RAFFALOVICH E I POETI “OMOSESSUALI” CITATI DA DANTE

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” dedicato ai poeti comincia con una lunga citazione del canto XXVI del Purgatorio di Dante, in cu si parla “anche”, ma solo di sfuggita, di sodomiti. Raffalovich prolunga la citazione riportando una traduzione (incompleta) dei versi di Dante in cui Il sommo poeta descrive il suo incontro con Guido Guinizelli e Arnaut Daniel [Arnaldo Daniello (1150-1210)].

Il lettore attento resta però perplesso del fatto che Raffalovich , nello scrivere di poeti omosessuali, citi Guido Guinizelli e Arnaldo Daniello, che omosessuali non erano, e non citi il notissimo canto XV dell’Infreno in cui Dante esalta il suo maestro Brunetto Latini, pur mettendolo all’Inferno come omosessuale.

Il canto XXVI del Purgatorio non è tra quelli di più facile lettura e contiene anche alcuni versi in lingua provenzale, messi in bocca ad Arnaldo Daniello. Secondo Dante, nella settima cornice del Purgatorio, ove si purgano i lussuriosi, si trovano due distinte schiere di peccatori: quelli che gridano “Sodoma e Gomorra”, cioè gli omosessuali, e i peccatori “ermafroditi”, cioè gli eterosessuali, che cercano l’unione del maschio e della femmina (ermafroditi in questo senso).

Raffalovich, che non era certo un fine conoscitore dell’Italiano antico, come John Addigton Symonds, legge probabilmente il testo di Dante in una traduzione francese ed è in indotto, dalla presenza dell’espressione “peccato ermafrodito” a ritenere che si parli di omosessuali. Se così fosse, comunque, il riferimento al mito di Pasife sarebbe bel tutto fuori luogo.

L’equivoco deriva dal fatto che il termine “ermafroditismo psichico” era stato utilizzato da diversi autori per indicare una identità di genere mista, senza manifestazioni di ermafroditismo fisico. L’espressione finì poi per indicare anche l’omosessualità, intesa come una specie di sesso intermedio. Per questa ragione Guido Guinizelli e Arnaldo Daniello, che omosessuali non erano, vengono inseriti da Raffalovich nella schiera degli omosessuali, mentre Brunetto Latini, che era omosessuale, personalità tutt’altro che di secondo piano nella vita di Dante, che lo chiama “padre”, è del tutto trascurato.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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I POETI

Non è per cattiveria che ho scelto soprattutto i divini poeti; se ne avessi avuto il tempo e l’abitudine, avrei preferito studiare i grandi capitani, gli uomini d’azione. Non avrei avuto che l’imbarazzo della scelta.

Ma, dato che mi ritrovo ad aver letto e studiato i poeti, ne ho selezionato alcuni appartenenti alla schiera d’anime che Dante incontra in Purgatorio, anime che avevano commesso il peccato ermafrodita o che avrebbero potuto sentirsi chiamare Regina! Come il grande Cesare in occasione del suo trionfo. Non invoco nessun classico, Eschilo, Sofocle, Pindaro, Virgilio, Orazio, Catullo, Tibullo … e neppure nessuno del Medioevo.

Purgatorio, Canto XXVI

“infatti, in mezzo al muro di fiamme, giunse una schiera che volgeva il viso verso questa, la quale mi indusse a osservare meravigliato.
Lì vidi ogni anima di entrambe le schiere affrettare il passo e baciarsi l’una con l’altra, senza fermarsi, contente per quel rapido saluto festoso;”

“i nuovi arrivati gridavano: «Sodoma e Gomorra»; e gli altri: «Pasifae entra nella vacca di legno, perché il toro corra a soddisfare la sua lussuria».”

“Io…
iniziai: «O anime certe di ottenere, quando sarà, la pace eterna,”

“ditemi, affinché io ne scriva una volta tornato nel mondo, chi siete voi, e chi è quella schiera che se ne va dietro le vostre spalle.”

“La schiera che non viene con noi commise lo stesso peccato (sodomia) per cui Cesare, durante il trionfo, si sentì rivolgere l’appellativo di ‘Regina’:[1]per questo se ne vanno gridando ‘Sodoma’, rimproverando se stesse come hai sentito, e accrescono la pena del fuoco con la vergogna.”

“Il nostro peccato, invece, fu eterosessuale (ermafrodito); ma poiché non osservammo la legge umana, seguendo come bestie l’appetito dei sensi, per nostra vergogna quando ci separiamo gridiamo il nome di colei (Pasifae) che divenne una bestia nella falsa vacca di legno.
Ora conosci il nostro comportamento e di cosa fummo colpevoli:”

“Esaudirò il tuo desiderio solo riguardo a me stesso: sono Guido Guinizelli, e sconto già qui la pena per essermi pentito prima della fine della mia vita.”

“quando udii presentarsi il padre mio e degli altri poeti migliori di me che mai scrissero versi d’amore dolci e leggiadri;”

“Dopo che fui soddisfatto di averlo osservato, mi offrii tutto pronto al suo servizio, con un giuramento che spinge le persone a credere alle parole.”

“Disse: «O fratello, costui che ti indico col dito», e mostrò uno spirito davanti a lui, «fu il migliore artefice del suo volgare materno.
Superò tutti nel campo della poesia amorosa occitanica e nella letteratura narrativa oitanica; e lascia parlare gli stolti, che credono sia superato dal Limosino (Giraut de Bornelh).[2]”

“Ora, se tu hai l’eccezionale privilegio di poter andare nel chiostro (Paradiso) dove Cristo è l’abate del collegio,”

“recita davanti a lui per me un ‘Pater noster’, almeno per quanto è necessario a noi in Purgatorio, dove non abbiamo più il potere di peccare”.

“Io mi avvicinai un poco allo spirito che aveva indicato prima, e dissi che il mio desiderio preparava una gradita accoglienza al suo nome (volevo sapere chi fosse).
Lui cominciò volentieri a dire: «La vostra cortese domanda mi piace a tal punto, che non posso né voglio nascondere la mia identità.
Io sono Arnaut,[3] che piango e vado cantando; preoccupato guardo la mia passata follia d’amore, e vedo gioioso la gioia, che spero, davanti a me.
Ora vi prego, per quella virtù che vi guida alla sommità di questa scala, di rammentarvi al momento opportuno del mio dolore!»
Poi si nascose nel fuoco che li purifica.”
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[1] Sarebbe interessante studiare i rapporti tra il genio, l’orgoglio e l’unisessualità. Aggiunta di Project: – Tutti i nemici di Cesare gli rinfacciarono di essersi concesso quando era ancora un giovane ufficiale a Nicomede IV Filopatore, re di Bitinia. « Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem: ecce Caesar nunc triumphat qui subegit Gallias, Nicomedes non triumphat qui subegit Caesarem »(Svetonio, Vita di Cesare.) [« Cesare ha sottomesso le Gallie, ma Nicomede ha messo sotto lui. Oggi trionfa Cesare che le Gallie ha sottomesso, non trionfa Nicomede che ha messo sotto lui. »]
[2] Nota di Project: – Giraldo di Bornello (… – 1220), originario della zona di Limoges (Dante lo chiama Limosino).
[3] Nota di Project: – Arnaldo Daniello (1150-1210).

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MONSIEUR FILIPPO DI BORBONE-ORLEANS OMOSESSUALE EFFEMINATO

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi è dedicato a Monsieur, Filippo di Borbone, duca d’Orléans, Fratello di Luigi XIV. Monsieur, è un personaggio oggi poco conosciuto dal grande pubblico, ma è stato considerato per molto tempo l’archetipo dell’omosessuale effeminato. Questa definizione va presa però con molta prudenza. Si sposò due volte, la prima con Enrichetta d’Inghilterra (Madama d’Inghilterra) e la seconda con Elisabetta Carlotta del Palatinato (Madama palatina), ed ebbe sei figli, ma fu dominato dai suoi favoriti. Uno di questi, il cavaliere di Lorena, entrò in conflitto violento con la prima Madame, che riuscì ad ottenerne dal re il suo esilio in Italia per otto anni, ma il cavaliere di Lorena, a quanto si disse, pur stando ancora in esilio, sarebbe riuscito a vendicarsi e a fare avvelenare Madame (che aveva 26 anni). Monsieur sarebbe stato del tutto estraneo alle trame del cavaliere di Lorena. Dopo l’autopsia di Madame, effettuata alla presenza di molti medici non solo francesi ma anche inglesi, il rapporto ufficiale sulla morte parlò però di cause naturali. Il cavaliere di Lorena, per le insistenze di Monsieur, dopo la morte di Madame, venne fatto rientrare in Francia e non fu accusato di nulla. Evidentemente Monsieur non diede alcun credito all’ipotesi dell’avvelenamento.

La seconda Madame, ben diversa dalla prima, non pretese di imporre a Monsieur alcuno stile di vita e gli lasciò totale libertà. Ebbero figli, ma scelsero ben presto di dormire in appartamenti separati. La seconda Madame aveva una conoscenza molto realistica dell’omosessualità e ne parla in modo singolarmente competente, i suoi rapporti con Monsieur non furono privi di una certa complicità e non crearono mai veri problemi.

Monsieur, che, al di là dei suoi difetti ampiamente scusabili, era un brav’uomo, che amava i suoi figli e sapeva anche tenere testa al re, quando necessario, finì, negli ultimi anni, sotto il controllo di un confessore gesuita che gli impose un regime di vita molto ristretto per un uomo delle sue abitudini. Monsieur finì per consolarsi col cibo, ingrassò molto e morì di apoplessia probabilmente proprio per questa ragione.

Il ritratto di quest’uomo, fatto da Raffalovich sulla base delle testimonianze dei contemporanei, suscita una certa simpatia. La vita di Monsieur incarna il modello di vita dell’omosessuale (o forse del bisessuale con una forte prevalenza omosessuale) costretto a vivere da eterosessuale e dominato dai favoriti che non fanno che servirsi di lui.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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Monsieur, fratello di Luigi XIV, l’invertito effeminato.

Monsieur Filippo d’Orléans, fratello di Luigi XIV e figlio del freddo Luigi XIII, nipote di Gastone (che seguiva, di dice, le due sessualità), nipote anche di questo primo Vendôme unisessuale come i suoi nipoti, Monsieur è uno degli unisessuali effeminati che si conoscono meglio. Si sposò due volte e ebbe figli dalle sue due mogli, ma fu donna quanto la sua prima Madame e più donna della seconda.
Non gli è attribuita nessuna amante; aveva tutti i difetti della donne, ma era coraggioso, abbastanza buono, dolce, e temeva i danni alla sua carnagione più di perdere la vita. Si è voluta considerare la sua educazione effeminata come causa della sua inversione, ma la stessa educazione, esattamente la stessa, applicata all’abate di Choisy, produsse solo un’effeminazione, folle, fantastica, ma non unisessuale, nell’abate-contessa. Se Monsieur avesse potuto vestirsi da donna per delle settimane, quanti amanti avrebbe avuto! Non si sarebbe mai annoiato con le ragazze. Prima di dare credito all’educazione, all’associazione di idee e di sensazioni, a tutte le povere spiegazioni, si rifletta sulla differenza tra Monsieur e l’abate di Choisy e sulla loro educazione effeminata. Le loro vanità poterono essere femminilizzate, ma le loro sessualità non cambiarono affatto.

La prima Madame (quella che Bossuet compianse) è stata trattata con troppa indulgenza dalla storia.

Michelet, che le riconosce tutte le colpe che una donna può commettere, la paragona costantemente con Monsieur, che certo non era peggiore di questa affascinante, attraente e meschina Stuart. Lei, se fosse sopravvissuta a Monsieur come questa generosa e spirituale tedesca, non avrebbe bruciato senza leggerle le lettere dei favoriti di Monsieur. È tempo di trattare l’uomo e la donna con una uguale giustizia. Madame d’Inghilterra era molto leggera, giocava con suo cognato il re, si beffava di suo marito, tradendo tutto e tutti da vera Stuart; Monsieur era unisessuale, affettuoso, prodigo, chiacchierone, ma con un ben diverso senso del decoro rispetto a Madame. Se lei fu avvelenata dagli amici di Monsieur, lui non ne seppe nulla.

I brani seguenti, dell’abate di Choisy, di Madame de la Fayette, di Daniel Cosnac, vescovo di Valenza, di Saint-Simon, di Madame Charlotte-Elisabeth, duchessa di Orléans, daranno un’idea di Monsieur e del suo entourage.

Dell’abate di Choisy

“Mi vestivano da ragazza, dice l’abate di Choisy, tutte le volte che il piccolo Monsieur veniva al mio alloggio, e ci veniva almeno due o tre volte alla settimana. Avevo le orecchie forate, i diamanti, le mosche e tutti gli altri piccoli vezzi ai quali ci si abitua molto facilmente e dei quali ci si disfa con altrettanto difficilmente. Monsieur che amava tutto questo, mi faceva sempre molti complimenti. Da quando arrivava, seguito dalle nipoti del cardinale Mazzarino e da alcune figlie della regina, veniva messo alla sua toilette e gli si acconciava la capigliatura. Aveva un corpetto per mantenere la sua taglia (il corpetto era di tessuto ricamato)”. Gli toglievamo la calzamaglia per mettergli dei mantelli da donna e delle gonne, e tutto questo si faceva, si dice, per ordine del cardinale che voleva renderlo effeminato, per paura che potesse procurare problemi al re, come Gastone aveva fatto con Luigi XIII.”

“Quando Monsieur era vestito e pronto, si giocava al piccolo premio (era il gioco alla moda), e verso le sette ci portavano uno spuntino; ma non si presentava nessun valletto; io andavo alla porta della stanza a prendere i piatti e li mettevo sui rialzi tutto intorno alla tavola. Offrivo da bere, cosa della quale ero abbastanza ripagato da qualche bacio in fronte di cui queste signore mi onoravano. Madame de Brancas ci portava spesso sua figlia, che è stata la principessa di Haracourt. Lei mi aiutava a svolgere questo piccolo compito; per quanto fosse molto bella, le figlie della regina mi prediligevano più di lei: certamente, nonostante le cuffiette e le gonne, sentivano in me qualcosa di maschile.”

