GAY E SINODO DEI GIOVANI

Nell’Ottobre del 2014, solo quattro anni fa, a conclusione del Sinodo sulla famiglia, mi trovai a scrivere un articolo intitolato “Il Sinodo sulla famiglia e il topolino gay”. Il titolo alludeva al fatto che dopo le grandi aspettative suscitate dall’”Instrumentum laboris”, cioè dal documento preparatorio, la “Relatio post discerptationem “ aveva enormemente ridimensionato le cose, e la “Relatio Synodi” cioè il documento finale, aveva definitivamente mortificato qualsiasi aspettativa, limitandosi alla materiale ripetizione dei contenuti delle ”Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali” firmata da Joseph Ratzinger, allora Prefetto delle Congregazione per la Dottrina della Fede, nel giugno del 2003. La montagna, dopo un lungo e faticoso travaglio, aveva partorito il topolino ma i padri sinodali ne erano rimasti così terrorizzati da affrettarsi a divorarlo prima che uscisse dall’aula del Sinodo. Ma “Sic transit gloria mundi!”

Il 28 Agosto di quest’anno scrissi un altro articolo “Papa Francesco non sa cosa sia l’omosessualità” quando Papa Francesco, nel volo di ritorno da Dublino, parlando a braccio, come è solito fare, rispondendo ad una domanda relativa all’atteggiamento che dovrebbe prendere un genitore di fronte al coming out del figlio, così si espresse:

“In quale età si manifesta questa inquietudine del figlio, è importante, una cosa è quando si manifesta da bambino, c’è… ci sono molte cose da fare… con la psichiatria… per vedere come… come sono le cose. Un’altra cosa è quando si manifesta un po’ dopo vent’anni o cose del genere, no?…”

Ero stupito che il Papa non avesse assolutamente le idee chiare su quello che la Psichiatria seria dice della omosessualità, anche se oggettivamente l’omosessualità non appare e non è certo la tematica fondamentale o il pensiero ossessivo di Papa Francesco. Va sottolineato però che, a parte questo cenno improvvido, negli atteggiamenti personali di Papa Francesco sono del tutto assenti i toni della crociata anti-gay tipici di Benedetto XVI, ai quali si ispirava anche il Sinodo sulla famiglia del 2014.

Da pochi giorni si è concluso il Sinodo sui giovani e cercherò qui di seguirne lo sviluppo relativamente al tema della omosessualità.

Il Documento finale pre-sinodale, così si esprime sul tema:

“Problemi come la pornografia distorcono la percezione della sessualità umana da parte dei giovani. La tecnologia usata in questo modo crea una ingannevole realtà parallela che ignora la dignità umana.”

“C’è spesso grande disaccordo tra i giovani, sia dentro che fuori la Chiesa, riguardo ad alcuni dei suoi insegnamenti che oggi sono particolarmente dibattuti. Tra questi troviamo: contraccezione, aborto, omosessualità, convivenza, matrimonio e la modalità di percezione del sacerdozio nelle diverse realtà della Chiesa. E’ importante notare che, indipendentemente dal livello di comprensione degli insegnamenti della Chiesa, continua ad esserci disaccordo e dibattito aperto tra gli stessi giovani su queste controverse questioni. Di conseguenza, può darsi che essi vogliano che la Chiesa cambi i suoi insegnamenti o, perlomeno, che fornisca una migliore spiegazione ed una maggiore formazione su tali questioni. Nonostante questo dibattito interno, i giovani cattolici le cui convinzioni sono in contrasto con l’insegnamento ufficiale della Chiesa desiderano comunque farne parte. Molti giovani cattolici accettano questi insegnamenti, trovando in essi una fonte di gioia. Desiderano che la Chiesa non solo continui ad attenervisi nonostante la loro impopolarità, ma che li proclami insegnandoli con maggiore profondità.”

“Noi, la Chiesa giovane, chiediamo alle nostre guide di affrontare in maniera concreta argomenti controversi come l’omosessualità e le tematiche del gender, su cui i giovani già discutono con libertà e senza tabù. Alcuni percepiscono la Chiesa come “antiscientifica”; per questo il dialogo con la comunità scientifica è certamente importante, in quanto la scienza è in grado di illuminare la bellezza della creazione.”

Vorrei soffermarmi in particolare su ciascuno di questi punti.

È un fatto evidente che la pornografia distorce la percezione della sessualità e non solo quella dei giovani, tuttavia la Chiesa condanna come pornografia anche la rappresentazione non distorta della sessualità. Ho insistito spesso anche io sul fatto che la pornografia non rappresenta correttamente la sessualità ma ritengo che una rappresentazione realistica della sessualità, che non la banalizzi e non la riduca a mera performance, sia non solo utile ma necessaria perché si capisca che la sessualità può essere espressione di un’affettività profonda, ma può anche essere vissuta in modo leggero ma comunque rispettoso dell’altro, e può perfino trasformarsi in una forma di sopraffazione e di violenza e questo vale sia in ambito gay che etero. Sento molti ragazzi gay usare espressioni del tipo: “Preferisco mille volte vedere una storia d’amore gay con un po’ di sesso che un porno, che alla fine non ha alcun senso ed è stato costruito solo per fini commerciali.” Bisognerebbe meditare sull’idea di una educazione sessuale (anche degli adulti) costruita sulla realtà per non lasciare spazio alla sola strumentalizzazione della sessualità, ma su questo terreno la Chiesa non si è mai espressa seriamente.

Quanto al disaccordo tra i giovani, sia dentro che fuori della Chiesa, su temi che adesso sono particolarmente dibattuti, tra i quali si trova anche l’omosessualità, va detto che il disaccordo non esiste solo tra i giovani ma anche tra le persone di età matura e anche all’interno della stessa Chiesa gerarchica. Quando il documento preparatorio parla di “giovani cattolici le cui convinzioni sono in contrasto con l’insegnamento ufficiale della Chiesa, che desiderano comunque farne parte” afferma che ci si può sentire cattolici e nello stesso tempo in contrasto con l’insegnamento ufficiale della Chiesa e questo accade proprio perché si ritiene che quell’insegnamento sia comunque non conforme allo spirito evangelico e sia viziato da visioni pregiudiziali, da eredità di altre epoche che andrebbero radicalmente riviste alla luce di una visione scientificamente fondata sulla realtà, basti a questo proposito ricordare che il Catechismo della Chiesa cattolica e i documenti pontifici in tema di omosessualità parlano di “grave depravazione”, “funesta conseguenza di un rifiuto di Dio”, “mancanza di evoluzione sessuale normale”, “costituzione patologica” , “comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale”. San Pio X, nel suo Catechismo del 1910, classifica il “peccato impuro contro natura” come secondo per gravità solo all’omicidio volontario, fra i peccati che “gridano vendetta al cospetto di Dio”.

Tutte queste cose sono, oltre che pericolose, perfino ridicole per chi ha un minimo di conoscenza della realtà, del tutto lontane della oggettività scientifica e frutto di puri pregiudizi, queste cose andrebbero riviste radicalmente con onestà intellettuale. L’idea della omosessualità come “colpa” o come “patologia” ha ormai fatto il suo tempo ed è stata archiviata dalla comunità scientifica da decenni. L’affermazione secondo la quale « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati », contenuta nell’art. 2357 del Catechismo della Chiesa Cattolica stride fortemente con l’affermazione più volte ripetuta dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo la quale l’omosessualità è “una variante naturale e non patologica” della sessualità umana.

Il documento preparatorio afferma che la dottrina della Chiesa è per molti cattolici fonte di gioia. Da quello che vedo ogni giorno tra i giovani gay, la dottrina della Chiesa in tema di omosessualità è una delle motivazioni di fondo per le quali i gay abbandonano la Chiesa, migrando talvolta verso altre confessioni religiose. I giovani gay abbandonano una Chiesa che li bolla come gravemente depravati, come persone che scontano le funeste conseguenze di un rifiuto di Dio, come individui sessualmente non normali, casi patologi che mettono in pratica comportamenti intrinsecamente cattivi dal punto di vista morale, secondi per gravità solo all’omicidio volontario! Mi chiedo come sia possibile provare gioia di fonte a queste affermazioni che non sono solo pericolose e violentemente omofobe ma sono radicalmente anticristiane.

Nel documento preparatorio si legge: “Noi, la Chiesa giovane, chiediamo alle nostre guide di affrontare in maniera concreta argomenti controversi come l’omosessualità e le tematiche del gender, su cui i giovani già discutono con libertà e senza tabù.”

Mi fermo su un solo elemento la cui presenza è sorprendente: il “gender”, una specie rimodernata di “araba fenice” di metastasiana memoria, una cosa della quale tutti parlano ma che nessuno ha mai visto! Ne parla Benedetto XVI in modo insistente, e questo non stupisce troppo, ma perfino papa Francesco ha espresso qualche preoccupazione per la teoria del gender, che però non ha alcun riscontro scientifico, né la sociologia né la psichiatria seria hanno mai parlato di questo fantomatico argomento e meno che mai nel modo assolutamente improbabile descritto dagli atti della Chiesa. La cosiddetta teoria del gender è un’invenzione di Mons. Tony Anatrella. «La teoria del “gender” ci prepara un mondo dove nulla sarà più percepito come stabile», dice lo psicanalista Tony Anatrella. «I danni provocati dal divorzio non sono nulla rispetto a quelli che può causare l’ideologia LGBT» (https://www.tempi.it/e-vietato-dirlo-ma-col-sesso-non-si-gioca/#.WBRzvPmLSUl). Aggiungo solo per inciso che Mons. Anatrella è accusato di abusi sessuali e l’articolo di Mediapart : «De nouveaux témoignages accablent Mgr Anatrella et ses thérapies sexuelles»  fornisce ampi ragguagli in proposito.

Mi chiedo come sia possibile dare spazio alle estemporanee teorie di Mons. Tony Anatrella e trascurare del tutto quello che l’Organizzazione Mondiale della Sanità va ripetendo ormai da diversi decenni. E ci si dovrebbe stupire che qualcuno possa accusare la Chiesa di anti-scientificità? Galileo docet: “il lupo perde il pel ma non il vizio.”

Vengo ora all’esame del documento finale del Sinodo relativamente alle parti concernenti l’omosessualità.

Comincio con un’osservazione: nel documento finale manca del tutto ogni riferimento alla teoria del gender, ed è un grande passo avanti, come dire che si è smesso di fare la lotta contro la befana! Era ora!

Devo aggiungere che la lettura integrale del documento, che richiede tempo e attenzione, lascia al lettore una qualche impressione di novità. I richiami al magistero di Benedetto XVI sono rari, le sottolineature della intangibilità della dottrina sono sostituite da qualche timida apertura alla necessità di un approfondimento, la tendenza è al dialogo e non all’arroccamento, non si individua un nemico in chi non condivide certi elementi della morale cattolica ma si cerca di mantenere aperto un dialogo.

Preciso che il Vaticano ha pubblicato anche gli esiti delle votazioni relative ai singoli articoli del documento. È significativo che gli art. 149 e 150 che trattano di sessualità abbiano registrato il più alto numero di non placet nel Sinodo. L’art. 149, che tratta di sessualità in modo generico ha ottenuto 214 voti favorevoli e 26 contrari, l’art. 150, che tratta più specificamente di omosessualità “senza toni da crociata” ha ottenuto 178 voti favorevoli e 65 contrari, il massimo numero di voti contrari tra tutti gli articoli del sinodo. Ricordo che per essere approvato un articolo deve ottenere ameno i 2/3 dei voti dei presenti. L’articolo 150 è passato ma col quorum più basso rispetto a tutti gli altri articoli.

Colpiscono alcuni riferimenti al lato oscuro del web che è diventato “un canale di diffusione della pornografia e di sfruttamento delle persone a scopo sessuale o tramite il gioco d’azzardo.”

Il riferimento all’abuso sessuale e agli scandali sessuali interni alla Chiesa, che pure poteva suscitare polemiche, non è stato omesso.

Si afferma che “Insieme al permanere di fenomeni antichi, come la sessualità precoce, la promiscuità, il turismo sessuale, il culto esagerato dell’aspetto fisico, si constata oggi la diffusione pervasiva della pornografia digitale e l’esibizione del proprio corpo on line.” Si prende quindi coscienza di cose oggettive e oggettivamente pericolose.

Si coglie l’imbarazzo della Chiesa nel presentare e difendere la propria morale sessuale e si sottolinea che: “Frequentemente infatti la morale sessuale è causa di incomprensione e di allontanamento dalla Chiesa, in quanto è percepita come uno spazio di giudizio e di condanna. Di fronte ai cambiamenti sociali e dei modi di vivere l’affettività e la molteplicità delle prospettive etiche, i giovani si mostrano sensibili al valore dell’autenticità e della dedizione, ma sono spesso disorientati. Essi esprimono più particolarmente un esplicito desiderio di confronto sulle questioni relative alla differenza tra identità maschile e femminile, alla reciprocità tra uomini e donne, all’omosessualità.” E anche qui non emergono giudizi.

L’accenno all’autenticità come valore di fondo della sessualità non era mai stato presente nei documenti ufficiali della Chiesa.

Si accenna allo sfruttamento sessuale, agli stupri di guerra, tutti temi molto sentiti dalla morale laica. In sostanza la distanza tra la morale laica e quella cattolica sembra restringersi almeno marginalmente e forse non solo, perché molti dei grandi valori cristiani sono anche grandi valori laici.

