BLOG SUL VERO MONDO DEI GAY

Carissimi lettori,
questa sera tutto il lavoro che ho fatto nei giorni scorsi per aggiornare i miei blog gay è stato premiato e, secondo le previsioni, il blog STORIE GAY (
http://nonsologay.blogspot.com/) e comparso su Google al posto n. 4 sotto la chiave di ricerca “STORIE GAY”. Se la cosa durerà (ma ci sono tutte le premesse) quel blog finirà per ottenere più lettori anche di “Progetto Gay” (http://progettogay.myblog.it/) che ha l’unica pecca di chiamarsi “Progetto Gay” e non “Storie Gay” che, tra le chiavi di tipo non porno rappresenta la prima chiave di accesso ai siti gay (circa il 40% del traffico). L’indice molto completo e ben strutturato del blog STORIE GAY presenta un altro grosso vantaggio, offre al lettore, a colpo d’occhio, un’idea del contenuto di tutto il blog, il lettore quindi cerca quello che lo interessa e legge più di un post, oggi siamo ad una media di oltre tre post letti per lettore, mentre per Progetto Gay il numero medio di post letti da ciascun utente non supera 1,5. Tuttavia i lettori di SRORIE GAY sono molto meno fedeli di quelli di Progetto Gay, che ormai mi conoscono. Le visite di ritorno su Progetto Gay sono numerose, su Storie gay sono pochissime. Poiché i miei blog gay contengono al 95% e oltre gli stessi contenuti, la visibilità è notevolmente aumentata e, tra l’altro, aumentando la percentuale di accesso tramite la chiave “storie gay” (chiave non porno) è diminuito proporzionalmente il numero degli accessi di lettori interessati a siti porno a quindi non molto motivati a siti come i miei, i tempi medi di permanenza sui blog tendono quindi ad aumentare.
Come ho detto più volte queste analisi statistiche e questo mio lavoro non hanno alcun fine economico. Io desidero solo smentire l’equazione gay = porno e raccontare cose vere a chi a voglia confrontarsi con cose vere. I miei blog sono letteralmente esplosi, non avrei mai sognato di ottenere simili risultati. Evidentemente quello che scrivo corrisponde all’esperienza reale di molti lettori. Io scrivo per i gay e per chi li rispetta e vuole capirli. Qualunque suggerimento sarà graditissimo. Grazie amici!

CIAO DISTILLATO 10

Ciao Distillato,
non c’è bisogno di dire che questo nostro dialogo a distanza per me è molto gratificate, quando apro il computer vado subito a vedere se c’è qualcosa di tuo e non resto mai deluso. Dalle cose che dici, dai l’impressione di aver passato brutti momenti e di avere qualche preoccupazione per il futuro ma dai anche l’impressione molto netta di sentirti realizzato nel presente e, credimi, non è assolutamente una cosa comune. In genere il senso di frustrazione domina ma questo non è il tuo caso e, dal mio punto di vista, la cosa è consolante perché vuol dire che il teorema della “felicità possibile” può essere applicato alla realtà (non solo alla mia) e non è un teorema che vale solo nel mondo a quattro dimensioni. Nell’ultimo commento dici che tua madre sa ma fa finta di non sapere, ma sei proprio sicuro che sappia? Te lo dico perché mi è capitato di conoscere un ragazzo gay che, parlando con me, era praticamente sicuro che i genitori avessero capito tutto, ma parlando con i genitori, che conosco anche se non benissimo, ho avuto esattamente l’impressione opposta. Se c’è stato un discorso esplicito allora si può dire che i genitori sanno, in caso contrario è molto difficile che arrivino a conclusioni simili per via induttiva perché quando non si vuole arrivare a una conclusione gli indizi vengono letti in modo differente. Aggiungo poi un’altra cosa, che spesso i rapporti con le madri sono più espliciti di quelli con i padri. I padri in genere sono molto più temuti dai figli sotto questo profilo. Il linea teorica si potrebbe pensare che quando la madre sa sappia anche il padre, perché sembra difficile che una madre con comunichi al padre una notizia del genere, ma più di qualche volta non è così ed un solo genitore sa, cosa piuttosto rischiosa perché può essere causa di futuri dissapori tra i genitori, uno dei quali può accusare l’altro di averlo tenuto all’oscuro, magari sostenendo che se invece avesse saputo si sarebbe potuto fare chissà che cosa. Aggiungo ancora che oggi il problema del coming out nei confronti dei genitori si pone in termini reali, qualche decennio fa il problema non si poneva proprio, perché una cosa del genere avrebbe portato inevitabilmente un cambiamento nei rapporti tra genitori e figlio e poi perché l’avere un figlio gay era considerato una tale mazzata per i genitori che i figli semplicemente evitavano il discorso, cosa che ho fatto anch’io e di cui, francamente, non mi sono pentito, perché credo che i rapporti familiari avrebbero preso una strada differente, non tanto di non accettazione quando di sottile e affettuoso compatimento. Che i miei possano aver capito, anche senza un discorso esplicito, in linea teorica, potrebbe anche essere possibile, ma i discorsi che venivano fuori sui gay non sembravano proprio discorsi di genitori consapevoli e comunque erano altri tempi e allora avere consapevolezza di che cosa significasse essere gay, per dei genitori, non era affatto facile. In un caso concreto che ho visto di recente, un ragazzo molto giovane ha fatto un coming out pubblico, senza mezze misure, con tutte le persone che conosceva, compresi i genitori, ma dopo si è reso conto di avere fatto un grosso errore, perché non si può presupporre che i genitori abbiano la capacità di capire e di accettare, perché potrebbero essere del tutto impreparati e condizionati da pregiudizi dovuti alla non conoscenza del vero mondo gay.
