BYRON OMOSESSUALE

Il problema delle fonti.                                                  

André Raffalovich affronta la questione dell’omosessualità di Byron in modo estremamente sintetico, per non dire riduttivo, ma va tenuto presente che Byron, più che una persona, è un’icona, un mito del romanticismo inglese e che un mito è tale perché è sostenuto da una mitologia, che, come si sa, è nemica della storia. Raffalovich non era certo un superficiale quando conduceva i suoi studi sulla omosessualità nella storia e nella letteratura, la sua stringatezza deriva da ragioni sostanziali e non da valutazioni personali. Raffalovich su Byron non disponeva che di fonti molto ridotte e ampiamente censurate.

Thomas Moore, con il suo “Letters and Journals of Lord Byron”, ha rappresentato per moltissimo tempo l’unico punto di riferimento per gli studi sulla vita di Byron. L’opera fu pubblicata nel 1830 ma la raccolta iniziò fin dal 1814, quando Byron stesso inviò a Moore un primo pacco di lettere e di diari, perché fossero conservati ed eventualmente pubblicati. Dal 1818 Byron cominciò a scrivere la sua autobiografia, che Moore avrebbe dovuto pubblicare, con aggiunte prese dalle lettere e dai diari. Byron dava per scontato che Moore potesse ricavare utili dalla pubblicazione. Moore attraverso la pubblicazione delle lettere e dei diari di Byron intendeva correggere l’idea che Byron fosse un misantropo vizioso, diffusissima in Inghilterra ben prima della morte del poeta, mostrandone l’amabilità.

Dalla corrispondenza tra Byron e Moore risulta chiaramente che lavorarono entrambi e concordemente al progetto. Byron manifesta preoccupazione per il destino di tutto quel materiale, ma nello stesso tempo invita a dar credito a Moore anche se sa che, dopo la sua morte, Moore opererà comunque un’opera di censura, diciamo così, a fin di bene.

Nel 1830, a pochissimi anni dalla morte di Byron, la maggior parte delle persone citate nella sue lettere arano ancora viventi, e gli avvocati di quelle famiglie avrebbero certamente letto la biografia di Moore. Le persone coinvolte nei fatti più o meno onorevoli di Byron erano molto potenti e influenti, non ci si può stupire che Moore abbia operato una censura, stupisce, se mai, che la biografia non sia stata molto più censurata di come fu realmente.

Il memoriale originale di Byron, il nucleo dell’impresa, venne distrutto per volontà degli amici di Byron, e in particolare dell’esecutore testamentario, Hobhouse, ampiamente coinvolto nelle vicende di Byron legate all’omosessualità, nonostante le proteste di Moore.[1]

Evidentemente la pubblicazione integrale avrebbe creato serissimo imbarazzo a molte persone potenti, la cui vita privata sarebbe stata messa in piazza e avrebbe anche discreditato pesantemente la memoria di Byron, avvalorando le accuse di omosessualità, di sodomia e di incesto mosse contro di lui. Non si tratta di una scelta censoria moralistica, come spesso viene presentata, ma di una opzione senza alternative reali, salvo forse, il congelamento della pubblicazione per 50 o più anni.

I libri pubblicati aventi ad oggetto la biografia di Byron sono molti e sono molti anche quelli che affrontano il tema dell’omosessualità del poeta. Per me, nel 2017, il rischio maggiore nel cercare di scrivere una biografia omosessuale essenziale di Byron, è quello di essere un “gran traduttor dei traduttor d’Omero”, cioè di utilizzare più che le fonti, quello che altri hanno scritto sul tema. La tentazione è grande e il lavoro sarebbe enormemente facilitato, ma quando si mira a mettere in luce il dibattito storiografico più che i documenti, la storia si trasforma in storia della critica ed è proprio quello che qui si vuole evitare.

Nell’ambito degli studi su Byron, una pietra miliare è rappresentata dal monumentale e puntualissimo lavoro filologico fatto da Peter Cochran (1944-2015), che non solo ha trascritto in modo rigorosissimo una quantità immensa di lettere, di documenti  e di testi di Byron ma ha aperto a chiunque e gratuitamente l’accesso ai suoi archivi. È proprio a questi archivi che ho fatto costantemente riferimento nel cercare di ricostruire i fatti evitando, per quanto possibile, di deformarli sulla base di presupposti ideologici.

I primi anni.

George Gordon Noel Byron, nasce a Londra, al n. 16 di Holles Street, il 22 gennaio 1788 da John Byron e Catherine Gordon of Gight. Una contrazione del tendine di Achille, riscontrata alla nascita, lo rende claudicante fin da bambino. il giovane George Gordon trascorre i primi anni ad Aberdeen in casa della madre. Il padre, ridotto in miseria dai debiti, si rifugia in Francia, dove muore, probabilmente suicida, nel 1791.

Alla morte del prozio, nel 1798, George Gordon, all’età di 10 anni, ne eredita il titolo nobiliare e i beni, divenendo sesto Barone Byron di Rochdale e quindi Lord. Lascia la casa materna di Aberdeen e va ad abitare nella Newstead Abbey, al tempo in stato di abbandono. Aveva ereditato dallo zio vaste tenute ma anche tantissimi debiti.

Cambridge

Nell’ottobre 1805, a 17 anni (quasi 18),  si iscrive al Trinity College di Cambridge, dove conosce quelli che divennero poi suoi più cari amici: Edward Noel Long, William Bankes, Francis Hodgson, Douglas Kinnaird, John Cam Hobhouse, Scrope Berdmore Davies e Charles Skinner Matthews sono tutti tra i suoi intimi.

Al Trinity College, nell’ottobre del 1815, Byron conosce anche John Edleston (allora sedicenne), un ragazzo biondo, bellissimo, allora corista del Trinity College. Nel 1816 Edleston dona a Byron una spilla di corniola (o cornalina, in Inglese “cornelian”) a forma ci cuore. All’atto del dono Byron scrive.

LA CORNALINA.[2] Non è lo splendore apparente di questa pietra che me la rende cara; il suo splendore non rifulse che una sola volta a’ miei occhi, e tale splendore è modesto come quegli che a me la diede. Coloro che volgono in riso i vincoli dell’amistà, mi rimproverarono spesso la mia debolezza; ma in gran conto io ho pur sempre questo semplice dono, perocchè son certo che quegli che mel fece mi amava. Ei me l’offerse abbassando gli occhi, come se temuto avesse un rifiuto; accettandolo io gli dissi che la mia sola paura era quella di perderlo. Osservai attentamente il dono, e guardandolo da vicino, mi parve che una lagrima ne avesse spruzzata la pietra; da quel tempo le lagrime mi son sacre. Eppure per ornare la sua umile adolescenza nè la ricchezza, nè la nascita gli prodigarono i loro tesori; ma quegli che cerca i fiori della verità deve abbandonare i giardini pei campi. Non è la rosa cresciuta da esperta mano che spiega i più ricchi colori e esala i più dolci profumi: quelle che a preferenza posseggono questa doppia dote son quelle appunto che fioriscono nella selvaggia magnificenza della natura. Se la fortuna cessando di esser cieca avesse secondata la natura e proporzionato i suoi doni al merito di lui, splendida sarebbe la sua sorte: ma però se la Dea lo avesse guardato, la sua bellezza avrebbe incatenato il di lei cuore capriccioso; ella gli avrebbe prodigati tutti i suoi tesori, e nulla sarebbe rimasto per gli altri.”[3]

Il 23 febbraio 1807, Byron scrive ad Edward Noel Long, suo amico di infanzia: ”Ti prego, tieni segreto l’argomento del mio “Cornelian”.

Thomas Moore, che eliminò i brani omosessuali dai diari e dalle lettere sopravvissute, chiamava Edleston “fratello adottivo” di Byron.

Quasi alla fine della sua permanenza a Cambridge, Byron invia un messaggio cifrato a Edleston. Il messaggio è stato tradotto da Leslie Marchand con l’aiuto di una chiave alfabetica trovata nelle sue carte.

“LORD BYRON A JOHN EDLESTON – Maggio, 1807

D-R-T [Dearest – Carissimo?] – Perché no? Con questo bacio fammi tuo di nuovo per sempre.   Byron

A quella stessa Cornalina, donata da Edleston a Byron, il poeta si riferisce nella poesia “The Adieu” (di cui non possediamo la data) al momento della separazione da Edleston.

“L’ADDIO.

Scritto in un tempo in cui l’autore credeva di dover presto morire.

Addio, collina[4], dove le gioie dell’infanzia sparsero di rose la mia fronte, dove la scienza chiama il lento scolare per compartirgli i suoi tesori; addio, amici o nemici della mia giovinezza, compagni dei miei primi piaceri, delle mie prime pene: non più percorreremo insieme i sentieri di Ida; io scenderò fra breve nella bruna dimora, i cui abitanti dormono eternamente inconscii del dì. Addio, antichi e regali templi, che innalzate le vostre agili cime nella valle di Granta, in cui regnano la Scienza colle sue brune divise e la pallida Malinconia. Compagni delle mie più liete ore, abitanti del classico soggiorno bagnato dal Cam[5] dalle verdi rive; ricevete i miei saluti finchè la memoria mi rimane, perocchè per me fra poco queste ricordanze si dilegueranno immolate sull’altare dell’obblio. Addio, montagne dei paesi che mi videro crescere, dove il Loch-na-Garr nevoso e sublime alza la gigantesca sua fronte. Perchè, regioni del Nord, la mia infanzia si allontanò essa da voi onde mischiarsi ai figli dell’orgoglio? Perchè abbandonai io la mia caverna dei monti, Marr e le sue negre boscaglie, il Dee e i suoi limpidi flutti? Dimora de’ miei padri, per lungo tempo addio….. ma a che proferirei questa parola? L’eco delle tue vôlte ripeterà il mio annunzio di morte; le tue torri sorgeranno sulla mia tomba. La voce languida che ha cantata la tua presente ruina e la tua gloria antica,[6] non può più far intendere i suoi semplici accenti; ma la lira ha conservate le sue corde, e il soffio dei zeffiri vi sveglierà talvolta i suoni morienti di una melode colica. Campi che ricingete questa rustica capanna, finch’io respiro ancora, addio! voi non siete dimenticati, cara mi è ancora la vostra rimembranza. Fiume[7] che mi hai spesso visto nell’ardore del dì avventarmi nel tuo seno e fender celere la tua onda fremente, i tuoi flutti non bagneranno più questo corpo ora senza forze. E dovrò io qui scordare un luogo più caro anche al mio cuore? Catene di rupi s’innalzano, fiumi trascorrono fra me e quel soggiorno che la passione mi abbellì: nondimeno, o Maria,[8] la tua bellezza mi ritorna viva come un tempo, nel sogno incantevole dell’amore, che un tuo sorriso avea fatto nascere. Fino a che il lento male che mi consuma non abbia abbandonata la sua preda alla morte, madre della distruzione, la tua immagine non potrà dileguarsi dalla mia memoria. E tu, mio amico,[9] il cui dolce affetto commuove ogni fibra del mio cuore! oh! quanto la tua amicizia era al disopra di ciò che le parole possono esprimere! Io porto ancora sul mio cuore la tua gemma, dono sacro della tenerezza la più pura, bagnata dianzi da una lagrima de’ tuoi occhi! Le nostre anime erano eguali, e la differenza de’ nostri destini posta in obblío: l’orgoglio solo potrà farmi di ciò un rimprovero. Tutto, tutto è ora squallido e senza gioie! Nessuna memoria di un amore menzognero può raccender più le mie vene, o rendermi i palpiti della vita: la speranza stessa di un avvenire immortale non potrebbe coll’allettativa delle sue corone riscuotermi dal mio sonno, distogliermi dal mio sopore. Sarò vissuto senza gloria per umiliare il mio volto nella polvere, e confondermi nella folla degli estinti? Oh! gloria, divinità della mia anima, felice quegli a cui ti degni sorridere! Infiammato dai tuoi fuochi eterni, la morte non ha alcuna possa su di lui, e il dardo di questa cade rintuzzato. Ma a me ella accenna di seguirla, ed io manco oscuro e inonorato. Nissuno rammenterà ch’io esistessi, la mia vita sarà stato un sogno breve e volgare. Mischiato alla folla ignobile, in un drappo mortuario riposano le mie speranze; nell’obblío sta il mio destino. E quando dormirò dimenticato sotto le zolle che calcarono un tempo i miei passi fanciulleschi, e in cui deve ora posare il mio capo, la mia misera tomba non sarà bagnata che dalle rugiade della notte, o dalle lagrime dell’uragano. Gli occhi di nessun mortale non verranno ad inumidire il cespite che cuoprirà un nome ignorato. Anima irrequieta, dimentica questo mondo! Volgiti al Cielo, è là che fra breve devi drizzare il volo, se i tuoi falli ti furono perdonati. Próstrati dinanzi all’Onnipossente, e innalza fino a lui la tua preghiera tremante. Egli è pio e giusto, e non respingerà un figliuolo della polvere, sebbene il più misero oggetto delle sue cure. Padre della luce, sei tu ch’io chiamo! Un’atra notte mi sta fitta nel cuore, e tu che osservi la caduta del più piccolo insetto, tu allontana da me la morte della colpa. Tu che guidi l’astro vagabondo, che degli elementi raffreni il furore, che hai per mantello l’infinito firmamento, perdonami i miei pensieri, i miei falli, le mie parole, e dacchè debbo presto cessare di vivere, tu, tu, gran Dio, insegnami come si muore.”[10]

Il 30 Giugno del 1807, mentre si trova ancora a Cambridge, probabilmente dopo un breve periodo di assenza (e dopo l’addio a Edleston), scrive alla sua amica Elizabeth Bridget Pigot (1783–1866).

“LORD BYRON PER ELIZABETH BRIDGET PIGOT – Cambridge – 30 giugno 1807

. . . Sono quasi un sopravvissuto qui. I miei vecchi amici (con l’eccezione di pochissimi) sono tutti partiti, e mi sto preparando a seguirli, ma rimango fino a Lunedì per essere presente a 3 Oratori, 2 Concerti, una Fiera e un Ballo. Trovo che sono non solo più sottile ma più alto di un pollice  rispetto alla mia ultima visita. Sono stato costretto a dire a tutti il mio nome, nessuno ha il minimo ricordo del mio viso, o della mia persona. Anche l’eroe della mia Corniola (che è ora seduto vis-à-vis, e sta leggendo un volume delle mie poesie) mi è passato accanto nei sentieri del Trinity senza riconoscermi  nemmeno, ed è rimasto folgorato dalla alterazione che aveva invaso il mio volto, ecc., ecc. Alcuni dicono che sembra che io stia meglio, altri peggio, ma tutti sono d’accordo che sono più magro, – più io non richiedo. . . .

Lascio Cambridge con po’ di rimpianto, perché il nostro gruppo è svanito, e il mio pupillo musicale prima citato ha lasciato il coro, ed è di stanza in una casa mercantile di notevole eminenza nella metropoli. Puoi avermi sentito osservare che è esattamente con l’approssimazione di un’ora di due anni più giovane di me. L’ho trovato cresciuto notevolmente, e come puoi immaginare, molto felice di vedere il suo ex patrono. È quasi della mia altezza, molto sottile, di carnagione molto chiara, occhi scuri, capelli chiari. La mia opinione della sua intelligenza la conosci già; – E spero di non avere mai motivo di cambiarla. Tutti qui pensano che io sia un invalido. L’Università al momento è molto gioiosa per feste di vario genere. Io cenai la notte scorsa, ma non mangio (o non ho mangiato) nulla, ho sorseggiato una bottiglia di vino rosso, sono andato a letto alle due, e mi sono alzato alle otto. Ho cominciato ad alzarmi presto, e trovo che vada bene per me. I Maestri e i compagni sono tutti molto educati ma mi guardano un po’ di traverso – non apprezzano molto le pasquinate – la verità è sempre sgradevole.”

Il rapporto tra Byron e John Edleston prosegue finché Byron non lascia il Trinity, nell’estate 1807. L’addio avviene il 5 luglio 1087, come sappiamo da una lettera di Byron a Miss Pigot.

“LORD BYRON PER ELIZABETH BRIDGET PIGOT – Trin. Coll. Camb. – 5 luglio 1807

Dopo la mia ultima lettera, ho deciso di risiedere un altro anno a Granta,[11] dal momento che mie stanze, ecc. ecc. sono state rifinite in grande stile, alcuni vecchi amici vengono di nuovo, e ho fatto molte nuove conoscenze; di conseguenza, la mia inclinazione mi spinge in avanti, e tornerò al college nel mese di Ottobre, se sarò ancora vivo. La mia vita qui è stata una costante routine di dissipazione – fuori in luoghi diversi ogni giorno, ho ricevuto più inviti a cena, ecc. ecc. di quanti il mio soggiorno mi avrebbe permesso di soddisfare. In questo momento scrivo con una bottiglia di vino rosso nella mia testa e con le lacrime agli occhi; perché mi sono appena separato dal mio “Cornelian” [John Edleston, che gli aveva regalato un cuore di agata (cornelian) rossa], che ha trascorso la serata con me. Dato che era il nostro ultimo incontro, ho rimandato il mio impegno di dedicare le ore del sabato all’amicizia: – Edleston e io ci siamo separati per il momento, e la mia mente è un caos di speranza e di dolore. Domani parto per Londra: potrai inviare la tua risposta al “Gordon Hotel, Albemarle Street,” dove soggiorno durante la mia visita nella metropoli.

Mi rallegro di sentire che ti interessa del mio pupillo; è stato il mio compagno quasi costante dall’Ottobre 1805, quando sono entrato Trinity College. La sua voce per prima ha attirato la mia attenzione, il suo volto l’ha bloccata, e le sue maniere mi hanno legato a lui per sempre. Parte per una ditta mercantile in città nel mese di Ottobre, e probabilmente non ci incontreremo fino al termine della mia minore età [22 Gennaio 1809], quando lascerò alla sua decisione se entrare come partner nei miei interessi, o proprio convivere con me. Certo, nella sua attuale organizzazione mentale, preferirebbe quest’ultima ipotesi, ma può cambiare opinione prima di quel periodo; – tuttavia farà la sua scelta. Io certamente lo amo più di qualsiasi essere umano, e né il tempo né la distanza hanno avuto il minimo effetto sulla mia (in generale) modificabile inclinazione. In breve dovremo fare arrossire Lady E. Butler e Miss Ponsonby, Pilade e Oreste imbarazzati, e non dovremo desiderare altro che la catastrofe come Eurialo e Niso per dare a Jonathan e David il “lascia passare”. Certo, lui è forse più legato a me di quanto lo sia io a lui. Durante tutto il periodo in cui sono stato residente a Cambridge ci siamo incontrati ogni giorno, estate e inverno, senza passare per un solo momento di noia, e ci siamo separati ogni volta con crescente riluttanza. Spero che tu possa un giorno vederci insieme. Egli è l’unico essere che stimo, anche se me ne piacciono molti. … Il mio pupillo fa colazione con me; la separazione mi rovina l’appetito.”

Fin qui, il lettore ha potuto seguire la storia, chiamiamola così, omosessuale di Byron fino all’età di diciannove anni e mezzo: il quadro che ne risulta è ancora conforme al mito byroniano: c’è un amore per un ragazzo di due anni esatti più giovane del poeta, ma il confine tra amore e amicizia è molto labile e il termine “protegé”, che Byron utilizza per designare Edleston senza essere troppo esplicito, sembra marcare una differenza sociale, e non solo di età, che non è comunque superata dai sentimenti. Byron non rinuncerà certo al Grand Tour, tipico della gioventù di alto rango sociale, per restare accanto ad Edleston, che seguirà il suo destino di lavoro in una società commerciale.

Dobbiamo sempre tenere bene in mente, però, che ci stiamo occupando dell’omosessualità di Byron basandoci su quel poco che è rimasto dopo la distruzione delle sue Memorie, voluta dai suoi amici dopo la morte del poeta.

La bella gioventù che circondava Byron aveva ben poco a che vedere con gli eroi foscoliani e alfieriani, erano ragazzi giovani, appartenenti a famiglie inglesi aristocratiche e molto ricche, e per loro la vita universitaria a Cambridge non era certo ridotta solo allo studio. Byron stesso, come abbiamo visto, mette in evidenza l’aspetto festaiolo della vita universitaria, specialmente nel periodo estivo, ma la vita degli studenti non poteva essere ridotta neppure alle feste rituali e ai ricevimenti, o meglio, le feste rituali potevano essere delle occasioni interessanti per gli studenti eterosessuali, ma non certo per quelli omosessuali. Esisteva, allora come adesso, una vita universitaria sotterranea, legata all’omosessualità, e Byron non fu estraneo a tutto questo. Non possiamo certo aspettarci di trovarne traccia nella Biografia di Moore, ma le tracce esistono.

Possediamo, per fortuna una lettera diretta da Charles Skinner Matthews a Byron, da Londra, il  30 Giugno 1809, in occasione della partenza di Byron per il Grand Tour.

Va ricordata la triste vicenda di Matthews, autore di questa lettera, nato il 26 marzo 1785 e quindi di quasi tre anni più grande di Byron, fu eletto fellow del Downing College di Cambridge (se ne accenna nella lettera) e purtroppo morì annegato nel Cam, mentre faceva il bagno, il 3 Agosto del 1811, all’età di 26 anni. Quando Matthews, definito da Moore “l’amico libertino di Byron”, scrisse la lettera che segue, aveva compiuto da poco 24 anni; Byron ne aveva 21.

La lettera evidenzia molti fatti interessanti: almeno tre persone (Byron, Hobhouse e Matthews) usavano per comunicare contenuti omosessuali uno stile “misterioso”, così lo definiscono, “il cui il senso va al di là di quello che l’occhio può leggere”. Matthews ne individuata la ragione molto semplicemente nel fatto che “gli ufficiali postali possono ispezionare la posta”. In un periodo in cui l’omosessualità era un reato grave e per la sodomia era prevista la pena di morte, un linguaggio criptico si imponeva come condizione minima di sicurezza.

Abbiamo già visto che Byron e Edleston nel college si scambiavano messaggi cifrati, qui però si tratta non di brevi biglietti ma di vere lettere contenenti parti criptate e parti in chiaro. Lo stile “misterioso” era stato inaugurato da poco ed era in fase di rodaggio, perché era stato pensato per mantenere rapporti epistolari a lunga distanza tra ragazzi impegnati all’estero nel Grand Tour e ragazzi rimasti in Inghilterra. La probabilità che la polizia turca potesse ispezionare le lettere dirette in Inghilterra da stranieri molto facoltosi era tutt’altro che remota e il testo criptato non doveva essere riconosciuto come tale. L’uso di espressioni in francese, di parole da intendersi secondo la lettura alla francese o l’identificazione di parole codificate, tra le altre, con l’aggiunta di una e finale, costituivano artifici difficilmente riconoscibili ad un occhio non esperto.

Si costituiva una vera confraternita del Metodo (metodo = omosessualità) e gli adepti della confraternita erano i metodisti (che non avevano ovviamente nulla a che vedere con la chiesa metodista). Si può parlare di desideri metodisti, di altri metodisti, di apostoli della religione e così via.

L’andare a caccia di ragazzi è criptato con la metafora botanica del cogliere fiori e i fiori hanno nomi significativi: il Giacinto (che allude al ragazzo amato da Apollo) rappresenta il partner omosessuale disponibile; ma la metafora va anche oltre, perché secondo la leggenda Giacinto morì durante una gara di lancio di dischi o piastrelle (in inglese “coit”) perché il vento, geloso, gli fece tornare violentemente in capo un disco lanciato con la massima violenza. Giacinto sarebbe quindi morto per un “coit”, parola che allude chiaramente a “coitus” = rapporto sessuale. Per indicare un rapporto sessuale completo, i metodisti usano la sigla pl&optC = “plenum et optabilem coitum” (rapporto sessuale completo e desiderabile), espressione usata da Petronio nel Satyricon. Alcuni tratti della lettera di Matthews, restano comunque oscuri.

Al di là della setta dei Metodisti e del loro linguaggio criptico, la lettera di Matthews contiene un altro elemento di notevolissima importanza nella biografia omosessuale di Byron. Matthews parta del “Giacinto della tua Abbazia” (con riferimento al fatto che Byron aveva vissuto la prima adolescenza a Newstead Abbey), il “Giacinto” cui si fa riferimento è Robert Rushton (1793-1833), un ragazzo, che aveva più o meno 16 anni al tempo della lettera di Matthews. Robert Rushton era figlio di William Rushton uno dei più importanti affittuari della tenuta di Newstead. Nel 1808, all’età di circa 14-15 anni, Robert era in servizio all’Abbazia come paggio di Byron, Byron lo portò con sé nel suo viaggio in Europa nel 1809, ma poi lo rimandò in patria da Gibilterra e pagò le spese della sua educazione a Newark; di lui comunque avremo modo di occuparci di nuovo in seguito, basti qui notare che tra gli amici di Byron si parla di Rushton come di uno dei ragazzi compiacenti di cui Byron poteva godere. Avremo modo di vedere che Byron mostrò atteggiamenti amichevoli verso Rushton, anche in situazioni molto imbarazzanti per il poeta.

Una riflessione va fatta su un punto molto importante: gli “amori” o forse più banalmente gli interessi omosessuali di Byron non sono diretti verso suoi pari ma verso ragazzi di condizione sociale molto diversa. Raffalovich, alla fine dell’800, rimprovererà a John Addington Symonds atteggiamenti simili, ma Symonds, pur essendo un uomo ricco, non era certo un lord e i suoi atteggiamenti manifestano un affetto sostanziale verso i giovani uomini (non adolescenti) dei quali si innamora, Byron, forse perché ancora lui stesso molto giovane, sembra oscillare tra atteggiamenti romantici libreschi e forme di goliardia, in cui l’omosessualità diventa oggetto di gioco sociale e di scambi di particolati piccanti tra compagni di studi.

 Il 25 Giugno 1809, poco prima dell’imbarco, Byron comunica ad Henry Drury che uno dei motivi del suo viaggio nel Mediterraneo orientale è l’ambizione di contribuire ad un libro proposto da Hobhouse …

“… Un capitolo sullo stato dei costumi, e un ulteriore trattato sullo stesso da intitolare: “Sodomia semplificata o la pederastia che gli autori antichi e la pratica moderna hanno dimostrato essere degna di lode”-. Hobhouse, inoltre, spera di indennizzare se stesso in Turchia di una vita di castità esemplare in patria abbandonando il suo “bel corpo” a tutto il Divan.”[12] [Il Divan è un stanza riservata turca, si intende, ovviamente scherzando, che Hobhouse volesse prostituirsi con tutti i presenti.]

L’interesse per i ragazzi da parte di Byron, Hobhouse e Matthews è molto evidente in una lettera scritta da Byron e Hobhouse a Matthews poco prima della loro partenza per il Grand Tour, il 22 giugno 1809. Byron e Hobhouse usano in questa lettera il codice “misterioso”.

Hobhouse scrive: “Quanto al viaggio di Byron e mio verso questo porto (Falmouth), ho poco o nulla di cui informarti, salvo del fatto che non è accaduto niente di significativo. Non posso comunque tralasciare di informare un Metodista, che per un curioso caso abbiamo raggiunto il Califfo Vathek [si allude a William Beckford, autore di “Vathek”, libro preferito di Byron.] a Hartford Bridge; non abbiamo potuto neppure vedere questo grande apostolo [in una lettera a Francis Hodgson, del 25 giugno 1809, Byron chiama Beckford “grande Apostolo delle Pederastia”], dato che aveva chiuso le imposte esterne. Per un’altra strana coincidenza a Salisbury abbiamo sentito che un nobile omonimo di uno dei nostri amici del Trinty era in viaggio per la sua residenza in Devonshire, queste cose non accadono senza un qualche intento da parte degli dei e annunciano di certo qualcosa di molto brutto o di molto favorevole. A parte tutto questo, l’aria della Cornovaglia è talmente favorevole alla carnagione che le rose del “genere maschile” [nel testo: genus andron] fioriscono molto più universalmente di quanto si sia mai visto, così tanto che la nostra conversazione qui, ha quasi sempre riguardato questo interessante argomento.”

Byron aggiunge: “Mio caro Matteo, prendo la penna che il nostro amico ha poggiato per un momento, solo per esprimerti il vano desiderio che tu sia con noi in questa detestabile regione, il porto di Falmouth e le zone vicine, perché io credo che nemmeno la stessa Georgia possa emulare le sue capacità e i suoi incitamenti al “Plen. and optabil. – Coit.” [rapporto sessuale completo]. – –

Siamo circondati da Giacinti e altri fiori della più profumata natura, e io ho intenzione di coglierne un bel mazzetto, da comparare con i fiori esotici che ci aspettiamo di trovare in Asia. Un campione me lo porterò certamente via, ma di questo parleremo dopo. Addio Matteo!”

Ma veniamo ora alla lettera di Matthews.

