PROGETTOGAYFORUM QUINTO IN ITALIA TRA I TOP SITES GAY

Alexa, sito notissimo di statistiche sul web, nel suo elenco di “top sites by category”, nella categoria “Gay, Lesbiche e Bisessuali”, classifica al quinto posto, a livello nazionale, il forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/index.php

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La classifica è stabilita da Alexa sulla base del rank di traffico mensile, calcolato usando una combinazione del numero medio di visitatori giornalieri e di pagine visitate per visitatore nel mese precedente.
Come si vede, il Forum di Progetto Gay ha delle caratteristiche assolutamente peculiari, i nuovi visitatori che accedono tramite i motori di ricerca sono appena lo 0.50%, il 99,5% delle visite viene da utenti fidelizzati che tornano sistematicamente a leggere il forum e si trattengono a leggerlo, in media, per più di mezz’ora al giorno (!), visitando in media 20 pagine a testa al giorno, questi due indici dimostrano che il Forum di Progetto Gay non è un sito mordi e fuggi, ma è il centro aggregatore di una comunità stabile. Questa era in fondo la finalità del Progetto partito ormai dieci anni fa.
Nel comunicarvi questi dati, di cui sono orgoglioso, ringrazio di cuore tutti quelli che hanno collaborato e collaborano tuttora al buon funzionamento del Progetto!

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LA BIBLIOTECA DI PROGETTO GAY

La Biblioteca di Progetto Gay nasce allo scopo di raccogliere le pubblicazioni di Progetto Gay e di renderle facilmente accessibili a titolo assolutamente gratuito e chiunque fosse ad esse interessato.
Le pubblicazioni di Progetto Gay sono di tre tipi:1) Studi di carattere scientifico (psicologico, sociologico) sull’omosessualità,
2) Studi storici sull’omosessualità,
3) Traduzioni, con introduzione e commento, di opere sull’omosessualità dei pionieri degli studi in questo settore,
4) Testi “originali”, di narrativa o di poetica legati alla tematica omosessuale.

Eccezion fatta, ovviamente per le traduzioni dei grandi Studi classici sull’omosessualità, Progetto Gay pubblica sono materiale originale, non precedentemente pubblicato.

Tutti i testi sono pubblicati in formato PDF per garantire la migliore formattazione possibile, questo fatto rende assai meno agevole la lettura da smartphone o da tablet. Stiamo prendendo in considerazione l’ipotesi di una pubblicazione anche in e-pub ma il progetto si presenta al momento assai complicato.

Saranno molto graditi consigli, suggerimenti e segnalazioni di errori di qualsiasi genere.

ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI DI PROGETTO GAY

1) ESSERE GAY – Testo di riferimento sulla omosessualità
Testo integrato e aggiornato in data 15-4-2017.
Aggiunto il documento: “Storia di un gay sposato” (cap.: Gay sposati)

2) GAY E STORIA – I Gay nella Storia
Una raccolta di saggi sulla storia dell’omosessualità da Omero al XX secolo. Testo aggiornato in data 18/1/2017 con il capitolo “BYRON OMOSESSUALE. (molto interessante e specifico)

3) INVERSIONE SESSUALE – Havelock Ellis
Il famoso trattato di HAVELOCK ELLIS sull’Omosessualità,
nel testo della terza edizione del 1927. Traduzione di Project – Una vera miniera di informazioni e di fatti.

4) IL SESSO INTERMEDIO – Edward Carpenter
La mia traduzione italiana del libro di Edward Carpenter “The Intermediate Sex” del 1908, uno tra i più bei saggi sulla omosessualità, una pietra miliare e una “speranza” per tante generazioni di gay. Ancora oggi è un libro affascinante!

5) UNA QUESTIONE DI ETICA MODERNA – John Addigton Symonds
Si tratta della mia traduzione in Italiano del famoso Saggio di John Addington Symonds “sulla omosessualità” scritto nel 1891 e pubblicato nel 1896 in sole 10 copie. Il saggio, attraverso la critica dei preconcetti pseudo-scientifici, giunge a conclusioni straordinariamente moderne.

6) IL ROMANZO DI UN INVERTITO NATO – Documento storico
Non si tratta di un “romanzo” ma di un documento storico contenete il testo integrale della confessione (in pratica una autobiografia esplicita anche in tema di sessualità) di un omosessuale italiano 23-enne della seconda metà dell’Ottocento, inviata ad Émile Zola. Aggiunto capitolo 3 in data 25/11/2014.

7) UN PROBLEMA DI ETICA GRECA – John Addigton Symonds
Un saggio scritto nel 1873 sul problema della pederastia in Grecia. Attraverso un’analisi scientifica delle fonti si ricostruisce il significato sociale e morale della pederastia nella Grecia antica.

8) OFFESE CONTRO DI SÉ: PEDERASTIA – Jeremy Bentham
“Stupisce che nessuno ancora abbia immaginato che sia peccaminoso grattarsi dove prude, e che non sia mai stato definito che l’unico modo naturale di grattarsi è con questo o quel dito e che è innaturale grattarsi con qualsiasi altro.” Jeremy Bentham 1785.

9) ANNALI DELL’UNISESSUALITÀ – André Raffalovich
Il progetto e il primo numero di una pubblicazione scientifica periodica interamente dedicata all’omosessualità (dal dibattito scientifico alla cronaca). Le matrici del pensiero cattolico sull’omosessualità nelle posizioni di Raffalovich.

10) IL NIDO DI VALSIGIARA – Romanzo gay
La storia di due ragazzi di buona famiglia dai tempi della scuola alla vita adulta, alle prese con il senso del peccato e con un amore esaltante, prima temuto e rifiutato e poi inopinatamente ritrovato. Si tratta di una storia in cui l’esperienza dell’essere gay è esemplificata in modo autentico nelle sue caratteristiche più tipiche.

11) CARTE SEGRETE – Romanzo gay
Si raccontano, in forma di annali, le storie di ipotetici patriarchi di Alessandria d’Egitto tra il IV e il V secolo, nelle cui vicende l’omosessualità gioca un ruolo importante. Il romanzo si conclude con la Santa Regola, una raccolta di precetti morali dell’ultimo Patriarca, Dioscoro l’Epicureo, che rappresenta una difficile sintesi di Paganesimo e Cristianesimo.

12) SE SONO ANCORA UMANO – Poesie
Edizione accresciuta, aggiornata alla data del 10 Gennaio 2017.
Una raccolta di Poesie di rara intensità che illustrano le ansie e le speranze di una vita che reclama una sua identità al di là delle negatività e dei problemi contingenti di una sofferta storia individuale.

13) IL DIRETTORE – Romanzo gay
La storia di un’amicizia amorosa tra un cinquantenne gay e un ventiseienne in carriera, probabilmente etero. Una solidarietà autentica e senza condizioni in un cammino difficile nella lotta per la vita.

14) GENDER E GENETICA
La traduzione italiana di Project di “GENDER AND GENETICS” una pubblicazione del “Genomics Resource Centre” della Organizzazione Mondiale della Sanità. Il testo permette di avere una panoramica seria della questione del Gender, al di là di qualsiasi strumentalizzazione.

15) PROPOSTA DI DECLASSIFICAZIONE DELLE CATEGORIE DI MALATTIA RELATIVE ALL’ORIENTAMENTO SESSUALE nella International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems (ICD-11)
L’Organizzazione Mondiale della Sanità si muove verso l’eliminazione totale dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere da qualsiasi diagnosi di disturbo mentale.

16) URANISMO E UNISESSUALITÀ – Marc-André Raffalovich
Uno studio sulle diverse manifestazioni dell’istinto sessuale, pubblicato da Marc-André Raffalovich nel 1896. Traduzione italiana e note di Project.
Traduzione completata in data 1/2/2017 con il capitolo: “Platen o l’uranista superiore”.
Mi ripropongo di riscrivere l’introduzione.

17) QUESTI LEONI – Romanzo gay NUOVO!!
L’avvincente storia d’amore e d’amicizia di due ragazzi, che cercano la loro strada.
Si tratta di una storia vera.

18) ANDY – Romanzo gay NUOVO!!
La vera storia d’amore di due ragazzi gay, ricostruita nelle sue dinamiche psicologiche e nella sua complessità sulla base di documenti originali (lettere e diari) e sulle testimonianze dirette dei protagonisti. Non è un romanzo a tesi, ma un documento di vita reale in cui ha largo spazio il rapporto genitori-figli.
Edizione online completata in data 4/4/2017. Buona lettura!

19) ONLY SEVEN DAYS – Gay Novel NEW!!
A novel about an older man who meets by chance two young guys. It’s a love story, a story about how difficult could be for everyone of them to accept what’s happening because everyone needs to get used to love.

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Link alla Biblioteca di Progetto Gay:
http://progettogayforum.altervista.org/viewforum.php?f=112

AUGUST VON PLATEN OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH

Con il capitolo intitolato “Platen o l’uranista superiore”, André Raffalovich chiude il suo libro “Uranismo e Unisessualità”. Non è certamente un caso. Raffalovich ha sempre manifestato una notevole simpatia per von Platen e per la sua concezione dell’omosessualità, che viene celebrata da lui al termine del capitolo con accenti di autentico entusiasmo oltre che di condivisione morale.Va detto subito che Raffalovich, nella sua panoramica sugli omosessuali notevoli della storia e della letteratura si è fermato al primo ‘800, con l’unica eccezione di Wilde. Nel suo lavoro, quindi, non sono presenti personaggi fondamentali nella storia dell’omosessualità quali John Addington Symonds, Edward Carpenter e lo stesso Raffalovich, che appartengono alla seconda metà dell’800 e in qualche caso hanno esteso la loro attività anche ai primi decenni del ‘900.

Platen, come Grillparzer, Motitz, Goethe, e lo stesso Byron, appartengono ad un periodo, in cui il dibattito sull’omosessualità è ancora qualcosa di utopistico e di vago da collocare in un futuro di cui non si avvertono neppure gli albori.

La distruzione delle memorie e di molte lettere di Byron dopo la sua morte è il segno di quanto l’idea dell’omosessualità dell’autore fosse ritenuta improponibile.

Grillparzer e Moritz furono attentissimi nel difendere la loro onorabilità dal rischio di accuse di omosessualità. Tutti questi personaggi (con l’eccezione, forse di Byron) attraversarono periodi di dubbi, di oscillazioni e di incertezze circa la reale dimensione della loro sessualità perché del tutto o quasi privi di riscontri che potessero mettere in crisi il pregiudizio dominante. Vissero tutti storie eterosessuali in cui la partecipazione affettiva era veramente ridotta e che oggi non si faticherebbe a identificare come relazioni di copertura.

Byron, che aveva tenuto un comportamento più libero, fu costretto dal pettegolezzo ad abbandonare l’Inghilterra e non vi fece più ritorno.

Prima di Platen, i segni dell’omosessualità vanno ricercati in elementi biografici poco conosciuti o nelle ambiguità delle opere, dove sono quasi sempre trascritti in chiave eterosessuale. Per Platen non è così. Si potrebbe dire che Platen è il primo omosessuale nel senso moderno del termine, perché riconosce la sua omosessualità, almeno di fronte agli amici, che non lo rinnegano per questo, e afferma il suo diritto ad amare e ad essere amato da un amico di animo nobile, perché il suo sentimento non ha nulla di cui ci si debba vergognare. Ravvalovich interpreta il fatto che Platen ritenga dignitoso e altro il suo amore omosessuale ponendo per ipotesi l’idea che si trattasse di un amore senza sesso o quasi, e comunque con una sessualità estremamente sublimata, ipotesi proponibile forse per Platen giovane, ma probabilmente poco realistica per il periodo Italiano della vita del poeta.

Non va dimenticato che l’Italia, per tutto l’800, fu per i ricchi omosessuali del nord Europa un vero paradiso terrestre, del tutto privo del moralismo inglese e dell’ipocrisia tedesca in materia di sessualità.

Certo Platen, a quanto sembra, anche in Italia non condusse una vita sregolata al livello che sarà poi tipico di Wilde e sembra anzi mantenere atteggiamenti moralistici anche quando condanna poeti molto libertini che intendono creare un rapporto di amicizia con lui.

Ma Platen è moderno anche per un’altra ragione: il suo non circondare la sua vita e le sue poesie di troppe cautele lo espone al pettegolezzo e finisce per essere vittima di attacchi personali molto pesanti e triviali, ovviamente con l’accusa di omosessualità, avanzata nei modi più volgari da un personaggio come Heine, per altri versi eccellente e fine letterato di origini ebraiche. La polemica tra Heine e Platen naque per ragioni di orgoglio letterario, pare che Heine non avesse apprezzato molto una poesia di Platen e avesse espresso un giudizio molto critico, se non sprezzante, Platen rispose tirando in ballo le origini ebraiche di Heine e questi per tutta risposta si lasciò andare ad insulti contro Platen legati alla sua omosessualità.

La storia della querelle tra Platen e Heine è il segno di quanto l’accusa di omosessualità fosse (ed in parte sia ancora oggi) un’arma che si tiene in serbo e si può sfoderare ogni qual volta se ne presenti l’occasione.

Thomas Mann da dedicato un lungo saggio a Platen che, nella sua morte solitaria a Siracusa, per colera (forse), è l’Ispiratore di “Morte a Venezia”, da cui Visconti trasse il suo capolavoro cinematografico. Ma il lavoro di Mann su Platen, più che rappresentare una ipotetica lotta di Platen contro l’omosessualità, incarna in Platen l’analoga e ben più angosciosa lotta di Mann contro la propria omosessualità. Oggi, dopo la pubblicazione integrale dei diari di Platen, la lettura del personaggio fatta da Mann non può più essere condivisa. Platen, a differenza della stragrande maggioranza degli omosessuali colti della sua generazione (e anche di molti delle successive) aveva accettato la propria omosessualità e la considerava un valore irrinunciabile. Certo, in un mondo in cui l’omosessualità era penalmente perseguita in modo pesante e il negazionismo era l’unico atteggiamento di tutti, omosessuali compresi, un uomo come Platen passò la vita tra delusioni e frustrazioni, innamoramenti rivolti ad amici eterosessuali, incomprensioni e fraintendimenti, ma per lui l’omosessualità era una forma d’Amore con la A maiuscola e non si sarebbe certo abbassato all’idea del sesso mercenario, in questo è un personaggio che ha mantenuto alto, anche come omosessuale, il livello della sua moralità.

Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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PLATEN O L’URANISTA SUPERIORE

Vorrei presentare con chiarezza la nobile, interessante e melanconica figura del poeta Auguste, conte di Platen-Hallermünde.

È per eccellenza l’uraniana nato, destinato, sicuro di sé, retto, completo, coraggioso, elevato, tutto dedito al suo amore per la gloria poetica, per l’arte poetica, per la bellezza intellettuale e fisica, nel modo più vivo in cui lui la sente, e per come la sente in accordo con la sua dignità di uomo. Ha fortemente appassionato i suoi amici, il conte Fugger, Liebig, A. Kopisch, Gustav Schwab, ecc. e ha sollevato odi infami. Ancora oggi la biblioteca di Monaco detiene i diciotto volumi del diario di Platen, e questo deposito prezioso aspetta una pubblicazione rispettosa e intelligente, che i signori von Laubman e L. von Scheffler hanno promesso.

Nel 1860 Engelhardt ha pubblicato dei frammenti del diario che si fermano al 1828 – Platen era nato nel 1796 e morì nel 1838. È con l’aiuto di questo frammento autobiografico, delle sue opere, delle sue lettere e delle pubblicazioni dei suoi amici che cercherò di mostrare la sua fisionomia.

Auguste, conte di Platen-Hallermünde (o conte di Platen, come preferiva essere chiamato) nacque il 21 Ottobre 1796 a Ansbach dove suo padre era al servizio della Prussia. Il primo conte di Platen, Franz-Ernest, aveva ricevuto il suo titolo il 20 luglio 1689 Leopoldo I.

Il padre di Platen, nato nel 1740, aveva sposato in prime nozze la signorina von Reitzenstein, e da questo matrimonio erano nati sei figli, un maschio e cinque femmine. Il matrimonio fu infelice e portò ad un divorzio. Il conte Platen si risposò nel 1795 con Louise-Friederike Christiane Eichler von Auritz. Ebbero due figli, il primo fu il poeta, il più giovane morì a tre anni.

Auguste von Platen, o Platen come io lo chiamerò, quando era ancora molto piccolo, ebbe una lunga malattia, il famoso medico di Erlangen, Hildebrand, la considerò incurabile; ma il bambino crebbe ugualmente, allevato con semplicità, e come accadeva alla maggior parte dei bambini nobili nati dopo la Rivoluzione francese, gli fu insegnato a dare del tu ai suoi genitori e a sentirsi libero in loro presenza: non gli parlarono mai della sua nascita nobile. Platen ricordava che i suoi primi amici d’infanzia erano stati Simon Langenfoss e Jeannot Asimont, figli di un insegnante di francese, e due Liebeskind. Andava anche spesso al castello a giocare con la principessina, figlia del principe Luigi di Prussia, fratello del re. Incontrava lì anche le zie della bambina, la regina Luisa di Prussia e la principessa di Thurn und Taxis.