Se il fare finta di non sapere è veramente un “fare finta” e non un semplice “non sapere” vuol dire che si sta attuando la politica dello struzzo, cosa tra l’altro molto comune in questi casi, con il rischio di possibili recriminazioni future, come: “io non lo sapevo”, “tu non me lo hai detto chiaramente”, ecc. ecc.. Vorrei aggiungere un’altra considerazione che certamente non si può applicare a te: quando leggo i blog di ragazzi gay non dichiarati pubblicamente li trovo pieni di commenti di ragazze che li considerano ottimi partiti. A parte le possibili tremende complicazioni concrete derivanti dal gioco dell’implicito e del non detto, non posso non rilevare la tendenza dei ragazzi gay (almeno quelli che ho conosciuto io, che non sono poi pochissimi) a fare sempre discorsi fumosi e comunque non espliciti (per molti quarantenni si tratta proprio di un rifiuto radicale perfino ad usare la parola gay o la parola omosessuale). Se una tendenza simile è comprensibile perché deriva da ragioni prudenziali, è comunque spesso defatigante. Se si chiamassero le cose semplicemente col loro nome e si parlasse chiaro, si eviterebbe di cominciare a giocare alla caccia al tesoro, sprecando tempo ed energie ed alimentando una marea di fraintendimenti e di incomprensioni. Le persone che ho conosciuto tramite questo blog, ovviamente, non giocano con me alla caccia al tesoro perché questo è un blog gay e del mantenere toni assolutamente espliciti mi sono fatto una regola e questo ha selezionato fortemente l’utenza di questo blog, cosa peraltro necessaria per realizzare un progetto che ha dei destinatari specifici, cioè i lettori gay, senza disperdersi in mille rivoli. Tuttavia le persone gay che ho incontrato al di fuori di questo blog hanno giocato con me alla caccia al tesoro praticamente sempre. Tra cercare un dialogo qualsiasi e cercare un dialogo gay, cioè sui temi tipici della vita dei gay e ammettendo di essere gay, c’è una differenza enorme che consiste nel “capire esattamente di che cosa si sta parlando” e volere parlare proprio di quello. Quando leggo i tuoi commenti e ti rispondo, il fatto che tu sia gay è fondamentale, perché tra noi è possibile un dialogo esplicito e senza fraintendimenti, senza fumosità e soprattutto esiste veramente un mondo comune nel senso profondo del termine. Tutto questo è assolutamente essenziale e, ti posso garantire, dà a questo dialogo a distanza un significato che lo stacca nettamente da tanti altri tipi di dialogo in cui l’essere gay è stato messo tra parentesi o addirittura è stato omesso del tutto. In sostanza non amo giocare a rimpiattino e alla caccia al tesoro e quando mi trovo in un dialogo come questo, mediato e limitato quanto vuoi, ma esplicito, mi sembra di essere finalmente coi piedi per terra. Ciao! Un abbraccio!

GAY REPRESSI E RELIGIONE

Ciao Distillato, leggo sempre con grande interesse i tuoi commenti, qui cercherò di partire dallo spunto che mi offri nel commento a “O cristiano o gay”. Ho dato a questo post un titolo specifico perché mi sembra particolarmente importante.
