KAVAFIS: L’AMORE OMOSESSUALE SENZA ANGOSCIA

Erano i primi giorni di Aprile del 1984, avevo letto sui giornali che a Palazzo Venezia era aperta una mostra su Kavafis, decisi di andare a vederla. Era una giornata piovosa di inizio primavera, entrai a Palazzo Venezia ma non vidi la folla tipica delle grandi occasioni. Davanti a me una coppia di mezza età, lui col classico paltò blu delle grandi occasioni e lei in pelliccia. Entrarono subito prima di me. Ci trovammo in tre nella prima sala, c’eravamo solo noi.

La mostra non era molto appariscente, vecchie foto, testi originali in greco moderno e poco altro. I due fecero un rapido giro della sala, evidentemente non sapevano chi fosse Kavafis. Dopo una decina di minuti se ne andarono e per qualche minuto rimasi completamente solo negli ambienti della mostra.

Poi entrò un ragazzo alto, dinoccolato, il classico ragazzo che passa le giornate a scavare nelle librerie (allora non esisteva internet), lui sapeva certamente chi era Kavafis. Cominciò a scorrere le vetrine leggendo tutte le didascalie.

Poi, dopo quasi venti minuti, entrarono due ragazzi, non un ragazzo e una ragazza, proprio due ragazzi, e anche loro cominciarono a leggere tutto. Ogni tanto commentavano tra loro ma voce bassissima.

Quei ragazzi erano i gay invisibili degli anni ’80, che si erano fatti coraggio per andare a vedere una mostra dedicata ad un uomo considerato un’icona del mondo gay. E, a quell’epoca, ben pochi ragazzi andavano in libreria a cercare le poesie di Kavafis.

Quanto a me, comprai il catalogo della mostra, che conservo ancora. La mostra del 1984 fu la spinta che mi portò a leggere tutte le poesie di Kavafis, che non avevo mai letto integralmente. Ricordo che ne rimasi stupito. Un poeta greco nato nel 1863 e che era vissuto ad Alessandria d’Egitto aveva scritto alcune tra le più belle poesie di argomento omosessuale che io avessi mai letto.

Molto è stato scritto su Kavafis, che è stato indubbiamente uno dei più grandi poeti del 900. Non voglio affrontare qui discorsi di letteratura sui quali mi sento del tutto impreparato. Mi limiterò a dire la mia, da gay, su Kavafis, che non si vergognò certo della sua omosessualità.

È vero che morì il giorno stesso del suo settantesimo compleanno, per una recidiva di un tumore alla gola, dopo aver ricevuto il giorno prima la comunione dal Patriarca ortodosso di Alessandria, ma la sua attività poetica, in pratica fino agli ultimi giorni della vita, non rinnegò mai il senso e direi il valore della sua omosessualità.

L’attività poetica di Kavafis comincia a quarant’anni e si estende per un trentennio, nella sua poesia l’omosessualità ha una dimensione classica, serena, non turbata da conflitti di coscienza. Sembra talvolta, e non solo per certe ambientazioni, di avere a che fare con un autore dell’Antologia Palatina, e quando si leggono poesie ambientate negli ultimi anni dell’Ottocento o nei primi decenni del Novecento si ha l’impressione che quei tempi non siano poi così lontani e che forse siano stati anche migliori dei nostri. Kavafis è un greco e ha tutti i caratteri della classicità, compreso il paganesimo. Per Kavafis, il desiderio deve essere realizzato per non rimanere pura potenzialità.

(Le citazioni sono tratte dal volume “Costantino Kavafis – Poesie”, a cura di Filippo Maria Pontani, Mondadori 1961)

BRAME
Corpi belli di morti, che vecchiezza non colse:
li chiusero, con lacrime, in mausolei preziosi,
con gelsomini ai piedi e al capo rose.
Tali sono le brame che trascorsero
inadempiute,
senza voluttuose
notti, senza mattini luminosi.

I vecchi che hanno sempre rinviato le scelte di fondo della vita non sono stati saggi ma sono stati ingannati dalla Saggezza e finiscono per immalinconirsi meditando sulle occasioni perdute, un autentico scherno al loro senno demente.

UN VECCHIO
Interno di caffè. Frastuono. A un tavolino
siede appartato un vecchio. È tutto chino,
con un giornale avanti a sé, nessuna compagnia.

E pensa, nella triste vecchiezza avvilita,
a quanto poco egli godé la vita
quando aveva bellezza, facondia, e vigoria.

Sa ch’è invecchiato molto: lo sente, lo vede.
Ma il tempo ch’era giovane lo crede
quasi ieri. Che spazio breve, che spazio breve.

Riflette. A come la Saggezza l’ha beffato.
Se n’era in tutto (che pazzia!) fidato:
“Domani. Hai tento tempo” – la bugiarda diceva.

Gioie sacrificate… ogni slancio represso…
Ricorda. Ogni occasione persa, adesso
suona come uno scherno al tuo senno demente.

Fra tante riflessioni, in tutta quella pioggia
di memorie, è stordito il vecchio. Appoggia
il capo al tavolino del caffè… s’addormenta.

È necessario fare le proprie scelte al tempo giusto, e farle con la consapevolezza che di ogni rifiuto, per quanto nobile possa sembrarci oggi, ci si potrà pentire in futuro, anche amaramente.

CHE FECE… IL GRAN RIFIUTO
Arriva per taluni un giorno, un’ora
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No. Subito appare chi
ha pronto il Sì: lo dice e sale ancora

Nella propria certezza e nella stima.
Chi negò non si pente. Ancora No,
se richiesto, direbbe. Eppure il No,
il giusto No, per sempre lo rovina.

Da vecchi, non si deve essere saggi né desiderare o temere la morte ma; se non si è fatta in gioventù una scelta di rinuncia, si può ricordare la propria gioventù con le sue emozioni e i suoi piaceri, primo dei quali è il sesso vissuto senza angosce.

TORNA
Torna sovente e prendimi,
palpito amato, allora torna e prendimi,
che si ridesta viva la memoria
del corpo, e antiche brame trascorrono nel sangue,
allora che le lebbra ricordano, e le carni,
e nelle mani un senso tattile si raccende.

Torna sovente e prendimi, la notte,
allora che le labbra ricordano, e le carni…

Kavafis si fa un vanto di non avere rinunciato alla propria voluttà e di avere vissuto intensamente la propria giovinezza.

ANDAI
Non conobbi legami. Allo sbaraglio, andai.
A godimenti ora reali e ora
turbinanti nell’anima,
andai, dentro la notte illuminata.
M’abbeverai dei più gagliardi vini,
quali bevono i prodi del piacere.

I primi elementi della fascinazione fisica, un lampo di occhi azzurri e il ricordo di una pelle di gelsomino, rimontano per il poeta ai tempi della prima adolescenza.

LONTANO
Dire vorrei questo ricordo… Ma
s’è così spento… quasi nulla resta:
lontano, ai primi anni d’adolescenza, posa.

Pelle di gelsomino…
e la sera d’agosto (agosto fu?)…
Ormai ricordo appena gli occhi: azzurri, forse…
Oh, azzurri, sì! come zaffiro azzurri.

Anche nell’ispirazione classica, la bellezza resta un valore fondamentale. La morte, e in particolare la morte dei giovani, è vista senza angoscia, anche se la morte si porta via la bellezza di quei ragazzi.

TOMBA D’EURIONE
In questo monumento (una preziosa
opera, tutta marmo sienita)
di viole e di gigli ricoperto,
Eurione, il giovane bello, riposa.
Alessandrino, venticinque anni. Veniva, il padre,
da un’antica prosapia macedone, la madre
da una famiglia d’alabarchi. Ebbe cultura:
discepolo di Aristoclìto in filosofia,
e di Paro in retorica, studi Sacra Scrittura
a Tebe. Scrisse un’opera sul nomo Arsinoita
questa di lui ci resterà di certo.
Ma la cosa più rara è sparita:
la sua bellezza, un’apollinea epifania.

L’immagine di un bel ragazzo, fosse anche intravista di sfuggita, fosse anche breve come un lampo, produce in Kavafis un’emozione, un attimo di estasi.

SULLA SOGLIA DEL CAFFE’
Accanto, dissero qualcosa: attento
mi rivolsi alla soglia del caffè.
E vidi, allora, lo stupendo corpo,
dove di sé faceva maggior prova Amore:
vi plasmava gioioso acconce membra,
innalzava, scolpita, la persona,
con emozione vi plasmava il viso,
del suo tatto lasciando come un arcano senso
sula fronte, sugli occhi, sulla bocca.

Non serve a nulla fare buoni propositi per cercare di cambiar vita, la sessualità non è una scelta e ad essa non si può volontariamente rinunciare.

GIURA
Ad ogni poco giura di cominciare una vita migliore.
Ma quando viene, coi consigli suoi, la notte,
e coi suoi compromessi e le lusinghe,
ma quando viene, con la sua forza, la notte
(il corpo anela e cerca), a quell’eguale
fatale gioia, ancora perso, va.

Perfino i luoghi più volgari e sordidi s’illuminano dei una luce di bellezza se sono stati la scena di un rapporto amoroso, ma anche il semplice sesso, vissuto nella sua passionalità, è in fondo amore.

UNA NOTTE
Era volgare e squallida la stanza,
nascosta sull’equivoca taverna.
Dalla finestra si scorgeva il vicolo,
angusto e lercio. Di là sotto voci
salivano, frastuono d’operai
che giocavano a carte: erano allegri.

E là, sul vile, miserabile giaciglio,
ebbi il corpo d’amore, ebbi la bocca
voluttuosa, la rosata bocca
di tale ebbrezza, ch’io mi sento ancora,
mentre che scrivo (dopo sì gran tempo!),
nella casa solinga inebriare.

Il volto di un ragazzo che va bighellonando per via è per Kavafis un’immagine ipnotica di voluttà.

NELLA VIA
Il simpatico viso, un poco pallido.
Gli occhi castani sono come pésti.
Venticinque anni; ma ne mostra venti.
Ha nel vestire un non so che d’artistico – il colore,
forse, della cravatta, la foggia del colletto –
e vaga alla ventura nella vita,
ancora nell’ipnotico sonno di voluttà,
molto vietata voluttà goduta.

Con l’andare dell’età, il ricordo dell’erotismo non deve andare perduto ma deve essere conservato e coltivato perché è un valore:

QUANDO SI DESTANO
Di conservarle sfròzati, poeta,
anche se poche sono che s’arrestano,
le tue visioni erotiche.
Semicelate inducile nei versi.
Di possederle sfòrzati, poeta,
quando dentro la tua mente si destano,
la notte, o nell’avvampo del meriggio.

Basta un colore a risvegliare il tenero ricordo di un ragazzo amato per un mese e poi partito per lavoro. Un lampo del passato che non si spegne.

GRIGIO
Rimirando un opale a metà grigio,
mi risovvengo d’occhi belli e grigi
ch’io vidi (forse vent’anni fa)…
. . . . .
Pe un mese ci amammo.
Poi sparì, credo a Smirne,
a lavorare. E poi non ci vedemmo più.

Si saranno guastati gli occhi grigi
– Se vive – e il suo bel viso.
Serbali tu com’erano, memoria.
E più che puoi, memoria, di quell’amore mio
Recami ancora, più che puoi, stasera.

Il ricordo di un eros giovanile vissuto con trasporto, anche di quelli apparentemente destinati a non durare, ha qualcosa di eterno, di durevole, di nobile: è amore senza angoscia. Nell’abbandonarsi senza remore alla sensualità c’è qualcosa di sconvolgente che ancora a distanza di anni agita la mente.

DI SERA
Certo, durare non poteva a lungo. 
L’esperienza degli anni è maestra. Ma brusco,
troppo brusco l’arresto della Sorte.
Era la bella vita così corta!
Eppure, come forti gli aromi, e prodigioso
Il letto ove giacemmo, e a qual piacere 
cedemmo i nostri corpi.

Un’eco di giornate di piacere,
un’eco di giornate m’ha raggiunto,
la favilla di un rogo che ci riarse giovani.
Ho ripreso la lettera tra mano.
Ho letto, ancora, ancora. Sin che morì la luce.

Ed uscii sul balcone, malinconicamente,
per mutare pensieri,
mirando un po’ della città diletta, un poco
di moto della strada e dei negozi.

Gli amori molteplici e furtivi della giovinezza hanno nutrito gli occhi di immagini di bellezza, immagini che non si perdono.

COSI’ FISO MIRAI
La beltà così fiso mirai
che la vista n’è colma.

Linee del corpo. Labbra rosse. Voluttuose membra.
Capelli da un ellenico simulacro spiccati
e tutti belli, pur sì scarmigliati,
cadono appena sulla fronte bianca.
Volti d’amore, come li voleva
Il mio canto… incontrati nelle notti
Di giovinezza, nelle mie notti, ascosamente…

Avere incontrato per una volta gli occhi di un ragazzo, in gioventù, fa sorgere nel vecchio la malinconia di non trovarli più.

GIORNI DEL 1903
Non li ho trovati più – così presto perduti –
i poetici occhi, quel pallido
viso… nell’annottare della vita…

Non li ho trovati più – conquistati così,
per sorte, e li lasciai sì facilmente andare.
Poi li bramai con una febbre. Gli occhi
poetici, e quel viso pallido, e quelle labbra.
Non li ho trovati più.

Perfino l’incontro di due ragazzi che si scambiano uno sguardo davanti a una vetrina e poi se ne vanno via insieme è per Kavafis occasione di poesia, perché è in fondo una piccola storia d’amore.

LA VETRINA DEL TABACCAIO
Accanto alla vetrina tutta luce
del tabaccaio, stavano, tra molti.
Gli sguardi s’incontrarono, per sorte:
dissero la vietata bramosia della carne,
timidamente, dubitosamente.
Sul marciapiede, pochi passi d’ansia –
Sin che sorrisero, lieve accennarono…

Ed ecco, ormai, nella carrozza chiusa,
il sensuoso tatto delle membra, congiunte
mani, congiunte labbra.

Kavafis è fiero di aver vissuto una voluttà voluta e di aver profumato di gioia un mondo che naviga nell’abitudine.

VOLUTTA’
Di gioie mi profuma la vita la memoria
dell’ore che fu mia la voluttà che volli.
E di gioia profuma la vita mia lo schifo
d’ogni abitudinaria voluttà.

Il poeta ha vissuto una giovinezza felice perché ha vissuto amori ricambiati, ha visto negli occhi dei ragazzi il desiderio ardente.

RAMMENTA, CORPO…
Corpo, rammenta, e non soltanto come
amato fosti, i letti ove giacesti.
Ma quelle brame che riscintillavano
chiare, per te negli occhi,
nella voce tremavano – e furono vane per sorte.
Ora che tuto affonda nel passato,
pare che a quelle brame tu ti sia
abbandonato… come scintillavano
negli occhi fisi su di te, rammenta,
e nella voce come tremavano per te, rammenta, corpo.

Alessandrinamente, in una poesia che ha il sapore dell’Antologia Palatina, Kavafis parla a Marco del suo amato Lanis, che è morto ma è ancora vicino al suo compagno, e gli ricorda che Lanis non volle essere ritratto in alcuna posa, ma volle essere se stesso anche nel ritratto.

TOMBA DI LANIS
Marco, il giovane Lanis che amasti non è qui,
nella tomba ove rechi lacrime e a lungo sosti.
Il giovane che amasti l’hai più vicino a te
quando in casa ti chiudi e il suo ritratto miri,
quello che un poco serba di lui quant’ebbe pregio,
quello che un poco serba di lui quanto tu amavi.

Ricordi, Marco? Un giorno da casa del proconsole
tu conducesti il celebre pittore di Cirene:
e con quanta sottile abilità d’artista,
come vide l’amico tuo, voleva convincervi
che doveva dipingerlo proprio come Giacinto
(sarebbe divento più noto il suo ritratto).

Ma il tuo Lanis non dava a prestito così
la sua beltà. S’oppose risoluto, e gli disse
di non ritrarre punto né Giacinto Né altri,
ma il figlio di Ramètico, Lanis, alessandrino.

Il poeta è felice della sua giovinezza scioperata, ed è per questo che i suoi tentativi di vincersi e mutare modo di vivere sono stati tutti di breve periodo.

COMPRENSIONE
Anni di giovinezza, vita di voluttà…
Come ne scorgo chiaramente il senso.

Quanti rimorsi inutili, superflui…

Ma il senso mi sfuggiva, allora.

Nella mia giovinezza scioperata
Si formavano intenti di poesia,
si profilava l’àmbito dell’arte.

