aggressive, come se lui mi volesse controllare o dominare, ma poi ho capito che non era così. Lui mi cercava molto, aveva l’atteggiamento di un seduttore nei miei confronti, o almeno a me sembrava così, esaltava le mie prestazioni sessuali e così mi gratificava, ma diceva sempre che per lui era “solo” sesso, e non ti nascondo che per questa espressione l’ho odiato, anche se odiare James era praticamente impossibile. Quasi non voleva che mi innamorassi sentimentalmente di lui, il sesso non lo spaventava ma i coinvolgimenti che lui considerava appiccicosi non li sopportava proprio, diceva che quando ci si capisce non c’è bisogno di parole. Lui diceva “ci si capisce”, non “ci si vuole bene” perché evitava sistematicamente il piano affettivo. Questa espressione: “è solo sesso”, è stata un po’ l’ossessione della mia vita per gli ultimi sei anni. Però devo essere onesto, raccontata così la storia sembra molto riduttiva: lui tiranno cinico e insensibile e io vittima soggiogata dal sesso, ma le cose erano in realtà molto diverse e molto più complicate. Gli atteggiamenti cinici ed eccessivamente razionali da parte sua c’erano, ma ce n’erano anche altri che sembravano andare proprio in una direzione del tutto diversa. Nonostante i suoi comportamenti, lui non era un cacciatore di sesso, era libero nei comportamenti, aveva avuto tanti ragazzi, era un po’ cinico in queste cose, questo è vero, ma non pensava solo a se stesso, non era aggressivo o vendicativo, quando avevamo qualche contrasto non aveva problemi a cedere per primo e qualche volta ci restava seriamente male, ma non avrebbe mai cercato di farti male, se mai sarebbe sparito lui, se avesse pensato di non essere gradito. Non cercava di importi nulla, non usava ricatti affettivi di nessun genere e soprattutto, se si allontanava perché magari aveva conosciuto un altro ragazzo, non spariva comunque per periodi troppo lunghi e poi, nonostante le apparenze, era molto vulnerabile sul piano affettivo e forse l’essere cinico, almeno in apparenza, era un metodo di difesa. Quando entrava in una nuova storia io ci stavo malissimo perché pensavo che lo avrei perso definitivamente, ma non succedeva così. Diciamo che tra i suoi ex alcuni uscivano proprio di scena perché li considerava inaffidabili, con altri invece manteneva dei contatti non superficiali. Voglio specificare che quando dico che considerava certi ragazzi inaffidabili non mi riferisco al fatto che facessero o non facessero sesso solo con lui e cose del genere, queste cose gli erano praticamente indifferenti, per lui l’inaffidabilità era soprattutto il non parlare chiaro, il raccontare balle, l’avere due facce, il dire una cosa e farne un’altra. Lui queste cose non le sopportava proprio e d’altra parte non le faceva. Con gli ex che lui considerava persone affidabili aveva episodicamente anche rapporti sessuali, lui diceva che “era solo sesso” ma a me sembrava che con quei ragazzi si creasse un rapporto molto più complesso, diciamo un’amicizia vera anche con un po’ di sesso. Si comportava così anche con me. Da lui ho imparato il senso della sessualità. Prima, quando mi diceva: “Sto con te solo per sesso”, lo consideravo la cosa in modo riduttivo, poi ho capito che dire “solo sesso”, non era in realtà un’espressione riduttiva. Il sesso per lui era anche se non soprattutto un modo per essere accettato senza preclusioni. Certe volte capivo che aveva proprio bisogno di fare sesso con me, era una forma di comunicazione molto importante, liberatoria. Certe volte dopo il sesso gli venivano momenti di malinconia profonda e arrivava a piangere davanti a me, altre volte ci vedevamo, lui sembrava molto cinico e aggressivo ma se riusciva a vivere il sesso in modo liberatorio alla fine stava meglio. Col passare del tempo, io capivo sempre più chiaramente che dire: “è solo sesso” non era affatto un’espressione riduttiva. Con l’espressione “solo sesso” lui voleva escludere tutti i ritualismi, le dolcì banalità e le piccole ipocrisie di cui spesso è costellata una storia cosiddetta d’amore. La distinzione tra amore e sesso per lui non aveva senso, per lui l’attrazione sessuale era l’innesco di una storia sessuale, proprio nel senso di “storia sessuale”, certo, ma anche di storia prudentemente affettiva. In un certo senso, lui capovolgeva l’ordine comune delle cose: per molti si parte dall’amicizia per poi arrivare al sesso, per lui si partiva dal sesso per poi capire se si poteva anche costruire un rapporto di amicizia. Mi diceva spesso una cosa che io faticavo a capire e cioè che alla base dell’amicizia vera, cioè del fidarsi uno dell’altro, c’è sempre un’attrazione sessuale reciproca forte, che è una condizione necessaria, ma ovviamente non sufficiente, per costruire un’amicizia. Per lui l’amicizia era più del sesso, o meglio era quasi un altro gradino della sessualità, un livello non più sublimato ma più profondo, cioè con un livello di comunicazione interpersonale più profonda. Un amico per lui era uno di cui poteva fidarsi al 100% e quella fiducia doveva essere reciproca. Non aveva amicizie rituali, non si ricordava mai i giorni dei compleanni o cose del genere, non faceva mai regali, non per risparmiare quei quattrini che comunque non aveva, ma per evitare che si entrasse nella dimensione del rito, di quello che si fa perché si deve fare. Per lui un amico è uno che, se tu lo vai a trovare perché hai bisogno di fare sesso con lui all’una di notte, non ti dice di no. Questo è sesso, certamente, ma non è certo “solo sesso” nel senso riduttivo del termine. Lui ha anche un’altra caratteristica che mi è sempre piaciuta molto e che dà un ulteriore significato al suo modo di dire: “è solo sesso”, lui collega il sesso “esclusivamente” ad una dimensione di attrazione istintiva, il sesso per lui non deve essere inquinato da niente altro, cioè deve essere “solo sesso!” perché “solo sesso”, vuol dire sesso vero, non mescolato con interessi di nessun altro genere, e in ultima analisi il sesso vero è la premessa dell’amicizia seria. Mi diceva un’altra cosa che all’inizio mi irritava molto: “se uno non ti accoglie nel suo letto quando ne hai bisogno, non è un amico perché per lui le sue regole contano più di te.” Oggi comincio a pensare che aveva ragione. Col passare del tempo ci vediamo meno e quindi facciamo meno sesso e adesso, in periodo di covid, ci sentiamo ogni tanto per telefono, ma non molto spesso, quando succede, però, le telefonate sono lunghissime. Alla fine mi chiede se mi sono eccitato e effettivamente succede praticamente sempre. Ultimamente mi ha detto che lui di “amici” ne ha tanti, ma di “amici veri”, cioè di quelli coi quali può parlare liberamente, ne ha solo tre. Questo discorso, qualche anno fa, mi avrebbe fatto stare male perché lo avrei letto solo come un chiaro segno che io per lui non ero l’unico né come amico né per il sesso, dato che per lui l’amicizia comprende anche la disponibilità sessuale, oggi però questo fatto non mi mette più veramente in crisi. È ormai più di un anno che non ci vediamo “solo” per fare sesso ma “anche” per parlare e per parlare in un modo così serio che non ho mai trovato con nessun altro. Prima avvertivo una differenza netta tra il mio e il suo modo di vedere il sesso e i rapporti personali, poi piano piano le differenze hanno cominciato ha svanire, piano piano abbiamo costruito un terreno comune cedendo un po’ per uno ai principi dell’altro. Lui adesso è molto meno cinico e comincia a parlare anche di sesso come espressione dell’affettività e io ho finito per mettere da parte l’idea di coppia, non perché penso che ci sia qualcosa di sbagliato, ma perché non la vedo adatta a me, cioè a noi. Noi abbiamo trovato un nostro equilibrio, che non è il classico equilibrio di coppia, ma che tra noi funziona. Io così sto meglio, mi sento molto più a mio agio e in qualche modo, non so se dire che mi sento amato, ma certamente mi sento molto più rispettato e compreso. Ultimamente è capitato anche a me di chiamarlo perché sentivo il bisogno di fare sesso con lui, lui mi ha detto solo: “Ti aspetto, vieni appena puoi.” Erano solo cinque parole ma si capiva che James era contento che glielo avessi chiesto. Sono salito a casa sua, mi ha fatto entrare, si è spogliato, mentre io facevo lo stesso, poi si è steso sul letto e ha aperto le braccia e ci siamo abbracciati nudi. Sono rimasto da lui tutta la notte. La mattina al risveglio gli ho chiesto: “È solo sesso?” Lui mi ha sorriso e mi ha arruffato i capelli. Nota bene, Project, questo non è l’inizio, magari tardivo, di una classica storia di coppia, è solo “un momento” del nostro rapporto, che va preso per quello che è. Mi rendo conto che nel dire così è come se questa volta fossi io a dire che “è solo sesso”, anche se non è certamente “ solo sesso”. In realtà sapevo benissimo che dopo quell’episodio non lo avrei visto forse per un mese di seguito, anche io non volevo e non dovevo illudermi. Il rapporto tra James e me non sarebbe certamente finito, e di fatto non è finito, ma non sarebbe mai stato un classico rapporto di coppia. Mi sono chiesto più volte, in un’ottica egoistica, se “per me” sarebbe stato meglio cercarmi un altro ragazzo o “anche” un altro ragazzo. Non penso che, in linea di massima, James lo avrebbe considerato come un tradimento, probabilmente lo avrebbe accettato come la cosa più normale del mondo, perché queste cose James le faceva normalmente. Il vero problema sarebbe venuto con l’altro ragazzo che si sarebbe trovato impegolato in cose diverse dalle classiche storie di coppia e si sarebbe sentito tradito. Comunque, da quando conosco James non mi è mai capitato di innamorarmi di altri ragazzi. Adesso mi ha detto che si è innamorato di un altro ragazzo, che gli piace molto, e si sta dedicando completamente a questo ragazzo, ma in genere le storie di James non durano molto proprio perché qui ragazzi lo vogliono tutto per sé e non accettano il fatto che con lui non si possono costruire storie di coppia. Per ragioni un po’ diverse, sia io che James abbiamo difficoltà a costruire rapporti con i ragazzi, il loro modello di vita affettiva è diverso dal nostro, perché sono abituati a dire una cosa e a viverne un’altra. Quei ragazzi, quando James dice loro che “è solo sesso”, sul primo momento si sentono sollevati, perché pensano che anche per loro “è solo sesso”, ma quando poi vedono che James racconta loro che si è innamorato di un altro, allora si rendono conto che per loro in realtà non è “solo sesso” e così cominciano a stare malissimo e a sentirsi traditi, perché non sono capaci di mettere da parte l’idea dell’esclusività per non perdere James. Vogliono stare con James ma pensano che il modo valga più della persona: meglio una relazione di coppia con un altro che una relazione di tipo diverso con lui. Capisco che si possa restare perplessi se ci si sente dire che “è solo sesso” ma mettersi con un ragazzo perché con quello si può costruire il tipo di relazione che si vuole vuol dire che alla fine “non è nemmeno sesso, ma convenienza e abitudine. Qualche volta ho il timore che James, nonostante tutto quello che ha detto possa veramente innamorarsi di un altro ragazzo e possa finire per accettare anche una vita di coppia standard con quel ragazzo. Ti posso garantire che se succedesse ne sarei felice. Su primo momento sarebbe difficile da accettare, ma alla fine ne sarei felice. Non so se potrebbe dimenticarsi di me, in una situazione simile, francamente non lo credo. Forse non ci sarebbe più sesso ma il volersi bene resterebbe ancora, e allora non potrebbe più dire che “è solo sesso.”