Riporto qui di seguito per esteso gli art. 149-150 che riguardano più da vicino l’omosessualità:
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Sessualità: una parola chiara, libera, autentica

art. 149. Nell’attuale contesto culturale la Chiesa fatica a trasmettere la bellezza della visione cristiana della corporeità e della sessualità, così come emerge dalla Sacra Scrittura, dalla Tradizione e dal Magistero degli ultimi Papi. Appare quindi urgente una ricerca di modalità più adeguate, che si traducano concretamente nell’elaborazione di cammini formativi rinnovati. Occorre proporre ai giovani un’antropologia dell’affettività e della sessualità capace anche di dare il giusto valore alla castità, mostrandone con saggezza pedagogica il significato più autentico per la crescita della persona, in tutti gli stati di vita. Si tratta di puntare sull’ascolto empatico, l’accompagnamento e il discernimento, sulla linea indicata dal recente Magistero. Per questo occorre curare la formazione di operatori pastorali che risultino credibili, a partire dalla maturazione delle proprie dimensioni affettive e sessuali.

art. 150. Esistono questioni relative al corpo, all’affettività e alla sessualità che hanno bisogno di una più approfondita elaborazione antropologica, teologica e pastorale, da realizzare nelle modalità e ai livelli più convenienti, da quelli locali a quello universale. Tra queste emergono in particolare quelle relative alla differenza e armonia tra identità maschile e femminile e alle inclinazioni sessuali. A questo riguardo il Sinodo ribadisce che Dio ama ogni persona e così fa la Chiesa, rinnovando il suo impegno contro ogni discriminazione e violenza su base sessuale. Ugualmente riafferma la determinante rilevanza antropologica della differenza e reciprocità tra l’uomo e la donna e ritiene riduttivo definire l’identità delle persone a partire unicamente dal loro «orientamento sessuale» (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1 ottobre 1986, n. 16).

Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi. In questi cammini le persone sono aiutate a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo. In questo modo si aiuta ogni giovane, nessuno escluso, a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità, crescendo nella qualità delle relazioni e camminando verso il dono di sé.
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Mi limito ad osservare che il richiamo alla Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, redatta da Ratzinger nel 1986 è puramente di stile e cita uno degli elementi meno sostanziali di quel documento dell’oscurantismo più radicale, che suscitò, a dire poco, grosse perplessità.
La parte finale dell’art. 150 contiene una formula volutamente neutra di apertura, rivolta a tutti, nessuno escluso che non rimarca alcuna condanna o esclusione.

In sintesi, il documento finale del Sinodo sembra, almeno nel linguaggio, e forse non solo nel linguaggio, contenere qualche apertura verso un modo non solo più scientifico e oggettivo ma anche più evangelico di concepire l’omosessualità. È pur sempre vero che una rondine non fa primavera e che il vento (anche quello dello Spirito) soffia dove vuole e potrebbe cambiare sempre direzione, ma si avverte l’impressione che il lievito stia cominciando a far fermentare tutta la pasta, o almeno buone porzioni di essa. Il tempo ci permetterà di capire se si tratta solo di un fatto episodico o se è realmente l’inizio di un’apertura, sulla quale mantengo comunque tutte le mie riserve, perché il buon senso e l’esperienza inducono a frenare gli entusiasmi e a seguire l’esempio di San Tommaso.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=73&t=6750

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OMOSESSUALITA’ E PARAFILIE

Questo post è dedicato alla parafilie in ambito omosessuale. Come è noto, il “Dagnostical and statistical manual of mental disorders – fifth edition” (DSM-5) contiene alcune definizioni utili per circoscrivere il campo, innanzitutto la distinzione tra parafilia e disturbo parafilico, e stabilisce poi i criteri per la definizione di una diagnosi per alcuni tipi di parafilie.

Come è ovvio, il DSM-5 è una fondamentale indicazione di massima, rivolta essenzialmente agli psichiatri e prende in considerazione molte situazioni diverse che gli psichiatri possono incontrare nella pratica quotidiana della professione. Il manuale ha anche un valore indicativo per la conoscenza di fenomeni di parafilia che non necessariamente sfociano in disturbi parafilici ma che sono decisamente più comuni e si ritrovano anche al di fuori delle aree di intervento tipiche della psichiatria. Come c’è una psicopatologia della vita quotidiana così c’è una diffusa parafilia della vita quotidiana che in alcuni casi può spostarsi verso la linea di confine con i veri disturbi parafilici.

Ovviamente cercherò di affrontare la questione sulla base delle esperienze maturate in Progetto Gay.
Vanno tenute comunque presenti alcune osservazioni metodologiche fondamentali.

1) Perché si arrivi a parlare delle proprie parafilie è necessario avere le maggiori garanzie di riservatezza, non tanto perché si tratta di questioni legate alla sessualità quanto perché certi comportamenti possono essere penalmente rilevanti, come accade per la pedofilia. Mi è capitato diverse volte di parlare con persone che avevano fantasie pedofile, ma non esclusive e, ciò che è più importante, mai messe in pratica. Le fantasie sono una questione individuale di rilievo psicologico ma non penale, mentre i comportamenti sono penalmente sanzionati, non sorprende quindi che emergano le sole fantasie.

2) Alcune parafilie possono comportare forme di contatto sessuale con persone non consenzienti (frotteurismo) o forme di violenza (sadismo) o di inganno (voyeurismo) e quindi sono difficili da ammettere perché possono comportare discredito morale, se restano a livello di fantasie, o addirittura sanzioni penalii se ne seguono comportamenti concreti.

3) Alcune parafilie (coprofilia, pissing, spermatofagia) possono essere molto difficili da ammettere perché possono generare repulsione.

4) Va sottolineato che, proprio per quanto sopra, emergono nei colloqui solo parafilie non episodiche e spesso caratterizzate da concomitanti stati ansiosi seri più o meno connessi con la parafilia in sé, si tratta quindi di veri disturbi parafilici.

5) Spesso più parafilie si manifestano insieme e si delinea un quadro molto complesso strettamente correlato con la storia individuale della persona.

6) Dai colloqui emergono alcune correlazioni costanti che sembrano indicare nessi causali più che probabili, valga come esempio il fatto che “tutte, senza eccezione,” le persone che ho incontrato che hanno avuto fantasie pedofile hanno riferito di aver subito abusi sessuali in età infantile.

Tanto precisato, mi sembra indispensabile sottolineare un aspetto delle parafilie: la persona che ha disturbi parafilici sperimenta spesso la difficoltà di relazionarsi “sessualmente” con un’altra persona perché la presenza della paraflia e la tendenza a metterla in pratica in modo talvolta ossessivo suscitano perplessità nel partner che prima o poi inevitabilmente si allontana perché ha l’impressione che la sessualità sia letteralmente dominata dalla parafilia o addirittura si riduca ad essa. La sensazione di rifiuto e di abbandono accompagna quasi sempre la vita della persona che manifesta parafilie. Si osserva spesso nel soggetto portatore di parafilie la tendenza a proiettare le sue parafilie su altri soggetti, dando per scontato che gli altri possano reagire a quegli stimoli con una eccitazione sessuale simile, cosa che però non si realizza affatto e questo è uno dei motivi che rendono particolarmente problematica una relazione sessuale con una persona che ha disturbi parafilici.

Vorrei aggiungere alle parafilie elencate nel DSM-5 un’altra parafilia legata al coinvolgimento inconsapevole di un’altra persona nel rapporto sessuale: si tratta del fare sesso mentre si parla d’altro al telefono con un’altra persona con la quale si sono avuti rapporti sessuali. In questo comportamento l’elemento centrale è il “tradimento” della fiducia della persona con la quale si parla d’altro. Va sottolineato che quando il comportamento trasgressivo perde la sua trasgressività perché in qualche modo viene accettato e giustificato dal partner e soprattutto dalla terza persona, perde rapidamente la sua valenza sessuale.

Ho osservato spesso ragazzi portatori di parafilie che tendevano non a colpevolizzarsi e a cercare di cambiare le cose ma a considerarsi elementi ormai socialmente esclusi e quasi condannati a vivere una vita senza affetti, ormai definitivamente preda di una sessualità che non è possibile condividere con altri.

Spesso la reazione alla sensazione di marginalizzazione non porta alla depressione ma a forme di razionalizzazione e di esame critico della propria sessualità. In pratica il soggetto agisce su due livelli distinti, uno razionale, in cui la solitudine è accettata come qualcosa con cui convivere e uno sessuale, caratterizzato dalla perdita del controllo razionale e dal totale abbandono all’emotività e inevitabilmente alla parafilia. Il vero problema sta nel costruire un rapporto affettivo “conciliabile con la sessualità”, perché la persona con disturbo parafilico in genere non ha problemi nel costruire un rapporto amicale, se quel rapporto nasce e si mantiene del tutto privo di valenze sessuali, i problemi nascono invece nei rapporti in cui entra esplicitamente in gioco la sessualità. Ho potuto osservare più volte come in casi del genere, al fine di conservare almeno il rapporto di amicizia, la persona con disturbi parafilici abbia cercato deliberatamente e razionalmente di evitare ogni occasione di coinvolgimento sessuale.

Chi si trova coinvolto in un rapporto di coppia con un parafilico, all’inizio, può non rendersene neppure conto o può percepire soltanto una polarizzazione del suo partner su alcuni aspetti strettamente sessuali del rapporto, poi, col tempo, e col lo svilupparsi del rapporto, il parafilico arriverà a parlare del suo problema col suo partner per il quale comincerà un periodo di dubbi sul comportamento da tenere, con continue oscillazioni tra una minimizzazione del problema e una maggiore presa di coscienza.

Come ho già detto, alcune parafilie non mettono affatto in crisi i rapporti affettivi ma ne condizionano pesantemente i possibili sviluppi sessuali. Il parafilico ha bisogno d’amore, è in genere una persona gradevole e tende a mantenere la parafilia solo al livello di fantasie, o di discorsi con un partner affidabile e spesso dà un valore di trasgressione a comportamenti che di trasgressivo hanno molto poco e tende ad enfatizzare alcuni suoi comportamenti trasgressivi come se fossero abituali anche se sono avvenuti magari una sola volta.

I ragazzi che presentano parafilie hanno bisogno innanzitutto di rispetto e si sentono feriti da reazioni preconcette e da comportamenti discriminatori. Il loro bisogno di integrarsi li rende in genere graditi ai loro amici e anche ai loro partner sessuali coi quali hanno di norma un colloquio molto onesto e non sopportano comportamenti ipocriti.

Ho potuto notare spesso come molte parafilie siano collegate alle esperienze infantili e tendano e riprodurre situazioni del vissuto infantile, un vissuto infantile che resta ben presente nei ricordi dei ragazzi e che essi stessi considerano come la base delle parafilie. La rielaborazione del vissuto infantile e la sua razionalizzazione sono condizioni indispensabili per uscire dalla dipendenza dalle parafilie.

In genere sono piuttosto restio all’idea di un facile ricorso all’intervento di uno psicologo, ma di fronte alle parafilie la presenza di uno psicologo non può essere sostituita da quella di un amico o peggio del partner, perché un amico o il partner possono essere coinvolti molto profondamente a livello affettivo e non solo e non sono certamente le persone più adatte ad aiutare il loro amico nel recupero della razionalità e soprattutto nella elaborazione del vissuto infantile.

La difficoltà del parafilico di creare un rapporto affettivo-sessuale condiviso è dovuta al meccanismo ossessivo della parafilia, non alla parafilia in sé. Se la parafilia non si presentasse con modalità ossessive sarebbe solo una variante temporanea del comportamento sessuale che con ogni probabilità non genererebbe problemi di coppia, ma le parafilie si presentano sempre con un meccanismo di tipo ossessivo, sono una specie di idea fissa che la persona deve realizzare sulla base di un vero e proprio rapporto di dipendenza, possono esserci periodi di astinenza più o meno lunghi, relativamente liberi dalla parafilia, che poi però finisce per ripresentarsi e fa crollare il meccanismo razionale di astinenza. Spesso i periodi di astinenza si interrompono quando il tentativo di costruire un rapporto sessuale staccato dalla parafilia incontra difficoltà impreviste, cioè quando la persona sperimenta per l’ennesima volta il meccanismo del rifiuto.

Il ritorno alla parafilia tramite un contatto sessuale con un partner che la accetta, anche se solo episodicamente, provoca una sensazione di sicurezza e di controllo su quel partner ed è quindi almeno relativamente tranquillizzante. Si tratta però di esperienze che non comportano una vera condivisione della sessualità e che lasciano anche una forte sensazione di precarietà e di non autentica corrispondenza a livello di coppia.

Ho visto più volte persone soggette a parafilie che, dopo una serie di fallimenti nella creazione di rapporti affettivi-sessuali, hanno finito per mettere da parte l’idea di avere un partner con cui costruire una relazione e hanno operato una specie di scissione tra affettività e sessualità, riservando l’affettività agli amici coi quali si mantiene un rapporto stabile e senza implicazioni sessuali e vivendo la sessualità, con alcuni partner occasionali, in genere sempre gli stessi, con i quali però si esclude a priori qualsiasi possibile implicazione affettiva.

Quando parlo di partner occasionali non intendo riferirmi a persone sconosciute trovate su internet tramite i siti di incontri o con particolari applicazioni, ma quasi sempre ai propri ex, e questo perché mentre i propri ex sono più o meno consapevoli dell’esistenza della parafilia e bene o male l’accettano, gli estranei del tutto inconsapevoli ne rimarrebbero quasi certamente colpiti negativamente e non si adeguerebbero, accentuando così la sensazione di impossibilità e di rifiuto.

I soggetti portatori di parafilie non sono le uniche vittime della parafilia, perché anche i ragazzi che tentano di costruire con loro dei rapporti affettivi-sessuali vivono esperienze complesse e contraddittorie e vanno spesso in crisi perché vedendo che le cose non vanno, cercano di capire di chi è la “colpa” e in questo modo o colpevolizzano la persona portatrice di parafilie che, sembra a loro strana, complicata e in qualche modo patologica, o colpevolizzano se stessi, dandosi la colpa di non riuscire a sopportar tutto nella presunzione che volere bene a una persona significhi accettarla condividendo tutto, e al limite anche le patologie.

