STORIA DI UNA COPPIA GAY

Correva l’anno 1962 quando, finita la Scuola Media, fui mandato per il liceo in un prestigioso Istituto religioso non lontanissimo da Milano. All’epoca avevo 14 anni, ero vissuto sempre a Milano e avevo frequentato la Scuola Media a Milano in un altro Istituto religioso, di cui oggi ricordo solo i grandi corridoi coi pavimenti lucidi, gli insegnanti quasi tutti preti e il clima molto ovattato, in cui nulla penetrava del mondo esterno.

Eravamo controllati a vista dall’orario di ingresso a quello di uscita. I miei genitori conoscevano i genitori degli altri ragazzi, perché la scuola ogni tanto organizzava incontri anche tra genitori in occasioni di feste religiose. In terza media cominciai a riflettere sul fatto che in quelle occasioni facevano la comunione nella cappella della scuola, oltre noi ragazzi, che la dovevamo fare per forza, diverse mamme, ma quasi nessun papà, come se la religione fosse una cosa per donne e bambini, ma allora non mi feci troppe domande in proposito.

A quell’epoca non sapevo nulla del sesso, se non che serve a fare i bambini. Ero molto ingenuo e credevo a tutto quello che mi raccontavano gli insegnanti, che, oltre che quasi tutti preti, erano anche tutti vecchi. La ginnastica era una materia di serie B, che si faceva, perché si doveva fare per forza, in palestra e solo con esercizi individuali da svolgere rigorosamente in tuta, escluso ovviamente qualsiasi sport di gruppo. Per evitare ogni possibile rischio che la presenza in palestra potesse risultare gradevole, la palestra non era riscaldata e ci faceva un freddo cane. Nel giorno in cui si faceva la lezione di ginnastica si andava a scuola direttamente con la tuta. Non c’è bisogno di dire che spogliatoi e docce erano cose assolutamente impensabili.

I miei genitori non si occupavano molto di me, io ero affidato alla tata che cucinava per me cose diverse da quelle che mangiavano i grandi. I miei vestiti li comprava mia madre a suo gusto e io potevo solo dire sissignore. Anche logisticamente facevo parte di un mondo separato, avevo una stanza subito prima di quella della tata e questo fa capire come mi consideravano. I miei genitori andavano in vacanza per conto loro con i loro amici e io andavo al mare in un paesetto della Liguria con la tata. Devo dire che con la mia tata andavo d’accordo, a parte il fatto che era l’unica persona con la quale potevo parlare, era una brava donna e mi voleva bene, lei non aveva figli ed era vedova e mi coccolava nei limiti del distacco sociale che comunque ci divideva.

I miei genitori, nelle rare occasioni in cui parlavano con me, mi prospettavano la scuola superiore come qualcosa di serissimo e di difficilissimo che io avrei dovuto affrontare con la massima serietà perché una bocciatura (e allora succedeva) poteva rovinare definitivamente il mio ruolo sociale. La tata invece mi parlava della scuola superiore come di un posto molto più libero in cui ci sono ragazzi grandi che cominciano ad avere la loro autonomia e a fare le loro esperienze, ma io allora non capivo nemmeno a che cosa si potesse riferire.

L’ultima settimana di settembre la tata mi accompagna alla nuova scuola, vado con lei alla stazione, prendiamo il treno e impieghiamo più di due ore per arrivare a destinazione, poi comincia il viaggio in taxi. Mi guardavo intorno smarrito, poi il taxi si ferma e mi ritrovo di fronte ad un edificio sontuoso che intimidiva solo a guardarlo. La tata cerca di farmi coraggio.

Saliamo lo scalone e arriviamo agli uffici, ci fanno attendere una decina di minuti, poi ci si presenta un prete. Basta che la tata dica il mio nome, è tutto molto informale. Il prete congeda la tata e mi accompagna nella sartoria dove la sarta prende le misure per la mia divisa, poi mi accompagna in una enorme camerata con una doppia fila di letti e mi dice che il mio è il numero 18. Mi dice qual è il mio armadio per conservare le mie cose e noto che non c’è la chiave, poi mi dice di sistemare le mie cose nell’armadio e mi dà un libretto a stampa con il regolamento della scuola e del collegio, mi dice che posso andare nella sala di ricreazione “del ginnasio” per leggere il regolamento e che alle 13.00 dovrò andare al refettorio per il pranzo. Mi raccomanda di leggere con la massima attenzione il regolamento e se ne va.

La camerata era totalmente vuota, non c’erano altri ragazzi e nemmeno preti. Ho sistemato le mie cose nell’armadio e poi sono sceso nella sala di ricreazione che ho trovato tramite una piantina dell’edificio annessa al regolamento. Anche lì non c’era nessuno. Mi sono seduto su una sedia e ho cominciato a leggere, ma allora non ero capace di decodificare i significati di quei messaggi. Si insisteva moltissimo sul fatto che fosse una scuola cattolica e che come tale esigesse dagli studenti un’adesione ai principi del cattolicesimo, che io conoscevo come poteva conoscerli un ragazzo di 14 anni. C’era la gerarchia della scuola, in cui tutto era in mano ai professori e al preside, ovviamente tutti preti, e c’era la gerarchia del collegio, in cui tutto era in mano agli educatori, al padre spirituale e al rettore, ovviamente anche loro tutti preti, ma il rettore era superiore al preside perché al rettore competeva anche la “formazione spirituale” degli alunni. Tutte queste cose, allora mi sembravano ovvie.

C’era anche una parte che trattava delle punizioni per lo scarso impegno scolastico e per la condotta morale non regolare, che allora io interpretavo al livello dei miei 14 anni. Si diceva anche che ciascun alunno che avesse commesso una mancanza avrebbe dovuto accusarsene di fronte ai superiori che l’avrebbero valutata caso per caso e, se fosse stata applicata una sanzione, quella sarebbe stata annotata nelle note di comportamento che sarebbero state trasmesse mensilmente alla famiglia. Il regolamento era molto dettagliato ma nello stesso tempo molto generico, tutto, in concreto, era lasciato all’interpretazione dei superiori.

Terrorizzato dall’idea di fare tardi per il pranzo, alle 12.45 ero davanti al “refettorio del ginnasio”. I refettori erano due, uno per il ginnasio e uno per il liceo, per tenere separati i ragazzi di età diversa, e in quello del ginnasio non c’era nessuno. La porta era chiusa a chiave, alle 12.55 una cameriera ha aperto la porta e io sono entrato. Il salone era immenso, mi sono seduto al primo tavolo che ho visto ma la cameriera mi ha detto che quello era il tavolo dei superiori e allora sono andato a mettermi all’ultimo posto, ma mi ha detto che dovevo mettermi al numero 18 (lo stesso del mio letto) e così ho fatto, perché davanti ad ogni posto c’era un numero. L’ambiente era molto solenne. Sui tavoli c’era una tovaglia bianca, tutti i piatti e le posate portavano le insegne dell’istituto e così anche il tovagliolo, che era numerato. Il mio, ovviamente, portava il numero 18.

La cameriera si era fermata e stava zitta e io non capivo per quale motivo. La guardai perplesso e lei mi fece: “La preghiera!”, poi vedendo che non capivo mi disse che prima del pranzo la persona più importante presente doveva recitare la preghiera per tutti e siccome lì c’ero solo io dovevo recitarla io e aggiungere un’intenzione. Non sapevo che cosa dire e lei mi suggerì: “Segno della croce”, poi mi mise proprio in bocca le parole: “Signore, ti ringraziamo per questo cibo, fai che ci rinforzi sulla via della fede e del tuo servizio” (questa era la formula standard, per quando non c’erano giornate speciali), poi mi disse di aggiungere l’intenzione e io dissi: “Ti preghiamo per questo anno scolastico che sta per cominciare”.

Poi finalmente il pranzo fu servito. La cucina era di buon livello, opera di cuochi professionali. Un primo abbondante ben condito, un secondo di carne con contorno di verdura e la frutta. La cameriera mi avvisò che alle 13.30 dovevo andare via in ogni caso perché lei doveva chiudere il refettorio. Alle 13.30 non sapevo dove andare. L’istituto era praticamente vuoto. Sono tornato nella sala di ricreazione del ginnasio e mi sono messo a leggere delle riviste che stavano sui tavoli, ovviamente tutte riviste cattoliche e di missionari.

Nel pomeriggio, verso le 15.30 è arrivato un altro ragazzo. Ci siamo presentati, era impaurito come e più di me. Prima di tutto abbiamo cercato di capire come avremmo dovuto comportarci all’ora di cena poi abbiamo parlato di quello che ci aspettavamo dalla scuola. Alle 19 siamo andati in refettorio per la cena, io mi sono messo dove mi ero seduto all’ora di pranzo e il mio compagno si è messo accanto a me, ma la cameriera gli ha detto che lui era il numero 26 e che il suo posto era all’altro tavolo, io ho recitato la preghiera e l’intenzione e così abbiamo cenato in due, seduti a due tavoli separati in una sala enorme in cui c’eravamo solo noi.

Dopo la cena siamo tornati nella sala di ricreazione perché non sapevamo dove andare. Lì è passato un prete e ci ha detto che non si deve mai stare senza fare nulla e che potevamo andare in cappella a pregare e noi ovviamente ci siamo andati, francamente non capivo a fare che cosa, ma abbiamo obbedito come se tutto fosse assolutamente ovvio. Alle 20.45 la cappella ha chiuso e noi siamo stati mandati nella nostra camerata, dove il nostro educatore (un prete, ovviamente) ci ha dato una camicia da notte della misura adatta, fatta dalla sartoria, ovviamente con le insegne dell’istituto e un contenitore di metallo con l’essenziale per un minimo di igiene personale: sapone, dentifricio e spazzolino. Ci ha detto che l’indomani avremmo avuto 10 minuti per fare la doccia, tra le 6.10 e le 6.20, prima di andare in cappella per l’educazione religiosa. Ci ha detto che alle 21.00 dovevamo essere a letto e che lui sarebbe passato per controllare prima di spegnere la luce. Alle 21.00 eravamo a letto, l’educatore è passato ed ha spento la luce ma non ho capito da dove, perché non c’erano interruttori, poi ha detto “santa notte” non “buonanotte” e se ne è andato.

Ero abituato ad andare a dormire a mezzanotte e il fatto di dover stare a letto dalle 21.00 non mi piaceva affatto, ma le regole erano quelle. L’indomani alle sei in punto è suonata una campana, che era il segnale della sveglia. Siamo andati nella sala da bagno, dove c’erano 10 box con water e lavandino e 10 box per la doccia. I box avevano una porta con serratura ma la porta non arrivava fino a terra, ho capito solo dopo che le porte erano fatte così per controllare che in ogni cubicolo ci fosse un solo ragazzo, ma all’inizio non facevo caso a queste cose.

Alle 6.30 eravamo in cappella per l’educazione religiosa, in tutto c’erano otto ragazzi tutti del ginnasio 14-15 anni. I banchi della cappella erano numerati come i posti a tavola. La cappella non era la chiesa grande dell’istituto, ma una cappella utilizzata solo da un gruppo di classi, nel mio caso le classi del ginnasio (80 ragazzi circa) in cui diceva messa uno degli educatori a turno. Ho imparato che non c’era un educatore per classe ma che al ginnasio c’erano due educatori che ruotavano sulle due classi, in modo che si scambiavano le classi ogni mese, all’epoca non capivo il senso di tutto questo e l’ho capito soltanto parecchi anni dopo.

Comincia la messa, poi al momento dell’omelia comincia l’istruzione religiosa, centrata sull’idea di “fuggire le cattive compagnie” in cui però si dava per scontato che cosa fossero le cattive compagnie e si insisteva che “volere bene ad un compagno” significa “preoccuparsi per lui” e proprio per questo quando un compagno “non si comporta bene” è un preciso dovere morale segnalarlo ai superiori. In pratica è un dovere morale fare la spia.

Quel giorno sono arrivati molti miei nuovi compagni di studi. Eravamo una quarantina nella mia classe. Arrivavano alla spicciolata. Non c’era nemmeno la possibilità di ricordarsi i nomi perché erano troppi. Io mi guardavo intorno per vedere se c’era qualche ragazzo più bello degli altri e fu così che vidi Giuseppe G., un ragazzo che sembrava più grande della sua età e che ormai aveva ben poco di infantile. Allora non capivo perché esercitasse su di me un fascino così potente e magnetico, perché non avevo mai sentito parlare di omosessualità e non sapevo nemmeno che cosa fosse la masturbazione.

Giuseppe era il n. 32, il suo letto era lontanissimo dal mio, nella sala mensa sedeva ad un altro tavolo, avrei potuto parlare con lui solo nella sala di ricreazione, ma all’epoca mi sentivo un bambino non cresciuto e rispetto a Giuseppe provavo uno stato di soggezione come di fronte a un adulto. Ho continuato a parlare col n. 26, che avevo conosciuto il giorno prima, coi numeri 17 e 19, che mi sedevano accanto nella sala mensa, sentivo di non avere niente in comune e tutto si limitava a un ciao veloce e formale.

L’istruzione religiosa del giorno appresso è stata sulla “correzione fraterna” cioè in pratica ancora una volta sul dovere di fare la spia. Giuseppe lo vedevo solo da lontano ma più lo osservavo più mi piaceva. Il giorno appresso l’istruzione religiosa è stata su due cose distinte: “fuggire la tentazione” e “frequentare i sacramenti”. Ci veniva detto e ripetuto che un ragazzo cristiano si comunica ogni giorno ed ha un padre spirituale che lo possa guidare nella ricerca della santità. Non frequentare quotidianamente i sacramenti era visto molto male come una specie di marchio di satana, una forma di ribellione luciferina. Molti ragazzi cominciavano a storcere il naso davanti a questi discorsi che a me invece sembravano giusti e ovvi, molto semplicemente perché io non avevo niente di speciale da confessare.

Quando andai a confessarmi, senza confessionale, con uno degli educatori, mi sentii chiedere con insistenza: “Non hai da accusarti di niente altro?” e al mio “no” il confessore era alquanto perplesso. Volenti o nolenti, tutti i ragazzi finirono per accettare l’imposizione della confessione. Il primo giorno di scuola cominciò con una messa officiata da un vescovo e dal rettore, che vedevo per la prima volta e da lontano. Noi, per la prima volta, eravamo vestiti con la divisa dell’istituto e tirati a lucido fino all’incredibile. I nostri posti in chiesa erano tutti assegnati a priori. L’omelia del vescovo fu brevissima, poi parlò il rettore ma io ero distratto perché nella chiesa grande Giuseppe era capitato proprio tra me e il celebrante, una specie di “uomo dello schermo”. Giuseppe era serio durante la messa e si comportava come ogni altro collegiale obbediente.

Finita la messa siamo andati nelle aule e sono cominciate le lezioni. Prima di ogni ora di lezione il professore faceva una preghiera e invocava un santo e noi dovevamo rispondere: “Ora pro nobis”. Siamo stati caricati di compiti fin dal primo giorno: sia di Latino (che conoscevamo un po’ dalla scuola media), che di Greco, una assoluta novità. Il primo giorno avremmo dovuto imparare a leggere il pater noster in greco, una cosa che al tempo mi sembrava importantissima e mostruosamente difficile.

Non sapevo come sarebbe stata organizzata la giornata di scuola, pensavo che si potesse studiare ciascuno per proprio conto ma non era così. Alle 13.30 il pranzo, poi la ricreazione fino alle 14.30 e poi di nuovo nelle aule scolastiche del mattino fino alle 18, quando si andava in cappella per l’istruzione religiosa. Potevo vedere Giuseppe solo da lontano e la possibilità di scambiare due parole con lui era ridotta alla mezz’ora di ricreazione tra le 14 e le 14.30.

In classe eravamo tanti, la maggior parte di noi era succube dei professori e degli educatori che ci assistevano (in pratica facevano lezione anche loro il pomeriggio). Giuseppe era l’unico che aveva una personalità sua, era rispettoso e obbediente, perché non si poteva fare diversamente ma qualche volta aggiungeva delle sue considerazioni che in genere non piacevano ai professori e agli educatori, che ci ripetevano che rispondere a una domanda significa tenersi nei limiti della domanda. Giuseppe non era solo bello, ma era anche intelligente, non intendo studioso ma proprio intelligente, aveva anche lui 14 anni ma era straordinariamente sveglio.

Fin dal primo giorno di scuola ci avevano detto che agli studenti più bravi sarebbero stati dati dei riconoscimenti speciali, in pratica delle spillette da appuntare sulla giacca, come le campagne di guerra dei militari. L’alunno migliore allo scrutinio trimestrale poteva fregiarsi di una stella dorata, il secondo della classe di una stella argentata, quelli che non erano stati mai puniti potevano portare un nastrino azzurro all’occhiello. Queste cose erano molto ambite. Io non potevo certo pensare di essere il primo della classe e nemmeno il secondo ma andavo orgoglioso del mio nastrino azzurro. Anche Giuseppe aveva il suo nastrino azzurro perché non era mai stato punito, ma un giorno si tolse il nastrino anche se noi, suoi compagni, sapevamo benissimo che aveva diritto a portarlo. Nessuno, salvo noi, si accorse che si era tolto il nastrino, se se ne fossero accorti, gli educatori lo avrebbero preso come un gesto di ribellione, ma nessuno se ne accorse.

Arrivò il tempo delle vacanze di Natale e tornai a casa, fui molto contento di rivedere la mia tata, non posso dire lo stesso per mio padre e mia madre che ormai erano per me come due estranei. Il rientro a scuola dopo le vacanze di Natale fu per me un momento importantissimo. Sul treno da Milano incontrai Giuseppe che viaggiava da solo e non aveva nemmeno 15 anni, io ero con la mia tata, che però mi lasciò lo scompartimento libero perché potessi parlare con Giuseppe. Giuseppe mi trattava come un adulto e io mi sentivo a mio agio e non posso negare che mi era piaciuto fin dal primo momento il suo modo molto rispettoso di trattare la mia tata. Un contatto con Giuseppe era stato creato e avrei fatto di tutto per non perderlo.

Alla fine del quarto ginnasio fummo promossi entrambi con voti appena più che sufficienti e la cosa non mi rattristò affatto perché vidi il modo di reagire assolutamente indifferente di Giuseppe. Nelle vacanze tra il quarto e il quinto ginnasio ebbi modo di conoscere Giuseppe più da vicino e andai anche a casa sua e mi resi conto che era molto più libero di me, che coi genitori aveva anche un po’ di dialogo serio e poi, anche se allora non lo capivo, mi innamorai di lui. Stavamo sempre insieme, almeno nei limiti del possibile, con la scusa dei compiti delle vacanze che comunque si dovevano fare ed erano tanti.

Il primo ottobre eravamo di nuovo a scuola, ma io adesso avevo un amico speciale. L’istruzione religiosa prese una piega particolare e diventò in pratica un indottrinamento sulla famiglia e sul matrimonio secondo la chiesa cattolica. Si parlava spessissimo della Madonna come madre e come modello di donna, e io non capivo perché si dovesse insistere tanto su queste cose. La verginità della Madonna Mater purissima doveva essere presa come esempio, per me tutti questi discorsi non avevano alcun senso, ma per i miei compagni non erano affatto indifferenti. Non capivo l’enfasi che i preti mettevano sull’argomento ragazze ma poi piano piano mi resi conto dell’imbarazzo con cui moltissimi ragazzi affrontavano quell’argomento, che a me non faceva né caldo né freddo e notai che Giuseppe ci rideva sopra prendendo in giro gli altri compagni, lui non reagiva come gli altri. Ma per me Giuseppe era un amore assolutamente platonico e così rimase fino alla fine del Ginnasio.

Passammo gli esami di licenza ginnasiale per il rotto della cuffia ma li passammo e poi trascorremmo l’estate insieme. I miei genitori avevano conosciuto Giuseppe e si fidavano di lui, e fu così che andai in vacanza con la famiglia di Giuseppe. I genitori mi erano simpatici ma passare l’estate intera con Giuseppe, per me, era come stare in paradiso. Andammo all’Isola d’Elba in una casa della famiglia di Giuseppe. La casa era piccolina e io stavo in camera con Giuseppe. Una sera i suoi genitori si trattennero a casa di amici e io rimasi solo con Giuseppe. È stata la prima volta che ho visto un imbarazzo tremendo sulla faccia di Giuseppe, simile a quello che i nostri compagni avevano quando parlavano di ragazze. Non è stato lui la cattiva compagnia per me ma lo sono stato io per lui.

Non sapevo come comportarmi ma ho seguito l’istinto, gli ho preso la mano e l’ho stretta. Lui non sapeva che fare e io gli ho detto: “Ma di che hai paura? Non stiamo facendo niente di male.” È cominciata così, avevamo entrambi appena compiuto 16 anni. Dopo, Giuseppe era terrorizzato ed è toccato a me fargli capire che non aveva fatto niente di male, lui comunque era veramente sconvolto e si teneva lontano da me come se avesse fatto qualcosa di terribile contro di me e allora gli ho accarezzato la faccia e gli ho passato una mano tra i capelli e lui mi ha fatto un bellissimo sorriso. Il giorno appresso mi ha chiesto se ci ero rimasto male ma gli ho detto che ci ero rimasto benissimo e che gli volevo bene.

Quando si avvicinava il tempo del rientro a scuola mi chiese come avremmo fatto per la confessione e concludemmo che avremmo dovuto fingere motivi ideologici (perdita della fede) se avessimo voluto evitare di profanare i sacramenti e ci trovammo d’accordo che avremmo fatto così, e poi avremmo potuto parlare di ragazze e la cosa sarebbe stata quasi normale.

Il primo ottobre dell’anno successivo, ormai sedicenni, io e Giuseppe entrammo al liceo. Ci aspettavamo che qualcosa potesse cambiare, ma non cambiò assolutamente nulla, adesso in refettorio (il refettorio del liceo) c’erano quasi 120 ragazzi e il refettorio grande (quello del Liceo) sembrava quasi una cattedrale. Ogni tanto si vedeva a pranzo anche il rettore e il padre spirituale. L’ordine era di tipo militaresco, non ci si sedeva a tavola prima della preghiera che, anche al liceo, era accompagnata ogni giorno da intenzioni diverse. Il rettore ci diede il benvenuto e pregò per il nostro impegno negli studi e nella vita cristiana.

Durante le messe in cappella con gli altri liceali notavo che non tutti facevano la comunione e questo mi faceva pensare perché non la facevamo né io né Giuseppe, però gli altri si facevano convincere dagli educatori e la volta successiva andavano a confessarsi e si comunicavano, io e Giuseppe invece non ci lasciavamo convincere. Era ovvio fin dai primissimi giorni che il nostro modo di fare era stato notato e non era affatto gradito. Io fui chiamato dal padre spirituale, che avevo visto solo nella sala da pranzo, e sospettavo che il motivo fosse proprio il fatto che non mi accostavo ai sacramenti.

Era un prete relativamente giovane, tra i 40 e i 45 anni, aveva il modo di fare del prete in carriera che mirava a diventare rettore nel tempo di qualche anno. Io avevo chiesto ai ragazzi più grandi se avevano mai parlato col padre spirituale e mi avevano detto che non lo conoscevano proprio ma che si occupava solo dei “problemi grossi”. Andai al colloquio aspettandomi quello che sarebbe successo. Il padre spirituale mi disse che lui parlava spesso coi ragazzi che gli chiedevano consiglio: prima bugia! Poi partì prendendo le cose molto alla lontana, mi chiese come mi trovavo coi professori, ma su questo punto la risposta era scontata, poi mi chiese dei miei compagni, se ce n’era qualcuno col quale mi trovavo meglio e io ne nominai un paio di quelli che sembravano nati per fare il chierichetto a vita e ovviamente non nominai nemmeno Giuseppe, poi cominciò l’esame inquisitorio: “come va la tua vita cristiana?” e io gli dissi che avrei tanto voluto avere una vita cristiana ma che avevo perso la fede e cominciavo a sentirmi lontano da quelle cose. Lui si mise la stola, dando per scontato che io volessi confessarmi ma gli risposi che l’idea di accostarmi ai sacramenti in modo non spontaneo mi sarebbe sembrata una mancanza di rispetto verso quelli che credono veramente. Il padre spirituale rimase molto perplesso e mi licenziò aggiungendo che avrebbe pregato per me.

Ormai sapevo di essere un sorvegliato speciale, e non sopportavo proprio quella condizione, se fosse stato per me, me ne sarei andato via subito, a costo di affrontare i miei genitori a brutto muso, perché loro l’avrebbero presa malissimo, e me ne sarei andato in un liceo pubblico che pensavo sarebbe stato un mondo completamente diverso, ma non potevo abbandonare Giuseppe. Avremmo potuto farci cacciare entrambi, ma era impossibile capire con quali conseguenze. Si doveva andare avanti con una recita assurda per sfuggire a ciò che sentivamo come una forma di violenza totale. Ci sarebbero stati altri tre anni di vera e propria tortura ma eravamo pronti ad affrontarli.

