ESSERE GAY TRA ABUSI E VIOLENZA DOMESTICA

Ciao Project,

leggo da tempo il forum e ho letto anche parecchi pezzi del manuale “essere gay” e ti posso dire che per me sono state letture utilissime, perché avevo le idee parecchio confuse. Il fatto di essere gay mi creava non pochi problemi, non per la cosa in sé, che sento mia al 100%, ma per via degli altri e del non sapere che fare e come comportarmi. Adesso ho meno paure, ma ho comunque moltissimi problemi che non ho risolto e che non riesco a risolvere ed è proprio di questo che ti vorrei parlare, perché ho letto le risposte che dai ai ragazzi e mi sembrano molto equilibrate.

Io ho 25 anni, sono gay, di questo non ho dubbi, non ho mai avuto fantasie su ragazze, da ragazzino sono stato abusato da un amico di mio padre, penso che mio padre non se ne sia mai reso conto, ma è successo e per un periodo di alcuni mesi, io avevo tra gli otto e i nove anni, forse anche un po’ di più. Non c’è stata violenza, a me allora sembrava una specie di gioco, sul momento mi rendevo poco conto e non avevo nemmeno sensi di colpa o cose simili e non odiavo nemmeno quell’uomo, cioè non mi veniva proprio in mente che fosse un modo di approfittare di me, in fondo almeno in teoria avrei potuto dire di no, non mi sentivo costretto. Lui aveva più o meno 45-50 anni. In sintesi, al tempo non sono rimasto sconvolto da questa cosa, non l’ho detta a mio padre perché mi sembrava un gioco mio segreto, fatto con un amico di mio padre e quindi niente di strano. Ho letto quello che hai scritto sull’abuso in relazione all’orientamento sessuale. Tu dici che se uno è stato abusato da piccolo da un uomo, se poi si accorge di essere gay la può prendere malissimo perché ricollega il fatto di essere gay all’abuso, potrà anche essere vero, anzi sarà certamente così, ma a me non è successo. Il ricordo di quei fatti mi è rimasto nella memoria come una specie di imprinting (per usare il tuo linguaggio, che mi sembra molto opportuno) ma non di imprinting negativo. Io non ho più rivisto quell’uomo, e sono passati ormai sedici anni, ma il ricordo di quegli episodi ce l’ho sempre bene fisso nella memoria e qui cominciano i problemi perché in pratica la mia sessualità è rimasta fissata a quelle cose, che dai 13-14 anni in poi, sono state le fantasie costanti delle mie masturbazioni. La masturbazione per me è l’altro problema, perché in certi periodi diventa quasi compulsiva e la ripeto anche quattro o cinque volte al giorno e questo fatto mi condiziona non poco perché mi riesce difficilissimo innamorarmi di un ragazzo. A dire il vero, fino ad un anno fa mi riusciva proprio impossibile. Negli ultimi dieci mesi la mia vita è cambiata, ho conosciuto un ragazzo di 31 anni (lo chiamerò Nick) e con lui sono riuscito a parlare di quando ero bambino e di quello che mi condiziona ancora oggi. Non ho superato completamente i miei problemi, con Nick il rapporto è buono e sto oggettivamente molto meglio, ma per esempio, se cerco di masturbarmi pensando a Nick, mi  tornano immancabilmente in mente i ricordi di tanti anni fa e tendo a ripetere con Nick dei comportamenti sessuali che sono quelli che avevo imparato allora. Nick ha con me una pazienza infinita, ma ci sono giorni in cui finisco per masturbarmi anche cinque volte pensando ai miei ricordi di infanzia e quando lo faccio ci sto proprio male, non sul momento, ma dopo, ho l’impressione che non riuscirò mai ad innamorarmi veramente di Nick e che noi non saremo mai una coppia. Con Nick parliamo molto di sesso e lo facciamo anche, lui è molto protettivo, è lui che segue i miei tempi, certe volte quando stiamo insieme e mi prendono le solite fisse, lui mi stringe a sé e mi tiene così per minuti e in quei momenti riesco ad essere felice, gli ho detto che vorrei vivere in simbiosi con lui ma so che è impossibile e quando lui se ne torna a casa sua e io torno a casa dei miei genitori mi assale di nuovo il ricordo di me bambino e finisco a masturbarmi quasi ossessivamente, ne ho parlato con lui e mi ha detto che quando succede lo devo chiamare perché almeno per telefono mi può stare vicino anche in quei momenti. In effetti sono stato molto meglio perché pensare che potevamo condividere dei momenti così intimi e per me così sconvolgenti mi rassicurava. Oggi ho solo una paura, la paura di perdere Nick, o peggio la paura che lui possa stancarsi di me, di seguire le mie manie, perché per me la sua presenza è fondamentale. Nelle ultime due settimane gli ho detto che avrei voluto sentire uno psicologo, lui non ha fatto obiezioni, io ci sono andato e lo psicologo ha detto che avrebbe voluto incontrarci insieme. Ci siamo andati e dopo una lunga conversazione lo psicologo ha detto che siamo una coppia nel senso profondo della parola e che stiamo gestendo le cose nel modo migliore. Ha detto che in genere l’abuso lascia sul bambino e poi sull’adolescente e sull’adulto traumi pesanti e ha aggiunto che la mia situazione non aveva carattere patologico ed era già in via di superamento. Ha aggiunto che sarebbe stato certamente disponibile a seguirci ma con tempi molto rilassati, cioè a parlare con noi per vedere i progressi, a intervalli di almeno due mesi, perché io non avevo bisogno di una terapia e Nick non aveva bisogno di consigli perché mi voleva bene. Devo dire che il discorso dello psicologo mi ha tranquillizzato parecchio, ancora adesso resta la masturbazione compulsiva ma molto meno di prima e resta che tendo a ripetere una sessualità come quella di allora. Che ne pensi Project? Ti voglio dire che Nick ha letto questa mail, perché non farei nulla tenendolo all’oscuro e mi ha chiesto di allegare anche delle cose scritte da lui.

Aspetto con ansia la tua risposta.

Un abbraccio

L.

Ciao Project,

volevo aggiungere alla mail di Luciano solo pochissime cose: prima di tutto che è un ragazzo meraviglioso e di una bontà assoluta, lo ammiro perché tratta le persone con umanità e con rispetto come io non saprei mai fare, poi ti voglio dire che quando stiamo insieme stiamo benissimo e che le cose di cui ti ha parlato ormai interferiscono molto poco col nostro rapporto. Lui ti ha parlato dei suoi problemi ma di problemi ne ho avuti tanti anche io, diversi dai suoi ma molto seri, ho passato periodi di depressione profonda e di demotivazione totale, non sapevo dove sbattere la testa. L’omosessualità non era certamente per me il problema più grosso, secondo me i miei veri problemi erano molto più a monte nel fatto che sono cresciuto in un ambiente violento in cui mio padre picchiava i figli e la moglie e di fatto non ho mai avuto una famiglia nel vero senso della parola e di questo ho sofferto moltissimo. Quando ho conosciuto Luciano, lui si è preso cura di me, mi ha dato fiducia e mi ha fatto proprio rivivere, cioè mi ha fatto sentire amato. Se non ci fosse stato lui io non so proprio dove starei adesso e preferisco non pensarci. Abbiamo ancora tanti problemi perché le nostre famiglie (chiamiamole così) di noi non sanno nulla e dobbiamo vederci quasi di nascosto e fuori paese, ma anche con tutte queste complicazioni per me la vita è veramente cambiata e penso anche per lui. Io pensavo che la mia vita sarebbe finita male e invece adesso riesco a sentirmi felice.

Ti abbraccio, Project, e ti ringrazio per tutto quello che fai.

Nick

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=6078

BYRON OMOSESSUALE

Il problema delle fonti.                                                  

André Raffalovich affronta la questione dell’omosessualità di Byron in modo estremamente sintetico, per non dire riduttivo, ma va tenuto presente che Byron, più che una persona, è un’icona, un mito del romanticismo inglese e che un mito è tale perché è sostenuto da una mitologia, che, come si sa, è nemica della storia. Raffalovich non era certo un superficiale quando conduceva i suoi studi sulla omosessualità nella storia e nella letteratura, la sua stringatezza deriva da ragioni sostanziali e non da valutazioni personali. Raffalovich su Byron non disponeva che di fonti molto ridotte e ampiamente censurate.

Thomas Moore, con il suo “Letters and Journals of Lord Byron”, ha rappresentato per moltissimo tempo l’unico punto di riferimento per gli studi sulla vita di Byron. L’opera fu pubblicata nel 1830 ma la raccolta iniziò fin dal 1814, quando Byron stesso inviò a Moore un primo pacco di lettere e di diari, perché fossero conservati ed eventualmente pubblicati. Dal 1818 Byron cominciò a scrivere la sua autobiografia, che Moore avrebbe dovuto pubblicare, con aggiunte prese dalle lettere e dai diari. Byron dava per scontato che Moore potesse ricavare utili dalla pubblicazione. Moore attraverso la pubblicazione delle lettere e dei diari di Byron intendeva correggere l’idea che Byron fosse un misantropo vizioso, diffusissima in Inghilterra ben prima della morte del poeta, mostrandone l’amabilità.

Dalla corrispondenza tra Byron e Moore risulta chiaramente che lavorarono entrambi e concordemente al progetto. Byron manifesta preoccupazione per il destino di tutto quel materiale, ma nello stesso tempo invita a dar credito a Moore anche se sa che, dopo la sua morte, Moore opererà comunque un’opera di censura, diciamo così, a fin di bene.

Nel 1830, a pochissimi anni dalla morte di Byron, la maggior parte delle persone citate nella sue lettere arano ancora viventi, e gli avvocati di quelle famiglie avrebbero certamente letto la biografia di Moore. Le persone coinvolte nei fatti più o meno onorevoli di Byron erano molto potenti e influenti, non ci si può stupire che Moore abbia operato una censura, stupisce, se mai, che la biografia non sia stata molto più censurata di come fu realmente.

Il memoriale originale di Byron, il nucleo dell’impresa, venne distrutto per volontà degli amici di Byron, e in particolare dell’esecutore testamentario, Hobhouse, ampiamente coinvolto nelle vicende di Byron legate all’omosessualità, nonostante le proteste di Moore.[1]

Evidentemente la pubblicazione integrale avrebbe creato serissimo imbarazzo a molte persone potenti, la cui vita privata sarebbe stata messa in piazza e avrebbe anche discreditato pesantemente la memoria di Byron, avvalorando le accuse di omosessualità, di sodomia e di incesto mosse contro di lui. Non si tratta di una scelta censoria moralistica, come spesso viene presentata, ma di una opzione senza alternative reali, salvo forse, il congelamento della pubblicazione per 50 o più anni.

I libri pubblicati aventi ad oggetto la biografia di Byron sono molti e sono molti anche quelli che affrontano il tema dell’omosessualità del poeta. Per me, nel 2017, il rischio maggiore nel cercare di scrivere una biografia omosessuale essenziale di Byron, è quello di essere un “gran traduttor dei traduttor d’Omero”, cioè di utilizzare più che le fonti, quello che altri hanno scritto sul tema. La tentazione è grande e il lavoro sarebbe enormemente facilitato, ma quando si mira a mettere in luce il dibattito storiografico più che i documenti, la storia si trasforma in storia della critica ed è proprio quello che qui si vuole evitare.

Nell’ambito degli studi su Byron, una pietra miliare è rappresentata dal monumentale e puntualissimo lavoro filologico fatto da Peter Cochran (1944-2015), che non solo ha trascritto in modo rigorosissimo una quantità immensa di lettere, di documenti  e di testi di Byron ma ha aperto a chiunque e gratuitamente l’accesso ai suoi archivi. È proprio a questi archivi che ho fatto costantemente riferimento nel cercare di ricostruire i fatti evitando, per quanto possibile, di deformarli sulla base di presupposti ideologici.

I primi anni.

George Gordon Noel Byron, nasce a Londra, al n. 16 di Holles Street, il 22 gennaio 1788 da John Byron e Catherine Gordon of Gight. Una contrazione del tendine di Achille, riscontrata alla nascita, lo rende claudicante fin da bambino. il giovane George Gordon trascorre i primi anni ad Aberdeen in casa della madre. Il padre, ridotto in miseria dai debiti, si rifugia in Francia, dove muore, probabilmente suicida, nel 1791.

Alla morte del prozio, nel 1798, George Gordon, all’età di 10 anni, ne eredita il titolo nobiliare e i beni, divenendo sesto Barone Byron di Rochdale e quindi Lord. Lascia la casa materna di Aberdeen e va ad abitare nella Newstead Abbey, al tempo in stato di abbandono. Aveva ereditato dallo zio vaste tenute ma anche tantissimi debiti.

Cambridge

Nell’ottobre 1805, a 17 anni (quasi 18),  si iscrive al Trinity College di Cambridge, dove conosce quelli che divennero poi suoi più cari amici: Edward Noel Long, William Bankes, Francis Hodgson, Douglas Kinnaird, John Cam Hobhouse, Scrope Berdmore Davies e Charles Skinner Matthews sono tutti tra i suoi intimi.

Al Trinity College, nell’ottobre del 1815, Byron conosce anche John Edleston (allora sedicenne), un ragazzo biondo, bellissimo, allora corista del Trinity College. Nel 1816 Edleston dona a Byron una spilla di corniola (o cornalina, in Inglese “cornelian”) a forma ci cuore. All’atto del dono Byron scrive.

LA CORNALINA.[2] Non è lo splendore apparente di questa pietra che me la rende cara; il suo splendore non rifulse che una sola volta a’ miei occhi, e tale splendore è modesto come quegli che a me la diede. Coloro che volgono in riso i vincoli dell’amistà, mi rimproverarono spesso la mia debolezza; ma in gran conto io ho pur sempre questo semplice dono, perocchè son certo che quegli che mel fece mi amava. Ei me l’offerse abbassando gli occhi, come se temuto avesse un rifiuto; accettandolo io gli dissi che la mia sola paura era quella di perderlo. Osservai attentamente il dono, e guardandolo da vicino, mi parve che una lagrima ne avesse spruzzata la pietra; da quel tempo le lagrime mi son sacre. Eppure per ornare la sua umile adolescenza nè la ricchezza, nè la nascita gli prodigarono i loro tesori; ma quegli che cerca i fiori della verità deve abbandonare i giardini pei campi. Non è la rosa cresciuta da esperta mano che spiega i più ricchi colori e esala i più dolci profumi: quelle che a preferenza posseggono questa doppia dote son quelle appunto che fioriscono nella selvaggia magnificenza della natura. Se la fortuna cessando di esser cieca avesse secondata la natura e proporzionato i suoi doni al merito di lui, splendida sarebbe la sua sorte: ma però se la Dea lo avesse guardato, la sua bellezza avrebbe incatenato il di lei cuore capriccioso; ella gli avrebbe prodigati tutti i suoi tesori, e nulla sarebbe rimasto per gli altri.”[3]

Il 23 febbraio 1807, Byron scrive ad Edward Noel Long, suo amico di infanzia: ”Ti prego, tieni segreto l’argomento del mio “Cornelian”.

Thomas Moore, che eliminò i brani omosessuali dai diari e dalle lettere sopravvissute, chiamava Edleston “fratello adottivo” di Byron.

Quasi alla fine della sua permanenza a Cambridge, Byron invia un messaggio cifrato a Edleston. Il messaggio è stato tradotto da Leslie Marchand con l’aiuto di una chiave alfabetica trovata nelle sue carte.

“LORD BYRON A JOHN EDLESTON – Maggio, 1807

D-R-T [Dearest – Carissimo?] – Perché no? Con questo bacio fammi tuo di nuovo per sempre.   Byron

A quella stessa Cornalina, donata da Edleston a Byron, il poeta si riferisce nella poesia “The Adieu” (di cui non possediamo la data) al momento della separazione da Edleston.

“L’ADDIO.

Scritto in un tempo in cui l’autore credeva di dover presto morire.

Addio, collina[4], dove le gioie dell’infanzia sparsero di rose la mia fronte, dove la scienza chiama il lento scolare per compartirgli i suoi tesori; addio, amici o nemici della mia giovinezza, compagni dei miei primi piaceri, delle mie prime pene: non più percorreremo insieme i sentieri di Ida; io scenderò fra breve nella bruna dimora, i cui abitanti dormono eternamente inconscii del dì. Addio, antichi e regali templi, che innalzate le vostre agili cime nella valle di Granta, in cui regnano la Scienza colle sue brune divise e la pallida Malinconia. Compagni delle mie più liete ore, abitanti del classico soggiorno bagnato dal Cam[5] dalle verdi rive; ricevete i miei saluti finchè la memoria mi rimane, perocchè per me fra poco queste ricordanze si dilegueranno immolate sull’altare dell’obblio. Addio, montagne dei paesi che mi videro crescere, dove il Loch-na-Garr nevoso e sublime alza la gigantesca sua fronte. Perchè, regioni del Nord, la mia infanzia si allontanò essa da voi onde mischiarsi ai figli dell’orgoglio? Perchè abbandonai io la mia caverna dei monti, Marr e le sue negre boscaglie, il Dee e i suoi limpidi flutti? Dimora de’ miei padri, per lungo tempo addio….. ma a che proferirei questa parola? L’eco delle tue vôlte ripeterà il mio annunzio di morte; le tue torri sorgeranno sulla mia tomba. La voce languida che ha cantata la tua presente ruina e la tua gloria antica,[6] non può più far intendere i suoi semplici accenti; ma la lira ha conservate le sue corde, e il soffio dei zeffiri vi sveglierà talvolta i suoni morienti di una melode colica. Campi che ricingete questa rustica capanna, finch’io respiro ancora, addio! voi non siete dimenticati, cara mi è ancora la vostra rimembranza. Fiume[7] che mi hai spesso visto nell’ardore del dì avventarmi nel tuo seno e fender celere la tua onda fremente, i tuoi flutti non bagneranno più questo corpo ora senza forze. E dovrò io qui scordare un luogo più caro anche al mio cuore? Catene di rupi s’innalzano, fiumi trascorrono fra me e quel soggiorno che la passione mi abbellì: nondimeno, o Maria,[8] la tua bellezza mi ritorna viva come un tempo, nel sogno incantevole dell’amore, che un tuo sorriso avea fatto nascere. Fino a che il lento male che mi consuma non abbia abbandonata la sua preda alla morte, madre della distruzione, la tua immagine non potrà dileguarsi dalla mia memoria. E tu, mio amico,[9] il cui dolce affetto commuove ogni fibra del mio cuore! oh! quanto la tua amicizia era al disopra di ciò che le parole possono esprimere! Io porto ancora sul mio cuore la tua gemma, dono sacro della tenerezza la più pura, bagnata dianzi da una lagrima de’ tuoi occhi! Le nostre anime erano eguali, e la differenza de’ nostri destini posta in obblío: l’orgoglio solo potrà farmi di ciò un rimprovero. Tutto, tutto è ora squallido e senza gioie! Nessuna memoria di un amore menzognero può raccender più le mie vene, o rendermi i palpiti della vita: la speranza stessa di un avvenire immortale non potrebbe coll’allettativa delle sue corone riscuotermi dal mio sonno, distogliermi dal mio sopore. Sarò vissuto senza gloria per umiliare il mio volto nella polvere, e confondermi nella folla degli estinti? Oh! gloria, divinità della mia anima, felice quegli a cui ti degni sorridere! Infiammato dai tuoi fuochi eterni, la morte non ha alcuna possa su di lui, e il dardo di questa cade rintuzzato. Ma a me ella accenna di seguirla, ed io manco oscuro e inonorato. Nissuno rammenterà ch’io esistessi, la mia vita sarà stato un sogno breve e volgare. Mischiato alla folla ignobile, in un drappo mortuario riposano le mie speranze; nell’obblío sta il mio destino. E quando dormirò dimenticato sotto le zolle che calcarono un tempo i miei passi fanciulleschi, e in cui deve ora posare il mio capo, la mia misera tomba non sarà bagnata che dalle rugiade della notte, o dalle lagrime dell’uragano. Gli occhi di nessun mortale non verranno ad inumidire il cespite che cuoprirà un nome ignorato. Anima irrequieta, dimentica questo mondo! Volgiti al Cielo, è là che fra breve devi drizzare il volo, se i tuoi falli ti furono perdonati. Próstrati dinanzi all’Onnipossente, e innalza fino a lui la tua preghiera tremante. Egli è pio e giusto, e non respingerà un figliuolo della polvere, sebbene il più misero oggetto delle sue cure. Padre della luce, sei tu ch’io chiamo! Un’atra notte mi sta fitta nel cuore, e tu che osservi la caduta del più piccolo insetto, tu allontana da me la morte della colpa. Tu che guidi l’astro vagabondo, che degli elementi raffreni il furore, che hai per mantello l’infinito firmamento, perdonami i miei pensieri, i miei falli, le mie parole, e dacchè debbo presto cessare di vivere, tu, tu, gran Dio, insegnami come si muore.”[10]

Il 30 Giugno del 1807, mentre si trova ancora a Cambridge, probabilmente dopo un breve periodo di assenza (e dopo l’addio a Edleston), scrive alla sua amica Elizabeth Bridget Pigot (1783–1866).

“LORD BYRON PER ELIZABETH BRIDGET PIGOT – Cambridge – 30 giugno 1807

. . . Sono quasi un sopravvissuto qui. I miei vecchi amici (con l’eccezione di pochissimi) sono tutti partiti, e mi sto preparando a seguirli, ma rimango fino a Lunedì per essere presente a 3 Oratori, 2 Concerti, una Fiera e un Ballo. Trovo che sono non solo più sottile ma più alto di un pollice  rispetto alla mia ultima visita. Sono stato costretto a dire a tutti il mio nome, nessuno ha il minimo ricordo del mio viso, o della mia persona. Anche l’eroe della mia Corniola (che è ora seduto vis-à-vis, e sta leggendo un volume delle mie poesie) mi è passato accanto nei sentieri del Trinity senza riconoscermi  nemmeno, ed è rimasto folgorato dalla alterazione che aveva invaso il mio volto, ecc., ecc. Alcuni dicono che sembra che io stia meglio, altri peggio, ma tutti sono d’accordo che sono più magro, – più io non richiedo. . . .

Lascio Cambridge con po’ di rimpianto, perché il nostro gruppo è svanito, e il mio pupillo musicale prima citato ha lasciato il coro, ed è di stanza in una casa mercantile di notevole eminenza nella metropoli. Puoi avermi sentito osservare che è esattamente con l’approssimazione di un’ora di due anni più giovane di me. L’ho trovato cresciuto notevolmente, e come puoi immaginare, molto felice di vedere il suo ex patrono. È quasi della mia altezza, molto sottile, di carnagione molto chiara, occhi scuri, capelli chiari. La mia opinione della sua intelligenza la conosci già; – E spero di non avere mai motivo di cambiarla. Tutti qui pensano che io sia un invalido. L’Università al momento è molto gioiosa per feste di vario genere. Io cenai la notte scorsa, ma non mangio (o non ho mangiato) nulla, ho sorseggiato una bottiglia di vino rosso, sono andato a letto alle due, e mi sono alzato alle otto. Ho cominciato ad alzarmi presto, e trovo che vada bene per me. I Maestri e i compagni sono tutti molto educati ma mi guardano un po’ di traverso – non apprezzano molto le pasquinate – la verità è sempre sgradevole.”

Il rapporto tra Byron e John Edleston prosegue finché Byron non lascia il Trinity, nell’estate 1807. L’addio avviene il 5 luglio 1087, come sappiamo da una lettera di Byron a Miss Pigot.