L’atteggiamento più sbagliato nei confronti di una persona portatrice di parafilie consiste nel ritenere le parafilie una specie di gioco fatto per sperimentare. Questo atteggiamento manifesta una radicale incomprensione della serietà del problema che causa in chi lo vive forme di sofferenza profonda che meritano il massimo rispetto. Aggiungo una osservazione ovvia, ma particolarmente importante in questi casi: una persona che arriva a parlare delle proprie parafilie ha diritto alla massima riservatezza e qualunque violazione di questa riservatezza è una vera ferita inferta a chi, parlando in modo serio di problemi di cui non è affatto facile parlare, sta di fatto chiedendo aiuto.
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=6518
Read this post in English: http://gayprojectforum.altervista.org/T … araphilias

GAY E SESSO DISFUNZIONALE

Omosessualità ego-distonica

Nella classificazione dei disordini mentali e comportamentali contenuta nella decima formulazione del documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per la classificazione della malattie (ICD-10), l’omosessualità non è più in alcun modo considerata una malattia e si riconosce l’esistenza di forme distoniche di tutti gli orientamenti sessuali. L’omosessualità eco-distonica è una omosessualità riconosciuta dal soggetto ma non accettata. Se un omosessuale, pienamente cosciente di essere omosessuale, entra in conflitto col suo orientamento sessuale per ragioni religiose, morali o sociali e desidera cambiare orientamento sessuale, si dice che la sua è una omosessualità ego-distonica. Questa categoria è ormai desueta e l’omosessualità ego-distonica non è più classificata come disturbo mentale, ma come semplice disagio dovuto a ragioni culturali o sociali. L’ICD-10 è stato approvato dalla 43esima Assemblea della OMS nel maggio del 1990 ed è entrato in uso negli Stati aderenti alla OMS dal 1994. È attesa la pubblicazione del l’ICD-11 entro il 2018, e si prevede che sia completamente eliminato qualsiasi riferimento alla omosessualità anche ego-distonica. Due punti devono essere sottolineati:

1) l’eccesso di psichiatrizzazione è arrivato a superare i limite del ridicolo (e veramente del patologico) con la descrizione, nell’800, di una presunta patologia, la drapetomania, un “disturbo degli schiavi che hanno la tendenza a scappare dal loro proprietario a causa di una propensione innata per la voglia di viaggiare”. La psichiatria, partendo dall’assunto che la schiavitù fosse una cosa normale è arrivata a considerare patologica la tendenza degli schiavi a scappare!

2) il mantenimento della categoria di “Omosessualità ego-distonica” ha alimentato il florido mercato delle terapie di conversione mirate al riportare gli omosessuali alla eterosessualità, perché queste pratiche aberranti erano considerate ufficialmente forme di cura per una “malattia” e quindi erano rimborsabili dalle assicurazioni sanitarie o dai servizi sanitari nazionali, ove presenti.

L’omosessualità era stata eliminata fin dal 1973 dal DSM (Diagnostic and Statistical Manual del American Psychiatric Association (APA)), dopo un percorso molto tortuoso in cui resistenze di tipo ideologico, opportunismi politici e interessi economici si intrecciavano in vario modo, in un territorio di confine in cui la scienza (psichiatria) rischiava di perdere anche l’apparenza dell’oggettività.  Rinvio a questo proposito a un bell’articolo di Jack Drescher: Out of DSM: Depathologizing Homosexuality che illustra il percorso che ha portato alla depatologizzazione della omosessualità da parte dell’APA.

Lasciamo da parte, con tutte le riserve del caso, la categoria di omosessualità ego-distonica, che ormai ha fatto il suo tempo, e veniamo all’oggetto specifico di questo articolo, ossia alla sessualità gay disfunzionale che è qualcosa di profondamente diverso.

Gay e sesso disfunzionale

La tradizione culturale ci ha assuefatti all’associazione di sesso e piacere, avallando l’identificazione della sessualità con la gratificazione che ne può derivare, l’esperienza tuttavia insegna che non sono rari i casi in cui la sessualità, lungi dall’essere associata al piacere e alla gratificazione, diviene espressione e talvolta concausa non secondaria di stati depressivi poco appariscenti ma subdoli e addirittura pericolosi.

L’associazione di sessualità e senso di gratificazione non è una costante necessaria ma è indotta dall’imprinting sessuale e dai primi approcci alla sessualità adulta che agiscono in modo vario e complesso sulle componenti della personalità in formazione e la plasmano. Si può arrivare a vivere la sessualità come una vera e propria ossessione, cioè come una dipendenza invasiva e pervasiva che condiziona profondamente l’intera personalità, si può arrivare a vivere la sessualità come autopunizione, come forma autoimposta di degradazione morale o come costantemente accompagnata da sensi di colpa associati ad un irrefrenabile impulso a ripetere. In altri termini la sessualità può essere una risposta disfunzionale al disagio che non solo non lo allevia ma può appesantirlo in modo condizionante.

Quando si assiste ad un esercizio spasmodico della sessualità, in particolare quando la sessualità è disgiunta dalla componente affettiva, sorge il legittimo sospetto che si tratti di una sessualità disfunzionale.

Faccio un esempio molto semplice ma molto significativo: quando un ragazzo vive una sessualità molto attiva ma accompagnata da senso di soddisfazione e di gratificazione, non c’è ragione di sospettare qualche forma di disagio, se invece la sessualità iperattiva è accompagnata da sensazioni di tipo depressivo, da un calo dell’autostima o dalla percezione di un senso di dipendenza, è legittimo chiedersi se dietro non ci sia una forma di disagio.

La sessualità come manifestazione e componente del disagio si incontra più facilmente negli omosessuali e in particolare in quegli omosessuali che, per ragioni di conformismo sociale o per fatti legati alla storia individuale, vivono in condizioni di repressione o presentano forme di sessualità che non sono facilmente accettate nemmeno in contesti per altri aspetti accoglienti, come per esempio i rapporti intergenerazionali. Come è ovvio e come ho potuto riscontrare più volte, l’aver subito in età infantile o anche nella prima adolescenza forme di abuso sessuale predispone ad una sessualità disfunzionale ma non la determina in modo necessario.

Alla base della sessualità disfunzionale si trova frequentemente l’idea della trasgressione e del coinvolgere altri in comportamenti trasgressivi, il che spesso significa cercare di uscire dall’isolamento e poter condividere un aspetto intimo e allo stesso tempo ansiogeno della propria personalità. Vorrei precisare che la sessualità disfunzionale affonda spesso le sue radici in settori del vissuto individuale che non hanno nulla a che vedere con la sessualità ma che hanno forti riflessi sull’autostima e sono spesso legate al contesto familiare di origine.

Il patrimonio della intimità sessuale rappresenta una delle dimensioni più importanti e nello stesso tempo più fragili della personalità, una dimensione invisibile ma presente sulla quale ciascuno misura ai livelli più profondi la sua integrazione sociale. Ovviamente all’intimità sessuale sono riferibili molti sensi di colpa, legati alla tendenza a invadere l’intimità sessuale altrui o a dissipare la propria con comportamenti anomali o eccessivi.

Da quello che ho potuto vedere la dicotomia tra affettività e sessualità, che in certe persone sembra comunque originaria, è spesso fortemente accentuata dalle esperienze di rifiuto, cioè da storie a sfondo affettivo-sessuale cominciate con entusiasmo e terminate per manifesta incompatibilità. La ripetuta esperienza dell’incompatibilità affettiva porta allo spostamento dell’investimento emotivo verso la sessualità non affettiva. Gli archetipi emersi dall’imprinting sessuale diventano così dei modelli da ripetere in modo continuo e progressivamente sempre meno gratificante. L’idea della trasgressione comincia a pesare più di quella della condivisione, i comportamenti diventano rituali e stereotipati e si forma una specie di copione che si ripete più o meno identico indipendentemente dalla personalità del partner.

Questo meccanismo, che di fatto crea una dipendenza ossessiva, è vissuto inizialmente come un semplice disagio ma tende gradualmente a divenire compulsivo. Le componenti affettive si ritraggono dalla sessualità ma non spariscono dall’orizzonte individuale, restano solo in una dimensione separata dalla sessualità. I ragazzi che vivono condizioni di disfunzionalità sessuale hanno un’affettività spesso molto profonda che può manifestarsi come tale in tutte le sue potenzialità, che possono essere enormi, intendo dire che quei ragazzi possono vivere rapporti di amicizia importanti, possono avere, su aspetti che non toccano la sessualità, un codice morale rigidissimo, ma quando si tratta di sessualità finiranno per sentirsi dominati dalla coazione a ripetere sempre i medesimi comportamenti e a cercare di coinvolgere altri in comportamenti che essi ritengono trasgressivi e comunque a dissociare affettività e sessualità.

Devo osservare che molti dei comportamenti che qui ragazzi considerano trasgressivi, sono in realtà delle varianti abbastanza comuni del comportamento sessuale che, quando non sono accompagnate da senso di dipendenza e da compulsione a ripetere o dalla tendenza a focalizzarsi soltanto su di esse, non esprimono e non creano affatto disagio. Riporto un esempio significativo: i rapporti intergenerazionali  su base affettiva non sono espressioni di disagio ma quei rapporti, vissuti senza affettività e quasi autoimposti, manifestano un disagio che può essere profondo, lo stesso discorso vale per esempio per la penetrazione anale che non ha nulla a che vedere col disagio, quando è vissuta come gratificante e spontanea, ma che è invece segno di un disagio che può essere profondo quando è vissuta come autoimposizione da persone che nelle loro fantasie sessuali non hanno mai preso in considerazione quella particolare pratica sessuale. Lo stesso si potrebbe dire per l’uso di un linguaggio particolarmente provocatorio, volgare o aggressivo negli incontri sessuali e così via.

 Avviene in questi casi un po’ quello che avviene nel doc (disturbo ossessivo compulsivo), un comportamento che di per sé non avrebbe nulla di trasgressivo, se fosse vissuto in una dimensione affettiva, giocosa e comunque collaborativa e senza ruoli fissi, cioè con criteri di parità e in modo leggero, è invece ritenuto trasgressivo ed è vissuto come compulsivo, ma la ragione non sta nella oggettiva trasgressività di quel comportamento o nella sua intrinseca compulsività ma solo nella mente de soggetto che associa quei comportamenti ad una situazione di disagio.

Esistono alcuni criteri che tendono alla prevenzione, nei limiti del possibile, della sessualità disfunzionale:

1)  Rispetto assoluto della privacy del bambino o dell’adolescente in questioni legate alla sessualità

2) Cercare di prevenire in ogni modo gli abusi sessuali su minori, che incidono in maniera profondissima sulla vita adulta

3) Creare un ambiente che tenda a favorire l’autostima e a sviluppare un clima affettivo, in particolare fornendo esempi di associazione tra affettività e sessualità

Cerchiamo ora di analizzare sinteticamente ciascuno di questi punti.

Comprendo molto bene che nell’era di internet, in cui i bambini e gli adolescenti hanno facilmente accesso alla rete e a tutti suoi contenuti, un genitore possa essere preoccupato dell’accesso del figlio alla pornografia, che per certi versi è inevitabile; è tuttavia opportuno che questo accesso avvenga ad un’età in cui esiste già una sessualità sostanzialmente adulta (14-15 anni), in modo che non si sviluppino modelli di comportamento esclusivamente imitativo, perché un modello di sessualità esclusivamente imitativo è sostanzialmente privo di affettività. I genitori hanno spesso paura più che della pornografia, della amicizie particolari dei figli, che invece hanno il merito innegabile di favorire la crescita dell’affettività e l’integrazione di affettività e sessualità. Un genitore può e deve parlare di sessualità con il figlio ma non chiamandolo mai in causa in prima persona. Gli atteggiamenti di tipo inquisitorio o peggio di vero e proprio spionaggio, come cercare tra le carte private del figlio o manomettere il suo computer vengono percepiti come invasivi e violenti e spezzano il rapporto di fiducia genitori-figli.

La prevenzione degli abusi sui minori è un argomento molto delicato perché la stragrande maggioranza degli abusi vengono perpetrati proprio dalle persone cui il minore è affidato o comunque da persone di famiglia o che frequentano abitualmente la casa del minore. È ovvio che in queste condizioni l’intervento repressivo della legge penale rischia di essere del tutto eluso. La regola aurea per ridurre le possibilità di abuso consiste nel non “affidare” mai il minore ad altri e, in caso di necessità, nell’affidarlo ai nonni o ad altri familiari del cui comportamento si possa essere certi, e comunque mai in modo sistematico o per lunghi periodi.

Creare un ambiente che tenda a favorire l’autostima e lo sviluppo di un clima affettivo significa in pratica creare una vita familiare nel senso pieno del termine, passando molto tempo con i figli, giocando con loro fin dalla più tenera età, gratificandoli nel confronto con gli adulti e mostrando loro esempi concreti di affettività tra adulti. Non c’è nulla che possa favorire l’autostima e lo sviluppo dell’affettività del minore come il vedere i genitori vivere tra loro un clima affettivo e collaborativo. Intendo dire che il disagio del minore è molto spesso l’espressione di un disagio familiare.

Mi sono interrogato spesso su che cosa si possa fare quando una forma di sessualità disfunzionale è ormai radicata da anni e qui posso solo riportare le mie riflessioni che sono ben lungi dall’indicare un concreto modo di procedere. Naturalmente non mi sono posto il problema di che cosa possa fare uno psicologo, che assume un ruolo determinato che ha le sue regole, ma di che cosa possa fare un amico. Le variabili in gioco sono moltissime ed è difficilissimo arrivare ad una sintesi, mi limiterò quindi ad esporre i problemi più ricorrenti.

Indicherò con la lettera “A” il ragazzo che vive una condizione di disfunzione sessuale e son la lettera “B” l’amico.

Prima situazione: A ha un dialogo abbastanza franco con B e lentamente arriva a parlare con B della propria sessualità, manifestando anche gli aspetti ritenuti trasgressivi. In questo modo A intende valutare soprattutto la fedeltà di B e le sue reazioni.

Se B si mostrerà infastidito da quei discorsi o se ne andrà via per non farsi più vedere, A vivrà la cosa come l’ennesimo rifiuto nei suoi confronti e questo lo confermerà nella su idea di marginalità e di isolamento sociale.