Con Giuseppe non era possibile nessun contatto, neppure minimo, scambiare bigliettini ci avrebbe esposto a situazioni pericolose. Seppi più tardi che Giuseppe aveva usato uno stratagemma diverso dal mio e questo aveva sviato le indagini del padre spirituale. Lui aveva rubato il disegno di una donna nuda fatto da un altro compagno e lo aveva nascosto deliberatamente tra le pagine del suo vocabolario di latino, il foglio era irregolare ed era appoggiato alla rilegatura in due soli punti, ma lui, poi, aveva trovato quello stesso foglio messo in modo diverso, segno che qualcuno aveva sfogliato il suo vocabolario e, avendo trovato il foglio, non lo aveva preso ma lo aveva lasciato lì. Siccome gli armadietti dei libri e dei quaderni scolastici erano nell’aula dove si faceva lezione, la probabilità che fosse stato un compagno di scuola era praticamente nulla.

Avevo notato che il padre spirituale, quando incontrava Giuseppe gli diceva: “Dì tre Ave Marie alla Madonna…” Seppi solo dopo che Giuseppe aveva finito per cedere alle pressioni del padre spirituale, che se lo immaginava come Adamo tentato da Eva, e gli aveva raccontato quello che il prete si aspettava. Alla fine Giuseppe era stato costretto a prendersi gioco dei sacramenti e ne ha sofferto parecchio. Ho provato a digli tante volte che sono vere colpe solo le decisioni “libere” che recano danno al prossimo, ma non era abbastanza laico per accettare questo punto di vista.

I veri momenti di contatto con Giuseppe erano nelle vacanze. Nelle vacanze di Natale e di Pasqua si poteva uscire insieme ed erano giornate esaltanti, qualche volta si arrivava a toccarsi o a masturbarsi insieme. Allora non esisteva l’aids e per due ragazzi della nostra età le malattie veneree erano una realtà del tutto sconosciuta e impensabile. Né i miei genitori né quelli di Giuseppe hanno mai sospettato nulla, evidentemente la scuola cattolica era stata una buona palestra, ci aveva dato una buona educazione e ci aveva insegnato come “proteggerci dai pericoli che ci circondavano”.

Nelle vacanze estive tra il primo e il secondo liceo, tutti i nostri dubbi erano dissipati, avevamo 17 anni, ma sapevamo quello che volevamo, ormai ragionavamo con la nostra testa. Giuseppe andava d’accordo coi genitori ma non si sognava neppure di parlare apertamente con loro di sessualità, io con i miei avevo in pratica solo un rapporto formale, a loro andava bene così e io capivo giorno dopo giorno che solo con Giuseppe avrei potuto vivere la mia vita e che conciliare quello che provavo per Giuseppe con altre cose sarebbe stato impossibile. Tra l’altro sia io che lui eravamo stati fortunatissimi perché, senza internet e senza telefonini e con la paura di dichiararsi che c’era allora, la probabilità di trovare un altro ragazzo gay serio era quasi zero.

L’ultimo anno, ormai, non avevamo più paura di niente e di nessuno. Dovevamo studiare perché allora la maturità era terribile ma ci siamo anche divertiti, dopo le vacanze di Natale abbiamo introdotto in collegio le novelle di Boccaccio in edizione integrale “per approfondire gli studi!” E il libro ci è stato sequestrato ma non abbiamo avuto una segnalazione disciplinare per non sollevare polvere. Ma la cosa più bella è stata quando abbiamo messo nell’armadietto dei due nostri compagni “che facevano la spia” due copie del Capitale di Marx. Lì veramente si è visto che da un giorno all’altro è cominciata la caccia alla mela marcia, o sarebbe meglio dire la caccia alle streghe, ma i preti non sono arrivati a capire chi avesse introdotto quei libri e la faccenda è stata insabbiata.

Presa faticosamente (molto faticosamente) la maturità si è posto il problema della scelta della facoltà, scelta che i nostri genitori ritenevano fondamentale, mentre per noi l’unica scelta fondamentale era rimanere insieme. Mio padre mi avrebbe voluto medico, il padre di Giuseppe lo avrebbe voluto avvocato, come lui, alla fine decidemmo entrambi di studiare ingegneria e fu una scelta libera e quanto mai opportuna.

Ora siamo entrambi vecchi, over 70, la salute è un po’ incerta ma regge ancora passabilmente. Abbiamo uno studio di ingegneria bene avviato, dove nessuno sa di noi. Eravamo entrambi figli unici. I nostri genitori sono stati sempre all’oscuro di tutto. Viviamo in due villette singole confinanti un po’ fuori città, abbiamo aperto una porta nella recinzione che ci divide, ovviamente viviamo insieme da un po’, in pratica da quando siamo rimasti entrambi senza genitori 14 anni fa.

Abbiamo in comune una badante (o una signora tutto fare), un po’ una specie di tata per vecchi. Credo che lei abbia capito come stanno le cose ma non si è mai fatta problemi e non ha mai fatto chiacchiere. Abbiamo un cane, “pof”, che è in pratica di tutti e due.

Adesso siamo liberi, 60 anni fa non avremmo mai immaginato un futuro così. Sono grato alla scuola cattolica perché, per quanto possa sembrare paradossale ci ha indotto a ragionare con la nostra testa. Credimi, Project, ai nostri tempi e nelle nostre condizioni era molto difficile. Se lo credi opportuno puoi mettere questa mail nel forum.

______

Risposta di Project: Grazie per la tua mail, siamo più o meno coetanei, ma io ho frequentato un liceo statale, era anche quello un ambiente chiuso ma ci si respirava un’aria molto diversa e non c’erano tentativi istituzionalizzati di educazione ideologica, anche nella mia scuola c’era una penetrazione insinuante di organizzazioni cattoliche, ma il fatto che la scuola non fosse parte di un collegio ma fosse una scuola statale dove si sta solo per le ore di lezione del mattino, consentiva comunque forme di relativo pluralismo. Uno poteva anche in una scuola statale finire invischiato in organizzazioni di lavaggio del cervello come quelle di cui parli tu, ma aveva anche la possibilità di uscirne, se voleva, e poi va aggiunta una considerazione, il collegio di cui parli aveva due caratteristiche, una era l’essere cattolico e l’altra era di essere un ambiente sociale di élite, quindi molto selettivo, ed è un’accoppiata terribile.

La tua storia mi ha ricordato, per certe atmosfere, il romanzo di Roger Peyrefitte “Les amitiés particulières”, ma il romanzo di Peyrefitte è stato pubblicato nel 1943 e si riferisce ad epoche ben anteriori agli anni ’60 del secolo scorso, gli epiloghi del libro di Peyrefitte sono tragici perché la pervasività e la violenza di quello che ritrae erano oggettivamente estreme. La storia che racconti tu è degli anni ’60 e il clima era già cambiato. Devo aggiungere che leggendo la tua mail ho avuto il timore di trovare una conclusione analoga a quella del romanzo di Peyrefitte ma per fortuna non è stato così. Dopo la fine della guerra il mondo è oggettivamente cambiato, almeno in Europa, e l’happy ending della tua storia ne è un chiaro segno. Grazie ancora per il tuo contributo.

Aggiungo un’altra considerazione: è veramente terribile vedere come il Vangelo possa essere strumentalizzato e la storia della chiesa ne mostra esempi infiniti, alcuni ben più terribili di quelli cui fai riferimento.

_________

Risposta di Lao: Ho letto questa storia con molto interesse, ma il periodo dai 20 ai 70 anni è stato narrato in maniera troppo sbrigativa (per quanto il titolo del thread sia chiaro, avrei voluto saperne di più). Repressione e ipocrisia devono aver contrassegnato le istituzioni educative a carattere religioso di quel periodo.

Ormai questi due uomini hanno oltre 70 anni, sono presumibilmente soli e non hanno più bisogno di lavorare, perciò non hanno niente da “temere” dalla badante o da chi per lei. Se gli altri capiscono, se ne faranno una ragione. Sono contento che l’autore della mail e Giuseppe abbiano trascorso e stiano trascorrendo la vita insieme.

___________

Caro Project,
intanto grazie per la tua risposta.
Rispondo all’osservazione di Lao.

Ho preso la maturità nel 1967, prima della riforma Sullo, per capirci quella che ha introdotto l’esame con solo due scritti e due orali, quindi ho fatto gli esami come erano previsti dalla riforma Gentile, con tutte le prove scritte, con gli orali di tutte le materie e con la sessione di riparazione (a settembre) per quelli che non avevano ottenuto in prima sessione la sufficienza in tutte le materie, l’esame all’epoca era veramente un incubo.

All’epoca circa il 30% degli studenti veniva bocciato alla maturità. In questo senso, avere frequentato il liceo in una scuola come quella dove ho studiato io era una garanzia non da poco, perché si trattava di una scuola rispettata e temuta dalle stesse commissioni d’esame.

Sia io che Giuseppe abbiamo corso seriamente il rischio, se non di essere bocciati, almeno di essere rimandati a settembre, cosa che allora capitava a circa il 50% degli studenti e noi ce la siamo cavata, io penso, essenzialmente perché il commissario di Italiano, che non era certamente di ispirazione cattolica ha chiesto a Giuseppe l’XI canto del Paradiso, quello di San Francesco, e a me ha chiesto addirittura Carducci. Giuseppe ha capito che il professore della commissione aveva una mentalità aperta e ha parlato di Bonifacio VIII, della corruzione ecclesiastica e della repressione dei movimenti pauperistici, tutte cose che noi avevamo studiato per conto nostro sull’enciclopedia Treccani, che era in libera consultazione nella biblioteca dell’istituto perché si riteneva che nessuno l’avrebbe letta.

Io invece mi feci portare dall’entusiasmo parlando dell’Inno a Satana, mentre il commissario interno, padre [omissis] mi guardava con occhi di fuoco come fossi il demonio incarnato. Il commissario di Italiano mi disse che aveva apprezzato il mio tema su Carlo Cattaneo. Sono andato a ritrovare il brano di Cattaneo che commentai nel mio scritto di maturità, ne ricopio qui un tratto, che è quello che mi entusiasmò: “Oggi vogliamo nella letteratura la scienza, non nel senso didattico ma nel senso dell’erudizione vasta, profonda, nel senso della solidarietà delle nazioni, nel senso umanitario, nel senso della libertà.” Io, che ero abituato a leggere solo Manzoni, mi ritrovavo in una visione del mondo che era molto più mia, quella parola “libertà” mi inebriava.

Anche Giuseppe fece il tema su Cattaneo ma si dedicò a commentare un altro brano di Cattaneo: “La letteratura, che ai nostri giorni si è tutta data al servizio della civiltà, non può più essere, come in antico, coltivata nell’isolamento; ci ridiamo ora di letterati anacoreti, alziamo sdegnosi le spalle sulle loro meditazioni egoistiche dalle quali traspira sì profonda ignoranza del mondo e delle cose, erudizione sì limitata, limitata spesso al circuito della propria città o tutt’al più della propria nazione, e che mostrano di ispirarsi a idoli da gran tempo abbattuti, a tradizioni scolastiche retoriche o prettamente classiche.” Quello che diceva Cattaneo era proprio la demolizione della cultura che ci era stata proposta, ma dovrei dire imposta, come modello.

Io e Giuseppe fummo gli unici due candidati a svolgere il tema su Cattaneo e penso che sia stato proprio questo a salvarci dal rinvio a settembre se non proprio dalla bocciatura. Con enorme scorno del nostro membro interno, padre [omissis], prendemmo entrambi otto allo scritto e otto all’orale di Italiano e ci guadagnammo anche la stima del commissario esterno di Matematica. L’esperienza degli esami mi diede per la prima volta la precisa sensazione di quanto avessi perduto nel non frequentare un liceo pubblico. Nelle altre materie prendemmo tutti sei, perché di materie scientifiche sapevamo poco o nulla e i commissari di Latino e Greco e di Storia e Filosofia erano affascinati dalla tradizione e dal nome della mia scuola. Quando la commissione andò via, il commissario di Italiano ci diede la mano e lo fece solo con noi due.

Finiti gli esami ci restava l’enorme problema di fare digerire ai nostri genitori che avremmo fatto le nostre scelte relative alla facoltà universitaria esclusivamente sulla base dei nostri criteri. Mio padre dava per scontato che io avrei seguito pedissequamente i suoi “consigli”, i genitori di Giuseppe gli avrebbero lasciato una maggiore libertà di scelta, ma comunque relativamente ad una rosa di scelte molto limitata e in ogni caso avrebbero dato per scontato che Giuseppe frequentasse l’università a Milano, ma noi avevamo in mente altri progetti, volevamo andarcene il più presto possibile da Milano per avere una nostra autonomia vera e avevamo già fatto le nostre scelte, volevamo iscriverci a Ingegneria e a Roma, non a Milano, ma fare accettare un progetto del genere ai nostri genitori e per di più sviando la loro attenzione dal fatto che una scelta simile, fatta in due, potesse nascondere motivazioni che nulla avevano a che fare con gli studi, era un’impresa degna di Agamennone.

Dovevamo trovare una strada per arrivare al risultato e dovevamo trovarla presto. I nostri genitori cominciavano a proporci compagnie femminili ben selezionate, cioè del livello sociale ed economico adatto. Provenendo da un collegio tutto maschile si dava per scontato che noi non avessimo amicizie femminili ma si dava altrettanto per scontato che noi fossimo desiderosi di averne, cosa mille miglia lontana dalla realtà.

La famiglia di Giuseppe aveva individuato per lui una ragazza “adatta” e questa idea cominciava a mettere Giuseppe di cattivo umore, ma la ragazza, che aveva fatto anche lei la maturità, si volle iscrivere all’accademia nazionale di danza a Roma, questo fatto per un verso facilitò la situazione di Giuseppe a Milano e per l’altro avrebbe potuto interferire coi nostri piani di andare a Roma, ma c’era il fatto che l’ipotetica relazione tra quella ragazza e Giuseppe era sono nelle fantasie dei genitori di Giuseppe, perché con ogni probabilità la ragazza aveva in mente progetti completamente diversi.

Poiché il tempo era poco, decidemmo innanzitutto di agire separatamente, in modo da non fare pensare ad un progetto premeditato in due. Avremmo cominciato dallo sparare molto alto, cioè dal proporre qualcosa che per i nostri genitori non fosse accettabile da nessun punto di vista. Una sera mentre i miei genitori stavano vedendo la televisione ho detto loro quali progetti avevo per il futuro: volevo lavorare per essere economicamente indipendente e avevo già mandato 10 domande di lavoro a Roma.

Avevo fatto le copie da mostrare ai miei genitori, ma ovviamente non avevo mandato le domande. I miei rimasero di sasso e mi chiesero il perché di una decisione del genere, ma io dissi che all’università c’erano anche i corsi serali per lavoratori-studenti, cosa allora non vera, anche se i miei non lo sapevano, ma che si verificò qualche anno dopo, e dissi che avrei lavorato e studiato. In realtà la cosa era più complicata di come può sembrare oggi, perché allora si diventava maggiorenni a 21 anni e io sarei rimasto comunque per altri tre anni a dipendere in tutto dai miei genitori, anche se avessi lavorato.

Mi chiesero che facoltà volevo fare e io dissi che volevo fare ingegneria, ovviamente cercarono di sconsigliarmi in tutti i modi ma io ero deciso nelle mie scelte. Alcuni figli di loro amici avevano fatto ingegneria e la cosa, al limite, non sembrava a loro così scandalosa, ma che io dovessi lavorare “come un morto di fame” non lo accettavano proprio. Fu la prima volta che vidi i miei genitori preoccupati, non di me, ma del disdoro sociale che poteva derivare loro dall’avere un figlio che lavora come “un morto di fame”.

Ormai il dado era tratto! Dopo un paio di giorni di indecisione dissi che mi avevano chiamato a lavorare a Roma a fare il bigliettaio serale in un cinema. Mio padre mi guardò schifato, come se io fossi uscito di cervello e mi avessero chiamato a fare il tenutario di una casa di tolleranza, ma non disse nulla, io ero terrorizzato che i miei decidessero di non intervenire.

Comparai un biglietto del treno per Roma e lo poggiai sul comodino, il giorno dopo mia madre venne per cercare di farmi rinsavire, ma io mi misi a fare la valigia sperando che la loro resistenza cedesse. La sera mio padre venne a Canossa e mi propose di pagarmi una casetta vicino all’università perché altrimenti, come lavoratore-studente non mi sarei mai laureato. Io accettai e dissi che dovevo comunque andare a Roma per comunicare subito a quelli del cinema che non sarei andato e che cercassero un altro e anche per cercarmi un appartamentino.

L’indomani mattina alle 5.30 esco da casa e vado in stazione con una valigetta. Sono d’accordo coi miei che starò via da casa tre giorni completi e dormirò in albergo per due notti. Giuseppe sale a Rogoredo e facciamo tutto il viaggio insieme. Lui con i suoi non ha avuto bisogno di ricorrere a trucchi di nessun genere. Il padre gli ha detto che doveva fare quello che credeva meglio e che lo avrebbero appoggiato economicamente comunque.

All’epoca, a quanto sapevo, i miei genitori e quelli di Giuseppe non si conoscevano affatto, i miei genitori conoscevano Giuseppe ma non i suoi genitori, quindi avremmo potuto prendere benissimo due appartamentini vicinissimi, ma la cosa era da valutare in concreto a Roma. Fu un viaggio lungo e stancante ma “nostro”, finalmente liberi!

Il treno era affollatissimo ma noi stavamo veleggiando verso la nostra libertà. Arriviamo a Roma Termini nel pomeriggio e fa un caldo tremendo, proprio da schiattare. Andiamo subito in albergo e ci prendiamo “due stanze singole”, in modo da avere due ricevute singole, depositiamo i bagagli e ci riposiamo un po’, poi vediamo la strada da fare per andare in zona università, ma è vicino alla stazione e ci si può andare benissimo a piedi.

Andiamo a farci un giro, compriamo un giornale di Roma, con gli annunci economici. Oggi sui giornali queste cose non ci sono più, perché sono tutte su internet, ma allora c’erano pagine intere di annunci di ogni tipo e ovviamente anche di case in affitto. Passiamo la serata a selezionare annunci con la pianta di Roma sotto mano e ne troviamo due che potrebbero andare bene. L’indomani mattina andiamo all’università a prendere l’ordine degli studi della facoltà di ingegneria, andiamo a vedere dove si tengono le lezioni e poi andiamo a vedere i due appartamenti, il primo è impresentabile e il padrone di casa non ci convince affatto, vuole fare tutto aumma aumma, cioè senza contratto, ecc. ecc..

Il secondo sarebbe una soluzione possibile, costa di più ma ha due stanze e sembra una cosa seria, si potrebbe benissimo prendere insieme, per noi andrebbe benissimo ma non sappiamo come fare accettare una cosa del genere ai nostri genitori perché risulterebbe sospetta. Lasciamo la cosa in sospeso, passiamo il pomeriggio cercando altri giornali con annunci di affitti, nel pomeriggio ne vediamo altri tre.

Troviamo una soluzione che ci sembra possibile: due appartamenti piccolissimi abbastanza vicini tra loro e che avevano entrambi il telefono, cosa fondamentale, perché al tempo non era affatto scontato che ci fosse il telefono in un appartamento per studenti. Gli appartamenti erano però un po’ più lontani da dove si faceva lezione rispetto a quelli che avevamo visto il giorno prima. La mattina del terzo giorno andiamo a vedere e la soluzione sembra tutto sommato accettabile. Paghiamo un anticipo per fissare gli appartamenti, anzi, due anticipi separati, e ci facciamo fare le ricevute. I padroni di casa sembrano abituati ad affittare appartamenti agli studenti.

Riprendiamo il treno per Milano. Giuseppe scende a Rogoredo, e cambia treno per non arrivare col mio, di questo si sarebbe potuto fare a meno ma ci sembrò necessario usare la massima prudenza. A casa spiegai ai miei quello che avevo fatto e stranamente non fecero troppe storie, perché il fatto stesso di pagare l’appartamento sembrava loro una forma di partecipazione più che sufficiente alla mia vita. Le lezioni cominciavano il 5 Novembre.

Entrammo in casa il 1° Novembre. Nei primissimi tempi io ebbi qualche problema col padrone di casa che aveva visto spesso Giuseppe uscire da casa mia e temeva che Giuseppe fosse di fatto un subaffittuario, quando vide che Giuseppe aveva preso ufficialmente il domicilio in un’altra casa sempre a Roma e che io pagavo regolarmente l’affitto, il padrone di casa non fece più storie e di fatto Giuseppe venne a vivere a casa mia, che era un po’ più vicina all’università.

I primissimi di novembre ci siamo procurati i libri necessari per gli esami e abbiamo cominciato a sfogliarli e lì è arrivato il primo trauma inatteso. Leggevamo e non capivamo quasi niente. Ci rendemmo conto che il nostro livello di conoscenza delle discipline scientifiche era pressoché nullo e, devo ammetterlo, ci prese il panico. Nel frattempo erano cominciate le lezioni che dopo i primissimi giorni cominciavano ad essere incomprensibili.

A lezione c’era una marea di gente e parecchi si comportavano come deficienti, dicevano stupidaggini per fare ridere gli altri, si lanciavano i cartoccetti con l’elastichetto, mentre i professori continuavano imperturbabili a scrivere lavagnate di formule via via sempre più incomprensibili. Andavamo a lezione ogni giorno ma perdevamo terreno ogni giorno. Capimmo che se non avessimo studiato dalla mattina alla sera non avremmo cavato un ragno da un buco. Avevamo ridotto al minimo i tempi da sottrarre allo studio, andavamo a lezione tutta la mattina, mangiavamo un panino e ci rimettevamo subito a studiare e a fare esercizi. Arrivavamo alla sera tardi con le lacrime della disperazione.

Non tornammo a Milano durante le vacanze di Natale e rimanemmo a Roma a studiare alla disperata e fu proprio allora che cominciammo a recuperare un po’ del terreno perduto. Quando cominciammo a capire qualcosa della geometria della retta e del piano nello spazio mi si aprì il cervello, cominciai a capire la logica generale della Geometria analitica. L’Analisi era trattata in modo molto astratto e teorico, ma passando dai limiti alle derivate qualcosa si cominciava a capire anche a livello intuitivo, la Fisica e la Chimica sembravano più comprensibili nella teoria ma fare i problemi ci sembrava ancora molto difficile.

Un problema a parte e quasi insormontabile era il cosiddetto Disegno civile. I nostri colleghi che venivano da altri tipi di studi facevano cose splendide senza nessuno sforzo, noi faticavamo anche con le cose più elementari e i nostri disegni erano assolute porcherie. Assonometrie e prospettive all’inizio erano per me oltre il limite del possibile. Mi sentivo proprio un incapace. Dopo Natale le aule si erano svuotate, c’era un quarto degli studenti rispetto ai primi giorni di Novembre, chi era capitato lì per sbaglio capiva che non era aria per lui e cambiava facoltà.

Andammo a sentire una sessione di esami e restammo terrorizzati, i promossi erano pochissimi e molti ripetevano l’esame più di una volta. A febbraio ci sembrò di cominciare a capire e a seguire le materie, ma gli esami erano quasi tutti su argomenti che non conoscevamo per niente e che non avevamo ancora trattato: dalle quadriche alla termodinamica, dalla chimica-fisica al calcolo combinatorio. Eravamo veramente in crisi, studiavamo da matti ma non vedevamo luce in fondo al tunnel. All’inizio di marzo eravamo finalmente in grado di seguire “alla grossa” le lezioni, studiando da matti fino a notte alta.

Gli esercizi cominciavano a venire e cominciavamo a capire la bellezza delle materie scientifiche in cui una cosa o è giusta o è sbagliata e i procedimenti hanno delle motivazioni razionali indiscutibili. Non tornammo a Milano nemmeno per Pasqua, pensavamo solo a studiare. In quel periodo il sesso tra noi era solo la medicina della disperazione e in pratica l’ultimo dei nostri pensieri, anche perché stavamo comunque insieme 24 ore su 24 e condividevamo praticamente tutti gli aspetti della vita. Il rapporto con gli altri studenti era ridotto ai minimi termini perché in pratica era un “si salvi chi può”. I professori erano personaggi mitici che vedevi da lontano salvo il momento da infarto degli esami.

Praticamente tutti gli esami avevano scritto e orale e la grande maggioranza della scrematura si faceva allo scritto. Allo scritto potevi portarti i libri che volevi, e il regolo calcolatore, una cosa che oggi è un oggetto da museo ma allora era praticamente l’unico mezzo di calcolo possibile, perché i calcolatori elettronici portatili non esistevano proprio e comunque il regolo, era l’unica alternativa concreta alle tavole dei logaritmi. Oggi ci sono le calcolatrici programmabili e ce ne sono di mostruose, allora non c’era niente di tutto questo e una parte molto grossa delle difficoltà dei problemi di fisica o di chimica era rappresentata dal calcolo numerico. Qualcuno si portava appresso le tavole dei logaritmi a sette decimali per fare calcoli più precisi, ma in realtà in quel modo il rischio degli errori di calcolo aumentava a dismisura.

I professori correggevano gli esercizi in due fasi: prima guardavano il risultato numerico, se quello era giusto, almeno approssimativamente, guardavano il procedimento e un errore di calcolo portava a calcolare come zero il punteggio di quell’esercizio. Sbagliare i calcoli era micidiale. Noi eravamo andati a cercare e a mettere insieme i testi delle prove scritte di Analisi, di Fisica e di Chimica ed avevamo preso appunti delle domande ricorrenti agli orali anche di Geometria. I corsi finivano ai primi di Giugno e a Giugno non avevamo alcuna probabilità concreta di superare nessuno degli esami previsti.