Il padre di Platen faceva tanti piccoli viaggi per visitare le foreste delle quali si doveva occupare e il bambino rimaneva solo con la madre. Lei gli leggeva ad alta voce e gli fece amare la lettura. Ben presto preferì i libri ai suoi molti giocattoli. Imparò anche presto a scrivere. Il primo libro che lesse da solo conteneva commedie infantili. Adorava il teatro, ci andava il più possibile, recitava delle commediole con i suoi compagni. Scrisse nel suo settimo anno una commedia pastorale e la inviò a un giovane amico.

Scrisse molte piccole parti in versi, piene di fate, streghe e maghi. Anche la mitologia si impossessò della sua immaginazione, ma le storie d’amore lo lasciavano indifferente. Considerava l’amore solo un artificio teatrale. Nonostante la sua predilezione per le favole era piuttosto scettico. Rispose ad un professore che non esisteva l’inferno. Voleva dire che non c’era un posto dove si arrostivano le anime.

La madre si ritirò completamente dal mondo per occuparsi unicamente di suo figlio. Lo spingeva al lavoro. Gli faceva scrivere delle lettere ad una ragazzina inglese della sua età, che lui non aveva mai visto, figlia di un amico d’infanzia della contessa. Una ragazzina, Caroline von Gemmingen, venne ben presto a vivere con loro. Platen e lei erano sempre in guerra.

Nel 1806 il bambino, nel suo nono anno, vide la sconfitta dei soldati dell’Imperatore d’Austria, Bernadotte che passava per Ansbach e la caduta della Prussia; e si interessò molto a tutti questi eventi.

Nello stesso anno il generale Werneck, capo del corpo dei Cadetti a Monaco di Baviera, amico d’infanzia del padre di Platen, gli offrì di incorporarlo tra i cadetti. Il padre accettò e la madre portò il bambino a Monaco.

Separarsi dalla madre fu per lui un grande dolore, e gli abiti rigidi e pesanti lo infastidirono – ma la novità lo divertì, e ciò che lo riconciliato con il suo nuovo stile di vita fu l’amicizia.

Rimase quattro anni tra i Cadetti. Ha descritto molto bene la vita che lì si conduceva, – la scuola dei Cadetti era stata un monastero gesuita. C’erano un centinaio di cadetti. Quasi non si permetteva loro di leggere, le loro letture unitamente alla loro corrispondenza, venivano rigorosamente esaminate. I cadetti erano continuamente sorvegliati: durante le lezioni dagli insegnanti, durante la ricreazione dagli ufficiali, di notte dai domestici. Non venivano mai lasciati soli. Si insegnavano loro le matematiche, la geometria, la storia, la geografia, lo stile, il latino, la religione, il francese al quale si prestava grande attenzione, la scherma, la danza e quasi tutti gli strumenti musicali.

Ci si burlava dei suoi versi. Era sempre, ai pasti, a tavola nel mezzo: c’erano tre tavoli sui quali il cibo era proporzionale al progresso o alle recidive degli allievi. – Si recitavano commedie; il numero di commedie era limitato per la mancanza di ruoli femminili. Platen non ci recitò mai. – Nel suo decimo anno aveva probabilmente superato la malattia dell’infanzia, perché si ricordava, non senza piacere, di un viaggio a piedi fatto durante le vacanze con alcuni compagni e alcuni insegnanti, un viaggio nel Tirolo. Il Tirolesi gli sembravano gentili e premurosi. I cadetti dormivano sulla paglia, ma erano ben nutriti. Trascorse a casa il resto delle vacanze, felice di essere libero. Le costrizioni del collegio gli erano insopportabili. La sua ostinazione attirava su di lui talmente tante punizioni che finirono per aggravare questo tratto del suo carattere. Si trovò presto in cattivi rapporti con le autorità militari e con il professore di religione luterana. Platen, benché luterano, aveva preso le difese del cattolicesimo per spirito di contraddizione. La sua testardaggine, lo dice lui stesso, era punibile, ma era anche l’inizio della sua indipendenza di giudizio.

Amicizia, in fondo, gli diede il collegio sopportabile. L’amicizia era la dea della cadetti. Ciascuno poteva cercare e trovare un’anima affine alla propria, e nonostante i vincoli esterni, lì ci si poteva legare ad un amico per la vita.
Il suo primo confidente fu Friedrich Schnizlein, al quale affidò i suoi primi scritti. Era un confidente perfetto, ma non era favorevole al fervore del sentimento nell’amicizia.

Ludwig von Luder, ugualmente protestante, ricevette anche lui la confidenza letteraria del giovane Platen. Era più grande e molto intelligente, amante della scienza, senza inclinazioni disordinate. Rimase sempre l’amico sincero di Platen, e le loro discussioni furono solo a proposito della politica.

Tra i cadetti della sua classe vedeva spesso Ernst Wiebeking, il conte Sprety, Kasimir Baeumler, Tettenborn, etc.; tra quelli delle altre classi, Karl e Alexander Welden, Krazeisen, Brand, Kaeser, Normann, Wilhelm e Joseph Gumppenberg.

Max von Gruber lo attirava particolarmente. Non era molto dotato, ma pieno di volontà, un matematico amante della poesia, giusto, solido e senza pregiudizi.
Avrebbe perdonato a Voltaire il suo ateismo se Voltaire non lo avesse così spesso negato; – Non biasimava nessuna delle cattive azioni di Napoleone se facevano parte del suo ruolo di conquistatore. È comprensibile che il giovane Platen, che si doveva sentire diverso dagli altri, si aggrappasse a Max von Gruber, onesto e pieno di rispetto per le differenze essenziali tra gli uomini di valore o di genio. Rimasero sempre amici. Anche Gustav Jacobs, figlio del filologo, fu molto strettamente legato a Platen; era un ragazzo semplice e aperto, odiava la pedanteria, poco amato dalle autorità, biasimava le lamentazioni di Platen ma lodava molto le sue poesie e si interessava ad esse.

Anche i due fratelli Fugger amavano molto Platen, e Friedrich, il maggiore, entusiasta di Goethe, rimarrà nella storia della letteratura tedesca legato al nome di Platen, onorato dalla sua lunga, tenera e modesta amicizia.

Friedrich Fugger era legato soprattutto a Wilhelm Gumppenberg e unito a lui dall’amore per la musica. Il conte Fugger successivamente mise in musica molte poesie di Platen, e in collegio condivideva già la sua avversione per i canti dei bevitori.

Ma di tutte queste amicizie, la più tenera era quella per Joseph Xylander. Si erano visti in collegio durante tre anni, prima di conoscersi meglio. Ebbero questa felicità nel mese di marzo 1810, e fino all’autunno di quell’anno, quando Platen se ne andò, godettero di un’amicizia quasi romantica.

Platen scrisse per lui molte poesie che Xylander non vide mai. Scrisse anche un inno all’amicizia, delle novelle e una commedia, parodie e satire, che lo resero poco gradito nell’ambiente.

Tutte questi tentativi furono distrutti prima della fine del 1810. La lettura di Omero lo entusiasmò e lo trasportò nel mondo greco che gli fu così caro.

La guerra del 1809 con l’Austria gli insegnò a tacere.

I Bavaresi adoravano Napoleone: Platen avrebbe preferito il successo degli Austriaci, e quando Monaco fu occupata dagli Austriaci e gli ufficiali austriaci vennero a visitare la scuola dei Cadetti, Platen nascose le sue simpatie.

Nel settembre 1810 Platen lasciò i cadetti e divenne uno dei paggi del re. Prima di entrare nel gruppo dei paggi trascorse due mesi in casa di suo padre. Aveva molto sofferto lasciando Xylander.

A quattordici anni il carattere di Platen sembra già ben delineato: amore per la poesia e l’amicizia, l’amicizia per giovani della sua età, educati, seri, e allo stesso tempo un attaccamento esclusivamente sentimentale per qualcuno un po’ più giovane di lui, e poi molta testardaggine, sensibilità e capacità di soffrire, – un saldo punto di vista patriottico e il desiderio di amare, di essere amato, e di migliorarsi.

Questo è il ragazzo che a vent’anni scriverà nel suo diario che Dio, la castità, l’amicizia e l’apprendimento sono la base del suo sistema.

Rimase nel gruppo dei paggi dal 1810 fino al 1815. La sua prima impressione fu triste: non aveva amici. Lo guardavano con occhi indifferenti. Non aveva nessuno con cui confidarsi. Poco a poco si trovò bene. Il conte Kuenigl, che lui conosceva, gli venne in aiuto. Tra i paggi c’era molta più educazione che tra i cadetti, c’era più libertà, più pulizia, il cibo era migliore. Gli abiti erano più belli, e ci si poteva cambiare d’abito quando si voleva. Si era trattati come ragazzi grandi. Si poteva lavorare per conto proprio e si potevano leggere tutti i libri classici.

Amava il latino e il greco, l’italiano e l’inglese. Scriveva sempre molto e distruggeva quello che aveva scritto. Il re era molto buono con i paggi, e le cerimonie di corte erano per loro un divertimento. Platen piano piano si fece degli amici, ma non un amico intimo. Un certo conte Lodron Laterano ebbe per lui una qualche importanza, facendogli amare l’Italiano. Il barone Perglas, un giovane con uno zelo di ferro, lo stimolava al lavoro, così come i conti Gajetan Berchem e Saporta. Ma aveva soprattutto fiducia in un certo barone Massenbach, ragazzo molto onesto. Tutti furono utili alla sua educazione. Era debolmente religioso e pregò con fervore solo nei momenti spiacevoli, ma non si dimenticò mai del tutto di pregare decentemente, senza borbottare. La sua prima comunione, nel 1811, gli fece fare molti buoni propositi.

Il professor Hafner, l’uomo più importante della scuola dei paggi, faceva molto per divertire e far crescere i paggi. Li portava nei musei, presso l’Accademia, leggeva loro ad alta voce, e quando i paggi erano a letto raccontava loro delle storie.

Nel 1813 Platen si decise a diventare ufficiale, non per affetto verso lo stato militare, ma perché questo stato, secondo lui, comportava più tempo libero e più libertà.

Il suo futuro poetico lo tormentava sempre, voleva scrivere una tragedia su Corradino, l’amicizia del giovane Federico per Corradino doveva riempire più di una bella scena. È interessante il fatto che a diciassette anni si sentisse obbligato ad aggiungere anche una ragazza innamorata di Corradino, che lo seguiva travestita e non riconosciuta fino in Italia.

Non aveva ancora trovato la sua strada letteraria.

Qualche anno più tardi, riprende il tema di Corradino, trova l’amicizia di Federico e Corradino più che sufficiente e non ha più bisogno di inventarsi una ragazza.

Due giorni prima del suo diciassettesimo compleanno, Platen inizia il suo diario – e lo continuerà fino alla morte, per venticinque anni. – Ci sono dei pezzi di diario in Francese, altri in Inglese, in Italiano e in Portoghese.

Aveva la passione di leggere i poeti nella loro lingua, e imparò lo Spagnolo, lo Svedese, il Danese, il Persiano.

Nel suo diciottesimo anno, pensa di essere innamorato di una giovane marchesa Eufrasia, la più bella ragazza della corte. Va ad abitare nella stessa casa, la vede di tanto in tanto, ma si rende conto in quello stesso anno che si è sbagliato, e lascia la buona vedova, presso la quale è alloggiato, e la madre di questa eccellente persona, con molto più rammarico di quello provato nel lasciare la marchesa Eufrasia.

Egli nota questo errore sentimentale, l’unico della sua vita, a quanto pare, e rapidamente dissipato. Non credo che nessun’altra donna lo abbia veramente interessato dopo di allora. Questo interesse passeggero per Eufrasia è un momento curioso e istruttivo nella storia di Platen. La necessità di concentrarsi su qualcuno e di essere interessante, l’idea che si debba essere teneramente innamorati di qualcuno, la monotonia della sua vita, gli danno questa illusione.
Non molti unisessuali si sono lasciati illuminare così facilmente come Platen; il crollo di un amoretto ordinario ha fatto cercare loro con insistenza le sensazioni o le emozioni che dà alla donna, ma Platen non ricominciò affatto. Aveva già abbastanza desideri, abbastanza aspirazioni. Voleva vedere paesi stranieri, l’Italia, Londra, Roma.

Il 31 marzo 1814 diventa tenente. Non gli piace la compagnia degli ufficiali. Si consola leggendo molto, lavorando molto. È abbastanza sconvolto dalla licenza dei costumi intorno a lui. Viene a sapere che un giovane poeta, di nome Hesse, ha spedito dei versi a Goethe e ha ricevuto una risposta da lui. Ne resta molto colpito, si chiede se i suoi versi siano degni di una tale spedizione.

Nel bel mezzo della sua fantasia per Eufrasia un’amicizia improvvisa per un giovane uomo, Issel, basta a mostrare il più vivo interesse di Platen per l’amicizia.
Issel è un giovane pittore che il Granduca di Darmstadt fa viaggiare. All’inizio (l’amicizia comincia il 28 maggio e termina in giugno: quindi innanzitutto non ha avuto una lunga durata), Issel non lo ha interessato, poi ha notato in lui una grande molteplicità di interessi, un gusto puro nell’arte, molta cordialità, molte attenzioni. Issel sarebbe partito da lì a otto o nove giorni.

Venendo a sapere che Platen è interessato alla poesia, Issel gli racconta di aver ricevuto dal giovane Voss un ricciolo dei capelli di Schiller morto e si offre di dividerlo con lui.

Lasciati insieme dall’amico che li aveva fatti incontrare, parlano delle lingue straniere, delle opere di Goethe, della vita così breve e dell’arte così lunga. Issel abita presso Nathan Schlichtegroll e consiglia a Platen di fare la sua conoscenza. Poi discutono della riforma della scuola mistica di Schlegel, di Werner che Issel conosce. Issel chiede a Platen di accompagnarlo in Italia. Platen non capisce come un uomo di tanto spirito possa essere interessato a lui.

Si vedono spesso dopo questo primo incontro. Un giorno Issel supplica Platen di leggergli delle poesie [1] e gli legge le sue. L’indomani Platen gli legge parecchie altre poesie ma poi rimpiange di averlo fatto. Si sente triste, crede di aver profanato il paradiso dei suoi pensieri avendoci introdotto un estraneo. È possibile che Issel (poeta mediocre del resto), non avesse abbastanza apprezzato Platen. Platen si ripromette di smettere di scrivere i versi e si incupisce al pensiero della solitudine che lo attende. L’indomani arriva la riconciliazione: trascorrono una bella serata insieme.

Issel lo supplica di non abbandonare la poesia, e il giorno seguente gli invia i capelli Schiller e riceve una poesia in cambio. Il 6 giugno Issel gli racconta di avere scritto una tragedia (fischiata a Francoforte, sulla contessa Platen che ha giocato un ruolo importante alla corte del duca di Brunswick, padre di Giorgio I d’Inghilterra). Lo stesso giorno Platen viene a sapere che deve portare dei carri con delle tende a Battenberg in Tirolo. Issel lo consola, offrendosi di accompagnarlo La stessa sera beve alla sua fratellanza con lui e Schlichtegroll.

Il 9, Issel e Platen partono insieme, discutendo del Dr. Gall, che Issel conosceva, leggendo Wallenstein.

Il 10 Platen è felice di vedere un così bel paesaggio in una così cara compagnia. Lo stesso giorno hanno dei problemi. Issel ferisce il suo amor proprio, poi lo accusa di curiosità, di indiscrezione, etc. Platen trova offensivo giustificarsi. Non si parlano più.

Eppure, salendo una collina, incontra Issel, che ne discende, che gli urla di avere inciso il nome di Platen su una pietra. Quando lui e Issel si lasciando definitivamente, Platen rimpiange di averlo messo da parte per il suo umore irritabile e ammette che la sua testardaggine lo renderà infelice e allontanerà molti uomini da lui. E trascorre i due giorni dopo la partenza di Issel a scrivere diverse canzoni.

Il 17 giugno rientra a Monaco.

Ho raccontato dettagliatamente questo episodio, perché ci si ritrova ciò che caratterizza e distingue fortemente Platen: il suo entusiasmo per il giovane amico, intelligente, colto, o che voleva insegnare o imparare. Naturalmente malinconico lui stesso (da quando aveva lasciato a casa paterna) l’allegria di chi gli piace, l’umore dolce e pacato, le risate dell’amico, lo fanno trasalire di gioia. Issel era più grande di lui, è vero, ma Platen era allora molto giovane, aveva diciotto anni.
In seguito, quando arriverà a un più alto grado di maturità, il suo amico sarà un po’ più giovane, abbastanza giovane per dargli l’impressione di una bella gioventù, ma abbastanza grande per rassomigliargli, per condividere i suoi gusti.

L’amor platonico (filosofico o onorevole) ha sempre deliziato Platen; per quelli diversi da lui ebbe amicizia, affetto, riconoscenza, rispetto. Ma la sua passione si orientava verso coloro che gli sembravano suoi simili, con più bellezza e con la grazia virtuosa in più.

Questo episodio di Issel non durò a lungo, ma mostra Platen a 18 anni come a 12, che si innamorava subito, aspettandosi di trovare tutto e non trovando sempre grandi cose (come in questo Issel) ma in ogni caso non trovando la felicità.