“Charles Skinner Matthews a Byron, da Londra, 30 Giugno 1809[13]

Londra. Sabato 30 Giugno 1809

Nel trasmettere i miei dispacci ad Hobhouse, mio carissimo βυρον [Byron, in caratteri greci], non posso evitare di indirizzare a te poche righe, principalmente per congratularmi con te per lo splendido successo nei tuoi primi sforzi nel misterioso, quello stile in cui si intende di più di quello che l’occhio coglie. [Matthews si riferisce allo stile codificato già usato nella lettera di Byron del 22 giugno]. Avrò delle cose per te in quello stile, prima di piegare questo foglio.

Anche Hobhouse sta insolitamente bene, ma devo raccomandare che in futuro non metta un trattino sotto i suoi significati misteriosi, una tale pratica sarebbe quasi come fare uscire il gatto fuori del sacco, qualora gli ufficiali postali fossero inclini a dare un’occhiata: e io esplicitamente stabilisco che chiunque professa il mio metodo (nel testo: ma methode) faccia individuare il termine che designa quello che intende mettendo una e alla fine della parola – methodiste, non methodist; e pronunci la parola al modo francese. Il buon gusto di ognuno deve ribellarsi contro l’idea di confondere noi con quella setta di orribili, piagnucolosi, fanatici [i veri metodisti della chiesa metodista].

Per quanto riguarda le tue ricerche botaniche, presumo che i fiori che tu sarai più desideroso di cogliere saranno della classe polyandria [dai molti maschi], non monogynia [dell’unica femmina] ma nogynia [senza femmina]. Tuttavia finché non li raccogli, andrà tutto molto bene.

Una parola o due sui giacinti. Giacinto, puoi ricordartelo, è stato ucciso da un Coit. [un disco, simile a una piastrella da gioco, col quale stava giocando in gara con Apollo suo amante. Il vento occidentale, geloso, rivolse quel disco contro lo stesso Giacinto e così lo uccise] ma non quel “Coit completo e desiderabile.” [Matthews gioca col doppio senso del termine “coit” che significa alla lettera piastrella ma foneticamente ricorda il coitus].

Abbi cura allora che il Giacinto della tua Abbazia [Robert Rushton, 1793-1833, paggio di Byron, di cinque anni più giovane del poeta e sedicenne all’epoca di questa lettera; è un personaggio sul quale avremo modo di tornare] non sia ferito dall’uno o dall’altro tipo di coit. Se ti dovesse capitare qualcosa di straordinario nel settore botanico, ti prego mandami notizie in proposito, perché sono molto interessato alla tua collezione e specifica anche la classe e se possibile, il nome di ogni produzione.

Domani mattina andrò a Cambridge a essere investito con il cappello magistrale, per bere birra, e, e alla fine, per giocare a coits [alle piastrelle?]. Non si può sentire (anche se per le sue qualità uditive potrebbe quasi essere chiamato così), quello che sono così ansioso di ottenere, ma che venga da una parte più settentrionale del regno. Tu che sei così bene a conoscenza della topografia della nostra cantina comprenderai immediatamente il tipo, quando ti dico che ho intenzione di affrontare uno dei due barilotti che ho spesso indicato alla vostra attenzione; non quello alto. E quanto al pl&optC, [“Coitum plenum et optabilem”, rapporto sessuale complete e desiderabile] se fossi così fortunato da ottenerne uno, o da fare progressi verso di esso, tu ne sarai pienamente informato.

Non ho ancora visto l’eroe di quel Trattato sul Bathos [parola coniata nel 1727 da Alexander Pope, per indicare dei tentativi falliti in modo divertente di arrivare al sublime] che mi hai promesso, ma eri troppo impegnato nel metterlo in pratica; Ma, per passare ad un altro punto, sono stato ammesso dietro le quinte e sono rimasto molto deluso da una ispezione del posteriore del Palma. [?]

Ammiro l’indifferenza stoica e la cristiana rassegnazione con cui entrambi voi due sembrate sopportare il vostro disappunto del per ritardo del battello di linea e il conseguente prolungamento del vostro soggiorno in questo paese. Dal che ho prontamente dedotto che ci deve essere qualcosa a Falmouth di non poco delizioso, e deploro la mia sorte perché non sto condividendo le vostre delizie. Allego alla presente il frontespizio al processo del Cap. Sutherland, che ho comprato ieri pensando che potesse contenere quelque chose de la méthode [qualcosa del metodo]: ma non appare nulla del genere. Il volto e il pollice destro del negro sono le caratteristiche principali nel ritratto, che vi mando a causa della sua stranezza, e penso che tu, Hobhouse, e M. l’Abbé Giacinto [Robert Rushton] potreste rappresentare la scena con grande effetto, prendendo le parti rispettivamente del capitano, del negro e del mozzo.

Non posso concludere senza esortarti e supplicarti, come ho pregato Hobhouse, di impegnarmi con frequenti gradite lettere, sia prima che dopo la tua partenza dall’Inghilterra.

Addio mio caro Signore; Ti auguro, non come il Dott. Johnson augurava al sig. Burke, tutto il successo che un uomo onesto può o dovrebbe augurarvi, ma come grande fondatore e arci-Patriarca della Methode do alla tua impresa la mia benedizione, e auguro a te, Byron di Bisanzio, e a te, Cam di Costantinopoli, congiuntamente e disgiuntamente, tutto il successo che nelle vostre fantasie più metodisticamente potete desiderare per voi stessi.

Quindi, navigate a lungo con auspici felici e credetemi

molto sinceramente vostro C.S.M.”

Se la lettera di Matthews si fermasse soltanto al pettegolezzo goliardico su questioni di omosessualità, non sarebbe che l’ennesima manifestazione della vivacità dissacrante di un gruppo di ragazzi giovani omosessuali, in fondo nulla di sconvolgente, ma la lettera di Matthews presenta un altro elemento, non immediatamente evidente, ma che va chiarito per capire più da vicino la mentalità di questi ragazzi.

I tre Metodisti seguono attentamente la stampa inglese. La lettera di Matthews è del 30 Giugno 1809 e fa riferimento al processo al capitano Sutherland, che era stato impiccato proprio il giorno prima, il 29 Giugno, alla forca delle esecuzioni capitali sulla riva del Tamigi, usata per le sentenze pronunciate dall’Ammiragliato.

Il 5 Novembre del 1808, il capitano Sutherland (capitano di una nave da trasporto britannica in navigazione sul Tago, a un miglio da Lisbona) aveva ucciso con uno stiletto William Richardson, un ragazzo di 15 anni. Un marinaio negro, John Thompson, testimonia al processo in un modo che potrebbe far presupporre che il capitano avesse assunto il ragazzo a Lisbona, circa un mese prima, perché interessato sessualmente a lui: il ragazzo andava spesso dal capitano e il capitano mandava a terra tutti i marinai e restava sulla nave solo con il ragazzo. Questa testimonianza, non venne letta dell’Ammiragliato come indizio di sodomia ma, dopo un processo brevissimo, Sutherland fu condannato e impiccato per omicidio.

Stupisce che su una vicenda così recente e così oggettivamente terribile, Matthews possa fare lo spiritoso con i suoi amici, ma è quello che accade. Matthews si procura un resoconto del processo per cercarvi riferimenti all’omosessualità di Sutherland, ma non ne trova, invia ai suoi amici i disegni pubblicati dai giornali e suggerisce che loro tre possano rappresentare la scena dell’assassinio. Il comportamento di Matthews lascia trasparire qualche inquietante elemento di perversione, che va ben al di là della banale goliardia omosessuale.

Accompagnato dal suo valletto Robert Rushton e da John Cam Hobhouse, Byron salpa da Falmouth il 2 luglio 1809 per Lisbona, per poi visitare Siviglia, Cadice e Gibilterra.

A Gibilterra Byron si decide a rimandare in patria Rushton e così scrive al padre del ragazzo:

“Gibilterra 14 agosto 1809

Sig. Rushton, – ho mandato Robert casa con il signor Murray, poiché il paese che sto per attraversare è in uno stato che lo rende pericoloso, in particolare per una persona così giovane. – Autorizzo [voi] a dedurre dall’affitto venticinque sterline l’anno per la sua educazione, per tre anni, dato che non ritornerò prima di quel tempo, e desidero che possa essere considerato al mio servizio, fate in modo che ci si prenda la massima cura di lui e sia mandato a scuola; in caso di mia morte ho previsto abbastanza nel mio testamento che basti a renderlo indipendente. – Si è comportato molto bene, e ha viaggiato molto per il tempo della sua assenza. – Sottraete le spese della sua formazione dal vostro affitto. –   Byron”

Giunti a Malta il 19 agosto, Byron e Hobhouse vi soggiornano circa un mese, prima di partire per Preveza, porto dell’Epiro, raggiunto il 20 settembre 1809. Di lì si spostano a Giannina e poi in Albania, a Tepelenë, dove incontrano Alì Pascià. Si stabiliscono quindi ad Atene, tranne una parentesi di qualche mese a Costantinopoli.

Il 3 maggio 1810 Byron attraversa a nuoto lo stretto dei Dardanelli. Quello stesso 3 Maggio 1810 scrive a Henry Drury:

“A HENRY DRURY – Dalla fregata Salsette, 3 Maggio 1810.

… Non vedo una grande differenza tra noi i Turchi, salvo che noi abbiamo il prepuzio e loro no, loro hanno vestiti lunghi e noi corti, e che noi parliamo molto e loro poco. In Inghilterra i vizi alla moda sono andare a puttane e ubriacarsi, in Turchia la sodomia e il fumare, noi preferiamo una ragazza e una bottiglia, loro una pipa e un partner passivo.“

Si è a lungo dato credito alla notizia secondo la quale il 6 giugno 1810, Hobhouse avrebbe annotato nel suo diario: “Un messaggero è arrivato dall’Inghilterra portando una lettera di [Francis] Hodgson per B[yron] – le chiacchiere si diffondono – Edleston accusato di atti osceni [indecency].”

Ma in “Lord Byron at Harrow School: Speaking Out, Talking Back, Acting Up, Bowing Out” [The Johns Hopkins University Press, Beltimore and London, 2000], Paul Elledge, ha dimostrato che l’annotazione riguardava una raccolta di poesie dello stesso Hobhouse, considerate oscene, la parola “Collection” (raccolta) è stata confusa con la parola Edleston. Il povero John Edleston non era in realtà accusato di nulla.

Durante il viaggio, Byron rifiuta le profferte amorose  di Donna Josepha Beltram a Siviglia, di Constance Spencer Smith a Malta, e di Teresa Macri (o piuttosto di Mrs Macri a nome di Teresa) ad Atene.

In una lettera del 29 Luglio 2010, inviata ad Hobhouse da Patrasso, racconta del primo incontro con Eustathius Georgiou, il primo ragazzo che lo affascina in Grecia:

“A Vostitza ho incontrato il mio beneamato Eustathius – pronto a seguirmi, non solo in Inghilterra, ma anche nella Terra Incognita, se la mia bussola fosse orientata in quella direzione. – Questo è successo quattro giorni fa, ora le cose sono un po’ cambiate. – La mattina successiva ho trovato la cara anima su un cavallo, vestito in modo molto curato con abiti greci, con quei riccioli d’ambrosia ricadenti lungo la sua schiena amabile, e con mio stupore e grande scandalo di Fletcher, con un parasole in mano per salvare la sua carnagione da il calore. – Tuttavia, nonostante il parasole aperto, abbiamo viaggiato molto come innamorati, come dovrebbe essere evidente, finché siamo arrivati a Patrasso, dove Stranè ci ha ricevuto nella sua nuova casa dove ora sto scribacchiando. –

Il 16 Agosto però Byron è già stanco di Eustathius e comunica ad Hobhouse di averlo rimandato a casa sua, perché il ragazzo è epilettico:

“Byron a John Cam Hobhouse, dalla Tripolitza, 16 Agosto 1810:

Ho rimandato Eustazio di nuovo a casa sua, ha afflitto la mia anima con i suoi capricci, ed è per di più soggetto a crisi epilettiche (dillo a M.) che facevano di lui un compagno sconcertante, in altre questioni [nel testo la parola “altre” e sottolineata, indica quindi questioni sessuali] però era abbastanza passabile, mi riferisco al suo apprendimento [anche la parola apprendimento è sottolineata], essendo esperto in cose elleniche. Ricordi Nicolo, ad Atene, il fratello della moglie di Lusieri? – Porta i miei complimenti a Matthews dal quale mi aspetto una lettera di congratulazioni. [Mattheus aveva previsto che Byron sarebbe riuscito a conquistare il ragazzo, cosa che si era realizzata] – – Ho mille aneddoti per lui e per te, ma attualmente “che cosa fare?”[Τι να καμυ?] non ho né il tempo né lo spazio, ma per usare le parole di Dawes, “ho cose in serbo.” –”

Il “Nicolo” di cui parla Byron, il ragazzo che il poeta amò di più durante in Grand Tour,si chiamava in realtà Nicolas Giraud e era nato in Grecia da genitori francesi. Il nome Nicolo è un appellativo coniato da Byron. Da quello che dice lo stesso Byron, Nicolo sarebbe stato cognato di Giovanni Battista Lusieri, un pittore romano ed agente di cambio di Thomas Bruce, VII conte di Elgin, Lord Elgin. Ma le cose erano più complicate; Demetrius Zoggrafo, la guida di Byron, informò il poeta, che Lusieri, ormai sessantenne, non era sposato ma corteggiava due donne contemporaneamente, dando ad intendere ad entrambe che le avrebbe sposate. Il legame tra Lusieri e Giraud appariva molto solido e non è improbabile che fossero in realtà padre e figlio.

Nel convento dei Cappuccini di Atene, Byron riesce a concretizzare il suo sogno di una comunità omosessuale simile a quella di Harrow, con qualche avventura erotica extra.

Il 23 Agosto 1810, scrive ad Hobhouse, in una lingua mista di Inglese molto spiccio, di abbondanti citazioni approssimative in Italiano, non senza un pizzico di Greco e di Francese:

“Mi sono sistemato sotto  i migliori auspici nel convento, che è più comodo rispetto a qualsiasi alloggio che io abbia occupato in precedenza, con spazio per il mio seguito ed è tutt’altro che solitario, visto che non c’è solo “il Padre Abbate”, ma la sua “schuola” composta da sei “Regatzi” tutti miei particolarissimi alleati. – Dato che questi signori, sono quasi (eccetto Fauvel e Lusieri) i miei unici compagni, non è corretto che il loro carattere, la loro religione e la loro morale debbano essere descritti. – Di questa bella compagnia tre sono cattolici e tre sono greci scismatici, ho già organizzato un incontro di boxe con grande divertimento del Padre che si rallegra nel vedere vincere i cattolici. – I loro nomi sono, Barthelemi, Giuseppe, Nicolo, Yani, e due anonimi, almeno nella mia memoria. – Di questi Barthelemi è un “simplice Fanciullo”, secondo quello che dice il Padre, il cui favorito è Giuseppe, che dorme nella lanterna di Demostene. – Non abbiamo altro da fare che gozzovigliare da mezzogiorno fino a notte. – La prima volta che mi sono mescolato con questi Silfidi [divinità femminili dei boschi], dopo circa due minuti di ricognizione, l’amabile signor Barthelemi, senza preavviso, si è seduto vicino a me, e dopo aver sottolineato, per complimento, che mia “Signoria” era il “più bello” dei suoi conoscenti inglesi, mi ha salutato [con un bacio] sulla guancia sinistra; per quella libertà è stato rimproverato da Giuseppe, che molto correttamente lo ha informato che ero “μεγαλοσ” [grande] lui gli ha risposto che ero suo “φιλοσ” [amico] e che “dato che aveva la barba” [era grande], lo avrebbe fatto ancora, aggiungendo in risposta alla domanda “διατι ασπασετε?” [perché lo hai baciato?] guarda come ride, perché veramente l’ho fatto molto di cuore. – Ma il mio amico, come si può facilmente immaginare è Nicolo che, aggiungo, è il mio maestro di Italiano, e siamo già molto filosofici. – Io sono il suo “Padrone” e il suo “amico” e Dio sa che cosa altro; sono passate circa due ore dal momento che dopo avermi informato che era molto desideroso di seguirmi in giro per il mondo, ha concluso dicendomi che era adeguato per noi non solo di vivere ma “morire insieme”. – quest’ultima cosa spero di evitarla, della prima invece si è molto compiaciuto. – Vengo svegliato la mattina da questi folletti al grido di “venite abasso” e il frate osserva gravemente che “bisogno bastonare” tutti prima che gli studi possano eventualmente iniziare. – Oltre a questi ragazzi, il mio seguito, a cui ho aggiunto un tartaro e un giovane per badare ai miei due nuovi cavalli da sella, il mio seguito dico, è molto turbolento e bevono otri di vino Zean per 8 pare [monete] a testa al giorno. – Poi abbiamo diverse donne albanesi che lavano nel “giardino” le cui ore di relax sono spese nell’infilare spilli nel didietro di Fletcher. – “Damnata di mi se ho visto un tale spectaculo nel mio modo da Viterbo”. – In breve, con le donne, i ragazzi e il seguito, siamo molto confusionari. – Ma io sono enormemente felice e mi comporto come un bambino, e avrò un mondo di aneddoti per voi e per il “Citoyen.” – – le tresche abbondano, la vecchia madre di Teresa è stata abbastanza folle da immaginare che stessi per sposare la ragazza, ma ho divertimenti migliori, Andreas folleggia con Dudu, come al solito, e Mariana ha fatto una conquista del derviscio Tahiri, Viscillie Fletcher e Sullee, mio nuovo tartaro, hanno ciascuno un’amante, “Vive l’Amour!”. – – Sto imparando l’Italiano, e oggi ho tradotto un’ode di Orazio “Exegi Monumentum” in tale lingua, chiacchiero con chiunque, bene o male, e traduco le preghiere prese dal rituale della Messa, ma le mie lezioni, anche se molto lunghe, sono purtroppo interrotte da scarrozzate, da mangiate di frutta, dal tirarsi oggetti e dal giocare e in realtà è come se fossi di nuovo a scuola, e faccio ora progressi così piccoli come li facevo allora, perché spreco il mio tempo esattamente nello stesso modo. – Ma è troppo bello per durare. Sto per fare un secondo giro dell’Attica con Lusieri, che è mio nuovo alleato, e Nicolo viene con me su sua molto pressante sollecitazione “per mare e per terra” [in Latino nel testo]” – “Forse” [in Italiano] ci potrai vedere “in Inghliterra” [in Italiano] ma “non so come” [in Italiano]- Per il momento buonasera, “Buona sera a vos signoria, Bacio le mani.” [il Italiano].”[14]

IL 24 Agosto 1810, Byron annota:

“Ho nuotato come al solito attraverso il Pireo, anche il Signore [in Italiano nel testo] Nicolo ha fatto il bagno, ma muove le mani tanto male nell’acqua quanto l’Abate Giacinto a Falmouth, è curioso che i Turchi, quando fanno il bagno indossino gli abiti di sotto come fa sempre il tuo umile servitore, ma i Greci non li indossano, comunque questo Giovane e vergogno. [in Italiano approssimativo nel testo.]”

“… Sono stato occupato per gran parte della giornata di oggi nella coniugazione del verbo “ασπαζω” [abbracciare] (parola che essendo sia Ellenica che Neogreca può trovare posto nel lessico del Citoyen) Ti assicuro che i miei progressi sono rapidi, ma come Cesare “Non considero nulla veramente compiuto finché ci resta ancora qualcosa da fare”[in Latino nel testo: Lucan, Phars. II 657], Devo arrivare al pl&optC [rapporto sessuale completo] e allora scriverò a  –.”

Nel suo diario del 17 luglio 1810 Hobhouse aveva annotato, parlando di un ragazzo greco non identificato: “Mi sono congedato da questo giovane singolare su una piccola terrazza di pietra sopra un misero magazzino al termine della baia, dividendo con lui un mazzolino di fiori, l’ultima cosa, forse, che dividerò mai con lui.”

Il 4 Ottobre 1810, Byron scrive ad Hobhouse da Patrasso. Nella lettera, la sigla “M” si riferisce a Charles Skinner Matthews, il loro compagno di Cambridge, il Gran Maestro  della setta dei Metodisti. Il riferimento al mazzolino di fiori va interpretato attraverso la metafora botanica dei Metodisti.

“Dillo a M. che ho avuto più di duecento rapporti sessuali completi [Byron li indica con il cifrato convenzionale della setta dei Metodisti: pl&optC’s] e me ne sono quasi stufato, per la storia di questi devi aspettare il mio ritorno, perché dopo molti tentativi ho messo da parte l’idea di trasmettere informazioni su carta. – Sai del monastero di Mendele, è stato lì che mi sono impadronito del primo. – La tua ultima lettera si chiude pateticamente con un post scriptum circa un mazzolino di fiori, ti consiglio di introdurre questa cosa dentro il tuo prossimo romanzo sentimentale – Certo non ho minimamente sospettato che tu provassi qualche sentimento gentile, e credo che tu stia ancora ridendo, ma sei il benvenuto. – Ciao, non posso più sopportare Ld. Grizzle [Un personaggio del “Pollicino” di  Henry Fielding] –  Tuo. μπαιρων”

Al di là delle lettere goliardiche scambiate tra i metodisti, è difficile capire che rapporti Byron avesse veramente con i ragazzi di cui parla e con Nicolo Giraud in particolare. Preferisco non avventurarmi in ipotesi e fermarmi ai documenti.

Nicolo Giraud accudì Byron quando questi prese le febbri a Patrasso e viaggiò insieme con lui fino a Malta, quando Byron era sulla via del rientro in Inghilterra, nel 1811. Nel testamento redatto nell’agosto del 1811, Byron lasciò a Giraud 7000 sterline, più tardi il lascito venne cancellato.

Rientro in Inghilterra

Byron rientra in Inghilterra il 14 luglio del 1811. Il primo di Agosto muore sua madre. Vive a Londra al n. 8 di St Jame’s Street.

La sorella di Edleston, il ragazzo che era stato l’amore della prima giovinezza del poeta, gli dice che il fratello è morto nel mese di maggio di quello stesso anno. Per Byron è un colpo terribile. Edleston aveva solo ventun’anni quando era caduto in consunzione. Byron, profondamente toccato dalla morte di Edleston, produce almeno sette commuoventi elegie in sua memoria, comprese “To Thyrza”, “Away, away, ye notes of woe!”, “One struggle more, and I am free”, “And thou are dead, as young and fair”, “If sometimes in the haunts of men”, “On a Cornelian Heart Which Was Broken”, e un’elegia latina recentemente scoperta e pubblicata nel 1974, l’unica poesia che usa il genere maschile “Te, te, care puer!”, con il nome di Edleston scritto tre volte in cima.

Byron dedica alla morte di Edlaston diversi testi poetici, ne esamineremo solo tre, il primo è “A Thyrza”. Byron prende il nome Thyrza dal poema di Solomon Gessner: “La morte di Abele”, nel quale Thyrza è la moglie di Abele. Si tratta ovviamente di un nome femminile ma questo non vuol dire nulla. A Byron fu richiesto più volte di rivelare chi fosse la persona della cui morte si parlava nella poesia ma non rispose mai a questa domanda. È interessante notare che qui (come in altre poesie delle Stanze, dedicate a Edleston), il poeta evita rigorosamente qualsiasi connotazione di genere del personaggio di cui si tratta; nel testo non si incontrano mai pronomi personali come he, she, him, her, invece del pronome si usa la parola “form”, e il testo è quasi sempre è in seconda persona. È significativo osservare che la traduzione italiana di Carlo Rusconi, della metà dell’800, che riposto di seguito, dà per scontato che si parli della morte di una donna. In quell’epoca, un testo senza connotazioni di genere era letto automaticamente al femminile.[15]

“A THYRZA.

Senza una pietra che additi il luogo ove tu giaci, e dica ciò che la verità avrebbe ben potuto dire, obbliata da tutti, eccetto forse che da me, ah! perchè sei tu estinta? Separato da te, dai mari e da numerose rive, io ti ho amata invano; il mio passato, il mio avvenire intendevano a te, miravano a riunirci… ora non più mai! Se ciò avesse potuto essere….. una parola, uno sguardo che mi avessero detto: «noi ci dividiamo amici,» avrebbero fatto sopportare alla mia anima con minor dolore il distacco della tua. E poichè la morte ti preparava un’agonia dolce e senza patimenti, non hai tu desiderata la presenza di colui che più non vedrai, che ti teneva e ti tiene anche nel suo cuore? Oh! chi meglio di lui avrebbe vegliato accanto a te, e avrebbe osservato dolorosamente il tuo occhio immoto, in quel momento terribile che precede la morte, quando il dolore sopprime i suoi gemiti… Finchè tutto sia passato? Ma dall’istante in cui ti fossi sottratta ai mali di questo mondo, le lagrime della mia tenerezza, aprendosi un varco, sarebbero trascorse abbondevoli come ora fanno. Come non trascorrerebbero, allorchè io rammento quante volte, prima della mia assenza passeggiera, in queste torri ora per me deserte noi abbiam mescolato i nostri pianti affettuosi! Nostro era allora lo sguardo che noi soli vedevamo, nostro il sorriso che niuno fuori di noi comprendeva; e il linguaggio sommesso di due cuori che si rispondono, e il premersi delle nostre mani tremanti; Nostro era il bacio così innocente, così immacolato, che l’amore reprimeva ogni altro desiderio più ardente: i tuoi occhi annunziavano un’anima tanto casta, che anche la passione avrebbe arrossito a chiedere di più; Quell’accento che mi invitava alla gioia, allorchè diverso da te io mi sentivo propenso alla tristezza; quei canti che la tua voce rendeva celesti, ma che in ogni altra bocca mi sono indifferenti;… Il pegno dell’amore che noi portavamo… io lo porto ancora; ma dove è il tuo? Ah! dove sei tu? La sciagura si è spesso aggravata sopra di me, ma è la prima volta che sotto di lei mi sobbarco. Tu ben facesti a partire nella primavera della vita, lasciandomi vuotar solo il calice dei dolori. Se il riposo non è che nella tomba, io non desidero di rivederti sopra la terra. Ma se in un mondo migliore le tue virtù han cercato un soggiorno più degno di loro, ponmi a parte della tua felicità, toglimi alle angoscie che qui provo. Insegnami (doveva io tal lezione riceverla sì presto da te?), insegnami a rassegnarmi, sia ch’io perdoni, sia che a me venga perdonato: tale era il tuo amore per me sulla terra, che il conseguirlo formerebbe anche in cielo la mia speranza. 11 Ottobre 1811.[16]

Byron comunica con tristezza la morte di Edleston agli amici che lo avevano conosciuto.

“LORD BYRON A JOHN CAM HOBHOUSE

Newstead Abbey – 13 ottobre 1811

Al momento sono piuttosto giù, e non so come dirtene la ragione – ti ricordi E[dleston] a Cambridge – è morto – nel maggio scorso – la sorella mi ha mandato una descrizione dei fatti ultimamente – ora, anche se non lo avrei più rivisto, (ed è molto opportuno che non lo abbia rivisto) sono stato più colpito di quanto dovrei preoccuparmi di ammettere altrove; La morte è stata ultimamente così occupata con tutto ciò che era mio, che lo scioglimento della connessione più remota è come portar via una corona dall’ultima ghinea di un avaro.”

“LORD BYRON A JOHN CAM HOBHOUSE – King College, Cambridge – 22 Ottobre 1811

L’evento che ho menzionato nella mia ultima ha avuto un effetto su di me, mi vergogno a pensarlo, ma non c’è da discutere su questi punti. Avrei potuto “risparmiare di più un creatura eccezionale.” – Ovunque mi giro, particolarmente in questo luogo, questa idea mi segue, dico tutto questo con il rischio di incorrere nel tuo disprezzo, ma non mi puoi disprezzare più di quanto io disprezzo me stesso. – Sono davvero molto infelice, e come tutte le persone che si lamentano non posso fare che parlarti così.”

Byron che, prima di partire per il Grnad Tour, aveva affidato alla sig.na Pigot il cuore di corniola rossa che gli era stato donato da Edleston, sente ora il bisogno di avere di nuovo con sé quell’oggetto e scrive alla signora Pigot pregandola di sollecitare la figlia ad inviarglielo. È interessante notare che nella lettera manca qualsiasi connotazione di genere che possa permettere di capire se la persona morta sia un uomo o una donna. Byron parla di “a person” o di “the Giver”.

“LORD BYRON A MRS MARGARET PIGOT – Cambridge – 28 ottobre 1811

Cara Signora, –

          Io sto per scriverle su un argomento stupido e comunque non riesco a fare altrimenti. – Lei può ricordare una corniola, che qualche anno fa ho consegnato alla signorina Pigot, anzi ha dato a lei, e ora sto per fare la più egoista e maleducata delle richieste. – La persona che l’ha data a me, quando ero molto giovane, è morta, e anche se molto tempo è trascorso da quando ci siamo incontrati, dato che era l’unico ricordo che possedevo di quella persona (cui ero una volta molto interessato) ha acquisito un valore dopo questo evento, che mai avrei voluto che assumesse ai miei occhi. – Se dunque la signorina P[igot] l’ha conservata, devo in queste circostanze pregarla di scusare la mia richiesta che mi sia inviata al numero 8 di St. James Street, Londra e io la sostituirlo con qualcosa che possa ricordarle me altrettanto bene. – Dato che lei era sempre così gentile da sentirsi interessata al destino di [coloro] che formavano l’oggetto delle nostre conversazioni, Lei può dirle, che chi aveva regalato la Corniola è morto nel maggio scorso di consunzione all’età di ventuno anni, diventando il sesto in quattro mesi degli amici e parenti che ho perso tra maggio e la fine di agosto!