Mi sono chiesto che cosa significhi “rispetto”, non parlo di rispetto delle religioni in genere, che mi sembra un non problema. Le religioni sono insiemi di idee, di dottrine, ma non sono persone fisiche e, per quanto rispetto si possa portare loro, il temine rispetto ha in questo caso un significato tutto teorico e lontanissimo da quello che si può annettere al “rispetto” verso una persona fisica. Io voglio solo chiedermi che cosa sia il “rispetto verso una persona fisica”, che secondo me, è un concetto di ben altro valore.
Rispettare una persona non dovrebbe essere una questione formale, il rispetto per “le idee” di una persona” non ha nulla a che vedere con il rispetto della persona, perché spessissimo quelle che professiamo come nostre sono considerate tali solo a seguito di percorsi di pensiero molto contorti e che ci portano lontanissimo da quello che siamo realmente. In un certo senso, per un gay, e specialmente per un ragazzo gay, rendersi conto che essere gay non è un vizio, non è una malattia, non è una scelta… ma è parte costitutiva della propria personalità può essere traumatico, perché non è questa l’interpretazione comunemente accettata di queste cose. Finché la coscienza resta una questione esterna che viene interiorizzata (come succede nella stragrande maggioranza dei casi) il ragazzo etero credente sentirà la sua sessualità come un modo di collaborare al piano di Dio, perché questo è il modello che gli viene proposto, ed è un modello gratificante, il ragazzo gay si sentirà peccatore, vizioso, incapace di fare la scelta giusta, caso patologico, perché questo è il modello interpretativo che vede socialmente accettato. A questo punto mentre un ragazzo etero può benissimo accontentarsi dell’interpretazione della sua sessualità che gli viene fornita dell’esterno, il ragazzo gay non può accettare l’interpretazione comune della suo essere gay e di qui comincia un lunghissimo percorso che può portare agli esiti più diversi, alcuni maturano moralmente, spiritualmente. e non si accontentano più di una morale esterna, ma cominciano a interrogare la propria coscienza e a decidere del bene e del male sulla base di essa, ma così facendo vengono palesemente in urto con la morali esterne e finiscono per abbandonare la religione o, almeno per non prendere tutto quello che viene loro proposto come oro colato, altri, invece, fanno esattamente il contrario e in nome dell’autorità di una morale esterna che fa perno sul senso di colpa, cercano di soffocare la prora sessualità in nome di qualcosa di “più grande”, cioè accettano l’idea del sacrificio totale di sé “a un principio astratto e sostanzialmente falso” come l’immoralità dell’essere gay e lottano per molto tempo per cercare di reprimersi. Il vero problema è che la religione non condanna solo il sesso gay esplicito a due, ma anche la masturbazione e addirittura il coltivare fantasie gay. Se si trattasse solo di evitare una sessualità gay esplicita a due il problema in fondo si potrebbe risolvere con livelli di sofferenza non troppo profonda, basterebbe astenersi da queste cose, ma quando viene condannata anche la masturbazione e perfino il pensiero impuro, la lotta con la propria anima diventa lacerante. Molti ragazzi se la cavano prendendo la religione come una “seria banalità” in questo senso si professano cristiani e poi continuano a fare la loro vita, più o meno gay, salvo “pentirsi” o meglio “fare finta di pentirsi” di tanto in tanto. Se fosse sempre così la religione sarebbe niente altro che un’abitudine esterna e la coscienza individuale non ne sarebbe spaccata, ma certe volte non è così… ci sono ragazzi che sono totalmente incapaci di prendere queste cose superficialmente. Questi ragazzi per un verso vorrebbero conformarsi alla morale esterna che è stata presentata loro come incontrovertibilmente l’unica possibile ma si rendono conto che, se si vuole essere leali, una lotta del genere significa in pratica un annullamento della propria sessualità. Un ragazzo gay dovrebbe non solo non fare sesso con altri ragazzi, ma dovrebbe vivere in perfetta castità: niente masturbazione e niente “pensieri impuri”! Una richiesta del genere è profondamente immorale, ma arrivare a capirlo è difficile e il laceramento della coscienza spesso è profondo. Per fortuna, spesso, questi casi di identità gay negata e di coscienza divisa sono temporanei, perché slavo dolorose eccezioni, la realtà reclama i suoi diritti al di là di qualunque schematizzazione di principio. Parlando con dei ragazzi gay giovani legati al mondo della chiesa ho visto spesso dei tentativi di negazione di sé a livello di principio, per pura e cieca obbedienza, cosa che me non è affatto una virtù. Se abbiamo un cervello la vera bestemmia consiste non adoperarlo in nome di un principio di autorità. Vorrei sottolineare che purtroppo, per questa ragione, molti ragazzi gay finiscono per allontanarsi definitivamente dalla religione il che non è bene né per loro né per le comunità alle quali smettono di appartenere. Francamente non comprendo l’atteggiamento di totale chiusura della chiesa nei confronti dei gay, oggi non vengono più messi a morte, almeno in Europa, ma l’antico spirito di intolleranza resta anche se per fortuna la società civile sta facendo in questo campo passi da gigante.

