GAY E RIMOZIONE DEL SESSO

Caro Project, sono capitato casualmente sul tuo forum e posso dire che sono rimasto colpito, perché permette di gettare veramente uno sguardo sulla realtà gay. Io ho passato i 50, ho avuto i miei problemi e anche le mie storie e adesso sono di nuovo felicemente single (o quasi) da anni. Mi dispiace solo che sento il mio primo e forse unico ex-compagno (se posso chiamarlo così) molto raramente, è un brav’uomo, non c’è dubbio, ma alla fine non ha molto senso cercare di stare insieme per forza quando si avverte che forse si starebbe meglio soli. Quando ci siamo lasciati, penso che sia stata una liberazione per entrambi. Lo ripeto, penso che sia una bravissima persona, ma questo non è un motivo sufficiente per stare insieme. All’inizio, ormai quasi dieci anni fa, c’era qualcosa di forte che ci spingeva uno verso l’altro, forse ci conoscevamo ancora poco e ognuno poteva proiettare nell’altro tutto quello che voleva, in pratica ci siamo innamorati delle nostre proiezioni, i primissimi tempi sono stati belli, poi sono arrivate le prime insoddisfazioni, i primi dubbi, i primi tentativi di provare a rinsaldare il rapporto. Non so se mi ha mai tradito, e francamente non credo, ma il motivo della crisi del nostro rapporto non ha niente a che fare con queste cose e nemmeno con modi incompatibili di vedere la vita, perché sotto quel punto di vista siamo molto simili. Io penso che anche lui, più che altro, abbia provato il desiderio di non essere legato più a nessuno, non so se puoi capire: il fatto di tornare a casa dal lavoro e di trovare il tuo compagno che aspetta non basta e qualche volta puoi sentirlo come una mancanza di libertà, perché se quando torni a casa il tuo compagno nemmeno ti guarda, non perché ha un amante segreto, ma molto brutalmente, perché si è stufato di te, perché è annoiato e anche deluso dal fatto di vivere in coppia… beh, che cosa ti resta da fare se non prenderne atto e cominciare a fare le valigie. Tra l’altro non abbiamo proprietà in comune e la casa è in affitto, quindi basta dare la disdetta e passare il contratto a nome di uno solo di noi e le complicazioni giuridiche sono finite. In pratica quando ci siamo lasciati, la casa è rimasta a lui e io sono andato da un’altra parte in via temporanea, poi, per fortuna, ho trovato un lavoro migliore in un’altra città e me ne sono andato. Questa è la prima parte della storia.

Arrivato nella nuova città, all’inizio ho avuto qualche problema per trovare casa, poi ne ho trovata una che poteva andare bene per me (2 stanze) e mi sono sistemato lì. Sul lavoro mi trovavo abbastanza bene ma c’era una cosa che mi piaceva poco e che mi metteva in ansia. I miei colleghi (otto persone in tutto, sei uomini, quattro sposati e due no, e due donne, una sposata e una no) erano abituati a una vita comune che a me non piaceva per niente. Si incontravano spesso, andavano spesso in vacanza insieme, si invitavano reciprocamente a cena una o due volte alla settimana, e ovviamente hanno cercato di coinvolgere anche me, ma io sono rimasto sempre in disparte e non ho mai partecipato a nessuna della loro attività, evidentemente ci sono rimasti male e alla fine non mi hanno più invitato, cosa che per me è stata una vera liberazione. Il mio tempo libero, che in realtà era poco, lo passavo in casa, a leggere, a sentire musica, oppure su internet, a cercare siti gay come il tuo ma anche siti porno, non mi vergogno di dirlo, ma contatti con persone non ne ho mai voluti, quindi niente facebook, niente social di nessun genere e niente siti di incontri o chat erotiche, insomma, la mia era una vita totalmente da single ed è andata avanti così per parecchi mesi. E questa è la seconda parte della storia.

Un giorno mi fermo a parlare con uno dei miei colleghi (32 anni, non sposato, io ero molto più vecchio di lui) la conversazione è gradevole ma dura pochi minuti, perché sul lavoro di tempo libero ce n’è veramente poco, mi invita a pranzare con lui durante la pausa ma io gli dico che non posso perché ho molto da lavorare. Una risposta del genere, per me significava: “No, grazie! Non sono interessato!” ma evidentemente lui l’ha letta come: “Vorrei venire a pranzo con te, ma purtroppo ho troppo lavoro e non posso!” e da qui è cominciato il gioco degli equivoci. Lui ha cominciato ad insistere e io ho cominciato a raccontare bugie, una appresso all’altra. Era evidente che mi stava facendo la corte, cosa un po’ strana perché un bell’uomo come lui, se vuole, ne trova cento! Io mi sentivo in imbarazzo, lui mi piaceva ma io non volevo più saperne di cominciare storie di coppia e nemmeno di avere avventure. In pratica gli ho sempre detto di no, ad ogni proposta e senza nemmeno tentennare, ma lui non mollava e la cosa mi teneva in agitazione. A un certo punto ho avuto la netta sensazione che prima o poi avrei ceduto, ma non volevo che succedesse e allora ho preso una decisione estrema, senza dire niente a nessuno ho chiesto trasferimento in un’altra città, ed è stata una cosa molto complicata, perché volevo andarmene ad ogni costo e ho dovuto fare una ricerca approfondita per chiedere una nuova sede in modo da essere sicuro di ottenere il trasferimento. Ho disdetto l’appartamento, venendo a patti col proprietario che mi è toccato rabbonire con una adeguata bustarella. Arrivano le feste di Natale, mi viene comunicato che dal 2 gennaio dovrò prendere servizio nella nuova sede. Ovviamente non dico nulla a nessuno, lo sa solo il dirigente, che sta in un altro palazzo, lontanissimo da dove lavoro io. Vado nel mio ufficio quando non c’è nessuno, faccio un pacco di tutte le mie cose e mene vado come un ladro. Arrivo nella nuova città, dal 2 gennaio prendo servizio, vivo temporaneamente in una pensione, nel frattempo cerco un appartamento, ma qui è molto difficile trovarne uno, o sono costosissimi o solo lontanissimi dal mio posto di lavoro. Dopo tre settimane trovo una soluzione che mi sembra accettabile. Nel frattempo ricevo le telefonate sconcertate dei miei ex-colleghi che hanno pensato di avermi fatto qualche sgarbo magari inavvertitamente tanto da spingermi ad andare via in quella maniera. Ricevo le telefonate di “tutti” i miei colleghi con l’unica eccezione di “lui” che non si fa proprio sentire. Non nego che ci sono rimasto un po’ male perché ho pensato che lui il vero motivo della mia fuga lo abbia capito. Non so se lui avesse capito che ero gay, ma non è affatto scontato, potrebbe aver pensato di aver insistito troppo con la persona sbagliata che poi lo ha scaricato in quel modo non potendo fare altrimenti. Nella nuova sede siamo in tanti, tantissimi e i rapporti tra colleghi sono molto superficiali, in pratica ognuno si fa i fatti propri e nessuno si impiccia della vita altrui, l’ambiente è proprio quello che io andavo cercando. Il dirigente è un po’ pignolo ma è anche molto tranquillo e se ci sono problemi non te li scarica addosso ma si prende le sue responsabilità. E questa è la terza parte della mia storia.

Dopo quasi dieci mesi nella nuova sede, una mattina vado al lavoro e rimango trasecolato, nella stanza dove lavoravo da solo hanno aggiunto una seconda scrivania, chiedo perché e mi dicono che il lunedì successivo sarebbe arrivato un novo collega e che siccome gli altri erano già due in ogni stanza, lo potevano sistemare solo da me. La cosa è logica e non posso obiettare nulla. Beh, Project, penso che tu abbia capito chi era il nuovo collega. La mattina del lunedì lo trovo già in stanza. Ci salutiamo come due colleghi che si ritrovano per caso, ma non era assolutamente un caso. Ormai bisognava arrivare ad un chiarimento serio. A fine mattina mi dice che ha le valigie al deposito bagagli della stazione e che dovrà stare in albergo perché non è riuscito a trovare casa, poi mi invita a pranzare con lui, questa volta accetto. L’imbarazzo è palpabile. Ti riporto qui di seguito il dialogo, così come l’ho ricostruito il giorno stesso per non perdere memoria di nulla. Salto tutti discorsi di circostanza e vado subito al sodo.

Lui: Ma perché sei andato via in quel modo? Però, dimmi la verità…
Io: Senti Paolo [lui si chiama Paolo], non fare troppe domande…
Lui: Hai avuto paura?
Io: Paura? E di che?
Lui: di me…
Io: Perché dovrei avere paura di te?
Lui: Uno che non ha paura non scappa…
Io: ma io non sono scappato…
Lui: non dire bugie!
Io: E tu perché sei venuto qui?
Lui: perché io non ho paura…
Io: ma che cosa vuoi da me?
Lui: Non mi dire che non ci siamo capiti… perché non è vero … se è veramente quello che vuoi posso anche chiedere un altro trasferimento, magari un una sede disagiata, così ti lascio in pace… non ti voglio dare fastidio…
Io: ma che dici? Piuttosto, se vuoi puoi stare da me finché non trovi una sistemazione, perché qui trovare casa è complicato…
Lui: Grazie! Me ne vado appena trovo casa, stai tranquillo!
Io: Per favore non insistere su questo tasto! Mi pare che non c’è molto altro da dire…
Lui: beh, ci sarebbe eccome…
Io: Voglio dire che non c’è bisogno di dirlo.

Finita la giornata di lavoro siamo andati alla stazione a prendere i suoi bagagli e li abbiamo portati a casa, si è sistemato nella seconda stanza, non sembrava un ospite, faceva tutto lui, ha preparato la cena, non mi ha permesso di lavare i piatti, alle 22.00 mi ha detto che era stanchissimo ed è andato a dormire. Io ero completamente sottosopra, sono andato a dormire anche io ma ho dormito molto poco. L’indomani mi sono alzato prestissimo, alle 6.15, mi sono preparato e sono sceso al bar a prendere il necessario per la colazione, colazione a casa! Erano anni che non facevo colazione a casa! Preparo tutto con molta cura e mi sorprendo quasi interessato a fare una bella figura con Paolo. Paolo guarda compiaciuto il tavolo e mi dà un pacchetto. Mi dice questo è per te! È una bottiglia di lavanda. Mi dice che è la stessa che usa lui, evidentemente il gesto è simbolico.