“LORD BYRON PER ELIZABETH BRIDGET PIGOT – Trin. Coll. Camb. – 5 luglio 1807

Dopo la mia ultima lettera, ho deciso di risiedere un altro anno a Granta,[11] dal momento che mie stanze, ecc. ecc. sono state rifinite in grande stile, alcuni vecchi amici vengono di nuovo, e ho fatto molte nuove conoscenze; di conseguenza, la mia inclinazione mi spinge in avanti, e tornerò al college nel mese di Ottobre, se sarò ancora vivo. La mia vita qui è stata una costante routine di dissipazione – fuori in luoghi diversi ogni giorno, ho ricevuto più inviti a cena, ecc. ecc. di quanti il mio soggiorno mi avrebbe permesso di soddisfare. In questo momento scrivo con una bottiglia di vino rosso nella mia testa e con le lacrime agli occhi; perché mi sono appena separato dal mio “Cornelian” [John Edleston, che gli aveva regalato un cuore di agata (cornelian) rossa], che ha trascorso la serata con me. Dato che era il nostro ultimo incontro, ho rimandato il mio impegno di dedicare le ore del sabato all’amicizia: – Edleston e io ci siamo separati per il momento, e la mia mente è un caos di speranza e di dolore. Domani parto per Londra: potrai inviare la tua risposta al “Gordon Hotel, Albemarle Street,” dove soggiorno durante la mia visita nella metropoli.

Mi rallegro di sentire che ti interessa del mio pupillo; è stato il mio compagno quasi costante dall’Ottobre 1805, quando sono entrato Trinity College. La sua voce per prima ha attirato la mia attenzione, il suo volto l’ha bloccata, e le sue maniere mi hanno legato a lui per sempre. Parte per una ditta mercantile in città nel mese di Ottobre, e probabilmente non ci incontreremo fino al termine della mia minore età [22 Gennaio 1809], quando lascerò alla sua decisione se entrare come partner nei miei interessi, o proprio convivere con me. Certo, nella sua attuale organizzazione mentale, preferirebbe quest’ultima ipotesi, ma può cambiare opinione prima di quel periodo; – tuttavia farà la sua scelta. Io certamente lo amo più di qualsiasi essere umano, e né il tempo né la distanza hanno avuto il minimo effetto sulla mia (in generale) modificabile inclinazione. In breve dovremo fare arrossire Lady E. Butler e Miss Ponsonby, Pilade e Oreste imbarazzati, e non dovremo desiderare altro che la catastrofe come Eurialo e Niso per dare a Jonathan e David il “lascia passare”. Certo, lui è forse più legato a me di quanto lo sia io a lui. Durante tutto il periodo in cui sono stato residente a Cambridge ci siamo incontrati ogni giorno, estate e inverno, senza passare per un solo momento di noia, e ci siamo separati ogni volta con crescente riluttanza. Spero che tu possa un giorno vederci insieme. Egli è l’unico essere che stimo, anche se me ne piacciono molti. … Il mio pupillo fa colazione con me; la separazione mi rovina l’appetito.”

Fin qui, il lettore ha potuto seguire la storia, chiamiamola così, omosessuale di Byron fino all’età di diciannove anni e mezzo: il quadro che ne risulta è ancora conforme al mito byroniano: c’è un amore per un ragazzo di due anni esatti più giovane del poeta, ma il confine tra amore e amicizia è molto labile e il termine “protegé”, che Byron utilizza per designare Edleston senza essere troppo esplicito, sembra marcare una differenza sociale, e non solo di età, che non è comunque superata dai sentimenti. Byron non rinuncerà certo al Grand Tour, tipico della gioventù di alto rango sociale, per restare accanto ad Edleston, che seguirà il suo destino di lavoro in una società commerciale.

Dobbiamo sempre tenere bene in mente, però, che ci stiamo occupando dell’omosessualità di Byron basandoci su quel poco che è rimasto dopo la distruzione delle sue Memorie, voluta dai suoi amici dopo la morte del poeta.

La bella gioventù che circondava Byron aveva ben poco a che vedere con gli eroi foscoliani e alfieriani, erano ragazzi giovani, appartenenti a famiglie inglesi aristocratiche e molto ricche, e per loro la vita universitaria a Cambridge non era certo ridotta solo allo studio. Byron stesso, come abbiamo visto, mette in evidenza l’aspetto festaiolo della vita universitaria, specialmente nel periodo estivo, ma la vita degli studenti non poteva essere ridotta neppure alle feste rituali e ai ricevimenti, o meglio, le feste rituali potevano essere delle occasioni interessanti per gli studenti eterosessuali, ma non certo per quelli omosessuali. Esisteva, allora come adesso, una vita universitaria sotterranea, legata all’omosessualità, e Byron non fu estraneo a tutto questo. Non possiamo certo aspettarci di trovarne traccia nella Biografia di Moore, ma le tracce esistono.

Possediamo, per fortuna una lettera diretta da Charles Skinner Matthews a Byron, da Londra, il  30 Giugno 1809, in occasione della partenza di Byron per il Grand Tour.

Va ricordata la triste vicenda di Matthews, autore di questa lettera, nato il 26 marzo 1785 e quindi di quasi tre anni più grande di Byron, fu eletto fellow del Downing College di Cambridge (se ne accenna nella lettera) e purtroppo morì annegato nel Cam, mentre faceva il bagno, il 3 Agosto del 1811, all’età di 26 anni. Quando Matthews, definito da Moore “l’amico libertino di Byron”, scrisse la lettera che segue, aveva compiuto da poco 24 anni; Byron ne aveva 21.

La lettera evidenzia molti fatti interessanti: almeno tre persone (Byron, Hobhouse e Matthews) usavano per comunicare contenuti omosessuali uno stile “misterioso”, così lo definiscono, “il cui il senso va al di là di quello che l’occhio può leggere”. Matthews ne individuata la ragione molto semplicemente nel fatto che “gli ufficiali postali possono ispezionare la posta”. In un periodo in cui l’omosessualità era un reato grave e per la sodomia era prevista la pena di morte, un linguaggio criptico si imponeva come condizione minima di sicurezza.

Abbiamo già visto che Byron e Edleston nel college si scambiavano messaggi cifrati, qui però si tratta non di brevi biglietti ma di vere lettere contenenti parti criptate e parti in chiaro. Lo stile “misterioso” era stato inaugurato da poco ed era in fase di rodaggio, perché era stato pensato per mantenere rapporti epistolari a lunga distanza tra ragazzi impegnati all’estero nel Grand Tour e ragazzi rimasti in Inghilterra. La probabilità che la polizia turca potesse ispezionare le lettere dirette in Inghilterra da stranieri molto facoltosi era tutt’altro che remota e il testo criptato non doveva essere riconosciuto come tale. L’uso di espressioni in francese, di parole da intendersi secondo la lettura alla francese o l’identificazione di parole codificate, tra le altre, con l’aggiunta di una e finale, costituivano artifici difficilmente riconoscibili ad un occhio non esperto.

Si costituiva una vera confraternita del Metodo (metodo = omosessualità) e gli adepti della confraternita erano i metodisti (che non avevano ovviamente nulla a che vedere con la chiesa metodista). Si può parlare di desideri metodisti, di altri metodisti, di apostoli della religione e così via.

L’andare a caccia di ragazzi è criptato con la metafora botanica del cogliere fiori e i fiori hanno nomi significativi: il Giacinto (che allude al ragazzo amato da Apollo) rappresenta il partner omosessuale disponibile; ma la metafora va anche oltre, perché secondo la leggenda Giacinto morì durante una gara di lancio di dischi o piastrelle (in inglese “coit”) perché il vento, geloso, gli fece tornare violentemente in capo un disco lanciato con la massima violenza. Giacinto sarebbe quindi morto per un “coit”, parola che allude chiaramente a “coitus” = rapporto sessuale. Per indicare un rapporto sessuale completo, i metodisti usano la sigla pl&optC = “plenum et optabilem coitum” (rapporto sessuale completo e desiderabile), espressione usata da Petronio nel Satyricon. Alcuni tratti della lettera di Matthews, restano comunque oscuri.

Al di là della setta dei Metodisti e del loro linguaggio criptico, la lettera di Matthews contiene un altro elemento di notevolissima importanza nella biografia omosessuale di Byron. Matthews parta del “Giacinto della tua Abbazia” (con riferimento al fatto che Byron aveva vissuto la prima adolescenza a Newstead Abbey), il “Giacinto” cui si fa riferimento è Robert Rushton (1793-1833), un ragazzo, che aveva più o meno 16 anni al tempo della lettera di Matthews. Robert Rushton era figlio di William Rushton uno dei più importanti affittuari della tenuta di Newstead. Nel 1808, all’età di circa 14-15 anni, Robert era in servizio all’Abbazia come paggio di Byron, Byron lo portò con sé nel suo viaggio in Europa nel 1809, ma poi lo rimandò in patria da Gibilterra e pagò le spese della sua educazione a Newark; di lui comunque avremo modo di occuparci di nuovo in seguito, basti qui notare che tra gli amici di Byron si parla di Rushton come di uno dei ragazzi compiacenti di cui Byron poteva godere. Avremo modo di vedere che Byron mostrò atteggiamenti amichevoli verso Rushton, anche in situazioni molto imbarazzanti per il poeta.

Una riflessione va fatta su un punto molto importante: gli “amori” o forse più banalmente gli interessi omosessuali di Byron non sono diretti verso suoi pari ma verso ragazzi di condizione sociale molto diversa. Raffalovich, alla fine dell’800, rimprovererà a John Addington Symonds atteggiamenti simili, ma Symonds, pur essendo un uomo ricco, non era certo un lord e i suoi atteggiamenti manifestano un affetto sostanziale verso i giovani uomini (non adolescenti) dei quali si innamora, Byron, forse perché ancora lui stesso molto giovane, sembra oscillare tra atteggiamenti romantici libreschi e forme di goliardia, in cui l’omosessualità diventa oggetto di gioco sociale e di scambi di particolati piccanti tra compagni di studi.

 Il 25 Giugno 1809, poco prima dell’imbarco, Byron comunica ad Henry Drury che uno dei motivi del suo viaggio nel Mediterraneo orientale è l’ambizione di contribuire ad un libro proposto da Hobhouse …

“… Un capitolo sullo stato dei costumi, e un ulteriore trattato sullo stesso da intitolare: “Sodomia semplificata o la pederastia che gli autori antichi e la pratica moderna hanno dimostrato essere degna di lode”-. Hobhouse, inoltre, spera di indennizzare se stesso in Turchia di una vita di castità esemplare in patria abbandonando il suo “bel corpo” a tutto il Divan.”[12] [Il Divan è un stanza riservata turca, si intende, ovviamente scherzando, che Hobhouse volesse prostituirsi con tutti i presenti.]

L’interesse per i ragazzi da parte di Byron, Hobhouse e Matthews è molto evidente in una lettera scritta da Byron e Hobhouse a Matthews poco prima della loro partenza per il Grand Tour, il 22 giugno 1809. Byron e Hobhouse usano in questa lettera il codice “misterioso”.

Hobhouse scrive: “Quanto al viaggio di Byron e mio verso questo porto (Falmouth), ho poco o nulla di cui informarti, salvo del fatto che non è accaduto niente di significativo. Non posso comunque tralasciare di informare un Metodista, che per un curioso caso abbiamo raggiunto il Califfo Vathek [si allude a William Beckford, autore di “Vathek”, libro preferito di Byron.] a Hartford Bridge; non abbiamo potuto neppure vedere questo grande apostolo [in una lettera a Francis Hodgson, del 25 giugno 1809, Byron chiama Beckford “grande Apostolo delle Pederastia”], dato che aveva chiuso le imposte esterne. Per un’altra strana coincidenza a Salisbury abbiamo sentito che un nobile omonimo di uno dei nostri amici del Trinty era in viaggio per la sua residenza in Devonshire, queste cose non accadono senza un qualche intento da parte degli dei e annunciano di certo qualcosa di molto brutto o di molto favorevole. A parte tutto questo, l’aria della Cornovaglia è talmente favorevole alla carnagione che le rose del “genere maschile” [nel testo: genus andron] fioriscono molto più universalmente di quanto si sia mai visto, così tanto che la nostra conversazione qui, ha quasi sempre riguardato questo interessante argomento.”

Byron aggiunge: “Mio caro Matteo, prendo la penna che il nostro amico ha poggiato per un momento, solo per esprimerti il vano desiderio che tu sia con noi in questa detestabile regione, il porto di Falmouth e le zone vicine, perché io credo che nemmeno la stessa Georgia possa emulare le sue capacità e i suoi incitamenti al “Plen. and optabil. – Coit.” [rapporto sessuale completo]. – –

Siamo circondati da Giacinti e altri fiori della più profumata natura, e io ho intenzione di coglierne un bel mazzetto, da comparare con i fiori esotici che ci aspettiamo di trovare in Asia. Un campione me lo porterò certamente via, ma di questo parleremo dopo. Addio Matteo!”

Ma veniamo ora alla lettera di Matthews.

“Charles Skinner Matthews a Byron, da Londra, 30 Giugno 1809[13]

Londra. Sabato 30 Giugno 1809

Nel trasmettere i miei dispacci ad Hobhouse, mio carissimo βυρον [Byron, in caratteri greci], non posso evitare di indirizzare a te poche righe, principalmente per congratularmi con te per lo splendido successo nei tuoi primi sforzi nel misterioso, quello stile in cui si intende di più di quello che l’occhio coglie. [Matthews si riferisce allo stile codificato già usato nella lettera di Byron del 22 giugno]. Avrò delle cose per te in quello stile, prima di piegare questo foglio.

Anche Hobhouse sta insolitamente bene, ma devo raccomandare che in futuro non metta un trattino sotto i suoi significati misteriosi, una tale pratica sarebbe quasi come fare uscire il gatto fuori del sacco, qualora gli ufficiali postali fossero inclini a dare un’occhiata: e io esplicitamente stabilisco che chiunque professa il mio metodo (nel testo: ma methode) faccia individuare il termine che designa quello che intende mettendo una e alla fine della parola – methodiste, non methodist; e pronunci la parola al modo francese. Il buon gusto di ognuno deve ribellarsi contro l’idea di confondere noi con quella setta di orribili, piagnucolosi, fanatici [i veri metodisti della chiesa metodista].

Per quanto riguarda le tue ricerche botaniche, presumo che i fiori che tu sarai più desideroso di cogliere saranno della classe polyandria [dai molti maschi], non monogynia [dell’unica femmina] ma nogynia [senza femmina]. Tuttavia finché non li raccogli, andrà tutto molto bene.

Una parola o due sui giacinti. Giacinto, puoi ricordartelo, è stato ucciso da un Coit. [un disco, simile a una piastrella da gioco, col quale stava giocando in gara con Apollo suo amante. Il vento occidentale, geloso, rivolse quel disco contro lo stesso Giacinto e così lo uccise] ma non quel “Coit completo e desiderabile.” [Matthews gioca col doppio senso del termine “coit” che significa alla lettera piastrella ma foneticamente ricorda il coitus].

Abbi cura allora che il Giacinto della tua Abbazia [Robert Rushton, 1793-1833, paggio di Byron, di cinque anni più giovane del poeta e sedicenne all’epoca di questa lettera; è un personaggio sul quale avremo modo di tornare] non sia ferito dall’uno o dall’altro tipo di coit. Se ti dovesse capitare qualcosa di straordinario nel settore botanico, ti prego mandami notizie in proposito, perché sono molto interessato alla tua collezione e specifica anche la classe e se possibile, il nome di ogni produzione.

Domani mattina andrò a Cambridge a essere investito con il cappello magistrale, per bere birra, e, e alla fine, per giocare a coits [alle piastrelle?]. Non si può sentire (anche se per le sue qualità uditive potrebbe quasi essere chiamato così), quello che sono così ansioso di ottenere, ma che venga da una parte più settentrionale del regno. Tu che sei così bene a conoscenza della topografia della nostra cantina comprenderai immediatamente il tipo, quando ti dico che ho intenzione di affrontare uno dei due barilotti che ho spesso indicato alla vostra attenzione; non quello alto. E quanto al pl&optC, [“Coitum plenum et optabilem”, rapporto sessuale complete e desiderabile] se fossi così fortunato da ottenerne uno, o da fare progressi verso di esso, tu ne sarai pienamente informato.

Non ho ancora visto l’eroe di quel Trattato sul Bathos [parola coniata nel 1727 da Alexander Pope, per indicare dei tentativi falliti in modo divertente di arrivare al sublime] che mi hai promesso, ma eri troppo impegnato nel metterlo in pratica; Ma, per passare ad un altro punto, sono stato ammesso dietro le quinte e sono rimasto molto deluso da una ispezione del posteriore del Palma. [?]

Ammiro l’indifferenza stoica e la cristiana rassegnazione con cui entrambi voi due sembrate sopportare il vostro disappunto del per ritardo del battello di linea e il conseguente prolungamento del vostro soggiorno in questo paese. Dal che ho prontamente dedotto che ci deve essere qualcosa a Falmouth di non poco delizioso, e deploro la mia sorte perché non sto condividendo le vostre delizie. Allego alla presente il frontespizio al processo del Cap. Sutherland, che ho comprato ieri pensando che potesse contenere quelque chose de la méthode [qualcosa del metodo]: ma non appare nulla del genere. Il volto e il pollice destro del negro sono le caratteristiche principali nel ritratto, che vi mando a causa della sua stranezza, e penso che tu, Hobhouse, e M. l’Abbé Giacinto [Robert Rushton] potreste rappresentare la scena con grande effetto, prendendo le parti rispettivamente del capitano, del negro e del mozzo.

Non posso concludere senza esortarti e supplicarti, come ho pregato Hobhouse, di impegnarmi con frequenti gradite lettere, sia prima che dopo la tua partenza dall’Inghilterra.

Addio mio caro Signore; Ti auguro, non come il Dott. Johnson augurava al sig. Burke, tutto il successo che un uomo onesto può o dovrebbe augurarvi, ma come grande fondatore e arci-Patriarca della Methode do alla tua impresa la mia benedizione, e auguro a te, Byron di Bisanzio, e a te, Cam di Costantinopoli, congiuntamente e disgiuntamente, tutto il successo che nelle vostre fantasie più metodisticamente potete desiderare per voi stessi.

Quindi, navigate a lungo con auspici felici e credetemi

molto sinceramente vostro C.S.M.”

Se la lettera di Matthews si fermasse soltanto al pettegolezzo goliardico su questioni di omosessualità, non sarebbe che l’ennesima manifestazione della vivacità dissacrante di un gruppo di ragazzi giovani omosessuali, in fondo nulla di sconvolgente, ma la lettera di Matthews presenta un altro elemento, non immediatamente evidente, ma che va chiarito per capire più da vicino la mentalità di questi ragazzi.

I tre Metodisti seguono attentamente la stampa inglese. La lettera di Matthews è del 30 Giugno 1809 e fa riferimento al processo al capitano Sutherland, che era stato impiccato proprio il giorno prima, il 29 Giugno, alla forca delle esecuzioni capitali sulla riva del Tamigi, usata per le sentenze pronunciate dall’Ammiragliato.

Il 5 Novembre del 1808, il capitano Sutherland (capitano di una nave da trasporto britannica in navigazione sul Tago, a un miglio da Lisbona) aveva ucciso con uno stiletto William Richardson, un ragazzo di 15 anni. Un marinaio negro, John Thompson, testimonia al processo in un modo che potrebbe far presupporre che il capitano avesse assunto il ragazzo a Lisbona, circa un mese prima, perché interessato sessualmente a lui: il ragazzo andava spesso dal capitano e il capitano mandava a terra tutti i marinai e restava sulla nave solo con il ragazzo. Questa testimonianza, non venne letta dell’Ammiragliato come indizio di sodomia ma, dopo un processo brevissimo, Sutherland fu condannato e impiccato per omicidio.

Stupisce che su una vicenda così recente e così oggettivamente terribile, Matthews possa fare lo spiritoso con i suoi amici, ma è quello che accade. Matthews si procura un resoconto del processo per cercarvi riferimenti all’omosessualità di Sutherland, ma non ne trova, invia ai suoi amici i disegni pubblicati dai giornali e suggerisce che loro tre possano rappresentare la scena dell’assassinio. Il comportamento di Matthews lascia trasparire qualche inquietante elemento di perversione, che va ben al di là della banale goliardia omosessuale.

Accompagnato dal suo valletto Robert Rushton e da John Cam Hobhouse, Byron salpa da Falmouth il 2 luglio 1809 per Lisbona, per poi visitare Siviglia, Cadice e Gibilterra.

A Gibilterra Byron si decide a rimandare in patria Rushton e così scrive al padre del ragazzo:

“Gibilterra 14 agosto 1809

Sig. Rushton, – ho mandato Robert casa con il signor Murray, poiché il paese che sto per attraversare è in uno stato che lo rende pericoloso, in particolare per una persona così giovane. – Autorizzo [voi] a dedurre dall’affitto venticinque sterline l’anno per la sua educazione, per tre anni, dato che non ritornerò prima di quel tempo, e desidero che possa essere considerato al mio servizio, fate in modo che ci si prenda la massima cura di lui e sia mandato a scuola; in caso di mia morte ho previsto abbastanza nel mio testamento che basti a renderlo indipendente. – Si è comportato molto bene, e ha viaggiato molto per il tempo della sua assenza. – Sottraete le spese della sua formazione dal vostro affitto. –   Byron”

Giunti a Malta il 19 agosto, Byron e Hobhouse vi soggiornano circa un mese, prima di partire per Preveza, porto dell’Epiro, raggiunto il 20 settembre 1809. Di lì si spostano a Giannina e poi in Albania, a Tepelenë, dove incontrano Alì Pascià. Si stabiliscono quindi ad Atene, tranne una parentesi di qualche mese a Costantinopoli.

Il 3 maggio 1810 Byron attraversa a nuoto lo stretto dei Dardanelli. Quello stesso 3 Maggio 1810 scrive a Henry Drury:

“A HENRY DRURY – Dalla fregata Salsette, 3 Maggio 1810.

… Non vedo una grande differenza tra noi i Turchi, salvo che noi abbiamo il prepuzio e loro no, loro hanno vestiti lunghi e noi corti, e che noi parliamo molto e loro poco. In Inghilterra i vizi alla moda sono andare a puttane e ubriacarsi, in Turchia la sodomia e il fumare, noi preferiamo una ragazza e una bottiglia, loro una pipa e un partner passivo.“

Si è a lungo dato credito alla notizia secondo la quale il 6 giugno 1810, Hobhouse avrebbe annotato nel suo diario: “Un messaggero è arrivato dall’Inghilterra portando una lettera di [Francis] Hodgson per B[yron] – le chiacchiere si diffondono – Edleston accusato di atti osceni [indecency].”

Ma in “Lord Byron at Harrow School: Speaking Out, Talking Back, Acting Up, Bowing Out” [The Johns Hopkins University Press, Beltimore and London, 2000], Paul Elledge, ha dimostrato che l’annotazione riguardava una raccolta di poesie dello stesso Hobhouse, considerate oscene, la parola “Collection” (raccolta) è stata confusa con la parola Edleston. Il povero John Edleston non era in realtà accusato di nulla.

Durante il viaggio, Byron rifiuta le profferte amorose  di Donna Josepha Beltram a Siviglia, di Constance Spencer Smith a Malta, e di Teresa Macri (o piuttosto di Mrs Macri a nome di Teresa) ad Atene.