È questo amore al tempo stesso intellettuale, appassionato e sentimentale che l’ha fatto soffrire così tanto, ma che l’ha anche mantenuto integro e dignitoso. Quando scrisse all’età di 20 anni le regole di condotta, una era di dimenticare ciò che è sensuale in lui; un’altra era di non studiare i misteri della fisionomia nelle persone che lo interessano, di non pensare gli assenti, di perfezionarsi, di migliorarsi.

Quando parla di non pensare gli assenti, non dobbiamo crederlo indifferente ai suoi amici; al contrario, è stato loro fedele, ma è a quello che è più di un amico che cerca di non pensare troppo per poter lavorare e vivere.

Possiamo già vedere la differenza che c’è tra Platen e un dissoluto; non cerca mai sensazioni rare, ma un amore duraturo e affascinante.

Avrebbe indietreggiato con orrore di fronte agli amori di Oscar Wilde, davanti agli amori venali che non sono la quintessenza di due esistenze nobili e virili.

A metà del 1814 non si riconosce né come uomo né come poeta, non si interessa abbastanza a Eufrasia perché lei possa ispirarlo o occuparlo. Lo stato militare non gli si addice, gli viene consigliato di studiare le scienze, la poesia ancora non gli appartiene, va a tentoni, non si è trovato. I suoi amici non sono a Monaco, sono dispersi. Non ha il tempo di leggere abbastanza. La natura non lo affascina quando è solo o annoiato. Legge comunque molto, in molte lingue, Petrarca, Dante, il Pastor Fido, Pope, Corneille, Voltaire, Racine, Boileau, ecc., e sempre Goethe. Si potrebbe applicare a Goethe, ha detto allora, quello che Goethe ha detto Hamann: “Le sue opere sono spesso libri sibillini che si capiscono solo quando ci si trova nella stessa situazione del poeta.” E vediamo, per esempio, Platen in diversi momenti della sua vita che legge e rilegge Goethe, con tanto profitto quanta ammirazione. E man mano che si trova in una situazione diversa, la stessa opera di Goethe diventa sempre più chiara, vera e commuovente. Per esempio, “La figlia naturale”, che egli non apprezza affatto all’inizio, e che poi ammira per il suo spirito nel 1814, diventa per lui nel 1821, dopo il tragico naufragio della sua grande passione per Otto von Bulow, uno specchio prezioso del suo dolore.

Ora si consola del suo vuoto e della sua noia, della sua vita che egli aspetta con l’impazienza scoraggiata della giovinezza, leggendo e scrivendo in Inglese con Perglas, leggendo con lui anche Virgilio e Tasso, pattinando, concentrandosi sulla politica. Quando Napoleone torna dall’isola d’Elba, prova un entusiasmo patriottico ma Wiebeking gli rovina questo sentimento: “Se voi doveste andare a servire come soldato semplice per la libertà dell’Europa potreste rivendicare una piccola parte di gloria, ma voi siete un ufficiale, e ci sono tanti ufficiali. Sarebbe facilissimo rimpiazzarvi. Voi potreste servire la vostra patria in un modo più utile.”

Il 30 novembre, legge in un giornale delle massime tratte dalla poesia orientale, e ne copia un certo numero, colpito senza sapere perché, emozionato come si è vagamente in presenza di un evento importante. La poesia persiana stava per esprimere da lì e poco tempo il suo segreto ideale.

Nella primavera del 1815 si sente più felice, va ogni mattina nel giardino inglese a raccogliere giunchiglie e a leggere il Pastor Fido. Scrive poesie patriottiche che gli uomini seri leggono con piacere. Il 15 aprile, il suo reggimento si mette in marcia e arriva a Fontainebleau il 19 luglio e Platen si trova nuovamente in Germania nel mese di novembre. Sembra aver ben sopportato i disagi della marcia, il caldo opprimente. Il suo diario è molto bello e simpatico. Si interessa gentilmente alla brava gente che incontra, legge molto Petrarca, Jacopone da Todi, Goethe, l’Eulenspiegel, Eloisa e Abelardo, di Pope, che rilegge continuamente. Ammira i giardini, i fiori, invidia le gioie calme e familiari, vorrebbe avere con Goethe solo una conversazione sul destino dell’umanità e lo spirito del cristianesimo; poi trova le vere lettere di Eloisa molto più belle di Pope, e così vere. Legge con grande piacere le lettere di sua madre, scrive in prosa e in versi a Xylander e ad altri amici. I contadini francesi lo affascinano, la loro gentilezza, la loro lingua lo incantano. Si trova abbastanza isolato tra gli ufficiali, detesta totalmente i loro eccessi e le loro conversazioni lascive alle quali non prende parte. Una poesia mostra quanto soffriva della immoralità antipatica dei suoi compagni. A Bar-le-Duc, è anche scioccato dalla corruzione dei libri francesi che ha trovato nella sua stanza – e la sua padrona di casa lo stupisce dicendogli: Leggere, amico mio, perché è la lettura che educa i giovani.

A Châlons ha la gioia non solo di incontrare il suo amico Schlichtegroll, ma anche di fare la conoscenza di un giovane tedesco, il segretario di Barclay de Tolly, che gli dice che lo conosce già molto bene attraverso i racconti di Schlichtegroll. Platen è abbastanza colpito da questa osservazione. A Nemours, è anche felice nel giardino di un certo medico Micheleau la cui moglie non è più giovane, ma è così dolce e premurosa. Parla francese con lei con piacere, e parla inglese con una vecchia signora inglese che gli presta dei libri inglesi. Lascia queste persone gentili con rammarico e anche un vecchio curato di 86 anni, molto realista, che dice Messa ogni Domenica, senza altra compagnia che del suo cane e soprattutto del suo canarino, che gli era stato dato da un certo Rouxelle, un radicale, anticristiano, separato dalla moglie cattolica, e che vive con la sua serva, non facendo battezzare suoi figli. “Uno può essere un buon uomo, diceva il curato, senza essere cristiano.”

Il sotto-prefetto di Tonnerre, una città deliziosa, gli piace molto, un giovane affascinante, il più bel modello immaginabile per un giovane romano. Il 6 ottobre, si ritrova con alcuni vecchi compagni e altri giovani uomini istruiti, e Platen può sinceramente gioire prendendo parte a una conversazione intelligente, senza ambiguità e in un dialetto puro. Il 2 novembre, scrive nel suo diario che la vergogna è naturale, la spudoratezza acquisita. È certo che Platen fosse fondamentalmente modesto e pieno di pudore. Il 3 novembre, a Troyes, compra Bérenice, la sua tragedia preferita di Racine. E annota di aver visto presso un ricco negoziante un impiegato che assomigliava molto al suo amico Xylander.

Tornato in Germania, cerca di formarsi un sistema di morale e di condotta basato su: Dio, una severa moralità, il desiderio di imparare, l’amore per gli amici. Senza questi principi, come si può essere felice? Come si può fare a meno di aspirare a ciò che c’è di più alto, come si può fare a meno della castità del corpo e dello spirito, dell’amore dello studio, degli amici? E trova sempre di più che non può discutere con dei giovani uomini che parlano solo di cavalli, di cani e di piaceri, che non hanno né serietà nel loro carattere, né il desiderio di perfezionarsi e di migliorarsi. Si sente arricchito da tutto quello che ha visto, letto, pensato quest’anno.

Nel 1816, si reca in Svizzera; nel 1817 tra le montagne della Baviera. Legge ancora molto Pascal, Ariosto, Omero, Orazio, Alfieri (col quale trova diverse somiglianze) [2], Tasso, Goethe, Byron, Camoens, Calderon, etc.. Fa molti progetti di tragedie, poemi eroici, o che ne so io, tutta l’effervescenza di un talento che vaga. Si riconosce in un libro sul temperamento nel capitolo: Del malinconico sensuale. Ci sono molti impulsi di amicizia-amore che non portano a nulla, e tuttavia è feroce conro quelli che lo cercano. Ha una natura molto maschile nelle sue virtù, come nei suoi difetti. Bisogna che sia lui quello che ama, che scopre, che distingue, e reclama una simpatia che non trova affatto. Si intravedere, confrontando i frammenti pubblicati del suo diario e le sue poesie di quel tempo, come un certo amico, ad esempio Voelderndorf, lo preoccupava e lo interessava. Riporta nel diario ogni volta che ha incontrato un giovane, educato e gentile; costruisce senza dubbio ogni volta un’impalcatura di speranze. Nota in una bella poesia l’improvvisa emozione di un amico alla vista di Platen e si chiede se è il poeta che ha fatto battere il cuore dell’amico, o se si tratta di una coincidenza. A quel tempo, Platen si accontenterebbe di molto poco, ma non si stupirebbe di ottenere tutto. Ritiene di essere diventato molto ragionevole, crede di aver rinunciato ai sogni che rendevano la sua vita sopportabile. È pieno di pudore, di diffidenza, non crede nella sua vocazione, è riconoscente quando viene incoraggiato. Vorrebbe avere un consigliere, ha troppa falsa vergogna per coltivare quelli che lo potrebbe aiutare. Trova un brano nelle Confessioni di Rousseau che si applica a lui, l’unione ” di un temperamento molto ardente, delle passioni vivaci e delle idee lente a nascere, imbarazzate, e che non si presentano se non col senno di poi.” Ritiene che il suo merito consista nella sua lotta per arrivare alla verità e al bene. I viaggi sono per lui una distrazione squisita. Credo che sia impossibile leggere le sue impressioni di viaggio senza provare simpatia per lui.

Il giorno prima del suo ventunesimo compleanno, una delle sue poesie viene pubblicata, ne manda subito delle copie ai suoi genitori, a Max von Gruber, a Fugger, a Dall’Armi, a Perglas, ecc.. Il suo amico Schlichtegroll, che ne aveva venticinque copie, ne manda una al pittore a Issel, e Platen e riceve da lui una foglia cresciuta sulla tomba di Virgilio.

Nonostante i suoi amici, che amano tutti le lettere e le scienze, per lui la vita a Monaco diventa insopportabile e la voglia di istruirsi, di imparare cresce talmente in lui, che ottiene che il re lo mandi in una Università, prima a Würzburg e poi a Erlangen, prima per una anno e poi per un periodo più lungo. Il re gli corrisponde 600 guldens l’anno (era un privilegio concesso a qualcuno dei paggi), suo padre gliene dà 300, e ne riceve come ufficiale 12 al mese. Dopo sei mesi di Würzburg, Schelling, che lui aveva conosciuto da bambino, lo trattiene a Erlangen. Platen ci resta fino al 1826.

Non appena arriva a Erlangen, il cambiamento di ambiente, i professori che si interessano a lui, gli studenti che sono intorno a lui, l’ardore del lavoro, gli fanno alla fine trovare la sua strada poetica. Inizia a scrivere canzoni ammirevoli che solo l’ingiustizia ha fatto conoscere meno di quelle di Heine.

Platen deve ora essere pervaso dal suo ideale maschile, dal suo amore maschile. Ama in silenzio, si dichiara. «Tu mi richiami a un dovere doloroso. Ancora per un’ultima volta ti abbraccerei, non mi ricordare nulla prima. Chi potrebbe avvicinarsi a te con l’indifferenza, Chi potrebbe con freddezza vedere la bella, la divina figura, la divina, la bella forma. – Studia la mia vita; esaminala per vedere se sono mai stato bruciato da un amore colpevole – è solo la tua presenza dionisiaca che ha conquistato il mio cuore.

“Tu dici che mi sono sbagliato, tu me lo giuri, ma io so che mi hai amato, ma ora non mi ami più. I tuoi begli occhi bruciavano, i baci bruciavano anche di più, tu mi amavi, confessalo, ma tu ora non mi ami più. Non conto su nessun ritorno del tuo amore. Confessa solo che mi hai amato e non mi ami più.”

È impossibile sapere a chi siano indirizzati questi versi, ma sono facili da decifrare. Platen, essendo sempre alla ricerca di un’anima fraterna e appassionata, deve aver avuto parecchie delusioni; era amato in modo calmo, superficialmente, ma non con passione, e, probabilmente, coloro che lo avrebbero amato con passione, fisicamente, non lo avrebbero attirato. Perché in lui i sensi si confondevano quando l’immaginazione si infiammava.

Nel 1820 scrive (il 24 febbraio): “Non indagare mai il mio segreto, tu non devi approfondirlo, la simpatia te lo svelerebbe, se noi ci capissimo. Non chiedere più che cosa ci separa. È sufficiente che siamo separati l’uno dall’altro. Quello che mi sta intorno, non mi comprende e mi travolge e mi spinge, ma se cerco di consolarmi nella poesia mi ritrovo del tutto.”

Platen, comprendendo finalmente il suo amore unisessuale, non è rimasto danneggiato o depravato da questo fatto.

Ha 24 anni, è ardente, innamorato, e vuole amare solo a modo suo e solo colui che egli crederà degno di essere amato.

Egli vuole appassionatamente trovarlo, si getta alla sua ricerca, si riprende, e allora è contento del riposo del suo cuore e del suo lavoro. Il 10 maggio 1820: “La primavera ha invitato tutti, ma non me. Mi ha visto prigioniero, ero attaccato alle sue guance, a quella faccia. Ora sono libero, ora arriva la primavera, solo ora posso godere appieno, anche se più tranquillo e più calmo dei ruscelli e delle rose.”

Nel mese di luglio si sente di nuovo innamorato. – Ma nel mese di agosto trova che solo l’eco gliene è rimasta. Il suo cuore chiede amore ma lui non sa chi amare. Questa condizione di incertezza del desiderio gli strappa molte delle poesie più belle della letteratura tedesca.

È molto interessato al Persiano, studia Hafiz, scrive degli affascinante Ghaselen molto ben accolti e apprezzati, poi arriva alla sua grande passione per Otto von Bulow nel 1821; il 13 luglio fa la sua conoscenza. Era un giovane ufficiale dei dragoni di Hannover, che aveva ricevuto il permesso di trascorrere un anno presso l’Università di Erlangen. Era gioioso, leggero, senza affettazione e senza arroganza, sempre gentile e amabile.

Platen, malinconico di natura, che annotava con gioia e stupore i due amici con i quali aveva riso molto nel corso della sua vita, si innamora perdutamente, appassionatamente, platonicamente di Otto von Bulow. Legge i sonetti di Shakespeare con avidità e ci ritrova tutto il suo affetto per Bulow. Pieno di Hafiz e del suo amore, ritrovando finalmente l’ideale sognato e desiderato, non ci si può stupire della rapidità con la quale la passione di Platen si esaltò per il suo “bell’amico”, come Fugger lo chiama nelle sue lettere a Platen. L’attività letteraria del poeta aumenta naturalmente molto; studia molto i libri e le letterature orientali, si fa arrivare libri da Londra, Vienna, Monaco. – Legge Calderon e Sofocle, e accoglie con favore il sentimento religioso profondo che penetra l’Aiace. – Durante una breve assenza di Bulow, scrive una poesia su di lui dove il nome di Bulow si ritrova in ogni strofa. Vediamo la sua gloria ma anche la paura che Bulow sul petto di una bella ragazza, prenda in giro forse il suo amico. – “Dovrei morire se non ti scrivessi; perdonami, Bulow, di amarti così tanto. Chi non sarebbe incatenato da questi occhi e da queste guance? A chi non piacerebbe una tale allegria, ma soprattutto un cuore così onesto? Il bel Bulow non lo cede che al bene.”

Questa felicità (penso sia ridicolo dubitare della castità di un amore così eloquente e esaltato in quel momento) non durò a lungo. All’inizio di settembre Bulow viene richiamato nel suo paese e Platen lo accompagna fino a Goettingen. Lì, abbandonato alla sua disperazione, compone la maggior parte dei “Ghaselen” dello Specchio di Hafiz, che riflette esclusivamente l’amore di Platen per Bulow. Legge Cervantes, Persiles e Sigismunde, e altri libri in diverse lingue.

Incontra Goethe, e altri ancora, ma senza trarne alcun profitto, perché riceve una lettera da Bulow che gli dice che è costretto a rimanere ad Hannover. La disperazione di Platen appare nelle sue lettere a Fugger. Giura di non scrivere più poesie prima di rivedere Bulow. Si riconosce la delicatezza di cuore e di spirito del fedele Fugger leggendo le sue lettere. Non cerca di consolare il suo povero amico raccomandandogli la rassegnazione o l’oblio. Gli consiglia, invece, di sperare in un incontro con Bulow; Bulow, dice, non potrà dimenticarlo né smettere di essergli riconoscenti[3]. Fugger viene anche a trascorrere un po’ di tempo con Platen, a Erlangen, per distrarlo.

Nel mese di dicembre 1821, Platen sogna di fare un lungo viaggio a Pasqua per rivedere Bulow. Avrebbe fatto il viaggio a piedi, spendendo circa due guldens al giorno. Non avrebbe avuto abbastanza denaro per vedere Bulow a lungo, ma almeno lo avrebbe visto; poteva anche andare al mare insieme con lui.

Legge la Bibbia ogni sera a letto, e il primo gennaio gli viene l’idea di scrivere un dramma su Davide e Jonathan, argomento che gli era già venuto in mente in passato.