Ormai sono passati tre mesi, gli ho detto che se vuole può stare a casa mia “dividendo le spese”, per dare una motivazione formale alla cosa. Ci siamo comportati sempre come buoni amici e niente di più. Ti sembrerà strano, Project, ma io voglio che le cose vadano avanti così e magari spero pure che si trovi un ragazzo e che se ne vada con lui. Ho cominciato a volergli bene, ma non voglio avventure e nemmeno storie serie, lui lo sa, non insiste. Non so se diventeremo mai una famiglia nel vero senso della parola, o forse siamo già una famiglia. A me sta bene così, anche se è incredibile, forse ho più bisogno di un figlio che di un amante o forse mi sento amato anche così.

Insomma Project, non so se lui soffra per questa situazione ma non mi sembra proprio, In questo modo abbiamo trovato un nostro equilibrio e così la cosa può andare avanti senza vincoli di nessun genere, salvo un po’ di affetto. Quando sento la gente che parla di tradimenti mi viene da pensare che io quasi quasi vorrei essere tradito da lui, per il suo bene, non lo odierei affatto, ansi penso che tra noi non cambierebbe proprio nulla, o forse sì ma in meglio.

__________

Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=6599

Annunci

SESSO GAY, RECITAZIONE E COMPORTAMENTI AMBIGUI

Questo post è dedicato alle proiezioni e alle ambiguità che possono presentarsi nell’ambito della sessualità gay. Sottolineo a scanso di equivoci che sono cose che esistono anche in ambito etero, ma qui restringeremo lo sguardo solo sulla realtà gay.

Cerchiamo come prima cosa di circoscrivere l’argomento. Non intendo parlare di storie d’amore gay, perché quando la relazione è fortemente radicata a livello affettivo i comportamenti sessuali stereotipati tendono a svanire a vantaggio di una sessualità più profondamente di coppia, intendo invece trattare di relazioni, spesso saltuarie, anche se durature, senza una salda base affettiva o con una base affettiva solo unilaterale, in questi tipi di relazione, che si reggono solo sull’appeal sessuale, la dimensione proiettiva assume spesso un peso notevolissimo, intendo dire che si tende a mettere da parte l’idea che la sessualità di coppia si costruisce in due, proprio per il fatto che qui non c’è propriamente una coppia ma solo due individui che decidono a soddisfare se stessi uno tramite l’altro, senza neppure cercare di costruire un rapporto affettivo di coppia.

Il risultato di tutto questo è che l’altro è considerato come uno strumento, e siccome non ci si adegua ad uno strumento ma si richiede che sia lo strumento ad adeguarsi a noi, il partner di una relazione sessuale di questo genere non interessa tanto come persona ma come involucro che può essere riempito proiettivamente con contenuti che nulla hanno a che vedere con la realtà.

Il meccanismo delle proiezioni sfocia talora nella richiesta al partner di recitare una parte. Cito qui un brano di una chat tra un 34enne che si ritiene bisessuale (A) e un 37enne gay (B):

A scrive: No! Così non va bene! Sei rozzo, devi essere più dolce più femminile, più sottomesso, devi fare resistenza come farebbe una donna, e soprattutto non devi dire stupidaggini, non devi fare commenti non devi fare sproloqui da checca innamorata
B scrive: Guarda io a te ci tengo veramente ma non ti posso mica prendere in giro, non è una recita! Se vuoi una ragazza te la cerchi! Ce ne stanno tante!
A scrive: Non ti preoccupare che me la cerco! Però tu devi fare la tua parte e non mi fare quello che casca sempre dal pero! A te fare la femmina ti piace eccome! Ammettilo! Non essere ipocrita!
B scrive: A me piace stare con te, è per questo che ci sto …
A scrive: No! A te ti piace essere messo sotto e fare la femmina!
B scrive: No! Proprio per niente!
A scrive: Ho capito, me lo hai detto mille volte! Però che ti costa farlo? È di questo che ho bisogno, se tu mi vuoi bene devi fare quello che dico io, ma devi fare la femmina vera!

Un altro esempio di proiezione che arriva fino alla richiesta di recitare un ruolo è il seguente tra due gay entrambi 35enni.

A scrive: Domani passo, sei pronto? E poi anche pipì…
B scrive: Ok … e tu come stai?
A scrive: Domani mi devi trattare proprio come una puttana… hai capito?
B scrive: Io ci provo, ma non mi viene spontaneo… tu non sei una puttana
A scrive: ci devi riuscire, mi devi umiliare, deve essere padrone, devi reagire forte, pure a schiaffi se non faccio quello che vuoi tu, tanto io non reagisco, sai sicuro…
B scrive: Ok, ci provo…
A scrive: Ma non devi fare una pagliacciata come l’altra volta, devi essere vero, forte, mi devi dominare
B scrive: Ma non si potrebbero fare anche un po’ di coccole o di sesso tradizionale?
A scrive: No! Se uno stronzo se me lo chiedi, non è di questo che ho bisogno da te, quella cose la faccio ma non con te…
B scrive: Bene! Grazie!
A scrive: Ma lo sai e lo hai sempre saputo, e io so che a te ti piace fare il padrone e te lo faccio fare perché ti piace!
B scrive: A me?
A scrive: Sì e sei un ipocrita se lo neghi! Ti piace sottomettere la gente!
B scrive: A me? Mh…
A scrive: Ti prego, non mi contraddire, pure se hai ragione, ma che ti costa fare quello che ti dico?
B scrive. Ok, io ci provo, poi vediamo come va.

Un altro comportamento tipico di alcune relazioni sessuali prive del tutto o quasi di affettività e l’ambiguità dei messaggi, l’incertezza nel proporre un contatto sessuale o addirittura il chiedere sesso in modo esplicito cercando di attribuire al partner la colpa dell’avere accettato quella proposta che non doveva essere accettata. Un esempio di questo comportamento è stato così riassunto:

“Io e Paolo (nome di fantasia) abbiamo una relazione, o qualcosa che somiglia a una relazione. Lui è un bellissimo ragazzo appena trentenne, dal mio punto di vista è il modello di uomo, me ne sono innamorato a prima vista e la cosa dura da anni, solo che lui non è innamorato di me e lo posso capire, perché io ho 44 anni e non sono affatto un bell’uomo.

Che cosa ha trovato lui in me non lo so, ma qualcosa ci deve avere trovato perché è interessato a fare sesso con me, lo sottolineo, non è innamorato di me, ha avuto e ha anche adesso altri ragazzi dei quali è innamorato perso, ma che non sono innamorati di lui e ci sta malissimo e allora si consola con me ma solo a livello sessuale, anche se a me resta qualche dubbio che non sia solo una cosa di sesso, ma so che lui non lo ammetterebbe mai.

Comunque, io lavoro dalla mattina alla sera per mettere insieme il pranzo con la cena e non sto quasi mai a casa perché vivo coi miei genitori, non per scelta ma per necessità, perché hanno grossi problemi di salute, e lavoro in un’altra città, a circa 30 km dalla mia. Sul posto di lavoro ho un minuscolo alloggio di servizio dove c’è anche un letto. Durante i turni di lavoro non posso allontanarmi ma negli intervalli tra due turni ho un po’ di libertà. Paolo sa i miei orari.

Bene, una sera mi chiama al cellulare appena ho finito il turno di sera e ho chiuso tutto e devo aspettare per riaprire al mattino. Sono un po’ spiazzato perché non mi aspettavo di vederlo. Lo faccio entrare nel mio minuscolo alloggio e lui, senza farmi dire nemmeno una parola mi salta addosso e mi strappa letteralmente i vestiti. Per circa mezz’ora facciamo sesso, ed è una cosa seria e partecipata da entrambe le parti (nonostante le precauzioni per la prevenzione delle malattie) io sono piuttosto contento perché lo vedo sciolto e partecipativo, cioè molto meno rituale del solito, d’altra parte per venire da me ha dovuto fare 30 km in macchina.

Fino alla fine del rapporto sessuale va tutto benissimo, cioè non c’è nessun problema a nessun livello, ma una volta che ci siamo rivestiti lo vedevo stranito, mi ha detto: “Tu lo sai che per me tutte queste cose sono deleterie? Perché io non voglio diventare dipendente, e te lo avevo anche detto che dovevi dirmi di no, ma tu hai pensato a te stesso e hai fatto quello che hai voluto e non hai pensato al mio bene, quindi tu non mi vuoi bene veramente, tu pensi solo a te stesso!” Gli ho risposto: “Paolo, ma sei tu che sei venuto a cercarmi fino qui!” E mi ha risposto: “Sì, ma io sono dipendente e mi devo staccare da te e se tu fai così io non mi staccherò mai da queste cose…” Abbiamo cominciato a discutere e poi anche a litigare su questa cosa e io non sapevo che cosa dire.

A un certo punto ha cambiato di nuovo atteggiamento e mi è saltato addosso un’altra volta supplicandomi di non fermarlo, al che l’ho preso per i polsi e l’ho tenuto fermo e lui mi ha detto: “Per l’ultima volta, solo per l’ultima volta! Ti prego non mi rifiutare!” Gli ho detto: “Ma dopo non prendertela con me!” lui ha detto: “No! Stai tranquillo, ma non mi dire di no!” Poi abbiamo fatto sesso di nuovo e si vedeva che era contento e del tutto sciolto, quando facciamo sesso tra noi non ci sono mai problemi, il problema viene sempre dopo… ma quella volta è stato diverso, il sesso è durato di più, è stata una cosa più autentica del solito in qualche modo è stato più sesso e meno dipendenza.

Quando abbiamo finito era notte fonda e lui se ne voleva andare, ma non l’ho fatto andare via perché era stanchissimo, si è sdraiato sulla branda e io ho dormito in poltrona, abbiamo dormito fino alle 6.30, poi siamo andati al bar a fare colazione ed è ripartito dicendo: “Non dire niente!“ Stanotte è stato tutto come un bel sogno ma tra un’ora potrebbe pentirsi di tutto. Non è per me che mi preoccupo ma non vorrei che si sentisse veramente sfruttato sessualmente da me, è una paura generica, perché in fondo non credo proprio che lui lo pensi.”

