COPPIA GAY SENZA VINCOLI

Ciao Project,
stasera mi sento invaso da pensieri di tenerezza. Il mio ex mi ha chiamato oggi pomeriggio per dirmi che voleva fare l’amore con me. Non è una richiesta strana, ogni tanto succede. È venuto a casa mia, bello come il sole, non siamo ragazzini, io ho 42 anni e lui 31, ma se lo vedessi rimarresti estasiato. Credo di non avere mai visto un ragazzo più bello! Non ti descrivo la serata, puoi solo immaginarla, dire sesso è riduttivo, io direi che è stata proprio una forma di tenerezza totale, di intimità, di volerci essere.

Non siamo una coppia, Project, lui ha la sua vita, vede altri ragazzi, ma non credo che si comporti con loro come fa con me. Il senso del suo fare l’amore non è mai riduttivo, ti coinvolge. In genere, anni fa, dopo che avevamo passato una serata a fare l’amore, gli venivano i momenti di ripensamento, di rifiuto e di malinconia profonda. Forse è successo anche questa volta, ma era una malinconia appena percettibile, siamo andati insieme a prenderci una pizza, un evento rarissimo tra noi. Non ha voluto essere accompagnato a casa (abita molto vicino a casa mia). L’atmosfera era molto dolce, perfetta. Io lo guardavo, ne ero incantato, guardavo i suoi occhi chiari, ascoltavo la sua voce, lo vedevo molto meno nevrotico di altre volte, un po’ malinconico ma anche disposto ad un mezzo sorriso.

Mi sono chiesto come sia possibile che lui trovi gratificante fare l’amore con me, che non è certamente il massimo. È vero che ha altri ragazzi, ma lui non appartiene a nessuno, ha bisogno di esser accettato, voluto per quello che è. Adesso nella mia stanza c’è il suo profumo e io mi sento felice. Siamo stati insieme, come una coppia classica, solo per otto mesi, ormai tanti anni fa, ma nella sostanza non ci siamo mai più lasciati.

Mi chiama quando vuole e sa che non gli direi mai di no, non per generosità verso di lui ma perché con lui sto bene, sto totalmente bene. Non sono geloso, io cerco amore e non penso che il fatto che lui possa voler bene ad altri mi sottragga qualcosa, e in effetti ogni volta che ci rivediamo non dobbiamo ricucire niente perché non c’è mai stato nessuno strappo. Non posso dire che lui “sa che gli sono sempre stato fedele”, perché questa espressione è priva di senso, io ho avuto solo lui, ormai sono anni che nella mia vita non c’è nessun altro, e non mi costa nulla non andare con altri ragazzi, è proprio una cosa che non sento, che non desidero, so che non lo perderò, che prima o poi si rifarà vivo e non mi sento affatto solo. Mi tratta con rispetto e con affetto, sa che su di me ci può contare! Quando ho avuto veramente bisogno di lui, lui era accanto a me.

Il sesso, quello vero, cioè quello che ti fa sentire un ragazzo veramente vicino, l’ho imparato da lui e ha avuto pazienza perché ero un pessimo allievo. Mi dice che non lo metto in crisi proprio perché non gli dico mai di no e nello stesso tempo non faccio del sesso un valore assoluto. Mi dice che, in una coppia, di fissati col sesso ne basta uno, ma se faccio i paragoni tra il suo modo di essere fissato col sesso e il modo di considerare il sesso di certi che ho conosciuto prima di lui, la differenza mi sembra stratosferica. Lui chiede, insiste, ma non pretende, mi dice che mi vuole vedere convinto.

Ultimamente qualche volta mi dice anche incidentalmente che mi vuole bene e sono cose nuove e in qualche modo inattese, ma non me lo dice mai mentre facciamo sesso. Ho desiderato per dieci anni che mi dicesse “ti voglio bene!” e adesso comincia a succedere. Mi chiede se farei le stesse cose che faccio con lui anche con altri ragazzi, me lo chiede perché sa benissimo la risposta: lui è lui e il resto non esiste, è non è un modo di dire. Oggi mi ha detto una cosa che mi è piaciuta moltissimo: “nel sesso, la cosa più bella è vedere l’altro che si lascia andare”.

Lui nel sesso è sciolto e spontaneo, imprevedibile, io qualche volta sono stanco, non di lui ma perché ho lavorato tutta la giornata, e lui lo capisce e mi dice che non vuole forzarmi a fare nulla che io non voglia fare, ed è proprio così e allora restiamo solo abbracciati nel letto finché non ci addormentiamo. Tante volte mi sento un po’ complessato da lui, come se non fossi capace di corrispondere veramente ai suoi bisogni, perché, se è vero che non gli dico mai di no, non prendo neppure mai l’iniziativa. Io so che lui ha bisogno anche di altro e non devo essere possessivo.

Certe volte ho pensato che, paradossalmente, nel mio modo di fare sesso, a lui possano piacere soprattutto le esitazioni, le indecisioni, il suo potersi fare maestro, cosa che fa con estrema dolcezza. I primi tempi temevo che potesse innervosirsi se qualche volta gli dicevo di no, e qualche volta è successo, poi col passare degli anni non si limitava più a chiedermi di capirlo ma era lui per primo che mi capiva ed evitava di insistere. Sono ormai più di dieci anni che il nostro rapporto va avanti e non dà segni di stanchezza.

La paura di poterlo deludere ce l’ho ancora, ed è in un certo senso simmetrica alla sua paura di insistere troppo. Non so se è lui che ha cambiato me o sono stato io che ho cambiato lui, probabilmente sono vere entrambe le cose. All’apparenza il nostro rapporto si fonda sul sesso, ma le cose sono molto più complesse. Quando mi chiama mi dice che vuole stare con me, che ha la sua vita ma che non vuole stare senza di me, perché non vede ragioni per limitarsi dato che è lui a volerlo.

Non ama molto i discorsi stupidi, quelli che si fanno tanto per dire qualcosa, se ha qualcosa da dirmi di importante, non usa mezzi termini. Prima con me si arrabbiava, adesso non succede praticamente mai, desiste e basta, ma senza atteggiamenti rivendicativi o frustrati. Vorrei solo che sorridesse di più, perché è sempre serio, ha sempre in viso un velo di malinconia.

Ha ottenuto grossi successi professionali e nel suo mondo è una persona stimata, eppure non dà a questi suoi successi alcun valore, li vede come un modo come un altro per guadagnarsi da vivere, è come se la sua vita fosse altrove, soprattutto nel mondo degli affetti, ma in quel mondo ha ricevuto tanti rifiuti e ha incontrato tanta incomprensione.

Francamente io non riesco a capire come possa fare un ragazzo a rifiutare uno come lui, forse è proprio il tentativo di forzare le cose e di costruire con lui una coppia classica che alla fine distrugge il rapporto. Se gli chiedi una monogamia assoluta cerchi di mettergli un guinzaglio e poi l’amore non si costruisce con gli obblighi. Se non gli chiedi niente è capace di darti l’anima, ma se pretendi di vincolarlo in qualche modo, allora se ne va e non torna più.

Non capisco la gelosia, Project, amare e possedere sono cose molto diverse. Io gli voglio bene, i miei amici mi dicono che mi accontento di poco, ma è una frase stupida, io gli voglio bene, voglio vederlo sorridere, voglio che sia felice, voglio che quel velo di malinconia che si porta appresso sia sempre più sottile, fino a sparire del tutto. Ci ho messo tanti anni a capire che cosa andavo cercando e a staccarmi da modelli che in fondo non sono miei. Se lui mi venisse meno, se ci fossero delle incomprensioni vere, allora sì che ci starei male, ma non è mai successo. In tante cose lui è diversissimo da me, io sono calmo, spesso indeciso, sono abituato ai tempi lunghi, lui è decisionista, istintivo, nevrotico, eppure siamo stati per tanti anni un punto di riferimento uno per l’altro.

Lui mi ha sempre detto dei ragazzi di cui si è innamorato, e in fondo sapeva che tra noi non sarebbe cambiato nulla. Non mi ha mai detto che si era innamorato di me, comincia solo adesso timidamente a dirmi che mi vuole bene, ma so che è una cosa diversa, e non è diversa in termini di sesso, io penso che la vera differenza sia in termini di accettazione. I ragazzi che ha avuto lo volevano cambiare a loro immagine e somiglianza, lui, in fondo, avrebbe dovuto recitare. Io lo voglio com’è perché il nostro rapporto lui lo ha voluto fondare sulla totale chiarezza: “Ti dico quello che sono, se mi vuoi, mi prendi così, altrimenti e meglio che ognuno se ne vada per la sua strada.” E dopo tanti anni lo sento più vicino che mai!

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UN MODO SOFT DI ESSERE GAY

Caro Project,

seguo da anni Progetto Gay e devo dire che mi è stato utilissimo, prima per capire un po’ più seriamente che cosa è l’omosessualità, perché è un argomento tabù per tantissime persone e all’inizio lo è stato anche per me, e poi anche per capire come l’atteggiamento dei ragazzi gay verso l’omosessualità cambia nel tempo.