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GAY E MORALE SESSUALE

Ciao Project!
Dai, non ti dico le solite cose, se questa mail la mando a te vuol dire che mi aspetto una risposta e penso che ci sarà. Ho 33 anni, mi piace progetto, ma mi sento molto, o almeno abbastanza diverso dai ragazzi di progetto, nel senso che sono molo più libero, penso almeno, poi non lo so, però in pratica, diciamo dai vent’anni in poi, ho avuto tante esperienze, proprio di tutti i generi, che nemmeno te le puoi immaginare, tranne che con le ragazze che per me non esistono proprio, ma diciamo che in campo gay le ho passate proprio tutte, dai coetanei agli uomini molto più grandi di me, sono stato spessissimo sulle chat erotiche gay più famose e ho giocato molto con quelle famose ap. Ho beccato tanti due di picche, frustrazioni, certe volte vere disperazioni vedendo ragazzi di cui ero innamorato che non erano coinvolti da me. All’inizio ho tenuto anche comportamenti a rischio quasi per fare una roulette russa con la morte, poi mi è capitato di venire a sapere che uno di quelli coi quali avevo fatto sesso non protetto era positivo e ho vissuto momenti di angoscia profonda e ho capito quanto un comportamento di sfida come il mio fosse da perfetto imbecille e così ho cominciato a fare sesso sempre in modo protetto. La paura fa rinsavire più dei discorsi e delle prediche che non ho mai sopportato. Oltre che a fare SEMPRE sesso protetto, ho imparato anche altre cose: prima di tutto che le persone le puoi valutare solo dai comportamenti e non dalle parole. Quelli che chiacchierano troppo fin dal primo incontro e che usano parole grosse e lodi sperticate sono i più subdoli e i più falsi, perché mentono sapendo di mentire, ti dicono che sono innamorati e, dopo che sono andati a letto con te, spariscono e non li senti più. Io ho rimorchiato ragazzi dappertutto, specialmente quando stavo peggio, il sesso mi piace, ma ci vedevo anche altro, cioè la mia affettività, per quanto frustrata e in un certo senso patologica, esisteva, e per questo ci stavo male quando le cose non funzionavano, ma ho trovato spesso, specialmente tra quelli over 40 e peggio ancora over 50 una totale anaffettività. Per loro andare a caccia di ragazzi era una specie di collezionismo ad affettività zero, ed erano anche uomini sposati. Però non è questione di età o di categorie perché ho trovato anche sessantenni che hanno fatto sesso con me ma in un altro modo, non da padrone ma da amico di buon senso, disposto a mettersi da parte, senza sparire, quando io mi innamoravo di un coetaneo. Tra coetanei c’è più competizione e con loro ho provato le peggio delusioni, nel senso che spesso vedono il sesso non come una cosa che si fa in due in privato, ma come una cosa da ostentare con gli amici, un po’ come succede agli etero che si vantano di avere rimorchiato una bella figa, tra gay è lo stesso. Io poi cerco un ragazzo per stare con lui, non per passare le serate coi suoi amici in locali di vario genere. Ho pochi amici e tra i miei amici ci sono in pratica tutti i miei ex che non sono spariti. Io non vado più a letto con questi ragazzi, o forse ci vado ancora qualche volta ma molto di rado, però con loro ho un rapporto, cioè siamo amici, ogni tanto ci sentiamo, cioè nella mia vita sono una presenza stabile. Adesso piano piano mi rendo conto che il sesso, per me, è un modo di esprimere un bisogno affettivo, se non c’è almeno un po’ di rispetto e un minimo di contatto affettivo io i ragazzi li caccio a pedate, è successo più volte. Una volta sono andato con uno che mi piaceva in un motel, ma lui ha cominciato a fare il deficiente in un modo così irritante che mi sono rivestito e me ne sono andato e lui pensava che io fossi innamorato di lui e voleva essere il padrone! Io in genere piaccio agli uomini, ma non a quelli che piacciono a me, questa frase penso di averla letta da qualche parte nel forum, ma direi che chiarisce bene quello che mi capita. Ormai sono talmente abituato al copione classico del seduttore gay che come ne vedo uno che comincia su quei toni lo mando sonoramente a quel paese. Mi piacciono a livello umano solo quelli che parlano chiaro. Se vuoi solo fare un po’ di sesso basta che lo dici prima, poi se mi va e se non c’è di meglio ci posso pure stare ma senza illudermi, cioè tanto per fare qualcosa. Non sopporto gli sbruffoni, quelli che si presentano con la bella macchina presa in prestito da qualche altro, quelli che ragionano in termini di portafoglio e si vogliono sentire padroni. Poi c’è una buona percentuale di fissati, di gente che sa dire solo parolacce e bestemmie ed è incapace di mettere tre parole di buon senso una appresso all’altra. Tu puoi capire che vuol dire andare a letto con uno così, e mi è successo, non lo mandi a quel paese solo perché ti fa pena. Insomma, Project, ne ho fatte proprio di tutti i colori. Mi è capitato perfino di fare sesso con un ragazzo in sedia a rotelle. Non pensavo che ci sarei riuscito, gli avevo detto prima che non ero innamorato di lui ma lui ha detto che lo sapeva ma che avrebbe voluto farlo lo stesso e lo abbiamo fatto, era un ragazzo molto intelligente, dopo mi ha detto che per lui era stata una cosa importantissima, un modo di essere accettato veramente. A distanza di tre anni siamo rimasti amici. Quello che non tollero è essere trattato come la puttana di turno. Tu vuol fare sesso con me, se a me sta bene, ok, altrimenti te ne vai, e poi certi uomini sposati vogliono fare sesso senza preservativo e io gli dico: Guarda che io voglio bene a tua moglie più di quanto gliene vuoi tu! E loro mi guardano strano e io gli dico: Perché io non metto a rischio tua moglie e nemmeno me stesso, ovviamente, io non sono stupido e senza preservativo non se ne parla proprio. Non sopporto gli uomini sposati che cercano i gay quasi per confessarsi dei tradimenti fatti alle mogli, perché hanno bisogno di qualcuno che li incoraggi a continuare a tradire la moglie e a tenere un piede in due scarpe. Uno l’ho proprio messo in crisi, gli ho detto: Se non te la senti di stare con tua moglie separatevi, ma non la imbrogliare, perché è proprio quello che stai facendo! Lui è stato malissimo e si è messo a piangere, probabilmente era il primo tradimento, e l’ho riaccompagnato a casa sua. Poi ci sono gli ipocriti che “dopo” che hanno fatto sesso con te, ti dicono che loro non volevano ma tu in un certo senso ce li hai portati in modo viscido e insinuante. Io dico: Ma, bello, nessuno ti ha costretto! La gente non vuole i rapporti di coppia, le cose di lunga durata con tanto di convivenza, no! Impegni non ne vuole nessuno. Sesso, ma senza altre cose, senza “altri impicci” come dicono loro. Ne ho conosciuto uno che si riteneva un maestro di sesso! Sì, hai capito bene, pensava di poter insegnare agli altri che cosa è il sesso, ma era una cosa da sbellicarsi dalla risate, io gli ponevo un sacco di problemi assurdi, fingendo di essermi innamorato di una ragazza, e lui mi diceva che lo aveva capito subito che ero bisex (io, MAI!!), gli davo spago e lui partiva coi paroloni, tutto in linguaggio da psicologo rifinito, ma non si rendeva nemmeno conto che lo stavo sfottendo. Poi gli ho detto di farmi vedere qualcosa di sessuale in concreto e lui ha cambiato subito discorso e ha cominciato a dire che era tardi e che doveva andare. A uno gli ho proprio spaccato la faccia, eravamo in un motel e lui voleva farmi fare una cosa che a me non andava affatto. Gli ho detto: No! Questo no! E lui prima ha cominciato a minacciarmi e già mi stavano girando le scatole, poi ha provato a costringermi con la forza, perché era più grosso di me. Io gli ho dato una ginocchiata violenta nei testicoli che deve avergli fatto malissimo e lo avrei fatto nero ma non l’ho fatto perché mi è suonato il telefono, e allora l’ho piantato lì. Forse il più viscido di tutti è stato uno che si è avvicinato in una maniera subdola, io sospetto che fosse un prete, ma oggettivamente non lo so, certo non era uno di primo pelo nei siti di incontri. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare e lui faceva l’amico e io gli ho dato retta e gli ho presentato i miei amici. Lui a me diceva che era innamorato di me, poi uno dei miei ex mi chiede: Ma chi è quel tipo? Perché guarda che ci sta provando con tutti e dice che tu sei un povero stronzo che non capisce un cazzo. E allora la prima sera che siamo usciti con gli amici l’ho affrontato in modo diretto davanti a tutti e gli ho detto: Me è vero che ci provi con tutti? Lui pensava che fosse una cosa scherzosa, ma gli altri lo hanno sputtanato tutti alla grande! E gli hanno ripetuto tutte le calunnie che aveva detto su di me. Alla fine lui ha detto che eravamo un branco di cani che saltano addosso al primo che capita, però, dopo, è sparito e non si è più fatto vedere. In queste situazioni capisci di avere degli amici veri. E adesso vengo al punto, uno dei miei amici, un mio ex, mi sa che si sta innamorando veramente di me. Scherza poco, sta sulle sue, mi sta a sentire, sorride e non fa chiacchiere, certe volte, magari a distanza di settimane, parlo con lui anche per un’ora e mi sento a mio agio. Lui sa benissimo che genere di vita faccio e non si fa avanti, però mi rispetta. In realtà quando stavamo insieme per me aveva un po’ un doppio ruolo, un po’ era il mio ragazzo e un po’ era il fratello che non ho mai avuto, tra noi c’era complicità, poi ci siamo lasciati perché io pensavo che lui non fosse innamorato di me, ma probabilmente all’epoca non ero capace di capire veramente queste cose. Io mi rimetterei con lui ma non so se lui starebbe mai con uno come me. Che devo fare, Project? Penso che stasera ci parlerò chiaro.
Ci ho parlato! Non se l’aspettava ma era visibilmente contento, mi ha solo detto: Sarei contento e molto, ma vediamo come va, in ogni caso ti vorrò bene comunque.