___________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=6583

BISESSUALE SPOSATO PIU’ ETERO CHE GAY

Caro Project, forse non ti ricorderai di me, ci siamo conosciuti nel dicembre del 2015. Ti fornisco un elemento  che penso ti potrà permettere di inquadrare subito chi sono:  nel gennaio del 2016 sono passato per la tua città e siamo andati a pranzo insieme. Posso dire che mi è stato molto utile soprattutto perché, allora, ero proprio sconvolto dalla paura di poter distruggere il mio matrimonio. Ovviamente scoprire di essere sensibile al fascino maschile alla mia età non era certo un cosa da poco. Mi sembrava di avere finalmente capito chi ero veramente. Pensavo che tu mi avresti molto incoraggiato e mi avresti detto che era ora di cercarmi un uomo e di provare, e sono rimasto molto perplesso di fonte alla tua reazione. Mi hai parlato della fase frenetica di chi si scopre gay magari a 40 anni e con un matrimonio alle spalle e mi hai raccontato un po’ di storie di uomini che si sono trovati nella mia stessa situazione. Non contestavi il fatto che io potessi avere pulsioni gay ma mi mettevi costantemente in guardia dal non credere alle cose troppo facili e soprattutto dall’idea di mandare all’aria il matrimonio. Mi avevi fatto notare che io non avevo mai sentito il matrimonio come una trappola e che avevo un buon rapporto con mia moglie, il che era verissimo. Poi hai aggiunto tutti i discorsi sulle malattie, cose alle quali un uomo sposato, che vive in una coppia monogamica stretta, di fatto, non pensa mai. Sono rimasto stupito quando mi hai detto che avrei dovuto parlare chiaro con mia moglie, perché non dovevo assolutamente ingannarla. Questo discorso veramente da te non me lo aspettavo. Quando ci siamo salutati, beh, non ti dico quello che ho pensato di te… in pratica avevo deciso che non ti avrei più sentito perché non mi stavi spingendo nella direzione in cui io volevo andare, per capirci quella delle App, delle videochat ecc. ecc.. Torno alla mia città e cerco di darmi da fare senza dire niente a mia moglie. Ho incontrato il primo uomo tramite App, ma quando l’ho visto mi sono passate tutte le fantasie, e in pratica niente sesso perché era proprio fissato e squallido, almeno avrei voluto parlarci ma mi ha risposto che non aveva tempo da perdere e se ne è andato. Nei mesi successivi è successo altre tre volte. L’unico incontro dignitoso è stato con un uomo sposato, col quale ho parlato a lungo ma che alla fine mi ha messo in crisi perché non ha voluto tradire la moglie e in pratica tra noi tutto è finito prima di cominciare, però la cosa mi ha fatto ragionare parecchio e mi sono detto: ma che sto facendo? Ma io non sono gay, io sto con mia moglie da anni a stiamo bene insieme, le fantasie gay ce le ho, questo è innegabile, ma non mi sento gay, io sono bisessuale ma bisessuale soprattutto etero. Insomma ci sono voluti quasi due anni per uscire da quella che tu chiami fase frenetica ma penso che alla fine ci sono riuscito, ma non solo, ho fatto anche un passo fondamentale verso mia moglie, le ho detto come stavano le cose, e ho scoperto che lei lo aveva capito benissimo praticamente fin dall’inizio. Con mia moglie non ho mai usato preservativi perché non abbiamo figli e non ne possiamo avere, ma lei ha scoperto che nel fondo di un cassetto c’era una pacchetto di preservativi che io avevo comprato “per ogni possibile evenienza” e poi avevo dimenticato lì per sbaglio proprio perché non avevo le attenzioni che hanno i gay a non lasciare traccia. Dopo quella scoperta le si è accesa la lucetta rossa, ha tenuto conto delle mie telefonate e delle mie uscite serali, del mio uso notturno del telefono e era arriva a capire che c’era qualcosa che non andava, ma lei pensava che io avessi un’altra donna. Una volta ho chattato tramite PC e mi sono addormentato al PC, lei si è alzata per vedere perché non andavo a letto e ha visto la chat e di che cosa si trattava, non mi ha detto nulla ed è andata di nuovo a coricarsi, io la mattina mi sono accorto che mi ero addormentato al PC, con la chat aperta,  ma ho visto che lei era a letto e non ho dato molto peso alla cosa. Insomma, lei sapeva ed ha pazientato. Quando le ho fatto il mio discorsetto mi ha chiesto se avevo un uomo e io le ho detto che non avevo nessun compagno o amico o come si può chiamarlo. Da quando aveva trovato i preservativi non ha più fatto sesso con me, io non capivo il perché ma l’ho capito solo adesso. Mi ha detto che se volevo ancora fare l’amore con lei dovevo fare il test. Le ho spiegato che non avevo fatto sesso con nessuno ma non ha voluto sentire storie, probabilmente non ci ha creduto, e alla fine io ho fatto il test (ovviamente inutilmente) e ho ricominciato, dopo due anni di interruzione, ad avere rapporti con mia moglie. Oggi ho ancora qualche fantasia gay, però a livello sesso la risolvo con qualche porno e con la masturbazione, tra l’altro non molto frequente da quando ho ricominciato ad avere rapporti con mia moglie, lei lo sa e non ne è rimasta convolta. Dal punto di vista affettivo ho i miei amici, tutti sposati e etero al 100%, coi quali vivo momenti molto belli di solidarietà maschile e, al momento, questo mi basta. C’è solo un pensiero che mi scava il cervello un po’ come un tarlo ed è il fatto che mia moglie potrebbe aver cercato di salvare comunque il matrimonio proprio perché lei non può avere figli e questo le renderebbe molto problematico un nuovo matrimonio, mentre con un marito che non è interessato ad avere figli (siamo sposati da 9 anni) può sentirsi a suo agio anche se quel marito ha qualche fantasia gay, perché in fondo non lo sta privando di nulla. Forse il mio è un pensiero stupido, comunque sono rimasto stupito delle sue reazioni, sapevo che è una donna intelligente ma aperture di questi tipo e fino a questo punto non me le aspettavo. Non so se vorrai mettere questa mail nel forum, dato che è una po’ la storia di uno che alla fine ha optato per l’eterosessualità, perché in fondo era soprattutto eterosessuale, ma se vuoi, pubblicala pure, mia moglie l’ha letta e ha detto che anche a lei sta bene.

Con affetto. Marcello

_________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=6541

OMOSESSUALITA’ E PARAFILIE

Questo post è dedicato alla parafilie in ambito omosessuale. Come è noto, il “Dagnostical and statistical manual of mental disorders – fifth edition” (DSM-5) contiene alcune definizioni utili per circoscrivere il campo, innanzitutto la distinzione tra parafilia e disturbo parafilico, e stabilisce poi i criteri per la definizione di una diagnosi per alcuni tipi di parafilie.

Come è ovvio, il DSM-5 è una fondamentale indicazione di massima, rivolta essenzialmente agli psichiatri e prende in considerazione molte situazioni diverse che gli psichiatri possono incontrare nella pratica quotidiana della professione. Il manuale ha anche un valore indicativo per la conoscenza di fenomeni di parafilia che non necessariamente sfociano in disturbi parafilici ma che sono decisamente più comuni e si ritrovano anche al di fuori delle aree di intervento tipiche della psichiatria. Come c’è una psicopatologia della vita quotidiana così c’è una diffusa parafilia della vita quotidiana che in alcuni casi può spostarsi verso la linea di confine con i veri disturbi parafilici.

Ovviamente cercherò di affrontare la questione sulla base delle esperienze maturate in Progetto Gay.
Vanno tenute comunque presenti alcune osservazioni metodologiche fondamentali.

1) Perché si arrivi a parlare delle proprie parafilie è necessario avere le maggiori garanzie di riservatezza, non tanto perché si tratta di questioni legate alla sessualità quanto perché certi comportamenti possono essere penalmente rilevanti, come accade per la pedofilia. Mi è capitato diverse volte di parlare con persone che avevano fantasie pedofile, ma non esclusive e, ciò che è più importante, mai messe in pratica. Le fantasie sono una questione individuale di rilievo psicologico ma non penale, mentre i comportamenti sono penalmente sanzionati, non sorprende quindi che emergano le sole fantasie.

2) Alcune parafilie possono comportare forme di contatto sessuale con persone non consenzienti (frotteurismo) o forme di violenza (sadismo) o di inganno (voyeurismo) e quindi sono difficili da ammettere perché possono comportare discredito morale, se restano a livello di fantasie, o addirittura sanzioni penalii se ne seguono comportamenti concreti.

3) Alcune parafilie (coprofilia, pissing, spermatofagia) possono essere molto difficili da ammettere perché possono generare repulsione.

4) Va sottolineato che, proprio per quanto sopra, emergono nei colloqui solo parafilie non episodiche e spesso caratterizzate da concomitanti stati ansiosi seri più o meno connessi con la parafilia in sé, si tratta quindi di veri disturbi parafilici.

5) Spesso più parafilie si manifestano insieme e si delinea un quadro molto complesso strettamente correlato con la storia individuale della persona.

6) Dai colloqui emergono alcune correlazioni costanti che sembrano indicare nessi causali più che probabili, valga come esempio il fatto che “tutte, senza eccezione,” le persone che ho incontrato che hanno avuto fantasie pedofile hanno riferito di aver subito abusi sessuali in età infantile.

Tanto precisato, mi sembra indispensabile sottolineare un aspetto delle parafilie: la persona che ha disturbi parafilici sperimenta spesso la difficoltà di relazionarsi “sessualmente” con un’altra persona perché la presenza della paraflia e la tendenza a metterla in pratica in modo talvolta ossessivo suscitano perplessità nel partner che prima o poi inevitabilmente si allontana perché ha l’impressione che la sessualità sia letteralmente dominata dalla parafilia o addirittura si riduca ad essa. La sensazione di rifiuto e di abbandono accompagna quasi sempre la vita della persona che manifesta parafilie. Si osserva spesso nel soggetto portatore di parafilie la tendenza a proiettare le sue parafilie su altri soggetti, dando per scontato che gli altri possano reagire a quegli stimoli con una eccitazione sessuale simile, cosa che però non si realizza affatto e questo è uno dei motivi che rendono particolarmente problematica una relazione sessuale con una persona che ha disturbi parafilici.