Non tornammo a Milano nemmeno d’estate perché dovevamo arrivare a fare gli esami, o almeno tre esami entro settembre, altrimenti tutto il nostro progetto sarebbe naufragato miseramente e saremmo dovuti tornare a casa nel compatimento generale. Andammo a seguire tutti gli esami della sessione estiva, di tutte le materie che avremmo dovuto fare noi. Prendevamo appunti, poi tornavamo a casa e studiavamo gli argomenti cercando di capire che cosa volessero i professori e lì mi sono accorto che di tanti argomenti che pensavo di conoscere non avevo capito assolutamente nulla. Le quadriche e la termodinamica restavano un vero mistero, avevo imparato a pappagallo tante definizioni ma me ne sfuggiva proprio il significato.

Seguendo gli esami, però, cominciammo a capire il senso delle funzioni di stato e dei processi quasi-statici e quando intuimmo il senso fisico-matematico del ciclo di Carnot ci si aprì un mondo. Decidemmo di puntare tutto su tre esami: Geometria, Analisi e Fisica e di lasciare per Novembre o per febbraio addirittura, Chimica e Disegno civile. Ai primi di luglio gli esercizi cominciavano a tornare e avevamo imparato ad usare con sicurezza il regolo, a metà di luglio avevamo finito il primo ripasso delle tre materie e cominciammo a confrontarci con le prove scritte di esame.

Le facevamo insieme, nel tempo stabilito di due ore, come se fossimo all’esame, poi ce le correggevamo a vicenda guardando le soluzioni pubblicate dopo le prove scritte e ci assegnavamo un punteggio coi criteri adottati dai professori. Ricordo che alla prima esercitazione su una vera prova di Geometria, io presi 11/30 e Giuseppe 12/30, sembrava pochissimo, ma noi solo due mesi prima saremmo stati a zero. Le cose andavano un po’ meglio con Analisi (22/30 e 21/30) e Fisica (19/30 e 18/30) perché i libri e le raccolte di esercizi svolti erano fatti molto meglio. A fine di luglio avevamo portato il risultato di Geometria intorno a 20 e quelli di Fisica e di Analisi intorno a 23.

Nei 40 giorni successivi, che precedevano le prove d’esame, procedemmo a marce forzate. Arrivammo alla vigilia degli esami con risultati medi sempre al di sopra di 20, che può sembrare poco ma significa già conoscere passabilmente le materie. Decidemmo di tentare, se avessimo preso meno di 24 avremmo rifiutato il voto e ci saremmo presentati alla sessione successiva. Arrivò il giorno dell’esame di Analisi, l’ansia era fortissima, entrammo, i candidati furono distribuiti in un’aula enorme. I testi delle prove erano diversi (A,B,C,D) ed erano assegnati per sorteggio, a me e a Giuseppe capitarono prove diverse.

Finite le due ore uscimmo con alcuni dubbi non risolti e con le brutte copie delle prove, tornammo a casa e ci correggemmo reciprocamente le prove seguendo passo passo il procedimento, io prevedevo di avere preso 22 e lui si aspettava 21, entrambi avevamo fatto errori di calcolo algebrico banale nonostante il procedimento giusto. Ci guardammo sconsolati. Due giorni dopo uscirono i risultati dello scritto, erano stati ammessi agli orali solo in otto, uno solo con 30, due con 27, Giuseppe aveva avuto 24 e io addirittura 26, gli altri erano tutti sotto il 20, non ci sembrava vero.

Avevamo una settimana prima dell’orale. Cominciammo ad interrogarci a vicenda giorno e notte e a ripetere ossessivamente dimostrazioni e teoremi. Passammo entrambi l’esame con 27 e ci fu un solo ragazzo che uscì con 30. La felicità era totale. Quella sera ci concedemmo di fare l’amore, ma dall’indomani cominciò l’ossessione di Geometria che però durò solo una settimana. Allo scritto prendemmo entrambi 23, un voto che ci avrebbe dovuto portare a non presentarci all’orale, ma siccome il voto più alto allo scritto era stato 26 pensammo di presentarci lo stesso e uscimmo entrambi con 25, un voto che non ci sembrava un gran che, ma intanto l’esame era fatto.

Restava in sospeso la Fisica che aveva lo scritto “col calcolo numerico” che ci terrorizzava, l’esame era previsto per la metà di ottobre e c’era un minimo di tempo. Decidemmo di focalizzarci proprio sugli argomenti più difficili: termodinamica e onde. I nostri livelli nello scritto erano saliti intorno al 26 e questo ci incoraggiava. Andammo a fare le prove e uscimmo entrambi con un 22, ma il nostro 22 veniva dopo un solo 25 e un solo 23, decidemmo di giocarci il tutto per tutto e di andare all’orale. Mi chiesero “conservazione del momento angolare e legge delle aree”, “secondo principio della termodinamica” e “battimenti” a Giuseppe fecero fare esercizi scritti anche all’orale. Uscimmo entrambi con 26, ci rimanemmo male ma accettammo il voto.

In pratica eravamo partiti da zero ed avevamo una media di 26, che poteva sembrare poco solo se vista da fuori, per noi era una conquista, era la certificazione che si poteva andare avanti.

Per preparare l’esame di chimica avemmo più tempo, Giuseppe uscì con 27 e io con 28 e mi sembrò di toccare il cielo con un dito.

Ci restava l’incubo di Disegno civile, un esame che in genere serviva agli altri per alzare la media, ma per me fu esattamente il contrario, lì la prova era in pratica solo grafica e l’orale era una discussione dello scritto. Giuseppe passò con 25, io avevo fatto veramente una tavola che era una porcheria. Il professore mi chiama e mi fa un gesto per farmi capire che la prova era indecente, e mi scrive su un foglietto un 23, ma non lo scrive sulla tavola, cioè non lo scrive come voto definitivo, io parto a raffica spiegando tutti gli errori che avevo fatto, dopo qualche minuto gira il foglietto e scrive 24 e lo sottolinea due volte al che io faccio cenno di sì. Quando sono uscito non mi sembrava vero.

Il 5 Novembre alla ripresa delle lezioni avevamo superato TUTTI gli esami previsti e potevamo dedicarci alle materie del secondo anno. Mi piacque moltissimo l’esame di Meccanica razionale, molto meno Analisi due con gli integrali multipli, i momenti di inerzia e le equazioni differenziali, mentre fui affascinato dall’elettromagnetismo, ma ormai le cose procedevano regolarmente, la media dei voti saliva. Il triennio poi era già più specializzato ma fino a un certo punto.

Mi incantava la Scienza delle costruzioni, molto meno la Meccanica applicata. L’elettrotecnica mi sembrò una vera scoperta, tanto che rimpiansi di avere scelto ingegneria civile. Con i colleghi del triennio il clima era diverso, eravamo numericamente pochi rispetto al biennio, c’era un minimo di collaborazione e hanno anche cercato di inserirci nel gruppo ma ci siamo tenuti sempre fuori dai gruppi di qualsiasi genere.

Il momento di svolta del nostro corso di studi fu l’esame di analisi numerica “con elementi di programmazione” che all’epoca era considerato solo un ulteriore esame di matematica perché l’informatica era veramente ridotta ai minimi termini. Ci si aprì davanti un mondo nuovo, capimmo che il calcolo elettronico non aveva niente a che vedere coi calcoli fatti col regolo e che cambiavano proprio le regole del gioco.

Parlammo col professore che ci prese sul serio, ci diede da sviluppare dei programmi in Fortan e in Algol, allora il Pascal non c’era ancora e la cosa aveva per noi il fascino della scoperta. I nostri programmi di calcolo erano evoluti e piacquero al professore che ci permise di accedere al laboratorio di calcolo, una cosa allora praticamente impossibile per uno studente. Fummo spinti automaticamente a uno studio matematico dell’analisi numerica di livello nettamente più alto. Analisi numerica fu il primo esame in cui avemmo la lode, cosa che ci mandò in orbita.

Mantenemmo i contatti col professore di analisi numerica e quando nel 1970 uscì il Pascal cominciammo a lavorare su programmi di calcolo delle strutture, sono cose che paragonate con quello che fanno i PC di oggi sono di una elementarità disarmante, ma all’epoca erano novità sconvolgenti, soprattutto perché evitavano il problema degli errori di calcolo.

Ci siamo laureati con la lode a Novembre 1972 con due tesi coordinate su: “Programmi di calcolo di strutture reticolari complesse linearizzabili”. Purtroppo, a causa dei rinvii della sessione di laurea non riuscimmo a fare l’esame di abilitazione in seconda sessione 1972 ma a Giugno del 1973, a 25 anni, avevamo preso l’abilitazione ed eravamo finalmente ingegneri.

Devo sottolineare che le nostre famiglie non sapevano nulla della nostra vera storia, non sapevano che avevamo vissuto insieme per anni e che ci eravamo laureati lo stesso giorno praticamente trattando gli stessi argomenti. Ora i nostri genitori si aspettavano che noi tornassimo a Milano per trovare qualche posto prestigioso, magari tramite qualche loro amico, ma noi avevamo idee abbastanza precise, volevamo aprire uno studio di ingegneria civile “avanzato” cioè basato sull’uso dei calcolatori. Oggi questa cosa sembra una assoluta ovvietà, ma 50 anni fa non lo era affatto.

Per fare una cosa minimamente dignitosa avremmo avuto bisogno di soldi, almeno per prendere un appartamento da usare come sede dello studio e per poter assumere un paio di collaboratori, essenzialmente un informatico molto aggiornato e una segretaria amministrativa capace di gestire le questioni fiscali. Per quanto riguardava i problemi dei brevetti avremmo cercato di fare da noi o al massimo di ricorrere (il meno possibile) a consulenti esterni, ma per partire ci voleva un capitale non indifferente.

Non ci facemmo portare nel mondo dei sogni e stabilimmo un principio: “mai fare il passo più lungo della gamba!” I nostri genitori si erano offerti di darci una mano economicamente ma avrebbero voluto che tornassimo a Milano, cose che noi non volevamo fare assolutamente, facemmo quindi una scelta che fu aspramente criticata: facemmo domanda di supplenza per insegnare negli istituti tecnici, e allora avere le supplenze era facile perché i laureati in materie tecniche erano pochi.

Abbiamo insegnato per tre anni negli Istituti tecnici e abbiamo messo da parte tutto quello che abbiamo potuto, non eravamo comunque in grado neppure di pagare un anticipo per acquistare un appartamento per lo studio e così decidemmo di prenderne uno in affitto e di tentare di farci imprenditori di noi stessi.

Prendemmo un appartamento di tre stanze in mezza periferia ma piuttosto ben messo e ci decidemmo a fare una spesa folle per noi all’epoca, comprammo un computer Olivetti P6060 che costava una cifra enorme, oltre 8.000 dollari, al cambio di allora quasi cinque milioni e mezzo di lire, come insegnanti noi guadagnavamo meno di 250.000 lire al mese, il che vuol dire che il computer ci costò, comprese le tasse, circa 25 mensilità di stipendio. Il computer era da ufficio, ma era pesantissimo (oltre 40 kg) e mastodontico, il che però dava al nostro ufficio un aspetto assolutamente unico e supertecnologico.

Appena attivato il P6060 ci siamo messi a lavorarci sopra e nel tempo di un mese abbiamo sviluppato i primi software, innanzitutto quelli della contabilità di ufficio, che era tutta conservata su grossi soft-disk 20×20, poi ci siamo messi a lavorare sulla progettazione di strutture reticolari in acciaio e noi avevamo la possibilità di fare calcoli mostruosamente complessi per l’epoca e senza rischio di errori, in pratica potevamo stampare e consegnare in un giorno la progettazione di una struttura reticolare complessa che agli altri richiedeva almeno 15 giorni e certamente era assai meno precisa.

Purtroppo non c’era modo per disegnare tramite computer come si fa adesso col CAD e quindi ci voleva comunque un disegnatore meccanico che fosse in grado di eseguire le tavole presto e bene. Ci rivolgemmo ad un nostro alunno molto bravo (Martin) che venne a lavorare per noi, gli demmo un tecnigrafo di ultima generazione, uno strumento che oggi è un oggetto da museo.

Il lavoro cominciava ad arrivare, noi non ci preoccupavamo di seguire i lavori in cantiere ma solo della progettazione e dedicavamo tutto il tempo libero alla progettazione del software. In pochi anni fummo in grado di comprare un appartamento più grande per lo studio, oltre Martin assumemmo anche la sua ragazza, che si chiamava Martina (combinazione più unica che rara).

Poi ci allargammo ancora e assumemmo uno dei primi informatici professionalmente formati, soprattutto per scegliere computer che fossero all’avanguardia perché in quegli anni l’evoluzione era rapidissima. Smettemmo dopo qualche anno di usare software autoprodotto e cominciammo a padroneggiare software commerciali specializzati e abbiamo continuato su questa strada fino ad ora.

Con gli anni ci siamo comprati due case per noi, in ciascuna delle case c’è una stanza singola e una stanza matrimoniale, come se fossero case destinate a ospitare famiglie tradizionali. Non abbiamo mai invitato persone estranee a casa nostra, quelle rarissime volte che i nostri genitori venivano a Roma, la stanza matrimoniale, in teoria quella degli ospiti, era per loro. Oggi i nostri genitori non ci sono più e non abbiamo fratelli, dobbiamo pensare solo a noi stessi e alla vecchiaia che avanza grandi passi, finché la salute ci assiste stiamo bene così!
Prego Project, se lo crede opportuno, di aggiungere questa mail alla nostra precedente. Grazie!

_________________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay (sul Forum la discussione ha conservato il titolo iniziale):

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=6982

VATICANO E PROPOSTA DI LEGGE ZAN

Il rapporto tra la Chiesa cattolica e l’omosessualità, nella storia, è sempre stato di condanna senza appello. Il catechismo della Chiesa cattolica e i documenti pontifici in tema di omosessualità parlano di “grave depravazione” [1], “funesta conseguenza di un rifiuto di Dio” [2],“mancanza di evoluzione sessuale normale” [3], “costituzione patologica” [4], “comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale” [5]. San Pio X, nel suo Catechismo del 1910, classifica il “peccato impuro contro natura” come secondo per gravità solo all’omicidio volontario, fra i peccati che “gridano vendetta al cospetto di Dio” [6]. E il Catechismo aggiunge [7] “Questi peccati diconsi gridare vendetta al cospetto di Dio, perché lo dice lo Spirito Santo e perché la loro iniquità è così grave e manifesta che provoca Dio a punirli con più severi castighi”. Queste affermazioni sono “la dottrina ufficiale della Chiesa circa l’omosessualità” e non hanno bisogno di commento. Non vi è dubbio che un omosessuale per essere cattolico dovrebbe considerare l’omosessualità il peggiore dei vizi.

Insegnare queste “verità” significa oggettivamente emarginare e perseguitare gli omosessuali. Benedetto XVI, quando era ancora Prefetto della Congregazione per la dottrina delle fede, nella LETTERA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA SULLA CURA PASTORALE DELLE PERSONE OMOSESSUALI – 1° ottobre 1986, e nelle CONSIDERAZIONI CIRCA I PROGETTI DI RICONOSCIMENTO LEGALE DELLE UNIONI TRA PERSONE OMOSESSUALI- 3 giugno 2003,[8] è arrivato a scrivere cose che suscitano reazioni di sdegno morale in qualsiasi coscienza libera. Papa Francesco ha alleggerito i toni ma la Chiesa ha alla spalle secoli di tradizioni omofobe e di predicazione dell’odio e della discriminazione dietro l’apparenza della “cura pastorale”. La dottrina della Chiesa in materia di sessualità afferma cose che sono l’esatto contrario di quelle affermate dalla Organizzazione Mondiale della Sanità. Questa predicazione di odio e il risultato del radicale rifiuto di aprire gli occhi su una realtà che non può essere valutata sulla base di preconcetti dogmatici ma deve essere affrontata con onestà intellettuale, se la si vuole capire veramente. Non ci si può aspettare dalla Chiesa il rispetto di una visione laica della vita, cioè di una visione che guarda alla realtà e non a San Paolo e ad altre siffatte autorità per interpretare fenomeni reali che coinvolgono la vita di milioni di persone, persone che non reclamano affatto una “cura pastorale” ma la libertà di essere quello che sono e qui non parlo di cattolici ma di chi cattolico non ci si sente per nessun motivo. La Chiesa, nonostante le apparenze non cambia, proprio perché sul messaggio di Cristo si è costruita una struttura che col messaggio di Cristo ha ben poco a che vedere. Cristo non è patrimonio esclusivo di nessuno ed è un esempio anche per chi è radicalmente laico e, francamente, pensare che il messaggio di Cristo si debba tradurre nel diritto “concordatario” della Chiesa di professare dottrine sostanzialmente d’odio, fa rabbrividire. Basti pensare alle cosiddette terapie riparative che la Chiesa ha sostenuto e che l’IRCT (International Rehabilitation Council for Torture Victims) nel suo Thematic Report 2020, dedicato alle “reparative therapies”, “It’s Torture Not Therapy” (https://issuu.com/irct/docs/irct_resear … 8/78929238) considera esplicitamente come forme di tortura. Rinvio chiunque voglia comprendere di che cosa stiamo parlando ad un noto articolo di Davide Varì, rapidamente sparito da Internet, ma qui reperibile: http://progettogaytest.altervista.org/t … rative.htm. Chi ha orecchio per intendere intenda.
________________
[1] Catechismo della Chiesa cattolica, 2357
[2] Congregazione per la Dottrina della Fede. Persona Humana. Alcune questioni di etica sessuale – 29 Dicembre 1975, n. 8 – Relazioni omosessuali
[3] Ibidem.
[4] Ibidem
[5] Congregazione per la Dottrina della Fede – Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 3.
[6] Catechismo maggiore, n. 966.
[7] n.967.
[8] Entrambi i documenti si possono leggere nell’articolo: 

https://gayproject.wordpress.com/2013/0 … essualita/

___________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=20&t=6973

AMORE GAY LIBERO E CONVIVENZA

Caro Project,
ho 34 anni e per la prima volta mi sono innamorato di un ragazzo. Sono stato con diversi ragazzi, ho fatto sesso con loro ma non ne ero realmente innamorato, ma da poco più di un anno mi sono innamorato ed è proprio una cosa diversa. Prima pensavo a che cosa potevo avere io da quei ragazzi, adesso penso a che cosa posso fare io per il ragazzo che amo, non cerco un contraccambio da lui anche perché quel contraccambio c’è, e pure sovrabbondante, senza che io lo chieda, almeno per il momento, comunque sono proprio felice che esista uno come lui. Non è un santo, ha i suoi difetti, qualche volta mi tratta in modo brusco ma con amore, almeno io penso che sia così. Non fa calcoli sui sentimenti, non è ipocrita, me lo sono trovato vicino ogni volta che ne ho avuto bisogno, mi ha preso sul serio fin da subito, tre cose di lui mi hanno conquistato, l’intelligenza, il rispetto degli altri e l’immediatezza.

È un ragazzo bello, ma non è quella la nota che lo caratterizza, di belli ce ne sono tanti. Ha avuto una vita difficile e ha una capacità singolare di penetrare l’animo umano, di leggere nei sentimenti del suo interlocutore. Non giudica, non condanna, ha bisogno di capire, è capace di amare in un modo adulto che per me vuol dire non possessivo, mi ha sempre lasciato completamente libero, non mi ha forzato in nessun modo, nemmeno minimo. Non cerca di mettere in pratica un codice di comportamento imparato dalla pornografia, ma presta attenzione al suo ragazzo, o meglio al ragazzo con cui sta in quel momento, cerca di capirlo, di andare nella sua direzione.

Sa che sono innamorato di lui e non ha o sembra non avere paura che il mio volergli bene possa essere per lui un freno. Lui sa che è amato per quello che è e non per quello che fa o che potrebbe fare, che non ci sono condizioni di nessun genere. Sa che da lui mi aspetto solo spontaneità, senza obblighi di alcun tipo, ed è per questo che ci vogliamo bene, è una scelta nostra momento per momento. La scelta di stare insieme come coppia è sempre reversibile, quella di volerci bene e di rispettarci è assolutamente irreversibile. È un tipo di uomo che mi piace, e non parlo solo del fisico, uno come lui è un modello da seguire, eppure è una persona che ha le sue fragilità, le sue insicurezze. Non è un modello di coraggio o di forza d’animo e nemmeno di coerenza, ma è un modello di equilibrio, in lui trovo tutto quello che mi serve, o quasi: l’accondiscendenza e la capacità di fermarmi e di dirmi di no, il buon senso nelle decisioni, la pazienza ma fino a un certo punto, e soprattutto la dolcezza, l’assenza totale di aggressività, che è una cosa che io apprezzo moltissimo.

Mi ha detto che prima non era così, che scattava, che reagiva malissimo ma poi è cambiato quando abbiamo cominciato a stare insieme perché ha visto che io non mi arrabbiavo mai con lui, e poi dice che adesso non è aggressivo perché si sente pacificato dentro. Effettivamente noi non abbiamo mai litigato, non abbiamo mai alzato la voce. Lui mi ha voluto e non ho nemmeno capito perché, ha voluto proprio me, o meglio anche me, non solo me, ma a nessuno di noi due è mai venuto in mente di abbandonare l’altro, almeno questo è quello che io penso.

Tra noi vige una regola non scritta: nessuno di noi due fa domande all’altro sulla sua vita sessuale al di là del nostro rapporto, questo non significa che non parliamo delle altre relazioni, se vogliamo chiamarle così, che abbiamo o che abbiamo avuto, ne parliamo spontaneamente se ci va, ma se ci vogliamo tenere il nostro privato possiamo anche tenercelo per noi e non crollerà nulla. In realtà parliamo o meglio abbiamo parlato molto di queste cose e non ci sono state mai gelosie né da parte sua né da parte mia. Io so che lui ha avuto e forse ha anche altri ragazzi, non me lo ha mai nascosto. Gli unici problemi (e non sono problemi da poco) sorgono per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili ma sulla sua onestà su questo punto ci metterei la mano sul fuoco. Quando ha avuto qualche dubbio me lo ha detto e non ci siamo visti finché non ha fatto il test, attualmente non parla più di altri ragazzi, non so se ci siano ancora altri ragazzi nella sua vita, ma sarei portato a pensare che non ce ne siano. Lui sa che io ho solo lui ormai da quattro anni e quindi sta tranquillo.

Non avevo mai desiderato la presenza di un ragazzo come desidero la sua, anche per il sesso, ma più che altro per quella forma di complicità senza parole che si forma soprattutto sul piano sessuale, per quel capirsi al volo, per quel conoscersi a fondo e fidarsi uno dell’altro. Quando ci incontriamo, che, in fondo è ancora adesso una giornata intera alla settimana, dedichiamo molto tempo al sesso e il minimo indispensabile a dormire e a mangiare. In genere non riusciamo a parlare in quelle situazioni, è come se ormai il sesso fosse una cosa scontata e parlare tra noi lo fosse molto meno, quando ci separiamo è il momento peggiore, ma non nel senso che ci dispiace separarci, a quello ormai ci abbiamo fatto l’abitudine, ma nel senso che non ci diamo mai l’appuntamento per la volta successiva e non perché è una cosa scontata, ma proprio perché non lo è affatto. Un appuntamento è un vincolo, un punto di riferimento, diciamo un limite alla libertà, e noi dobbiamo garantirci reciprocamente la nostra libertà, oggi stiamo insieme, ma non è scontato che staremo insieme anche il prossimo fine settimana.

Se c’è una cosa che mi manca nel contatto con lui è proprio il fatto di parlare senza paura, di infrangere la regola della libertà. Se gli dicessi “ti voglio bene!” in qualche modo darei l’impressione di volerlo vincolare al fatto che gli voglio bene, pretendendo qualcosa in cambio. Mi manca la sua presenza quotidiana, il colloquio sulle banalità. Noi non ci sentiamo praticamente mai nel corso della settimana e ci vediamo solo il sabato sera. Vorrei fare con lui anche le cose banali, vorrei condividere il quotidiano, ma non mi manca per ragioni oggettive ed esterne, mi manca perché temo che provare a condividere anche il quotidiano sposti un po’ l’asse del nostro rapporto dal sesso, che al momento ne è il vero centro, alla condivisione di tutti gli aspetti della vita, e non so se lui vuole veramente una cosa simile.

Quando sto con lui mi viene spesso una riflessione, le dichiarazioni fatte a parole hanno una valenza generale, sono come dei teoremi, il sesso è una cosa fisica, concreta, è l’applicazione di alcuni di quei teoremi al caso particolare, questo vuol dire che contano più le eccezioni che le regole. Il sesso non obbedisce a regole generali, è assolutamente soggettivo, riguarda il nostro rapporto con una singola persona e in un preciso momento, non e ripetibile, non è generalizzabile, non è prevedibile. Le variabili sono così numerose e così poco conosciute che alla fine si deve rinunciare ad ogni proiezione e ad ogni previsione.