Se B ascolterà i discorsi di A in modo paziente senza reazioni di stupore e cercherà di sottolineare che gli aspetti trasgressivi sono in realtà minimi, ammesso e non concesso che esistano, A passerà ad una fase successiva, cercherà cioè di coinvolgere B oltre il livello del dialogo, di provocarlo per convincerlo a provare un contatto sessuale, anche molto superficiale, anche solo telefonico, ma si tratterà di un contatto sessuale con quelle caratteristiche di trasgressività che B aveva ritenuto poco o per niente trasgressive e qui si porrà, per B, il problema di accettare o meno di fare questo passo avanti, perché se B accetterà, quasi certamente A proverà a fare un ulteriore passo avanti per coinvolgere sempre di più B, ma se B rifiuterà, A prenderà occasione dal rifiuto per deprimersi ulteriormente e per diminuire ulteriormente la sua autostima. Alla fine di questo processo, che può durare mesi, B si chiederà se sia il caso di cedere alle insistenze di A e qui la risposta non è affatto scontata, perché non si tratterebbe certamente di cominciare una storia d’amore con A, dato che A è coinvolto da B solo a livello sessuale ma non affettivo, mentre B potrebbe provare un coinvolgimento affettivo profondo per A. B, tuttavia, è ormai consapevole che il rapporto con A si gioca ad un altro livello e che, anche se A non è coinvolto a livello affettivo, cioè in termini di relazioni di coppia, la risposta di B può essere importantissima proprio per l’equilibrio personale di A, o meglio per la sua autostima e per il superamento degli atteggiamenti depressivi. B, d’altra parte sa molto bene che cedere ad A una volta vuol dire indurre A a ripetere quell’esperienza sessuale un numero infinito di volte ma sempre senza affettività di coppia. Tra le risposte a senso unico: accettare sempre e comunque le proposte di A, oppure dire chiaramente di no anche se nel modo meno aggressivo possibile, c’è una terza via, quella di una accondiscendenza limitata soprattutto ai periodi di massimo stress di A. La finalità di B non può consistere nel cercare di creare un legame di coppia con A, ma deve identificarsi  nel permettere che A raggiunga una maggiore serenità e una maggiore autostima e che quindi possa vivere, anche nei confronti di B una dimensione affettiva “non di coppia” ma comunque fortemente stabilizzante. Come è ovvio in questo percorso ci sono moltissime varianti possibili e le decisioni non spettano a B ma sono assunte insieme da A e da B come accade in ogni rapporto interpersonale importante.

Vorrei concludere il mio discorso sulla sessualità disfunzionale con una precisazione: la sessualità disfunzionale si trova spesso in persone per altri versi realizzate nonostante la loro bassa autostima e, aggiungerei, in persone che sono costrette a vivere vite diverse da quelle che avrebbero desiderato, anche se hanno ottenuto, in queste vite non scelte, notevoli successi a livello sociale ed economico. Con queste persone è certamente possibile costruire rapporti affettivi anche molto importanti, che la loro caratteristica non aggressività e la loro tendenza a mantenere rapporti stabili, anche se non stretti, rendono di fatto spesso molto gradevoli e gratificanti.

Se c’è una cosa dalla quale bisogna in ogni caso astenersi è il giudicare, perché questo farebbe ulteriormente diminuire l’autostima e porterebbe queste persone verso stati più nettamente depressivi. Parlando sia con persone con una sessualità disfunzionale che con i loro amici ho potuto notare che tra loro sussiste rispetto e affetto. Ho altresì rilevato che alcune situazioni problematiche tendono a risolversi quando, a livello generale e non specificamente sessuale, l’autostima sale e con essa il livello sostanziale di socializzazione. Il vero pericolo è lo stato di abbandono in cui l’individuo si trova assolutamente solo con la propria depressione perché allora vengono a mancare del tutto gli stimoli a rivalutarsi e a capire che si è realmente importanti, almeno per qualcuno.

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ESSERE GAY TRA ABUSI E VIOLENZA DOMESTICA

Ciao Project,

leggo da tempo il forum e ho letto anche parecchi pezzi del manuale “essere gay” e ti posso dire che per me sono state letture utilissime, perché avevo le idee parecchio confuse. Il fatto di essere gay mi creava non pochi problemi, non per la cosa in sé, che sento mia al 100%, ma per via degli altri e del non sapere che fare e come comportarmi. Adesso ho meno paure, ma ho comunque moltissimi problemi che non ho risolto e che non riesco a risolvere ed è proprio di questo che ti vorrei parlare, perché ho letto le risposte che dai ai ragazzi e mi sembrano molto equilibrate.

Io ho 25 anni, sono gay, di questo non ho dubbi, non ho mai avuto fantasie su ragazze, da ragazzino sono stato abusato da un amico di mio padre, penso che mio padre non se ne sia mai reso conto, ma è successo e per un periodo di alcuni mesi, io avevo tra gli otto e i nove anni, forse anche un po’ di più. Non c’è stata violenza, a me allora sembrava una specie di gioco, sul momento mi rendevo poco conto e non avevo nemmeno sensi di colpa o cose simili e non odiavo nemmeno quell’uomo, cioè non mi veniva proprio in mente che fosse un modo di approfittare di me, in fondo almeno in teoria avrei potuto dire di no, non mi sentivo costretto. Lui aveva più o meno 45-50 anni. In sintesi, al tempo non sono rimasto sconvolto da questa cosa, non l’ho detta a mio padre perché mi sembrava un gioco mio segreto, fatto con un amico di mio padre e quindi niente di strano. Ho letto quello che hai scritto sull’abuso in relazione all’orientamento sessuale. Tu dici che se uno è stato abusato da piccolo da un uomo, se poi si accorge di essere gay la può prendere malissimo perché ricollega il fatto di essere gay all’abuso, potrà anche essere vero, anzi sarà certamente così, ma a me non è successo. Il ricordo di quei fatti mi è rimasto nella memoria come una specie di imprinting (per usare il tuo linguaggio, che mi sembra molto opportuno) ma non di imprinting negativo. Io non ho più rivisto quell’uomo, e sono passati ormai sedici anni, ma il ricordo di quegli episodi ce l’ho sempre bene fisso nella memoria e qui cominciano i problemi perché in pratica la mia sessualità è rimasta fissata a quelle cose, che dai 13-14 anni in poi, sono state le fantasie costanti delle mie masturbazioni. La masturbazione per me è l’altro problema, perché in certi periodi diventa quasi compulsiva e la ripeto anche quattro o cinque volte al giorno e questo fatto mi condiziona non poco perché mi riesce difficilissimo innamorarmi di un ragazzo. A dire il vero, fino ad un anno fa mi riusciva proprio impossibile. Negli ultimi dieci mesi la mia vita è cambiata, ho conosciuto un ragazzo di 31 anni (lo chiamerò Nick) e con lui sono riuscito a parlare di quando ero bambino e di quello che mi condiziona ancora oggi. Non ho superato completamente i miei problemi, con Nick il rapporto è buono e sto oggettivamente molto meglio, ma per esempio, se cerco di masturbarmi pensando a Nick, mi  tornano immancabilmente in mente i ricordi di tanti anni fa e tendo a ripetere con Nick dei comportamenti sessuali che sono quelli che avevo imparato allora. Nick ha con me una pazienza infinita, ma ci sono giorni in cui finisco per masturbarmi anche cinque volte pensando ai miei ricordi di infanzia e quando lo faccio ci sto proprio male, non sul momento, ma dopo, ho l’impressione che non riuscirò mai ad innamorarmi veramente di Nick e che noi non saremo mai una coppia. Con Nick parliamo molto di sesso e lo facciamo anche, lui è molto protettivo, è lui che segue i miei tempi, certe volte quando stiamo insieme e mi prendono le solite fisse, lui mi stringe a sé e mi tiene così per minuti e in quei momenti riesco ad essere felice, gli ho detto che vorrei vivere in simbiosi con lui ma so che è impossibile e quando lui se ne torna a casa sua e io torno a casa dei miei genitori mi assale di nuovo il ricordo di me bambino e finisco a masturbarmi quasi ossessivamente, ne ho parlato con lui e mi ha detto che quando succede lo devo chiamare perché almeno per telefono mi può stare vicino anche in quei momenti. In effetti sono stato molto meglio perché pensare che potevamo condividere dei momenti così intimi e per me così sconvolgenti mi rassicurava. Oggi ho solo una paura, la paura di perdere Nick, o peggio la paura che lui possa stancarsi di me, di seguire le mie manie, perché per me la sua presenza è fondamentale. Nelle ultime due settimane gli ho detto che avrei voluto sentire uno psicologo, lui non ha fatto obiezioni, io ci sono andato e lo psicologo ha detto che avrebbe voluto incontrarci insieme. Ci siamo andati e dopo una lunga conversazione lo psicologo ha detto che siamo una coppia nel senso profondo della parola e che stiamo gestendo le cose nel modo migliore. Ha detto che in genere l’abuso lascia sul bambino e poi sull’adolescente e sull’adulto traumi pesanti e ha aggiunto che la mia situazione non aveva carattere patologico ed era già in via di superamento. Ha aggiunto che sarebbe stato certamente disponibile a seguirci ma con tempi molto rilassati, cioè a parlare con noi per vedere i progressi, a intervalli di almeno due mesi, perché io non avevo bisogno di una terapia e Nick non aveva bisogno di consigli perché mi voleva bene. Devo dire che il discorso dello psicologo mi ha tranquillizzato parecchio, ancora adesso resta la masturbazione compulsiva ma molto meno di prima e resta che tendo a ripetere una sessualità come quella di allora. Che ne pensi Project? Ti voglio dire che Nick ha letto questa mail, perché non farei nulla tenendolo all’oscuro e mi ha chiesto di allegare anche delle cose scritte da lui.

Aspetto con ansia la tua risposta.

Un abbraccio

L.

Ciao Project,

volevo aggiungere alla mail di Luciano solo pochissime cose: prima di tutto che è un ragazzo meraviglioso e di una bontà assoluta, lo ammiro perché tratta le persone con umanità e con rispetto come io non saprei mai fare, poi ti voglio dire che quando stiamo insieme stiamo benissimo e che le cose di cui ti ha parlato ormai interferiscono molto poco col nostro rapporto. Lui ti ha parlato dei suoi problemi ma di problemi ne ho avuti tanti anche io, diversi dai suoi ma molto seri, ho passato periodi di depressione profonda e di demotivazione totale, non sapevo dove sbattere la testa. L’omosessualità non era certamente per me il problema più grosso, secondo me i miei veri problemi erano molto più a monte nel fatto che sono cresciuto in un ambiente violento in cui mio padre picchiava i figli e la moglie e di fatto non ho mai avuto una famiglia nel vero senso della parola e di questo ho sofferto moltissimo. Quando ho conosciuto Luciano, lui si è preso cura di me, mi ha dato fiducia e mi ha fatto proprio rivivere, cioè mi ha fatto sentire amato. Se non ci fosse stato lui io non so proprio dove starei adesso e preferisco non pensarci. Abbiamo ancora tanti problemi perché le nostre famiglie (chiamiamole così) di noi non sanno nulla e dobbiamo vederci quasi di nascosto e fuori paese, ma anche con tutte queste complicazioni per me la vita è veramente cambiata e penso anche per lui. Io pensavo che la mia vita sarebbe finita male e invece adesso riesco a sentirmi felice.

Ti abbraccio, Project, e ti ringrazio per tutto quello che fai.

Nick

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THOMAS LOVELL BEDDOES OMOSESSUALE

Il breve capitolo di “Uranismo e Unisessualità”, che intendo presentarvi qui, deve essere letto non molta attenzione e con molto rispetto, perché la storia che contiene è tragica. Raffalovich la racconta molto succintamente, anche perché le fonti biografiche relative a Beddoes sono scarsissime. La vita di quest’uomo più che essere emblematica dell’omosessualità nella prima metà dell’800, rappresenta in modo drammatico la commessione dell’omosessualità con la depressione.

Beddoes era un uomo colto e intelligente, nato in una famiglia benestante inglese, aveva studiato in modo appassionato il Tedesco, si era trasferito in Germania, aveva studiato medicina prima  a Gottinga e poi a Würzburg, dove si era laureato, per la sua epoca era un profondo conoscitore della fisiologia, aveva partecipato ai primi movimenti democratici e per questo era stato mandato in esilio a Zurigo, era stato proposto per una cattedra di anatomia comparata, insomma era un uomo professionalmente realizzato, e non privo di interessi politici avanzati. Il suo soggiorno tra la Germania e la Svizzera, però, aveva cambiato profondamente il suo carattere. Gli amici inglesi che lo rividero dopo vent’anni di soggiorno fuori dall’Inghilterra notarono tutti che si era incupito e dava segni di misantropia e di depressione.

Raffalovich parla di due ferite che Beddoes si sarebbe procurato. Leggendo il testo sbrigativamente si ha l’impressione che si tratti di incidenti, in realtà si tratta di due episodi di autolesionismo, che, con l’ottica odierna avrebbero potuto essere interpretati come segni di fortissimo disagio. Il primo episodio di autolesionismo comportò conseguenze per la salute che durarono mesi, il secondo, seguito da atti di intolleranza di Beddoes, che si strappava le bende che gli venivano applicate, comportò una cancrena, seguita dall’amputazione di una gamba. Ma anche dalle conseguenze di questo secondo episodio Beddoes si riprese  e programmò addirittura un viaggio in Italia. Quando fu in grado di andare in città, andò a comprare del curaro (era un medico e poteva farlo) e si avvelenò lasciando una lettera con le sue ultime volontà ad un amico inglese.

In che cosa la vita tragica di quest’uomo tocca l’omosessualità? Sappiamo che dal giugno 1847 alla primavera del 1848, Beddoes, che aveva 44 anni, visse a Francoforte con un panettiere diciannovenne, Degen, che una cugina di Beddoes conobbe e che descrive in modo molto positivo affermando che aveva una “dignità naturale”. Beddoes dedicò tutta la sua vita a Degen, gli insegnò l’Inglese, gli mise in mente che ne avrebbe fatto un attore drammatico (vecchio sogno dello stesso Beddoes) e arrivò al punto di prendere in affitto per una sera un intero teatro per vederlo recitare.

Non sappiamo che tipo di rapporto ci fosse tra i due, ma il primo episodio di autolesionismo risale proprio al periodo della loro convivenza a Francoforte. Il secondo episodio di autolesionismo pare sia conseguenza di una lite tra i due seguita da una temporanea separazione. A parte i 25 anni di differenza di età, il vero problema per Degen era rappresentato dalla difficoltà di convivere con un depresso, che non si sa come gestire, e che, per un verso, si attacca disperatamente al suo compagno e per l’altro tende a soffocarlo e ad opprimerlo.