Ho 30 anni, sono cresciuto in un ambiente ufficialmente laico ma permeato di perbenismo quasi cattolico. In pratica ho sentito parlare di politica da quando ero bambino ma di politica moderata, più di teoria della politica che di passione politica, comunque in questo campo un’educazione l’ho avuta e posso dire che a 30 anni condivido ancora tanti dei principi che mi sono stati trasmessi. Per quanto riguarda la sessualità, invece il tabù è stato praticamente totale. Tutto era dato per scontato al punto che non se ne parlava affatto. Io sapevo che avrei incontrato una ragazza e che ci saremmo sposati e avremmo avuto due bambini, esattamente due, non uno solo né più di due. Gli amici dei miei genitori che io vedevo spesso per casa erano della stessa pasta dei miei genitori, tutte coppie con figli e molto standardizzate, i discorsi erano sempre gli stessi, come se più o meno si recitasse un copione. Quando avevo 19 anni persi letteralmente la testa per un ragazzo, figlio di amici dei miei genitori, cosa che mi mise in crisi perché mi sentivo molto condizionato dal fatto che i miei genitori si sarebbero accorti facilmente di quello che stava accadendo, ma alla fine il problema non fu quello. Lui aveva un anno meno di me ed era, o sembrava l’unico non standardizzato del gruppo degli amici di famiglia. Era un bellissimo ragazzo. Io l’idea mitica del trovarmi una ragazza l’avevo già messa da parte da un pezzo e mi ero dedicato solo a studiare. Vivevo di due cose: studio e pornografia, tutto sommato ero abbastanza contento così, non mi facevo troppi problemi e l’idea di trovarmi un ragazzo vero non la prendevo nemmeno in considerazione. Ma da quando ho cominciato a pensare a Marco (lo chiamerò così), il figlio degli amici dei miei genitori, mi è cambiata la vita. In pratica lui è diventata una fissazione, ne ero innamorato perso, fantasticavo su di sui, ero talmente coinvolto sessualmente che quasi non facevo più uso di pornografia. Come puoi immaginare sono cominciati i classici dubbi: è gay o non è gay? Non aveva mai avuto una ragazza, ma era pure giovanissimo, era il classico bravo ragazzo sempre perfetto in tutto: bravissimo a scuola, sportivo, informato di tutto ma entusiasta di niente, prudentissimo nel parlare, apparentemente privo di emozioni e di sentimenti. Un bel giorno usciamo insieme per una passeggiata, mentre i nostri genitori parlano di cose loro. L’imbarazzo è totale. Gli avrei chiesto: “Ce l’hai una ragazza?” Ma chiedere a Marco una cosa del genere non era possibile. Abbiamo parlato di letteratura, io cercavo di portare il discorso su una letteratura con almeno qualche ventura gay ma lui schivava il discorso e rispondeva come un libro di scuola: solo letteratura neutra, con al massimo qualche minima concessione alla politica. Immaginavo che saremmo arrivati presto a rompere il ghiaccio ma non succedeva affatto così. Le nostre passeggiate in città si ripetevano ma il copione era sempre lo stesso: pH 7, assolutamente neutro. Insomma, nessun argomento neppure lontanamente riferibile non dico alla omosessualità, ma neppure alla sessualità. Il rapporto con Marco andò avanti in questi termini per tre anni: io lo cercavo, lui non mi diceva di no, uscivamo, ma poi tutto finiva lì. Francamente cominciai a stancarmi di quel ragazzo tutto perfetto; cominciava a sembrarmi un bambolotto telecomandato dai genitori. Io ormai mi ero staccato dalla dipendenza dai miei e non cercavo nemmeno più la loro approvazione. La relazione con Marco si raffreddò e svanì nel nulla. Due anni fa ho saputo che era gay e che aveva avuto un compagno, col quale però la storia era durata poco. Al tempo in cui mi ero innamorato di lui, non aveva un ragazzo ma evidentemente era ancora troppo giovane o semplicemente non era interessato a me. Dopo, lui se ne era andato a studiare all’estero e non se ne erano avute più notizie. Dopo la storia di Marco ho messo da parte l’idea dei grandi amori e del ragazzo bellissimo che ti cambia la vita, ho finito gli studi e ho cominciato a lavorare in modo stressante, o meglio stressante sì ma anche ben pagato e sono diventato realmente autonomo. Ho conosciuto due ragazzi gay, una coppia ma non in ambienti gay, li ho conosciuti sul lavoro, non erano dichiarati, fisicamente non mi attraevano affatto e con loro stavo bene perché non ero il terzo incomodo. Conoscendo a fondo questa coppia mi sono reso conto di come può essere vario il modo di vivere l’omosessualità. Loro in coppia stavano bene e ci stavano da anni senza problemi, io stavo bene da solo e ci stavo senza problemi. Mi hanno raccontato della loro vita, di come sono arrivati a mettersi in coppia. Per tanti aspetti vengono da un mondo lontanissimo dal mio e hanno fatto esperienze che io non vorrei mai fare, eppure mi sembrano bravi ragazzi, non li considererei mai come possibili compagni di vita, ma in fondo, fino adesso, di possibili compagni di vita non ne ho trovati proprio. Un po’ di esperienze sessali le ho fatte anche io ma solo con due o tre ragazzi, tranquillo, Project, sempre stando attento alla prevenzione, qualcuna di queste esperienze ha portato anche ad una mezza relazione, ma molto rilassata, non sono mai stato geloso di quei ragazzi, o forse sì, ma solo un pochettino, erano ragazzi gradevoli, educati, coi quali stavo bene ma non li avrei mai considerati compagni di vita e lo stesso valeva per loro nei miei confronti. Ho avuto anche un’amica, cosa che non avevo assolutamente messo tra le cose possibili, ci si sentiva di rado, ma quando accadeva era una cosa gradevole. Pensavo allora, e lo penso ancora adesso, che quella ragazza non fosse affatto innamorata di me ma di una sua amica della quale mi parlava. In pratica lei cercava l’amicizia, se non l’amore, di quella ragazza perché pensava che quella ragazza non sarebbe mai stata bene con un ragazzo e avrebbe finito per sposarsi solo per compiacere la famiglia e trovare un ruolo sociale. Con la mia amica non siamo mai arrivati ad un discorso esplicito ma che il nostro rapporto non aveva niente a che vedere con l’attrazione sessuale era un fatto evidente: non c’è mai stato un momento di intimità nemmeno a livelli minimi, e anzi c’era da entrambe le parti la massima attenzione a mantenere le distanze. Ovviamente lei ufficialmente non sa che io sono gay, ma probabilmente lo intuisce. Amicizie vere con ragazzi posso dire di non averne avute. I miei colleghi di lavoro erano e sono tutti etero, sposati o con una ragazza fissa da anni. Quelli che chiamavo amici erano i tre ragazzi coi quali avevo anche qualche esperienza sessuale, con loro si parlava abbastanza seriamente e ci si capiva. Uno potrebbe dire che queste cose sono banali, che la vita affettiva vera non è questa e compagnia bella, ma in effetti con questi ragazzi stavo oggettivamente bene senza aspettarmi la luna. Quando ho passato momenti difficili non mi hanno lasciato solo e questo mi ha stupito e ha rafforzato quel legame, se vogliamo superficiale ma autentico, che ci univa. Tu credi che possa essere questa la mia vita gay? Cioè che non ci sarà niente di diverso in futuro? Attualmente io non sogno altro, un po’ di sesso ce l’ho, e anche un po’di affetto e nello stesso tempo non ho vincoli, non ho obblighi, non sono tenuto ai rituali della vita da innamorato, tipo: regalini, messaggini, telefonate di ore, incontri coi genitori, cosa particolarmente odiosa, che non sono mai riuscito a sopportare. Sul tuo sito ho letto diversi post in cui mi sono un po’ riconosciuto, probabilmente i 30 sono l’età della ragione per i gay, l’età in cui si prende coscienza della realtà e si esce dal mondo delle favole. Leggere quelle storie mi fa sentire meno strano. Certe volte, parlando di sfuggita in chat (la tua chat) con qualche ragazzo gay, avverto che mi trattano come uno strano, come uno che deve crescere, che si deve liberare dai complessi, ma loro non capiscono che io sto bene così, questo è il modo soft di essere gay ed è il mio modo.

Un caro saluto.

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DA COPPIA GAY A FAMIGLIA ALLARGATA

Ciao Project,

noi non ci conosciamo ma io un po’ ti conosco perché ho letto il forum tante volte e lo leggo ancora adesso e penso che sia mio dovere raccontarti la mia storia perché anche tu c’entri in qualche modo.

Ho 32 anni, non so se siano tanti ma a me sembrano tanti. Posso dire di essere stato fortunato e di avere avuto molto dalla vita. Ho genitori ai quali voglio bene, che ormai stanno invecchiando, ma è inevitabile, loro non mi hanno mai fatto sentire veramente solo.

Non ho mai avuto problemi con la mia omosessualità, o meglio, non ho avuto problemi ad accettarla, per me era una cosa ovvia e naturale, ho avuto qualche storiella, ma poco significativa, proprio quando ero giovanissimo, poi mi sono dedicato al lavoro in modo quasi esclusivo e ho messo da parte per un po’ il mio mondo affettivo. Ho conosciuto anche ragazzi gay ma, francamente, non mi sentivo attratto da loro.

Poi, quando avevo 26, anni ho conosciuto un ragazzo, che qui chiamerò Fulvio (perché è un po’ rosso di capelli). L’ho conosciuto sul posto di lavoro ma non è un mio collega, lavorava per una ditta che vive sulle commesse della ditta dove lavoro io. Quando ci siamo conosciuti, lo devo dire, mi era del tutto indifferente, per me era solo uno incontrato per caso col quale non avrei avuto assolutamente nulla da spartire. Per motivi di lavoro abbiamo avuto modo di incontrarci più volte e abbiamo cominciato a parlare un po’ ma di cose qualsiasi.

Col senno del poi posso dire che probabilmente lui aveva capito di me molto di più di quanto io avessi capito di lui. Sempre per motivi di lavoro abbiamo continuato a vederci spesso e io notavo che quando capitava, la cosa a me faceva piacere e probabilmente anche a lui, e così piano piano la nostra conoscenza si è approfondita. Lui è un ragazzo gradevole ma non un bel ragazzo, o almeno a me non sembrava un bel ragazzo, quindi non mi sentivo attratto da lui in quel senso. Un giorno era arrabbiatissimo, proprio furioso, era depresso, ma depresso rivendicativo, depresso aggressivo, e ha cominciato ad aggredirmi, certo, solo verbalmente, ma scaricava verso di me la sua rabbia e io non capivo il perché. Devo confessare che per questa ragione sono stato a disagio, non capivo la ragione della sua aggressività.

Nei giorni seguenti non ha cambiato atteggiamento e poi è sparito, non l’ho più visto e non sapevo che cosa pensare. Io continuavo ad andare alla sua azienda, sempre per motivi di lavoro, ma al suo posto c’era una signora di mezza età e io sentivo la mancanza di Fulvio. Alla fine mi sono fatto coraggio e ho chiesto di lui. Mi hanno detto che si era licenziato e che non si era più fatto vivo. Io non avevo il suo numero di cellulare, l’ho chiesto alla signora ma non me lo ha dato e ci sono rimasto molto male, ma un giorno, mentre attendevo la signora nel suo ufficio ho visto che c’era l’agenda aperta e siccome sapevo il nome del ragazzo l’ho cercato e l’ho trovato, ho memorizzato il numero e poi, quando è arrivata la signora mi sono comportato come al solito, come se niente fosse successo.

Arrivato a casa l’ho chiamato. Mi ha subito chiesto chi mi avesse dato il suo numero e gli ho detto che lo avevo rubato, lui è partito all’attacco e mi ha proprio aggredito malamente e poco dopo ha chiuso il telefono in modo brusco. Io mi sono sentito un totale imbecille per averlo cercato e sono rimasto di pessimo umore per buona parte della serata. Poi, verso le 23.00 mi richiama, si scusa, sempre in modo un po’ brusco, mi chiede se vivo da solo o se ci sono altri in casa, gli dico che non c’è nessuno, mi chiede dove abito, glielo dico e mi risponde che verrà a casa mia dopo pochi minuti, io mi limito a dirgli: ok!

Arriva, si guarda intorno, poi mi chiede: “Perché mi hai cercato?” Gli rispondo che non lo avevo visto da qualche giorno e altre banalità del genere. Lui mi ferma e mi dice: “Non si ruba un numero di telefono se non c’è un motivo serio!” Io mi sento un po’ messo alle strette e cerco di divagare, lui cambia apparentemente argomento: “Ce l’hai la ragazza?” Gli rispondo: “No! E tu?” Lui ha un momento di esitazione poi dice: “No!” Ma va subito oltre: “Allora, perché mi hai cercato?” Rispondo in modo volutamente neutro: “Perché mi trovavo bene a parlare con te.” Poi mi fa la domanda che non avrei mai voluto sentire: “Sei gay?” Mi sento in un imbarazzo terribile, ma gli dico: “Sì” e aggiungo subito: “E tu?” Aspetta qualche secondo e poi dice: “Sì, ma non voglio un ragazzo.” Gli rispondo: “Ma non mi sono innamorato di te, non sei il mio tipo, mi sembravi solo un ragazzo interessante …” Lui mi interrompe: “E che vuoi da me?” Gli dico che se è venuto sotto casa mia a notte fonda un motivo ci sarà pure, mi guarda con atteggiamento di sfida: “Tu pensi di avere capito tutto, ma non hai capito un cazzo! Mi fai solo rabbia!”

 Ecco, il nostro rapporto è cominciato così, in pratica come una contesa, come uno scontro. Niente di tenero, niente di affettuoso, assolutamente niente di sessuale. È stato a casa mia fino a dopo le due, gli ho proposto di dormire da me, ovviamente non nella mia stanza, ma non ne ha voluto sapere. Il suo comportamento mi ha destabilizzato. Nei giorni seguenti l’ho chiamato al telefono più volte ma non ha mai risposto. Dopo una settimana è tornato a casa mia la sera tardi, pensavo che volesse parlare un po’, ma mi ha chiesto se poteva restare per la notte e si è ritirato nella stanzetta degli ospiti e la mattina, molto presto, ho sentito che tirava la porta di casa, sono andato a vedere, era andato via e aveva lasciato un biglietto, con scritto solo: “Ti chiamo”.