“Non avevo nemmeno un po’ di barba (a 22 anni), ci si era preoccupati, dall’età di cinque o sei anni, di massaggiarmi con una certa acqua che fa morire il pelo alla radice, se si comincia molto per tempo; i miei capelli neri facevano apparire passabile la mia carnagione, benché non avessi molto di bianco … Non ero dunque costretto da nessuno e mi abbandonavo alla mia tendenza. È accaduto anche che Madame de la Fayette, che vedevo molto spesso, vedendomi sempre molto sistemato, con i pendenti alle orecchie e le mosche, mi disse da buona amica che quella non era affatto la moda per gli uomini e avrei fatto molto meglio a vestirmi da donna. Fidandomi della sua grande autorità, mi feci tagliare i capelli per essere pettinato meglio, ne avevo in quantità prodigiosa. Si portavano dei piccoli boccoli sulla fronte e boccoli più grossi ai due lati del viso e tutto intorno alla testa e un gran fascio di capelli coordinato con nastri e perle se se ne avevano. Avevo abbastanza abiti femminili, ho preso il più bello e sono andato a fare visita a Madame de la Fayette, con i miei pendenti alle orecchie, la mia croce di diamanti, i miei anelli e dieci o dodici mosche; vedendomi esclamò: “Ah che bella persona! Mi avete detto retta e avete fato bene. Domandate pure a M. de R. (che era allora nella camera) …” Continuai per due mesi a vestirmi da donna; andavo dovunque, a fare delle visite, in chiesa, al sermone, all’opera, alla commedia, e mi sembrava che le gente ci si fosse abituata: mi facevo chiamare Madame de Sancy dai miei lacchè. Mi feci ritrarre da Ferdinand, famoso pittore italiano, che fece di me un ritratto che la gente andava a vedere; infine accontentai completamente il mio gusto. Andavo al Palazzo Reale tutte le volte che Monsieur era a Parigi; lui mi faceva mille complimenti, perché le nostre inclinazioni erano simili; aveva molto desiderato di potersi vestire da donna, ma non osava a causa della sua dignità …, la sera metteva delle cuffiette, dei pendenti alle orecchie e delle mosche e si contemplava negli specchi. Incensato dai suoi amanti, dava tutti gli anni un gran ballo il lunedì grasso. Mi ordinò di andarci in abito scollato, a viso scoperto, e incaricò il cavaliere di Pradine di portarmi al ballo. La riunione fu molto bella: c’erano trentaquattro donne ornate con perle e diamanti. Trovarono che stavo abbastanza bene, danzavo nella massima perfezione e il ballo era fatto per me. Monsieur diede inizio alle danze con Mlle de Braccas, che era molto carina (è diventata poi la principessa d’Harcourt), e un momento dopo andò a vestirsi da donna e tornò al ballo in maschera. Tutti lo riconobbero, innanzitutto non cercava il mistero e il cavaliere di Lorena gli dava la mano; ballò il minuetto, e andò a sedersi in mezzo a tutte le signore; si fece un po’ pregare prima di togliersi la maschera, non chiedeva di meglio e voleva essere visto. Non si saprebbe dire a che punto spinse la civetteria ammirandosi, mettendosi le mosche, cambiandole di posto, e forse io facevo anche di peggio; gli uomini, quando pensano di essere belli sono ancora più fissati con la loro bellezza delle donne. Comunque, questo ballo mi diede una grande reputazione e me ne vennero molti amanti, la maggior parte per divertirsi, qualche volta in buona fede. Questa vita era deliziosa.”

Di Madame de La Fayette

“Monsieur, unico fratello del re, non era meno attaccato di lui alla regina sua madre; le sue inclinazioni erano conformi alle occupazioni delle donne quanto quelle del re ne erano lontane; era bello e ben fatto, ma di una bellezza e di una taglia più adatte a una principessa che a un principe; così era più preoccupato di fare ammirare da tutti la sua bellezza, che di servirsene per farsi amare dalla donne, benché stesse continuamente con loro; il suo amor proprio sembrava non renderlo capace di attaccamento se non verso se stesso…”

“La prima cosa importante che si fece dopo la morte del cardinale (di Mazzarino) fu il matrimonio di Monsieur con la principessa d’Inghilterra. Era stato deciso dal cardinale, e benché questa alleanza sembrasse contraria a tutte le regole della politica, il cardinale aveva creduto che si potesse essere così certi della dolcezza della natura di Monsieur e del suo attaccamento per il re, che non si doveva avere paura di dargli un re d’Inghilterra come cognato… La principessa d’Inghilterra fu attaccata da una febbre molto violenta … Quando si fu completamente ristabilita ritornò a Parigi. Monsieur andò davanti a lei con tutta l’impazienza immaginabile, e continuò fino al suo matrimonio a renderle omaggi, ai quali mancava solo l’amore; ma il miracolo di infiammare il cuore di questo principe non era riservato a nessuna donna al mondo.”

“Il conte di Giuche era in quel periodo il suo favorito. Era il giovane uomo più bello e meglio fatto della corte, amabile di personalità, galante, ardito, coraggioso, pieno di grandezza e di spirito elevato. La vanità che gli proveniva da tante buone qualità e un’aria di disprezzo diffusa in tutte le sue azioni, appannavano un po’ tutto questo merito: ma bisogna comunque confessare che nessun uomo della corte aveva le sue doti. Monsieur lo aveva molto amato fin dall’infanzia e aveva sempre conservato con lui una grande familiarità, e così stretta come può essere quella tra persone giovani.”

“La familiarità che aveva con Monsieur gli permetteva di andare dal principe in tutte le ore più strane. Incontrava Madame ogni momento, con tutti i suoi lati affascinanti. Monsieur si faceva cura di farglieli ammirare, e alla fine lo esponeva a un pericolo che era quasi impossibile evitare.”

“Dopo qualche tempo di soggiorno a Parigi, Monsieur e Madame, se ne andarono a Fontainebleau. Madame ci portò la gioia e i piaceri. Il re capì, vedendola più da vicino, quanto si era sbagliato nel non riconoscerla la più bella persona del mondo… Questo fece molto rumore a corte. La regina-madre fu entusiasta di trovare un pretesto… per opporsi all’attaccamento che il re dimostrava per Madame: e non dovette faticare molto per fare condividere a Monsieur i suoi sentimenti. Era già geloso per conto suo, e lo stava diventando sempre di più seguendo gli umori di Madame… l’asprezza aumentò di giorno in giorno tra lei e la regina madre; il re dava a Madame tutte le speranze, ma nonostante tutto si teneva molto sulle sue con la regina-madre, in modo che, quando lei riferiva a Monsieur quello che il re le aveva detto, Monsieur trovava molti argomenti per persuadere Madame che il re non aveva per lei molta considerazione; lui poteva testimoniarglielo… Alla fine decisero di fare cessare tutto quel gran rumore (che circolava a corte intorno al re e a Madame) e decisero tra loro che il re avrebbe fatto l’innamorato di qualche persona della corte. Lui (il re) non ci mise molo a decidere; il suo cuore prese una decisione in favore di La Vallière… Madame considerò con un certo dispiacere il fatto che il re si legasse veramente a La Vallière… La regina-madre ne fu amareggiata. Lei fece cambiare l’atteggiamento di Monsieur anche lui la prese male e considerò una questione d’onore che il re si fosse innamorato di una damigella di Madame. Madame, per parte sua, era molto carente nel riguardo che doveva alla regina-madre e anche in quello che doveva a Monsieur.”

“Nel medesimo tempo ci fu grande mormorio sulla passione del conte di Guiche (per Madame): Monsieur fu presto informato e lo minacciò molto pesantemente. Il conte di Guiche ebbe con Monsieur un chiarimento molto audace, e ruppe i rapporti con lui, come se fosse stato un suo pari; la cosa ebbe forte risonanza pubblica e il conte di Guiche si ritirò dalla corte…”

“Il conte di Guiche, che era giovane e ardito, non trovava niente di meglio che esporsi a qualsiasi rischio: Madame e lui, senza provare una vera passione uno per l’altra, si esposero ai più grandi pericoli… Madame era malata e circondata da tutte quelle donne che sono abituate a stare appresso di una persona del suo rango, senza potersi fidare neppure di una. Faceva entrare il conte di Guiche, qualche volta in pieno giorno, travestito da donna che predice la buona fortuna … e altre volte con altre invenzioni, ma sempre con molto rischio; e questi incontri così pericolosi trascorrevano nel prendersi gioco di Monsieur e in altri simili piaceri; e alla fine in cose molto lontane dalla violenta passione che sembrava motivarle… Monsieur era estremamente geloso del principe di Marsillac, figlio del duca de la Rochefoucauld, e lo era ancora di più dato che aveva per lui un’inclinazione naturale, che gli faceva credere che tutti dovessero amarlo.”

Da Daniel de Cosnac, vescovo di Valenza

“Il cavaliere di Lorena, che aveva prestato servizio militare nell’armata del maresciallo d’Aumont, dopo l’inizio della campagna, venne a Tournai a salutare le Loro Maestà. Monsieur, all’inizio dell’inverno, si era preso una forte sbandata per lui. Aveva chiesto a Sua maestà che il reggimento di questo cavaliere potesse prestare servizio nell’armata del re, in modo che essi potessero stare insieme durante la campagna di guerra. Sua maestà gli aveva rifiutato questa grazia. Allora lui gli fece un’altra volta la stessa richiesta e il re acconsentì. Appena mi vide mi disse che Sua Maestà lo aveva trattato “a perfezione”, questo era uno dei suoi modi di esprimersi. Vedendo il suo trasporto e la gioia che gli brillava in volto, mi aspettavo qualche grazia straordinaria, allorché mi dichiarò di che si trattava. Gli risposi molto seriamente: “Monsieur, sono molto contento; ecco un inizio molto buono.” “

“Dopo sei giorni di marcia arrivammo davanti a Lille. La riuscita di questa impresa, dopo quella specie di scacco che ci era arrivato a Dendermonde era cosa che coinvolgeva la gloria di Sua Maestà. Si presero tutte le precauzioni possibili… Alla fine restammo otto giorni davanti a questa piazzaforte prima di attaccarla.”
“Durante questo periodo, feci pressione su Monsieur perché domandasse a Sua Maestà il permesso di mandare qualcuno in Inghilterra per complimentarsi per la pace; cosa che non aveva ancora potuto fare per mancanza di tempo disponibile, stando a quello che diceva…”

“Sottolineai che, dopo l’arrivo del cavaliere di Lorena nella nostra armata, Monsieur non aveva più la stessa alacrità nel seguire il re dovunque andasse, che si esentava spesso dalle fatiche di questa guerra, che trascurava di visitare le postazioni, e che, anche se la trincea era aperta da cinque giorni, Monsieur non aveva accennato ad andarci. Se ne restava sempre chiuso con questo cavaliere… Le mie rimostranze fecero qualche impressione sul suo spirito; andò nella trincea e due giorni dopo, dato che Il cavaliere di Lorena si trovava lì col suo reggimento, ci andò per una seconda volta per rendergli visita… Oltre queste azioni di coraggio, il denaro che Monsieur mandò a degli ufficiali feriti e le molte lodi che dispensò ai più coraggiosi contribuirono molto a fargli acquistare la reputazione di principe liberale e magnanimo… Dato che si preoccupava di farsi amare, ciascuno era interessato ad innalzarlo, e si voleva assolutamente che fosse un grand’uomo… Il cavaliere di Lorena fu leggermente ferito al piede dallo scoppio di una granata. Monsieur avendone avuto notizia, testimoniò l’amicizia che gli portava con la sua estrema inquietudine. Passava giornate intere nella sua camera, faceva gli onori di casa, blandiva quelli che venivano a trovare il cavaliere e li obbligava a lodare la bella azione che quello aveva fatto.”

“Il nono giorno, il governatore capitolò, e il giorno seguente il re fece il suo ingresso per fare cantare il Te Deum, e da quello stesso giorno, marciò con la sua armata costeggiando il canale di Bruges.”

“Il cavaliere di Lorena, benché ancora frenato dalla sua ferita, volle venire in occasione di questi fatti e prese posto nella carrozza di Monsieur. Io mi trovavo lì solo con lui, perché Monsieur era a cavallo con il re, che non si spostò mai in altro modo per tutto il tempo della campagna di guerra. Facemmo insieme una lunga conversazione. Mi resi conto che era un giovane uomo senza esperienza, senza abilità per condursi bene e che, lungi dal potere dare consigli a Monsieur, non era capace di formulare alcun progetto per se stesso, e non considerava il favore di cui godeva che come una cosa utile ai suoi piaceri. Tuttavia poiché aveva una forte influenza su Monsieur, entrai con lui in una certa confidenza e pensai di poter non essere incompatibile con lui. L’indomani si sentì meno bene e gli diedi la mia carrozza perché se ne tornasse a Lille. Allora ebbi modo di avere incontri più lunghi con Monsieur, che non era più distratto da questo continuo stare appresso al cavaliere di Lorena. Mi parlò molto delle buone qualità del cavaliere,(1) e con tale piacere che gli costò parecchio parlare anche di altre cose. Mi disse che voleva assolutamente trovargli una sistemazione nella sua casa e che sarebbe stato l’acquisto più vantaggioso che avrebbe potuto fare…”

“Quando Monsieur arrivò, ripassando per Lille, andò a fare visita al cavaliere di Lorena ancora malato… La sera, quando Monsieur andò a dormire, il suo primo valletto di camera chiese al sig. Boyer, primo maggiordomo, duecento pistole per pagare un arazzo che Monsieur aveva comprato a Audenarde. Nessuno aveva denaro, e se non glielo avessi prestato io, si sarebbero portati via l’arazzo. Monsieur che mi vedeva contare quel denaro davanti al mercante, non mi fece nemmeno la grazia di accorgersene.”

“Arrivando a Villers-Colterets, Monsieur ci trovò Madame(2) e tutta la sua corte composta da Madame de Monaco, dalla marescialla du Plessis, dalla Saint-Chaumot, dalla Thianges, dalla Fiennes e dalla Gourdon. Monsieur si rammaricò molto di non essere arrivato un giorno prima di Madame, per poter ordinare quello che bisognava mettere nelle camere, che trovò per disgrazia tutte ammobiliate… Fece mettere tutte le sedie sulla stessa linea, infittì le file di tavoli, di mensole, di piatti; collocò degli specchi in posizioni vantaggiose, fece affiancare ogni tavolo da quattro candelieri; e infine dispose generalmente di tutto l’insieme dei mobili con una cura meravigliosa… In quel periodo si riconobbe un così grande attaccamento nello spirito di Monsieur per il cavaliere di Lorena che lo si considerò come un favorito dichiarato. Monsieur non parlava mai a Madame né a tutta la sua corte se non dell’interesse che aveva per lui. Disse anche a Madame e a me che si sentiva impegnato da un giuramento a non nascondergli nulla. Non passava alcun giorno senza che gli scrivesse. Madame mi parlò di questa grande passione, le risposi che, dato che il cavaliere voleva preoccuparsi della gloria di Monsieur, dei suoi interessi, di allontanarlo dalle banalità, forse non sarebbe stata una cosa svantaggiosa che ci fosse un uomo che avesse del potere sul suo spirito. Madame mi testimoniò che credeva di avare abbastanza potere sullo spirito del cavaliere per obbligarlo a tenere una buona condotta.(3)”

“L’indomani, Monsieur mi disse che il cavaliere di Lorena stava per arrivare, che lui aveva deciso di dargli una posizione distinta da chiunque altro nel regno, di dargli alloggio nella sua casa, di dare gran credito al suo spirito, sapendo che lui era attaccato alla sua persona più che a quella del re, e avendogli sentito dire parecchie volte che, qualsiasi cosa fosse accaduta, sarebbe appartenuto sempre a lui e nello stesso modo in cui il duca di Montmorency era appartenuto al duca di Orléans… Quello stesso giorno il cavaliere di Lorena arrivò a Villers-Coterets; fu ricevuto da Monsieur con dei trasporti di gioia incredibile… Questo giovane uomo era così fiero di vedersi in un favore più grande di quanto avesse sperato, che non volle avere nessun rapporto con Madame, non ascoltando quello che lei gli diceva per il suo bene o per quello di Monsieur se non al fine di riferirlo a Monsieur. Venni a sapere da Mérille che Monsieur cercava solo un pretesto per non trattarmi più nello stesso modo al quale era abituato, volendo senza dubbio soddisfare l’umore geloso e poco comodo di questo cavaliere, che non poteva tollerare nel cuore di Monsieur nessuna amicizia, né piccola né grande… Durante questo periodo tutti i progetti di guerra con la Spagna abortirono. Monsieur aveva deciso, quando credeva di dover andare con l’esercito, di cacciare via, partendo, Mademoiselle de Fielle, figlia d’onore [dama] di Madame. Questa ragazza amava perdutamente il cavaliere di Lorena ed era ricambiata da lui nello stesso modo. Il loro amore era così pubblico che il padre Zoccoli, confessore di Monsieur, era stato costretto, il giorno di Pasqua, ad avvertirlo che in coscienza doveva fare cessare questo scandalo. Monsieur era già abbastanza portato in questa direzione da se stesso; l’attaccamento del cavaliere per quella ragazza non gli piaceva affatto. Il cavaliere fece per lui generosamente questo sacrificio, e Benserade fu incaricato di portare a questa ragazza l’ordine di allontanarsi dalla casa senza nemmeno parlarne a Madame. Il cavaliere se ne andò in campagna per qualche giorno, sia per non essere affatto importunato dai suoi lamenti, sia per essere in diritto di fingere di non aver saputo niente della sua disgrazia… Madame avvertì questa ragazza che lei in tutta questa faccenda non c’entrava affatto. Mademoiselle de Fienne, diffondendo la notizia ovunque, diede luogo ai nemici del cavaliere di Lorena di dire che la gelosia di Monsieur aveva richiesto questo sacrificio al cavaliere, e questo brutto discorso fece un danno terribile alla reputazione di tutti e due.”