In una lettera del 29 Luglio 2010, inviata ad Hobhouse da Patrasso, racconta del primo incontro con Eustathius Georgiou, il primo ragazzo che lo affascina in Grecia:

“A Vostitza ho incontrato il mio beneamato Eustathius – pronto a seguirmi, non solo in Inghilterra, ma anche nella Terra Incognita, se la mia bussola fosse orientata in quella direzione. – Questo è successo quattro giorni fa, ora le cose sono un po’ cambiate. – La mattina successiva ho trovato la cara anima su un cavallo, vestito in modo molto curato con abiti greci, con quei riccioli d’ambrosia ricadenti lungo la sua schiena amabile, e con mio stupore e grande scandalo di Fletcher, con un parasole in mano per salvare la sua carnagione da il calore. – Tuttavia, nonostante il parasole aperto, abbiamo viaggiato molto come innamorati, come dovrebbe essere evidente, finché siamo arrivati a Patrasso, dove Stranè ci ha ricevuto nella sua nuova casa dove ora sto scribacchiando. –

Il 16 Agosto però Byron è già stanco di Eustathius e comunica ad Hobhouse di averlo rimandato a casa sua, perché il ragazzo è epilettico:

“Byron a John Cam Hobhouse, dalla Tripolitza, 16 Agosto 1810:

Ho rimandato Eustazio di nuovo a casa sua, ha afflitto la mia anima con i suoi capricci, ed è per di più soggetto a crisi epilettiche (dillo a M.) che facevano di lui un compagno sconcertante, in altre questioni [nel testo la parola “altre” e sottolineata, indica quindi questioni sessuali] però era abbastanza passabile, mi riferisco al suo apprendimento [anche la parola apprendimento è sottolineata], essendo esperto in cose elleniche. Ricordi Nicolo, ad Atene, il fratello della moglie di Lusieri? – Porta i miei complimenti a Matthews dal quale mi aspetto una lettera di congratulazioni. [Mattheus aveva previsto che Byron sarebbe riuscito a conquistare il ragazzo, cosa che si era realizzata] – – Ho mille aneddoti per lui e per te, ma attualmente “che cosa fare?”[Τι να καμυ?] non ho né il tempo né lo spazio, ma per usare le parole di Dawes, “ho cose in serbo.” –”

Il “Nicolo” di cui parla Byron, il ragazzo che il poeta amò di più durante in Grand Tour,si chiamava in realtà Nicolas Giraud e era nato in Grecia da genitori francesi. Il nome Nicolo è un appellativo coniato da Byron. Da quello che dice lo stesso Byron, Nicolo sarebbe stato cognato di Giovanni Battista Lusieri, un pittore romano ed agente di cambio di Thomas Bruce, VII conte di Elgin, Lord Elgin. Ma le cose erano più complicate; Demetrius Zoggrafo, la guida di Byron, informò il poeta, che Lusieri, ormai sessantenne, non era sposato ma corteggiava due donne contemporaneamente, dando ad intendere ad entrambe che le avrebbe sposate. Il legame tra Lusieri e Giraud appariva molto solido e non è improbabile che fossero in realtà padre e figlio.

Nel convento dei Cappuccini di Atene, Byron riesce a concretizzare il suo sogno di una comunità omosessuale simile a quella di Harrow, con qualche avventura erotica extra.

Il 23 Agosto 1810, scrive ad Hobhouse, in una lingua mista di Inglese molto spiccio, di abbondanti citazioni approssimative in Italiano, non senza un pizzico di Greco e di Francese:

“Mi sono sistemato sotto  i migliori auspici nel convento, che è più comodo rispetto a qualsiasi alloggio che io abbia occupato in precedenza, con spazio per il mio seguito ed è tutt’altro che solitario, visto che non c’è solo “il Padre Abbate”, ma la sua “schuola” composta da sei “Regatzi” tutti miei particolarissimi alleati. – Dato che questi signori, sono quasi (eccetto Fauvel e Lusieri) i miei unici compagni, non è corretto che il loro carattere, la loro religione e la loro morale debbano essere descritti. – Di questa bella compagnia tre sono cattolici e tre sono greci scismatici, ho già organizzato un incontro di boxe con grande divertimento del Padre che si rallegra nel vedere vincere i cattolici. – I loro nomi sono, Barthelemi, Giuseppe, Nicolo, Yani, e due anonimi, almeno nella mia memoria. – Di questi Barthelemi è un “simplice Fanciullo”, secondo quello che dice il Padre, il cui favorito è Giuseppe, che dorme nella lanterna di Demostene. – Non abbiamo altro da fare che gozzovigliare da mezzogiorno fino a notte. – La prima volta che mi sono mescolato con questi Silfidi [divinità femminili dei boschi], dopo circa due minuti di ricognizione, l’amabile signor Barthelemi, senza preavviso, si è seduto vicino a me, e dopo aver sottolineato, per complimento, che mia “Signoria” era il “più bello” dei suoi conoscenti inglesi, mi ha salutato [con un bacio] sulla guancia sinistra; per quella libertà è stato rimproverato da Giuseppe, che molto correttamente lo ha informato che ero “μεγαλοσ” [grande] lui gli ha risposto che ero suo “φιλοσ” [amico] e che “dato che aveva la barba” [era grande], lo avrebbe fatto ancora, aggiungendo in risposta alla domanda “διατι ασπασετε?” [perché lo hai baciato?] guarda come ride, perché veramente l’ho fatto molto di cuore. – Ma il mio amico, come si può facilmente immaginare è Nicolo che, aggiungo, è il mio maestro di Italiano, e siamo già molto filosofici. – Io sono il suo “Padrone” e il suo “amico” e Dio sa che cosa altro; sono passate circa due ore dal momento che dopo avermi informato che era molto desideroso di seguirmi in giro per il mondo, ha concluso dicendomi che era adeguato per noi non solo di vivere ma “morire insieme”. – quest’ultima cosa spero di evitarla, della prima invece si è molto compiaciuto. – Vengo svegliato la mattina da questi folletti al grido di “venite abasso” e il frate osserva gravemente che “bisogno bastonare” tutti prima che gli studi possano eventualmente iniziare. – Oltre a questi ragazzi, il mio seguito, a cui ho aggiunto un tartaro e un giovane per badare ai miei due nuovi cavalli da sella, il mio seguito dico, è molto turbolento e bevono otri di vino Zean per 8 pare [monete] a testa al giorno. – Poi abbiamo diverse donne albanesi che lavano nel “giardino” le cui ore di relax sono spese nell’infilare spilli nel didietro di Fletcher. – “Damnata di mi se ho visto un tale spectaculo nel mio modo da Viterbo”. – In breve, con le donne, i ragazzi e il seguito, siamo molto confusionari. – Ma io sono enormemente felice e mi comporto come un bambino, e avrò un mondo di aneddoti per voi e per il “Citoyen.” – – le tresche abbondano, la vecchia madre di Teresa è stata abbastanza folle da immaginare che stessi per sposare la ragazza, ma ho divertimenti migliori, Andreas folleggia con Dudu, come al solito, e Mariana ha fatto una conquista del derviscio Tahiri, Viscillie Fletcher e Sullee, mio nuovo tartaro, hanno ciascuno un’amante, “Vive l’Amour!”. – – Sto imparando l’Italiano, e oggi ho tradotto un’ode di Orazio “Exegi Monumentum” in tale lingua, chiacchiero con chiunque, bene o male, e traduco le preghiere prese dal rituale della Messa, ma le mie lezioni, anche se molto lunghe, sono purtroppo interrotte da scarrozzate, da mangiate di frutta, dal tirarsi oggetti e dal giocare e in realtà è come se fossi di nuovo a scuola, e faccio ora progressi così piccoli come li facevo allora, perché spreco il mio tempo esattamente nello stesso modo. – Ma è troppo bello per durare. Sto per fare un secondo giro dell’Attica con Lusieri, che è mio nuovo alleato, e Nicolo viene con me su sua molto pressante sollecitazione “per mare e per terra” [in Latino nel testo]” – “Forse” [in Italiano] ci potrai vedere “in Inghliterra” [in Italiano] ma “non so come” [in Italiano]- Per il momento buonasera, “Buona sera a vos signoria, Bacio le mani.” [il Italiano].”[14]

IL 24 Agosto 1810, Byron annota:

“Ho nuotato come al solito attraverso il Pireo, anche il Signore [in Italiano nel testo] Nicolo ha fatto il bagno, ma muove le mani tanto male nell’acqua quanto l’Abate Giacinto a Falmouth, è curioso che i Turchi, quando fanno il bagno indossino gli abiti di sotto come fa sempre il tuo umile servitore, ma i Greci non li indossano, comunque questo Giovane e vergogno. [in Italiano approssimativo nel testo.]”

“… Sono stato occupato per gran parte della giornata di oggi nella coniugazione del verbo “ασπαζω” [abbracciare] (parola che essendo sia Ellenica che Neogreca può trovare posto nel lessico del Citoyen) Ti assicuro che i miei progressi sono rapidi, ma come Cesare “Non considero nulla veramente compiuto finché ci resta ancora qualcosa da fare”[in Latino nel testo: Lucan, Phars. II 657], Devo arrivare al pl&optC [rapporto sessuale completo] e allora scriverò a  –.”

Nel suo diario del 17 luglio 1810 Hobhouse aveva annotato, parlando di un ragazzo greco non identificato: “Mi sono congedato da questo giovane singolare su una piccola terrazza di pietra sopra un misero magazzino al termine della baia, dividendo con lui un mazzolino di fiori, l’ultima cosa, forse, che dividerò mai con lui.”

Il 4 Ottobre 1810, Byron scrive ad Hobhouse da Patrasso. Nella lettera, la sigla “M” si riferisce a Charles Skinner Matthews, il loro compagno di Cambridge, il Gran Maestro  della setta dei Metodisti. Il riferimento al mazzolino di fiori va interpretato attraverso la metafora botanica dei Metodisti.

“Dillo a M. che ho avuto più di duecento rapporti sessuali completi [Byron li indica con il cifrato convenzionale della setta dei Metodisti: pl&optC’s] e me ne sono quasi stufato, per la storia di questi devi aspettare il mio ritorno, perché dopo molti tentativi ho messo da parte l’idea di trasmettere informazioni su carta. – Sai del monastero di Mendele, è stato lì che mi sono impadronito del primo. – La tua ultima lettera si chiude pateticamente con un post scriptum circa un mazzolino di fiori, ti consiglio di introdurre questa cosa dentro il tuo prossimo romanzo sentimentale – Certo non ho minimamente sospettato che tu provassi qualche sentimento gentile, e credo che tu stia ancora ridendo, ma sei il benvenuto. – Ciao, non posso più sopportare Ld. Grizzle [Un personaggio del “Pollicino” di  Henry Fielding] –  Tuo. μπαιρων”

Al di là delle lettere goliardiche scambiate tra i metodisti, è difficile capire che rapporti Byron avesse veramente con i ragazzi di cui parla e con Nicolo Giraud in particolare. Preferisco non avventurarmi in ipotesi e fermarmi ai documenti.

Nicolo Giraud accudì Byron quando questi prese le febbri a Patrasso e viaggiò insieme con lui fino a Malta, quando Byron era sulla via del rientro in Inghilterra, nel 1811. Nel testamento redatto nell’agosto del 1811, Byron lasciò a Giraud 7000 sterline, più tardi il lascito venne cancellato.

Rientro in Inghilterra

Byron rientra in Inghilterra il 14 luglio del 1811. Il primo di Agosto muore sua madre. Vive a Londra al n. 8 di St Jame’s Street.

La sorella di Edleston, il ragazzo che era stato l’amore della prima giovinezza del poeta, gli dice che il fratello è morto nel mese di maggio di quello stesso anno. Per Byron è un colpo terribile. Edleston aveva solo ventun’anni quando era caduto in consunzione. Byron, profondamente toccato dalla morte di Edleston, produce almeno sette commuoventi elegie in sua memoria, comprese “To Thyrza”, “Away, away, ye notes of woe!”, “One struggle more, and I am free”, “And thou are dead, as young and fair”, “If sometimes in the haunts of men”, “On a Cornelian Heart Which Was Broken”, e un’elegia latina recentemente scoperta e pubblicata nel 1974, l’unica poesia che usa il genere maschile “Te, te, care puer!”, con il nome di Edleston scritto tre volte in cima.

Byron dedica alla morte di Edlaston diversi testi poetici, ne esamineremo solo tre, il primo è “A Thyrza”. Byron prende il nome Thyrza dal poema di Solomon Gessner: “La morte di Abele”, nel quale Thyrza è la moglie di Abele. Si tratta ovviamente di un nome femminile ma questo non vuol dire nulla. A Byron fu richiesto più volte di rivelare chi fosse la persona della cui morte si parlava nella poesia ma non rispose mai a questa domanda. È interessante notare che qui (come in altre poesie delle Stanze, dedicate a Edleston), il poeta evita rigorosamente qualsiasi connotazione di genere del personaggio di cui si tratta; nel testo non si incontrano mai pronomi personali come he, she, him, her, invece del pronome si usa la parola “form”, e il testo è quasi sempre è in seconda persona. È significativo osservare che la traduzione italiana di Carlo Rusconi, della metà dell’800, che riposto di seguito, dà per scontato che si parli della morte di una donna. In quell’epoca, un testo senza connotazioni di genere era letto automaticamente al femminile.[15]

“A THYRZA.

Senza una pietra che additi il luogo ove tu giaci, e dica ciò che la verità avrebbe ben potuto dire, obbliata da tutti, eccetto forse che da me, ah! perchè sei tu estinta? Separato da te, dai mari e da numerose rive, io ti ho amata invano; il mio passato, il mio avvenire intendevano a te, miravano a riunirci… ora non più mai! Se ciò avesse potuto essere….. una parola, uno sguardo che mi avessero detto: «noi ci dividiamo amici,» avrebbero fatto sopportare alla mia anima con minor dolore il distacco della tua. E poichè la morte ti preparava un’agonia dolce e senza patimenti, non hai tu desiderata la presenza di colui che più non vedrai, che ti teneva e ti tiene anche nel suo cuore? Oh! chi meglio di lui avrebbe vegliato accanto a te, e avrebbe osservato dolorosamente il tuo occhio immoto, in quel momento terribile che precede la morte, quando il dolore sopprime i suoi gemiti… Finchè tutto sia passato? Ma dall’istante in cui ti fossi sottratta ai mali di questo mondo, le lagrime della mia tenerezza, aprendosi un varco, sarebbero trascorse abbondevoli come ora fanno. Come non trascorrerebbero, allorchè io rammento quante volte, prima della mia assenza passeggiera, in queste torri ora per me deserte noi abbiam mescolato i nostri pianti affettuosi! Nostro era allora lo sguardo che noi soli vedevamo, nostro il sorriso che niuno fuori di noi comprendeva; e il linguaggio sommesso di due cuori che si rispondono, e il premersi delle nostre mani tremanti; Nostro era il bacio così innocente, così immacolato, che l’amore reprimeva ogni altro desiderio più ardente: i tuoi occhi annunziavano un’anima tanto casta, che anche la passione avrebbe arrossito a chiedere di più; Quell’accento che mi invitava alla gioia, allorchè diverso da te io mi sentivo propenso alla tristezza; quei canti che la tua voce rendeva celesti, ma che in ogni altra bocca mi sono indifferenti;… Il pegno dell’amore che noi portavamo… io lo porto ancora; ma dove è il tuo? Ah! dove sei tu? La sciagura si è spesso aggravata sopra di me, ma è la prima volta che sotto di lei mi sobbarco. Tu ben facesti a partire nella primavera della vita, lasciandomi vuotar solo il calice dei dolori. Se il riposo non è che nella tomba, io non desidero di rivederti sopra la terra. Ma se in un mondo migliore le tue virtù han cercato un soggiorno più degno di loro, ponmi a parte della tua felicità, toglimi alle angoscie che qui provo. Insegnami (doveva io tal lezione riceverla sì presto da te?), insegnami a rassegnarmi, sia ch’io perdoni, sia che a me venga perdonato: tale era il tuo amore per me sulla terra, che il conseguirlo formerebbe anche in cielo la mia speranza. 11 Ottobre 1811.[16]

Byron comunica con tristezza la morte di Edleston agli amici che lo avevano conosciuto.

“LORD BYRON A JOHN CAM HOBHOUSE

Newstead Abbey – 13 ottobre 1811

Al momento sono piuttosto giù, e non so come dirtene la ragione – ti ricordi E[dleston] a Cambridge – è morto – nel maggio scorso – la sorella mi ha mandato una descrizione dei fatti ultimamente – ora, anche se non lo avrei più rivisto, (ed è molto opportuno che non lo abbia rivisto) sono stato più colpito di quanto dovrei preoccuparmi di ammettere altrove; La morte è stata ultimamente così occupata con tutto ciò che era mio, che lo scioglimento della connessione più remota è come portar via una corona dall’ultima ghinea di un avaro.”

“LORD BYRON A JOHN CAM HOBHOUSE – King College, Cambridge – 22 Ottobre 1811

L’evento che ho menzionato nella mia ultima ha avuto un effetto su di me, mi vergogno a pensarlo, ma non c’è da discutere su questi punti. Avrei potuto “risparmiare di più un creatura eccezionale.” – Ovunque mi giro, particolarmente in questo luogo, questa idea mi segue, dico tutto questo con il rischio di incorrere nel tuo disprezzo, ma non mi puoi disprezzare più di quanto io disprezzo me stesso. – Sono davvero molto infelice, e come tutte le persone che si lamentano non posso fare che parlarti così.”

Byron che, prima di partire per il Grnad Tour, aveva affidato alla sig.na Pigot il cuore di corniola rossa che gli era stato donato da Edleston, sente ora il bisogno di avere di nuovo con sé quell’oggetto e scrive alla signora Pigot pregandola di sollecitare la figlia ad inviarglielo. È interessante notare che nella lettera manca qualsiasi connotazione di genere che possa permettere di capire se la persona morta sia un uomo o una donna. Byron parla di “a person” o di “the Giver”.

“LORD BYRON A MRS MARGARET PIGOT – Cambridge – 28 ottobre 1811

Cara Signora, –

          Io sto per scriverle su un argomento stupido e comunque non riesco a fare altrimenti. – Lei può ricordare una corniola, che qualche anno fa ho consegnato alla signorina Pigot, anzi ha dato a lei, e ora sto per fare la più egoista e maleducata delle richieste. – La persona che l’ha data a me, quando ero molto giovane, è morta, e anche se molto tempo è trascorso da quando ci siamo incontrati, dato che era l’unico ricordo che possedevo di quella persona (cui ero una volta molto interessato) ha acquisito un valore dopo questo evento, che mai avrei voluto che assumesse ai miei occhi. – Se dunque la signorina P[igot] l’ha conservata, devo in queste circostanze pregarla di scusare la mia richiesta che mi sia inviata al numero 8 di St. James Street, Londra e io la sostituirlo con qualcosa che possa ricordarle me altrettanto bene. – Dato che lei era sempre così gentile da sentirsi interessata al destino di [coloro] che formavano l’oggetto delle nostre conversazioni, Lei può dirle, che chi aveva regalato la Corniola è morto nel maggio scorso di consunzione all’età di ventuno anni, diventando il sesto in quattro mesi degli amici e parenti che ho perso tra maggio e la fine di agosto!

          – Mi creda, Signora, sinceramente suo  Byron”

Negli ultimi mesi del 1811 i riferimenti, ovviamente coperti, alla morte di Edlestin compaiono più volte nelle poesia di Byron e con accenti accorati. Mi limito a citare due testi.

“STANZE. Lungi da me, lungi da me accenti di cordoglio! quei canti, non ha guari per me pieni di dolcezza, cessino, o io fuggirò da questi luoghi perchè non oso più udirli. Essi mi ricordano giorni più belli… oh! fate che s’interrompano quei concenti: io non debbo più ora, oimè! pensare, non debbo meditar più su quello ch’io fui… su quello che sono. La voce che rendeva sì dolci quegli accordi tace, e il loro prestigio si è dileguato: ora i loro suoni più soavi mi sembrano un canto funebre intuonato sui trapassati. Sì, Thyrza, essi mi parlano di te, cenere adorata, poichè tu non sei più che cenere; e tutto quello che un tempo avevano di armonioso, è fatto aspro, stridulo al mio cuore. I suoni finirono!… ma al mio orecchio la vibrazione ne dura ancora; odo una voce che non vorrei intendere, una voce che ora dovrebbe esser muta: ma spesso ella viene a commuovere la mia anima incerta; quella dolce melodía mi segue anche fra i sonni. Io mi sveglio, e pur sempre la ascolto, benchè tutte le mie visioni siano dissipate. Dolce Thyrza, dormiente o svegliato, tu non sei più ora che un amabile sogno; una stella che, dopo aver riflettuto sui flutti la sua tremula luce, ha tolto alla terra il suo raggio soave. Ma il viaggiatore che s’ingolfò nel cupo sentiero della vita, allor che il cielo sdegnato avrà velata la sua faccia, dolorerà lungo tempo il raggio svanito che rallegrava il suo cammino.

6 Dicembre 1811.”[17]

“STANZE. Anche uno sforzo e sarò libero dai tormenti che straziano il mio cuore; anche un ultimo e lungo sospiro all’amore e a te, e poi ritorno nel turbine della vita. Io trovo ora piacere a intrattenermi di cose che non mai mi erano apparse belle: se ogni mia gioia si è di qui involata, quali dolori potrebbero omai sorprendermi? Recatemi dunque spumante vino, imbandite il pasto; l’uomo non fu creato per viver solo. Ch’io divenga l’essere leggiero, frivolo, che sorride a tutti, e con alcuno non piange. Non così era io in giorni più cari; non mai così sarei stato, ma tu hai preso il tuo volo lungi da me, e mi hai lasciato qui solitario: tu non sei più nulla… e tutto il resto è nulla per me. Invano la mia lira vorrebbe affettare un tuono leggiero; il sorriso che simula il dolore è uno scherno all’affanno che sotto vi si asconde, è simile alle rose sopra un sepolcro. Invano lieti compagni di tavola colla tazza in mano dissipano un momento il sentimento de’ miei danni; sebbene il piacere accenda la demenza dell’anima, il cuore… il cuore è pur sempre solitario! Quante volte nel silenzio delizioso delle notti io mi son piaciuto a riguardare il cielo; perocchè allora io pen- 242 savo che la luce celeste splendesse sì dolcemente sul tuo occhio pensoso! Spesso nell’ora di mezzanotte, vogando sui flutti del mare Egéo, io dissi all’astro di Cintia: «Ora Thyrza ti guarda.»… Oimè! esso non rischiarava più che la sua fossa. Prostrato dalla febbre sopra un letto insonne, mentre un fuoco avvampante scorreva per le mie vene, ciò che mi consola, io dicevo, è che Thyrza ignora ch’io soffro! In quella guisa che per lo schiavo consunto dagli anni la libertà è un inutile dono, così è invano che la natura placata mi ha richiamato alla vita, dappoichè Thyrza ha cessato di esistere. Pegno che da lei ricevei in giorni migliori, all’aurora della vita mia e del mio amore! quanto ti sei trasmutato ai miei occhi! come il tempo ti ha colorito colle tinte del dolore! il cuore che insieme a te si diede è silenzioso. – Ah! perchè non è così anche il mio! Abbenchè freddo come possono esserlo i morti, il sentimento rimane pur sempre a questo mio cuore, e con esso le ambascie. Dono amaro e malinconico! pegno doloroso e caro! serba, serba il mio amore inalterabile, o infrangi questo petto contro il quale io ti premo! Gli anni temperano l’amore, ma non l’estinguono; esso ha qualche cosa di più santo ancora, quando le sue speranze sono passate. Oh! che sono migliaia di affezioni viventi raffrontate a quella che non può staccarsi dai morti?”[18]

Amori e tradimenti

Ma alla fine del 1811, nella vita di Byron accade qualcosa di nuovo. Una lettera di Byron a Hobhouse, del 25 Dicembre 1811, ci informa che il poeta si era “almeno un po’” innamorato di una serva gallese, Susan Vaughan.

“Byron a John Cam Hobhouse, da Newstead Abbey, 25 Dicembre 1811:

Al momento sono principalmente occupato da un volto nuovo e anche molto grazioso, come H ti potrà dire, una ragazza gallese, che io ho ultimamente aggiunto alla compagnia e della quale sono discretamente innamorato, al momento, ma lei mi sarà comunque probabilmente abbastanza indifferente prima che tu rientri dall’Irlanda.”

Susan Vaughan tradirà Byron il mese successivo seducendo Robert Rushton, il paggio di Byron, che lo aveva accompagnato fino a Gibilterra nel Grand Tour.

In una lettera del 20 Gennaio 1812, Susan Vaughan lascia intendere a Byron che Rushton, allora più o meno diciannovenne, è stato sedotto da Lusy, un’altra serva di Byron che, secondo Ralph Lloyd-Jones, potrebbe essere stata la madre di uno dei figli di Byron. Tuttavia dalle lettere di Byron a Rushton (BLJ II 158) e a Susan (BLJ II 159) appare chiaramente che era Susan ad avere una storia con Rushton, non Lucy. Byron perdonò Rushton (“Sono sicuro che tu non volevi ingannarmi, lei invece lo voleva”), ma non perdonò Susan. La faccenda mise scompiglio tra i servitori di Byron: Rushton trattò in modo aggressivo Susan, Byron lo rimproverò con molta fermezza, sottolineando che Susan doveva essere trattata con la massima civiltà. Rushton dovette incassare il rimprovero ma rispose con grande dignità. Byron cercò di mantenere col ragazzo un rapporto positivo.