Vorrei aggiungere alle parafilie elencate nel DSM-5 un’altra parafilia legata al coinvolgimento inconsapevole di un’altra persona nel rapporto sessuale: si tratta del fare sesso mentre si parla d’altro al telefono con un’altra persona con la quale si sono avuti rapporti sessuali. In questo comportamento l’elemento centrale è il “tradimento” della fiducia della persona con la quale si parla d’altro. Va sottolineato che quando il comportamento trasgressivo perde la sua trasgressività perché in qualche modo viene accettato e giustificato dal partner e soprattutto dalla terza persona, perde rapidamente la sua valenza sessuale.

Ho osservato spesso ragazzi portatori di parafilie che tendevano non a colpevolizzarsi e a cercare di cambiare le cose ma a considerarsi elementi ormai socialmente esclusi e quasi condannati a vivere una vita senza affetti, ormai definitivamente preda di una sessualità che non è possibile condividere con altri.

Spesso la reazione alla sensazione di marginalizzazione non porta alla depressione ma a forme di razionalizzazione e di esame critico della propria sessualità. In pratica il soggetto agisce su due livelli distinti, uno razionale, in cui la solitudine è accettata come qualcosa con cui convivere e uno sessuale, caratterizzato dalla perdita del controllo razionale e dal totale abbandono all’emotività e inevitabilmente alla parafilia. Il vero problema sta nel costruire un rapporto affettivo “conciliabile con la sessualità”, perché la persona con disturbo parafilico in genere non ha problemi nel costruire un rapporto amicale, se quel rapporto nasce e si mantiene del tutto privo di valenze sessuali, i problemi nascono invece nei rapporti in cui entra esplicitamente in gioco la sessualità. Ho potuto osservare più volte come in casi del genere, al fine di conservare almeno il rapporto di amicizia, la persona con disturbi parafilici abbia cercato deliberatamente e razionalmente di evitare ogni occasione di coinvolgimento sessuale.

Chi si trova coinvolto in un rapporto di coppia con un parafilico, all’inizio, può non rendersene neppure conto o può percepire soltanto una polarizzazione del suo partner su alcuni aspetti strettamente sessuali del rapporto, poi, col tempo, e col lo svilupparsi del rapporto, il parafilico arriverà a parlare del suo problema col suo partner per il quale comincerà un periodo di dubbi sul comportamento da tenere, con continue oscillazioni tra una minimizzazione del problema e una maggiore presa di coscienza.

Come ho già detto, alcune parafilie non mettono affatto in crisi i rapporti affettivi ma ne condizionano pesantemente i possibili sviluppi sessuali. Il parafilico ha bisogno d’amore, è in genere una persona gradevole e tende a mantenere la parafilia solo al livello di fantasie, o di discorsi con un partner affidabile e spesso dà un valore di trasgressione a comportamenti che di trasgressivo hanno molto poco e tende ad enfatizzare alcuni suoi comportamenti trasgressivi come se fossero abituali anche se sono avvenuti magari una sola volta.

I ragazzi che presentano parafilie hanno bisogno innanzitutto di rispetto e si sentono feriti da reazioni preconcette e da comportamenti discriminatori. Il loro bisogno di integrarsi li rende in genere graditi ai loro amici e anche ai loro partner sessuali coi quali hanno di norma un colloquio molto onesto e non sopportano comportamenti ipocriti.

Ho potuto notare spesso come molte parafilie siano collegate alle esperienze infantili e tendano e riprodurre situazioni del vissuto infantile, un vissuto infantile che resta ben presente nei ricordi dei ragazzi e che essi stessi considerano come la base delle parafilie. La rielaborazione del vissuto infantile e la sua razionalizzazione sono condizioni indispensabili per uscire dalla dipendenza dalle parafilie.

In genere sono piuttosto restio all’idea di un facile ricorso all’intervento di uno psicologo, ma di fronte alle parafilie la presenza di uno psicologo non può essere sostituita da quella di un amico o peggio del partner, perché un amico o il partner possono essere coinvolti molto profondamente a livello affettivo e non solo e non sono certamente le persone più adatte ad aiutare il loro amico nel recupero della razionalità e soprattutto nella elaborazione del vissuto infantile.

La difficoltà del parafilico di creare un rapporto affettivo-sessuale condiviso è dovuta al meccanismo ossessivo della parafilia, non alla parafilia in sé. Se la parafilia non si presentasse con modalità ossessive sarebbe solo una variante temporanea del comportamento sessuale che con ogni probabilità non genererebbe problemi di coppia, ma le parafilie si presentano sempre con un meccanismo di tipo ossessivo, sono una specie di idea fissa che la persona deve realizzare sulla base di un vero e proprio rapporto di dipendenza, possono esserci periodi di astinenza più o meno lunghi, relativamente liberi dalla parafilia, che poi però finisce per ripresentarsi e fa crollare il meccanismo razionale di astinenza. Spesso i periodi di astinenza si interrompono quando il tentativo di costruire un rapporto sessuale staccato dalla parafilia incontra difficoltà impreviste, cioè quando la persona sperimenta per l’ennesima volta il meccanismo del rifiuto.

Il ritorno alla parafilia tramite un contatto sessuale con un partner che la accetta, anche se solo episodicamente, provoca una sensazione di sicurezza e di controllo su quel partner ed è quindi almeno relativamente tranquillizzante. Si tratta però di esperienze che non comportano una vera condivisione della sessualità e che lasciano anche una forte sensazione di precarietà e di non autentica corrispondenza a livello di coppia.

Ho visto più volte persone soggette a parafilie che, dopo una serie di fallimenti nella creazione di rapporti affettivi-sessuali, hanno finito per mettere da parte l’idea di avere un partner con cui costruire una relazione e hanno operato una specie di scissione tra affettività e sessualità, riservando l’affettività agli amici coi quali si mantiene un rapporto stabile e senza implicazioni sessuali e vivendo la sessualità, con alcuni partner occasionali, in genere sempre gli stessi, con i quali però si esclude a priori qualsiasi possibile implicazione affettiva.

Quando parlo di partner occasionali non intendo riferirmi a persone sconosciute trovate su internet tramite i siti di incontri o con particolari applicazioni, ma quasi sempre ai propri ex, e questo perché mentre i propri ex sono più o meno consapevoli dell’esistenza della parafilia e bene o male l’accettano, gli estranei del tutto inconsapevoli ne rimarrebbero quasi certamente colpiti negativamente e non si adeguerebbero, accentuando così la sensazione di impossibilità e di rifiuto.

I soggetti portatori di parafilie non sono le uniche vittime della parafilia, perché anche i ragazzi che tentano di costruire con loro dei rapporti affettivi-sessuali vivono esperienze complesse e contraddittorie e vanno spesso in crisi perché vedendo che le cose non vanno, cercano di capire di chi è la “colpa” e in questo modo o colpevolizzano la persona portatrice di parafilie che, sembra a loro strana, complicata e in qualche modo patologica, o colpevolizzano se stessi, dandosi la colpa di non riuscire a sopportar tutto nella presunzione che volere bene a una persona significhi accettarla condividendo tutto, e al limite anche le patologie.

L’atteggiamento più sbagliato nei confronti di una persona portatrice di parafilie consiste nel ritenere le parafilie una specie di gioco fatto per sperimentare. Questo atteggiamento manifesta una radicale incomprensione della serietà del problema che causa in chi lo vive forme di sofferenza profonda che meritano il massimo rispetto. Aggiungo una osservazione ovvia, ma particolarmente importante in questi casi: una persona che arriva a parlare delle proprie parafilie ha diritto alla massima riservatezza e qualunque violazione di questa riservatezza è una vera ferita inferta a chi, parlando in modo serio di problemi di cui non è affatto facile parlare, sta di fatto chiedendo aiuto.
__________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=6518
Read this post in English: http://gayprojectforum.altervista.org/T … araphilias

GAY E SESSO DISFUNZIONALE

Omosessualità ego-distonica

Nella classificazione dei disordini mentali e comportamentali contenuta nella decima formulazione del documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per la classificazione della malattie (ICD-10), l’omosessualità non è più in alcun modo considerata una malattia e si riconosce l’esistenza di forme distoniche di tutti gli orientamenti sessuali. L’omosessualità eco-distonica è una omosessualità riconosciuta dal soggetto ma non accettata. Se un omosessuale, pienamente cosciente di essere omosessuale, entra in conflitto col suo orientamento sessuale per ragioni religiose, morali o sociali e desidera cambiare orientamento sessuale, si dice che la sua è una omosessualità ego-distonica. Questa categoria è ormai desueta e l’omosessualità ego-distonica non è più classificata come disturbo mentale, ma come semplice disagio dovuto a ragioni culturali o sociali. L’ICD-10 è stato approvato dalla 43esima Assemblea della OMS nel maggio del 1990 ed è entrato in uso negli Stati aderenti alla OMS dal 1994. È attesa la pubblicazione del l’ICD-11 entro il 2018, e si prevede che sia completamente eliminato qualsiasi riferimento alla omosessualità anche ego-distonica. Due punti devono essere sottolineati:

1) l’eccesso di psichiatrizzazione è arrivato a superare i limite del ridicolo (e veramente del patologico) con la descrizione, nell’800, di una presunta patologia, la drapetomania, un “disturbo degli schiavi che hanno la tendenza a scappare dal loro proprietario a causa di una propensione innata per la voglia di viaggiare”. La psichiatria, partendo dall’assunto che la schiavitù fosse una cosa normale è arrivata a considerare patologica la tendenza degli schiavi a scappare!

2) il mantenimento della categoria di “Omosessualità ego-distonica” ha alimentato il florido mercato delle terapie di conversione mirate al riportare gli omosessuali alla eterosessualità, perché queste pratiche aberranti erano considerate ufficialmente forme di cura per una “malattia” e quindi erano rimborsabili dalle assicurazioni sanitarie o dai servizi sanitari nazionali, ove presenti.

L’omosessualità era stata eliminata fin dal 1973 dal DSM (Diagnostic and Statistical Manual del American Psychiatric Association (APA)), dopo un percorso molto tortuoso in cui resistenze di tipo ideologico, opportunismi politici e interessi economici si intrecciavano in vario modo, in un territorio di confine in cui la scienza (psichiatria) rischiava di perdere anche l’apparenza dell’oggettività.  Rinvio a questo proposito a un bell’articolo di Jack Drescher: Out of DSM: Depathologizing Homosexuality che illustra il percorso che ha portato alla depatologizzazione della omosessualità da parte dell’APA.