Molti considerano il sesso come un modo per capire un’altra persona, ma in realtà quando si vive veramente il sesso con un’altra persona ci si rende conto della complessità della sessualità e della sua dimensione sostanzialmente incomprensibile. Alla fin dei conti io non so nemmeno che cosa spinga me a vivere la mia sessualità insieme con lui, come posso capire che cosa spinge lui a stare con me? Con me e non con un altro, almeno in quel momento. E anche se posso dire che c’è condivisione reale e trasporto reciproco, la spontaneità è comunque frenata. Non è mai possibile capire realmente i desideri e i limiti del tuo compagno. Da qui l’incertezza, la tendenza a frenare a non correre troppo, il senso del limite, e questa potrebbe essere una delle ragioni che rende il nostro rapporto comunque stabile.

È bello quando ci incontriamo il sabato, sono momenti di entusiasmo, l’armonia sessuale c’è, ma è difficilissimo andare oltre, e poi quando ci separiamo cominciano ogni volta i giorni dell’attesa, giorni che sono di vera solitudine, in pratica lunghe pause tra due giorni di vita, giorni vuoti, in cui tornano a galla mille pensieri, giorni in cui penso che quello che vorrei è altro, che lo vorrei vedere felice di stare con me tutti i giorni, vorrei potermi svegliare e trovarlo al mio fianco, vorrei preparargli la colazione, vorrei – sembra un paradosso – perfino litigare con lui in modo forte e aggressivo e poi fare la pace, e invece c’è la paura di sbagliare, di eccedere, e allora non si dice nulla, perché c’è sempre il dubbio: lui sarebbe o no disposto a costruire un rapporto diverso, più affettivo, non dico meno sessuale, ma più affettivo?

Io avverto il distacco tra i momenti di coinvolgimento sessuale nei quali è totalmente coinvolto e quelli molto più freddi del dopo-sesso, nei quali non si scherza mai e si parla pochissimo, quasi come se si pensasse “da entrambe le parti” di avere fatto qualcosa che in fondo non si doveva fare. Ho osservato col passare dei mesi che nei rapporti sessuali ci sono stati dei cambiamenti. All’inizio i limiti erano strettissimi: niente coccole che sanno troppo di affettività, ma solo sesso e niente altro, non voleva che gli passassi le mani tra i capelli o che gli toccassi la barba, poi piano piano ha superato queste cose, adesso mi permette di accarezzarlo, ma lui con me non lo fa, se le carezze sono esplicitamente sessuali allora le accetta, ma se sono semplici gesti di affetto, devo stare attento a non insistere troppo perché la cosa potrebbe dargli fastidio.

Non è che non ci si voglia bene, ma penso che lui non sia abituato ai gesti affettuosi, che quelle cose in qualche modo lo spaventino, che le senta come qualcosa di aggressivo, di troppo libero, di non codificato, che le senta come un tentativo di creare un obbligo, un vincolo stretto, capace di togliergli o di restringere la sua libertà. I piccoli cambiamenti che ho notato nel nostro modo di fare sesso mi fanno pensare che qualcosa sta realmente cambiando, ma non ti nego, Project, che non sono affatto sicuro che si andrà avanti in questa direzione. Non sopporta che gli dica che è un bel ragazzo, ne è quasi infastidito, considera questi discorsi una parodia dei discorsi che un ragazzo usa per sedurre una ragazza. Quando parla di noi non usa mai la parola amore ma solo la parola sesso. Una cosa però mi chiedo, ma se sta veramente cercando solo sesso, perché ha scelto me, ne avrebbe trovati tantissimi meglio di me, che non gli avrebbero creato problemi di nessun genere e si sarebbero adattati facilmente al suo modo di vedere le cose. E non è nemmeno un problema di scelta esclusiva, sa benissimo di essere libero di andare anche con un altro ragazzo, ma se non lo fa, come io credo, anche se rivendica la libertà di poterlo fare, alla fine deve avere una motivazione seria.

Mi dice che io lo stimolo molto sessualmente, ma secondo me è una cosa che non sta proprio in piedi. Nel sesso sono io ad andare appresso a lui e non il contrario. Ho pensato che di me gli possa piacere proprio il fatto che non gli dico quasi mai di no, che cerco di capirlo. Quando lo vedo triste o distante ci sto proprio male e penso che lui se ne sia accorto. Quando facciamo sesso è completamente coinvolto. Non avevo mai visto ragazzi così coinvolti nel sesso. Di me in quelle situazioni si fida totalmente e sembra assolutamente e profondamente partecipativo, ma dopo il sesso sembra un’altra persona, si incupisce, diventa spiccio nei modi di fare, molto ironico, ma di un ironico amaro, non verso di me ma verso se stesso.

Io ho un dubbio di fondo, adesso le cose vanno così e io penso che il problema stia nella distanza e nel fatto che ci si vede un giorno alla settimana, la soluzione, in teoria, sarebbe cercare di cambiare lavoro e di poter vivere veramente insieme, per lui è indubbiamente più difficile che per me, allora io potrei anche cercare di cambiare lavoro e di trasferirmi nella sua città, ma dovrei vendere casa mia, per la quale devo pagare ancora parecchi anni di mutuo, e trasferirmi a casa sua, ma lui me lo ha proposto solo in modo molto vago e probabilmente poco convinto, e non so se è veramente quello che vorrebbe, ma mi chiedo se questo vivere insieme, invece di fare migliorare le cose attraverso la condivisione del quotidiano, non possa in realtà mettere in crisi quel rapporto che adesso c’è e che forse si regge proprio sul fatto che stiamo a 150 km di distanza e che siamo comunque entrambi liberi. Onestamente non so prendere una decisione, andare avanti come è successo fino ad ora è un’opzione insoddisfacente, ma l’altra opzione, cioè puntare tutto sulla convivenza temo che possa essere addirittura distruttiva. Tu che ne pensi?

___________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6960

CRONACA DI UN DISASTRO GAY ANNUNCIATO

Ciao Project, tempo fa pensavo di mandarti una mail sulle coppie gay, perché l’argomento mi interessa in prima persona, ma questa mail ha un’origine del tutto diversa. Io ho 32 anni, sono gay, non saprei dire se ho un compagno oppure no, e avevo pensato che il mio per così dire “problema” fosse un problema particolarmente serio, ma questo finché non mi sono reso conto che mi posso considerare fortunatissimo. Ho un gruppo di amici, che io e il mio “compagno” frequentiamo ormai da anni. Abbiamo sempre pensato di essere gli unici gay del gruppo. Gli altri lo sanno, o almeno penso che lo abbiano capito, nessuno ne ha mai parlato, né noi né loro, ma dovrebbero averlo capito. Tra gli amici ce ne sono alcuni molto estroversi, sia ragazzi che ragazze, e qualcuno un po’ più riservato. Io e il mio “compagno” siamo radicalmente laici, voglio dire che non siamo credenti, la chiesa ci sembra qualcosa di completamente estraneo e addirittura ostile. Con questo papa, forse un po’ meno, ma è comunque un mondo lontanissimo dal nostro modo di vedere le cose. Nel gruppo di amici ci sono anche cattolici, diciamo così “normali” cioè senza troppi entusiasmi ma che ancora si riconoscono in quegli ambienti, e poi c’è un ragazzo, che qui chiamerò Paolo (perché cita sempre san Paolo!) col quale il discorso, sia da parte mia che da parte del mio “compagno” è stato sempre molto difficile. Lui aveva una ragazza da anni, conosciuta in ambiente sempre cattolico. Vorrei fare una premessa: io e il mio “compagno” non ci sentiamo cattolici ma non odiamo nessuno e non abbiamo presupposti radicalmente laicisti e mangiapreti. Abbiamo conosciuto anche preti degni del massimo rispetto, intendo degni del massimo rispetto anche da parte di non credenti come noi, perché alla fine non conta quello che dici ma quello che fai. Dico questo per chiarire che non abbiamo uno spirito di repulsione verso tutti gli ambienti cattolici, perché dire cattolico può significare tutto e il contrario di tutto, come d’altra parte anche dire gay può significare tutto e il contrario di tutto.
Torno a Paolo. Fin da quando l’ho conosciuto, Paolo ha mostrato nei miei confronti una specie di distacco, diciamo di splendido isolamento. Si parlava pure, ogni tanto, ma solo di banalità, lui, nel gruppo, aveva i suoi amici, quelli più radicalmente cattolici, e siccome mi aveva sentito dire la mia e non gli piaceva quello che io dicevo, mi teneva a distanza, ma lo faceva solo lui, con i suoi amici “cattolici” io avevo un rapporto ottimo, si scherzava e si parlava di tutto, con lui no, il dialogo era minimo e limitato a cose ovvie, lui non si mescolava con chi non la pensava come lui. Poi il mio compagno è entrato nel gruppo e Paolo con lui aveva un minimo di rapporto, perché il mio compagno è molto più prudente di me, e avendo capito al volo chi era Paolo, si è ben guardato dal dire quello che pensava. Il mio compagno riteneva Paolo un ragazzo un po’ chiuso, un po’ fissato con la religione, ma tutto sommato uno “abbastanza simpatico”. Noi non abbiamo detto che eravamo una coppia gay, penso che alla maggior parte degli amici non importasse nulla di questo fatto e quindi non ne abbiamo parlato, ma tra noi avevamo dei comportamenti un po’ troppo sciolti per essere solo una coppia di amici. Paolo veniva sempre con la sua ragazza ma faceva delle cose che non capivo e che mi davano fastidio, rimproverava la ragazza in pubblico per delle cose che a me sembravano del tutto prive di senso, la zittiva facendole fare la figura della stupida, mi sono chiesto perché la ragazza tollerasse tutto questo, se io avessi fatto col mio compagno la decima parte di quello che Paolo faceva con la ragazza, il mio compagno mi avrebbe fatto volare dalla finestra. Un giorno si comincia a parlare di vita di coppia, gli amici cattolici “normali” dicevano cose tutto sommato accettabili o quasi anche per me e per il mio compagno, ma quelle cose a un certo punto hanno fatto scattare Paolo che è partito lancia in resta contro una ragazza che aveva osato sostenere che le esperienze prematrimoniali sono fondamentali e possono evitare “matrimoni sbagliati”. Paolo è scattato proprio all’espressione “matrimoni sbagliati” e ha cominciato a citare san Paolo. Al che io e il mio compagno ci siamo scambiati uno sguardo di intesa, come per dire: “Ma questo viene proprio dalla Luna!” Poi la ragazza gli ha detto che uno non deve subire passivamente gli atteggiamenti dei genitori e lì Paolo si è proprio scaldato dicendo che “onora il padre e la madre” è un comandamento e che non bisogna mai dimenticarsene, ecc. ecc. Una ragazza gli ha detto: “se mia madre si vuole impicciare dei fatti miei e mi vuole dire con che ragazzo mi devo mettere io non la posso mica stare a sentire rovinandomi la vita, lei la sua vita l’ha avuta, la mia è mia!“ Poi Paolo è scivolato sull’argomento gay e ha detto cose veramente assurde, che le coppie etero hanno il dovere di essere “serie” perché devono collaborare al disegno di Dio mettendo figli al mondo e non possono fare “come i gay” che pensano solo “a divertirsi”. Questa espressione mi ha fatto proprio venire i nervi, ho scambiato un’occhiata di intesa col mio compagno e poi ho detto a Paolo: “Ma ti rendi conto delle stupidaggini che dici? Ma tu hai amici gay?” Lui mi ha guardato e ha detto: “Non ho mai avuto amici gay!” e io gli ho detto: “No! Non è vero! Un amico gay ce l’hai e sono io!” Il mio compagno è intervenuto e ha detto: “Hai due amici gay, l’altro sono io!” Project, tu non ci crederai, ma Paolo ha pensato che ci fossimo messi d’accordo per prenderlo in giro e non ha creduto minimamente al fatto che fossimo gay… per lui i gay sono proprio di un’altra specie zoologica. Poi trascinati dalla sua incredulità anche gli altri hanno considerato il nostro dichiararci come un modo di prendere in giro Paolo. Tutto questo accadeva circa due anni fa. Da qualche mese a questa parte le cose sono un po’ cambiate, Paolo considera me e il mio compagno due amici burloni, ma etero al 100%, altrimenti non avrebbe mai accettato la nostra amicizia, ma abbiamo avuto l’occasione di parlare con lui anche un po’ più seriamente. Project, io e il mio compagno stiamo pensando seriamente che Paolo possa essere gay. Va sempre in giro con la ragazza appresso, o meglio al seguito, ma io vedo i nostri amici etero che comportamento hanno con le loro ragazze, beh il comportamento di Paolo è totalmente diverso: mai una carezza, una coccola, ma nemmeno mai una parola carina per la ragazza, che evidentemente nel mondo di Paolo non conta proprio niente, o meglio conta come qualcosa che lo riporta ad un modello eterosessuale, col quale però, è evidente che non ha nulla a che spartire. I miei amici etero, sia ragazzi che ragazze parlano anche di sesso, ne parlano poco ma succede e ne parlano come della cosa più ovvia del mondo, Paolo non ne parla mai, schiva proprio l’argomento in modo sistematico. Gli altri parlano ogni tanto pure di omosessualità. Nei discorsi di Paolo le parole: gay o omosessuale, non compaiono mai, nemmeno per sbaglio e il richiamo alla religione è solo visto in chiave di freno e di limitazione, mai in termine di liberazione o di entusiasmo. Ne ho parlato col mio “compagno” e siamo arrivati alla conclusione che avremmo potuto “forse” dirgli di noi, ammesso e non concesso che fosse in grado di capire che non era uno scherzo, ci abbiamo anche provato, ma ogni volta che si accorgeva che stava per succedere qualcosa del genere si dileguava immediatamente. Io e il mio compagno non frequentiamo la chiesa, ma una coppia dei nostri amici che invece va in parrocchia ci ha riferito di una predica fatta da uno dei sacerdoti il quale ha detto che il matrimonio è il rimedio della concupiscenza ma non ha riferito il discorso agli etero, come si fa di solito, ma lo ha generalizzato dicendo che il matrimonio è anche il rimedio della omosessualità. Espressione che manifesta la più radicale ignoranza in materia di sessualità. La coppia di nostri amici che era presente ha avuto l’impressione che il discorso non fosse generico ma che fosse diretto a Paolo che era lì in prima fila e non si è mosso di un millimetro fino alla fine. I miei due amici etero probabilmente hanno pensato quello che avevamo pensato io e il mio compagno, ma in una situazione simile che fai? Affronti Paolo in modo diretto? O dici alla ragazza di stare attenta e di capire bene se è il caso di andare avanti? Io e il mio compagno abbiamo parlato di Paolo con questa coppia di amici e loro ci hanno detto che il prete che aveva detto quelle cose era considerato un personaggio “un po’ strano” e scomodo pure dal parroco che aveva cercato di limitarne la sfera di azione. In parrocchia lo evitavano tutti, salvo Paolo, che invece ne era entusiasta. Che prove avevamo? Praticamente nessuna prova concreta, ma eravamo in quattro ad avere avuto la stessa sensazione. Abbiamo deciso che prendere Paolo di petto fosse una cosa non praticabile e che avremmo solo potuto portare la discussione su questi argomenti per vedere le reazioni di Paolo, e lo abbiamo fatto, ma la reazione è stata nulla. La coppia di amici etero è partita dalla necessità dell’onestà assoluta nel matrimonio, come dire che ciascuno dei coniugi deve sapere tutto dell’altro e che ingannare il coniuge significa usarlo e rovinargli la vita, ma Paolo era un muro di gomma, non ascoltava nemmeno. Abbiamo notato un’altra cosa, per un bel po’ di tempo, ogni tanto Paolo faceva qualche sparata contro i gay anche in nostra presenza perché all’inizio pensava che noi fossimo effettivamente etero, poi le frasi sui gay sono sparite del tutto, l’argomento è stato censurato al 100%. La coppia etero mi dice che Paolo dice le stesse cose che dice il prete un po’ strano e che l’idea del matrimonio come “ideale di castità” sta cominciando a diventare uno dei cavalli di battaglia di Paolo. Un giorno io e il mio compagno ne abbiamo parlato seriamente e abbiamo deciso di passare all’azione, ma prima di mettere in pratica il nostro progetto, la coppia etero di nostri amici ci ha riferito che “durante la messa” il prete un po’ strano ha annunciato la data del matrimonio di Paolo con la sua ragazza. Al che, dopo avere meditato a lungo, pensando che ormai Paolo non fosse più recuperabile, abbiamo deciso di desistere, e ci siamo detti: “Possiamo impedire un disastro annunciato? … Purtroppo no! Ciascuno è libero, anche di sbagliare e di fare danni.” Ci siamo anche detti che in fondo noi non avevamo prove o ammissioni da parte di Paolo, ma vedere la sua faccia dopo le pubblicazioni del matrimonio era una risposta più che evidente. Un ragazzo che sta per sposarsi dovrebbe essere raggiante ma non era così per niente. Paolo sapeva che stava a andando a mettersi in trappola e stava per tirare anche la ragazza nella sua stessa trappola. Paolo ci ha detto che intendeva limitare la cerimonia solo ai familiari stretti, evidentemente sapeva bene che per i suoi amici, e in particolare per quattro dei suoi amici, andare al matrimonio sarebbe stato imbarazzante e quindi ha evitato a priori qualsiasi situazione imbarazzante. Il matrimonio è stato officiato fuori della parrocchia dal prete un po’ strano. Potremmo avere sbagliato del tutto le nostre valutazioni … semplicemente non lo sapremo mai, perché “ciò che Dio ha unito l’uomo non osi separare!” Anche se certe volte questa frase è un’autentica bestemmia. Dopo il matrimonio non abbiamo saputo più niente né di Paolo né della moglie. Spariti nel nulla.

_____________________

La lettura di questa mail, di cui alcuni contenuti sono stati deliberatamente omessi per ragioni di privacy, non richiederebbe di per sé alcun commento. Mi limiterò perciò a pochissime righe. Nel leggere la storia mi è venuta in mente la relazione romantica tra i poeti Fitz-Greene Halleck e Joseph Rodman Drake. Fitz-Greene Halleck (8 luglio 1790 – 19 novembre 1867) aveva cinque anni più del suo amico Joseph Rodman Drake (7 agosto 1795 – 21 settembre 1820).

Drake nel 1816, ancora giovanissimo, sposò Sarah (figlia di Henry Eckford, un architetto navale) da cui ebbe una figlia. Morì di consunzione all’età di 25 anni. Halleck non si sposò mai, si era innamorato a 19 anni di un giovane cubano, Carlos Menie, al quale aveva dedicato alcune delle sue prime poesie. Hallock,1) il biografo di Halleck, ipotizza con estremo buon senso, che Halleck fosse innamorato del suo amico Drake. James Grant Wilson ha sottolineato il modo in cui Halleck, che fu presente alle nozze in qualità di migliore amico dello sposo (un ruolo formale, all’epoca), descrisse il matrimonio:

“[Drake] si è sposato e, poiché il padre di sua moglie è ricco, immagino che non scriverà più. Era povero come lo sono i poeti, naturalmente, e si è offerto in sacrificio al santuario di Imene per evitare ’dolori e pene’ della povertà. Ho officiato come testimone dello sposo (groomsman), anche se molto contro la mia volontà. La moglie era di buon carattere, e lo ama alla follia. È forse l’uomo più bello di New York, – una faccia come un angelo, una forma come un Apollo – e, dato che ben sapevo che il suo aspetto era il veramente indicativo del suo pensiero, durante la cerimonia mi sentii come se stessi commettendo un crimine nell’aiutare e assistere un tale sacrificio.”2)

Qui si si tratta con ogni probabilità di un omosessuale che ha scelto la via del matrimonio per ragioni essenzialmente economiche, nel caso della storia di Paolo il matrimonio “sembra” essere dovuto a ragioni religiose, ma è veramente osceno in prima luogo che si incoraggi un omosessuale a sposare una donna con l’idea che il matrimonio è addirittura il rimedio della omosessualità! Ma forse è ancora più osceno che si tenti di consacrare una simile unione, con le parole “ciò che Dio ha unito l’uomo non osi separare.” Una frase che ha un suo senso molto serio che è stata stravolta e abusata per giustificare un abuso del matrimonio pilotato da un prete. Se è vero che il parroco aveva notato che c’era qualcosa che non andava, è pure fero che non ha fatto comunque nulla per evitare obbrobri di questo genere. Chi ha orecchio per intendere intenda!

________________________

1) Hallock, John Wesley Matthew. “The First Statue: Fitz-Greene Halleck and Homotextual Representation in Nineteenth-Century America.” Ph.D. Dissertation, Temple University; DAI, Vol. 58-06A (1997): 2209, Temple University. E anche Hallock, John Wesley Matthew, “American Byron: Homosexuality & The Fall Of Fitz-Greene Halleck” (Madison, Wisconsin: U. of Wisconsin Press, 2000).

2) «[Drake] has married, and, as his wife’s father is rich, I imagine he will write no more. He was poor, as poets, of course, always are, and offered himself a sacrifice at the shrine of Hymen to shun the ’pains and penalties’ of poverty. I officiated as groomsman, though much against my will. His wife was good natured, and loves him to distraction. He is perhaps the handsomest man in New York, — a face like an angel, a form like an Apollo; and, as I well knew that his person was the true index of his mind, I felt myself during the ceremony as committing a crime in aiding and assisting such a sacrifice.» James Grant Wilson, “The Life and Letters of Fitz-Greene Halleck”. New York: Appleton and Company, 1869: 184.

_____________________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=73&t=6957

AMORE GAY LIBERO

Ciao Project,
ho letto il forum in lungo e in largo e voglio anche io portare il mio contributo sulle coppie gay.

Francamente, dopo tanti anni, posso dire di avere messo del tutto da parte questo concetto. Parlo di tanti anni perché mi sto avviando verso i 50, i 45 li ho superati e sono ormai nell’età in cui si cominciano a fare i bilanci. Da ragazzo, 30 anni fa, ero molto riservato, molto timido, complessato dal sesso e molto legato a una mitologia gay, passami il termine. Mi sono innamorato tante volte, direi troppe volte, e altrettante volte sono stato costretto a ridimensionare tutto, perché il mio ipotetico ragazzo era etero (è successo più volte), era un collezionista per il quale io ero solo uno dei tanti, o semplicemente perché il ragazzo di turno non aveva nessuna intenzione di costruire un rapporto vero con me, tipo più o meno: “Sesso sì, quanto ne vuoi, ma poi togliti dalle scatole!”

Non ti faccio il catalogo di quelli fissati col sesso di un certo tipo e solo quello, di quelli cattolici che prima fanno sesso con te e poi ti danno la colpa di tutto e ti accusano di averli portati sulla cattiva strada, perché “loro non sono gay e vogliono avere una famiglia ecc. ecc.”, ti risparmio pure quelli della categoria peggiore, quella dei gelosi possessivi, che ti spiano, che pretendono da te un’obbedienza senza discussioni e di quelli possessivi affettivi che ti vogliono rendere un satellite della loro galassia a forza di ricatti affettivi o sessuali, che pretendono di scegliere i tuoi amici, di decidere i film che devi vedere, di programmare le tue vacanze, ecc. ecc.. E poi c’è la categoria degli indecisi cronici, di quelli dei ma e dei però, dei sì ma con riserva, o dei no ma con riserva, che è ancora più assurdo, questi io li chiamo quelli del: “Mamma Ciccio mi tocca! … Toccami Ciccio che mamma non c’è!”

Alla fine, quando avevo ormai 40 anni, mi sono stufato e ho detto basta! Se mai ne troverò uno normale e se ne viene veramente qualcosa di accettabile, ok, altrimenti meglio solo che male accompagnato!” In pratica mi sono cancellato da certi siti e ho eliminato certe app. Non c’è bisogno che ti dica quali. Usavo un po’ di porno e mi accontentavo di quello, perché, diciamocelo chiaro, sono stato sempre ipocondriaco e non mi sono mai messo a rischio, cioè quando facevo sesso con un ragazzo stavo molto attento a non passare i limiti di guardia e quando dicevo di no era no e basta, e questo tanti ragazzi non lo accettavano proprio, per loro io ero uno strano, fissato, ecc. ecc.. Dopo aver messo da parte l’idea di trovarmi un compagno, ho fatto proprio altro, ho lavorato, ho messo su una piccola impresa privata, molto piccola ma che mi dà soddisfazioni e assorbe la gran parte del mio tempo.

A 42 anni ho incontrato un ragazzo che aveva 12 anni meno di me, era un ragazzo diverso dagli altri, prudente nel parlare e con un modo di fare che mi piaceva, mai aggressivo, era anche un bel ragazzo, oltre che intelligente, ma tutto questo per me significava che ci sono ancora ragazzi belli e intelligenti, ma niente più di questo. Pensavo che quel ragazzo appartenesse ad un mondo lontano dal mio, in pratica non pensavo nemmeno che tra noi ci potesse essere più di uno scambio di quattro parole di cortesia, ero convinto che fosse etero, insomma per me era e pensavo che sarebbe rimasto un perfetto sconosciuto.