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RICORDI DI UNA COPPIA GAY

Caro Project,
mi chiamo Mario, sono un 74enne romano che ha visto morire il suo compagno, dopo aver cercato di fare di tutto per salvarlo, ma i medici e lui stesso erano consapevoli di come sarebbe finita. È stata una cosa molto breve, che è durata in tutto 31 giorni. Lui ha cercato di ripetermi fino alla fine che mi voleva bene e che era felice di essere stato con me. Era più giovane di me di cinque anni e quello che è successo non lo avrei mai potuto immaginare. Ormai sono passati quasi otto mesi, e ho superato le angosce dei primi momenti che mi facevano piangere da solo senza consolazione. Ora ho le sue foto, i ricordi e lui continua a vivere dentro di me. Abbiamo vissuto insieme per quasi 40 anni e in questo siamo stati fortunati, perché 40 anni fa l’idea di convivere per due uomini era un’utopia e niente altro, per noi però è diventata realtà. Quando ci siamo conosciuti io avevo 33 anni e lui ne aveva 28, ma lavoravamo tutti e due. Lui era un giovane ingegnere e io un insegnante di Inglese un po’ meno giovane. A quel tempo io davo per scontato che non avrei mai avuto un compagno e vivevo ancora a casa dei miei genitori. Io non ero mai andato d’accordo coi miei genitori, che comunque non sapevano della mia omosessualità (e non mi è mai passato per la mente di aprirmi con loro). Non andavamo d’accordo soprattutto per ragioni politiche, mia madre era democristiana anche e soprattutto perché non leggeva i giornali e non capiva niente di politica, mio padre poi viveva ancora nel mito del ventennio e per lui i partiti della sinistra erano come il fumo negli occhi. Avevamo cominciato a provare reciproca insofferenza l’anno prima, al tempo del rapimento e dell’assassinio di Moro. Mio padre per un verso odiava le brigate rosse ma per un altro verso odiava pure Moro per le sue aperture ai comunisti, e verso Moro usava espressioni dispregiative della peggiore specie. Mia madre mi diceva che l’unica cosa che si poteva fare era pregare e comunque non avrebbe mai capito il doppio gioco di tanti democristiani che non sopportavano Moro e sostenevano la linea della fermezza. A me Moro piaceva molto, ho sempre pensato che fosse un uomo onesto che non agiva per interesse personale. E così la storia di Moro è stata anche il tracollo degli equilibri della mia famiglia. I miei genitori hanno cominciato a considerarmi comunista ormai irrecuperabile al loro classico buonsenso-opportunismo piccolo borghese. In pratica anche io, pure se non posso dire che avevo cominciato ad odiare mio padre, certamente ero arrivato alla conclusione che tra noi non ci sarebbe mai stato nessun possibile discorso serio e sulla base di questo, feci d’impeto domanda di trasferimento per andare a insegnare in un’altra provincia e non dissi nulla a casa. Una volta inviata la domanda, mi pentii di averla inviata, ma ormai non potevo tornare indietro, però consideravo piuttosto remota la possibilità di ottenere realmente il trasferimento. Invece alla fine dell’estate del ’78 venni a sapere che ero stato trasferito e in una provincia molto lontana (Torino). Dirlo ai miei fu per me una cosa difficilissima, soprattutto perché a loro non avevo detto che avevo chiesto il trasferimento. Lo presero come un vero e proprio tradimento, una coltellata improvvisa sferrata in modo premeditato a mio padre e a mia madre. Mio padre era proprio schifato da me, diceva che si era cresciuto una serpe in seno, mia madre cercava di tenerlo buono, ma se non ci fosse stata lei, con mio padre saremmo proprio venuti alle mani. Me ne andai di casa, quando mio padre era al lavoro staccandomi a forza dagli abbracci di mia madre e promettendole che non sarei sparito e che le avrei mandato al più presto il mio nuovo indirizzo. Mancavano circa 40 giorni all’inizio dell’anno scolastico e io sono rimasto in albergo a Torino, finché non ho trovato un miniappartamento non molto lontano dalla scuola. È stato proprio a scuola che ho incontrato Carlo. La Provincia e il Provveditorato agli studi avevano in progetto la costruzione di nuovi edifici scolastici e la ditta dove lavorava Carlo aveva vinto un appalto, o qualcosa di simile, e si era deciso che si dovessero fare una serie di incontri presso la mia scuola, con i progettisti, con alcuni funzionari della Provincia, con alcuni funzionari del Provveditorato e con alcuni presidi. Il mio preside mi disse che avrei fatto parte del gruppo, il che era una manifestazione di fiducia alla quale comunque non mi potevo opporre. La prima riunione fu solo di presentazione, eravamo 14 persone, e non si fece altro che stabilire un calendario per gli incontri tecnici successivi. Io pensavo che tutti gli incontri sarebbero stati rituali come il primo ma non fu così. Nella prima riunione però io avevo notato subito l’Ing. Carlo B., che mi sembrava veramente un bel ragazzo, ma niente di più. Nel secondo incontro si arrivò a discussioni molto animate, l’Ing. Carlo B. srotolava progetti e cercava di spiegare i problemi tecnici ma poi cominciava la rissa dei però, dei ma invece, dei si potrebbe e si dovrebbe, ecc. ecc.. Erano passate le 22.00, la riunione cominciata alle 16.00 andava avanti e non dava segno di avviarsi verso la conclusione. Carlo guardava l’orologio ogni cinque minuti, poi, dopo le 23.00 smise di guardarlo. La riunione terminò alle 23.30. Se ne andarono tutti perché avevano le macchine parcheggiate in cortile. Lì mi accorsi che Carlo non aveva macchina e gli dissi. “Posso accompagnarla da qualche parte?” E lui mi disse che avrebbe passato la notte in albergo e che sarebbe partito in treno l’indomani mattina, perché ormai non c’erano più treni che andassero bene per lui, e fu lì che quasi istintivamente giocai le mie carte: “Se vuole andare in albergo, l’accompagno in centro, ma se per lei andasse bene potrebbe dormire anche a casa mia, è piccolina ma è a pochi minuti da qui, poi, domattina l’accompagno in stazione prima di andare a scuola.” Lui non se lo fece ripetere due volte, mi disse solo: “Ma pensa che si possa fare veramente?” Io risposi: “Certo!” Lui mi disse: “Allora grazie!” La nostra storia è cominciata così. Era dicembre, faceva un freddo cane, ma lasciai a lui il mio letto e l’imbottita e me ne andai a dormire sul divano. La mattina facemmo colazione insieme, poi lo accompagnai alla stazione, eravamo entrambi visibilmente contenti di avere rotto il ghiaccio. Lui mi lasciò il numero di telefono della casa dei genitori, io lo presi ma gli dissi che non avevo il telefono ma magari avrei potuto chiamarlo con un telefono a gettone. A scuola il preside era entusiasta di me perché non lo avevo piantato in asso e cominciò a trattarmi con un occhio di riguardo. La riunione successiva del gruppo tecnico era stata programmata di lì a un mese, dovevo soltanto attendere, ma l’attesa sarebbe stata troppo lunga, dopo nemmeno una settimana pensai di chiamare Carlo al telefono, mi preparai prima tutto il discorso da fare, un discorso molto ufficiale se avessero risposto i genitori e un discorso molto diverso e molto amichevole se avesse risposto Carlo. Decisi che l’ora ideale per chiamare sarebbe stata verso le 20.00, alle 20.00 in punto chiamai e dissi alla madre che ero il prof. Mario C. del gruppo tecnico di coordinamento dell’Istituto … , la signora mi rispose che se le avessi lasciato il mio numero mi avrebbe fatto richiamare appena il figlio fosse rientrato dal lavoro, mi sembrava brutto rispondere che non avevo il telefono e le dissi semplicemente di avvisare l’Ingegnere, che lo avrei richiamato io l’indomani. Ma l’indomani mattina fu lui a richiamarmi a scuola, perché forse pensava che ci fossero veramente dei problemi legati al gruppo di coordinamento, ma quando vennero a chiamarmi in classe perché c’era una telefonata per me in segreteria, capii perfettamente che il motivo era un altro. C’era gente e ovviamente non potevo parlare in tono troppo amichevole. Gli dissi: “Buongiorno Ingegnere!” e lui mi rispose: “Ciao Mario!” Io andai avanti a dargli del lei e lui mi rispose: “Stamattina sono a Torino e finisco verso le 11.00, ti andrebbe di pranzare insieme?” Io risposi: “Guardi era proprio quello che le avrei suggerito anche io, credo che il progetto in questo modo possa partire molto meglio!” Tre ore dopo eravamo a pranzo insieme! Ormai eravamo amici. Era evidente che c’era un interesse reciproco ma da entrambe le parti la prudenza era massima, evitavamo rigorosamente gli argomenti troppo personali, parlavamo delle nostre esperienze di studio e di lavoro, all’inizio non parlavamo di politica, non sapevo come inquadrarlo nemmeno da quel punto di vista, poi piano piano ho cominciato a notare sul suo viso qualche espressione di disappunto quelle rare volte che si parlava della democrazia cristiana, o almeno di certi politici democristiani, di altri aveva maggiore stima. Una volta parlammo anche di Moro ed era evidente che il rapimento e l’assassinio di Moro lo avevano sconvolto, anche se non era molto informato sui fatti. Piano piano abbiamo cominciato a parlare anche di politica spicciola e mi trovavo quasi sempre d’accordo con lui. Parlava del socialismo con un certo entusiasmo, non del socialismo di Craxi, ma di quello di Nenni. Discutevamo anche di letteratura, una volta mi parlò di un romanzo di Pavese, “La casa in collina”, un romanzo che io non conoscevo, ma più che parlare di partigiani e di tedeschi, si fermò sul rapporto tra Corrado, il protagonista, un professore torinese molto disincantato, e Dino, un ragazzo molto giovane, che Corrado sospetta essere suo figlio. Il rapporto tra il presunto padre e il presunto figlio, nel libro, è accennato più che chiarito. Corrado si rivede nel ragazzo, che alla fine si unirà ai partigiani, mentre lui non sarà capace di niente di simile e si richiuderà nel suo mondo interiore fatto di consapevolezze e soprattutto di rinunce. Nel romanzo, che poi lessi quasi subito, si parla anche dei rapporti di Corrado con la madre di Dino e di altre due donne che ospitano Corrado, ma evidentemente non era questo che colpiva Carlo. Poi una volta parlammo anche di Bassani e del Giardino dei Finzi-Contini, dove c’è anche un accenno legato alla omosessualità. Carlo conosceva bene il libro, evidentemente lo aveva letto più volte ma non accennò mai ai riferimenti omosessuali. Dopo quel primo pranzo insieme a Torino prendemmo l’abitudine di incontrarci tutte le domeniche, veniva sempre lui da me in treno e ripartiva con l’ultimo treno utile alle 23.00. Ci vedevamo la mattina verso le nove e passavamo insieme tutta la giornata, ovviamente non si parlava mai di ragazze, e questo induceva a sperare, ma i dubbi rimanevano ed erano fortissimi. Dato che si avvicinava Natale gli chiesi che cosa avrebbe fatto per la ricorrenza e mi disse semplicemente che sarebbe stato in casa con i suoi perché era figlio unico e aveva solo i suoi genitori. Da lì abbiamo cominciato a parlare dei nostri rapporti familiari. I suoi avevano speso fino all’ultimo centesimo per farlo studiare e lui, una volta diventato ingegnere, in qualche modo sentiva di doversi sdebitare, doveva almeno dedicare il suo tempo ai sui genitori e doveva in qualche modo compensarli di tutto quello di cui si erano privati per farlo studiare, anche per questo lui lavorava dalla mattina alla sera e poi aveva con i genitori un rapporto affettivo molto particolare. I suoi non erano vecchi, ma era un po’ come se lui si considerasse padre di quelli che chiamava “i miei due vecchietti”. Tutto questo a me sembrava molto strano. Io gli raccontai dei litigi con mio padre per motivi politici e della rovina finale della mia famiglia a seguito del mio trasferimento a Torino, richiesto senza dire niente ai miei genitori. Carlo però mi stupì con la sua risposta: “Se la situazione era quella, hai fatto benissimo ad andartene via! Per me è diverso, i miei genitori sono gente molto semplice ma mi hanno insegnato i valori veri della vita.” Piano piano ci stavamo avvicinando a confidenze più personali, ovviamente nessuno dei due parlava di ragazze. Siamo andati avanti così per quasi sei mesi, come dei buoni amici. Io ero in dubbio se mettere il telefono oppure no, col telefono avrei potuto chiamarlo, ma alla fine lui avrebbe sempre chiamato da casa, quindi non ho messo il telefono, ma abbiamo continuato a vederci la domenica, come ormai era diventata tradizione. Non ci siamo mai fatti regali di nessun genere, un po’ per scaramanzia perché volevamo che tra noi tutto fosse libero e senza obblighi. Poi successe qualcosa di imprevedibile anche se atteso. Il 1° giugno dell’80 era domenica e il 2 era la festa della Repubblica e quindi sia io che lui avevamo due giorni liberi di fila, io gli proposi di rimanere a dormire da me e lui accettò. Gli chiesi come l’avrebbero presa i suoi e mi rispose in modo enigmatico che sarebbero stati contenti, io cercai di approfondire il discorso e lui mi disse che i suoi sapevano della nostra amicizia, perché lui gliene aveva parlato ed erano contenti, poi ha aggiunto: “d’altra parte non si sarebbero mai aspettati che io portassi a casa una ragazza.” Io feci finta di non aver capito e lui mi disse: “Dai che hai capito benissimo!” Io mi sono arreso subito e gli ho detto. “Quindi loro sanno …”, lui mi ha risposto: “Certo, gliel’ho detto io … ma non sanno chi sei, se ti conoscessero penso che sarebbero molto contenti.” Ormai stavamo parlando chiaro. Mi ha raccontato come si è deciso a parlare coi suoi. Ai tempi dell’università, lui stava a Torino, a pensione in una stanza da solo, e i suoi, quelle rare volte che lo vedevano erano molto preoccupati che lui non si trovasse una ragazza o almeno una compagnia femminile. Perché pensavano che una ragazza potesse farlo stare meglio, e quindi insistevano perché “si sentisse libero” e proprio da lì partì tutto il discorso di Carlo. I suoi genitori stettero a sentire molto attentamente ma non credevano di sapere già di che cosa Carlo stesse parlando, avevano fiducia in lui e volevano che fosse lui a fare capire loro che cosa volesse dire essere omosessuale. Lui disse solo che è esattamente come quando ti innamori di una ragazza, solo che invece di una ragazza è un ragazzo, ma i sentimenti sono gli stessi. Poi mi disse: “Tu non mi crederai, ma tra me e i miei genitori non è cambiato nulla, mio padre non è mai stato molto espansivo nemmeno prima, ma dopo, quando tornavo a casa mi sentivo addirittura molto più coccolato di prima. Io ho avuto la netta sensazione che i miei si fidassero talmente di me da pensare che non avrei mai fatto niente di sbagliato o di cattivo, l’unica cosa che mi ripetevano era: ‘quello che sta bene a te sta bene a noi!’” La notte tra il 1° e il 2 Giugno non abbiamo dormito ma ci siamo raccontati le nostre vite. Project, credo che tu possa capire quanto fosse liberatorio per noi capire che avevamo trovato un altro ragazzo omosessuale e che con quel ragazzo si stava costruendo qualcosa di bello. Né lui né io avevamo la minima esperienza di queste cose, io non parlo del sesso, che era tutto nel regno della fantasia, ma proprio del lato affettivo. Poco prima di riprendere il treno la sera del 2 Giugno mi chiese: “Ci verresti a conoscere i miei?” La richiesta era spiazzante per uno come me ma gli dissi di sì e mentre saliva sul treno mi disse: “Allora domenica prossima vieni tu da me!” Io gli dissi di sì, senza nemmeno capire la portata di una cosa simile. La domenica successiva presi il treno e alle 9.00 ero da lui, imbarazzatissimo. Mi disse di stare tranquillo e salimmo a casa sua. I genitori erano più imbarazzati di me e di discorsi ne facemmo davvero pochi. Mi offrirono degli amaretti artigianali tradizionali e mi dissero che il pranzo era pronto e che loro sarebbero andati a casa di una zia di Carlo. Il padre concluse così: “Non vogliamo mettervi in imbarazzo e comunque vi ringraziamo tanto di avere accettato il nostro invito.” Ci salutarono in modo un po’ impacciato e andarono via. Io pensavo che ci fossero rimasti male, ma Carlo mi disse: “Stai tranquillo che si fidano anche di te! Mio padre è molto schivo, ma io lo conosco bene!” Carlo mi portò in giro per la valle, camminammo molto in mezzo ai boschi tra salite e discese, lui era contento e anche io, anche se pensavo che non avrei mai potuto presentare Carlo a mio padre. Poi, col tempo, siamo anche arrivati a fare un po’ di sesso, ma questo non te lo racconto perché fa parte del privato mio e di Carlo e per me è una cosa sacra. Carlo lavorava a Torino ma prendeva il treno tutti i giorni per non lasciare soli i suoi, beh, è successa una cosa incredibile, un giorno che siamo andati a casa dei genitori di Carlo, il padre ci ha detto: “Io e mia moglie non siamo ancora vecchi e possiamo stare pure soli, ma voi perché non vi prendete un appartamento insieme a Torino?” All’epoca non era per niente una cosa facile proprio per questioni anagrafiche, cioè di nucleo convivente, ecc. ecc., l’idea era interessantissima ma i dubbi erano tanti. Adesso so che siamo rimasti insieme tutta la vita, ma allora non sapevo come sarebbe andata a finire. Insomma, arrivammo alla conclusione di comprare due appartamenti all’ultimo piano di un palazzo, uno di fronte all’altro. Lui era ingegnere civile e ha saputo scegliere il meglio. La condizione era che gli appartamenti fossero due e uno di fronte all’altro. Una sera arrivò a casa mia tutto trafelato e mi fece vedere quella che gli pareva un’ottima occasione. Mi spiegò dell’esposizione, dell’isolamento termico, perché saremmo stati all’ultimo piano, mi disse dei trasporti, di quelli che c’erano già e di quelli che forse si sarebbero costruiti in seguito. Allora non si parlava ancora di metropolitana a Torino, ma Carlo guardava lontano e a seguito della sviluppo urbano prevedeva che da quelle parti sarebbe passata prima o poi anche una linea metropolitana, il che poi è successo veramente ma in anni molto vicini a noi. I due appartamenti non erano identici ma erano entrambi di due stanze e il prezzo era molto simile. L’indomani (domenica) andammo a vederli da fuori, lui c’era già stato e aveva visitato tutto dall’interno e siccome era del mestiere e si intendeva anche degli aspetti finanziari, aveva visto che per acquistare gli appartamenti avremmo anche potuto accollarci una quota del mutuo acceso dal costruttore nel 1972 con la banca al tasso fisso del 4.8%, mentre nell’80 i mutui andavano sopra il 21%. Si prevedeva che a lunga scadenza i tassi sarebbero calati e Carlo insistette per l’estinzione del mutuo a 10 anni e non di più. Si sarebbe finito di pagare molto presto ma la cosa era al limite del possibile. Carlo diceva: “Se ce n’è bisogno i miei vengono a stare con noi e la casa loro si affitta o alla peggio si vende. L’aspetto dell’edificio era molto dignitoso e Carlo assicurava che erano case costruite in modo moderno e fatte bene. Lunedì mattina lui andò all’ufficio vendite e diede la caparra per il suo appartamento, fissando l’opzione per l’accollo del vecchio mutuo. Quando lui uscì io entrai subito dopo, mi fecero visitare l’appartamento ed era veramente molto bello e soprattutto luminoso e con una vista splendida. Mi dissero che, se volevo, potevo pensarci, ma io sapevo quello che dovevo fare e versai anche io la mia caparra facendo mettere nel compromesso esattamente quello che mi aveva suggerito Carlo. Lui mi aspettava fuori e ce ne andammo a pranzo insieme, ormai avevamo una casa nostra, di 4 stanze e due bagni, divisa in due, ma col tempo avevamo già progettato che io e Carlo saremmo rimasti a casa mia e l’altra casa poteva ospitare i suoi genitori. Abbiamo lavorato come matti per pagare le due case in dieci anni: lui stava sveglio a fare calcoli e a disegnare fino a notte alta, io nel mio appartamento facevo lezioni private a più non posso. I primi tempi è stata molto difficile, ma con l’aiuto dei suoi genitori ce l’abbiamo fatta. Poi le nostre condizioni economiche sono migliorate e nel ’90 abbiamo finito di pagare le case e le abbiamo ammobiliate in modo meno spartano. Prima lui aveva i mobili solo nello studio dove lavorava e qualche volta riceveva gente, ma l’altra stanza era praticamente senza mobili e la cucina pure. A casa mia era arredata solo la stanza dove facevo lezioni private. I condomini del palazzo non ci consideravano una coppia anche perché ci vedevano pochissimo, noi stavamo all’ultimo piano, non andavamo mai alle riunioni di condominio e davamo le deleghe a persone diverse. Quando ci incontravamo per le scale ci salutavamo come due perfetti estranei che vivono nello stesso stabile, era un rito che può sembrare stupido ma serviva a non dare nell’occhio. Nel ‘90 lui aveva 39 anni e io 44, non eravamo più giovani. La madre di Carlo proprio in quell’anno si è ammalata ed è venuta a stare col marito a casa di Carlo, invece Carlo stava a casa mia. Abbiamo assistito la mamma di Carlo fino alla fine nel ’93. Il papà ha patito in modo terribile il trauma della vedovanza, poi si è ripreso, abbiamo passato qualche anno buono insieme e poi è toccata anche a lui nel ‘99 per una malattia polmonare che se lo è portato via. Carlo aveva allora 48 anni e io 53, eravamo ormai uomini maturi, con una sicurezza economica e di lavoro e soprattutto con una sicurezza affettiva. Nessuno sapeva di noi ma noi avevamo in nostro mondo vero e non ci mancava nulla, non ci importava niente degli altri e qui ci fu un’altra svolta improvvisa, mi chiama mia madre e mi dice che mio padre sta male, era piena estate e io e Carlo avevamo in programma una vacanza girovaga insieme, chiedo a Carlo che devo fare e lui mi risponde senza esitazione: “Vai a preparare le valigie che partiamo subito!” Abbiamo viaggiato tutta la notte e la mattina appresso eravamo in ospedale davanti alla stanza di mio padre. Prima di entrare abbiamo chiesto al dottore che ci ha rassicurato, poi siamo entrati da lui insieme e io gli io detto: “Papà sono venuto qui per portarti a casa mia perché puoi essere seguito meglio.” E lui mi ha detto: “E tua madre?” quando gli ho detto: “Viene anche lei!” si è tranquillizzato, poi ha guardato Carlo e mi ha detto: “Chi è quel signore?” Gli ho risposto: “Quello il mio compagno…” Io avevo paura che questa cosa potesse farlo stare male ma non è successo niente del genere e mio padre ha detto: “E lui che dice se veniamo a stare da te?” Ho stretto la mano di mio padre e gli ho detto: “Lui dice che ci dovete venire!” Mia madre era quasi incredula, poi si è messa a parlare con Carlo. Otto giorni dopo, mio padre è stato dimesso dall’ospedale e abbiamo cominciato il lungo viaggio per Torino. Ci fermavamo ogni tanto per fare riposare papà perché faceva anche molto caldo. La sera tardi, poco prima di mezzanotte siamo arrivati a casa a Torino. Mio padre non aveva capito che le due case erano separate, quando ha capito che sarebbe stato da solo con la moglie in un appartamento con il figlio sullo stesso pianerottolo si è rasserenato. Carlo ha preparato la stanza per mio padre e mia madre, poi ha salutato ed è andato nell’atro appartamento per lasciarmi solo coi miei genitori. Mio padre mi ha detto: “Ma è un brav’uomo! S’è preso a carico pure a noi e lui avrà pure i suoi genitori…” Gli ho detto che non aveva più i genitori e che i genitori avevano vissuto con noi fino alla fine, poi mio padre mi ha fissato e mi ha detto: “Allora pure tu sei un brav’uomo! E sono stato uno stupido io che non l’ho capito prima.” La salute di papà è migliorata, si sedeva sul terrazzino a guardare le montagne, lo sentivo tranquillo, parlava spesso con Carlo e lo ammirava, ne diceva delle cose molto belle, mamma era serena, faceva un po’ di cucina e vedeva riunita la famiglia come non avrebbe mai immaginato, è mancata prima lei nel 2011 e poi mio padre nel 2012, quando io avevo 68 anni. Da allora io e Carlo siamo stati veramente soli, eravamo ormai vecchi ma pensavamo che un altro pezzetto di vita avremmo potuto godercelo e invece il Signore non ha voluto e siamo rimasti insieme solo otto anni. Adesso il mio mondo è veramente finito, ci sono rimasto solo io e non ho eredi. Non so quanto camperò e se ci sarà qualcuno accanto a me quando sarà la mia ora, ma io la mia vita l’ho vissuta, sono stato molto fortunato e ne sono pienamente consapevole. Incontrare Carlo ha cambiato la mia vita. Non ci è mai passata per la mente l’dea di lasciarci. Senza di lui io sarei stato un’assoluta nullità, mi sarei sentito frustrato, non avrei recuperato il rapporto con mio padre e non avrei mai avuto una vita affettiva vera. Vorrei dire ai ragazzi che leggeranno questa storia che all’inizio nessuno sa mai come andranno le cose, io a vent’anni davo per scontato che sarei rimasto sempre solo ma non è successo affatto così. Io mi sento un uomo vecchio perché sono vecchio ma ho vissuto la vita che volevo e con la persona che volevo. I problemi sono stati tanti ma abbiamo fatto la strada insieme e quando penso a Carlo so che in qualche modo lui è con me e sarà con me finché non ci ricongiungeremo in paradiso.