Lasciamo da parte, con tutte le riserve del caso, la categoria di omosessualità ego-distonica, che ormai ha fatto il suo tempo, e veniamo all’oggetto specifico di questo articolo, ossia alla sessualità gay disfunzionale che è qualcosa di profondamente diverso.

Gay e sesso disfunzionale

La tradizione culturale ci ha assuefatti all’associazione di sesso e piacere, avallando l’identificazione della sessualità con la gratificazione che ne può derivare, l’esperienza tuttavia insegna che non sono rari i casi in cui la sessualità, lungi dall’essere associata al piacere e alla gratificazione, diviene espressione e talvolta concausa non secondaria di stati depressivi poco appariscenti ma subdoli e addirittura pericolosi.

L’associazione di sessualità e senso di gratificazione non è una costante necessaria ma è indotta dall’imprinting sessuale e dai primi approcci alla sessualità adulta che agiscono in modo vario e complesso sulle componenti della personalità in formazione e la plasmano. Si può arrivare a vivere la sessualità come una vera e propria ossessione, cioè come una dipendenza invasiva e pervasiva che condiziona profondamente l’intera personalità, si può arrivare a vivere la sessualità come autopunizione, come forma autoimposta di degradazione morale o come costantemente accompagnata da sensi di colpa associati ad un irrefrenabile impulso a ripetere. In altri termini la sessualità può essere una risposta disfunzionale al disagio che non solo non lo allevia ma può appesantirlo in modo condizionante.

Quando si assiste ad un esercizio spasmodico della sessualità, in particolare quando la sessualità è disgiunta dalla componente affettiva, sorge il legittimo sospetto che si tratti di una sessualità disfunzionale.

Faccio un esempio molto semplice ma molto significativo: quando un ragazzo vive una sessualità molto attiva ma accompagnata da senso di soddisfazione e di gratificazione, non c’è ragione di sospettare qualche forma di disagio, se invece la sessualità iperattiva è accompagnata da sensazioni di tipo depressivo, da un calo dell’autostima o dalla percezione di un senso di dipendenza, è legittimo chiedersi se dietro non ci sia una forma di disagio.

La sessualità come manifestazione e componente del disagio si incontra più facilmente negli omosessuali e in particolare in quegli omosessuali che, per ragioni di conformismo sociale o per fatti legati alla storia individuale, vivono in condizioni di repressione o presentano forme di sessualità che non sono facilmente accettate nemmeno in contesti per altri aspetti accoglienti, come per esempio i rapporti intergenerazionali. Come è ovvio e come ho potuto riscontrare più volte, l’aver subito in età infantile o anche nella prima adolescenza forme di abuso sessuale predispone ad una sessualità disfunzionale ma non la determina in modo necessario.

Alla base della sessualità disfunzionale si trova frequentemente l’idea della trasgressione e del coinvolgere altri in comportamenti trasgressivi, il che spesso significa cercare di uscire dall’isolamento e poter condividere un aspetto intimo e allo stesso tempo ansiogeno della propria personalità. Vorrei precisare che la sessualità disfunzionale affonda spesso le sue radici in settori del vissuto individuale che non hanno nulla a che vedere con la sessualità ma che hanno forti riflessi sull’autostima e sono spesso legate al contesto familiare di origine.

Il patrimonio della intimità sessuale rappresenta una delle dimensioni più importanti e nello stesso tempo più fragili della personalità, una dimensione invisibile ma presente sulla quale ciascuno misura ai livelli più profondi la sua integrazione sociale. Ovviamente all’intimità sessuale sono riferibili molti sensi di colpa, legati alla tendenza a invadere l’intimità sessuale altrui o a dissipare la propria con comportamenti anomali o eccessivi.

Da quello che ho potuto vedere la dicotomia tra affettività e sessualità, che in certe persone sembra comunque originaria, è spesso fortemente accentuata dalle esperienze di rifiuto, cioè da storie a sfondo affettivo-sessuale cominciate con entusiasmo e terminate per manifesta incompatibilità. La ripetuta esperienza dell’incompatibilità affettiva porta allo spostamento dell’investimento emotivo verso la sessualità non affettiva. Gli archetipi emersi dall’imprinting sessuale diventano così dei modelli da ripetere in modo continuo e progressivamente sempre meno gratificante. L’idea della trasgressione comincia a pesare più di quella della condivisione, i comportamenti diventano rituali e stereotipati e si forma una specie di copione che si ripete più o meno identico indipendentemente dalla personalità del partner.

Questo meccanismo, che di fatto crea una dipendenza ossessiva, è vissuto inizialmente come un semplice disagio ma tende gradualmente a divenire compulsivo. Le componenti affettive si ritraggono dalla sessualità ma non spariscono dall’orizzonte individuale, restano solo in una dimensione separata dalla sessualità. I ragazzi che vivono condizioni di disfunzionalità sessuale hanno un’affettività spesso molto profonda che può manifestarsi come tale in tutte le sue potenzialità, che possono essere enormi, intendo dire che quei ragazzi possono vivere rapporti di amicizia importanti, possono avere, su aspetti che non toccano la sessualità, un codice morale rigidissimo, ma quando si tratta di sessualità finiranno per sentirsi dominati dalla coazione a ripetere sempre i medesimi comportamenti e a cercare di coinvolgere altri in comportamenti che essi ritengono trasgressivi e comunque a dissociare affettività e sessualità.

Devo osservare che molti dei comportamenti che qui ragazzi considerano trasgressivi, sono in realtà delle varianti abbastanza comuni del comportamento sessuale che, quando non sono accompagnate da senso di dipendenza e da compulsione a ripetere o dalla tendenza a focalizzarsi soltanto su di esse, non esprimono e non creano affatto disagio. Riporto un esempio significativo: i rapporti intergenerazionali  su base affettiva non sono espressioni di disagio ma quei rapporti, vissuti senza affettività e quasi autoimposti, manifestano un disagio che può essere profondo, lo stesso discorso vale per esempio per la penetrazione anale che non ha nulla a che vedere col disagio, quando è vissuta come gratificante e spontanea, ma che è invece segno di un disagio che può essere profondo quando è vissuta come autoimposizione da persone che nelle loro fantasie sessuali non hanno mai preso in considerazione quella particolare pratica sessuale. Lo stesso si potrebbe dire per l’uso di un linguaggio particolarmente provocatorio, volgare o aggressivo negli incontri sessuali e così via.

 Avviene in questi casi un po’ quello che avviene nel doc (disturbo ossessivo compulsivo), un comportamento che di per sé non avrebbe nulla di trasgressivo, se fosse vissuto in una dimensione affettiva, giocosa e comunque collaborativa e senza ruoli fissi, cioè con criteri di parità e in modo leggero, è invece ritenuto trasgressivo ed è vissuto come compulsivo, ma la ragione non sta nella oggettiva trasgressività di quel comportamento o nella sua intrinseca compulsività ma solo nella mente de soggetto che associa quei comportamenti ad una situazione di disagio.

Esistono alcuni criteri che tendono alla prevenzione, nei limiti del possibile, della sessualità disfunzionale:

1)  Rispetto assoluto della privacy del bambino o dell’adolescente in questioni legate alla sessualità

2) Cercare di prevenire in ogni modo gli abusi sessuali su minori, che incidono in maniera profondissima sulla vita adulta

3) Creare un ambiente che tenda a favorire l’autostima e a sviluppare un clima affettivo, in particolare fornendo esempi di associazione tra affettività e sessualità

Cerchiamo ora di analizzare sinteticamente ciascuno di questi punti.

Comprendo molto bene che nell’era di internet, in cui i bambini e gli adolescenti hanno facilmente accesso alla rete e a tutti suoi contenuti, un genitore possa essere preoccupato dell’accesso del figlio alla pornografia, che per certi versi è inevitabile; è tuttavia opportuno che questo accesso avvenga ad un’età in cui esiste già una sessualità sostanzialmente adulta (14-15 anni), in modo che non si sviluppino modelli di comportamento esclusivamente imitativo, perché un modello di sessualità esclusivamente imitativo è sostanzialmente privo di affettività. I genitori hanno spesso paura più che della pornografia, della amicizie particolari dei figli, che invece hanno il merito innegabile di favorire la crescita dell’affettività e l’integrazione di affettività e sessualità. Un genitore può e deve parlare di sessualità con il figlio ma non chiamandolo mai in causa in prima persona. Gli atteggiamenti di tipo inquisitorio o peggio di vero e proprio spionaggio, come cercare tra le carte private del figlio o manomettere il suo computer vengono percepiti come invasivi e violenti e spezzano il rapporto di fiducia genitori-figli.

La prevenzione degli abusi sui minori è un argomento molto delicato perché la stragrande maggioranza degli abusi vengono perpetrati proprio dalle persone cui il minore è affidato o comunque da persone di famiglia o che frequentano abitualmente la casa del minore. È ovvio che in queste condizioni l’intervento repressivo della legge penale rischia di essere del tutto eluso. La regola aurea per ridurre le possibilità di abuso consiste nel non “affidare” mai il minore ad altri e, in caso di necessità, nell’affidarlo ai nonni o ad altri familiari del cui comportamento si possa essere certi, e comunque mai in modo sistematico o per lunghi periodi.

Creare un ambiente che tenda a favorire l’autostima e lo sviluppo di un clima affettivo significa in pratica creare una vita familiare nel senso pieno del termine, passando molto tempo con i figli, giocando con loro fin dalla più tenera età, gratificandoli nel confronto con gli adulti e mostrando loro esempi concreti di affettività tra adulti. Non c’è nulla che possa favorire l’autostima e lo sviluppo dell’affettività del minore come il vedere i genitori vivere tra loro un clima affettivo e collaborativo. Intendo dire che il disagio del minore è molto spesso l’espressione di un disagio familiare.