          – Mi creda, Signora, sinceramente suo  Byron”

Negli ultimi mesi del 1811 i riferimenti, ovviamente coperti, alla morte di Edlestin compaiono più volte nelle poesia di Byron e con accenti accorati. Mi limito a citare due testi.

“STANZE. Lungi da me, lungi da me accenti di cordoglio! quei canti, non ha guari per me pieni di dolcezza, cessino, o io fuggirò da questi luoghi perchè non oso più udirli. Essi mi ricordano giorni più belli… oh! fate che s’interrompano quei concenti: io non debbo più ora, oimè! pensare, non debbo meditar più su quello ch’io fui… su quello che sono. La voce che rendeva sì dolci quegli accordi tace, e il loro prestigio si è dileguato: ora i loro suoni più soavi mi sembrano un canto funebre intuonato sui trapassati. Sì, Thyrza, essi mi parlano di te, cenere adorata, poichè tu non sei più che cenere; e tutto quello che un tempo avevano di armonioso, è fatto aspro, stridulo al mio cuore. I suoni finirono!… ma al mio orecchio la vibrazione ne dura ancora; odo una voce che non vorrei intendere, una voce che ora dovrebbe esser muta: ma spesso ella viene a commuovere la mia anima incerta; quella dolce melodía mi segue anche fra i sonni. Io mi sveglio, e pur sempre la ascolto, benchè tutte le mie visioni siano dissipate. Dolce Thyrza, dormiente o svegliato, tu non sei più ora che un amabile sogno; una stella che, dopo aver riflettuto sui flutti la sua tremula luce, ha tolto alla terra il suo raggio soave. Ma il viaggiatore che s’ingolfò nel cupo sentiero della vita, allor che il cielo sdegnato avrà velata la sua faccia, dolorerà lungo tempo il raggio svanito che rallegrava il suo cammino.

6 Dicembre 1811.”[17]

“STANZE. Anche uno sforzo e sarò libero dai tormenti che straziano il mio cuore; anche un ultimo e lungo sospiro all’amore e a te, e poi ritorno nel turbine della vita. Io trovo ora piacere a intrattenermi di cose che non mai mi erano apparse belle: se ogni mia gioia si è di qui involata, quali dolori potrebbero omai sorprendermi? Recatemi dunque spumante vino, imbandite il pasto; l’uomo non fu creato per viver solo. Ch’io divenga l’essere leggiero, frivolo, che sorride a tutti, e con alcuno non piange. Non così era io in giorni più cari; non mai così sarei stato, ma tu hai preso il tuo volo lungi da me, e mi hai lasciato qui solitario: tu non sei più nulla… e tutto il resto è nulla per me. Invano la mia lira vorrebbe affettare un tuono leggiero; il sorriso che simula il dolore è uno scherno all’affanno che sotto vi si asconde, è simile alle rose sopra un sepolcro. Invano lieti compagni di tavola colla tazza in mano dissipano un momento il sentimento de’ miei danni; sebbene il piacere accenda la demenza dell’anima, il cuore… il cuore è pur sempre solitario! Quante volte nel silenzio delizioso delle notti io mi son piaciuto a riguardare il cielo; perocchè allora io pen- 242 savo che la luce celeste splendesse sì dolcemente sul tuo occhio pensoso! Spesso nell’ora di mezzanotte, vogando sui flutti del mare Egéo, io dissi all’astro di Cintia: «Ora Thyrza ti guarda.»… Oimè! esso non rischiarava più che la sua fossa. Prostrato dalla febbre sopra un letto insonne, mentre un fuoco avvampante scorreva per le mie vene, ciò che mi consola, io dicevo, è che Thyrza ignora ch’io soffro! In quella guisa che per lo schiavo consunto dagli anni la libertà è un inutile dono, così è invano che la natura placata mi ha richiamato alla vita, dappoichè Thyrza ha cessato di esistere. Pegno che da lei ricevei in giorni migliori, all’aurora della vita mia e del mio amore! quanto ti sei trasmutato ai miei occhi! come il tempo ti ha colorito colle tinte del dolore! il cuore che insieme a te si diede è silenzioso. – Ah! perchè non è così anche il mio! Abbenchè freddo come possono esserlo i morti, il sentimento rimane pur sempre a questo mio cuore, e con esso le ambascie. Dono amaro e malinconico! pegno doloroso e caro! serba, serba il mio amore inalterabile, o infrangi questo petto contro il quale io ti premo! Gli anni temperano l’amore, ma non l’estinguono; esso ha qualche cosa di più santo ancora, quando le sue speranze sono passate. Oh! che sono migliaia di affezioni viventi raffrontate a quella che non può staccarsi dai morti?”[18]

Amori e tradimenti

Ma alla fine del 1811, nella vita di Byron accade qualcosa di nuovo. Una lettera di Byron a Hobhouse, del 25 Dicembre 1811, ci informa che il poeta si era “almeno un po’” innamorato di una serva gallese, Susan Vaughan.

“Byron a John Cam Hobhouse, da Newstead Abbey, 25 Dicembre 1811:

Al momento sono principalmente occupato da un volto nuovo e anche molto grazioso, come H ti potrà dire, una ragazza gallese, che io ho ultimamente aggiunto alla compagnia e della quale sono discretamente innamorato, al momento, ma lei mi sarà comunque probabilmente abbastanza indifferente prima che tu rientri dall’Irlanda.”

Susan Vaughan tradirà Byron il mese successivo seducendo Robert Rushton, il paggio di Byron, che lo aveva accompagnato fino a Gibilterra nel Grand Tour.

In una lettera del 20 Gennaio 1812, Susan Vaughan lascia intendere a Byron che Rushton, allora più o meno diciannovenne, è stato sedotto da Lusy, un’altra serva di Byron che, secondo Ralph Lloyd-Jones, potrebbe essere stata la madre di uno dei figli di Byron. Tuttavia dalle lettere di Byron a Rushton (BLJ II 158) e a Susan (BLJ II 159) appare chiaramente che era Susan ad avere una storia con Rushton, non Lucy. Byron perdonò Rushton (“Sono sicuro che tu non volevi ingannarmi, lei invece lo voleva”), ma non perdonò Susan. La faccenda mise scompiglio tra i servitori di Byron: Rushton trattò in modo aggressivo Susan, Byron lo rimproverò con molta fermezza, sottolineando che Susan doveva essere trattata con la massima civiltà. Rushton dovette incassare il rimprovero ma rispose con grande dignità. Byron cercò di mantenere col ragazzo un rapporto positivo.

“Byron a Robert Rushton, dal n. 8 di St di James’s Street, 25 Gennaio 1812:

… Se c’è stato qualcosa tra voi prima o dopo la mia ultima visita a Newstead, non abbiate paura di dirlo. Sono sicuro che non volevi ingannarmi, ma lei lo voleva. Qualunque cosa sia, tu sarai perdonato. Non sono stato senza qualche sospetto sulla questione, e sono certo che, alla tue età, la colpa non poteva essere tua. Non devi consultare nessuno circa la tua risposta, ma scrivimi subito. Sarò più pronto ad ascoltare quello che hai da suggerire, dato che non mi ricordo di aver mai sentito da te in passato una sola parola contro qualsiasi essere umano, cosa che mi convince che non affermeresti maliziosamente una cosa non vera. Nessuno può farti il minimo danno, quando tu ti comporti correttamente. Aspetto la tua risposta immediatamente. Tuo, ecc, BYRON”

Il 28 Gennaio 1812, Byron dà l’addio definitivo a Susan.

“Byron a Susan Vaughan, dal n. 8 di St James’s Street, Londra, 28 Gennaio 1812:

Ti scrivo per dirti addio, non per rimproverarti. – I documenti allegati, uno dei quali scritto di tuo pugno, ti spiegheranno ogni cosa. – Non nego che sono stato legato a te, e ora mi vergogno profondamente della mia debolezza. – Puoi anche godere la soddisfazione di avermi ingannato nel modo più completo, e di avermi reso per il momento sufficientemente misero. – Dal primo momento ti avevo detto che la continuazione della nostra relazione dipendeva dal tuo comportamento. – Tutto è finito. – Ho poco da rimproverarmi, se non la credulità; ti sei buttata sulla mia strada, ti ho accolta, amata, fino a quando sei diventata senza valore, e ora mi separo da te con un certo rammarico, e senza rancore. – Ti faccio i migliori auguri, non dimenticare che la tua cattiva condotta ti ha privato di un amico, di cui niente altro avrebbe potuto privarti. – Non tentare di dare una spiegazione, è inutile, sono determinato, non puoi negare la tua scrittura; ritorna alle tue relazioni, te ne saranno dati i mezzi, ma colui che ora per l’ultima volta si indirizza a te, non lo vedrai mai più.”

Il 18 Ottobre 1812, Byron scrive a Rushton con un tono completamente diverso:

“Byron a Robert Rushton, da Cheltenham, 18 Ottobre 1812.

Robert,— Io spero che tu continui quanto più possibile ad applicarti alla ragioneria e all’agrimensura, ecc. Qualsiasi cambiamento possa accadere a Newstead, nulla cambierà per te e per il sig. Murray. È stabilito che avrai un impiego a Rochdale per il quale la prosecuzione dei tuoi studi, che io ho raccomandato, sarà per te una grande opportunità. Dammi tue notizie; è migliorata la tua salute dall’ultima volta che sono stato all’Abbey? Comunque, se dovesse accadermi qualcosa, ho provveduto a te nel mio testamento, se non mi accadrà nulla, troverai sempre nel tuo maestro un sincero amico.”

Le vicende matrimoniali e l’incesto

Byron aveva una sorellastra, Augusta Maria, nata il 26 gennaio del 1783, quindi di cinque anni più grande di lui. Augusta era figlia della prima moglie del padre del poeta. Augusta si sposò ed ebbe sette figli; conobbe il fratellastro solo quando questi era studente alla Harrow School, mantenne con lui un rapporto epistolare centrato sui conflitti di Byron con la madre, ma lo vide molto raramente. Per tutto il periodo del viaggio in Oriente si interruppe anche il rapporto epistolare. Quando ormai Byron era in Inghilterra, Augusta gli mandò le condoglianze in occasione della morte della madre e dal luglio del 1813 i due divennero amanti. Augusta però era sposata ed aveva figli e non aveva intenzione di mettere in crisi la sua famiglia per amore di Byron. Nell’Aprile del 1814 Augusta partorisce una bambina, Elizabeth Medora Leigh (15 Aprile 1814 – 28 Agosto 1849), pochi giorni dopo Byron si reca a casa della sorellastra per vedere la bambina. La convinzione che Medora fosse figlia di Byron divenne oggetto di molte chiacchiere. Se ne discusse allora e ancora oggi la questione non è chiara.

Byron il 2 gennaio 1815, anche per tacitare i pettegolezzi sulla sua relazione con Augusta, sposa Anna Isabella Milbanke, detta Annabella, un’ereditiera colta ed appassionata di matematica, e va a vivere a Londra con lei. Byron doveva tacitare i pettegolezzi sul suo rapporto con la sorellastra e anche quelli sulla sua omosessualità, che cominciavano a circolare insistentemente; il matrimonio sembrava, tra l’altro anche un’occasione propizia per incamerare i beni della moglie. Nel dicembre del 1815 nacque la figlia, Augusta Ada, ma Byron riprese i rapporti con la sorellastra Augusta, e Annabella il 15 gennaio 1816 chiese la separazione.

Byron veniva accusato di incesto, adulterio, omosessualità, sodomia, amore libero ecc. ecc.. La situazione divenne rapidamente insostenibile, il rischio che si passasse dai pettegolezzi alle accuse di natura penale era reale e pesante. Byron, il 21 aprile 1816, firmò il documento di separazione dalla moglie e decise di esiliarsi volontariamente dall’Inghilterra, dove non rientrò più.

In Svizzera, con gli Shelley

Si imbarcò per il continente il 25 aprile 1816. Prima di andar via dall’Inghilterra Byron aveva avviato una relazione con Claire Clairmont, sorellastra Mary Godwin Wollstonecraft (moglie di Percy Bysshe Shelley). Con Shelley, la moglie e la sorellastra della moglie, Byron trascorse molto tempo in ottima compagnia. Dalla relazione di Byron con Claire nacque Allegra, nel gennaio del 1817.

In Italia

Nell’ottobre del 1816 Byron si spostò a Milano dove conobbe Pellico, Monti e Stendhal, poi nel novembre 1816 si stabilì a Venezia, dove si trattenne per tre anni. Qui imparò bene l’Italiano ma non trascurò affatto le avventure galanti, si vantò di avere posseduto più di duecento donne, ed ebbe due relazioni importanti, la prima con la moglie del suo padrone di casa, Marianna Segati, e la seconda con la ventiduenne Margarita Cogni (la Fornarina). La casa di Byron sul Canal Grande divenne un punto di riferimento fisso per tutti gli Inglesi che passavano per Venezia, qui crebbe la fama di tombeur de fammes che accompagnò Byron per decenni.

Shelley aveva potuto vedere da vicino i traffici di casa Byron a Venezia e non ne sarebbe rimasto bene impressionato, ma certe affermazioni di Shelley, che era molto amico di Byron, sembrano riferite piuttosto agli Inglesi in genere che a coloro che frequentavano casa Byron.

Così scrive Shelley nella sesta lettera a Peacock:

“Milano, 20 aprile 1818.

Lord Byron, a quando si sente dire, ha preso una casa per tre anni, a Venezia; non so se lo vedremo o no, non lo so. Il numero di Inglesi che passano per questa città è molto grande. Dovrebbero stare nel loro paese nel presente periodo di crisi. Il loro comportamento è del tutto ingiustificabile. La gente qui, anche se abbastanza inoffensiva, sembra, sia nel corpo che nell’anima, una razza infelice. Gli uomini non sono affatto uomini [The men are hardly men]; sembrano una tribù di stupidi e di schiavi avvizziti, e non credo di aver visto un barlume di intelligenza in un volto umano da quanto ho passato le Alpi.”

Nell’aprile del 1819 Byron conosce la diciottenne Teresa, moglie del ricco sessantenne conte Guiccioli: la donna diventa ben presto la sua amante e i due si stabiliscono verso la fine del 1819 a Ravenna, dove vivono i Guiccioli. La giovane esercita un’influenza molto positiva sul poeta, che finalmente adotta uno stile di vita meno frenetico. Tra il 1820 e il 1821 Byron entra nella Carboneria attraverso i contatti del fratello di Teresa, il conte Pietro Gamba. Vuole che la figlia Allegra sia educata come una cattolica romana, e la accompagna nel marzo del 1821 nell’educandato gestito dalle suore di Bagnacavallo, in Romagna.

Allegra morirà il 21 aprile 1822 e l’8 luglio dello stesso anno morirà anche Shelley, affogato assieme all’amico Edward Elleker Williams, a dieci miglia da Viareggio.

La Grecia e la morte

Nel 1823 Byron, indotto dall’amico John Cam Hobhouse, aderisce all’associazione londinese filoellenica a sostegno della guerra d’indipendenza greca contro l’Impero ottomano. Organizza con la massima cura una spedizione. Convince Teresa a tornare a Ravenna e il 16 luglio 1823 il brigantino “The Hercules” lascia Genova per la Grecia. Accompagnano Byron, Pietro Gamba, Trelawny, un giovane medico italiano, nonché otto servitori cinque cavalli e due cani. A Livorno sale sul brigantino un giovane scozzese, Hamilton Browne.

Il 3 Agosto il brigantino si ferma a Cefalonia. Nell’isola greca Byron conosce il quindicenne greco Lukas Chalandritsanos e se ne innamora follemente, ma non è minimamente ricambiato. Byron non è più il bel ragazzo del tempi di Edleston, è ingrassato, perde i capelli e ha i denti in pessimo stato, cerca comunque di ottenere almeno la gratitudine se non l’amore del ragazzo, spendendo in sei mesi somme notevolissime per soddisfare tutti i suoi capricci. Per un verso Byron si rende conto di non essere più fisicamente una persona desiderabile ma per l’altro è animato da un amore al limite della follia, tanto più acuto e doloroso quanto più rifiutato.

Finalmente, in dicembre, al poeta pare opportuno mettersi dalla parte del principe Mavrocordato, che più di altri garantiva una seria possibilità di costituire un’autorità stabile, e salpa per Missolungi, dove giunge ii 5 gennaio 1824. Qui, in una casa a tre piani occupata dal colonnello Stanhope e da un gruppo di Albanesi cristiani che Byron aveva assoldato a Cefalonia, riprende con instancabile ostinazione a lavorare per rafforzare la resistenza greca. I compiti principali erano due: formare una brigata d’artiglieria, assalire e conquistare Lepanto al comando di forze il cui nucleo avrebbe dovuto essere costituito dalla sua guardia albanese. Purtroppo Byron non riesce a concludere nulla.

Frattanto la storia con Lukas si era fatta per Byron sempre più distruttiva. Il segno del terribile sconforto per quella storia d’amore impossibile (Byron non aveva mai provato nulla di simile per una donna) si può leggere in una poesia datata 22 gennaio 1824, giorno del trentaseiesimo compleanno del poeta.

“22 Gennaio 1824. Messalonghi.

In questo giorno compio trentasei anni.

È il tempo in cui questo cuore dovrebbe rimanere imperturbato

perché ha smesso di turbare altri cuori,

Eppure, anche se non posso essere amato

Lasciate ancora che io ami!

I miei giorni sono come la foglia gialla

I fiori e i frutti d’amore sono passati

Il verme – il cancro, e il dolore

Soltanto mi restano!

Il fuoco che fa preda nel mio petto

è solitario come un’isola vulcanica,

nessuna torcia è accesa alla sua fiamma:

è una rogo funebre!

La speranza, la paura, la cura gelosa

La porzione esaltata del dolore

E il potere dell’amore non posso condividerli,

Ma sono incatenato.

Ma non così – e non è qui –

Tali pensieri dovrebbero scuotere la mia anima, non ora,

Dove la Gloria copre il feretro dell’eroe

O fascia la sua fronte.

La spada – la Bandiera – e il campo –

La Gloria e la Grecia ci guardano!

Lo Spartano nato sul suo scudo,

* Non era più libero!

Svegliati! – (Non la Grecia – La Grecia è sveglia!-)

Svegliati mio Spirito! pensa attraverso chi

La tua vita = il tuo sangue individua la sua origine,

E poi ritorna alla tua patria!

Calpesta le passioni che rinascono,

Virilità indegna; – Per te

dovrebbero essere indifferenti

Il sorriso o il volto accigliato

della bellezza.

Se rimpiangi tua giovinezza, perché vivere?

La terra della morte onorevole

È qui – vai al Campo! e

dona il tuo respiro.

Procurati una tomba da soldato

– che hai poco  cercato – per te è  il meglio –

Poi guardati intorno, scegliti la terra

E comincia il tuo riposo!

È come se Byron stesse ormai vagheggiando una morte eroica come alternativa ad una vita senza amore, quasi la ricerca di un martirio, provocata da un amore violento e rifiutato.

Nei giorni immediatamente successivi Byron scrive altre due poesie dedicate sempre a Lukas, le ultime della sua vita, nella prima si dichiara folle d’amore di fronte al rifiuto del ragazzo, e riconosce che la magia del ragazzo è possente mentre il poeta è ormai tanto debole; nella seconda si arrende al suo destino:

… Sempre di più, sempre di più… eppure non mi ami,

E mai lo farai, perché alla volontà non obbedisce Amore.

Ma non ti biasimo, anche se so bene ormai

Che il mio destino è amarti, e sempre più sbagliando, e invano.

Il febbraio e il marzo trascorrono fra ribellioni, pioggia, scaramucce, scosse telluriche, dimostrazioni di incompetenza, richieste di rimpatrio da parte degli artificieri inglesi, tradimenti. Quando la flotta turca appare all’orizzonte è ormai chiaro che la città non è difendibile, il poeta cerca di organizzare personalmente le poche truppe e di rincuorare i cittadini terrorizzati. La sera, dopo una cavalcata di miglia sotto la pioggia, Byron ha un violento attacco di febbre. Il 10 e l’11 di aprile vuole uscire di nuovo a cavallo, ma la sua fibra sta cedendo. I medici cominciano ad essere seriamente preoccupati e pensano di imbarcarlo per Zante se le condizioni del mare lo permetteranno. Il giorno 15 Byron è grave.

William Parry, in The Last Days of Lord Byron (Gli ultimi giorni di Lord Byron), riferisce: “…parlò con me delle mie avventure. Parlò anche della morte con grande compostezza, e per quanto non credesse che la sua fine fosse vicina c’era qualcosa in lui di così serio e fermo, di così rassegnato e composto, di così diverso da quanto avessi visto prima in lui, che la mia mente cominciò a temere, e a tratti mi parve di presentire la sua rapida dissoluzione”. I suoi discorsi cominciarono a farsi sconnessi. Fra le altre cose affermò che avrebbe desiderato tornare in Inghilterra per vivere con la moglie e la figlia Ada. Il giorno 18 delirava: in Italiano e in Inglese, immaginando forse l’attacco a Lepanto, gridava: “Avanti! Avanti! Coraggio! Seguite il mio esempio!” E nel delirio più volte nominò la sorella, la moglie, la figlia, i luoghi dell’infanzia. Le sue ultime parole furono: “Ora devo dormire”. Morì il giorno dopo, lunedì 19 aprile 1824, alle sei e un quarto del pomeriggio.” Quella stessa sera Lukas scappò portandosi via il denaro della guarnigione.

Il funerale vide un interminabile corteo di quarantasette carrozze parate a lutto ma vuote, col solo postiglione: fu l’ultima vendetta dell’aristocrazia verso il poeta ribelle.

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[1] http://www.lordbyron.org/contents.php?doc=ThMoore.1830.Contents

[2] La pietra di cui qui si parla, fu data a lord Byron da un fanciullo del coro di Cambridge chiamato Eddlestone [in realtà si chiamava Edleston, ma la grafia con la doppia “d” è quella preferita da Byron.] che il suo talento musicale fece conoscere al giovine poeta, e che sembra essere stato da lui molto amato.

[3] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 64-65.

[4] Harrow.

[5] È il nome del fiume da cui Cambridge (ponte del Cam) ha ricavato il nome.

[6] Vedi le Ore d’Ozio.

[7] Il fiume Grete a Southwell.

[8] Maria Duff. Vedi le Ore d’Ozio.

[9] Eddlestone, il corista di Cambridge, nominato pure nelle Ore d’Ozio.

[10] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 193-196.

[11] Nome classico dell’Università di Cambridge.

[12] Byron’s Letters and Journals, ed. Leslie A. Marchand, 13 vols, John Murray, 1973-94; I 208.

[13] National Library of Scotland 12604 / 4247G.

[14] National Library of Scotland.  Ms.43438; Byron’s Letters and Journals, ed. Leslie A. Marchand, 13 vols, John Murray, 1973-94.  II 11-14.

[15] http://www.liberliber.it/mediateca/libri/b/byron/opere_complete_5/pdf/byron_opere_complete_5.pdf

[16] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 238-240.

[17] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 241-242.

[18] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 242-243.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=5926 

MONSIEUR FILIPPO DI BORBONE-ORLEANS OMOSESSUALE EFFEMINATO

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi è dedicato a Monsieur, Filippo di Borbone, duca d’Orléans, Fratello di Luigi XIV. Monsieur, è un personaggio oggi poco conosciuto dal grande pubblico, ma è stato considerato per molto tempo l’archetipo dell’omosessuale effeminato. Questa definizione va presa però con molta prudenza. Si sposò due volte, la prima con Enrichetta d’Inghilterra (Madama d’Inghilterra) e la seconda con Elisabetta Carlotta del Palatinato (Madama palatina), ed ebbe sei figli, ma fu dominato dai suoi favoriti. Uno di questi, il cavaliere di Lorena, entrò in conflitto violento con la prima Madame, che riuscì ad ottenerne dal re il suo esilio in Italia per otto anni, ma il cavaliere di Lorena, a quanto si disse, pur stando ancora in esilio, sarebbe riuscito a vendicarsi e a fare avvelenare Madame (che aveva 26 anni). Monsieur sarebbe stato del tutto estraneo alle trame del cavaliere di Lorena. Dopo l’autopsia di Madame, effettuata alla presenza di molti medici non solo francesi ma anche inglesi, il rapporto ufficiale sulla morte parlò però di cause naturali. Il cavaliere di Lorena, per le insistenze di Monsieur, dopo la morte di Madame, venne fatto rientrare in Francia e non fu accusato di nulla. Evidentemente Monsieur non diede alcun credito all’ipotesi dell’avvelenamento.

La seconda Madame, ben diversa dalla prima, non pretese di imporre a Monsieur alcuno stile di vita e gli lasciò totale libertà. Ebbero figli, ma scelsero ben presto di dormire in appartamenti separati. La seconda Madame aveva una conoscenza molto realistica dell’omosessualità e ne parla in modo singolarmente competente, i suoi rapporti con Monsieur non furono privi di una certa complicità e non crearono mai veri problemi.

Monsieur, che, al di là dei suoi difetti ampiamente scusabili, era un brav’uomo, che amava i suoi figli e sapeva anche tenere testa al re, quando necessario, finì, negli ultimi anni, sotto il controllo di un confessore gesuita che gli impose un regime di vita molto ristretto per un uomo delle sue abitudini. Monsieur finì per consolarsi col cibo, ingrassò molto e morì di apoplessia probabilmente proprio per questa ragione.

Il ritratto di quest’uomo, fatto da Raffalovich sulla base delle testimonianze dei contemporanei, suscita una certa simpatia. La vita di Monsieur incarna il modello di vita dell’omosessuale (o forse del bisessuale con una forte prevalenza omosessuale) costretto a vivere da eterosessuale e dominato dai favoriti che non fanno che servirsi di lui.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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Monsieur, fratello di Luigi XIV, l’invertito effeminato.

Monsieur Filippo d’Orléans, fratello di Luigi XIV e figlio del freddo Luigi XIII, nipote di Gastone (che seguiva, di dice, le due sessualità), nipote anche di questo primo Vendôme unisessuale come i suoi nipoti, Monsieur è uno degli unisessuali effeminati che si conoscono meglio. Si sposò due volte e ebbe figli dalle sue due mogli, ma fu donna quanto la sua prima Madame e più donna della seconda.
Non gli è attribuita nessuna amante; aveva tutti i difetti della donne, ma era coraggioso, abbastanza buono, dolce, e temeva i danni alla sua carnagione più di perdere la vita. Si è voluta considerare la sua educazione effeminata come causa della sua inversione, ma la stessa educazione, esattamente la stessa, applicata all’abate di Choisy, produsse solo un’effeminazione, folle, fantastica, ma non unisessuale, nell’abate-contessa. Se Monsieur avesse potuto vestirsi da donna per delle settimane, quanti amanti avrebbe avuto! Non si sarebbe mai annoiato con le ragazze. Prima di dare credito all’educazione, all’associazione di idee e di sensazioni, a tutte le povere spiegazioni, si rifletta sulla differenza tra Monsieur e l’abate di Choisy e sulla loro educazione effeminata. Le loro vanità poterono essere femminilizzate, ma le loro sessualità non cambiarono affatto.

La prima Madame (quella che Bossuet compianse) è stata trattata con troppa indulgenza dalla storia.

Michelet, che le riconosce tutte le colpe che una donna può commettere, la paragona costantemente con Monsieur, che certo non era peggiore di questa affascinante, attraente e meschina Stuart. Lei, se fosse sopravvissuta a Monsieur come questa generosa e spirituale tedesca, non avrebbe bruciato senza leggerle le lettere dei favoriti di Monsieur. È tempo di trattare l’uomo e la donna con una uguale giustizia. Madame d’Inghilterra era molto leggera, giocava con suo cognato il re, si beffava di suo marito, tradendo tutto e tutti da vera Stuart; Monsieur era unisessuale, affettuoso, prodigo, chiacchierone, ma con un ben diverso senso del decoro rispetto a Madame. Se lei fu avvelenata dagli amici di Monsieur, lui non ne seppe nulla.

I brani seguenti, dell’abate di Choisy, di Madame de la Fayette, di Daniel Cosnac, vescovo di Valenza, di Saint-Simon, di Madame Charlotte-Elisabeth, duchessa di Orléans, daranno un’idea di Monsieur e del suo entourage.

Dell’abate di Choisy

“Mi vestivano da ragazza, dice l’abate di Choisy, tutte le volte che il piccolo Monsieur veniva al mio alloggio, e ci veniva almeno due o tre volte alla settimana. Avevo le orecchie forate, i diamanti, le mosche e tutti gli altri piccoli vezzi ai quali ci si abitua molto facilmente e dei quali ci si disfa con altrettanto difficilmente. Monsieur che amava tutto questo, mi faceva sempre molti complimenti. Da quando arrivava, seguito dalle nipoti del cardinale Mazzarino e da alcune figlie della regina, veniva messo alla sua toilette e gli si acconciava la capigliatura. Aveva un corpetto per mantenere la sua taglia (il corpetto era di tessuto ricamato)”. Gli toglievamo la calzamaglia per mettergli dei mantelli da donna e delle gonne, e tutto questo si faceva, si dice, per ordine del cardinale che voleva renderlo effeminato, per paura che potesse procurare problemi al re, come Gastone aveva fatto con Luigi XIII.”