“Byron a Robert Rushton, dal n. 8 di St di James’s Street, 25 Gennaio 1812:

… Se c’è stato qualcosa tra voi prima o dopo la mia ultima visita a Newstead, non abbiate paura di dirlo. Sono sicuro che non volevi ingannarmi, ma lei lo voleva. Qualunque cosa sia, tu sarai perdonato. Non sono stato senza qualche sospetto sulla questione, e sono certo che, alla tue età, la colpa non poteva essere tua. Non devi consultare nessuno circa la tua risposta, ma scrivimi subito. Sarò più pronto ad ascoltare quello che hai da suggerire, dato che non mi ricordo di aver mai sentito da te in passato una sola parola contro qualsiasi essere umano, cosa che mi convince che non affermeresti maliziosamente una cosa non vera. Nessuno può farti il minimo danno, quando tu ti comporti correttamente. Aspetto la tua risposta immediatamente. Tuo, ecc, BYRON”

Il 28 Gennaio 1812, Byron dà l’addio definitivo a Susan.

“Byron a Susan Vaughan, dal n. 8 di St James’s Street, Londra, 28 Gennaio 1812:

Ti scrivo per dirti addio, non per rimproverarti. – I documenti allegati, uno dei quali scritto di tuo pugno, ti spiegheranno ogni cosa. – Non nego che sono stato legato a te, e ora mi vergogno profondamente della mia debolezza. – Puoi anche godere la soddisfazione di avermi ingannato nel modo più completo, e di avermi reso per il momento sufficientemente misero. – Dal primo momento ti avevo detto che la continuazione della nostra relazione dipendeva dal tuo comportamento. – Tutto è finito. – Ho poco da rimproverarmi, se non la credulità; ti sei buttata sulla mia strada, ti ho accolta, amata, fino a quando sei diventata senza valore, e ora mi separo da te con un certo rammarico, e senza rancore. – Ti faccio i migliori auguri, non dimenticare che la tua cattiva condotta ti ha privato di un amico, di cui niente altro avrebbe potuto privarti. – Non tentare di dare una spiegazione, è inutile, sono determinato, non puoi negare la tua scrittura; ritorna alle tue relazioni, te ne saranno dati i mezzi, ma colui che ora per l’ultima volta si indirizza a te, non lo vedrai mai più.”

Il 18 Ottobre 1812, Byron scrive a Rushton con un tono completamente diverso:

“Byron a Robert Rushton, da Cheltenham, 18 Ottobre 1812.

Robert,— Io spero che tu continui quanto più possibile ad applicarti alla ragioneria e all’agrimensura, ecc. Qualsiasi cambiamento possa accadere a Newstead, nulla cambierà per te e per il sig. Murray. È stabilito che avrai un impiego a Rochdale per il quale la prosecuzione dei tuoi studi, che io ho raccomandato, sarà per te una grande opportunità. Dammi tue notizie; è migliorata la tua salute dall’ultima volta che sono stato all’Abbey? Comunque, se dovesse accadermi qualcosa, ho provveduto a te nel mio testamento, se non mi accadrà nulla, troverai sempre nel tuo maestro un sincero amico.”

Le vicende matrimoniali e l’incesto

Byron aveva una sorellastra, Augusta Maria, nata il 26 gennaio del 1783, quindi di cinque anni più grande di lui. Augusta era figlia della prima moglie del padre del poeta. Augusta si sposò ed ebbe sette figli; conobbe il fratellastro solo quando questi era studente alla Harrow School, mantenne con lui un rapporto epistolare centrato sui conflitti di Byron con la madre, ma lo vide molto raramente. Per tutto il periodo del viaggio in Oriente si interruppe anche il rapporto epistolare. Quando ormai Byron era in Inghilterra, Augusta gli mandò le condoglianze in occasione della morte della madre e dal luglio del 1813 i due divennero amanti. Augusta però era sposata ed aveva figli e non aveva intenzione di mettere in crisi la sua famiglia per amore di Byron. Nell’Aprile del 1814 Augusta partorisce una bambina, Elizabeth Medora Leigh (15 Aprile 1814 – 28 Agosto 1849), pochi giorni dopo Byron si reca a casa della sorellastra per vedere la bambina. La convinzione che Medora fosse figlia di Byron divenne oggetto di molte chiacchiere. Se ne discusse allora e ancora oggi la questione non è chiara.

Byron il 2 gennaio 1815, anche per tacitare i pettegolezzi sulla sua relazione con Augusta, sposa Anna Isabella Milbanke, detta Annabella, un’ereditiera colta ed appassionata di matematica, e va a vivere a Londra con lei. Byron doveva tacitare i pettegolezzi sul suo rapporto con la sorellastra e anche quelli sulla sua omosessualità, che cominciavano a circolare insistentemente; il matrimonio sembrava, tra l’altro anche un’occasione propizia per incamerare i beni della moglie. Nel dicembre del 1815 nacque la figlia, Augusta Ada, ma Byron riprese i rapporti con la sorellastra Augusta, e Annabella il 15 gennaio 1816 chiese la separazione.

Byron veniva accusato di incesto, adulterio, omosessualità, sodomia, amore libero ecc. ecc.. La situazione divenne rapidamente insostenibile, il rischio che si passasse dai pettegolezzi alle accuse di natura penale era reale e pesante. Byron, il 21 aprile 1816, firmò il documento di separazione dalla moglie e decise di esiliarsi volontariamente dall’Inghilterra, dove non rientrò più.

In Svizzera, con gli Shelley

Si imbarcò per il continente il 25 aprile 1816. Prima di andar via dall’Inghilterra Byron aveva avviato una relazione con Claire Clairmont, sorellastra Mary Godwin Wollstonecraft (moglie di Percy Bysshe Shelley). Con Shelley, la moglie e la sorellastra della moglie, Byron trascorse molto tempo in ottima compagnia. Dalla relazione di Byron con Claire nacque Allegra, nel gennaio del 1817.

In Italia

Nell’ottobre del 1816 Byron si spostò a Milano dove conobbe Pellico, Monti e Stendhal, poi nel novembre 1816 si stabilì a Venezia, dove si trattenne per tre anni. Qui imparò bene l’Italiano ma non trascurò affatto le avventure galanti, si vantò di avere posseduto più di duecento donne, ed ebbe due relazioni importanti, la prima con la moglie del suo padrone di casa, Marianna Segati, e la seconda con la ventiduenne Margarita Cogni (la Fornarina). La casa di Byron sul Canal Grande divenne un punto di riferimento fisso per tutti gli Inglesi che passavano per Venezia, qui crebbe la fama di tombeur de fammes che accompagnò Byron per decenni.

Shelley aveva potuto vedere da vicino i traffici di casa Byron a Venezia e non ne sarebbe rimasto bene impressionato, ma certe affermazioni di Shelley, che era molto amico di Byron, sembrano riferite piuttosto agli Inglesi in genere che a coloro che frequentavano casa Byron.

Così scrive Shelley nella sesta lettera a Peacock:

“Milano, 20 aprile 1818.

Lord Byron, a quando si sente dire, ha preso una casa per tre anni, a Venezia; non so se lo vedremo o no, non lo so. Il numero di Inglesi che passano per questa città è molto grande. Dovrebbero stare nel loro paese nel presente periodo di crisi. Il loro comportamento è del tutto ingiustificabile. La gente qui, anche se abbastanza inoffensiva, sembra, sia nel corpo che nell’anima, una razza infelice. Gli uomini non sono affatto uomini [The men are hardly men]; sembrano una tribù di stupidi e di schiavi avvizziti, e non credo di aver visto un barlume di intelligenza in un volto umano da quanto ho passato le Alpi.”

Nell’aprile del 1819 Byron conosce la diciottenne Teresa, moglie del ricco sessantenne conte Guiccioli: la donna diventa ben presto la sua amante e i due si stabiliscono verso la fine del 1819 a Ravenna, dove vivono i Guiccioli. La giovane esercita un’influenza molto positiva sul poeta, che finalmente adotta uno stile di vita meno frenetico. Tra il 1820 e il 1821 Byron entra nella Carboneria attraverso i contatti del fratello di Teresa, il conte Pietro Gamba. Vuole che la figlia Allegra sia educata come una cattolica romana, e la accompagna nel marzo del 1821 nell’educandato gestito dalle suore di Bagnacavallo, in Romagna.

Allegra morirà il 21 aprile 1822 e l’8 luglio dello stesso anno morirà anche Shelley, affogato assieme all’amico Edward Elleker Williams, a dieci miglia da Viareggio.

La Grecia e la morte

Nel 1823 Byron, indotto dall’amico John Cam Hobhouse, aderisce all’associazione londinese filoellenica a sostegno della guerra d’indipendenza greca contro l’Impero ottomano. Organizza con la massima cura una spedizione. Convince Teresa a tornare a Ravenna e il 16 luglio 1823 il brigantino “The Hercules” lascia Genova per la Grecia. Accompagnano Byron, Pietro Gamba, Trelawny, un giovane medico italiano, nonché otto servitori cinque cavalli e due cani. A Livorno sale sul brigantino un giovane scozzese, Hamilton Browne.

Il 3 Agosto il brigantino si ferma a Cefalonia. Nell’isola greca Byron conosce il quindicenne greco Lukas Chalandritsanos e se ne innamora follemente, ma non è minimamente ricambiato. Byron non è più il bel ragazzo del tempi di Edleston, è ingrassato, perde i capelli e ha i denti in pessimo stato, cerca comunque di ottenere almeno la gratitudine se non l’amore del ragazzo, spendendo in sei mesi somme notevolissime per soddisfare tutti i suoi capricci. Per un verso Byron si rende conto di non essere più fisicamente una persona desiderabile ma per l’altro è animato da un amore al limite della follia, tanto più acuto e doloroso quanto più rifiutato.

Finalmente, in dicembre, al poeta pare opportuno mettersi dalla parte del principe Mavrocordato, che più di altri garantiva una seria possibilità di costituire un’autorità stabile, e salpa per Missolungi, dove giunge ii 5 gennaio 1824. Qui, in una casa a tre piani occupata dal colonnello Stanhope e da un gruppo di Albanesi cristiani che Byron aveva assoldato a Cefalonia, riprende con instancabile ostinazione a lavorare per rafforzare la resistenza greca. I compiti principali erano due: formare una brigata d’artiglieria, assalire e conquistare Lepanto al comando di forze il cui nucleo avrebbe dovuto essere costituito dalla sua guardia albanese. Purtroppo Byron non riesce a concludere nulla.

Frattanto la storia con Lukas si era fatta per Byron sempre più distruttiva. Il segno del terribile sconforto per quella storia d’amore impossibile (Byron non aveva mai provato nulla di simile per una donna) si può leggere in una poesia datata 22 gennaio 1824, giorno del trentaseiesimo compleanno del poeta.

“22 Gennaio 1824. Messalonghi.

In questo giorno compio trentasei anni.

È il tempo in cui questo cuore dovrebbe rimanere imperturbato

perché ha smesso di turbare altri cuori,

Eppure, anche se non posso essere amato

Lasciate ancora che io ami!

I miei giorni sono come la foglia gialla

I fiori e i frutti d’amore sono passati

Il verme – il cancro, e il dolore

Soltanto mi restano!

Il fuoco che fa preda nel mio petto

è solitario come un’isola vulcanica,

nessuna torcia è accesa alla sua fiamma:

è una rogo funebre!

La speranza, la paura, la cura gelosa

La porzione esaltata del dolore

E il potere dell’amore non posso condividerli,

Ma sono incatenato.

Ma non così – e non è qui –

Tali pensieri dovrebbero scuotere la mia anima, non ora,

Dove la Gloria copre il feretro dell’eroe

O fascia la sua fronte.

La spada – la Bandiera – e il campo –

La Gloria e la Grecia ci guardano!

Lo Spartano nato sul suo scudo,

* Non era più libero!

Svegliati! – (Non la Grecia – La Grecia è sveglia!-)

Svegliati mio Spirito! pensa attraverso chi

La tua vita = il tuo sangue individua la sua origine,

E poi ritorna alla tua patria!

Calpesta le passioni che rinascono,

Virilità indegna; – Per te

dovrebbero essere indifferenti

Il sorriso o il volto accigliato

della bellezza.

Se rimpiangi tua giovinezza, perché vivere?

La terra della morte onorevole

È qui – vai al Campo! e

dona il tuo respiro.

Procurati una tomba da soldato

– che hai poco  cercato – per te è  il meglio –

Poi guardati intorno, scegliti la terra

E comincia il tuo riposo!

È come se Byron stesse ormai vagheggiando una morte eroica come alternativa ad una vita senza amore, quasi la ricerca di un martirio, provocata da un amore violento e rifiutato.

Nei giorni immediatamente successivi Byron scrive altre due poesie dedicate sempre a Lukas, le ultime della sua vita, nella prima si dichiara folle d’amore di fronte al rifiuto del ragazzo, e riconosce che la magia del ragazzo è possente mentre il poeta è ormai tanto debole; nella seconda si arrende al suo destino:

… Sempre di più, sempre di più… eppure non mi ami,

E mai lo farai, perché alla volontà non obbedisce Amore.

Ma non ti biasimo, anche se so bene ormai

Che il mio destino è amarti, e sempre più sbagliando, e invano.

Il febbraio e il marzo trascorrono fra ribellioni, pioggia, scaramucce, scosse telluriche, dimostrazioni di incompetenza, richieste di rimpatrio da parte degli artificieri inglesi, tradimenti. Quando la flotta turca appare all’orizzonte è ormai chiaro che la città non è difendibile, il poeta cerca di organizzare personalmente le poche truppe e di rincuorare i cittadini terrorizzati. La sera, dopo una cavalcata di miglia sotto la pioggia, Byron ha un violento attacco di febbre. Il 10 e l’11 di aprile vuole uscire di nuovo a cavallo, ma la sua fibra sta cedendo. I medici cominciano ad essere seriamente preoccupati e pensano di imbarcarlo per Zante se le condizioni del mare lo permetteranno. Il giorno 15 Byron è grave.

William Parry, in The Last Days of Lord Byron (Gli ultimi giorni di Lord Byron), riferisce: “…parlò con me delle mie avventure. Parlò anche della morte con grande compostezza, e per quanto non credesse che la sua fine fosse vicina c’era qualcosa in lui di così serio e fermo, di così rassegnato e composto, di così diverso da quanto avessi visto prima in lui, che la mia mente cominciò a temere, e a tratti mi parve di presentire la sua rapida dissoluzione”. I suoi discorsi cominciarono a farsi sconnessi. Fra le altre cose affermò che avrebbe desiderato tornare in Inghilterra per vivere con la moglie e la figlia Ada. Il giorno 18 delirava: in Italiano e in Inglese, immaginando forse l’attacco a Lepanto, gridava: “Avanti! Avanti! Coraggio! Seguite il mio esempio!” E nel delirio più volte nominò la sorella, la moglie, la figlia, i luoghi dell’infanzia. Le sue ultime parole furono: “Ora devo dormire”. Morì il giorno dopo, lunedì 19 aprile 1824, alle sei e un quarto del pomeriggio.” Quella stessa sera Lukas scappò portandosi via il denaro della guarnigione.

Il funerale vide un interminabile corteo di quarantasette carrozze parate a lutto ma vuote, col solo postiglione: fu l’ultima vendetta dell’aristocrazia verso il poeta ribelle.

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[1] http://www.lordbyron.org/contents.php?doc=ThMoore.1830.Contents

[2] La pietra di cui qui si parla, fu data a lord Byron da un fanciullo del coro di Cambridge chiamato Eddlestone [in realtà si chiamava Edleston, ma la grafia con la doppia “d” è quella preferita da Byron.] che il suo talento musicale fece conoscere al giovine poeta, e che sembra essere stato da lui molto amato.

[3] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 64-65.

[4] Harrow.

[5] È il nome del fiume da cui Cambridge (ponte del Cam) ha ricavato il nome.

[6] Vedi le Ore d’Ozio.

[7] Il fiume Grete a Southwell.

[8] Maria Duff. Vedi le Ore d’Ozio.

[9] Eddlestone, il corista di Cambridge, nominato pure nelle Ore d’Ozio.

[10] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 193-196.

[11] Nome classico dell’Università di Cambridge.

[12] Byron’s Letters and Journals, ed. Leslie A. Marchand, 13 vols, John Murray, 1973-94; I 208.

[13] National Library of Scotland 12604 / 4247G.

[14] National Library of Scotland.  Ms.43438; Byron’s Letters and Journals, ed. Leslie A. Marchand, 13 vols, John Murray, 1973-94.  II 11-14.

[15] http://www.liberliber.it/mediateca/libri/b/byron/opere_complete_5/pdf/byron_opere_complete_5.pdf

[16] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 238-240.

[17] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 241-242.

[18] George Gordon Byron. Opere complete – Volume V. Traduzione di Carlo Rusconi. Torino, Giunti Pombe e comp. Editori, 1853, pp. 242-243.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=5926 

THOMAS LOVELL BEDDOES OMOSESSUALE

Il breve capitolo di “Uranismo e Unisessualità”, che intendo presentarvi qui, deve essere letto non molta attenzione e con molto rispetto, perché la storia che contiene è tragica. Raffalovich la racconta molto succintamente, anche perché le fonti biografiche relative a Beddoes sono scarsissime. La vita di quest’uomo più che essere emblematica dell’omosessualità nella prima metà dell’800, rappresenta in modo drammatico la commessione dell’omosessualità con la depressione.

Beddoes era un uomo colto e intelligente, nato in una famiglia benestante inglese, aveva studiato in modo appassionato il Tedesco, si era trasferito in Germania, aveva studiato medicina prima  a Gottinga e poi a Würzburg, dove si era laureato, per la sua epoca era un profondo conoscitore della fisiologia, aveva partecipato ai primi movimenti democratici e per questo era stato mandato in esilio a Zurigo, era stato proposto per una cattedra di anatomia comparata, insomma era un uomo professionalmente realizzato, e non privo di interessi politici avanzati. Il suo soggiorno tra la Germania e la Svizzera, però, aveva cambiato profondamente il suo carattere. Gli amici inglesi che lo rividero dopo vent’anni di soggiorno fuori dall’Inghilterra notarono tutti che si era incupito e dava segni di misantropia e di depressione.

Raffalovich parla di due ferite che Beddoes si sarebbe procurato. Leggendo il testo sbrigativamente si ha l’impressione che si tratti di incidenti, in realtà si tratta di due episodi di autolesionismo, che, con l’ottica odierna avrebbero potuto essere interpretati come segni di fortissimo disagio. Il primo episodio di autolesionismo comportò conseguenze per la salute che durarono mesi, il secondo, seguito da atti di intolleranza di Beddoes, che si strappava le bende che gli venivano applicate, comportò una cancrena, seguita dall’amputazione di una gamba. Ma anche dalle conseguenze di questo secondo episodio Beddoes si riprese  e programmò addirittura un viaggio in Italia. Quando fu in grado di andare in città, andò a comprare del curaro (era un medico e poteva farlo) e si avvelenò lasciando una lettera con le sue ultime volontà ad un amico inglese.

In che cosa la vita tragica di quest’uomo tocca l’omosessualità? Sappiamo che dal giugno 1847 alla primavera del 1848, Beddoes, che aveva 44 anni, visse a Francoforte con un panettiere diciannovenne, Degen, che una cugina di Beddoes conobbe e che descrive in modo molto positivo affermando che aveva una “dignità naturale”. Beddoes dedicò tutta la sua vita a Degen, gli insegnò l’Inglese, gli mise in mente che ne avrebbe fatto un attore drammatico (vecchio sogno dello stesso Beddoes) e arrivò al punto di prendere in affitto per una sera un intero teatro per vederlo recitare.

Non sappiamo che tipo di rapporto ci fosse tra i due, ma il primo episodio di autolesionismo risale proprio al periodo della loro convivenza a Francoforte. Il secondo episodio di autolesionismo pare sia conseguenza di una lite tra i due seguita da una temporanea separazione. A parte i 25 anni di differenza di età, il vero problema per Degen era rappresentato dalla difficoltà di convivere con un depresso, che non si sa come gestire, e che, per un verso, si attacca disperatamente al suo compagno e per l’altro tende a soffocarlo e ad opprimerlo.

Se è certamente vero che al tempo di Beddoes la condizione di un omosessuale era molto diversa da quella che sarà 50 anni dopo tipica di Addington Symons e dello stesso Raffalovich, e che perfino per un medico colto era estremamente difficile avere una cognizione seria di che cosa fosse l’omosessualità, al di là dei manuali di psichiatria precedenti Krafft-Ebing e dei moralismi universamente diffusi, è pur vero che l’omosessualità, qui, non è il problema sostanziale. Oggi la gestione degli stati depressivi profondi può giovarsi di farmaci enormemente evoluti con prognosi nettamente migliori di quanto accadeva quasi 200 anni fa, e ci sono mezzi che possono aiutare a ridurre l’isolamento e la progressiva chiusura in sé di queste persone. La riflessione sulla biografia di Beddoes può in ogni caso aiutarci a capire quanto la solitudine possa aggravare la depressione e quanto un ambiente omofobo possa condizionare la vita di un omosessuale.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.

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THOMAS LOVELL BEDDOES

Thomas Lovell Beddoes (1803-1849), un interessante e curioso poeta inglese, sembra essere stato unisessuale. La sua vita intima è poco conosciuta, ma la sua passione più viva (che precedette il suo suicidio) fu per un giovane panettiere tedesco.

Il padre di Beddoes era un medico molto conosciuto. Sua madre era sorella di Maria Edgeworth, la famosa romanziera. In collegio (cominciò a scrivere verso i 14 anni), era già originale e indipendente. Amava Shakespeare e i poeti drammatici, e imitava con molto piacere gli attori alla moda. Declamava, recitava: la sua voce era molto gradevole, il suo eloquio e i suoi gesti interessavano abbastanza uno dei suoi compagni perché questi acconsentisse a recitare con lui il ruolo di un nemico o di un’amante, ricevendo carezze o colpi, secondo le esigenze del dramma.

Nel 1820, andò ad Oxford dove scrisse e pubblicò due volumetti di poesie. Ma la sua timidezza, che si trasformò in misantropia, era molto forte e lui aveva pochi amici. Si diede a studiare Tedesco, con un successo tale che se ne andò, nel 1825, in Germania per studiare medicina. Il professor Blumenbach divenne suo amico e gli fu utile nel suo perseguire appassionatamente lo studio della fisiologia e della medicina. Non aveva rinunciato alla sua ambizione di essere poeta drammatico. Si mescolò anche ad intrighi politici. Nel suo trentesimo anno, ottenne la laurea di dottore all’Università di Würzburg.[1] I suoi gusti politici lo costrinsero, nel 1832, a rifugiarsi in Svizzera. Per alcuni anni, praticò la medicina a Zurigo. Il chirurgo Schoenlien lo propose anche all’Università di medicina di questa città come professore di anatomia comparata. Ma nel 1839, la politica lo allontanò di nuovo, e non ebbe più tranquillità. Si hanno pochi dettagli sulla sua vita. Nel 1841, si legò a Berlino con il giovane dottor Frey. Nel 1842, andò in Inghilterra. Nel 1843, si stabilì a Aargau, una piccola città vicino Zurigo. Passò l’inverno del 1844 a Giessen dove Liebig era professore. Scriveva poesie satiriche in Tedesco.

Nel 1847 ritornò in Inghilterra dove restò per dieci mesi. I suoi amici, che non lo avevano visto da vent’anni, lo trovarono cambiato, cupo, eccentrico, misantropo.