Mi sono interrogato spesso su che cosa si possa fare quando una forma di sessualità disfunzionale è ormai radicata da anni e qui posso solo riportare le mie riflessioni che sono ben lungi dall’indicare un concreto modo di procedere. Naturalmente non mi sono posto il problema di che cosa possa fare uno psicologo, che assume un ruolo determinato che ha le sue regole, ma di che cosa possa fare un amico. Le variabili in gioco sono moltissime ed è difficilissimo arrivare ad una sintesi, mi limiterò quindi ad esporre i problemi più ricorrenti.

Indicherò con la lettera “A” il ragazzo che vive una condizione di disfunzione sessuale e son la lettera “B” l’amico.

Prima situazione: A ha un dialogo abbastanza franco con B e lentamente arriva a parlare con B della propria sessualità, manifestando anche gli aspetti ritenuti trasgressivi. In questo modo A intende valutare soprattutto la fedeltà di B e le sue reazioni.

Se B si mostrerà infastidito da quei discorsi o se ne andrà via per non farsi più vedere, A vivrà la cosa come l’ennesimo rifiuto nei suoi confronti e questo lo confermerà nella su idea di marginalità e di isolamento sociale.

Se B ascolterà i discorsi di A in modo paziente senza reazioni di stupore e cercherà di sottolineare che gli aspetti trasgressivi sono in realtà minimi, ammesso e non concesso che esistano, A passerà ad una fase successiva, cercherà cioè di coinvolgere B oltre il livello del dialogo, di provocarlo per convincerlo a provare un contatto sessuale, anche molto superficiale, anche solo telefonico, ma si tratterà di un contatto sessuale con quelle caratteristiche di trasgressività che B aveva ritenuto poco o per niente trasgressive e qui si porrà, per B, il problema di accettare o meno di fare questo passo avanti, perché se B accetterà, quasi certamente A proverà a fare un ulteriore passo avanti per coinvolgere sempre di più B, ma se B rifiuterà, A prenderà occasione dal rifiuto per deprimersi ulteriormente e per diminuire ulteriormente la sua autostima. Alla fine di questo processo, che può durare mesi, B si chiederà se sia il caso di cedere alle insistenze di A e qui la risposta non è affatto scontata, perché non si tratterebbe certamente di cominciare una storia d’amore con A, dato che A è coinvolto da B solo a livello sessuale ma non affettivo, mentre B potrebbe provare un coinvolgimento affettivo profondo per A. B, tuttavia, è ormai consapevole che il rapporto con A si gioca ad un altro livello e che, anche se A non è coinvolto a livello affettivo, cioè in termini di relazioni di coppia, la risposta di B può essere importantissima proprio per l’equilibrio personale di A, o meglio per la sua autostima e per il superamento degli atteggiamenti depressivi. B, d’altra parte sa molto bene che cedere ad A una volta vuol dire indurre A a ripetere quell’esperienza sessuale un numero infinito di volte ma sempre senza affettività di coppia. Tra le risposte a senso unico: accettare sempre e comunque le proposte di A, oppure dire chiaramente di no anche se nel modo meno aggressivo possibile, c’è una terza via, quella di una accondiscendenza limitata soprattutto ai periodi di massimo stress di A. La finalità di B non può consistere nel cercare di creare un legame di coppia con A, ma deve identificarsi  nel permettere che A raggiunga una maggiore serenità e una maggiore autostima e che quindi possa vivere, anche nei confronti di B una dimensione affettiva “non di coppia” ma comunque fortemente stabilizzante. Come è ovvio in questo percorso ci sono moltissime varianti possibili e le decisioni non spettano a B ma sono assunte insieme da A e da B come accade in ogni rapporto interpersonale importante.

Vorrei concludere il mio discorso sulla sessualità disfunzionale con una precisazione: la sessualità disfunzionale si trova spesso in persone per altri versi realizzate nonostante la loro bassa autostima e, aggiungerei, in persone che sono costrette a vivere vite diverse da quelle che avrebbero desiderato, anche se hanno ottenuto, in queste vite non scelte, notevoli successi a livello sociale ed economico. Con queste persone è certamente possibile costruire rapporti affettivi anche molto importanti, che la loro caratteristica non aggressività e la loro tendenza a mantenere rapporti stabili, anche se non stretti, rendono di fatto spesso molto gradevoli e gratificanti.

Se c’è una cosa dalla quale bisogna in ogni caso astenersi è il giudicare, perché questo farebbe ulteriormente diminuire l’autostima e porterebbe queste persone verso stati più nettamente depressivi. Parlando sia con persone con una sessualità disfunzionale che con i loro amici ho potuto notare che tra loro sussiste rispetto e affetto. Ho altresì rilevato che alcune situazioni problematiche tendono a risolversi quando, a livello generale e non specificamente sessuale, l’autostima sale e con essa il livello sostanziale di socializzazione. Il vero pericolo è lo stato di abbandono in cui l’individuo si trova assolutamente solo con la propria depressione perché allora vengono a mancare del tutto gli stimoli a rivalutarsi e a capire che si è realmente importanti, almeno per qualcuno.

__________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=6511

Read this post in English: http://gayprojectforum.altervista.org/T-gays-and-dysfunctional-sex

RELAZIONI GAY NON STANDARD

Paolo scrive: Ciao Project! Finalmente ti trovo in chat! Non ci sei quasi mai.

Project scrive: Eh, beh, in effetti in chat entro poco

Paolo scrive: Sei impegnato?

Project scrive: No, a quest’ora non c’è più nessuno

Paolo scrive: Se vuoi andare a dormire ci sentiamo un altro giorno, veramente, non fare complimenti

Project scrive: No, nessun complimento, non ho nulla da fare e in genere vado a dormire ben oltre quest’ora, quindi non ho proprio nessun problema

Paolo scrive: Ok, perché volevo parlare un po’ con te

Project scrive: Io sono qui e non ho limiti di tempo

Paolo scrive: Allora, Project, noi abbiamo scambiato alcune mail qualche mese fa ma non ci siamo mai sentiti in chat. Ti ricordo brevemente i fatti: 36 anni, con una sola storia alle spalle e con esperienze sessuali con un solo ragazzo, quello della storia. In pratica è stato l’unico ragazzo di cui mi sono innamorato, quando è cominciata la nostra storia io avevo 26 anni e lui 20, adesso lui ne ha 30. Non stiamo più insieme da molto tempo, più di sei anni, ma siamo rimasti sempre in contatto. Lui ha avuto le sue storie e soprattutto le sue avventure sessuali, ma come ti avevo scritto in una mail, penso che per lui il sesso abbia un valore molto particolare, è una specie di dipendenza che alla fine mette in crisi e fa scappare i ragazzi coi quali lui cerca di costruire una storia. In genere i ragazzi non si rendono conto del senso che lui dà al sesso perché non lo conoscono a fondo. Lui non ha grossi problemi ad avere rapporti sessuali con persone che frequenta e di cui tutto sommato si fida, mentre è molto restio a parlare di sé. È successo così anche con me, prima di arrivare a parlare con me liberamente, cioè prima di fidarsi di me ci ha messo tre anni, poi quando mi ha parlato di tutta la sua vita passata mi si sono aperti gli occhi e ho cominciato a capire che per lui il sesso, a modo suo, cioè con le sue particolarità e le sue fisse aveva un significato speciale. Lui ha vissuto tante esperienze difficili, anche a livello sessuale, e il ricordo di tutte queste cose se lo porta dentro, per lui essere accettato significa essere accettato “com’è” con tutto il carico di problemi che si porta appresso, chi arriva veramente a volergli bene lo deve prendere com’è, mi spiego meglio, per esempio, quando lui sta con me è completamente sciolto, ma il quando lo deve decidere lui, quando cercavo di creare un programma per i nostri incontri, tutto andava a rotoli, se non lo assecondavo si arrabbiava con me e se ne andava, anche se dopo qualche giorno mi richiamava. Qualche volta potevo pure dirgli di no, non se la prendeva a male, ma non potevo sottrarmi sempre a quello che lui voleva. Per esempio quando sta con me, ancora adesso, mi ricorda più volte che lui è stato è sta tuttora anche con altri ragazzi, io gli rispondo che lo so benissimo ma che stare vicino a lui mi fa sempre un effetto positivo e che il fatto che lui possa stare anche con altri non mi turba.

Project scrive: però, scusami se mi intrometto, ma bisogna sempre stare attenti alla salute, perché se lui ha una vita sessuale molto sciolta può anche tenere comportamenti rischiosi

Paolo scrive: sì, questo è vero, ma quando stiamo insieme (ed è una cosa rara) la protezione è massima, la cosa gli dà fastidio ma alla fine l’accetta, perché sa che ho paura delle malattie e non mi vuole mettere in difficoltà.

Project scrive: sì, però magari i rapporti con altre persone possono non essere protetti o non essere protetti adeguatamente e i rischi più grossi può correrli proprio lui

Paolo scrive: Su questo ho cercato di insistere più volte, io penso che lui un certo senso di responsabilità ce l’abbia ma non vedo in concreto che cosa io possa fare per fargli fare “sempre e solo” sesso sicuro. Poi ormai da mesi noi non ci vediamo più di persona per fare sesso e lo facciamo solo per telefono, quindi a rischio zero. Anzi, io sono convinto che lui abbia accettato questa soluzione proprio per non mettere me nella paranoia del sesso a rischio

Project scrive: Beh, è una cosa notevole, è una forma di attenzione molto particolare

Paolo scrive: sì, lo so, l’ho pensato anche io. Adesso siamo a questo punto. Io gli voglio bene e credo che lui, con me, possa avere un dialogo che non può avere con altre persone, e penso che il nostro rapporto vada avanti proprio per questo, perché si vede accettato proprio senza riserve, e poi, io con lui non recito, non gli voglio solo bene, diciamo così come ad un fratello, ma ne sono innamorato, se dipendesse da me vivrei con lui e il fatto che può avere altri ragazzi mi preoccuperebbe solo per la sua salute e per niente altro. Lui di me si fida ed è questo che in qualche modo rende unico il nostro rapporto, con me non recita, non lo ha mai fatto, non è reticente, si scioglie del tutto. Tira fuori tutte le sue debolezze e tutti i suoi lati oscuri perché sa che tra noi non crollerà nulla in nessun caso, penso che sia questo il punto fondamentale.

Project scrive: Non so se posso farti una domanda indiscreta…

Paolo scrive: certo, ci mancherebbe altro!