Il nostro rapporto procedeva così, apparentemente senza una meta e senza senso. Non capivo nulla di lui, non sapevo nulla di lui. Mi chiedevo perché mi fossi andato a cacciare in quel pasticcio, mi sentivo usato e nello stesso tempo marginalizzato. Poi è intervenuto un fatto traumatico, ma non a livello psicologico, proprio a livello fisico: ho avuto un incidente stradale di una certa gravità e sono finito in ospedale in prognosi riservata per alcuni giorni. Di quei giorni non ricordo nulla, so solo che al mio risveglio, o meglio al mio primo riaffiorare alla coscienza, avevo intorno a me i miei genitori e Fulvio. Poi mi hanno detto che era stato lì tutti i giorni per tutto il tempo in cui gli permettevano di restare accanto al mio letto.

La mia ripresa è stata lenta, ci ho messo quasi tre mesi a tornare in condizioni accettabili, cioè a camminare più o meno normalmente e lui è rimasto tre mesi a casa mia ad assistermi, giorno e notte, e i primi tempi deve essere stata una cosa molto pesante. Ma non si limitava ad assistermi, si sedeva accanto a me e parlavamo molto, mi trattava con affetto. Piano piano ho imparato a capire il suo mondo, ed era un mondo difficile, tanto difficile che io non credevo che un mondo così potesse esistere.

Dormivamo nella stessa stanza, io sul letto ortopedico e lui su una brandina. Gli ho chiesto perché si era licenziato dal lavoro e mi ha detto che non si è licenziato ma che lo hanno licenziato perché uno dei suoi capi con lui ci aveva provato e lui lo aveva mandato a quel paese. Mi ha anche detto che stava a casa mia anche per il fatto che senza quattrini non poteva più pagarsi la stanza e che quindi aveva colto l’occasione anche per trovare una sistemazione momentanea. Questo discorso mi ha colpito molto.

Mi ha parlato molto brevemente della sua famiglia, se così possiamo chiamarla. Il padre non lo ha riconosciuto e, in pratica, lui non lo ha visto quasi mai, la madre è morta per overdose quando lui era piccolo ed è stato affidato alla nonna che viveva di pensione in condizioni molto precarie, poi quando lui aveva 22 anni è morta anche la nonna, lui aveva appena trovato un lavoretto e condivideva una stanza in affitto con un altro ragazzo, ma dopo che lo hanno licenziato ha dovuto lascaIre anche la stanza.

Fulvio è estremamente orgoglioso, ha una dignità, con me non ha mai parlato di denaro e questo vuol dire che, se sta con me, non ci sta per soldi o per trovare una sistemazione, Tra l’altro, nell’ultimo periodo della mia convalescenza si è anche trovato un lavoro. Proprio per questo siamo stati costretti ad arrivare ad un chiarimento. Mi ha detto che poteva essere di nuovo autonomo e che se ne sarebbe andato. Io ho cominciato ad avere paura, sapevo di non poter chiedergli di rimanere con me adducendo motivi di utilità economica perché una cosa del genere lo avrebbe fatto infuriare. Lui non voleva dipendere da nessuno, mi disse: “Adesso non hai più bisogno di me.”

È stato proprio per rispondere a quella affermazione che gli ho detto che mi ero innamorato di lui. Lui mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: “Non mentire! Si vede che non è vero!” Allora ho dovuto correggere il tiro: “Beh, penso che potrei innamorarmi di te, però, ti prego, non te ne andare!” Lui mi ha guardato fisso per qualche secondo: “Almeno non hai detto bugie.” Ed è rimasto con me. Temevo che volesse fissare un termine, per esempio che mi dicesse: “Resto solo un mese.” Ma notai subito che non aveva fissato nessun limite, ma ovviamente di questo non gli dissi nulla. La nostra convivenza è cominciata così.

Col nuovo lavoro ha avuto grossi problemi, volevano licenziarlo perché non voleva chiudere gli occhi di fronte a forme di malcostume molto radicate. Poi ha cambiato lavoro ed è stato meglio. Il nuovo lavoro lo impegnava di più ma era pagato meglio. Per un certo periodo (due o tre mesi) ho pensato che Fulvio si fosse trovato un ragazzo, perché stava molto tempo fuori casa, ero preoccupato ma non avevo il coraggio di chiedergli nulla, lo vedevo stanchissimo, stressato, quasi fisicamente distrutto dal lavoro.

A un certo punto ho pensato che avesse veramente problemi gravi perché stava a casa solo la notte e per pochissime ore, e allora non ce l’ho fatta più e gli ho chiesto che cosa avesse. Mi ha guardato, ha meditato un momento e poi mi ha detto: “È giusto che tu lo sappia: io ho un ragazzo, se vuoi faccio le valigie oggi stesso e me ne vado.” Io l’ho fermato e gli ho detto: “Ok, hai un ragazzo, ma perché sei così stressato?” E mi ha risposto: “Perché Claudio ha problemi enormi e stiamo cercando di risolverli, io lavoro dalla mattina alla sera, faccio i turni doppi e non riesco a vederlo quasi mai…” È così che mi ha parlato di Claudio, “un ragazzo che la famiglia ha rifiutato e che sta uscendo da brutti giri, che è scappato dalla sua città perché aveva proprio paura dei delinquenti che lo costringevano a … beh, hai capito …”

Mi ha detto che Claudio aveva un posto letto in affitto e che non lavorava perché fisicamente era conciato molto male. Gli ho detto: “Ma portalo qui! Ci stringiamo un po’ e ci entriamo tutti e tre, poi vediamo che cosa si può fare.” Mi ha guardato strano, poi ha detto: “Ti rendi bene conto di quello che stai dicendo?” Gli ho risposto: “Forse no, ma non perdiamo tempo, andiamolo a prendere.” Claudio era veramente messo male: pelle o ossa, due ore dopo era a casa con Fulvio. Ho ceduto a loro la mia stanza che aveva un letto doppio e io mi sono spostato nella stanzetta, loro non volevano, ma li ho costretti. Il pomeriggio stesso abbiamo portato Claudio da un medico molto bravo che gli ha prescritto una serie di esami e che ci ha spiegato come fare per far prendere in carico Claudio dal servizio sanitario della nostra regione, dato che lui viene da un’altra. Ovviamente Claudio ha fatto anche il test HIV e siccome non aveva avuto rapporti sessuali ormai da parecchio tempo, era trascorso anche il periodo finestra. L’esame ha dato esisto negativo e ci siamo tranquillizzati, dopo pochi giorni abbiamo avuto in mano tutti i risultati clinici. In pratica Claudio si portava appresso gli esiti di una broncopolmonite non curata e il recupero pieno avrebbe richiesto tempo. Tutto il resto era in ordine. Claudio aveva allora 23 anni, era molto alto ma aveva già la schiena curva ed era magrissimo. Ci siamo presi cura di lui e lo abbiamo visto lentamente rifiorire. Fulvio ne era innamorato pazzo e vederli insieme mi faceva una tenerezza immensa, con me erano assolutamente naturali e disinvolti. Certe volte vedevamo la televisione insieme, io in poltrona e loro accoccolati insieme sul divano. Io che in teoria avrei dovuto essere geloso, mi sentivo felice di vederli così.

Sono passati ormai quasi 5 anni. Viviamo ancora insieme, ormai siamo una famiglia, loro sono una coppia molto tenera e molto vera, io non so che cosa sono, all’inizio ero un po’ una tata, adesso sono “solo” un amico vero che a loro vuole bene. Adesso anche Claudio lavora e dividiamo tutte le spese, me l’hanno posto come condizione inderogabile per continuare a stare insieme. Il mio è certamente uno strano modo di essere gay eppure non ci rinuncerei per nulla al mondo: la loro felicità è la mia felicità!

Devo aggiungere ancora un’altra cosa che mi sembra molto importante. Un giorno mi sono trovato a casa dei miei genitori, ho preso il coraggio a due mani e ho raccontato loro tutta la storia. Non sapevo come l’avrebbero presa. Mio padre mi ha guardato fisso negli occhi, poi si è alzato in piedi, mi ha detto: “Vieni qua!” e mi ha abbracciato stretto, poi ha scambiato un’occhiata di intesa con mamma e mi ha detto: “Domenica venite a pranzo da noi!” Non ci sono stati altri commenti di nessun genere. La domenica, quando Fulvio e Claudio sono venuti a casa, te lo dico quasi con le lacrime agli occhi, i miei erano proprio felici come due ragazzini e Fulvio e Claudio sono stati benissimo. Adesso ogni tanto mamma passa a casa mia, mette a posto le cose e ci porta qualcosa di già cucinato da mangiare. Fulvio e Claudio hanno un bellissimo rapporto coi miei genitori, in pratica siamo una famiglia allargata.

Questo è tutto, Project, ovviamente puoi mettere la mail dove credi meglio perché non ci sono elementi identificabili e i nomi sono stati cambiati. Fulvio e Claudio ti salutano, anche loro hanno sentito parlare di te!

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AMORE GEMELLO: LETTURA GAY DI UNA NOVELLA DI BAYARD TAYLOR

Un paio di giorni fa ho ripreso la traduzione di “Giuseppe e il suo amico”, un Romanzo di Bayard Taylor considerato il primo romanzo gay americano, pubblicato nel 1870. Ovviamente quel romanzo non parla mai in modo esplicito di omosessualità, cosa sostanzialmente impossibile all’epoca e tanto più per un autore di notevole fama come Taylor, ma Taylor, che, anche se si sposò due volte, era omosessuale e ha lasciato un epistolario che non lascia dubbi in proposito, nel suo romanzo ha riprodotto atmosfere e momenti che sono così tipicamente gay che un lettore gay non può non riconoscerle, come avviene quando un lettore gay legge certe pagine Thomas Mann. Leggendo qua e là tra le opere di Taylor ne ho trovata una “Twin-Love” (1871) che a me è piaciuta molto e che ho tradotto per voi. Il testo presenta però molte volute ambiguità che si basano sul fatto che il pronome you è sia singolare che plurale. Il nucleo della storia è costruito sulla inseparabilità di due gemelli, David e Jonathan (i nomi non sono affatto casuali, ma si riferiscono al rapporto tra il futuro Re Davide e Jonathan figlio del Re Samuele. Davide, dopo la morte di Jonathan, dirà di Jonathan: “Ti ho amato più di come si ama una donna!” Il Jonathan di Taylor si sposerà ma questo porterà ad una separazione dal fratello dolorosa ma non definitiva. Molti dialoghi e molte situazioni ricalcano esattamente il rapporto di due amanti omosessuali che sono insperabili e il trauma che segue al matrimonio di uno dei due. Ciò che rende “Amore gemello” più bello di “Giuseppe e il suo amico” è la presenza di Ruth la moglie di Jonathan che in realtà ama entrambi i fratelli allo stesso modo, cosa che non dà adito a facili colpi di scena alla maniera di Plauto ma è trattata con estrema finezza psicologica Il personaggio femminile di Ruth demolisce il mito della coppia etero e tende a legittimare una unione a tre, almeno a livello affettivo, mentre in “Giuseppe e il suo amico” il personaggio femminile di Julia, che domina gran parte del romanzo, è tratteggiato in un modo che lascia trasparire più di qualche vena di misoginia, anche se Julia appartiene ad una classe sociale alta che è il vero obiettivo delle critiche di Taylor.
Vi lascio ora alla lettura del testo. La traduzione è letterale e un po’ rudimentale, ma modificarla comporta il rischio di una certa riscrittura della narrazione, cosa che ho voluto evitare. Ovviamente aspetto i vostri pareri.
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AMORE GEMELLO

Quando John Vincent, dopo aver aspettato dodici anni, sposò Phebe Etheridge, l’intero quartiere sperimentò quel senso di sollievo e di soddisfazione che segue il trionfo del bene.