Nel mese di giugno del 1847, andò a Francoforte dove visse fino alla primavera del 1848 con un giovane panettiere di diciannove anni, Degen, che la cugina di Beddoes, Miss Zoé King, descrive così: “Un giovane uomo gentile nella sua persona, in una camicia blu, che aveva una bella espressione e una dignità naturale.” Durante questo periodo, Beddoes si procurò una ferita alla mano con un bisturi;[2] cadde malato e rimase indebolito per molto tempo. Per sei mesi non volle vedere nessuno ad accezione di Degen. Gli mise in testa di diventare attore e gli insegnò l’Inglese, rinunciando a qualsiasi altra compagnia.

Si lascia crescere la barba e assomiglia a Shakespeare come in giovinezza aveva somigliato a Keatz. Nel mese di maggio del 1848, viaggiano insieme. A Zurigo, Beddoes affitta il teatro per una sera per vedere Degen recitare il ruolo di Hotspur.[3] Per sei settimane Beddoes fu felice. Ma una separazione, probabilmente una lite con Degen a Bâle, fu seguita dalla malinconia nera del poeta che si procurò una profonda ferita a una gamba. “Era infelice e voleva uccidersi”, disse il ragazzo dell’albergo. Si strappava le bende che gli mettevano. Ne seguì la cancrena, poi l’amputazione della gamba (il 9 settembre). Andò meglio, Degen tornò a Bâle e si stabilì vicino a lui. Beddoes leggeva e scriveva. Aveva il progetto di andare in Italia. Il 26 gennaio 1849, abbastanza ristabilito per andare in città, comprò del curaro (era un medico) e al rientro si suicidò, lasciando una lettera a un amico d’Inghilterra che conteneva la sue ultime volontà. Nel 1857, Miss Zoé King, sua cugina, andò a Bâle e incontrò Degen, il dottor Frey, il dottor Ecklin che gli aveva amputato la gamba, ecc..

Il suo amico di giovinezza Itelsall pubblicò le sue poesie inedite, che furono molto ben accolte.

(Riprendo questi dettagli dalla piccola biografia di Edmond Gosse che precede le opere di Beddoes. – 2 v. Dent, 1890, Londra)

Non ci sono aneddoti o leggende che riguardino amori di Beddoes per una donna, e io credo che in Inghilterra ne avrebbero quasi inventata una, se avessero potuto. In ogni caso Beddoes sembra un uranista, o un indifferente sessuale che, sotto l’influenza della malattia e dell’isolamento, si accese di una grande passione per Degen il panettiere (passione probabilmente esaltata), o piuttosto quella fu solo l’ultima della passioni rifiutate o sconosciute di un timido taciturno.

 Fu in ogni caso un poeta lirico, e non banale. Quanto all’ossessione della morte pittoresca che riempiva i suoi versi, la si può perdonare ad un uomo che si suicida, evitando di definirla un’affettazione letteraria. I suoi modelli in poesia (eccettuato Shelley) sono essi stessi poeti bizzarri ed eccentrici.

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[1] Nota di project: – Nel 1824, era andato a Göttingen, per studiare medicina, attratto dall’idea di trovare qualche evidenza fisica della sopravvivenza dello spirito umano dopo la morte del corpo, ma ne era stato espulso e aveva dovuto riprendere e terminare gli studi a Würzburg.

[2] Nota di Project: – Non si tratta di un incidente ma di un atto di autolesionismo, che sarà seguito da un secondo e più grave atto della stessa natura.

[2] Nota di project:- Hotspur è un soprannome di Sir Henry Percy (1364-1403), noto come Harry Hotspur, figlio maggiore del primo conte di Northumberland, come raffigurato nell’Enrico IV, Parte 1, di Shakespeare.

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IL GIUDIZIO DI RAFFALOVICH SU WALT WHITMAN

Abbiamo già visto come diversi capitoli di “Uranismo e Unisessualità” siano in realtà più degli studi di ricostruzione storica, basati su una fitta trama di dati e di testimonianze, che non l’espressione della posizione personale di Raffalovich. Il capitolo dedicato a Walt Whitman è radicalmente diverso.

Raffalovich aveva polemizzato di John Addington Symonds rimproverandogli i suoi tentativi di ottenere, si potrebbe quasi dire di estorcere al vecchio Whitman una confessione della sua omosessualità, suscitando l’irritazione ferma e controllata del vecchio poeta, ma nel capitolo dedicato a Whitman di “Uranismo e Unisessualità” non c’è traccia di questa polemica e Raffalovich si lancia in una lode molto sincera e partecipata della poesia di Whitman e anche della sua figura umana; trova in Whitman un’idea che sente sua e che sarà poi il cavallo di battaglia di Edward Carpenter, cioè l’idea dell’utilità dell’omosessualità, che può servire a promuovere il vivere civile, a stringere rapporti di solidarietà umana e sociale e a coltivare sentimenti elevati.

Chi ha letto l’opera di Whitman avrà notato che l’omosessualità non è l’unico tema del poeta, ma che il tema omosessuale è molto spesso congiunto con quello del matrimonio e della generazione dei figli. Le due cose sembrano inconciliabili solo alle menti ristrette, e Whitman non era di quelle, per lui, l’intera gamma dei sentimenti umani può concorrere a creare un futuro migliore per tutti. Una filosofia che in nome dell’omosessualità tendesse a sminuire il matrimonio e la generazione dei figli sarebbe una ben misera cosa, come sarebbe una misera cosa una filosofia che in nome dell’eterosessualità negasse l’evidenza o il rilievo sociale dell’omosessualità.

Raffalovich vede in Whitman un moralista di tipo nuovo, lontano dalla tipica ipocrisia inglese, uno che non mistifica e che è esente dal vizio tipicamente inglese, secondo il quale, se si insiste nel negare caparbiamente l’esistenza di qualcosa, quel qualcosa sparisce di fatto dal mondo.

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Walt Whitman (1819-1892)

Il modo col quale è stato trattato Walt Whitman è un esempio abbagliante dell’incoerenza anglo-sassone. Whitman è uno degli uomini notevoli del secolo. È stato insieme un uomo d’azione, un profeta e uno scrittore. Durante la guerra americana (tra gli Stati del Sud e quelli de Nord), è stato ammirevole per la sua devozione e il suo amore, per il suo preoccuparsi dei feriti e per il suo amarli.

L’America non ha mai prodotto un autore di una tale larghezza mentale. Io non ho qui la finalità di esporre la filosofia o il vangelo di Walt Whitman, il suo panteismo yankee, la sua grande serenità. Emerson, Thoreau, i grandi americani si inorgoglirono di Whitman da quando egli comparve. Il suo grande libro, Foglie d’erba[1] è stato probabilmente letto da più generazioni. È stato difeso, analizzato, ha avuto degli apologisti contro il puritanesimo da lui scioccato; sono stati pubblicati volumi contenenti una scelta di brani senza rischi, e in tutti questi brani selezionati sono stati conservate le poesie sull’unisessualità e sono state tagliate quelle sulla paternità.

Alcuni uomini austeri hanno considerato delle poesie unisessuali come impudiche, se esse sono caste, e come audaci al di là della letteratura moderna se non lo sono, non critico questi uomini austeri ma mi sembra che facciano la danza sulle uova.

Se Walt Whitman ha il diritto di voler riformare l’America con l’aiuto del matrimonio sano, della procreazione di figli sani, e anche con l’aiuto dell’amore unisessuale, dell’amore greco che lui vorrebbe americano; se per questo nobile scopo si più permettere di cantare la paternità come la maternità, e l’amore unisessuale che spinge le labbra di un maschio su quelle di un suo compagno, di un suo uguale, o su quelle di un ragazzo giovane di cui lui vuole fare un uomo, se può essere citato normalmente quando descrive l’emozione di vedere degli uomini barbuti baciarsi, o quando celebra l’emozione supremamente serena e soddisfatta di dormire sotto la medesima coperta con chi egli ama di più, allora l’attitudine anglo-sassone diventa inquietante a forza di essere illogica.

Non c’è dubbio che Walt Whitman, un grande spirito, un uomo di cuore, vedendo la natura umana malata e viziata, abbia voluto reagire e mostrare che gli istinti naturali devono elevare l’uomo invece di anemizzarlo e di abbassarlo. L’ipocrisia, fatta di vigliaccheria e di ignoranza, che sostiene che il matrimonio e la procreazione hanno qualcosa di vile e che l’omosessualità non esiste, che non ha che poca importanza, regna in America forse ancora più che in Inghilterra.

L’aborto, lì, è frequente, e l’unisessualità è incoraggiata dalle circostanze sociali e psicologiche.  Invece di avere figli malaticci, invece di lasciare l’inversione sessuale limitata a degli occhi dissoluti e a delle lussurie segrete, perché non mettere in onore il matrimonio e l’unisessualità? Perché non celebrare le gioie del matrimonio sano, dei figli ben fatti, e le devozioni dell’amore atletico, dell’amore tebano della Grecia eroica?

Whitman ha voluto mostrare che tutto poteva servire al progresso e al benessere dell’umanità. Non c’è in lui alcuna spinta all’effeminazione. Quello che vanta, quello che fa emergere nell’unisessualità è l’amore dell’uomo vigoroso per il suo simile, per il suo pari o l’amore del giovane uomo per uno più grande di lui. Le passioni unisessuali non sono sterili o inutili; devono aiutare l’uomo a guardarsi da ciò che è vile, devono formarlo, devono stringere i legami della solidarietà, e devono anche prepararlo per il matrimonio fecondo. È qui che Walt Whitman è tra i più grandi e i più saggi moralisti (Platone, Gesù, Goethe) perché la sua idea mira a perfezionare l’umanità con l’aiuto di ciò che essa ha al suo interno.[2]

Una teoria dell’unisessualità che tentasse di abbassare il matrimonio, di sminuire il principio della dignità coniugale, sarebbe ridicola e falsa; una teoria dell’eterosessualità che volesse cancellare e annientare l’unisessualità sarebbe ignorante e insufficiente, e se essa volesse negare e impedire quello che l’uranismo può offrire alla civiltà, all’umanità, essa sarebbe intollerante e colpevole di lesa umanità.

È così che gli uomini e le donne possono trovare in Walt Whitman un’istruzione e un soccorso, ma per il grosso pubblico mi sembra molto strano citare i brani unisessuali e non anche nel medesimo tempo i brani che correggono e modificano.

In Inghilterra si ha paura del proprio pubblico, molto più che in Francia o altrove. Questo accade in parte perché ci si è tanto abituati a guardare alle donne, quando si scrive. Herbert Spencer si turba prima di scrivere qualcosa che possa fare arrabbiare le donne inglesi: e quest’uomo è stato il rappresentante di un sistema del mondo. Non si osa dire che Walt Whitman, accettando la natura umana come una sorgente naturale dalla quale derivano le virtù dell’ideale, ha accettato anche dei dati di fatto dell’esistente, gli istinti, le tendenze. Cosa che non andrebbe d’accordo con l’idea inglese secondo la quale, se si fa sufficientemente finta di non credere a certe cose scomode, quelle cose finiscono per non esistere più, o per non contare più. Di conseguenza non si possono citare gli epitalami coniugali di Whitman, ma si possono citare gli epitalami unisessuali, perché sono a doppio senso, e ci si può sempre rivoltare contro i Filistei, i grossolani che danno loro un senso poco onesto. Dato che in Inghilterra si ritiene che la promiscuità dei corpi maschili sia di una inutilità che confina con l’equivoco, di una indelicatezza che tocca l’indecenza, molti brani di Walt Whitman sono per i giovani o per i curiosi di un sapore pericoloso.

E, nonostante tutto, gli ammiratori di Walt Whitman e anche i suoi avversari non osano accusarlo pubblicamente, gli uni perché la loro ammirazione non sia ritenuta sospetta, gli altri perché la loro accusa non faccia mettere in dubbio la loro decenza cerebrale; R. L. Stevenson, uno scrittore per quale ci si è infatuati, ha detto che ogni ragazzo di 17 anni dovrebbe leggere Walt Whitman per guarire dal Welt Schmerz [disagio del mondo], per vedere che non tutto va verso il peggio, e non ci si è rivoltati in massa contro Stevenson: e comunque i ragazzi di 17 anni che leggono Whitman nell’età dei trasalimenti della pubertà  corrono il rischio di innamorarsi  dei loro compagni o delle loro conoscenze maschili perché “le notti nelle braccia uno dell’altro”, che Whitman celebra tanto e con una così solenne e una così insinuante ripetizione, sono più alla loro portata dei matrimoni con una grande donna sanguigna.

Dato che a 17 anni l’amore vago, l’amore-idea, l’amore-piacere tormentano più dell’idea del matrimonio, Walt Whitman produrrebbe più facilmente invertiti, o almeno unisessuali, che amanti di prostitute o di iniziatrici borghesi. E se col bell’ardore della giovinezza, non contenti di praticare o solo di ricercare delle emozioni così complete e così assorbenti, così caste, fino al momento in cui lo slancio sessuale prevale nell’adolescente, senza che se ne renda conto, o forse prima che se ne renda conto, se i poveri giovani  vantano l’ideale di Whitman, ne parlano, saranno molto presto mal visti, sospettati, circondati dagli ostacoli, dalla malizia, e dovranno subire molti fastidi, che forse non supereranno.

Whitman è un grande rivelatore, e 17 anni non sono l’età alla quella l’uranismo moderno si deve rivelare: cosa che non diminuisce in nulla la portata e il valore di Walt Whitman, le lezioni e la morale che contiene per colui che ha già scelto.

Il successo di Whitman è in completa armonia con la sua teoria della sessualità, e con quella che egli cerca di approfondire, ed è in contraddizione flagrante con la teoria scritta e orale degli Inglesi.

Walt Whitman non può servire affatto come celebratore dell’amicizia spirituale, intellettuale, riflessiva, civilizzata.  Le tenerezze estreme e appassionate che possono essere i dettagli dell’amicizia, dipendono dall’età, dal temperamento, dalla nazionalità, dall’innocenza, dall’ignoranza, ma sono dei dettagli così poco significativi che non bisogna dar loro rilievo o si rischierebbe di distruggere il principio dell’amicizia che è una simpatia soprattutto inesprimibile con i gesti. L’amore (anche il più forte) può esprimersi più facilmente con l’aiuto del corpo che non l’amicizia. L’amore vorrebbe fare una sola cosa di due spiriti, di due copri, ma l’amicizia più disinteressata, la più pronta al sacrificio, salvaguarda la sua individualità e fortifica quella dell’amico.

Ma si tratta di mostrare la mescolanza di sentimenti onesti e teneri e di aspirazioni sessuali, Walt Whitman è tutto lì, e se lo si è letto, non ci si stupirà che la sua vita sia stata bella e dedita agli altri.

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[1] Leaves of grass.

[2] Forse non è permesso dire che il Salvatore ha insegnato una morale fondata sulla conoscenza della natura umana così come essa è?

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RAFFALOVICH E I POETI “OMOSESSUALI” CITATI DA DANTE

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” dedicato ai poeti comincia con una lunga citazione del canto XXVI del Purgatorio di Dante, in cu si parla “anche”, ma solo di sfuggita, di sodomiti. Raffalovich prolunga la citazione riportando una traduzione (incompleta) dei versi di Dante in cui Il sommo poeta descrive il suo incontro con Guido Guinizelli e Arnaut Daniel [Arnaldo Daniello (1150-1210)].

Il lettore attento resta però perplesso del fatto che Raffalovich , nello scrivere di poeti omosessuali, citi Guido Guinizelli e Arnaldo Daniello, che omosessuali non erano, e non citi il notissimo canto XV dell’Infreno in cui Dante esalta il suo maestro Brunetto Latini, pur mettendolo all’Inferno come omosessuale.

Il canto XXVI del Purgatorio non è tra quelli di più facile lettura e contiene anche alcuni versi in lingua provenzale, messi in bocca ad Arnaldo Daniello. Secondo Dante, nella settima cornice del Purgatorio, ove si purgano i lussuriosi, si trovano due distinte schiere di peccatori: quelli che gridano “Sodoma e Gomorra”, cioè gli omosessuali, e i peccatori “ermafroditi”, cioè gli eterosessuali, che cercano l’unione del maschio e della femmina (ermafroditi in questo senso).

Raffalovich, che non era certo un fine conoscitore dell’Italiano antico, come John Addigton Symonds, legge probabilmente il testo di Dante in una traduzione francese ed è in indotto, dalla presenza dell’espressione “peccato ermafrodito” a ritenere che si parli di omosessuali. Se così fosse, comunque, il riferimento al mito di Pasife sarebbe bel tutto fuori luogo.

L’equivoco deriva dal fatto che il termine “ermafroditismo psichico” era stato utilizzato da diversi autori per indicare una identità di genere mista, senza manifestazioni di ermafroditismo fisico. L’espressione finì poi per indicare anche l’omosessualità, intesa come una specie di sesso intermedio. Per questa ragione Guido Guinizelli e Arnaldo Daniello, che omosessuali non erano, vengono inseriti da Raffalovich nella schiera degli omosessuali, mentre Brunetto Latini, che era omosessuale, personalità tutt’altro che di secondo piano nella vita di Dante, che lo chiama “padre”, è del tutto trascurato.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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I POETI

Non è per cattiveria che ho scelto soprattutto i divini poeti; se ne avessi avuto il tempo e l’abitudine, avrei preferito studiare i grandi capitani, gli uomini d’azione. Non avrei avuto che l’imbarazzo della scelta.

Ma, dato che mi ritrovo ad aver letto e studiato i poeti, ne ho selezionato alcuni appartenenti alla schiera d’anime che Dante incontra in Purgatorio, anime che avevano commesso il peccato ermafrodita o che avrebbero potuto sentirsi chiamare Regina! Come il grande Cesare in occasione del suo trionfo. Non invoco nessun classico, Eschilo, Sofocle, Pindaro, Virgilio, Orazio, Catullo, Tibullo … e neppure nessuno del Medioevo.

Purgatorio, Canto XXVI

“infatti, in mezzo al muro di fiamme, giunse una schiera che volgeva il viso verso questa, la quale mi indusse a osservare meravigliato.
Lì vidi ogni anima di entrambe le schiere affrettare il passo e baciarsi l’una con l’altra, senza fermarsi, contente per quel rapido saluto festoso;”

“i nuovi arrivati gridavano: «Sodoma e Gomorra»; e gli altri: «Pasifae entra nella vacca di legno, perché il toro corra a soddisfare la sua lussuria».”

“Io…
iniziai: «O anime certe di ottenere, quando sarà, la pace eterna,”

“ditemi, affinché io ne scriva una volta tornato nel mondo, chi siete voi, e chi è quella schiera che se ne va dietro le vostre spalle.”

“La schiera che non viene con noi commise lo stesso peccato (sodomia) per cui Cesare, durante il trionfo, si sentì rivolgere l’appellativo di ‘Regina’:[1]per questo se ne vanno gridando ‘Sodoma’, rimproverando se stesse come hai sentito, e accrescono la pena del fuoco con la vergogna.”

“Il nostro peccato, invece, fu eterosessuale (ermafrodito); ma poiché non osservammo la legge umana, seguendo come bestie l’appetito dei sensi, per nostra vergogna quando ci separiamo gridiamo il nome di colei (Pasifae) che divenne una bestia nella falsa vacca di legno.
Ora conosci il nostro comportamento e di cosa fummo colpevoli:”

“Esaudirò il tuo desiderio solo riguardo a me stesso: sono Guido Guinizelli, e sconto già qui la pena per essermi pentito prima della fine della mia vita.”

“quando udii presentarsi il padre mio e degli altri poeti migliori di me che mai scrissero versi d’amore dolci e leggiadri;”

“Dopo che fui soddisfatto di averlo osservato, mi offrii tutto pronto al suo servizio, con un giuramento che spinge le persone a credere alle parole.”

“Disse: «O fratello, costui che ti indico col dito», e mostrò uno spirito davanti a lui, «fu il migliore artefice del suo volgare materno.
Superò tutti nel campo della poesia amorosa occitanica e nella letteratura narrativa oitanica; e lascia parlare gli stolti, che credono sia superato dal Limosino (Giraut de Bornelh).[2]”

“Ora, se tu hai l’eccezionale privilegio di poter andare nel chiostro (Paradiso) dove Cristo è l’abate del collegio,”

“recita davanti a lui per me un ‘Pater noster’, almeno per quanto è necessario a noi in Purgatorio, dove non abbiamo più il potere di peccare”.

“Io mi avvicinai un poco allo spirito che aveva indicato prima, e dissi che il mio desiderio preparava una gradita accoglienza al suo nome (volevo sapere chi fosse).
Lui cominciò volentieri a dire: «La vostra cortese domanda mi piace a tal punto, che non posso né voglio nascondere la mia identità.
Io sono Arnaut,[3] che piango e vado cantando; preoccupato guardo la mia passata follia d’amore, e vedo gioioso la gioia, che spero, davanti a me.
Ora vi prego, per quella virtù che vi guida alla sommità di questa scala, di rammentarvi al momento opportuno del mio dolore!»
Poi si nascose nel fuoco che li purifica.”
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[1] Sarebbe interessante studiare i rapporti tra il genio, l’orgoglio e l’unisessualità. Aggiunta di Project: – Tutti i nemici di Cesare gli rinfacciarono di essersi concesso quando era ancora un giovane ufficiale a Nicomede IV Filopatore, re di Bitinia. « Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem: ecce Caesar nunc triumphat qui subegit Gallias, Nicomedes non triumphat qui subegit Caesarem »(Svetonio, Vita di Cesare.) [« Cesare ha sottomesso le Gallie, ma Nicomede ha messo sotto lui. Oggi trionfa Cesare che le Gallie ha sottomesso, non trionfa Nicomede che ha messo sotto lui. »]
[2] Nota di Project: – Giraldo di Bornello (… – 1220), originario della zona di Limoges (Dante lo chiama Limosino).
[3] Nota di Project: – Arnaldo Daniello (1150-1210).

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IL CASO DI OSCAR WILDE (secondo Raffalovich) 3

In questa terza parte del capitolo di “Uranismo e Unisessualità” dedicato al processo Wilde, Raffalovich fa un resoconto estremamente chiaro della seconda fase del processo, quella nella quale Wilde è ormai dalla parte dell’accusato. Il processo, come si vedrà, attraverserà momenti di indecisione, in cui la giuria non arriverà a raggiungere un verdetto, segno evidente che, nonostante i vincoli legali rappresentati dal paragrafo Labouchère del 1885, che sanzionava senza alcuna distinzione tutti gli atti omosessuali tra maschi di qualsiasi età, stavano ormai maturando nella società inglese i primi segni di un diverso sentire, che tendeva a non dare per scontato che i comportamenti omosessuali dovessero finire tutti e indistintamente sotto i vincoli della legge penale. Molto meglio dell’ipocrisia inglese che aveva una legge rigidissima ma che era molto elastica nella sua applicazione, sarebbe stata l’adozione di una legge del tipo di quella proposta da Krafft-Ebing, per la quale, ferma restando la sanzione penale in caso di violenza, di induzione alla prostituzione e simili, sarebbero stati penalmente rilevanti solo i comportamenti omosessuali verso i minori al di sotto di una certa età, messi in atto da persone molto più grandi. Krafft-Ebing e anche Raffalovich avevano ben chiara la distinzione tra omosessualità e pedofilia, che non era invece considerata dalla legge inglese.

Raffalovich presenta un panorama squallido della giustizia penale inglese: ai giudici che negano risolutamente la libertà condizionale sotto cauzione, se ne alternano altri che invece la concedono anche in situazioni molto dubbie. I giurati e gli stessi giudici sono condizionati dalle reazioni del pubblico e dei giornali, e le beghe personali tra giudici, procuratori e avvocati coinvolti nel processo finiscono per condizionarne profondamente lo svolgimento; per non dire dell’atteggiamento ondivago del pubblico, e della furia dei creditori di Wilde che si gettano come avvoltoi sui bene privati del poeta e li saccheggiano senza nessun rispetto nemmeno per la moglie e per i figli di Wilde.

Il processo Wilde si conclude quando la pubblica accusa tenta di coinvolgere direttamente lord Alfred Douglas, nei cui confronti il giudice è molto prudente e reticente e si scatena invece l’aggressività dei giurati.