Project scrive: Hai mai notato in questo ragazzo dei comportamenti che ti hanno messo in allarme, reazioni strane, aggressive, o forme di depressione, o tendenza a parlare senza fermarsi…

Paolo scrive: Vuoi dire se ho notato qualcosa di patologico?

Project scrive: Beh più o meno…

Paolo scrive: No, è un ragazzo intelligentissimo e poi è profondamente onesto, quando stava per mettersi con un altro ragazzo me lo ha detto prima perché non avrebbe sopportato l’idea di imbrogliarmi, e poi è profondamente buono, può fare la sua sfuriata, se gli gira male, ma non è mai aggressivo, se mai se la prende con se stesso e si colpevolizza, si ritiene non all’altezza della situazione. Non vuole che io gli dica che lui è importante per me, anche se lo sa benissimo, e poi ha una grande dignità, siccome è pure un bel ragazzo potrebbe stare facilmente con chi vuole, e magari fare pure la bella vita, ma anche se la parola può sembrare strana, è di una moralità specchiata: per lui l’affettività e il sesso non sono mai stati mescolati con altri interessi, in pratica non ho mai visto ragazzi più onesti di lui. Forse ad alcuni dei ragazzi con cui è stato non ha detto che era stato anche con altri, questo può darsi, ma se è successo è il segno che con qui ragazzi non aveva un rapporto molto profondo

Project scrive: Ma tu per questo ragazzo hai messo da parte l’idea di avere una vita affettiva tua?

Paolo scrive: Sì, ma non mi è costato molto. Cioè, mi spiego, io con lui sono stato bene il periodo che siamo stati insieme, per me esisteva solo lui, e ancora adesso esiste solo lui, perché quando ci sentiamo c’è proprio un clima particolarissimo, e, guarda, non ci sentiamo mica soltanto per fare sesso, anzi, direi che fare sesso succede molto di rado, la maggior parte delle volte ci sentiamo per parlare e io mi sento totalmente a mio agio e penso che succeda anche a lui. Mi viene in mente che qualche volta ha avuto momenti di depressione e di scoraggiamento molto forte, questo è successo e mi ha anche preoccupato, ma è successo soprattutto qualche anno fa, adesso lo vedo più tranquillo, più razionale e non sono stato più veramente in ansia per lui, perché sono convinto che saprebbe cavarsela in qualsiasi situazione e anche che alla fine riuscirebbe frenare quella certa tendenza alla depressione che comunque un po’ ha.

Project scrive: Gli sei mai stato vicino nei suoi momenti di depressione?

Paolo scrive: Sì, certo

Project scrive: E con te, in quei momenti c’era dialogo?

Paolo scrive: Sì, c’era, con me non ha mai avuto forme di chiusura totale, l’ho visto piangere tante volte, ma non mi ha mai rifiutato, nemmeno nei momenti peggiori, io lo abbracciavo e gli dicevo che gli volevo bene e che per me era una persona fondamentale e piano piano si sentiva riconfortato, guarda, Project, con me c’è stato sempre un buon rapporto, io non ho mai avuto paura di perderlo veramente. Per me questo tipo di vita potrebbe anche andare bene, anzi, direi che va bene, ma io credo che lui si senta ancora parecchio sbandato, non so se riuscirà mai a costruirsi una storia stabile, perché non credo che per lui l’idea stessa di monogamia sia alla fine possibile. Lui mi chiede spesso che cosa penserebbe la gente se sapesse quali sono i suoi comportamenti sessuali, me lo chiede perché è come se avesse bisogno di degradarsi, di sentirsi addosso il disprezzo della gente e di poterlo sfidare. Ha sempre avuto l’idea di fare sesso trasgressivo, che poi, capiamoci bene, in quello che fa c’è ben poco di trasgressivo, ma è come se avesse bisogno di dire che lui del giudizio degli altri se ne infischia, cosa che, però alla fine è vera solo fino ad un certo punto

Project scrive: Tu hai accennato ad un’infanzia difficile

Paolo scrive: Sì, però preferisco tenere i discorsi troppo personali tra me e lui

Project scrive: E fai benissimo! Anzi penso che questa sia la base di un rapporto serio, perché il vostro lo è, c’è ben poco di standard, ma è un rapporto che va avanti da dieci anni e che se ha perso qualcosa nel tempo è solo il suo carattere standard, adesso è il vostro rapporto, senza riferimento a nessuno schema, e effettivamente funziona

Paolo scrive: C’è una cosa, Project, che mi lascia molto indeciso, cioè dando per scontato che io per lui continuerò ad esserci, che cosa posso fare per farlo stare meglio? Non so se cercare di essere più presente oppure se continuare a rimanere sullo sfondo. Certe volte ho paura che lui possa cercare di fare un bilancio della sua vita e possa sentirsi alla fine del tutto irrealizzato: con me ha un dialogo serio e fa un po’ di sesso, con altri ragazzi ha certamente una vita sessuale ma non credo che abbia un dialogo vero, alla fine gli manca un punto di riferimento vero, e non credo francamente che potrei essere io, noi siamo stati insieme per anni, all’inizio, ma poi la cosa non è andata avanti perché io sessualmente non ero certamente al culmine dei suoi desideri, e lo posso capire benissimo. Il sesso che vive con me ha un altro senso, è una forma di accettazione, di comunicazione senza riserve ma è evidente che tutto questo comunque non è abbastanza per lui. Sia ben chiaro, Project, lui non andrebbe con chiunque, ha bisogno di sentirsi a suo agio, i ragazzi coi quali ha rapporti sessuali, in fondo sono pochi e sono sempre gli stessi, lui di loro si fida abbastanza ma con loro non ha un dialogo veramente aperto, ha paura che se fosse se stesso al 100% lo metterebbero da parte

Project scrive: Vedi, Paolo, se tra voi, con gli anni, si è creato questo rapporto, che è particolarissimo ma che non crolla, vuol dire che è quello possibile, così le cose procedono e tutto sommato stanno bene a te e a lui, pensare a qualcosa di diverso, che però non è nato da sé in dieci anni, vuol dire comunque forzare le cose, e poi io credo che tra voi ci sia un modo serio di capirvi, quando tu dici che lui si fida di te, dici in sostanza che ti considera come un compagno nel senso più profondo del termine. Se con te ha fatto discorsi difficili che non ha fatto con altri, vuol dire che per lui tu sei veramente importante, sesso o non sesso e il fatto che tra voi il sesso sia un modo di manifestare un’accettazione reciproca senza riserve indica che il legame tra voi è molto importante, sesso o non sesso. Tu dici di questo ragazzo cose molto positive e devo dire che anche a me sembra una persona veramente notevole, cioè una persona da non perdere, perché penso che molto difficilmente potresti trovare con altri ragazzi forme di coinvolgimento analoghe a quelle che provi con lui. L’evoluzione delle cose nel tempo è imprevedibile, tu almeno formalmente non sei il suo ragazzo, sei il suo ex, ma allo stesso tempo sei il suo migliore amico e probabilmente manterrai questo ruolo nel tempo. Non so se lui avrà mai un ragazzo nel senso pieno della parola, cioè un ragazzo del quale potrà fidarsi al 100% e col quale potrà avere un dialogo aperto al 100% come fa con te, è possibile, anzi è probabile che questo non accada e quindi la tua posizione potrebbe diventare stabile. Ormai non siete più ragazzi, siete adulti e anche per questo adesso accettate la relazione che c’è tra voi, che è una relazione d’amore tipicamente adulta e non standard

Paolo scrive: Sì, in effetti potresti avere ragione, ma io continuo a pensare a lui, non per rimettermi insieme con lui ma perché vorrei che stesse bene, che fosse felice. Una volta, quando si era messo con un ragazzo che anche io conoscevo, avevo pensato che fosse veramente felice e tutto lo faceva pensare, i rapporti con me erano diventati più rari, senza sesso, ma non meno autentici e vedevo che era felice, poi la storia è finita e quel ragazzo si è allontanato in via definitiva e io ho pensato che fosse successo proprio dopo un discorso chiaro. In pratica quel ragazzo aveva voluto un mondo di bene al mio ex quando non lo conosceva veramente, quando poi lo ha conosciuto più da vicino non se l’è sentita di andare oltre e ha preferito allontanarsi. Project, io gli voglio bene, voglio che lui stia bene perché è l’unico ragazzo che mi ha preso sul serio a quel livello, stare con lui è una cosa che mi mette in crisi ma è una cosa che non cambierei per nulla al mondo, io non cerco un ragazzo, io voglio lui e basta, e poi, lui c’è, non è mai sparito, insomma non mi sono innamorato di un fantasma ma di un ragazzo vero e veramente speciale.

Project scrive: Sì, lo penso anche io!

Paolo scrive: Project, io adesso devo proprio andare a dormire perché domani lavoro e esco di casa alla sei. Ti lascio la mia mail [omissis], e se ti va possiamo approfondire il discorso.

Project scrive: Posso chiederti una cosa?

Paolo scrive: Dimmi.

Project scrive: Mi autorizzi a pubblicare questa mail?

Paolo scrive: Beh, non ci sono elementi riconoscibili, mi pare, se ce ne trovi puoi toglierli, e poi pubblicala pure, se pensi che possa servire a qualcuno.

Project scrive: Penso proprio di sì. Allora grazi e Buonanotte. A presto!

Paolo scrive: Notte Project e a presto!

__________
Se volete, potete partecipare alla discussione di questo posta, aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6467

QUELLO CHE MI PIACE E QUELLO CHE NON MI PIACE NEL SESSO GAY

Ciao Project,
avevo grossi timori prima di parlare con te ieri sera, poi quei timori si sono dissipati e posso solo dire che parlare con te mi è stato veramente utile a mettere da parte tanti complessi inutili. Ho avuto una educazione molto cattolica, cosa che non ritengo del tutto negativa, ma che ha anche creato in me molti complessi verso la sessualità, e il fatto che io sia gay non ha certo facilitato le cose.

Comunque ieri sera non ho avuto problemi, è vero, ma mi sono comunque limitato a discorsi molto generali. Oggi vorrei entrare in questioni più specifiche sulle quali non ho nessuna possibilità di confrontarmi con altri ragazzi e poi, dove vivo io sarebbe non solo difficile ma anche rischioso perché qui l’omofobia è piuttosto diffusa.