Se è certamente vero che al tempo di Beddoes la condizione di un omosessuale era molto diversa da quella che sarà 50 anni dopo tipica di Addington Symons e dello stesso Raffalovich, e che perfino per un medico colto era estremamente difficile avere una cognizione seria di che cosa fosse l’omosessualità, al di là dei manuali di psichiatria precedenti Krafft-Ebing e dei moralismi universamente diffusi, è pur vero che l’omosessualità, qui, non è il problema sostanziale. Oggi la gestione degli stati depressivi profondi può giovarsi di farmaci enormemente evoluti con prognosi nettamente migliori di quanto accadeva quasi 200 anni fa, e ci sono mezzi che possono aiutare a ridurre l’isolamento e la progressiva chiusura in sé di queste persone. La riflessione sulla biografia di Beddoes può in ogni caso aiutarci a capire quanto la solitudine possa aggravare la depressione e quanto un ambiente omofobo possa condizionare la vita di un omosessuale.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.

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THOMAS LOVELL BEDDOES

Thomas Lovell Beddoes (1803-1849), un interessante e curioso poeta inglese, sembra essere stato unisessuale. La sua vita intima è poco conosciuta, ma la sua passione più viva (che precedette il suo suicidio) fu per un giovane panettiere tedesco.

Il padre di Beddoes era un medico molto conosciuto. Sua madre era sorella di Maria Edgeworth, la famosa romanziera. In collegio (cominciò a scrivere verso i 14 anni), era già originale e indipendente. Amava Shakespeare e i poeti drammatici, e imitava con molto piacere gli attori alla moda. Declamava, recitava: la sua voce era molto gradevole, il suo eloquio e i suoi gesti interessavano abbastanza uno dei suoi compagni perché questi acconsentisse a recitare con lui il ruolo di un nemico o di un’amante, ricevendo carezze o colpi, secondo le esigenze del dramma.

Nel 1820, andò ad Oxford dove scrisse e pubblicò due volumetti di poesie. Ma la sua timidezza, che si trasformò in misantropia, era molto forte e lui aveva pochi amici. Si diede a studiare Tedesco, con un successo tale che se ne andò, nel 1825, in Germania per studiare medicina. Il professor Blumenbach divenne suo amico e gli fu utile nel suo perseguire appassionatamente lo studio della fisiologia e della medicina. Non aveva rinunciato alla sua ambizione di essere poeta drammatico. Si mescolò anche ad intrighi politici. Nel suo trentesimo anno, ottenne la laurea di dottore all’Università di Würzburg.[1] I suoi gusti politici lo costrinsero, nel 1832, a rifugiarsi in Svizzera. Per alcuni anni, praticò la medicina a Zurigo. Il chirurgo Schoenlien lo propose anche all’Università di medicina di questa città come professore di anatomia comparata. Ma nel 1839, la politica lo allontanò di nuovo, e non ebbe più tranquillità. Si hanno pochi dettagli sulla sua vita. Nel 1841, si legò a Berlino con il giovane dottor Frey. Nel 1842, andò in Inghilterra. Nel 1843, si stabilì a Aargau, una piccola città vicino Zurigo. Passò l’inverno del 1844 a Giessen dove Liebig era professore. Scriveva poesie satiriche in Tedesco.

Nel 1847 ritornò in Inghilterra dove restò per dieci mesi. I suoi amici, che non lo avevano visto da vent’anni, lo trovarono cambiato, cupo, eccentrico, misantropo.

Nel mese di giugno del 1847, andò a Francoforte dove visse fino alla primavera del 1848 con un giovane panettiere di diciannove anni, Degen, che la cugina di Beddoes, Miss Zoé King, descrive così: “Un giovane uomo gentile nella sua persona, in una camicia blu, che aveva una bella espressione e una dignità naturale.” Durante questo periodo, Beddoes si procurò una ferita alla mano con un bisturi;[2] cadde malato e rimase indebolito per molto tempo. Per sei mesi non volle vedere nessuno ad accezione di Degen. Gli mise in testa di diventare attore e gli insegnò l’Inglese, rinunciando a qualsiasi altra compagnia.

Si lascia crescere la barba e assomiglia a Shakespeare come in giovinezza aveva somigliato a Keatz. Nel mese di maggio del 1848, viaggiano insieme. A Zurigo, Beddoes affitta il teatro per una sera per vedere Degen recitare il ruolo di Hotspur.[3] Per sei settimane Beddoes fu felice. Ma una separazione, probabilmente una lite con Degen a Bâle, fu seguita dalla malinconia nera del poeta che si procurò una profonda ferita a una gamba. “Era infelice e voleva uccidersi”, disse il ragazzo dell’albergo. Si strappava le bende che gli mettevano. Ne seguì la cancrena, poi l’amputazione della gamba (il 9 settembre). Andò meglio, Degen tornò a Bâle e si stabilì vicino a lui. Beddoes leggeva e scriveva. Aveva il progetto di andare in Italia. Il 26 gennaio 1849, abbastanza ristabilito per andare in città, comprò del curaro (era un medico) e al rientro si suicidò, lasciando una lettera a un amico d’Inghilterra che conteneva la sue ultime volontà. Nel 1857, Miss Zoé King, sua cugina, andò a Bâle e incontrò Degen, il dottor Frey, il dottor Ecklin che gli aveva amputato la gamba, ecc..

Il suo amico di giovinezza Itelsall pubblicò le sue poesie inedite, che furono molto ben accolte.

(Riprendo questi dettagli dalla piccola biografia di Edmond Gosse che precede le opere di Beddoes. – 2 v. Dent, 1890, Londra)

Non ci sono aneddoti o leggende che riguardino amori di Beddoes per una donna, e io credo che in Inghilterra ne avrebbero quasi inventata una, se avessero potuto. In ogni caso Beddoes sembra un uranista, o un indifferente sessuale che, sotto l’influenza della malattia e dell’isolamento, si accese di una grande passione per Degen il panettiere (passione probabilmente esaltata), o piuttosto quella fu solo l’ultima della passioni rifiutate o sconosciute di un timido taciturno.

 Fu in ogni caso un poeta lirico, e non banale. Quanto all’ossessione della morte pittoresca che riempiva i suoi versi, la si può perdonare ad un uomo che si suicida, evitando di definirla un’affettazione letteraria. I suoi modelli in poesia (eccettuato Shelley) sono essi stessi poeti bizzarri ed eccentrici.

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[1] Nota di project: – Nel 1824, era andato a Göttingen, per studiare medicina, attratto dall’idea di trovare qualche evidenza fisica della sopravvivenza dello spirito umano dopo la morte del corpo, ma ne era stato espulso e aveva dovuto riprendere e terminare gli studi a Würzburg.

[2] Nota di Project: – Non si tratta di un incidente ma di un atto di autolesionismo, che sarà seguito da un secondo e più grave atto della stessa natura.

[2] Nota di project:- Hotspur è un soprannome di Sir Henry Percy (1364-1403), noto come Harry Hotspur, figlio maggiore del primo conte di Northumberland, come raffigurato nell’Enrico IV, Parte 1, di Shakespeare.

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RFFALOVICH E LE TEORIE SULL’OMOSESSUALITA’ DI KRAFFT-EBING

Nel capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi, Raffalovich si sofferma ad analizzare le “teorie” sull’omosessualità in discussione ai suoi tempi e in particolare quelle di Krafft-Ebing, nella loro formulazione definitiva. Scendere in dettagli in questa sede sul contributo di Krafft-Ebing allo studio dell’omosessualità richiederebbe troppo spazio. Una sintesi di tutto rispetto si può trovare nel capitolo dedicato alla Psychopathia Sexualis, l’opera fondamentale di Krafft-Ebing, da John Addinton Symonds, nel suo “A Problem in Modern Ethics” (1896); il lettore potrà leggere la mia traduzione italiana nella Biblioteca di Progetto Gay: “Un Problema di Etica Moderna” pagine 39-50. (http://gayproject.altervista.org/questione_etica.pdf)

Krafft-Ebing era uno psichiatra e considerava l’omosessualità essenzialmente sotto il profilo psichiatrico; ebbe l’indubbio merito di contribuire alla depenalizzazione almeno parziale dell’omosessualità che, proprio in quanto “malattia”, escludeva la responsabilità penale del soggetto, ma è indubbio che Krafft-Ebing, nel demolire la figura dell’omosessuale criminale ha creato quella dell’omosessuale malato psichiatrico e con questo ha influenzato pesantemente la storia stessa della lotta per i diritti degli omosessuali. Con l’andare degli anni Krafft-Ebing ha via via corretto il tiro, dimostrando certamente onestà intellettuale, ma la sua conoscenza dell’omosessualità resta sempre quella di uno psichiatra eterosessuale che vede l’omosessualità dall’esterno.

Le opere che ho citato sopra di Addington Symonds e di Raffalovich sono più o meno coeve del pensiero più maturo di Krafft-Ebing ma sono sostanzialmente diverse perché sono opere di due omosessuali che hanno vissuto l’omosessualità nella loro esperienza personale e hanno conosciuto molti omosessuali, che non erano né criminali né malati psichiatrici, e quindi potevano allargare lo sguardo su ambienti mai prima esplorati dando luogo ad una conoscenza della realtà omosessuale dall’interno.

Dal capitolo di Raffalovich, qui di seguito riportato, il lettore potrà constatare potrà quanto la psichiatria fosse, all’epoca, condizionata dalle teorie che dominavano la medicina, come quelle della degenerazione, dell’atavismo e dell’ereditarietà, che rimaneva più che altro una vaga intuizione alla quale si riconnettevano in modo sostanzialmente arbitrario tentativi interpretativi di ogni genere.

Uno spazio particolare Raffalovich dedica al rapporto tra omosessualità ed effeminatezza. L’idea che l’omosessuale fosse una “anima muliebris virili corpore inclusa”, cioè un’anima femminile chiusa in un corpo maschile, tipica di Karl Heinrich Ulrichs, aveva diffuso anche negli ambienti scientifici l’idea che gli omosessuali fossero una specie di terzo sesso, un sesso intermedio, come sostenne, in seguito anche Edward Carpenter. L’effeminatezza era considerata una forma di degenerazione, imputabile forse all’atavisto, o a una specie di ritardo mentale, o a uno sviluppo incompleto della sessualità e queste categorie venivano facilmente estese a tutti gli omosessuali, fino al paradosso di classificare come degenerati o ritardati mentali personaggi come Platone o Michelangelo.

Raffalovich, che in questo capitolo fornisce alcune delle sue pagine più belle, si oppone a queste idee veramente aberranti e sostiene che la morale di Platone “consiste nella speranza e nella convinzione che l’uomo sia capace di tutte la variazioni, di tutte le modulazioni, e che possa perfezionarsi in certi ambiti più che in altri (ciò che ha detto Goethe), che abbia diritto a una filosofia che non distrugga la sua individualità, senza comunque danneggiare gli altri; ecco l’origine psicologica delle filosofie.”

La filosofia di Platone, che è un’apoteosi dell’omosessualità elevata a valore morale, non distrugge, come fanno altre filosofie, l’individualità degli omosessuali, che hanno diritto “ad una loro filosofia”, ovviamente sempre nel rispetto degli altri.
Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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A proposito degli ultimi punti di vista di Krafft-Ebing

Nel 1894 Krafft-Ebing (Jahrbucher fur Psychiatrie und Neurologie) ha riassunto il suo ultimo punto di vista sulle cause dell’inversione sessuale.

Egli elenca le teorie o le ipotesi precedenti e si può solo seguirlo con interesse. Ma prima di cominciare io protesterei vivamente contro uno dei punti di partenza di Krafft-Ebing (punto di partenza secondo me erroneo, che in questo osservatore eccellente, in quest’uomo così superiore, io posso spiegarmi solamente attraverso lo studio preponderante dei casi clinici): cioè che nell’inversione sessuale completa l’uomo si senta donna di fronte all’uomo. È l’effeminazione che causa questa percezione di un ruolo femminile nell’uomo, non è l’inversione. Ci sono molti uomini eterosessuali che non si sentono nel ruolo maschile di fronte alla loro amante. Non bisogna confondere l’uranismo effeminato e l’uranismo virile.

Michelangelo, Platone o Socrate non si sentivano donne di fonte ai loro beneamati, e nemmeno li consideravano come donne. Nella forma più leggera di inversione, dice Ktafft-Ebing (ed è il medico che parla, in questo momento, più che lo psicologo) l’uomo non ama l’uomo sessualmente, e non si sente donna davanti a lui, nei suoi rapporti con lui, perché ignora le vera natura della sua sessualità.

Questa asserzione di Krafft-Ebing mi sembra così perniciosa e nello stesso tempo così di appoggio per la mia convinzione contraria, che devo fermarmi qui.

In questa forma meno grave di inversione, l’uomo, stando a Krafft-Ebing, non ha segni fisici della sessualità femminile o ne ha pochi, non si sente donna di fronte all’uomo ma ama solo l’uomo. È l’uranista maschio (anche se l’invertito maschio, la cui inversione è acquisita, e il cui corpo e il cui carattere restano maschili, assomiglia all’uomo che ama e si confonde con lui) quello che è stato poco studiato nei libri di psichiatria, di criminologia e di medicina, perché non è né malato, né criminale, né necessariamente alienato. È di lui che si occupano Platone o Hafiz, la filosofia, la poesia, la storia. I guerrieri tebani non si sentivano donne uno nei confronti dell’altro, Epaminonda e gli altri, i maestri, gli uomini saggi che innalzavano un’anima più giovane non si sentivano donne davanti al loro amato, quando accettavano la soddisfazione della carne. E i Greci amati che amavano, anch’essi (dato che secondo Platone nessun tipo d’amore sarebbe stato onesto se non fosse stato reciproco e consensuale) sarebbero stati ben presto respinti e oltraggiati se avessero amato come le donne. Quando i filosofi greci vollero esporre l’aspetto superiore e psichico dell’unisessualità, vollero mostrare come innalzandosi al di sopra di una tendenza naturale e istintiva, fosse possibile servirsene per un perfezionamento reciproco degli uomini; vollero dare a dei sentimenti completamente naturali, istintivi, usciti dalle radici stesse dell’umanità, una sanzione, una giustificazione, una elevazione che si può paragonare esclusivamente al punto di vista della Chiesa cattolica di fronte al matrimonio. Il matrimonio è un sacramento; il matrimonio ha per fine la continenza e la perpetuazione della razza; è per coloro che non possono raggiungere la perfetta castità, che non possono conservare la loro verginità, e che non vogliono bruciare di desiderio per la fornicazione.