Il 3 febbraio, vede l’affascinante Liebig e fa la sua conoscenza il il 17. Il famoso scienziato non aveva ancora 20 anni ed era allora, come molto tempo dopo, estremamente attraente. Una tenera amicizia lo legò subito a Platen. Il 17 Platen scrive: “Ha in tutto idee chiare e sa quello che vuole; più due uomini si avvicinano l’un l’altro, più cercano di svelarsi l’uno all’altro, più diventano enigmatici, e solo un uomo superficiale può credere che due uomini si conoscano veramente.” Scrive versi per Liebig. Liebig lascia Erlangen quasi subito e in maggio trascorre un paio di giorni con Platen a Darmstadt; non rivide mai più Platen, ma continuarono comunque a scriversi, ad amarsi, a rispettarsi, e Liebig, più tardi testimoniò pubblicamente la sua amicizia per Platen. Quest’ultimo non andò a raggiungere Bulow, per motivi che non conosco. Fu per mancanza di denaro, o Bulow si era troppo raffreddato nei suoi confronti?

In ogni caso, annuncia a Fugger, quando torna dal suo viaggio, che è andato solo fino a Colonia. Si spiega a voce.

Una nuova passione sembra aver preso possesso di lui, o meglio è la stessa passione per un ideale che non può addomesticare né trattenere. È Cardenio che egli considera il nuovo simbolo, la nuova incarnazione del suo idolo. Il 22 Luglio 1822, gli scrive una epistola in versi, un’altra il 19 agosto. – Scrive diversi ghaselen e nel 1823 sette sonetti a Cardenio, e il 13 marzo un ghasele (a Krieger, studente a Erlangen), che sembra chiudere l’episodio: “L’edificio di schiuma della speranza si disfa -, eppure stavamo così bene insieme – i capelli scuri, il mio viso … ” le poesie dedicate a Cardenio sono tra le più autobiografiche e le più chiare.

Platen nega sempre di bruciare di un amore proibito,[4] e si lamenta della crudeltà del suo amico. Cardenio è freddo e orgoglioso, sottile e dolce. -La sera Platen lo vedeva lavorare coi suoi capelli ricci illuminati dalla lampada. Cardenio è la sua ultima speranza, ci sono momenti in cui lui pensa che entrambi soffrano allo stesso modo. Non può capire se ispira odio, una predilezione per lui o indifferenza.

Ah! se potesse solo riposare sul petto amato di Cardenio. Ah! No, perché una testa più bella poggia sul suo petto; “Prendi questa lettera, dalla al tuo beneamato perché si chieda se sente in sé una consistenza come la mia.”

Desidera di essere la pipa tra le labbra di Cardenio, che riceve il suo bacio perpetuo, invidia il suo berretto, lui che non ha quasi mai potuto toccare i suoi capelli. È stato illuminato, una sera d’inverno da Cardenio che portava una torcia, e questo ricordo gli ispira un bellissimo sonetto. – Dopo lunghe prove e lunghi dubbi, sembra che dei nemici di Platen (i poeti ne hanno sempre, particolarmente quelli sobri, quelli chiusi e quelli austeri che no si concedono troppo) abbiano indisposto Cardenio nei confronti del suo amico. Un fatto casuale li lasciò soli per tutta la notte, e Platen osò mettere il suo braccio intorno a Cardenio e confessare il suo amore. Cardenio non sembrò affatto timido, e non si ritrasse, sembrava essere acquiescente col suo silenzio, e Platen lo lasciò, ebbro d’amore, credendo che le loro anime si stessero fondendo, che i loro cuori andassero a battere uno accanto all’altro, credendo Cardenio suo – ma i giorni che seguirono Cardenio divenne sempre più freddo, sempre più duro, e Platen si lascia andare ai lamenti armoniosi. Se il suo desiderio fosse stato colpevole avrebbe capito quella freddezza; tutto lo rattrista; aveva uno specchio senza macchia in cui specchiarsi, ora non può specchiarsi che in ciò che è morto, e nascondere tutti i dolori che gli si preparano.

I desideri di Platen si precisano: risposare sul petto di un amico intellettuale, bello e degno di fiducia sembra essere l’ideale amoroso di Platen. Si ritroverà, tre anni più tardi, nel 1826, lo stesso ideale nei sonetti a Karl-Theodor German, e anche nel grande sonetto trionfale che si trova verso la fine dei sonetti.

È questa aspirazione amorosa senza uno scopo sessuale o pronunciato o ammesso che ha fatto in modo che il furioso e triviale Heine chiamasse Platen uomo tribade.

In ogni caso il desiderio di Platen, nel suo orientamento e nella sua intensità è assolutamente uranista, unisessuale platonico. La sodomia, i rapporti sessuali sono molto lontani da questo amore; e questo è probabilmente quello che lo aiuta a risollevarsi, agli occhi di Platen, quello che glielo fa definire un amore non colpevole. – Dal punto di vista della religione o del codice delle convenzioni sociali, ovviamente, si potrebbe dire che questo tipo di castità è pericoloso e riprovevole, ma come potrà l’amante giudicare in questo modo di un amore tirannico, che non chiede nulla di quanto la dissolutezza domanda?

“Il mio amore può non essere lodevole, dice Platen un giorno, ma sembra temerario biasimarlo.”

Platen non è mai stato falso o ipocrita; e quando ha proclamato il suo amore per Otto von Bulow e per Cardenio, credeva sinceramente di amare in modo elevato e dignitoso. Egli ha creduto di decentralizzare l’istinto sessuale, di trasfigurare i sensi, facendo loro provare sensazioni spirituali, e di consolare l’anima insegnandole emozioni corporee. “Io sono per te ciò che l’anima è per il corpo, che il corpo è per l’anima, io sono per te quello che la donna è per l’uomo,[5] ciò che l’uomo è per la donna” dice in un ghasele, ed esprime così con franchezza la natura del suo amore. È la passione della similarità, dell’omosessualità, che spinge Platen.

L’uranismo, l’unisessualità si differenziano in lui in questo modo: messo da parte il sesso femminile, il suo amore non si indirizza né agli effeminati, né ai giovanissimi, né agli uomini maturi.

Platen è sempre stato tutto d’un pezzo, diretto, e come tale è stato anche trattato da tanti uomini illustri, con rispetto e considerazione. L’elenco dei contemporanei che hanno reso omaggio al suo carattere e al suo talento è lungo e contiene nomi nobili. “Io, che non ho mai amato l’arte o la bellezza a metà, ho il diritto, dice, di far sentire accenti raramente sentiti”, ed è certamente quello che anche i suoi amici hanno pensato. Goethe si è fatto un punto di onorare di rendere omaggio pubblicamente a Platen e di affermare la sua superiorità rispetto Ruckert.

Nel 1823, dopo la delusione di Cardenio, Platen scrive con ispirazione e facilità parecchie poesie, e grazie alle lettere di Liebig, grazie all’amicizia del professor Engelhardt, di Schelling, di Bruchmann, dello scienziato Doellinger, di Kernell, un giovane tisico col quale studiava lo Svedese, vide splendidi giorni. Questo è il culmine del suo soggiorno a Erlangen. In Platen, che non ha nulla dell’erotomane o del degenerato, le sofferenze d’amore sono seguite da una grande attività intellettuale, come accade a tutti gli uomini superiori che non cercano l’oblio nella dissipazione o nel piacere.

Egli scrive in cinque giorni “La scarpetta di vetro”, una favola. Il flemmatico svedese Kernell ne fu così affascinato che si gettò al collo Platen; – E il racconto, letto agli amici e alle loro mogli e sorelle, ebbe molto successo.

Le ultime Ghaselen furono molto ben accolte. Platen riceve da Cassel, da Ludwig-Sigismund Ruhl,[6] una lettera interessante. Ruhl gli dice che la simpatia è un mistero che non vuole approfondire. I primi versi di Platen gli avevano già fatto conoscere una simpatia che proviamo per poche persone. Sembra aver capito Platen prima che Platen stesso si capisse e non esita a dirglielo. Se mai si incontreranno, Platen potrà convincersi del rapporto tra le loro menti e le loro vite. Desidera una risposta. Platen gli chiede il suo ritratto e lo riceve accompagnato da una lettera entusiasta.

La poesia drammatica ora interessa Platen. Scrive il Tesoro di Rhampstnit, Aucassin e Nicolette. Il 21 agosto 1824 si reca a Venezia. Il suo primo volume di commedie gli è valso 154 fiorini. La zia di Hannover gli ha mandato sei luigi d’oro. Venezia gli ispira gli ammirevoli sonetti veneziani, e si entusiasma dei pittori italiani, per il vangelo della bellezza. Il suo gusto artistico si perfeziona e matura.

Venezia gli fa dimenticare la sua vita passata, e si trova in un presente senza ieri.
Il 24 ottobre festeggia il suo compleanno a Venezia andando la mattina a vedere Barbara de Palma nella chiesa di S. Maria Formosa, poi Tiziano e Bellini a S. Giovanni e Paolo, poi il Cristo di Campagna a San Giuliano, poi va a S. Crisostomo a vedere Piombo, poi a San Samuele a vedere il “Sebastiano” del Veronese, io non continuo l’itinerario. Il 9 novembre, si stacca da Venezia e il 19 arriva a Monaco dopo sette anni di assenza. Pensa che lì era stato felice, sconosciuto e impegnato. Va a trovare Xylander e sua moglie e altri amici, vecchi e nuovi. Viene festeggiato, i suoi sonetti sono applauditi.

Rivede dopo sette anni Eufrasia, che aveva creduto di amare, e che nessun’altra donna era venuta a cancellare nella sua mente. – Torna a Erlangen che ora lo annoia, viene punito militarmente per aver superato il suo periodo di congedo militare, e resta dal 2 gennaio al 22 marzo agli arresti a Norimberga. Legge molto in questo periodo e scrive in prosa e in versi.

Il 23 marzo, riceve una lettera di una poetessa malinconica, innamorata di Platen. Erlangen non gli piace di più dopo Venezia e Monaco. I suoi amici sono troppo occupati, e ha bisogno di vedere facce nuove, posti nuovi.

14 giugno a Erlangen va in scena la sua commedia (Aucassin e Nicolette) con grande successo davanti ad un pubblico giovane e amico.

È acclamato dal pubblico e viene portato quasi suo malgrado sul palcoscenico. Schelling dopo lo spettacolo riunisce degli amici per onorare il poeta.

È qui che si fermano i frammenti del diario che dobbiamo al professor Engelhardt e a Karl Pfeufer.[7]

Nel 1826 Platen scrisse una commedia aristofanesca e anche ventisei sonetti per Karl-Theodor German, sonetti e elegie, di ribellioni, di desideri, di passione. In una lettera a Fugger, dice che l’autore della commedia è il più sfortunato degli uomini.
Questi sonetti a Karl-Theodor German sono tra i più belli della letteratura tedesca. Platen nel sonetto vola al di sopra sopra tutti poeti tedeschi, compreso Goethe.
La perfezione della forma, l’emozione struggente e sontuosa si riflette in essi perfettamente. Il sentimento è lo stesso dei sonetti di Shakespeare (con la nota personale) e la forma è quella del sonetto italiano o francese. Platen nei suoi sonetti ha raggiunto una delle vette della poesia. Ma non ricevette apparentemente che ostilità e male da parte di questo German, e fu perseguitato ancora una volta dalla sua scelta infelice. Quelli che amava di più gli sono stati portati via dall’assenza o non sono mai stati suoi. È sempre stato pronto ad amare fedelmente, costantemente, sempre, e non ha mai avuto l’occasione di dimostrare la sua sincerità, ma ha mantenuto almeno una promessa, quella di dare l’immortalità, la celebrità.

Chi conoscerebbe Otto von Bulow o Karl-Theodor German senza il grande poeta?

L’ultimo sonetto (il ventunesimo) [8] del poeta imbevuto di amarezza si conclude così: “Quanto sono stanco della mia patria!”

E nello stesso anno si recò in Italia dove rimase fino alla sua morte a Siracusa, con l’eccezione di un viaggio a Monaco per vedere la sua amata madre divenuta vedova.

La raccolta di novantasette sonetti termina in un modo sorprendente e unico. Dopo essersi consolato delle sue sofferenze d’amore, ricordando che ha sempre ripristinato l’equilibrio della sua vita con tutta la forza e tutta la dignità della sua anima, il poeta che ha tanto amato e tanto sofferto, termina con una epitalamio di amore unisessuale vittorioso e con il suo proprio epitaffio, dicendo con calma quello che ha fatto, vantando quello stile puro che non è stato superato, le sue odi e sonetti, e la sua influenza sulla lingua tedesca.

Arrivò a Roma il trentesimo anniversario della sua nascita e morì a Siracusa 5 Dicembre 1835.

Questa non è una biografia di Platen, e neppure la sua storia letteraria. Per questo poche righe saranno sufficienti. Avendo avuto grande successo (ed essendone cosciente) nella ghasele, nella canzone, e nel sonetto, l’ode è l’unica forma lirica che lo incanta e ne scrive di sempre più complicate e formalmente rigorose. Ora si conosce a fondo. Ciò che diverte gli altri laggiù nel suo paese, non lo diverte. La natura, per la sua sofferenza, ha affinato suo udito e gli ha permesso di utilizzare la musica per perpetuare ogni dolore. È stato calunniato e, nonostante il suo silenzio, ne soffre molto. Anche in politica (e la politica lo interessa sempre di più) non può dire quello che pensa. Bisogna dunque mettere da parte (dice in un’ode) il manto dell’illusione, l’abito ricamato dei sensi.

E l’ode seguente, con la sua malinconia amorosa dei baci di miele, i suoi sospiri e i suoi sguardi, messaggeri di felicità, forse, e il silenzio e l’oscurità, mostrano che il sentimento poetico non dormiva nemmeno in questa attraente Italia. Non vedeva forse allora frequentemente un giovane artista italiano, la più bella creatura che avesse mai incontrato? Ma ben presto la sua bontà, il suo affetto e il suo desiderio di essere utile lo legano ad August Kopisch, musicista e poeta, che ha espresso lui stesso la sua gratitudine verso il suo illustre amico.

“Il nostro legame non è come la maggior parte dei legami, ha detto Platen, i nostri testimoni sono il mare e la terra. L’immagine della tua immagine da lungo tempo era in me, dal momento in cui la vocazione all’amicizia si era risvegliata nella mia anima che desidera tanto rivedersi, ma più nobile, in un altro. Petto contro petto, servi dell’amore, costruiamogli una nuova Roma.”

Dopo il 1829 le poesie d’amore cessano. Quell’anno compare l’Edipo Romantico, grande commedia Aristofanesca; poi, nel 1833, una storia del Regno di Napoli dal 1414 al 1443, quindi la Lega di Cambrai; poi, nel 1834, il bel poema in nove canti, gli Abassidi; poi, nel 1854, la seconda edizione delle sue poesie. Dopo la sua morte furono pubblicate le sue poesie politiche.

Il clima dell’Italia, i suoi molti amici italiani, i Tedeschi che vi viaggiavano, gli ammiratori che gli scrivevano, i suoi amici in Germania che lo amavano sempre, e l’assenza delle coercizioni che aveva subito in Germania, certamente gli resero più felici gli anni d’Italia. E si può essere certi che anche in questa Italia così voluttuosa e meno ipocrita della sua Baviera, Platen non rinunciò né ai suoi principi, né alla sua dignità. Il piacere senza amore non lo ispirò mai, e un poeta così autobiografico avrebbe sicuramente cantato i bei corpi e le carezze classiche se l’amore venale avesse giocato un ruolo importante nella sua vita. E un uomo così onesto e veritiero (sua madre, che gli sopravvisse, diceva che non aveva mai detto una bugia), se avesse scritto, avrebbe scritto la verità. Prima del 1829 si trovano ancora delle odi d’amore molto belle, e ci si stupirebbe se dopo aver tanto sofferto di amare senza corpo, Platen non fosse stato tentato da corpi senza anime; tentato, ma non sconfitto.

Quando ci si deciderà a pubblicare il diario completo di Platen, penso che la morale, la psicologia e la letteratura ne guadagneranno molto.

Platen è, secondo me, chiaramente il poeta maschio e uranista dell’amicizia entusiasta e dell’uranismo più elevato. E, come lui stesso ha detto, se è impossibile lodare la sua concezione dell’amore, è temerario incolparla. Volle soddisfare nella maniera più intellettuale e ideale le esigenze della sua natura delicata e ardente, ricercando sempre l’immagine che aveva dentro di sé, cercando di trovare questo nobilissimo specchio, non contento di nessun’altra consolazione che l’amicizia e l’arte, quando gli mancava l’amore. Perché non si devono confondere le sue amicizie e i suoi amori. Le sue amicizie furono durature in quanto erano basate sulle sue solide virtù; i suoi amori non lo furono perché erano un’illusione, un ideale da perseguire, dei simboli di culto.

“Ci sono due anime che si capiscono completamente? Ha detto; che l’uomo cerchi la risposta a questo enigma, cercando degli uomini come lui, fino alla morte, fino a quando potrà cercare e morire.”