“Quando Monsieur era vestito e pronto, si giocava al piccolo premio (era il gioco alla moda), e verso le sette ci portavano uno spuntino; ma non si presentava nessun valletto; io andavo alla porta della stanza a prendere i piatti e li mettevo sui rialzi tutto intorno alla tavola. Offrivo da bere, cosa della quale ero abbastanza ripagato da qualche bacio in fronte di cui queste signore mi onoravano. Madame de Brancas ci portava spesso sua figlia, che è stata la principessa di Haracourt. Lei mi aiutava a svolgere questo piccolo compito; per quanto fosse molto bella, le figlie della regina mi prediligevano più di lei: certamente, nonostante le cuffiette e le gonne, sentivano in me qualcosa di maschile.”

“Non avevo nemmeno un po’ di barba (a 22 anni), ci si era preoccupati, dall’età di cinque o sei anni, di massaggiarmi con una certa acqua che fa morire il pelo alla radice, se si comincia molto per tempo; i miei capelli neri facevano apparire passabile la mia carnagione, benché non avessi molto di bianco … Non ero dunque costretto da nessuno e mi abbandonavo alla mia tendenza. È accaduto anche che Madame de la Fayette, che vedevo molto spesso, vedendomi sempre molto sistemato, con i pendenti alle orecchie e le mosche, mi disse da buona amica che quella non era affatto la moda per gli uomini e avrei fatto molto meglio a vestirmi da donna. Fidandomi della sua grande autorità, mi feci tagliare i capelli per essere pettinato meglio, ne avevo in quantità prodigiosa. Si portavano dei piccoli boccoli sulla fronte e boccoli più grossi ai due lati del viso e tutto intorno alla testa e un gran fascio di capelli coordinato con nastri e perle se se ne avevano. Avevo abbastanza abiti femminili, ho preso il più bello e sono andato a fare visita a Madame de la Fayette, con i miei pendenti alle orecchie, la mia croce di diamanti, i miei anelli e dieci o dodici mosche; vedendomi esclamò: “Ah che bella persona! Mi avete detto retta e avete fato bene. Domandate pure a M. de R. (che era allora nella camera) …” Continuai per due mesi a vestirmi da donna; andavo dovunque, a fare delle visite, in chiesa, al sermone, all’opera, alla commedia, e mi sembrava che le gente ci si fosse abituata: mi facevo chiamare Madame de Sancy dai miei lacchè. Mi feci ritrarre da Ferdinand, famoso pittore italiano, che fece di me un ritratto che la gente andava a vedere; infine accontentai completamente il mio gusto. Andavo al Palazzo Reale tutte le volte che Monsieur era a Parigi; lui mi faceva mille complimenti, perché le nostre inclinazioni erano simili; aveva molto desiderato di potersi vestire da donna, ma non osava a causa della sua dignità …, la sera metteva delle cuffiette, dei pendenti alle orecchie e delle mosche e si contemplava negli specchi. Incensato dai suoi amanti, dava tutti gli anni un gran ballo il lunedì grasso. Mi ordinò di andarci in abito scollato, a viso scoperto, e incaricò il cavaliere di Pradine di portarmi al ballo. La riunione fu molto bella: c’erano trentaquattro donne ornate con perle e diamanti. Trovarono che stavo abbastanza bene, danzavo nella massima perfezione e il ballo era fatto per me. Monsieur diede inizio alle danze con Mlle de Braccas, che era molto carina (è diventata poi la principessa d’Harcourt), e un momento dopo andò a vestirsi da donna e tornò al ballo in maschera. Tutti lo riconobbero, innanzitutto non cercava il mistero e il cavaliere di Lorena gli dava la mano; ballò il minuetto, e andò a sedersi in mezzo a tutte le signore; si fece un po’ pregare prima di togliersi la maschera, non chiedeva di meglio e voleva essere visto. Non si saprebbe dire a che punto spinse la civetteria ammirandosi, mettendosi le mosche, cambiandole di posto, e forse io facevo anche di peggio; gli uomini, quando pensano di essere belli sono ancora più fissati con la loro bellezza delle donne. Comunque, questo ballo mi diede una grande reputazione e me ne vennero molti amanti, la maggior parte per divertirsi, qualche volta in buona fede. Questa vita era deliziosa.”

Di Madame de La Fayette

“Monsieur, unico fratello del re, non era meno attaccato di lui alla regina sua madre; le sue inclinazioni erano conformi alle occupazioni delle donne quanto quelle del re ne erano lontane; era bello e ben fatto, ma di una bellezza e di una taglia più adatte a una principessa che a un principe; così era più preoccupato di fare ammirare da tutti la sua bellezza, che di servirsene per farsi amare dalla donne, benché stesse continuamente con loro; il suo amor proprio sembrava non renderlo capace di attaccamento se non verso se stesso…”

“La prima cosa importante che si fece dopo la morte del cardinale (di Mazzarino) fu il matrimonio di Monsieur con la principessa d’Inghilterra. Era stato deciso dal cardinale, e benché questa alleanza sembrasse contraria a tutte le regole della politica, il cardinale aveva creduto che si potesse essere così certi della dolcezza della natura di Monsieur e del suo attaccamento per il re, che non si doveva avere paura di dargli un re d’Inghilterra come cognato… La principessa d’Inghilterra fu attaccata da una febbre molto violenta … Quando si fu completamente ristabilita ritornò a Parigi. Monsieur andò davanti a lei con tutta l’impazienza immaginabile, e continuò fino al suo matrimonio a renderle omaggi, ai quali mancava solo l’amore; ma il miracolo di infiammare il cuore di questo principe non era riservato a nessuna donna al mondo.”

“Il conte di Giuche era in quel periodo il suo favorito. Era il giovane uomo più bello e meglio fatto della corte, amabile di personalità, galante, ardito, coraggioso, pieno di grandezza e di spirito elevato. La vanità che gli proveniva da tante buone qualità e un’aria di disprezzo diffusa in tutte le sue azioni, appannavano un po’ tutto questo merito: ma bisogna comunque confessare che nessun uomo della corte aveva le sue doti. Monsieur lo aveva molto amato fin dall’infanzia e aveva sempre conservato con lui una grande familiarità, e così stretta come può essere quella tra persone giovani.”

“La familiarità che aveva con Monsieur gli permetteva di andare dal principe in tutte le ore più strane. Incontrava Madame ogni momento, con tutti i suoi lati affascinanti. Monsieur si faceva cura di farglieli ammirare, e alla fine lo esponeva a un pericolo che era quasi impossibile evitare.”

“Dopo qualche tempo di soggiorno a Parigi, Monsieur e Madame, se ne andarono a Fontainebleau. Madame ci portò la gioia e i piaceri. Il re capì, vedendola più da vicino, quanto si era sbagliato nel non riconoscerla la più bella persona del mondo… Questo fece molto rumore a corte. La regina-madre fu entusiasta di trovare un pretesto… per opporsi all’attaccamento che il re dimostrava per Madame: e non dovette faticare molto per fare condividere a Monsieur i suoi sentimenti. Era già geloso per conto suo, e lo stava diventando sempre di più seguendo gli umori di Madame… l’asprezza aumentò di giorno in giorno tra lei e la regina madre; il re dava a Madame tutte le speranze, ma nonostante tutto si teneva molto sulle sue con la regina-madre, in modo che, quando lei riferiva a Monsieur quello che il re le aveva detto, Monsieur trovava molti argomenti per persuadere Madame che il re non aveva per lei molta considerazione; lui poteva testimoniarglielo… Alla fine decisero di fare cessare tutto quel gran rumore (che circolava a corte intorno al re e a Madame) e decisero tra loro che il re avrebbe fatto l’innamorato di qualche persona della corte. Lui (il re) non ci mise molo a decidere; il suo cuore prese una decisione in favore di La Vallière… Madame considerò con un certo dispiacere il fatto che il re si legasse veramente a La Vallière… La regina-madre ne fu amareggiata. Lei fece cambiare l’atteggiamento di Monsieur anche lui la prese male e considerò una questione d’onore che il re si fosse innamorato di una damigella di Madame. Madame, per parte sua, era molto carente nel riguardo che doveva alla regina-madre e anche in quello che doveva a Monsieur.”

“Nel medesimo tempo ci fu grande mormorio sulla passione del conte di Guiche (per Madame): Monsieur fu presto informato e lo minacciò molto pesantemente. Il conte di Guiche ebbe con Monsieur un chiarimento molto audace, e ruppe i rapporti con lui, come se fosse stato un suo pari; la cosa ebbe forte risonanza pubblica e il conte di Guiche si ritirò dalla corte…”

“Il conte di Guiche, che era giovane e ardito, non trovava niente di meglio che esporsi a qualsiasi rischio: Madame e lui, senza provare una vera passione uno per l’altra, si esposero ai più grandi pericoli… Madame era malata e circondata da tutte quelle donne che sono abituate a stare appresso di una persona del suo rango, senza potersi fidare neppure di una. Faceva entrare il conte di Guiche, qualche volta in pieno giorno, travestito da donna che predice la buona fortuna … e altre volte con altre invenzioni, ma sempre con molto rischio; e questi incontri così pericolosi trascorrevano nel prendersi gioco di Monsieur e in altri simili piaceri; e alla fine in cose molto lontane dalla violenta passione che sembrava motivarle… Monsieur era estremamente geloso del principe di Marsillac, figlio del duca de la Rochefoucauld, e lo era ancora di più dato che aveva per lui un’inclinazione naturale, che gli faceva credere che tutti dovessero amarlo.”

Da Daniel de Cosnac, vescovo di Valenza

“Il cavaliere di Lorena, che aveva prestato servizio militare nell’armata del maresciallo d’Aumont, dopo l’inizio della campagna, venne a Tournai a salutare le Loro Maestà. Monsieur, all’inizio dell’inverno, si era preso una forte sbandata per lui. Aveva chiesto a Sua maestà che il reggimento di questo cavaliere potesse prestare servizio nell’armata del re, in modo che essi potessero stare insieme durante la campagna di guerra. Sua maestà gli aveva rifiutato questa grazia. Allora lui gli fece un’altra volta la stessa richiesta e il re acconsentì. Appena mi vide mi disse che Sua Maestà lo aveva trattato “a perfezione”, questo era uno dei suoi modi di esprimersi. Vedendo il suo trasporto e la gioia che gli brillava in volto, mi aspettavo qualche grazia straordinaria, allorché mi dichiarò di che si trattava. Gli risposi molto seriamente: “Monsieur, sono molto contento; ecco un inizio molto buono.” “

“Dopo sei giorni di marcia arrivammo davanti a Lille. La riuscita di questa impresa, dopo quella specie di scacco che ci era arrivato a Dendermonde era cosa che coinvolgeva la gloria di Sua Maestà. Si presero tutte le precauzioni possibili… Alla fine restammo otto giorni davanti a questa piazzaforte prima di attaccarla.”
“Durante questo periodo, feci pressione su Monsieur perché domandasse a Sua Maestà il permesso di mandare qualcuno in Inghilterra per complimentarsi per la pace; cosa che non aveva ancora potuto fare per mancanza di tempo disponibile, stando a quello che diceva…”

“Sottolineai che, dopo l’arrivo del cavaliere di Lorena nella nostra armata, Monsieur non aveva più la stessa alacrità nel seguire il re dovunque andasse, che si esentava spesso dalle fatiche di questa guerra, che trascurava di visitare le postazioni, e che, anche se la trincea era aperta da cinque giorni, Monsieur non aveva accennato ad andarci. Se ne restava sempre chiuso con questo cavaliere… Le mie rimostranze fecero qualche impressione sul suo spirito; andò nella trincea e due giorni dopo, dato che Il cavaliere di Lorena si trovava lì col suo reggimento, ci andò per una seconda volta per rendergli visita… Oltre queste azioni di coraggio, il denaro che Monsieur mandò a degli ufficiali feriti e le molte lodi che dispensò ai più coraggiosi contribuirono molto a fargli acquistare la reputazione di principe liberale e magnanimo… Dato che si preoccupava di farsi amare, ciascuno era interessato ad innalzarlo, e si voleva assolutamente che fosse un grand’uomo… Il cavaliere di Lorena fu leggermente ferito al piede dallo scoppio di una granata. Monsieur avendone avuto notizia, testimoniò l’amicizia che gli portava con la sua estrema inquietudine. Passava giornate intere nella sua camera, faceva gli onori di casa, blandiva quelli che venivano a trovare il cavaliere e li obbligava a lodare la bella azione che quello aveva fatto.”

“Il nono giorno, il governatore capitolò, e il giorno seguente il re fece il suo ingresso per fare cantare il Te Deum, e da quello stesso giorno, marciò con la sua armata costeggiando il canale di Bruges.”

“Il cavaliere di Lorena, benché ancora frenato dalla sua ferita, volle venire in occasione di questi fatti e prese posto nella carrozza di Monsieur. Io mi trovavo lì solo con lui, perché Monsieur era a cavallo con il re, che non si spostò mai in altro modo per tutto il tempo della campagna di guerra. Facemmo insieme una lunga conversazione. Mi resi conto che era un giovane uomo senza esperienza, senza abilità per condursi bene e che, lungi dal potere dare consigli a Monsieur, non era capace di formulare alcun progetto per se stesso, e non considerava il favore di cui godeva che come una cosa utile ai suoi piaceri. Tuttavia poiché aveva una forte influenza su Monsieur, entrai con lui in una certa confidenza e pensai di poter non essere incompatibile con lui. L’indomani si sentì meno bene e gli diedi la mia carrozza perché se ne tornasse a Lille. Allora ebbi modo di avere incontri più lunghi con Monsieur, che non era più distratto da questo continuo stare appresso al cavaliere di Lorena. Mi parlò molto delle buone qualità del cavaliere,(1) e con tale piacere che gli costò parecchio parlare anche di altre cose. Mi disse che voleva assolutamente trovargli una sistemazione nella sua casa e che sarebbe stato l’acquisto più vantaggioso che avrebbe potuto fare…”

“Quando Monsieur arrivò, ripassando per Lille, andò a fare visita al cavaliere di Lorena ancora malato… La sera, quando Monsieur andò a dormire, il suo primo valletto di camera chiese al sig. Boyer, primo maggiordomo, duecento pistole per pagare un arazzo che Monsieur aveva comprato a Audenarde. Nessuno aveva denaro, e se non glielo avessi prestato io, si sarebbero portati via l’arazzo. Monsieur che mi vedeva contare quel denaro davanti al mercante, non mi fece nemmeno la grazia di accorgersene.”

“Arrivando a Villers-Colterets, Monsieur ci trovò Madame(2) e tutta la sua corte composta da Madame de Monaco, dalla marescialla du Plessis, dalla Saint-Chaumot, dalla Thianges, dalla Fiennes e dalla Gourdon. Monsieur si rammaricò molto di non essere arrivato un giorno prima di Madame, per poter ordinare quello che bisognava mettere nelle camere, che trovò per disgrazia tutte ammobiliate… Fece mettere tutte le sedie sulla stessa linea, infittì le file di tavoli, di mensole, di piatti; collocò degli specchi in posizioni vantaggiose, fece affiancare ogni tavolo da quattro candelieri; e infine dispose generalmente di tutto l’insieme dei mobili con una cura meravigliosa… In quel periodo si riconobbe un così grande attaccamento nello spirito di Monsieur per il cavaliere di Lorena che lo si considerò come un favorito dichiarato. Monsieur non parlava mai a Madame né a tutta la sua corte se non dell’interesse che aveva per lui. Disse anche a Madame e a me che si sentiva impegnato da un giuramento a non nascondergli nulla. Non passava alcun giorno senza che gli scrivesse. Madame mi parlò di questa grande passione, le risposi che, dato che il cavaliere voleva preoccuparsi della gloria di Monsieur, dei suoi interessi, di allontanarlo dalle banalità, forse non sarebbe stata una cosa svantaggiosa che ci fosse un uomo che avesse del potere sul suo spirito. Madame mi testimoniò che credeva di avare abbastanza potere sullo spirito del cavaliere per obbligarlo a tenere una buona condotta.(3)”

“L’indomani, Monsieur mi disse che il cavaliere di Lorena stava per arrivare, che lui aveva deciso di dargli una posizione distinta da chiunque altro nel regno, di dargli alloggio nella sua casa, di dare gran credito al suo spirito, sapendo che lui era attaccato alla sua persona più che a quella del re, e avendogli sentito dire parecchie volte che, qualsiasi cosa fosse accaduta, sarebbe appartenuto sempre a lui e nello stesso modo in cui il duca di Montmorency era appartenuto al duca di Orléans… Quello stesso giorno il cavaliere di Lorena arrivò a Villers-Coterets; fu ricevuto da Monsieur con dei trasporti di gioia incredibile… Questo giovane uomo era così fiero di vedersi in un favore più grande di quanto avesse sperato, che non volle avere nessun rapporto con Madame, non ascoltando quello che lei gli diceva per il suo bene o per quello di Monsieur se non al fine di riferirlo a Monsieur. Venni a sapere da Mérille che Monsieur cercava solo un pretesto per non trattarmi più nello stesso modo al quale era abituato, volendo senza dubbio soddisfare l’umore geloso e poco comodo di questo cavaliere, che non poteva tollerare nel cuore di Monsieur nessuna amicizia, né piccola né grande… Durante questo periodo tutti i progetti di guerra con la Spagna abortirono. Monsieur aveva deciso, quando credeva di dover andare con l’esercito, di cacciare via, partendo, Mademoiselle de Fielle, figlia d’onore [dama] di Madame. Questa ragazza amava perdutamente il cavaliere di Lorena ed era ricambiata da lui nello stesso modo. Il loro amore era così pubblico che il padre Zoccoli, confessore di Monsieur, era stato costretto, il giorno di Pasqua, ad avvertirlo che in coscienza doveva fare cessare questo scandalo. Monsieur era già abbastanza portato in questa direzione da se stesso; l’attaccamento del cavaliere per quella ragazza non gli piaceva affatto. Il cavaliere fece per lui generosamente questo sacrificio, e Benserade fu incaricato di portare a questa ragazza l’ordine di allontanarsi dalla casa senza nemmeno parlarne a Madame. Il cavaliere se ne andò in campagna per qualche giorno, sia per non essere affatto importunato dai suoi lamenti, sia per essere in diritto di fingere di non aver saputo niente della sua disgrazia… Madame avvertì questa ragazza che lei in tutta questa faccenda non c’entrava affatto. Mademoiselle de Fienne, diffondendo la notizia ovunque, diede luogo ai nemici del cavaliere di Lorena di dire che la gelosia di Monsieur aveva richiesto questo sacrificio al cavaliere, e questo brutto discorso fece un danno terribile alla reputazione di tutti e due.”

“Dato che io andavo di rado da Monsieur e che lo scoppio di questo scandalo lo amareggiava, gli piacque immaginarsi, o lasciarsi persuadere, che ero stato io che avevo spinto il suo confessore a coinvolgerlo in questa faccenda… Quelli che gli avevano messo in mente questa idea sbagliata, gli facevano notare come l’oggetto della mia politica fosse di fare in modo o che il cavaliere di Lorena rompesse con Monsieur, rifiutandogli il sacrificio di questa ragazza, o che, sacrificandogliela, perdesse il suo onore, e anche Monsieur…”

“Questo cavaliere, o per paura o per gelosia, o per tutte e due le cose insieme, non poteva soffrire che io sopravvivessi,(4) per così dire, a me stesso, nell’anima di Monsieur. Forse lui credeva anche che io alimentassi la giusta avversione che Madame aveva per lui. Questo giovane uomo senza esperienza era così fiero del favore del suo padrone che non solamente avrebbe creduto di fargli torto nel dimostrare della compiacenza verso Madame, ma che molto spesso attirava su di lei dei modi di fare assai sgradevoli da parte di Monsieur. Forse questo poteva derivare dal fatto che non era orientato a convincerlo a vivere bene con lei…”

Il 20 Dicembre 1669 Madame scrisse a Cosnac: “Madame de Fienne ha mostrato la vostra lettera a Monsieur e benché lei dovesse intenerirlo, non so dire se lo abbia fatto; è molto tempo che non capisce più il Francese e che la sua lingua è ridotta a seguire ciecamente le intenzioni del cavaliere di Lorena… Se il re manterrà le promesse che mi fa ogni giorno, avrò meno dolori in futuro; ma voi sapete in che conto tengo delle promesse simili, soprattutto quando provengono da una persona che è lontanissima dal vostro accomodamento e che può fare quello che vuole. Per il buon padre Zoccoli, non c’è giorno che non faccia pressioni perché io tratti bene il cavaliere di Lorena… Io lo assicuro che, per costringermi ad amare un uomo che è la causa dei miei dolori passati e presenti, bisognerebbe che io avessi per lui un po’ di stima o di riconoscenza; quanto alla prima ipotesi non si sarebbe mai realizzata, e quanto alla seconda sarebbe stata quasi altrettanto impossibile, vista la sua condotta passata. Monsieur, nel frattempo, non avrebbe fatto la comunione a Natale, se io non gli avessi promesso nuovamente di non farlo cacciare; Io l’ho fatto, perché se avessi fatto il contrario non sarebbe servito a niente; ma ho avuto il piacere nello stesso tempo di dirgli tutto quello che si poteva dire sul danno che questa amicizia gli faceva, e sul dolore di vedere le mie parole considerate meno di niente…”

“Poco tempo dopo ho saputo che il favore del cavaliere di Lorena presso Monsieur era arrivato al punto più alto… e lo aveva talmente abbagliato che, non solamente quello non manteneva il senso della misura con Madame… ma che, in aggiunta, dava a Monsieur dei consigli di cui il re non era affatto soddisfatto, e che lo obbligarono a farlo arrestare e a farlo portare in seguito nel castello di Pierre Encise.(5) Monsieur fu sensibile a questa disgrazia del suo favorito, per quanto era capace di esserlo. Manifestò il suo risentimento attraverso il suo ritiro a Villers-Cotterets, e attraverso le maniere di cui fece uso con Madame, che lui riteneva essere l’unica causa di questa disgrazia…”

Il 10 marzo 1670, Madame scrive a Madame de Saint-Chaumont: “Le cattive impressioni che lui ha lasciato nello spirito di Monsieur fanno in modo che egli mi veda sempre con disagio. Il re ci ha riconciliati; ma vedendo che non può ancora, per qualche tempo, concedere le pensioni che ha destinato al cavaliere, mi tiene il muso e vuole, con il suo modo rude di trattarmi, fare sì che io desideri il ritorno del cavaliere.”

Il 26 di marzo, Madame scrive: “Senza avere paura della chiacchiere della gente, per autorizzare le lamentele contro di me, lui (Monsieur) ha detto che io l’avevo trattato da miserabile, che gli avevo rimproverato la vita che fa con il cavaliere, e molte altre cose di questo tipo, che hanno molto divertito il prossimo caritatevole… Monsieur non viene più da me, e non mi parla più, cosa che non mi era mai successa prima fino ad oggi, qualsiasi problema noi avessimo avuto.”

Il 6 Arile, Madame scrive: “Comunque, in mezzo a tutto questo fracasso, ha considerato una cosa buona riappacificarsi purché io facessi i primi passi; io li ho fatti con molta gioia… Mi aveva accusato di aver fatto verso di lui diecimila stravaganze. L’ho rassicurato che non era affatto così; che avrei dovuto essere impazzita, e che sarei stata disperata se lui avesse capito male… Tutte queste cose lo hanno tranquillizzato.”

Madame scrive il 14 aprile: “Monsieur in tutti i suoi addolcimenti mi ha detto che c’è bisogno che io lo convinca della mia amicizia verso di lui, mi assicura che non c’è che un mezzo;(6) o, per dirvi la verità, sarebbe una di quelle medicine che all’inizio sembrano buone, ma che sono seguite da una morte certa. Così c’è la parola del re che per otto anni non lo farà tornare. Bisogna sperare che prima di questo periodo Monsieur si sia chiarito le idee o sia guarito.”

Il 29 giugno, verso sera, Madame chiese un bicchiere di acqua di cicoria con ghiaccio, lo bevve e dieci ore più tardi spirò con i dolori della più violenta colica.(7)

Di Madame, seconda moglie di Monsieur, madre del Reggente

“Marly, 6 Agosto 1700.
Non vedo mai Monsieur qui, non ceniamo mai insieme; gioca tutta la giornata, e la notte ciascuno di noi è in camera sua. Monsieur ha la debolezza di credere che gli si porti sfortuna, e così io non assito quando lui gioca.”

“11 giugno 1717.
Mi ha fatto piacere quando Monsieur, poco dopo la nascita di sua figlia, si è fatto un letto a parte, perché non ho mai amato il mestiere di fare figli. Quando Sua Altezza mi fece questa proposta, gli risposi: Sì, molto volentieri, Monsieur; ne sarei molto contenta a patto che voi non mi odiate e che continuiate ad avere un po’ di bontà verso di me. Lui me lo promise e noi fummo tutti e due contenti uno dell’altro.”

“E poi era molto spiacevole dormire accanto a Monsieur; non poteva soffrire che gli si desse fastidio durante il suo sonno; bisognava dunque che io mi tenessi sul bordo del letto, al punto che sono caduta come un sacco. Sono stata quindi molto contenta quando Monsieur, con buona amicizia e senza asprezze, mi ha proposto di dormire ciascuno in un appartamento separato.”

“11 ottobre 1720.
Monsieur è sempre stato un devoto. Mi ha fatto ridere una volta di cuore. Si portava sempre a letto un rosario da cui pendeva una quantità di medaglie, che gli serviva per dire le sue preghiere prima di addormentarsi. Quando tutto questo era finito, sentii un grosso fracasso causato dalle medaglie, come se le muovesse in giro sotto le coperte. Gli dissi – Dio me lo perdoni, ma ho il sospetto che voi portiate a spasso le vostre reliquie in un paese a loro sconosciuto. Monsieur rispose: State zitta e dormite; non sapete quello che state dicendo.”

“Una notte, mi alzai molto dolcemente, misi la luce da una parte in modo da rischiarare tutto il letto, e nel momento in cui lui portava in giro le sue medaglie sotto le coperte, lo presi per il braccio e gli dissi ridendo: Questa volta non potete negare.”

“Monsieur si mise a ridere e disse: Voi siete stata ugonotta, non sapete il potere delle reliquie e delle immagini della Santa Vergine. Esse proteggono da ogni male le parti che uno ci strofina. Io risposi: Vi chiedo perdono, Monsieur, ma voi non mi convincete che sia per onorare la Vergine che voi portate in giro la sua immagine sulle parti destinate a togliere la verginità. Monsieur non poté trattenersi dal ridere e disse: Vi prego, non ditelo a nessuno.”

10 Maggio 1718.
“La marescialla di Grancey era una donna tra le più stupide. Monsieur buon’anima fingeva di esserne innamorato, ma se lei non avesse avuto altri amanti avrebbe certamente conservato la sua buona reputazione. Tra loro non c’è mai stato nulla di male; lei stessa diceva che se lui si trovava solo con lei, cominciava a lamentarsi subito di essere malato, diceva di avere mal di testa o mal di denti. Un giorno la sua dama gli propose una libertà singolare. Monsieur si mise subito i guanti,(8) ho visto che spesso lo prendevano in giro per questo, e ne ho riso parecchio.”

“Questa Grancey aveva una molto bella figura e una bella siluette quando io venni in Francia, e nessuno aveva per lei lo stesso disprezzo che aveva Monsieur per il fatto che, prima che il cavaliere di Lorena fosse suo amante, lei aveva già un bambino.”

“17 maggio 1720
Monsieur buon’anima era lui stesso la causa del fatto che i miei figli avessero paura di me, perché lui li minacciava spesso di ricorrere alla mia severità.”
“Non era d’altra parte di carattere tale che potesse affliggersi per lungo tempo. Amava molto i suoi figli, non era capace di rimproverarli, e veniva spesso a lamentarsi con me; io dicevo: Ma Monsieur non sono forse figli vostri come sono figli miei? Perché allora non li castigate? Lui rispondeva: Io non saprei fare rimproveri e loro non mi temono, temono soltanto voi.”