Perciò così precari i miei rimorsi!
E gli impegni di vincermi e mutare,
che duravano, al più, due settimane.

Kavafis descrive magistralmente l’ansia del contatto fisico e la sua realizzazione tra due ragazzi, persi nell’ombra di una taverna, il momento in cui si abbandona ogni cautela e i desideri della carne hanno libero sfogo. Il ricordo di quei momenti torna alla mente molti anni dopo per rimanere, per alimentare la memoria di una giovinezza libera e sfrenata.

PER RIMANERE
Forse l’una di notte,
l’una e mezza.

Un cantuccio di taverna
Di là del legno di tramezzo.
Nel locale deserto noi due, soli
Lo rischiarava appena la lampada a petrolio.
E, stranito dal sonno, il cameriere, sulla porta, dormiva.

Nessun occhio su noi. Ma sì riarsi
Già ci aveva la brama,
che divenimmo ignari di cautele.

A mezzo si dischiusero le vesti,
scarse (luglio flagrava).

O fruire di carni
fra semiaperte vesti, celere
denudare di carni… il tuo fantasma
ventisei anni ha valicato. E giunge,
ora, per rimanere, in questi versi.

Il ricordo dei caldi pomeriggi passati a far l’amore si ravviva anche solo alla vista dei luoghi ove gli incontri d’amore avvenivano, non senza una nota di malinconia per una separazione che doveva durare una settimana e invece è durata per tutta la vita.

IL SOLE DEL POMERIGGIO
Questa camera, come la conosco!
Questa e l’altra, contigua, sono affittate, adesso,
a uffici commerciali. Tutta la casa, uffici
di sensali e mercanti, e Società.

Oh, quanto è familiare. Questa camera!

Qui, vicino alla porta,
c’era il divano: un tappeto turco davanti,
e accanto lo scaffale con due vasi gialli.
A destra… no, di fronte… un grande armadio a specchio.
In mezzo il tavolo dove si scriveva;
e le tre grandi seggiole di paglia.
Di fianco alla finestra c’era il letto,
dove ci siamo tante volte amati.

Poveri oggetti, ci saranno ancora, chissà dove!

Di fianco alla finestra c’era i letto.
E lo lambiva il sole del pomeriggio fino alla metà.

… Pomeriggio, le quattro: c’eravamo separati
per una settimana… Ahimè,
la settimana è divenuta eterna.

Diventa oggetto di poesia perfino il rapido distacco di due amanti che si allontanano furtivi uno alla volta dal luogo che ha visto i loro amori.

L’ORIGINE
Ormai la loro voluttà vietata
è consumata. S’alzano, si vestono
frettolosi e non parlano.
Sgusciano via furtivi, separati. Camminano
Per via con una vaga inquietudine, quasi
Sospettino che in loro un non so che tradisca
Su che sorta di letto giacquero poco fa.

Ma dell’artista come s’arricchisce la vita!
Domani, doman l’altro, o fra anni, saranno
Scritti i versi gagliardi ch’ebbero qui l’origine.

Anche in antico, un bel giovane scriveva versi licenziosi e li faceva circolare alla macchia perché non finissero nelle mani di quelli che parlano sempre di dovere.

TEATRO DI SIDONE 
400 d.C.
Figlio d’un ragguardevole cittadino, fo vita
di teatro. Bel giovane variamente piacevole,
mi diletto di comporre talora, in lingua greca,
versi assai temerari. Li faccio circolare
alla macchia, s’intende. Gran Dio! Che non li vedano
quelli che in vesti nere cianciano di dovere.
Versi della squisita sensualità, che piega
verso gli amori sterili che la gente rinnega.

Talvolta, peraltro raramente, Kavafis descrive la disperazione dell’amante che si è fatto prendere dagli scrupoli morali e ha allontanato il suo amato e capisce troppo tardi di aver perso la sua felicità.

DISPERAZIONE
L’ha perso. Ed ecco che non fa che ricercare
In altre labbra, se gli riesca trovare
quelle labbra d’amore. In ogni amplesso nuovo
non fa che ricercare. Si vorrebbe ingannare
che il giovinetto è sempre quello, che a lui si dà.

L’ha perso. Come se non fosse mai neppure
esistito. Voleva – così disse – scampare
al marchio d’un morboso piacere, alle sue tare,
al marchio vergognoso di quelle voglie amare.
Era – diceva – ancora a tempo per scampare.

L’ha perso. Come se non fosse ai neppure
Esistito. Illudendosi, fantasticando, vuole
In altre labbra giovani quelle labbra trovare:
cerca di ridestare in sé l’antico amore. 

Una delle poesie più note di Kavafis rappresenta una coppia omosessuale separata dalle circostanze. Ciascuno serberà integro dell’altro il ricordo del ben ragazzo di 24 anni.

PRIMA CHE LI MUTASSE IL TEMPO
Molto s’addolorarono nella separazione.
Non la vollero mai. Le circostanze, furono.
Uno di loro un giorno fu costretto ad andare
Via , per necessità – Nuova York, Canadà.
Il loro amore, certo, non era più lo stesso:
affievolito ormai il loro slancio, a gradi,
affievolito ormai il loro slancio, assai. 
Ma la separazione non la vollero mai.
Le circostanze, furono. O forse si mostrò
Artista la Fortuna, separandoli prima 
Che si spegnesse amore, che li mutasse il Tempo.
E l’uno resterà per l’altro il bel ragazzo
Ventiquattrenne: gli anni non passeranno mai. 

L’eros vissuto senza angoscia è la via per liberarsi dall’oppressione del lavoro e degli obblighi quotidiani, ha un valore di per sé, non ha altro fine che la propria realizzazione in un guizzo di giovinezza.

OPPRESSIVO PAESE
Oppressivo paese dove lavora. Fa
L’impiegato in un grande magazzino.
Giovanissimo. Attende
Due mesi o tre,
due mesi o tre perché il lavoro cali,
per correre in città, tuffarsi subito
nel movimento, nel divertimento.
Oppressivo paese dove attende.
È piombato sul letto, stasera, preso d’amore. E tutta
arde la giovinezza nelle carnali brame,
nella tensione bella la bella giovinezza.
Poi, nel sonno, s’accosta la voluttà: nel sonno
vede e gode la forma, la sospirata carne…

L’eros è così forte che spinge un ragazzo venticinquenne a ricercare dove sia finito il suo compagno, conosciuto casualmente. Lo attende per ore, per giorni, chiede di lui, rischia quasi di lasciarsi coinvolgere in uno scandalo, perché ancora vuole congiungersi con lui, perché il ricordo di quei baci è ancora vivo.

L’ANNO 25° DELLA SUA VITA
Sempre ritorna alla taverna, dove
si conobbero, circa un mese fa. 
Ha chiesto: nulla hanno saputo dirgli.
Dalle parole, ha inteso d’essersi imbattuto
In un soggetto ignoto, uno dei tanti
Volti d’efebi, equivoci
E ignoti, che passavano di là.
Pure, sempre ritorna, la notte, alla taverna.
Fissa immoto la soglia:
fino a stremare l’occhio fissa la soglia. Forse
verrà. Forse entrerà, stasera.

Sempre così: quasi tre settimane.
La mente s’è ammalata di lussuria.
Ancora stanno sulla bocca i baci.
Si macera nel diuturno desiderio la carne.
Il tatto di quel corpo è su di lui.
Vuole ancora congiungersi con lui.

Di non tradirsi cerca, s’intende.
Ma quali incurante, talora.
Il rischio lo conosce,
l’ha scontato. Chissà che quella vita
non lo porti a uno scandalo fatale.

La passione è senza tempo e così, secoli fa, un ragazzo va girando tra le taverne di Berito perché il bellissimo Tamide lo ha lasciato per andarsene con uno ricco che gli ha promesso una villa sul Nilo e un palazzo in città. Ma la consolazione del ragazzo abbandonato sta nel fatto che Tamide era stato con lui per due anni senza ville sul Nilo e senza palazzi in città.

IN MEZZO ALLE TAVERNE
In mezzo alla taverne e ai bordelli di Bèrito
mi vado rotolando. Non volevo restare
ad Alessandria, io. Tamide m’ha lasciato:
se n’è andato col figlio del prefetto, per prendersi
una villa sul Nilo, un palazzo in città.
Non potevo restare ad Alessandria, io.
In mezzo alle taverne e ai bordelli di Bèrito
Mi vado rotolando. In una vile crapula
Vivo, come che sia. Una cosa mi salva,
come beltà durevole, come aroma superstite
sulle mia carni; ed è che fu mio, per due anni,
Tamide, il giovinetto più splendido, fu mio,
e non per una casa o una villa sul Nilo.

Ci sono dei ragazzi che anche a ventinove anni hanno mantenuto, in alcuni momenti almeno, gli atteggiamenti degli adolescenti.

GIORNI DEL 1901
Questo c’era di singolare in lui:
in mezzo a tutta la dissolutezza
e alla copiosa pratica d’amore,
e sebbene il contegno in consueta
armonia con l’età si componesse,
c’erano istanti –certo, estremamente
rari – che dava il senso
di quasi intatte carni.

Dei suoi ventinove anni la bellezza,
tanto provata dalla voluttà,
stranamente evocava, per attimi, un efebo
che, un po’ goffo, all’amore
la prima volta il casto corpo cede.

In una delle sue più belle poesie, Kavafis crea un clima di attesa che lascia il lettore in sospeso e lo induce a pensare che la visione positiva dell’amore sessuale, tipica di Kavafis, si sia appannata, ma poi, improvvisamente, le cose cambiano e due ragazzi trovano l’entusiasmo di stare insieme e di vivere insieme il loro eros senza altri pensieri.

DUE GIOVANI FRA I 23 E I 24 ANNI
Fin dalle dieci e mezza stava nel caffè.
L’aspettava: fra poco, certo sarebbe entrato…
Mezzanotte: aspettava ancora. L’una
E mezza: s’era vuotato 
il caffè, quasi tutto.
E si stancò di leggere i giornali
Macchinalmente. Dei tre miseri scellini
Ne restò uno: in tutta quell’attesa
Spese gli altri in liquori e caffè.
E fumò tutte le sue sigarette.
Lo stremava l’attesa tanto lunga. Da solo,
così, per ore e ore…
lo presero le riflessioni amare
della vita sviata.

Ma, come vide entrare l’amico suo, d’un tratto
stanchezza, crucci, riflessioni dileguarono.

Recò, l’amico, una notizia inaspettata: aveva
vinto sessanta lire nella bisca.

Ed ecco, i loro visi belli, le giovinezze
squisite, il loro sensuoso amore
s’avvivano, s’accendono, s’esaltano
con le sessanta lire della bisca.

E, tutti gioia forza, sentimento e beltà,
andarono – non già alle loro onorate
case (non li volevano, del resto, più): in un luogo
che sapevano loro, e molto riservato,
di malaffare. Andarono, e chiesero una camera,
e bevande costose, e bevvero, di nuovo.
Finite le bevande costose – erano prossime
Ormai le quattro –
nell’amore s’immersero felici.

Lo scontro di Kavafis con la morale comune non potrebbe essere più radicale: un ragazzo che agli occhi della gente appare un sfaccendato che non ha mai concluso nulla, appare a Kavafis portatore di una sua moralità, quella della voluttà vissuta liberamente, al di là del giudizio della gente. In questo ragazzo c’è un’assoluta naturalità.

GIORNI DEL 1896
Si sdegnò del tutto. Una tendenza erotica
anche troppo vietata, anche troppo spregiata
(insita tuttavia), ne fu cagione vera.
Puritana e severa era la società.
Perse gradatamente tutti gli esigui averi,
e anche il posto, in seguito, e la riputazione.
S’avvicinava ai trenta. Nessuna attività
Per un anno di seguito (confessabile almeno).
A sbarcare il lunario ci riusciva, talora,
con qualche senseria considerata infame.
Si rischiava d’esporre parecchio il proprio nome,
mostrandosi sovente con un soggetto simile.

Eppure, non è tutto, non è giusto. Più ancora
Giova fare parola, qui, della sua bellezza.
Se si guardi in un’altra prospettiva, egli allora
apparrà simpatico: creatura schietta, autentica
d’amore apparirà: quasi inconscio, di là
dalla riputazione e dall’onore, pose
della sua pura carne la pura voluttà.

Ma la riputazione? Puritana e severa
era la società. E commentava, a vanvera.

Kavafis ravvisa il disagio non nel giudizio della gente ma nell’amore non corrisposto, o meglio accettato per concessione e senza passione. L’amore non reciproco è la vera sofferenza.

GIOVANE DELL’ARTE DELLA PAROLA NEL SUO 24° ANNO
Anima, e ora come puoi lavora.
Un godimento mutilo lo macera.
Condizione snervante.
Ogni giorno l’amato viso bacia,
e le sue mani sono là, sulle squisite membra.
Mai, nella vita, amò con tanto forte
febbre. Eppure gli manca la pienezza
dell’amore; gli manca la pienezza 
che mutua brama e pari ardore esige.

(Cedimento ineguale a qual piacere anomalo.
Uno soltanto né passiva preda).

Se macera, snervato.
Disoccupato, inoltre: e anche questo fa molto.
Certe piccole somme
Ottiene a stento in prestito
(talora quasi mèndica). Vivacchia.
Bacia le lebbra adorate: sul corpo
Eccelso, che si limita (l’avverte) a consentire,
di voluttà di pasce.
E beve, e fuma. Beve e fuma.
E tutto il giorno si trascina nei caffè:
accorato trascina lo struggimento della sua beltà. –
Anima, e ora come puoi lavora.

Anche la prostituzione ha una sua dignità, specialmente quando è praticata per avere quelle piccole cose che altri possono avere facilmente. Prostituirsi è una colpa per i ricchi, ma solo per loro.

GIORNI DEL 1909, ’10 e ‘11
D’un marinaio d’un’isola egea,
povero, miserabile, era figlio.
Lavorava da un fabbro. Si vestiva
Male; pietose, rotte, le scarpe da lavoro.
Le mani sporche di ruggine e d’olio.

A sera, quando – chiusa l’officina –
L’assaliva una voglia peregrina
D’una cravatta fina,
d’una cravatta per la festa, o se in vetrina
aveva visto, e tanto l’invaghiva,
una bella camicia azzurrina,
il corpo per un tallero o due prostituiva.

Io mi domando se nei tempi antichi
La gloriosa Alessandria ebbe più sopraffina
Bellezza, più perfetto ragazzo. Andò sciupato:
certo, di lui non fecero né statua né pittura.
Rimase in quella squallida bottega, confinato:
e molto presto la fatica dura
e la crapula grama lo trassero a rovina.

In una poesia più complessa, il tema della prostituzione si incontra con quello della morte e del permanere dell’amore vero oltre la prostituzione e oltre la morte.

CANDIDI FIORI E BELLI, STAVANO COSI’ BENE 
È tornato al caffè dove andava, con lui.
Qui, l’amico gli disse, proprio tre mesi fa:
“Non abbiamo un centesimo. Due poveri ragazzi
Siamo – precipitati in infimi locali.
Io te lo dico chiaro: con te non vado più
Avanti. Vuoi saperlo? C’è un altro che mi vuole”.

Due vestiti gli aveva promesso, l’altro, e certi 
Fazzoletti di seta. Per riprenderselo, fece
Fuoco e fiamme: trovò venti lire: L’amico
Di nuovo andò da lui, per quelle venti lire.
E, inoltre, per la loro vecchia amicizia, il loro
Antico amore, il loro sentimento profondo.
Era un bugiardo, “l’altro”: una vera canaglia:
gli aveva fatto solo un vestito, anche quello
contro voglia, per forza, dopo mille preghiere.

Ormai non vuole più nulla, proprio più nulla.
Non vuole più i vestiti, non vuole i fazzoletti
Di seta, né le venti lire, né venti soldi.

Domenica, alle dieci l’hanno sepolto. È già
Quasi una settimana. Domenica alle dieci.

Nella misera casa ha messo pochi fiori;
candidi fiori e belli, stavano così bene
a quei suoi ventidue anni, alla sua beltà.

Stasera (s’è trattato d’un lavoretto, d’una
Necessità del pane) è tornato al caffè
Dove andava con lui. Che coltellata al cuore,
quell’oscuro caffè dove andava, con lui.

Forse più delle nottate d’amore restano impressi nella memoria i momenti di fortissima emozione di un amore nascente, i tempi in cui tra mille esitazioni le mani si toccano in una promessa d’amore.