“Dato che io andavo di rado da Monsieur e che lo scoppio di questo scandalo lo amareggiava, gli piacque immaginarsi, o lasciarsi persuadere, che ero stato io che avevo spinto il suo confessore a coinvolgerlo in questa faccenda… Quelli che gli avevano messo in mente questa idea sbagliata, gli facevano notare come l’oggetto della mia politica fosse di fare in modo o che il cavaliere di Lorena rompesse con Monsieur, rifiutandogli il sacrificio di questa ragazza, o che, sacrificandogliela, perdesse il suo onore, e anche Monsieur…”

“Questo cavaliere, o per paura o per gelosia, o per tutte e due le cose insieme, non poteva soffrire che io sopravvivessi,(4) per così dire, a me stesso, nell’anima di Monsieur. Forse lui credeva anche che io alimentassi la giusta avversione che Madame aveva per lui. Questo giovane uomo senza esperienza era così fiero del favore del suo padrone che non solamente avrebbe creduto di fargli torto nel dimostrare della compiacenza verso Madame, ma che molto spesso attirava su di lei dei modi di fare assai sgradevoli da parte di Monsieur. Forse questo poteva derivare dal fatto che non era orientato a convincerlo a vivere bene con lei…”

Il 20 Dicembre 1669 Madame scrisse a Cosnac: “Madame de Fienne ha mostrato la vostra lettera a Monsieur e benché lei dovesse intenerirlo, non so dire se lo abbia fatto; è molto tempo che non capisce più il Francese e che la sua lingua è ridotta a seguire ciecamente le intenzioni del cavaliere di Lorena… Se il re manterrà le promesse che mi fa ogni giorno, avrò meno dolori in futuro; ma voi sapete in che conto tengo delle promesse simili, soprattutto quando provengono da una persona che è lontanissima dal vostro accomodamento e che può fare quello che vuole. Per il buon padre Zoccoli, non c’è giorno che non faccia pressioni perché io tratti bene il cavaliere di Lorena… Io lo assicuro che, per costringermi ad amare un uomo che è la causa dei miei dolori passati e presenti, bisognerebbe che io avessi per lui un po’ di stima o di riconoscenza; quanto alla prima ipotesi non si sarebbe mai realizzata, e quanto alla seconda sarebbe stata quasi altrettanto impossibile, vista la sua condotta passata. Monsieur, nel frattempo, non avrebbe fatto la comunione a Natale, se io non gli avessi promesso nuovamente di non farlo cacciare; Io l’ho fatto, perché se avessi fatto il contrario non sarebbe servito a niente; ma ho avuto il piacere nello stesso tempo di dirgli tutto quello che si poteva dire sul danno che questa amicizia gli faceva, e sul dolore di vedere le mie parole considerate meno di niente…”

“Poco tempo dopo ho saputo che il favore del cavaliere di Lorena presso Monsieur era arrivato al punto più alto… e lo aveva talmente abbagliato che, non solamente quello non manteneva il senso della misura con Madame… ma che, in aggiunta, dava a Monsieur dei consigli di cui il re non era affatto soddisfatto, e che lo obbligarono a farlo arrestare e a farlo portare in seguito nel castello di Pierre Encise.(5) Monsieur fu sensibile a questa disgrazia del suo favorito, per quanto era capace di esserlo. Manifestò il suo risentimento attraverso il suo ritiro a Villers-Cotterets, e attraverso le maniere di cui fece uso con Madame, che lui riteneva essere l’unica causa di questa disgrazia…”

Il 10 marzo 1670, Madame scrive a Madame de Saint-Chaumont: “Le cattive impressioni che lui ha lasciato nello spirito di Monsieur fanno in modo che egli mi veda sempre con disagio. Il re ci ha riconciliati; ma vedendo che non può ancora, per qualche tempo, concedere le pensioni che ha destinato al cavaliere, mi tiene il muso e vuole, con il suo modo rude di trattarmi, fare sì che io desideri il ritorno del cavaliere.”

Il 26 di marzo, Madame scrive: “Senza avere paura della chiacchiere della gente, per autorizzare le lamentele contro di me, lui (Monsieur) ha detto che io l’avevo trattato da miserabile, che gli avevo rimproverato la vita che fa con il cavaliere, e molte altre cose di questo tipo, che hanno molto divertito il prossimo caritatevole… Monsieur non viene più da me, e non mi parla più, cosa che non mi era mai successa prima fino ad oggi, qualsiasi problema noi avessimo avuto.”

Il 6 Arile, Madame scrive: “Comunque, in mezzo a tutto questo fracasso, ha considerato una cosa buona riappacificarsi purché io facessi i primi passi; io li ho fatti con molta gioia… Mi aveva accusato di aver fatto verso di lui diecimila stravaganze. L’ho rassicurato che non era affatto così; che avrei dovuto essere impazzita, e che sarei stata disperata se lui avesse capito male… Tutte queste cose lo hanno tranquillizzato.”

Madame scrive il 14 aprile: “Monsieur in tutti i suoi addolcimenti mi ha detto che c’è bisogno che io lo convinca della mia amicizia verso di lui, mi assicura che non c’è che un mezzo;(6) o, per dirvi la verità, sarebbe una di quelle medicine che all’inizio sembrano buone, ma che sono seguite da una morte certa. Così c’è la parola del re che per otto anni non lo farà tornare. Bisogna sperare che prima di questo periodo Monsieur si sia chiarito le idee o sia guarito.”

Il 29 giugno, verso sera, Madame chiese un bicchiere di acqua di cicoria con ghiaccio, lo bevve e dieci ore più tardi spirò con i dolori della più violenta colica.(7)

Di Madame, seconda moglie di Monsieur, madre del Reggente

“Marly, 6 Agosto 1700.
Non vedo mai Monsieur qui, non ceniamo mai insieme; gioca tutta la giornata, e la notte ciascuno di noi è in camera sua. Monsieur ha la debolezza di credere che gli si porti sfortuna, e così io non assito quando lui gioca.”

“11 giugno 1717.
Mi ha fatto piacere quando Monsieur, poco dopo la nascita di sua figlia, si è fatto un letto a parte, perché non ho mai amato il mestiere di fare figli. Quando Sua Altezza mi fece questa proposta, gli risposi: Sì, molto volentieri, Monsieur; ne sarei molto contenta a patto che voi non mi odiate e che continuiate ad avere un po’ di bontà verso di me. Lui me lo promise e noi fummo tutti e due contenti uno dell’altro.”

“E poi era molto spiacevole dormire accanto a Monsieur; non poteva soffrire che gli si desse fastidio durante il suo sonno; bisognava dunque che io mi tenessi sul bordo del letto, al punto che sono caduta come un sacco. Sono stata quindi molto contenta quando Monsieur, con buona amicizia e senza asprezze, mi ha proposto di dormire ciascuno in un appartamento separato.”

“11 ottobre 1720.
Monsieur è sempre stato un devoto. Mi ha fatto ridere una volta di cuore. Si portava sempre a letto un rosario da cui pendeva una quantità di medaglie, che gli serviva per dire le sue preghiere prima di addormentarsi. Quando tutto questo era finito, sentii un grosso fracasso causato dalle medaglie, come se le muovesse in giro sotto le coperte. Gli dissi – Dio me lo perdoni, ma ho il sospetto che voi portiate a spasso le vostre reliquie in un paese a loro sconosciuto. Monsieur rispose: State zitta e dormite; non sapete quello che state dicendo.”

“Una notte, mi alzai molto dolcemente, misi la luce da una parte in modo da rischiarare tutto il letto, e nel momento in cui lui portava in giro le sue medaglie sotto le coperte, lo presi per il braccio e gli dissi ridendo: Questa volta non potete negare.”

“Monsieur si mise a ridere e disse: Voi siete stata ugonotta, non sapete il potere delle reliquie e delle immagini della Santa Vergine. Esse proteggono da ogni male le parti che uno ci strofina. Io risposi: Vi chiedo perdono, Monsieur, ma voi non mi convincete che sia per onorare la Vergine che voi portate in giro la sua immagine sulle parti destinate a togliere la verginità. Monsieur non poté trattenersi dal ridere e disse: Vi prego, non ditelo a nessuno.”

10 Maggio 1718.
“La marescialla di Grancey era una donna tra le più stupide. Monsieur buon’anima fingeva di esserne innamorato, ma se lei non avesse avuto altri amanti avrebbe certamente conservato la sua buona reputazione. Tra loro non c’è mai stato nulla di male; lei stessa diceva che se lui si trovava solo con lei, cominciava a lamentarsi subito di essere malato, diceva di avere mal di testa o mal di denti. Un giorno la sua dama gli propose una libertà singolare. Monsieur si mise subito i guanti,(8) ho visto che spesso lo prendevano in giro per questo, e ne ho riso parecchio.”

“Questa Grancey aveva una molto bella figura e una bella siluette quando io venni in Francia, e nessuno aveva per lei lo stesso disprezzo che aveva Monsieur per il fatto che, prima che il cavaliere di Lorena fosse suo amante, lei aveva già un bambino.”

“17 maggio 1720
Monsieur buon’anima era lui stesso la causa del fatto che i miei figli avessero paura di me, perché lui li minacciava spesso di ricorrere alla mia severità.”
“Non era d’altra parte di carattere tale che potesse affliggersi per lungo tempo. Amava molto i suoi figli, non era capace di rimproverarli, e veniva spesso a lamentarsi con me; io dicevo: Ma Monsieur non sono forse figli vostri come sono figli miei? Perché allora non li castigate? Lui rispondeva: Io non saprei fare rimproveri e loro non mi temono, temono soltanto voi.”

(Saint-Simon)

“M. di Chartres se ne uscì con delle frasi poco misurate, ma tipiche della sua età, che fecero arrabbiare il re. Lui non sapeva che cosa fare con suo nipote, che lui aveva costretto ad essere suo genero… Il re ne parlò a Monsieur, gli rimproverò la sua debolezza e di non sapere come avere autorità sui figli. Monsieur allora si arrabbiò… non era mai successo che Monsieur si lasciasse andare con lui a un tono neppure a mille leghe da quello, che era tanto più spiacevole per il fatto che era sostenuto da ragioni che non ammettevano replica… Il re fu abbastanza padrone di se stesso per rispondere non come re ma come fratello: disse a Monsieur che perdonava tutto alla tenerezza di un padre; lo blandì, fece tutto quello che poteva per riportarlo alla dolcezza e all’amicizia… I loro momenti di contatto privato trascorrevano sempre con asprezza dal lato di Monsieur; ma in pubblico non appariva nulla o molto poco, a parte il fatto che le persone che li frequentavano notavano delle lusinghe e delle attenzioni da parte del re, e una freddezza di Monsieur nel rispondergli, che non erano nelle abitudini né dell’uno né dell’altro…

“Altre pene spirituali tormentavano ancora Monsieur: “Aveva da qualche tempo un confessore che, benché gesuita, gli teneva il guinzaglio quanto più corto poteva. Gli tolse non solo i piaceri strani ma molti di quelli che lui pensava che fossero permessi, come penitenza per la sua vita passata. Gli diceva spesso che non voleva dannarsi per lui e che se la sua direzione spirituale gli sembrava dura non si sarebbe affatto dispiaciuto di vederlo scegliere un altro confessore. A questo aggiungeva che stesse bene attento a se stesso, che era vecchio, abituato alle dissolutezze, grasso, col collo corto, e che stando a quanto si vedeva, sarebbe morto di apoplessia, e molto presto. Quelle erano parole spaventose per un principe molto voluttuoso… Aveva paura del diavolo, si ricordava che il suo precedente confessore non aveva voluto morire mantenendo la sua funzione… (Rientrò un po’ in sé e visse in una maniera che si poteva definire “ristretta”). Faceva più volte molte preghiere, obbedendo al suo confessore… divenne per questo triste e abbattuto parlò meno del solito, cioè ancora come tre o quattro donne, di modo che tutti si resero conto di questo grande cambiamento. Erano abbastanza, tutte in una volta, le sue pene interiori e quelle esteriori dalla parte del re, per un uomo così debole come Monsieur e così impreparato a contenersi, ad essere arrabbiato e a mantenere il punto; ed era difficile che tutto questo non provocasse rapidamente una grande rivoluzione in un corpo così pieno e così gran mangiatore, non solo ai pasti, ma quasi per tutta la giornata.”

(Il mercoledì 8 giugno Monsieur venne da Saint-Cloud per cenare col re a Marly. Ebbero una grande discussione che bisogna leggere in Saint-Simon. Poi cenarono insieme. Monsieur “mangiò moltissimo come faceva in entrambi i pasti, senza parlare del cioccolato abbondante del mattino e di tutto quello che deglutiva di frutta, di pasticcini, di marmellate e di ogni tipo di caramelle, di cui i tavoli, le mensole e le sue tasche erano sempre piene.” Ritornò a Saint-Cloud, cenò, cadde in apoplessia, fu molto salassato, e morì qualche ora dopo. La descrizione della sua morte e la condotta del re e di Madame de Maintenon, malgrado siano cose interessanti, non fanno parte di questo capitolo.)

Il grosso della corte, dice Saint-Simon, perse molto perdendo Monsieur. “Era lui che portava alla corte i divertimenti, l’anima, i piaceri; e quando la lasciava, tutto lì sembrava senza vita e inerte… amava il gran mondo, aveva un’affabilità e una onestà che attiravano verso di lui la folla, e la distinzione che sapeva fare e che non mancava mai di fare delle persone che seguivano gli usi del loro rango, contribuiva parecchio a tutto questo… Al Palazzo Reale c’era sempre folla. A Saint-Cloud… una casa di delizie, con molta grandezza e magnificenza, e senza alcun aiuto da parte di Madame, … riceveva molta gente che da Parigi e da Versailles, andava ad arricchire la sua corte nei dopo cena, principi del sangue, gran signori, ministri, uomini e donne…”

“Del resto, Monsieur, che era molto valoroso, aveva vinto la battaglia di Cassel, e che aveva sempre mostrato un valore molto naturale in tutte le posizioni in cui si era trovato, non aveva d’altra parte che le cattive qualità delle donne. Con più mondanità che spirito, e con nessuna lettura, benché avesse una conoscenza estesa e molto precisa delle casate nobiliari, delle nascite e delle alleanze, non era capace di far nulla. Nessuno era più molle di lui, più debole, più timido, più ingannato, più governato, più disprezzato dai suoi favoriti, e molto spesso più maltrattato da loro; ficcanaso e incapace di tenere qualsiasi segreto, sospettoso, diffidente … facile a riferire le cose degli uni agli altri; … un gusto abominevole, che i suoi regali e i patrimoni che distribuiva a quelli che aveva preso in simpatia avevano reso pubblico con grande scandalo, regali che non avevano limiti né nel numero né nei tempi. Quelli [che aveva in simpatia] ricevevano tutto da lui, lo trattavano spesso con molta insolenza e gli davano anche sgradevoli preoccupazioni nel fermare liti alimentate da gelosie orribili… Il cavaliere di Lorena e Châtillon (alla corte di Monsieur) avevano fatto una grade fortuna con la loro figura, su cui Monsieur si era fissato più che su chiunque altro. L’ultimo dei due, che non aveva né pane, né buon senso, né spirito, poté qui salire di rango sociale e acquisì un patrimonio.”