Non che il fatto di un vero amore sia mai generalmente riconosciuto e rispettato quando viene scoperto per la prima volta; poiché nella natura umana americana esiste una qualità perversa che non accetterà l’esistenza di alcuna passione fine e altruistica, finché non sarà stata attestata e stabilita oltre ogni possibile dubbio.

Ci furono due punti di vista diversi sulla questione quando l’amore di John Vincent per Phebe e la dura proibizione del matrimonio da parte del vecchio Reuben Etheridge divennero noti per la prima volta alla comunità.

Le ragazze, i ragazzi e alcune delle matrone si schierarono subito al fianco degli innamorati, ma la grande maggioranza degli uomini più anziani e alcuni dei giovani sostenevano il padre tirannico.

Reuben Etheridge era ricco e, oltre a ciò che sua figlia avrebbe ereditato naturalmente da lui, lei possedeva già più del suo amante al momento del fidanzamento. Questo, agli occhi di un gruppo, era una ragione sufficiente per l’ostilità del padre.

Quando le nature basse vivono (come quasi invariabilmente fanno) interamente nel presente, non ricevono tenerezza dal passato né avvertono le possibilità del futuro. Sono gli uomini e le donne eccezionali che ricordano la loro giovinezza.
E quindi, questi innamorati ricevettero una quantità quasi uguale di simpatia e condanna; e solo lentamente, in parte attraverso la loro calma fedeltà e pazienza, e in parte attraverso il miglioramento delle circostanze mondane di John Vincent, l’equilibrio cambiò. Il vecchio Reuben rimase un despota implacabile fino all’ultimo: se qualche dolcezza arrendevole toccava il suo cuore, la nascondeva severamente; e una tale deduzione si può trarre dal fatto che lui, certamente sapendo cosa sarebbe accaduto dopo la sua morte, lasciò in eredità a sua figlia la quota di beni che le spettava, ed era tutto ciò che poteva essere considerato una forma di consenso.

Si sposarono: John, un uomo grave di mezza età, esposto alle intemperie e logorato da anni di duro lavoro e abnegazione, ma non ancora oltre il recupero di una seconda giovinezza più mite; e Phebe una donna triste e stanca, il calore del cui desiderio era esaurito e dalla quale la gioventù e le sue capitolazioni inimmaginabili di speranza e sentimento si erano allontanate per sempre.

Cominciarono la loro vita matrimoniale sotto l’ombra della morte dalla quale esso derivava; e quando, dopo una cerimonia in cui né la damigella d’onore né il l’amico più caro stavano al loro fianco, unirono le loro case divise, sembrava ai loro vicini che un marito e una moglie separati si fossero riuniti di nuovo, non che la relazione fosse nuova per entrambi.

John Vincent amava sua moglie con la tenerezza di un uomo innocente, ma tutta la sua tenerezza non poteva bastare a sollevare il peso della solita malinconia che si era accumulata su di lei. Delusione, attesa, desiderio, indulgenza nel lungo lamento e autocommiserazione, la coltivazione morbosa di fantasie infelici, tutto questo aveva fatto il suo lavoro su di lei, ed era troppo tardi per pensare ad una cura.

Nella notte lei si svegliava piangendo al fianco di lui, a causa degli anni in cui si era svegliata per piangere da sola; di giorno lei manteneva la sua vecchia abitudine di abbandonarsi ai presentimenti, anche se la sera confutava costantemente i pensieri del mattino; e c’erano momenti in cui, senza alcuna causa apparente, cadeva in uno stato d’animo cupo e disperato, che la più grande cura e abilità del marito poteva solo lentamente dissipare.

Passarono due o tre anni e una nuova vita arrivò alla fattoria Vincent. Un giorno, tra mezzanotte e l’alba, la coppia di famiglia fu raddoppiata; nella casa silenziosa si udì il grido di due gemelli. Il padre tenne a freno la sua felice meraviglia perché era preoccupato dal fatto che la vita della madre fosse in pericolo; immaginava che lei avesse previsto la morte, e ora era appesa a un filo così leggero che la semplice volontà di lei sarebbe bastata a spezzarlo.

Ma la sua volontà, fortunatamente, era debole quanto la sua coscienza; si allontanò gradualmente dal pericolo, accettando il ritornare delle forze con una passiva acquiescenza piuttosto che con gioia.

Era appena più pallida del suo solito, ma l’ombra in agguato sembrava svanita dai suoi occhi, e John Vincent sentiva che i suoi lineamenti avevano assunto una nuova espressione, il timbro vagamente percettibile di qualche cambiamento spirituale.

Fu un giorno felice per lui quando, appoggiati al petto e tenuti dolcemente dal suo braccio caldo e forte, i due gemelli furono portati a lei per la prima volta perché li tenesse in grembo. Due creature stralunate, dalla faccia scura, con pugni e piedi irrequieti, erano simili in ogni aspetto della loro grottesca animalità. Phebe mise una mano sotto la testa di ciascuno, e li guardò a lungo in silenzio.

“Perché questo?” disse infine afferrando uno stretto nastro rosa, che era legato al polso di uno dei due. “È il più anziano, certo,” rispose l’infermiera. “Solo una quindicina di minuti circa, ma in genere fa la differenza quando ai gemelli si deve dare il nome, e puoi vedere con i tuoi occhi che non c’è altro modo di distinguerli.”
“Togli il nastro, allora,” disse Phebe, in modo tranquillo; “Io li riconosco.”

“Perché, signora? Si è sempre fatto, quando sono così simili! E non sarò mai in grado di dire chi sia chi; perché dormono, si svegliano e si alimentano con gli stessi orari. E si potrebbe sbagliare, dopo tutto, nel chiamarli per nome …”

“Non c’è nessuno più vecchio o più giovane, John; sono due eppure sono uno solo, mio e tuo.”

“Non vedo alcuna differenza, Phebe”, disse John; “e come possiamo dividerli?” “Non li divideremo”, rispose lei; “Io penso che sia un segno.” Lei sorrise, per la prima volta in molti giorni: lui era contento di cuore, ma non la capì. “Come li chiameremo?” Chiese. “Elias e Reuben, come i nostri padri?”

“No, John: i loro nomi devono essere David e Jonathan.” E così li chiamarono. E crebbero, non meno ma più simili, passando attraverso le fasi della prima infanzia. Il nastro del primo nato era stato rimosso, e l’infermiera sarebbe stata distratta, se non fosse stato per l’istinto quasi miracoloso di Phebe. La prima si consolò con la speranza che la dentizione portasse una variazione alle due bocche identiche, ma no! Misero denti come se fossero stati un bambino solo. John, dopo dei tentativi disperati, che fallirono sempre nonostante i mal di testa che gli procuravano, rinviò l’idea di distinguere l’uno dall’altro, fino a quando non fossero stati sufficientemente grandi da sviluppare qualche dissimiglianza nel parlare, nel camminare o nelle abitudini. Tutti i problemi potevano essere evitati, se Phebe avesse acconsentito alla minima diversità nei loro vestiti; ma su questo lei fu dolcemente irremovibile.

“Non ancora”, fu la sua risposta a suo marito; e un giorno, quando lui manifestò un po’ di fastidio per la sua resistenza, si voltò verso di lui, tenendo un bambino su ogni ginocchio, e disse con una gravità che lo zittì da allora in poi: “John, non vedi che il nostro fardello è passato dentro di loro?” Non c’è alcun significato in questo, – che due bambini che sono uno solo in corpo e volto e natura, ci siano stati dati nel nostro tempo di vita, dopo una lunga delusione e tante difficoltà?

Le nostre vite sono state tenute separate, le loro erano unite prima nascessero e non oso orientarli in direzioni diverse, forse non so tutto ciò che il Signore intendeva dirci, nel mandarli, ma la sua mano qui c’è!” “Stavo solo pensando al loro bene” John rispose docilmente. “Se il loro destino è di crescere, ci deve essere un modo di riconoscerli l’uno dall’altro.”

“Non ne avranno bisogno, e anch’io penso solo a loro. Hanno preso la croce dal mio cuore, e io non distenderò nessuno sulla loro croce, mi sono riconciliata con la mia vita per mezzo di loro, John, sei stato molto paziente e buono con me, e ti cederò in tutte le cose tranne che in questo. Non credo che vivrò fino a vederli uomini adulti, eppure, mentre siamo insieme, sento chiaramente che cosa è giusto fare. Non puoi, solo una volta, avere un po’ di fede senza conoscenza, John?” “Ci proverò, Phebe”, disse. “Ad ogni modo, credo che i ragazzi appartengono a te più che a me.”

Il personaggio di Phebe Vincent era davvero cambiato. I suoi attacchi di sconforto semi-isterico non tornarono più; le sue cupe profezie cessarono. Era sempre seria e il disagio di tanti anni non svaniva mai completamente dalla sua faccia; ma lei almeno eseguiva ogni dovere della sua vita con una volontà tranquilla, e la sua casa divenne la dimora della pace; perché la contentezza passiva dura più a lungo della felicità espansiva.

David e Jonathan crebbero come un solo ragazzo: il gusto e il temperamento di uno si ripetevano nell’altro, anche come voce e caratteristiche. Dormendo o svegliandosi, addolorati o gioiosi, nello star bene o male, vivevano una sola vita, e sembrava così naturale per uno rispondere al nome dell’altro, che probabilmente avrebbero confuso le loro stesse identità, se non fosse stato per l’infallibile capacità di riconoscerli della madre.

Forse guidati inconsciamente da lei, forse attraverso l’azione volontaria della loro stessa natura, ognuno prendeva tranquillamente il posto dell’altro quando veniva chiamato, anche condividendo lodi o biasimo a scuola, e amicizie e liti sul campo di gioco. Erano ragazzi sani e felici, e John Vincent era solito dire ai suoi vicini: “Non creano più problemi di uno solo, eppure sono quattro mani anziché due”.

Phebe morì quando avevano quattordici anni, dicendo a loro, con quasi il suo ultimo respiro, “Siate uno, sempre!” Prima che suo marito potesse decidere se cambiare il suo piano di educazione domestica, stavano uscendo dall’infanzia, stavano cambiando voce, statura e carattere con una somiglianza continua che lo disorientava e quasi terrorizzava. Si procurò indumenti di diversi colori, ma erano abituati a indossare ogni articolo in comune, e il risultato era solo un misto di tinte per entrambi. Furono inviati in scuole diverse, per essere poi rimandati indietro il giorno seguente, ugualmente pallidi, sofferenti e incapaci di studiare.

Qualunque strumento fosse adoperato, lo sfuggivano con un istinto reciproco che rese inutili tutte le misure esterne.

Per John Vincent la loro somiglianza era una disgrazia accidentale, che era stata confermata dalla fantasia della madre. Sentiva che loro erano legati da un vincolo profondo e misterioso, che, in quanto avrebbe potuto interferire con tutti gli aspetti pratici della vita, avrebbe dovuto essere gradualmente indebolito.