È così che la filosofia greca ha considerato l’unisessualità. Essa ha visto che l’inversione congenita o acquisita era naturale, che derivava dalla natura umana, cosa che la scienza di oggi, grazie alla medicina e all’embriologia, ha scoperto di nuovo, senza curarsi delle scoperte psicologiche di altri tempi, proprio come è naturale e deriva dalla natura umana l’eterosessualità congenita o acquisita.

Invece di insorgere e di rivoltarsi contro la sessualità propria delle persone, ha voluto dimostrare che l’eroismo, la costanza, la temperanza, la giustizia, in una sola parola la virtù maschile, non erano sotto tutti gli aspetti contrari alla natura umana, che l’ideale della castità non era contrario all’ideale della continenza, e che l’ideale dalla continenza poteva essere raggiunto dall’uomo sensuale o almeno poteva purificare e attenuare la sua sensualità fino al punto di renderlo capace di perfezionarsi o di perfezionare un altro.

In questo modo il migliore doveva aiutare colui che aveva mano esperienza, e la creazione di figli immortali, cioè di belle azioni derivanti da bei pensieri, doveva essere il fine di questo matrimonio spirituale, al quale Platone e i suoi simili davano una sanzione celeste simile al sacramento del matrimonio cattolico.
Se ne è conservata la tradizione nei secoli e Michelangelo, Shakespeare, Herder, Gothe, Platen, Shelley (per non parlare dei viventi), l’hanno apprezzata o per affinità congenita o acquisita o perché essi hanno visto una morale alta, inaccessibile a quelli che credono l’inversione una questione di effeminazione o di sodomia, cioè di coito anale attivo o passivo.

Questa tradizione, che Platone non ha inventato ma ha fissato, ha uno scopo morale, sociale, individuale e religioso, comparabile con quello del matrimonio; e proprio come il matrimonio può apparire come una istituzione superiore e venerabile a un materialista, a un evoluzionista, a uno scettico, a un uranista, a un non conformista sessuale – allo stesso modo la morale di Platone può apparire superiore e venerabile quando si è completamente eterosessuali, conformisti o femministi, – perché essa consiste nella speranza e nella convinzione che l’uomo sia capace di tutte la variazioni, di tutte le modulazioni, e che possa perfezionarsi in certi ambiti più che in altri (ciò che ha detto Goethe) che abbia diritto a una filosofia che non distrugga la sua individualità, senza comunque danneggiare gli altri; ecco l’origine psicologica delle filosofie.

Gli invertiti hanno dunque il diritto di avere la loro filosofia e la loro morale, e di servirsene secondo il loro successo e di ispirarsi ad essa, e secondo le loro potenzialità sociali e individuali possono essere valutati e scelti. Sarà uno dei compiti dell’educazione quello di servirsi degli uranisti per il loro bene più grande e per quello dell’umanità. E sarà anche uno dei compiti del diritto penale e della società reprimere il più severamente, il più prontamente e il più efficacemente possibile tutte le infrazioni a certe regole di condotta che l’uomo civilizzato deve seguire – tutti gli attentati contro gli impuberi, qualsiasi sia la loro natura o il loro genere. – tutti gli atti vi violenza o di indecenza notoria o pubblica, saranno sempre di dominio della legge penale e spetta alla società creare difese contro le cattive influenze, contro l’andazzo immorale, contro le cause e le tendenze della sessualità.

Sociologicamente l’inversione non è contraria all’eterosessualità, le è parallela, le è legata, perché entrambe derivano dalla sessualità. Accanto alla prostituzione femminile si trova sempre la prostituzione pederastica, in altri tempi come oggi. I Greci rispettavano la donna sposata, la vita domestica; ma essi nobilitavano allo stesso tempo l’unisessualità. Avevano delle cortigiane e nello stesso tempo dei bei favoriti.

Se Krafft-Ebing aveva ragione nello spiegare la mascolinità morale e sentimentale degli uranisti della prima classe attraverso l’illusione che essi si creano, la mascolinità del loro corpo non è però illusoria, essa è uno degli indici della loro mascolinità psichica. Sono loro che hanno scoperto delle regole di morale e di condotta per se stessi per i loro simili, e queste regole e queste scoperte non sono dovute a un’illusione così grossolana.

Ammettendo che Krafft-Ebing non si sbagli credendo che sia per ignoranza che questo tipo di uranista non si sente donna, allora quando un altro del medesimo genere ha rapporti con lui, si trovano uno di fronte all’altro due uomini che credono entrambi di essere percepiti come uomini e che in realtà si sentono come donne, è dunque la passione della similarità, che io considero come una della passioni inerenti all’uomo, che li spinge.

“Il pubblico, dice Krafft-Ebing, crede molto facilmente che l’inversione sia una deviazione, un vizio, e disprezza chi ne è colpito. In mondo giudiziario, nella maggior parte dei casi, condivide questa opinione e persegue con delle punizioni questo supposto vizio.

“Alcuni invertiti credono che l’inversione sia un’anomalia (un capriccio della natura) altrettanto naturale e che ha altrettanto diritto all’esistenza dell’amore eterosessuale. Questa spiegazione, che corrisponde completamente al loro modo di essere e di pensare, è stata esposta da Platone ai giorni nostri.”

Ulrichs ha sostenuto che l’anima di una donna si trovasse in un corpo maschile. Ma la cosa è altrettanto inammissibile che avere un cervello femminile e un sesso maschile.

Krafft-Ebing trova che il tentativo di Binet di spiegare l’inversione con l’aiuto dell’associazione delle idee è ingegnoso ma inammissibile e io sono completamente d’accordo con lui. Secondo Binet, quando l’istinto sessuale non è ancora differenziato, la vista e il contatto di un maschio coincidono con una eccitazione sessuale; e così si forma un’associazione, Chevalier obietta, con ragione, che questo non spiega affatto la precocità dell’inversione, né l’antipatia contro la donna, né certi caratteri sessuali secondari. Binet, comunque, ha detto chiaramente che le associazioni avevano luogo solo tra i predisposti, cosa che poi riporta ad ammettere l’inversione congenita.

Westphal e altri medici si sono accontentati di studiare i casi clinici o di assicurare che l’inversione è spesso congenita.

Krafft-Eging (e pure Sérieux, a quanto pare) hanno studiato anche i rapporti tra l’inversione e la degenerazione. Ed è per questo che Krafft-Ebing insiste un po’ troppo su quest’ultima. Ma è anche andato più lontano, ha scoperto che le perversioni sessuali si ritrovano frequentemente tra i genitori, gli ascendenti, e suppone probabile che si arrivi alle diverse fasi dell’inversione sulla strada dell’ereditarietà.

È evidente che in questo campo l’ereditarietà gioca un ruolo come lo gioca in ogni campo, ma il ruolo dell’ereditarietà in ciò che concerne la psicologia è ancora meno conosciuto che in ciò che concerne la patologia. L’ereditarietà non spiega ancora gran che, se non ci si accontenta di spiegazioni molto ipotetiche. E da quando è comparso all’orizzonte Wiesmann, si esita un po’ prima di chiamare in causa l’ereditarietà. I caratteri acquisiti, per esempio, non sono più gli argomenti convincenti di un tempo.

Frank Lydslon (1888) e Kiernan (1888), ispirandosi alla bisessualità degli esseri inferiori, hanno voluto dedurre la monosessualità dalla bisessualità. Kiernan sembra spiegare l’inversione facendo ricorso all’ermafroditismo ancestrale. Comunque l’inversione sessuale è una cosa completamente diversa dall’ermafroditismo, e non potrebbe essere una forma di atavismo. Così Chevalier, dopo Laccassagne, ha ben ragione di considerare come un ritardato quello che Lombroso chiamava atavico.

Ma bisogna allora tenere presente che il ritardato di Lacassagne non è necessariamente un ritardato per il fatto che è un invertito – che la differenziazione del maschio generatore e della femmina generatrice può non essere lo scopo esclusivo dell’umanità – che Platone non è né un atavico né un ritardato, ma sotto molti punti di vista uno più avanzato degli altri, come Goethe, come ogni genio morale, equilibrato e elevato. Gli effeminati sono dei ritardati, lo ammetto, ma gli effeminati innamorati delle donne lo sono come gli effeminati innamorai degli uomini.

Krafft-Ebing osserva che l’apparato genitale dell’uomo comprende: 1) (a) gli organi della riproduzione; 2) (b) i centri spinali che agiscono su questi organi per la nutrizione, l’erezione, l’eiaculazione, ecc.; e 3) (c) il dominio cerebrale in cui i processi psicosomatici hanno origine, la vita sessuale, il senso sessuale, l’istinto sessuale.

È provato anatomicamente che fino alla fine del terzo mese (a) è bisessuale e sarebbe logico pensare che (b) e (c) siano anche bisessuali allo stato embrionale.
Normalmente si sviluppa una sola sessualità in accordo col centro cerebrale che corrisponde alla ghiandole sessuali.

Più questa differenza sessuale è marcata, più l’uomo è perfetto antropologicamente; più i caratteri sessuali psichici o fisici si rassomigliano, più basso è il livello dell’uomo o della donna, un livello che ci riporta indietro di parecchie migliaia di anni. Qui io protesto di nuovo. La differenza sessuale tra gli animali non deve essere presa come l’ideale della differenza sessuale tra l’uomo e la donna. Il tipo greco di uomo più grazioso dell’uomo comune, o della danna dal corpo più elegante della donna comune, indicano forse una retrocessione, una inferiorità? L’uomo e la donna in uno stato di civiltà non possono differenziarsi fino a questo punto e non si può considerare questa differenziazione assoluta come l’ideale della razza umana nello stadio della civiltà che noi conosciamo.

È necessario che la donna sia abbastanza donna per essere figlia, sorella, moglie, madre, compagna, che l’uomo sia abbastanza uomo per essere cittadino, marito, padre, compagno.

Ma a meno di avere cittadini e cittadine unicamente al fine della riproduzione della razza, a meno di avere uomini stalloni e donne nelle case di riproduzione come covatrici, questa differenza non può essere mantenuta e non è desiderabile.
L’ermafroditismo psichico ha ben poco a che vedere con la questione dell’inversione, perché non si può accusare di inversione un individuo che non avendo un sesso sufficientemente determinato fisicamente, sceglie o pratica di volta in volta le due sessualità.

“Nell’individuo normale, dice Krafft-Ebing, la lotta tra le due tendenze sessuali si determina in favore di un sesso, e in via definitiva, ma negli individui aggravati da una degenerazione congenita, l’evoluzione psichica e fisica non è più così semplice e le due sessualità lottano tra loro. Questa è anche la spiegazione dell’inversione acquisita: perché la lotta tra le due sessualità, che avrebbe dovuto concludersi prima della nascita del bambino, perdura e si ha l’ermafroditismo morale; in altri casi si riscontra il paradosso di un sesso maschile congiunto all’amore del maschio. È ancora più strano, aggiunge Krafft Ebing, che l’inversione non abbia nulla a che fare con l’ermafroditismo e che più l’individuo è colpito dalla degenerazione, più ha i caratteri sessuali secondari dell’altro sesso.”

Qui Krafft-Ebing colloca all’inizio questa forma meno grave di inversione: un uomo ama soltanto gli uomini, non ha nulla della donna e si sente uomo. Secondo lui, quell’uomo si sbaglia e la sua tendenza è quella di una donna – cosa che io nego.
Quando l’inversione è più grave, quando non è soltanto nel dominio sessuale, l’uomo si sente donna, si trova bene quando assume un ruolo femminile, e questo ruolo passivo gli sembra del tutto naturale. Questa è l’effeminazione, l’inversione degli effeminati che tanto è stata studiata.

“Infine, dice Krafft-Ebing, mi sembra dimostrata la tesi che l’inversione sessuale congenita non si presenta e non è immaginabile che con un certo grado di degenerazione.”

È dal 1877 che Krafft-Ebing ha considerato l’inversione come una degenerazione funzionale. L’atavismo, ci dice ancora, spiegherebbe l’ermafroditismo ma per nulla l’uranismo.

A questa conclusione (che rimonta al 1877), secondo la quale l’uranismo e l’inversione acquisita derivano dalla degenerazione, applicherei una critica che si può applicare quasi a tutte le teorie dell’unisessualità, cioè che queste teorie si mettono dal punto di vista dell’eterosessualità, e secondo me questo punto di vista è tanto falso quanto il punto di vista unisessuale.

Che un uomo sia un uomo, che una donna sia una donna, che la razza si perpetui e aumenti; ecco i sine qua non dell’umanità – ma che ogni uomo desideri avere rapporti sessuali con una donna e viceversa non è una condizione indispensabile. Proviamo a guardare le cose da un punto di vista più alto e al di fuori dai luoghi comuni, il mondo ci guadagnerebbe forse un bel po’ o anche solo qualcosa? Certo, se si potessero abolire la prostituzione, la sifilide, i ricatti, le malattie che si acuiscono dopo gli eccessi sessuali, allora le cose sarebbero diverse – ma in che cosa un uranista che tiene a freno le sue tendenze e diventa per questo ancora più devoto a quelli che hanno bisogno di lui, o un invertito che si innamora di un uomo sobrio e rispettabile sono più degenerati si un povero disgraziato che una volta all’anno fa fare un figlio a una donna non in buona salute, in che cosa a priori sono peggiori per la società rispetto a una donna che si paga dei giovani amanti o a un uomo che non si sposa e si accontenta dell’adulterio? Mi sembra che sia proprio sbagliato mescolare l’idea della morale con quella della degenerazione. Alcuni invertiti sono arrivati alla loro inversione intellettualmente, attraverso l’entusiasmo, per antipatia verso la donna.

Non mi stupisco più di certe teorie degli invertiti o di quelli che si interessano alla metafisica dell’inversione quando vedo i medici o i filosofi fare rinascere la teleologia.

Qualunque sia la credenza che l’uomo ha o crede di avere, se non è anarchico, nihilista, incoerente, con lui ci si può spiegare: perché tutti gli uomini che attribuiscono un senso alla vita (qualsiasi esso sia) appartengono alla medesima grande famiglia dell’uomo ragionevole.