E S’INFORMAVA DELLA QUALITA’
Aveva , in quell’ufficio,
un posto trascurabile, pagato male
(circa otto lire al mese; con gl’incerti).
Uscì, finito quel lavoro squallido
Che lo teneva tutto il giorno chino.
Uscì: le sette. Camminava, adagio,
bighellonava per la strada. – Bello,
e interessante: egli appariva giunto
alla resa dei sensi più matura.
Ventinove anni aveva finito il mese prima.

Bighellonava per la strada, in quelle
Viuzze miserabili che portavano a casa.

Ma, passando dinanzi a un bugigattolo
Pieno di cianfrusaglie dozzinali
Per perai, di basso costo, vide
Là dentro un viso, vide una figura
che spinsero forte a entrare. Ecco: voleva
vedere fazzoletti colorati.

E s’informava della qualità dei fazzoletti
E del prezzo; con voce soffocata
E quasi spenta per il desiderio.
E così, le risposte:
assorte, a voce bassa,
con un consentimento tacito.

Parlavano, parlavano dell’affare – ma uno
Era lo scopo: un incontro di mani
Là, sopra i fazzoletti; uno sfiorare
Dei visi, della labbra, come a caso:
tatto di membra, un attimo.

Furtivamente, rapidamente. Perché il padrone
non s’avvedesse, immobile in fondo al magazzino.

Come vorrebbe un vecchio recuperare per un giorno o per un’ora soltanto i suoi ventitré anni, come vorrebbe riavere tra le sue braccia l’amico ventiduenne nella cameretta di allora!

SULLE FORMULE D’ANTICHI MAGI ELLENICO-SIRIANI
“Che filtro mai trovare, distillato
da erbe di malìa?” – un sensuale disse.
“Che filtro, distillato sulle formule
d’antichi magi ellencio-siriani,
mi potrà riportare, un giorno solo
(se più oltre non vada il suo potere),
un’ora sola, i miei ventitré anni?
riportare l’amico mio, di ventidue
anni, la sua beltà, l’amore?

Che filtro, distillato sulle formule
d’antichi magi ellencio-siriani,
mi potrà riportare, in armonia con questo
ricorso, anche la nostra cameretta d’allora?”

Un ragazzo venticinquenne che non trova da lavorare o non vuole abbrutirsi in un lavoro da schiavi, che si procura un po’ di soldi con affari loschi, non era per Kavafis uno sfaccendato ma solo un bel ragazzo la cui bellezza, quando restava nudo ai bagni pubblici si conserverà nella memoria del poeta fino alla vecchiaia.

GIORNI DEL 1908
Quell’anno non trovò da lavorare.
Gli davano da campare
le carte, i dadi, prestiti in denaro.

Un posto gli era stato offerto: in una
Cartoleria, per tre sterline al mese.
Ma rifiutò senza incertezza alcuna.
Non faceva per lui. Quel salario da usura
A lui, venticinquenne, e di buona cultura!

Due, tre scellini al giorno, s e no, li rimediava.
Ma con le carte e i dadi non cavava le spese,
nei caffè della sua classe, volgari
sebbene lesto al gioco, con avversari sciocchi.
Quanto ai prestiti, poco da scialare:
un tallero, più spesso mezzo; e da qualcuno
si riduceva a prendere uno scellino, e basta.

Per una settimana, o per più giorni al mese,
si rinfrescava ai bagni, nuotando nel mattino,
quando scampava ai torbidi delle notturne imprese.

Erano uno sfacelo gli abiti. Sempre uno
il vestito che aveva, color cannella chiara
che il tempo aveva fatto scolorare.

O giorni dell’estate del novecento otto! A uno a uno
vi vedo. Dall’immagine vostra sparì – per una rara
magia – l’abito stinto color cannella chiara.

Ma l’immagine vostra l’ha serbato
nell’attimo che via da sé gettava
le vesti indegne e quella biancheria rattoppata.
Restava nudo, irreprensibilmente bello: una meraviglia.
Spettinati, all’indietro, i suoi capelli;
e le carni abbronzate, appena un poco,
da quella mattutina nudità, ai bagni, e sulla riva.

Permettetemi di concludere con poche riflessioni. Un uomo schivo come Kavafis, che non amava la ribalta e aveva una visione sconsolata della vita, ha avuto il coraggio e la dignità di scrivere quello che ha scritto ormai moltissimi anni fa. In un tempo di poeti vati ha scelto un tono lirico classico e ha proseguito, a distanza di tanti secoli, la grande tradizione di Meleagro di Gadara. Nella poesia di Kavafis non c’è traccia di conflitti di coscienza o di sensi di colpa, la sua sensualità e naturale, non avvelenata ancora dai divieti, è classica e senza tempo. Nell’Alessandria di Kavafis il lettore gay del XXI secolo può ritrovare una patria Ideale, come la Berlino di Isherwood. Un solo poeta italiano mi pare possa essere accostato a Kavafis ed è Sandro Penna. Che Kavafis fosse realmente un uomo senza angosce è poco credibile e certo non fu senza angosce Sandro Penna, ma la loro vena poetica è limpida, è il meglio che la loro anima ha saputo dare agli altri: immagini di vita, di vita semplice, e d’amore.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=4910

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GAY E STEREOTIPI DI ORIGINE MEDICA

Riporto qui di seguito il breve saggio che ho preposto al “Romanzo di un invertito nato” da poco pubblicato della Biblioteca di Progetto Gay:

http://gayproject.altervista.org/romanzo.pdf
__________

Michel Foucault, nell’anno accademico 1974-75 e precisamente da gennaio a marzo 1975, tenne al Collège de France un corso intitolato Gli Anormali.[1]

Foucault affronta il problema degli individui pericolosi, che nel XIX secolo erano chiamati anormali e analizza largamente il fenomeno della medicalizzazione della sessualità in Francia nella seconda metà dell’800. La sessualità era diventata oggetto di studio della medicina legale e dell’antropologia criminale.

Auguste Ambroise Tardieu (1818 – 1879) medico legale e criminologo francese, presidente della Accademia Nazionale di Medicina e professore di Medicina legale all’Università di Parigi, si occupò di pedofilia, di violenza sessuale e in genere di reati di libidine. Scrisse un libro sugli attentati ai buoni costumi,[2] che tra il 1857 e il 1878 vedrà ben sei successive edizioni. Proprio in questo libro si trova una descrizione dei caratteri fisici dei pederasti (questo è il termine che usa Tardieu per indicare gli omosessuali) e in particolare delle cosiddette zie:

La caratteristica esteriore dei pederasti

Il carattere dei pederasti, di quelli soprattutto che per passione o per calcolo cercano e attirano gli uomini, si manifesta spesso, all’esterno, nel loro modo di vestire, nella loro andatura e nei loro gusti, che riflettono in qualche modo la perversione contro natura delle loro propensioni sessuali.

Se questo non si osserva sempre, è comunque tanto frequente da meritare di essere segnalato: ed è d’altra parte risaputo da tutti quelli che sono stati messi in un certo senso a osservare un gran numero di quei pederasti ai quali si applica il nome di zie.

I capelli ricci, la pelle imbellettata, il collo scoperto, il corpo fasciato in modo da fare risaltare le forme. Le dita, le orecchie, il petto carichi di gioielli, tutta la persona che esala l’odore dei profumi più penetranti e in mano un fazzoletto, dei fiori o qualche merletto, questa è la fisionomia strana, ributtante e a buon diritto sospetta, che tradisce i pederasti. Un tratto non meno caratteristico che ho osservato cento volte, è il contrasto di questa falsa eleganza e di questo culto esteriore della persona con una sordida sporcizia che basterebbe essa sola a tenersi a distanza da questi miserabili.”[3]

Tardieu considera l’omosessuale un vero criminale dal quale ci si deve difendere, e insegna che gli omosessuali maschi passivi sono identificabili da alcune caratteristiche fisiche:

“I segni della pederastia passiva che successivamente esamineremo sono lo sviluppo eccessivo dei glutei, la deformazione imbutiforme dell’ano, il rilassamento dello sfintere, la cancellazione delle pieghe, le creste e le escrescenze che circondano l’ano, la dilatazione estrema dell’orifizio anale, l’incapacità di contenere le feci, le ulcere, le ragadi, le emorroidi, le fistole, la blenorragia rettale, la sifilide, i corpi estranei introdotti nell’ano”.[4]

Per lui gli omosessuali sono pericolosi sovvertitori dell’ordine sociale. Tardieu considera gli omosessuali “la feccia del mondo più vile” e associa sistematicamente l’omosessualità al crimine. Tradieu, lungi dall’essere un vero uomo di scienza, si dimostra succube di incredibili pregiudizi religiosi, e il suo insegnamento finirà per diffondere una radicale omofobia nella classe medica francese.

Nelle descrizioni di Tardieu il lettore del XXI secolo non faticherà a ritrovare i più comuni pregiudizi sugli omosessuali, tuttora molto diffusi.

Cesare Lombroso (1835-1909) non è da meno di Tardieu nel diffondere pregiudizi pseudo-scientifici che sono divenuti luoghi comuni: un uomo che, tra i 15 e il 17 anni, si lascia crescere i capelli, li orna con forcine o pettini, veste attillato o con abiti femminili, scopre il collo e i fianchi, si guarda allo specchio pavoneggiandosi, storpia il proprio nome al femminile, ruba un anello per indossarlo e si interessa d’arte, ha molta probabilità di diventare omosessuale. Allo stesso modo, una bambina che manifesta passione per i giochi maschili, per i vestiti da uomo, che – divenuta fanciulla – ama fumare sigari, ballare con le donne, ubriacarsi, andare a cavallo, addirittura fare a pugni, che disdegna i lavori d’ago, si masturba, vuole fare l’attrice (o la suora) mostra segni preoccupanti.

Alexandre Lacassagne (1843-1924), professore alla facoltà di medicina di Lione, si allontana dall’atavismo di Lombroso. Lacassagne sostiene che c’è una “implicazione mutua tra l’individuo che commette l’atto delittuoso e la società che lo patisce”. Lacassagne dice che se è vero che il criminale è un “microbo” che deve essere eliminato, quel microbo “non ha importanza se non trova un brodo che lo faccia crescere”.[5]

È proprio con Lacassagne che si passa dall’idea della omosessualità come vizio o come circostanza criminale all’idea della omosessualità come patologia; con lui, l’inversione sessuale diventerà una presenza frequente negli archivi di Antropologia criminale, che però, a dispetto del nome, non si limitano al mero aspetto criminologico ma allargano il discorso a situazioni di interesse clinico anche se prive di implicazioni medico legali. La denominazione Archivi di Antropologia criminale è sintetica e impropria, la denominazione completa Archives d’Anthropologie criminelle ed de psychologie normale et pathologique ne evidenzia molto meglio l’ambito almeno in parte innovativo.

Va tenuto presente che l’omosessualità nel secondo Ottocento, in Francia, non emerge attraverso altri canali e arriva alle orecchie della classe medica, in pratica, esclusivamente attraverso l’opera di medici legali e di studiosi di antropologia criminale, che se ne occupano non come tale, ma come circostanza di delitti o di comportamenti patologici emergenti nell’esercizio della psichiatria.

Nell’Ottocento l’omosessualità non congiunta con aspetti criminali o patologici, di fatto, non è minimamente conosciuta, cioè non esiste una vera sociologia della omosessualità e, proprio per questo, i modelli di personalità e di comportamento omosessuale elaborati dalla psichiatria e dell’antropologia criminale finiscono per essere impropriamente generalizzati e riferiti a tutti gli omosessuali. Nascono così gli stereotipi di origine medica sulla omosessualità, che in pratica derivano da una conoscenza dell’omosessualità relativa solo a situazioni patologiche o criminali.

La documentazione sulla omosessualità non criminale e non patologica è rarissima nel secondo Ottocento Francese e per questo i medici la ricercano e la studiano ma sempre con l’ottica deformante della patologia nascosta e della medicalizzazione della sessualità. L’idea di omosessualità come variante normale della sessualità umana è ancora lontanissima.

Zola e il Roman d’un inverti-né

Nel 1889 Émile Zola riceve, in forma anonima, una lunga confessione di un omosessuale italiano, un ragazzo di 23 anni di estrazione sociale molto alta. La confessione è contenuta in quattro documenti inviati a brevissima distanza uno dall’altro, un giorno o poco più. Dalla lettura di quei documenti si evince con chiarezza che il ragazzo italiano intendeva fornire a Zola lo spunto e anche la documentazione necessaria per scrivere un romanzo dedicato alla omosessualità. Zola è perplesso ma crede che il pubblico e la critica lo aggredirebbero se veramente scrivesse un tale romanzo. Inizialmente rielabora forse parzialmente il manoscritto, che poi resta però in un cassetto della sua scrivania fino al 1893, quando conosce il Dr. Georges Saint-Paul (1870-1937), un giovane medico laureatosi a Lione nel 1892, allora ventitreenne e molto interessato all’antropologia criminale, e gli consegna il manoscritto perché lo pubblichi negli Archivi di Antropologia criminale, e il testo viene effettivamente pubblicato da Saint-Paul negli Archivi nel 1895.[6]

Nel 1896 esce a Parigi nella collezione Tares et poisons, per i tipi dell’editore Georges Carré, il libro “Perversion et perversité sexuelles – Une enquête médicale sur l’inversion. Notes et documents. Le roman d’un inverti-né. Le procès Wilde. La guérison et la prophylaxie de l’inversion.” del Dr. Laupts, con la prefazione di Émile Zola.[7]

Il testo del Roman d’un inverti-né era stato redatto originariamente tutto in Francese, in realtà in un Francese piuttosto approssimativo e con qualche scorrettezza ortografica. Nell’edizione a stampa, come accadeva nell’Ottocento, i brani contenenti riferimento sessuali espliciti appaiono il latino.

Il Dr. Laupts non è che uno pseudonimo del Dr. Georges Saint-Paul.
Nel paragrafo successivo riporto, tradotta da me, la prefazione di Émile Zola a Le roman d’un inverti-né, che è in realtà una lettera di risposta inviata al Dr. Laupts.

La Prefazione di Emile Zola

Dr Laupts, Lione.
Egregio Dottore,
Non trovo nulla di male, al contrario, nel fatto che voi pubblichiate Il Romanzo di un invertito, ed io sono veramente felice che voi, in quanto scienziato, possiate fare quello che un semplice scrittore come me non ha osato fare.

Quando, ormai alcuni anni fa, ho ricevuto questo documento così curioso, sono rimasto colpito dal grande interesse medico e sociale che presentava. Mi ha toccato con la sua assoluta sincerità, perché ci si sente la fiamma e quasi l’eloquenza della verità. Tenete presente che il giovane uomo che si confessa scrive in una lingua che non è la sua; e ditemi se non arriva, in certi passaggi, allo stile emozionato dei sentimenti profondamente provati ed espressi? È una confessione totale, ingenua, spontanea, che ben pochi uomini hanno osato fare, qualità che la rendono veramente preziosa da diversi punti di vista. E così, proprio quando pensavo che la pubblicazione potesse essere utile avevo avuto inizialmente il desiderio di utilizzare il manoscritto, di renderlo accessibile al pubblico in una forma che ho cercato in vano, cosa che alla fine mi ha fatto abbandonare il progetto.

Mi trovavo allora nei momenti più sgradevoli della mia battaglia letteraria, la critica mi trattava ogni giorno come un criminale, capace di tutti i vizi e di tutte le dissolutezze; e mi vedete voi in quell’epoca farmi editore responsabile di questo Romanzo di un invertito? Mi avrebbero accusato subito di avere inventato la trama di tutte le mie opere per corruzione personale. E poi sarei stato necessariamente condannato per avere visto in tutta la questione solo una bassa speculazione sugli istinti più ripugnanti. E che clamore se mi fossi permesso di dire che nessun argomento è più serio e più triste, che lì si trova una piaga molto più frequente e profonda di quanto si creda e che la cosa migliore per guarire le piaghe è studiarle, farle conoscere e prendersene cura.

Ma il caso ha voluto, mio caro dottore, che, discutendo una sera insieme, noi venimmo a parlare di questo male umano e sociale delle perversioni sessuali. E vi affidai il documento che dormiva in uno dei miei cassetti, ed ecco che il documento può alla fine venire alla luce, dalle mani di un medico, di uno scienziato, che non potrà essere accusato di cercare lo scandalo.