Due corpi, per lui, implicavano due uomini distinti, ed era sbagliato permettere una dipendenza reciproca che impediva l’esercizio sia di una propria volontà separata che di una propria separata capacità di giudizio.

Ma, mentre stava pianificando e meditando, i ragazzi divennero giovani uomini, e lui era un vecchio. Vecchio e fiaccato prematuramente; poiché aveva lavorato molto, sopportato molto, e la sua grande corporatura conteneva solo una quantità moderata di forza vitale. Una grande stanchezza cadde su di lui, e le sue forze cominciarono a cedere, all’inizio lentamente, ma poi con un accelerato venir meno. Vide la fine arrivare, molto prima che i suoi figli lo sospettassero; il suo dubbio, per il loro bene, era l’unica cosa che gliela rendeva sgradita. Era “nella sua mente” (come direbbero i suoi vicini quaccheri) l’idea che avrebbe dovuto parlare con loro del futuro, e alla fine arrivò il momento giusto.

Era una tempestosa sera di novembre. Il vento e la pioggia turbinavano girando tra gli alberi all’esterno, ma il salotto della vecchia fattoria era luminoso e caldo. David e Jonathan, al tavolo, con le braccia sulle spalle e le ciocche brune mescolate insieme, leggevano lo stesso libro: il loro padre sedeva sull’antica sedia a dondolo davanti al fuoco, con i piedi su uno sgabello. La governante e l’uomo assoldato erano andati a letto e tutti erano in casa. John attese fino a quando non sentì il volume chiudersi e poi parlò.

“Ragazzi”, disse, “lasciatemi parlare un po’ con voi, non sembra che io non stia superando i miei malanni nel modo giusto, – non succederà mai, forse. Un uomo deve pensare alle cose mentre c’è tempo, e dirle quando devono essere dette. Non so perché sento una particolare necessità di fare presto nel mio caso, solo che non possiamo mai dirlo, da un giorno all’altro. Quando morirò tutto apparterrà a voi due, dividete e dividete in modo equo, sia per acquistare un’altra fattoria con i soldi ricavati, sia per dividere questa casa: non vi vincolerò in nessun modo, ma voi due avrete bisogno di due fattorie per due famiglie; perché non dovrete aspettare dodici anni, come vostra madre e me.

“Non vogliamo un’altra fattoria, padre!” dissero David e Jonathan insieme. “So che non la pensate così, ora. Una moglie mi sembrava abbastanza lontana da me, quando avevo la vostra età. Voi siete sempre stati contenti di stare l’uno con l’altro, ma questo non può durare. Era in parte l’idea di vostra madre; ricordo che disse che il nostro fardello era passato dentro di voi. Non ho mai capito bene che cosa intendesse, ma suppongo che debba piuttosto essere l’opposto di quello che abbiamo dovuto sopportare noi.”

I gemelli ascoltarono con attenzione senza fiatare mentre il loro padre, improvvisamente commosso dal passato, raccontò loro la storia del suo lungo fidanzamento. “E ora”, esclamò in conclusione, “potrebbe essere come mettere idee selvagge nelle vostre due teste, ma devo dirlo! Era lì che ho sbagliato, – sbagliato con lei e con me, – nell’aspettare! Non avevo il diritto di rovinare il meglio delle nostre vite; avrei dovuto andare audacemente, in pieno giorno, a casa di suo padre, prenderla per mano e condurla a diventare mia moglie. Ragazzi, se uno di voi arriverà ad amare veramente una donna, e lei ad amarlo, e non c’è ragione per cui Dio (non dico un uomo) dovrebbe separarvi, fate come avrei dovuto fare io, non come io ho fatto! E, forse, questo consiglio è la migliore eredità che posso lasciarvi.”

“Ma, padre”, disse David, parlando per entrambi, “non abbiamo mai pensato di sposarci.” “È abbastanza comprensibile”, rispose il padre, “quasi mai pensiamo a quello che sicuramente succederà. Ma per me, guardando indietro, è una cosa ovvia. E questo è il motivo per cui voglio che voi mi facciate una promessa, e solenne come se fossi sul mio letto di morte. Forse ci sarò presto”. Le lacrime si concentrarono negli occhi dei gemelli. “Che cosa c’è, padre?” Dissero entrambi. “Sarebbe una cosa da nulla per qualsiasi altra coppia di ragazzi, ma non so come la prendere. E se vi chiedessi di vivere separati per un po’?” “O padre! gridarono insieme, con la guancia che premeva la guancia e la mano che stringeva la mano, mentre diventava bianca e tremante, John Vincent, guardando nel fuoco, non vedeva i loro volti, o il suo proposito avrebbe vacillato.

“Non dico ora”, continuò. “Tra un po’, quando … beh, quando sarò morto. E intendo solo un inizio, per aiutarvi verso ciò che deve succedere. Solo un mese; non voglio sembrarvi duro; ma questo è poco, in tutta coscienza. Datemi la vostra parola: rispondete: “Per amore di vostra madre!” Ci fu una lunga pausa, poi David e Jonathan dissero, con voce bassa e vacillante, “Per amore di nostra madre madre, lo prometto.” “Ricordatevi che eravate solo ragazzi per lei. Lei avrebbe potuto far sembrare tutto questo più semplice, perché le donne hanno ragioni per cose a cui nessun uomo può dare risposta. Ricordatevi, entro un anno dopo che me ne sarò andato!” Si alzò e uscì barcollando dalla stanza.

I gemelli si guardarono l’un l’altro: David disse: “Dobbiamo?” E Jonathan, “Come possiamo?” Allora entrambi pensarono: “Potrebbe volerci ancora un bel po’”. In questo trovavano un conforto nel presente, e ciascuno sembrava tenersi saldamente questa idea tenendo strettamente la mano dell’altro, mentre si addormentavano fianco a fianco. La prova era più vicina di quanto loro immaginavano: il loro padre morì prima che l’inverno fosse finito, la fattoria e le altre proprietà passarono a loro, e avrebbero potuto permettere alla vita di risolvere i suoi misteri mentre andava avanti, se non fosse stato per la loro promessa al morto. Quella promessa doveva essere compiuta e poi una cosa era certa: non si sarebbero mai più separati.

“Prima è, meglio è”, disse David. “Sarà la visita a nostro zio e ai cugini dell’Indiana, tu verrai con me fino ad Harrisburg, potrebbe essere più facile separarci lì che qui. E i nostri nuovi vicini, i Bradley, vorranno il tuo aiuto per un giorno o due, dopo che sarai tornato a casa.”

“È meno della morte”, rispose Jonathan, “e perché dovrebbe sembrare di più? Dobbiamo pensare a nostro padre e nostra madre e a tutti quei dodici anni; ora so qual era il fardello.” “E non ce ne siamo mai caricati nemmeno una parte! Nostro padre doveva aver ragione nel costringerci a promettere.”

Ogni giorno la discussione riprendeva, e sempre con la stessa conclusione. La familiarità con l’inevitabile passo diede loro un po’ più di coraggio, tuttavia, quando il momento arrivò e passò, quando, accelerando su treni che andavano in direzioni opposte, le colline e le valli si moltiplicavano tra di loro con terribile velocità, una fitta come la morte spaccò cuore di ciascuno di loro, e la vita divisa diventò un sogno gelido e opprimente.

Durante la separazione non si scambiarono lettere. Quando i vicini chiedevano a Jonathan notizie di suo fratello, lui rispondeva sempre: “Sta bene”, e evitava ulteriori discorsi con tale evidenza di dolore che preferivano risparmiarglielo. Un’ora prima che il mese si concludesse, si incamminò da solo, prendendo la strada per la stazione ferroviaria più vicina. Uno sconosciuto che lo superò all’ingresso di un fitto bosco, a tre miglia da casa, rimase sconvolto dall’avere incontrato la stessa persona poco dopo essere entrato nel bosco dall’altra parte; ma i contadini nei campi vicini videro due figure uscire dall’ombra, mano nella mano.

Ciascuno dei due venne a sapere come l’altro aveva trascorso il mese, prima che dormissero, e l’ultima cosa che Jonathan disse, con la testa sulla spalla di David, fu: “Devi conoscere i nostri vicini, i Bradley e soprattutto Ruth.” Al mattino, mentre si vestivano, prendendo gli abiti a caso, come di consueto, Jonathan di nuovo disse: “Non ho mai visto una ragazza che mi piaccia così tanto come Ruth Bradley. Ti ricordi che cosa ci ha detto nostro padre sull’amare e lo sposarsi? Mi viene in mente ogni volta che vedo Ruth; ma lei non ha una sorella.” “Ma non c’è bisogno che ci sposiamo entrambi”, replicò David, “questo potrebbe dividerci, ma non succederà. È per sempre, adesso.” “Per sempre, David.”

Due o tre giorni dopo Jonathan disse, mentre iniziava una commissione al villaggio: “Mi fermerò dai Bradley questa sera, quindi devi venire e devi incontrarmi lì.”

Quando David si avvicinò alla casa, una figura snella, da ragazza, con la schiena rivolta verso di lui, stava chinandosi su un cespuglio di grandi rose cremisi, tagliando cautamente un fiore qua e là. Allo scatto del chiavistello, cominciò a girarsi verso di lui. Il suo leggero cappellino di percalle, che ricadeva all’indietro, rivelò un lungo viso ovale, biondo e delicato, occhi marroni dolci e capelli castani ricadenti sulle tempie. Una morbida vampata le si accese all’improvviso sulle guance, e lui sentì che anche le sue bruciavano. “O Jonathan!” Esclamò, trasferendo le rose alla sua mano sinistra e porgendo la destra, mentre si faceva avanti. Era troppo abituato al nome per riconoscere immediatamente l’errore di lei, “Ruth!” Gli venne naturalmente alle labbra. “Dovrei capire che tuo fratello David è venuto”, disse poi; “anche se non ne avessi avuto notizia, sei così raggiante, come sono felice!” “Non è qui?” Chiese David. “No, ma eccolo lì, sicuramente!” Si voltò verso il viale, dove Jonathan stava scendendo da cavallo. “Ma sei di nuovo tu, Jonathan!”

Mentre si avvicinavano, i gemelli si scambiarono uno sguardo, e un trasferimento segreto della frusta da sella a David chiarì la loro identità agli occhi di Ruth, i cui modi nei confronti di quest’ultimo fi fecero innocentemente più timidi pur nella loro cordialità, mentre il suo discorso franco e familiare era rivolto a Jonathan, come era giusto. Ma anche David prese Ruth con sé, e quando se ne andarono, Ruth aveva apparentemente dimenticato che c’era una differenza nella durata della loro conoscenza. Mentre facevano la strada verso casa David disse: “Papà aveva ragione, noi dobbiamo sposarci, come gli altri, e Ruth è la moglie per noi, intendo per te, Jonathan, sì, dobbiamo imparare a dire mio e tuo, dopo tutto, quando parliamo di lei.” “Perfino lei non può separarci, a quanto pare”, rispose Jonathan. “Dobbiamo darle qualche segno, e questo sarà anche un segno per gli altri: sembrerà strano dividerci, non potremo mai impararlo correttamente a fare una cosa simile, piuttosto non pensiamo al matrimonio!”