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LA C.E.I. E LA LEGGE ANTI OMOFOBIA

In questi ultimi giorni si fa un gran parlare della proposta di legge contro l’omofobia in discussione in Parlamento. I toni della discussione si sono scaldati e molti soggetti sono scesi in campo.

Seguendo il modo di procedere tipico di Progetto Gay, prima di qualunque altra considerazione è opportuno conoscere con precisione il testo della Proposta di Legge in discussione, tenendo ben presente che l’Italia  è una Repubblica che si riconosce nei valori affermati e protetti dalla Costituzione e che gli Organi dello Stato  hanno l’obbligo di rendere effettivi ed operanti i principi costituzionali, che sono principi giuridici laici e assolutamente aconfessionali.

Il 17 maggio 2020, in occasione della Giornata internazionale contro l’omobofia, la transfobia e la bifobia, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«La ricorrenza del 17 maggio è stata scelta, in ambito internazionale, per promuovere il contrasto alle discriminazioni, la lotta ai pregiudizi e la promozione della conoscenza riguardo a tutti quei fenomeni che, per mezzo dell’omofobia, della transfobia e della bifobia, perpetrano continue violazioni della dignità umana.

Le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale costituiscono una violazione del principio di eguaglianza e ledono i diritti umani necessari a un pieno sviluppo della personalità umana che trovano, invece, specifica tutela nella nostra Costituzione e nell’ordinamento internazionale.  

È compito dello Stato garantire la promozione dell’individuo non solo come singolo, ma anche nelle relazioni interpersonali e affettive. Perché ciò sia possibile, tutti devono essere messi nella condizione di esprimere la propria personalità e di avere garantite le basi per costruire il rispetto di sé. La capacità di emancipazione e di autonomia delle persone è strettamente connessa all’attenzione, al rispetto e alla parità di trattamento che si riceve dagli altri.

Operare per una società libera e matura, basata sul rispetto dei diritti e sulla valorizzazione delle persone, significa non permettere che la propria identità o l’orientamento sessuale siano motivo di aggressione, stigmatizzazione, trattamenti pregiudizievoli, derisioni nonché di discriminazioni nel lavoro e nella vita sociale».

Nella stessa giornata, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte così è intervenuto sullo stesso argomento:

La Giornata internazionale contro l’omofobia non è una semplice ricorrenza, un’occasione celebrativa. Deve essere anche un momento di riflessione per tutti e, in particolare, per chi riveste ruoli istituzionali ad attivarsi per favorire l’inclusione e il rispetto delle persone.

Come ha ricordato oggi il Presidente Mattarella le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale ledono i diritti umani necessari a un pieno sviluppo della personalità umana. Queste discriminazioni sono contrarie alla Costituzione perché calpestano il valore fondamentale della dignità della persona e il principio di uguaglianza e si alimentano di pregiudizi che celano arretratezza culturale.

Per questo il mio invito a tutte le forze politiche perché possano convergere su una legge contro l’omofobia che punti anche a una robusta azione di formazione culturale: la violenza è un problema culturale e una responsabilità sociale.”

Devo sottolineare che il Presidente Mattarella, come è suo dovere, in quanto primo garante dei valori costituzionali, non ha espresso un suo parere personale ma una stretta valutazione giuridica relativa all’applicazione del dettato costituzionale. Mattarella non ha invitato a provvedere a qualcosa che a lui sembrava opportuno, ma ha richiamato il Governo al dovere di provvedere alla tutela effettiva dei diritti costituzionalmente garantiti.

La risposta di Conte non è un semplice atto di omaggio al Presedente della Repubblica, ma la presa d’atto di un dovere costituzionale al quale non ci si può sottrarre.

Tanto premesso, riporto integralmente qui di seguito la Relazione al Progetto di Legge, d’iniziativa dei Deputati Laura Boldrini e Roberto Speranza, presentata il 23 marzo 2018.

XVIII LEGISLATURA

CAMERA DEI DEPUTATI

  1. 107

PROPOSTA DI LEGGE

d’iniziativa dei deputati
BOLDRINI, SPERANZA

Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, e al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, per il contrasto dell’omofobia e della transfobia nonché delle altre discriminazioni riferite all’identità sessuale

Presentata il 23 marzo 2018

  Onorevoli Colleghi! — La presente proposta di legge riproduce, con alcune modificazioni e integrazioni, il contenuto della proposta di legge atto Camera n. 245, di Scalfarotto e altri, presentata all’inizio della XVII legislatura e approvata dalla Camera dei deputati il 19 settembre 2013 in testo unificato con le proposte di legge atti Camera nn. 280 e 1071. Il provvedimento non è stato poi approvato dal Senato ove l’esame si è arrestato in Commissione.
Obiettivo della proposta di legge è quello di sanzionare, modificando la legge Mancino-Reale, le condotte di istigazione e di violenza finalizzate alla discriminazione in base all’identità sessuale della persona, definita come l’insieme, l’interazione o ciascuna delle seguenti componenti:

   a) il sesso biologico della persona;

   b) la sua identità di genere (la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico);

   c) il suo ruolo di genere (qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse all’essere uomo o donna);

   d) l’orientamento sessuale (l’attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi).

  A differenza del testo unificato approvato dalla Camera il 19 settembre 2013, la presente proposta di legge intende dunque colpire non soltanto i casi di omofobia e di transfobia ma le condotte di apologia, di istigazione e di associazione finalizzata alla discriminazione, comprese quelle motivate dall’identità sessuale della vittima.
Si tratta di un intervento reso quanto mai necessario e urgente dalle dimensioni impressionanti che hanno assunto nel nostro Paese i casi di discriminazione di violenza nei confronti delle donne e delle persone LGBTI.
La relazione finale della Commissione Jo Cox sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio istituita nella XVII legislatura dalla Presidente della Camera dei deputati ha evidenziato come tali categorie di persone siano i principali bersagli di odio nel nostro Paese.
Per quanto riguarda le donne, l’11,9 per cento di esse ha subìto, nell’ambito delle relazioni di coppia, aggressioni verbali violente, intimidazioni e violenze psicologiche dal proprio partner. Un’analoga situazione riguarda l’8,5 per cento delle donne che lavorano e cercano lavoro.
Il 31,5 per cento delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subìto almeno una volta una violenza fisica o sessuale, per lo più da un partner o ex partner. Il 16,1 per cento ha subìto stalking.
Le donne sono di gran lunga le maggiori destinatarie del discorso d’odio on line. A livello europeo, una donna su dieci dai 15 anni in su è stata oggetto di cyberviolenza. In generale le donne corrono più rischi di aggressioni e molestie virtuali su tutti i social media.
L’indagine svolta dall’Osservatorio VOX sulle comunicazioni via Twitter ha rilevato che le donne sono oggetto del 63 per cento di tutti i tweet negativi rilevati nel periodo agosto 2015-febbraio 2016.
Per quanto riguarda le persone LGBTI, la relazione finale della Commissione Jo Cox riporta che ha subìto minacce o aggressioni fisiche il 23,3 per cento della popolazione omosessuale o bisessuale a fronte del 13,5 per cento degli eterosessuali. Analogamente, è stato oggetto di insulti e umiliazioni il 35,5 per cento dei primi a fronte del 25,8 per cento dei secondi.
A livello dei social media, le persone LGBT sono a pari merito con i migranti come oggetto d’odio nei messaggi su Twitter: secondo l’indagine VOX rispettivamente nel 10,8 per cento e nel 10,9 per cento dei casi, a grande distanza dalle donne.
Questa situazione richiede con evidenza e urgenza che si appresti un quadro organico di misure preventive e di contrasto mediante interventi a livello legislativo, culturale e comunicativo. La presente proposta di legge intende essere un primo, necessario tassello di questa strategia di intervento.
Passando all’illustrazione del contenuto della presente proposta di legge, l’articolo 1 definisce l’identità sessuale, con la finalità di circoscrivere il campo d’applicazione delle fattispecie penali novellate dagli articoli successivi, al fine di evitare la censura – che era stata mossa ad analoghi progetti di legge in tema di omofobia presentati nella XV legislatura – di indeterminatezza della fattispecie penale. Nella definizione delle componenti dell’identità sessuale sono compresi l’identità o i ruoli di genere, nonché i diversi orientamenti sessuali (omosessuale, eterosessuale o bisessuale) così come pacificamente riconosciuti dalla legislazione e dalle scienze psico-sociali, che nulla hanno in comune con comportamenti genericamente afferenti alla sfera sessuale, siano essi leciti o illeciti.
L’articolo 2 interviene sul delitto di apologia e istigazione alla discriminazione previsto dalla legge n. 654 del 1975:

   per inasprire la pena, sostituendo (lettera a)) le pene alternative della reclusione o della multa con la sola pena della reclusione (confermandone la durata massima in un anno e sei mesi);

   per sostituire il verbo propagandare con il verbo diffondere («idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico») e specificare che la diffusione può avvenire «in qualsiasi modo»;

   per sostituire il verbo istigare con il verbo incitare («a commettere o commette atti di discriminazione»). Con riguardo sia agli atti di discriminazione sia alla commissione di violenza o di atti di provocazione alla violenza, la proposta di legge intende dunque reintrodurre il testo originario di questa disposizione della legge del 1975, in vigore fino al 2006, ovvero fino all’entrata in vigore dell’articolo 13 della legge n. 85 del 2006 che ha novellato il testo;

   per inserire tra i motivi della discriminazione l’identità sessuale della vittima.