In un’altra lettera privata, che ho ricevuto più o meno nel medesimo periodo e che sfortunatamente non ho ritrovato, uno sfortunato mi aveva mandato il grido più acuto di dolore umano che io abbia mai udito. Si proibiva di cedere a degli amori abominevoli, e si chiedeva il perché del disprezzo di tutti, il perché dei tribunali pronti a colpirlo, se lui portava dentro di sé, nella sua carne, il disgusto per la donna e la passione per l’uomo. Mai un indemoniato, mai un corpo umano consegnato alle fatalità sconosciuta del desiderio ha urlato così spaventosamente la sua miseria. Questa lettera, me ne ricordo, mi aveva profondamente turbato e nel Romanzo di un invertito la situazione non è forse la stessa con una più felice incoscienza? Non si assiste forse a una vero caso clinico, a una esitazione, ad un mezzo errore della natura? Nulla è più tragico, secondo me, nulla ha più bisogno di un approfondimento e di un rimedio, se ne esiste uno.

Nel mistero della concezione, così oscuro, si pensa a questo? Nasce un bambino: perché un maschietto, perché una bambina? Non si sa. Ma quale complicazione di oscurità e di miseria, se la natura ha un attimo di incertezza, se il maschietto nasce a metà femminuccia e se la bambina nasce a metà maschietto! I fatti sono lì, nella vita di ogni giorno. L’incertezza può cominciare dal semplice aspetto fisico, dalle grandi linee del carattere: l’uomo effeminato, delicato, rammollito; la donna mascolina, violenta, senza tenerezza. E prosegue fino alla mostruosità costatata, l’ermafroditismo degli organi, i sentimenti e le passioni contro natura. Certo la morale e la giustizia hanno ragione ad intervenire, perché a loro tocca la difesa della pace pubblica. Ma, alla fine, con che diritto, se la volontà è in parte abolita? Non si condanna un gobbo per nascita, perché è gobbo. Perché disprezzare un uomo che agisce come una donna, se è nato per metà donna?

Naturalmente, mio caro dottore, non intendo nemmeno porre il problema. Mi accontento di indicare le ragioni che mi hanno fatto desiderare la pubblicazione del Romanzo di un invertito. Forse questo ispirerà un po’ di pietà e un po’ di equità per certi miserabili. E poi tutto quello che riguarda il sesso riguarda la stessa vita sociale. Un invertito è un disorganizzatore della famiglia, della nazione, dell’umanità. L’uomo e la donna sono certamente qua giù per fare dei bambini, ed essi uccidono la vita il giorno in cui non fanno più quello che è necessario per farne.

Médan, 25 giugno 1895.
Cordialmente vostro Émile Zola

Zola e l’omosessualità

Come vedremo seguendo il testo del Romanzo di un invertito, Zola, come aveva fatto prima di lui Balzac, accenna anche alla omosessualità nei suoi romanzi, ma quasi sempre in chiave negativa. L’influenza di Tardieu e dei suoi pregiudizi verso l’omosessualità è evidente nella Prefazione al Romanzo di un invertito. Il rischio del pubblico scandalo che Zola adduce come scusante al fatto di non aver dato seguito alle aspettative del ragazzo italiano, nasconde probabilmente dei pregiudizi molto radicati, paradossalmente anche qui di origine religiosa, che emergono dai toni sensazionalistici, dall’idea di difendere la morale e la società dagli omosessuali, distruttori di famiglie e della stessa società civile e dalla finale compassione verso quei miserabili.

Il Dr. Saint-Paul nel 1910, dopo la morte di Zola, scrive:

“La vista degli invertiti e soprattutto il loro contatto erano sgraditi a Zola. Ho parlato di loro nel mondo, mi disse un giorno, ma nello stringere loro la mano provo una repulsione istintiva, che faccio fatica a controllare. La prima volta che discutemmo di inversione sessuale, mi venne alla labbra una domanda assolutamente naturale: Perché non avete trattato dell’inversione, perché non consacrate all’inversione uno dei vostri romanzi? Varrebbe la pena di affrontare l’argomento. Zola non mi diede mai una risposta precisa. Mi dichiarò che senza dubbio non aveva mai osato.”[8]

Tuttavia esistono elementi, nell’opera stessa di Zola, che lasciano pensare che la sua posizione nei confronti della omosessualità fosse in realtà assai più ambigua e complessa di una semplice repulsione istintiva o di una valutazione di opportunità nei rapporti tra autore, pubblico e la critica.

Nel 1892 Zola pubblica il XIX volume della serie Les Rougon-Macquart, (Storia naturale e sociale di una famiglia sotto il secondo impero), col titolo La Débâcle (La Disfatta).[9] La pubblicazione precede probabilmente l’incontro tra Zola e il Dr. Sain-Paul e contiene degli elementi che lasciano pensare che effettivamente Zola avesse fatto uso del Roman d’un inverti, come suggerisce un documentato articolo di Michael Rosenfeld.[10]

Ne La Débâcle, Jean Macquart, già protagonista di La Terre, uno dei più violenti romanzi della serie dei Rougon-Macquart, dopo aver perso la moglie e appunto la terra si arruola per la campagna del 1870 col grado di caporale. I soldati lo rispettano per il suo buon senso e per il suo modo bonario di esercitare l’autorità. Le vicende ruotano intorno al crollo del secondo impero, ma affrontano anche il tema dell’amicizia amorosa, più che della omosessualità in senso stretto, nell’esercito.

Il caporale Jean Macquart, un contadino che vorrebbe una Francia in cui regnassero l’ordine e il buon senso, ha ai suoi ordini un solato, Maurice Levasseur, un borghese intellettuale che sogna la fine delle ingiustizie e la rivoluzione.

Maurice sente un’attrazione verso Jean ma dice a sé stesso che il suo caporale non lo vorrà mai perché “lui non è come me”. Tra i due si arriva ben presto agli insulti:

“sì, è proprio questo, io sono un contadino mentre voi… voi siete un signore! Ed è per questo che siete un porco! uno sporco maiale”[11]

Ma dopo Maurice offre da bere ai compagni col permesso di Jean, e quando Maurice viene ferito a un piede, Jean si prende cura di lui, e i due si riavvicinano rapidamente. Poche pagine più tardi, tra i due sembra esserci una complicità e una tenerezza molto forte:

“Maurice si abbandonò sul suo braccio e si lasciò portare come un bambino. Mai braccia di donna gli avevano così scaldato il cuore. Nel crollo di tutto, in mezzo a questa miseria estrema, col la morte in faccia, quello era per lui un delizioso conforto, nel sentire un essere che lo amava, che si prendeva cura di lui, e forse l’idea che questo cuore tutto per lui era quello di un semplice, di un contadino rimasto attaccato alla terra, di cui aveva avuto all’inizio addirittura ripugnanza, aggiungeva ora alla sua gratitudine una dolcezza infinita e l’amicizia diventava per tutti e due come una liberazione: non c’era bisogno che si baciassero, si toccavano nel profondo, erano l’uno nell’altro, per quanto differenti fossero.”[12]

Sarà poi Maurice a salvare la vita e Jean, rifiutando di abbandonarlo e mettendo a rischio la sua stessa vita:

“Maurice piangeva a grossi singhiozzi e le sue lacrime lente scorrevano sulle guance di Jean. Era lo sciogliersi del loro lungo tormento, la gioia di dirsi che il dolore stava forse per avere pietà di loro. E si stringevano in un abbraccio disperato nella fraternità di tutto quello che avevano appena sofferto insieme, e il bacio che si scambiarono allora parve loro il più dolce e il più forte della loro vita.
Un bacio come non ne avrebbero mai ricevuto da una donna, l’immortale amicizia. L’assoluta certezza che i loro cori avrebbero costituito per sempre un solo cuore. … Abbracciami, piccolo mio! E si baciarono, e come la nel bosco, durante la veglia, c’era la fondo di questo bacio la fraternità dei pericoli corsi insieme, quelle poche settimane di eroica vita comune che li aveva uniti. Possono forse separarsi due cuori quando il dono di se stessi li ha quasi fusi l’uno nell’altro? Ma il bacio scambiato sotto le tenebre degli alberi era pieno della speranza nuova che la fuga apriva loro, mentre quel bacio a quell’ora restava tremante delle angosce dell’addio. Si sarebbero rivisti un giorno? E come? In che circostanze? Nel dolore o nella gioia? … – Ti affido mio fratello, prenditi cura di lui, amalo come io lo amo!”[13]

Jean e Maurice si ritroveranno ma da pari opposte alla Comune di Parigi. Maurice, comunando, e Jean soldato dell’esercito regolare. Durante la settimana di sangue Jean colpisce a morte un comunardo e si accorge solo dopo che è Maurice. Jean tenterà di curarlo ma Maurice morirà. Le storie d’amore omosessuale in pieno Ottocento non possono che concludersi con la morte.

È pur vero che si tratta di solidarietà e di affetto tra soldati in condizioni disperate, ma dietro questa lettura, troppo suggerita per essere spontanea, se ne intravede un’altra, per lo meno plausibile, che non si accorda troppo con la figura di uno Zola omofobo tratteggiata da Saint-Jean.

Se si mette a confronto la visione della omosessualità derivata da Terdieu, da Lombroso, da Laccassagne e, almeno esplicitamente dallo stesso Zola con quella che emerge dalle Memorie di Johan Addignton Symonds, risulta evidente che nel mondo universitario inglese c’è di fatto una presenza omosessuale notevole che favorisce una cultura laica di ampio respiro, mentre il mondo accademico francese resta su posizioni di retroguardia in materia di omosessualità ispirate ancora da fortissimi pregiudizi che hanno l’apparenza della scientificità e la sostanza del dogma religioso.

È doveroso sottolineare quanti danni e quanta sofferenza abbiano prodotto e producano i pregiudizi sulla omosessualità tuttora diffusi e radicati nella classe medica. La lettura del Romanzo di un invertito nato ne fornirà al lettore la prova evidente, proprio perché, con l’ottica del XXI secolo, non vi si ritrova niente di patologico mentre, come vedremo, il Dr. Saint-Paul vi ritrova una dimensione patologica innata e innalza il protagonista ad archetipo della categoria dell’invertito feminiforme, categoria che ha finito per trasformarsi in stereotipo e per condizionare ancora oggi la valutazione comune dell’omosessualità.
____[1] Michel Foucault: Les Anormaux – Cours au Collège de France, 1974-1975, pubblicato il 18/03/1999 nella collezione Hautes Études della Scuola degli Alti studi in scienze sociali delle Edizioni Gallimard e delle Edizioni du Seuil.
[2] Étude médico-légale sur les attentats aux mœurs.
[3] Ambroise Tardieu, Etude médico-légale sur les attentats aux mouers, JB Baillière, Parigi 1859, p. 137-138.
[4] Ambroise Tardieu, Etude médico-légale sur les attentats aux mouers, p. 142-143.
[5] Alexandre Lacassagne et l’école de Lyon , revue de science criminelle et de droit comparé 1974 no 3 p. 533-559.
[6] Enquête sur l’Inversion Sexuelle, Archives d’anthropologie Criminelle, de criminologie et de psychologie normale et pathologique, Tomo X, Lyon, Storck, Paris, Masson, 1895, p. 130-138, 228- 241, 320-325.
[7]  http://visualiseur.bnf.fr/CadresFenetre … pagination
[8] Georges Saint Paul, L’homosexualité et les Types Homosexuels, Paris, Vigot Frères, 1910, p. 431.
[9] Il testo è accessibili gratuitamente ne La Bibliothèque électronique du Québec alla pagina:http://beq.ebooksgratuits.com/vents/zola-19.pdf
[10] Michael Rosenfeld, Doctorant à l’Université de Strasbourg et l’Université Catholique de Louvain. Zola et l’homosexualité, un nouveau regard], articolo accettato per la pubblicazione nella rivista Les Cahiers Naturalistes nell’ottobre 2014. La pubblicazione è attesa per l’edizione 2015 o per quella del 2016, il testo è comunque reperibile in rete.
[11] Émile Zola, La Débâcle, Œuvres Complètes, t. VI, Paris, Cercle du Livre Précieux, 1967, p. 688 et 709.
[12] Ibid, p. 790-791.
[13] Ibid, p.1013 et 1019.

IL ROMANZO DI UN IN INVERTITO NATO (ottava e nona parte)

Voi avete già indovinato che amo la buona cucina tanto quanto lo stesso Brillat-Savarin. Io non mangio molto ma adoro i vini squisiti, anche quelli che non mi sembrano tali, purché abbiano un nome celebre e costino cari. Ho una passione per la selvaggina e i fagiani e qualsiasi volatile molto frollato fa la mia delizia. Amo i formaggi più rari e più profumati. Tutte le raffinatezze della tavola mi affascinano e non mi trovo bene in una cena se la tavola non è brillantemente illuminata e il servizio non è irreprensibile. Adoro il caffè turco e ne bevo molto, anche se sempre in piccole quantità e molto bollente. Anche i liquori mi piacciono ma a dosi molto piccole. Ho spesso sognato le orge romane, e una delle scene che mi hanno più affascinato è quella dell’orgia di Arbacies negli ultimi giorni di Pompei.

Adoro questa città e la percorro spesso evocando tutta la sua morta bellezza e la sua vita estinta dal Vesuvio. Ho la più viva passione per gli spettacoli equestri e la bellezza degli atleti, la loro forza e perfezione di forme mi fanno l’effetto più vivo. Invece le saltatrici e le ballerine del circo mi fanno pena e disgusto. Adoro i bei cavalli, ma preferisco farmi trainare in vettura che montare a cavallo, anche se vado a cavallo abbastanza bene. Non manco quasi mai agli spettacoli di bestie feroci e ho sempre assistito al pasto e ai giochi dei leoni e delle tigri col segreto desiderio di veder colare un po’ di sangue. Preferivo un bel domatore a tutti i poeti maligni di questo mondo. Quando vedo degli uomini – e nella mia passione per loro voglio lo scatto, la bravura, la forza e la bellezza – la delicatezza mi piace poco in loro, sono io stesso così delicato!

Amo appassionatamente il gioco. I giochi più rischiosi mi piacciono di più. Ho abbastanza fortuna nel gioco, ma il denaro scivola dalle mie mani e non resta mai nelle mie tasche. Ho spesso pagato i debiti dei gioco del mio amico, in realtà piccoli debiti. Io spendo poco per me stesso e quasi esclusivamente per i libri, la bigiotteria e per la mia toletta, che mi interessa molto.

Amo lo chic severo e corretto degli Inglesi, di cui noi seguiamo tutte le mode semplici e singolari. Mi piace molto il nero, che fa risaltare la mia figura bionda e gentile. Mi piacciono gli abiti abbaglianti e gli stivali più eleganti e all’ultima moda. Sono molto elegante di taglia e non ho mai un’aria atteggiata. Mi piacciono poco i gioielli usati dagli uomini e porto solo spille da cravatta molto semplici e il mio orologio che è una vera meraviglia. Al mignolo sinistro porto solo un chiodo di ferro, con un grande diamante che mia madre mi ha regalato. Il mio gran lusso sono i miei bastoni da passeggio: ne ho di Verdier e sono meravigliosi, uno soprattutto con un bellissimo pomo di cristallo di rocca.

Mi sembra di non avervi parlato delle mie mani che sono veramente superbe, forse la cosa più bella che ho, eccettuati il mio colorito e i miei capelli. Ne sono molto fiero, tanto più che esse sono ammirate e mi hanno detto che era un piacere essere toccati dalle mie mani. Un grande scultore, che sfortunatamente è appena morto e che ho conosciuto, ha voluto riprodurle e ho una copia di questa riproduzione in camera mia, poggiata su un cuscino di velluto blu. La loro forma è perfetta, benché strana; è lunga e snella, senza apparenza di nodi o di muscoli, le dita sono lunghe, larghe all’origine e terminano e forma di fuso. Benché di una delicatezza inaudita e di una finezza estrema, terminano in forma quadrata e c’è stato bisogno di tagliare proprio in questa forma le unghie che somigliano del resto a delle pietre preziose e sono di un rosso vivo come vernice e che passano, dopo la loro mezza luna bianca, attraverso tutte le gradazioni del rosa. Benché quadrate, la loro forma è perfetta e la carne di cui sono bordate e che le supera, malgrado la loro lunghezza, è bianca e fine come la pellicola dell’uovo. Mentre vi scrivo, ammiro le mie mani: sono veramente meravigliose.

Il pollice è delizioso, arrotondato, e la sua unghia è ovale. La mano è come di velluto bianco e vi si vedono delle leggere impercettibili sfumature di blu causate dalla vene.