“Non possiamo fare a meno di pensarci; ora lei è nel ruolo di nostra madre, come noi siamo nel ruolo di nostro padre.” Poi entrambi divennero silenziosi e pensierosi. Sentivano che qualcosa minacciava di disturbare quella che sembrava essere l’unica vita possibile per loro, ma non erano in grado di distinguerne le caratteristiche, e quindi erano impotente a resistergli. Lo stesso istinto che era nato dalla loro meravigliosa somiglianza spirituale disse loro che Ruth Bradley amava già Jonathan: il dovere era stabilito, e loro dovevano conformare le loro vite ad esso. C’era, tuttavia, questa leggera differenza tra le loro nature, che David era generalmente il primo a esprimere il pensiero che veniva in mente ad entrambi. Così quando disse: “Impareremo cosa fare quando ce ne sarà bisogno.” era un rimandare ogni presagio.

Andavano alla deriva soddisfatti verso il cambiamento imminente. I giorni passarono e le loro visite a Ruth Bradley continuarono, a volte Jonathan andò da solo, ma erano di solito insieme, e il legame che univa il tre divenne più caro e dolce perché sviluppato in stretta vicinanza, e Ruth imparò a distinguere tra i due quando erano di fronte a lei: almeno lo disse, ed loro erano disposti a crederci. Ma lei non era a conoscenza di quanto simile fosse il felice calore nel suo seno prodotto da entrambe le coppie di occhi grigio scuro e dal dolce mezzo sorriso che giocava intorno a entrambe le bocche, a loro sembrava che lei fosse attratta dal circolo mistico che li separava dagli altri, – lei sola, e loro non pensavano più ad una vita in cui lei non avrebbe dovuto condividere.

Poi il passo inevitabile fu fatto, Jonathan dichiarò il suo amore e fu esaudito. Ahimè! Quasi dimenticò David quella sera di fine estate, mentre sedevano al chiaro di luna, e più e più volte si davano assicurazioni reciproche di quanto ormai si volevano bene. Percepì il disagio nel cuore di David quando si incontrarono. “Ruth è nostra, e io ti porto il suo bacio”, disse, stringendo le labbra a quelle di David; ma le braccia intorno a lui tremavano, e David sussurrò: “Ora inizia il cambiamento”. “Oh, questo non può essere il nostro fardello!” Gridò Jonathan, con tutto il senso dell’estasi ancora caldo nel suo cuore. “Se lo è, sarà leggero o pesante o del tutto assente, secondo come lo sopporteremo”, rispose David, con un sorriso di tenerezza infinita. Per diversi giorni permise a Jonathan di visitare da solo la fattoria di Bradley, dicendo che doveva essere così, per il bene di Ruth. Il suo amore, dichiarò, doveva darle il buon istinto che solo la loro madre aveva mai posseduto, e lui doveva lasciargli il tempo di consolidarsi. Jonathan, tuttavia, insisteva nel dire che Ruth lo possedeva già; che stava cominciando a farsi domande sulla sua assenza e a temere che lei non sarebbe stata del tutto benvenuta in quella casa, che doveva sempre essere egualmente sua. David cedette subito. “Devi andare da solo”, disse Jonathan, “per convincerti che lei finalmente ci conosce.”

Ruth uscì dalla casa mentre lui si avvicinava. Aveva un volto raggiante: gli posò le mani sulle spalle e lo baciò. “Ora non puoi dubitare di me, Ruth!” Disse, gentilmente. “Dubitare di te, Jonathan?” Esclamò, con un affettuoso rimprovero nei suoi occhi. “Ma tu sembri turbato, c’è qualche problema?” “Stavo pensando a mio fratello”, disse David, in tono basso. “Dimmi cos’è,” disse lei, trascinandolo nel piccolo pergolato di caprifoglio vicino al cancello. Presero posto, fianco a fianco, sulla panchina rustica. “Lui pensa che potrei intromettermi tra voi: non è vero?” chiese lei. Solo una cosa era chiara alla mente di David, cioè che lei avrebbe sicuramente parlato più francamente e liberamente di lui al presunto Jonathan che al suo vero io. Questo una volta avrebbe permesso l’illusione. “Non più di quanto deve essere”, rispose. “Lui sapeva tutto, sin dall’inizio, ma siamo stati come una persona in due corpi, e ogni cambiamento sembra dividerci”. “Lo sento come lo senti tu”, disse Ruth, “non avrei mai acconsentito a essere vostra moglie, se potessi davvero dividervi, vi amo troppo per questo.” “Mi ami?” Chiese, dimenticando completamente il suo ruolo di sostituto. Di nuovo lo sguardo di rimprovero, che svanì quando lei incontrò i suoi occhi. Si gettò sul suo petto e gli diede baci ai quali fu risposto con uguale tenerezza. All’improvviso lui si coprì la faccia con le mani e scoppiò in un fiotto di lacrime: “Jonathan! O Jonathan!” Gridò lei, piangendo di allarme e affettuoso dolore. Passò molto tempo prima che lui potesse parlare; ma alla fine, voltando la testa, balbettò: “Io sono David!”

Ci fu un lungo silenzio. Quando alzò lo sguardo era seduta con le mani rigidamente strette in grembo: il suo viso era molto pallido. “Ecco, Ruth,” disse; “noi siamo un cuore e un’anima sola, potrebbe amare lui e non io? Non puoi decidere tra di noi, perché l’uno è l’altro.” Se ti avessi conosciuta prima, Jonathan sarebbe ora al mio posto. Che cosa ne segue, allora?” “Nessun matrimonio”, sussurrò lei. “No!” Rispose lui; “noi fratelli dobbiamo imparare ad essere due uomini invece di uno: in parte tu prenderai il mio posto con Jonathan, io devo vivere con metà della mia vita, a meno che non riesca a trovare, da qualche parte nel mondo, l’altra metà di te.” “Non posso separarvi David!” “Qualcosa di più forte di te o di me ci divide, Ruth. Se fosse la morte, dovremmo inchinarci alla volontà di Dio: beh, non può essere più lontano della morte o del giudizio. Non dire altro: lo schema di tutto ciò è stato tracciato molto tempo prima che nascessimo, e non possiamo fare altro che elaborarlo.”

“Si alzò e le si parò davanti. “Ricorda questo, Ruth,” disse; “Non c’è colpa in noi se ci amiamo l’un l’altro, Jonathan vedrà la verità sul mio viso quando ci incontreremo, e io parlo anche per lui. Non mi vedrete più fino al giorno del vostro matrimonio, e poi non più in seguito – ma sì! una volta, in un tempo lontano, quando mi riconoscerai come David, e mi darai ancora il bacio che hai dato oggi.” “Ah, dopo la morte!” pensò lei: “Li ho separati per sempre”. Stava per alzarsi, ma cadde sul sedile di nuovo, uno svenimento. Nello stesso momento Jonathan apparve al fianco di David. Nessuna parola fu detta. La spinsero un po’ in avanti e la sostennero tra di loro finché la brezza fresca non la riportò alla coscienza. Il primo sguardo di lei si posò sulle mani del fratello, che la stringevano; poi, guardando da uno all’altro, vide che le guance di entrambi erano bagnate. “Ora lasciatemi,” disse, “ma vieni domani, Jonathan!” Anche allora si voltò dall’uno all’altro con un’incertezza dolorosa e toccante e allungò le mani verso di loro in un addio.

Come quel povero cuore gemello lottava con se stesso è noto solo a Dio. Tutte le voci umane e, come credevano, anche la Voce Divina, comandavano la divisione della loro vita intrecciata. La sottomissione sarebbe sembrata più facile, avrebbero potuto assumere oneri uguali e simili; ma David non fu in grado di negare che il suo carico fosse troppo pesante. Per la prima volta i loro pensieri cominciarono a divergere. Alla fine David disse: “Per l’amore di mia madre, Jonathan, facciamo come avevamo promesso, lei ti ha sempre chiamato suo figlio, e per l’amor di Ruth, e l’ultimo consiglio di nostro padre: tutti loro mi dicono quello che devo fare”. Era come la lotta tra volontà e desiderio nella stessa creatura, e comunque non meno feroce o prolungata per il fatto che la qualità più morbida lasciava presagire la sua resa definitiva. Molto tempo dopo aver sentito che il passo era inevitabile, Jonathan cercò di rimandarlo, ma fu portato da tutte le influenze combinate sempre più vicino al momento. E finalmente arrivò il giorno del matrimonio. David sarebbe dovuto uscire di casa la sera stessa, dopo la cena in famiglia sotto il tetto di suo padre. Al mattino disse a Jonathan: “Non scriverò fino a quando non sentirò che sono diventato diverso da adesso, ma sarò sempre qui, in te, come tu sarai in me, ovunque. Ogni volta che mi vuoi, lo saprò lo so, e penso che saprò quando tornare.”

I cuori di tutta la gente si rivolsero verso di loro mentre si trovavano insieme nella piccola chiesa del villaggio. Entrambi erano calmi, ma molto pallidi e astratti nella loro espressione, eppure la loro meravigliosa somiglianza era ancora immutata. Gli occhi di Ruth erano rivolti in basso, quindi non potevano essere visti; lei tremò visibilmente, e la sua voce era appena udibile quando pronunciò il voto. Si sapeva solo nel vicinato che David avrebbe fatto un altro viaggio. La verità non poteva essere indovinata da persone le cui idee seguivano lo stretto giro delle loro esperienze; se fosse successo, probabilmente ci sarebbe stata più condanna che simpatia. Ma in un modo vago si sentiva la presenza di qualche elemento più profondo: la caduta di un’ombra, anche se l’ala protesa era invisibile. Molto al di sopra di loro e al di sopra dell’ombra, li guardava l’Infinita Pietà, che non fu negata a tre cuori quel giorno.

Era passato molto tempo, più di un anno, e Ruth stava cullando il suo primo figlio in petto, prima che arrivasse una lettera da David. Aveva vagato verso ovest, aveva acquistato alcune terre sulla linea esterna dell’insediamento e sembrava stesse conducendo una vita selvaggia e solitaria. “Adesso so”, scrisse, “quanto c’è da sopportare e come sopportarlo. Strani uomini si frappongono tra noi, ma tu non sei lontano quando sono da solo su queste pianure: c’è un posto dove posso sempre incontrarti e so che lo hai trovato, sotto il grande frassino vicino al granaio Penso di essere quasi sempre lì intorno al tramonto e nelle notti di luna piena, perché allora siamo più vicini insieme, e non dormo mai senza lasciarti metà della mia coperta.

Quando comincio a svegliarmi, sento sempre il tuo respiro, quindi noi non siamo mai separati per molto tempo, non so se potrò cambiare molto, non è facile, è come decidere di avere occhi e capelli colorati, e non posso che scottarmi al sole e portare una folta barba. Ma non siamo poi così infelici come temevamo di essere: nostra madre mi è apparsa l’altra notte, in un sogno, e ci ha messo in ginocchio. O, vieni da me, Jonathan, ma per un giorno! No, non mi troverai! Sto attraversando le pianure!”

E Jonathan e Ruth? Si amavano teneramente, non avevano nessun problema esterno, la loro casa era pacifica e pura, eppure ogni stanza, ogni scala e ogni sedia era infestata da un fantasma doloroso. Come disse un vicino dopo aver fatto loro visita, “Sembrava esserci qualcosa di perduto.” Ruth vide quanto costantemente e in modo inconsapevole Jonathan si girasse per vedere il proprio sentimento riflesso negli occhi assenti, come la sua mano cercasse un altro, anche mentre i suoi compagni stringevano le sue mani, come parole semi-pronunciate, di giorno e di notte, morissero sulle sue labbra, perché non potevano raggiungere l’orecchio gemello, lei non sapeva come succedesse, ma la sua stessa natura prese su di sé la stessa abitudine. Si sentiva come se ricevesse meno amore di quello che lei dava, – non da Jonathan, nel cui cuore intero, caldo e trasparente, nessun’altra donna aveva mai guardato, ma qualcosa che faceva parte di lei andava al di là di lui e non ritornava più. per entrambi la loro vita era come una di quelle coppe da prestigiatore, apparentemente piene di vino rosso, che è trattenuto dalle dalla falsa cavità del cristallo e non può raggiungere le labbra.