Lo avevo incontrato per la prima volta nella sala d’aspetto del mio commercialista e avevamo parlato un po’ di tante tematiche generali, ma solo per passare il tempo e, dopo quell’episodio, non ci siamo più visti per un paio di mesi e praticamente io mi ero del tutto dimenticato di lui, poi verso la metà di dicembre, in una giornata in cui avevo un sacco di problemi per la testa, l’ho incontrato per caso in treno, mentre andavo a Milano per problemi legati alla mia piccola impresa, lui stava nel corridoio del mio vagone, e abbiamo cominciato a parlare. Dopo qualche minuto è venuto nel mio scompartimento, era mattina e c’era pochissima gente, nello scompartimento eravamo solo noi due e il viaggio sarebbe durato almeno altre tre ore. Mi sono dimenticato completamente dei miei problemi e ho passato il tempo del viaggio come in una nuvola rosa, mi sembrava un ambiente incantato, ma anche irreale.

Eravamo diretti entrambi a Milano, lui viveva a Milano e ci lavorava, ma veniva spesso a Roma, dove vivevano i genitori. Io non sono mai stato un conquistatore, con i ragazzi sono sempre stato molto impacciato ma con lui mi sentivo a mio agio, diciamolo chiaro, non ero impacciato perché semplicemente pensavo che non lo avrei più rivisto, non avevo nessun progetto su di lui, nemmeno a livello di minima fantasia. Io dovevo rimanere tre giorni a Milano e non avevo prenotato l’albergo, perché un albergo lo avrei trovato comunque e lui mi ha detto: “Ma se devi stare tre giorni a Milano stai a casa mia, è piccola ma comoda, in centro.” Alla stazione ci siamo separati perché lui aveva impegni di lavoro e anche io non mi sarei liberato prima delle 19.00. Ci siamo dati appuntamento per le 19.30 sotto casa sua, ovviamente ci siamo scambiati i numeri di cellulare.

Alle 19.30 sono in via [omissis] e lui è lì con una borsa di plastica in mano, mi dice: “Ho preso qualcosa per la cena…” La casa era minuscola, una sola stanza, ma era tutto in perfetto ordine, andiamo nella cucinetta e lui si mette ai fornelli, prepara due piatti di spaghetti e mette in forno pollo e patate della rosticceria, nel frattempo parliamo, ma sempre di cose molto generali. L’atmosfera è familiare, per un attimo ho avuto la sensazione che sarei stato bene con quel ragazzo, ma un’idea del genere mi sembrava mille miglia lontana dalla realtà.

Finita la cena, lava i piatti in un baleno e poi mi dice che è stanchissimo e che vorrebbe andare a dormire. Nella stanza ci sono due letti, mi indica il mio, ci prepariamo per la notte e ci mettiamo a letto, ma a dispetto della stanchezza ci mettiamo a parlare e andiamo avanti fino a notte alta. Era il primo giorno che parlavo con quel ragazzo, mi sentivo a mio agio e la situazione non mi sembrava affatto strana. Ti giuro, Project, ero convinto che lui fosse etero e ho evitato accuratamente qualsiasi riferimento anche vaghissimamente gay. Aveva una bellissima voce, maledettamente sexy, ma secondo me era etero… e tutto il discorso è rimasto su temi generalissimi, in pratica non siamo mai scesi nel privato. Lui non parlava mai di ragazze come non ne parlavo io, ma io al momento non potevo dare il minimo peso a un fatto del genere. In casa aveva qualche libro ma mi sembravano i classici libri etero, diciamo così, non c’erano fotografie o quadri, niente di tutto questo.

La mattina la sveglia suona alla sette in punto. Lui si alza immediatamente e va in bagno, sento l’acqua della doccia che scorre ma la cosa non mi fa né caldo né freddo, poi esce dal bagno e va in cucina. Io entro in bagno, ha aperto la finestra e ci fa un freddo cane, ma è tutto pulito, prima di uscire ha asciugato tutta la doccia e ha cambiato l’asciugamano. Io faccio la doccia in fretta e poi asciugo tutto, come aveva fatto lui, quando esco dal bagno trovo la colazione pronta. Mi dice che sarebbe uscito dopo 10 minuti e che se volevo potevo restare in casa, mi dà un mazzo di chiavi e mi dice solo che, quando esco, devo chiudere la porta. Lui sarebbe tornato intorno alle 19.15, poi mi fa un cenno con la mano e se ne va.

Ero solo, a casa sua, avevo le chiavi di casa, avrei potuto curiosare un po’, anche se c’era ben poco da curiosare. Scelgo una via diversa, rifaccio i letti, sia il suo che il mio, il suo conserva una traccia sensibile del suo profumo, lavo le tazze della colazione, sistemo quel poco che c’era da sistemare in cucina e poi esco per i miei incontri di lavoro. Alle 18.00 gli mando un sms: “Non prendere nulla per la cena, ci ho pensato io.” Vado in rosticceria e compro qualcosa, aggiungendo anche una bottiglia di vino toscano, poi torno a casa sua, metto l’acqua sul fuoco basso e preparo la tavola.

Qualche minuto prima delle 19.00 lui arriva e sembra molto contento di trovare tutto sistemato, a me viene un sorriso spontaneo, ma lui non parla della casa sistemata e della cena pronta, mi chiede invece con una faccia interrogativa a che punto sono con i miei impegni a Milano, la domanda mi suona strana, la interpreto come se lui volesse dirmi che se ho fatto quello che dovevo fare me ne posso pure andare, smetto di sorridere e con una faccia seria gli rispondo che in pratica ho fatto tutto quello che avevo da fare e che potrei ritornare a Roma anche in serata perché dovrei solo cambiare il biglietto. Lui mi dice: “Io domattina non lavoro, se vuoi ti faccio vedere un po’ di cose belle di Milano.” Non mi aspettavo quella risposta e lui deve avere visto dalla mia faccia che mi era tornato il buon umore. Evidentemente non ci fidavamo ancora uno dell’alto, cercavamo conferme e i fraintendimenti erano possibili.

La faccio breve, il mio secondo giorno a Milano è stato molto bello, mi sembrava di conoscere da sempre quel ragazzo, abbiamo pranzato fuori, siamo rientrati la sera e abbiamo parlato fino a tardi prima di addormentarci. Il terzo giorno è stato breve e ci siamo visti solo la mattina presto, lui lavorava fino alle 19.00 e io avevo il mio treno alle 11.30. Gli ho restituito le chiavi di casa e ci siamo salutati con una stretta di mano. Poco prima dell’orario della partenza mi ha mandato un sms ringraziandomi per le belle giornate che aveva passato con me. Gli ho detto che lo aspettavo a Roma al più presto e che se fossi tornato a Milano glielo avrei fatto sapere.

Preso il treno, ho cercato di riordinare i ricordi di quelle ore passate insieme, e lì mi è venuto in mente che quello poteva essere un modello di vita di coppia, ma in realtà sapevo benissimo che era solo fantasia. Davo comunque per scontato che fosse etero, e pensavo che anche lui mi avesse preso per etero. Dopo circa 10 giorni mi richiama, mi dice che verrà a Roma l’indomani e mi chiede se posso ospitarlo, per una notte, mi spiega che lui doveva andare dai suoi genitori ma che ha anticipato il viaggio di un giorno per passare una giornata con me, i suoi sapevano che sarebbe arrivato il giorno dopo e quindi dal giorno dopo sarebbe rimasto a casa loro, ma un giorno voleva passarlo con me.

L’indomani mattina alle 11.00 vado a prenderlo alla stazione e lo porto a casa mia. Non c’è bisogno di dire che avevo ripulito e sistemato tutto e avevo fatto sparire tutti gli indizi gay. Poco prima di mezzogiorno siamo a casa, gli avevo preparato una stanza tutta per lui, ma mi dice che era venuto per parlare con me e che così non sarebbe stato possibile. Spostiamo il suo letto nella mia stanza, poi pranziamo, lui nota che tutto è preparato con la massima attenzione, mi dice che casa mia è molto più grande della sua e anche molto più antica, in effetti vivo in una zona della Roma vecchia e in un palazzo che penso sia del 1700, di due soli piani, con le volte a vela fatte di mattoncini, era una casa di famiglia di quando quelle case erano case di povera gente, poi, col tempo, sono diventate case per turisti, se opportunamente ristrutturate, e la mia non lo è.

Il pomeriggio andiamo a fare un giro della città e soprattutto dei posti dove i turisti non vanno, la sera non vuole mangiare fuori, torniamo a casa, prepariamo una cenetta rapida e poi ce ne andiamo in salotto a parlare. Mi racconta la sua storia ma in modo molto sintetico e lacunoso, volutamente banalizzante, come se fosse un insieme di cose ovvie, e io sto a sentirlo con la massima attenzione. Si vede che è a suo agio, almeno relativamente o, meglio, si vede che non ha paura di me, ma sta esplorando il terreno, non mi dice niente di particolarmente significativo, però è in quella situazione che mi comincia a venire in mente che il rapporto che ho con quel ragazzo potrebbe essere qualcosa di più complicato di come mi appariva all’inizio, lo ascolto ma comincio a farmi domande, mi rendo conto che non abbiamo mai parlato di donne e comincio ad aspettarmi che il discorso possa finire con una qualche dichiarazione importante, ma a un certo punto mi dice che è stanco e che l’indomani mattina dovrà alzarsi presto e ce ne andiamo a dormire. Mi chiedo perché mi abbia fatto portare il suo letto nella mia stanza ma alla fine preferisco non farmi troppe domande.

La mattina del giorno successivo facciamo colazione insieme, poi mi saluta con una stretta di mano e se ne va. Io cancello rapidamente dal mio cervello ogni ipotesi alternativa e mi dico: “Ma che vado a pensare! I gay vedono gay dappertutto! E io non faccio eccezione.” Tre settimane dopo mi capita di dover andare di nuovo a Milano, lo chiamo e glielo dico, mi sembra contento, mi dice che non potrà venire in stazione e che ci vedremo direttamente alle 19.30 sotto casa sua. La telefonata è brevissima, si sente che è indaffarato. Io penso di dovermi sdebitare con lui e gli compro una sciarpa, un oggetto, come un modo di dire grazie.

Nel viaggio verso Milano comincio a pormi tante domande a anche ad alimentare qualche aspettativa, pensavo che finalmente saremmo arrivati “forse” a parlare chiaro perché tutta la storia aveva ben poco di ordinario. Alle 19.30 ci vediamo sotto casa sua, come la volta precedente ha preso qualcosa in rosticceria per la cena. In casa noto subito che è contrariato, che non è di buon umore, provo a fargli qualche domanda ma dribla le domande e parla d’altro. Gli arriva una chiamata sul cellulare, guarda chi è ma non risponde e spegne il cellulare. Penso che sia una cortesia nei miei confronti, ma mi dice che di rotture di scatole ne ha avute anche troppe. Si comporta in modo strano, non è come la prima volta, è gentile ma anche scostante, al punto che gli dico: “Se hai bisogno di restare solo, non c’è problema, c’è un albergo qui a 200 metri…” Lui mi guarda e mi dice: “No… tu non c’entri niente, sono rogne di lavoro…” Ma io non ho l’impressione che siano rogne di lavoro. Lui comunque taglia corto. Finiamo la cena e mi dice che è stanchissimo e vuole andare a dormire. Non restiamo a parlare come la prima volta, mi sento quasi un ospite sgradito, forse non proprio, comunque lui resta chiuso nel suo mondo, cioè nel suo malumore.

L’indomani ci salutiamo piuttosto freddamente. Io dovevo ripartire per Roma in mattinata. Questa volta non mi arriva alcun sms prima della partenza. Su treno mi ripeto tante volte che non devo lasciare correre troppo la fantasia e che farò bene a restarmene nel mio mondo. Mi riprometto di non chiamarlo quando avrò altre occasioni di andare a Milano e su questo, almeno in quel momento, non ho dubbi. Arrivo a Roma e lui mi chiama al telefono per chiedermi scusa, è una cosa che non mi aspetto affatto, ne sono positivamente impressionato e arrivo alla conclusione che dopotutto ognuno può avere dei momenti neri e che probabilmente i suoi derivavano proprio da faccende di lavoro.

Non ci sentiamo per quasi un mese. Pensavo che si fosse dimenticato di me e in un certo senso ne ero anche contento, perché così anche io avrei potuto metterci una pietra sopra. Poi, in modo del tutto inatteso mi chiama una mattina prima delle 7.00, mi dice che sarà a Roma l’indomani e mi chiede se può stare da me. Ovviamente gli dico di sì, ma dentro di me non sono affatto entusiasta della cosa. Comunque gli dico di sì. Ho la tentazione di fargli pesare il modo in cui mi aveva trattato a Milano la volta precedente, poi mi dico che un pensiero simile è proprio meschino e puerile e mi impongo di organizzare tutto esattamente come la volta precedente.

Vado a prenderlo alla stazione, è visibilmente contento di vedermi e anche io sono contento di rivederlo, gli chiedo se l’indomani deve andare dai suoi genitori ma mi dice che ha preso tre giorni di ferie e che è venuto per me, questa espressione mi suscita tanti interrogativi ai quali non so e non oso dare risposta. In pratica sarebbe rimasto a Roma tre giorni, cosa che io non mi aspettavo assolutamente, lui si rende conto del mio disappunto e mi dice: “Se ti creo problemi, basta dirlo, me ne vado anche subito…” Io lo guardo e gli dico: “Stai zitto! Adesso sposto i miei impegni, e non fare quella faccia!” Mi sono messo al telefono e nel tempo di un quarto d’ora mi sono organizzato tre giorni liberi. Questo è il vantaggio di chi fa il piccolo imprenditore come me, anzi dovrei dire piccolissimo!

Quando chiudo il telefono lui vuole riattaccare col fatto che può andare via anche subito, ma gli dico in modo perentorio: “Se sei venuto qui un motivo serio ce l’avrai…” Lui mi guarda e mi dice: “Dammi tempo …“ Si stende sul divano del salotto e io avverto che sta per dirmi qualcosa di importante. Mi dice: “Tu hai capito, vero?” Io in realtà non avevo capito che cosa, secondo lui, avrei dovuto capire e non volevo assolutamente dire sciocchezze, però non potevo fare il finto tonto perché lo avrei messo in imbarazzo, e gli ho risposto: “Beh, più o meno, penso di sì…” Io pensavo (speravo) che mi potesse dire che si era innamorato di me, che io ero importante per lui, ma non si trattava di niente di simile. Mi dice: “Il mio ragazzo mi ha mollato… con lui stavo bene, ma mi ero illuso e ieri mi ha mollato. Quando sei venuto a Milano l’ultima volta io ero già fuori dai gangheri perché mi trattava con indifferenza, ma adesso mi ha proprio mandato a quel paese… ”

In pochi minuti ero passato dal ruolo di quello che si aspetta una dichiarazione d’amore al ruolo di quello che deve fare da consolatore, tuttavia la cosa, in un certo senso, per me era rassicurante, anche se può sembrare paradossale. Cerco di lasciarlo parlare e di intervenire il meno possibile. Si sente ingannato dal suo ex. Si sfoga un po’ ma poi è evidente che da me si aspetta una qualche risposta seria. Io faccio come aveva fatto lui, evito del tutto i preamboli e gli dico: “Quando una storia finisce sembra sempre un fallimento ma può essere una liberazione. È meglio sapere come stanno realmente le cose che andare avanti restando all’oscuro di tutto. Non hai perso che un’illusione.” Lui mi guarda sconsolato e mi dice: “Lo so, ma ci sono rimasto male e molto.” Io decido di uscire dall’ambiguità e di fare anche io il mio coming out e gli dico: “È successo anche a me, una cosa praticamente identica, se n’è andato perché cercava qualcosa che io non ero capace di dargli” Dopo questo reciproco coming out sono entrato in pieno nel mio ruolo di consolatore. Gli ho detto: “Dai, dammi una mano che cuciniamo un po’ più in grande!” Lui mi ha guardato sorridendo e ha detto: “Ok!”

Mi chiedevo che cosa lui si aspettasse da me, quali dovevano essere i limiti del mio ruolo e su questo avevo le idee molto confuse. L’unica cosa possibile mi sembrava l’agire con la massima prudenza, o meglio con il massimo rispetto nei suoi confronti. Avevamo ancora due giorni da passare insieme e io non sapevo come comportarmi. Abbiamo cucinato, pranzato, lavato i piatti insieme, poi mi è venuto in mente di chiedergli se i suoi sanno di lui. Mi ha risposto che i genitori sono brave persone e che si sono sempre dati da fare per lui ma lui ha fatto di tutto per finire gli studi il prima possibile e per andarsene a lavorare in un’altra città, perché voleva avere un po’ di autonomia e alla fine è riuscito a procurarsela. Non ha fratelli né sorelle e anche per questo il rapporto coi genitori era strettissimo e quasi asfissiante. Ha mantenuto un buon rapporto coi genitori anche se non può parlare chiaro con loro, va a trovarli più o meno una volta ogni due mesi ma per il resto del tempo se ne sta a Milano e si mantiene in contatto con loro solo via skype. Mi ha detto: “La mia famiglia è una famiglia normale nel bene e nel male.”

Dopo il discorso sulla famiglia non sapevo più che cosa dire e l’imbarazzo reciproco si sentiva fortissimo. Anche lui non sapeva più che cosa dire e come comportarsi, adesso sapevamo che eravamo due gay che avevano piacere a parlare insieme, era evidente che sia a lui che a me era venuto in mente che si sarebbe potuto fare un passo oltre, ma la paura di rovinare tutto era talmente forte da essere paralizzante. Gli propongo di uscire nel pomeriggio per fare un giro in centro. Mi risponde che non è venuto per fare il turista ma per stare con me, espressione quanto mai ambigua in sé, ma dietro la quale, in quelle particolari circostanze, si può sottintendere qualsiasi cosa. Cominciamo a parlare delle nostre esperienze gay, ma era evidente che il discorso serviva solo a riempire il tempo, ed era altrettanto evidente che non c’era molto da raccontare. Qualche storia, ma in fondo niente di serio. Gli ho chiesto che cosa avrebbe voluto dalla sua vita e mi ha detto che non lo sapeva.

Si è alzato evidentemente per venire a sedersi vicino a me, ma non lo ha fatto, ha fatto dietrofront e se ne è andato a sedersi di nuovo in poltrona. Poi mi ha chiesto: “Perché pensi che sono venuto qui oggi?” Gli ho risposto: “Perché eri rimasto malissimo di quel ragazzo e ti andava di parlare un po’.” Ma mi ha fermato e ha detto: “Solo per questo?” Io gli ho detto: “Spero di no…” allora è venuto a sedersi accanto a me, mi ha preso la mano destra e l’ha stretta fin quasi a farmi male, poi ci ha appoggiato il viso, io gli ho passato una mano tra i capelli, lui mi ha detto: “Fammi stare così cinque minuti e poi basta…” Io sono rimasto in silenzio ad accarezzargli i capelli, poi si è appoggiato alla mia spalla e non ha detto una parola per lunghissimi minuti. Ne sentivo il calore, la presenza fisica, ma anche il disagio, l’incertezza.

A un certo punto si è alzato in piedi, sembrava turbato, rabbuiato in volto, qualche brutto pensiero deve avergli attraversato la mente. Gli ho chiesto: “Che c’è? Qualcosa non va?” Mi ha risposto solo: “Nulla…”, poi mi ha ripreso la mano e me l’ha stretta di nuovo in modo fortissimo. Penso che anche lui percepisse chiaramente tutta la mia incertezza, poi il suo telefono ha squillato, lo cercavano per problemi di lavoro ed è rimasto al telefono per tanto tempo, ha aperto il suo portatile super-tecnologico e si è messo in contatto col suo ufficio. Io l’ho lasciato tranquillo, nel frattempo ho fatto il caffè e gliel’ho portato con qualche biscotto, lui mi ha risposto con un sorriso e io sono andato a preparare un po’ di cena fino alla fine della telefonata.

Quando ha finito si è scusato e io gli ho detto: “Ma ci mancherebbe altro che tu debba scusarti se devi lavorare!” Poi mi è arrivata, come un flash, una domanda che non mi aspettavo, mi ha chiesto: “Perché non ci hai provato con me quando stavamo sul divano?” Mi sono sentito preso in contropiede e ho risposto banalmente: “Perché non vorrei mai che tu potessi sentirti forzato in nessun modo.” Lui mi ha guardato e mi ha detto: “Io ho pensato esattamente la stessa cosa di te…” E ci simo abbracciati strettissimi. Sentire la fisicità di un ragazzo che ti vuole è una sensazione fortissima, non sono parole ma è proprio il suo corpo. L’abbraccio è stato intensissimo, voluto, profondo, era già un modo di essere una cosa sola.

Pensavo che dopo sarebbe stata tutta una strada in discesa ma non è stato così. Lui mi stringeva ma non era veramente felice. Gli ho detto: “Ti vedo sconvolto…” Lui si è staccato da me e mi ha detto: “Devo dirtelo… io sto pensando ad un altro ragazzo, e vorrei che adesso qui ci fosse lui. Io un po’ un discorso del genere me lo aspettavo e gli ho detto: “Beh in una situazione come questa pochissime persone avrebbero la forza di fare un discorso come questo, lo apprezzo moltissimo, perché è un discorso onesto.” Mi vedevo riportato un’altra volta nel ruolo del consolatore, ma non mi sembrava affatto una cosa secondaria. In fondo tra noi si era creato in pochissimo tempo un rapporto di totale chiarezza, che è una cosa più unica che rara. Ma quella chiarezza non aveva messo in crisi nulla, anzi, aveva rafforzato un legame che ormai era dato per scontato da entrambe le parti.

Abbiamo cucinato insieme e la sintonia era perfetta. Sembravamo un équipe chirurgica affiata. Dopo cena mi ha detto che si sentiva stanchissimo, anche se non erano ancora le dieci. Se ne va in bagno e poi si mette al letto, mi chiama, vuole che metta la poltrona accanto al letto e che mi sieda in poltrona, mi dice: “Se vuoi…” Io sorrido e gli dico: “Certo che voglio!” e mi siedo accanto a lui. Ha due occhi meravigliosi, di quelli che ti rubano l’anima. Gli accarezzo i capelli per qualche minuto e lui si addormenta. Evidentemente si sentiva al sicuro e non si sentiva minimamente condizionato. Anche io me ne vado a dormire. In pochissimo tempo il nostro rapporto era diventato importantissimo, io ero contento che lui fosse lì ed era venuto da Milano per me. Pensavo che non avrei dormito per l’affollarsi dei pensieri ma non è successo così e ho dormito benissimo.

Mi sono alzato la mattina alle 7.00 e ho preparato la colazione, poi sono andato a svegliarlo, si è stiracchiato come un gatto e mi ha fatto un bellissimo sorriso. Gli ho detto: “La colazione è pronta!” Si è alzato ed è venuto a tavola in pigiama. A un certo punto mi ha detto: “Non te la sei mica presa per quello che ti ho detto ieri sera?” Io gli ho fatto cenno di stare zitto e di mangiare e lui ha risposto sì con la testa. Io gli dico: “Oggi ti porto al Museo Pigorini all’EUR e penso che ti piacerà parecchio!” Gli spiego brevemente di che cosa si tratta e mi sembra molto interessato. La visita al museo mi ha dato una chiara idea dello spessore culturale di quel ragazzo. Lui è un ingegnere ma sapeva moltissime cose di preistoria, dell’uomo di Neanderthal , delle periodizzazioni geologiche e di mille altre cose. La nostra non è stata una passeggiata di corsa attraverso il museo, ma una visita decisamente attenta e molto selettiva, soprattutto orientata verso il settore preistorico e meno verso quello etnografico.

Siamo rientrati a casa che erano quasi le tre, ma avevamo preso qualcosa da mangiare in rosticceria e il pranzo ha richiesto poco tempo. Dopo è subentrato un momento di reciproco imbarazzo, bisognava rompere il giaccio. Io non volevo fare danni e nemmeno lui, ma poi ha preso l’iniziativa e io non mi sono fatto pregare. Di esperienze sessuali nel vero senso della parola non ne avevo avute moltissime ma un minimo di esperienza ce l’avevo anche io (e anche lui), ma, per quanto mi riguarda, stare con lui era proprio una cosa totalmente diversa, era tutto spontaneo, ci si capiva, non c’era il minimo imbarazzo, insomma con lui stavo “bene” mi sentivo sereno, capito, accettato, importante e lo vedevo a suo agio.

C’è stato però un momento che mi ha turbato profondamente. Quando abbiamo finito lui aveva gli occhi umidi ma non ho osato chiedergli il perché. Il giorno appresso la cosa si è ripetuta, anche se in tono minore, ho provato a esplorare il terreno, lui mi sorrideva, mi accarezzava il volto e non parlava ma i suoi occhi tristi parlavano per lui. Il pomeriggio del terzo giorno ci siamo salutati molto calorosamente ma lui aveva un atteggiamento serio, pensieroso e non voglio dire triste. Gli ho mandato un sms per dirgli grazie e mi ha risposto con una frase che mi ha fatto tremare: “Non so se ho fatto bene. Perdonami.” Ho calcolato i tempi che ci avrebbe messo ad arrivare a Milano e l’ho chiamato. Mi ha detto che era appena arrivato a casa. Io gli ho detto che ero preoccupato per quelle frasi e lui mi ha detto: “Non ti devo illudere, perché ci puoi rimanere malissimo…” Gli ho detto che non sono affatto illuso ma che gli voglio bene, che lui con me è stato onesto al 100% e che non si deve sentire vincolato in nessun modo, perché la sua libertà, per me, è sacra. Ha aggiunto: “Però quando ti ho detto che non stavo penando a te ma al mio ex, beh penso che sia stata come una coltellata per te …” Gli ho detto: “No, è chiaro che continui a pensare a quel ragazzo e che potresti pensare anche ad altri ragazzi, ma non è che ti posso voler meno bene per questo, ti voglio bene per quello che sei e per come mi hai trattato, non mi era mai successo niente di simile …” Lui mi ha risposto: “Beh, però devi tenere conto che non ti posso garantire niente, perché sono un tipo molto volubile…” Gli ho detto che non mi deve garantire proprio niente, ci mancherebbe altro! Alla fine della telefonata mi ha detto che non sapeva se mi avrebbe richiamato e io gli ho risposto: “Se non lo fai tu lo faccio io, basta che tu rispondi…” E mi ha detto: “Su quello ci puoi contare!” e la telefonata è finita così.