(Saint-Simon)

“M. di Chartres se ne uscì con delle frasi poco misurate, ma tipiche della sua età, che fecero arrabbiare il re. Lui non sapeva che cosa fare con suo nipote, che lui aveva costretto ad essere suo genero… Il re ne parlò a Monsieur, gli rimproverò la sua debolezza e di non sapere come avere autorità sui figli. Monsieur allora si arrabbiò… non era mai successo che Monsieur si lasciasse andare con lui a un tono neppure a mille leghe da quello, che era tanto più spiacevole per il fatto che era sostenuto da ragioni che non ammettevano replica… Il re fu abbastanza padrone di se stesso per rispondere non come re ma come fratello: disse a Monsieur che perdonava tutto alla tenerezza di un padre; lo blandì, fece tutto quello che poteva per riportarlo alla dolcezza e all’amicizia… I loro momenti di contatto privato trascorrevano sempre con asprezza dal lato di Monsieur; ma in pubblico non appariva nulla o molto poco, a parte il fatto che le persone che li frequentavano notavano delle lusinghe e delle attenzioni da parte del re, e una freddezza di Monsieur nel rispondergli, che non erano nelle abitudini né dell’uno né dell’altro…

“Altre pene spirituali tormentavano ancora Monsieur: “Aveva da qualche tempo un confessore che, benché gesuita, gli teneva il guinzaglio quanto più corto poteva. Gli tolse non solo i piaceri strani ma molti di quelli che lui pensava che fossero permessi, come penitenza per la sua vita passata. Gli diceva spesso che non voleva dannarsi per lui e che se la sua direzione spirituale gli sembrava dura non si sarebbe affatto dispiaciuto di vederlo scegliere un altro confessore. A questo aggiungeva che stesse bene attento a se stesso, che era vecchio, abituato alle dissolutezze, grasso, col collo corto, e che stando a quanto si vedeva, sarebbe morto di apoplessia, e molto presto. Quelle erano parole spaventose per un principe molto voluttuoso… Aveva paura del diavolo, si ricordava che il suo precedente confessore non aveva voluto morire mantenendo la sua funzione… (Rientrò un po’ in sé e visse in una maniera che si poteva definire “ristretta”). Faceva più volte molte preghiere, obbedendo al suo confessore… divenne per questo triste e abbattuto parlò meno del solito, cioè ancora come tre o quattro donne, di modo che tutti si resero conto di questo grande cambiamento. Erano abbastanza, tutte in una volta, le sue pene interiori e quelle esteriori dalla parte del re, per un uomo così debole come Monsieur e così impreparato a contenersi, ad essere arrabbiato e a mantenere il punto; ed era difficile che tutto questo non provocasse rapidamente una grande rivoluzione in un corpo così pieno e così gran mangiatore, non solo ai pasti, ma quasi per tutta la giornata.”

(Il mercoledì 8 giugno Monsieur venne da Saint-Cloud per cenare col re a Marly. Ebbero una grande discussione che bisogna leggere in Saint-Simon. Poi cenarono insieme. Monsieur “mangiò moltissimo come faceva in entrambi i pasti, senza parlare del cioccolato abbondante del mattino e di tutto quello che deglutiva di frutta, di pasticcini, di marmellate e di ogni tipo di caramelle, di cui i tavoli, le mensole e le sue tasche erano sempre piene.” Ritornò a Saint-Cloud, cenò, cadde in apoplessia, fu molto salassato, e morì qualche ora dopo. La descrizione della sua morte e la condotta del re e di Madame de Maintenon, malgrado siano cose interessanti, non fanno parte di questo capitolo.)

Il grosso della corte, dice Saint-Simon, perse molto perdendo Monsieur. “Era lui che portava alla corte i divertimenti, l’anima, i piaceri; e quando la lasciava, tutto lì sembrava senza vita e inerte… amava il gran mondo, aveva un’affabilità e una onestà che attiravano verso di lui la folla, e la distinzione che sapeva fare e che non mancava mai di fare delle persone che seguivano gli usi del loro rango, contribuiva parecchio a tutto questo… Al Palazzo Reale c’era sempre folla. A Saint-Cloud… una casa di delizie, con molta grandezza e magnificenza, e senza alcun aiuto da parte di Madame, … riceveva molta gente che da Parigi e da Versailles, andava ad arricchire la sua corte nei dopo cena, principi del sangue, gran signori, ministri, uomini e donne…”

“Del resto, Monsieur, che era molto valoroso, aveva vinto la battaglia di Cassel, e che aveva sempre mostrato un valore molto naturale in tutte le posizioni in cui si era trovato, non aveva d’altra parte che le cattive qualità delle donne. Con più mondanità che spirito, e con nessuna lettura, benché avesse una conoscenza estesa e molto precisa delle casate nobiliari, delle nascite e delle alleanze, non era capace di far nulla. Nessuno era più molle di lui, più debole, più timido, più ingannato, più governato, più disprezzato dai suoi favoriti, e molto spesso più maltrattato da loro; ficcanaso e incapace di tenere qualsiasi segreto, sospettoso, diffidente … facile a riferire le cose degli uni agli altri; … un gusto abominevole, che i suoi regali e i patrimoni che distribuiva a quelli che aveva preso in simpatia avevano reso pubblico con grande scandalo, regali che non avevano limiti né nel numero né nei tempi. Quelli [che aveva in simpatia] ricevevano tutto da lui, lo trattavano spesso con molta insolenza e gli davano anche sgradevoli preoccupazioni nel fermare liti alimentate da gelosie orribili… Il cavaliere di Lorena e Châtillon (alla corte di Monsieur) avevano fatto una grade fortuna con la loro figura, su cui Monsieur si era fissato più che su chiunque altro. L’ultimo dei due, che non aveva né pane, né buon senso, né spirito, poté qui salire di rango sociale e acquisì un patrimonio.”

“L’altro prese la cosa da guisardo, che non si vergogna di niente purché arrivi dove vuole, e condusse Monsieur comandandolo imperiosamente per tutta la vita, fu ricolmato di denaro e di benefici, fece per la sua casata quello che volle, rimase sempre pubblicamente il padrone a casa di Monsieur, … seppe mettersi tra il re e Monsieur e farsi trattare con rispetto, per non dire con timore dall’uno e dall’altro, e poté godere di una considerazione, di una distinzione, di un credito quasi altrettanto marcato da parte del re che da parte di Monsieur.”

“Monsieur era un uomo piccolo, panciuto, montato su trampoli, tanto le sue scarpe erano alte, sempre acchittato come una donna, pieno di anelli, braccialetti, pietre preziose dappertutto, con una lunga parrucca tutta spostata sul davanti, nera, incipriata, e nastri dovunque si potessero mettere, pieno di ogni tipo di profumi, e in ogni cosa incarnava la pulizia stessa; lo accusavano di mettersi un impercettibile colore rosso; il naso molto lungo, la bocca e gli occhi belli, il viso pieno ma molto lungo.”

Madame, scrive il 13 luglio 1716:

“Qui si dice che Madame (la prima) non era affatto bella, ma aveva una tale grazia che tutto le andava bene; non era capace di perdonare, volle fare cacciare il cavaliere di Lorena e ci riuscì, ma lui non l’ha perdonata. Ha mandato dall’Italia il veleno attraverso un gentiluomo provenzale che si chiamava Morel, che, per ricompensarlo, è stato nominato primo maggiordomo. Dopo che mi aveva ampiamente derubata gli è stata fatta vendere la sua carica ad un prezzo molto alto. Questo Morel aveva lo spirito di un diavolo, ma era un uomo senza fede e senza legge… Rubava, mentiva, giurava il falso, era ateo e sodomita, e teneva scuola di tutte queste cose, e vendeva dei ragazzi giovani come dei cavalli; andava tra il pubblico dell’Opera per fare lì il suo mercato.”

Il 3 Ottobre del 1705, così al corrente di queste cose che avrebbe potuto scrivere un libro sull’unisessualità, – lei stessa dice – scriveva alla sua cara Amélise:

“Dove siete state rinchiuse, voi e Louise, per conoscere così poco il mondo? Se si volessero detestare tutti quelli che amano i maschi, qui non se ne potrebbero amare che pochissimi. Ce ne sono di tutti i generi. Ce ne sono che odiano le donne come la morte e possono amare soltanto uomini. Mylord R. è di quel numero. Altri amano solamente dei bambini di dieci o undici anni; altri dei giovani dai diciassette ai venticinque anni, e questi sono i più numerosi. Altri non amano né gli uomini né le donne e si divertono da soli, ma sono meno numerosi degli altri.”
Quelli che amavano gli uomini dai diciassette ai venticinque anni o più maturi erano uranisti, molto più probabilmente degli altri.
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(1) Il cavaliere di Lorena, fatto come si dipingono gli angeli, si diede a Monsieur e divenne ben presto il favorito, il padrone che dispensava favori, e più risoluto a casa di Monsieur di quanto sia permesso esserlo quando non si vuole passare per il padrone o per la padrona di casa. (Vita di Daniel de Cosnac.)

(2) Enrichetta di Inghilterra.

(3) La prima cosa che Monsieur pretese dal cavaliere di Lorena fu che fosse legato unicamente a lui e che non entrasse minimamente negli interessi di Madame…; Madame mi disse che il cavaliere era innamorato appassionatamente di Mme de Monaco, che Mme de Monaco era sua amica del cuore a tutta prova e che quindi lei le avrebbe suggerito di suggerire tutto quello che poteva desiderare circa il signor cavaliere… Lui riconobbe certamente che era essenziale mantenersi in buoni rapporti con Monsieur e preferì la fortuna che si aspettava da Monsieur all’amore, finto o vero che fosse, che aveva per Mme de Monaco… Il cavaliere aveva solo mille scudi di rendita in tutto. (Seconda versione delle Memorie di Cosnac.)

(4) Dopo la disgrazia di Cosnac.

(5) Il cavaliere di Lorena, rinchiuso all’inizio nel castello di Pierre Encise vicino Lione, fu poi mandato al castello di If, in un’isola vicina a Marsiglia; poi ebbe il permesso di viaggiare fuori della Francia. Andò a Roma. Fu richiamato a corte nel 1670, alla morte di Madame.

(6) Cioè di fare tornare il cavaliere di Lorena.

(7) Madame aveva 26 anni. Lasciò due figlie del suo matrimonio con Monsieur: Maria Luisa che sposò Carlo II re di Spagna, e Anna Maria che sposò Vittorio Amedeo II, re di Sardegna.

(8) Madame de Thianges (sorella maggiore di Madame de Montespan) sembrava che gli fosse piaciuta più delle altre, ma il loro rapporto era piuttosto “una confidenza libertina” che non una vera galanteria. Lo spirito del principe era naturalmente dolce, benevolo e civile, capace di essere prevenuto e così suscettibile alle impressioni che le persone che lo avvicinavano potevano quasi dire di essersene impadronite, prendendolo per il suo lato debole. La gelosia dominava in lui ma questa gelosia lo faceva soffrire più di chiunque altro, la dolcezza del suo umore lo rendeva incapace delle azioni violente che l’altezza del suo rango gli avrebbe potuto permettere. (Histoire d’Henriette d’Angleterre, duchesse d’Orléans par Madame de la Fayette.)

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=5911

RAFFALOVICH: SESSO E CASTITÀ – L’INFANZIA DELL’OMOSESSUALE

Riporto qui di seguito due capitoli della mia traduzione di “Uranismo e Unisessualità” di André Raffalovich:

1) Ricerca della voluttà, ricerca della pacificazione, ricerca della castità. Recupero psicologico.

2) Infanzia, educazione, pubertà degli uranisti virili e ultra-virili.

Nel primo dei due capitoli l’autore comincia a manifestare la sua personalità, e introduce nello studio della sessualità e dell’omosessualità in particolare, delle categorie di tipo morale legate alla ricerca della voluttà, della pace dei sensi e della castità; nell’uso di queste categorie in rapporto all’omosessualità Raffalovich non è schematico e nonostante le apparenze non fa il moralista ma analizza le tendenze morali come modi per trovare un proprio posto nel mondo. Le tendenze morali sono per lui elementi essenziali della sessualità di un individuo. Raffalovich usa un linguaggio diverso da quello moderno e quando si riferisce a forme di omosessualità che non esclude interessi eterosessuali, parla di quelli che oggi si chiamerebbero bisessuali o non sarebbero ritenuti propriamente omosessuali. L’autore si pone il problema relativo all’induzione al matrimonio di questi “omosessuali” in qualche modo compatibili con l’eterosessualità e ipotizza per loro un percorso di recupero che li riconduca all’eterosessualità ma attraverso un’educazione graduale che porti ad una “guarigione psicologica” prima che al matrimonio. Tutto il percorso di recupero, secondo Raffalovich dovrebbe essere demedicalizzato ed affidato ad eterosessuali intelligenti e ad omosessuali superiori, evitando quella che viene presentata come una pratica abominevole, cioè l’induzione dell’omosessuale alla eterosessualità tramite la frequenza di prostituite, cosa molto praticata negli ultimi anni dll’800.

Nel secondo dei due capitoli riportati di seguito, Raffalovich tratteggia in modo molto ricco l’infanzia dell’omosessuale virile (come egli lo chiama). La pubblicazione del libro di Raffalovich è del 1896, ma l’autore ha già perfettamente chiara l’idea della sessualità infantile. Certo egli non dispone di indagini sociologiche attendibili e non ricorre allo studio sistematico di casi clinici come Krafft-Ebing, la sua descrizione della omosessualità infantile, limitata agli ambienti sociali di alto livello, è probabilmente per la gran parte frutto di ricordi personali e presenta aspetti oggi difficilmente comprensibili, come le riflessioni sul rapporto tra il bambino omosessuale di buona famiglia e i servi della sua famiglia. Si nota che la società è stratificata in modo rigoroso e che le persone di livello sociale più basso sono considerate sostanzialmente non assimilabili a quelle appartenenti ai ceti più ricchi o più colti, siamo cioè il pieno ‘800 borghese.

Raffalovich arriva a supporre che la differenza di classe sociale crei meccanismi di attrazione analoghi a quelli dell’attrazione sessuale e con questa idea spiega l’interesse del bambino omosessuale ricco per la servitù e non per gli adulti della sua categoria sociale. Colpisce in particolare l’idea che possano svilupparsi rapporti di simpatia tra il bambino omosessuale e i servi maschi, in ragione del fatto che “l’intelligenza di un domestico e simile a quella di un bambino”.

Interessanti son anche le riflessioni sui collegi e sui rischi che la vita di collegio può comportare rispetto alla omosessualità, oltre alcune questioni sull’interesse per i soldati e per le divise.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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Ricerca della voluttà, ricerca della pacificazione, ricerca della castità. Recupero psicologico

Non si possono fare riflessioni e osservazioni senza rendersi conto di tre fattori importanti che modificano la psicologia sessuale di tutti gli uomini:

– il desiderio, il bisogno (fittizio o reale) del piacere in sé, con la sua eccitazione, i suoi preliminari, la sua cristallizzazione (Stendhal), la sua realizzazione;

– il desiderio, il bisogno di rigettare, di spogliarsi dell’eccitazione sessuale, dell’inquietudine, della fatica, dei fastidi;

– il desiderio, anche lontano, il bisogno vago, la ricerca, anche vana, della castità, una predilezione in favore della castità.

A seconda della presenza isolata o simultanea di uno o di due di questi fattori, a seconda della preponderanza dell’uno sull’altro o sugli altri, la condotta di un uomo cambia così come cambia la sua psicologia sessuale.

Anche l’uranista, come qualsiasi altro uomo eterosessuale, o semplicemente sessuato, è soggetto a queste influenze perché esse riguardano la sessualità in quanto tale.

L’uomo che cerca soprattutto la voluttà in sé e per tutto quello che le si cristallizza intorno, ha bisogno di un’altra analisi rispetto a quello che cerca soprattutto la pacificazione dei suoi sensi e l’acutezza della sua vita intellettuale.

E non sono soltanto gli individui che differiscono in questo modo, ma queste variazioni si presentano nello stesso individuo a diverse età e in diversi momenti della vita.

Certi uomini [1] sono più portati degli altri verso un ideale di castità sia naturalmente, fondamentalmente, e quindi malgrado molte influenze e molti avvenimenti oppure senza l’influenza di circostanze, dell’ambiente e di avvenimenti che modifichino il loro carattere.

Forse senza spiegarsi il perché, forse senza darsi la migliore spiegazione, la castità appare loro (personalmente) desiderabile e soddisfacente. Per la maggior parte del tempo tengono per sé questa predilezione, senza comunicarla, per pudore, per orgoglio, per paura, perché se ne sono troppo distaccati nella pratica.

L’istinto sessuale in loro ha cessato di essere tirannico; non è, per così dire, che uno dei membri di un’oligarchia. Una vita sregolata è per loro sempre più sgradevole, e dipenderà dalla circostanze se si sposeranno o resteranno celibi, diventando anche moderati e continenti.

Tra loro si trovano parecchi uranisti, che si sposano e rinunciano alla loro sessualità spontanea, e anche parecchi uranisti impenitenti, ai quali l’uranismo sembrerà sempre più casto, più pulito, più decente dell’eterosessualità.

È evidente che gli uomini capaci di un ideale di castità personale volontaria (che questo ideale sia realizzato o meno ma purché sia uno dei limiti del loro carattere, della loro individualità) tenderanno verso una diversa situazione psicologica e fisiologica rispetto agli altri uomini. Così, quando si studia la psicologia sessuale, il caso sessuale di un uomo, sarà importante definire il suo ideale di castità o di voluttà o di pacificazione.

Non bisogna confondere la castità con la sobrietà, la temperanza o la pacificazione. L’uomo che ha questo ideale di castità, questa predilezione umile per la castità, può non essere temperante. Può scoprire da solo l’assioma secondo il quale un po’ di infamia allontana dalla purezza, molta infamia ci riconduce ad essa. Può astenersi con gioia o sprofondarsi deliziosamente nel piacere e non sapere regolare, goccia a goccia, la sua voluttà. L’uomo che ama, ricerca o sceglie naturalmente la sobrietà, la temperanza sessuale (eterosessuale o uranista o bisessuale) si comporterà in un altro modo. Senza igiene [moderazione] non raggiungerà la piena soddisfazione. Ricercherà nella sessualità gli atti che lo libereranno il più rapidamente possibile dall’aculeo del desiderio; è così che uomini seri, rispettati, distinti, possono praticare i vizi più denigrati, tutte le forme di unisessualità attiva o passiva o reciproca, o di eterosessualità comune o sterile, perché dopo si sentono allegri, alleggeriti e in pieno possesso della loro attività intellettuale, fisica e morale. Quando, per loro disgrazia e loro castigo e per la vergogna della società, questi sono uomini di una austerità esteriore ostentata, uomini il cui mestiere o la cui professione esige una severità di costumi e accade che sono scoperti, la loro ipocrisia rivolta e sconcerta. C’è spesso, in queste situazioni, dentro di loro una soluzione di continuità nelle loro emozioni che impedisce loro di rendersi conto in modo permanente dell’enormità della loro condotta. Se la loro sobrietà è precisa, la loro vita intellettuale non è toccata dalla loro sessualità.

Questi uomini sobri e discreti possono ricercare o la voluttà o il riposo che la segue, o entrambe le cose, e restare moderati nel loro vizio.[2] Gli uomini che amano la castità non finiscono così: perché la castità è una virtù positiva, non negativa, cosa che gli altri dimenticano spesso.

A mio giudizio, nessuna descrizione di un uomo e della sua psicologia sessuale risulterebbe soddisfacente se non si desse un’idea dell’influenza di questi fattori.

Consultato da un sessuale [un uomo con problemi sessuali] mi sforzerei di sapere e di fargli sapere se la sua sessualità ricerca soprattutto la voluttà sessuale e tutto quello che le sta intorno, o la pacificazione sessuale e la rinascita, il rinnovarsi dell’intelligenza; se immagina nel suo cuore che la castità sia meglio della sessualità; se trova umiliante non soddisfare tutte le sue aspirazioni sessuali; se il suo orgoglio conta molto o solo un po’ nelle sue aspirazioni e nella loro soddisfazione; se dentro di lui ci fosse da qualche parte un gusto per la castità, lo incoraggerei a coltivarlo, invece di mandarlo da una prostituta come fa il medico guaritore di oggi. Se il suo orgoglio è insuperabile, se si credesse disonorato dal non consegnarsi a delle inclinazioni unisessuali, esiterei prima di imporgli la prima condizione che impone il medico guaritore , cioè quella di rompere il rapporto unisessuale che esiste da tempo. Questo significherebbe consegnare il sessuale [l’uomo che ha problemi sessuali] in difficoltà a tutti gli errori e a tutti i pericoli. Avrebbe invece molto da imparare su se stesso e sulla vita prima di essere maturo per una rottura efficace e feconda. Non bisogna consegnarlo, senza metterlo prima al sicuro, all’ossessione sessuale. I medici, probabilmente, desiderano fare sposare nel più breve tempo possibile gli unisessuali che li consultano e non hanno il tempo e forse l’esperienza necessaria per una guarigione psicologica. Quando l’inversione e l’uranismo saranno capiti a livello più generale, quando se ne avrà meno paura, io credo che non saranno più i medici che faranno queste cure; ma gli eterosessuali buoni e intelligenti o gli uranisti superiori potranno facilitare l’inizio di questi cammini, questi perfezionamenti. Oggi il matrimonio, reso possibile attraverso il passaggio prolungato attraverso la casa di tolleranza è una cosa indegna. Gli uranisti di buona volontà (parzialmente eterosessuali) devono essere preparati psicologicamente prima di esserlo sessualmente.

Infanzia, educazione, pubertà degli uranisti virili[3] e ultra-virili.

Gli invertiti licenziosi o chiacchieroni o malati hanno talmente goduto gli onori della pubblicità che gli altri invertiti sono ancora poco conosciuti. Ma essi raggiungono una maturità intellettuale e morale che non considera più il sesso come il centro dell’universo. Non devono più lamentarsi della loro sorte. Devono pensare a compiere la loro missione qua giù, e cercano di fare del loro meglio. Allo stesso modo ci sono uomini eterosessuali che si svincolano dalla vita genitale ad un certo momento della loro crescita.

È difficile rendere giustizia agli invertiti, come sarebbe difficile essere giusti verso gli eterosessuali, se ci si occupasse esclusivamente della loro vita sessuale. La menzogna e la sessualità si sfiorano così da vicino perché la realtà fa apparire folle il desiderio, perché il prima e il dopo si toccano e si contraddicono.

L’invertito si ritiene così disinteressato da giudicare della bassezza della sessualità, solo che non ha il coraggio di andare fino in fondo e di cercare la castità; inventa argomenti in favore dei suoi gusti.[4]

Se fosse l’essere superiore che si immagina di essere e se avesse un po’ di religione, cercherebbe di affrancarsi dai legami della carne e di rendersi utile all’umanità.

Il giorno in cui l’invertito non reclamerà più l’indulgenza della società, comincerà a giustificarsi agli occhi degli uomini veramente superiori.

Si nasce uranisti più o meno; si può diventare invertiti sia durante questo periodo di indifferenza sessuale (così finemente osservato da Max Dessoir), che dura qualche volta fin dopo la pubertà – sia molto tempo dopo. Le circostanze, l’isolamento e tutto quello che esso comporta, i cattivi esempi e i cattivi consigli, le letture e le conversazioni, un seduttore giovane e appassionato, o prudente, abile e pieno di esperienza, i problemi della sessualità eterosessuale, le malattie, le psicosi transitorie o permanenti, la vanità, la cupidigia o anche la necessità possono trasformare un eterosessuale in omosessuale.

Nell’uranista o nell’invertito di nascita l’inversione si manifesta molto presto. Bisognerebbe conoscere a fondo quello che ancora noi ignoriamo per la gran parte, cioè la sessualità dell’infanzia, per sapere se le tendenze eterosessuali si sviluppano realmente con molto maggiore lentezza o se invece non le si nota quando le si incontra. Prima di dichiarare che questa precocità sessuale (precocità di sentimenti, non di atti) è un segno di degenerazione negli invertiti, bisognerebbe rendersi conto della percentuale di bambini sessualmente precoci eterosessuali. Quanti bambini e quante bambine si innamorano gli uni delle altre o di persone adulte! Quanti ragazzini di cinque anni sono affascinati da una bella signora o da una ragazza grande! Intorno a loro si sorride, si raccontano davanti a loro cose che essi sentono misteriosamente e esprimono comicamente, i piccoli si rendono conto, alla lunga, dei loro sentimenti.

E certamente questi affetti sentimentali non sono rari tra i bambini. Li si favorisce stupidamente perché sono cose divertenti, ma dato che questi affetti, quando sono uranisti, non divertono affatto, non ci si fa caso. Il bambino capisce oscuramente tutto questo; quando dà qualche segno di un’emozione prodotta in lui dalla presenza e dal contatto con un uomo, si accorge che la sua agitazione passa inavvertita. Lo si complimenta quando dona un fiore a una donna; quando lascia la sua mano nella mano di un uomo non si dice nulla. L’uomo lo interessa molto più della donna, e gli adulti evidentemente pensano il contrario. Il bambino indovina molto presto che lì c’è un malinteso e, con questa meravigliosa dissimulazione tipica dei bambini, accetta la situazione.

I bambini sono così dissimulati, non solo per ignoranza ma ancora di più per paura o per prudenza. I bambini sanno molto presto quello che devono dire e soprattutto quello che devono nascondere.

Questa consapevolezza non deve affatto stupire perché essa esiste in un certo grado negli animali domestici. La vanità o la ricerca dell’approvazione caratterizza i bambini come gli animali.

È poi anche naturale che l’invertito si ricordi così chiaramente della precocità delle sue tendenze. Arriva un momento nell’esistenza di ogni invertito in cui egli decifra l’enigma del suo gusto unisessuale. È allora che riordina tutti i suoi ricordi e per giustificarsi ai suoi occhi, si ricorda di essere stato quello che è dalla sua prima infanzia. L’unisessualità ha colorato tutta la sua giovane vita; lui ci ha pensato, l’ha sognata, ci ha riflettuto in perfetta innocenza e molto spesso.

Si è immaginato, da piccolino, di essere allevato da dei briganti, da dei barbari; a cinque anni, a sei anni ha sognato il calore dei loro petti, delle loro braccia nude. Ha sognato di essere loro schiavo e ha amato la sua schiavitù e i suoi padroni. Non ha mai avuto il minimo pensiero brutalmente sessuale, ma ha scoperto la sua vocazione sentimentale.

L’invertito nato e ben nato può essere di una innocenza fisica eccezionale quasi fino all’età della pubertà, se si trova senza cattivi consiglieri, se è timido e ignora il suo corpo. La sua depravazione è allora solo e assolutamente cerebrale e sentimentale. Non si indirizza ancora alle persone che lo circondano. Ama i quadri, le statue, le immagini che rappresentano delle belle figure. Anche gli operai lo interessano per i loro vestiti, diversi da quelli che vede indossati dai suoi parenti – e sperimenta già questa passione degli invertiti per tutto quello che somiglia ad una uniforme o a un costume convenzionale. Quello che i Tedeschi chiamano soldaten liebe, è talmente noto, talmente diffuso tra gli invertiti e i corrotti in tutti i paesi europei che, in certe città, specialmente a Londra, il numero di soldati che si prostituiscono è più grande di quando si vorrebbe credere.[5]

Con una pazienza e una tenacia che non deve stupire in un bambino, tutto quello che ha un rapporto, anche minimo, con l’inversione lo appassiona. Segue la pista con un fiuto da animale o da Pellerossa o da donna. Ancora giovanissimo e completamente vergine, si sente vicino a tutto quello che ignora.

Ha sogni eroici. È un eroe amante di un altro eroe, e i racconti di fate non sono più fiabeschi delle sue visioni da sveglio. Lui è l’eroe o l’amico preferito, o anche, più raramente, ma non per lungo tempo, l’eroina dei romanzi che legge o che sente raccontare. L’invertito di nascita non è necessariamente effeminato, non lo è sempre e non cerca sempre le ragazzine e i loro giochi.

È utile ricordarsi che gli invertiti effeminati sono i più conosciuti perché essi hanno molto di più la mania delle confidenze e della vanterie. Gli invertiti che stanno zitti non sono stati ancora scoperti, e Krafft-Ebing non li registra affatto. Ma comunque esistono, e sono loro che ci impediscono di disperarci per la razza degli invertiti.

Parallelamente a questa esaltazione romantica, a questo platonismo, a questa favola, il bambino prova un’attrazione carnale verso l’uomo e non sa forse ancora che i due pensieri che lo interessano sono legati insieme.

Il bambino può ogni giorno ricercare i mezzi per accarezzare la mano o il copro di un domestico, al momento del pasto per esempio, o sulle scale, e lo stesso bambino può tutti i giorni sognare i destini più puri e fantastici.[6]

Il bambino prova, probabilmente per i domestici in livrea, o in maniche di camicia, i primi assalti di quella ossessione per l’uniforme che si ritrova anche nella vita sessuale degli eterosessuali. Quanti uomini amano la donna vestita o mezza-vestita in una certa maniera?

La maggior parte degli uomini amano un certo tipo, e tutto quello che ci si avvicina, per l’andatura o l’aspetto, agisce su di loro più rapidamente, più violentemente. Spesso, dopo una infedeltà al loro tipo ritornano ad esso più servilmente. Gli uomini hanno poca immaginazione. Ce ne sono di quelli che con tutte le loro conquiste, favorite e favoriti, fanno lo stesso pellegrinaggio, che vanno docilmente allo stesso posto nei dintorni della città, ecc. ecc..