Nessuno dei due parlava di questo, nessuno dei due aveva il coraggio di parlare. Gli anni trascorsero nella loro lenta lunghezza, con rari e brevi messaggi di David. In casa c’erano tre bambini, e ancora la pace e l’abbondanza ponevano le loro insegne sui suoi architravi.

Ma alla fine Ruth, che stava diventando sempre più magra e pallida fin dalla nascita del suo primo figlio, si ammalò gravemente. Aveva ereditato la tendenza alla consunzione che ora si manifestava in una forma che lasciava prevedere anche troppo chiaramente l’esito. Dopo che il medico se ne fu andato, lasciandosi alle spalle il suo verdetto fatale, lei chiamò Jonathan, che, sconcertato dal dolore, si lasciò cadere in ginocchio accanto al suo letto e singhiozzò sul suo seno. “Non ti affliggere”, disse lei; “questa è la mia parte di carico: se ho preso troppo da te e da David, ora arriva l’espiazione. Molte cose mi sono diventate chiare. David aveva ragione quando diceva che non c’era colpa, ma il mio tempo è pure meno di quello che il dottore pensa: dov’è David? Non puoi dirgli di venire?” “Posso solo chiamarlo con il cuore”, rispose. “E mi sentirà ora, dopo quasi sette anni?” “Chiama, allora!” Gridò lei con foga. “Chiama con tutta la forza del tuo amore per lui e per me, e credo che ti sentirà!” Il sole stava proprio tramontando. Jonathan andò al grande frassino, dietro la stalla, cadde sulle sue ginocchia e si coprì la faccia, e la sensazione di un violento e amaro pianto riempì il suo cuore. Tutto il desiderio represso e frustrato, la mancanza, la fame, il dolore incessante degli anni, gli caddero addosso e si fusero in un’unica preghiera: “Vieni, David, o io muoio!”

Prima che il crepuscolo svanisse, mentre era ancora in ginocchio gli arrivò un braccio sulla spalla e il lieve tocco di un’altra guancia sulla sua. Durò a stento per lo spazio di un pensiero, ma riconobbe il segno. “David arriverà!” Disse a Ruth. Da quel giorno tutto cambiò. La nuvola di morte in arrivo che pendeva dalla casa si trasformò in lana d’oro. Tutta la vita perduta tornò sul viso di Jonathan, tutta la dolcezza inesauribile di Ruth si illuminò in una serena beatitudine. Erano passati mesi da quando David si era fatto sentire; non sapevano come raggiungerlo senza molto ritardo; eppure nessuno dei due si sognava di dubitare della sua venuta.

Due settimane passarono, tre, e non ci fu né una parola né un segno. Jonathan e Ruth pensarono: “È vicino” e un giorno Jonathan fu preso da una singolare agitazione. Ruth lo vide, ma non disse nulla finché non venne la notte, quando dal suo capezzale invitò Jonathan ad andare, con le parole: “Vai e incontralo!” Un’ora dopo udì un doppio rumore di passi sul marciapiede di pietra di fronte alla casa. Arrivarono lentamente alla porta, che si aprì; li sentì lungo il corridoio e mentre salvano le scale; poi la lampada da camera le mostrò i due volti, brillanti di una sola gioia indicibile. Un fratello si fermò ai piedi del letto; l’altro si avvicinò e si chinò su di lei. Lei strinse le sue mani sottili intorno al suo collo, lo baciò affettuosamente e gridò: “Caro, caro David!” “Cara Ruth” disse lui, “sono venuto il più presto possibile, ero lontano, tra montagne selvagge, quando sentii che Jonathan mi stava chiamando, sapevo che dovevo tornare, per non lasciarvi mai più, e c’era ancora un po’ di lavoro da finire. Ora vivremo tutti di nuovo!” “Sì”, disse Jonathan, avvicinandosi a lei dall’altra parte, “prova a vivere, Ruth!” La sua voce divenne chiara, forte e piena di autorità. “Vivo come non ho mai vissuto, porterò tutta la vita con me quando andrò ad aspettare quell’unica anima, che io troverò lì! Il nostro amore unisce, non divide, da quest’ora!”

Le poche settimane che ancora le rimanevano furono un periodo di pace quasi sovrumana. Sbiadì lentamente e senza dolore, ricevendo l’amore uguale dei cuori gemelli e dando loro un’eguale tenerezza e gratitudine. Quindi, per prima cosa, vide il bisogno misterioso che li univa, la pienezza e la gioia con cui ciascuno si completava nell’altro. Tutto il passato imperfetto era illuminato, e la fine, anche quella ora così vicina, era molto buona.

Ogni pomeriggio la portavano su una sedia imbottita sulla veranda, dove poteva godersi la quiete del paesaggio assolato, la presenza dei fratelli seduti ai suoi piedi, e i giochi dei suoi figli sull’erba. Così, un giorno, mentre David e Jonathan le tenevano le mani e aspettavano che lei si svegliasse da un sonno felice, lei se ne andò davanti a loro, e, prima che indovinassero la verità, lei stava aspettando la loro unica anima nella terra sconosciuta.

E i figli di Jonathan, che ora stanno diventando uomini e donne, chiamano anche David “papà”. I segni lasciati dalle loro vite divise sono scomparsi da tempo dalle loro facce; ormai uomini di mezza età, i cui capelli stanno diventando grigi, camminano ancora mano nella mano, dormono ancora sullo stesso cuscino, hanno ancora il loro guardaroba comune, come quando erano ragazzi. Parlano della “nostra Ruth” senza tristezza, perché credono che la morte li farà diventare uno, quando, nello stesso momento, chiamerà entrambi. E noi che li conosciamo, a cui loro hanno confidato il commovente mistero della loro natura, lo crediamo anche noi.

Bayard Taylor.

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IMPARARE.

Qui mi è venuta dalla calma della Natura,
Da anni di gioia e tristezza sfumata,
Nascosta in ogni preghiera e salmo,
Una rivelazione di contenuto.
Una lezione da ogni uccello e fiore,
Dalla vita comune e dagli uomini comuni,
Per insegnare gli usi dell’ora,
L’armonia di “adesso” e “allora”.
Ha ordinato che il mio antico dolore cessasse,
E ha insegnato alle mie labbra ostinate a dire:
“Era mio amico, i miei anni aumentano,
Lui è morto prima che i suoi capelli fossero grigi.

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UNA COPPIA GAY CON UN AMICO SPECIALE

Ciao Project,

volevo raccontanti in breve la mia storia più recente, che è cominciata  in sordina ma che sta diventando la struttura portante della mia vita.

Ho 41 anni, quindi non sono più un ragazzo da un pezzo, ho avuto le mie storie, specialmente tra i 20 e i 30 anni, poi sotto il profilo sessuale sono entrato in una specie di limbo, mi sono dedicato soprattutto al lavoro e in pratica ho messo in stand by la mia vita affettiva-sessuale. Incontravo i miei amici, passavo le serate con loro e stavo bene ma l’idea di trovarmi un ragazzo l’avevo messa da parte. Il mio lavoro, che mi piace molto, mi coinvolgeva e occupava quasi tutto il mio tempo, il tempo rimasto lo dedicavo agli amici, questa condizione, diciamo così di sospensione della vita affettiva è andata avanti per diversi anni, direi quasi fino ai 38, poi ho incontrato Stefano, un ragazzo che ne aveva allora 25 anni, io ne avevo 39. Con Stefano è cominciato qualcosa di nuovo e di inaspettato, che all’inizio ho faticato molto a definire. Non era la classica storia d’amore, anche se lui è veramente un bel ragazzo. Lui ha la sua vita affettiva e sessuale, ha un ragazzo fisso e non lo lascerebbe certo per me. D’altra parte io non l’ho mai considerato come un possibile fidanzato e per la verità di fantasie sessuali su di lui ne ho avute ben poche, cioè è successo specialmente nei primissimi tempi, quando tendevo a inquadrare la relazione come una classica relazione di coppia, poi, man mano che mi sono reso conto che le cose non stavano così, sono sparite anche le fantasie sessuali. Stefano mi chiama più o meno una volta alla settimana, io gli mando un sms molto intenso nei giorni di festa o in risposta a sms mandatimi da lui. Non parliamo spesso ma tra noi si è creato un rapporto speciale che non riesco a definire, stiamo bene insieme, si creano dei momenti molto intensi ma lui sta col suo ragazzo e da quello che vedo per lui il suo ragazzo è veramente essenziale, me ne parla spesso ma non da innamorato da operetta, ne parla con rispetto, con stima, è evidente che si vogliono bene e che tra loro c’è una comunicazione seria, ma il suo ragazzo ha 21 anni e io ne ho 20 di più e questo fa la differenza, almeno è quello che io penso. Io penso che Stefano tenda a non caricare troppo il suo ragazzo parlandogli dei suoi problemi, in qualche modo lui sente di avere una funzione protettiva rispetto al suo ragazzo, tende a rassicurarlo. Ha parlato di me al suo ragazzo e ha insistito perché ci incontrassimo tutti e tre, cosa che è successa. Loro si scambiavano tenerezze davanti a me e la cosa non solo non mi turbava minimamente ma mi sembrava molto bella. Adesso il suo ragazzo, ogni tanto, mi telefona, soprattutto per sapere se Stefano è da me, io penso che si sia reso conto che non ha nulla da temere, e d’altra parte mettere in crisi la storia d’amore di un ragazzo di 21 anni che, tra l’altro, è la felicità di Stefano, sarebbe veramente una cosa squallida. Ma torniamo a Stefano. Ormai do per scontata la sua presenza, penso che sarà una costante della mia vita e già ora è un punto di riferimento fondamentale. Mi sono chiesto mille volte e continuo a chiedermi ogni giorno se la mia presenza possa in qualche modo danneggiare Stefano o il rapporto con suo ragazzo, perché potrei anche essere un elemento dirompente, però vedo che né Stefano né il suo ragazzo mi avvertono come un pericolo, il rapporto tra noi è assolutamente tranquillo, non credo affatto che il ragazzo di Stefano reciti con me fingendo simpatia per compiacere Stefano, lo vedo proprio sereno e a suo agio. D’altra parte io cerco di invadere il campo il meno possibile. Qualche tempo fa non sono stato bene e ho percepito nettamente la presenza sia di Stefano che del suo ragazzo. Sono venuti a trovarmi più volte, mi hanno telefonato entrambi più volte. Credimi, Project, certe volte non so proprio che cosa fare e cerco di mettermi da parte, di lasciare loro la massima libertà, anche, qualche volta, di non farmi trovare. Certe volte vorrei uscire da questo tipo di rapporto che per certi versi mi sembra strano ma poi non lo faccio perché mi rendo conto che non mi permettono di allontanarmi, che in qualche modo alla mia presenza ci tengono, che la ricercano. Mi sento quasi caricato di una responsabilità e non solo nei confronti di Stefano. Non posso negare che tutto questo sia per me anche profondamente gratificante, perché la mia vita affettiva gira ora completamente intorno a questi due ragazzi e mi sento finalmente vivo. Mi colpisce il fatto che tutto questo non abbia per me implicazioni sessuali e che io mi aspetti al massimo la prosecuzione delle cose così come sono adesso, cosa che però considero veramente importante. Non so se preferirei una normale relazione di coppia comprese le implicazioni sessuali, in fondo quella è solo un’ipotesi, mentre la presenza di Stefano e del suo ragazzo è una realtà e comporta un coinvolgimento affettivo molto forte e reciproco. Stefano mi considera “solo” un amico ma nel dire “solo” vuole specificare che la sua scelta di un compagno l’ha già fatta e resterà quella, ma ci sono altri livelli di implicazione nei quali una “semplice” amicizia può avere un peso enorme nel determinante l’equilibrio interiore di un individuo. Ti confesso, Project, che ho molta paura di poter fare danni che magari potrebbero manifestarsi a distanza di anni. So bene che tutto quello che va in qualche modo fuori schema presenta dei rischi , vorrei solo che tutto questo non si trasformasse col tempo da una bellissima relazione in un motivo di incomprensione e di risentimento. Al momento non c’è niente di simile e proprio per esorcizzare questa eventualità sto cercando di mettermi gradualmente da parte. Che ne pensi, Project? Ovviamente, se vuoi, puoi pubblicare la mia mail.