“L’altro prese la cosa da guisardo, che non si vergogna di niente purché arrivi dove vuole, e condusse Monsieur comandandolo imperiosamente per tutta la vita, fu ricolmato di denaro e di benefici, fece per la sua casata quello che volle, rimase sempre pubblicamente il padrone a casa di Monsieur, … seppe mettersi tra il re e Monsieur e farsi trattare con rispetto, per non dire con timore dall’uno e dall’altro, e poté godere di una considerazione, di una distinzione, di un credito quasi altrettanto marcato da parte del re che da parte di Monsieur.”

“Monsieur era un uomo piccolo, panciuto, montato su trampoli, tanto le sue scarpe erano alte, sempre acchittato come una donna, pieno di anelli, braccialetti, pietre preziose dappertutto, con una lunga parrucca tutta spostata sul davanti, nera, incipriata, e nastri dovunque si potessero mettere, pieno di ogni tipo di profumi, e in ogni cosa incarnava la pulizia stessa; lo accusavano di mettersi un impercettibile colore rosso; il naso molto lungo, la bocca e gli occhi belli, il viso pieno ma molto lungo.”

Madame, scrive il 13 luglio 1716:

“Qui si dice che Madame (la prima) non era affatto bella, ma aveva una tale grazia che tutto le andava bene; non era capace di perdonare, volle fare cacciare il cavaliere di Lorena e ci riuscì, ma lui non l’ha perdonata. Ha mandato dall’Italia il veleno attraverso un gentiluomo provenzale che si chiamava Morel, che, per ricompensarlo, è stato nominato primo maggiordomo. Dopo che mi aveva ampiamente derubata gli è stata fatta vendere la sua carica ad un prezzo molto alto. Questo Morel aveva lo spirito di un diavolo, ma era un uomo senza fede e senza legge… Rubava, mentiva, giurava il falso, era ateo e sodomita, e teneva scuola di tutte queste cose, e vendeva dei ragazzi giovani come dei cavalli; andava tra il pubblico dell’Opera per fare lì il suo mercato.”

Il 3 Ottobre del 1705, così al corrente di queste cose che avrebbe potuto scrivere un libro sull’unisessualità, – lei stessa dice – scriveva alla sua cara Amélise:

“Dove siete state rinchiuse, voi e Louise, per conoscere così poco il mondo? Se si volessero detestare tutti quelli che amano i maschi, qui non se ne potrebbero amare che pochissimi. Ce ne sono di tutti i generi. Ce ne sono che odiano le donne come la morte e possono amare soltanto uomini. Mylord R. è di quel numero. Altri amano solamente dei bambini di dieci o undici anni; altri dei giovani dai diciassette ai venticinque anni, e questi sono i più numerosi. Altri non amano né gli uomini né le donne e si divertono da soli, ma sono meno numerosi degli altri.”
Quelli che amavano gli uomini dai diciassette ai venticinque anni o più maturi erano uranisti, molto più probabilmente degli altri.
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(1) Il cavaliere di Lorena, fatto come si dipingono gli angeli, si diede a Monsieur e divenne ben presto il favorito, il padrone che dispensava favori, e più risoluto a casa di Monsieur di quanto sia permesso esserlo quando non si vuole passare per il padrone o per la padrona di casa. (Vita di Daniel de Cosnac.)

(2) Enrichetta di Inghilterra.

(3) La prima cosa che Monsieur pretese dal cavaliere di Lorena fu che fosse legato unicamente a lui e che non entrasse minimamente negli interessi di Madame…; Madame mi disse che il cavaliere era innamorato appassionatamente di Mme de Monaco, che Mme de Monaco era sua amica del cuore a tutta prova e che quindi lei le avrebbe suggerito di suggerire tutto quello che poteva desiderare circa il signor cavaliere… Lui riconobbe certamente che era essenziale mantenersi in buoni rapporti con Monsieur e preferì la fortuna che si aspettava da Monsieur all’amore, finto o vero che fosse, che aveva per Mme de Monaco… Il cavaliere aveva solo mille scudi di rendita in tutto. (Seconda versione delle Memorie di Cosnac.)

(4) Dopo la disgrazia di Cosnac.

(5) Il cavaliere di Lorena, rinchiuso all’inizio nel castello di Pierre Encise vicino Lione, fu poi mandato al castello di If, in un’isola vicina a Marsiglia; poi ebbe il permesso di viaggiare fuori della Francia. Andò a Roma. Fu richiamato a corte nel 1670, alla morte di Madame.

(6) Cioè di fare tornare il cavaliere di Lorena.

(7) Madame aveva 26 anni. Lasciò due figlie del suo matrimonio con Monsieur: Maria Luisa che sposò Carlo II re di Spagna, e Anna Maria che sposò Vittorio Amedeo II, re di Sardegna.

(8) Madame de Thianges (sorella maggiore di Madame de Montespan) sembrava che gli fosse piaciuta più delle altre, ma il loro rapporto era piuttosto “una confidenza libertina” che non una vera galanteria. Lo spirito del principe era naturalmente dolce, benevolo e civile, capace di essere prevenuto e così suscettibile alle impressioni che le persone che lo avvicinavano potevano quasi dire di essersene impadronite, prendendolo per il suo lato debole. La gelosia dominava in lui ma questa gelosia lo faceva soffrire più di chiunque altro, la dolcezza del suo umore lo rendeva incapace delle azioni violente che l’altezza del suo rango gli avrebbe potuto permettere. (Histoire d’Henriette d’Angleterre, duchesse d’Orléans par Madame de la Fayette.)

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=5911

AUDLEY E EDWARD WALPOLE, DUE PROCESSI PER OMOSESSUALITA’

I capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che Vi presento oggi sono di enorme interesse storico. Il primo parla brevemente di Giacomo I Stewart, omosessuale certamente, ma altrettanto certamente immorale. Un esempio ancora peggiore di immoralità omosessuale è rappresentato dalla storia di lord Audley in cui la violenza si mescola con vere perversioni, che si fatica a ritenere non patologiche.

Raffalovich dedica poi parecchio spazio alla ricostruzione della vicenda giudiziaria di Edward Walpole (fratello di Horace Walpole) ricattato con l’accusa di sodomia. I fatti sono della metà del ‘700, ma sono un esempio chiarissimo delle conseguenze della criminalizzazione della sodomia. Il ricatto per estorcere denaro con la minaccia dell’accusa si sodomia divenne un fenomeno piuttosto diffuso, stando alle cronache giudiziarie, ma con ogni probabilità il numero di uomini ricattati con la minaccia di questa accusa fu molto più alto di quanto risulta dagli atti giudiziari, perché molti, che fossero o meno colpevoli di sodomia, o anche che avessero semplicemente fama di tendenze omosessuali, pagarono il silenzio dei loro ricattatori per evitare il rischio di un processo o quello di una lenta maldicenza distruttiva.

Tutti coloro che si sono dichiarati a favore della depenalizzazione dell’omosessualità hanno insistito sul fatto che considerarla reato penale non solo non ne avrebbe ridotto la diffusione, ma avrebbe aumentato notevolmente i numero di ricatti basati sulla possibile accusa di sodomia.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.

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Enrico VIII, Elisabetta, Giacomo I

Enrico VIII, quando confiscò i beni della Chiesa e si trasformò in una sorta di papa protestante, inventò delle leggi contro la sodomia. La sanzione penale dell’unisessualità in Inghilterra risale a lui, e le origini di queste leggi del Barbablù avido di denaro come di donne, è poco onorevole. Sotto Elisabetta (anche se ristabilì le leggi di suo padre), l’Inghilterra non aveva ancora imparato l’ipocrisia. La letteratura è gioiosa, più virile di quando fu mai dopo, più degna di una grande nazione. La letteratura del tempo di Elisabetta è rimasta come la prova della grandezza dell’Inghilterra, del suo genio poetico e ardente. E in tutto questo l’età elisabettiana è anche l’età dell’unisessualità letteraria. Questi poeti non pensano minimamente a scioccare né a vergognarsi quando traducono l’Alexis di Virgilio o quando cantano la bellezza di Ganimede o di Leandro. È un’epoca eroica.

Giacomo I, figlio di Maria Stuart e del bel Darnley, succede a Elisabetta, e arriva in Inghilterra avendo già fatto le sue esperienze unisessuali. I suoi favoriti si succedono. Scoppiano scandali spaventosi. Sir Thomas Overbury è assassinato da Carr e dalla contessa di Essex. L’omicidio è scoperto, e il re, che ha un nuovo amante, lascia che Carr sia imprigionato e giudicato. Giacomo, che amava gli inganni (era uno Stuart) mette le sue braccia intorno al collo di Carr, lo copre di baci a piena bocca, baci a labbra aperte, gli dice che non può fare a meno di lui; e una volta che Carr è fuori dalle braccia di Giacomo, Giacomo si gira verso i suoi cortigiani e dichiara che non rivedrà mai più Carr. Infatti viene arrestato e imprigionato. Il re comunque, durate tutto il processo non poté nascondere la sua inquietudine. Carr, se fosse stato condannato, voleva rivelare che il re “era stato a letto con lui”. Ai suoi lati furono piazzati due uomini in lunghi mantelli rossi che alla prima parola dovevano soffocare il suo discorso.

Lo sfortunato Oscar Wilde, che amava raccontare questo strano episodio, ci pensò quando ascoltando la sua terribile sentenza rimase senza parole? Quello che gli era stato raccomandato era solo di tenere una linea di condotta che portasse a una furberia tipo quella di Giacomo. Lui aveva sempre vantato l’egoismo, la menzogna e l’incostanza.

Mervin lord Audley, conte di Castlehaven, giustiziato per stupro e sodomia 1631.

Sotto Carlo I, lord Audley,[1] Fitzpatrick e Brodway furono vittime della follia erotica di lord Audley e della folle severità delle leggi. Ecco la storia raccontata in breve: lord Audley era accusato di aver fatto stuprare sua moglie da uno dei suoi (di lord Audley) favoriti e di avere commesso atti di sodomia. Lord Audley, padre di un figlio che era già un giovane uomo, sembra essersi rimaritato per potere soddisfare la sua mania erotica; perché, al di là dei suoi vivi gusti unisessuali, adorava vedere l’accoppiamento eterosessuale. Prese in casa sua una certa Blandina, ragazza di brutta vita, che si concedeva ai favoriti di lord Audley in sua presenza. Lui stesso abusò di lei davanti ai suoi servitori e ai suoi favoriti. Lord Audley diede in moglie sua figlia ad Amptil, un paggio che egli aveva avuto per otto anni e al quale donò novemila sterline. Lord Audley costrinse la sua figliastra (che aveva solo 12 anni) ad andare a letto con Henry Skipwith, un povero irlandese che ricevette dal suo padrone almeno 500 sterline all’anno e spesso di più. Lord Audley  diceva alla ragazzina che suo marito non l’amava e che lei doveva consolarsi con Skipwith. Lei cominciò ad amare il giovane uomo e il giovane uomo cominciò ad amarla, Skipwith vedendola così giovane si sarebbe accontentato di questo affetto ma lord Audley insistette, fece fare molti tentativi senza successo, cercò lui stesso l’olio che ci voleva, e arrivò a facilitare il coito. Lord Audley volle che Skipwith avesse anche dei rapporti con lady Audley, e lo fece andare a letto insieme con loro, ma il povero favorito ebbe paura di commettere un nuovo crimine ed ebbe con la contessa solo un rapporto esterno, cioè l’orgasmo ebbe luogo sul ventre della contessa.

La contessa testimoniò che il giorno successivo al suo matrimonio, lord Audley fece venire Amptil vicino al loro letto e si mise a parlare in modo lascivo. Garantì alla contessa che il corpo della moglie appartiene al marito, che lei doveva amare Amptil come amava lui, suo marito, e che se lei andava a letto con lui o con qualsiasi altro uomo, solo il marito ne era responsabile.

La contessa confermò la storia di Skipwith coricato sopra di lei, che ingannava in quel modo il marito che credeva sua moglie posseduta. “My Lord”, disse lei, faceva venire Skipwith tutto nudo nella camera coniugale e passava in rivista la virilità fallica dei suoi servitori. Gli faceva prendere parte a questo esame, e lodava molto quelli che vincevano la gara priapica.

Una notte a Fohthill Abbey “My Lord” fece venire Brodway nel loro letto e tenne ferma una delle gambe della contessa e le sue mani mentre Brodway la possedeva.

Laurence Fitzpatrick testimoniò che lord Audley più di una volta aveva avuto con lui rapporti unisessuali e era arrivato ad avere l’orgasmo con lui, tra le cosce; che era quella la soddisfazione di lord Audley con tutti i suoi favoriti. Anche Fitzpatrick aveva avuto rapporti con lord Audley nello stesso modo. Lascio da parte gli altri testimoni.

Il conte non aveva alcuna difesa; si accontentò di dire: “Guai all’uomo la cui moglie testimonia contro di lui! Guai all’uomo il cui figlio lo perseguita e cospira contro di lui! Guai all’uomo i cui servitori hanno diritto di testimoniare contro di lui e di togliergli la vita!”

Fitzpatrick avrebbe potuto dire: “Guai all’uomo che testimonia contro il suo padrone”, perché gli era stata promessa slava la vita (sembra) se avesse testimoniato. Ma fu impiccato per i suoi atti unisessuali col suo padrone.

Anche Brodway fu impiccato per lo stupro della contessa. Lord Audley (che 27 pari trovarono colpevole di stupro, ma solo 15 colpevole di sodomia) fu decapitato.

Morirono tutti e tre in un modo edificante, riconciliati col cielo e senza paura della morte.

Lord Audley era certamente pazzo; Fitzpatrick era vittima della sua inferiorità sociale; come anche Brodway, che (secondo lui) era vittima anche della contessa.

La religione ebbe un ruolo importante nel processo di lord Audley. Aveva cambiato religione, e questa fu una delle spiegazioni che si diedero dei suoi vizi. La sua incostanza religiosa rende facilmente comprensibile, disse l’accusatore, la sua generosità verso Skipwith e la sua avarizia verso i suoi vicini. Per ottenere qualcosa da lui, la contessa, sua figlia e la sua figlia adottiva dovevano andare a letto con Skipwith. È anche interessante notare che l’unisessualità (che non era reato, prima che Enrico VII cominciasse a desiderare i beni della Chiesa, e che fu depenalizzata da Maria e di nuovo resa reato penale da Elisabetta) era trattata dalla legge in blocco: non c’erano distinzioni tra il crimen sodomiticum e il crimen sodomiticum sine penetrazione. Lo si capisce.

Perché Enrico VIII, che aveva bisogno di un’arma contro i monasteri, avrebbe dovuto frenare la sua rapina con delle differenze talmente insignificanti per lui? È strano vedere ancora oggi l’Inghilterra soffrire per delle leggi il cui punto di partenza fu iniquo e ipocrita e allo stesso tempo soffrire e tremare all’idea di migliorarle. Solo dieci anni fa, tutti gli atti unisessuali sono stati di nuovo unificati, mentre la Germania e l’Austria (suscitando la collera dei medici e degli igienisti) lasciano impunite soltanto le masturbazioni reciproche.

L’ipocrisia inglese è così formidabile che la legge può ignorare certi delitti ma non può affatto essere migliorata. La prostituzione è debordante in Inghilterra, le strade di Londra sono infami, ogni anno la sifilide fa passi da gigante dell’esercito inglese; ma nessuno osa fare nulla. C’è una classe che non permette di toccare il vizio, perché restringerne le manifestazioni, significa riconoscerne l’esistenza, e riconoscere l’esistenza del vizio significa abbassarsi alla mancanza di ideali o all’ideale sensuale del “continente” europeo.

Ci si può stupire dell’unisessualità inglese?

Dato che questa non è una storia dell’Inghilterra, non cito nemmeno l’avvento del puritanesimo, che persiste ancora oggi, né la restaurazione, né la lotta incessante tra la bigotteria e la crudezza.