La differenza tra le classi agisce in certi casi quasi come la differenza tra i sessi. È certamente possibile che questa osservazione, che ho avuto spesso modo di esprimere, spieghi i sonetti di Shakespeare. Un’amicizia entusiasta (passione che non suppone affatto l’inversione né la perversione) e la distanza sociale tra Shakespeare e il giovane uomo, e la giovinezza dell’uno e l’età matura dell’altro, offrirebbero la chiave dell’enigma. Gli invertiti, i pervertiti contano tanti uomini celebri e tante glorie che potrebbero anche lasciare andare Shakespeare.

Il bambino non sfugge a nessuna influenza. I genitori gli hanno proibito di familiarizzare con la gente del popolo, e l’operaio, il valletto, il capo-cameriere, il cocchiere diventano per lui sempre più desiderabili. Se il bambino è malato ed è trasportato da uno di questi uomini, il suo cuore batte con paura e con piacere, prima, durante e dopo. Mette a paragone le sue sensazioni con quelle che prova nelle braccia di un padre o di un fratello e la differenza è così grande che il bambino non può sbagliare. Ammette quello che è. Non sa perché. Si dà delle spiegazioni. Comincia a credere che quello o quell’altro uomo gli piace. Ma non è un uomo che gli piace, il cui abbraccio lo estasia, il cui contatto lo turba, ma è l’uomo. Quando il bambino ha superato la sua ignoranza ed è arrivato a questa conoscenza di se stesso, la sua educazione sentimentale procede da sé. Il bambino si abbandona in modo sornione a una quantità di atti impulsivi per attirarsi l’attenzione degli uomini che lo interessano, senza essere sospettato dalla sua famiglia. Una donna innamorata non è più folle e più prudente, più paziente e più impaziente.

Questo modo di fare può durare parecchi anni, prima, durante e dopo la pubertà. Il bambino vede le cose via via più chiare. Quello che desidera si va precisando. All’inizio non sa quello che vuole, un contatto qualunque, un bacio. La storia greca gli insegna allora che i Greci si amavano tra uomini, che i Greci erano belli, nobili, ammirevoli, che l’amore greco oggi non è accettato dai costumi, che Socrate e Alcibiade avevano dormito sotto lo stesso mantello, ecc.. Non c’è bisogno di altro per attivare e riempire l’immaginazione di un bambino. “Sono dunque un Greco antico”, si dice. Disprezza un po’ i moderni. È ancora troppo al di fuori della vita moderna per essere imbarazzato dalla sua inversione. Invece essa lo interessa, occupa la sua mante.

In collegio, l’invertito può restare innocente, come il bambino eterosessuale può, lì, essere indirizzato in un modo più o meno permanente verso l’unisessualità.

L’influenza dell’internato è una questione molto importante e molto difficile da risolvere. Tutti – o quasi tutti – quelli che si potrebbero interrogare[7] e che potrebbero rispondere, si terrebbero probabilmente al di sotto o molto al di sotto della verità. Gli invertiti, per esempio, sono molto reticenti o molto spacconi. Molti tra loro hanno la mania di vedere loro simili dappertutto. Gli eterosessuali che non sono morsi dalla passione del pettegolezzo negherebbero sfrontatamente, per vigliaccheria, pudore, pigrizia, o qualcos’altro.

Gli insegnanti, lo si capisce facilmente, non possono né dire né vedere la verità su questo argomento. Se è facile nelle prigioni darsi all’unisessualità, i ragazzini viziosi o invertiti non sono meno ingegnosi dei carcerati.

Quelli molto viziosi in collegio, spesso, sono invertiti solo per vizio, per mancanza di altre occasioni. Alcuni ragazzi possono pervertirsi senza essere per questo degli invertiti. Molti invertiti hanno un pudore esagerato che può salvarli, quantunque la vita in comune sia nemica del pudore.

È inutile sottolineare qui che si si nota nei ragazzetti un pudore istintivo, soprattutto in presenza di un uomo, allora è importante diffidare. Siamo in presenza di un invertito? Gli invertiti, quando sono molto giovani hanno tutti i sintomi del pudore se si tratta di mostrarsi svestiti davanti a qualcuno del loro sesso.

Questo pudore, a meno che non sia sradicato dal collegio o dissimulato per prudenza, li accompagna nella vita. E quando cominciano a superarlo ne sono molto fieri. Dopo essersi dati alla unisessualità con furia, perdono questo pudore e cercano invece le situazioni che ad esso sono contrarie. Il pudore di una donna di brutta vita non è quello di una donna onesta o delicata e fiera.

Non ho dati sufficienti per studiare la questione dell’internato. Gli scritti e le confessioni degli invertiti sono a questo proposito assai poco degni di fede. Gli invertiti, l’ho già detto e lo ripeterò ancora, sono mentitori, e parlando della loro infanzia cercano di discolparsi e di rendersi interessanti a forza di passione e di ignominia.

Sottolineerei solo che certi ragazzini non si interessano ad altri ragazzini. Potrebbero anche attraversare l’internato senza essere attirati dai compagni della loro età. Essi amerebbero o dei ragazzi grandi che nella maggior parte dei casi non presterebbero loro attenzione, o degli insegnanti.

È evidente che questi ragazzi potrebbero non essere mai in pericolo e i loro sentimenti per i loro insegnanti non potrebbero che fortificarli nel desiderio di impegnarsi.

Sono ragazzini che non si sentono affatto ragazzini, nei loro sogni sono già delle persone adulte.

Altri invertiti, lo si sa, amano sempre qualcuno (o quelli) della loro età. Sono gli omosessuali a oltranza. Hanno la passione della similarità. Sono forse tra i meno effeminati.[8]

Man mano che si avvicina la pubertà, il pericolo per l’invertito aumenta. Se è alunno esterno o è educato a casa, la sua ignoranza e la sua ansia entrano in fermentazione. Ogni pericolo ha ora la sua importanza. Il ragazzo ignora probabilmente il lato fisico dell’atto sessuale. Immagina forse che i rapporti tra uomini siano simili a quelli tra donne e uomini, sa comunque che la realizzazione del suo desiderio sarebbe sterile. Può essere maturo per l’atto sessuale e credere che esso consista in un contatto esteriore più o meno prolungato.
Se tra le persone che stanno intorno al giovane invertito si trova un uomo qualsiasi, soprattutto un uomo di una classe inferiore (come un domestico), quest’uomo diventa l’idea fissa del bambino. Dico bambino perché a 13, 14 o 15 anni un ragazzo allevato in questo modo è un bambino.

Questo ragazzetto immaginerà ogni giorno degli incontri improvvisi con quest’uomo. Saprà i suoi orari di servizio e si troverà suoi luoghi dove quello dovrà passare molte volte al giorno, se è possibile. Cercherà soprattutto di incontrarlo nell’oscurità per provocare lo shock del contatto del suo corpo contro quello dell’uomo, per prenderlo per mano. Così pudico fino ad allora, creerà delle occasioni per mostrarsi nudo o mezzo nudo.

Non so se accade istintivamente o se si ricorda delle descrizioni delle seduzioni femminili che ha letto, ma si comporterà come una donna impudica e innamorata. Una tale perseveranza, un giorno o l’altro, sarà ricompensata come merita e l’uomo cederà all’audacia del giovane ragazzo un pomeriggio scuro o una sera senza luce.

Qui, ancora una volta, tutti i dettagli e tutte le conseguenze di questa caduta dipenderanno dal caso.

Gli invertiti che leggeranno questo o i medici psicologi riconosceranno la verità di quello che io ho indicato; e i genitori non sapranno neppure che cose simili sono successe o succedono vicino a loro. Dei legami di questo tipo possono stringersi e durare a lungo. L’audacia del bambino, così lascivo all’inizio della pubertà, supera gli scrupoli e la vigliaccheria dell’uomo.

La differenza di casta, agendo come la differenza di sesso, si fa notare qui. L’uomo del popolo si lascia trascinare dal giovane signore, quando forse potrebbe resistere a un ragazzetto delle classi inferiori. Se l’uomo è invertito o pervertito, o molto grossolano, non aspetta che l’iniziativa del giovane signore per farsi incantare.

Se non è niente di tutto questo, non bisogna dimenticarsi che lo svilimento e l’asservimento di un figlio del capo o del padrone non può che inorgoglire l’uomo del popolo e ripagarlo della propria servitù.

Non bisogna dimenticare che il fatto di essere domestici può produrre una tale abitudine all’obbedienza che il domestico subisce i capricci del suo giovane padrone, con o senza piacere, ancora meglio o ancora peggio di chi domestico non è.

Probabilmente in molti casi un uomo che cercasse un ragazzo giovane con l’intenzione di sedurlo riuscirebbe solo a spaventarlo. Molti invertiti sono stati spaventati nella loro giovinezza dal desiderio di un uomo scostumato, senza coscienza, e sono sfuggiti alle sue carezze, assaliti da un terrore incomprensibile e passeggero o di lunga durata.

Non può che essere solo l’invertito nato per la passività o l’obbedienza femminile quello che si lascia facilmente violare o contaminare o istruire da un uomo qualunque.

Ci sono delle donne vergini che si concedono ma non si lascerebbero mai prendere. Allo stesso modo l’invertito vergine e maschile (ci sono degli invertiti che sono piuttosto un maschio e mezzo che un maschio effeminato e a metà) vorrà bene offrirsi e prestarsi a tutte le compiacenze, a tutte le turpitudini, ma se ne scapperebbe se un uomo prendesse l’iniziativa. Questo potrebbe spiegare molte storie di invertiti, molti rifiuti e molti consensi.[9]

Fino ad ora non possiamo che compiangere e deplorare la condotta del giovane invertito. Ha tutte le scusanti della natura e non ha ricevuto alcun consiglio e alcun soccorso.

Sa che la sua condotta sarà esecrata, ma non si considera affatto peggiore degli uomini e delle donne che si piacciono e si amano. Si scusa pensando che sono i piaceri sessuali che vengono designati col nome di amore che, secondo i poeti, i moralisti cinici e i romanzieri, governano il mondo.

Essendo naturalmente omosessuale, egli non vede la differenza tra il suo vizio e quello dell’eterosessuale – e non trovando l’eterosessualità trattata come dovrebbe essere trattata, cioè senza eccesso di indulgenza o di entusiasmo – la sua coscienza non prova alcun imbarazzo.

Solo imparando a distruggere, o a disprezzare, o a dominare la sessualità e la sensualità, l’invertito di nascita può distinguersi dall’eterosessualità. Ma prende per sé tutte le scuse che ci sono per l’eterosessualità e ci aggiunge che l’omosessualità è sterile, ecc. – più o meno quello che Shopenhauer sembra aver detto in favore della pederastia.[10]

Se ci si stupisce della passione che i domestici, la gente del popolo, gli operai, i soldati, gli uomini in blusa, in livrea ispirano agli uranisti bambini, ci si deve solo ricordare che il bambino di buon livello sociale, ben nutrito, trova negli uomini del popolo, di volta in volta, più contrasto o più simpatia. Molti ragazzini di buona famiglia, che non parlano per timidezza in presenza di persone delle classi superiori, chiacchierano e cinguettano con qualsiasi domestico e con qualsiasi uomo del popolo. C’è più uguaglianza tra l’intelligenza di un bambino della borghesia agiata e quella di un domestico, più bonomia nel domestico che nell’uomo delle classi colte o ricche.

Il bambino si sente a suo agio, sa che non lo si sgriderà, non gli si darà fastidio, non lo si rimprovererà. L‘uomo del popolo che ha buon cuore, che è un bravo ragazzo, non troverà il bambino così noioso o non riterrà che richieda una tale fatica come avverrebbe a un genitore o a un professore. Così l’attrazione del domestico nasce da una simpatia, da una sorta di solidarietà, da un sentimento di cameratismo. I ricordi sinceri di uomini perfettamente eterosessuali confermano questa supposizione. Molti eterosessuali ricordano di avere meravigliosamente amato uomini delle classi inferiori che erano gentili verso di loro e di averli trovati più interessanti, più competenti di cose più interessanti, degli adulti, di un padre che prende in giro, che è capriccioso, stizzoso o di un fratello che rimprovera e si preoccupa, degli zii dei quali si sono conosciuti i difetti dalla conversazione dei parenti. Il bambino considera anche spesso ingiusta la posizione del domestico, vede che lo si sgrida e insorge nel suo piccolo cuore, lo vede giocare il miglior ruolo quando lo si biasima per delle banalità o perché l’uomo o la donna che lo rimproverano sono di cattivo umore.

Se il bambino manifesta un po’ di dolcezza, un po’ di riconoscenza, un po’ di gentilezza, tocca facilmente l’amor proprio del domestico, di un uomo che probabilmente apprezza il buon cuore della giovane creatura.

E se questo bambino è uranista, e il contatto con un uomo un po’ affettuoso lo riempie di un’allegrezza sognata? Non c’è nulla di più naturale del suo slancio verso il domestico che simbolizza le classi che lo interessano e gli ricorda con la sua presenza che un intimo e misterioso avvicinamento con un uomo di questa classe è realizzabile e anche vicino.

Gli uranisti più virili e più degni, sono stati esposti a queste tentazioni, e se sono stati salvati, è l’occasione che è mancata o il domestico ha sempre rifiutato di capire e di lasciarsi piegare. Crescendo, uscendo dalla casa paterna, entrando nel mondo, questi fantasmi sessuali sembrano dissiparsi e abbandonare l’uranista virile e intelligente, ma perseguitano l’effeminato, o anche il virile senza carattere, senza sentimentalità. Un’amicizia adolescenziale spazzerà via per qualche anno questo passato.

Gli uranisti delle classi meno agiate, della piccola borghesia, si innamorano più facilmente di giovani uomini di condizione sociale migliore, allevati meglio, più fortunati, e questi slanci sono forse meno pericolosi per il carattere, rispetto agli slanci degli uranisti più ricchi. Jean-Paul Richter ha descritto l’amore casto di un casto giovane uomo povero per un giovane nobile bello e fiero.[11] L’adolescenza, è vero, con un profluvio di nuovi sentimenti, innalza l’uranista virile e lo mette (a parte la timidezza di classe) al livello dell’uranista allevato in ambienti sociali medio-alti.

Si vede che i rischi corsi dai giovani uranisti si bilanciano; il ricco sarà tentato dai valletti, il povero dai giovani uomini di buona condizione sociale, ma sarà forse corrotto da qualche compagno grossolano più grande (come Hamann, il mago del Nord); ricco e povero saranno esposti molto facilmente in collegio all’onanismo reciproco.
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[1] Qualsiasi sia la loro sessualità.
[2] Non parlo della demenza senile, né dei prodromi di certe follie, né di atti delittuosi da tutti i punti di vista come l’induzione alla dissolutezza dei minorenni o delle minorenni, o gli atti crudeli commessi dagli alienati, dai corrotti o dai deboli curiosi.
[3] Fino allo sviluppo definitivo, fino alla fissazione della vita sessuale, il virile e l’effeminato superiore possono somigliarsi e possono passare attraverso le stesse peripezie. Il bambino ha sempre qualcosa di femminile (Shakespeare chiama il ragazzi e le donne bestiame dello stesso colore) che è transitorio nel virile e persistente nell’effeminato. Il virile, se riflette, può facilmente ingannarsi e credere persistente quello che in lui c’è di passeggero ed è solo questione di crescita e di ignoranza.
[4] Questi invertiti non sono i peggiori, difficilmente si pervertono dopo la loro prima giovinezza. Manifestano qualche preoccupazioni in rapporto alla loro dignità. Non sono casti ma non sono libertini. Si potrebbe senza timore affidare loro un ragazzo. Non spargono il contagio. Si preoccupano del loro onore e della loro reputazione.
Alcuni arrivano a superare in qualche modo, a recuperare i loro errori di giovinezza, se superano la crisi – crisi altrettanto frequenti nell’uomo di rango come nella donna onesta – possono morire rispettabili e rispettati.
Non avendo gli invertiti scelto la loro natura, bisogna riconoscere loro la volontà di migliorarsi, di depurarsi e quando si proclamerà la superiorità dell’invertito che si trattiene sull’uomo eterosessuale che si abbandona alla sessualità, sarà solo un atto di giustizia.
[5] Non è esagerato dire che in certi reggimenti si può presupporre la venalità della maggior parte dei soldati. La clientela deve essere numerosa e assidua per avere tali risultati. Il soldato è la mania di molti invertiti e il soldato, quando si trova solo o anche con un altro soldato, tenta, la sera – nemmeno la notte – di provocare il suo cliente con lo sguardo e con l’andatura. Gli abiti eleganti e bombati non mancano di produrre i loro effetti. È una cosa deplorevole e penosa, e si vorrebbe certo trovare un rimedio impossibile al presente. La mancanza di pudore e la venalità non potrebbero spingersi oltre. La sera ad Hyde-Park, se le notte non è assolutamente scura, si sentono degli invertiti che dicono con disappunto: – C’è troppa luce qui – mentre gli eterosessuali si vergognano meno.
Che fare? Lo spettacolo scoraggiante di questi uomini e di queste donne stravaccati e avvinghiati in piena vista demoralizza le persone già demoralizzate, purtroppo!
Gli Americani, che non hanno meno invertiti degli Europei, si lasciano trascinare dalla loro ammirazione per i soldati inglesi e si trovano qualche volta invischiati in fatti di ricatto. Ma il dio che protegge gli ubriaconi deve proteggere gli invertiti più di quanto non faccia la loro prudenza perché sono altrettanto ipocriti che temerari.
[6] Questa incoerenza è frequente sia negli uomini che nelle donne; negli uomini soprattutto è scioccante. Essa porta all’ipocrisia, alla debolezza, all’inutilità.
Le virtù che non esistono che nelle intenzioni e per niente nella volontà non valgono nulla. Fanno spesso più male che bene. Il buon parlatore e il buon pensatore la cui vita è piana di crapula fanno più male ai giovani uomini dei debosciati senza vergogna.
Non bisogna parlare troppo dell’ideale, di quello che è casto e puro, perché le parole caste di un vizioso somigliano troppo all’esaurimento dopo la dissolutezza agli occhi delle gente grossolana, dei giovani o dei burloni.
Gli invertiti seguono questa incoerenza fino ai limiti estremi. Nella maggior parte dei casi c’è una differenza netta tra le loro teorie e il loro modo di comportarsi. Hanno tendenze così eteree, sono coscienziosi secondo loro, e le loro soddisfazioni sono insieme imperiose e poco difficili. Lasciati soli cedono ad un brusco desiderio, oppure cercano di tanto in tanto un amico di gioventù compiacente, spesso un amico più povero o sposato.
[7] Non arrivo proprio a capire come si possa interrogare un uranista virile o ultra-virile, e come quello possa avere voglia di rispondere. Fino ad oggi ci si è occupati di queste questioni in un modo che farebbe tenere la labbra chiuse ad un uomo.
[8] Un certo numero di effeminati, avendo la passione della similarità, cede forse alle donne.
[9] Alcibiade che si offriva a Socrate.
[10] L’ignoranza di questo autore, quando parla di pederastia, è inconcepibile.
[11] Die Flegeljahre. [L’età ingrata]

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OMO O BI-SESSUALITA’? KRAFFT-EBING E RAFFALOVICH RISPONDONO

Raffalovich conclude i suoi cinque casi sessuali citando un caso ripreso da Krafft-Ebing, cosa assai poco usuale per lui. In effetti, il caso è stato analizzato e valutato in modo molto diverso da Krafft-Ebinbg e da Raffalovich. Krafft-Ebing ne offre una valutazione esclusivamente esteriore, basata sui comportamenti oggettivi (la cosiddetta oggettività dell’osservazione scientifica), che si orienta verso la bisessualità, Raffalovich ragiona invece da gay, cioè da persona che valuta le situazioni relative ai comportamenti omosessuali in modo non schematico e, inevitabilmente, legato anche alla propria esperienza personale, e vede nel caso presentato la storia di un omosessuale, nonostante la presenza di rapporti eterosessuali. Se un gay dovesse valutare i comportamenti di un eterosessuale in un rapporto con una donna, dovrebbe necessariamente fermarsi ad una valutazione formale, o al massimo analogica, perché non avrebbe le coordinate necessarie per comprendere l’elemento soggettivo connesso con quei comportamenti. Da qui un’osservazione nasce spontanea: i primi studi “seri”, ossia meno formali e più capaci di capire le cose dall’interno, sul tema della omosessualità sono opera di omosessuali, e si potrebbe andare oltre, affermando che, per esempio, che chiarire le tematiche legate alla omosessualità maschile con un terapeuta eterosessuale o con una donna terapeuta, è molto diverso che farlo con un terapeuta omosessuale. In molte situazioni, sia di studio, che di rapporto terapeutico, per quanto si cerchi di spersonalizzare le funzioni dei soggetti coinvolti, il vissuto personale degli operatori può fare la differenza.
Vi lascio al breve testo di Raffalovich, che permetterà di chiarire meglio la situazione.
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Mi è sembrato più utile citare in modo esteso quattro casi sessuali (quelli di due uomini alteri e generosi, Alfieri e Baber, quello di un genio sofferente, ingrato, desolante, che ci fa dubitare della natura umana quando lo si mette a confronto con la sua opera, che ha tutti i difetti del valletto, dell’uomo di lettere, del masturbatore, – e quello del libertino gioioso e instancabile) piuttosto che concedere solo qualche riga a una ventina di casi. Il caso seguente, che io riprendo da Krafft-Ebing, è troppo interessante per non figurare qui.

V. – Uranismo congenito molto caratterizzato, con rapporti intermittenti con le donne per ignoranza o imitazione, dal ventesimo al trentesimo anno.
J…, dell’età di trentasei anni (padre alcolista, ma nessun’altra eredità fastidiosa; solo, uno dei suoi fratelli è invertito e una delle sue sorelle passa per amare le donne; gli altri tre figli dello stesso padre sono normali, o meglio non ci viene detto nulla di loro), muscoloso, maschile, di buona costituzione, eccellente uomo d’affari. Preferisce le arti e la letteratura allo sport. È dolce, un po’ timido, un bravo ragazzo.

A quattro anni la vista del sesso di un uomo gli face molto effetto e si interessò sempre di più alle nudità maschili e usò tutti i trucchi (inimmaginabili) dell’infanzia per vederne. Penso che se avesse potuto ricordarsi di periodi anteriori a suoi quattro anni, avrebbe trovato che già si interessava all’uomo prima di aver visto la sua virilità. Comunque non è questa visione che ha determinato il suo uranismo. A quattordici anni imparò a da solo a masturbarsi e si immaginava uomini nudi. Dormiva con suo fratello e lo masturbava. A quindici anni si innamorò di un compagno ma tra loro non ci furono rapporti sessuali. A diciannove anni (al momento di questa seconda verginità dell’adolescenza) idolatrò uno studente; il suo amore era così sincero che rinunciò per un anno (il periodo che durò questo amore) alla masturbazione e non profanò mai il suo amore con delle proposte sessuali. A vent’anni (dopo questo amore) tentò il coito eterosessuale che non gli riuscì. Successivamente ci arrivò con delle donne amichevoli. Qualche volta, quando queste non gli procuravano piacere era costretto a far credere di avere rapporti con un uomo. A ventitré anni si innamorò di un uomo per un breve periodo. Poi ritornò alle donne per non masturbarsi, perché la sua abitudine diventava penosa per lui. Le donne non gli hanno mai ispirato nulla, nessun sentimento, nessun interesse; è solo dopo un’astinenza abbastanza prolungata che gli veniva il desiderio del coito. Si rese conto della sua vita sessuale solo a trent’anni. I suoi sogni erotici hanno sempre avuto per tema la masturbazione reciproca con uomini. A trentaquattro anni ha una folle passione per un giovane uomo che la condivide. Masturbazione reciproca. Poi, improvvisamente, rimorsi e rottura: seguita da una paura incessante di ricaderci. A trentacinque anni legge la Psychopathia sexualis di Krafft-Ebing e va a consultarlo. Doveva sposarsi ed essere padre? Chiede se i figli gli somiglieranno. Informato dal dottore che è possibile, rinuncia completamente al matrimonio.

Krafft-Eging definisce questo come un caso di ermafroditismo psichico. Io non ci vedo nessun ermafroditismo. È un caso di uranismo malgrado dei rapporti eterosessuali; o secondo la mia classificazione appartiene alle due categorie seguenti:

A. – Uranismo incoercibile malgrado dei rapporti eterosessuali,

[1] uomini che, non rendendosi conto del loro uranismo, hanno creduto che un matrimonio o una relazione con una donna li avrebbe resi felici, e che hanno riconosciuto il loro errore, e non hanno subito nessuna modificazione del loro uranismo;

[2] uomini che, non rendendosi conto del loro uranismo, hanno cominciato dei rapporti con delle donne per arrivare poi alla conoscenza della loro vita sessuale.
Dal punto di vista della psicologia delle soddisfazioni sessuali sarebbe interessante sapere se la masturbazione reciproca di J… provenisse dalla difficoltà di ottenere un coito più completo; perché J… disse al medico che la masturbazione reciproca gli era antipatica. Krafft-Ebing non spiega perché J… non cercasse altre soddisfazioni.

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ETEROSESUSALITA’ SECONDO RAFFALOVICH – ALFIERI E BABER

Nella parte della traduzione del libro di Raffalovich “Uranismo e Unisessualità” che potete leggere qui di seguito, l’autore prende in considerazione l’eterosessualità e lo fa con categorie logiche analoghe a quelle con le quali aveva affrontato l’unisessualità (omosessualità). Traspaiono delle note di carattere moralistico per le quali alcune cose appaiono non positive agli occhi dell’autore, in particolare la sodomia, anche e soprattutto con le donne, la pederastia, il fatto di potersi innamorare contemporaneamente di uomini e di donne e, ovviamente, l’eccessivo indulgere alla sessualità fisica, anche eterosessuale.

Le classificazioni delle sessualità presentate da Raffalovich potrebbero apparire troppo schematiche e astratte, l’autore, per evitare questo rischio procede ad una esemplificazione dell’applicazione dei concetti enunciati a casi reali e preferisce presentare casi storici, nei quali, la conoscenza dei personaggi è certamente maggiore e la comprensione dei fatti può risultare più immediata. Prende in esame in particolare cinque personaggi ben noti. Nel testo che segue potrete leggere le note che riguardano la classificazione della sessualità di Vittorio Alfieri e di quella di Ẓahīr ud-Dīn Muḥammad, più comunemente noto come Bābur, fondatore della dinastia Mogol in India, a capo ci uno degli imperi più importanti e potenti nella storia dell’India. Sia in un caso che nell’altro Raffalovich non lavora di fantasia ma si serve delle memorie lasciate dai due personaggi. Si tratta di contenuti veramente interessanti che aiutano ad inquadrare meglio i due personaggi al di là delle biografie tradizionali. Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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C. ETEROSESSUALITA’ CONGENITA

Che non esclude gli istinti unisessuali presenti prima della pubertà o a partire da essa, prima dello sviluppo della vita sessuale, che soffoca questi istinti, che si allea con essi o cede ad essi.
6). – Che soffoca gli istinti unisessuali (a) prima della pubertà, (b) al tempo della pubertà, (c) dopo lo sviluppo della vita sessuale.
Se (c) si presenta presto, non si saprebbe distinguere questa sezione dall’eterosessualità congenita senza istinti unisessuali.
7). – Che persiste insieme con gli istinti unisessuali durante l’intera vita, simultaneamente o con periodicità. Sarebbe molto difficile in pratica separare gli individui di questa sezione da quelli della sezione (9) della categoria (C) dell’uranismo: uranismo persistente insieme con gli istinti eterosessuali per tutta la durata della vita, simultaneamente o con periodicità.
8). – Che conduce all’inversione sessuale senza ritorno e senza periodicità.

Queste due enormi categorie comprendono forse la maggior parte dell’umanità. Vi sono compresi degli eterosessuali, degli unisessuali e dei misti. Essi subiscono tutto lo scontro delle sessualità. Così gli eterosessuali hanno tutti più o meno avuto tendenze verso l’unisessualità morale, intellettuale, sentimentale, fisica, metafisica, istintiva o riflessiva, ignorata o cosciente. Quelli che sono risultati definitivamente uranisti hanno passato stadi analoghi.

Qui siamo in presenza di tutti gli uomini nei quali le due sessualità si presentano senza vizio, senza lussuria, senza dissolutezza. Non dico che sono più casti, più continenti oppure meno, ma che in loro si manifestano tutte le variazioni psicosessuali, tutti i trasalimenti oscuri sono trattenuti, e così tutti gli atti che possono stupire; in loro lo slancio unisessuale o eterosessuale è nello stesso tempo semplice e complicato, su base sessuale ma con manifestazioni non sessuali, su base cerebrale, intellettuale, sentimentale si dimostra con sensualità.

Sono questi uranisti, questi eterosessuali che sorprendono per un sentimento isolato, per un atto isolato, apparentemente contrario alla loro sessualità abituale.

Classificherei tra di loro anche gli uomini che si lasciano affascinare da un “tipo”, qualunque sia il sesso dell’individuo che incarna o ricorda quel tipo; e anche quelli che sono trascinati per una volta nella vita da un essere appartenente a un sesso che normalmente li lascia indifferenti.

Gli studiosi tedeschi hanno sottolineato che una volta nella vita ogni uranista è capace di un attaccamento verso una donna; si verificherà spesso l’esattezza di questa sottolineatura. Però è molto difficile interpretarne il significato.