In una lettera a Schwab Guslav, da Roma, 16 febbraio 1828, Platen parla di un giovane Waiblinger che aveva scritto una poesia per lui e ne desiderava una. Il poeta rifiutò perché questo Waiblinger gli ripugnava troppo. “Ha talento, ma non abbastanza. La sua permanenza in Italia gli è funesta. Le sue poesie non sono migliori perché ci mette il Pantheon, il Colosseo, ecc.. Ma come volete che si diventi un Sofocle quando si è vissuto come un maiale, cosa che egli stesso ammette ogni giorno, perché la sua franchezza, non teme di essere disgustosa. Lord Byron, è vero, è stato in grado di dare qualche credito ai geni libertini, ma certamente non si è comportato male nemmeno la metà di quanto hanno detto, e poi viveva nel lusso e non aveva bisogno di frequentare taverne e bordelli.”

I rapporti tra veracità, bugie e vita sessuale sono stretti. Gli effeminati sono bugiardi a tutti i livelli, dalla perfidia minuziosa all’incoscienza, fino all’incontinenza delle falsità. Osservano male e riferiscono male ciò che hanno osservato. Si conoscono dagli isterici, dai malati, dai criminali, dagli alienati, le esagerazioni della menzogna e della sessualità.

Le cortigiane o le indipendenti, Ninon de l’Enclos e i suoi seguaci si sono talvolta piccati di essere onesti, cosa che è molto difficile per molti effeminati, e impossibile per un certo numero.

L’uranista, l’unisessuale maschio, come Platen o Michelangelo, che è sincero con se stesso e con gli altri, è in una posizione particolare per quanto riguarda la sua sessualità, una volta raggiunta l’età della ragione.

Il suo temperamento focoso, vivace, infiammabile, gli fa desiderare furiosamente un amore completo senza paura, senza ritegno e senza sospetto, la sicurezza nell’amore, allo stesso tempo ha un ideale del quale non saprebbe fare a meno. Non può fingere di amare qualcuno che non gliene sembra degno per ottenere la dolcezza dell’illusione. Gli effeminati, i presuntuosi, gli avidi, i volubili, i curiosi, quelli che si abbandonerebbero all’apparenza per un po’ di divertimento, non possono capire la posizione dell’uranista che la verità e la veridicità difendono dai piaceri frivoli, dalle passioni ingannatrici, dai rapporti che non durano, e che hanno troppo da fare, troppo da sperare, per ubriacarsi dei piaceri dell’Eros di strada.

Insegniamo in primo luogo la verità, la veracità, la sincerità, se vogliamo che l’uomo sessuale, eterosessuale o unisessuale, non inciampi sotto il peso della sua sessualità.
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[1] Oggetto di queste poesie giovanili è l’amore di una ragazza per il suo beneamato.

[2] La stessa timidezza, la stessa “taciturna natura” [in Italiano nel testo], la stessa lentezza e “ritrosità” [in Italiano nel testo] verso le nuove conoscenze, la stessa testardaggine, la stessa ostinazione. Era contento, come lui, di essere nobile perché poteva più facilmente disprezzare i pregiudizi della sua casta senza essere accusato di invidia. Non gli piaceva neanche la danza. Non poteva abituarsi alla coercizione militare, e provava sempre una certa malinconia, quando non gli piaceva qualcuno o qualcosa.

[3] Ancora una volta devo trascurare parecchie sfumature interessanti e parecchie gradazioni delicate.

[4] Come Michelangelo in molte poesie.

[5] Heine ha commesso l’azione volgare di citare solamente questo emistichio e non il successivo.

[6] Una biografia di quest’uomo interessante è auspicabile.

[7] Pubblicato nel 1860.

[8] A K. T. German.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=136&t=5973

GRILLPARZER OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH

Vi presento oggi il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” dedicato a Grilllparzer, un grande poeta austriaco dell’800, certamente non molto conosciuto oggi in Italia. Come al solito, Raffalovich, non si preoccupa dell’opera ma dell’uomo e in particolare dalla sua vita affettiva e sessuale.

La biografia affettiva di Grillparzer mostra con chiarezza quali difficoltà dovesse affrontare un omosessuale per avere una chiara coscienza di sé nell’800.

Grillparzer è un uomo colto, un poeta, un drammaturgo affermato, nella sua biografia, per un verso non emergono tracce esplicite di storie omosessuali, ma solo di profonde amicizie maschili, che si esprimono però nel linguaggio tipico dell’amore; per l’altro si nota la tendenza a coltivare relazioni affettuose con donne, potenzialmente orientate al matrimonio, ma il matrimonio non interviene mai, e lo stesso Grillparzer non considera queste relazioni come storie d’amore, insiste anzi nel dichiarare ad un amico l’assenza di un suo coinvolgimento profondo. Grillparzer ebbe una eterna fidanzata che, dopo la rottura dei rapporti poco prima del matrimonio, si riconciliò con lui; vissero insieme per 50 anni, ma la cosa fu possibile proprio per l’assenza di coinvolgimenti profondi, quella donna e le sue sorelle furono come una famiglia per Grillparzer, furono fonte di una tranquillità senza cosse, ma senza un vero calore affettivo.

Dalla corrispondenza di Grillparzer giovane emerge l’amicizia amorosa per Altmüller, piena di passione, di possessività e di gelosie, dalla parte di Grillparzer.

Questa amicizia si presenta come un vero rapporto d’amore unilaterale sublimato, ma non per questo meno violento. Grillparzer parla con Altmüller sempre con espressioni ambigue e non si rivolge a lui dichiarandogli i suoi veri sentimenti e cercando di coinvolgerlo, lo intrattiene soprattutto parlandogli dei suoi rapporti con le donne e della sua passione per l’arte. Un rapporto del genere produsse certamente ansia e attese ma anche disillusioni e senso di frustrazione.

Nella corrispondenza di Grillparzer maturo (quarantaquattrenne) emerge una storia di tipo molto diverso, che fa molto pensare ad un amore omosessuale, questa volto condiviso, anche se comunque sublimato, non fosse altro per la differenza di età, si tratta del rapporto del poeta con Otto Prechtler, un giovane 22enne, un personaggio la cui vita andrebbe studiata molto attentamente, drammaturgo, librettista d’opera e funzionario dell’amministrazione imperiale austriaca. I toni usati da Grillparzer sono estremamente misurati ma affettuosi, quelli usati da Prechtler sono invece i tipici toni dell’innamorato. Prechtler afferma di avere capito quali angosce fanno stare male Grillparzer ma aggiunge che terrà sempre per sé quello che ha capito. Il rapporto tra i due durò per molti anni e fu probabilmente molto più complesso e profondo di come appare dai pochi documenti che abbiamo a nostra disposizione.

La vita di Grillparzer è caratterizzata, al di là dei suoi successi teatrali e poetici, da un senso di insoddisfazione, di frustrazione e di irrequietezza; è molto probabile che all’origine di tutto questo ci fossero una omosessualità autentica ma repressa più o meno consapevolmente e una eterosessualità di facciata costruita con la forza della volontà ma del tutto insoddisfacente.

Vi annuncio fin da ora che il prossimo post, sul quale sto lavorando, più lungo e più complesso di quello che vi presento oggi, sarà dedicato a Von Platen, un personaggio che Raffalovich considera il modello dell’omosessuale superiore. Con l’analisi del personaggio di Von Platen termina “Uranismo e Unisessualità”.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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GRILLPARZER

Franz Grillparzer (1791-1872), il più famoso e anche il miglior poeta dell’Austria, illustre perché è unico in Austria, ma giustamente famoso, merita un lungo studio psicologico. Fu un invertito superiore, sfortunato e onesto.

Nacque a Vienna nel 1791 e morì nel 1872. Dopo Klopstock, nessun poeta tedesco ebbe un simile funerale.

Grazie alla sua autobiografia, breve e incompleta, ma del più alto interesse, ma soprattutto grazie alla Grillparzer Gesellschaft [Associazione Grillparzer] e ad Heinrich Laube, si hanno a disposizione molti documenti per ricostruire la vita e il carattere di Grillparzer. Molto onesto, molto diretto, molto impressionabile, vale a dire, o molto suscettibile o molto indifferente, ha molto sofferto e molto fatto soffrire, ma rimarrà comunque come un ottimo esempio di una vita dedicata all’arte, al disinteresse. Soffrì fino ad indebolirsi, ma fu coscienzioso fino rendersene forte.

Fu uno degli scrittori più degni, più stimabili; un modello di virtù civica e un poeta drammatico di grande interesse, – ma la sua vita intima è sotto certi aspetti più interessante delle sue opere letterarie.

Cresciuto in una famiglia benestante, una fantastica madre musicista, che morì in un modo tragico e misterioso, un padre molto onesto, molto silenzioso, tranne quando si occupava di botanica o si prendeva cura dei fiori, molto riservato, e che morì di dolore nel vedere la sua fortuna distrutta con la rovina dell’Austria, Grillparzer si trovò costretto a diciotto anni a sostenere sua madre e i suoi fratelli.
Si fece carico per tutta la vita delle sue responsabilità familiari con una dedizione toccante.

Il suo secondo fratello, che soffriva di forti mal di testa durante l’infanzia, a diciassette anni fuggì dalla casa paterna. Ricomparve dopo lungo tempo con una donna e dei bambini. Grillparzer gli trovò un lavoro, pagò i suoi debiti, poi un giorno Karl scappò di nuovo, e finì per accusarsi falsamente di un omicidio. Fu riconosciuto affetto da follia melanconica.

Un altro fratello, molto bello, Camillo, che, essendo un bambino, prendeva sul serio i suoi lavori di cucito, e si compiaceva nel ruolo di una bambina, aveva talento musicale e fu molto infelice.

Il fratello più giovane si uccise a diciassette anni, lasciando una lettera commovente:

“Ho molto ingannato mamma e Franz, e chiedo loro perdono. Non mi maledicano. O mio Dio, forse soffrirò ancora molto all’altro mondo. Se mai Franz avrà figli, che li educhi e non somigliarmi. Se ho il diritto di chiedere qualcosa, che i miei vestiti siano dati a Bepi.”

Camillo (nato il 15 agosto 1793, morto il primo giugno 1865), scrisse a suo fratello maggiore il 4 maggio 1817 (all’età di 24 anni), una lettera strana e oscura ricordandogli che fin dalla sua nascita era stato più impressionabile di una donna, di costituzione più fragile, sempre desideroso di ciò che era grande in lui senza avere la forza di possederlo o i mezzi per arrivarci.

Fino a 19 anni si consolava della sua imperfezione e si credeva felice, ma la ragione gli mostrò quanto si fosse ingannato. Parlava della sua estrema paura delle impressioni sgradevoli e inevitabili, della singolarità della sua natura.

Una seconda lettera ancora più misteriosa, dell’anno seguente, spiega a suo fratello perché la loro madre non dorme la notte – lui stesso non dorme più di tre ore per notte. Si lamenta di rassomigliare tanto alla madre, ma di soffrire anche più di lei, essendo un uomo. Sappiamo che la madre, andava pazza per la musica, e perdeva tutta la sua dolcezza al pianoforte. La vita intima di Camillo non è stata sufficientemente chiarita perché ci si possa soffermare su questi documenti.

Il diario di Franz Grillparzer e la sua autobiografia ce lo mostrano precoce, inquieto, che non sa esattamente se è un grande poeta o no, casto ma soprattutto puritano, che si crede sempre innamorato di una donna idealizzata, ma evidentemente più preoccupato delle sue amicizie.

Così c’è un certo Altmüller, che egli critica aspramente nel 1808 (Grillparzer è nato nel 1791 e dunque ha diciassette anni), accusandolo di egoismo, di incoerenza, di atteggiarsi, e si sforza di dimostrare a se stesso che Altmüller e Wohlgemuth gli sono amici, ma insiste nel credere quelle amicizie illusorie.

Eppure l’attaccamento di Grillparzer e Altmüller cresce; i due giorni in cui Grillparzer è molto innamorato di Antoinetta, e tutte le sue passioncelle fittizie sembrano ostacolare molto poco questo affetto.

1808 – “Balliamo stasera dai Wohlgemuth, – le due belle W. ci saranno: nessuna delle due mi piace particolarmente, eppure io sono stato per tutto il giorno più inquieto che nei giorni del mio più profondo amore per Teresa, quando la andavo a trovare. Da dove viene tutto questo?”

1808 – “Antoinetta si sposa e non sarà felice con il marito. Ho pietà di lei … lei mi ha amato e mi amerebbe ancora se la mia incostanza non avesse rotto il legame che ci univa.”

“Sarò mai qualcosa di più di un poeta mediocre? Questa domanda mi fa disperare.”

Elenca ciò che ha del poeta: una forte, bruciante immaginazione, comprovata da molte ore felici e molte ore infelici, dalla distruzione della salute fisica, da passioni violente. Ma gli manca, secondo lui, questo furore poetico. La poesia lo raffredda invece di riscaldarlo. Sembra che le donne producano lo stesso effetto su di lui.

Suo padre muore nel 1809.

Nel 1810 dobbiamo soffermarci su un episodio della sua amicizia con Altmüller.

Il 16 giugno, alle undici di sera, era andato a casa di Altmüller, e trovando che era uscito, aveva sfogliato i suoi libri e i suoi manoscritti. In un quaderno del suo diario aveva trovato delle lettere a un certo Karl N. e degli appunti su lui stesso.

Grillparzer non si era mai reso conto fino a quel momento della forza della sua amicizia per Altmüller. Si parlava di lui in quelle confidenze. La sua vanità lo spinse a leggere, sperava di trovare qualcosa di lusinghiero. Lungi da ciò, ebbe la sfortuna di leggere che Altmüller si era sempre ritrovato ingannato nelle sue amicizie. Grillparzer quasi non riusciva a ricordarsi di aver mai accusato un tale colpo.

L’amor proprio, la vergogna e la gelosia lo misero in uno stato che l’arrivo di Altmüller peggiorò ulteriormente.

Lo rimproverò della sua falsità e gettò il quaderno sul tavolo.

“Non si può giustificare, scrisse nel suo diario quella stessa sera, che Altmüller abbia chiamato questo giovane “tu”, e suo caro Karl. Quante volte mi ha detto che era geloso di Mailler, cosa della quale comunque non ha mai avuto motivo, e ora! Il pensiero di venire dopo questo giovane è intollerabile per me comunque.”

Poi si lancia in lamentazioni su se stesso, sulla sua ridotta sensibilità, sulla sua freddezza, sulla sua mancanza di immaginazione.

Lui, che era sempre innamorato, ora vede le ragazze più belle senza un pensiero d’amore, e anche il suo ideale di un’amata comincia a svanire. Si lamenta di diventare sgradevole per i suoi amici. Non capisce la causa della sua malinconia, che comunque cresce ogni giorno.

“Non so pensare a nulla di più accattivante che lasciare Vienna e l’Austria, tenendo Altmüller per mano, cercando in altri paesi una felicità che non riesco a trovare qui.”

Si avvicina all’idea del suicidio, poi torna di nuovo sulla giornata che ha trascorso:
“Questo rapporto con Altmüller, che consideravo da così lungo tempo una parte della mia felicità … essere allontanato, allontanato da lui che ho pensato mi tradisse con qualsiasi parola un po’ intima con un altro, da lui che la mia assenza rattristava, che la mia freddezza spingeva fino alla malinconia. Io sacrificato a un giovane sconosciuto, uno straniero, senza carattere, come dimostrato dal suo desiderio. Altmüller, che il mio atteggiamento riservato e disattento non poteva allontanare, cerca in seno a questo individuo … quello che non può trovare in me.

È stato sempre ingannato nell’amicizia ed è per questo che è ricorso a lui. Quindi doveva pur accadere questa cosa che pensavo impossibile, e Wohlgemuth ha ragione, non è per la mia incostanza (che Altmüller mi rimproverava), ma per la sua. Ma dove avevo gli occhi? Perché non ho notato da molto tempo la sua indifferenza? Lui, nelle cui braccia mi sono riposato durante quelle ore sacre, lui che solo, solo tra tutti gli uomini, ha conosciuto le profondità del mio cuore, – lui ha potuto un po’ di tempo fa interessarsi a questo pedante arabo e ora ha potuto conoscere questo ragazzo e scrivergli, dargli del tu. – Oh! quella notte indimenticabile quando gli ho dato del tu per la prima volta, e quando ho con questa parola sigillato per sempre la mia amicizia! Come era sacra per me questa parola, e lui la profana oggi. E prende in prestito da lui venti guldens. Proprio questo mi ha scosso più violentemente. Quale intimità questo fatto fa supporre, oppure … Oh! quanto ti ho capito male, o quanto mi hai ingannato … devo andare a casa sua, ho bisogno di un chiarimento, non posso rimanere più a lungo in questo stato d’animo. Ma a che fine chiarire una cosa che già è così chiara… Sta suonando l’una. Vado a letto e a dimenticare, almeno per un paio d’ore.”

“17 Giugno, ore sette di sera.

“Sono stato a casa sua. Lui è innocente. Le lettere che ho letto sono immaginarie e la nostra amicizia è forte come prima. Un altro al mio posto, Altmüller stesso, avrebbe perso le speranze, ma no, che nessun dubbio venga a turbarmi. Lui è il mio amico, e giuro, non ho l’ombra di un sospetto. Mi sento felice, leggero, ma comunque non è tutto come dovrebbe essere; la mia malinconia che è così inspiegabile per me, non è purtroppo ancora dissipata.”