Guglielmo III fu un grand’uomo sotto parecchi aspetti; seppe tenere testa a Luigi XIV. In ogni caso fu un uomo, probabilmente un ultra-virile. La sua unisessualità non si nascondeva; essa permise a sua moglie, la regina Maria, di essere sua amica e di non dover temere una rivale. Tutti i favoriti di Guglielmo hanno avuto un ruolo nella storia, ed egli non sembra aver avuto relazioni senza amore, amicizia e fiducia. Da ogni punto di vista è il contrario dello sporco e furbo Giacomo I. Guglielmo, virile e serio, amava altri virili e seri. La regina Anna è stata molto accusata di unisessualità; ma l’inversione dei regnanti è nello stesso tempo così frenetica e così supposta e supponibile quando essa non è che una esaltazione della debolezza, che un’amicizia eccentrica esacerbata dall’isolamento, che non studio neppure i documenti.

Giorgio III, per la sua infatuazione per lord Bute, diede luogo a dei sospetti che, scrive Horace Walpole al suo amico Mann, dovrebbero essere confidati in latino.[2]

In ogni caso, la tradizione storica in quello che concerne l’unisessualità in Inghilterra non si interrompe mai.

La questione di Edward Walpole nel 1751

(L’intero procedimento sulla cospirazione malvagia ordita contro l’onorevole Edward Walpole da parte di John Cather, Adam Nixon, Daniel Alexander, Patrick Cane, alias Kane, e altri al fine di estorcere una grossa somma di denaro col pretesto di un’aggressione con l’intento di commettere sodomia sul corpo del detto John Cather, nel quale sono inseriti il processo integrale contro i detti Cather, Nixon, Alexander e Cane; e un resoconto completo del tentativo di Smith (che fu giustiziato a Tyburn per falso)[3] e di Patterson di accusare Mr Walpole di falso, ecc.. Londra, Stampato per H. Gifford, all’angolo di Elliot’s Court, nel Little Old Bailey, e venduto in tutti i negozi di pamphlet di Londra e Westminster, 1751, al prezzo di uno scellino).

Cito il titolo per intero come curiosità storica.

Nel secolo scorso in Inghilterra il ricatto era bene organizzato, proprio come oggi; la cospirazione di molti individui contro l’onorevole Edward Walpole, fratello di Orazio, lo mostra chiaramente. Questi pederasti e ricattatori erano anche più ingegnosi di quelli di oggi. Questa banda sembra più pittoresca, più inventiva ma altrettanto criminale di quella resa illustre dalla questione di Oscar Wilde.

Il rendiconto che possiedo di questa storia comincia con i soliti luoghi comuni. Il narratore dice che se queste orribili circostanze non fossero vere, non ci si potrebbe credere. Si stupisce che esistano uomini così malvagi. Si lamenta della misericordia delle leggi inglesi che non puniscono con la morte il crimine di ricatto. In paesi molto diversi dall’Inghilterra, in paesi dispotici, o in paesi le cui leggi sono sanguinarie e severe, i colpevoli sarebbero stati schiacciati sulla ruota.

L’onorevole Edward Walpole dichiarò nella sua deposizione che, durante i suoi viaggi all’estero, aveva fatto conoscenza di lord Boyne. Questa conoscenza diventò un’intima amicizia quando lui era segretario del duca di Devonshire, lord luogotenente d’Irlanda. Si riteneva così obbligato verso lord Boyne che credeva suo dovere provargli la sua riconoscenza in ogni modo. Aveva ottenuto una posizione eccellente per il fratello di lord Boyne e per i suoi amici. Era proprio a casa di lord Boyne che gli era stato domandato di fare qualcosa per un certo John Cather, che gestiva dei beni di lord Boyne, che aveva l’intenzione di andare in Inghilterra. E. Walpole promise, e qualche anno dopo John Cather andò a trovarlo a Londra.

Walpole non lo trovò abbastanza istruito per dargli un posto “negli affari”, e gli consigliò di entrare al servizio di qualche gentiluomo per istruirsi e formarsi.

Gli disse pure che lo avrebbe preso presso di sé se avesse avuto un posto per lui. Aveva anche l’intenzione, se il suo intendente (allora molto malato) fosse morto, di rimpiazzarlo con un suo valletto, di prendere per valletto il domestico incaricato di occuparsi dei bambini e di mettere Cather a prendersi cura dei bambini. John Cather venne molte volte a casa di M. Walpole e fu ammesso alla tavola dei domestici. Diceva di cercare un posto. Ma il 17 marzo 1750, il domestico di M. Walpole, mise al corrente il suo padrone di aver incontrato Cather in una taverna, molto ben vestito, con un gilè bordato d’argento, una camicia con collo alto arricciato. Cather confuso (stando al domestico) lo aveva invitato a bere e lo aveva pregato di non parlare al padrone dei suoi bei vestiti. Diceva di averli solo presi in prestito perché era la festa di san Patrizio. Questo racconto del domestico diede a M. Walpole (secondo la sua deposizione)  una cattiva opinione di Cather; ne dedusse che Cather aveva fatto cattive conoscenze e si decise e non occuparsi più di lui.[4] Poco tempo dopo Cather andò a casa di M. Walpole a dirgli che aveva trovato un posto e a chiedergli una raccomandazione. M. Walpole rifiutò e gli proibì di tornare da lui. Era un’imprudenza, soprattutto con un irlandese vanitoso e senza scrupoli.

Nel mese di aprile del 1750 M. Walpole ricevette una lettera di un certo Daniel Alexander che gli annunciava che John Cather stava per fargli causa accusandolo di sodomia, ma che il suo rispetto per la famiglia Walpole spingeva Alexander a mettere M. Walpole al corrente di questo progetto.

Una seconda lettera restò senza risposta, allora un certo Walter Patterson andò a casa di M. Walpole per renderlo edotto del procedimento contro di lui. Si diceva impiegato da Cather come uomo d’affari e anche lui obbediente al suo sedicente rispetto per la famiglia Walpole. M. Walpole “consapevole della sua innocenza” non prestò più attenzione a lui che ad Alexander. Quest’ultimo allora si presentò a casa di M. Walpole, ottenne un incontro riservato e gli disse che non poteva credere all’accusa di Cather. Aveva troppo rispetto per la famiglia Walpole. Poi arrivò a dire che tutti gli uomini hanno le loro passioni, che questo crimine così tenuto in orrore oggi, era stato molto in onore presso gli antichi e soprattutto in Italia. Concluse trattando questo crimine con leggerezza ma anche consigliando di soffocare qualsiasi scandalo e qualsiasi maldicenza. M. Walpole gli disse all’inizio che lui si era smascherato e che doveva essere della cospirazione contro di lui, poi cambiò atteggiamento e giocò d’astuzia con lui, fingendo di credere alla dichiarazioni di Alexander e lo incaricò di fare un’inchiesta.

Alexander lo incontrò parecchie altre volte, una volta in presenza di Horace Walpole, gli raccontò che era accusato non solo di aver tentato di commettere ma di avere commesso l’atto sodomitico e di avere messo in pericolo la vita di Cather. Alexander si offrì di mettere a posto tutto e M. Walpole rifiutò. (A questo punto fu chiesto a M. Walpole se avesse mai scritto ad Alexander. Lui disse di no, ma quando fu prodotta una sua lettera ad Alexander, riconobbe la sua scrittura, e si ricordò che in questa lettera non aveva apposto la sua firme nel modo abituale, non volendo esporre la sua firma a un simile rischio. La lettera non fu letta in udienza, perché non lo richiesero gli avvocati né di una parte né dell’altra.)

Furono lette altre lettere di Alexander, alcune minacciose, altre patetiche, che chiedevano non solo denaro per sistemare la questione di Cather, ma anche un buon posto.

Il signor Walpole rimase scosso, spaventato, e incaricò il suo amico Worsdale (che gli aveva raccontato di una conversazione ascoltata in una taverna tra persone che accusavano Walpole di essere un sodomita.) di insinuarsi tra i suoi avversari per venire a conoscenza dei loro segreti e delle loro trame. La storia è lunga e complicata, ma gli atteggiamenti morali sono ben evidenti, basti dire che Worsdale, sotto falso nome e con un certo Andrew White che conosceva Cather, riuscì pienamente nella sua missione.

Patterson (gentleman), Cain (coltivatore), Falkner, Dennison e Cather caddero nella trappola.

C. White (un irlandese che egli incontrò in Saint-James park, stando a Worsdale; l’amico intimo di Worsdale, secondo White), lo introdusse nell’ambiente di Cather e di Cain che abitavano insieme. C. White (per una ragione che non ci viene detta) era in ottimi rapporti con questi individui, e passarono tutti e quattro la serata ai “Jardins de Cuper”. Cather raccontò al simpatico Worsdale (che si fece chiamare consigliere Johnson) che era stato molto maltrattato da Walpole. Walpole l’aveva incoraggiato a venire dall’Irlanda, promettendogli aiuto, aveva poi rifiutato di aiutarlo e aveva tentato di commettere su di lui l’atto sodomitico; e lui voleva vendicarsi. “Se non mi dà cento sterline per non andare avanti con la causa, giuro che mi vendicherò.” Cain (quando rientrarono in battello da questo giardino pubblico, confessò a Worsdale[5] che Walpole non aveva violentato Cather, ma che lo aveva maltrattato non venendogli in aiuto quando quello moriva di fame e che il desiderio di ottenere denaro era la causa dell’accusa. Worsdale fece finta di approvare molto il progetto, e Cain, molto modestamente ma fieramente disse che ne era lui l’autore e che in genere le cose di questo tipo gli riuscivano bene, e che loro avevano di recente, con le minacce, estorto una somma di denaro a un signore di cui Worsdale non volle dire il nome.

Si fece poi cadere Patterson nella trappola (ma quello riuscì a scappare dalla prigione), e quando la polizia strinse la sua rete sulla banda, Walpole fu assolto dalla giuria dall’accusa di aver commesso o tentato di commettere sulla persona di Cather questo abominevole peccato di sodomia (che non si deve nominare tra cristiani), abitualmente chiamato “buggery”, e Alexander, Cather, Cain, Nixon (un uomo di legge coinvolto) furono ritenuti colpevoli di avere cospirato contro Walpole.

Fu scoperto anche un secondo e ingegnoso complotto contro Walpole, inventato da Patterson e da W. Smith, un falsario che più tardi fu impiccato. Smith offrì a Walpole, per una somma di denaro (a detta sua per aiutarlo a sbarazzarsi di Patterson che era il consigliere di Cather), un falso biglietto di Patterson in cui riconosceva di dovere a M. Georges Sandys (lo pseudonimo di Smith) 150 sterline.

Con l’aiuto di questo documento, Walpole doveva fare gettare Patterson in prigione per debiti, ma dato che si sarebbe riconosciuto facilmente che la firma di Patterson era falsa (Patterson si trovava in Irlanda alla data riportata nel documento), Walpole si sarebbe trovato in una posizione difficile di fronte a Cather. Sarebbe stato sospettato di aver fatto un falso per fare arrestare uno dei suoi accusatori.

Walpole non si fidò, prese Smith per il bavero, si batté con lui, lo gettò due volta a terra, lo bloccò a terra fino all’arrivo del marito di Windsor. Smith fu perduto.

W. Patterson, per aver accusato Walpole di un crimine che non si può nominare tra cristiani e per avere tentato di accusarlo di falso (che allora era un crimine capitale), fu condannato a sei mesi di lavori forzati, e per tre volte durante questi sei mesi doveva essere portato, nudo, fino alla cintola, e frustrato finché il suo corpo non fosse sanguinante, in giro per Hanover Square, dalle 10 a mezzogiorno, per Pall Mall, intorno a Covent Garden.

Cather fu condannato a tre giorni di gogna, una volta a Charing Cross, una volta alla fine di Chancery Lane, e una volta davanti alla Borsa, e poi a quattro anni di lavori forzati, e anche a pagare una cauzione di 40 sterline e a tre anni di sorveglianza.

Cain, fu condannato alla gogna per una volta a Charing Cross, a due anni di lavori forzati e cinque di sorveglianza con una cauzione di 40 sterline e due di 20 sterline.

Alexander fu condannato alla gogna a Charing Cross per una volta, a un’ammenda di 50 sterline, a due anni di prigione e, uscendone, ad una cauzione di 200 sterline e a due di 100 sterline, e a tre anni di sorveglianza.

Nixon scappò.

Innocente o no, si può credere che Cain si servì della vanità mortificata e della vendetta di Cather.

Questi ricattatori raccontarono a Worsdale che dopo Walpole, avevano intenzione di ricattare nello stesso modo i grandi medici, i chirurghi e gli ostetrici.

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[1] Qui ancora una volta, il processo lo prova abbondantemente, la sodomia praticata da lord Audley e dai suoi amici era un coito tra le cosce; non c’era coito anale.

[2] Nota di Project: – Gli argomenti scottanti legati alla sessualità erano trattati in latino per evitare che potessero essere facilmente compresi da chiunque.

[3] Note di Project: – Raffalovich riporta per intero il titolo inglese: “The whole proceedings on the wicked conspiracy carried on against the Hon. Edward Walpole by John Cather, Adam Nixon, Daniel Alexander, Patrick Cane, alias Kane, and others in order to extort a large sum of money under pretence of an assault with an intent to commit buggery on the body of the said John Cather in which are inserted the Trial at large of the said Cather, Nixon, Alexander and Cane; and a full account of the attempt of Smith (who was executed at Tyburn for forgery) and Patterson, to charge Mr Walpole with forgery, etc. London. Printed for H. Gifford, the corner of Elliot’s Court, in the Little Old Bailey, and sold at all the pamphlet shops in London and Westminster, 1751. Price one shilling.”

[4] Se E. Walpole era innocente (e in presenza del ricatto, che è un crimine contro la società, si ha il diritto di considerare innocente la vittima del ricatto, a meno di prove irrefutabili) le sue conclusioni sembrano molto severe; è probabile che il domestico avesse qualche gelosia o qualche risentimento nei confronti di Cather.

[5] Bisogna ricordarsi che Worsdale aveva il ruolo di detective per Walpole.

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OMOSESSUALITA’ E VIOLENZA SESSUALE IN COLLEGIO

Caro Progetto,
non so se sei una persona vera o un gruppo di persone, farò come se tu fossi una persona. Intanto grazie per avere creato il blog, però te lo devo dire subito, le cose gay per me hanno uno strano sapore, sono parecchio complessato su queste cose e ancora adesso, che ormai sono vecchio, sono scombussolato da un sacco di paturnie e di pensieri assurdi. Non so se sono veramente gay, non so se voglio esserlo, certo è che nelle cose del sesso ho vissuto la vita di un caso patologico, di un nevrotico che non è mai riuscito a trovare un suo equilibrio. Detto così, non si capisce niente, e allora tanto vale la pena che ti racconti quello che è successo. Mi farebbe piacere che tu mettessi la mia storia sul blog, però se non vuoi farlo ti posso capire. In ogni caso mi piacerebbe ricevere una tua risposta.

Sono nato nel Nord Italia, in Veneto, e allora ci si faceva la fame. I miei genitori erano contadini e io ero l’unico figlio superstite. Mio fratello più grande era morto in guerra e dopo le elementari nel paese, i miei si sono trovati a decidere se mandarmi alla media o all’avviamento. Soldi ce ne stavano pochi ma hanno fatto uno sforzo enorme per mandarmi alla media, per farmi studiare e darmi delle possibilità in più. Di questo li ringrazio perché la mia tranquillità economica di oggi è frutto della loro scelta.