Non si è fatto vivo per una settimana e allora l’ho chiamato. È stato contento. Mi ha detto che aveva rivisto il suo ex e che stavano provando a rimettersi insieme. Ma il tono non mi sembrava proprio quello di un ragazzo innamorato, insisteva molto su verbi come provare, cercare di, ma in effetti l’entusiasmo non c’era proprio. Io dovevo guardarmi bene dall’intromettermi nelle sue storie importanti, ma avevo molti dubbi circa il fatto che quelle fossero veramente storie importanti. Comunque mi sono sentito di troppo e mi sono ritirato in buon ordine, non l’ho chiamato per una settimana e poi mi ha chiamato lui, sembrava più sereno, non era imbarazzato dal parlare con me, dava per scontato che il fatto che si fosse rimesso col suo ex non avrebbe mandato in frantumi il nostro rapporto.

Per me la situazione era imbarazzante perché io pensavo che lo fosse per lui e per lui era imbarazzante perché lui pensava che lo fosse per me. Siamo stati a parlare per un paio d’ore, la presenza del suo ex non si avvertiva minimamente. Abbiamo anche scherzato e detto stupidaggini, poi il discorso è tornato sul tono serio e mi ha detto che si era sentito osservato da me quando avevamo finito di fare l’amore e gli veniva da piangere e mi ha detto che gli veniva da piangere perché lui avrebbe voluto fare l’amore in quel modo col suo ex e si sentiva uno che mi stava ingannando e ha aggiunto “come adesso sto ingannando il mio ex, perché non me ne sento più innamorato” Gli ho chiesto: “E allora perché ti ci sei rimesso?” E lui mi ha risposto: “Lui ha insistito tantissimo e non sono stato capace di dirgli di no, e adesso si è illuso un’altra volta e io lo sto imbrogliando.”

Gli ho chiesto: “Ma tu che cosa vorresti?” e mi ha detto che vorrebbe che il suo ex fosse come me, la qual cosa mi ha inorgoglito molto ma mi ha anche frenato molto. Lui ha continuato a stare col suo ragazzo col proposito di poterlo cambiare almeno un po’ dall’interno. Con me il contatto non si è mai interrotto, ma non è venuto a Roma fino al Natale successivo, in pratica per 10 mesi, e io non sono andato a Milano, o meglio, ci sono andato per lavoro, ma sono andato in albergo senza dirgli nulla, per non intromettermi nei suoi progetti sentimentali. L’11 Dicembre mi chiama e mi dice: “Domani vengo da te… “ Io capisco che cosa vuol dire quella frase, provo a chiedergli che cosa è successo, ma mi risponde. “Non fare domande, ci vediamo domani, arrivo col treno delle 11.00.”

Vado a prenderlo in stazione, vorrei portalo a pranzo fuori ma mi frena: “No! Andiamo a casa!” Una volta dentro, mi abbraccia strettissimo e mi dice: “Mi mancavi tanto!” Il resto te lo puoi immaginare. Da allora sono passati quasi 4 anni. Lui sta cercando di trasferirsi a Roma ma non è facile. Un fine settimana vado io da lui e uno viene lui da me. Vivendo insieme con lui posso dire che mi sembra di vivere una favola e nello stesso tempo una situazione di normalità totale. Noi non siamo una coppia convivente, siamo conviventi ma non siamo una coppia, semplicemente ci vogliamo bene, tra noi non ci sono vincoli, finché funziona tutto da sé, ok, altrimenti continueremo a volerci bene in un altro modo. Mi fermo qui. Se vuoi, metti nei siti questa mail, gliel’ho fatta leggere e quando ha finito di leggere mi ha detto che non devo mitizzare e mi ha dato un bacio in fronte.

__________________________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post, aperta sul forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6956

NON SOLO SESSO GAY

Caro Project, il Forum purtroppo è abbandonato ed è un peccato. Per me è stata un’esperienza molto importante, ma sono passati già diversi anni. Sarebbe bello si ci fosse una ripresa, ma la vedo difficile. Vedi tu se pubblicare questa mail, che è il frutto delle mie ultime esperienze. Ho imparato a mie spese che fidarsi dei cosiddetti bravi ragazzi qualche volta è rischioso, e poi bravi ragazzi in che senso? Che parlano pulito, cioè parlano poco di sesso e salvano la faccia perché hanno imparato in famiglia l’arte dell’ipocrisia? Insomma ho imparato a non fidarmi dei bravi ragazzi e questa tendenza a non fidarmi piano piano si è allargata e ho cominciato a non fidarmi di nessuno, come puoi ben capire, meno che mai dei ragazzi che non hanno nemmeno l’apparenza dei bravi ragazzi e il risultato è stato che praticamente ho fatto il vuoto intorno a me. Non sono andato incontro a disillusioni ma penso di essere stato io una disillusione per i ragazzi che ho incontrato, o almeno per qualcuno di loro. Penso di aver distrutto i sogni più o meno irrealistici di alcuni ragazzi più ingenui di me, ma forse col tempo sarebbero stati loro a distruggere me. Con uno di loro però le cose sono andate in modo diverso. È un bel ragazzo, ma relativamente, non è più giovanissimo e d’altra parte non lo sono nemmeno io, perché ho 32 anni, ci conoscevamo da parecchi anni, quando aveva 18 anni era bellissimo e confesso che mi affascinava, ma poi piano piano ha perso il fascino della prima giovinezza, è ancora un bel ragazzo e non mi è indifferente nemmeno adesso ma non è l’attrazione fisica, o forse non è soprattutto l’attrazione fisica che mi ha portato a non perderlo di vista. Lo chiamerò qui Sergio. Sergio ha due caratteristiche peculiari assolutamente uniche, è intelligente in un modo che mi stupisce, direi in un modo non standard e tutto suo, ha una mente autonoma, non dipende dal giudizio degli altri ed è radicalmente onesto, non guarda la forma e ti dice anche brutalmente quello che pensa. Ha passato periodi molto brutti di depressione poco dopo i vent’anni e poi piano piano ne è uscito ed è arrivato a conquistarsi i suoi spazi esclusivamente studiando e lavorando in modo serissimo. Diversi anni fa avevamo provato a metterci insieme, l’idea allora mi attirava molto. Abbiamo avuto una relazione molto complicata per qualche anno, ma era una relazione che per me era soddisfacente solo a metà. Potevo avere tutto il sesso che volevo ma avevo la chiara sensazione che per lui l’affettività non avesse assolutamente senso. Mi aveva raccontato tutta la sua vita, anche gli aspetti più problematici, di me si fidava, mi aveva preso sul serio fin dall’inizio e tra noi esisteva comunque un legame che andava oltre il sesso, io lo chiamo il legame della chiarezza, dell’accettarsi reciprocamente per quello che si è. Io non sono affatto quello che si dice un bel ragazzo, a stento sto nella media e se lui ne avesse voluti trovare meglio di me ne avrebbe trovati centomila. Di altri ragazzi ne ha avuti ma non mi ha mai messo a da parte e non mi ha mai imbrogliato, mi diceva che stava con me solo per il sesso, probabilmente per non illudermi, anche se le cose non stavano esattamente così. Noi ci siamo sempre capiti e, questo può sembrare incredibile, non abbiamo mai litigato. I nostri rapporti erano estremamente elastici ma non si interrompevano, non abbiamo mai avuto rapporti travolgenti, di quelli che ti sconvolgono la vita, abbiamo parlato poco, nessuna retorica dei sentimenti  e nemmeno del sesso, malinconia tanta, e anche sconforto profondo, ma tra noi non c’era il rischio di fraintendersi perché si parlava sempre molto chiaro anche se si parlava poco. Certe volte ci vedevamo a intervalli di due mesi o più e praticamente ogni volta che ci vedevamo finivamo a letto insieme. Credimi, Project, non era mai una cosa stupida, era anche quello un modo di comunicare. L’ho visto piangere tante volte quando i ragazzi in cui aveva creduto finivano per lasciarlo senza spiegazioni. Io gli dicevo spesso di no ma lui non si faceva demolire da me, perché sapeva che gli volevo bene. Mi sono sempre chiesto perché Sergio avesse scelto proprio me, perché si fosse fidato proprio di me. Penso che il motivo fosse perché l’ho sempre considerato uno come si deve. Lo stimo profondamente come uomo e poi penso che se uno sceglie di vivere il sesso con una persona, ma non come un rito o come una cosa qualunque ma come un modo di essere veramente se stesso, vuol dire che istintivamente ci trova qualcosa di compatibile. Il sesso è stato un mezzo per conoscersi meglio, per mettersi reciprocamente alla prova, per arrivare a capirsi in modo più profondo. Noi abbiamo due modi molto diversi di vivere il sesso, lui è molto più focoso e passionale dei me, mentre io, anche se praticamente ho la sua età, ho tempi più lunghi e qualche volta ho anche problemi sessuali. Lui con me ha paura di esagerare e io di deludere ma alla fine non è la prestazione che conta ma il condividere la propria sessualità con una persona di cui ti fidi, il sapere che puoi essere te stesso fino in fondo. Ecco questa è l’espressione giusta: ci fidiamo uno dell’altro. Onestamente non mi sono mai sentito giudicato da lui ma rispettato e capito sì. Col passare degli anni la fiducia reciproca è aumentata, io ho imparato ad essere meno frenato nel sesso e lui ha cominciato a dare anche un senso affettivo alla sessualità, in qualche modo ci siamo venuti incontro. Non ha senso dire che è il mio ragazzo, lui non è di nessuno, però ci vogliamo bene, ormai su questo non ho più dubbi, abbiamo entrambi bisogno di rassicurazioni e le troviamo uno nell’altro. Qualche volta gli ho detto di no e qualche volta ha detto di no lui a me, ma non erano comunque rifiuti della persona. Sapevamo entrambi che quei no non avrebbero distrutto nulla e che il nostro rapporto non sarebbe venuto meno comunque. Lui è generoso, non impositivo, non drammatizza le situazioni ma cerca di alleggerirle, di non preoccupare di non pesare mai negativamente. Non solo non dà la colpa agli altri, ma tende a sentirsi responsabile anche di cose che non dipendono da lui. Lui sa che io ci sono e che continuerò ad esserci comunque e io so che non lo perderò. Oggi, se penso ai modelli di coppia che avevo in mente, mi viene da sorridere. Io voglio bene a Sergio e so che lui mi vuole bene. Se ha bisogno di stare anche con un altro perché devo dirgli di no? Io so che non lo perderò comunque. Mi sentirei geloso se qualcuno me lo portasse via, ma sono passati tanti anni e siamo ancora qui, segno che era una cosa seria. Quanto al problema delle malattie sessualmente trasmesse, lui è informato e sa quello che fa e quello è il motivo per cui qualche volta mi ha detto di no, perché anche se è prudente, se ha un dubbio anche piccolo, prima di venire da me vuole fare il test. Questo, secondo me, è serietà nel senso profondo del termine. Certe volte giochiamo come due ragazzini, ma quando parliamo di cose serie mi fido di lui più che di me stesso e ho il piacere di avere un uomo intelligente vicino che mi vuole bene e questa è una bellissima sensazione che ho provato solo con lui. Di altri ragazzi posso dire che su alcune cose li temevo, di lui invece non ho mai avuto paura, sapevo che da lui non mi sarei mai potuto aspettare niente di male, né per cattiveria né per stupidità. Più passano gli anni  più i nostri cammini si avvicinano. Lui ha bisogno della sua libertà, ed è giusto che ce l’abbia. Quando ci vediamo è bello avere la conferma che non è cambiato nulla e che il piacere di incontrarsi è reciproco. C’è una frase che adesso gli piace sentire: “Sto bene con te!” In altri tempi questa frase lo avrebbe messo in allarme, come se quello fosse un tentativo di mettergli dei limiti, dei paletti, di limitare la sua libertà, di dirgli: “Ti voglio bene … però devi essere come dico io …”. Adesso sa che io non mi illudo di creare una “coppia da manuale” e non ha più paura di quelle parole e quindi le prende nel senso più semplice e diretto. I primi tempi avrebbe accettato qualsiasi cosa a livello sessuale ma non avrebbe accettato una carezza per la stessa ragione per la quale non voleva sentire l’espressione “Sto bene con te!”, ma adesso non è più così, c’è il sesso, certo, ma c’è anche qualche momento di tenerezza, se gli accarezzo il viso o la barba è contento, capisce che è “solo” un gesto di tenerezza e che non ci sono secondi fini di nessun genere, che non mi sto innamorando di lui nel senso che potrei pretendere qualcosa da lui in cambio. Vedo un cambiamento nel nostro rapporto, che probabilmente è dovuto al fatto che non siamo più due ragazzini e che cominciamo a dare valore proprio al fatto di esserci l’uno per l’altro. Io lo considero un punto di riferimento essenziale in tante cose, proprio perché ha punti di vista anche molto lontani dai miei, ma è equilibrato e di estremo buon senso. Se mi dice una cosa vuol dire che è frutto della sua esperienza, non del sentito dire. Non parla a vanvera, se mi deve dire qualcosa che crede lontano dal mio modo di ragionare, premette che quello è solo il suo modo di vedere in quel momento. Mi piace molto quando mi prende in giro e mi fa la parodia, perché dopo scoppia in un sorriso divertito e si comporta come un ragazzino. Non si atteggia e ne avrebbe l’occasione e la possibilità, ma non lo fa. Quando è sereno mi trasmette serenità, so di potermi fidare di lui. Se non avessi conosciuto il forum di Progetto non avrei mai capito il senso del rapporto con Sergio, sarei rimasto dipendente dal concetto classico di coppia tipo matrimonio e in nome di quel concetto avrei rifiutato un rapporto come quello che ho con Sergio, che invece da tanti anni ormai è un po’ il centro della mia vita. Io so che lui c’è e che mi vuole bene e so che non lo perderò. Ultimamente ho avuto la tentazione di spingere il nostro rapporto verso un modello di coppia più classico ma, se ci penso bene, un’idea del genere mi sembra proprio malsana, lui ha bisogno della libertà come dell’aria, deve fare la sua strada qualsiasi essa sia. Il nostro rapporto non verrà meno comunque. Nei primi tempi c’era una cosa che di lui non sopportavo e cioè la tendenza a non programmare nulla e ad agire sempre e solo in modo estemporaneo, lui mi diceva che non voleva creare regole o abitudini. Io sono sempre stato molto portato a programmare e a organizzare le mie giornate e mi sentivo scombussolato dal non poter mai progettare nulla che lo coinvolgesse. Quando mi salutava non mi diceva mai quando ci saremmo rivisti e poi mi telefonava o mi veniva a trovare nei momenti più incredibili del giorno e della notte. Prima non capivo questi atteggiamenti. Lui mi diceva: “Vengo da te quando ne sento il bisogno e sono cose che non si possono programmare!” Adesso questo modo di ragionare mi è divenuto familiare e comincia a piacermi. Mi sono chiesto che vuol dire volersi bene e lo vorrei capire senza farmi abbagliare da miti e da favole di vario tipo. Penso di aver perso fin troppo tempo a correre appresso alle farfalle e a svalutare quello che invece esisteva e che avevo davanti agli occhi praticamente ogni giorno. Il ragazzo da copertina innamoratissimo di me e io di lui, diciamocelo chiaro: sono solo frottole, se cerchi una cosa così, puoi cercare tutta la vita e non ne troverai uno che ti stia bene veramente. La coppia come simbiosi perfetta o come idea della fusione perfetta degli spiriti è la tipica balla da romanzetto da quattro soldi. Non ho mai trovato principi azzurri. Sergio non è il mio principe azzurro e non è nemmeno il mio ragazzo, nel senso classico del termine, ha i suoi difetti ma ha paure i suoi pregi, non devo dimenticare né gli uni né gli altri e poi io che cosa gli potrei proporre? L’amore eterno? Ma sarebbe ridicolo. Noi ci vogliamo bene ma restiamo due persone diverse, che hanno dei punti in comune ma non vivono comunque la stessa vita, siamo due e resteremo due. Che cosa dovrei pretendere da lui: la fedeltà assoluta? E in nome di che cosa? Perché dovrei limitare la sua libertà, quando non so se io sarei capace di garantirgli la stessa fedeltà. Una cosa sola posso chiedergli e cioè che sia onesto con me e che mi dica quello che pensa veramente, perché non sopporterei di essere ingannato, o forse sopporterei anche quello, non lo so, magari in certe circostanze non lo sopporterei ma in altre sì. Dovrei pretendere la sua presenza costante? Ma anche qui mi chiedo: in nome di che? Posso chiedergli se mai di non fingere, nemmeno per evitare di farmi stare male. Perché dovremmo essere una coppia? Noi non sappiamo che cosa siamo ma stiamo bene anche così, o almeno, quando ci vediamo, il che accade piuttosto di rado, siamo contenti di incontrarci… dovrei pensare che questo è poco? Ma non è poco per niente, se è vero! Volersi bene non vuol dire stare sempre appiccicati, ma avere il picare di rivedersi quando ci si rivede. Sergio non è il mio mito vivente, noi ci vogliamo bene ma in modo molto semplice, molto spontaneo, senza impegni e senza condizioni. Noi non dobbiamo mettere al mondo figli, ci vogliano bene in modo istintivo, perché è una cosa che viene da sé. A lui ci penso spesso, so che durerà, ma non posso fare altre previsioni. Non ha senso cercare di porre dei paletti al futuro e nemmeno cercare di prevederlo. Un affetto transitorio non è meno importante di una relazione che si tiene in piedi per dovere o per forza. La transitorietà nulla toglie alla serietà dei sentimenti, se quei sentimenti sono veri. Io e Sergio ci conosciamo a fondo e ci fidiamo uno dell’altro, certe volte la sua presenza mi manca ma non lo devo assillare, deve seguire i suoi tempi e i suoi ritmi, magari passerà tempo ma poi ci riabbracceremo e non sarà affatto una cosa banale né per lui né per me.

____________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6952

MEDICO E PAZIENTE ENTRAMBI GAY

Caro Project,
sono un uomo che ha passato da pochissimo i 60 anni e vorrei raccontarti la mia storia perché penso che potrebbe aiutare qualcuno a prevenire la malinconia. Ho sempre saputo di essere gay ma nello stesso tempo ho sempre saputo che “per me” essere gay sarebbe stato un motivo in più di solitudine. Sono figlio unico e miei genitori sono morti da diversi anni, ho passato praticamente tutta la vita da solo a lavorare e a sognare un amore che, più passavano gli anni, più si allontanava in una nebbia evanescente. Il mio lavoro mi ha tenuto compagnia e mi ha impedito di scivolare nella depressione, è un lavoro che mi piace e che mi permette di tenermi in contatto con tanta gente giovane, anche se col passare degli anni il contatto con la gente giovane, che comunque è formale, può essere anche deprimente. Mi sono costruito un po’ di sicurezza economica e ancora dovrò lavorare per qualche anno prima di andare in pensione . Non ho mai visto la pensione come una liberazione o un miraggio, perché ho sempre pensato che dopo sarei stato anche peggio.

Tre anni fa ho avuto dei problemi di salute piuttosto seri e sono stato ricoverato per un lungo periodo. Allora non c’era il covid, ma il mio male non era di quelli di minor conto. L’ospedale, che poteva scrivere l’ultimo capitolo della mia vita, è stato invece la svolta che mi ha permesso di cambiare le cose. Un medico del reparto, allora poco più che quarantenne venne a visitarmi subito dopo il ricovero. Ricordo che ne fui molto colpito, era sorridente, cercava di comunicare sentimenti positivi e nello stesso tempo non si poneva nel ruolo professionale formale del medico. Ricordo che fin dal primo momento mi risultò simpatico e cercai di farglielo capire. Lui si sedette accanto a me e cercò di arricchire il più possibile la cartella clinica, mi fece domande e prese molti appunti. Mi disse che mi avrebbero fatto una risonanza magnetica per definire meglio la diagnosi. Non mi disse banalità né formule generiche di incoraggiamento. Qualche giorno dopo la mia situazione peggiorò. Gli altri medici si erano defilati e non li vedevo più, il che un po’ mi impauriva, perché pensavo che la mia situazione potesse apparire a loro senza speranza. Lui (lo chiamerò Pietro) no, si faceva vedere anche tre o quattro volte al giorno.

La mia situazione è stata molto incerta per un lungo periodo, ma lui non è mai sparito. Un giorno, dopo oltre 40 giorni di ricovero, si presenta da me e mi chiama per nome e mi dice: “Paolo, mi permette di darle del tu?” io gli ho risposto: “Certo! Per me è un piacere.” E poi continua: “Ti volevo dire che le cose stanno andando meglio, che abbiamo cambiato terapia e le cose sono significativamente migliorate e che, secondo me, le fasi critiche non si dovrebbero ripresentare. Ci vorrà qualche altra settimana ma potrai tornare a casa probabilmente prima di Natale.” Poi mi ha preso la mano e me l’ha stretta fortissimo, un gesto che non è da medico ma da amico. Io non sapevo che cosa pensare, mi sentivo stralunato, molto sottosopra, un po’ per il fatto che non mi aspettavo che le prospettive della malattia potessero migliorare e un po’ per la presenza di Pietro. Il 16 dicembre successivo sono uscito dall’ospedale. Pietro mi aveva chiesto se qualcuno mi sarebbe venuto a prendere ma gli ho detto che non avevo nessuno e lui mi ha risposto: “Allora ti porto io, perché non puoi andare in giro da solo.” Ho aspettato le 22.00, cioè la fine del suo turno di lavoro e lui mi ha riportato a casa e lo ha fatto con moltissima cura per non farmi prendere freddo.

Ovviamente è rimasto a casa mia, ha arieggiato la casa senza farla raffreddare troppo, mi ha preparato il letto mi ha aiutato a mettermi al letto ed è rimasto a dormire sul divano. Io ho provato a insistere perché tornasse a casa sua ma mi ha detto che viveva solo, e lì mi si è accesa una lucina nel cervello e ho cominciato a considerare la cosa sotto un’altra prospettiva. Almeno per la prima settimana io non sarei stato in grado di fare le faccende da me e ci ha pensato lui, poi però ho cominciato a riacquistare le forze e dopo qualche altro giorno ero ormai in grado di fare da solo, ma si era creata una situazione così gradevole e per niente forzata o falsa, che gli ho proprio detto che se fosse rimasto da me io ne sarei stato contento. La mia casa è grande anche per due, lui avrebbe avuto due stanze per sé, una camera da letto e uno studio. Lui mi disse: “Per un periodo è bene che io stia qui, poi vediamo come vanno le cose.” Non era ben chiaro se si riferisse alla malattia o ai nostri rapporti, ma la seconda ipotesi mi sembrava più probabile. Mi ha assistito proprio a livello medico come se io fossi in ospedale, mi ha programmato una serie di controlli, è stato un po’ il mio angelo custode.

La sera, quando non era di turno, lui cucinava e mentre cucinava parlavamo e l’atmosfera era proprio distesa. La nostra storia è cominciata così, senza colpi di fulmine, senza nulla di travolgente. Uno da giovane si fa mille idee su quello che potrebbe essere una storia gay, ma non arriverebbe mai a pensare quello che invece è successo. Non so se queste cose si chiamano amore, amicizia o in qualche altro modo ma stavamo bene insieme. Lui aveva l’ospedale e i suoi orari parecchie volte erano imprevedibili. Quando pensava che avrebbe fatto un grosso ritardo mi chiamava per non farmi preoccupare. Io gli preparavo la cena e lo aspettavo senza limiti di orario, certe volte rientrava a casa stanchissimo, ma appena entrato in casa mi sorrideva, lo faceva sempre, anche quando non si reggeva in piedi, io mi sedevo accanto a lui e gli passavo i piatti con le cose da mangiare. L’ho visto salire e scendere sulle montagne russe dell’entusiasmo e della peggiore frustrazione seguendo l’andamento di alcuni suoi malati. Per lui non era un lavoro, partecipava alla vita di quella gente, si impegnava con tutte le sue forze e lo ammiravo per questo. Non si può amare una persona che non si stima e lui per me era un esempio da seguire, un esempio di moralità, di impegno senza riserve.