In buona sostanza, l’esito del processo viene deciso solo l’ultimo giorno, capovolgendo le aspettative, sull’onda della totale irrazionalità e incoerenza nei comportamenti processuali delle giurie e dei magistrati.

Il processo a Wilde è l’esempio più eclatante delle conseguenze del paragrafo Labouchère che, incriminando penalmente qualsiasi comportamento omosessuale, anche tra adulti consenzienti, creando cioè una fattispecie indistinta di reato omosessuale, ha di fatto aperto la porta ai ricattatori e ha così alimentato un’alta e ben più grave fattispecie di reato.

Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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Verso le sei di sera Wilde fu arrestato. Un amico lo seguì subito in prigione con dei vestiti, ma non lo lasciarono passare. Poi accorse lord Alfred e mostrò un grande dolore quando non gli fu permesso di vedere il suo amico.

L’opinione pubblica era fortemente montata contro Wilde. Si sentiva il suo nome dappertutto, lui riempiva Londra. Se fossi alla ricerca del pittoresco, potrei raccontare molto realisticamente delle testimonianze incredibili dell’emozione dell’Inghilterra. Sì dava per certo che molti dei suoi amici stavano per essere arrestati. Si voleva aprire una sottoscrizione pubblica in favore di lord Queensberry.

Lord Alfred sì offrì di pagare qualsiasi somma purché Wilde potesse uscire di prigione su cauzione. Il magistrato rifiutò. L’indomani mattina, Taylor venne a sedersi al fianco di Wilde sul banco degli accusati. Li si fece comparire parecchie volte, rimandandoli dopo in prigione.

La questione del bail (cauzione) si ripresentò ogni volta: la risposta fu sempre altrettanto severamente negativa. I giornali raccontavano con molti dettagli le sofferenze di Wilde, quello che mangiava o non mangiava, ecc., ecc..

Improvvisamente il Pubblico Ministero accusò Taylor di avere tentato di commettere con i due Parker la suprema offesa sodomitica. Inizialmente Taylor era accusato soltanto di atti indecenti[1] e di avere “cospirato” con Wilde. Taylor, malgrado la sua situazione pericolosa non smise mai di sorridere (stando a quello che dissero tutti i giornali).

Ogni giorno si pubblicavano lettere di Lord Queensberry, di lord Alfred Douglas e di Robert Buchanan.

Lord Alfred dichiarava che se il suo amico fosse stato condannato, lui sarebbe rimasto vicino alla prigione fino alla liberazione di Wilde. Lord Douglas (il fratello maggiore) si lamentava del loro padre, che li aveva sempre perseguitati. Robert Buchanan,[2] autore famoso per le sue controversie, poeta, romanziere, critico, autore drammatico, domandava con quale diritto si trattasse così male uno scrittore non ancora condannato. Assicurava che lo stesso lord Queensberry compiangeva Oscar Wilde. Lord Queensberry si affrettava a rispondere che in altri casi aveva spesso ucciso degli squali, e sempre con la massima rapidità. Non compiangeva lo squalo, ma lo faceva soffrire per il minor tempo possibile, ma certamente il più possibile. Lord Alfred scriveva per ringraziare in blocco tutti gli sconosciuti, donne e uomini, che, a suo dire, lo inondavano di lettere di simpatia. Raccontava al pubblico che andava ogni giorno a vedere il suo amico attraverso la crudele griglia. E che questo privilegio gli era concesso solo per un quarto d’ora.

Quando Wilde fu arrestato, si davano in teatro due sue commedie. Con quella tipica mancanza di coraggio che caratterizza tutte le iniziative che dipendono da un pubblico, con stupidità pudibonda e inutile, si tolse il nome dell’autore dai manifesti senza ritirare le commedie. M. Sidney Grundy, solo tra tutti quelli che si occupano di teatro, protestò contro questa misura che non aveva per scusa né il buon senso né la carità cristiana e nemmeno il buon gusto. Il pubblico non si lasciò coinvolgere. Allora uno dei direttori [dei teatri dove si davano le commedie di Wilde], vedendo che la sua codardia non aveva avuto successo, ripristinò il nome dell’autore. Questa commedia chiuse le repliche il 27 aprile. L’altro direttore fece a meno del nome dell’autore fino alla fine delle repliche. Avrei capito la soppressione delle commedie, ma il nome dell’autore! Che cosa stupida, vile e inutile!

L’emozione fu violenta il giorno che i venditori di giornali urlarono: Arresto di lord Douglas! Ma si trattava di lord Sholto, un figlio ancora più giovane, arrestato in California per qualche ora per impedirgli di sposarsi con una donna di condizione troppo bassa.

Fu annunciato che sir E. Clarke avrebbe assunto la difesa di Wilde in cambio di nulla, cioè gratuitamente.

Infine arrivò il giorno del processo, venerdì 25 aprile. “Il processo sarà molto breve”, lo si dava per sicuro. Durò cinque lunghi giorni e non portò a una conclusione.

Successe una cosa curiosa. Il secondo giorno, lord Alfred fece sapere ai giornali che un messaggio urgente di sua madre lo costringeva ad andare in Italia per qualche giorno. Si fermò lì con un amico e ci rimase, stando ai giornali. Immagino che avrebbe contestato la notizia, se fosse stata falsa.

Se ne avessi il tempo, ci sarebbero parecchi incidenti emozionanti da raccontare: il fulmine e il rombo di tuono che accompagnarono lettura dei venticinque paragrafi dell’accusa, anche se ora, più che il fulmine, è il fango che minaccia Sodoma. C’è stata anche la vendita forzata degli effetti di Oscar Wilde inseguito dai creditori. Gli erano state trovate addosso parecchie carte timbrate, una del suo fornitore di cigarette-cases [portasigarette], quei famosi astucci d’argento. Alla vendita, una folla abiettamente curiosa si ammucchiò nella stanza da letto, aprirono i cassetti contenenti le lettere e si impadronirono di alcune di esse, lo scrittoio di Carlyle fu comprato per quattordici sterline; e tra i rari effetti dimenticati da Mme Wilde, si rimase colpiti dalla bibbia regalata “da papà” a uno dei figli e da due piccoli vestiti da marinaretto. Era una cosa triste, disgustosa.

Una delle sorprese del processo fu che il Pubblico Ministero ritirò l’accusa di sodomia contro Taylor. Un’altra sorpresa fu quando ritirò anche l’accusa di cospirazione contro Wilde e Taylor. Ma, ci si diceva, era per semplificare il processo, per evitare qualsiasi ricorso contro un verdetto sfavorevole: questo perché le prove erano schiaccianti. La disperazione di E. S., costretto a ripetere le sue disgrazie, fu ancora più manifesta – L’orribile e criminale passato di Atkins e le sue menzogne furono l’occasione di una scenata. La folla si mostrò molto ostile nei suoi confronti.

Tutti i nomi dei “messieurs” [frequentatori di bordelli] scritti su pezzi di carta stimolarono la curiosità pubblica al massimo livello. Un giornale diretto da J. K. Jérôme, uno degli autori che la massa ama, ebbe la stupidità di dire che, se fossero stati perseguiti i quattrocento uomini di mondo sospettati, si sarebbe distrutta da cima a fondo l’unisessualità in Inghilterra.

In certi giornali si parlò di un’associazione e di una circolare di questa associazione il cui scopo era di perseguire tutti gli individui sospetti, senza riguardo per il loro patrimonio, la loro posizione o il loro valore. Ogni uomo sensato sa che un’associazione del genere non potrebbe essere che uno strumento di ricatto. A Londra (come a Parigi, a Vienna e a Berlino) ci sono già abbastanza ricattatori che praticano la loro arte in modo molto consapevole nella classi basse per aumentare il numero di questi ricattatori o diffamatori.

Il quarto giorno del processo, sir E. Clarke cominciò il grande discorso sul quale si contava tanto per innalzare la dignità del processo. Aveva poco da dire. Assicurò che se Oscar Wilde non fosse stato innocente, non avrebbe sporto querela contro lord Queensberry. Se non fosse stato innocente, non sarebbe rimasto in Inghilterra dopo il verdetto in favore di lord Quuensberry.

Seguì l’interrogatorio di Wilde. Aveva avuto un appartamento in città solo per non essere disturbato quando lavorava. Non aveva commesso nessun atto sconveniente. Spiegò che nei versi di lord Alfred in lode della vergogna, vergogna voleva dire pudore. Quanto al sonetto sui due amori, quando uno degli amori diceva sospirando: Io sono l’amore che non osa dire il suo nome, non si trattava di un amore contro natura.

È proprio l’amore contro natura, gli obiettò M. Gill con quella esasperante ignoranza che il ruolo gli imponeva, e Wilde rispose con un fervore rivoltante e ipocrita,[3] speculando sull’ignoranza letteraria e l’incapacità del suo pubblico: “L’amore che non osa dire il suo nome” è il grande affetto dell’uomo più grande per l’uomo più giovane, l’amore di Davide per Jonathan, l’amore sul quale riposa la filosofia di Platone, l’amore di Michelangelo e di Shakespeare nei loro sonetti, il mio per lord Alfred Douglas. È l’amore che questo secolo con capisce , l’amore così esposto alla calunnia che non osa dire il suo nome. Non c’è niente contro natura. È bello, è ammirevole, è intellettuale, questo amore di un uomo che ha vissuto la sua vita per un uomo giovane la cui gioia e la cui esperienza sono all’inizio…”

Questi cliché, a pena ammissibili nella bocca di un uomo serio, che conduce un vita almeno un po’ nobile, venendo da lui, avrebbero dovuto indisporre il pubblico, ma al contrario fu applaudito a tre riprese e il giudice rimproverò il pubblico.

Un uomo i cui principi sono sicuri, la cui vita è calma e regolata, la cui amicizia è un privilegio, i cui affetti sono illuminati, forse un po’ veementi, avrebbe il diritto di parlare come Wilde o come Socrate. Provenendo da Wilde, queste parole sono dolorose. Qualsiasi sia la purezza del suo amore per lord Alfred (e perché no?), è certo che Wilde non ha mai capito gli obblighi imposti da un amore che si basa su Platone, Shakespeare e Michelangelo. Non ha separato lord Alfred dagli orribili amici che lo compromettevano, non si è staccato da lui quando è diventato lui stesso pericoloso per il giovane uomo, e non ha avuto nemmeno il coraggio di condurre la sua vita in modo che non fosse compromettente o infamante. Quando si parla dell’amore di Davide e Jonathan, di W. H. e di Shakespeare, non si fa allusione ad un amore puramente sentimentale, puramente innocente, mondanamente egoista. Platone e gli altri hanno celebrato il miglioramento di un’anima da parte di un’altra anima, l’amore che è l’inizio della saggezza. Quante volte Shakespeare esorta W. H. a comportarsi bene, come gli offre di lasciarlo se gli fa torto, come vuole sacrificarsi per la reputazione di colui che ama! Ma quando è successo che Oscar Wilde si sia preoccupato della direzione, della pedagogia morale del suo giovane amico? Non ha nemmeno rinunciato a delle frequentazioni indegne di un discepolo di Platone. Si sa quello che i Greci pensavano degli uomini venali.

L’ignoranza del pubblico era uguagliata solo dalla falsità dello speech [discorso] di Wilde; ma lui sapeva bene con chi aveva a che fare.

Negò gli incidenti dell’Hotel Savoy,[4] quando lui e lord Alfred occupavano le stanze 361 e 362. Il massaggiatore giura di avere trovato un giovane uomo nel letto di Wilde; e così anche la domestica. Una soprintendente ha testimoniato anche che questa domestica le chiese di venire a controllare il letto e le lenzuola del poeta. Lei rifiutò saggiamente. “Sarebbe infantile dare credito a dei domestici”, disse Wilde, ricordandosi le sue pericolose intimità con dei giovani e divertenti fattorini.

Salvo le cose sconvenienti, ammise quasi tutto il racconto di Parker. Negò di aver baciato S. – Disse che era male abbracciare un giovane uomo di più di diciotto anni. Tutto quello che Atkins raccontava era più o meno esatto. Salvo gli atti indecenti commessi con Schwabe o tentati con Atkins in quella celebre notte parigina. E lo stesso con tutti gli altri.

Qui arrivò (secondo me) la parte più straordinaria dell’interrogatorio di Wilde.
Non aveva mai messo in dubbio l’infamia di tutti questi giovani uomini, non aveva mai sospettato il loro genere di vita, il loro modo di procacciarsi i mezzi per andare avanti. Lui, uno scrittore ultra-moderno, che si interessava a qualsiasi cosa fosse nuova o strana, o vecchia come il mondo, aveva potuto trovarsi ogni giorno con dei prostituti senza educazione e non indovinare mai le loro equivoche frequentazioni. Questo, secondo me, è impossibile ma, se è vero, Wilde è un idiota. Un pazzo da legare, da richiudere, pericoloso per la salute dei suoi compatrioti. Se i suoi giuramenti su questo argomento non sono esatti, che credibilità si può attribuire alle altre sue deposizioni? Non sembra aver sospettato di poter ammettere l’ambiguità dei suoi giovani amici senza compromettersi dal punto di vista della ragione. Avrebbe potuto dire che studiava i bassifondi della società. Molti scrittoti di gran fama hanno studiato i parassiti del vizio. Lui non ci ha pensato. A che punto arriva l’ignoranza del metodo scientifico!

Il riassunto del giudice stupì. La decisione del giurì stupì ancora di più. Dopo parecchie ore di camera di consiglio, dopo una giornata di inquietudini e di impazienza, i dodici giurati non riuscirono ad accordarsi che sull’impossibilità di accettare le prove che venivano da persone sospette come Wood e Atkins. Quanto a Sidney M., lui aveva sempre negato. Ma i giurati trovarono assolutamente impossibile concordare circa E. S., circa Charlie Parker, e circa gli indicenti del Savoy Hotel.

Il processo fu dunque rinviato al 20 maggio. Lo stupore a Londra fu grande, le congetture si fecero favolose. E il 7 aprile Oscar Wilde uscì tranquillamente di prigione, avendo ottenuto il permesso di un giudice di fornire garanzie (per 125.000 franchi) circa il fatto che si sarebbe presentato il 20 maggio. Lui stesso si fece garante per la metà di quella somma e lord Douglas of Hawick e il Reverendo Stewart Headlam, il vigoroso organizzatore di una linea di tendenza per il riavvicinamento del teatro (soprattutto del balletto) e della Chiesa protestante, si resero garanti per il resto. Secondo la richiesta di M. Mathews per il “bail” [la cauzione] di Wilde, non c’è possibilità di rifiutarlo – Questo diritto risale a Carlo II. Se Wilde fosse stato accusato di felony [sodomia], diceva Mathews, sarebbe stato diverso, ma quando si tratta di “misdemeanour” [condotta indecente] è tutta un’altra situazione.

Allora perché queste settimane in prigione, questi rifiuti reiterati di accettare cauzioni per lui? C’era o capriccio legale o ingiustizia, o un’estraneità poco rassicurante. Wilde non veniva assolutamente dichiarato innocente dal rifiuto della giuria di decidersi. Perché averlo guardato a vista prima, perché rilasciarlo dopo?
In ogni caso l’indecisione della giuria equivaleva a una decisione abbastanza straordinaria: cioè che i reati unisessuali non sono più di competenza della legge.

Quando si pensa a quello che è stato provato in questo processo – alle opinioni di Wilde, al suo entourage, alle losche conoscenze che portavano sempre a delle camere da letto contigue in un hotel, all’albergatore che aveva cercato di mandarlo via a causa delle sue frequentazioni, ecc. ecc. – e quando ci si ricorda che la legge inglese (dopo il 1885 e dopo M. Labouchère)[5] è chiarissima contro tutte le perversioni unisessuali (qualsiasi sia l’età degli individui) si capisce l’importanza di questa indecisione.

Il paragrafo di M. Labouchère non ha fatto che dare armi al ricatto e organizzarlo. Se si leggono i giornali, se non si chiudono le orecchie o gli occhi, ci si accorge subito dell’esistenza di Sodoma. Anche se non si ascoltano le maldicenze, i pettegolezzi, se si evitano i maldicenti e quelli che li alimentano, non si potrebbero comunque ignorare l’estensione, la devastazione, le sofferenze, i pericoli e i vizi di Sodoma.

Mi sembra (e questa è l’opinione di Krafft-Ebing e di tutti gli specialisti più noti) che leggi non possano aver ragione quando esse definiscono dei delitti che producono altri crimini. Il ricatto è un crimine, l’unisessualità (quando non c’è né seduzione né stupro né eccitazione abituale alla dissolutezza, né altre circostanze aggravanti) porta soprattutto a degli atti delittuosi.

Che utilità hanno le leggi che servono solo a riempire di immondizia i giornali e di denaro le tasche degli investigatori o degli agenti che si occupano di prostituzione maschile? Ah! Come reprimere questa orribile e ripugnante professione quando tutto la incoraggia?

Non so se il giudice o i giurati abbiano compreso che bisognava impedire una volta per tutte le accuse di questo genere, questi tipi di saturnali, o se abbiano agito delle forze più misteriose, ma in ogni caso l’era di questi processi sui costumi sessuali sembra chiusa. Solo, mi chiedo perché tanta pudibonderia e tanta spudoratezza? Perché non parlare della legge e dell’unisessualità seriamente invece di arrivare a questa conclusione ipocrita?

In Inghilterra l’arte è costretta a tacere,[6] il giornalismo strilla e vomita, e la scienza, la morale e la legge non tentano nemmeno di conoscere, di comprendere, di sorprendere, di istruire, di elevare i forzati, i condannati di Sodoma.

Mi sembra indispensabile o ascoltare tutti i casi di sesso a porte chiuse (ma l’Inghilterra libera non lo permetterebbe: – La Germania le invidia questo privilegio della pubblicità) – oppure bisogna incrudelire e colpire con una severità inutile ma abbagliante, i ricchi e i potenti, gli uomini gravi e sposati, – oppure bisogna adottare un progetto di legge del tipo di quello di Krafft-Ebing:

Ogni uomo di più di … anni che abbia rapporti sessuali con un maschio di meno di … anni cade sotto l’applicazione della legge.

Solo che bisognerebbe ricordarsi che normalmente la pubertà in Inghilterra è abbastanza tardiva e non bisognerebbe quindi scegliere per l’Inghilterra l’età che si sceglierebbe per la Germania o per un altro paese.

A questo proposito mi affretto qui a dire che, secondo il nuovo rapporto ufficiale sulle prigioni in Inghilterra (1895), è a diciassette, diciotto e diciannove anni che si forma la maggior parte dei “criminali abituali”. Dato che questa era l’età degli amici incoraggiati da Oscar Wilde, lui risulta così responsabile e colpevole agli occhi di tutte le morali, anche della morale pratica e senza pregiudizi.

Lunedì 20 maggio il processo di Wilde e Taylor ricominciò. Questa volta il giudice era M. Wills. Sir Francis Lockwood era l’accusatore. Sir Edward Clarke ottenne la separazione di Wilde e di Taylor.

Taylor fu trattato per primo, come per vedere di che pasta fosse la giuria. Taylor non era stato ammesso alla libertà provvisoria di Wilde. Taylor era accusato di atti indecenti commessi con i fratelli Parker e anche di avere giocato il ruolo di lenone, negò ogni accusa, confessò che i due Parker dormivano con lui, insieme, e dopo essersi fatto pregare, diede una lista di giovani uomini che condividevano il suo letto. Gli fu letta una lettera del suo amico Charlie Mason, amico d’infanzia, che gli chiedeva del denaro e gli diceva che gli affari non andavano bene, che non aveva incontrato nessuno, che desiderava il suo ritorno perché potessero uscire insieme.

Fu fatto comparire questo Harrington che era stato con i Parker in occasione del loro incontro con Taylor. Taylor conservò il suo aplomb e non si turbò neppure per un istante. Doveva contare sull’assoluzione. I due Parker sembravano dei testimoni molto sospetti e ancora più ripugnanti di prima. La giuria comunque non esitò affatto: trovò Taylor colpevole di atti indecenti commessi coi fratelli Parker, ma non poté decidersi circa le intenzioni di Wilde. Comunque, se si fosse ammessa la verità dei Parker, Wilde si sarebbe trovato più compromesso di Taylor
Il verdetto di colpevolezza fu registrato dunque contro il miserabile Taylor, ma dato che la giuria non si trovò d’accordo quando si trattava di sapere se Charles Parker era stato “procurato” per Wilde, si congedò la giuria, e il mercoledì mattina Oscar Wilde comparve davanti ad una terza giuria.

Logicamente il processo diventava entusiasmante. Le accuse di Charles Parker contro Wilde erano ancor meglio corroborate di quelle contro Taylor.

Dopo il verdetto, lord Queensberry mandò un messaggio a sua nuora, lady Douglas of Hawick, felicitandosi per il risultato, predicendo la sorte di Wilde, e prendendo in giro l’atteggiamento costernato di Percy, lord Douglas di Hawick. “Mentre aspettava il verdetto, assomigliava a un cadavere; è la follia di avere tanto baciato[7] che ne è la causa”, diceva il padre alla moglie di suo figlio.

Ci si può forse stupire che martedì 21 maggio sia scoppiata una lite in mezzo a Piccadilly, in mezzo ad una folla entusiasta, tra lord Douglas di Hawick e lord Queensberry? Il padre prese il pubblico a testimone che il suo figlio maggiore era stato un figlio cattivo e alla fine lo colpì in faccia con forza.[8]

Fu necessario separare per due volte i combattenti prima di portarli al posto di polizia. La folla accolse bene il padre e si dichiarò contro il figlio. L’indomani mattina comparvero davanti al magistrato e promisero di comportarsi bene per sei mesi, pagarono ciascuno una cauzione di 12.500 franchi. Lord Douglas aveva un occhio pesto, suo padre, con una rosa all’occhiello, se ne andò, dopo, ad assistere al processo di Wilde.

Il mercoledì e soprattutto il giovedì questo processo prese una piega ancora più sorprendente che inattesa. Le persone oneste, che non soffrono di questa apatia di cui soffrono gli Inglesi di oggi, fremettero vedendo l’orientamento del giudice. “Se non ci si appiglia né alla testimonianze dei complici, né ai testimoni che hanno visto tutto ma non l’atto sessuale stesso”, esclamò sir Frank Lockwood, “come si potrà impedire che questo vizio regni su tutta l’Inghilterra?” E M. Wills che aveva ammesso la colpevolezza di Taylor sulla testimonianza dei Parker, si mise a difendere Wilde più dello stesso sir Edward Clarke. M. Wills, il giudice, dichiarò che rigettava le testimonianze di E. S., la sola vittima non pagata; che secondo lui non c’era niente di equivoco nella relazione tra Wilde e E. S..

Quanto alle deposizioni di molti domestici e impiegati del Savoy Hotel, M. Wills dichiarò che non negava ai giurati il diritto di rimanerne inquietati[9] ma che lui si riservava il diritto di non tenere conto della loro decisione. Se fosse stato veramente visto un giovane uomo nel letto di un uomo della posizione sociale di Wilde, allora, diceva M. Wills, basterebbero ben poche prove in aggiunta per crederlo colpevole, ma, si affrettò a concludere il giudice, se tutti questi domestici e impiegati avessero detto la verità, la direzione del Savoy Hotel avrebbe certamente preso delle misure contro Wilde.

Una tale asserzione è parecchio curiosa, e sir Frank Loockwood, il Solicitor General, rispose inutilmente che gli albergatori evitavano gli scandali per ragioni di interesse e di convenienza. M. Vogel dell’Albemarle Hotel aveva cercato di sbarazzarsi di Wilde a causa dei giovani uomini che lo frequentavano, ma non era per lamentarsi dei suoi comportamenti morali che aveva tentato di sloggiarlo, no! Cercò di mandalo via a causa del fatto che non aveva pagato dei conti.

Alla fine sir Franck Lockwood obiettò (e le sue parole dovettero risuonare in tutta l’Inghilterra, e attristare ancora di più delle villanie del processo) che era assolutamente inedito che un giudice si mettesse in questo modo al posto della giuria e rigettasse la prova più evidente contro l’accusato.