La prima e la seconda media le ho fatte in una cittadina vicino al mio paese. Mi dovevo alzare prestissimo la mattina per prendere la corriera, mia madre mi lavava e mi stirava ogni giorno la camicia, perché ne avevo solo due e a scuola bisognava andare in ordine, mi lucidava pure le scarpe, babbo mi foderava i libri , mi faceva trovare le cose buone da mangiare, che poi erano le castagne o i fichi, secondo la stagione. Alle medie c’era il latino e per me era un ostacolo grosso, ma c’era il parroco, don Antonio, che mi faceva lezione il pomeriggio e mi faceva fare tutti i compiti. Gli altri ragazzi della classe erano tutti di famiglie ricche o almeno borghesi ma allora io non me ne rendevo conto. Quando c’erano gli incontri coi professori ci andava don Antonio, allora io non lo capivo, ma i miei genitori non si facevano vedere per paura di farmi fare un brutta figura, perché non parlavano bene l’Italiano e avevano le mani rovinate dai lavori in campagna. Mio babbo aveva fatto solo le elementari e mia mamma non le aveva nemmeno finite.

Nonostante tutto, a scuola non ho avuto problemi seri di adattamento, i professori erano molto esigenti ma io avevo una certa voglia di studiare e con l’aiuto di don Antonio, che aveva una mezza idea di mandarmi, dopo, in seminario, riuscivo a cavarmela passabilmente.

Nell’estate del 57 ho perso entrambi i genitori a causa di una febbre tifoide che il medico non ha saputo curare e mi sono trovato, a 13 anni, praticamente solo al mondo. Sono stato affidato a un fratello di mia madre, zio Battista, che però viveva in un paesetto in mezzo alle montagne e aveva le bestie in un alpeggio. Se fossi andato a stare con lo zio Battista, che era pure vecchio, vedovo, e non aveva figli, non avrei potuto continuare a studiare. Lo zio mi disse che potevo o andare in seminario a Vicenza o andare in collegio a Roma, in una scuola che don Antonio conosceva. Io non volli andare assolutamente in seminario e scelsi di andare a Roma, dove non ero mai stato. Mi segnarono alla scuola e zio Battista si fece carico di pagare la retta, che non doveva essere nemmeno tanto bassa, perché io avrei mangiato e dormito in collegio.

Don Antonio mi accompagnò a Roma e mi presentò al rettore della scuola, a dire la verità un po’ maltenuta, ma pulita, era un convento di frati, c’era la chiesa, ma di frati ce n’erano pochi, non più di sette o otto, tutti vecchi. Il convitto era diretto dal frate prefetto che però non si vedeva quasi mai, tutta l’organizzazione interna era affidata a dei ragazzi, studenti universitari, che noi chiamavamo prefettini, erano ragazzi che stavano in collegio senza pagare perché in pratica lavoravano stando appresso a noi, erano loro che ci seguivano durante le ore di studio e ci facevano fare i compiti, ci sorvegliavano il pomeriggio, durante i pasti, e la notte dormivano nelle loro piccole stanze, una accanto ad ogni camerata, per controllare la disciplina. In genere di noi si occupavano poco perché avevano molto da studiare per i loro esami all’università.

Io ero nuovo, i miei compagni si conoscevano già da due anni. La scuola non era male, tutti professori erano laici, in pratica professori in pensione delle scuole statali, erano tutti vecchi ma erano bravi e ci mettevano l’anima per farci imparare le cose. Alcuni professori li ricordo ancora. Il professore di matematica al quale devo il mio interesse per questa materia, nella quale ero bravissimo, il professore di lettere che ci raccontava le storie dell’Iliade e dell’Odissea recitando come in teatro e anche il professore di ginnastica che in pratica ci faceva fare solo ginnastica premilitare, come si faceva al tempo del fascismo.

I primi giorni sono stato bene e l’ho scritto a don Antonio, che mi mandava una lettera ogni settimana, ma già dalla metà di ottobre ho cominciato a vedere delle cose strane. C’erano dei ragazzi che sparivano dalla sala di studio e non si sapeva dove fossero finiti e poi rispuntavano dopo una mezz’oretta, Io allora ero totalmente ingenuo, non sapevo nulla del sesso, non avevo ancora scoperto la masturbazione e mi potevano raccontare qualunque balla che ci avrei creduto. Gli altri ragazzi, che non mi conoscevano, tendevano a mettermi da parte e a tenermi al di fuori dei loro segreti, ma non ci misi molto a capire che nel collegio c’era una vita invisibile, sotterranea.

Per una regola interna, le camerate erano distinte per anni di scuola, in modo da tenere separati i ragazzi di età diversa. Noi vedevamo i ragazzi della prima e della seconda media solo a colazione, a pranzo, a cena e nelle occasioni speciali, per esempio in chiesa, ma la ricreazione si faceva per gruppi separati, quindi in pratica io potevo familiarizzare solo coi ragazzi della terza media.

All’epoca ero un bel ragazzo per la mia età, ma ero molto delicato e molto educato. Dopo le prime settimane di scuola uno dei ragazzi, uno tra i capetti più rispettati, cominciò a chiamarmi uomo-donna e a farmi battute che all’inizio non capivo, tipo; “Tu sì che sei un uomo, non tua sorella!” Poi l’idea che io fossi l’uomo-donna cominciò a spargersi tra tutti i miei compagni.

Un giorno, durante le ore di studio, uno dei ragazzi si rivolse al prefettino per un chiarimento di matematica, quello gli disse che lui studiava lettere e che, se voleva, poteva andare da un altro prefettino che stava studiando ingegneria nella sua stanza. Il ragazzo tornò nell’aula di studio dopo circa mezz’ora tutto arrossato e spettinato, fu lì che ebbi il primo sospetto che le mezze ore di assenza di certi ragazzi non fossero dedicate a ricevere chiarimenti scolastici. Ma fu solo un’impressione, io non dissi nulla e tutto proseguì come prima.

Una sera, prima di andare a dormire, quando il prefettino non c’era, il capetto bullo, che si chiamava Silvano, mi si avvicinò e mi diede una carezza e poi mi mise le mani in mezzo alle gambe e disse: “è solo per vedere se sei uomo o donna!” mi sentii la faccia bruciare, volevo andare dal prefettino per denunciare la cosa ma Silvano mi disse: “Vai vai! Così pure lui ti dà una controllata!” e si mise a ridere. Col tempo mi hanno raccontato che uno dei prefettini, quello di ingegneria, in pratica quello della nostra camerata, faceva sesso coi ragazzi della terza media. Con me non ci ha mai provato perché non gli ho dato confidenza, ma stando ai racconti degli altri, con quelli che gli davano corda si lasciava andare proprio. Era un bel ragazzo, avrei voluto, forse , che succedesse anche con me, però nello stesso tempo avevo paura e non è mai successo nulla.

Le prime cose veramente brutte mi sono capitate poco prima delle vacanze di Natale. I ragazzi erano lasciati a se stessi, i prefettini erano quasi tutti partiti per le vacanze natalizie, salvo il nostro, quello di ingegneria. La faccio breve perché, anche se sono passati tanti anni, certe cose mi fanno un po’ senso. Insomma, mi bloccano sul letto in quattro, mi abbassano i calzoni e le mutande, e Silvano prova a penetrarmi, diciamo che fa la mossa, io strillo, ma mi mettono un fazzoletto in bocca e poi sono in quattro e non ho la forza di oppormi. La penetrazione non c’è stata ma l’umiliazione è stata terribile. Silvano mi dice: “Adesso hai capito che cosa ti succede se non fai tutto quello che vogliamo noi!” In quel momento, se avessi potuto lo avrei ammazzato.

Dopo quel fatto li tengo a distanza, mi faccio vedere il meno possibile, ma la cosa non può andare avanti così. Se non avessi fatto nulla sarei diventato lo zimbello di Sivano e della sua banda e le violenze si sarebbero ripetute. Ci penso molto, ma alla fine non ho altre soluzioni, prendo il coraggio a due mani e vado a parlare col nostro prefettino (quello di ingegneria), che mi ascolta, è spaventato soprattutto dall’idea che io vada a parlare col Rettore, e si vede, cerca di rabbonirmi e poi arriva a un compromesso che da lui non mi sarei mai aspettato ma che, nello stesso tempo, mi mise al sicuro e mi espose ai peggiori insulti da parte dei miei compagni. In pratica il prefettino avrebbe dormito nel mio letto in camerata e io nel suo, nella sua stanza chiusa a chiave. Tutta questa cosa avveniva, ovviamente senza che il vero prefetto del collegio ne sapesse niente e i ragazzi dovevano abbozzare, se non lo avessero fatto sarebbe venuto fuori quello che avevano fatto a me. Poi, per tenere buoni i compagni, che mi avrebbero ammazzato, ho finito per accettare che il preferttino venisse anche lui a dormire nella sua stanzetta. Ovviamente, dopo, i miei compagni mi davano esplicitamente della puttana.

A proposito del prefettino di ingegneria sentivo raccontate le cose peggiori: che spogliava i ragazzi, che faceva a gara con loro per vedere chi ce l’aveva più grosso e li picchiava per ottenere prestazioni sessuali da loro e cose simili e certi ragazzi giuravano che era vero e che era successo pure a loro, ma il prefettino, con me non ci aveva mai provato. Un giorno, mentre stavo nella sua stanzetta mi metto a frugare e tra il materasso e la rete del letto trovo un pacchetto con delle lettere, le leggo, sono dirette a un ragazzo ma sono lettere d’amore e pure focose. Penso che allora tutto quello che i miei compagni dicono di lui è vero e comincio ad avere paura.

E qui ho fatto una cosa di cui mi vergogno ancora oggi, ho raccontato a un mio compagno delle lettere del prefettino, e lui ha cercato di spingermi a rubargli le lettere per averlo in pugno e magari per portarle di nascosto al rettore. Io questa cosa non l’ho fatta, mi sembrava infame e poi il prefettino mi piaceva e non volevo che lo cacciassero o forse volevo averlo in pugno io. Ma adesso un altro ragazzo sapeva delle lettere e presto lo avrebbero saputo tutti e le lettere gliele avrebbero rubate gli altri, allora sono entrato in camera del prefettino, le ho prese io, e le ho nascoste da un’altra parte (in chiesa).

Quando è tornato il prefettino ho detto che gli dovevo parlare e gli ho raccontato che i ragazzi sapevano delle sue lettere, l’ho visto proprio sbiancare all’idea, ma gli ho detto pure che le lettere le avevo fatte sparire io e che erano nascoste in un posto sicuro, dove nessuno le avrebbe trovate. Lui le voleva indietro ma non gliele ho date e gli ho detto che le avevo lette. Lui mi guardava impietrito ma io gli ho risposto che lui con ne non aveva niente da temere perché con me si era comportato bene, poi gli ho detto di tutte le cose che avevo sentito su di lui e gli ho chiesto se erano vere. Ha ammesso di avere fatto un po’ di giochi sessuali coi ragazzi ma solo cose consensuali e me lo ha giurato. Io gli ho raccontato di quello che Silvano e la sua banda avevano fatto a me e lui mi ha detto che loro non lo facevano per sesso ma solo per infliggere una umiliazione terribile a un altro ragazzo, e poi mi ha chiesto se mi piacevano i ragazzi, io ci ho pensato e gli ho risposto onestamente che non lo sapevo e lui mi ha detto: peccato! Poi ha capito di avere detto una stupidaggine e mi ha chiesto scusa e dopo molte esitazioni mi ha chiesto dove stavano le lettere e io gliel’ho detto ma gli ho chiesto di lasciarle lì perché erano al sicuro, magari poteva andare a vedere che c’erano veramente, ma volevo che le lasciasse lì e lui lo ha fatto.

La storia del prefettino comunque è finita male e forse proprio per colpa mia. Il ragazzo al quale avevo parlato delle lettere, andò a riferire la cosa al rettore. Il prefettino negò tutto, io fui chiamato come testimone, giurai il falso e dissi che il mio compagno si era inventato tutto. I fatti non risultavano provati, ma il rettore non ne volle sapere e il prefettino fu cacciato, o meglio allontanato per motivi opportunità, a pochi mesi dagli esami finali. Prima di andarsene si riprese di nascosto le lettere e mi avvisò che le aveva prese lui.

Il nuovo prefettino era un emerito imbecille. Negli ultimi mesi prima degli esami ho subito dalla banda di Silvano angherie e violenze di ogni genere, e questa volta, siccome si dovevano vendicare su di me che ero stato il “cocco del frocio” ho subito veramente la violenza sessuale di Silvano e di un altro ragazzo. [- omissis – ] La sensazione di repulsione è stata totale, non ti racconto come mi sono sentito dopo, il ricordo di quella scena me lo porto ancora dentro perché quello non era sesso ma solo violenza come le bestie e anche peggio. I miei compagni avevano 14 anni e alla fine non riesco a odiarli o ad augurare loro la morte, perché non hanno nemmeno capito quello che stavano facendo. Insomma, io, dopo, sono stato ossessionato de quei ricordi per decenni e la mia vita sessuale ne è uscita rovinata. Il ricordo del prefettino invece era positivo, poi l’ho capito: quello era un ragazzo gay, e mi piaceva pure, non si era comportato da stronzo, ma l’idea che io potessi essere gay proprio per effetto della iniziazione violenta subita mi ha rovinato la vita. Non mi sono sposato e non ho un compagno, sono rimasto solo e per quanto possa sembrare assurdo il sesso gay mi sembra ripugnante, ma non so, e non lo so veramente, se questo succede per effetto della violenza subita ma penso di sì. Chi usa violenza sessuale su un’altra persona la uccide dentro, uccide la sua dignità, le sue sicurezze, sporca per sempre la sua sessualità. Bisognerebbe che i ragazzi ricevessero un’educazione seria e imparassero il vero rispetto del prossimo, ma purtroppo, anche se sono passati cinquant’anni, siamo ancora molto lontani da tutto questo.
Grazie Progetto, almeno mi sono sfogato un po’.

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OMOSESSUALI E EDUCAZIONE SESSUALE; QUALE EDUCAZIONE SESSUALE

Sul sito dell’ANSA (sezione Salute & Benessere), in data 28 Ottobre 2016, è stato pubblicato un articolo intitolato “Genitori disorientati da temi gender, ‘disgregano’ famiglie – Pediatri Simpe, 1 mln di omosessuali ma adulti non parlano con figli”.

“Sono circa un milione, afferma la Simpe (Società Italiana Medici Pediatri), gli italiani che si dichiarano omosessuali o bisessuali, a cui si aggiungono altri due milioni che hanno sperimentato attrazione per persone dello stesso sesso. In maggioranza si tratta di giovani, perché i primi segni di un diverso orientamento di genere compaiono prima dei 18 anni nell’80% dei casi. I genitori sono però poco preparati a capire i ragazzi: fino a 1 su 3 non sa come affrontare le problematiche dell’identità di genere, il 46% però capisce che i figli attraversano l’adolescenza con evidenti incertezze e dubbi di orientamento. Solo 1 su 5 tenta di comprendere, 1 su 2 ritiene che il dialogo sia difficile. Idee confuse anche sulle nuove forme di famiglia: un genitore su 2 accetta solo quella tradizionale e 2 su 3 ritengono che le tematiche gender possano disgregare la famiglia. ‘No’ alla fecondazione eterologa, inoltre, da 1 su 2, ma ‘sì’ alle coppie di fatto per i due terzi degli intervistati.”

Secondo Giuseppe Mele, presidente della Simpe, riporta il sito dell’Ansa, “Sono moltissimi i ragazzi che devono affrontare dubbi circa l’orientamento sessuale durante il difficile periodo della adolescenza. I genitori se ne rendono confusamente conto, ma sembrano incapaci di affrontare il tema con un obiettivo educativo. Al Nord l’apertura è maggiore, ma ovunque c’è disorientamento e poca conoscenza del problema”. Sempre più spesso, dunque, “i pediatri si trovano di fronte a sistemi familiari inediti, frutto di un cambiamento culturale inarrestabile di cui dobbiamo prendere coscienza, riconoscendo la diversità e le tematiche gender – conclude – indipendentemente dal giudizio personale che ognuno può avere sull’argomento”.