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AMORE GAY NON ESCLUSIVO

Ciao Project, ho visto che nel forum ci sono parecchi post dedicati agli ex e che non è molto raro che anche dopo la fine del rapporto di coppia si mantengano dei contatti importanti con il proprio ex, ed è quello che è capitato anche a me. Sono un quarantenne che nel corso della sua vita è stato con un solo ragazzo, più giovane di 11 anni. Ho voluto bene al mio ragazzo e ho anche sentito il suo affetto verso di me, penso sia stata per entrambi un’esperienza fondamentale. Io ero molto inibito e sostanzialmente incapace di capire il valore della sessualità vissuta in coppia, lui era molto più sciolto sessualmente ma tendeva a dare poco valore all’affettività, che per me è sempre stata fondamentale. Le nostre differenti visioni dei rapporti di coppia, inizialmente hanno creato qualche problema, ma poi, col passare degli anni, le nostre posizioni si sono sempre più avvicinate. In teoria tutto lasciava pensare che il nostro rapporto potesse continuare in modo tranquillo indefinitamente, ma non è accaduto così. In fondo i miei complessi erano ancora lì in buona parte e lui continuava ad avere resistenze a capire il fatto che per me volergli bene non era solo una questione di sesso. In fondo anche per lui non era una questione di sesso. Certe volte io non arrivavo a capire quanto lui avesse bisogno di un contatto sessuale e mi mettevo a parlare di cose molto teoriche e anche stupide, invece di mettermi veramente in sintonia con lui, lui si sentiva non capito, trascurato, io lo vedevo cambiare di umore e non capivo il perché. Quando aveva bisogno di sesso, nonostante la sua disinvoltura sessuale, non lo diceva sempre esplicitamente, anche perché sapeva che su quel terreno io ero spesso un po’ restio a seguirlo, sembra paradossale ma è così. Per un po’ le cose sono andare avanti così, poi mi ha detto chiaramente che mi voleva bene ma che lui aveva bisogno anche di altro. Sul momento ci sono rimasto male, poi mi è venuto in mente che lui è tanto più giovane di me e che forse il motivo di fondo è proprio quello. Gli ho detto che lo capivo benissimo e che non ci sarei rimasto male e l’ho anche incoraggiato a trovarsi un altro ragazzo. Quando poi lo ha trovato realmente sono andato in crisi, mi sentivo solo, in un certo senso sapevo che avevo fatto la cosa giusta ma la sua presenza mi mancava moltissimo. Lui aveva il suo ragazzo e stava anche bene con lui, almeno così sembrava, ma non mi ha abbandonato per questo. Quando parlavamo lo sentivo più sereno, meno nevrotico, e questo mi faceva stare bene. Io non lo chiamavo mai perché lui si sentisse libero, lui invece si faceva sentire, parlavamo abbastanza spesso su skype. Le nostre conversazioni non erano più quelle di due innamorati, ormai quella dimensione l’avevamo superata, ma erano comunque conversazioni di due persone che si stimano e che non vogliono perdersi e francamente non mi sembrava che il nostro rapporto avesse meno valore di prima, anche se forse per lui non era esattamente così. Ho conosciuto il suo ragazzo, che sapeva che lui era stato prima con me, e sono rimasto molto bene impressionato, era un ragazzo molto serio e gli voleva bene. La storia con questo nuovo ragazzo è andata avanti per quattro anni, poi è successa con lui una cosa simile a quella che era successa con me, non stavano più insieme ma continuavano a vedersi e penso anche a volersi bene. Un giorno viene da me, mi dice che vuole fare sesso con me ma aggiunge subito che è appena stato con l’altro suo ex. Io sono parecchio perplesso, gli dico che ci possono essere dei rischi per le malattie, lui mi dice: “Stiamo solo a letto insieme e tu mi abbracci… ok?” E abbiamo fatto così. Mi ha detto che l’altro suo ex sapeva che lui sarebbe venuto da me e non ha avuto problemi. Abbiamo parlato moltissimo. È stata una delle più belle nottate che ho passato con lui. È una storia di coppia la mia? Tecnicamente no, però, per quanto sia una cosa anomala, è comunque un modo di volersi bene. Lo dico con piena consapevolezza perché vedo che nessuno di noi tre, oggi come oggi, si sente a disagio per la nostra storia. Sappiamo tutti come stanno le cose e accettiamo la situazione senza problemi. Certo non è la storia di Cenerentola e del principe azzurro e, vista da fuori, può sembrare strana. Lui ama me ma anche il suo secondo ex, noi siamo stati abituati a pensare che i rapporti affettivi e più ancora quelli sessuali debbano essere esclusivi, che la fedeltà sia una virtù e che il tradimento sia una colpa grave, ma qui non c’è nessun tradimento, sappiamo tutti come stanno le cose. Non posso certamente dire di amare di meno il mio ragazzo perché lui sta anche con un altro, che poi è uno che gli vuole bene veramente. Perché dovrebbe rinunciare o a me o a lui? Francamente mi sentirei a disagio se il mio ex si dimenticasse veramente di me, ma se ha bisogno anche di un altro rapporto affettivo-sessuale, beh, non vedo perché ne debba fare a meno. Non mi sta imbrogliando, è tutto alla luce del sole e sono cose molto serie che possono avere un impatto importante sulla sua vita. Siamo proprio mosche bianche, Project? Ti è mai capitato di vedere situazioni simili? Mi piacerebbe conoscere il tuo parere e anche poter confrontare le mie esperienze con quelle di persone che hanno vissuto situazioni simili.

Peter

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RELAZIONI GAY IMPREVEDIBILI

Ciao Project,
ho quasi 70 anni e ancora mi piace leggere il tuo forum. Mi serve per sentirmi ancora vivo e in contatto con il mondo del dopo di noi. Alla mia età, posso dire di avere imparato tante cose e soprattutto una, cioè che il nostro tempo è breve e non dobbiamo sprecarlo correndo dietro a cose più o meno assurde, l’unica cosa che dà un senso alla vita è cercare di fare stare meglio altre persone. Per un gay, ovviamente, è fondamentale avere una funzione positiva rispetto ad altri gay, dar loro una mano, mettersi a disposizione. Ovviamente c’è un tempo per tutte le cose e quelli della nostra età, se non vogliono finire nel ridicolo, devono capire che il loro ruolo non è di entrare in competizione con i giovani, ma di facilitare la strada dei giovani, attraverso dei comportamenti adeguati: prima di tutto evitando di giudicare, poi dicendo sempre la verità e sapendo stare al proprio posto. Innamorarsi di un ragazzo è una cosa, e va bene per i giovani, ma voler bene a un ragazzo è possibile a tutte le età. L’ho visto nella mia personale esperienza: bisogna seminare qualcosa di buono, senza pensare di vedere i risultati. Probabilmente i risultati ci saranno anche se forse non li vedremo. E poi, ho imparato un’altra cosa, i ragazzi, tutti i ragazzi e quelli gay in particolare, sentono forte il bisogno di avere intorno un clima di tipo familiare, ma non nel senso di divieti, di consigli o di giudizi, ma nel senso di presenze non giudicanti, di affetti anche semplici ma incondizionati. Project, io sono più vecchio di te e di malinconie per la testa ne ho proprio tante, perché adesso che comincio a capire appena un po’ come funzionano le cose, mi accorgo che sto arrivando alla fine del mio tempo e penso che tutta l’esperienza che ho accumulato potrebbe non servire a nulla, però, Project, anche se sono vecchio, mi sento sereno, perché io ho i miei affetti e mi sento corrisposto, ci sono dei ragazzi che mi vogliono bene, sono due ragazzi gay (una coppia) che ho conosciuto del tutto casualmente, hanno più o meno 30 anni, e tra noi si è creato un bellissimo rapporto. Ovviamente non devo essere troppo presente perché sarei invasivo, ci sentiamo tutte le settimane e più o meno tutte le settimane andiamo insieme a prendere una pizza, in pratica mi hanno adottato. Sto bene con loro, mi sento in famiglia, un po’ come un papà che è rimasto vedovo e che cerca di andare avanti da solo come può, ma ha due figli che gli vogliono bene. Non avrei mai immaginato che in vecchiaia avrei potuto vivere un’esperienza simile, ma ti assicuro che sono cose che riempiono la vita, che le danno senso e rendono anche la vecchiaia una cosa accettabile. Avevo letto sul tuo forum di un signore della nostra generazione che si era trovato in una situazione in un certo senso simile alla mia (ma non sono stato capace di ritrovare quel post), lui parlava di rapporti simili ai rapporti familiari che possono crearsi in modo del tutto inatteso e che, magari in tono minore, possono creare qualcosa di simile a una vera famiglia, perché creano una solidarietà. Certo che, magari, in una famiglia tra genitori e figli c’è un mutuo sostegno reciproco (e forse tante volte non c’è nemmeno quello) perché le età dei genitori e dei figli sono meno lontane, però in effetti io coi miei ragazzi (li chiamo così) ho proprio un bel rapporto: si preoccupano di me non solo per le mie necessità, diciamo così, quotidiane, come fare la spesa o andare a ritirare la pensione, ma mi chiamano anche senza un motivo specifico, per il solo piacere di parlare un po’ con me, almeno io la vedo così. Di una cosa sola ho paura e cioè della possibilità di perdere la mia autonomia personale e di praticamente “costringere” (non per mia volontà, ma per necessità di fatto) questi ragazzi a prendersi cura di me, io penso che lo farebbero, ma per loro sarebbe un vincolo molto pesante. Comunque, cerco di non pensarci e di stare bene con loro come se avessi la loro età. Mi dispiace dovermene andare da questo mondo proprio adesso che cominciavo a starci bene: ho mille acciacchi anche pesanti, dell’età, certe volte fisicamente sto proprio a terra e non so che cosa aspettarmi dal futuro, neppure a breve termine, ma ho anche degli affetti veri, del tutto inattesi, non ridivento giovane per questo e i miei malanni me li devo tenere, ma non mi sento solo, ed è moltissimo, so che loro ci sono e che staranno vicino a me fino alla fine, e poi, quando vedo che stanno bene insieme, che sono sereni, che progettano il futuro… beh… mi sento profondamente confortato. Insomma, nella vita accadono cose strane e imprevedibili, che qualche volta ti cambiano la vita in meglio, anche quando non te lo aspetteresti più. Beh, ti saluto, Project, anche da vecchi si può stare bene, almeno a livello affettivo, quando non si resta veramente soli.
Giacomo da Bologna.

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