Noi non ci siamo mai detti che eravamo gay, non ce n’è mai stato bisogno. Tante volte, a casa passava le ore a studiare. Ci sono medici che considerano la loro missione soltanto come una fonte di reddito, lui era uno scienziato, ma non per amore della scienza, ma perché aggiornandosi e impegnandosi professionalmente poteva fare qualcosa di buono per il prossimo. Non l’ho mai visto ridere, sorridere sì, anzi era un suo modo tipico di comunicare. Non l’ho mai sentito fare pettegolezzi o criticare qualcuno dei suoi colleghi. Un giorno torna a casa tardi si siede a tavola e mi dice: “Stai qui. Ti devo parlare di una cosa.” Gli ho detto: “Ci sono problemi?” Lui mi ha risposto: “Niente che non si possa risolvere.” Poi mi ha detto che una signora di 87 anni sarebbe stata dimessa dall’ospedale dopo una lunghissima degenza prima in RSA e poi in ospedale e non aveva una casa dove andare perché era stata sfrattata, anche perché del tutto incapace di difendersi legalmente. Poi mi ha detto: “La possiamo fare stare qui finché non si trova un’altra soluzione?” Io l’ho guardato e gli ho sorriso facendo cenno di sì con la testa, poi ho aggiunto: “… anche se non si troverà un’altra soluzione.” Lui mi ha abbracciato forte.

L’indomani è arrivato con la signora in sedia a rotelle. Io avevo preparato la stanza. La signora si è messa a piangere, ci stringeva le mani e non le lasciava più. Era una donna anziana magrissima ma con occhi scintillanti azzurro chiaro. Abbiamo fatto di tutto per farla sentire a suo agio, lei all’inizio era imbarazzata, poi quando ci siamo messi a tavola tutti e tre, si è messa a piangere un’altra volta e Pietro le ha preso una mano e gliel’ha baciata e le ha detto: “Stai tranquilla, Lina, che qua starai bene. Il mio amico è un uomo come si deve, la casa è sua e lui ha detto che puoi stare qui finché vuoi. Ma adesso cerca di mangiare un po’ che sei magra magra, perché ti sei asciugata in tutto il tempo che hai passato in ospedale.” Dopo pranzo Lina è andata in camera a riposare un po’ e io sono rimasto con Pietro, che mi ha accarezzato una guancia col dorso di una mano e mi ha detto: “Io avevo capito chi eri fin dall’inizio e non mi sono sbagliato.”

Ho chiesto a Pietro della situazione pensionistica di Lina e mi ha detto di chiedere direttamente a lei e che nella valigia che aveva con sé c’erano anche tutte le sue carte e le sue cose. Nel tardo pomeriggio Lina si è svegliata, era un po’ disorientata, ma quando ci ha visto ha riconnesso tutto, abbiamo preso insieme il tè con qualche biscotto e poi le ho chiesto della sua pensione e di altre cose. Io ho lavorato tanti anni all’INPS e di cose amministrative me ne intendo. Ho detto a Pietro che Lina non aveva l’”accompagno” e ne avrebbe avuto il diritto, almeno secondo me, e che guardando bene avrebbe avuto diritto anche ad altro. Pietro ha detto: “Certo!” Insomma, i successivi otto giorni sono serviti a Pietro per raccogliere tutta la documentazione medica da portare all’INPS e a me a prendere contatti col patronato per fare tutte le pratiche. Dopo qualche giorno, in realtà pochi giorni, è arrivata per Lina la chiamata dell’INPS alla visita di controllo e l’abbiamo accompagnata. Lei era molto ansiosa. Pietro la teneva per mano e le diceva: “Lina, stai tranquilla che è tutto a posto.” Io ho aspettato in anticamera e Pietro è entrato con Lina ed è rimasto dentro quasi un’ora. Quando sono usciti, Lina era molto ansiosa, Pietro apparentemente no, per tenere Lina tranquilla.

A casa le cose sono tornate alla normalità e Pietro mi ha detto in separata sede che non era certo che Lina avrebbe avuto l’invalidità al 100% e che comunque bisognava aspettare la risposta ufficiale. Ma fortunatamente, dopo due settimane, la risposta è arrivata e ha fugato gli ultimi timori. In sostanza oltre l’accompagno Lina avrebbe ottenuto anche altri benefici economici, piccole cose certo, ma in pratica le sue entrate mensili sarebbero più che raddoppiate. Pietro lo ha detto a Lina e le ha detto che dovevano andare alla posta per richiedere una postepay, per ricevere i pagamenti da parte dell’INPS. Due giorni dopo ci siamo andati e Lina ha fatto la carta. Quando le è arrivato il primo pagamento la prima cosa che ha detto è che la metà la voleva dare a certe suore missionarie che hanno una loro casa vicino a dove abitava lei, qualche giorno dopo abbiamo accompagnato Lina dalle suore che non volevano la donazione perché sapevano che Lina aveva pochissimo denaro, ma lei e pure noi abbiamo insistito e alla fine hanno accettato.

Quando siamo rientrati a casa, io ho fatto una carezza a Lina e le ho detto: “Sei proprio una brava donna! Sei come una mamma.” E lei si è messa a piangere. Col passare del tempo Lina ci ha raccontato la sua storia che era una storia terribile, lei era una profuga giuliana e aveva conosciuto la miseria pure da bambina. I genitori avevano perso tutto quello che avevano ed erano riusciti a uscire dalla miseria nera solo negli anni ’60. Lei aveva lasciato gli studi e non si era sposata ed era finita a fare la servetta presso una famiglia ricca di Milano e così aveva potuto sopravvivere, ma nessuno le aveva mai spiegato che avrebbe avuto diritto ad avere i contributi pagati per farsi una pensione. I contributi non furono mai pagati, ma lei non sapeva nemmeno che cosa fossero e così anno dopo anno era arrivata all’età della pensione senza avere una pensione. L’assistente sociale le aveva fatto avere una “pensione minima” e tirando la cinghia arrivava a pagare un minimo affitto e ad avere una piccolissima casetta. Poi si era ammalata e tutto era precipitato nel baratro. A casa qualche volta andavano le suore ad assisterla, ma dopo il ricovero era rimasta completamente sola.

Pietro le misurava ogni giorno la pressione e la glicemia perché aveva un po’ di diabete e ogni settimana le faceva l’ECG con un apparecchio portatile. Abbiamo provato a portare Lina ad un negozio per comprare un po’ di abbigliamento, ma non voleva spendere soldi e diceva che c’erano quelli che avevano più bisogno di lei e non è voluta venire e allora siamo andati noi a comprare qualcosa che ci sembrava adatto e le abbiamo portato una scatola con due vestaglie calde, due paia di babbucce per tenere in caldo i piedi, della biancheria e poi un vestito per uscire e un cappotto pesante con una lunga sciarpa. Quando ha visto tutta quella roba si è quasi arrabbiata perché diceva che lei non voleva fare la signora, che i soldi non si devono spendere in cose inutili ma in opere buone, poi ha visto che c’eravamo rimasti un po’ male e ha aperto le braccia per farsi abbracciare e dirci che comunque era contenta. Lina aveva una sua caratteristica unica, non si lamentava mai, trovava tutto ottimo, ci diceva solo cose buone.

Insomma, Project, era diventata una vita a tre, una situazione stranissima e addirittura paradossale, ma stavamo veramente bene. Un giorno Pietro mi prende da parte e mi dice che la situazione di Lina sta peggiorando rapidamente e che secondo lui non sarebbe durata molto. Lui aveva intenzione di dirglielo. Io avevo qualche perplessità ma alla fine pensavo anche io che fosse giusto così. Pietro le ha detto chiaramente come stavano le cose e lei ha risposto: “Il Signore dà e il Signore toglie, ma io ho tanta fede e so che Lui mi aspetta. Non state tristi.” Ha voluto andare in chiesa per confessarsi e fare la comunione, poi siamo tornati a casa e si è fatta dare carta e penna per scrivere che tutti i suoi beni dovevano andare alle suore missionarie e poi si è seduta tranquilla come se fosse un giorno come tutti gli altri. Siamo andati avanti così per altri 10 giorni, poi Pietro l’ha fatta ricoverare almeno come sostegno al dolore e dopo una settimana Lina se ne è andata tenendoci per mano e recitando un’Ave Maria. A me è venuto un accesso di pianto fortissimo. Pietro mi ha abbracciato ed è scoppiato a piangere pure lui.

Ecco, Project, questo è accaduto poco più di due anni fa, quando il covid non esisteva ancora. Adesso esiste e Pietro se ne è tornato a vivere a casa sua, ma non perché tra noi qualcosa è venuto meno ma perché, lavorando in ospedale, e proprio in un reparto covid, teme di mettere me in condizioni di rischio serio. Ci sentiamo ogni giorno, ma mi manca moltissimo la sua presenza, adesso siamo una coppia telematica ma ci vogliamo bene come prima, e se possibile più di prima. Non sono mai andato a letto con Pietro, può darsi che prima o poi succeda, ma è proprio l’ultimo dei miei pensieri. Adesso le mie preoccupazioni sono tutte legate al fatto che lui possa prendere il covid e possa stare veramente male. Non è nei gruppi di età a maggior rischio ed è stato anche vaccinato, e questo mi tranquillizza molto. Certe volte lo vedo stanchissimo, proprio disfatto dalla fatica fisica e dall’ansia. Quando non è tranquillo parliamo al telefono e mi dice che solo sentire la mia voce riesce a dissipare tutte le sue malinconie. È la storia di una relazione gay questa? Io penso proprio di sì. Noi abbiamo un mondo in comune, qualche volta ne parliamo e penso che questa identità gay conti moltissimo sia per lui che per me, in pratica per qualche anno abbiamo avuto un progetto di vita in comune e ancora lo abbiamo. Non so perché succedono certe cose, so solo che ti cambiano la vita quando meno te lo aspetti.

________________________________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=6950

RAGAZZI GAY CHE CERCANO SOLO SESSO

Caro Project,
ho scoperto da poco Progetto Gay e nel panorama dei siti a contenuto gay della rete mi sembra un unicum e se lo avessi incontrato una decina di anni fa penso che avrei evitato di impegolarmi in tanti problemi inutili che, invece, mi hanno condizionato non poco. Leggendo il forum nella sezione sesso e nella sezione coppie ho trovato storie non molto lontane da esperienze che ho vissuto anche io e questo mi ha confermato nell’idea di non essere una rara eccezione. Ho 32 anni, per mia fortuna reggo ancora bene il passare del tempo e dimostro meno dei miei anni. Attualmente, almeno in un certo senso, sono single, un po’ per scelta e un po’ perché i miei ex, dopo qualche mese si stancavano e avevano bisogno di altro. Io lo capivo e non cercavo nemmeno di trattenerli. Ho vissuto una vita libera fin da quando avevo vent’anni, me ne sono andato di casa appena ho potuto perché il contatto quotidiano con i miei non lo sopportavo più e avevo bisogno di vivere la mia vita. All’inizio ho passato periodi di sbandamento forte, al limite della depressione, pensavo che nessuno si sarebbe mai innamorato di me e questo mi sembrava una tragedia, oggi, oggettivamente, almeno dall’esterno, non è cambiato nulla, solo che non mi sembra più una tragedia e ho smesso di cercarmi un ragazzo, almeno nel senso a che a questa espressione si dà di solito. Non ho smesso di cercare sesso, perché credo che sia impossibile smettere, ma ho messo da parte l’idea di fare dipendere il mio equilibrio mentale da un ragazzo solo, ma leggendo il seguito capirai che cosa intendo. Fino ai 24-25 anni le mie esperienze di coppia sono state devastanti per me, forse anche perché sognavo molto e mi sentivo molto frustrato e deluso, avevo in testa parecchi modelli e preconcetti che mi condizionavano. A 25 anni ho incontrato un ragazzo, che qui chiamerò James, che in un certo senso, piano piano, mi ha fatto cambiare modo di ragionare. L’inizio, con lui, è stato solo fisico. Ero attratto da lui e cercavo di ripetere con lui lo stesso copione che avevo usato con gli altri ragazzi: coppia stretta, amore eterno bla bla, ma lui fin dall’inizio non me lo ha permesso. James era diverso dagli altri ragazzi, non recitava una parte, era molto disincantato, un po’ il contrario di me. Lui ha smontato fin dall’inizio tutta la mia impostazione tradizionale del rapporto e mi ha detto brutalmente, ma in modo serio: “Mi piace fare sesso con te, ma non ti conosco, per il momento mi piace ma è solo sesso, non so se mi innamorerò di te, potrebbe succedere, ma al momento non è così.” Per quello che io ero allora un discorso del genere era distruttivo e ho cominciato a starci male praticamente da subito, però lui mi piaceva molto e io ho seguito il mio istinto sessuale mettendo da parte le frustrazioni affettive. Nel sesso James era molto diretto, non faceva chiacchiere stupide, sarà stato pure solo sesso, come diceva lui, però mi desiderava e devo dire che ho capito solo con lui che cosa può significare fare l’amore con un ragazzo. A livello sessuale le cose tra noi funzionavano benissimo, l’intesa era praticamente perfetta, pensavamo le stesse cose negli stessi momenti, non ho mai avuto un ragazzo interessato al sesso totalmente disinibito e “senza recite” come lui, almeno da quel punto di vista non mi mancava niente, ma c’era un però, mi diceva che comunque si sentiva libero di andare anche con altri ragazzi e lo faceva realmente, ma non erano tradimenti o cose fatte di nascosto, me ne parlava pure e io ci stavo malissimo, lui mi diceva: “Io sono fatto così, se non ti sta bene sei libero di andartene.” Queste espressioni all’inizio le sentivo aggressive, come se lui mi volesse controllare o dominare, ma poi ho capito che non era così. Lui mi cercava molto, aveva l’atteggiamento di un seduttore nei miei confronti, o almeno a me sembrava così, esaltava le mie prestazioni sessuali e così mi gratificava, ma diceva sempre che per lui era “solo” sesso, e non ti nascondo che per questa espressione l’ho odiato, anche se odiare James era praticamente impossibile. Quasi non voleva che mi innamorassi sentimentalmente di lui, il sesso non lo spaventava ma i coinvolgimenti che lui considerava appiccicosi non li sopportava proprio, diceva che quando ci si capisce non c’è bisogno di parole. Lui diceva “ci si capisce”, non “ci si vuole bene” perché evitava sistematicamente il piano affettivo. Questa espressione: “è solo sesso”, è stata un po’ l’ossessione della mia vita per gli ultimi sei anni. Però devo essere onesto, raccontata così la storia sembra molto riduttiva: lui tiranno cinico e insensibile e io vittima soggiogata dal sesso, ma le cose erano in realtà molto diverse e molto più complicate. Gli atteggiamenti cinici ed eccessivamente razionali da parte sua c’erano, ma ce n’erano anche altri che sembravano andare proprio in una direzione del tutto diversa. Nonostante i suoi comportamenti, lui non era un cacciatore di sesso, era libero nei comportamenti, aveva avuto tanti ragazzi, era un po’ cinico in queste cose, questo è vero, ma non pensava solo a se stesso, non era aggressivo o vendicativo, quando avevamo qualche contrasto non aveva problemi a cedere per primo e qualche volta ci restava seriamente male, ma non avrebbe mai cercato di farti male, se mai sarebbe sparito lui, se avesse pensato di non essere gradito. Non cercava di importi nulla, non usava ricatti affettivi di nessun genere e soprattutto, se si allontanava perché magari aveva conosciuto un altro ragazzo, non spariva comunque per periodi troppo lunghi e poi, nonostante le apparenze, era molto vulnerabile sul piano affettivo e forse l’essere cinico, almeno in apparenza, era un metodo di difesa. Quando entrava in una nuova storia io ci stavo malissimo perché pensavo che lo avrei perso definitivamente, ma non succedeva così. Diciamo che tra i suoi ex alcuni uscivano proprio di scena perché li considerava inaffidabili, con altri invece manteneva dei contatti non superficiali. Voglio specificare che quando dico che considerava certi ragazzi inaffidabili non mi riferisco al fatto che facessero o non facessero sesso solo con lui e cose del genere, queste cose gli erano praticamente indifferenti, per lui l’inaffidabilità era soprattutto il non parlare chiaro, il raccontare balle, l’avere due facce, il dire una cosa e farne un’altra. Lui queste cose non le sopportava proprio e d’altra parte non le faceva. Con gli ex che lui considerava persone affidabili aveva episodicamente anche rapporti sessuali, lui diceva che “era solo sesso” ma a me sembrava che con quei ragazzi si creasse un rapporto molto più complesso, diciamo un’amicizia vera anche con un po’ di sesso. Si comportava così anche con me. Da lui ho imparato il senso della sessualità. Prima, quando mi diceva: “Sto con te solo per sesso”, lo consideravo la cosa in modo riduttivo, poi ho capito che dire “solo sesso”, non era in realtà un’espressione riduttiva. Il sesso per lui era anche se non soprattutto un modo per essere accettato senza preclusioni. Certe volte capivo che aveva proprio bisogno di fare sesso con me, era una forma di comunicazione molto importante, liberatoria. Certe volte dopo il sesso gli venivano momenti di malinconia profonda e arrivava a piangere davanti a me, altre volte ci vedevamo, lui sembrava molto cinico e aggressivo ma se riusciva a vivere il sesso in modo liberatorio alla fine stava meglio. Col passare del tempo, io capivo sempre più chiaramente che dire: “è solo sesso” non era affatto un’espressione riduttiva. Con l’espressione “solo sesso” lui voleva escludere tutti i ritualismi, le dolcì banalità e le piccole ipocrisie di cui spesso è costellata una storia cosiddetta d’amore. La distinzione tra amore e sesso per lui non aveva senso, per lui l’attrazione sessuale era l’innesco di una storia sessuale, proprio nel senso di “storia sessuale”, certo, ma anche di storia prudentemente affettiva. In un certo senso, lui capovolgeva l’ordine comune delle cose: per molti si parte dall’amicizia per poi arrivare al sesso, per lui si partiva dal sesso per poi capire se si poteva anche costruire un rapporto di amicizia. Mi diceva spesso una cosa che io faticavo a capire e cioè che alla base dell’amicizia vera, cioè del fidarsi uno dell’altro, c’è sempre un’attrazione sessuale reciproca forte, che è una condizione necessaria, ma ovviamente non sufficiente, per costruire un’amicizia. Per lui l’amicizia era più del sesso, o meglio era quasi un altro gradino della sessualità, un livello non più sublimato ma più profondo, cioè con un livello di comunicazione interpersonale più profonda. Un amico per lui era uno di cui poteva fidarsi al 100% e quella fiducia doveva essere reciproca. Non aveva amicizie rituali, non si ricordava mai i giorni dei compleanni o cose del genere, non faceva mai regali, non per risparmiare quei quattrini che comunque non aveva, ma per evitare che si entrasse nella dimensione del rito, di quello che si fa perché si deve fare. Per lui un amico è uno che, se tu lo vai a trovare perché hai bisogno di fare sesso con lui all’una di notte, non ti dice di no. Questo è sesso, certamente, ma non è certo “solo sesso” nel senso riduttivo del termine. Lui ha anche un’altra caratteristica che mi è sempre piaciuta molto e che dà un ulteriore significato al suo modo di dire: “è solo sesso”, lui collega il sesso “esclusivamente” ad una dimensione di attrazione istintiva, il sesso per lui non deve essere inquinato da niente altro, cioè deve essere “solo sesso!” perché “solo sesso”, vuol dire sesso vero, non mescolato con interessi di nessun altro genere, e in ultima analisi il sesso vero è la premessa dell’amicizia seria. Mi diceva un’altra cosa che all’inizio mi irritava molto: “se uno non ti accoglie nel suo letto quando ne hai bisogno, non è un amico perché per lui le sue regole contano più di te.” Oggi comincio a pensare che aveva ragione. Col passare del tempo ci vediamo meno e quindi facciamo meno sesso e adesso, in periodo di covid, ci sentiamo ogni tanto per telefono, ma non molto spesso, quando succede, però, le telefonate sono lunghissime. Alla fine mi chiede se mi sono eccitato e effettivamente succede praticamente sempre. Ultimamente mi ha detto che lui di “amici” ne ha tanti, ma di “amici veri”, cioè di quelli coi quali può parlare liberamente, ne ha solo tre. Questo discorso, qualche anno fa, mi avrebbe fatto stare male perché lo avrei letto solo come un chiaro segno che io per lui non ero l’unico né come amico né per il sesso, dato che per lui l’amicizia comprende anche la disponibilità sessuale, oggi però questo fatto non mi mette più veramente in crisi. È ormai più di un anno che non ci vediamo “solo” per fare sesso ma “anche” per parlare e per parlare in un modo così serio che non ho mai trovato con nessun altro. Prima avvertivo una differenza netta tra il mio e il suo modo di vedere il sesso e i rapporti personali, poi piano piano le differenze hanno cominciato ha svanire, piano piano abbiamo costruito un terreno comune cedendo un po’ per uno ai principi dell’altro. Lui adesso è molto meno cinico e comincia a parlare anche di sesso come espressione dell’affettività e io ho finito per mettere da parte l’idea di coppia, non perché penso che ci sia qualcosa di sbagliato, ma perché non la vedo adatta a me, cioè a noi. Noi abbiamo trovato un nostro equilibrio, che non è il classico equilibrio di coppia, ma che tra noi funziona. Io così sto meglio, mi sento molto più a mio agio e in qualche modo, non so se dire che mi sento amato, ma certamente mi sento molto più rispettato e compreso. Ultimamente è capitato anche a me di chiamarlo perché sentivo il bisogno di fare sesso con lui, lui mi ha detto solo: “Ti aspetto, vieni appena puoi.” Erano solo cinque parole ma si capiva che James era contento che glielo avessi chiesto. Sono salito a casa sua, mi ha fatto entrare, si è spogliato, mentre io facevo lo stesso, poi si è steso sul letto e ha aperto le braccia e ci siamo abbracciati nudi. Sono rimasto da lui tutta la notte. La mattina al risveglio gli ho chiesto: “È solo sesso?” Lui mi ha sorriso e mi ha arruffato i capelli. Nota bene, Project, questo non è l’inizio, magari tardivo, di una classica storia di coppia, è solo “un momento” del nostro rapporto, che va preso per quello che è. Mi rendo conto che nel dire così è come se questa volta fossi io a dire che “è solo sesso”, anche se non è certamente “ solo sesso”. In realtà sapevo benissimo che dopo quell’episodio non lo avrei visto forse per un mese di seguito, anche io non volevo e non dovevo illudermi. Il rapporto tra James e me non sarebbe certamente finito, e di fatto non è finito, ma non sarebbe mai stato un classico rapporto di coppia. Mi sono chiesto più volte, in un’ottica egoistica, se “per me” sarebbe stato meglio cercarmi un altro ragazzo o “anche” un altro ragazzo. Non penso che, in linea di massima, James lo avrebbe considerato come un tradimento, probabilmente lo avrebbe accettato come la cosa più normale del mondo, perché queste cose James le faceva normalmente. Il vero problema sarebbe venuto con l’altro ragazzo che si sarebbe trovato impegolato in cose diverse dalle classiche storie di coppia e si sarebbe sentito tradito. Comunque, da quando conosco James non mi è mai capitato di innamorarmi di altri ragazzi. Adesso mi ha detto che si è innamorato di un altro ragazzo, che gli piace molto, e si sta dedicando completamente a questo ragazzo, ma in genere le storie di James non durano molto proprio perché qui ragazzi lo vogliono tutto per sé e non accettano il fatto che con lui non si possono costruire storie di coppia. Per ragioni un po’ diverse, sia io che James abbiamo difficoltà a costruire rapporti con i ragazzi, il loro modello di vita affettiva è diverso dal nostro, perché sono abituati a dire una cosa e a viverne un’altra. Quei ragazzi, quando James dice loro che “è solo sesso”, sul primo momento si sentono sollevati, perché pensano che anche per loro “è solo sesso”, ma quando poi vedono che James racconta loro che si è innamorato di un altro, allora si rendono conto che per loro in realtà non è “solo sesso” e così cominciano a stare malissimo e a sentirsi traditi, perché non sono capaci di mettere da parte l’idea dell’esclusività per non perdere James. Vogliono stare con James ma pensano che il modo valga più della persona: meglio una relazione di coppia con un altro che una relazione di tipo diverso con lui. Capisco che si possa restare perplessi se ci si sente dire che “è solo sesso” ma mettersi con un ragazzo perché con quello si può costruire il tipo di relazione che si vuole vuol dire che alla fine “non è nemmeno sesso, ma convenienza e abitudine. Qualche volta ho il timore che James, nonostante tutto quello che ha detto possa veramente innamorarsi di un altro ragazzo e possa finire per accettare anche una vita di coppia standard con quel ragazzo. Ti posso garantire che se succedesse ne sarei felice. Su primo momento sarebbe difficile da accettare, ma alla fine ne sarei felice. Non so se potrebbe dimenticarsi di me, in una situazione simile, francamente non lo credo. Forse non ci sarebbe più sesso ma il volersi bene resterebbe ancora, e allora non potrebbe più dire che “è solo sesso.”