L’ultima falange delle dita è rialzata in modo curioso e il colore è di un rosa vivo che contrasta con la bianchezza del resto. Il palmo della mano – che è stato studiato con cura da una signora tedesca che fa della chiromanzia e si occupa di tavolini che girano – è attraversata da linee forti, lunghe e ben tracciate che corrono senza fermarsi da nessuna parte. Esse sono del resto attraversate da una linea trasversale interrotta e divisa, che le taglia diagonalmente. La signora mi ha spiegato le linee ma credo in modo fantasioso e tutto tedesco. Io ho preso la bellezza delle mani e del mio volto dalla mia nonna paterna che era bellissima e le cui braccia e le cui mani furono così superbe che Canova le fece un giorno i complimenti. Si dice che sia stata l’amante di …. [nota di Zola: qui c’è il nome di un re.]– se si sapesse che lo scrivo – che d’altra parte non fece nulla per la famiglia e al quale noi dobbiamo forse solo la forma del nostro labbro e del nostro mento.

Mio nonno si sposò e morì ancora giovane, per i dolori provocatigli dalla moglie che del resto non gli sopravvisse di molto; è morta prima della mia nascita. Come vi ho già detto, i miei fratelli sono molto robusti e di buona costituzione. Il più grande è molto bello, somiglia a mio padre ma forse è meno bello, gli altri due non sono belli, il terzo soprattutto rassomiglia alla famiglia di mia madre che mi è odiosa. Tutti sono più grandi e forti di me e sono nati a poca distanza l’uno dell’altro. Io sono venuto al mondo dieci anni dopo l’ultimo di loro e dopo una terribile malattia di mia madre, che la portò a due passi dalla tomba; delle febbri maligne io credo. Tutti i figli dei miei fratelli sono belli, forti e di buona costituzione; c’era una bambina che mi rassomigliava in un modo stupefacente, dicevano, ma è morta diciotto mesi dopo la nascita, in poche ore, senza alcun sintomo precorritore di una morte imminente. Anche io spero di morire in questo modo.

Del resto sono di una costituzione perfetta; di una forza nervosa, di uno slancio e di una vivacità considerevoli. Molte volte cado in un grande torpore, poi ne esco con dei momenti di gioia straordinaria e con un gran desiderio di ridere. Allora non risparmio nessuno e divento il favorito di tutti per i miei discorsi, le mie adulazioni e le mie moine insinuanti ci cui ricolmo quelli che mi circondano.

Improvvisamente divento silenzioso e triste e tutti si meravigliano di questi cambiamenti repentini e senza causa – secondo loro. L’espressione del mio volto (in cui il labbro superiore è separato dal naso da una piccola curva) cambia come i colori del mare in un giorno di tempesta. Gli occhi sono quasi sempre melanconici e persi sotto le loro lunghe ciglia; li si intravede appena e il loro colore è indefinibile, sono a rotazione blu, grigi e verdi, spesso diventano violacei. Mi dicono che ho un’aria arrogante di scherno e di derisione. In realtà prendo spesso questa espressione per nascondere la mia timidezza e il mio imbarazzo davanti al mondo che tengo a distanza in questo modo. Penso che al mondo ci siano pochi personaggi egoisti come me. Per uno dei miei piaceri io sacrificherei tutti e, quando sono solo, nelle mie improvvise passioni, capisco un sacrificio fatto per altri. Nella mia famiglia che mi ha sempre viziato – scherzano sulla mia freddezza e spesso mi trattano come un ingrato per questo. Questo è sempre stato il tormento di mio padre che è troppo debole per me e che anche nei momenti poco favorevoli, non si opponeva a nessuno dei miei desideri e dei miei capricci, nemmeno quelli più straordinari e inutili. In realtà ho poco affetto per loro – e gliel’ho detto nei momenti di cattivo umore – e la causa la potete senza dubbio indovinare. Io li considero come la causa (innocente, è vero) della mia natura pervertita e straordinaria e non posso perdonare loro di avermi fatto così. Conservo verso di loro un astio terribile, ma io adesso provo a mettere da pare questi sentimenti cattivi e mi sforzo di testimoniare loro una grande amicizia, che qualche volta è proprio vera e che io provo effettivamente. Spesso mi hanno crudelmente ferito parlandomi e scherzando con me sulle mie probabili avventure e sull’amore che le donne hanno per me. In questi momenti li odio e non rispondo loro se non in un modo molto brutale che loro tollerano soltanto da me, mentre si rivolterebbero se altri mancassero loro di rispetto.

Mio padre va poco in società, la casa e la preoccupazione di ornarla e di abbellirla lo occupa completamente e si preoccupa poco del resto, se non si tratta dei suoi nipotini che lo adorano e che lui ama molto. Sono stato geloso di loro e non li potevo soffrire. Ho la massima cura della mia salute, benché all’età di quindici o sedici anni – prima del capitano – e nella solitudine nella quale mi trovavo e nelle terribili scoperte che facevo in me stesso, ho desiderato la morte senza sapere che cosa fosse ma come un cambiamento del mio stato che era impossibile; ho ben presto lasciato da parte questo sentimento comprendendo l’orrore del nulla e della putrefazione. Allora passavo ore, la notte, al mio balcone, quasi nudo, quando c’era molto freddo, pensando di uccidermi così e di sfuggire alla mie passioni che allora nessuno soddisfaceva. Non mi sono ammalato e ho ben presto lasciato da parte queste stupidaggini. Ho capito dopo che, mentre uno vive può essere felice, e io spero di vivere ancora tutta la mia giovinezza. Forse arrivato alla fine della giovinezza vorrò vivere ancora fino a cent’anni. È possibile!

Faccio docce tutti i giorni e mi do da fare al meglio possibile per avere tutte le mie forze pronte a servire le mie passioni e ad accontentare il mio amante che adesso è lontano e di cui attendo con impazienza il ritorno. Mi scrive spesso e mi parla dell’Ungheria, dei suoi cavalli e delle donne del paese. Dio sa le marachelle che mi fa! Basta che non le faccia con dei ragazzi! È tutto quello che voglio e desidero.

La sua festa è stata in questi giorni e gli ho mandato una bellissima frusta, magnificamente cesellata. Mi ha anche scritto che, malgrado il viaggio attraverso paesi selvaggi e affaticanti, è di ottimo umore ed ha sempre davanti a sé una mia fotografia che non lascia mai. Mi ha detto che non pensa che a tornare e che sogna spesso di me e del mio profumo favorito. Non lascia quasi mai – mi dice – il severo abito a coda e i colletti eleganti che gli ho imposto.

Dimenticavo di dirvi che gradirei che voi deste un po’ più di dettagli sul fisico dei vostri personaggi; il fisico non spiega forse tutta la morale dei popoli e degli individui? Ho appena letto M.lle de Maupin e ne sono completamente incantato. Oh! Il bel libro e la bella corruzione così dolce e così delicata! Scusate la scrittura spaventosa e tutti gli errori di francese e di ortografia ma la mia anima e le mie passioni mi trasportavano e io guardavo solo dentro me stesso.

Post scriptum

Nell’hotel dove mi trovo ho fatto conoscenza con un Signore di una trentina d’anni. È successo alla tavola calda. Era evidente che tentava di allettarmi e in breve tempo mi augurai quello che lui voleva. È di taglia grande, abbastanza gentile di figura, molto pallido ed elegante, con delle lunghe gambe magre; è un milanese. Se io volessi, succederebbe immediatamente! Ma io mi imbarcherei di nuovo in un’avventura del genere? Il sangue mi brucia e temo di non poter resistere alla seduzione. Se venisse adesso, temo che sarebbe subito cosa fatta. Se il capitano lo sapesse sarebbe un bel guaio. Sarebbe capace di strangolarmi.

Comunque ci vedremo stasera. Mi vesto e scendo per la cena. Sarà una serata decisiva. Mi è sembrato di accorgermi che non ha bei denti; ha lunghi baffi che gli coprono la bocca. Sarà questo che mi farà decidere e poi avanti tutta! D’altra parte questo qui partirà molto presto. Ammesso che non si attacchi a me!! È inutile che vi dica che alla posta dove mando le mie lettere io do un nome falso e un indirizzo falso, e d’altra parte tra qualche giorno, io non starò più qui. Voi dunque non saprete più nulla di me. Addio, Signore, e forse arrivederci. L’orologio suona e devo cominciare la mia vera battaglia. Ore 7 della sera.

—ooOoo—

Fin qui il documento che Zola comunicò al Dr. Saint-Paul. Lo stesso Saint-Paul aggiunge però che esiste un altro post scriptum, si tratta di una cartolina indirizzata al Signor Emile Zola, uomo di lettere, Parigi. Quest’ultimo documento è interessante perché ci mostra che la tendenza all’atto così a lungo evitato solo per la paura del dolore, non attendeva che il momento, le circostanze, diciamo, per essere più espliciti i mezzi pratici per concretizzarsi. Saint-Paul scrive che quella tendenza “era innata in questo feminiforme e, per quanto immatura, esisteva in lui fin dall’infanzia”[pag. 95], riporta poi il testo di una cartolina indirizzata a Zola dal ragazzo autore della confessione:

Ultimo documento
(Cartolina indirizzata al Signor Emilio Zola, uomo di lettere. Parigi)

Signore,
Vi mando, in copia, due lettere che ho indirizzato ai vostri editori. I Signori Charpentier non conoscono il vostro indirizzo. Spero che vi siano arrivate entrambe e che non si siano fermate per la strada. Dato che la vostra personalità è molto conosciuta, vi invio questa senza indirizzo. Spero che vi arrivi anch’essa. Quello che doveva succedere è successo. Ne conservo ancora il più delizioso ricordo e stamattina sono perfettamente felice, ve lo assicuro. Lo griderei sopra i tetti. Là dove tutti avevano fallito, lui è riuscito.

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IL ROMANZO DI UN IN INVERTITO NATO (settima parte)

Dopo la resistenza della prima volta e di molte altre ancora, ha rinunciato quasi completamente a possedermi totalmente come lui avrebbe voluto e come io stesso avrei desiderato, senza il dolore atroce che ho provato in quei tentativi che non hanno mai portato a nulla a causa della estrema delicatezza del mio corpo.

Per essergli gradito soffro pure un poco, ma quando arrivo al punto – abbiamo tentato tre o quattro volte – sento solo dolore e malgrado i suoi sforzi e le sue preghiere ardenti, bisogna proprio che io dica di no.

Forse sarete sorpreso che io vi parli con tanta passione di un uomo che non è più giovane, benché valga molti ragazzi messi insieme. Non vi ho parlato tanto della mia altra passione che fu molto più forte. Il motivo è che l’altra non esiste più e che questa dura invece da quattro anni e poi io vivo sempre nel presente e ne godo ancora spesso. E poi ero relativamente più frenato con l’altro, perché lo amavo di più e non ho mai fatto e non mi sono mai abbassato a fare a lui quello che il capitano mi ha insegnato e mi fatto fare, qualche volta con delle maniere molto brutali, che mi affascinavano in segreto, rendendomi docile a tutto quello che voleva. Mi sento molto piccolo di fronte a lui!

Nella confessione che vi ho scritto, della quale vi ho scelto come ascoltatore, – a causa della mia ammirazione per voi e nella speranza di poter essere utile a qualcosa, – non volevo affatto parlarvi della dissolutezza così deliziosa alla quale mi consegno con quest’uomo; avevo deciso di parlarvi solo di quella più delicata che io vissi al reggimento ma, in mezzo al mio slancio, non ho potuto resistere ad evocare delle scene deliziose che vedo arrivare con un immenso piacere e desiderio, anche se spesso mi lasciano triste e annoiato.

La sola persona che ha avuto forese un vero amore per me fu il ragazzo spagnolo col quale ho goduto forse una dozzina di volte e che mi amava fino al delirio mentre io ero molto freddo nei suoi confronti. Trovavo in lui troppe somiglianze con me stesso.

Era vergine come me – benché non abbia mai voluto ammetterlo – ; lo si capiva da tutti i suoi discorsi e l’uomo lo attirava molto potentemente. Lui era delicato e non bello, anche se aveva occhi bellissimi di un bruno verde iridescente, come un marmo prezioso.

Mi ha raccontato un giorno che, mentre mi seguiva senza conoscermi, – cosa che è durata parecchi mesi, – e non avendomi visto per quindici giorni (mi trovavo allora a Palermo) era stato tanto tempo a piangere credendomi malato o morto.

Conservava anche un foglia di oleandro che io avevo raccolto, masticato, e buttato a terra senza farci caso. Lui la conservava come una reliquia e me la mostrò messa in un quadro sotto vetro.

Ho sempre riso di lui e segretamente mi è stato molto antipatico, benché io abbia voluto accontentarlo qualche volta. Io, dopo, ho avuto paura di ispirare lo tesso sentimento e questo mi ha singolarmente messo in guardia contro me stesso e contro la facilità che ho nell’infiammarmi a prima vista.

In seguito mi sono poi molto trattenuto nella mia condotta nel mondo, verso il mio amante al quale non permetto nessuna galanteria e che io tratto come se mi fosse completamente indifferente. Io sono così anche nei nostri tête à tête e nei nostri discorsi. Non mi abbandono se non nel suo appartamento ben chiuso e nella semioscurità della camera.

Prima non ero così trattenuto, ma l’abitudine del mondo mi ha insegnato come bisogna comportarsi in queste situazioni comiche ed eccezionali.

Quando si parla di lui sto zitto o ne parlo male. Lo hanno dovuto spesso difendere dai miei attacchi. Il peggio è che nelle mie valutazioni sono sincero, il male che dico di lui lo penso. Qualche volta lo tratto veramente male a parole e non ho paura in presenza di altri di contrastarlo in tutto quello che dice. Comunque, quando siamo soli lui si mostra padrone e io sento crollare la mia insolenza – che è molto artificiale – e gli cado tra le braccia, ben felice di vederlo nella sua eccitazione e nel suo ardore per me. È soprattutto a causa di lui che io non cerco altre distrazioni. E del resto l’abitudine lo ha reso il mio padrone e io non desidero che momentaneamente quelli che mi piacciono.

Vi ho parlato ieri, all’ultimo, della disperazione e della rabbia provate rivedendo il ragazzo la cui bellezza mi ha sempre sconvolto. È così bello che io ne sono totalmente emozionato, ma io lo considero più come un’opera d’arte che come un uomo. Invidio molto la donna che lo avrà e che godrà di lui ma vorrei piuttosto averlo come amate che come marito; è troppo perfetto e rischia di diventare monotono. Questo non impedisce che io non lo veda sempre con emozione e che voglia ardentemente essere amato da lui, tenerlo nelle mie braccia e che fosse innamorato di me.

Ahimè! Questo è impossibile e bisogna che io mi contenti di quello che ho e non è poco. Probabilmente nessuno è felice quanto me. Ho amato appassionatamente e forse sono stato corrisposto da un ragazzo affascinante nella sua elegante virilità; ho conosciuto tutti gli ardori della gelosia e della passione realizzata, se non completamente, almeno in modo soddisfacente. Sono stato amato con un amore terribile e violento da un anziano guerriero in tutta la potenza della sua virilità, vicino al quale molti uomini sembrano deboli e piccoli; mi ha abbeverato con la sua tenerezza appassionata e se io non fossi un po’ stanco di lui, sarei assolutamente felice nei miei desideri soddisfatti.

Rimpiango e rimpiangerò spesso la natura frenata per il non poter gioire nel corpo e nell’anima, ma alla fine sono giovane, carino, affascinante e ricco e se la mia anima è mostruosa, mi consolo pensando che sono il prodotto vizioso e grazioso di una civiltà raffinata e delicata.

Voglio un po’ parlarvi del resto del mio carattere attuale, che forse potrà anche interessarvi e vi darà un’idea completa della mia strana personalità. Amo quasi tutto ciò che è bello e quasi nulla – in tutti i generi – è abbastanza bello ai miei occhi, tanto io amo quello che è eccezionale, ricco ed elegante. Ho fabbricato con l’immaginazione dei palazzi più belli di tutti quelli che esistono, ricolmi di capolavori scelti tra i capolavori del mondo intero. La vista di un’opera d’arte, artificiale e reale mi ha tenuto in estasi per ore e l’ho sognata la notte.

La bellezza ai miei occhi tiene il posto di tutto, e tutti i vizi e tutti i crimini mi sembrano giustificati da essa.

Uno dei personaggi di Balzac che mi avevano più affascinato è il bel Lucien; mi immagino di assomigliargli e ho pensato che l’amore del terribile Vautrin era di una natura più materiale di quella che Balzac gli ha forse riconosciuto.

I fiori mi piacciono infinitamente, i fiori di serra e le piante rare, costose e mostruose; soprattutto le rose e i grandi fiori esotici mi affascinano anche in pittura. Ho una vera avversione per i gigli e per tutti i fiori dei campi e quelli che crescono da soli in libertà, senza bisogno di coltivazione.