Ammettendo dunque che il caso non sia sufficiente da solo a spigare tutte le complicazioni dell’universo che noi conosciamo, ammettendo che la conservazione della razza sia uno dei principi più facili da scoprire (attraverso il quale l’uomo si consola della distruzione dell’individuo), ammettendo che questo principio si applichi soprattutto agli animali, che tra gli animali bisogna soprattutto riprodursi per vivere, che una razza animale deve essere numerosa per sopravvivere, per resistere, tutto questo vale in modo identico per l’uomo più o meno civilizzato, per l’uomo che parla, scrive, pensa e agisce? Oggi tra i popoli civili la conservazione dell’individuo è diventata di un’importanza capitale. Tutti gli sforzi di tutte le civiltà hanno mirato a questo. La difficoltà, il problema universale, sta nel conciliare la conservazione della razza e quella dell’individuo. Nei regimi dispotici, nello stato di schiavitù, in tempo di guerra, di peste, il problema era completamente diverso: alcuni individui (relativamente poco numerosi) dovevano essere preservati a qualunque costo. (Bayard consigliava di esporre alla morte i contadini, non i cavalieri), per gli altri era un si salvi chi può.

Ma da quando la pietà, la misericordia, la paura degli uomini di basso livello come l’amore per essi, la paura di perdere delle voci, dei suffragi, da quando la filantropia è diventata una passione facile e diffusa, un modo di guadagnarsi il pane, un’occupazione, per qualcuno quasi un vizio, il vizio della pietà incontinente e sciolta – si scopre che l’individuo ha un’importanza enorme. Ci vediamo in presenza di una popolazione che deborda, in presenza di folli, di epilettici, di delinquenti, di malati che non muoiono, in presenza di nevrastenici e di alcolisti che si riproducono deplorevolmente – e noi non possiamo impedirglielo. Ogni uomo ha diritto al piacere sessuale, almeno così crede, così gli si dice. Da un lato gli si dice di sposarsi e dall’altro di avere figli anche se non si sposa – e quando gli si dice di sposarsi e di non avere figli si è perseguiti dalla morale pubblica e in Inghilterra vi fanno pure il processo.

Predicate la castità in Inghilterra e la metà della gente vi prenderà in giro e l’altra metà crederà di dovervi rispettare e lodare, ma predicate la continenza o una sessualità sterile e sobria, e vi tratteranno come il marchese de Sade o come un oltraggio pubblico al pudore.

Ecco, l’uranista non ha forse la giustificazione di credersi scelto dalla natura per ristabilire l’equilibrio, per compensare le devastazioni della popolazione troppo numerosa, dell’eccesso di donne? L’invertito che non è casto, senza essere colpevole di atti delittuosi (sodomia, seduzione, dissolutezza con impuberi) o che non incoraggia la prostituzione maschile, può ritenersi utile al progresso della civiltà o almeno può ritenere di non ostacolarla come il marito dissoluto, il seduttore, l’amante di ragazzine, il signore serio che sale in camera con le prostitute, il frequentatore di bordelli o lo sfruttatore della prostituzione;[1] e l’uranista superiore ha il diritto di vantarsi di essere provvidenzialmente lontano dai problemi del matrimonio tanto da potersi dedicare a un’arte, a una scienza, a una vocazione a un ideale qualsiasi che comporti il celibato e il coraggio di agire bene.

Quanto all’uomo di genio o di azione, non lo considera così da vicino (Federico, Eugenio, Guglielmo III d’Inghilterra) e si accontenta di essere quello che è e di fare del suo meglio.

Le api, le formiche hanno dei lavoratori sterili che non si riproducono e che sono necessari al benessere della comunità. Non si può forse considerare l’invertito e soprattutto l’uranista come uno sforzo della natura per arrivare a un risultato simile, l’uranista (forse più frequente ai nostri tempi) essendo così destinato a ricoprire un ruolo sociale o se non vi è destinato, come credono gli uranisti, perché non cercare di trasformare questa credenza in una forma di realtà, perché non considerarlo in questo modo e allevarlo per questo? Questa non sarebbe un’utopia se gli eterosessuali seri e gli invertiti seri si riconoscessero, si capissero e si rendessero giustizia.

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[1] Raffalovich usa espressioni tipiche “le monsieur sérieux, le miché, ou le souteneur”, nell’argot degli sfruttatori della prostituzione di fine ‘800, “le miché” è il cliente della prostituta, ma le prostitute stesse distinguono “le miché serieux” o “le monsieur serieux”: il cliente che sale in camera con la prostituta, dal semplice “miché” o “flanelle”, che si accontenta di accarezzare la ragazza e di pagarle da bere. Il “souteneur” è lo sfruttatore della prostituzione.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questi post aperta sul Forum di Progetto Gay:  http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=5824

GLI OMOSESSUALI REALIZZATI SECONDO RAFFALOVICH

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi è intitolato “I forti e i forti”. Il titolo è preso da una poesia di Verlaine, che Raffalovich riporta, in cui si descrivono i rapporti sessuali di una coppia di omosessuali virili e di forte carattere. La poesia di Verlaine non è sempre di immediata comprensione per il lettore di oggi e contiene espressioni strane che, come si vedrà nel seguito del capitolo, hanno riferimenti sessuali precisi. Non si deve credere che Verlaine avesse qualche reticenza in fatto di sessualità, il suo linguaggio criptico era un’esigenza per evitare il ritiro dell’opera per oscenità.

Raffalovich mette a paragone la coppia omosessuale di due “forti” alla maniera di Verlaine, con la coppia onorevole di Platone ed è evidente che le sue preferenze vanno a Platone. Riporta poi alcuni casi emblematici di omosessualità di uomini virili profondamente soddisfatti della loro sessualità omosessuale, tratti da Krafft-Ebing, e ne fornisce interpretazioni certamente più convincenti di quelle fornite dallo stesso Krafft-Ebing.

Il paragrafo dedicato all’eredità, affronta poi un concetto che dominava la medicina di fine 800 e cioè il concetto di ereditarietà, di cui Krafft-Ebing faceva largo uso e che si ritrova fortemente presente anche in Havelock Ellis. Raffalovich, con una verve quasi comica mette in crisi la faciloneria con la quale, per spiegare l’omosessualità di uomini perfettamente normali, si cercavano o se del caso si inventavano patologie di vario tipo nei loro ascendenti e se ne deduceva tutto o il contrario di tutto senza un minimo di serietà scientifica. Non per nulla, alla descrizione medica dei casi di omosessualità Raffalovich preferisce le ricostruzioni storiche e le analisi psicologiche approfondite.

Molte riflessioni che Raffalovich espone in questo capitolo sono sostanzialmente valide ancora oggi, ma lasciamo a lui la parola.
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I forti e i forti

Verlaine, in una delle sue meravigliose poesie, ha cantato l’amore fisico degli unisessuali virili. Penso che le pagine precedenti renderanno più facile capire il senso fisico di questa poesia.

Queste passioni ch’essi soli chiamano ancora amori
sono anch’esse amori, teneri e furiosi,
con particolarità curiose
che non hanno certamente gli amori di tutti i giorni.

Eroiche, anche più e meglio delle altre passioni,
si adornano di splendori d’anima e di sangue
tali che al confronto gli amori nei ranghi
non sono che Riso e Gioco o necessità erotiche,

che vani proverbi, che un nulla da bambini troppo viziati.
– “Ah! i poveri amori banali, animali,
normali! Voglie grossolane o pulsioni frugali,
senza contare la sciocchezza delle fecondità!”

– Coloro che l’alto Rito consacra possono dire,
avendo conquistato la pienezza del piacere,
e l’insaziabilità del loro desiderio
che benedice la fedeltà del loro merito.

La pienezza! Essi l’hanno completamente:
baci saziati, ingozzati, mani privilegiate
nella ricchezza di carezze ripagate,
e questo divino finale annientamento!

Così sono i forti e i forti, l’abitudine
della forza li rende invincibili nel godimento.
Abbondante, saporoso, debordante, il godimento!
Lo credo bene che hanno la pienezza piena!

E per esaudire i loro voti, ciascuno a turno
compie l’azione suprema, ha la perfetta estasi
– Talvolta la coppa o la bocca e talvolta il vaso –
in deliquio come la notte, fervente come il giorno.

I loro bei trastulli sono grandi e gioiosi. Niente di quelle crisi:
vapori, nervi. No, giochi coraggiosi, poi felici
braccia stanche attorno al collo, per sonni a due più
stretti che languidi, spesso interrotti per essere ripresi.

Dormite, innamorati! Mentre intorno a voi
il mondo disattento alle cose delicate,
strepita o riposa in sonnolenze scellerate,
senza nemmeno, è così stupido!, essere di voi geloso.

E questi risvegli franchi, chiari, ridenti, verso l’avventura
di fieri dannati d’un più magnifico sabba?
Salve, testimoni puri dell’anima in questo combattimento
per l’affrancamento dall’opprimente natura![1]

Il velo che Verlaine solleva ci mostra, anche se tra dei “forti”, degli accoppiamenti molti differenti da quelli permessi dall’amore platonico fisico: quegli “stretti sonni a due, spesso interrotti per essere ripresi” sono proprio quello che Platone, nella sua saggezza, trovava abominevole. Evidentemente perché lui permetteva, santificava l’amore fisico che contribuisce anche all’amore essenziale, costante, filosofico. Delle notti interrotte e riprese più volte non possono che indebolire, alla lunga, la fibra morale di questi amori, non possono che avvicinare la sazietà[2], la fine. Platone permetteva (proprio come san Paolo che concedeva il matrimonio a quelli che non potevano rimanere casti e vergini) la soddisfazione fisica tra amici-amanti di lungo periodo se non a vita; egli proibiva la sazietà.

Si vede ora un po’ più chiaramente la morale dell’amor platonico, la sua gerarchia. Gli innamorati sazi di Verlaine stanno agli amanti platonici onorevoli come gli innamorati sazi di belle cortigiane stanno agli amanti coniugali. Riconoscere la gerarchia platonica (cosa della quale si ha tanta paura oggi) non presenta più rischi che riconoscere la superiorità del matrimonio sulla fornicazione.

Krafft-Ebing ha fornito numerosi casi di soddisfazione fisica tra forti e forti. Così troviamo M. O., di 32 anni, che aveva un ruolo nell’alta amministrazione, che a quattro anni provò chiaramente le sue prime tendenze unisessuali, all’età di sei anni si trovò a praticare la suzione peniena su suo fratello maggiore. Tra gli 8 e i 14 anni non ebbe una vita sessuale. Pubertà a 14 anni. A 15 un sogno lascivo unisessuale. A 16 masturbazione solitaria con fantasie unisessuali. Poi amore platonico per un giovane uomo il cui odore era gradito ad O. Durante i diciotto mesi di questo amore platonico, niente masturbazione. A 20 anni coito con una prostituta, senza godimento. Come al solito, questi coiti con delle ragazze sono seguiti da una forte pulsione unisessuale, che rende il coito sempre più raro e sempre più difficile. Ne deriva che O. è forzato ad immaginarsi un uomo, quando sta con una donna. Oscilla tra disperazione, noia della vita, masturbazione, onanismo, coito con ragazze coi capelli corti e con le anche strette che hanno l’aria di un ragazzo grande. A 31 anni incontra in viaggio un uomo simpatico. Coito orale reciproco seguito da un grande e salutare benessere, dice Krafft-Ebing. È il “Talvolta la coppa o la bocca e talvolta il vaso” dell’ingegnoso Verlaine. M. O., dice Krafft-Ebing, non presenta alcun segno di degenerazione; è completamente virile e di aspetto distinto. I suoi organi sessuali sono ben formati. Dato che una di queste ragazze dall’apparenza di ragazzo gli ha comunicato un’infezione venerea, e dato che tutti i suoi rapporti con ragazze erano a malincuore, e dato che a 31 anni si è trovato così soddisfatto dall’onanismo orale reciproco, è probabile che questo coito unisessuale divenga la sua soddisfazione abituale. Si può senza esitazione far risalire questa predilezione per l’onanismo orale alla seduzione da parte del fratello, ma non si può dire altrettanto per l’unisessualità in sé. Questo è uno dei casi che Krafft-Ebing designa a torto: ermafroditismo psichico. Ma è un caso di uranismo malgrado dei rapporti eterosessuali.

Krafft-Ebing ci presenta anche il caso di M. B., di 32 anni, che non ha mai trovato interessante la donna, che non ha mai avuto rapporti con una donna, che prova anche un certo orrore quando pensa ad un coito eterosessuale. Si è sentito attirato verso altri ragazzi giovani, quando era giovane. Si è masturbato molto. I suoi rapporti unisessuali si limitano alla masturbazione reciproca, di tanto in tanto. La sua inversione, il suo uranismo, non gli producono alcun dolore. Non deve essere sentimentale. Il suo corpo è completamente maschile, il suo modo di fare è virile. Gli organi sessuali sono normali. Non presenta alcun segno di degenerazione, ma ha l’occhio nevropatico. Bisogna ricordarsi che la masturbazione reciproca è la soddisfazione unisessuale dei timidi, dei repressi, degli attenti, dei sorvegliati. Un amore condiviso, delle abitudini sentimentali, più tempo libero e molte altre cause porterebbero facilmente questo giovane uranista di 32 anni ad altre soddisfazioni.

Il caso di M. R., di 23 anni, è molto istruttivo. All’età di 6 anni, quando faceva il bagno insieme ad altri bambini, i loro corpi nudi lo eccitavano e producevano in lui delle erezioni sessuali. (proveniva da una famiglia neuropatica: cosa che, secondo me, spiega la precocità del suo eretismo, ma non la sua unisessualità.) A scuola, era sempre innamorato. Le donne non lo hanno mai interessato. Le sue occupazioni, le sue tendenze, i suoi giochi, non hanno avuto nulla di femminile o di effeminato. È stato sempre un ragazzo vero. Si è masturbato solo per poco tempo, dopo la pubertà. Secondo me la masturbazione che non precede la pubertà produce risultati del tutto diversi e non abbassa necessariamente il livello intellettuale o fisico.

Ha sempre amato, in modo esclusivo, dopo essere arrivato all’adolescenza, giovani uomini tra i 20 e i 30 anni, ben fatti e ben messi. Ha tentato di avere rapporti eterosessuali, ma il disgusto e l’assenza di una spinta sufficiente per andare avanti lo hanno portato alla decisione di non indirizzarsi più verso le donne.