Perfino papa Francesco ha avuto parole di condanna per la teoria del gender, sembra che sia veramente una cosa terribile in grado di minare le famiglie alle fondamenta. Ma qualcuno ha mai spiegato al presidente della Società italiana del medici pediatri e a papa Francesco che la cosiddetta teoria del gender è un’invenzione di Mons. Tony Anatrella? «La teoria del “gender” ci prepara un mondo dove nulla sarà più percepito come stabile», dice lo psicanalista Tony Anatrella. «I danni provocati dal divorzio non sono nulla rispetto a quelli che può causare l’ideologia Lgbt» (http://www.tempi.it/e-vietato-dirlo-ma- … BRzvPmLSUl).

Aggiungo solo per inciso che Mons. Anatrella è accusato di abusi sessuali e l’articolo di Mediapart : «De nouveaux témoignages accablent Mgr Anatrella et ses thérapies sexuelles» fornisce ampi ragguagli in proposito.

Mi chiedo come sia possibile dare spazio alle estemporanee teorie di Tony Anatrella e trascurare del tutto quello che l’Organizzazione Mondiale della Sanità va ripetendo ormai da diversi decenni. Mi chiedo a quali fonti facciano ricorso papa Francesco e il dott. Mele in tema di orientamento sessuale e di problematiche di genere per arrivare ad avallare espressioni e concetti del tutto privi di fondamento. Il dott. Mele dice che “Sono circa un milione gli italiani che si dichiarano omosessuali o bisessuali, a cui si aggiungono altri due milioni che hanno sperimentato attrazione per persone dello stesso sesso” e non fa che riportare, praticamente con le sesse parole, un dato dell’ultimo censimento istat del 2012.

Il dato potrebbe fare pensare che gli omosessuali in Italia siano circa un milione, valore che appare assolutamente sottostimato a chiunque abbia anche una minima conoscenza della realtà omosessuale. In realtà, dopo aver detto che “Secondo i risultati della rilevazione, circa un milione di persone si è dichiarato omosessuale o bisessuale (pari al 2,4% della popolazione residente), il 77% dei rispondenti si definisce eterosessuale, lo 0,1% transessuale.” Il documento dell’Istat prosegue così: “Il 15,6% non ha risposto al quesito, mentre il 5% ha scelto la modalità “altro”, senza altra specificazione. I dati raccolti, quindi, non possono essere considerati come indicativi della effettiva consistenza della popolazione omosessuale nel nostro Paese, ma solo di quella che ha deciso di dichiararsi, rispondendo ad un quesito così delicato e sensibile, nonostante l’utilizzo di una tecnica che rispettava appieno la privacy dei rispondenti (busta chiusa e sigillata e impossibilità per l’intervistatore di verificare le risposte).”

Non c’è bisogno di aggiungere che non ci si può lamentare che la gente non capisca di che cosa si sta parlando quando le semplificazioni e il linguaggio giornalistico finiscono per prevalere sui dati scientifici e quando a Mons. Anatrella (inventore del gender) è dato maggior credito che all’Organizzazione Mondiale della Sanità.

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OMOSESSUALI E AMOR PLATONICO

I capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi costituiscono il nucleo del pensiero di Raffalovich sulla omosessualità ma hanno anche una notevole importanza storica perché permettono di capire le lontane radici delle posizioni che saranno poi fatte proprie dalla chiesa cattolica sullo stesso argomento.

Raffalovic chiarisce che cosa sia l’amor platonico secondo Platone, si sofferma poi ad esaminare gli amori platonici della sua epoca e cerca anche di darne una spiegazione non priva di interesse.

Per descrivere che cosa sia l’amor platonico secondo Platone, Raffalovich cita ampi passi del Fedro, nei quali si definiscono due tipi di amore, uno filosofico e l’altro onorevole, naturalmente entrambe le forme d’amore si riferiscono all’amore pederastico (rinvio per chiarire il concetto di pederastia a John Addigton Symonds “Un problema di erica greca” http://gayproject.altervista.org/etica_greca.pdf): l’amore filosofico mira al miglioramento di sé e del proprio amato, si basa sul sentimento dell’attrazione verso il simile, prevede forme di affettività come le carezze o il condividere il letto, ma esclude le carezze sessuali e, ovviamente, qualsiasi forma di rapporto sessuale o di masturbazione; l’amore onorevole, prevede anche la possibilità di rapporti sessuali “di tanto in tanto, ma il meno possibile”, purché finalizzati a realizzare un bene metafisico. In questo caso, siccome a detta di Platone, il rapporto nasce dalla passione, c’è un elemento caratterizzante che distingue l’amore onorevole dall’amore comune, finalizzato al piacere, ed è la “fedeltà” anche quando la passione viene meno (una specie di matrimonio indissolubile).

Platone descrive anche i destini delle anime degli amanti filosofici e di quelli onorevoli. I primi, dopo la morte, metteranno le ali e voleranno subito verso la verità, i secondi, non avranno subito le ali ma solo qualche piuma, e gireranno nel cielo, sopra la terra, per novemila anni e soltanto dopo, metteranno “insieme” le ali, perché sono stati amanti fedeli, e voleranno verso la verità. Gli uomini comuni, invece dovranno rimanere sulla terra o sotto di essa, perché hanno ceduto alle passioni vili.

Va detto che una visione simile del destino ultraterreno delle anime si trova anche nel Somnium Scipionis di Cicerone, ma per Cicerone sono le virtù civili e militari che innalzano gli uomini alla felicità eterna, per Platone, invece, e l’amor platonico, cioè la continenza sessuale e non va sottolineato che Platone non si riferisce affatto all’amore coniugale, che non è nemmeno preso in considerazione, ma solo all’amore pederastico. Per avere un esempio lampante di amor platonico ci si può riferire alla vicenda di Fedone.

Diogene Laerzio, nel secondo libro delle Vite dei filosofi, ci fornisce qualche notizia su Fedone, in realtà ben poco sulle opere e meno ancora sulla sua biografia, dice che era di Elide (l’estremo occidente del Poloponneso), lo considera un eupatride, quindi un nobile, sappiamo da altre fonti che sarebbe stato catturato in guerra in uno scontro tra Elei e Spartani, probabilmente nell’ambito della battaglia di Manitinea (418 a.C.) All’epoca poteva avere più o meno vent’anni, fu poi venduto ad un mercante di schiavi. Diogene Laerzio afferma che fu costretto a stare in una casa di prostituzione, riuscì comunque a prendere contatto con Socrate e questi, insieme con Alcibiade e Critone, trovarono il denaro necessario e lo riscattarono, da qual momento Fedone, divenuto uomo libero, fu uno dei discepoli di Socrate e si dedicò alla filosofia.

Altre fonti affermano che dovette servire nella casa del mercante di schiavi, ma un giorno, mentre Socrate era ospite di quel mercante, rispose ad una domanda di Socrate, il quale colpito dalla bellezza e dell’intelligenza del ragazzo, lo riscattò e ne fece un suo discepolo. Le due versioni della storia sono comunque sostanzialmente conciliabili. All’epoca dell’incontro Socrate poteva avere 52 o 53 anni e Fedone poteva averne 21 o 22.

Platone intitola a Fedone il dialogo sull’immortalità e mostra Fedone accanto a Socrate al momento della morte del maestro. Direi che questo è un esempio emblematico di amor platonico, anche se non segue alla lettera il modello tracciato da Platone.

È ben noto che il pensiero filosofico cristiano affonda le sue radici nel platonismo e chiaramente, anche se paradossalmente, la teoria dell’amor platonico contenuta nel Fedro diventa un sostegno importante per la teorizzazione della castità come ideale del matrimonio. Si tratta in realtà di contenuti inconciliabili, che hanno in comune solo la dimensione metafisica e l’ideale della castità, ma che si riferiscono a dimensioni storiche e a fatti concreti che non hanno nulla in comune. Piace tuttavia a Raffalovich svolgere sulla base del Fedro di Platone la sua personale apologia della castità. C’è in Raffalovich ben chiara l’idea che sarà poi fatta propria dalla chiesa cattolica in tema di omosessualità: l’omosessualità in sé è un dato di fatto ma è comunque una inclinazione disordinata, l’omosessuale può far parte della chiesa solo se è casto.
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L’amor platonico

Prima di parlare degli amori platonici e della decentralizzazione sessuale, citerò un brano di Platone sull’amor platonico. Non bisogna confonderlo con gli amori platonici.

L’amore platonico è o filosofico o onorevole. Quando è filosofico o quando è onorevole, comprende, sottintende l’amicizia-passione, il desiderio virtuoso di essere migliore e di rendere qualcuno migliore, a qualsiasi costo.

La soddisfazione fisica dell’amor platonico è la condivisione del letto dell’amato. Nell’amore filosofico questa intimità fisica comporta tutte le carezze, salvo quelle sessuali; nell’amore onorevole essa comporta di tanto in tanto la pratica dei piaceri sessuali, il meno possibile, e bisogna che questi piaceri siano comunque ricercati, desiderai, cari, e siano in ogni caso l’espressione, mal scelta forse, di virtù e tenerezze immateriali.

Gli uranisti hanno un ideale, un dio, dice Platone, ed essi “cercano un giovane uomo della stessa natura, e quando lo trovano, allora, imitando il loro dio, e spingendo questo giovane ad imitarlo, fanno in modo che si avvicini per quanto possibile al modello la cui idea è sempre presente nella loro mente. Si applicano a questo con tutte le loro forze, senza mai abbandonarsi all’invidia o ad alcuna malevolenza poco generosa verso i loro amati, per renderli simili a se stessi e alla divinità che onorano, ecco il fine costante dei loro desideri e dei loro sforzi.”

“Questo è lo zelo di quelli che amano veramente; il loro successo è una sorta di iniziazione; e per colui che ne è l’oggetto, una tale passione non può che essere motivo di onore e di felicità, quando egli è sensibile e si lascia soggiogare… E alla fine accade che il giovane uomo naturalmente disposto ad amarlo arriva a condividere i sentimenti di colui da cui riceve atti di adorazione… Il tempo che scorre, l’età, la necessità lo persuadono infine ad ammetterlo alle dolcezze di una dolce familiarità; perché non è mai stato scritto nel libro del destino che due malvagi possano amarsi né che due uomini onesti possano non amarsi. Appena questo giovane uomo è in rapporto col suo amante, ha accettato i suoi discorsi e la sua persona, la passione dell’amante riempie di ammirazione l’oggetto amato che capisce che l’affetto dei genitori e di tutti gli amici insieme non è nulla in confronto con quello di un amante ispirato. Dopo qualche tempo, a forza di vedersi e di toccarsi, sia nei ginnasi, sia negli altri luoghi di incontro, … ecco dunque che anche il giovane uomo ama, ma non sa chi; non conosce la natura del suo affetto, e non saprebbe esprimerla; come colui la cui vista è indebolita per avere guardato degli occhi malati cerca in vano la causa del suo male, senza saperlo, egli vede la propria immagine negli occhi del proprio amante come in uno specchio. In sua presenza, come lui, non sente più il dolore, in sua assenza lo rimpiange tanto quanto lui stesso è rimpianto; ha un Antieros, immagine di Eros.”

“Ma egli non crede affatto che la sua affezione sia amore; la chiama, la crede amicizia. Allo stesso tempo egli desidera quasi altrettanto che il suo amante, anche se un po’ meno, di vederlo, di toccarlo, di abbracciarlo di condividere il suo letto…”

“Il giovane uomo, trascinato dal desiderio che pure non conosce, stringe il suo amante tra le sue braccia, lo abbraccia, lo accarezza nel modo più tenero, e ogni volta che riposano così vicini uno all’altro, è incapace di rifiutare al suo amante i favori che questo gli domanda… Se dunque la parte più nobile dell’intelligenza riporta una così bella vittoria[1] e li guida verso la saggezza e la filosofia, i due amanti passano nella felicità e nell’unione delle anime la vita di questo mondo, padroni di se stessi, regolati nei loro costumi, perché hanno asservito quello che portava il vizio e liberato quello che ispirava la virtù. Dopo la fine della vita riprendono le loro ali, e si innalzano con leggerezza, vincitori in uno dei tre combattimenti che noi posiamo veramente chiamare olimpici… Ma se hanno scelto un genere di vita meno nobile, contrario alla filosofia ma non all’onore, accadrà certamente che, per mezzo dell’ubriachezza o di qualche altra negligenza, i loro due corsieri sfrenati, non trovando le anime in guardia, le condurranno insieme verso una stessa finalità; e allora, faranno la scelta più degna di invidia agli occhi della moltitudine, e mireranno solo al piacere.”

“E quando si saranno soddisfatti, rinnoveranno più e più volte i loro piaceri, ma soltanto di tanto in tanto. Le loro azioni non sono approvate dall’intelligenza tutta intera. Il loro legame è ancora dolce, benché meno forte di quello dei puri amanti, finché dura la loro passione; e quando essa è cessata, dato che credono di essersi scambiati il pegno più prezioso ossia una mutua fedeltà, non si permettono di scioglierne i nodi per fare spazio all’odio. Alla fine della loro vita le loro anime escono dal copro senza ali verso la verità, ma avendo già messo qualche piuma, in modo da essere ancora ben ricompensati per essersi abbandonati al delirio dell’amore: perché non è nelle tenebre e sotto terra che la Legge invia quelli che hanno già cominciato il viaggio celeste; al contrario essa assicura loro una vita brillante e piena di felicità e, quando ricevono le loro ali, le ricevono nello stesso momento a causa dell’amore che li ha uniti. Questi sono, o giovane uomo, i grandi, i divini vantaggi che ti procurerà la tenerezza di un amante. Ma il commercio di un uomo senza amore, temperato da una saggezza mortale, occupata da preoccupazioni frivole, non facendo germogliare nell’anima dell’oggetto amato se non una prudenza servile, che può ben apparire una virtù agli occhi della moltitudine, fa vagare l’anima, privata di ragione, per novemila anni sulla terra e sotto terra.”

Questa sublime visione della gerarchia dell’amore unisessuale termina col desiderio di essere liberati dall’incertezza per consacrare tutta un’esistenza all’amore approvato dalla filosofia.

Si comprendono i pericoli di questa gerarchia per l’invertito effeminato, per l’eterosessuale curioso;[2] ma soltanto essa classifica e giustifica gli uranisti. In alto l’eroe casto, anche se fervente, poi l’amante fervente, fedele e appassionato; gli altri appartengono alla morale corrente, all’andamento della giornata.
Il rimprovero di immoralità che certi lettori hanno forse già sulle lor labbra sarebbe facilmente respinto da Platone e dalla scienza. Dato che l’uranismo esiste, dato che l’inversione può essere acquisita, non è forse meglio scoprire una morale unisessuale? Essa aiuterà almeno i filosofi e gli uomini degni d’onore. La morale (o l’immoralità) comune servirà agli altri. Ho citato questo brano anche per mostrare la grande differenza tra l’amore platonico unisessuale e l’amore coniugale o casto eterosessuale. L’uomo che volesse forgiare la donna seguendo il suo dio, seguendo lui, sarebbe un infelice, un insensato. La donna non può diventare un uomo moralmente, intellettualmente, psichicamente. Non c’è spazio sufficiente nell’amore eterosessuale per l’amore della similarità ideale. Ed è proprio lì che l’uranismo trova la sua spiegazione superiore, metafisica.