Posso dirmi piuttosto fortunato perché frequento l’università in una grande città e ho la mia autonomia, a 22 anni, quasi 23, le mie esperienze sessuali le ho fatte anche se con risultati molto variabili. Ci sono delle cose che non mi piacciono affatto, prima di tutto che ci si veda soltanto per fare sesso e poi ciao, ci vediamo la prossima volta, è assurdo pensare di stare con un ragazzo solo per fare sesso con lui. Non sopporto le indecisioni, il fatto che uno si aspetti che l’altro si decida a fare sesso e che l’altro faccia finta di niente, un atteggiamento del genere mi sembra odioso, il sesso non si deve chiedere come una grazia, ma deve venire spontaneo, altrimenti il rapporto non è paritario.

Ma entriamo nello specifico. Mi piacciono i ragazzi che non si fanno pregare, che fanno la prima mossa, che non giocano di rimessa, che fanno capire che sono veramente coinvolti. Permettimi di esprimermi liberamente, non mi piacciono i ragazzi che quando si preparano a fare sesso (si abbassano gli slip) non sono nemmeno in erezione, se non ce l’hai duro vuol dire che non sei veramente coinvolto sessualmente, se non è la mia stessa presenza a fartelo venire duro, che senso ha andare avanti? Probabilmente ci sono altre persone con le quali reagiresti con un’erezione molto rapida e decisa, lo dico perché io, se sono veramente coinvolto, reagisco immediatamente.

Non mi piacciono i ragazzi che si vergognano di essere eccitati, i ragazzi che se lo coprono con le mani, che vogliono spegnere la luce, che vogliono restare sotto le lenzuola. Ma che senso ha fare sesso con un ragazzo se non posso nemmeno vedere come è fatto? Uno mi ha detto che sono un guardone, ma se faccio sesso con te e la cosa a te sta bene, non capisco proprio che cosa hai da vergognarti.
Poi c’è tutta l’inconfessabile serie di complessi sulla dimensione del pene, sulla forma, sulla lunghezza, sulla grossezza, sul mantenere l’erezione ecc. ecc., qui forse posso capire di più le paure di tanti ragazzi e quello che dici tu, Project, mi sembra un po’ riduttivo. Almeno per me il fatto che il mio compagno sia ben dotato non è indifferente. Io prendo come modello il mio, che non è niente di speciale, ma mi sta bene, perché ci sono abituato.

Mi piacciono i ragazzi con il pene simile al mio, diciamo così, normale di dimensioni e dritto. Non ho mai incontrato ragazzi col pene curvo in modo accentuato, ne ho invece trovato uno con una fimosi stretta ed era un po’ complessato da questa cosa, ma devo dire che, salvo un po’ di perplessità iniziale non mi ha creato nessun problema, reagiva benissimo e per tanti aspetti (dimensione e forma) era anche ben al di sopra degli standard normali e dei miei in particolare. Con quel ragazzo non ho avuto problemi sessuali di nessun genere, ma la storia è finita perché è andato a vivere in Australia e mi è dispiaciuto molto, perché era un ragazzo buonissimo e di intelligentissimo.

Ma andiamo avanti, non mi piace il sesso rituale, ripetitivo, quello fatto con la faccia dura, senza sorridere e senza scherzare su quello che si sta facendo. Poi c’è una cosa fondamentale, anche se sono riuscito a realizzarla solo una volta, il sesso deve essere sicuro, il rischio deve essere ridotto a zero, si fa il test insieme prima di fare sesso, si aspetta il periodo finestra e si rifà il test, se è venuto negativo entrambe le volte, allora si può essere molto più tranquilli e si può fare sesso senza essere divorati dai dubbi e dalle preoccupazioni. Se uno non vuole fare il doppio test, allora si fa solo col preservativo e non ci possono essere discussioni, certo è molto meno coinvolgente, ma se lui lo vuole fare in modo più coinvolgente allora si deve adeguare all’idea del doppio test.

Ma andiamo ancora avanti. Durante il sesso si parla almeno un po’, non si sta sempre zitti, Un ragazzo mi ha raccontato che prima di conoscere me era stato con un altro ragazzo che gli diceva che non aveva un bel pene, ecco, una cosa di questo genere la ritengo odiosa, non vuoi stare con un ragazzo? Ok, te ne vai, ma se ci stai non puoi disprezzare la persona con la quale stai. Tra l’altro il ragazzo che veniva offeso aveva un pene normalissimo e pure molto reattivo, quando gliel’ho detto si è sentito molto gratificato, perché non se lo aspettava proprio. Io penso che dire a un ragazzo che ha un bel pene sia un complimento certamente molto gradito, dirgli che ce lo ha brutto è veramente offensivo.

C’è un atteggiamento psicologico che odio, ed è, dopo aver fatto sesso con un ragazzo, dire che lo hai fatto solo per lui ma che a te non interessava veramente. Ma allora che ci sei stato a fare? Per fare un’opera buona? Questo è un ragionamento di una ipocrisia inaccettabile. Un’altra cosa che non mi piace affatto è la mancanza di reciprocità, cioè il fatto che quando hai fatto quello che volevi fare, la cosa è finita e ciao, e il tuo compagno al massimo si può masturbare da solo. Una cosa del genere è terribile, l’ho sentita raccontare ma non mi è mai capitata, penso che avrei reagito malissimo.

Altra cosa odiosa usare per un ragazzo dei vezzeggiativi femminili. Se vuoi stare con una ragazza, vacci, ce ne sono tante non c’è nessun motivo per correre dietro a un gay. Altra questione odiosa: raccontare a uno come fa sesso un altro ragazzo che quel ragazzo conosce. Non c’è niente di più odioso. Il sesso si fa in due e non si racconta agli altri. Io qui sto parlando di sesso con Project che non sa chi sono e certo nel raccontare certe cose non ci metto sotto nome e cognome delle persone di cui sto parlando.

Altra cosa che non sopporto: gli atteggiamenti di superiorità, il fare la parte del maestro di sesso, di quello che ha capito tutto e deve insegnare agli altri come si fa. Le persone che si prendono troppo sul serio non fanno che mettere in mostra la loro stupidità.

Altra cosa importante, finito il sesso, non ci si saluta subito, si prende un caffè, un cioccolatino, si torna a una dimensione di vita ordinaria e poi ci si saluta. Le occasioni spontanee per fare un po’ di sesso possono essere molte, penso al fare la doccia insieme, che ha anche una dimensione giocosa (e mi è capitato), penso al ridere insieme, mi ha colpito una cosa che avevi detto, Project, sul gioco sessuale: il gioco è una via maestra verso una sessualità meno inibita, è verissimo e l’ho sperimentato direttamente.

E qui c’è da aprire il grosso capitolo della pratiche sessuali. A qualcuno potrà sembrare strano ma io amo le coccole, e soprattutto le coccole sessuali, come scambiarsi carezze anche intime ma senza nessuna finalità sessuale specifica, oltre quella di condividere la propria intimità anche fisica, proprio come uno scambio di calore affettivo. Mi piace moltissimo l’idea di addormentarsi nella braccia del proprio compagno, direi che è una delle cose più belle del sesso gay, poi c’è la masturbazione reciproca che penso piaccia a tutti senza eccezioni e per il sesso orale il discorso è più o meno lo stesso, anche se qui cominciano ad esserci i problemi relativi all’uso del preservativo, perché qui il rischio c’è e il preservativo va usato, anche se a tanti può sembrare una cosa del tutto innaturale e sgradevole, però, con l’unico ragazzo che ha accettato di fare il doppio test, lo abbiamo fatto senza preservativo ed è stato molto intimo e direi molto sgradevole.

Per quanto riguarda il sesso anale, dico subito non l’ho mai fatto ma non solo perché è la pratica sessuale più rischiosa, ma proprio perché non ho mai avuto fantasie sessali di questo tipo. Pensavo, anzi di essere un po’ fuori dalla norma proprio per questo, ma mi sono ricreduto. Dei cinque ragazzi coi i quali sono stato, uno solo mi ha proposto di fare sesso anale e c’è rimasto male quando gli ho detto di no. Con gli altri l’argomento non è stato minimamente toccato, nemmeno quando avevamo rapporti sessuali praticamente ogni giorno.

Certo, il buon senso vorrebbe che una coppia trovasse i suoi equilibri anche in termini di pratiche sessuali e che non ci fosse, in questo campo, alcun tentativo di imporre qualcosa a chi non la gradisce

Da tutto quello che ho scritto potrai pensare che ormai non ho dubbi e che so come comportarmi in ogni occasione ma non è così. C’è un ragazzo di cui mi sono innamorato e col quale non ho mai avuto il minimo contatto non dico sessuale ma neppure vagamente fisico, lo chiamerò Marco, beh, ti giuro, Project, non mi sono mai sentito tanto in imbarazzo come con lui, lo desidero anche sessualmente, vorrei tutto di lui, perché penso che sia proprio un ottimo ragazzo e vorrei passare con lui tutta la vita, se non lo hai capito, ne sono innamorato come non sono mai stato innamorato di nessun altro, ed è per questo che non so mai che cosa fare.

Sono arrivato ad una decisione, la prossima volta gli dirò che gli voglio bene e che quando lo sento al telefono mi sento felice, ma non gli dirò che vado anche in erezione, perché ho paura che possa spaventarsi, un po’ mi sembra una cosa stupida ma potrebbe anche succedere e io non lo vorrei perdere per nulla al mondo. Mi sento timidissimo, come se avessi 14 anni e fossi alla mia prima storia, ma probabilmente sono alla mia storia più importante.

I miei amici mi dicono che Marco non è bellissimo e che c’è di meglio e dovrei guardarmi intorno, ma io con Marco ho parlato più volte e mi è sembrato proprio una grande persona, cioè uno del quale ci si può fidare, uno che fa poche chiacchiere (io forse ne faccio troppe) ma fa quello che dice. Insomma, Marco non è il bel bambolotto da mostrare agli amici ma potrebbe essere il vero compagno di una vita. Domani lo vedrò, Project, e gli farò la mia prima dichiarazione, sono molto esitante, ma qualcosa mi dice che andrà tutto bene. Ti farò sapere.

B. G.
__________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=6429

Read this post in English: http://gayprojectforum.altervista.org/T-what-i-like-and-what-i-dislike-of-gay-sex