La sua malinconia, così inspiegabile per lui, cerca delle consolazioni fantastiche.

L’ideale della libertà svizzera lo incanta. Reclama per sé e per George (Altmüller) una casetta in Svizzera con una moglie virtuosa nata in Svizzera! Per quanto riguarda le donne del suo paese, le odia, scrive nel suo diario, questo sesso spregevole che non è mai ciò che sembra, che piange senza dolore, ride senza gioia, – del quale egli ha confuso troppo a lungo la stupidità con l’innocenza e il sentimentalismo con il “cuore”.

Il 29 novembre 1810, gli accade qualcosa di straordinario. Un cantante famoso, il castrato Velluti, era a Vienna e Grillparzer era determinato a non andarlo a sentire, avendo orrore di tutto ciò che è contro natura, e in particolare in questo genere di cose. Infastidito, costretto ad andare a teatro, spinto lì da alcuni amici e dalla sua noia, viene punito. Non appena il castrato cominciò a cantare, una sensazione strana e dolorosa si impossessò di Grillparzer; lui cercò violentemente di sottometterla, ma il suo disagio crebbe talmente che fu sul punto di svenire e di lasciare mezzo morto il teatro. Non ricordava di aver mai avuto nella sua vita una sensazione così sgradevole. (Aveva allora quasi 20 anni).

A 21 anni, si innamora di un’attrice che interpretava il ruolo di Cherubino, e la sua travestita gli strappa dei bei versi di cui egli in seguito si meraviglierà: il sentimento di questi versi è abbastanza sessualmente ambiguo. Egli sostiene nella sua autobiografia che questi versi siano arrivati in un modo piuttosto misterioso e anonimo a Cherubino, e Cherubino, che allora era una ricca mantenuta, abbia dichiarato che, se avesse trovato il poeta che aveva composto quei versi, avrebbe abbandonato il suo protettore per lui. Fu (secondo Grillparzer) il protettore di Cherubino che diversi anni dopo gli recitò quei versi anonimi per dimostrargli che i grandi poeti restavano ignorati, e gli raccontò della inutile infatuazione della signora. È pensabile che una relazione tra Cherubino e Grillparzer avrebbe potuto cambiare il corso della sua vita sessuale. Cherubino era probabilmente abbastanza virile e abbastanza carina per piacere Grillparzer.

Del resto, le attrici possono sempre (soprattutto quelle che recitano come travestite) sedurre più facilmente delle altre donne gli uomini la cui sessualità è indecisa.

Se si crede che è esagerato parlare già dell’indecisione della sessualità di Grillparzer, il resto della sua vita giustificherà questa asserzione.

Era alto, aveva bellissimi occhi azzurri, un viso pallido e interessante e bei capelli castani. Era molto semplice, gentile, timido, amante del silenzio, e trovava molto doloroso costringersi a parlare quando non lo desiderava. Certamente in gioventù era un uomo molto simpatico, sia agli uomini che alle donne. A 25 anni riportò un enorme successo con il suo dramma L’Antenato, che lo collocò subito in prima fila [tra gli autori di teatro], il successo ben presto proseguì col successo della sua Saffo, dramma che mostrava un notevole progresso. Era considerato unanimemente il poeta dell’Austria.

Alcune donne lo amarono – Marie Piquot, una ragazza, lo amò in segreto, morì e nel suo testamento pregò i genitori di adottare Grillparzer e di occuparsi di lui. Rimpiangeva in questo testamento di non potersi fare amare da lui per esser buona e dolce con lui. Attraverso le banalità di una conoscenza mondana, Maria aveva indovinato l’anima del poeta, le sue difficoltà di carattere, tutto quello che gli rendeva difficile dedicarsi agli altri e accettare il fatto che gli altri si dedicassero a lui.

Grillparzer si rimproverò di non essere abbastanza toccato dalla morte e dalla tenerezza di Maria.

Una bella donna, sposata con uno dei suoi parenti, Carlotta, lo amò anche lei e lo fece passare attraverso le sofferenze dell’odio e dell’amore. Lei lo attivata e nello stesso tempo gli era repellente. Era evidentemente la donna nella sua sensualità che lo tormentava così. Benché Grillparzer dica che questa donna aveva cambiato il platonismo della sua natura (aveva allora 29 anni e si diceva molto interessato), io non penso che sia mai stato il suo amante. Lei gli confessò sul letto di morte di averlo amato più di quanto lui potesse immaginare.

Mi affretto ad arrivare alla grande e misteriosa amicizia-amore di Grillparzer (e alla sua eterna fidanzata Kathi Froehlich), che durò mezzo secolo e stupì i contemporanei col suo enigma. Noi ne conosciamo la chiave.

Una lettera del poeta ad Altmüller ci riassumerà la situazione.

Verso il suo trentesimo anno cercò di fortificare il suo corpo – con l’idroterapia, il nuoto, l’acqua fredda, la scherma – e credette di trovare in questi esercizi la causa della diminuzione della sua fantasia, della sua immaginazione. Forse, si diceva, per essere poeta avrebbe dovuto conservare la fragilità del suo essere fisico.

Evidentemente si sbagliava: osservava i suoi sintomi con acutezza, ma certamente non aveva una visione d’insieme del suo stato fisico e mentale.

A 31 anni fece la conoscenza delle quattro sorelle Froehlich, sorelle musiciste, di cui la terza, e forse la più bella, lo amò per 50 anni. Lei aveva dieci anni meno di lui.

Grillparzer, nel suo affetto per le donne, cominciava sempre dal farsi un’idea di questo affetto e del modo in cui quella donna doveva pensare e comportarsi. Non appena riscontrava una minima differenza tra la sua idea e la realtà si tirava indietro. “In tal modo, egli scrive, ho giocato con le donne il ruolo di un seduttore, e comunque avrei sempre fatto di tutto per essere per loro quello che desideravano. In questo modo, quindi, sono stato la disgrazia di tre donne, tutte e tre di carattere forte. Due sono morte. Ma non ho mai barato su un’inclinazione che io stesso ho invocato.” Vale a dire sul fatto che il suo sentimentalismo superficiale e l’affetto di una donna non erano sufficienti per attirarlo e trattenerlo.
Scrive ad Altmüller a proposito di Kathi una lettera di capitale importanza, una delle lettere più curiose scritte da un uomo distinto e famoso.

La riassumo:

“Tu mi chiedi di descrivere la persona che amo. La persona che amo, tu dici? Piacesse a Dio che io potessi dire sì. Piacesse a Dio che il mio essere fosse capace di questo abbandono, di questa dimenticanza di sé, di tutta questa unione che è l’amore. Ma non so se sia egoismo supremo, o qualcosa di peggio, o un desiderio sconfinato per l’arte e tutto ciò che riguarda l’arte, ma tutte le altre cose non possono tenermi che per un momento. Insomma io non sono in grado di amare. C’è sempre per me qualcosa di più alto di una persona cara, e dopo un oggi dei più teneri, senza intervallo, senza motivo, c’è un domani di freddezza, di dimenticanza, di inimicizia. Credo di aver notato che amo nell’amata solo l’immagine disegnata dalla mia fantasia, in modo che la realtà diventa per me un’opera d’arte che mi affascina per la sua somiglianza con i miei pensieri, e che mi respinge tanto più violentemente quando noto la minima differenza. Si può chiamare amore questo? Abbi pietà di me e di lei che ha ben meritato di essere amata veramente per se stessa.”

“La conoscenza di questa infelice caratteristica del mio carattere mi ha tenuto lontano il più possibile dalle relazioni con le donne alle quali del resto ero abbastanza portato dalla mia natura fisica.

Ma ogni volta che mi sono lasciato trattenere ho fatto questa triste esperienza, tanto più naturalmente perché sono sempre stato attratto esclusivamente verso quelle meno adatte a me – vale a dire, quelle il cui carattere aveva dei tratti decisi, che davano al mio gusto per l’analisi psicologica e alla mia immaginazione di poeta più alimento, e che d’altra parte avevano qualcosa di freddo e di segreto che rendeva impossibile qualsiasi fusione, qualsiasi unione.”

Poi racconta del suo incontro con Kathi, di come lei lo annoiava con le sue lodi la prima volta che si videro.

Si resero reciprocamente molto infelici. Grillparzer si spiegava in molti modi il loro affetto difficile e doloroso. Lui non ammetteva mezze misure e lei ancora non riusciva a contenersi o a sottomettersi. Ma se non ci fosse stata proprio questa impossibilità lei lo avrebbe interessato?

“Dopo tutto, scrive ancora, è un mio capriccio non possedere questa ragazza che mi ha messo in questo stato deplorevole. Capriccio, perché non era una decisione veramente virtuosa, ma forse solo il piacere estetico ed artistico che la purezza di questa ragazza mi deva, che mi impediva di fare ciò che le mie emozioni e i miei pensieri quasi irresistibilmente mi spingevano a fare.”

“Forse” e “quasi” ricorrono costantemente in queste confessioni. Grillparzer racconta come, nella sua lotta contro l’eccitazione sensuale, emanava da lui una tale atmosfera erotica che l’innocente Kathi ne rimase scossa inconsciamente e subì tutti gli effetti dell’istinto sessuale contrastato. Divenne gelosa, violenta, rissosa, e anche il lato intellettuale “così favolosamente bello” di questo affetto fu rovinato.

Non possiamo essere sorpresi che, al momento di sposarsi, malgrado tutto, dopo aver affittato un appartamento, il rapporto si ruppe – dopo una accesa discussione. Fu un accesso di gelosia che per un momento li separò del tutto. Grillparzer se ne andò. Kathi si ammalò gravemente. Lui si trovò preso tra la debolezza e la crudeltà. Cedette. Ritornò come amico, e rimase l’amico per quarantacinque anni. Le sorelle gli avevano detto che Kathi non sarebbe sopravvissuta a una rottura completa. “Ho pranzato dalle Froehlich,” ha scritto –

“Come sempre, dopo una riconciliazione, una specie di desiderio si risvegliò in me. La presi in grembo e l’accarezzai per la prima volta dopo molti anni. Ma l’emozione è spenta. Non posso farla rinascere.”

Kathi, secondo lui, avrebbe potuto fare felice un uomo occupato tutto il giorno che desiderasse la sera un po’ di allegria e di vivacità, ma non lui. Questa singolare catena esisteva da cinque anni quando Grillparzer, annoiato, stanco, cercò riposo in un viaggio. Andò a trovare Goethe, e lì la sua natura nervosa e difficile lo fece soffrire di nuovo. Grillparzer era poco incline all’ammirazione per i suoi contemporanei. Goethe soltanto gli imponeva il rispetto dovuto ad un essere sovrumano. Goethe lo accolse molto bene, lo trovò simpatico. Grillparzer pianse quando lo prese per mano per andare a pranzo. Goethe lo condusse nel suo giardino con l’aria di un re e di un padre. Ma Goethe era troppo grande, troppo arrivato, troppo olimpico, e Grillparzer si allarmò all’idea di trascorrere la serata con lui. Non osava. Non si sentiva abbastanza forte per difendere la sua posizione letteraria. Fuggì, portando con sé la vergogna e il rimorso per la sua debolezza e per la sua ingratitudine. Goethe lo aveva rattristato compiangendolo per il fatto di non avere a Vienna né uguali né le persone che lo potessero capire.

Ebbe sempre un sacco di problemi, problemi di famiglia, di rapporti sociali (perché le protezioni più alte non sembravano evitargli dei veri tormenti burocratici nella sua vita di impiegato nei ministeri), d’ingiustizia, di teatro. Le sue opere non avevano sempre immediatamente successo; doveva sopportare tutte le ingiustizie, nonostante l’ammirazione che non gli veniva rifiutata. Una cosa curiosa: egli fu presente solo alla prima della suo primo dramma. Gli fece un’impressione così sgradevole che giurò di non assistere più a nessuna delle sue opere, e mantenne la parola. Era un uomo molto testardo quando prendeva una decisione, molto determinato e molto coscienzioso.

Verso il suo cinquantesimo anno smise di scrivere versi lirici, personali. Si concesse piuttosto degli epigrammi. Era insieme scontento, rassegnato, triste e coraggioso.

Si è colpiti leggendo il diario dei suoi viaggi in Italia, Grecia, Francia, Germania, dalla nitidezza, dall’interesse, dalla severità e dall’indulgenza di quest’uomo.

Restava facilmente scioccato: le parolacce, i bagni dove gli uomini si mostravano nudi, l’egoismo, la noia, il disagio, fanno una viva e dolorosa impressione su di lui. Ma è ugualmente colpito dalla bellezza dei ragazzi o dei giovani uomini, dalla grazia, dalla bella figura e dal bel viso delle donne, dal buon senso o dalla bontà degli uomini. Per questo si possono leggere tutte le sue impressioni di viaggio con grande piacere. Si sente sempre che è un uomo che scrive, anche quando è sofferente, ingiusto e mal disposto.

Nel 1848 la sua poesia al generale Radetzky fu solennemente letta a tutti gli ufficiali di Radetzky. Fece il suo dovere come poeta patriottico. Stanco delle emozioni di quell’anno, decise di rimanere a casa delle sorelle Froehlich, al quarto piano. Trascorse lì gli ultimi venti anni della sua vita. Ricevette molte onorificenze. Il primo ministro, il principe Schwarzenberg, salì i suoi quattro piani per consegnargli una decorazione, Radetzky lo invitò ad un banchetto, l’Accademia lo cooptò, e per essa scrisse la sua Autobiografia.

Lassù, al quarto piano, trascorse i suoi ultimi vent’anni, scrivendo, leggendo, ascoltando con indifferenza quando gli raccontavano del successo di tutte le sue opere teatrali, che venivano rimesse in scena. Quelle che in precedenza non erano state bene accolte avevano ora successo.

“Incredibile”, diceva, scuotendo la testa.

Kathi Froehlich, sua erede, istituì, con quello che Grillparzer le aveva lasciato, un premio triennale per il miglior dramma austriaco. Dopo la sua morte, furono messe in scena le quattro opere teatrali che non aveva ancora pubblicato.

La maggiore delle sorelle Froehlich, l’unica sposata, Giuseppina Bogner, era un tipo strano, a quanto pare, sembrava più un ragazzo che una donna. Suo figlio Wilhelm fu adottato dal Grillparzer che lo amò molto e si prese cura della sua educazione. Il giovane morì all’età di 22 anni. Grillparzer non lo abbandonò durante la sua malattia – e fu dopo la sua morte che si decise ad andare a vivere con le zie. – La madre diventò sempre più eccentrica e, ci viene detto, finì per essere « un original féminin » [si noti l’articolo al maschile] “un originale femminile”.

La famiglia Froehlich era molto unita e Grillparzer, che amava la musica, amava tutte le sorelle. Ogni volta che voleva rinunciare a vedere Kathi le sorelle lo riportavano indietro. Per lui era una famiglia. La sua non gli procurava che dolore.
Le lettere di Grillparzer a Kathi non sono lettere d’amore. Le dice una volta di essere sul punto di innamorarsi. Ma di solito è freddo o sarcastico, o annoiato, o giocoso con l’intenzione di esserlo. Le lettere di Kathi mostrano che diventa sempre più umile e devota con l’età.

Lei ha sofferto tanto quanto Grillparzer. Vivendo in un ambiente artistico, in una grande città poco austera, molte persone pensavano che Grillparzer fosse o fosse stato il suo amante, perché non si sposarono. Lei, così impulsiva, così polemica, non sembra aver rimproverato Grillparzer su questo punto.

Quello che c’era di sbagliato, di crudele e di fastidioso in quella situazione si riscatta negli ultimi venti anni della vita di Grillparzer, quando le tre sorelle che erano state così attraenti, così ricercate e così festeggiate, e che Bauernfeld chiamava ora le tre Parche, si dedicarono tutte e tre al poeta.

Si possono leggere le lettere e i telegrammi che i sovrani tedeschi gli indirizzavano, l’imperatore d’Austria, il Re di Baviera, l’imperatrice di Germania.
Quando ebbe ottant’anni, l’anno prima della sua morte, l’imperatore d’Austria gli diede una pensione di 3.000 gulden.

Nel primo volume pubblicato dalla Grillparzer Gesellschaft (Associazione Grillparzer) si trova una lettera singolare e chiara scritta da un giovane uomo di ventidue anni a Grillparzer che aveva allora quarantaquattro anni; è di Otto Prechtler, poeta che succedette a Grillparzer in uno dei suoi posti di lavoro e che morì nel 1881.

“Enigmatico miracoloso, così estraneo eppure così intimo, così pieno di pudore eppure troppo forte per essere sradicato, così unico, mi sembra il rapporto spirituale tra di noi nei quattro anni da quando vi conosco, da quando siete apparso nella mia vita come l’asilo, il faro.”

Trova così strano, essendo lui così giovane, così oscuro e Grillparzer così maturo, così uomo, che ogni periodo della vita di uno corrisponda ad un periodo nella vita dell’altro. Se Grillparzer fosse morto e se lui credesse alla trasmigrazione, avrebbe pensato che l’anima di Grillparzer gli facesse l’onore di vivere in lui.

Gli aveva scritto una poesia, poi era andato a pregare nella grande Stephanskirche (cattedrale di Santo Stefano) di non perdere la fede in Grillparzer.