  Le pene previste differiscono per la gravità delle condotte realizzate. In caso di incitamento a commettere o di commissione di atti di discriminazione, è mantenuta l’attuale previsione della reclusione fino a un anno e sei mesi – a tanto ridotta dalla riforma del 2006 – eliminando, tuttavia, l’alternatività con la multa. Analogamente, in caso di incitamento alla violenza o di commissione di atti violenti, non viene modificata la pena prevista, che va da sei mesi a quattro anni.
La scelta di non modificare le pene attualmente previste, anziché inasprirle così com’era nel testo vigente prima della riforma del 2006, si giustifica alla luce delle modifiche alle sanzioni accessorie, come si dirà nell’illustrazione del successivo articolo 4 della proposta di legge. Coerentemente con il principio costituzionale della rieducazione del condannato, cui devono tendere le pene, appare più efficace – in materia di reati d’odio – l’applicazione di sanzioni accessorie, piuttosto che la reclusione.
Ai fattori di discriminazione considerati dall’articolo 3 della legge Mancino-Reale la presente proposta di legge aggiunge l’identità sessuale.
L’articolo 3 della proposta interviene sul decreto-legge n. 122 del 1993, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 205 del 1993, apportandovi alcune modificazioni. In primo luogo, con finalità di coordinamento, aggiunge la discriminazione motivata dall’identità sessuale della vittima nel titolo del provvedimento, nella rubrica del primo articolo e tra le finalità che aggravano i delitti comportando un aumento di pena sino alla metà. In particolare, per quanto riguarda le novelle all’articolo 3 del decreto-legge (circostanza aggravante), la proposta di legge sostituisce l’espressione «finalità» (di discriminazione) con l’espressione «motivi».
Quindi, sulla base delle modifiche, le pene per i reati punibili con pena diversa dall’ergastolo sono aumentate fino alla metà ove tali reati siano commessi per motivi relativi all’identità sessuale della vittima (ovvero per motivi di discriminazione o di odio etnico).
L’articolo 3 della proposta di legge, inoltre, sostituendo all’articolo 3 del decreto-legge il comma 2, specifica che l’aggravante prevista dal comma 1 è da ritenersi sempre prevalente sulle eventuali attenuanti. Rispetto al testo dell’atto Camera n. 245 si consente tuttavia al giudice di valutare quale circostanza attenuante, la minore età dell’autore del reato (articolo 98 del codice penale).
L’articolo 4 della proposta di legge sostituisce la disciplina della pena accessoria dell’obbligo di prestare un’attività non retribuita in favore della collettività. A tal fine la proposta di legge (comma 3 dell’articolo 4):

   a) elimina dall’articolo 1 del decreto-legge n. 122 del 1993 tutte le disposizioni che attualmente regolamentano tale pena accessoria, come una delle possibili pene accessorie cui il giudice può ricorrere (articolo 1, comma 1-bis, lettera a), e commi da 1-ter a 1-sexies);

   b) introduce un nuovo articolo nel decreto-legge n. 122 del 1993.

  Dalla novella dell’articolo si ricava che in sede di condanna il giudice:

   dovrà sempre disporre la pena accessoria dei lavori di pubblica utilità;

   potrà disporre la pena accessoria dell’obbligo di dimora (lettera b)), della sospensione della patente o dei documenti per l’espatrio (lettera c)), del divieto di partecipare per un minimo di tre anni ad attività di propaganda elettorale (lettera d)).

  L’articolo 5 della proposta di legge, riprendendo un’espressa raccomandazione rivolta più volte all’Italia dal Consiglio d’Europa e ripresa dalla Commissione Jo Cox della Camera, istituisce l’Autorità garante della parità di trattamento e della rimozione delle discriminazioni, che sostituisce l’Ufficio per il contrasto delle discriminazioni (UNAR). Rispetto a tale Ufficio, l’Autorità garante è configurata quale autorità indipendente e può dunque svolgere le proprie funzioni da una posizione di maggior autonomia. A tal fine, la nomina dei componenti è affidata all’intesa dei Presidenti di Camera e Senato, che dovranno scegliere tra persone di notoria indipendenza. L’Autorità potrà, tra l’altro, ricevere i reclami e le segnalazioni delle vittime di discriminazione e svolgere, nel rispetto delle prerogative e delle funzioni dell’autorità giudiziaria, inchieste al fine di verificare l’esistenza di fenomeni discriminatori e, in caso di accertamento di violazioni, formulare specifiche raccomandazioni.

PROPOSTA DI LEGGE

Art. 1.
(Definizioni relative all’identità sessuale).

  1. Ai fini della legge penale, si intende per:

   a) «identità sessuale»: l’insieme, l’interazione o ciascuna delle seguenti componenti: sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere e orientamento sessuale;

   b) «identità di genere»: la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico;

   c) «ruolo di genere»: qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse all’essere uomo o donna;

   d) «orientamento sessuale»: l’attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi.

Art. 2.
(Modifiche all’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654).

  1. Il comma 1 dell’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, è sostituito dal seguente:

   «1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione dell’articolo 4 della convenzione, è punito:

   a) con la reclusione fino a un anno e sei mesi chiunque, in qualsiasi modo, diffonde idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima;

   b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima».

  2. Al comma 3 dell’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, le parole: «o religiosi» sono sostituite dalle seguenti: «, religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima».

Art. 3.
(Modifiche al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205).

  1. Al titolo del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, le parole: «e religiosa» sono sostituite dalle seguenti: «, religiosa o motivata dall’identità sessuale della vittima».
2. Alla rubrica dell’articolo 1 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, le parole: «o religiosi» sono sostituite dalle seguenti: «, religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima».
3. Al comma 1 dell’articolo 3 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, sono apportate le seguenti modificazioni:

   a) le parole: «per finalità» sono sostituite dalle seguenti: «per motivi»;

   b) dopo le parole: «o religioso» sono inserite le seguenti: «o relativi all’identità sessuale della vittima».

  4. Il comma 2 dell’articolo 3 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, è sostituito dal seguente:

   «2. La circostanza aggravante prevista dal comma 1 è sempre considerata prevalente sulle circostanze attenuanti, diverse da quella prevista dall’articolo 98 del codice penale, ai fini del bilanciamento di cui all’articolo 69 del codice penale».

Art. 4.
(Pena accessoria dell’attività non retribuita in favore della collettività).

  1. Dopo l’articolo 1 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, come modificato dalla presente legge, è inserito il seguente:

   «Art. 1-bis. – (Attività non retribuita in favore della collettività). – 1. Con la sentenza di condanna per uno dei reati previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, il giudice dispone la pena accessoria dell’obbligo di prestare un’attività non retribuita in favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità, secondo le modalità stabilite ai sensi del comma 2.
2. L’attività non retribuita in favore della collettività, da svolgere al termine dell’espiazione della pena detentiva per un periodo da sei mesi a un anno, deve essere determinata dal giudice con modalità tali da non pregiudicare le esigenze lavorative, di studio o di reinserimento sociale del condannato.
3. Possono costituire oggetto dell’attività non retribuita in favore della collettività: la prestazione di attività lavorativa per opere di bonifica e di restauro degli edifici danneggiati con scritte, emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui al comma 3 dell’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654; lo svolgimento di lavoro in favore di organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, quali quelle operanti nei confronti delle persone disabili, dei tossicodipendenti, degli anziani, degli stranieri o in favore delle associazioni di tutela delle persone omosessuali, bisessuali, transessuali o transgender; la prestazione di lavoro per finalità di protezione civile, di tutela del patrimonio ambientale e culturale e per altre finalità pubbliche.
4. L’attività può essere svolta nell’ambito e in favore di strutture pubbliche o di enti e organizzazioni privati».

  2. Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, con regolamento adottato con decreto del Ministro della giustizia sono determinate le modalità di svolgimento dell’attività non retribuita in favore della collettività, di cui all’articolo 1-bis del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, introdotto dal comma 1 del presente articolo.
3. La lettera a) del comma 1-bis e i commi 1-ter, 1-quater, 1-quinquies e 1-sexies dell’articolo 1 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, sono abrogati.

Art. 5.
(Autorità garante della parità di trattamento e della rimozione delle discriminazioni).

  1. È istituita l’Autorità garante della parità di trattamento e della rimozione delle discriminazioni, di seguito denominata «Autorità».
2. L’Autorità opera in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e di valutazione ed è organo collegiale costituito dal presidente e da due membri, nominati con determinazione adottata d’intesa dai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Essi sono scelti tra persone di notoria indipendenza, non dipendenti delle pubbliche amministrazioni, che assicurano autonomia e competenza nelle discipline afferenti la tutela dei diritti umani.
3. I componenti dell’Autorità restano in carica per cinque anni non prorogabili e non possono ricoprire cariche istituzionali, anche elettive, ovvero incarichi in partiti politici.
4. L’Autorità ha diritto di corrispondere con tutte le pubbliche amministrazioni e con gli enti di diritto pubblico, nonché di chiedere ad essi, oltre a notizie e informazioni, la collaborazione per l’adempimento delle sue funzioni.
5. All’Autorità sono attribuite le seguenti funzioni:

   a) fornire assistenza, nei procedimenti giurisdizionali o amministrativi intrapresi, alle persone che si ritengono lese da comportamenti discriminatori;

   b) esaminare i reclami e le segnalazioni relativi a discriminazioni presentati dagli interessati o dalle associazioni operanti nel settore;

   c) svolgere, nel rispetto delle prerogative e delle funzioni dell’autorità giudiziaria, inchieste al fine di verificare l’esistenza di fenomeni discriminatori e, in caso di accertamento di violazioni, formulare specifiche raccomandazioni;

   d) promuovere misure specifiche, compresi progetti di azioni positive, dirette a evitare o compensare le situazioni di svantaggio connesse alla razza, all’origine etnica o all’identità sessuale;

   e) diffondere la massima conoscenza possibile degli strumenti di tutela vigenti anche mediante azioni di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul principio della parità di trattamento e la realizzazione di campagne di informazione e comunicazione;

   f) formulare pareri su questioni connesse alle discriminazioni per razza, origine etnica e identità sessuale, nonché proposte di modifica della normativa vigente;

   g) redigere una relazione annuale per le Camere sull’effettiva applicazione del principio di parità di trattamento e sull’efficacia dei meccanismi di tutela, nonché una relazione annuale al Presidente del Consiglio dei ministri sull’attività svolta;

   h) promuovere studi, ricerche, corsi di formazione e scambi di esperienze anche con le altre organizzazioni non governative operanti nel settore e con gli istituti specializzati di rilevazione statistica, anche al fine di elaborare linee guida in materia di lotta alle discriminazioni.

  6. L’Autorità si avvale di personale proveniente dalle pubbliche amministrazioni, anche in posizione di comando o di distacco, ove consentito dai rispettivi ordinamenti.
7. È soppresso l’Ufficio per il contrasto delle discriminazioni di cui all’articolo 7 del decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215.
8. Per il funzionamento dell’Autorità è autorizzata la spesa di 200.000 euro a decorrere dal 2018. Al relativo onere si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2018-2020, nell’ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2018, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al medesimo Ministero. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.”

_______________

La C.E.I. (Conferenza Episcopale Italiana) ha diffuso ieri, 10 Giugno una presa di posizione ufficiale sulla Proposta di Legge, dal titolo “Omofobia: non serve una nuova legge” di cui è bene conoscere l’intero testo, che riposto qui si seguito:

“Nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde”, sottolinea Papa Francesco, mettendo fuorigioco ogni tipo di razzismo o di esclusione come pure ogni reazione violenta, destinata a rivelarsi a sua volta autodistruttiva.

Le discriminazioni – comprese quelle basate sull’orientamento sessuale – costituiscono una violazione della dignità umana, che – in quanto tale – deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni. Trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking… sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini.

Al riguardo, un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio.

Questa consapevolezza ci porta a guardare con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati contro i reati di omotransfobia: anche per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni.

Anzi, un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte. Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso.

Crediamo fermamente che, oltre ad applicare in maniera oculata le disposizioni già in vigore, si debba innanzitutto promuovere l’impegno educativo nella direzione di una seria prevenzione, che contribuisca a scongiurare e contrastare ogni offesa alla persona. Su questo non servono polemiche o scomuniche reciproche, ma disponibilità a un confronto autentico e intellettualmente onesto.

Nella misura in cui tale dialogo avviene nella libertà, ne trarranno beneficio tanto il rispetto della persona quanto la democraticità del Paese.

Roma, 10 giugno 2020                                               La Presidenza della CEI”

L’intervento delle C.E.I. va considerato attentamente.

Si parte da una premessa che sembra concordare con il discorso di Mattarella:

Le discriminazioni – comprese quelle basate sull’orientamento sessuale – costituiscono una violazione della dignità umana, che – in quanto tale – deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni. Trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking… sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini.

ma subito dopo si esprime in maniera diametralmente opposta a quella di Mattarella:

Al riguardo, un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio.

Mi chiedo che cosa succederebbe se qualcuno presentasse una Legge per escludere dalle tutele della Legge Mancino-Reale le discriminazioni su base religiosa, sostenendo che “un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio.”

Ma la C.E.I va oltre.

“Questa consapevolezza ci porta a guardare con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati contro i reati di omotransfobia: anche per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni.”

Nel linguaggio velato e diplomatico che le è proprio la C.E.I. non attacca il testo della Proposta di Legge in sé ma esprime preoccupazione e ritiene che non vi sia urgenza di nuove disposizioni.

Finalmente, dopo tante premesse, si giunge ad esprimere le preoccupazioni di fondo:

“Anzi, un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte. Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso.”

La C.E.I. si presenta quindi come preoccupata della difesa dei valori costituzionalmente garantiti e in specie del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, sancito dal primo comma dell’art. 21 della Costituzione:

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”

Contro gli abusi repressivi di questo diritto derivanti dalla derive liberticide conseguenti alla introduzione della legge anti omofobia, la C.E.I. si fa paladina della libertà! Mi chiedo quali siano le scelte educative cui si riferisce la C.E.I. Ricordo a questo proposito che il Catechismo della Chiesa cattolica e i documenti pontifici in tema di omosessualità parlano di “grave depravazione”, “funesta conseguenza di un rifiuto di Dio”, “mancanza di evoluzione sessuale normale”, “costituzione patologica”, “comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale”. San Pio X, nel suo Catechismo del 1910, classifica il “peccato impuro contro natura” come secondo per gravità solo all’omicidio volontario, fra i peccati che “gridano vendetta al cospetto di Dio”. E il Catechismo aggiunge “Questi peccati diconsi gridare vendetta al cospetto di Dio, perché lo dice lo Spirito Santo e perché la loro iniquità è così grave e manifesta che provoca Dio a punirli con più severi castighi”, per non parlare del giudizio del papa emerito che ritiene il “matrimonio omosessuale” un segno del potere spirituale dell’Anticristo. Mi chiedo se la C.E.I. considera queste affermazioni come manifestazioni del libero pensiero tutelate dell’art. 21 della Costituzione. Sorvoliamo sulla “funesta conseguenza di un rifiuto di Dio” e sulle valutazioni della gravità dei peccati operata da San Pio X, perché queste valutazioni sono tutte interne alla Chiesa, ma francamente ritengo oltraggioso, oltre che falso, parlare di omosessualità come grave depravazione, come mancanza di evoluzione sessuale normale, come costituzione patologica e come comportamento intrinsecamente cattivo da un punto di vista morale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha smentito più volte categoricamente queste affermazioni della Chiesa cattolica. La morale non è appannaggio di nessuna chiesa e il primo principio della morale è il rispetto del prossimo. Che cosa direbbe la C.E.I. se qualcuno sostenesse pubblicamente che farsi prete è conseguenza di una “mancanza di evoluzione sessuale normale,” che il celibato è una grave depravazione contro natura e un comportamento patologico?