ACCETTARE FIGLI GAY

Dall’analisi statistica degli accessi al blog rilevo con un certa frequenza, nell’ultimo periodo, chiavi di accesso come “accettare un figlio gay” e simili. Penso che sia mio dovere rivolgermi ai genitori di figli gay per parlare con loro a cuore aperto, nell’interesse loro e dei loro ragazzi.
Cari genitori, con ogni probabilità voi siete molto più giovani di me e potete non avere alcuna esperienza del mondo gay. Se avete un figlio gay, non fatevi troppe domande, non cercate “come” si debba accettare un figlio gay, non cercate strategie, siate onesti fino in fondo e parlate con i vostri figli anche delle difficoltà che incontrate nel capirli. Io ho conosciuto parecchi ragazzi gay e vi posso garantire che sono ragazzi e figli che possono essere meravigliosi, se si sentono amati, ma possono soffrire in modo terribile se non sentono l’affetto dei genitori. Se voi credete nella famiglia, e io ci credo, non chiudetevi in voi stessi e abbiate fiducia nei vostri ragazzi. Se vostro figlio vi ha detto di essere gay significa che ha fiducia in voi perché per un ragazzo giovane, fare un’ammissione del genere davanti ai genitori è difficilissimo! Se non ve l’ha detto ma voi lo avete capito in altri modi non create forzature, lasciate che vostro figlio abbia il suo tempo, non lo colpevolizzate per non aver parlato con voi più che per il fatto di essere gay. Ricordatevi che la sessualità dei vostri ragazzi è sacra e deve essere rispettata e che un vostro atteggiamento aggressivo o intollerante è il segno di una vostra incapacità di amare. Essere gay significa vivere una condizione personale comune, in Italia, a decine di migliaia di ragazzi, che voi non vedrete mai perché hanno paura della società, perché si sentono “ingiustamente” giudicati soprattutto perché chi giudica presume di conoscere cose che in realtà non conosce affatto. I ragazzi gay non possono essere identificati con quelli che si vedono alla televisione il giorno dei gay pride, quella è una sparuta minoranza che deve ricorrere a quelle cose per avere almeno un “minimo” di visibilità che altrimenti non avrebbe in nessun modo. La stragrande maggioranza dei ragazzi gay si confonde con tutti gi altri ragazzi e spesso trova tra gli amici, moltissime volte eterosessuali, più comprensione e più affetto di quanto non ne trovi nella propria famiglia. Il primo coming out si fa in genere con alcuni amici di cui ci si fida, non con i genitori. Ricordatevi che fare la politica dello struzzo è distruttivo, non potete fingere che le cose stiano in un altro modo o che possano cambiare per l’intervento miracoloso di qualcun altro, per esempio uno psicologo. Uno psicologo può aiutare un ragazzo gay solo se lo aiuta ad essere gay, non se è indotto dal genitore a vedere se si possa “porre rimedio al problema”. E nessuno psicologo “serio” accetterebbe di tentare di forzare o di condizionare la sessualità di un ragazzo. Queste cose sono percepite dai ragazzi come delle forme di violenza gravissima alla persona e lo sono realmente, indipendentemente dal fatto che i genitori “pensino” di fare il bene del figlio. Ricordatevi che solo un dialogo “onesto”, cioè tra persone che non si arroccano su ruoli definiti a priori, può dare a vostro figlio la certezza di essere amato. Amare non significa imporre ma accettare. Io cito spesso una frase di James Baldwin, uno degli scrittori omosessuali che amo di più: “Qui non c’è niente da decidere ma tutto da accettare!”, se si ama veramente non ci possono essere altre regole. Non sentitevi delusi e frustrati perché vostro figlio potrà essere una persona meravigliosa, potrà trovare amici veri gay e eterosessuali e potrà essere veramente felice. Non create problemi che non esistono, non suscitate fantasmi, ragionate. Io ho amici eterosessuali che sono persone che mi stimano e che mi vogliono bene. Spessissimo gran parte del disagio dei ragazzi gay viene dall’atteggiamento dei genitori, che non sono essi stessi maturati sotto il profilo affettivo. Non fate soffrire i vostri ragazzi, perché non è giusto e perché tutto questo vi farebbe stare male, amateli per quello che sono, sforzatevi ci capirli, perché possono avere moltissime cose da insegnarvi. Se vi mostrerete ai vostri ragazzi per quello che siete, con tutte le vostre debolezze e le vostre difficoltà, vi rispetteranno e vi ameranno di più, vi sentiranno vicini e affronteranno la vita con meno preoccupazioni perché sapranno che possono contare comunque su di voi, e la vita di un ragazzo gay può non essere facile sotto nessun profilo. Lasciate che i vostri figli vi aiutino a crescere e a diventare adulti insieme con loro… In fondo che cos’è una famiglia se non un posto dove ci si vuole bene? Sono i vostri ragazzi e, per loro, sentire in voi un atteggiamento duro è come una coltellata. Questi ragazzi devono vivere la “loro” vita e amarli vuol dire capirlo.