Avevamo parlato molto del crollo individuale di Wilde, ma quando fu interrogato nuovamente sembrava sempre lo stesso. Sir Edward Clarke prima dell’interrogatorio di Wilde fece un appello toccante alla lealtà di sir Frank Lockwood.

Sir Edward Clarke aveva preceduto sir Frank Lockwood nell’incarico di Solicitor General, e lo aveva conservato per più tempo rispetto a tutti i suoi predecessori da un secolo a questa parte; e, aggiungeva sir Edward Clarke, sir Flank Lockwood si ricorderà certamente oggi di quello che ha dimenticato ieri, che lui non è un avvocato che cerca di ottenere un verdetto, ma che è quasi un giudice, questa è la sua dignità. Sir Franck Lockwood, continuò sir Edward Clarke, ha il diritto (un diritto che sir Edward non si era mai preso e non si sarebbe mai preso) di indirizzare le ultime parole ai giurati, alla conclusione delle argomentazioni della parti.

Wilde, interrogato, negò ogni colpa ma confessò tutte le sue imprudenze, e insistette nel compromettersi, dichiarò di non trovare reprensibile che tanti giovani uomini di classe sociale bassa avessero dormito con Taylor. Quanto a lui, amava l’adulazione. Questi giovani uomini lo ammiravano e lo adulavano. L’adulazione dei letterati è sempre guastata da qualche critica. Negò di avere avuto influenza su questi giovani uomini. Lui credeva solo all’influenza letteraria. Quando le domande di sir Franck Lockwood facevano protestare sir Edward Clarke si notò che il giudice prese le parti dell’accusato e protestò anche lui. E anche quando Wilde negò di aver dato una certa spilla ad Harrington, il giudice disse alla giuria: “Signori, voi dovere ammettere questa negazione; non avete il diritto di non darle credito.”

Sir Edward Clarke ringraziò il suo avversario della sua cortesia, poi se la prese con molta eloquenza contro i testimoni, questi prostituti e ricattatori che erano stati nutriti e vestiti per tante settimane a spese pubbliche [che erano stati a lungo in prigione]. C’era molto da dire contro questi testimoni e sir Edward lo disse. Perorò la sua causa chiedendo ai giurati di permettere al brillante scrittore di darci ancora altri capolavori degni del suo genio. Se non fosse stato innocente Wilde non sarebbe stato lì.

Sir Frank Lockwood cominciò allora la sua risposta e la terminò l’indomani, il sesto giorno del processo. È alla irresistibilità di questo discorso che si deve attribuire l’orientamento della giuria e di conseguenza quello del giudice.

Durante questo discorso ebbero luogo delle scene violente tra sir Edward Clarke e sir Frank Lockwood. Il giudice tentò di addolcire sir Edward dicendogli: “Dovrò parlare di questo argomento più tardi” e sir Edward rispose: “Saprò pazientare, my lord”. Ma la disputa ricominciò ben presto tra i due avversari. Poi sir Franck Lockwood iniziò quell’attacco contro lord Alfred Douglas, il cui seguito stava per diventare così drammatico. Lord Alfred aveva avuto Alfred Wood a casa sua a Oxford, lo aveva mandato a Wilde, Wood aveva cenato con Wilde, l’amico del suo amico, e aveva cercato (riuscendoci) di farlo ricattare. I miei lettori conoscono la storia.

Quando M. Wills arrivò al suo riassunto, dichiarò di preferire di gran lunga essere giudice dell’omicidio più abominevole che di una causa di questo genere. Si gettò subito anche lui contro Alfred Douglas, causa di tutti questi scandali, contro le lettere di Wilde, contro quelle “labbra rosse”, contro quella “follia dei baci”. Se si trattava di baci che lord Alfred dava a una donna, era molto male per Wilde, alla sua età, incoraggiare delle passioni così naturali. Se quei baci non erano per una donna, allora la giuria non aveva che da pronunciarsi. Espresse il suo stupore per l’intimità tra lord Alfred e questo Wood e tra Wood e Wilde. Il capo dei giurati lo interruppe allora per chiedere se ci fosse un mandato di arresto contro lord Alfred Douglas, e in caso negativo se si stessero per prendere delle misure per incarcerare quel giovane uomo. Questa domanda produsse una profonda sensazione. Dopo tanti sforzi sovrumani la causa di Wilde era dunque persa.

M. Wills rispose educatamente ma in modo vago. I giurati insistettero. M. Wills disse che lord Alfred era in Francia, che aveva certamente commesso le più grandi indiscrezioni ricevendo delle lettere simili senza sciogliere i legami della sua intimità, ecc., ma che non era presente per difendersi, che se fosse stato colpevole si sarebbero prese le misure necessarie ecc..

Non si riferì più allora alle testimonianze degli impiegati del Savoy Hotel con la stessa leggerezza di prima; ma non si era ancora preparati per la sua severità. Quando il verdetto della giuria fu dichiarato, un verdetto di colpevolezza contro Oscar Wilde,[10] M. Wills disse che era inutile parlare a lungo a degli uomini così spudorati come Oscar Wilde e Alfred Taylor. Si rammaricava di non potere applicare loro se non il massimo della pena: due anni di lavori forzati.

Oscar Wilde volle parlare ma non gli diedero ascolto.

La giuria aveva salvato l’onore della giuria inglese. L’istituzione della giuria si era lavata le mani dagli schizzi dei sospetti. Questa nuova decisione non modificava affatto i risultati ottenuti dagli scandali del processo e dall’indecisione delle altre giurie. Tali questioni di sesso non saranno consegnate presto alla pubblicità. E senza gli sforzi fatti per Oscar Wilde a dispetto di tutto, senza il tentennamento di M. Wills, senza le chiacchiere che percorsero tutta l’Inghilterra, questa giuria, come le altre, non avrebbe trovato un accordo.

Mi limiterei a qualche indicazione sommaria per non superare (cosa che sarebbe facile) i limiti di questo capitolo.

In una commedia famosa di sir John Vanbrugh, La Rechute, messa in scena nel 1699 con grande successo, l’eroe si trova ad avere bisogno del soccorso di un vecchio usuraio sodomita. Il vecchio chiede al giovane uomo di mettergli la mano “in seno”, il giovane rifiuta chiamandolo “vecchio sodomita”, ma dopo che l’usuraio ha acconsentito a fornire il suo aiuto, il giovane uomo gli dice: “Se lo desiderate, potete mettere la vostra mano nel mio seno.”

La scena è impertinente e vivace, il vecchio pederasta è ben disegnato e la disinvoltura dell’eroe libertino colpisce molto. Non mi ricordo di nessuna scena di teatro moderno in cui la pederastia sia così vivamente trattata.

Nel 1725 (leggiamo nella prefazione), sir John Vanbrugh credette saggio cambiare una scena troppo impertinente di questa commedia perché nella superficialità del suo gioco teatrale si era permesso di vestire un libertino con l’abito ecclesiastico e di farlo parlare proprio come un libertino vestito in quel modo. Per non scioccare nessuno, mise il libertino in una sottoveste galante da donna di mondo.

In Roderick Random, un romanzo famoso e molto ristampato, che Smollet pubblicò nel 1748, leggiamo un capitolo ammirevole per la veridicità e il buon senso: lord Strutwell, un invertito che aveva molta prestanza e falsa bonomia, si interessa a Roderick Random, gli fa delle proposte e delle promesse, lo mette nel capitolo di Petronio [dà per scontato che sia omosessuale], finge di averlo voluto mettere alla prova e di essere contento della sua virtù, poi parla con distacco filosofico del piacere estremo che l’amore unisessuale procura “a quanto si dice”, quindi, non volendo essere [manca una parola nel testo originale] per le spese relative alle colazioni si fa dare da Roderick il suo orologio, e quando il povero Roderick scopre la fama del suo protettore, la sua scarsa influenza, la sua lussuria e la sua cupidigia, trova sempre chiusa la porta di lord Strutwell, con grande gioia del valletto di camera, il favorito compiacente e ordinario del conte.

Quanto a esattezza, ironia e buon senso e dal punto di vista della morale, questo episodio non lascia nulla a desiderare.

Arriviamo ora alla poesia del XIX secolo, ai Poèmes et Ballades di Swinburne, per esempio. Questo volume è il capolavoro di Swinburne e ha lasciato un’impronta incancellabile sulla maggior parte degli scrittori più giovani. Ecco alcune citazioni di un poema molto bello e molto perfetto, intitolato Fragoletta (allusione a un romanzo di Henri de Latouche, romanzo di ermafroditismo):

“Amore… essendo senza sesso, vuoi tu essere ragazza o ragazzo? Ho sognato ieri di labbra strane…”

“Rigetta all’indietro il tuo collo di madreperla cesellata, la tua bocca mormori come la colomba. Io dico che Venere non ha nulla di ragazza, non ha bocca di donna, tra i suoi amori. Il tuo dolce basso petto, i tuoi capelli corti, i tuoi fianchi dritti e lisci, la cui linea si assottiglia fino ai tuoi piedi, la tua strana aria verginale… La tua bocca è di fiamma e di vino, il tuo petto sterile riceve i miei baci… Congiungiti a me, amami, bacia i miei occhi, sazia le tue labbra amandomi. No, perché tu non devi alzarti. Resta coricato come Amore che muore per amore per te. Le mie braccia cingono la tua testa, le mie labbra sono brucianti sul tuo viso e dove il mio bacio s’è nutrito, il tuo sangue simile a un fiore, si slancia rosso verso il punto baciato. O amarezza delle cose troppo soavi, tubare spezzato delle colombe, le ali d’Amore sono troppo rapide, e come i piedi della pantera, i piedi d’Amore”.
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[1] La differenza tra la sanzione per la sodomia (felony) e gli atti indecenti (misdemeanour) è molto importante.

[2] Robert Buchanan, altre volte avversario di Wilde, ha dimostrato ancora una volta quanto la generosità sia più facile della giustizia.

[3] Ipocrita letterariamente e intellettualmente soprattutto.

[4] Su dodici giurati, si afferma che dieci trovarono Wilde colpevole di atti indecenti con due individui dell’Hotel Savoy.

[5] E l’inerzia della Camera dei comuni che sembra non avere affatto osato discutere questo paragrafo imprudente.

[6] O di mormorare orazioni pericolosamente false.

[7] Allusione alla famosa lettera di Wilde a lord Alfred.

[8] Lord Alfred non mancò di scrivere ai giornali francesi per esprimere il suo rincrescimento per non essere stato lì a punire lord Queensberry.

[9] Diritto che lui rifiutava loro, riguardo ad E. S..

[10] Colpevole di tutti i capi d’accusa. I rapporti con E. S. erano stati rigettati da M. Wills. La situazione morale di E. S. al momento è molto strana. È stato precipitato inutilmente nell’ignominia e si trova tacitamente accusato dal giudice di pazzia o di spergiuro.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=5902

IL CASO DI OSCAR WILDE (secondo Raffalovich) 2

Il brano di “Uranismo e unisessualità”, che potete leggere qui di seguito (seconda parte del capitolo dedicato da Raffalovich a Wilde), contiene elementi di interesse veramente unico sotto il profilo strettamene storico e anche per la particolarità dei temi affrontati. Ne viene fuori un ritratto impietoso ma con ogni probabilità realistico della vita mondana di Oscar Wilde. Wilde, abituato alla bella vita, si circondava di “galoppini dagli occhi di tribade” reclutati negli ambienti della prostituzione. Lord Alfred Douglas, cresciuto in un ambiente familiare anaffettivo e dominato da conflitti profondi, pur essendo omosessuale, aveva in mente l’idea fissa di fare schiattare di rabbia suo padre col quale aveva scambiato più volte lettere molto violente.

Sia Wilde che lord Alfred si fidavano troppo dei ragazzi che frequentavano, ragazzi abituati alla prostituzione e al ricatto. Saranno proprio questi ragazzi i principali accusatori di Wilde, quando Wilde si farà convincere, con molta leggerezza, a querelare per diffamazione lord Queensberry, padre di lord Alfred.

Raffalovich si chiede come abbia potuto un uomo intelligente come Wilde, che non si nascondeva, che frequentava prostituti e ricattatori professionali, pensare di querelare lord Queensberry per averlo accusato di sodomia, senza finire egli stesso travolto da quelle accuse che sarebbero state assai facili da dimostrare.
Wilde affronta il processo con estrema superficialità, senza rendersi conto di essersi messo nei guai da sé, lasciandosi andare a battute assolutamente fuori posto.

Raffalovic non rimprovera a Wilde la sua vita dissipata e nemmeno il rapporto con lord Alfred che si dimostrò una cosa seria, quando Wilde, passato ormai dalla parte dell’accusato, rifiutò di fuggire all’estero per non abbandonare lord Alfred al suo destino.

Ciò che muove veramente lo sdegno di Raffalovich è il comportamento tenuto da Wilde nei confronti di E. S. (di cui l’autore omette il nome per pietà verso quel ragazzo). Il racconto della seduzione di S. E. è realmente terribile. Wilde, fu il vero corruttore di quel ragazzo, che poi fu cacciato dalla famiglia, e fu ridotto dalla malattia e dalla fame a chiedere aiuto al suo stesso seduttore, che non si assunse la responsabilità di quello che aveva fatto e fece per quel ragazzo meno di quello che aveva fatto per tanti prostituti di professione.

Raffalovich insiste sul fatto che la seduzione omosessuale può creare danni spaventosi, che i responsabili fanno finta di non vedere o di non capire. È probabile che Raffalovich vedesse nella terribile storia di E. S., quello che avrebbe potuto essere il finale della storia di John Gray, se lo stesso Raffalovich non se ne fosse innamorato e non lo avesse sottratto così alle nefaste influenze di Wilde.

Il discorso di Raffalovich non fa che confermare un’idea piuttosto comune tra gli omosessuali e cioè che il considerare Oscar Wilde, per altre cose persona di genio e di valore, come una icona dell’omosessualità non renda certamente un buon servizio agli omosessuali.

Per una corretta comprensione del testo, bisogna tenere presente che quando l’autore dice che alcuni nomi sono passati al giudice scritti su pezzi di carta, si riferisce al fatto che, data la particolarità dell’accusa, si intendeva mantenere una certa riservatezza evitando di diffondere nomi di persone citate dai testimoni ma non direttamente parte in causa.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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Lord Alfred telegrafa a Wilde di trattare bene Alfred Wood, un giovane commesso senza lavoro. Il commesso è invitato subito a cena in una stanza privata; Wood e Wilde si chiamano immediatamente Oscar e Alfred.[1] Poco dopo Wood dice al suo amico Oscar che le lettere di questo buon amico a lord Alfred sono state rubate. Si trovavano in una tasca di certi vestiti regalati da lord Alfred a Wood.

Wood (che ha assicurato di aver avuto rapporti sessuali con Wilde il giorno stesso del loro primo incontro, ha raccontato con dovizia di particolari gli incidenti della sua “seduzione”; ma quando si è scoperto che era un ricattatore di professione, il giurì[2] ha rigettato la sua testimonianza come troppo sospetta) ha espresso rincrescimento per essersi fatto rubare quelle lettere, e ha chiesto denaro per andarsene in America. Voleva sfuggire ai suoi associati.[3] Wilde gli diede il denaro e lo invitò a colazione.

Allan, il ladro delle lettere, andò a trovare Wilde. Ecco, stando allo stesso Wilde, quello che si dissero:

O.W. – Voi siete venuto a proposito della mia bella lettera a lord Alfred Douglas. Se voi non aveste avuto la stupidità di mandarne una copia a M. Beerbohm Tree (il famoso attore e direttore del teatro di Haymarket, dove si dava allora una commedia di Oscar Wilde: Una donna senza importanza), vi avrei pagato bene per avere l’originale, perché è un’opera d’arte.

ALLAN. – Questa lettera potrebbe avere una strana motivazione.

O.W. – L’arte è difficilmente comprensibile per le classi dei criminali.

ALLAN. – Mi hanno offerto 1500 franchi per questa lettera.

O.W. – Allora vendetela subito, ve lo consiglio. Non ho mai ricevuto tanto denaro per così poche righe della mia prosa, e mi fa piacere che per qualcuno in Inghilterra questa mia lettera valga 1500 franchi.

Wood partì per l’America, da dove tornò per testimoniare contro i suoi vecchi amici.

La storia della copia della lettera di Wilde mandata a M. Tree era ben nota a Londra nel mondo che si occupa di teatro. Si racconta che Wilde avesse firmato questa copia; e questa lettera aveva circolato, si racconta, in una certa cena.

Lord Queensberry volle rompere il rapporto di suo figlio con Wilde, e lettere terribili furono scritte da una parte e dall’altra. Il primo di Aprile 1894 il marchese scrisse a suo figlio: “Alfred, … dopo le vostre lettere isteriche e impertinenti, io mi rifiuto di riceverne altre. Se avete qualcosa da farmi sapere, venite voi stesso.” Si lamentava che suo figlio avesse dovuto abbandonare Oxford e non si stesse preparando per nessuna professione.
Rifiutava di dargli denaro. “La vostra infame intimità con quest’uomo, Wilde, deve cessare, altrimenti sarete diseredato… Non intendo analizzare la vostra intimità, e non faccio accuse, ma secondo me atteggiarsi è male tanto quanto essere quello che non voglio dire. Ieri vi ho visto dalla mia finestra con quest’uomo. Il mio sangue si è ghiacciato. Non ho visto mai in vita mia qualcosa che fosse comparabile a quello che ho visto sui vostri orribili volti! Vengo a sapere che sua moglie vuole divorziare per dei crimini contro natura… Se questo diventa uno scandalo pubblico, io avrei il diritto di fargli saltare il cervello…”

Il figlio telegrafa: “Che piccolo uomo stupido siete” Il padre risponde con minacce di correzione corporale e poi: “La vostra sola giustificazione può essere la follia. A Oxford vi si credeva un folle… Se vi trovo ancora con quest’uomo, farò uno scandalo che nemmeno ve lo potete immaginare. E vi diserederò. Sapete che cosa aspettarvi.”

A suo suocero, lord Qennsberry scrisse una lettera furiosa, accusando la sua prima moglie, il governo inglese, la regina, i suoi figli. Scrisse un’altra volta a lord Alfred: “Ho fatto molto bene ad incorrere nella vergogna piuttosto che mettere al mondo altri figli. Quando voi stavate nella vostra culla, ho pianto accanto a voi pensando a quello che avevo generato… Voi siete pazzo e io vi compiango. Non è affatto strano che voi siate diventato la preda di questo orribile bruto.”

Alla fine, lord Queensberry andò da Wilde per ordinargli di rompere con suo figlio. Non accusò il suo avversario se non di atteggiarsi ma con una severità tale che Wilde lo mise alla porta dopo avergli detto in presenza di un domestico quello che pensava d lui.

Lord Alfred scrisse allora a suo padre una cartolina: “dato che voi non aprite le mie lettere, sono costretto a scrivervi su una cartolina. Vi scrivo per farvi sapere che tratto le vostre ridicole minacce con un’indifferenza assoluta. Dopo il vostro comportamento presso O.W. … ho insistito per farmi vedere con lui nei ristoranti alla moda, continuerò ad andare dove mi pare e con chi mi pare. Sono maggiorenne e padrone di me stesso. Voi mi avete diseredato almeno una dozzina di volte. Non avete alcun diritto su di me, né morale né legale. Se O.W. vi denunciasse per diffamazione, sareste condannato a sette anni di lavori forzati. Malgrado tutto il mio disprezzo per voi, desidero evitare questa cosa a causa della famiglia, ma se cercherete di attaccarmi mi difenderò con un revolver carico che porto sempre con me; e se vi ammazzo o se vi ammazza lui, saremmo comunque noi dalla parte della ragione. Non credo che molta gente sentirebbe la vostra mancanza.”

A quell’epoca fu pubblicato un romanzo molto debole, Il garofano verde. Gli eroi erano Wilde e lord Douglas. In questo libro non c’erano né vigore maschile, né onesta indignazione, ma solo chiacchiere da giornali femminili. Questo libro fece comunque chiasso e arrivò alla quarta edizione. Me ne stupii mentre ero allora in campagna; ma di ritorno a Londra ho sentito questa storia ringhiare più minacciosa intorno a Wilde. Mi raccontarono da molte parti le minacce di lord Queensberry e la sfida di suo figlio e di Wilde.

Io li ho visti (lord Alfred e Wilde) allora, più di una volta, che cenavano insieme e mi ricordo il piccolo brivido col quale ci si domandava se il padre non stesse per arrivare con quella nuova canna di cui aveva parlato. Non andai alla prima de Il Marito ideale di Wilde, al teatro Haymarket, per non vedere il pubblico che credeva in vecchie sciocchezze e in pallide immoralità. Quando vidi la commedia, essa fu recepita piuttosto freddamente. Lord Alfred stava in uno dei palchi ai lati della scena. Wilde era partito per Algeri e aveva annunciato in un giornale (il Morning Post) che le lettere che gli fossero state mandate non gli sarebbero pervenute.

Ritornò nel bel mezzo delle repliche dell’altra sua commedia “L’importanza di essere serio o Ernest (c’è un gioco di parole) che si dovevano tenere al teatro Saint-James. Alla prima di questa commedia[4] regnò una certa emozione tra gli iniziati e le iniziate. Lord Queensberry aveva cercato invano di penetrare nel teatro, ma gli era stato impedito. Gli avevano rimandato indietro un biglietto. Un palco dove si trovavano dei suoi amici fu sorvegliato per tutta la serata; si temeva di vederlo alzarsi in piedi e gridare a Wilde quello che pensava di lui davanti al pubblico. Era stata quella la sua intenzione. Frustrato si vendicò all’inizio in modo illusorio. Lasciò per lui in teatro un ben bouquet di legumi.

In seguito il marchese fu ben consigliato. Se ne andò al circolo di Wilde e lasciò al portiere un biglietto per Wilde nel quale scrisse qualche parola accusandolo di atteggiamenti contro natura. Notate l’abilità. Non lo accusò di atti impossibili da provare ma di atteggiarsi come se ne fosse colpevole.

Qui bisogna fare ricorso alle congetture. Come osò Wilde intentare un processo, ben sapendo la quantità delle sue proprie imprudenze? Mi sembra che sia stato trascinato dall’odio di famiglia che stava per farlo tanto soffrire e penso che senza questo odio non si sarebbe messo in un rischio del genere.

L’emozione a Londra fu grande il giorno dell’arresto di lord Queensberry. Era il principio della fine? Chi sarebbe andato in prigione, il diffamatore o il diffamato? Il marchese ebbe subito la simpatia del pubblico. Si giustificava dicendo di voler salvare suo figlio e che aveva tutte le prove necessarie.

A Bow-Street, Wilde fece un ingresso trionfale, in un landò. I due cavalli portavano Wilde e la sua fortuna e lord Alfred, e il fratello maggiore lord Douglas di Hawick. Il magistrato non permise a lord Alfred di rimanere durante l’udienza e si rimase colpiti anche della severità e della freddezza dal magistrato verso Wilde. Il denunciante non si rendeva conto della gravità del momento. Lord Queensberry fu liberato su cauzione (12.500 franchi) e il processo cominciò il 3 aprile.

Ci si domandava con ansia se il processo ci sarebbe stato, e quando Wilde fece mettere sui giornali l’annuncio della sua partenza, in compagnia di lord Alfred Douglas, per una settimana a Monte Carlo, si facevano scommesse pro o contro il loro ritorno. Non rimasero assenti per lungo tempo. Si disse che furono male accolti laggiù.

Difficile o inutile descrivere l’interesse, la curiosità, l’inquietudine, la folla che si accalcava per assistere ai dibattiti. Tutte le paure e tutte le emozioni stavano per essere superate.

Il primo giorno Wilde apparve molto arrogante, molto sufficiente, stando ai resoconti, ma se si crede ad alcuni amici, poco a suo agio. Aveva conosciuto il 30 marzo (il processo cominciò il 3 aprile) tutto quello di cui stava per essere accusato e tutti i testimoni contro di lui; ma per il pubblico le sorprese furono colossali.