Ma per capire che cosa c’è sotto la dichiarazione della C.E.I. è opportuno leggere un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede “Alcune Considerazioni concernenti la Risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, del 24 luglio 1992. Per dovere di completezza riporto il testo per intero.

PREMESSA

Recentemente, in diversi luoghi è stata proposta una legi­slazione che renderebbe illegale una discriminazione sulla base della tendenza sessuale. In alcune città le autorità municipali hanno reso accessibile un’edilizia pubblica, per altro riservata a famiglie, a coppie omosessuali (ed eterosessuali non sposate). Tali iniziative, anche laddove sembrano più dirette a offrire un sostegno a diritti civili fondamentali che non indulgenza nei confronti dell’attività o di uno stile di vita omosessuale, possono di fatto avere un impatto negativo sulla famiglia e sulla società. Ad esempio, sono spesso implicati problemi come l’adozione di bambini, l’assunzione di insegnanti, la necessità di case da parte di autentiche famiglie, legittime preoccupazioni dei proprietari di case nel selezionare potenziali affittuari.

Mentre sarebbe impossibile ipotizzare ogni possibile conseguenza di proposte legislative in questo settore, le seguenti osservazioni cercheranno di indicare alcuni principi e distinzioni di natura generale che dovrebbero essere presi in considerazione dal coscienzioso legislatore, elettore, o autorità ecclesiale che si trovi di fronte a tali problemi.

La prima sezione richiamerà passi significativi dalla Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali pubblicata nel 1986 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. La seconda sezione tratterà della loro applicazione.

PASSI SIGNIFICATIVI DELLA «LETTERA» DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

1) La Lettera ricorda che la Dichiarazione su alcune questioni di etica sessuale pubblicata nel 1975 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede «teneva conto della distinzione comunemente operata fra condizione o tendenza omosessuale e atti omosessuali»; questi ultimi sono «intrinsecamente disordinati» e «non possono essere approvati in nessun caso» (n. 3).

2) Dal momento che «nella discussione che seguì la pubblicazione della (summenzionata) Dichiarazione, furono proposte delle interpretazioni eccessivamente benevole della condizione omosessuale stessa, tanto che qualcuno si spinse fino a definirla indifferente o addirittura buona», la Lettera prosegue precisando che la particolare inclinazione della persona omosessuale, «benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata. Pertanto coloro che si trovano in questa condizione dovrebbero essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale perché non siano portati a credere che l’attuazione di tale tendenza nelle relazioni omosessuali sia un’opzione moralmente accettabile» (n. 3).

3) «Come accade per ogni altro disordine morale, l’attività omosessuale impedisce la propria realizzazione e felicità perché è contraria alla sapienza creatrice di Dio. Quando respinge le dottrine erronee riguardanti l’omosessualità, la Chiesa non limita ma piuttosto difende la libertà e la dignità della persona, intese in modo realistico e autentico» (n. 7).

4) Con riferimento al movimento degli omosessuali, la Lettera afferma: «Una delle tattiche usate è quella di affermare, con toni di protesta, che qualsiasi critica o riserva nei confronti delle persone omosessuali, delle loro attività e del loro stile di vita, è semplicemente una forma di ingiusta discriminazione» (n. 9).

5) «È pertanto in atto in alcune nazioni un vero e proprio tentativo di manipolare la Chiesa conquistandosi il sostegno, spesso in buona fede, dei suoi Pastori, nello sforzo volto a cambiare le norme della legislazione civile. Il fine di tale azione è conformare questa legislazione alla concezione propria di questi gruppi di pressione, secondo cui omosessualità è almeno una realtà perfettamente innocua, se non totalmente buona. Benché la pratica dell’omosessualità stia minacciando seriamente la vita e il benessere di un gran numero di persone, i fautori di questa tendenza non desistono dalla loro azione e rifiutano di prendere in considerazione le proporzioni del rischio, che vi è implicato» (n. 9).

6) «Essa (la Chiesa) è consapevole che l’opinione, secondo la quale l’attività omosessuale sarebbe equivalente, o almeno altrettanto accettabile, quanto l’espressione sessuale dell’amore coniugale, ha un’incidenza diretta sulla concezione che la società ha della natura e dei diritti della famiglia, e li mette seriamente in pericolo» (n. 9).

7) «Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei Pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona dev’essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni.

Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’affermazione che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l’attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la chiesa né la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano» (n. 10).

8) «Dev’essere comunque evitata la presunzione infondata e umiliante che il comportamento omosessuale delle persone omosessuali sia sempre e totalmente soggetto a coazione e pertanto senza colpa. In realtà anche nelle persone con tendenza omosessuale dev’essere riconosciuta quella libertà fondamentale che caratterizza la persona umana e le conferisce la sua particolare dignità» (n. 11).

9) «Nel valutare eventuali progetti legislativi, si dovrà porre in primo piano l’impegno a difendere e promuovere la vita della famiglia» (n. 17).

II APPLICAZIONI

10) La «tendenza sessuale» non costituisce una qualità paragonabile alla razza, all’origine etnica, ecc. rispetto alla non­ discriminazione. Diversamente da queste, la tendenza omosessuale è un disordine oggettivo (cf. Lettera, n. 3) e richiama una preoccupazione morale.

11) Vi sono ambiti nei quali non è ingiusta discriminazione tener conto della tendenza sessuale: per esempio, nella collocazione di bambini per adozione o affido, nell’assunzione di insegnanti o allenatori di atletica, e nel servizio militare.

12) Le persone omosessuali, in quanto persone umane, hanno gli stessi diritti di tutte le altre persone incluso il diritto di non essere trattate in una maniera che offende la loro dignità personale (cf. n. 10). Fra gli altri diritti, tutte le persone hanno il diritto al lavoro, all’abitazione, ecc. Nondimeno questi diritti non sono assoluti. Essi possono essere legittimamente limitati a motivo di un comportamento esterno obiettivamente disordinato. Ciò è talvolta non solo lecito ma obbligatorio, e inoltre si imporrà non solo nel caso di comportamento colpevole ma anche nel caso di azioni di persone fisicamente o mentalmente malate. Così è accettato che lo stato possa restringere l’esercizio di diritti, per esempio, nel caso di persone contagiose o mentalmente malate, allo scopo di proteggere il bene comune.

13) Includere la «tendenza omosessuale» fra le considerazioni sulla base delle quali è illegale discriminare può facilmente portare a ritenere l’omosessualità quale fonte positiva di diritti umani, ad esempio, in riferimento alla cosiddetta «affirmative action» o trattamento preferenziale nelle pratiche di assunzione. Ciò è tanto più deleterio dal momento che non vi è un diritto all’omosessualità (cf n. 10) che pertanto non dovrebbe costituire la base per rivendicazioni giudiziali. Il passaggio dal riconoscimento dell’omosessualità come fattore in base al quale è illegale discriminare può portare facilmente, se non automaticamente, alla protezione legislativa e alla promozione dell’omosessualità. L’omosessualità di una persona sarebbe invocata in opposizione a un asserita discriminazione e così l’esercizio dei diritti sarebbe difeso precisamente attraverso l’affermazione della condizione omosessuale invece che nei termini di una violazione di diritti umani fondamentali.

14) La «tendenza sessuale» di una persona non è paragonabile alla razza, al sesso, all’età, ecc. anche per un’altra ragione che merita attenzione, oltre quella sopramenzionata. La tendenza sessuale di un individuo non è in genere nota ad altri a meno che egli identifichi pubblicamente se stesso come avente questa tendenza o almeno qualche comportamento esterno lo manifesti. Di regola, la maggioranza delle persone a tendenza omosessuale che cercano di condurre una vita casta non rende pubblica la sua tendenza sessuale. Di conseguenza il problema della discriminazione in termini di impiego, alloggio, ecc. normalmente non si pone.

Le persone omosessuali che dichiarano la loro omosessualità sono in genere proprio quelle che ritengono il comportamento o lo stile di vita omosessuale essere «indifferente o addirittura buono» (cf. n. 3), e quindi degno di approvazione pubblica. È all’interno di questo gruppo di persone che si possono trovare più facilmente coloro che cercano dì «manipolare la Chiesa conquistandosi il sostegno, spesso in buona fede, dei suoi Pastori, nello sforzo volto a cambiare le norme della legislazione civile» (cf n. 9), coloro che usano la tattica di affermare con toni di protesta che «qualsiasi critica o riserva nei confronti delle persone omosessuali…è semplicemente una forma di ingiusta discriminazione» (cf. n. 9).

Inoltre, vi è il pericolo che una legislazione che faccia dell’omosessualità una base per avere dei diritti possa di fatto incoraggiare una persona con tendenza omosessuale a dichiarare la sua omosessualità o addirittura a cercare un partner allo scopo di sfruttare le disposizioni della legge.

15) Dal momento che nella valutazione di una proposta di legislazione la massima cura dovrebbe essere data alla respon­sabilità di difendere e di promuovere la vita della famiglia (cf. n. 17), grande attenzione dovrebbe essere prestata ai singoli provvedimenti degli interventi proposti. Come influenzeranno l’adozione o l’affido? Costituiranno una difesa degli atti omosessuali, pubblici o privati? Conferiranno uno stato equivalente a quello di una famiglia a unioni omosessuali, per esempio, a riguardo dell’edilizia pubblica o dando al partner omosessuale vantaggi contrattuali che potrebbero includere elementi come partecipazione della «famiglia» nelle indennità di salute prestate a chi lavora (cf. n. 9)?

16) Infine, laddove una questione di bene comune è in gioco, non è opportuno che le Autorità ecclesiali sostengano o rimangano neutrali davanti a una legislazione negativa anche se concede delle eccezioni alle organizzazioni e alle istituzioni della Chiesa. La Chiesa ha la responsabilità di promuovere la vita della famiglia e la moralità pubblica dell’intera società civile sulla base dei valori morali fondamentali, e non solo di proteggere se stessa dalle conseguenze di leggi perniciose (cf. n. 17).”

Non mi pongo il problema se le affermazioni contenute in questo documento siano libere manifestazioni del pensiero tutelate dall’articolo 21 della Costituzione o se possano costituire istigazione alla discriminazione delle persone omosessuali incriminabile ai sensi della definenda Legge anti-omofobia, una sola cosa è del tutto evidente: quanto affermato nel documento è in radicale contrasto con i principi della Costituzione italiana. Non entro in questioni concernenti la religione, ma il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede rappresenta una lesione sostanziale dei diritti costituzionalmente garantiti e pertanto è inaccettabile per chiunque sia abituato ad atmosfere di libertà. Concludo con una citazione di Carducci:

“Ahi giorno sovra gli altri infame e tristo,

Quando vessil di servitú la Croce

E campion di tiranni apparve Cristo!”

(Juvenilia – Voce dei preti)

 

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1) Catechismo della Chiesa cattolica, 2357.

2) Congregazione per la Dottrina della Fede. Persona Humana. Alcune questioni di etica sessuale – 29 Dicembre 1975, n. 8 – Relazioni omosessuali.

3) Ibidem.

4) Ibidem.

5) Congregazione per la Dottrina della Fede – Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 3.

6) Catechismo maggiore, n. 966.

7) n.967.

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AMORI GAY INDUSTRIALI

Caro Project,
parto dall’inizio, ho quasi 27 anni, ho sempre saputo di essere gay e la cosa per me è stata naturale, mai nessun problema e mai nessun dubbio. I problemi non li avevo io, ma li avevano gli altri e io non potevo che pagarne le conseguenze. Non sono mai stato bravo a scuola e ho sempre avuto parecchi complessi anche per questo, però forse questo mi ha aiutato e ha convogliato l’attenzione dei miei genitori sui problemi scolastici, evitando che si concentrasse sul fatto che non avevo ragazze intorno. Dopo la maturità ho fatto un corso semestrale molto specialistico e lì me la sono cavata piuttosto bene, anche meglio degli altri ragazzi. Alla fine del corso mi hanno chiamato per un colloquio in una grossa azienda, e contro ogni mia aspettativa mi hanno preso. I miei genitori erano contrari perché sarei dovuto andare fuori della mia regione in un posto molto lontano e il salario era basso e mio padre mi avrebbe dovuto pagare un alloggio vicino all’Azienda. Comunque poi mio padre ha finito per dirmi di sì e sono partito.

Avevo compiuto ventidue anni da qualche mese e mi sentivo finalmente libero, ma ero anche molto spaventato, ho fatto un tirocinio di sei mesi e mi hanno confermato a tempo indeterminato. Il salario reale era meglio di quello che mi aspettavo e poi non avevo spese, perché dal lunedì al sabato, a pranzo, mangiavo in Azienda, ma siccome la produzione era a ritmo continuo, c’era la mensa anche per la cena, e anche la mattina per la colazione, ma la cena e la colazione le dovevo pagare, ma costavano veramente poco e non erano niente male. Insomma, dopo tre mesi, ho detto a mio padre che ce la facevo a pagarmi l’alloggio da me e che non avrebbe più dovuto farmi il bonifico mensile, perché i miei non sono affatto ricchi.

Mi sono messo in giro per cercare una casetta in affitto, anche un buco ma che doveva essere solo mio, ne ho trovato una non vicinissima all’Azienda, più o meno un chilometro e mezzo, a piedi 35 minuti di buon passo, ma era una casetta singola con un pezzettino di orto di non più di 400 mq. Appena ho potuto, anche rimettendoci a quattrini, ho lasciato la stanza che avevo affittato e mi sono trasferito. Avevo scoperto che in Azienda si poteva dare la disponibilità per fare turni di lavoro straordinari, io non avevo carichi di famiglia e con gli straordinari riuscivo non solo a pagarmi la casetta ma anche a mettere un po’ di soldi da parte e a fare qualche spesa extra (macchina fotografica, e con qualche sforzo un PC nuovo).

Mi sentivo un re, ma ero solo. Ovviamente in Azienda avevo cominciato a guardarmi intorno, come fanno tutti i ragazzi gay, a caccia di altri come me, ma francamente erano tutti molto più grandi di me, tutti o quasi sposati con figli. Nel reparto dove lavoravo io, il più giovane dopo di me aveva 36 anni, era pelato e aveva la pancia che gli usciva fuori della cinta e probabilmente era pure etero. Nel reparto si lavorava e non si perdeva tempo, io cercavo di fare del mio meglio. Vedevo che i capi qualche volta rimproveravano qualcuno degli addetti che aveva fatto male il suo compito, ma a me non mi rimproveravano mai.