Aveva amato appassionatamente una certa Eloisa, e assicura Grillparzer che il suo amore per lui assomiglia notevolmente all’amore per lei; la differenza tra questi due amori è la stessa che c’è tra poeta e uomo. – “Vi amo come ho amato Eloisa, con quella tenerezza e quella venerazione che escludono tutti gli altri sentimenti sensuali. Amavo Eloisa come voi, con quella timidezza che arrossisce, con quel desiderio di mostrare il meglio di me.”

Grillparzer lo aveva incoraggiato, lo aveva spinto a credere nel suo talento e gli aveva procurato una posizione sociale. Ricorda a Grillparzer di aver provato il dolore di chiedergli denaro. Gli ricorda anche che una volta aveva detto: Mi dispiace che voi abbiate cercato un rifugio vicino ad una natura così tormentata, così distrutta come la mia.

E, con la chiaroveggenza dell’affetto e di molte altre cose, il giovane uomo proclama con orgoglio di aver capito Grillparzer. Terrà sempre nel suo cuore quello che ha compreso. Si accontenta di dire che la bontà, l’elevazione, la simpatia, la santa mansuetudine e la bontà verso di lui, Prechtler, derivano da questa ammirabile natura distrutta.

Si esalta sempre di più per il piacere che gli danno le attenzioni benevole di Grillparzer e i suoi tratti nobili. Rivede sul suo volto i grandi momenti del lavoro drammatico del maestro, l’entusiasmo di Saffo, la passione Jaromir, ecc..
“Nessuno può amarvi di più, può adorarvi di più. Vorrei che voi foste collocato meno in alto per arrivare più vicino al vostro cuore, o vorrei essere una ragazza. Vi avrei amato ineffabilmente, vi avrei idolatrato. Ma io sono povero di anni e di esperienza, e voi siete anche direttore degli archivi.”

C’è un’altra lettera dal 1863, quando Grillparzer fece una brutta caduta su una scala, “il solo passo falso della vostra esistenza”, dice Prechtler.

Grillparzer è per me l’uranista con inclinazioni eterosessuali, la cui sfortunata eredità e i cui dolori costanti hanno represso gli istinti unisessuali senza distruggerli, ma non tanto da dare un libero sviluppo agli istinti eterosessuali.

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KARL PHILIPP MORITZ OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi, tratta di un personaggio decisamente poco noto in Italia, Karl Philipp Moritz (1756- 1793), un letterato tardo illuminista, la cui vita è la dimostrazione di coma la volontà e l’impegno personale possano portare a risultati estremamente importanti, da qualsiasi livello si parta.

Nato nel 1756, in una famiglia di condizione molto modesta, il padre suonava in una banda militare, è allevato seguendo i principi del quietismo e del pietismo, all’età di 12 anni viene mandato a fare l’apprendista presso un artigiano perché impari l’arte del cappellaio; dal 1771, un benefattore lo mette in condizione di poter studiare, studia teologia prima ad Erfurt e poi a Wittemberg. Nel racconto autobiografico “Anton Reiser” racconta della spietatezza dei suoi educatori, che volevano farne un predicatore. Si sente attratto verso il teatro e vuole essere il grande interprete di Shakespeare e di Goethe, ma la cosa non gli riesce, torna agli studi, nel 1779 aderisce alla massoneria e conosce diversi filosofi illuministi. Nel 1784 è nominato professore al Ginnasio di Berlino, si dedica per un po’ al giornalismo, dopo solo due anni, nel 1786, abbandona l’insegnamento; comincia un viaggio in Italia, dove incontra Goethe che gli dà il suo appoggio e lo considera come un fratello minore. Quando rientra a Berlino, ottiene una cattedra di Archeologia ed Estetica all’Accademia Reale di Belle Arti. Per interessamento di Goethe, il duca di Weimar lo nomina “Hofrath” (Gran Consigliere). Non poté purtroppo godersi la fama che si era conquistato, morì di tubercolosi a 35 anni e 9 mesi.

Questo il ritratto ufficiale di Moritz, ma Raffalovich, dalla lettura dell’Anton Reiser e da altri documenti cerca di ricostruire la vita sessuale di Moritz, che risulta essere fortemente condizionata dall’educazione religiosa e dalla totale ignoranza in materia di sessualità. Sulla base di quanto ci è rimasto non possiamo dire con certezza che fosse omosessuale, ma certo il mondo femminile non è mai entrato nei suoi interessi. Va riconosciuto che le amicizie maschili di Moritz, per quanto molto intense, sembrano essere state vissute solo a livello di forte sublimazione. È difficile capire quali esperienze Moritz abbia fatto in Italia, certo è che quel viaggio e l’incontro con Goethe cambiarono profondamente la sua vita.

Per la comprensione del testo di Raffalovich bisogna fornire qualche elemento biografico su Madame Guyon, che viene citata da Raffalovich senza ulteriori specificazioni.

Jeanne-Marie Bouvier de La Motte nasce il 13 aprile 1648, sposa a 16 anni Jacques Guyon ma resta vedova a 28 anni. Si dedica a vita religiosa, e viene a contatto con le idee del quietismo. Nel 1685 Madame Guyon dà alle stampe il suo “Metodo molto breve e facile per pregare” di chiara tendenza quietista. L’Inquisizione romana ha cominciato nel frattempo a perseguire Miguel Molinos (fondatore del quietismo), che sarà costretto all’abiura nel 1687 e sarà condannato al carcere a vita. Madame Guyon temendo di fare la fine di Molinos, cerca aiuto nell’arcivescovo François de Salignac de La Mothe-Fénelon, noto come Fénelon. Le accuse di quietismo formulate contro Madame Guyon furono affidate ad una commissione di cui facevano parte l’arcivescovo Jacques Bénigne Bossuet e lo stesso Fénelon. La commissione stese un documento in 34 articoli sulla vita interiore che Madame Guyon si convinse a sottoscrivere e ad osservare, ma un malinteso con l’arcivescovo Bossuet determinò comunque il suo arresto e fu condotta alla Bastiglia dove rimase per cinque anni. Per questa ragione Raffalovich la chiama “prigioniera d’amore”. Liberata nel 1703, morirà nel 1717.

L’arcivescovo Fénelon è l’autore delle Avventure di Telemaco, citate da Raffalovich, accusate di contenere critiche alla politica di Luigi XIV. Sia per il Telemaco che per la questione quietista Fénelon cadde in disgrazia e fu bandito dalla corte.

Ma ora lasciano la parola a Raffalovich.
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K. P. MORITZ

Karl Philipp Moritz, che ha scritto la sua autobiografia fino all’età di vent’anni (Anton Reiser) con una chiarezza veramente moderna, ha sofferto molto nella sua infanzia e durante la sua giovinezza. Il padre e la madre non andavano d’accordo su Madame Guyon, che il padre adorava e la madre temeva.

Anche le riconciliazioni familiari erano celebrate con degli inni di Madame Guyon cantati su melodie gioiose. Il bambino la cui lettura fu per lungo tempo limitata a Madame Guyon e a Telemaco (perché Fenelon era stato un amico della prigioniera d’amore), e che era arrivato anche a confondere Calipso et Mme Guyon, aveva un talento invincibile per l’apprendimento, un desiderio insormontabile di diventare qualcuno. La religione, il quietismo e il pietismo all’inizio gli fecero considerare il pulpito come l’ideale in questo mondo, ma le sofferenze di ogni genere, le mortificazioni imposte dalla carità e dalle persone caritatevoli al bambino sfortunato in collegio e all’università e lo stato di paria sociale al quale lo condannavano la sua povertà mal messa e la durezza del suo entourage, gli fecero cambiare il suo ideale e si credette chiamato ad essere il grande attore, l’interprete di Shakespeare e di Goethe. Questa fu per molti anni la sua follia, nata non dal suo talento, ma dal suo desiderio di essere qualcuno in un mondo così freddo e anche sprezzante. Finì per diventare professore e famoso. A trent’anni si recò in Italia dove Goethe lo prese in amicizia, lo curò quando ebbe un incidente al braccio e imparò molto da lui (perché era un uomo molto dotto in metrica ed estetica). – Goethe cercava di renderlo più felice, trovava che sembrasse un fratello più piccolo e maltrattato dal destino ogni volta che il destino aveva sorriso a Goethe. Grazie a Goethe, il duca di Weimar accolse Moritz, e il povero umiliato, che così spesso non aveva avuto nulla da mangiare, finì “Hofrath” (Gran Consigliere) e morì di petto a trentacinque anni e nove mesi. La sua vita sessuale presenta un certo interesse.

L’amore per la domma o per il femminile non compare affatto nella sua autobiografia fino all’età di vent’anni. Al contrario, insiste sulla sua innocenza e la sua ignoranza. A sedici anni aveva scritto il nome dei peccati che temeva, ma non conosceva: la sodomia, il peccato muto [il peccato innominabile], l’abuso di se stessi. La sua ignoranza durò fino a diciannove anni quando vide dei disegni anatomici. Viveva in un mondo completamente immaginario in cui l’amicizia, la religione, gli applausi dalla folla, il successo avevano un ruolo importante, ma non la donna.

Quando fu pubblicato il Werther, si innamorò del libro e dell’autore, avrebbe voluto essere il suo domestico. Werther agì su di lui come Shakespeare che egli allora leggeva tutta la notte ad un caro ed unico amico (amico che, del resto, lo infastidiva raccontandogli i suoi amoretti), ma, questo è curioso, non è la storia l’amore che lo interessa nel Werther. – Lotte e l’amore di Werther lo annoiano. È tutto il resto del libro che adora, lo stile, l’amicizia, il punto di vista rispetto alla natura umana e inanimata. È una chiara evidenza dell’effetto provocato dal Werther sulla gioventù di allora, l’adorazione di questo giovane uomo che non pensa nemmeno all’amore. Comprendiamo meglio il successo del Werther: gli invertiti, gli indifferenti, i complicati di quest’epoca poterono infatuarsi ed entusiasmarsi per le opinioni di Werther,[1] per lo stile dell’opera, senza interessarsi a Lotte.

Più tardi, a quanto pare (secondo le confidenze del suo amico Klichnig), non sfuggirà all’onanismo. Era molto passionale, continua l’amico familiare, ed è rimasto vergine fino all’età di trent’anni quando si recò in Italia. Durante i primi venti anni, quelli che Moritz stesso ha descritto, i dolori, il cibo cattivo, le preoccupazioni, intellettuali e della vanità, erano facilmente in grado di allontanare Moritz dalle soddisfazioni sessuali. Più tardi, con il riposo e più da mangiare e da bere, la sua immaginazione che lo aveva sempre tanto maltrattato, lo portò all’onanismo. Fino a ventotto anni, dice l’amico, l’amicizia e l’affetto per l’amico erano bastati a Moritz, e non aveva amato donne sentimentalmente. Di tanto in tanto aveva pensato di sposarsi, ma le donne che erano associate nella sua mente con il matrimonio, raramente lo occupavano per più di quattro settimane. Per quanto riguarda il piacere fisico, una vergogna naturale, una certa paura e i principi della sua educazione religiosa lo avevano sempre allontanato dalle donne – e Klichnig giura sul suo onore e su quello del suo amico che Moritz arrivò vergine in Italia, quando aveva trent’anni. Klichnig, di otto anni più giovane di lui, era il suo allievo, e vissero insieme per tre anni lavorando, condividendo le loro gioie e le loro fatiche intellettuali, viaggiando insieme, vedendo poca gente. – Verso la fine di quell’epoca, quando il più giovane aveva ventun anni (si stava preparando per l’università) Moritz si innamorò di una donna sposata, amore casto e rispettoso. Il giovane amico furioso per essere abbandonato per un amore finto, perché l’amore di Moritz per la signora era determinato dal dovere, si lamentò talmente che il povero Moritz si trovò infelice e preoccupato sia con l’amata, che con l’amico, ognuno lo tirava verso di sé.

Secondo Moritz, allora l’amicizia era più forte, l’amore più tenero. Il giovane amico si lamentava tanto che un amico disse loro, “Miei buoni amici, se vi conoscessi meno bene, avrei pensato che non si tratta di amicizia tra voi, ma di amore greco …”

In Italia, da dove Moritz spesso scriveva al suo amico, si innamorò, si dice, di donne, e quando tornò (migliorato da Goethe), volle sposarsi. Fu una cosa difficile, una donna, per esempio, voleva un certificato medico che garantisse che lui non era tisico. Ma si sposò, si separò lo stesso anno, tornò con la moglie l’anno successivo e morì di petto in tre giorni.

La lunga indifferenza Moritz verso le donne non va d’accordo con il suo romanzo alla Werther prima di andare in Italia. Il suo stile, secondo lui, non poté sfuggire all’ossessione del Werther – e il suo amore romantico fu probabilmente in gran parte frutto di immaginazione e di reminiscenze del Werther.

L’Italia ha avuto un ruolo così importante nella vita artistica e sessuale dei letterati e degli artisti tedeschi che si può facilmente immaginare Moritz che impara degli amori che ava trascurato o temuto, ma probabilmente non è mai stato l’uomo che ama le donne, corpo e anima – e i suoi primi trent’anni dedicati all’amicizia, a se stesso e all’immaginazione ne fecero quello che fu – uno dei tanti uomini di talento sui quali la donna non ha avuto nessuna influenza.
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[1] Si veda l’autobiografia di Goethe.

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GOETHE E MICHELANGELO OMOSESSUALI SECONDO RAFFALOVICH

Nella panoramica dei grandi personaggi omosessuali della storia, contenuta in “Uranismo e Unisessualità”, Raffalovich tratta insieme Goethe e Michelangelo. Parlando di Byron, era stato molto stringato, perché non disponeva della documentazione di cui si dispone oggi, che ne evidenzia l’omosessualità in modo molto chiaro. L’omosessualità di Michelangelo è ampiamente provata e nessun autore serio la metterebbe più in dubbio. Il discorso, per quanto riguarda Goethe, è sostanzialmente diverso. Va premesso che Goethe è sempre stato gradito agli omosessuali per la sua notevolissima apertura mentale. Lo stesso, Raffalovich nella prefazione a “Uranismo e Unisessualità” lo cita espressamente: “Ogni uomo, Goethe lo ha detto, ha diritto ad una filosofia che non distrugga la sua individualità, senza per questo danneggiare l’individualità degli altri. È questa l’origine psicologica delle filosofie.”

Nella biografia di Goethe esistono certamente indizi di una “possibile” omosessualità-bisessualità, ma rispetto a Byron le situazioni sono estremamente più sfumate e per ricondurle in modo certo all’omosessualità ci vuole un notevole sforzo interpretativo. Nel Divano Orientale si possono leggere racconti di tipo omosessuale condotti con estrema delicatezza, ma non si tratta certamente della parte prevalente della produzione di Goethe. Non intendo inoltrarmi in questioni molto dibattute, mi limito ad osservare che Raffalovich tratta sia Michelangelo che Goethe con vero entusiasmo, tende però a trasformare entrambi, Michelangelo in una chiave nettamente omosessuale e Goethe in una chiave molto più sfumata, in altri Raffalovich ante litteram, attribuendo loro i caratteri quasi eroici di personaggi in lotta perenne con se stessi per arrivare alla sublimazione platonica della loro sessualità. Questa visione della cose è interessante, ma probabilmente poco realistica. In buona sostanza Raffalovich si proietta in Michelangelo e in Goethe, visti come maestri dell’eros sublimato.

Ma lasciamo a parola a Raffalovich.
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Goethe e Michelangelo

Michelangelo è il tipo per eccellenza dell’uranista maschio, un maschio e mezzo, più che un mezzo maschio. Se si sono studiate la sua vita e la su opera, ci si stupisce della leggenda che suppone che si sia innamorato di Vittoria Colonna. Fece la sua conoscenza quando aveva sessant’anni e scrisse per lei solo quattro sonetti. Fin dall’infanzia ha sempre adorato e perseguito la bellezza maschile. Nulla del corpo maschile è stato nascosto per lui o è stato trascurato da lui. Il sesso delle sua statue, dei suoi quadri e del suoi disegni è studiato, più differenziato del viso. Ha vissuto fino a ottantanove anni, sobrio, quasi in modo misero, probabilmente casto, in ogni caso continente, perseguendo un ideale maschile con una serenità minore dei Greci, ma con più passione, trovando un compenso alla malinconia nel suo lavoro eroico, nelle sue poesie e nel suo furore creativo.

Goethe, che aveva la facoltà e l’abitudine di immergersi nel pittore o nello scultore fino al punto di vedere il mondo per qualche tempo secondo e seguendo l’artista studiato, è talmente folgorato da Michelangelo che non vede nessuno grande come lui. Goethe, ammirabile poeta, pesatore e uomo, vuole con ciò esprimere il suo rispetto per Michelangelo. La calma dell’arte greca o la grazia e la ricercatezza dell’arte italiana non erano per lui più comprensibili ma più naturali, più familiari di questa ultra-virilità di Michelangelo. Si sa che Goethe a Roma ha cantato un ragazzo e si dice che Goethe lo abbia amato. Queste due elegie romane non saranno mai pubblicate, anche nella bella e nuova edizione delle suo opere in centoventi grandi volumi; ma Goethe in Italia è uno dei momenti più interessanti della storia del genio.