Nella famiglia umana non amo e non credo degni del nome di uomo se non i personaggi distinti, ben messi ed eleganti. Gli altri per me non contano. Faccio eccezione per gli artisti che grazie al raffinamento delle loro anime e alla bellezza delle loro opere possono permettersi una tenuta un po’ più libera. L’altra gente non conta proprio per me e ho per loro solo avversione. Preferisco di gran lunga un magnifico cane – un King-Charles, per esempio – a tutti gli operai e i contadini del mondo. Questi ultimi poi mi sono odiosi: faccio eccezione per qualcuno dei primi se sono molto belli e muscolosi, cosa che capita spesso.
Se fossi stato una bella signora, direi che ne avrei voluto tastarne qualcuno – rimandandoli poi indietro, ben inteso -.

La parola donna non risveglia in me che idee di lusso, di vetture blasonate, si satin, di velluto, di pelli bianche e profumate di mani perfette e di modi di fare molto leggeri . Una donna che va a piedi mi sembra degradata e decaduta e quelle del popolo sono per me qualcosa di orribile, anche se sono belle dal puto di vista plastico.

È inutile dirvi che – benché indifferente a tutto – io sono regalista d’istinto: i re e le regine mi sembrano fatti di una pasta diversa dal resto del mondo.

Cattolico non convinto, incredulo, amo le pompe della Chiesa e sono fiero di appartenerle. Amo le chiese ricche, – soprattutto quelle dei Gesuiti, con le loro dorature e i marmi policromi – e amo le cerimonie religiose e pompose che fanno trasalire in me qualcosa di sconosciuto e di misterioso.

Ho orrore della repubblica e mi sembra sempre – forse voi ridete – di vederla popolata da esseri cenciosi e sporchi.

Non sto bene se non negli appartamenti molto ricchi e magnificamente ammobiliati, gusto che mio padre condivide. Lui ha speso dei veri tesori in oggetti d’arte e soprattutto in cineserie e oggetti superbi e mostruosi del Giappone. Le sale in infilata, la cui visione si perde attraverso i velluti e i vetri, mi affascinano. Adoro le serre e le camere riscaldate dove mi compiaccio a sognare tutto risvegliato e a evocare misteriose e voluttuose immagini. Sono sempre stato vanitoso e un vero fremito mi prende quando rientro nel recinto del nostro giardino, nel nostro ambiente, e la gente si ferma a guardare prima di passare oltre.

Mi piace essere ammirato e sono molto fiero della mia bellezza che io cerco di esaltare il più che posso. Ho spesso trovato delle rassomiglianze tra me e i busti di M.me Dubarry: una Dubarry con dei capelli tagliati e vestita da ragazzo. Spesso si sono divertiti scherzando sulla mia somiglianza con una donna, se questo qualche volta mi ha dato fastidio la maggior parte delle volte sono stato lusingato di questi sguardi curiosi e sorpresi. Una sera diversi anni fa, ho destato sorpresa allo Skating di Parigi. Molte signore credettero a un travestimento e diedero segni non equivoci della loro sorpresa. Ne fui incantato.

In pittura preferisco i quadri di genere a tutti gli altri, soprattutto se rappresentano degli interni moderni e ricchi. D’altra parte ho avuto un vero fanatismo per il grande Makart, le cui opere sensuali e conturbanti mi incantavano. Il mio quadro favorito di questo artista è la morte di Cleopatra, scena che io ho sempre ammirato e invidiato.

Io ho nel carattere un fondo di crudeltà; amo la sofferenza altrui, soprattutto se sono io a infliggerla; – nella mia infanzia tormentavo volentieri gli animali; lo facevo in modo molto raffinato e ne provavo una sofferenza acuta che mi piaceva e mi bruciava.

Sono sempre stato piuttosto arrogante e, nei periodi in cui gli affari andavano male, il lusso mi mancava moltissimo. È per me un vero bisogno e non saprei farne a meno.

Odio quello che ordinario, di tutti i giorni, e adoro lo straordinario e l’impossibile in qualsiasi cosa.

Spesso in assenza dei mie genitori ho dormito tutto il giorno; facevo illuminare tutto l’appartamento e rimanevo sveglio, bevevo, mangiavo la notte in camicia da notte greca, dopo aver fatto un bagno caldo e profumato. Dipingo abbastanza bene, soprattutto all’acquarello, lavoro per gli album delle signore e per i loro ventagli.

Sono furbo e perfido, e qualche volta di una ingegnosità sciocca. Tutti quelli che mi si avvicinano mi adorano e nessuno ha resistito al mio fascino. Ho sempre preso le persone dal lato del sentimento e sono sempre riuscito a far fare loro quello che volevo, mentre gli altri, che li prendevano di petto, non ne ottenevano nulla. Ho osservato spesso che per dei peccatucci o dei fatti del genere, i miei amici e i miei compagni venivano puniti mentre io sfuggivo a qualsiasi castigo, grazie alle arie innocenti e malinconiche che prendevo.

Ho sempre tiranneggiato quelli che mi amavano; inclino subito a vedermi più rude e autoritario. Benché debole e effeminato, io odio i deboli e non amo che i forti, quelli che lottano e riescono. Ho sempre rimpianto di non poter consolare i grandi e i potenti caduti: penso che se fossi stato Maria Luisa avrei seguito napoleone a Sant’Elena. Forse non sarei stato della stesso opinione se avessi conosciuto e amato il bel Neipperg, malgrado il suo occhio di vetro.

Ammiro con entusiasmo, ve l’ho detto, tutto quello che è bello e delicato; e, cosa strana, la bruttezza grandiosa rude e potente, in un uomo, mi piace tanto quanto la sua bellezza e forse pure di più.

Ho un’intelligenza molto viva e sveglia, malgrado tutte le mie differenze e le mie debolezze. Capisco qualsiasi cosa, in bene o in male, e ammiro nello stesso modo sia una cosa che l’altra, sempre che non ci sia nulla di volgare.

Non ho mai potuto imparare l’aritmetica al di là delle quattro operazioni e non saprei fare un’operazione a tre cifre benché io abbia avuto per parecchio tempo un insegnante di matematica. E non capisco assolutamente niente neppure degli affari di borsa, anche se ne ho sentito parlare molto in famiglia. Adesso, grazie a Dio, non ne sento più parlare, perché non ce n’è più bisogno!

Imparo in cinque minuti il testo di una poesia che mi piace, per quanto possa essere lunga, e non mi ricordo due righe di una prosa antipatica, anche se mi ci impegno per delle ore. Suono abbastanza bene il piano anche se non ho la pazienza di studiarlo per molto tempo; suono di preferenza dei pezzi melanconici, quelli di Shubert o quelli di Morart soprattutto; suono anche delle opere di cui, mentre suono, mi piace evocare le scene e le passioni dei personaggi del libretto.

Il mio compositore preferito è Verdi, che adoro. Nella letteratura preferisco le descrizioni dei sentimenti e il progresso lento e invisibile delle passioni a qualsiasi polpettone di avventure. Ho voluto leggere Ponson du Terrail, ma non ci sono riuscito; lo trovo molto noioso e impossibile.

Il romanzo storico – eccettuato Jvanhoe, dato che mi piace credere che Rebecca possa essere una delle mie antenate materne – non mi piace per niente; i romanzi di Dumas padre mi hanno interessato molto tempo fa, ma ho trovato la consultazione dei documenti storici e delle memorie del tempi infinitamente più interessanti. Ho moltissimi libri su Maria Antonietta, la mia eroina preferita, e su molti personaggi femminili celebri. Mi piace collezionare i loro ritratti autentici, anche quelli brutti, che io non mostro a nessuno per non arrossire delle mie eroine beneamate. Quelli li conservo per me. Ho pagato duecento franchi dei libri che non m’interessavano affatto per una piccola incisione rappresentante la regina Maria Antonietta sul palco della ghigliottina, da un disegno del 1793.

La storia di Francia è quella che m’interessa di più, anche se, se avessi potuto scegliere un’epoca e un paese per venirci al mondo, avrei scelto Roma ai tempo della decadenza, sotto Adriano per esempio (mi piacerebbe anche la corte di Enrico III). Sarei stato delizioso in costume romano e l’ho scelto in un ballo in maschera in cui ho fatto furore, con le braccia nude, le gambe nude, e dei deliziosi sandali che lasciavano passare le mie dita del piede nudo e le loro unghie lucidare come delle agate. Il capitano (io lo chiamo così anche se non lo è più) era vestito da gladiatore, superbo in camicia caffelatte (lui è molto più scuro) e mostrava tutto il suo corpo possente nella rigida grandezza, con le gambe e il petto coperti d’acciaio. Quella sera là ci demmo alla gioia pazza.

Ho una vera passione per gli animali, gli uccelli delle isole e i cani preziosi soprattutto; ho degli adorabili carlin [tipo di cani] giapponesi. Altre volte adoravo anche i bambini; adesso quasi non li posso più soffrire e non li accarezzo mai anche quelli che sono miei parenti stretti.

Napoli è la mia città favorita e la lascio sempre con pena, fosse anche per solo qualche giorno. È quasi l’Oriente con i suoi enormi palmeti e la sua rada blu e accesa di fuochi strani e che in pittura sembrerebbero impossibili. Napoli abitata dai Francesi con la loro civiltà raffinata, sarebbe divina; non ci sarebbe città più bella al mondo, se fosse appartenuta a loro il tempo che invece appartenne agli Spagnoli e agli Inglesi, che bel paradiso sarebbe! Per come è realmente è comunque superba, mi piacerebbe di più se fosse dipinta e raffinata: sarebbe il paradiso di Maometto.

Amo la natura solo nelle più selvagge solitudini, una foresta per esempio; ma dopo che ci arriva l’uomo io desidero una civiltà perfetta con tutte le sue delicatezze e i suoi squilibri raffinati. Mi piacciono i parchi all’inglese, ma i giardini di Versailles e quelli di Caserta hanno più fascino per me.

Inutile dirvi che amo pazzamente le vostre opere, che ho letto con ammirazione, anche se, per me, l’argomento delle ultime non è stato particolarmente gradevole.
Il libro che preferisco e La Curée, in cui ritrovo qualcuno dei miei sentimenti e la sfera [il mondo] che ho quasi sempre abitato, nel quale sono nato e vissuto. Anche Madeleine Férat mi ha fatto una forte impressione.

È col più vivo piacere che scrivo stasera queste pagine. La camera è piuttosto gaia col suo gas acceso, i tappeti caldi e il rumore dell’albergo che brulica di gente. Sono quasi felice; quanto durerà questo stato? Spero parecchio, e voglio pensare solo a divertirmi con quello che ho senza cercare altro. Ho scritto per me, ma quello che ho scritto ve lo invio. Potrò esservi utile a qualcosa o avrò sprecato il mio tempo?

In ogni caso non rimpiango queste ore. Ho rivissuto tutta la mia vita nei suoi terribili dolori e nelle sue gioie colpevoli e deliranti.
……
Pensavo che sarei riuscito a dormire ma tutti i ricordi evocati in queste pagine mi rendono il sonno impossibile, e bisogna che io torni al mio scritto che mi fa rivivere, in qualche ora, dei lunghi anni. Del resto, la continenza di questi ultime settimane e il viaggio del mio amico, che ancora non parla di ritorno, mi hanno singolarmente riscaldato e sento un’intensità di desiderio e di passione che mi impedisce di riposare a lungo. Torno dunque alla conversazione con voi, ma certamente questo sarà l’ultimo foglio che vi scriverò, perché altrimenti, sento che non la finirei più e vi invierei un grosso volume che finirebbe per affaticarvi parecchio. Mi sembra sempre di aver finito e poi trovo ancora qualcosa da raccontarvi. Del resto mi compiaccio talmente a parlare della mia piccola persona che non la smetterei di evocare la mia immagine guardandomi qui come in uno specchio. Credo che con ci si possa stancare di parlare di se stessi e di studiarsi nelle cose più piccole, soprattutto se quell’essere che la Natura ci ha forgiato è
così eccezionale come io sono.

Credo che da tutto quello che vi ho scritto potreste ricostruire il resto del mio carattere, delle mie idee e anche l’ambiente che mi sta intorno, ma dato che questo mi diverte in modo particolare, continuo ancora un pochettino, più per me che per voi.

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IL ROMANZO DI UN INVERTITO NATO (sesta parte)

Ebbi poi un’avventura con un giovane spagnolo che fece per me quello che io avevo fatto con gli altri. Mi seguiva dappertutto durante un lungo periodo, restava lunghe ore sotto il mio balcone e passeggiava sulla riva quando c’ero io. Io feci la sua conoscenza e lui mi mostrò la più appassionata amicizia. Lo feci venire qualche volta a casa mia ma aveva lo sesso mio carattere, era molto timido e io ero abituato ai maschi possenti, cominciai presto a prenderlo in avversione. L’ho congedato in modo molto poco onorevole e poi non l’ho più visto. Credo che sia tornato in Spagna con la famiglia.

Un giorno in città un uomo mi seguì; il mio capitano era in viaggio, lo spagnolo mi annoiava e avevo bisogno di distrazioni. Ci capimmo molto presto. Gli diedi appuntamento nell’appartamento del capitano di cui avevo la chiave. Fui disgustato da quest’uomo che aveva lo stesso vizio del vostro Battista. Era freddo e appiccicoso; un biondo aspro e antipatico. Non ne potei far nulla tanto ero disgustato e se ne andò molto presto come era venuto. Dopo non l’ho più visto.

Ecco, Signore, la confessione che io volevo farvi; è terminata. Forse mi compatirete, dato che il dono dei grandi spiriti è conoscere e comprendere il bene e il male. In mezzo al mondo in cui vivo e in cui passo, isolato dai miei stessi pensieri, sento una profonda tristezza e un profondo disgusto. Non esco da questo torpore se non nei soli istanti in cui posso abbandonarmi a una folle passione, e questi istanti sono rari perché non voglio più mettere le persone a conoscenza del mio triste segreto. Le signore mi coccolano parecchio. Più di una mi ha fatto delle avances molto galanti, che ho sempre respinto sorridendo ma con vera disperazione e grandi rimpianti. Mi trovo molto bene in compagnia delle signore che fanno veramente per me quello che le signore di La Curée fanno per il vostro Maxime, al quale io un po’ assomiglio; ma più sfortunatamente di lui, la mia natura mi ha impedito l’amore e mi lascia solo la fredda dissolutezza che ha finito per diventarmi odiosa anch’essa.

Mi prendono spesso in giro per la mia malinconia e per i miei atteggiamenti alla Werther, ma se leggessero nel mio cuore mi compiangerebbero o forse riderebbero. Come vi ho già detto, quaggiù non ho alcuna speranza e tutte le gioie degli altri mi sembrano solo un insulto nei miei confronti. Dovrò rimanere sempre quello che sono: un essere carino, piccolino, profumato, irreprensibilmente elegante, frivolo e seriamente dissoluto; lo dico segretamente, perché nessuno ha dubbi su quello che sono e su quello che faccio. Quando dico nessuno intendo fatta eccezione per le tre o quattro persone che mi hanno conosciuto veramente.

Ma dato che loro hanno condiviso le mie debolezze e le mie vergogne, io non devo arrossire davanti a loro, o almeno arrossiamo insieme.

E perché dovrei avere vergogna di quello che ho fato? Non è forse la Natura che ha fatto il primo errore e mi condanna a una sterilità eterna?

Avrei potuto essere una donna adorabile e adorata, una madre e una moglie irreprensibile, e sono solo un essere incompleto, mostruoso, che desidera soltanto ciò che non gli sarebbe permesso e a sua volta è desiderato da quelle che lui non può considerare che come amiche e non come delle amanti. Conoscete supplizio più doloroso, e i nostri torti non sono forse scusabili?

Sono sicuro, Signore, che voi conserverete questa confessione come uno dei documenti umani meno consultati e che mi sarete grato di avervela inviata.
Vi dirò ancora qualcosa che potrà interessarvi sul mio entourage e sul teatro nel quale io vivo … (Nota di Zola: tralascio qui alcuni dettagli troppo circostanziati che permetterebbero forse agli indiscreti di scoprire l’identità dell’autore di queste confessioni. Mi basti dire, per riassumere le informazioni che mi ha dato sulla sua famiglia, che questa famiglia è, dal lato paterno, di molto buona e molto antica nobiltà) … e se non fosse stato per la dote di mia madre e per delle speculazioni ben riuscite, noi saremmo dei ben tristi rappresentanti della nobiltà. Il matrimonio di mio padre vi spiegherà del resto la nostra decadenza e l’origine della nostra opulenza.

I miei fratelli sono tutti sistemati e hanno una bella famiglia. Prego Dio ogni giorno che nessuno dei figli mi rassomigli né nel fisico né nel morale.