Un giorno però viene da me il Capo turno e mi dice che so fare il mio lavoro e che lo faccio bene. Io mi sento molto incoraggiato. Nel settore affidato a me avevo notato che una delle macchine che io conoscevo meglio non era impostata nel modo migliore e che c’erano delle operazioni che, con quelle impostazioni richiedevano molto più tempo e molto più intervento umano di controllo. Mi viene in mente che ci potrebbe essere una soluzione, lo dico al Capo turno che però non mi prende troppo sul serio e mi dice solo che ne parlerà con l’ingegnere responsabile dell’automazione. Io penso che me lo abbia detto tanto per dire una cosa e penso che la storia sia finita lì.

Due giorni dopo viene da me il Capo reparto e mi dice che l’Ingegner Bordin (nome modificato) vuole parlare con me a fine turno. Io mi sento molto gratificato, a fine turno mi lavo bene le mani e la faccia e vado in Amministrazione. L’ambiente è lussuoso ma senza esagerare, trovo lo studio dell’Ingegnere, la segretaria, una signora sui 55, mi dice che l’Ingegnere arriverà a minuti e mi fa accomodare nella stanza. Mi sento intimidito, c’è un computer acceso con dei disegni di linee di produzione e faldoni di carte dappertutto. Dopo neppure 5 minuti arriva l’Ingegnere e qui mi prende un infarto, io mi aspettavo uno anziano e invece è un bellissimo ragazzo che secondo me non ha nemmeno trent’anni, mi sorride subito, mi dà la mano, una bella mano calda e forte e poi mi dice che il Capo turno gli ha detto che si potrebbe modificare il settaggio di una macchina industriale e che glielo avevo proposto io, e mi chiede di che si tratta. Io cerco di spiegarglielo, ma è evidente che sono cose delle quali lui non capisce nulla.

A un certo punto mi chiede: “Ma lei è sicuro di quello che dice?” Io gli dico che penso di esserne abbastanza sicuro ma che bisognerebbe fare una prova, cioè bisognerebbe resettare la macchina nel nuovo modo e vedere che cosa succede facendole fare le lavorazioni che fa adesso, per vedere se è in grado di fare tutto in automatico. Lui mi chiede quanto potrebbe durare la prova, gli dico: “Al massimo 10-15 minuti”, lui mi dice di fare la prova e di fargli sapere se la cosa funziona, se il Capo reparto fa storie devo dirgli che sono stato autorizzato da lui. Aggiunge che devo fargli avere quanto prima una relazione sull’esito della prova, poi mi sorride, mi dà la mano e mi congeda.

Mi precipito dal Capo reparto che apre le braccia e mi dice: “Vabbe’, però interrompiamo la linea per il tempo minore possibile.” Restiamo d’accordo che avrei fatto la prova tra le 3.00 e le 3.30 della notte, quando l’impianto funziona a regime più basso, tutto per minimizzare gli effetti provocati dall’interruzione della linea di produzione. Io torno a casa, mi studio tutti i manuali tecnici, scrivo il programma di resettaggio, rileggo i programmi decine di volte, monto il simulatore sul mio PC e procedo ad avviare l’esecuzione standard del pezzo. Sembra che tutto funzioni alla perfezione. Carico il programma sulla pennetta e mi metto a scrivere la relazione per l’Ingegnere, dando per scontato che tutto funzionerà come previsto anche sulla macchina vera. All’una e trenta di notte esco dalla mia casetta e vado in Azienda. Do il segnale di fermo della produzione per 15 minuti, “causa manutenzione” alle 3.05 in punto. Carico il programma di resettaggio, inserisco un pezzo da lavorare e alle 3.09.10 il pezzo esce dalla macchina perfetto, addirittura migliore anche a occhio rispetto a quello che si otteneva con la vecchia procedura.

Lascio la macchina con il mio settaggio e alle 3.12.00 riavvio il ciclo di produzione. Prendo un pezzo fatto con la vecchia tecnica e quello fatto con la nuova sul quale metto una goccia di vernice rossa. Poi torno a casa, completo la relazione. In pratica coi nuovi settaggi il tempo si riduceva da 7 minuti e 10 secondi a 4 minuti e 10 secondi e non compariva sul pezzo nessun segno di discontinuità di lavorazione. Torno a casa sfinito ma contento. La mattina alle 7.00 inizio il turno. Vado dal Capo turno, gli dico che ho fatto la prova e che è andata bene, mi risponde che ha visto una velocizzazione della linea e mi dice che ho fatto un buon lavoro. Gli chiedo se posso andare dall’Ingegnere, lui mi dice di sì e io vado.

L’Ingegnere non c’è ma la segretaria lo chiama al cellulare e mi dice di accomodarmi e di aspettare. Arriva dopo pochi secondi, mi sorride, mi dice che è contento di vedermi e mi informa che il Capo turno ha rilevato un’accelerazione di linea quasi del 7%. Gli do la relazione, la sfoglia più che leggerla, poi mi offre un caffè. Temo che mi chieda qualcosa sulla scuola, ma non lo fa, si fa portare due caffè e prendiamo il caffè insieme, poi parliamo un po’, mi chiede da quanto tempo sto in Azienda, dove abito, dove ho lavorato prima, come mi trovo coi colleghi di lavoro, io mi azzardo a girare a lui le stesse domande e mi risponde in tono molto amichevole, si fida di me, mi dice che ha 29 anni, che sta in Azienda da tre anni ma che è molto stressato dal lavoro, non accenna a moglie o figli né a fidanzate, forse quelli sono discorsi troppo personali, poi mi chiede il numero di cellulare, lo scrive sulla mia relazione tecnica e la mette nel cassetto. Poi mi dice che gli dispiace dovermi rimandare al reparto perché si vede che sono un bravissimo ragazzo e mi congeda con una stretta di mano più forte e più calda del solito e che dura qualche istante di più del previsto. Io torno in reparto tutto gasato.

Il Capo turno mi chiama e mi chiede se mi intendo anche di un’altra macchina a controllo automatico, mi spiega che si sono dei problemi che non sono mai stati risolti, e mi dice che, quando ho tempo, potrei dare un’occhiata anche a quella macchina . Gli dico che va bene.

Project non vado oltre nel raccontare i dettagli, in tempo di due mesi tutte le macchine a controllo automatico sono state resettate e riprogrammate per ottimizzare la produzione, i tempi si sono ridotti quasi del 20% e lo standard di produzione è migliorato. Siccome sono giovanissimo, rispetto ai loro standard, i colleghi non mi guardano con invidia e i capi mi incoraggiano molto. Sono stato dall’Ingegnere quattro volte in un mese e si è creata una simpatia reciproca molto particolare, solo che lui è un dirigente e in Azienda c’è molta gerarchia e le regole bisogna rispettarle.

Be’, però una sera, dopo poco più di due mesi dal nostro primo incontro mi chiama al telefono dandomi del lei, io penso che sia per questioni legate alle macchine, ma non è così, parla di altre cose, della vita che non soddisfa, del lavoro che disillude e stressa, del tempo che passa, io penso ad ogni momento che finiti i preamboli comincerà a parlarmi di lavoro ma non succede. Stiamo al telefono più di un’ora, poi mi chiede: “Possiamo darci del tu? … Però solo fuori Azienda, se no sembra strano.” È una richiesta che fa accendere molte lucine nel mio cervello! Io gli rispondo che va benissimo, lui mi dice che si chiama Stefano e io gli dico che mi chiamo Dario. Lui mi fa: “Grazie, Dario, è stato veramente un piacere parlare con te stasera, tu hai il mio numero, se mi chiami mi fa piacere, non te lo dimenticare!” Dice queste cose con voce molto esitante e questo mi fa una grande tenerezza. Io gli dico. “Grazie, Stefano, mi farò vivo a breve, ci puoi contare!”

Quando chiudo il telefono mi brillano chi occhi, è evidente che Stefano è gay e che tra noi si è creato un feeling speciale e poi è un bellissimo ragazzo, non mi mette in soggezione per niente, anzi è lui che si sente in imbarazzo con me.

Lui sapeva i miei turni di lavoro e io i suoi, e in Azienda non ci incontravamo mai, perché poteva essere imbarazzante per tutti e due, ma dopo un altro mesetto, eravamo arrivati al punto che ci sentivamo tutti i giorni e ci vedevamo un giorno alla settimana, quando eravamo liberi tutti e due. Io prendevo il pullman di linea e andavo nel secondo paesetto verso monte e lui arrivava lì in macchina, parcheggiava e si andava in giro per i boschi, poi la sera mi riportava a casa in macchina. È stato proprio in una di queste passeggiate che siamo arrivati a parlare chiaro, è stato tutto molto più facile di come lo avevo immaginato. Gli ho detto: “Beh, mi sa che comincio io … io sono gay e penso che mi sto innamorando di te…” Lui mi guarda e sorride con un sorriso larghissimo, poi mi dice: “Lo avevo capito la seconda volta che ci siamo visti!”

Project, non pensare che quello che è venuto dopo sia stato facile e senza problemi, perché è stato esattamente il contrario. Era parecchio complessato dal fatto che lui aveva 29 anni e io non ne avevo ancora 23, ma non dimostrava affatto 29 anni, forse la mia età se non pure meno. Dal canto mio io ero complessato dal fatto che lui fosse ingegnere e fosse già uno che contava parecchio nell’Azienda e mi comportavo di conseguenza con lui, ma lui non alimentava questo mio complesso, non dava per niente l’aria di sentirsi superiore, anzi, era molto timido e impacciato. Lui vedeva solo la differenza di età, che poi non era niente di eccessivo, e si sentiva in colpa, come se lui potesse derubarmi della mia giovinezza, cioè quasi che lui potesse approfittare di me perché sono più giovane.

Un giorno gli ho chiesto quanto guadagnava e lui mi ha fatto vedere l’accredito dello stipendio. Guadagnava un bel po’ più di me ma non poi così tanto più di me. Non poteva fare straordinari perché il suo contratto non prevedeva un orario di ufficio ma il suo lavoro era soggetto solo alla valutazione del Direttore del personale, be’, col suo lavoro guadagnava il 60% più di quello che potevo guadagnare io facendo tutti gli straordinari possibili, però anche se non aveva un orario di ufficio, stava in Azienda anche 12-16 ore al giorno, molto più di me! E poi era stressato dal lavoro, dalle preoccupazioni e del fatto che il top manager lo tenesse sempre sotto pressione.

Un giorno andiamo al solito paese e siccome l’indomani è festa nazionale decidiamo di restare lì in albergo, lui è ansioso fin dalla mattina, mi confessa che non ha mai avuto rapporti sessuali con nessuno e che ha una “fottuta” (parola sua, che non mi sarei mai aspettato!) paura delle malattie. Gli dico che fa benissimo ad avere paura delle malattie e che nemmeno io sono mai stato con nessuno. Lui me lo fa giurare. La sera ce ne andiamo in un albergo “diffuso” cioè in pratica ci mandano in una piccola baita separata ma perfettamente attrezzata. Stefano è ansiosissimo. Ci siamo stesi sul letto vestiti ma faceva freddo e abbiamo acceso il riscaldamento. In pratica abbiamo solo parlato tutta la notte. Io pensavo che lui avesse non dico amiche ma amici e invece non ne aveva, non vedeva nessuno fuori dell’Azienda, salvo me. I genitori non sapevano della sua omosessualità e fino a 29 anni aveva pensato “solo” a studiare e a lavorare.

Quando io parlavo del sesso sulla base di quello che avevo letto su Progetto Gay, lui mi stava a sentire con estremo interesse. Mi ha confessato le sue fantasie sessuali: masturbazione reciproca, “anche” sesso orale, ma penetrazione anale no, quella proprio nelle sue fantasie non c’era mai stata e lui era preoccupato da questo fatto perché pensava che fosse l’idea fissa dei gay. L’ho guardato negli occhi e gli ho detto che nemmeno io avevo mai pensato di fare sesso anale, che non avevo nulla contro la cosa in sé perché ciascuno deve potere fare quello che vuole. Stefano aveva ancora la concezione del sesso come gioco proibito, l’idea che il sesso fosse una forma d’amore gli sembrava strana, troppo dissacrante rispetto ai suoi principi.

Project, tu mi sei stato utilissimo, gli ho raccontato tante cose di quelle che hai scritto sul manuale e lui era sempre più perplesso. Abbiamo dormito solo dalle cinque fino alle 9.00, perché entro le 9.30 bisognava fare colazione in un bar in paese. Abbiamo camminato nei boschi per ore e ogni tanto c’è stato qualche contatto fisico, cioè ci siamo tenuti per mano. Lui mi lasciava totalmente l’iniziativa ma io avevo paura di fare qualche passo falso, di metterlo in difficoltà. A un certo punto gli chiedo: “Ti posso abbracciare?” Mi risponde con gli occhi e io lo abbraccio. Fremeva tutto, era proprio in estasi e anche io. Sentivo il corpo di un ragazzo che si faceva abbracciare da me ed era contento di farsi abbracciare da me, sentivo il suo cuore battere fortissimo, come il mio, sentivo il suo fiato sulla mia guancia e sentivo che mi stringeva fortissimo, siamo stati abbracciati così per lunghissimi minuti, poi ci siamo lasciati, ma non ci siamo baciati, avrei voluto che lui prendesse l’iniziativa ma non lo ha fatto.

Quando siamo tornati a casa mi ha chiesto di fargli vedere la mia casetta, io ero restio perché era tutto in disordine, ma lui insisteva e allora gli ho detto di sì. Lui è entrato e questa volta mi ha stupito, si è buttato sul mio letto e mi ha detto: “E se stasera resto a dormire con te?” Io gli ho detto che però avevo un letto solo e lui mi ha fatto notare che c’era una poltrona reclinabile e che avrebbe dormito lì, ma che aveva bisogno di restare con me. Abbiamo preparato una cenetta rapidissima e poi la fatica degli ultimi due giorni ha cominciato a farsi sentire: lui si è messo sul mio letto, ovviamente completamente vestito e io mi sono messo sulla poltrona reclinabile, anche quella volta non c’è stato sesso a nessun livello perché ci siamo addormentati quasi subito.