Non è semplicemente un desiderio fisico, o l’idea che una certa donna potrebbe rendere l’uranista felice, sia lusingandolo con la sua bellezza, la sua tenerezza, la sua obbedienza, lusingando la sua vanità o diventando la madre dei suoi figli, la sua compagna. Sono la virtù o la vanità o l’intenerimento o la noia che avvicinano l’uranista alla donna; non è la sessualità. E spesso l’uranista si ferma lì (Platen, Johannes von Muller, ecc.) a meno che non ci si mescolino l’interesse o della cause esterne alla quali è impossibile resistere. Il fatto è che nei veri uranisti la sessualità fisica è assolutamente unisessuale, mentre la sessualità psichica può essere sia unisessuale che eterosessuale.

Eccettuate certe convinzioni, certi ideali, certe esaltazioni spirituali che solo il sesso maschile può ispirare all’uranista, gli affetti psico-eterosessuali e psico-unisessuali potrebbero somigliarsi fino a confondersi. Un uomo molto continente o un entusiasta potrà fraintenderli e la massa li confonderà sempre. Non colloco quindi qui quegli invertiti: essi appartengono alla categoria A dell’uranismo congenito incoercibile, senza rapporti eterosessuali o malgrado dei rapporti eterosessuali. Li ho citati qui per fare risaltare la differenza psicologica tra loro e questi invertiti qui, questi eterosessuali il cui ermafroditismo non è così illusorio, così voluto, così al di fuori della sessualità. Nei veri uranisti, in quelli della categoria A, ci vorrà più di una struttura di idee e di sentimenti o di emozioni per arrivare ad una localizzazione sessuale, cioè all’eccitazione genitale; ci vorrà più della presenza stessa della donna. Negli uranisti le cui tendenze non escludono le tendenze eterosessuali, negli eterosessuali con tendenze unisessuali basterà invece molto poco per ottenere questa localizzazione sessuale, questa eccitazione genitale, questo richiamo della virilità fallica.

L’uomo che ha bisogno di tutta la sua volontà, di tutta la sua decisione e di tutte le qualità di una donna ben scelta per desiderarla, e che d’altra parte ha bisogno di tutta la sua volontà per non mostrare il desiderio unisessuale che lo frusta così facilmente, così spesso, appartiene alla categoria A dell’uranismo.

Colui che malgrado le sue tendenze o i suoi atti unisessuali, desidera, senza un atto di volontà precedente, senza alcuna decisione precedente, una donna, appartiene alla categoria C dell’uranismo o alla categoria C dell’eterosessualità.
Non vorrei definire ermafroditi psichici i tanti individui che non lo sono quasi completamente.

Chiamerei ermafrodita morale o psichico l’individuo in cui due istinti (unisessuale e eterosessuale) si trovino in equilibrio, uno contro l’altro; l’individuo che fino a un certo livello può decidere, oppure che subisce successivamente il desiderio di un sesso e poi dell’altro, che amando un maschio non pensa alle donne e viceversa.

L’ermafrodita morale non è un esitante, un tentennante, che non sa dove indirizzare il suo desiderio e da dove allontanarlo, è un essere presso il quale le due sessualità sono sviluppate, se non addirittura equilibrate, e presso il quale possono talvolta bilanciarsi.

L’eterosessualità con tendenze uraniste e l’uranismo con tendenze eterosessuali mi sembrano corrispondere di più allo pseudo-ermafroditismo, mentre l’ermafroditismo completo, hermaphrodismus verus, che si riscontra così eccezionalmente fisicamente, è meno raro psichicamente. È difficile decidere se l’ermafroditismo morale possa divenire ermafroditismo vero, è probabile che non accada, nella maggior parte dei casi. Un solo episodio o anche molti non eliminerebbero i dubbi sulla risposta al problema: Quest’uomo è un vero ermafrodita morale o è un uranista con delle tendenze eterosessuali, o un eterosessuale con delle tendenze unisessuali? Lo stesso atto sessuale non chiarirebbe in nulla l’incertezza mentre la questione è importante da tutti i punti di vista, praticamente e psicologicamente. Un brav’uomo potrebbe dare la figlia in moglie a un eterosessuale con tendenze unisessuali più facilmente che a un ermafrodita morale o a un uranista con delle tendenze eterosessuali, a meno di sapere che questo invertito è superiore alle sue tendenze e degno di fiducia.

La psicologia sessuale dovrà essere molto avanzata per risolvere il problema seguente: l’ermafroditismo morale è “soprattutto” il risultato di circostanze che agiscono sull’uranista con tendenze eterosessuali o sull’eterosessuale con tendenze unisessuali, o è soprattutto una cosa congenita?

Al momento la risposta è troppo incerta. La barriera tra lo pseudo-ermafroditismo e l’ermafroditismo vero sembra immensa. Di norma una delle due sessualità prepondera fortemente sull’altra, forse perché il peso delle due sessualità insieme è eccessivo, e bisogna essere troppo forti, troppo vanitosi e troppo corrotti per un tale fardello. In effetti, di norma, quello che è non sessuale in un uomo lo aiuta a sopportare quello che è sessuale in lui, e reciprocamente. Tutto quello che allarga la sfera della sessualità oltre una determinata proporzione, squilibra troppo l’individuo. Ci sono complicazioni sopportabili solo se si è molto forti, molto grandi o molto insignificanti.

D’altra parte ci si immagina facilmente che un individuo si guarderebbe bene dall’acquisire l’ermafroditismo vero, e che, per introdurre più ordine nella sua vita e nei suoi sentimenti propenderebbe più volentieri per una sessualità piuttosto che per l’altra.
D’altra parte un uranista con delle tendenze eterosessuali non contrastate, potrebbe svilupparle con la prudenza, con la vanità, per credersi molto complicato, molto fine, molto forte: l’idea di essere capace di tutti i sentimenti e di tutte le sensazioni è molto attraente per molti.(1)
E un eterosessuale con tendenze unisessuali potrebbe coltivarle al fine di non danneggiare troppo la sua eterosessualità: perché la soppressione o l’opposizione contro gli istinti unisessuali potrebbero renderlo più mansueto riguardo all’eterosessualità.
Il sacrificio di una tendenza meno gradita ad una tendenza più gradita ha due esiti possibili: il rafforzamento della tendenza vittoriosa o il suo affievolimento.
Una cosa è verosimile come l’altra.

Mi sembra che la psicologia non possa che rimanere ancora esitante e oscillante. C’è ancora molto da studiare su queste cose; ci devono pure essere al mondo persone che detengono o raccolgono documenti, e uomini he hanno studiato questi problemi. Vorrei ascoltarli.

A. – Eterosessualità congenita, incoercibile per tutta la vita, senza o malgrado rapporti unisessuali, comprende:

1) Quelli che non solo non hanno mai avuto relazioni sessuali o sensuali con un maschio, ma che non hanno mai, nemmeno in modo passeggero e in nessun momento della loro vita impubere o pubere, in collegio, in caserma, in prigione, in Africa, in Asia, come in Europa, considerato la possibilità di atti, di tendenze di sentimenti unisessuali sensuali e che troverebbero più naturale e immaginabile un qualsiasi atto sessuale o sensuale con una qualsiasi donna, o la masturbazione, di qualsiasi atto sessuale con qualsiasi maschio.

Questa classe è quella dell’eterosessualità non solo congenita ma anche acquisita. Essa deve tanto all’educazione quanto alla natura. Probabilmente essa non comprende un solo artista, non un poeta, non uno scrittore di genio, non un attore, non un santo. Essa comprende i fanatici della donna sessuale e della rispettabilità. Saranno casti piuttosto che giusti e si castrerebbero prima di ammettere che gli unisessuali non sono criminali, o vili o folli. È a questa categoria cui appartiene più di qualcuno di quelli che hanno voluto occuparsi di inversione sessuale, sia come giuristi, sia come psicologi che come moralisti. Quello che stupisce è che questi eterosessuali osano mandare i loro figli nella grandi public schools inglesi, nelle grandi fucine dell’unisessualità. Secondo loro l’unisessualità quando si va ad Oxford o a Cambridge è un pericolo inevitabile , una disgrazia necessaria, qualcosa che si dimentica. Molto ragazzetti restano puri, molti vengono sporcati, alcuni sono irrimediabilmente rovinati e molti diventano ipocriti, alcuni platonici. E nonostante tutto, questi eterosessuali con eterosessualità congenita e acquista non sembrano affatto diminuire. È stato uno di loro che nell’occasione di uno scandalo unisessuale aristocratico (un processo che ha visto una donna contro suo marito) ha detto a suo figlio (che il marito aveva fatto dipingere come Apollon Anadyomenos) che lo avrebbe perdonato se si fosse fatto vedere in giro per tutta la città con una famosa cocotte. Il figlio rifiutò, forse disgustato dalla farsa, forse perché riteneva la cosa inutile… Se si cominciassero a raccontare le cose che questi personaggi fanno in presenza di una situazione tragica o inattesa si arriverebbe a essere troppo “cinici” o troppo “scettici”.

A bis). Quelli che pur conservando questo punto di vista e questa attitudine, si lasciano andare a conoscere la sodomia attiva in certi paesi, in certe condizioni, a certe età, e la praticano sia con donne che con ragazzi femminili. Questa è la sodomia degli eterosessuali che hanno appreso questo vizio per deviazione dal coito vaginale, o per mancanza di donne. Essi non sono né invertiti né omosessuali. Cercano uno spasimo più prezioso. Hanno per scopo sessuale la penetrazione del corpo che è al loro servizio.(2)

2). – Gli effeminati che hanno rapporti sessuali esclusivamente con le donne, che restano indifferenti di fronte ai maschi, ma spesso sono invertiti di fronte alle donne, che amano le donne mascoline, le tribadi, le lesbiche. Si trovano tra loro molti feticisti, saffici e masochisti.

3). – Quelli che hanno rapporti unisessuali per necessità, paura, povertà, giovinezza, inesperienza, assenza di donne, cattivi esempi, letture, curiosità, affezione, trascinamento, obbedienza, vanità, cupidigia, desiderio di impadronirsi di qualcuno più potente, per isolamento sociale o sentimentale, orgoglio, rivolta ubriachezza, occasione, promiscuità, ecc., ma senza modificazione della loro eterosessualità.

B). – ETEROSESSUALITA’ CONGENITA

Sotto l’influenza delle circostanze, della volontà, dell’ambiente, dell’abitudine, del vizio, o sotto l’influenza di un invertito superiore, che si unisce, dopo la pubertà, dopo lo sviluppo della vita sessuale, con l’inversione acquista o le cede.
4). – Che si unisce con l’inversione sessuale acquisita, sia simultaneamente che con periodicità.
5). – Che conduce all’inversione sessuale acquisita senza ritorno e senza periodicità.

CINQUE CASI SESSUALI

Preferisco citare de i casi storici piuttosto che dei casi clinici. Se non si conosce l’insieme di una vita umana non si può, nemmeno se si è il più smaliziato, il più sottile dei dottori, trovare una formula definitiva (salvo che non si tratti di un ultra-virile, ma non ci si indirizzerebbe mai ad un medico per quanto riguarda la sua vita sessuale, perché un medico non potrebbe insegnargli la morale o la psicologia; o quando si tratta di un passivo congenito e incurabile). Molti uomini passano da una sezione all’altra, dopo essere stati descritti nelle opere che trattano di psicopatia. È spesso una crisi passeggera che manda dal medico il suo uomo sessuale inquieto.

Per ogni caso storico mi preoccupo di avere almeno un caso di osservazione clinica, per non espormi alla possibilità di essere confutato sulla base di nuovi testi; ma attribuisco più importanza ai casi storici e non cito gli altri se non alla fine.

Comincio col caso di Vittorio Alfieri, illustre Italiano, un uomo di carattere energico, impaziente e nobile e un poeta. La storia della sua vita è nota, le sue passioni per le donne, il suo rispetto per le cose dello spirito e dell’intelligenza, il suo amore per la libertà, gli sforzi che poteva fare per dominare i suoi momenti di collera, di indolenza e di debolezza. Si faceva legare a una sedia per non andare a raggiungere una sua amante indegna e per lavorare.

Il brano seguente della sua autobiografia ci mostra che Vittorio Alfieri apparteneva alla categoria C dell’eterosessualità, e alla sezione (6) (a o b) di questa categoria, cioè che:
Vittorio Alfieri è un eterosessuale la cui eterosessualità congenita non esclude delle tendenze uraniste soffocate prima della pubertà o al tempo della pubertà.

I. – Alfieri. – Eterosessualità che soffoca le tendenze uraniste prima della pubertà.

Primi sintomi di un carattere appassionato, Capitolo terzo della Vita di Vittorio Alfieri: [citato nel testo originale di Alfieri e non ritradotto dal Francese].

“In capo a piú mesi non pensava piú tanto alla sorella, ed in capo a piú altri, non ci pensava quasi piú niente, e non desiderava altro che di esser condotto mattina e giorno al Carmine. Ed eccone la ragione. Dal viso di mia sorella in poi, la quale aveva circa nov’anni quando uscí di casa, non avea piú veduto altro viso di ragazza, né di giovane, fuorché certi fraticelli novizi del Carmine, che poteano avere tra i quattordici e sedici anni all’incirca, i quali coi loro roccetti assistevano alle diverse funzioni di chiesa; questi loro visi giovanili, e non dissimili da’ visi donneschi, aveano lasciato nel mio tenero ed inesperto cuore a un di presso quella stessa traccia e quel desiderio di loro, che mi vi avea già impresso il viso della sorella. E questo insomma, sotto tanti e sí diversi aspetti, era amore; come poi pienamente conobbi, e me ne accertai parecchi anni dopo, riflettendovi su; perché di quanto io allora sentissi o facessi nulla affatto sapeva, ed obbediva al puro istinto animale. Ma questo mio innocente amore per quei novizi giunse tant’oltre, che io sempre pensava ad essi ed alle loro diverse funzioni; ora mi si rappresentavano nella fantasia coi loro devoti ceri in mano, servienti la messa con viso compunto ed angelico, ora coi turiboli incensando l’altare; e tutto assorto in codeste immagini, trascurava i miei studi, ed ogni occupazione, o compagnia, mi noiava.”

“Fra i sette ed ott’anni, trovandomi un giorno in queste disposizioni malinconiche, occasionate forse anche dalla salute che era gracile anzi che no, visto uscire il maestro, e il servitore, corsi fuori dal mio salotto che posto a terreno riusciva in un secondo cortile, dove eravi intorno intorno molt’erba. E tosto mi misi a strapparne colle mani quanta ne veniva, e ponendomela in bocca a masticarne e ingoiarne quanta piú ne poteva, malgrado il sapore ostico ed amarissimo. Io avea sentito dire non so da chi, né come, né quando, che v’era un’erba detta cicuta che avvelenava e faceva morire; io non avea mai fatto pensiero di voler morire, e poco sapea quel che il morire si fosse; eppure, seguendo cosí un non so quale istinto naturale misto di un dolore di cui m’era ignota la fonte, mi spinsi avidissimamente a mangiar di quell’erba, figurandomi che in essa vi dovesse anco essere della cicuta.” [Epoca prima, Capitolo terzo] (Leggere anche il capitolo seguente)

Nel 1760, all’Accademia di Torino, (almeno due anni dopo quello che precede)

“In tutto quell’anno dell’Umanità, i miei costumi si conservarono ancora innocenti e purissimi; se non in quanto la natura da sé stessa senza ch’io nulla sapessi, me li andava pure sturbando.”[Epoca seconda, Capitolo secondo]

Queste confessioni di Alfieri hanno anche la loro importanza del punto di vista dell’educazione. Un osservatore attento che avesse visto la sensibilità, la salute delicata del bambino e avesse indovinato il suo amore per questi Carmelitani, avrebbe facilmente e segretamente creduto al suo uranismo.

II. – Baber. – Uranismo con tolleranza sessuale.

L’imperatore Baber,(3) nato verso il 1482, divenne re di Fergana all’età di 12 anni(4). A 18 si sposò con Aisha Sultan Begum, figlia del sultano Ahmed Mirza.

“Nei primi tempi del mio matrimonio – scrive l’imperatore nelle sue memorie – benché non avessi certo poco affetto nei suoi confronti, per pudore e per timidezza, non andavo da lei se non ogni dieci, quindici o anche venti giorni. Poi il mio affetto diminuì e la mia timidezza aumentò al punto che mia madre mi perseguitava con la sua collera furiosa, spedendomi come un criminale a vederla una volta al mese, o ogni quaranta giorni.

A quell’epoca un giovane uomo che si chiamava Baberi era distaccato al campo. Una curiosa coincidenza faceva in modo che i nostri nomi si somigliassero. Arrivai ad amarlo in modo meraviglioso; per dire la verità, divenni pazzo e uscii fuori di me a causa sua.

Era la prima volta che concepivo una passione per qualcuno. Non avevo mai sentito parole d’amore, non ero mai stato presente a conversazioni d’amore. In questa nuova situazione dello spirito composi dei versi in persiano: Mai un amante è stato triste, innamorato e male accolto come me; che mai il bell’amato sia così crudele, così sdegnoso come te! Qualche volta capitava che Baberi venisse a trovarmi; e allora con vergogna e imbarazzo, mi sembrava impossibile guardarlo in faccia. Come potevo dunque divertirlo con la mia conversazione o con la confessione della mia passione? Io lo vedevo mentre mi trovavo in una tale ebbrezza e in una tale confusione che non riuscivo a ringraziarlo di essermi venuto a trovare. E non potevo nemmeno rimproverarlo quando mi lasciava. Non avevo nemmeno tanta capacità di controllarmi da riceverlo nei modi usuali della cortesia. Un giorno, nel periodo di questa affezione e di questo attaccamento, capitò, passando attraverso uno stretto cammino con pochi servitori, che mi trovai di fronte a Baberi che veniva verso di me. Questo incontro mi sconvolse al punto che sembrò che io cadessi a terra a pezzi. Non avevo nemmeno la forza di guardare i suoi occhi né di dire una sola parola. Molto confuso e vergognandomi molto continuai la mia strada, lo lasciai lì, ricordandomi i versi di Muhammed Salikh: Provo vergogna quando incontro colui che amo, i miei compagni si girano verso di me e io distolgo lo sguardo. Questi versi dipingono chiaramente la mia situazione. La violenza della mia passione, il delirio della mia giovinezza e della mia follia mi trascinavano a testa e piedi nudi per sentieri e strade, per giardini e frutteti; trascuravo le attenzioni dovute agli stranieri e agli amici, il rispetto dovuto a me stesso e agli altri. Qualche volta, come un folle, cercavo la solitudine delle montagne, qualche volta giravo di strada in strada, cercando abitazioni e giardini. Non potevo né restare seduto né andarmene, non potevo né stare in piedi né camminare.”

L’amore–passione di Stendhal o di Saffo aveva messo al tappeto il giovane imperatore, per la prima e forse per l’ultima volta. Non conosco descrizioni più toccanti di questo amore appassionato, rispettoso, vittorioso, che fa abbassare gli occhi all’imperatore in presenza di Baberi, che lo rende balbuziente e esitante. La vergogna, il pudore dell’imperatore venivano dall’anima, dal cuore, non era la paura del pregiudizio o il pregiudizio. Baber racconta solo di questa unica passione; la sua vita agitata, pericolosa, piena di scossoni politici e militari, non gli concesse probabilmente la gioia di un secondo amore come il primo. Un uomo occupato può, se lo vuole, uccidere l’amore al suo inizio; e Baber ha dovuto in seguito evitare di avere un padrone così imperioso come l’amore. Questa passione violenta (passione dell’anima al più alto grado, e Baber ha il pudore di non raccontarne lo snudamento), senza recidive conosciute, deve chiarire la tendenza morale di Baber contro la pederastia e la sessualità eterosessuale. Egli traccia il ritratto di tutti i contemporanei, sultani, guerrieri, poeti e dice della maggior parte di loro che erano tropo dediti alla pederastia o alle donne. Se Baber ha conosciuto soprattutto l’uranismo-passione ha pienamente il diritto di criticare la pederastia; forse senza la sua passione per Baberi, sarebbe stato più indulgente verso gli altri o più licenzioso. Per un uomo degno di essere un uomo (come Baber) non c’è rapporto logico tra l’amore passione (amore dell’intelligenza e dei sensi) e il vizio, tra la condotta di Casanova e quella di Desgrieux, tra la condotta di Manon Lescaut e quella di Giulietta e Romeo, tra la condotta di Eliogabalo quella dell’imperatore Adriano o di Mlle de Lespinasse.

Baber lasciò sette figli. Non fu felice con molte delle sue donne. Era un uomo cavalleresco, magnanimo, buon figlio, buon fratello, buon padre, buon amico, senza la furberia e la crudezza dell’Asia. Era molto forte e vigoroso. Amava le arti e scrivere versi. È uno dei più grandi uomini dell’Asia e un grand’uomo alla maniera degli eroi di Plutarco. È stato paragonato a un eroe di Froissart. I medioevo è meno ingenuo di quanto lo si sia creduto, e al di fuori della vita religiosa, poco delicato. L’eroismo di Baber conserva sempre qualcosa della sensibilità orientale. Dopo questi due uomini, Alfieri e Baber, la discesa che si fa per arrivare a Jaen-Jacques Rousseau è rapida.

Jaen-jacques fu un eterosessuale nonostante la sua masturbazione e il suo masochismo, malgrado gli esempi unisessuali, malgrado le stesse tentazioni, perché quando parla di “pericolo” a proposito della sua notte con l’abate, non può che parlare di un pericolo morale.

La tendenza di questo masturbatore (che si abbandonava alla sua abitudine sulla strada principale mentre attendeva Mme d’Houdetot) di fronte all’inversione, stona curiosamente a fianco di quella di Diderot. Strindberg nelle sue memorie si è ricordato dell’indignazione morale di Rousseau.
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(1) M. Maurice Barrès, scritto per questa classe.
(2) Non è forse contro di loro che Mosé e san Paolo hanno lanciato anatemi?
(3) Ẓahīr ud-Dīn Muḥammad, più comunemente noto come Bābur, (Andijan, 14 febbraio 1483 – Agra, 26 dicembre 1530), fu il fondatore della dinastia Mogol in India. Discendente diretto di Tamerlano, riuscì con una lunga serie di successi militari a fondare uno degli imperi più importanti e potenti nella storia dell’India. [Nota del traduttore]
(4) L’anno della spedizione di Carlo VIII a Napoli.

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EVOLUZIONE DEI RAPPORTI ETERO-GAY

Rapporti etero-gay e femminilizzazione del gay

I rapporti etero-gay, così come erano vissuti nel XIX secolo e all’inizio del XX, proprio perché in essi il gay appariva al maschio dominante etero come il “sostituto di una donna” inducevano anche il gay, che con ogni probabilità avrebbe preferito un rapporto paritario, ad assumere un ruolo più marcatamente femminile, reprimendo i suoi istinti che lo avrebbero portato a reclamare la parità almeno sul piano sessuale.

L’interesse dell’etero per il pene del gay era di norma inesistente e l’idea che il gay potesse provare una forma di piacere non riducibile al solo ruolo passivo non era minimamente presa in considerazione, l’eiaculazione era appannaggio solo del partner etero, il gay doveva limitarsi a procurarsi l’orgasmo tramite la masturbazione, ma separatamente e fuori dalla vista del suo compagno, al quale non piaceva doversi ricordare di avere avuto un rapporto sessuale con un ragazzo e non con una ragazza. Per ciò stesso le caratteristiche maschili del ragazzo gay dovevano essere minimizzate o dovevano sparire, si arrivava ad incoraggiare il gay a non tagliarsi i capelli e ad acconciarli in fogge vagamente femminili, ad usare profumi o biancheria intima femminile, ma si arrivava anche a chiedergli di nascondere il pene tra le cosce per non mostrarlo al suo compagno e a depilarsi; nell’intimità lo si chiamava con nomignoli femminili analoghi a quelli che si sarebbero usati per una prostituta.

Il ragazzo gay finiva per convincersi che per non perdere il suo compagno fosse indispensabile compiacerlo per quanto possibile ed era spinto per questo ad assumere atteggiamenti languidi, a nascondere i suoi desideri e, in buona sostanza a “recitare consapevolmente” un ruolo femminile.

La seduzione nel rapporto etero-gay

Per avere un’idea concreta delle tecniche di seduzione tramite le quali un etero facoltoso arrivava ad ottenere la disponibilità di un ragazzo gay di bassa condizione sociale, possiamo riferirci ai modi di fare di Oscar Wilde. Non entro minimamente nella questione concernente l’omosessualità di Wilde, che comunque era sposato e aveva due figli, i suoi rapporti con i ragazzi hanno però parecchie caratteristiche dei classici rapporti etero-gay. Come risultò durante il processo, Wilde ebbe un’amicizia intima con un certo Wood, un maestro cantore diciottenne, che Wilde invitò a cena e al quale prestò denaro, ebbe un legame con un giovane commesso di libreria al quale regalò 200 franchi, una cifra enorme, fece fare abiti eleganti per un giovane vagabondo, un certo Alfonso Conwell, e alloggiò con lui una notte a Brighton. Wilde era amico di un certo Taylor, procacciatore di ragazzi, noto alla polizia, aveva coabitato a Parigi col giovane Atkins, aveva cenato in un hotel di lusso col domestico Scott e gli aveva regalato un portasigarette. L’elenco potrebbe continuare, mi limito a fare rinvio a “Gay e Storia”, Biblioteca di Progetto Gay: “Il processo a Oscar Wilde”, in cui il lettore potrà trovare molti dettagli utili ad illustrare la situazione.

Mi si potrebbe obiettare, e non senza ragione, che le storie omosessuali di Wilde sono molto più vicine a semplici vicende di prostituzione che ai classici rapporti etero-gay e che l’unica storia veramente importante di Wilde fu quella con lord Alfred Douglas, che non può essere interpretata alla luce del modello etero-gay, non fosse altro, per il rango sociale di Douglas, certo non inferiore a quello di Wilde, ma il riferimento a Wilde serve almeno ad avere un’idea dei mezzi di seduzione tipici dei rapporti etero-gay, in cui mancava il corrispettivo in denaro della prestazione sessuale, tipico della prostituzione, e tutto era basato sul fatto che il giovane che si accompagna a Wilde poteva assaggiare la vita dell’alta società, che gli sarebbe stata altrimenti preclusa. I viaggi su treni di lusso, le cene in alberghi importanti, e gli ingressi in ambienti esclusivi erano i veri strumenti di seduzione di questo tipo di rapporti. Nel caso di Wilde erano rapporti senza alcuna componente affettiva, con l’unica eccezione, forse, di Alfred Douglas, ed erano troppo numerosi e superficiali per avere una minimo di continuità.

Raffalovich negli Annali dell’Unisessualità accusa più volte e in modo molto accesso John Addigton Symonds di avere usato il suo prestigio e il suo denaro per sedurre alcuni giovani ma dalla lettura dei diari di Symonds risulta tutt’altro. Symonds, anche se era sposato anche lui, come Wilde, e aveva due figlie, era tuttavia profondamente omosessuale, subiva certamente il fascino dei ragazzi delle classi popolari, non solo gay ma anche etero, ma costruiva con loro dei rapporti tendenzialmente paritari, cosa tipica dei gay, non rinnegava affatto l’identità maschile di quei ragazzi, che era anzi la causa prima del suo interesse e non rinnegava nemmeno la loro eterosessualità, quando erano eterosessuali, e soprattutto se ne innamorava veramente, scriveva poesie struggenti per loro e costruiva con loro rapporti di amicizia destinati a durare. Con buona pace di Raffalovich, le storie d’amore di Symonds furono classiche storie di innamoramento gay, non sempre indirizzate verso ragazzi gay e con una componente affettiva fortissima.

Evoluzione dei rapporti etero-gay

I rapporti etero-gay, così come li abbiamo ricostruiti rappresentano una realtà ormai superata. Nel secolo XIX e all’inizio del XX, per un etero frustrato nei suoi rapporti eterosessuali, non era certamente facile trovare un ragazzo gay disponibile, e quando questo accadeva, il rapporto aveva, proprio per questa ragione, una sua intrinseca stabilità. Il caso di Wilde è poco significativo perché il suo comportamento era fortemente eccentrico e poco allineato al comportamento dell’uomo sposato medio in cerca di ragazzi.

Con la liberazione sessuale post ’68 e soprattutto con l’arrivo di Internet, la situazione è rapidamente cambiata e l’assenza di rapporti affettivi forti, unita alla facilità di trovare partner disponibili ha portato alla sostanziale instabilità dei rapporti etero-gay, che tuttavia non sono scivolati verso la prostituzione, perché la maggior parte dei rapporti costruiti tramite internet non prevede alcun mercimonio, i mezzi di seduzione tipici dei rapporti etero-gay sono rimasti comunque i medesimi, perché l’offerta di fare una crociera insieme o di trascorre una settimana in un grande albergo all’estero non è in genere intesa come un corrispettivo per delle prestazioni sessuali. In buona sostanza le relazioni etero-gay di lunga durata sono diventate una rarità e la facilità di cambiamento del partner domina ormai la scena.