Sento che invecchiando finirò in una devozione che mi offrirà la sola consolazione possibile, ma il mio desiderio più ardente è quello di non invecchiare e di andarmene nel fiore della mia giovinezza e della mia bellezza. Se dovessi invecchiare mi disprezzerei e mi odierei troppo.

Non ho niente da aggiungere a queste pagine già così lunghe; Temo di avervi orribilmente annoiato, se avete avuto comunque il coraggio di arrivare fin qui.
Non fa nulla, mi sono un po’ alleggerito l’anima e ho scritto con une sorta di voluttà retrospettiva le scene abominevoli e ardenti di cui sono stato attore.

È inutile assicurarvi che tutto quello ce c’è nel mio scritto è vero; non avrei avuto alcuna ragione di mentire, e voi stesso riconoscerete forse la veridicità di tutto quello che vi scrivo. Mi sembra di essermi trattato abbastanza duramente e non mi sono lusingato né sul lato fisco né su quello morale.

Perdonate i miei scarabocchi, ma ho scritto a cuore aperto, come se mi confessassi a un medico o a un amico e non ho potuto fare caso alla forma o all’ortografia.

Ecco, Signore, quello che avevo da dirvi.

Uno dei vostri più appassionati ammiratori.

P.S. Sapere voi. Signore, che cosa mi ha spinto a scrivervi qui? – È la rabbia e l’invidia che io ho provato rivedendo un ragazzo della più perfetta e augusta bellezza, per il quale io ho avuto in altri tempi la passione più ideale e al quale non ho mai parlato e non parlerò mai. Io lo amo mentre lo odio e vorrei saperlo morto, perché non appartenga mai a nessuno. Avete mai sospettato un simile martirio?

V. – Terzo documento

Signore,

Spero che abbiate ricevuto il pacchetto di fogli così spaventosamente scritti che vi ho inviato. Li ho scritti con piacere, sicuro che nei vostri profondi studi sull’umanità, le sue malattie e le sue disgrazie, una tale confessione non potesse che esservi gradita.

Vi ho scritto in una giornata noiosa e triste mentre c’era una pioggia scrosciante e i colori malinconici si stendevano su tutte le cose. L’ultima parte di questa confessione fu scritta l’indomani mattina mentre una pioggia terribile batteva sulla mia finestra in una banale e triste camera mobiliata.

Quello che ho scritto ha stranamente risentito del mio umore e della tristezza e della noia che mi circondavano. Ho spinto troppo verso il nero tutti i colori e forse mi sono mostrato per quello che sono, ma certamente per quello che non sono sempre. Sono fatto così e ho questa malinconia e questa tristezza – che è diventata il fondo del mio carattere -; ma ne esco spesso e non mi sento sempre così infelice. Vi scrivo questo dopo una cena deliziosa, in numerosa compagnia, in cui ho ricevuto molti complimenti e in cui il vino generoso e tutto lo scintillio di una casa ricca incantavano il cuore e lo spirito. Voglio dunque completare lo studio della mia persona che io considero spesso favorita dalla natura perché essa ha fatto di me un essere che neppure i più audaci poeti sono riusciti a creare.

Uomo e elegante nel corpo, io possiedo lo spirito, lo charme e tutti i gusti delle donne più deliziose; posso dunque trionfare qualche volta attraverso i doni riuniti dei due sessi, anche se qualche volta mi uccido a forza di rimpianti di non essere né uomo né donna. Mi compiaccio nel mettermi a confronto con i bellissimi eroi della mitologia e nel dirmi che Giacinto, Ganimede e tante altre bellissime creature non differivano assolutamente da me e furono adorati dagli dei più belli e più potenti.

Io provo ripugnanza – la ripugnanza più assoluta – per la donna, ma io considero le donne come mie simili, e provo la più viva amicizia per parecchie di loro che mi conservano una tenera amicizia, meravigliandosi forse – senza chiedersi le cause – delle mie riserve e della mia innocenza nei loro confronti.

Sono in corrispondenza regolare con parecchie belle donne, che mi hanno spesso confidato i loro più intimi sentimenti e alle quali sono sempre piaciuto per la mia conversazione più che licenziosa. Molte hanno finto di credere che io facessi loro la corte e mi hanno fatto delle proposte abbastanza esplicite: – io ho subito provato ripugnanza nei loro confronti e le ho immediatamente tenute a distanza. Fingo sempre di essere innamorato di un’altra donna, do loro dei dettagli su persone immaginarie e racconto loro ogni genere di cose che ho imparato dai libri o che so da qualche amico.

Una volta una cugina sposata è rimasta ad abitare da noi per un po’ di tempo. Lei dormiva in una camera a fianco alla mia e solo un muro separava i nostri due letti, collocati in due angoli delle rispettive stanze.

La notte lei dava dei colpi al muro della mia camera, ridendo e scherzando. – perché era molto spiritosa e giocava sempre al bambino terribile (ora è morta di meningite). Tremavo sperando che non le venisse l’idea di chiamarmi e fingevo di addormentarmi subito adducendo a pretesto il sonno più profondo. Credo che avrei potuto dormire completamente nudo al suo fianco senza che mi avesse sfiorato neppure il più piccolo desiderio.

Io posso avere la più grande simpatia per le signore – io parlo di signore, perché le altre non mi sembrano che bestie grossolane – ma io posso essere solo loro amico e mai altro, mentre i miei sensi si risvegliano in un modo terribile e potente quando sento vicino a me o anche vedo soltanto un uomo che mi piace, di qualsiasi condizione sociale sia.

Comunque è vero che io preferisco sempre persone distinte e ben sistemate, soprattutto i militari.

Ieri quando ho consegnato alla posta la lunga lettera che vi avevo indirizzato, sono stato colpito dal bell’aspetto dell’impiegato delle poste; i romani sono veramente molto belli! Oggi ho inviato molte lettere per poter ritornare a vederlo e mi sono divertito a parlargli e a guardarlo. È decisamente un uomo affascinante!!

Io ho per gli uomini una vera passione; e se fossi una donna sento che sarei terribile nei miei amori e nelle mie gelosie!

Non crediate che per amare io intenda solamente fare quello che vi ho scritto ieri; io penso che ci sia un modo molto più bello e più nobile di amare. Purtroppo non lo potrò mai provare, perché un uomo veramente nobile e affascinante come ne conosco, non vorrebbe certamente saperne di me, e bisogna che mi accontenti degli uomini depravati; è vero che forse sono più divertenti e molto meglio degli altri. Ecco la mia consolazione.

Vorrei comunque amare qualcuno di una passione bella e nobile.

Capisco tutti i sacrifici che si possono fare quando si ama e fremo per il fatto di non poter conoscere questo sentimento e soprattutto di non poter essere amato con la passione del cuore e lo slancio col quale sento che potrei amare.

Ho veramente paura, adesso, che l’amore del giovane militare non sia stato che una cosa molto ben calcolata: un mezzo per godersi il mio denaro; forse anche la mia persona gli è stata gradita perché senza dubbio gli ho fato provare cose che lui non conosceva.

Temo che questo sia veramente tutto e che lui non provasse nessun altro sentimento per me.

Quanto al capitano, è un dissoluto, che mi conservo perché adesso non ho niente di meglio e al quale io appartengo per abitudine. Forse lo amo pure più di quanto penso di amarlo. Quando parte, il fatto mi contraria e le sue lunghe assenze mi risultano molto sgradevoli, benché io non sia veramente innamorato di lui e sia stato innamorato fino ad ora solo una volta nella vita e forse non lo sarò più con così violenta esplosione di sentimenti teneri e delicati e con una così terribile gelosia.

Credo che il capitano mi ami veramente, lo dice, almeno. Ma ho notato più di una volta che cambia molto dopo che la cosa è stata consumata e che gli ardori e le passioni che mi testimonia prima cambiamo molto dopo che ha fatto quello che voleva. Non era così nei primi tempi e penso proprio che lui consideri solo il suo piacere al di là della mia figura e della mia persona, mentre si preoccupa molto meno di me, cioè dei miei sentimenti dei miei affetti; l’altra parte mi affatica parecchio. Benché sia molto vigoroso e forte, anzi proprio perché è vigoroso e robusto, si agita a lungo prima di emettere il seme. Io invece emetto il seme rapidamente, mente lui fa lo stesso, anche se devo aspettare poco, recupero la mia capacità di ragionare e posso considerare l’uomo incapace di lussuria. Allora il suo voto mi appare feroce e vile, cosa che, mentre mi era gradita prima, una volta raggiunto il godimento, mi provoca fastidio e quasi terrore. Vorrei fuggire ma dopo aver goduto è giusto che possa farlo anche lui. Questo mi stanca molto e giaccio lì con la faccia dura e sempre rigida e ferrea. In quei momenti lo odio. Ma quando arriviamo ad emettere il seme insieme allora sono preso da vera felicità e in quei giorni lo amo veramente e mi ci metto anima e copro e mi sforzo al massimo di piacergli. Per me è un grande dolore non poter ricevere nel mio corpo il suo seme nel quale mi sembra ci sia la sua essenza. Sono afflitto pesantemente da questo desiderio e allora desidero ardentemente di essere una donna.

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IL ROMANZO DI UN INVERTITO NATO (quinta parte)

Post scriptum . – Secondo documento

IV . – Nuove confessioni.

Ho appena letto stamattina le pagine terminate ieri sera. Non ho fatto del resto che scorrerle; ho provato a gettarle nel fuoco, non l’ho fatto, cosa che avrei rimpianto molto: quelle pagine possono aver un qualche interesse per voi.

Per questa stessa ragione, sto per riempire una lacuna che ho volontariamente lasciato, per falsa vergogna, ma che non sfuggirebbe certamente al vostro occhio chiaroveggente. Dato che ho confessato tanti errori, posso anche confessarne altri e mostrarmi al completo.

Avrei voluto risparmiarmi questa storia così sporca, ma non avreste capito come un ragazzo di diciannove anni, così completamente vergine, abbia potito corrompere così facilmente un uomo di venticinque che aveva già frequentato parecchie donne: cosa che mi era e mi è ancora assolutamente sconosciuta e che io non voglio conoscere.

Anche se profondamente corrotto moralmente, e pur avendo sognato dalla più giovane età le depravazioni più raffinate, non persi quella che si potrebbe chiamare la mia innocenza se non all’età di sedici anni. Fino ad allora mi ero contentato di dissolutezze immaginarie e di piaceri solitari.

Il mio primo precettore fu un amico di casa che era stato amico di gioventù di mio padre. Era un ex-capitano della cavalleria piemontese, che aveva fatto tutte le guerre d’Italia, nelle quali, lui diceva, aveva pesantemente sconfitto gli Austriaci.

Passava per un perfetto depravato e si diceva nell’orecchio che avesse vissuto per parecchio tempo con un ragazzo che lui aveva aiutato a mangiarsi i tre quarti della sua eredità. Questo capitano viveva della sua pensione e dei numerosi commerci di cavalli che faceva.

Aveva molto viaggiato ed era stato molto tempo in Ungheria. Anche se di basse estrazione, frequentava le migliori casa. Le signore non lo potevano soffrire a causa dei pochi riguardi che aveva per loro nei gesti e nei discorsi; gli uomini soprattutto quelli dello sport lo ricevevano a braccia aperte.

Veniva a trovarci qualche volta ma all’inizio non prestava nessuna attenzione a me. Io mi sentivo comunque allora attirato verso di lui e gli manifestavo molta simpatia. Era un uomo bruno e di un’altezza enorme e di una struttura che sembrava indistruttibile in cui risaltavano solamente i muscoli d’acciaio che tenevano il posto della carne che sembrava non esistere affatto. Per me era come un tipo di vecchio barone tutto bardato di ferro e non l’ho mai visto senza pensare a uno dei personaggi di Ivanhoe. La sua testa era superba, magra, bruna come quella di un mulatto, con un gran naso curvo, piegato leggermente a sinistra. I suoi occhi neri e infossati brillavano di uno scintillio straordinario. I suoi lunghi baffi neri lasciavano vedere una bocca ben contornata, beffarda, dalle grosse labbra brune e con i denti forti e bianchi. La testa enorme era quasi del tutto senza capelli e coperta solo dietro e di lato da una specie di capigliatura irta nera. Le mani erano in armonia con tutta la persona, la voce era rude e profonda. Tutta la sua figura era atletica, la forza completamente erculea. Con le mani rompeva un ferro di cavallo. Aveva un modo di guardare le persone che vi faceva abbassare gli occhi e non risparmiava nessuno.

Con me si permetteva le più grandi familiarità, mi solleticava il mento e quando mi incontrava nel corridoio o lo accompagnavo alla porta, mi dava dei pizzicotti o mi accarezzava a lungo, anche in presenza di mio padre che non ci vedeva nulla di male.

Come vi ho già detto io non conoscevo allora  nulla se non per sentito dire, Fremevo dal desiderio di conoscere finalmente qualcosa da me stesso e il mio sangue era in movimento quando quell’uomo mi toccava. Un giorno parlando a mio padre delle ferite che aveva ricevuto in guerra, voleva mostraci una cicatrice che aveva sulla coscia e di cui si era vendicato spaccando il cranio al soldato tedesco che gliel’aveva fatta. Si sbottonò i pantaloni e per mia grande gioia ci mostrò una coscia enorme, abbronzata e luccicante piena di peli neri e duri, attraversata da un largo squarcio rosa che mi sembrò molto carino in mezzo alla carne scura e ai peli che gli facevano come un bruno contorno.

Tentai di vedere quello che nascondeva sotto la camicia ma non vidi nulla se non dei rovi densi e neri, che mi colpirono fortemente. Io non provavo comunque nessun affetto per quest’uomo, ma mi sembrava così maschio che io desideravo fortemente di appartenergli, almeno per qualche istante. Dopo quel giorno, quando mi guardò ne fui molto emozionato, arrossivo e quando mi toccava, fremevo di piacere. Anche oggi scrivendo queste righe, sento rinascere questo sentimento che vorrei soffocare e sento che, se lui fosse lì in questo momento, mi abbandonerei  a lui.

Da uomo abituato a questo tipo di avventure capì che risultato avrebbe potuto ottenere dalla mia bella giovinezza e dal mio charme di bella ragazza travestita da ragazzo. Mi invitò ad andare a vedere dei cavalli che erano nella sua scuderia e che, penso, stavamo per partire per non so dove. Ci andai tutto pieno dal desiderio di un’avventura nella quale avrei potuto alla fine apprendere qualcosa e avrei potuto consegnarmi al mio gusto che, ancora mai soddisfatto, aveva preso delle proporzioni enormi e non mi lasciava nessun riposo. Dopo la visita ai cavalli, che ammirai molto anche se non ne capivo niente, mi fece salire nel suo appartamento che si componeva si un salone al livello del pianerottolo, di una camera da letto e di un bagno. Il suo garzone di stalla faceva il suo servizio e una vecchia portiera l’aiutava.

Entrando in questa camera mobiliata, tutta affumicata e piena di odore di sigaro e di cuoio e dove tutto mi attirava, ero come inebetito e il desiderio mi aveva dato delle palpitazioni così violente che quasi soffocavo e mi sentivo le estremità gelate. Qualche volta provo ancora questa sensazione crudele e deliziosa.

Mi fece sedere accanto a lui sul suo sofà accarezzandomi, ridendo in modo forzato e guardandomi con degli occhi così balordi che ne avevo paura pur essendone affascinato. Lui non sapeva che dire, io mi vergognavo ed ero rosso come un peperone. Mi strinse le mani, prendendomi sulle ginocchia cominciò a baciarmi sull’orecchio sussurrandomi delle cose a voce così bassa che io non lo sentii proprio. Eravamo tutti e due in silenzio, io restavo immobile sulle sue ginocchia mentre lui continuava a baciarmi la testa, le gote e il collo. Io mi sentivo morire dal piacere, perché non avevo mai provato una simile voluttà. Poi si sollevò in piedi dicendomi: “Vuoi tu? Vuoi tu?” con una voce soffocata che mi faceva quasi paura. Io non risposi, tanto ero turbato.

Si alzò bruscamente, andò a chiudere la porta a chiave, chiuse quasi completamente anche le tende della finestra, poi ritornò verso di me che ansimavo di desiderio, di vergogna e di paura. Mi spogliò in un batter d’occhio, percorrendo con le sue mani tutto il mio corpo, mi tolse perfino le scarpe e le calze, buttò via la camicia e mi portò come un bambino piccolo nel suo letto. In un lampo fu completamente nudo anche lui e si coricò accanto a me che ero come in un sogno e non ero più cosciente dei miei atti e dei miei pensieri.