GAY ALLA DISPERAZIONE

Riporto qui di seguito una pagina amara di diario di un gay cinquantenne ormai rassegnato al fallimento della sua vita affettiva. Conosco l’autore di questa pagina, si tratta di una persona apparentemente gioviale, se lo inviti a prendere una pizza ti dice sempre di sì, ma un dialogo vero con lui non sono mai riuscito ad averlo, sembra sempre lontano e disinteressato a qualunque cosa, poi mi ha dato questa pagina di diario letteralmente stappata da un’agenda e io ho avuto paura che meditasse propositi terribili ma mi ha detto che con la depressione e col senso del vuoto totale è abituato a convivere e che forse in quello che ha scritto si è lasciato andare un po’ troppo. Di tanto in tanto ci si vede ma non si riesce mai a parlare. Ma adesso veniamo a quello che ha scritto.

“Ci sono giornate nelle quali si arriva alla sera con addosso un senso di agitazione profonda, di insicurezza, di esitazione, ma anche di rabbia, di violenza a stento contenuta. Sembra che non ci siano più, non dico certezze, che forse non ci sono mai state, ma nemmeno punti di riferimento, la sensazione di smarrimento è totale, ci si sente fuori posto, si ha l’impressione, ma sarebbe meglio dire la certezza, che l’enorme caos del mondo circostante non abbia alcun senso, ci si sente soli, portati da una corrente violenta in una direzione qualunque. Le prospettive per il futuro, che sono la ragione (o l’illusione) che anima il mondo giovane, ormai non hanno più senso, resta, per pura necessità, il dovere, che non è scelta perché non ha alternative, o qualcosa che somiglia ad un malinteso senso della dignità e non è che un fingere di non essere ancora subissati. Ciò che mi sconforta è l’assenza di prospettive, l’incancrenirsi del presente, il perdere il senso del prossimo e del futuro, il percepire il distacco non come solitudine ma come liberazione, il cercare la solitudine come unica dimensione seria dello spirito. Bisogna riconquistare finalmente l’unica serenità possibile, la consapevolezza che tutto questo non ha senso. Non c’è nulla da proseguire, meno che mai da cominciare, o forse sì… bisogna cominciare a concludere e fare presto.”

O CRISTIANO O GAY

Sono molto riluttante a scrivere questa storia perché tocca questioni delicatissime. I fatti sono raccontati in un diario non brevissimo di cui una persona che conosco mi ha fatto avere delle fotocopie, ho chiesto il numero di telefono dell’autore di quel diario e me lo hanno dato, l’ho chiamato, mi conosceva solo per interposta persona, perché aveva sentito parlare di me e per i miei blog, ma ha detto che potevo usare quel materiale ma mi ha chiesto di farlo con estrema prudenza, ed è quello che io farò. Il diario in alcuni punti presenta toni drammatici veri. Ho riscritto la storia, (in prima persona) riassumendola e, al solito, cercando di rispettarne lo spirito. Sottolineo che quanto troverete di seguito non rappresenta assolutamente il mio personale punto di vista.