Per dare alcuni esempi dell’evoluzione dei rapporti etero-gay, che vedono coinvolti uomini sposati, nel XXI secolo, mi riferirò ad un interessante articolo comparso in “LGBTQ Nation” del 20 Marzo 2016, intitolato “‘Straight’ men discuss their secret sexual relationships with other men”. L’articolo presenta tre intervistare ad eterosessuali-bisessuali ottenute sotto garanzia di anonimato. Riporto qui di seguito quelle interviste. Premetto tuttavia che, come appare ovvio dal contesto, i termini eterosessuale e bisessuale sono usati con accezioni lievemente diverse da quelle adottate in Progetto Gay.

1) Rob

Rob (nome fittizio) 46 anni, vive a San Jose, California, ed è sposato con sua moglie da 12 anni. Si identifica come “etero con tendenze bisessuali”, ha avuto relazioni segrete con ragazzi da quando aveva 19 anni.
“Agganciare altri uomini, per me, è un modo non complicato per rilassare i miei ardori sessuali. È solo un rilassarsi fisicamente, senza obblighi.”
Rob preferisce incontrare altri uomini sposati, in segreto, piuttosto che single o gay dichiarati. Trova la maggior parte dei ragazzi su internet tramite i siti di incontri.
“Vado cercando altri uomini sposati per la semplice ragione che siamo nella stessa barca, e spero possano essere interessati a quello che sto cercando io. Non voglio mettere a repentaglio il mio matrimonio. Un altro uomo sposato lo può capire. Gli uomini sposati non vogliono assumersi troppi rischi.”
Secondo Rob, il primo rischio è: “provare forti emozioni o innamorarsi. Io non vorrei proprio diventare un oggetto di desiderio per un altro uomo. Trovo attraenti alcuni uomini, ma per me è solo una questione di sesso. Non mi sento assolutamente attratto verso un uomo come un innamorato.”
Rob vede adesso regolarmente due uomini. “Uno è divorziato, l’altro è vedovo e quasi in pensione. Vivono entrambi soli e quindi ci possiamo vedere a casa loro”, ma sta bene attento ad aggiungere subito. “l’amore non c’entra niente.”
“Mia moglie non sa nulla” ammette Rob, “Non mi sento colpevole quando faccio quello che faccio. Comunque starei a disagio se lei lo venisse a sapere. Ne sarebbe sconvolta e lo considererebbe un tradimento. La cosa mi preoccupa molto, perché non voglio divorziare.”

2) Tony

Tony (nome fittizio) ha 32 anni, è divorziato, vive a New York e solo di recente ha cominciato a considerarsi bisessuale anche se lo ha detto soltanto a pochissime persone. Ha delle ragazze quando capita, e anche pochi compagni che occasionalmente incontra per fare sesso.
“La prima volta che ho fatto qualcosa con un ragazzo avevo 21 anni. Lui era un ragazzo più grande, sposato, l’ho conosciuto in un sito gay.
Il mio problema è che New York è una città molto adatta ai gay femminili, e quello non è il mio tipo. Mi piacciono solo i ragazzi che non sono identificabili come gay. Questa è la mia regola. Quando trovo qualcuno così me lo tengo come compagno regolare.”
Anche Tony incontra la maggior parte dei ragazzi tramite internet e, dopo, cerca spesso di stabilire amicizie strette con loro. Dice di non avere paranoie circa il fatto che le gente sappia quello che lui fa ma comunque non si sente del tutto a suo agio.
“Mi preoccuperebbe il fatto di dire a qualcuno che ho avuto una relazione con un uomo, forse un giorno la penserò diversamente. Comunque, devo essere sicuro che il tipo soddisfi i miei criteri.“
“La mia ex-moglie non sapeva quello che facevo” dice Tony. “Le donne con cui ho avuto incontri dopo, però, lo sapevano. Loro sanno come sono e ancora penso di essere interessante e attraente, al di là di tutto questo. A questo punto della mia vita, non me la sento più di vivere di menzogne.”

3) Andrew

Andrew (nome fittizio), 33 anni di New Orleans, si considera totalmente etero ed è sposato con sua moglie dall’età di 21 anni. Ha avuto la sua prima esperienza gay circa dieci anni fa.
“Dopo solo due anni di matrimonio cominciai a capire che volevo provare qualcosa di diverso, da allora ho avuto rapporti con una dozzina di ragazzi. Non è molto, normalmente succede quando mi sembra che il mio matrimonio stia per andare a rotoli e stia diventando noioso, e alla fine mi rinvigorisce.”
Come Rob e Tony, anche Andrew trova la maggior parte dei ragazzi che incontra tramite internet e tende a orientarsi verso persone che sono in incognito.
“Preferisco uomini di questo tipo, trovo che con loro ho più cose in comune ed è più facile creare un rapporto.”
“Se mia moglie lo venisse a sapere mi lascerebbe” dice Andrew. “lei è molto tradizionalista e religiosa e non crede nell’omosessualità. Io la amo e vorrei avere con lei una specie di relazione libera, ma lei non sarebbe mai d’accordo.”
“Il fatto di incontrarmi con altri uomini non è qualcosa di cui io sono orgoglioso. Vorrei non sentire la necessità o la voglia di farlo, ma c’è qualcosa nello stare con un altro ragazzo che mi riaccende. Dopo che sono stato con un altro ragazzo mi sento molto più amabile e più felice quando sto in casa, e questo mi dà nuova vita.”

Comportamenti sessuali e percezione dell’orientamento sessuale

Jane Ward è Professore associato e vice direttore del Dipartimento di studi sul Genere e sulla Sessualità, e direttore del Programma di studi LGBIT dell’Università della California Riverside, e anche autrice del libro di successo: “Non Gay: Sesso tra uomini bianchi eterosessuali”.

“Possiamo imparare molto sulla fluidità sessuale e la diversità dagli uomini che vivono di nascosto. – dice la Ward – Alcuni uomini si identificano come bisessuali ma non dichiarano in pubblico i loro rapporti con gli uomini. Altri si identificano come totalmente eterosessuali e considerano il fatto di fare sesso con gli uomini come un hobby erotico, per così dire. Per loro è solo un mezzo occasionale per scaricarsi, ma non è certo una cosa sufficientemente significativa per influenzare il loro modo di intendere il loro orientamento sessuale.
La questione fondamentale è che la gente può farsi coinvolgere nelle stesse attività sessuali ma può dare a quelle cose i significati più diversi.
È questo processo di attribuzione di senso che alla fine conta quando di tratta di come le persone si identificano dal punto di vista sessuale.
Diversamente dagli animali, noi umani abbiamo la capacità di riflettere sulle nostre pratiche sessuali e su quello che esse significano nel determinare chi siamo e chi vogliamo essere.”

Condivido totalmente il giudizio di Jane Ward.
Un altro esempio significativo del valore del giudizio soggettivo sui comportamenti, al di là della loro oggettività, si può ritrovare nell’analisi del rapporto sesso gay-gioco sessuale etero, nel capitolo dedicato ala sessualità gay.

Fermiamoci ora ad analizzare le tre interviste. Uomini sposati (o che sono stati sposati e hanno comunque delle compagne) hanno rapporti sessuali con altri uomini. L’elemento comune è la non consapevolezza delle mogli o delle compagne, con l’eccezione di Andrew, che dice di non voler più vivere nelle menzogne. In tutti e tre i casi gli intervistati non considerano la relazione omosessuale un’alternativa al matrimonio, che essi non vogliono mettere in crisi, ma solo un diversivo sessuale, magari favorito dall’amicizia con persone anch’esse sposate che “sono sulla stessa barca”, o addirittura uno stimolo per riaccendere l’interesse eterosessuale quando questo tende a venire meno. Emerge chiaramente che la vita matrimoniale di questi uomini non è gratificante, che il dialogo con le mogli è di fatto inesistente ma che nonostante tutto il rapporto etero ha una sua stabilità dovuta soprattutto all’ambiente sociale, come si deduce dal fatto che questi uomini tendono a mantenere segrete le loro frequentazioni omosessuali e a conservare un rapporto matrimoniale formale anche quando all’interno della coppia manca la comunicazione anche su aspetti fondamentali della sessualità. Appare evidente che questi uomini sono legati al matrimonio e all’eterosessualità, tendono a sottolineare che non intendono in nessun modo diventare oggetto del desiderio sessuale di altri uomini e che non vedono i loro incontri sessuali con altri uomini come incontri d’amore, e addirittura considerano l’ipotesi di innamorarsi di un uomo come il maggiore dei rischi delle loro relazioni omosessuali, rischio che va evitato accuratamente. Questi uomini, nonostante i loro rapporti omosessuali, non si percepiscono affatto come gay, anzi tendono a non creare rapporti con singoli gay o con gay dichiarati e a stare con altri uomini sposati, ammettono al massimo una loro tendenza bisessuale, ma solo a livello sessuale. Nel capitolo dedicato alla sessualità gay avremo modo di parlare ampiamente degli etero curiosi, categoria nella quale gli uomini sposati che si percepiscono come etero e hanno rapporti omosessuali possono essere ricompresi. Come vedremo si tratta di un gruppo molto numeroso.

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CLASSIFICAZIONE DELLE SESSUALITÀ (Raffalovich) – URANISMO

Nelle pagine del libro di Raffalovich su “Uranismo e unisessualità” che potete leggere qui di seguito, l’autore non solo definisce che cosa sia l’unisessualità ma cerca di sintetizzarne la complessità attraverso la definizione di categorie basate sull’osservazione della realtà. L’omosessuale del XXI secolo si rende perfettamente conto che la classificazione di Raffalovich ha ben poco di clinico e che ormai, per lui, l’idea che l’omosessualità sia materia per psichiatri, è del tutto fuorviante. Raffalovich classifica la normalità dell’omosessualità, chiaramente per come si manifesta alla fine dell’800. Il peso del condizionamento sociale, nello spingere gli omosessuali al matrimonio è ancora molto forte ed è evidente che gli omosessuali di fine ‘800 non avevano altro modo di incontrarsi se non gli squallidi luoghi della prostituzione maschile o i salotti dell’altra società, che Raffalovich conosceva bene. Il linguaggio che l’autore usa è in parte diverso da quello che si userebbe oggi, ma i concetti sono decisamente chiari e molto ben delineati. Si potrebbe dire che, a parte internet, che ha fornito agli omosessuali enormi possibilità di confronto e di incontro, e a parte alcuni recentissimi istituti giuridici che hanno riconosciuto alle coppie omosessuali unite civilmente diritti analoghi a quelli riconosciuti alle coppie eterosessuali sposate, ben poco è cambiato a livello sociale. L’omosessualità come normalità è ancora lontanissima dai giornali e anche dal cinema, e la dimensione scandalistica, più o meno attutita da un atteggiamento politicamente corretto più “tollerante”, non fa che perpetuare il solco che lascia l’omosessualità in una specie di limbo sociale. Dalla pubblicazione del libro di Raffalovich sono passati più di 120 anni, ma il lavoro che resta da fare è ancora enorme. Ma lasciamo la parola all’autore.

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CLASSIFICAZIONE DELLE SESSUALITÀ

A. – Inversione sessuale congenita o uranismo incoercibile per tutta la vita, senza rapporti eterosessuali, comprendente tutti gli uranisti a) super-virili, ultra-virili, un maschio e mezzo, ultra-maschili; b) virili, c) effeminati, d) passivi, che non hanno mai avuto rapporti sessuali con una donna.

1). – Che non ne hanno il desiderio.
2). – Che ne hanno avuto un desiderio così fuggevole, così poco fisico, così poco importante che non sono stati tentati di richiamarlo e di soddisfarlo.

Inversione sessuale congenita o uranismo incoercibile per tutta la vita, malgrado dei rapporti eterosessuali, comprendente tutti gli uranisti (appartenenti alle classi b) virili e c) effeminati, perché gli appartenenti alle classi a) ultra-virili e d) passivi, non hanno affatto rapporti sessuali con le donne, a meno di non esserci costretti.

B. – Inversione sessuale congenita o uranismo che cede alle circostanze, all’ambiente, alla volontà, e dopo la pubertà si concilia con l’eterosessualità acquisita o cede ad essa.

C. – Inversione sessuale congenita o uranismo (parziale) che non esclude degli istinti eterosessuali già presenti prima della pubertà o a partire da essa, che soffoca quegli istinti, si concilia con essi o cede ad essi.

A. – Eterosessualità congenita, incoercibile per tutta la vita, senza rapporti unisessuali o malgrado questi rapporti.

B. – Eterosessualità congenita che cede alle circostanze, all’ambiente, alla volontà, e dopo la pubertà si concilia con l’unisessualità acquisita o cede ad essa.

C. – Eterosessualità congenita che non esclude degli istinti unisessuali o uranisti già presenti prima della pubertà o a partire da essa, che soffoca quegli istinti, si concilia con essi o cede ad essi.

A. – Inversione sessuale congenita o uranismo incoercibile per tutta la vita, senza rapporti eterosessuali, comprendente tutti coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali con una donna.
1). – Che non ne hanno mai avuto il desiderio.
2). – Che ne hanno avuto un desiderio così fuggevole, così poco fisico, così poco importante che non sono stati tentati di richiamarlo e di soddisfarlo.

Inversione sessuale congenita o uranismo incoercibile per tutta la via malgrado qualche rapporto eterosessuale, comprendente tutti coloro

3). – Che hanno creduto in vano che un matrimonio o una relazione femminile li avrebbe resi felici, e che non hanno riconosciuto il loro errore e non hanno subito alcuna modificazione del loro uranismo o anche lo hanno visto aumentare. Senza essere impotenti di fonte alla donna, ella non dona loro che poco o nessun piacere fisico, o lo dona raramente. Le cause del loro matrimonio o della loro relazione sono state sentimentali, ricercate, volute, nate dalla volontà e dall’illusione.

4). – Che, non rendendosi conto del loro uranismo, hanno cominciato con dei rapporti con delle donne per arrivare da lì alla conoscenza della loro vita sessuale, e il cui uranismo non è stato modificato, o è stato aumentato da questi rapporti. Questa sezione non comprende affatto gli ultra-virili o i passivi, ma molti effeminati e virili. Non si deve confondere questa sezione con la classe dell’inversione acquisita.

5). – Che hanno avuto dei rapporti con delle donne per necessità sociale o legale, curiosità, imitazione, vanità, affetto, formazione, ma senza modificazioni o con un’intensificazione del loro uranismo.

Si trova tra loro la maggior parte dei sovrani uranisti, Edoardo II, Giacomo I, Guglielmo III d’Inghilterra, Enrico III di Francia, Federico, re del Wurtembourg, Federico il grande e molti altri, come innumerevoli principi, duchi, nobili, banchieri, artisti, contadini. Senza rifletterci troppo si potrebbe citare Monsieur, fratello di Luigi XIV, il gran Condé, il marchese di Gesvres, M. de Custine, il Sodoma; tutti quelli che si sposano per obbedire a ragioni di famiglia, per aumentare le loro fortune, per stabilizzarsi in modo più solido, per ingannare il mondo, per avere una domestica devota, per avere figli, perché hanno paura del loro uranismo. Tra loro ci sono anche molti amanti di attrici.

URANISMO A. – (1,2,3,4,5)

Gli scienziati riconoscono oggi l’esistenza di numerosi individui maschi che (per la maggior parte fin dalla loro infanzia, prima della pubertà) sono esclusivamente, spontaneamente, portati sessualmente, sentimentalmente, sensualmente, amorosamente, intellettualmente, verso altri individui del medesimo sesso. Questi sono gli uranisti.

Come ho già detto, il coito anale (attivo o passivo) non è il fine della loro sessualità o la soddisfazione del loro istinto sessuale; ne è piuttosto una deviazione, nello stesso modo in cui il coito anale è una deviazione per gli eterosessuali.

L’amore gli uomini per gli impuberi è ugualmente al di fuori dell’uranismo normale, come l’amore per le ragazzine è al di fuori dell’eterosessualità normale. Ci sono eterosessuali depravati che cercano bambine, come ci sono degli uranisti depravati che cercano bambini.

La sodomia, coito anale attivo o passivo, e l’amore sessuale che si soddisfa con dei ragazzini, non riguardano più l’unisessualità che l’eterosessualità.

Gli uranisti che amano giovani uomini o uomini maturi non sono necessariamente effeminati.

Ci sono uranisti di tutti i generi, dagli ultra-virili e i virili (Michelangelo, il principe Eugenio, August von Platen, Winckelman, Johannes von Muller), fino agli effeminati, fino ai passivi (Monsieur, fratello di Luigi XIV, l’invertito il cui romanzo è stato pubblicato negli Archives d’Anthropologie criminelle, Ulrichs, il Mercante di burro di cui parla Emile Laurent  in “Les Habitué des prisons”, il conte Cajus di cui parla Casper); da quelli la cui passione è la similarità, fino a quelli che ristabiliscono tra maschi la differenza sessuale che c’è tra l’uomo e la donna, amando un maschio più maschile o più femminile.(1)

L’uranismo si sviluppa precocemente – o, quanto meno, gli uranisti si ricordano delle loro tendenze precoci per il sesso maschile, – e si trova più spesso essere la causa dell’onanismo e della masturbazione al tempo della pubertà, più che essere causato da loro.(2)

Nell’età dell’indifferenza sessuale che caratterizza l’infanzia e che precede o accompagna il risveglio della sessualità, gli uranisti più veri, possono amare molto donne o giovani ragazze, ma senza sessualità, a meno che non siano così eccitabili che qualsiasi essere umano metta in agitazione i loro sensi. I loro sogni a occhi aperti o quando dormono sono unisessuali. I loro tentativi con le donne (quando non si sono ancora resi conto del loro temperamento, o quando si sono messi in mente di superarlo, o quando si sposano per ragioni politiche, amicizia o interesse, o per fondare una famiglia e avere dei figli) sono poco soddisfacenti e danno loro più senso di fatica e di fastidio che di appagamento. Quando incontrano qualcuno del loro sesso che a loro piace o al quale piacciono molto, capiscono la loro situazione, se non l’hanno capita con l’aiuto della lettura e della riflessione, e la maggior parte di loro si accontenta dei sentimenti che la natura ha loro accordato.

I loro primi amori assomigliano molto a quelli degli eterosessuali, forse con in più l’amicizia: lettere, regali, scene di gelosia, riconciliazioni, sacrifici, mano nella mano, carezze, baci … Se si lasciando andare, se seducono o sono sedotti, ne possono seguire tutte le soddisfazioni unisessuali, salvo la sodomia che è rara.(3)

Il corso della loro vita dipenderà dai loro caratteri, dall’ambiente, dalle circostanze, da tutto quello che agisce sull’uomo, lo migliora o lo sminuisce.

Tra gli uranisti si trovano persone caste, persone moderate ma anche sensuali, viziosi e depravati; maschi ultra-virili, soprattutto dediti all’amore della similarità, amore fisico o psichico, o sia l’uno che l’altro; altri che sono anche maschi e che cercano nel maschio qualcosa di più delicato che l’uomo o la donna, che cercano questa sensibilità ragionevole, così poco femminile, che si può raggiungere senza falsa galanteria; altri che sono maschi anche loro, che sono inseguiti dalla passione della dissimilarità, che sono affascinati dal fatto di introdurre in un rapporto unisessuale tutte le sdolcinatezze, tutte le galanterie, tutte le civetterie dell’amore eterosessuale, che ameranno un uomo come una donna virile ama un uomo, o come un uomo ama una donna, secondo l’età, le circostanze, l’individuo amante o amato.

Altri sono effeminati e i loro amori sono sempre o quasi sempre gli amori di una donna per un umo. Se sono ancora più effeminati, sono gli amori di una donna per una donna. “Non si conoscono le carezze se non si è stati amati da un essere debole” disse Diderot. Questi si sentono donne, vorrebbero essere donne, adorano i dolcetti, le menzogne, i profumi, i salottini, i cancan, le attrattive femminili, gli abiti femminili. La brutalità non dispiace loro più che a una donna.

Non è solo la natura che li ha formati così effeminati, ma si sono abituati a questo modo di essere. Ci si sono compiaciuti e ci hanno sguazzato. Hanno esagerato le loro tendenze femminili e anche il mondo ha contribuito a esagerarle, sia lamentandosene sia accettandole e divertendosene benevolmente. Le loro piccole paure, le loro piccole vanità sono state incoraggiate dalle donne come dagli uomini.(4) Questi vecchi Cherubini (perché sono spesso vecchi e di Cherubino non hanno che il travestimento) trovano spesso delle contesse Rosine.

Questi effeminati sono degli strumenti di tortura per la società che li alleva e si prende cura di loro. Essendo oziosi per la maggiora parte del tempo, dato che un uomo occupato non saprebbe come trovare il tempo libero per effeminarsi a un livello così estremo, possono non solo imitare ma anche sorpassare la donna in tutto ciò che essa ha di più frivolo e di più riprovevole.

La vanità, una volta scatenata, trovando buon nutrimento, non si ferma, se le circostanze le vengono in aiuto.

Sono questi effeminati che ricercano così tanto gli eterosessuali per vanità, perché è molto più esaltante dominare un uomo che ama le donne, perché sembra una cosa più difficile, anche se in sostanza è forse più facile, se si sceglie l’eterosessuale povero o venale o socialmente inferiore e vanitoso o che non conosce la perfidia o il sottile valore dell’uranista effeminato.

Quando gli uranisti virili o ultra-virili evitano gli uranisti evidenti, e sembrano cercare l’eterosessuale, il cosiddetto uomo normale, non è affatto per vanità o per vizio, ma è perché conoscono bene le falsità e i difetti degli invertiti effeminati, – perché sono alla ricerca di un amico-amante senza la tara della femminilità o dell’effeminatezza, di un amico che sia degno di essere amico, e di un amante che essi possano plasmare e completare. Sanno che molti uomini apparentemente eterosessuali sanno poco di se stessi e non si ritengono capaci di unisessualità o anche votati all’unisessualità, se l’amante giusto si presentasse.

Se scoprissero che l’uomo maschio che amano è vergine, questi uranisti maschi potrebbero solo amarlo di più, anche se molti uranisti effeminati subirebbero  (a meno che non fossero molto giovani o molto maturi  o molto corruttori) la delusione di molte donne in presenza di un uomo vergine. L’ideale di molti uranisti sarebbe un uranista apparentemente eterosessuale, che loro siano i primi a scoprire; essi avrebbero dalla sorte le primizie di una verginità sentimentale e sessuale e non correrebbero il rischio del discredito sociale. Molti uranisti non osano avvicinarsi agli uomini “di cui abbiamo parlato” che sono loro simpatici e attendono dal caso l’avvicinamento desiderato.

Si è così spesso parlato della preferenza degli uranisti per gli eterosessuali al punto che è importante capirne le cause, e chiarire che un uranista maschio non può preferire un eterosessuale che nella speranza di trovare un fratello degno di lui, o perché se ne innamora o per prudenza o per vizio – mentre con l’effeminato bisognerebbe soprattutto fare leva sulla vanità.(5)

Tutti gli uranisti di cui ho parlato si tengono dunque all’unisessualità quando hanno pienamente riconosciuto il carattere della loro sessualità. Un uranista può ignorare, lo ripeto, fino a un certo momento il suo uranismo, o non crederlo completo e non sradicabile e può mettersi alla prova con l’eterosessualità per un motivo o per l’altro, ignoranza, imitazione, vanità, perché crede di obbedire a una delle necessità della virilità. Ma se abbandona questi rapporti perché non sono un piacere per lui, perché gli sembrano sgradevoli, insipidi, sporchi o contrari alla natura, e se si rende conto di queste cause, e se il sesso maschile lo attira, allora è un uranista.

Se ha un’amante per sviare i sospetti o perché altre donne lo lascino tranquillo, o perché non ha il coraggio di rompere un legame avviato quando lui sapeva poco di se stesso, o se si sposa per obbedire a dei motivi di denaro, alla sua famiglia, per avere dei figli o per paura dello scandalo, è sempre un uranista, se il sesso maschile lo attira più di quello femminile, o se per lui avere un’amante o una moglie è un dovere o un asservimento, se l’infedeltà per lui non è possibile o non gli sembra possibile se non con un uomo.

La paura, la prudenza, la coscienza posso trattenerlo vicino alla donna che egli ha subito o si è imposto, ma è comunque un uranista, e l’unisessualità può farlo stare bene.

B. – Inversione sessuale congenita o uranismo (sotto l’influenza delle circostanze, della volontà, dell’abitudine, dell’ambiente, del vizio), che si allea dopo la pubertà, dopo lo sviluppo della vita sessuale, all’eterosessualità acquisita, o che le cede;

6). – Che si allea con l’eterosessualità acquisita, sia simultaneamente, sia periodicamente, e che porta alla tolleranza sessuale acquisita dei sensuali, e all’indifferenza sessuale acquista dei freddi. È l’ermafroditismo psichico di Krafft-Ebing, espressione che mi sembra fuorviante.

7).  – Che porta all’eterosessualità acquisita, e che le cede (dopo una lotta più o meno prolungata) senza periodicità e senza ritorno. Se questo stato si presenta poco dopo il ventesimo anno, prima dell’ingresso nel mondo, non lo si potrebbe affatto distinguere dalla eterosessualità congenita assoluta. È su questo stato che contano i padri di famiglia quando mandano i loro figli in collegio.

Questi eterosessuali, a base unisessuale, quando non sono grandi uomini o degli uomini dediti al dovere, sembrano spesso avere subito una specie di castrazione morale.

URANIMO B. – (6,7)

Questa seconda divisione o categoria comprende gli uranisti che possono modificarsi o essere modificati fino al punto di acquisire non solo abitudini e vizi, ma anche gusti e tendenze eterosessuali, sia al posto del loro istinto unisessuale, che anche simultaneamente o periodicamente.

Questa seconda categoria comprende dunque gli uranisti che (per dovere, per obbligo, per costrizione, per coscienza, per vanità, cupidigia, interesse, coinvolgimento, curiosità, debolezza, simpatia, per tutte le ragioni morali, sociali e intellettuali), si allenano all’eterosessualità e rinunciano, per un motivo o per l’altro, alla loro sessualità naturale e finiscono per rimpiazzarla con quella acquisita, e quelli che cumulano le due sessualità. Questi ultimi sono i perversi, i più pervertiti, gli uranisti più pericolosi per il benessere morale. La sessualità normale carica e asservisce già abbastanza un uomo; e questo ermafroditismo psichico o psicosessuale completo dà troppo spazio e troppa importanza alla sessualità di un uomo e porta troppo squilibrio.(6)

I rapporti con una donna, invece di pacificare certi uomini di questa classe li avviano verso una eccitazione unisessuale; il contrario ha luogo raramente tra gli uranisti con eterosessualità acquisita.

Se invece il dovere austero, o l’altruismo o una passione per una scienza o una occupazione non producono cambiamenti di direzione sessuale (perché allora il dovere si manifesta in uomini di grande valore dotati di singolare spirito di dedizione, che arrivano a un’abnegazione, a un sacrificio, a una disciplina che li ricompensa) questi uranisti non sono uomini dotati di molta forza di carattere.

La paura, la mollezza, l’obbedienza alle convenzioni sociali, l’abitudine, la regolarità, hanno un ruolo altrettanto importante nella loro condotta di quello della volontà, dell’energia e della convinzione.

Si troverebbero più virtù virili e più potenti negli uranisti impenitenti che nei convertiti. Questi convertiti mi danno spesso l’idea di aver subito una castrazione morale.

C). – Inversione sessuale congenita, uranismo parziale, che non esclude gli istinti eterosessuali già presenti prima o a partire dalla pubertà, prima dello sviluppo della vita sessuale, che soffoca questi istinti, si allea con loro o cede loro.

8). – Che soffoca gli istinti eterosessuali, (a) prima della pubertà, (b) al tempo della pubertà, (c) dopo lo sviluppo della vita sessuale.

9). – Che viene meno insieme con gli istinti eterosessuali per tutta la durata della vita, simultaneamente o con periodicità.

10). – Che conduce all’eterosessualità acquisita senza ritorno e senza periodicità- Se questo stato si produce all’epoca dell’ingresso in società, non lo si saprebbe distinguere dall’eterosessualità congenita.

Sembra utile ora parlare della 3^ categoria eterosessuale.

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(1) L’effeminatezza può essere acquista o congenita, transitoria o permanete. Si può essere effeminati a causa della giovinezza, dell’ignoranza di sé, prima di raggiungere la virilità, o per effeminatezza naturale, imitazione spontanea o voluta della donna. Si può essere effeminati senza essere passivi.

(2) La masturbazione degli impuberi ha cause e risultati del tutto diversi sul carattere e sulla salute.

(3) Kræpelin  nella sua “Psychiatrie”, viene in appoggio di tutto questo, solo che le sue eccellenti sottolineature sono modificate dal fatto che si occupa di malati.

(4) Renée et Maxime in “La Curée” di Zola.

(5) L’effeminato (che non è coraggioso) sembra provocare molto di più l’opinione pubblica rispetto all’uranista virile. Quest’ultimo, infatti, aspetta per affrontare l’opinione pubblica, che di una tale audacia o di una tale indifferenza ne valga veramente la pena.

(6) I malati ipnotizzati da Schrenck-Notzing appartengono a questi gruppi.

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