Amori platonici

Gli amori degli uranisti sono molto frequentemente senza soddisfazione sessuale. Bisogna ricordarsi che le passioni che non finiscono in un atto sessuale o in una serie di atti sessuali, sono più violente e più durevoli. Il desiderio riveste così tante forme che spesso non lo si riconosce, e ci vuole del tempo perché l’uomo innamorato si accorga che il suo amore casto è legato a un desiderio fisico. Se l’affetto casto è sufficientemente forte e sviluppato, il desiderio fisico si smusserà poco a poco. Ci sono così dei solidi rapporti tra uomini i cui corpi non si sono abbastanza compresi ma le cui anime si comprendono molto meglio. Un uranista superiore e convinto e un eterosessuale casto, o diventato o ridiventato casto, possono in questo modo arrivare ad un amore assolutamente puro, essendo passati attraverso ogni tipo di fasi curiose. Da sempre un uomo sa astenersi dal possedere una donna che ama se nessun altro la possiede. Succede lo stesso nell’amore unisessuale per un eterosessuale, o per un asessuale o per un asceta.
L’uranista e l’eterosessuale arrivano così a gustare questo affetto platonico che è l’ideale di certi uomini e di certe donne, senza la preoccupazione che produce la differenza sessuale dal punto di vista sociale e mondano, e con in più un pudore che non è mai abbastanza tra gli uomini. E questo finisce nell’amicizia e nella devozione.

Tutte la passioni uraniste che sono state innocenti e infantili, non finiscono affatto sempre così bene, ma spesso in un modo diverso. Gli amori uranisti, come gli altri, si esasperano quando vengono compressi, e si vedono amori di questo tipo spiritualizzarsi man mano che le difficoltà diminuiscono, e sessualizzarsi quando aumentano. Così talvolta degli uomini (soprattutto giovani) calunniati a torto e costretti a separarsi hanno solo allora ceduto a capricci sessuali uno per l’altro e hanno rovinato ciò che restava loro di affetto.

Si notano costantemente ragazzi giovani o anche giovani uomini che camminano allacciati, e io penso che si farebbe loro più male che bene, si si volessero costringere le loro attitudini, le loro espressioni di affatto. Gli uomini più corretti hanno avuto nella loro infanzia o nella loro giovinezza delle vere passioni di entusiasmo o di ammirazione o di infatuazione, e le si sarebbe rese pericolose ostacolandole. Ebbene, certi invertiti dal cuore tenero, ingenuo, sensuali più che sessuali, continuano ad amare con questa tenera, ingenua, infantile, affettuosa, voluttuosa amicizia amorosa. Per loro l’ideale consiste nello stringersi la mano, nel camminare faccia a faccia con l’amico, ecc. ecc.. I loro slanci sessuali allora si spengono, ed essi non si sentono più asserviti alla loro sessualità, hanno tutte le gioie di un primo amore idillico e senza sesso. È questo che perseguono per tutta la vita e trovano altrettante difficoltà, altrettante insidie, altrettante calunnie che se ricercassero dei coiti illegali. Sono comunque uranisti, uranisti soprattutto casti, soprattutto fraterni o paterni, eccellenti se non li si perseguita fino a farli rifugiare nel vizio. Quando sono intelligenti, lavorano e arrivano a risultati significativi. Quando sono deboli si sacrificano agli altri, oppure si buttano nelle turpitudini che si avvicinano a loro e si suicidano fisicamente o moralmente. Ci sono uomini che possono prendere in considerazione il vizio ma che non possono abituarsi ad esso. Sono loro che soffrono di più dell’ipocrisia, dell’ignoranza, della stupidità dei non invertiti come degli invertiti. Qualche volta imparano una bontà quasi apostolica.
Quando non hanno la forza di astenersi dalla carezze simboliche (dato che per loto tutto diventa simbolico, ogni contatto, ogni sfioramento, qualsiasi intimità verbale anche insignificante), a meno che non trovino un compagno il cui cuore è ben saldo, sono esposti a tutte le delusioni, meritate e immeritate. In cambio del loro pudore, della loro castità, del loro amore, ricevono il ridicolo di tutte le accuse possibili. E si meravigliano, non sapendo che l’amore unisessuale senza unione corporale non è visto meglio dagli uomini dell’amore unisessuale con unione corporale.

Non sarebbe esatto o saggio confondere con questi amori esaltati le amicizie entusiastiche, o giovanili o tenere; questi amori e queste amicizie si somigliano, ma l’eterosessuale conosce solamente l’amicizia appassionata e non l’amore-amicizia appassionato. Non bisogna dunque spaventarsi di ogni piccola stravaganza, di tutti i pudori del sentimento e neanche delle infatuazioni. Si vedono uomini molto seri interessarsi ardentemente ad altri uomini meno seri; le cause e i risultati di queste simpatie, invece di essere biasimati, possono essere desiderabili, lodevoli e utili. Quando non si ha né il diritto né il potere di sapere, non si dovrebbe sospettare.
Oggi, che si parla tanto di unisessualità in tanti ambienti, bisognerebbe scrivere un lungo capitolo sulla maldicenza e la persecuzione. Gli indipendenti e i timidi devono soffrire molto; ma soffrire di meno dipende solo da loro. Ecco alcune semplici regole di condotta: non ascoltare le maldicenze, non permettere certe conversazioni in loro presenza, certi scherzi, non fingere vizi che non hanno, in una parola un’attitudine ferma e intelligente, e molte lamentele taceranno.

Localizzazione sessuale e decentralizzazione sensuale

Non potrei nemmeno indicare le lacune della nostra conoscenza della psicologia sessuale, senza parlare di quello che chiamerò localizzazione sessuale e decentralizzazione sensuale. Io so che rasento zone pericolose, trappole, ma credo sia utile che io non mi spaventi.

Nell’infanzia (dicono certi uranisti) c’è una decentralizzazione sessuale, per così dire. Il bambino non ha affatto, in molti casi, una sensazione sessuale localizzata, quando ha le braccia intorno al corpo del suo piccolo amico o quando tiene la mano del suo domestico. Certi bambini possono avere più precocemente di altri degli slanci sessuali localizzati, in quei momenti che riempiono di delizie o di pace un piccolo uranista. La sessualità, la sensualità, non è ancora localizzata a otto, nove, dieci o undici anni. Più tardi queste carezze, questi contatti, questa mano del domestico, produrranno nel bambino appena pubere un desiderio virile, in quanto fallico, femminile in quanto egli aspira a donarsi, a prestare il suo copro all’uomo, non importa dove, non importa come. Quando sopravviene l’adolescenza, questi desideri fisici si possono di nuovo ridurre, possono decentralizzarsi. Tutto quello che diverte, interessa, accattiva, occupa l’adolescente, riduce il dominio del pungiglione fallico. Con il loro amico prescelto, le conversazioni, le tenerezze, le lunghe intimità incatenano, sopprimono, annientano quasi questa pungente insurrezione della carne. Tra ragazzi giovani le intimità sospette possono non aver fatto neppure un passo in avanti rispetto alle intimità dell’infanzia; essi si producono reciprocamente la sensazione di essere tornati all’innocenza infantile. È questo che impedisce a tanti uomini di dimenticare le loro amicizie adolescenziali. In collegio, spesso, c’è più unisessualità fisica tra indifferenti che non si parlano nemmeno che tra dei teneri. La tenerezza sembra arrestare lo slancio sessuale. Più tardi ancora, se essa non si interrompe, lo fa passare addirittura inavvertito. Alcuni uranisti affermano che in uomini già grandi o anche la maturi, la tenerezza, se essa fosse opportuna e consentita, continuerebbe a rallentare, a nascondere lo slancio sessuale, a disseminarlo fra tutti i sensi. Il rilassamento sessuale non sarebbe più un atto sessuale breve o vietato o difficile, ma sarebbe un’emozione cerebrale che si distilla più che gocciolare. Questi uranisti assicurano che la pace che i sessuali localizzati provano dopo aver raggiunto la voluttà, arriva per loro senza essere passata attraverso il cammino della voluttà fisica locale, e che questa pace è assolutamente comparabile con quella e comporta anzi una felicità in più. E questi sono uomini completamente virili, fallici, sensuali, e che hanno amato fisicamente e probabilmente ameranno ancora in questo modo. Non è dunque l’impotenza che li fa parlare così.

E non si tratta di una semplice amicizia. C’è o una paralisi della sensazione sessuale localizzata, o una decentralizzazione, perché questi uomini, mentre dura questa tenerezza diffusa non hanno rapporti sessuali né con uomini né con donne e non hanno il desiderio di onanizzarsi. Ma quando sono gelosi o vengono ingannati o pensano di esserlo, la sensazione sessuale locale si risveglia imperiosa.

Si darebbe una spiegazione alle passioni platoniche, fiammeggianti, e che comunque lasciano l’apparato sessuale quasi completamente quiescente, se si utilizzassero queste osservazioni. Si capirebbero le devozioni irresistibili e le imprudenze di certi uranisti. Essere casti quando amano o far durare tanto quanto il loro amore il rilassamento amoroso e l’esaltazione, ecco la loro aspirazione. Gli uomini la ostacolano, sia creandole impedimenti sia calunniandola, sia assimilandola a tutte le altre aspirazioni sessuali. La sua base è indubbiamente unisessuale, ma le sue soddisfazioni sono così disperse che sfuggono all’analisi e non si possono riconoscere.

La morale ufficiale inglese perseguita questa manifestazione, portata alla quintessenza, dell’uranismo con una pazienza e un odio inimmaginabili se non si conosce il terrore inglese di essere vittima di un’ipocrisia. L’ipocrisia intellettuale e sentimentale degli Inglesi (così fantasiosa, così inverosimile, così basilare per il loro protestantesimo e il loro agnosticismo, il Moloch al quale immolano i loro bambini e i loro atteggiamenti pubblici) li lascia molto sospettosi, paurosi tanto di apparire ingannati quanto di avere ingannato. Il giornalismo inglese e la letteratura corrente dimenticano solo raramente il possibile rischio di confondere l’uranismo casto con il comune cameratismo.

Ci sono dei momenti in cui questa ammirevole e pudica Inghilterra mi fa l’effetto di un giovane uomo (di un romanzo di Catulle Mendès) che non tralasciava mai di recitare le litanie della Vergine quando i suoi amici lo masturbavano o quando una donna lo riceveva.
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[1] Grazie al pudore e alla ragione l’amante ideale non accetta.
[2] Nota di Project: – Si tratta di una delle primissime volte in cui viene usata questa espressione: “eterosessuale curioso” che avrà in seguito molta fortuna.

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PAPA FRANCESCO E LA TEORIA DEL GENDER

Sono le 23.30 del 3 Ottobre 2016. Ho passato l’intera giornata a cercare di capire che cosa sia realmente la “teoria del gender” di cui ha parlato recentemente papa Francesco, identificandola come il vero pericolo per il matrimonio. Sono andato a cercare nei documenti vaticani una strada per dare un contenuto a questa teoria; gli unici richiami espliciti che ho trovato riguardavano quattro illustri personalità della storia della cultura laica europea: Wilhelm Reich, Herbert Marcuse, Margaret Sanger e Simone de Beauvoir e sinceramente, pur trattandosi di personaggi incompatibili con la visione cattolica della sessualità, non riesco a capire che cosa possano avere a che vedere con la “teoria del gender” per come essa e rappresentata nei documenti vaticani. Ho trovato anche un esplicito e ripetuto richiamo al “costruttivismo” come origine della “teoria del gender” ma non mi pare che né Kelly, né Mead, né Piaject né Luhmann, abbiamo mai formulato teorie con i contenuti attribuiti alla “teoria del gender” dai documenti vaticani. Ero contento del mio lavoro che portava alla documentata conclusione che la “teoria del gender” è una creazione tutta vaticana, una specie di Satana del XXI secolo al quale si può tranquillamente dare la colpa di tutto quello che si vuole. Non nego che possa anche esistere qualche personaggio minore più o meno costruttivista che abbia scritto cose conformi a quelle indicate dal Vaticano, ma non devono essere certamente grandi cose se, da quello che vedo, pur parlando con persone di cultura, nessuno le ha mai notate fuori dagli ambienti ecclesiastici. Dopo aver scritto un puntiglioso articolo in cui ribadivo documentatamente quando sopra, mi sono fermato un attimo a riflettere. Se le mie conclusioni sono corrette, perché sia Benedetto che Francesco hanno identificato nella “teoria del gender” il grande nemico, quasi il cavallo di troia per minare alla base la morale cattolica? E soprattutto – e questo punto è fondamentale – Benedetto e Francesco fanno lo stesso uso della “teoria del gender”? Molti elementi oggettivi inducono a presupporre che entrambi conoscano gli argomenti che affrontano solo attraverso l’ottica deformante della dottrina e della tradizione cattolica. C’è da chiedersi che cosa si nasconda dietro la “teoria del gender”, e deve essere certo qualcosa che preoccupa seriamente la chiesa. Mi sono quindi armato di umiltà e sono andato per l’ennesima volta a rileggere le ultime dichiarazioni di Francesco. La prima cosa che mi è venuta in mente è la teoria del complotto. Quando qualcosa non va nel modo sperato è quasi automatico individuare il perché in un complotto da parte di qualcuno che intende mettere in crisi il nostro mondo. Francesco a un certo punto ha detto:

Mi raccontava un papà francese che a tavola parlavano con i figli – cattolico lui, cattolica la moglie, i figli cattolici, all’acqua di rose, ma cattolici – e ha domandato al ragazzo di dieci anni: “E tu che cosa voi fare quando diventi grande?”. “La ragazza”. E il papà si è accorto che nei libri di scuola si insegnava la teoria del “gender”. E questo è contro le cose naturali. Una cosa è che una persona abbia questa tendenza, questa opzione, e c’è anche chi cambia il sesso. E un’altra cosa è fare l’insegnamento nelle scuole su questa linea, per cambiare la mentalità. Queste io le chiamo “colonizzazioni ideologiche”.

Mi sono chiesto: “Ma Francesco pensa realmente che l’orientamento sessuale o l’identità di genere siano questioni culturali che si insegnano e che sia possibile “orientare”, attraverso l’educazione, verso l’omosessualità chi omosessuale non è?” Se la risposta a questa domanda è sì, è evidente che Francesco parla di cose che non conosce assolutamente”; se la risposta è no, sembrerebbe di poter capire che ciò che veramente spaventa Francesco non sono né gli omosessuali né i transessuali come tali, ma è invece il degrado morale della sessualità in sé, che porta al disprezzo della persona e alla sua mercificazione. C’è da chiedersi, e me lo chiedo molto seriamente, come si concilierebbe questa seconda ipotesi con la dottrina riassunta nel catechismo; la risposta è obbligata: non si concilierebbe affatto. Il discorso che Francesco ha fatto sul trans sembra quasi una legittimazione del cambio di sesso, cosa che per un laico mediamente intelligente è ovvia e scontata, ma che per un papa è decisamente un inedito. Mi sono chiesto perché si invoca la teoria del gender come argomento a difesa delle unioni gay, attribuendole la creazione surrettizia di più di due sessi, quasi che i gay fossero un terzo sesso, come diceva Edward Carpenter nel 1908 nel suo “Il sesso intermedio”. Citare la “teoria del gender” come argomento a favore della nozze gay sembra incompatibile con l’idea che l’obiettivo della chiesa sia l’amoralità in sé e non specificamente l’omosessualità, oltre che, ovviamente, tutte le novità portate dalla unioni civili anche in campo eterosessuale. E anche l’idea di accompagnare l’omosessuale verso Cristo, secondo il linguaggio di Francesco, significa in fondo pretendere da lui la castità, se si vuole essere conformi alla dottrina cattolica, il che certo significa non accettarlo per quello che è. In effetti, al di là dei discorsi a braccio, che lasciano comunque perplessità, il catechismo resta e resterà e con esso resteranno le condanne nonostante un’accoglienza e una misericordia che hanno un sapore strano quando manca la giustizia e la comprensione sostanziale dei fatti. Capirà mai papa Francesco che l’omosessualità è una forma d’amore che chiede di essere accettata e capita proprio in quanto forma d’amore e che i tentativi di reprimerla che si nascondono dietro la parola misericordia sono una forma terribile di violenza alla persona? Chi ha orecchio per intendere intenda.

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