Si stese sopra di me ansimando e gemendo fortemente, mi strinse così forte tra le braccia da chiudere anche la mia anima, e prese ad agitasi sul mio corpo. Aveva un grosso pene che agitato sopra di me mi titillava in modo molto divertente. Frattanto mi succhiava le orecchie mi infilava la lingua in bocca e palpava con le mani tutto il mio corpo. Con voce spezzata mi diceva cose folli e dolcissime. Quando emise il seme mi inondò, e non la finiva di muoversi ma muggiva come un toro. Frattanto anche io avevo emesso copiosamente il mio seme; per parecchio tempo rimanemmo aderenti uno all’altro, quasi esanimi e realmente impastati insieme; e proprio per questo facemmo fatica a staccarci.

Non avevo più alcuna vergogna in quel momento e lui sembrava del tutto felice. Emetteva dei lunghi sospiri di piacere e di soddisfazione. Dopo esserci alzati e rivestiti con cura, mi riguardai nello specchio. Fui colpito dalla strana e quasi sconvolgente bellezza che avevo in qual momento. Il mio viso era arrossato, le mie labbra rosse come il sangue, i miei occhi brillavano di tutto il loro più bello scintillio, ero fiero di me, del piacere  che avevo dato e di quello che avevo ricevuto.  Provai per il capitano quasi della riconoscenza e mi considerai come appartenente esclusivamente a lui. Lui mi fece promettere che sarei andato spesso a trovarlo, cosa che io feci con tutto l’entusiasmo. Non avevo mai avuto giornate più brillanti e più serene, mi sembrava di aver cominciato a vivere solo da quel giorno.

Da allora andai a trovarlo spesso; pranzavano insieme nella locanda, poi rimanevamo per molte ore chiusi nella stanzetta. Quell’uomo era un vero satiro e credo che non ci sia stato nessun Romano, neanche nei tempi estremi della repubblica romana, che abbia conosciuto o abbia trovato nella libidine una tale solerzia. Diceva infatti che tutte le membra devono concorrere al piacere e ciò che diceva faceva. Escogitava nuovi luoghi, movimenti alterni quasi una danza, salti e contorcimenti insoliti. Non posso dire che cosa mi abbia insegnato.

Quando mi ebbe fatto conoscere tutto il repertorio, mi disse un giorno: “Adesso bisogna che tu sia completamente mio e che io ti possieda completamente”. Io non domandavo di meglio, la mia natura mi spingeva a questo a aspiravo a conoscere le nuove e segrete voluttà. Capii ben presto quello che voleva e la cosa mi sembrò del tutto naturale e non mi rifiutai affatto. Non si aspettava un abbandono così completo da parte mia e manifestò la sua gioia. Mi disse che ero il suo tesoro, che mi amava molto e che mi avrebbe dato il più grande piacere che avrei mai conosciuto.

Io guardavo però quasi spaventato il grosso pene disteso  e validamente eretto che lui ungeva con l’olio (una crema fredda), e non credevo che quella cosa così enorme si potesse introdurre nel mio corpo così molle e delicato. Unse di olio anche me, e io sopportavo questa cosa benché fossi preoccupato nell’attesa e insieme sospeso per il desiderio. Mi collocò sul letto come al solito poi mise i miei polpacci sopra le sue spalle in modo da poter raggiungere con l’inguine il mio copro. Prese insieme le mie spalle e diede il primo colpo. Percepii un dolore così violento che con un veemente colpo lo allontanai, e benché provasse in ogni modo a tenermi immobile, mi liberai comunque da lui e saltai giù dal letto negando che avrei ricominciato da capo quella cosa.

Digrignò i denti e mi trattò molto male, mi pregò ma fui irremovibile. Vi confesso che fu il dolore materiale che mi trattenne dall’atto violento, non fu assolutamente la vergogna né alcun altro sentimento. Non facevo che cedere alla mia natura che ha voluto che io fossi così.

Dovette contentarsi delle familiarità  che si era già preso con me perché non volli mai soddisfarlo nel modo che avevo trovato così doloroso e al quale preferivo delle voluttà più delicate e che non mi lasciamo tracce. Volli poi tentare questo modo di amare col mio amico, m anche in quell’occasione il dolore fu troppo forte e ci dovetti rinunciare , benché questa volta con dispiacere.

Certo amavo molto quel centurione, che pure si sentiva totalmente maschio quando mi contemplava  così delicato e bellino. Spesso mi pregò tra le lacrime affinché sperimentassi la sua libidine da ogni parte, ma non volli mai. Lui però traeva comunque da me il massimo piacere e disse spesso di preferirmi alle ragazze più belle. Quando mi stringeva tra le braccia, mi baciava, mi succhiava, morsicava la mia carne. Un giorno mentre emetteva il seme mi morse la spalla così violentemente che ci rimase la traccia dei denti per parecchi giorni. Mai lo amai così violentemente come in quel periodo.

Non credo che posa esistere un uomo un uomo di tipo così robusto; lo ammiravo spesso nella sua prestate nudità. La sua carne aveva ed ha tuttora il colore del bronzo brunito, presenta anche tre o quattro cicatrici di ferite. Ha la forza di Ercole benché abbia cinquantadue o cinquantatré anni (cosa che non dice), dice di avere quarantotto anni, cose che però o falsa. Ha la massima virilità; racconta infatti che nella prima adolescenza, aveva rapporti sessuali tre o quattro volte al giorno, adesso però ha rapporti solo una volta al giorno, quasi tutti i giorni. Quando emette il seme, crederesti  di essere inondato, e in quel momento è preso da una così violenta voluttà  che freme e muggisce come un leone. Non ha nessun bisogno di preparazione, è sempre pronto quando vuole.

Fui molto geloso di lui, ma non tanto quanto dell’altro che era  molto più affascinante e aveva molta più grazia e giovinezza.

Questo fu il mio precettore e se ne avessi avuto uno simile nell’imparare le altre cose non me ne sarei certo potuto lamentare. Le abitudini e, dopo qualche mese, una nuova e più dolce passione  mi staccarono da lui, ma lo rividi molte volte e anche se adesso sta molto lontano, spero che venga a trovarmi di nuovo e spesso.

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IL ROMANZO DI UN INVERTITO NATO (quarta parte)

L’indomani, quando ci alzammo, non osavamo scambiarci un solo sguardo, la vergogna era subentrata momentaneamente ai nostri folli ardori e l’aria fresca del mattino ci aveva fatto smaltire la sbornia. Per tutta la mattina non scambiammo che qualche parola ma la sera, dopo che andammo a letto, soli nell’oscurità profonda, il desiderio mi assalì di nuovo, mi alzai trattenendo il respiro e andai a trovarlo.

Era sveglio e mi aspettava, così mi disse.

Durante quella notte prolungammo al massimo la nostra voluttà e credo anche che nessuno sia mai stato né più innamorato né più ardente di come eravamo noi. Ci torcevamo negli spasimi della lussuria, quasi deliranti, e le mie carezze eccitavano in lui tale voluttà che mi prese un piede e follemente lo baciò.

In questa notte venne meno ogni freno, e passammo quasi tutte le notti uno nel letto dell’altro ad abbracciarci e a coccolarci. “Che belle guance hai, mi diceva, sono più dolci di quelle delle donne, e i piedi, si direbbero quelli di un bambino”. Questi discorsi mi facevano trasalire dalla gioia ; non desideravo più di essere una donna, perché trovavo questa passione terribile molto più saporosa e gradevole, superiore a quello che può offrire l’amore più conosciuto, che d’altra parte non mi attirava affatto.

Mi innamorai talmente di questo bel ragazzo che arrivai ad amarlo più di qualunque cosa al mondo e non ebbi pensieri che per lui. Volli vederlo bello e ben sistemato; gli feci fare una uniforme nuova ed elegante a mie spese e volli vederlo gentile, profumato e perfettamente in ordine. Non mi mancava il denaro e lo spendevo a piene mani e senza rimpianto per lui. All’inizio non voleva accettare niente da me, ma poi io lo forzavo e prendere quello che gli regalavo. Lui non chiedeva mai niente ma io sapevo di che cosa aveva bisogno e sapevo prevenire tutti i suoi desideri. Volevo che mangiasse con noi, ma non volle, per non infastidire i miei compagni e perché qualche maligno non sospettasse della nostra amicizia troppo ardente. Io mi staccavo il più che potevo dai miei compagni trovando molti pretesti per assentarmi e non prendere parte ai loro divertimenti.
Mi isolavo completamente da loro quando loro andavano a passeggio o al teatro; mi chiudevo nella camera mobiliata che avevo preso in affitto in città e dove il mio amico veniva a raggiungermi soprattutto la domenica e i giorni di festa. Lì c’erano dissolutezze, pranzi raffinati e cene carine testa a testa; e quasi tutto finiva nello stesso modo.
Il pensiero del mio amico mi occupava incessantemente e non mi abbandonava mai; avrei sacrificato tutto per lui, e poi prendevamo piacere l’uno dell’altro solo nel modo più innocente, voglio dire meno criminale.

Non era abituato ai profumi, alle acque profumate in cui io mi immergevo e pur essendo sempre perfettamente pulito non si riconosceva in raffinatezze di questo tipo che comunque lo affascinavano. Secondo la moda, io portavo delle camicie da notte di seta a cordoni, che avevano un buon profumo ed erano così dolci da toccare! Gli alimenti forti e il buon vino di cui lo nutrivo agivano potentemente su questa natura che non si riconosceva nella vita raffinata e dolce ma ne sentiva tutta la voluttà.

Quando veniva a casa, io ero quasi sempre a letto; mi baciava dicendo: “O Dio! Che moglie carina saresti! Ma, che importa? Tu sei comunque la mia mogliettina!” E nell’oscuro cubicolo sussurravamo, ci accarezzavamo senza sosta e ci scambiavamo caldi baci nel gran letto sul quale c’era un lino bianco e sottile che avevo portato dalla casa di mio padre. Molto diverso dal lenzuolo ruvido dei soldati.

Godevo poi del massimo piacere quando di domenica o nei giorni di festa, ci lavavamo insieme nell’acqua calda dei bagni di questa città. Nella stessa stanzetta c’erano due vasche la cui acqua annusavamo, ed era profumo di tabacco. Spesso ci stendevamo nella stessa vasca e restavamo abbracciati a lungo nell’acqua calda.

Il mio amico si abituò veramente a me, tanto che non poteva fare a meno di me come io non potevo fare a meno di lui. Non era mai stato così amato e non aveva mai gustato insieme tutti i piaceri che io gli offrivo. Facevamo anche delle escursioni in carrozza cabriolet nei dintorni della città. Lui guidava attraverso i campi illuminati dalla luna e noi gustavamo una felicità perfetta.

Voleva anche mostrarmi la sua amicizia e testimoniarmi che pensava a me come a se stesso. Un giorno in una della nostre passeggiate di reggimento, saltò un enorme fossato per darmi un grappolo d’uva che io desideravo; in conclusione, mai dei veri amanti sono stati così felici e hanno avuto in cuore una passione più grande della nostra. L’orribile e maledetto ardore che mi bruciava, fin dalla prima infanzia, aveva alla fine trovato la sua strada e il suo sviluppo e aveva trascinato con sé un essere veramente incolpevole dei suoi errori e che solo una maledetta passione aveva morso e avvelenato. Mi sono spesso rimproverato di aver reso colpevole di tali diversità e di avere demoralizzato col mio esempio e la mia influenza un ragazzo che forse non sospettava nemmeno delle passioni così abominevoli. Comunque allora non pensavo a nulla e non trovavo nella mia condotta nulla di condannabile. Solo più tardi il rimorso mi ha afferrato e ho amaramente rimpianto il mio errore e il suo.

Il nostro anno di servizio militare volgeva ormai al termine e (cosa che un anno prima avevo creduto impossibile) vedevo approssimarsi la mia partenza con un vero terrore, l’idea di dovermi separare per parecchio tempo, se non per sempre, dal mio amico, mi era insopportabile, e spesso la notte ne piangevamo insieme.

Lui doveva ancora fare parecchi anni e vedeva con dolore il momento di restare solo e solato lì dove aveva avuto un amico così fortemente attaccato a lui. Non vi dirò tutto quello che abbiamo sofferto allora e nei giorni che precedettero la nostra partenza. Io avevo molto trascurato i miei compagni negli ultimi tempi e benché essi non sospettassero nulla, vedevano con dispiacere che o preferivo un ragazzo che loro non consideravano come uno del nostro rango.

Alla fine il giorno terribile arrivò, ci salutammo nella nostra camera dove avevamo passato tante belle ore e io ritardai la mia partenza per poter godere una volta ancora del mio caro ed amato amico. Gli lasciai tutto il denaro che avevo e anche molti oggetti come ricordi e gli raccomandai di scrivermi il più spesso possibile, lui me lo promise e alla fine partii.

Al ritorno nella mia casa paterna, provai una spaventosa sensazione di vuoto e le abitudini della famiglia mi sembrarono insopportabili. Tutti mi accolsero nel modo più caloroso e fui coccolato nel modo più tenero. I miei nervi erano distrutti e una malinconia insuperabile mi teneva invincibilmente prostrato, ebbi delle crisi e delle febbri nervose talmente forti che mi consigliarono di cambiare aria per qualche tempo e di andare nell’Italia meridionale. Tutto fu inutile, la mia sola consolazione era nelle lettere che ricevevo ogni tanto.

Comunque, dopo tre mesi tornai perfettamente in salute e cominciai ad occuparmi di nuovo di pittura e di letteratura, cose che mi interessavano molto. L’immagine del mio amico si sbiadì ben presto e perse tutto il suo charme e la sua vivacità. Mi scriveva ancora qualche volta ma io non rispondevo che a lunghi intervalli con lettere via via più fredde. Smise ben presto di scrivere e io non ne fui gran che dispiaciuto.

Sei mesi dopo la mia partenza, il suo reggimento cambiò guarnigione e lui fu ucciso con un colpo di pistola da uno dei suoi compagni ubriachi che aveva avuto una discussione con lui su una faccenda relativa al servizio. Morì sul colpo sulla strada bordata di abeti che si stende tra la città e la fortezza. Il suo assassino fu condannato al carcere a vita. Non ho rimpianto quella morte, che ho appreso dai giornali e della quale ho saputo dei dettagli da un sottufficiale che ho incontrato più tardi. L’amicizia troppo ardente che avevo avuto per lui si era consumata anch’essa e non ne restavano neppure le ceneri. Non avrei avuto nessun piacere nel rivederlo e mi sarei vergognato per lui e per me. La terra conserverà questo segreto e solo queste pagine ve lo faranno conoscere. Non ho detto che la pura e semplice verità, siete libero di non crederci; questo denudamento vi sembrerà romanzesco ma è comunque molto reale.

Ho vissuto sempre in solitudine, vergine, e senza nessun gusto per la vita dalla quale non ricevo alcuna gioia. Il desiderio dell’uomo mi perseguita ancora, ma non avendo più occasione di lasciarmi andare non ricadrò quasi sicuramente nell’orribile errore dei miei sensi. Non avrò famiglia, né figli, mai. Tutti sono sorpresi di vedermi triste e depresso alla mia età, con la mia figura, nella mia posizione. Se voi mi conosceste, Signore, condividereste questa sorpresa? Non credo. Tutti si tormentano per sapere la causa della mia tristezza e della mia desolazione. Io mi sono quasi ritirato dal mondo e vivo, con gran stupore di tutti, in una solitudine quasi completa. La mia salute si indebolisce parecchio, cosa che constato con piacere, perché anche se ho paura della morte, vorrei già essere morto.

Perdonatemi, Signore, per queste pagine orribilmente scritte, ma non le ho nemmeno rilette, perché se lo facessi non le spedirei più. Una malattia così terribile dell’anima non meritava forse di essere descritta o almeno conosciuta dal gran raccoglitore di documenti umani del nostro tempo? Non so se voi potrete cavare qualcosa dalla terribile passione che vi ho confessato, comunque sono contento di avervela fatta conoscere. Se nelle sublimi descrizioni delle miserie umane la miseria che mi affligge può trovare un qualche spazio, per favore, Signore, non rendetemi troppo odioso. Ho vissuto con la morte nell’anima e non ho più alcuna gioia da attendermi qua giù. Io mi sento colpevole e colpito da una fatalità terribile alla quale non posso sfuggire. Non sono forse abbastanza punito?

Ecco, sono cinque ore che scrivo e per la fatica la penna mi cade di mano; se ho potuto aiutarvi in qualcosa con queste pagine non rimpiango certo il tempo che ho impiegato a scrivervi, anche se questo non è il terribile motivo che mi ha messo la penna in mano.

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