La mia storia è una storia molto particolare, è la storia di un amore gay intensissimo e brevissimo ma sostanzialmente impossibile, impossibile perché negato, soffocato sul nascere. Il tutto si è svolto nell’arco di 25 giorni, li ho contati uno per uno. Io 23 anni e lui, Marco, 19, ci siamo conosciuti all’università, lui era iscritto al primo anno, io stavo per finire lettere. Era pomeriggio tardi, dopo le lezioni, mi ha chiesto delle cose sull’istituto di glottologia, io ho cercato di spiegargli tutto ed è cominciata così, poi abbiamo continuato a parlare e si stava bene, lui era esitante ma era felice di stare con me. Non lo conoscevo affatto, era un bel ragazzo, ma mi piaceva anche sotto altri punti di vista, era schietto, autentico, non recitava, quella sera non me ne sarei più andato. Di dirgli che ero gay non mi è passato nemmeno per l’anticamera del cervello, ci stavo bene e basta, non avevo nessun secondo fine, in effetti mi capita spesso di parlare con qualche ragazzo, ma così, solo perché si sta lì e si devono passare cinque minuti. Mi sentivo più grande di Marco, più maturo, in qualche modo protettivo. Il giorno successivo mi ha cercato nella mia aula e l’ho accompagnato a casa, un lunghissimo e gradevolissimo viaggio. Nei giorni seguenti ho notato che tra noi si stava creando un rapporto forte e non sapevo come comportarmi, con me Marco parlava di tutto ma mai di ragazze o di sesso. Se volevo essere onesto, a costo di perderlo, dovevo dirgli come stavano esattamente le cose. L’ho fatto. Marco era turbato in modo profondo perché voleva essermi amico, ma non in quel modo, questo me lo ha detto subito, ma non sapeva se ci sarebbe mai riuscito. All’inizio ho pensato semplicemente che sentirsi oggetto d’amore di un gay non fosse per lui una cosa accettabile, ma il problema non era quello. L’ho capito un minuto dopo perché me lo ha detto lui stesso in uno sforzo di sincerità che gli deve essere costato sangue, mi ha detto: “Io non posso condividere il tuo sentimento perché sono cristiano”, ma da questa frase io ancora non riuscivo a capire bene quello che mi stava dicendo, gli ho detto semplicemente: “non ho capito…” E lui mi ha risposto vincendo un imbarazzo fortissimo e senza guardami in faccia: “Io sono gay ma sono cristiano e voglio vivere castamente… e stando vicino a te sarebbe molto più difficile”. Io sono rimasto sconvolto da questa dichiarazione esplicita, ma lui è fatto così, non è proprio capace di imbrogliare nessuno, mai! Poi mi ha detto: “è una battaglia con me stesso ma io la devo vincere, a te può sembrare assurdo ma per me è essenziale”. Non sapevo come comportarmi, se fare tutti i miei soliti discorsi sulla religione o evitare. Non ho detto nulla, l’ha presa come una forma di rispetto e non è scappato via, quando ci vedevamo era contento ma sempre con senso di colpa di fondo. Io lo facevo parlare, speravo tantissimo che capisse le cose anche il mio punto di vista, poi abbiamo parlato anche di religione. Per lui era una cosa essenziale, per fare le cose onestamente ci metteva l’anima. Non era bigotto, non era uno invasato, no! L’aveva presa sul serio al 100%. Io non frequento le chiese da quando mi sono reso cono di essere gay, in pratica da quando ero ancora ragazzino, ma qualche pagina di vangelo la leggo volentieri, le chiusure che ha il papa sui gay mi sembrano assolutamente immorali ma non penso affatto che la religione sia una cosa stupida. Marco si è reso conto che io avevo un certo rispetto per queste cose e ne è stato contento, tuttavia con me non ha mai parlato del problema di religione e gay. Il ventiquattresimo giorno, un sabato, mi ha chiesto una cosa stranissima, mi ha chiesto di accompagnarlo in chiesa l’indomani… io gli ho detto che ci sarei venuto certamente. La domenica era una domenica particolare e c’era un vescovo che doveva cresimare una ventina di ragazzi. Io e Marco siamo entrati. Io mi sarei fermato in fondo, ma Marco ha voluto che andassi più avanti con lui e ci siamo messi in un banco circa alla metà della chiesa. E’ entrato il vescovo per la messa, uno magro, alto, anziano. I ragazzi cantavano, la chiesa era pina di gente, c’era una bella atmosfera. Poi il vescono ha fatto il suo discorso e ha detto delle cose molto belle, che mi hanno commosso, sul fatto che siamo tutti fratelli e che amare il nostro prossimo è difficile. In pratica non c’è stata una sola parola della predica del vescovo che io non avrei detto identica. Mi sembravano cose bellissime, condivisibili al 100%, poi ci siamo scambiati la pace, ma la cosa non aveva il sapore rituale che ha di solito, era una cosa seria. Si è alzato ed è andato a confessarsi al ritorno si è inginocchiato proprio vicino a me, poi è andato a fare la comunione, era felice come non l’avevo visto mai. Quando siamo usciti dalla chiesa abbiamo parlato per un quarto