Se ne era scappato misteriosamente – aveva trentotto anni – dalla Germania, da Weimar, dal granduca, da Carlotta di Stein, l’amica che era per lui l’amica e la donna ideale, era disgustato dalla corte, dall’amore e voleva cercarsi e trovarsi. I suoi due anni in Italia lo guarirono, gli insegnarono tutto quello che voleva sapere e prepararono la seconda e la più gloriosa metà della sua gloriosa e vittoriosa vita.
In Italia ringiovanì. Scrisse un resoconto delizioso di questo viaggio, delizioso, riservato, un capolavoro di passione artistica, di reticenza, di spirito, ma nessun lettore intelligente si stupirà di venire a sapere dell’episodio al quale alludo. Le elegie romane simbolizzano la fuga di Goethe dalla gabbia delle convenzioni, il suo volo verso la verità e la bellezza, dal quale egli ritornò virile e pronto a vivere e ad agire.

A sua volta, il legame con Christiane Vulpius, la piccola borghese, lo liberò dal mondo ristretto e piccolo, e la sua amicizia decennale col suo nobile amico più giovane Schiller, gli permise di sentirsi al di sopra di tutti gli altri. Si circondò di una corte di ministri delle arti e delle scienze. E quando scrisse il suo Divano Orientale, scrisse i più soavi poemi unisessuali ai quali si possa pensare quando ci si immagina l’Oriente trasfigurato. Goethe, non ebbe mai paura di nulla. Conobbe tutte le forme di discrezione ma non permise mai che queste cose lo diminuissero.
Lo si è sentito dire che se avesse creduto alla metempsicosi, avrebbe affermato di aver vissuto al tempo di Adriano. Adriano e il simbolo del suo potere e del suo amore della bellezza, Antinoo, hanno preoccupato i sovrani: Federico aveva una statua di Antinoo a Sans-Souci, e Goethe, anche lui un sovrano, ha sullo scalone a Weimar il grande gruppo di Antinoo e del genio della morte (Gruppo di sant’Ildefonso.) Nell’epoca dei Greci o del Rinascimento, Goethe avrebbe amato l’uomo e la donna sensualmente e egualmente, come Fidia, che come Goethe ha rappresentato con la medesima nobiltà l’uomo e la donna e ha reso immortale il suo favorito.

Michelangelo, se fosse stato scrittore, non avrebbe avuto la bell’armonia di Goethe, non avrebbe creato le calme e umane giovani donne e le ragazze di Goethe insieme ai Tasso, agli Oreste, ai Werther e agli atri tormentati del grande tedesco. La scultura, la pittura, la poesia lirica, la satira si prestano ugualmente ai giganti uranisti unisessuali e agli gnomi, ai demoni impotenti o a metà indifferenti.
La poesia drammatica e la poesia lirica e satirica hanno sempre affascinato gli invertiti molto più della poesia narrativa o descrittiva – soprattutto ai nostri giorni. – È verosimile che Swift e Boileau fossero impotenti come si è detto – l’età e la salute di Voltaire rendono anche possibile che non si dedicasse oltre misura ai piaceri del sesso.

Il libro di Ludwig von Sheffler su Michelangelo (Altenburg, verlag von Stephan Geibel, 1892) cancella ogni dubbio dall’eroe scultore.

L’episodio di Vittoria viene ridimensionato. Fu per lui l’amica nobile e calma; essendo donna, non poteva smuovere la sua anima di Titano amoroso dell’Eros uranista. La ridicole falsificazioni del suo giovane nipote sono svelate nel libro e l’episodio di Tomaso Cavalieri, il più amato dei giovani uomini, che Michelangelo adorò al modo di Platone, non è che uno tra i molti. Quando ultimamente è stata scoperta la vera poesia di Michelangelo, si è voluto trasformare il suo amore per Tomaso, in un parossismo più o meno colpevole, un intrattenimento. Michelangelo era più ammirevole di come i suoi apologisti lo hanno rappresentato, raffigurandolo e sfigurandolo. Ha sempre amato da uranista ma eroicamente. Si è innalzato fino alle rinunce e alle forme di devozione. Vivendo in mezzo ai principi sia della Chiesa che esterni alla Chiesa, ugualmente insozzati di sangue e di lussuria, vedendo la sessualità, pederastica o meno, o pederastica ed eterosessuale, che trionfava intorno a lui, si comprende la rivolta contro le sue stesse tendenze. Non è certo la difficoltà di soddisfare la sua sessualità, se essa poteva essere soddisfatta fisicamente, che lo ha indotto a dichiarare che l’occhio è l’organo dell’uranismo. Non desiderava che di essere un occhio per godere del suo beneamato. Era il suo genio che gli rendeva insopportabile l’idea di poter esprimere la sua adorazione dell’Eros maschile come gli uomini più mediocri che aveva intorno a sé.

Gli uomini più piccoli di Michelangelo sono già scioccati dal dover esprimere il loro amore seguendo le diverse modalità di tutto il bestiame umano. E Michelangelo, quando ha fatto allusione alle passioni divoranti della sua giovinezza, poteva certo ricordarsi della cadute nel pantano di quel lascivo e incantatore Rinascimento, ma le cadute dei grandi personaggi insegnano loro spesso a rialzarsi più tardi. E quando proclama, molto tempo dopo, che il successo del suo amore sarebbe peggiore della morte, quanto si interessa all’amore del suo amico Luigi per un bel giovane, al punto da mandargli una cinquantina di poesie nelle quali si mette al posto dell’innamorato, quando si leggono le sue poesie, così spesso degne di lui, e le sue lettere, quando si vedono le se opere sublimi, si capisce che questo grande ribelle era in lotta contro la sessualità che era in lui e contro quella al di fuori di lui. Forse, vivendo in un periodo più casto, più decente, si sarebbe messo meno in guardia contro se stesso. Il vizio spudorato, la voluttà gradevole e senz’anima piegano molte anime sensuali e fiere verso un ideale di castità sovrumana e terribile.

Michelangelo certo non avrebbe voluto amare la donna come amava l’uomo, ma anche se lei fosse stata il simbolo della sua visione beatifica si sarebbe probabilmente ritirato davanti all’impurità. Come si lamenta all’inizio dei suoi affetti per i giovani uomini, di cui si innamora! Come è costretto ad assicurarli dell’elevatezza della sua passione! A forza di voler sorpassare gli altri si finisce per sorpassare se stessi.

Se ha appreso poco a poco questo cammino dell’eroismo e la strada gli è sembrata così lunga e dolorosa, Michelangelo non è per questo meno ammirevole, e non comprendo la pudicizia della malafede degli scrittori che non vogliono ammettere che un grand’uomo è grande in proporzione della sua perfettibilità.

Speriamo che il libro di Scheffler sia tradotto in Francia e che ci si ispiri ad esso.[1]

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[1] Non sto scrivendo una storia dei grandi uomini e di conseguenza non insisto su dettagli, ma essi meritano l’attenzione di tutte le persone istruite.

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THOMAS LOVELL BEDDOES OMOSESSUALE

Il breve capitolo di “Uranismo e Unisessualità”, che intendo presentarvi qui, deve essere letto non molta attenzione e con molto rispetto, perché la storia che contiene è tragica. Raffalovich la racconta molto succintamente, anche perché le fonti biografiche relative a Beddoes sono scarsissime. La vita di quest’uomo più che essere emblematica dell’omosessualità nella prima metà dell’800, rappresenta in modo drammatico la commessione dell’omosessualità con la depressione.

Beddoes era un uomo colto e intelligente, nato in una famiglia benestante inglese, aveva studiato in modo appassionato il Tedesco, si era trasferito in Germania, aveva studiato medicina prima  a Gottinga e poi a Würzburg, dove si era laureato, per la sua epoca era un profondo conoscitore della fisiologia, aveva partecipato ai primi movimenti democratici e per questo era stato mandato in esilio a Zurigo, era stato proposto per una cattedra di anatomia comparata, insomma era un uomo professionalmente realizzato, e non privo di interessi politici avanzati. Il suo soggiorno tra la Germania e la Svizzera, però, aveva cambiato profondamente il suo carattere. Gli amici inglesi che lo rividero dopo vent’anni di soggiorno fuori dall’Inghilterra notarono tutti che si era incupito e dava segni di misantropia e di depressione.

Raffalovich parla di due ferite che Beddoes si sarebbe procurato. Leggendo il testo sbrigativamente si ha l’impressione che si tratti di incidenti, in realtà si tratta di due episodi di autolesionismo, che, con l’ottica odierna avrebbero potuto essere interpretati come segni di fortissimo disagio. Il primo episodio di autolesionismo comportò conseguenze per la salute che durarono mesi, il secondo, seguito da atti di intolleranza di Beddoes, che si strappava le bende che gli venivano applicate, comportò una cancrena, seguita dall’amputazione di una gamba. Ma anche dalle conseguenze di questo secondo episodio Beddoes si riprese  e programmò addirittura un viaggio in Italia. Quando fu in grado di andare in città, andò a comprare del curaro (era un medico e poteva farlo) e si avvelenò lasciando una lettera con le sue ultime volontà ad un amico inglese.

In che cosa la vita tragica di quest’uomo tocca l’omosessualità? Sappiamo che dal giugno 1847 alla primavera del 1848, Beddoes, che aveva 44 anni, visse a Francoforte con un panettiere diciannovenne, Degen, che una cugina di Beddoes conobbe e che descrive in modo molto positivo affermando che aveva una “dignità naturale”. Beddoes dedicò tutta la sua vita a Degen, gli insegnò l’Inglese, gli mise in mente che ne avrebbe fatto un attore drammatico (vecchio sogno dello stesso Beddoes) e arrivò al punto di prendere in affitto per una sera un intero teatro per vederlo recitare.

Non sappiamo che tipo di rapporto ci fosse tra i due, ma il primo episodio di autolesionismo risale proprio al periodo della loro convivenza a Francoforte. Il secondo episodio di autolesionismo pare sia conseguenza di una lite tra i due seguita da una temporanea separazione. A parte i 25 anni di differenza di età, il vero problema per Degen era rappresentato dalla difficoltà di convivere con un depresso, che non si sa come gestire, e che, per un verso, si attacca disperatamente al suo compagno e per l’altro tende a soffocarlo e ad opprimerlo.

Se è certamente vero che al tempo di Beddoes la condizione di un omosessuale era molto diversa da quella che sarà 50 anni dopo tipica di Addington Symons e dello stesso Raffalovich, e che perfino per un medico colto era estremamente difficile avere una cognizione seria di che cosa fosse l’omosessualità, al di là dei manuali di psichiatria precedenti Krafft-Ebing e dei moralismi universamente diffusi, è pur vero che l’omosessualità, qui, non è il problema sostanziale. Oggi la gestione degli stati depressivi profondi può giovarsi di farmaci enormemente evoluti con prognosi nettamente migliori di quanto accadeva quasi 200 anni fa, e ci sono mezzi che possono aiutare a ridurre l’isolamento e la progressiva chiusura in sé di queste persone. La riflessione sulla biografia di Beddoes può in ogni caso aiutarci a capire quanto la solitudine possa aggravare la depressione e quanto un ambiente omofobo possa condizionare la vita di un omosessuale.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.

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THOMAS LOVELL BEDDOES

Thomas Lovell Beddoes (1803-1849), un interessante e curioso poeta inglese, sembra essere stato unisessuale. La sua vita intima è poco conosciuta, ma la sua passione più viva (che precedette il suo suicidio) fu per un giovane panettiere tedesco.

Il padre di Beddoes era un medico molto conosciuto. Sua madre era sorella di Maria Edgeworth, la famosa romanziera. In collegio (cominciò a scrivere verso i 14 anni), era già originale e indipendente. Amava Shakespeare e i poeti drammatici, e imitava con molto piacere gli attori alla moda. Declamava, recitava: la sua voce era molto gradevole, il suo eloquio e i suoi gesti interessavano abbastanza uno dei suoi compagni perché questi acconsentisse a recitare con lui il ruolo di un nemico o di un’amante, ricevendo carezze o colpi, secondo le esigenze del dramma.

Nel 1820, andò ad Oxford dove scrisse e pubblicò due volumetti di poesie. Ma la sua timidezza, che si trasformò in misantropia, era molto forte e lui aveva pochi amici. Si diede a studiare Tedesco, con un successo tale che se ne andò, nel 1825, in Germania per studiare medicina. Il professor Blumenbach divenne suo amico e gli fu utile nel suo perseguire appassionatamente lo studio della fisiologia e della medicina. Non aveva rinunciato alla sua ambizione di essere poeta drammatico. Si mescolò anche ad intrighi politici. Nel suo trentesimo anno, ottenne la laurea di dottore all’Università di Würzburg.[1] I suoi gusti politici lo costrinsero, nel 1832, a rifugiarsi in Svizzera. Per alcuni anni, praticò la medicina a Zurigo. Il chirurgo Schoenlien lo propose anche all’Università di medicina di questa città come professore di anatomia comparata. Ma nel 1839, la politica lo allontanò di nuovo, e non ebbe più tranquillità. Si hanno pochi dettagli sulla sua vita. Nel 1841, si legò a Berlino con il giovane dottor Frey. Nel 1842, andò in Inghilterra. Nel 1843, si stabilì a Aargau, una piccola città vicino Zurigo. Passò l’inverno del 1844 a Giessen dove Liebig era professore. Scriveva poesie satiriche in Tedesco.

Nel 1847 ritornò in Inghilterra dove restò per dieci mesi. I suoi amici, che non lo avevano visto da vent’anni, lo trovarono cambiato, cupo, eccentrico, misantropo.

Nel mese di giugno del 1847, andò a Francoforte dove visse fino alla primavera del 1848 con un giovane panettiere di diciannove anni, Degen, che la cugina di Beddoes, Miss Zoé King, descrive così: “Un giovane uomo gentile nella sua persona, in una camicia blu, che aveva una bella espressione e una dignità naturale.” Durante questo periodo, Beddoes si procurò una ferita alla mano con un bisturi;[2] cadde malato e rimase indebolito per molto tempo. Per sei mesi non volle vedere nessuno ad accezione di Degen. Gli mise in testa di diventare attore e gli insegnò l’Inglese, rinunciando a qualsiasi altra compagnia.

Si lascia crescere la barba e assomiglia a Shakespeare come in giovinezza aveva somigliato a Keatz. Nel mese di maggio del 1848, viaggiano insieme. A Zurigo, Beddoes affitta il teatro per una sera per vedere Degen recitare il ruolo di Hotspur.[3] Per sei settimane Beddoes fu felice. Ma una separazione, probabilmente una lite con Degen a Bâle, fu seguita dalla malinconia nera del poeta che si procurò una profonda ferita a una gamba. “Era infelice e voleva uccidersi”, disse il ragazzo dell’albergo. Si strappava le bende che gli mettevano. Ne seguì la cancrena, poi l’amputazione della gamba (il 9 settembre). Andò meglio, Degen tornò a Bâle e si stabilì vicino a lui. Beddoes leggeva e scriveva. Aveva il progetto di andare in Italia. Il 26 gennaio 1849, abbastanza ristabilito per andare in città, comprò del curaro (era un medico) e al rientro si suicidò, lasciando una lettera a un amico d’Inghilterra che conteneva la sue ultime volontà. Nel 1857, Miss Zoé King, sua cugina, andò a Bâle e incontrò Degen, il dottor Frey, il dottor Ecklin che gli aveva amputato la gamba, ecc..

Il suo amico di giovinezza Itelsall pubblicò le sue poesie inedite, che furono molto ben accolte.

(Riprendo questi dettagli dalla piccola biografia di Edmond Gosse che precede le opere di Beddoes. – 2 v. Dent, 1890, Londra)

Non ci sono aneddoti o leggende che riguardino amori di Beddoes per una donna, e io credo che in Inghilterra ne avrebbero quasi inventata una, se avessero potuto. In ogni caso Beddoes sembra un uranista, o un indifferente sessuale che, sotto l’influenza della malattia e dell’isolamento, si accese di una grande passione per Degen il panettiere (passione probabilmente esaltata), o piuttosto quella fu solo l’ultima della passioni rifiutate o sconosciute di un timido taciturno.

 Fu in ogni caso un poeta lirico, e non banale. Quanto all’ossessione della morte pittoresca che riempiva i suoi versi, la si può perdonare ad un uomo che si suicida, evitando di definirla un’affettazione letteraria. I suoi modelli in poesia (eccettuato Shelley) sono essi stessi poeti bizzarri ed eccentrici.

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[1] Nota di project: – Nel 1824, era andato a Göttingen, per studiare medicina, attratto dall’idea di trovare qualche evidenza fisica della sopravvivenza dello spirito umano dopo la morte del corpo, ma ne era stato espulso e aveva dovuto riprendere e terminare gli studi a Würzburg.

[2] Nota di Project: – Non si tratta di un incidente ma di un atto di autolesionismo, che sarà seguito da un secondo e più grave atto della stessa natura.

[2] Nota di project:- Hotspur è un soprannome di Sir Henry Percy (1364-1403), noto come Harry Hotspur, figlio maggiore del primo conte di Northumberland, come raffigurato nell’Enrico IV, Parte 1, di Shakespeare.

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