Dal suo ventunesimo anno ha rapporti unisessuali. Pratica il coito attivo inter femora viri; ma verso un amico uranista, suo simile, col quale ha una relazione permanente, prova il suo affetto alternandosi con lui, “tantôt la coupe, tantôt le vase” (“qualche volta la coppa, qualche volta il vaso”). Questo tipo di coito gli dà sempre una sensazione di benessere.

Si rivolge a Krafft-Ebing per consultarlo a proposito di alcune nervosità. È completamente contento della sua vita sessuale, solo da un anno soffre qualche volta di una impotenza “psichica” di fronte ad un uomo che non sia completamente pulito, o che sia pagato, o che appartenga a una classe troppo elevata della società.

Queste tre categorie possono aprire un po’ gli occhi di coloro che ignorano l’estensione dell’unisessualità. Questa “impotenza psichica” significa secondo me che R. non è naturalmente dissoluto e che egli dovrebbe sottomettersi all’idea di seguire soltanto le sue vere tendenze.

Il caso di M. G. (negoziante, 31 anni, completamente virile di corpo, di aspetto e di andatura) è complicato da alcune circostanze dipendenti dall’ereditarietà e da circostanze dovute all’ambiente. G. è il settimo di 14 figli di un padre alcolista. Un fratello più grande è invertito. Si sospetta l’inversione di due sorelle morte giovani “perché evitavano le persone giovani e preferivano alla cucina la scuderia e i lavori da uomo”. Ma, dato che G., fino ai sette anni ha portato abiti da femminuccia, e dato che amava dare una mano in cucina e nella gestione della casa, e dato che questa famiglia non era ricca ed era resa infelice dall’ubriachezza del padre, i lavori maschili delle sorelle e l’aiuto che dava il ragazzino potevano certamente derivare da buon cuore e dal desiderio di alleggerire il fardello materno. Questo è un esempio eccellente delle lacune dell’osservazione clinica. Sembra che Krafft-Ebing non abbia chiesto a G. se il desiderio di venire in aiuto della madre potesse spiegare la sua condotta e quella delle sorelle. A 6 anni G. si sentì attratto da uomini che avevano la barba. Non ci viene detto se il padre che rendeva così triste quella casa fosse un uomo rasato: il bambino avrebbe potuto per contrasto amare i barbuti. O al contrario, se il padre ubriacone fosse stato mal rasato o avesse portato una barba mal pettinata, una barba incolta, un contrasto di un altro tipo avrebbe potuto affascinare il piccolo. I bambini le cui madri soffrono hanno delle precocità tragiche. A 10 anni arrossiva di fronte ad un uomo simpatico – cosa che accade alla maggior parte dei bambini un po’ tristi. A partire dalla pubertà si mise a fantasticare su uomini coi baffi. Gli uomini rasati non lo interessavano. Andava spesso al ballo per vedere dei begli uomini. Cercava la compagnia degli uomini nella speranza di trovare qualcuno che lo amasse. Si sentiva solo e abbandonato. A 18 anni, mentre un uomo “simpatico” si schiacciava contro di lui, G. provò l’orgasmo sessuale con il relativo sollievo; ma la sua timidezza (dovuta forse tanto a una giovinezza imbarazzata e infelice, sotto certi aspetti, quanto alla sua effeminatezza) gli impedì di trovare un amante. A 20 anni si diede all’onanismo e si sentì infelice, solo e disgustato della vita.

A 29 anni trovò un amore condiviso e la pace. Da allora visse con il suo mante in una grande città, come marito e moglie. È felice. Nei loro rapporti sessuali (masturbazione reciproca, coitus inter femora) lui è soprattutto passivo. Non è un caso di effeminazione ma di uranismo contrastato e intristito dalle circostanze. Nove anni di onanismo e di desiderio di essere amato, senza una fibra virile corrispondente alla costituzione virile del corpo, avrebbero prodotto un’effeminazione psichica o fisica. Si vede qui, ancora una volta, la differenza tra l’onanismo dopo la pubertà, dopo la crescita, e l’onanismo malaticcio degli impuberi.

Eredità[3]

Mi sono occupato poco fin qui dell’eredità. Non trovo che i dettagli che ci vengono dati sugli ascendenti e sui fratelli e le sorelle degli uranisti ci facilitino la conoscenza e la comprensione del loro uranismo. Credo invece di riconoscere che la debolezza, la nevrosi, l’alcolismo dei genitori spieghino piuttosto la mancanza di coraggio, la mancanza di iniziativa di certi unisessuali, piuttosto che la loro unisessualità. Gli uranisti che non hanno la gioia di vivere, che non osano, che si credono i bastardi della natura, hanno un’eredità più appesantita degli uranisti che accettano i loro istinti e non si ribellano contro la natura. La nevrosi ereditaria si oppone all’unisessualità più di quanto non la spieghi.

Per quelli che non vogliono o non possono ammettere la possibilità che l’uranismo sia un istinto quasi primordiale (posizione che si potrebbe difendere con vigore, se se ne credesse venuto il tempo) e che non possono in coscienza trovare tutti gli uranisti degenerati, o imbastarditi, o di minor valore fisiologico, c’è stato certamente il bisogno di servirsi dell’eredità. Essa tira fuori gli autori imbarazzati dalla loro perplessità in questo modo: l’eterosessuale, uomo normale, acquisisce abitudini di inversione e gusto per l’uomo. L’eredità trasforma questo gusto acquisito in gusto congenito sotto l’influenza avversa della malattia fisica o psichica degli ascendenti, delle loro nevrastenie, del loro alcolismo o che so io, di tutto quello che può succedere di sconveniente o di affaticante per dei genitori. È così che si può essere severi verso l’uranismo, che si possono biasimare i genitori e compiangere i figli. Si finirà per scoprire tutto quello che c’è di illusorio, di effimero, in questo punto di vista. È poco logico, se un uomo non è un degenerato, dissotterrargli, o addirittura inventargli, se ce ne fosse bisogno, dei genitori viziosi o degenerati.

Si trovano, tra i genitori degli uranisti, tanto eterosessuali indefettibili quanto sifilitici o sessualmente freddi, o uranisti per nascita o per caso.

Sembra che tutte le eredità portino all’uranismo, e anche che l’uranismo porti a tutte le eredità, a tutte le trasmissioni possibili. La storia ci mostra uranisti incontestabili che sono stati padri di eterosessuali altrettanto incontestabili; e il contrario è altrettanto frequente. Enrico IV è padre dell’uranista Vendôme[4] che a sua volta è il nonno del noto unisessuale Vendôme[5] “che prese Barcellona e la sifilide[6] dalla parte sbagliata”, e suo fratello il priore, ugualmente unisessuale. I due Condé sono unisessuali, il padre[7] al quale Enrico IV diede in moglie M.lle de Montmorency, perché sapeva che era nemico delle donne, e il figlio,[8] vincitore di Rocroi.

Non so se sia un’allegoria scientifica (altrimenti è la leggerezza con la quale si invoca l’eredità che guasta le buone intenzioni di avere un po’ di logica) ma ci si immagina facilmente un umo che ha commesso degli eccessi eterosessuali che lascia in eredità (dalla concezione di suo figlio) qualcosa che potrà ben manifestarsi in sessualità diminuita o esagerata, in freddezza sessuale o in ipersessualità eterosessuale, o in uranismo. Allo stesso modo un padre freddo potrebbe essere causa della freddezza o dell’ardore di suo figlio. Siamo così abituati a vedere i figli somigliare molto ai loro genitori o essere completamente diversi da loro e opposti a loro, o rassomigliare loro un po’, in ogni caso l’eredità ci appare sempre ugualmente chiara e interessante.

Weismann[9] riportando la dottrina dell’eredità ad un nuovo inizio, e volendo distruggere la teoria accettata dei caratteri acquisiti, ha reso secondo me un grande servizio alla psicologia. La teoria di Weisemann stesso non è ancora abbastanza completa, abbastanza controllata, abbastanza sviluppata per essere uno strumento nelle mani di chiunque. C’è, per un ingegnoso e paziente investigatore, uno studio interessante da intraprendere sulla teoria di Weisemann e l’uranismo congenito. Io non sono competente e non ho il tempo per essere presuntuoso, ma mi sembra che la teoria di Weisemann si applichi molto bene all’inversione congenita assoluta e all’eterosessualità con tendenze uraniste; se il primo contatto non mi inganna, questo va molto in favore di Weisemann.[10]

Insufficienza delle osservazioni mediche

Malgrado la loro grande importanza, malgrado la loro necessità, le osservazioni cliniche, mediche, presentano degli svantaggi intrinseci. L’invertito o l’eterosessuale abnorme si precipita del medico più che presentarsi a lui; arriva ad un momento di crisi, di scoraggiamento,[11] di eccitazione; e succede lo stesso quando scrive o detta la sua piccola autobiografia. Si trova nel momento in cui non riesce più a sopportare la propria esistenza; se non trova l’amore o l’affetto che cerca, non potrà continuare la sua vita così com’è, con piedi per terra, repressa e costretta. Ma comunque per la maggior parte del tempo si rassegna e continua a vivere come nel passato, con un ideale più alto o diminuito oppure incerto – ma in tutti i casi molto pochi soccombono alla crisi.

Si sarebbe dunque portati troppo facilmente a considerare questo stato acuto come permanente negli invertiti: una volta che sono occupati, interessati, divertiti, ben portanti, quando riescono nei loro progetti in un modo o nell’altro, quando amano o credono di amare qualcosa o qualcuno, si comportano come gli altri uomini.

E poi, l’età degli invertiti osservati varia talmente che è impossibile classificarli in modo utile; perché il giovane uomo di 26 anni che sembra un eterosessuale con tendenze omosessuali potrà facilmente confondersi un giorno con l’uomo di 36 anni (al quale oggi non somiglia affatto) che è un fellator incallito, amante dei soldati e dei macellai. Potrà anche un giorno somigliare a quest’uomo di una certa età, vedovo, che ama tutti gli uomini indistintamente, o potrà essere il marito modello, padre di otto figli, che è alla ricerca di tutti gli uomini giovani, e non inganna la moglie se non con dei signori maturi con una leggera calvizie e con le mani pelose.

L’osservazione psicologica e l’osservazione storica possono parzialmente supplire a quello che manca molto all’osservazione medica. Il medico pone certe domande che richiamano certe risposte; per semplificare le difficoltà il medico aiuta il povero interrogato, e dei dettagli poco significativi si ritrovano ingranditi per il fatto stesso che vengono registrati. È in questo modo, forse, che la precocità dell’istinto sessuale negli uranisti è stata così affermata e sottolineata.

L’osservazione storica raffigurandoci la vita intera di un individuo ci permette meglio di classificarla, di metterla in questa o in quella categoria della famiglia sessuale. L’osservazione psicologica, essendo più dettagliata, là dove essa penetra, rispetto a quella del medico, e impegolandosi meno in cose che sono meno importanti, riesce a dare una rappresentazione migliore: è più un ritratto che una carta scritta.
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[1] Nota di Project: – Paul Verlaine (1844-1896) -“Parallèlement”; 1889.

[2] È probabile che un amore intellettuale e sentimentale che reclama certe soddisfazioni fisiche non possa resistere alle scosse di più che un certo numero di queste soddisfazioni. Gli amori lunghi hanno probabilmente delle soddisfazioni fisiche meno numerose degli amori di breve durata.

[3] Quella che è veramente abusiva è l’accezione elastica data da molti sociologi naturalisti alla parole eredità, che serve loro a esprimere alla bella e meglio attraverso la trasmissione dei caratteri vitali nella generazione, la trasmissione delle idee, dei costumi, delle regole sociali, per tradizione ancestrale, per educazione domestica, per imitazione-abitudine. (Tarde)

[4] Nota di Project: – Cesare di Borbone (1594-1665), figlio illegittimo di Enrico IV, legittimato nel ’95. Il padre, che fu già duca di Vendôme, prima di diventare re di Francia, gli conferì in appannaggio il ducato di Vendôme.

[5] Nota di Project: – Luigi Giuseppe di Borbone-Vendôme (1654-1712), figlio primogenito di Luigi di Borbone-Vendôme (1612-1669), e quindi nipote di Cesare di Borbone- Vendôme . Raffalovich allude al fatto che gli fu affidata l’armata contro la Spagna con la quale invase la Catalogna, occupò la città di Barcellona (9 agosto 1697) e fu nominato viceré di Catalogna. Raffalovich cita anche il fratello di Luigi Giuseppe: Filippo di Borbone-Vendôme (1655-1727), detto Il priore di Vendôme.

[6] Nota di Project: – Il testo originale è: « qui prit Barcelone et la vérole du mauvais côté ». “La vérole” può indicare sia il vaiolo che la sifilide (petite vérole) o anche la blenorragia. La citazione, volutamente maliziosa, allude alla sodomia.

[7] Nota di Project: – Enrico II di Borbone–Condé (1588-1646), terzo principe di Condé non conobbe i suoi genitori, il padre fu assassinato e la madre fu imprigionata per l’assassinio. Entico IV si incaricò della sua educazione. Lo stesso re gli diede in moglie nel 1609 Carlotta di Montmorency. Condé non era interessato alla moglie che però interessava il vecchio Enrico IV, che le fece una corte spietata tanto da costringere la coppia a lasciare Parigi.

[8] Nota di Project: – Luigi II di Borbone-Condé (1621-1686), figlio di Enrico II di Borbone-Condé (1588 –1646). Nel 1643, il suo successo nella battaglia di Rocroi, dove guidò i Francesi ad un’inaspettata vittoria contro gli Spagnoli, lo consacrò come grande generale ed eroe popolare in Francia. Con la battaglia di Rocroi la Francia si avviò alla vittoria nella guerra dei trent’anni.

[9] Friedrich Leopold August Weismann (1834-1914), nel 1887, intuì per primo che la meiosi, descritta in quel periodo, fosse una divisione riduzionale, cioè fosse atta a dotare i gameti di metà dei cromosomi, cosicché dalla loro unione si ritorna al numero presente nelle cellule somatiche. Weisemann tende a rifondare la teoria dell’eredità riportandola a precise basi scientifiche.

[10] Uno studio psicosessuale dei re di Francia, dei loro ascendenti e dei loro discendenti, sarebbe altrettanto sconvolgente di quello degli imperatori romani.

[11] Gli invertiti che si indirizzano ad un medico vogliono spesso sposarsi perché sono stati spaventati attraverso un ricatto a fine di estorsione.

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