d’ora e mi ha detto che avrebbe voluto farsi prete ma che adesso in seminario avrebbe avuto dei problemi, che prima di decidersi doveva avere la certezza che avrebbe potuto portare la cosa avanti fino in fondo senza esitazioni, mi ha spiegato che prima avrebbe dovuto risolvere il problema della omosessualità e che se gli volevo bene veramente lo dovevo aiutare non cercandolo più. Quello che io ho provato in quei momenti credo che nessuno se lo possa immaginare, ero sconvolto, non sapevo che dire, lui mi chiedeva di dirgli addio per sempre e io ho rispettato la sua decisione, gli ho detto che gli avrei voluto bene sempre e comunque, mi ha risposto che questo lo sapeva e che anche lui non mi avrebbe dimenticato ma che la sua strada era un’altra. Ormai è passata una settimana e non l’ho più sentito. Adesso mi sento uno schifo dentro, mi sento solo, mi sento disperatamente solo e penso che sono stato vile, che non ho fatto quello che avrei dovuto, penso che ho rispettato solo le sue parole e non la sua anima, che l’ho fatto andare per quella che lui mi ha detto essere la sua strada ma che forse non è veramente la sua strada, perché lui quella scelta l’ha fatta in modo drammatico, perché era spaccato in due dentro, perché per salvarsi l’anima doveva distruggere se stesso. Quello che mi fa stare male è che se dovesse pentirsi della scelta che ha fatto non avrebbe nessuno disposto ad ascoltarlo. Io l’ho assurdamente assecondato nello scegliere la strada che lo ha portato definitivamente via da me, ma se volesse tornare indietro nessuno lo aiuterebbe e io penso che prima o poi possa andare in crisi. Il senso della disperazione mi viene non solo per me ma soprattutto per lui e mi sento in colpa e penso che il mio comportamento sia stato ipocrita perché rispettare una persona significa dirle sempre tutto quello che si pensa e io con lui non l’ho fatto.

CIAO DISTILLATO 8

Dopo una giornata stressante lontana da questo blog, eccomi finalmente al mio posto. E questa volta, dopo ben quattro commenti (su Progetto Gay), Distillato si merita una risposta un po’ più articolata.
Circa il commento a “scoraggiamento gay” ho parecchie cose da dire. Non so se hai mai visto un vecchio film con Rex Harrison e Richard Burton. E’ un film del 1969, ma già prima si era visto in teatro con attori del calibro di Renzo Ricci e Paolo Stoppa e con un regista come Sandro Bolchi. La vicenda sembra ricalcare il tipico modello di commedia gay: un parrucchiere e un ex attor giovane troppo stagionato entrambi oltre i 55 (ovviamente gay e un po’ da operetta buffa) convivono in situazioni paradossali, con vecchie madri che li considerano eterni bambini, vicini pettegoli, ecc. ecc. I due litigano ogni giorno e il litigio finisce sempre nello stesso modo, uno dei due sbatte la porta e se ne va ma poi, dopo dieci minuti torna indietro. Il film ha una portata sentimentale notevole e talvolta ha toni sostanzialmente drammatici. I protagonisti sono due falliti, non solo perché sono gay ma perché nella loro vita non hanno concluso nulla… ma non mi sentirei proprio di dire che non si amano. Si amano da disperati, ma sono l’uno per l’altro l’unica ancora di salvezza. Quello che dici: quando qualcosa ti fa soffrire è bene chiudere e cambiare, è vero solo dal punto di vista di un ragazzo gay ma per un uomo di mezza età, o addirittura per un vecchio, per queste persone le alternative non esistono e amore e disperazione si fondono inevitabilmente, perché, con tutto il seguito di sofferenza che pure è inevitabile in un certo tipo di rapporto, esiste pure una dimensione che è comunque d’amore. I protagonisti di “scoraggiamento gay” non sono ragazzi e la dimensione del fallimento l’avvertono concretamente, per loro, ormai, la vita vera può essere solo quella. Il commento a “coppia gay” mi piace moltissimo anche perché, pure se con qualche differenza, mi sono trovato a vivere situazioni sostanzialmente simili a quelle, e dalla parte di quello che fa il duro, e la cosa è andata a finire più o meno come nella storia. Se avessi trovato persone che non mi volevano bene veramente, non mi avrebbero tollerato, ma per fortuna ho trovato persone che mi volevano bene veramente proprio come nella storia. Siccome questa storia ha per me una valenza autobiografica il fatto che ti abbia fatto effetto, per me, è particolarmente importante. Il commento a “sentirsi imbranati” intanto mi consola perchè forse non sono l’unico a sentirmi imbranato, almeno in certi momenti, e poi la chiusa: contraddizioni o forse no… mi incuriosisce, in effetti non credo che siano contraddizioni ma penso si tratti del riaffiorare di paure ancestrali, essenzialmente la paura dell’abbandono, e dell’idea, sostanzialmente stupida, ma dura a morire, che i rapporti affettivi siano una specie di partita a scacchi in cui non si devono sbagliare le mosse.