______________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

 http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=6905

STORIA DI UN GAY E DI UNA TRANS

Caro Project,
sono un gay di 39 anni, non posso dire un ragazzo gay perché non sono più un ragazzo e non mi sento un ragazzo. Ho avuto la mia vita e le mie storie ma non è di me che vorrei parlarti. Ieri notte (la notte tra il 23 e il 24 Agosto) girando sui canali TV come faccio spesso, sono capitato su Rai Tre, e ho visto una trasmissione sulla transizione, cioè sui trans e sulle trans. La trasmissione era bellissima, da fare venire i brividi e per me è stata sconvolgente perché mi ha fatto tornare prepotentemente alla superficie della coscienza la storia che ho vissuto con una trans, che all’inizio era un ragazzo. Ovviamente resterò molto sulle generali ma certi ricordi non solo non si dimenticano ma restano come metro di misura per tante altre cose. Sorvolo per necessità anche sulle date.
In un certo anno, quando non ero più giovanissimo ed ero di nuovo single dopo una convivenza di alcuni anni, incontro per motivi di lavoro un ragazzo molto giovane che era appena uscito dalla scuola. È un bel ragazzo, lo chiamerò Norbert. Lo osservo solo perché un bel ragazzo ma è del tutto al di fuori dei miei orizzonti, troppo giovane e poi, francamente, dovevo ancora leccarmi le ferite della mia convivenza finita. Passano un paio di mesi, siccome i motivi di lavoro restano, ho modo di incontrare Norbert parecchie volte, anche tre o quattro volte alla settimana. In breve si crea una certa simpatia tra noi. Norbert è sveglio, affidabile, conosce il suo lavoro, è quasi stupito che lo tratto con rispetto, col passare di giorni Norbert tende a parlare di più con me e anche, qualche volta, a sorridere, ma molto di rado. Comincia a starmi molto simpatico e a fidarsi di me, la cosa non mi dispiace. Comincio a pensare che sia un ragazzo gay e che si sia innamorato di me, il suo modo di fare me lo fa pensare. Comincio a chiedermi che devo fare, Norbert è un bel ragazzo ma francamente non mi tenta, penso che con lui non potrei mai costruire niente di concreto, non fosse altro che per la differenza di età, e allora decido che devo tenerlo a distanza e che devo raffreddare i suoi entusiasmi soprattutto per il suo bene perché altrimenti potrebbe rimanerci pesantemente deluso. Provo a prendere le distanze, ma lui mi insegue e non me lo permette. Un giorno mi chiede di accompagnarlo in macchina ad un paese vicino, e in macchina succede tutto quello che deve succedere, ma non quello che io mi sarei aspettato. Mi dice di accostare in una piazzola e mi chiede di punto in bianco: ”Sei gay?” Io mi sento in un imbarazzo tremendo e non rispondo, lui continua: “Lo avevo capito subito… e allora perché scappi?” allora cerco di prevenirlo: “Perché sei troppo giovane e poi io ho già un compagno (ma in realtà non lo avevo).” Lui mi risponde in un modo che mi spiazza: “Per me se hai un compagno non fa nessuna differenza!” Gli chiedo: “In che senso?” Mi dice: “Tu mi piaci ma in un modo che non puoi capire.” Lo guardo perplesso e mi dice: “Io mi sono innamorato di te perché mi sento donna e tu sei l’unica persona che mi ha trattato con rispetto, non credo che un gay possa innamorarsi di una donna nel corpo di un uomo, non funzionerebbe proprio, non avere paura, lo so.” Io mi sento frastornato, non so come reagire, lui se ne rende conto e mi dice: “Tu mi vedi come un ragazzo ma io sono una ragazza e voglio essere una ragazza. Non immagini quello che ho passato a scuola e anche in famiglia.” Il primo impeto che ho avuto è stato quello di scappare via perché non volevo immischiarmi in cose troppo complicate delle quali non sapevo nulla e poi non volevo avere nessun contatto con la famiglia di Norbert, perché non sapevo che cosa i suoi genitori avrebbero potuto pensare di me. Norbert era maggiorenne ma le complicazioni potevano essere molto grosse. A un certo punto mi dice: “Non mi chiamare Norbert, chiamami Magda, perché voglio chiamarmi così.” Per me chiamarlo Magda era difficilissimo ma con un certo sforzo ci sono riuscito. Quando sono tornato a casa avevo il cervello in ebollizione, ero uscito di casa nella convinzione che Norbert si fosse innamorato di me e rientravo a casa con la certezza che Norbert era in realtà Magda e voleva che io la aiutassi a cominciare il cammino di transizione, tutto questo mi sconvolgeva la vita e non ero preparato a tutto questo, avevo paura di finire schiacciato da responsabilità troppo grosse e di perdere completamente la mia autonomia. Mi dicevo che dovevo assolutamente cavarmi fuori da tutta questa storia, ma poi non ne avevo il coraggio. Magda capiva le mie paure e cercava di non alimentarle, era presente nella mia vita e sapeva quello che voleva da me ma non era una presenza ossessiva, aveva il senso del limite. Io mi aspettavo che potesse sfogarsi con me raccontandomi della sua vita ma lei non lo faceva, o, se lo faceva, lo faceva in modo molto limitato. Lei cercava una solidarietà vera non una spalla su cui piangere. Abbiamo parlato moltissimo ma sempre in modo molto controllato e quasi distaccato, lei non voleva spaventarmi, però anche da questo sforzo titanico di autocontrollo si capiva l’oceano di dolore che si portava dentro. Al lavoro continuava ad essere Norbert, ma quando la accompagnavo a casa Norbert era Magda, col passare dei giorni il nostro rapporto, per me, ha cessato di essere una preoccupazione e ho cominciato a chiedermi che cosa potevo fare di concreto per permettere a Magda di realizzare il suo sogno. Ho cercato di documentarmi, sono stato nottate intere su internet a cercare siti che parlassero seriamente di queste cose per sentirmi meno sprovveduto ma poi mi sono accorto che Magda ne sapeva cento volte più di me e che quindi non avrei potuto certamente aiutarla in quel modo. Abbiamo parlato moltissimo soprattutto del suo rapporto coi genitori. Il suo problema era quello di avere il supporto dei suoi genitori. I genitori pensavano che lei fosse in realtà un ragazzo gay, ma non accettavano comunque nemmeno una situazione del genere. Fare accettare loro che il loro ragazzo si sentiva in realtà una ragazza e voleva seguire il percorso di transizione mi sembrava una cosa assolutamente impossibile, l’ho detto chiaramente a Magda anche se sapevo che questo per lei poteva essere sconfortante. Magda però non era dello stesso parere e mi diceva: “Io sto preparando il terreno, però, quando sarà il momento, tu dovrai fare la tua parte.” In pratica lei nei giorni precedenti aveva cominciato ad accennare la questione ai genitori, che però erano molto perplessi e si sentivano del tutto inadeguati. Mi disse che aveva parlato di me ai genitori, cosa che mi mise molto in allarme, e aggiunse che aveva anche detto loro che io ero gay e che avrei potuto spiegare a loro tante cose. In pratica i genitori erano convinti che Magda non fosse una trans con la cosiddetta disforia di genere ma un gay con degli atteggiamenti interiorizzati troppo femminilizzati e erano arrivati ad accettare l’idea che Magda potesse trovarsi un ragazzo. Lei aveva provato a spiegare ai genitori che la questione era completamente diversa ma loro pensavano che conoscere un gay “vero” avrebbe permesso a Magda di capire che anche lei era “solo” un ragazzo gay. Dopo non molti giorni, Magda mi disse che era il mio momento e che i suoi mi aspettavano nel pomeriggio. Io non ho avuto il coraggio di tirarmi indietro e sono andato dai genitori di Magda, che mi hanno accolto con rispetto ma anche con sospetto. I primi momenti sono stati di estremo imbarazzo, ho dovuto spiegare che ero proprio gay, che avevo convissuto con un uomo per anni, questo per fare capire loro che ero un gay “vero”, poi ho raccontato come avevo conosciuto Magda, ma non sapevo come andare avanti, perché l’atmosfera era di gelo. Magda ha capito che la cosa stava prendendo una brutta piega e ha chiesto ai genitori di esporre i loro dubbi dicendo che io avrei risposto a tutte le loro domande. I genitori hanno fatto uno sforzo enorme e piano piano siamo entrati nel vivo della questione. Il padre ha cominciato con queste parole: “Norbert si fida molto di lei, la considera un amico molto serio e ci teneva molto che ci incontrassimo con lei, adesso siamo qui e dobbiamo cercare di capirci, perché noi a nostro figlio ci teniamo moltissimo.” Siamo rimasti a parlare tutti e quattro fino a mezzanotte. I genitori insistevano sul fatto che Norbert fosse solo un ragazzo gay magari un po’ effeminato, e fare capire loro che Norbert non era affatto effeminato e non era affatto gay è stato veramente difficilissimo, perché la loro interpretazione delle cose li metteva al riparo dall’idea della transizione fisica che era quella che li spaventava di più. Partivano dall’idea che siccome Norbert non aveva mai portato a casa una ragazza e non aveva mai parlato di ragazze potesse essere interessato ai ragazzi e questo per loro voleva dire che Norbert era gay. Ho provato a fare capire loro che un gay è un ragazzo che si sente maschile al 100% che si innamora di un altro ragazzo perché lo vede maschile al 100%, mentre una trans si innamora di un ragazzo perché si sente donna e se ne innamora come se ne innamora una donna e le due cose sono diversissime. Capire questi concetti per loro era difficilissimo. Pensavano che un gay si innamorasse di un ragazzo perché non si sentiva all’altezza di stare con una donna e che vedesse il suo compagno come una donna, che in una coppia gay ci fosse un gay maschile e un gay femminile e cose simili e pensavano che un ragazzo effeminato fosse molto interessante per un gay proprio perché più femminile. E poi avevano un concetto stranissimo di effeminatezza, per loro l’effeminatezza non era legata ad aspetti esteriori ma all’intima sensazione di avere una personalità nettamente femminile, per questo loro consideravano Norbert effeminato, anche se non lo era affatto. Alla fine ho detto ai genitori che se invece di usare in nome di Norbert avessero usato quello di Magda, lei ne sarebbe stata felice. La madre l’ha chiamata Magda e l’ha abbracciata. Il padre ha detto. “Mi ci vorrà un po’ di tempo ma mi ci abituerò.” Magda mi ha riaccompagnato alla macchina e era raggiante, era contenta di me e di come mi ero comportato e soprattutto delle reazioni dei genitori che sembravano possibiliste. Ti giuro, Project, che non avrei mai immaginato un pomeriggio come quello, ma appresso a quello ce ne furono tanti altri. Magda sapeva come muoversi e i genitori erano in fondo brave persone la cui vita era stata sconvolta da cose alle quali non erano minimamente preparati, loro volevano il bene di Magda ma non capivano in che cosa, in realtà, questo bene potesse concretizzarsi, comunque fare accettare ai genitori l’idea della transizione fisica fu un’impresa molto più difficile del previsto. Temevano che ci potessero essere per Magda delle gravi conseguenze a livello di salute, anche loro avevano cominciato a documentarsi ma erano disorientati. Accettavano i sentimenti trans di Magda ma solo a livello psicologico, per loro le terapie ormonali e gli interventi chirurgici erano qualcosa di inconcepibile, quasi un modo di ribellarsi alla volontà di Dio. Non avevano pregiudizi di carattere religioso ma avevano paura di spingere Magda verso una scelta di cui magari avrebbe potuto pentirsi in seguito. Erano le stesse perplessità che avevo anche io, ma Magda era molto determinata e in fondo il percorso di transizione sarebbe stato seguito da gente esperta e questo mi confortava. Alla fine comunque i genitori hanno accettato a malincuore anche la prospettiva della transizione fisica. Magda era felice, perché i genitori quanto meno l’avevano lasciata libera e non le avevano imposto nulla. Magda ha cominciato il suo percorso di transizione che però, diciamo pure in modo inatteso sia per me che per i genitori, si è concluso in una fase precoce solo psicologica, in altri termini prima delle terapie ormonali e prima della chirurgia, Magda ha parlato a lungo con un endocrinologo che le ha chiarito che avrebbe dovuto continuare ad assumere estrogeni a vita e che in fondo sarebbero cambiati i suoi caratteri sessuali secondari ma non avrebbe comunque perso la caratteristica genetica maschile e non avrebbe acquistato quella femminile. Lo psicologo insisteva sul fatto che la scelta di Magda di portare avanti la transizione doveva essere assolutamente libera e consapevole e che se aveva dei dubbi, anche piccoli, avrebbe fatto bene a prendersi il suo tempo per rifletterci sopra molto seriamente. Così c’è stato un rinvio e dopo tre mesi Magda ha maturato la decisione di non procedere oltre. In realtà Magda si sentiva in una identità femminile ma in qualche modo imperfetta e completata da un residuo di identità maschile, che in fondo non era del tutto rifiutata. Non portare avanti la transizione è stata una scelta che forse poteva essere stata ispirata anche dai genitori di Magda, questo mi è venuto in mente tante volte, ma mi rendevo conto che lei era serena e che il fatto di non procedere con la transizione era in fondo una sua scelta, perché i percorsi individuali non sono mai standard. La sospensione della transizione è stata seguita da un periodo di terapia psicologica di sostegno con una dottoressa molto competente e, in sostanza, non ci sono stati problemi. Restava comunque una malinconia profonda, che era poi quella sulla quale era incentrata la psicoterapia: era la paura della solitudine, la paura di non trovare mai un compagno. Con la transizione fisica portata a termine, Magda avrebbe avuto un aspetto femminile e “forse” avrebbe potuto trovarsi un ragazzo ma non avrebbe potuto avere figli e questo sarebbe stato comunque un condizionamento enorme. Senza la transizione fisica, Magda-Norbert sarebbe stato interessante solo per i gay ma anche con i gay alla lunga sarebbero venuti fuori problemi molto seri, e poi il sogno di Magda sarebbe stato trovare un ragazzo che si innamorasse di lei “come donna”. Senza la transizione fisica, Norbert è rimasto Norbert anche sul posto di lavoro. I miei amici, che sapevano di me, pensavano che Norbert fosse il mio ragazzo e non mi credevano quando dicevo loro che non lo era, perché Norbert, o meglio Magda, era “in un certo senso molto affettivo” la mia ragazza. La nostra storia è andata avanti per altri due anni, poi Magda, incredibile a dirsi, ha trovato un uomo etero che si è innamorato di lei e che ha avuto un coraggio enorme perché Magda era apparentemente un ragazzo a tutti gli effetti. Ho anche conosciuto il ragazzo di Magda e mi ha fatto un’ottima impressione. Lei pensava che se avesse portato a termine la transizione avrebbe potuto sposare quel ragazzo anche legalmente; allora non c’erano ancora le unioni civili, poi quando ci sono state pure in Italia, hanno fatto un’unione civile che è comparsa anche su qualche giornale come “unione gay” anche se di una unione gay c’era solo l’apparenza. Poi se ne sono andati a vivere a Milano e adesso ci sentiamo solo per le feste e per i compleanni. Chiaramente Magda continua a lavorare come Norbert ma tutto sommato penso abbia trovato almeno una relativa tranquillità, ha un ragazzo che le vuole bene. Quando hanno fatto l’unione civile hanno fatto una specie di viaggio di nozze e sono venuti a trovarmi, Magda era felice, lo si vedeva dal sorriso.
Non penso che molti gay abbiano vissuto una storia simile, in genere l’argomento trans è un tabù anche per i gay, La trasmissione di ieri notte mi ha indotto a pensare che più si parla in modo serio di queste cose più si migliora il livello della vita di tutti.
Fai liberamente quello che vuoi della mail.
Un affettuoso saluto.
Daniele (nome purtroppo inventato)

__________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=6904

GAY E MORALE SESSUALE

Ciao Project!
Dai, non ti dico le solite cose, se questa mail la mando a te vuol dire che mi aspetto una risposta e penso che ci sarà. Ho 33 anni, mi piace progetto, ma mi sento molto, o almeno abbastanza diverso dai ragazzi di progetto, nel senso che sono molo più libero, penso almeno, poi non lo so, però in pratica, diciamo dai vent’anni in poi, ho avuto tante esperienze, proprio di tutti i generi, che nemmeno te le puoi immaginare, tranne che con le ragazze che per me non esistono proprio, ma diciamo che in campo gay le ho passate proprio tutte, dai coetanei agli uomini molto più grandi di me, sono stato spessissimo sulle chat erotiche gay più famose e ho giocato molto con quelle famose ap. Ho beccato tanti due di picche, frustrazioni, certe volte vere disperazioni vedendo ragazzi di cui ero innamorato che non erano coinvolti da me. All’inizio ho tenuto anche comportamenti a rischio quasi per fare una roulette russa con la morte, poi mi è capitato di venire a sapere che uno di quelli coi quali avevo fatto sesso non protetto era positivo e ho vissuto momenti di angoscia profonda e ho capito quanto un comportamento di sfida come il mio fosse da perfetto imbecille e così ho cominciato a fare sesso sempre in modo protetto. La paura fa rinsavire più dei discorsi e delle prediche che non ho mai sopportato. Oltre che a fare SEMPRE sesso protetto, ho imparato anche altre cose: prima di tutto che le persone le puoi valutare solo dai comportamenti e non dalle parole. Quelli che chiacchierano troppo fin dal primo incontro e che usano parole grosse e lodi sperticate sono i più subdoli e i più falsi, perché mentono sapendo di mentire, ti dicono che sono innamorati e, dopo che sono andati a letto con te, spariscono e non li senti più. Io ho rimorchiato ragazzi dappertutto, specialmente quando stavo peggio, il sesso mi piace, ma ci vedevo anche altro, cioè la mia affettività, per quanto frustrata e in un certo senso patologica, esisteva, e per questo ci stavo male quando le cose non funzionavano, ma ho trovato spesso, specialmente tra quelli over 40 e peggio ancora over 50 una totale anaffettività. Per loro andare a caccia di ragazzi era una specie di collezionismo ad affettività zero, ed erano anche uomini sposati. Però non è questione di età o di categorie perché ho trovato anche sessantenni che hanno fatto sesso con me ma in un altro modo, non da padrone ma da amico di buon senso, disposto a mettersi da parte, senza sparire, quando io mi innamoravo di un coetaneo. Tra coetanei c’è più competizione e con loro ho provato le peggio delusioni, nel senso che spesso vedono il sesso non come una cosa che si fa in due in privato, ma come una cosa da ostentare con gli amici, un po’ come succede agli etero che si vantano di avere rimorchiato una bella figa, tra gay è lo stesso. Io poi cerco un ragazzo per stare con lui, non per passare le serate coi suoi amici in locali di vario genere. Ho pochi amici e tra i miei amici ci sono in pratica tutti i miei ex che non sono spariti. Io non vado più a letto con questi ragazzi, o forse ci vado ancora qualche volta ma molto di rado, però con loro ho un rapporto, cioè siamo amici, ogni tanto ci sentiamo, cioè nella mia vita sono una presenza stabile. Adesso piano piano mi rendo conto che il sesso, per me, è un modo di esprimere un bisogno affettivo, se non c’è almeno un po’ di rispetto e un minimo di contatto affettivo io i ragazzi li caccio a pedate, è successo più volte. Una volta sono andato con uno che mi piaceva in un motel, ma lui ha cominciato a fare il deficiente in un modo così irritante che mi sono rivestito e me ne sono andato e lui pensava che io fossi innamorato di lui e voleva essere il padrone! Io in genere piaccio agli uomini, ma non a quelli che piacciono a me, questa frase penso di averla letta da qualche parte nel forum, ma direi che chiarisce bene quello che mi capita. Ormai sono talmente abituato al copione classico del seduttore gay che come ne vedo uno che comincia su quei toni lo mando sonoramente a quel paese. Mi piacciono a livello umano solo quelli che parlano chiaro. Se vuoi solo fare un po’ di sesso basta che lo dici prima, poi se mi va e se non c’è di meglio ci posso pure stare ma senza illudermi, cioè tanto per fare qualcosa. Non sopporto gli sbruffoni, quelli che si presentano con la bella macchina presa in prestito da qualche altro, quelli che ragionano in termini di portafoglio e si vogliono sentire padroni. Poi c’è una buona percentuale di fissati, di gente che sa dire solo parolacce e bestemmie ed è incapace di mettere tre parole di buon senso una appresso all’altra. Tu puoi capire che vuol dire andare a letto con uno così, e mi è successo, non lo mandi a quel paese solo perché ti fa pena. Insomma, Project, ne ho fatte proprio di tutti i colori. Mi è capitato perfino di fare sesso con un ragazzo in sedia a rotelle. Non pensavo che ci sarei riuscito, gli avevo detto prima che non ero innamorato di lui ma lui ha detto che lo sapeva ma che avrebbe voluto farlo lo stesso e lo abbiamo fatto, era un ragazzo molto intelligente, dopo mi ha detto che per lui era stata una cosa importantissima, un modo di essere accettato veramente. A distanza di tre anni siamo rimasti amici. Quello che non tollero è essere trattato come la puttana di turno. Tu vuol fare sesso con me, se a me sta bene, ok, altrimenti te ne vai, e poi certi uomini sposati vogliono fare sesso senza preservativo e io gli dico: Guarda che io voglio bene a tua moglie più di quanto gliene vuoi tu! E loro mi guardano strano e io gli dico: Perché io non metto a rischio tua moglie e nemmeno me stesso, ovviamente, io non sono stupido e senza preservativo non se ne parla proprio. Non sopporto gli uomini sposati che cercano i gay quasi per confessarsi dei tradimenti fatti alle mogli, perché hanno bisogno di qualcuno che li incoraggi a continuare a tradire la moglie e a tenere un piede in due scarpe. Uno l’ho proprio messo in crisi, gli ho detto: Se non te la senti di stare con tua moglie separatevi, ma non la imbrogliare, perché è proprio quello che stai facendo! Lui è stato malissimo e si è messo a piangere, probabilmente era il primo tradimento, e l’ho riaccompagnato a casa sua. Poi ci sono gli ipocriti che “dopo” che hanno fatto sesso con te, ti dicono che loro non volevano ma tu in un certo senso ce li hai portati in modo viscido e insinuante. Io dico: Ma, bello, nessuno ti ha costretto! La gente non vuole i rapporti di coppia, le cose di lunga durata con tanto di convivenza, no! Impegni non ne vuole nessuno. Sesso, ma senza altre cose, senza “altri impicci” come dicono loro. Ne ho conosciuto uno che si riteneva un maestro di sesso! Sì, hai capito bene, pensava di poter insegnare agli altri che cosa è il sesso, ma era una cosa da sbellicarsi dalla risate, io gli ponevo un sacco di problemi assurdi, fingendo di essermi innamorato di una ragazza, e lui mi diceva che lo aveva capito subito che ero bisex (io, MAI!!), gli davo spago e lui partiva coi paroloni, tutto in linguaggio da psicologo rifinito, ma non si rendeva nemmeno conto che lo stavo sfottendo. Poi gli ho detto di farmi vedere qualcosa di sessuale in concreto e lui ha cambiato subito discorso e ha cominciato a dire che era tardi e che doveva andare. A uno gli ho proprio spaccato la faccia, eravamo in un motel e lui voleva farmi fare una cosa che a me non andava affatto. Gli ho detto: No! Questo no! E lui prima ha cominciato a minacciarmi e già mi stavano girando le scatole, poi ha provato a costringermi con la forza, perché era più grosso di me. Io gli ho dato una ginocchiata violenta nei testicoli che deve avergli fatto malissimo e lo avrei fatto nero ma non l’ho fatto perché mi è suonato il telefono, e allora l’ho piantato lì. Forse il più viscido di tutti è stato uno che si è avvicinato in una maniera subdola, io sospetto che fosse un prete, ma oggettivamente non lo so, certo non era uno di primo pelo nei siti di incontri. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare e lui faceva l’amico e io gli ho dato retta e gli ho presentato i miei amici. Lui a me diceva che era innamorato di me, poi uno dei miei ex mi chiede: Ma chi è quel tipo? Perché guarda che ci sta provando con tutti e dice che tu sei un povero stronzo che non capisce un cazzo. E allora la prima sera che siamo usciti con gli amici l’ho affrontato in modo diretto davanti a tutti e gli ho detto: Me è vero che ci provi con tutti? Lui pensava che fosse una cosa scherzosa, ma gli altri lo hanno sputtanato tutti alla grande! E gli hanno ripetuto tutte le calunnie che aveva detto su di me. Alla fine lui ha detto che eravamo un branco di cani che saltano addosso al primo che capita, però, dopo, è sparito e non si è più fatto vedere. In queste situazioni capisci di avere degli amici veri. E adesso vengo al punto, uno dei miei amici, un mio ex, mi sa che si sta innamorando veramente di me. Scherza poco, sta sulle sue, mi sta a sentire, sorride e non fa chiacchiere, certe volte, magari a distanza di settimane, parlo con lui anche per un’ora e mi sento a mio agio. Lui sa benissimo che genere di vita faccio e non si fa avanti, però mi rispetta. In realtà quando stavamo insieme per me aveva un po’ un doppio ruolo, un po’ era il mio ragazzo e un po’ era il fratello che non ho mai avuto, tra noi c’era complicità, poi ci siamo lasciati perché io pensavo che lui non fosse innamorato di me, ma probabilmente all’epoca non ero capace di capire veramente queste cose. Io mi rimetterei con lui ma non so se lui starebbe mai con uno come me. Che devo fare, Project? Penso che stasera ci parlerò chiaro.
Ci ho parlato! Non se l’aspettava ma era visibilmente contento, mi ha solo detto: Sarei contento e molto, ma vediamo come va, in ogni caso ti vorrò bene comunque.

______________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=6903