Adesso io e Stefano stiamo insieme da tre anni, viviamo formalmente da single per ragioni di lavoro, cioè per tenere il nostro rapporto del tutto al di fuori dell’ambiente di lavoro, però ci sentiamo al telefono tutti i giorni e passiamo insieme ogni settimana una serata, la notte, tutta la giornata successiva e poi la notte successiva, poi ricomincia la settimana di lavoro, ma riusciamo a passare due notti insieme alla settimana e io lo vedo felice, adesso le sue fissazioni del fatto che è troppo più grande di me gli sono passate. Ci abbiamo messo più di un anno ad avere i primi contatti sessuali ma poi è successo, è stato molto meno semplice di quello che mi ero immaginato, ma alla fine tra noi c’era un’ottima armonia anche a quel livello.

Purtroppo c’è una cosa che non mi fa stare tranquillo ed è lo stress al quale Stefano è sottoposto, perché è letteralmente ossessionato dal lavoro. È vero che guadagna di più, ma secondo me il gioco non vale la candela, se cambiasse mestiere guadagnerebbe di meno ma starebbe molto meglio e avremmo più tempo per noi. Ho in mente che, se potesse, cambierebbe lavoro anche a costo di rimetterci a livello economico, ma al momento l’unica alternativa sarebbe fare il libero professionista, cosa che potrebbe anche fare, ma è rischiosa e lo terrebbe comunque sulla corda.

Quando andavo a scuola io avevo professori ingegneri che facevano poco o niente, guadagnavano poco ma non facevano letteralmente niente! Adesso devo cercare di capire come potrebbe fare Stefano a fare l’insegnante, penso sia un po’ complicato, ma devo capire se c’è una strada e quale, poi dovrò cercare di parlargliene, perché secondo me si vuole sentire incoraggiato da me a fare un passo di quel genere, perché i suoi genitori gli direbbero certamente che è una follia.

La mia storia finisce qui, anzi comincia qui!
Ti abbraccio, Project, anche se non ci conosciamo, e ti ringrazio per tutto il supporto che indirettamente mi hai dato.

Dario

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CONDIZIONAMENTI SESSUALI GAY E DIALOGO DI COPPIA

Sento spessissimo parlare di sessualità gay, io stesso ho usato e uso tuttora questo concetto e lo faccio adeguandomi ad una diffusa e radicale semplificazione del concetto di sessualità. Cartesio inizia il suo “Discorso sul metodo” affermando che, quanto al “buon senso”, “ognuno pensa di esserne così ben dotato, che perfino quelli che sono più difficili da soddisfare riguardo a ogni altro bene non sogliono desiderarne più di quanto ne abbiano.” Lo stesso si potrebbe dire per la “conoscenza della sessualità”, a chiunque io mi rivolga per avere risposta trovo persone convinte di aver molto chiaro il concetto. Tuttavia raccogliendo queste risposte non trovo quella varietà che sarebbe legittimo aspettarsi data la pluralità delle condizioni individuali e sociali, mi trovo invece di fronte a risposte piuttosto omogenee, lontane dall’esperienza individuale e ispirate soprattutto dai mezzi di comunicazione di massa, dalla televisione, dal cinema, dalle letture e in grandissima parte dall’uso della pornografia su internet. In sostanza il concetto comune di sessualità rappresenta un’astrazione, radicalmente semplificatoria e banalizzante, capace, proprio in ragione della sua genericità di essere accettabile per la grande maggioranza delle persone.

La sessualità individuale, che non è un concetto astratto ma una realtà che permea di sé tutto l’individuo, è legata a molti fattori, prima di tutto all’esperienza personale, che è assolutamente unica e irripetibile anche se può essere studiata con categorie sociologiche standard basate sull’età e sulle condizioni sociali. Tra i fattori fondamentali che condizionano l’esperienza personale bisogna porre ai primissimi posti l’educazione familiare e talvolta anche la religione. L’intreccio delle varie linee di svolgimento dell’esperienza individuale è estremamente complesso e, al di là dei concetti astratti o teorici, porta le singole persone a “vivere la sessualità” in modi molto diversi.

Ecco quindi che compare una prima sostanziale distinzione: il concetto di sessualità di un individuo non è quello che si enuncia in risposta ad una domanda specifica, ma quello che si incarna nei comportamenti di quell’individuo. La sessualità non è un concetto astratto ma una realtà che vive nell’esperienza individuale. Il che significa che conoscere e capire la sessualità di un’altra persona è una cosa oggettivamente difficilissima, perché per condividere questi contenuti c’è bisogno di un’atmosfera di profonda intimità e di fiducia reciproca che permetta di superare i blocchi che rendono normalmente impossibile un dialogo serio su questi argomenti. Perché è difficile parlare in modo serio non della sessualità in generale ma della propria sessualità? La paura di essere giudicati, di essere classificati, di essere emarginati e di essere rifiutati, è alla base di ogni resistenza al dialogo vero su questi argomenti ed è in genere una paura ben motivata.

Due sono i presupposti di qualsiasi dialogo serio che tocchi non la sessualità in generale ma quella individuale. Il primo presupposto è la radicale eliminazione di qualsiasi atteggiamento giudicante, cioè di qualsiasi preconcetto, ma questo presupposto è ancora formale e quasi professionale, nel senso che qualsiasi psicologo assume o dovrebbe assumere un atteggiamento non giudicante. Il secondo presupposto è di tipo sostanziale e completamente diverso e consiste nell’accettare la reciprocità come regola del dialogo sulla sessualità individuale. Accettare la reciprocità significa capire che a questi livelli non ci possono essere ruoli, non ci può essere un distacco professionale ma si deve accettare un dialogo paritario. Se il dialogo non è avvertito come paritario non si arriverà mai ai contenuti più profondi della coscienza e alle loro manifestazioni nella sessualità. Un livello di comunicazione come quello descritto si raggiunge talvolta, ma non di regola, tra amanti che sono ormai ben oltre la fase della sperimentazione sessuale e che nutrono un affetto reciproco molto forte, ma si raggiunge pure talvolta nell’ambito di rapporti di amicizia molto stretta (senza coinvolgimento della sessualità).

Va osservato che la profondità di un rapporto si misura dalla quantità e dalla qualità delle informazioni su noi stessi che siamo disponibili a fornire all’altro. In un rapporto di amicizia superficiale non si parla mai di vita affettiva o se ne parla con categorie molto generali e per così dire di senso comune, in un rapporto di amicizia stretta le confidenze di tipo affettivo e anche sessuale diventano frequenti, nelle amicizie di lunga data, supportate da prove concrete di affidabilità reciproca, la confidenza affettiva e sessuale può diventare totale, cioè può portare due amici a non avere segreti uno per l’altro. Ovviamente tutto questo accade molto di rado ma qualche volta accade.

Che cosa emerge dal confronto delle sessualità individuali? Ciò che emerge è essenzialmente la categoria della complessità. Ciò che noi consideriamo semplice e spontanea manifestazione dell’istinto sessuale, in realtà non è affatto semplice né spontaneo, ma è il risultato dell’interazione di un sostrato genetico-epigenetico estremamente specifico con l’esperienza della persona nel suo complesso ossia con una trama di infinite correlazioni, per le quali è difficile individuare perfino categorie tassonomiche generalissime.

Cercherò di limitare il discorso al solo ambito gay. Se c’è veramente qualcosa di comune nell’esperienza di tutti gli omosessuali, questo qualcosa si può identificare nel rendersi conto che i modi di vivere l’affettività e la sessualità di due persone gay possono essere radicalmente diversi. Più o meno tutti i gay identificano l’essere gay con l’innamorarsi di ragazzi invece che di ragazze, o più generalmente con il fare sesso con i ragazzi piuttosto che con le ragazze. A questo livello, in realtà estremamente generale se non generico, è facile trovare il consenso, quando però si cerca di capire che cosa significhi per ciascuno innamorarsi e fare sesso con un ragazzo, cioè quando si passa dall’astratto al concreto, le categorie astratte perdono senso ed entrano in gioco le storie individuali, irripetibili, anche se spesso affini a quelle di altri gay che si trovano in situazioni individuai e sociali simili. Emerge quindi l’importanza dell’unico vero strumento di conoscenza dell’altro che è la sua storia individuale, parlo non a caso di storia, cioè del vissuto reale, così come è percepito dall’individuo che quella storia ha vissuto e che ne porta le tracce profonde nella sua memoria, non di storia raccontata e più o meno inconsciamente reinterpretata da colui che l’ha vissuta.

Uno dei limiti intrinseci di qualsiasi psicoterapia consiste nel fatto che in un rapporto di tipo professionale, se il terapeuta può garantire atteggiamenti o meglio comportamenti non giudicanti, certamente non può in nessun caso aprirsi ad una reciprocità sostanziale, che, sola, potrebbe portare all’emergere dei contenuti profondi della coscienza. Il terapeuta, quindi, parte non dalla conoscenza della storia individuale del suo paziente per come il paziente la percepisce, ma dalla rappresentazione che di quella storia il paziente dà all’esterno, in una comunicazione in cui la garanzia del segreto professionale non può in nessun modo supplire all’assenza di reciprocità. In un certo senso, offriamo una conoscenza più profonda di noi stessi al nostro amante o al nostro amico più caro che non allo psicoterapeuta perché con l’amante o con l’amico più caro la condizione di reciprocità può esistere realmente.

Havelock Ellis ai primi del ‘900 aveva già piena consapevolezza della complessità della realtà omosessuale e della sostanziale impossibilità di costruire una teoria dell’omosessualità che potesse avere un minimo di utilità concreta, pertanto preferì abbandonare gli atteggiamenti tradizionali e organizzare il suo libro come una raccolta di 39 casi reali, raccontati con le parole degli stessi protagonisti. Le 39 storie, che costituiscono circa la metà del libro, permettono al lettore intanto di capire la complessità del mondo omosessuale e poi di acquisire, anche se attraverso un libro, una piccola esperienza reale non di che cosa sia “l’omosessualità” a livello teorico ma di quale possa essere la vita di 39 persone omosessuali dalle personalità e dalle esperienze più varie. In questo senso, più che un libro o un articolo scientifico, un romanzo o un racconto possono aiutare a cogliere la realtà della vita degli omosessuali come singoli, che è ciò che conta, e non come categoria.

Nel XXI secolo, il ruolo dei romanzi e dei racconti è in gran parte vicariato dai film, dai cortometraggi e dai video, che utilizzano un linguaggio diverso ma veicolano contenuti affini. In anni recenti, più o meno da dieci anni a questa parte, si assiste a una notevole fioritura di video gay, che in genere affrontano in modo sostanzialmente serio e corretto i grandi temi della vita gay. Ovviamente non si può chiedere ad un video della durata media di venti minuti quello che si può chiedere a un romanzo o a un film di lungometraggio, ma alcuni di questi video sono dei piccoli capolavori. In genere questi video sono piuttosto ben fatti, ci si sente la mano di registi esperti e si capisce che la produzione non è di tipo riduttivamente dilettantesco.

Questi video possono costituire e talvolta realmente costituiscono una vera forma di educazione affettivo-sessuale, capace di fare da contraltare ai modelli diffusi dalla pornografia, perché nei video a tema gay la dimensione affettiva e psicologica è presente in modo serio. Purtroppo si producono ancora video a tema gay, di livello sostanzialmente professionale, fornendo modelli di realtà gay molto particolari che rischiano di favorire nella mente dello spettatore associazioni devianti, come l’associazione omosessualità-droga o omosessualità-violenza o omosessualità-depressione o peggio ancora omosessualità-patologia mentale o omosessualità-criminalità. Queste associazioni sono il frutto di preconcetti e fanno pensare che gli autori delle storie, i produttori e i registi non siano essi stessi omosessuali e si limitino a costruire dei video seguendo i pregiudizi comuni.

I video a tema gay scritti e realizzati da omosessuali sono in genere brevi squarci di vita omosessuale e sono estremamente vari, sono quindi uno strumento educativo molto potente, di facilissimo accesso e capace di mettere in evidenza i temi più classici dell’affettività e della sessualità gay e il punto di vista gay, nella sua articolazione più complessa e varia, su molte questioni che toccano i rapporti familiari, l’omofobia, il dialogo tra gay e la vita di coppia.

Torniamo ora, però, alla complessità della sessualità gay. Un rapporto affettivo profondo con il proprio partner consente non solo verbalmente, ma anche attraverso la condivisione della sessualità un confronto leale di esperienze e l’emergere di tutti i contenuti della memoria individuale, anche i più riposti. Questo vuol dire che un buon rapporto di coppia gay può essere più utile di una psicoterapia perché consente, in un ambito di reciprocità, di parlare liberamente della propria sessualità e soprattutto di viverla senza tabù.

Bisogna chiarire un concetto, tanto semplice quanto dimenticato: la sessualità può essere vissuta ed è spesso vissuta in modo del tutto meccanico, senza coinvolgimenti affettivi profondi, e la sincerità tra i partner può non esistere affatto, si arriva fino al punto di legittimare il tradimento e di nascondere al proprio partner elementi che cambierebbero radicalmente il suo giudizio su di noi. Anche in situazioni in cui non c’è tradimento e non si tratta di nascondere “comportamenti” che potrebbero cambiare il giudizio del partner su di noi, esistono altri elementi che possono essere e sono spesso taciuti, si tratta delle fantasie sessuali non standard che si teme possano non essere né accettate né capite dal partner, è il caso delle fantasie pedofile alle quali non si è mai dato seguito, ma è il caso anche di fantasie sessuali incestuose, o intergenerazionali, ma il discorso potrebbe allargarsi anche ad altre fantasie sessuali, meno allarmanti ma poco comuni.

Un’altra categoria di esperienze è quasi sempre taciuta, anche se si tratta di fatti che non dovrebbero in nessun caso mettere in crisi il rapporto con il partner, mi riferisco all’aver subito violenza o molestie sessuali in età infantile o nella primissima adolescenza. Gli episodi di violenza o di abuso sessuale di minori, quasi sempre in ambito familiare o da parte di frequentatori assidui dell’ambiente familiare, sono purtroppo molto più comuni di quanto si possa immaginare. Tutti questi elementi e molti altri possono avere un’influenza profondissima sui comportamenti sessuali di un individuo e su molti altri aspetti della sua personalità. Il rapporto di coppia, se è realmente un rapporto d’amore può essere la strada migliore per raggiungere una sostanziale serenità di vita.

La condivisione della sessualità, la libertà sessuale nell’intimità col partner, il sentirsi accettati per quello che si è, dopo essersi mostrati per quello che si è, è una opportunità unica di gratificazione e di scambio affettivo, che è realmente in grado di cambiare la vita di un individuo, sempre che la sessualità di coppia sia veramente uno scambio d’amore e non un rito sostanzialmente egoistico per esorcizzare la solitudine.

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