Quanto al commento a “eros gay e meccanica quantistica” concordo pienamente sul fatto che la storia potrebbe benissimo essere riscritta in chiave etero, a conferma del fatto, se mi ce ne fosse bisogno, che moltissime tematiche relative alla vita effettiva sono esattamente le stesse per i gay e per gli etero, cosa che d’altra parte mi pare ovvia, ma quando dico che quella è “vita gay” intendo dire che (almeno con gli occhi di una persona della mia età) data l’assoluta improbabilità di realizzare una convivenza gay, come è stata quella iniziale dei protagonisti, quando una eventualità del genere si realizza, l’idea di avere vinto il primo premio della lotteria viene eccome, ma poi ci si rende conto che l’altro è realmente altro, sesso o non sesso, e l’unica scelta possibile è tra tenerselo com’è o buttare via tutto. Alla fine si può anche amare una persona che ti fa soffrire perché in qualche modo ha bisogno di te. Il suo mondo non lo puoi distruggere. Mi torna sempre in mente la frase bellissima di Baldwin: “qui non c’è niente da decidere, qui c’è tutto da accettare!” Mi è capitato giorni fa un episodio significativo a questo proposito, te lo racconto. Un ragazzo che conosco, trentunenne, gay non dichiarato, ma in sostanza convivente con un altro ragazzo un po’ più giovane in un modo molto gratificante (li ho visti insieme tempo fa ed erano l’incarnazione della felicità) ha fatto e vinto due diversi concorsi per il dottorato di ricerca in due università agli estremi opposti dell’Italia, ci siamo trovati a parlarne e mi ha chiesto che cosa ne pensavo, in pratica se, secondo me, sarebbe stato meglio andare a nord o a sud. Io gli ho risposto una cosa che lo ha fatto arrabbiare, gli ho detto che, secondo me, stava per fare la più grande stupidaggine della sua vita, è rimasto piccato, voleva che gli dicessi che era stato bravo, ma in sostanza gli ho detto che stava vendendo l’anima al diavolo e che del suo compagno evidentemente non gliene fregava niente. Io l’altro ragazzo lo conosco bene e come era andato in crisi l’avevo visto, ma quello che aveva vinto il concorso non se ne era accorto e andavano a letto insieme tutti i giorni! Perché non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere. I gay giovani molto spesso sono portati a pensare che vendersi l’anima sia una cosa “intelligente” o che una cattedra all’università sia meglio di una vita affettiva felice e quando è così e inutile tentare di farli ragionare perché non escono dai loro schemi. Nella storia di “eros gay e meccanica quantistica” si risente inevitabilmente anche l’eco dalla vicenda che ho appena raccontato e che, lo devo confessare, non mi è piaciuta per niente, perché poi il ragazzo che ha vinto il concorso la scelta l’ha fatta ed è andato a Milano e il suo compagno e rimasto solo! Quello che è andato a Milano vedeva solo la scelta tra Milano e l’altra università, ma pensare che c’era un’altra scelta da fare a monte, cioè se partire o restare con il suo compagno, non gli è passato nemmeno per l’anticamera del cervello… ma quindici giorni prima il milanese parlava d’amore così bene che sembrava che fosse innamorato per davvero! Per oggi la chiudo qui… ma sto preparando un’altra storia e questa volta proprio su una questione delicatissima, ne ho scritto una bozza, ma non so fino a che punto mi posso spingere senza passare i limiti (non si tratta di sesso).