Il marchese sosteneva che le sue accuse erano vere e per il bene del pubblico.
Sir Edward Clarke (per Wilde) riassunse la brillante carriera dell’accusatore. Poi parlò della sua amicizia per lord Alfred Douglas[5] e lord Douglas di Hawick, e per lady Queensberry. Nel 1894 Wilde apprese che lo diffamavano in seguito al furto delle lettere dimenticate da lord Alfred negli abiti regalati a Wood.

Ecco una di quelle famose lettere: “Ragazzo mio beneamato (My own dear boy), il Vostro sonetto è completamente adorabile, ed è una cosa meravigliosa che queste labbra rosse del rosso delle rose siano adatte alla musica dei versi altrettanto bene che alla follia dei baci. La Vostra esile anima dorata oscilla tra la passione e la poesia. Io so che Giacinto, il folle amore di Apollo, eravate voi al tempo dei Greci. Andate ad immergerci le mani nel crepuscolo grigio delle cose gotiche e venite quando lo desiderate. È meraviglioso qui. Mancate solo Voi; ma andate prima a Salisbury. Sempre con un amore imperituro, vostro Oscar.”

Io condivido il parere di sir E. Clarke, il difensore di Wilde, circa questa lettera. Secondo me poteva essere l’espressione affettata di un sentimento ordinario.
Sir E. Clarke che non credeva necessario appesantirsi circa le accuse di atti immorali commessi da Wilde con molte persone. Senza dubbio si trattava di accuse fatte in fretta e che sarebbero state lasciare cadere. Preferiva venire invece alle accuse letterarie, all’indecenza di Dorian Gray e di una rivista, Il Camaleonte, in cui Wilde aveva pubblicato delle “Frasi per i giovani”.

Wilde dichiarò quarant’anni per lui e ventiquattro per lord Alfred. Lord Alfred era stato con lui a Oxford, Brighton, Worlhing, Cromer, Torquay, all’Hotel Savoy a Londra, ecc. Allora cominciò uno degli interrogatori più ridicoli che si conoscano sull’arte e la morale.

M. Carson, probabilmente non fece che il suo dovere professionale, ma Wilde si mostrò incapace di ragionare e di capire la situazione. Così, questa piccola rivista, Il Camaleonte, aveva pubblicato con le “Frasi” di Wilde una novella: “Il Prete e l’Accolito”. L’accolito veniva scoperto nel letto del prete e i due amanti si avvelenavano accanto all’altare per vendicarsi del mondo che non capiva un simile amore. Wilde aveva scritto al giovane editore per protestare contro questa novella, ma quando gli chiesero se avesse protestato contro la bestemmia, si ostinò a dire: “Perché era scritta male.” Continuò a dire come un pappagallo che non ci sono libri immorali, che ci sono solamente libri scritti male. Era ancora alla prefazione di Mademoiselle de Maupin. M. Carson usò allora tutta la sua abilità per trionfare sulle banalità. M. Carson capiva la messa in scena ancora meglio di Wilde, fece emergere che Dorian Gray si occupava di sodomia, fece divagare Wilde sull’arte greca e sui sonetti di Shakespeare, gli fece dichiarare che né lui né le sue opere erano per i borghesi e per gli illetterati, che lui scriveva solo per gli artisti, che solo gli artisti lo apprezzavano, che non aveva mai adorato un uomo più giovane di lui, perché era troppo noioso amare un uomo diverso da sé. M. Carson gli permise di infervorarsi. Wilde disse che la massa degli uomini non poteva capire l’effetto meraviglioso prodotto da un giovane uomo su un artista. Tutti gli artisti avevano percorso quella strada. La lettera a Alfred era la lettera di un poeta a un poeta.

Fece una vera e propria lezione di sentimentalismo, non capì affatto lo spirito del momento e di quello che stava per accadere. Si potevano degradare i sonetti di Shakespeare meno eroici fino all’affetto egoista di Wilde per lord Alfred, ma che rapporti avevano con le sue amicizie per gente disonesta e vile?

Negò l’influenza di un uomo su un ragazzo giovane. “Un uomo non corrompe un ragazzo” fu una delle sue colossali sciocchezze.

Fu letta un’altra lettera di Wilde a lord Alfred. Si è molto riso di questa lettera soprattutto nel mondo dei depravati, ma essa non mi fa l’effetto che fece sul pubblico. “Mio carissimo! La vostra lettera è stata per me vino bianco e rosso. Ma io sono triste e mi sento a disagio. Bosie (era questo il nomignolo di lord Alfred), non fatemi delle scene, perché mi uccidono, distruggono la bellezza della vita. Io vi vedo così greco e così grazioso, sfigurato dalla collera. Non posso vedere le vostre labbra rosate e ascoltarvi. Voi mi spaccate il cuore. Ho bisogno di vedervi. Voi siete la cosa divina che mi manca – la grazia e il genio – ma come vedervi? Devo venire a Salisbury? Ma ci sono molte difficoltà. Il mio conto qui all’albergo è di quarantacinque sterline a settimana, ho un salone che affaccia sul Tamigi. Ma voi, dove state voi, cuore mio, mio caro, mio meraviglioso ragazzo? Ho quasi paura di vivere, non ho denaro, non ho credito, un cuore di piombo. Sempre vostro Oscar.”

Non è forse, gli fu chiesto, una lettera straordinaria scritta da un uomo della vostra età a un giovane uomo come lui?

Tutto quello che scrivo, rispose Wilde, è straordinario. Io ho un affetto imperituro per lord Alfred.

Come è triste vedere l’affetto rivoltarsi contro coloro che si amano profondamente quando essi ignorano le regole della vita e si dirigono insieme verso l’inferno egoista. Queste lettere non sono ispirate da un sentimento di livello molto alto (nemmeno Verlaine in “Amour”, ma certo lontano dal Verlaine di “Parallèlement”) ma non contengono nulla di grossolano e poco di equivoco. Sono le labbra rosse che hanno tanto scioccato. Certo qualsiasi padre impossessandosi di queste lettere si sarebbe spaventato; provenendo da Wilde avrebbero provocato indignazione; ma è cosa buona non dare troppa importanza all’affettazione delle lettere delle persone che scrivono. I biglietti laconici di Wilde e dei suoi “galoppini dagli occhi di tribade” che si davano appuntamenti, sono ben altrimenti suggestivi delle lettere più straordinarie. Se uno ha letto poco o molto della corrispondenza dei poeti o dei romanzieri, si ricorda certamente di molte lettere innocenti, imprudenti e ardenti tra amici. Leggete per esempio i romanzi tedeschi da Jean-Paul fino a Sudermann. Essi usano le stesse parole per l’amore e per l’amicizia. In Titano di Jaen-Paul, per esempio, il cattivo ma appassionato Karl dice all’innocente e tenero Aldano: Rosenangesicht “volto di rose!” e si portano via le parole dalla labbra abbracciandosi. Uno degli eroi di Eswar, l’ultimo romanzo di Sudermann, chiama l’altro ragazzina, e comunque la persona più depravata non potrebbe trovare nulla di equivoco nello spirito di questi autori. E poi, quando si ama così per lettera e a parole, di norma ci si può solo rimproverare un po’ di esagerazione. Nel romanzo di Abel Hermant, Il Discepolo amato, la passione delle lettere di Jaen-Baptiste Merminod non è uguagliata che dalla sua purezza e dalla sua noia.

Se non si permette ai poeti (anche ai mediocri come Wilde) di esprimersi con enfasi e affettazione, come i sapienti e i filosofi, essi, chiamando gli uomini e le cose col loro nome, potranno forse sfuggire al rimprovero di brutalità e sconvenienza?

E M. Alfred Wood? Chiese M. Carson. Wilde confessò (poiché le sue risposte erano delle confessioni), quello che ho già raccontato, l’invito di lord Alfred Douglas, la cena in sala privata con Wood, il denaro che gli aveva dato, la loro familiarità, la storia delle lettere rubate, il ricatto, il pranzo di addio. Negò qualsiasi condotta sessuale impropria con Wood.

E Alfred Taylor? Chiese M. Carson. Wilde confessò di conoscerlo e di essere stato spesso a casa sua il pomeriggio. Incontrava lì molta gioventù, mai donne. L’anno precedente Taylor era stato arrestato in occasione di una retata di pederasti, e poi rilasciato. Tutto questo non aveva per nulla interrotto i rapporti di amicizia con Wilde al corrente dell’arresto e delle sue cause, che non ci aveva visto niente di losco.

Taylor è un uomo di 33 anni. È stato educato in uno dei primi collegi d’Inghilterra. A 21 anni aveva un patrimonio di più di un milione di franchi, ma ora non lo ha più. La polizia lo conosceva da lunga data. Suonava bene il piano. Era un amico di lord Alfred. Abitava in una stradina di Chelsea. Pagava per tre o quattro camere 75 franchi al mese. Cucinava da sé. Le sue stanze erano ammobiliate con cura e molto profumate e non ci entrava mai il sole. Le finestre non erano solo oscurate dai tendaggi di mussola, ma era impossibile vedere attraverso di esse. A casa sua sono state trovate una parrucca bionda, delle calze da donna, numerose spille (la sua camicia da notte era chiusa con una spilla) e molte paia di pantaloni con delle feritoie al posto delle tasche, strumenti di lavoro, abito professionale, evidentemente molto conosciuto. Io non ne avevo mai sentito parlare e non so se in Francia o in Germania se ne trovano presso tutti i pederasti di professione. A casa sua c’erano sempre giovani uomini dai 16 ai 30 anni, che si chiamavano con nomi dolci, Charlie caro, Jenny caro, ecc. e che condividevano con lui il suo unico letto qualche volta per una notte, qualche volta per tre settimane. Dopo il processo non ho più trovato nessuno che si sia arrischiato ad andare da Taylor, ma ho trovato molti che avevano sentito parlare di lui quando era ricco o che lo avevano anche incontrato al circolo, per esempio. Ma molto tempo dopo non andava più da nessuna parte, cosa che non significa che non uscisse mai e non avesse molte conoscenze.

E Alonzo Conway, il fratello del piccolo venditore di giornali si Worthing? Chiese M. Carson. E lo spietato si fece raccontare l’idillio di Worthing, di quando lord Alfed e Wilde fecero la conoscenza di Alonzo sulla spiaggia, la passeggiata in mare, i regali, il cappello con un nastro il cui colore era un errore, il viaggio di Wilde a Brighton con Alonzo vestito con abiti nuovi, la notte in albergo. No, dice Wilde, Alonzo non è un artista, non aveva un lavoro, ma era divertente. Wilde negò qualsiasi atto di immoralità.

E Sidney M., Gli chiese M, Carson, è vostro amico?

Sì.

Era destinato al caffè concerto?

Sì.

Sidney M. gli era stato presentato da Schwabe, figlio del colonnello Schwabe, un giovane uomo di 22 anni, che aveva anche fatto incontrare Wilde e Taylor. Wilde aveva dato a Sidney M. un portasigarette con una iscrizione. I portasigarette regalati da Wilde ad ogni giovane uomo, senza eccezione, hanno finito per diventare altrettanto comici delle battute del vecchio repertorio del Palazzo Reale. Sidney M. aveva cenato all’albergo di Wilde a Londra (questo giovane uomo viveva a Londra) e ci aveva poi passato la notte. Wilde e lui hanno negato qualsiasi atto di immoralità.

Conoscete Fred Atkins?

Sì.

Wilde aveva conosciuto Atkins attraverso Schwabe. Schwabe pregò Wilde di portare con sé Atkins a Parigi. Schwabe gli aveva promesso questo viaggio ed era costretto a ritardare un po’ la sua partenza. (Si era cominciato con lo scrivere il nome di Schawabe su dei pezzi di carta, ma il nome sfuggì dalla labbra di Atkins. Atkins è tanto mentitore quanto indiscreto. Ha raccontato di una cena che fece a Londra con Wilde e altre persone di mondo, durante la quale Wilde abbracciò tutti, anche il cameriere). Wilde confermò con piacere. Si hanno da lui dei dettagli di questo viaggio fantastico. Le indecenze delle deposizioni di Atkins aggiunsero poco alla inverosimiglianza della verità. Questo Atkins è una persona molto comune[6], rozzo, parla male, cantante comico e allibratore, ha vissuto per tre anni con un tale di nome Burton (un uomo di 50 anni che lo sfruttava). Hanno ricattato insieme almeno cinque signori (i cui nomi sono stati scritti su pezzi di carta) che erano coinvolti con Atkins; uno “conte o barone”[7] straniero (a Scarborough) che ha dovuto pagare 12.000 franchi, un ricco signore di Birmingham, un vecchio signore molto ricco e conosciuto in città, un signore che aveva trovato in Alabama[8], sue signori americani che lui e un amico accompagnarono in un hotel e chissà che altro. Lui e Burton ebbero anche delle avventure dello stesso genere a Monte Carlo. A Parigi Atkins fece una cena eccellente con Wilde, si fece arricciare i capelli, andò al Moulin-Rouge, a sentir lui, tornò in albergo e trovò Schwabe con Wilde. Wilde disse che Schwabe aveva una camera per conto suo. Atkins assicura anche che Wilde, quella stessa notte, volle entrare nel suo letto, ecc.. Si incontrarono di nuovo parecchie volte a Londra. Wilde lo trovava affascinante ma nega atti di immoralità.

E i due fratelli Parker, chiede M. Carson, li conoscete? Sapere che erano due domestici? Le domande diventano sempre più pesanti e inquietanti, le risposte sempre più compromettenti.

I fratelli Parker erano dei domestici a chiamata. William aveva vent’anni, Charlie diciannove. Si trovavano un pomeriggio al bar di un ristorante di Piccadilly con un tale chiamato Harrington di cui avevano fatto conoscenza in una pista di pattinaggio. Taylor si avvicina, parla loro di Wilde, del suo interesse per i ragazzi e della sua generosità. I Parker danno il loro indirizzo. William lo scrive su un pezzo di carta che viene presentato davanti al giudice.[9] Taylor organizzò una cenetta in una stanza riservata per Wilde e i fratelli Parker. Si possiedono i dettagli di questa cena, quasi il menù. Gli abat-jour erano a rose. Si bevve champagne, caffè, liquori. Taylor era seduto di fronte a Wilde, Wilde aveva un Parker da ogni lato. Si chiamarono subito Oscar e Charlie. “Amo la giovinezza, amo le persone giovani”, disse Wilde a M. Carson, e lord Queensberry, che durante le otto ore dell’interrogatorio di Wilde lo aveva guardato in faccia, in quel momento sorrise e guardò tutto intorno a sé per vedere anche la folla sorridere. “Non ho pregiudizi di classe”, disse Wilde. Negò comunque di aver dichiarato dopo cena: Charlie è il ragazzo “per me” e di averlo portato con sé al Savoy Hotel. Gli diede cinquanta franchi in attesa del portasigarette. Secondo Charlie, Wilde in albergo gli diede altro Champagne, poi si spogliarono completamente e si misero a letto. Charlie raccontò quello che avevano raccontato gli altri e quello che io ho già citato. Dopo tre o quattro ore si vestì, se ne andò e promise di ritornare la settimana successiva.[10] Charlie fu un capriccio pericoloso. Wilde non si nascondeva. Charlie veniva a trovarlo spesso più giorni di seguito. Andarono in un palco al Pavillon, andarono insieme al palazzo di cristallo. Una sera molto tardi, Wilde andò a trovare Charlie a casa sua. Wilde ha negato questo fatto e Charlie ha negato di essersi dato a Wilde quella sera in via eccezionale, ma si è avuta prova che l’indomani la padrona di casa ha congedato il suo affittuario Charlie perché una donna che abitava nella casa aveva visto Wilde e aveva concepito dei sospetti. Queste due donne hanno testimoniato. L’anno precedente Charlie Parker, al tempo di quella retata di pederasti, fu arrestato in compagnia di Taylor. E si anche distinto in un altro modo. Si portò a casa un signore una sera, e Wood (già nominato) e Cliburn minacciarono quel signore di denunciare i suoi atti delittuosi commessi con Charlie e gli spillarono 13.500 franchi. Charlie ricevette 750 franchi, che spese in due giorni. Circa nove mesi fa Wilde fermò la sua carrozza per dire a Charlie: “Sei sempre così carino.” È stata trovata una lettera di Charlie che si invitava a cena con “Oscar”.

I due Parker ebbero rapporti con Taylor, andarono spesso a letto con lui, e secondo loro lui tentò con loro l’atto sodomitico essenziale. Egli raccontò loro del suo matrimonio con Charlie Mason e il pranzo di nozze. Taylor era la moglie, ed era vestito di bianco. Charlie Parker, spaventato dal suo arresto al tempo della retata, assicura di essersi ritirato dagli affari; ruppe con i suoi amici e si fece soldato.
Wilde perse la testa completamente solo una volta, ma quella volta fece effetto.

Incalzato da M. Carson che gli chiedeva se avesse anche “baciato” un giovane domestico di lord Alfred, si lasciò coinvolgere fino a dire: “No, questo ragazzo era troppo brutto.” Per qualche minuto M. Carson insistette su quella bruttezza che non invitata a “baciarlo”; su questo grido del sesso. E i miei lettori sanno che cosa intendeva M. Carson con “baciare”.

Tralascio gli altri giovani uomini senza importanza per arrivare al denunciatore più serio, la sola vittima, il solo che non fosse un prostituto o uno che vivesse di risorse misteriose, il solo in ogni caso che non conosceva Taylor.

Si tratta di E. S.. Io non lo chiamo per nome per compassione. Era un giovane commesso presso l’editore di Wilde. Mi ricordo di averlo visto, magro e pallido, in un palco del proscenio con Wilde e altri, a una prima, l’indomani della serata in cui, secondo il racconto di E. S., lui stesso (lusingato, intossicato, impazzito) era svenuto sotto il bacio infame del poeta che ammirava più di tutti. A quella prima mi dissero il suo nome e la sua condizione. Vedendolo malaticcio, così mal nutrito, fui assalito dalla pietà. Io sapevo che i piccoli poeti che si facevano pubblicare da L. discutevano in modo completamente naturale, semplice e innocente con E. S.. Mentre lui rilegava i libri gli parlavano. Dicevano che fosse intelligente. E sono colpito dall’egoismo di Wilde, che lo metteva in pubblico, che lo comprometteva, probabilmente facendo girare la testa al giovane imprudente. Sapevo che Wilde aveva delle velleità di buon cuore, ma che non poteva che fare del male a un giovane uomo come E. S.. L’infelice E. S. testimoniò con grida di disperazione, con passione contro “quest’uomo”. Lo aveva ammirato oltre ogni misura. Wilde gli aveva regalato i suoi libri. E.S. gli scriveva delle lettere che esaltavano le opere del divino poeta e anche delle lettere sulla religione. Alla prima de “Il Ventaglio di Lady Windermere”, Wilde piazzò E. S. a fianco di un signore ben noto, ma che E. S. non conosceva, perché potessero discutere insieme.

Secondo E. S., Wilde lo invitò a cena, gli diede troppo da bere, poi quando arrivò la notte, lo portò nella sua camera da letto e lo sedusse. E. S. confessò di essere ritornato il giorno successivo. Ben presto si rise dell’ammirazione di E. S.. Perse il posto. Il padre lo cacciò di casa. Due anni dopo la sua seduzione (seduzione che anche dal punto di vista psicologico assomiglia a quella di Sébatsian Roch nel romanzo di Mirabeau) scrisse a Wilde per rompere con lui. Era stato rovinato, distrutto. Era malato, affamato, abbandonato. Bruciò le lettere che aveva ricevuto, fece a pezzi gli autografi e le dediche delle opere di Wilde. Divenne sempre più malato, forsennato, isterico. Ebbe dei problemi con suo padre e dopo la rottura pregò Wilde di venirgli in aiuto. A chi si poteva rivolgere se non al suo corruttore! Il povero ragazzo non aveva ancora provato tutti i dolori. Fu obbligato a testimoniare contro Wilde, a raccontare la sua follia di un tempo, a raccontarla una seconda volta, fu costretto ad essere torturato, interrogato, interpretato, associato, per molti giorni sotto la custodia della polizia, con i valletti prostituti, i ricattatori di professione, esseri vili, abietti. Gli è stata rimproverata la follia che egli aveva temuto durante la sua angoscia, la disperazione che lo aveva costretto a implorare Wilde. Anche se E. S. si era allucinato al punto da sognare questa scena di ubriachezza e di seduzione, Wilde ha agito male verso di lui. Non ha assunto su di sé la responsabilità del suo capriccio.[11] Ha fatto meno per E. S. che per i valletti.

A Londra, la sera del 5 Aprile ci si chiedeva che cosa sarebbe successo. Socialmente Wilde era finito. L’indomani mattina non comparve nemmeno. In mezzo ad una grande emozione sir E. Clarke si alzò in piedi e annunciò che Wilde desisteva dalla querela contro lord Queensberry. Era contro l’interesse pubblico, diceva sir E. Clarke, esaminare tutti questi testimoni, smuovere questa melma. Era dunque nell’interesse del pubblico che Oscar Wilde ritirava la sua querela.
Lord Queensberry ottenne il suo verdetto immediatamente: le sue accuse erano vere e lui aveva agito per il bene della nazione inglese. Ci si può immaginare l’entusiasmo dell’Inghilterra. Ci si aspettava di leggere che Wilde si fosse rifugiato all’estero la sera prima con lord Alfred Douglas. M. Russel mandò al pubblico ministero tutti i documenti che incriminavano Oscar Wilde e Alfred Taylor. Ma Wilde non deluse le aspettative del pubblico e la speranza di molte persone serie. Scrisse subito a un giornale che, non potendo accettare di lasciare lord Alfred Douglas testimoniare contro lord Queensberry, un figlio contro un padre, e malgrado il vivo desiderio di lord Alfred, si rassegnava a sopportare per il suo amico qualsiasi ignominia che ricadesse su di lui.

Poi lui, lord Alfred e lord Douglas di Hawick cenarono insieme. Perché Wilde non è partito? Le congetture diventano fantasiose.

Verso le sei di sera Wilde fu arrestato.
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[1] Nel “caso Wilde” il nome Alfredo o Fred ritorna in un modo che può sviare; Alfred Wood, Alfred Taylor, Fred Atkins, lord Alfred Douglas.

[2] Con quattro voti contro otto, se possiamo credere alla garanzia formale di un giornale abbastanza al corrente di questo. Come vedremo in seguito, questo non fu l’ultimo verdetto.

[3] Come disse più tardi, voleva allontanarsi da “Douglas, Wilde e da tutti gli altri”.

[4] Alla prima de Il Marito ideale, si era fatto apparire che l’autore fosse comparso solo dopo molta resistenza e non avesse l’aria di essere a suo agio. Lui aveva, stando all’aneddoto, ricevuto quel giorno delle lettere di minacce.

[5] Sembra che lord Alfred abbia fatto la conoscenza di Wilde solo suo malgrado e per l’insistenza della madre e di un amico. All’atto del loro primo incontro, lord Alfred si mostrò, come d’abitudine, molto silenzioso, e Oscar Wilde per farlo parlare, gli chiese che cosa stesse leggendo, il suo autore preferito. Lord Alfred rispose Daudet.

[6] Che ha avuto il massimo successo vicino ai pederasti del “miglior mondo”.

[7] Se dobbiamo credere a quelli che dicono di sapere, era un conte.

[8] Atkins conosceva questo signore di vista ma non aveva mai parlato con lui prima di quella serata. Sembra che sia stato sempre molto al corrente del patrimonio, del carattere e delle abitudini di quelli che intendeva ricattare.

[9] Per una disattenzione da fare drizzare i capelli Taylor aveva dimenticato in un appartamento che aveva lasciato in fretta una cappelliera piena di lettere, biglietti e indirizzi.

[10] Si sostiene che in occasione della indecisione del giurì, dieci ritennero Wilde colpevole con questo Parker.

[11] È utile poter studiare il disastro di una seduzione unisessuale, disastro e seduzione che gli unisessuali di solito negano. Questo è vero anche se si cerca di mettere in dubbio la veridicità di E. S.. Si dà per certo che dieci giurati hanno trovato Wilde colpevole con E. S..

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