SESSO GAY E AMICIZIA

Ciao Project,
in questi giorni mi trovo a dover decidere alcune cose della mia vita, o almeno di un periodo della mia vita. Ho 26 anni, ho avuto qualche storia finita male ma non ne ho riportato nessuna conseguenza negativa. Premetto che sto molto attento alla prevenzione delle malattie e che evito pratiche pericolose quando non sono sicuro che chi ho davanti non rappresenti un rischio per me. Voglio dire che il sesso che chiamano completo, a parte che non è mai stato nelle mie fantasie, è una cosa che potrei fare solo col preservativo. Per qualcuno è una fissa ma, da quello che vedo, per tanti non lo è.

Evitando radicalmente le pratiche a rischio, e dico praticamente tutte, resta che comunque fare sesso è gratificante lo stesso, non dico solo per me, ma per tante persone, diciamo così, meno fissate. Questo, diciamo, è il lato prevenzione. Quindi sembrerebbe che un contatto sessuale, se opportunamente gestito, col preservativo o evitando pratiche a rischio, possa non essere pericoloso, però a questo punto c’è un’altra faccenda, che è la riservatezza circa la propria sessualità e qui mi sono posto tante domande.

Tanti ragazzi pensano che la loro sessualità sia un elemento assolutamente speciale della loro fisicità, che deve essere riservato solo al loro ragazzo, cioè ragazzo fisso, oppure a bravate varie, giustificabili proprio perché bravate, ma senza un minimo di affettività. Cerco di spiegarmi meglio: noi come segno di amicizia ci diamo la mano, che è già un contatto fisico, che in genere viene banalizzato, ma quando tocchiamo la mano di un ragazzo che ci interessa, quel toccarci la mano ci dà una scossa fortissima, quindi non è il fatto in sé di toccarsi o meno la mano che conta, quel gesto ha valenze diverse a seconda della persona cui è diretto.

Io posso pure abbracciare un amico che sta passando un brutto momento e non penso certo che devo farne a meno per il fatto che io faccio lo stesso gesto anche con mio ragazzo, dal quale magari mi sento molto coinvolto. Perché tutto questo non deve avvenire anche col sesso? Cioè perché il sesso deve essere riservato esclusivamente al mio ragazzo? Io potrei benissimo avere un amico che può avere bisogno anche di un contatto sessuale e non solo di un abbraccio, perché dovrei negarglielo per il fatto che il sesso deve essere riservato soltanto al mio ragazzo? Sulle cose del sesso c’è molta più possessività che su qualunque altra cosa.

Adesso sgombriamo il campo dalla presenza di un ragazzo, intendo di un fidanzato o qualcosa di simile, perché io non ho un fidanzato, Se mi trovassi di fronte ad un ragazzo che secondo me ci terrebbe molto ad avere anche qualche contatto sessuale con me, naturalmente in condizioni di totale sicurezza, perché dovrei dirgli di no, per il solo fatto che dovrei riservare la mia sessualità al mio futuro ragazzo (o anche al mio attuale ragazzo, se ne avessi uno)? Come si dà una calorosa stretta di mano o un abbraccio a un amico in un momento in cui ne ha bisogno, perché non si dovrebbe fare lo stesso anche con il sesso?

Io ho provato a fare questo discorso ad alcuni ragazzi che conosco, qualcuno mi ha guardato perplesso, altri l’hanno risolta con una battuta, ma nessuno ha preso la cosa sul serio, era una specie di tabù intoccabile, e non riesco a capire perché. Ma andiamo al concreto. Io ho un amico che ha una vita sessuale molto più libera della mia. Diciamo subito che non è un libertino ma dà al sesso anche un enorme valore affettivo. Adesso questo ragazzo è rimasto praticamente solo per ragioni che io non conosco, ma suppongo che i suoi amici, non fossero amici nel senso pieno del termine, cioè che per loro lui fosse uno che va bene finché non crea problemi e dice sempre sì, poi, quando si rendono conto che non riescono a gestirlo come vogliono loro, lo scaricano e ciao. Io voglio bene a questo ragazzo, le sue fragilità sono analoghe alle mie, ma so bene che noi non saremo mai una coppia.

Non mi sento veramente attratto sessualmente da lui e penso che anche lui non si senta troppo attratto da me, ma in certi momenti un po’ di sesso può fare bene, può aiutare a mettere da parte la malinconia e a stare un po’ meglio, perché vedi che c’è uno che ti accetta e che capisce e tuoi bisogni, che non ti dice di no, che non ti chiede nessun impegno e che, almeno in un certo senso, ti vuole bene senza condizioni, magari solo per una sera. Lui non sarà mai il mio ragazzo, questo lo so benissimo, ma non mi sembra un motivo serio per dirgli di no. Io non ho un ragazzo, quindi nessuno ci può rimanere male.

Ho pensato che fare un po’ di sesso potrebbe illuderlo magari che io mi stia innamorando di lui, ma lui sa benissimo che non è così. E poi, se anche io avessi un ragazzo, mi creerebbe veramente problemi avere un ragazzo che mi vuole impedire una cosa che mi viene assolutamente spontanea. C’è questa idea non dell’amore esclusivo ma del sesso esclusivo, che è segno di gelosia e di possessività. Quando dico queste cose mi rispondono che ragiono così perché non ho un ragazzo ma io penso che avere un ragazzo, con queste cose non c’entri proprio niente.

Perché un po’ di sesso non può essere anche una componente normale dell’amicizia? Ecco, la domanda è questa.

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UNA COPPIA INTERGENERAZIONALE DI INGEGNERI GAY

Ciao Project,

leggo regolarmente il forum, ma tu non rispondi mai, lasci che lo facciano gli altri. I pochissimi che lo fanno lo fanno magistralmente ed è già qualcosa. Aggiungo solo che una risposta, almeno privata, me la devi.

Ho 47 anni, vedo avvicinarsi a grandi passi la cinquantina, l’età limite, un po’ la resa dei conti di noi gay, lo spartiacque tra quelli che sono ancora alla ricerca, se si può dire così, e quelli che ormai hanno fatto fallimento, almeno nella vita affettiva. So che è solo una data simbolica ma la vedo avvicinarsi con una certa ansia.

Non posso dire di non aver fatto esperienze, anzi ne ho fatte probabilmente troppe, qualcuna pure travolgente, che alla fine mi ha lasciato travolto come se mi fosse passato sopra un tir, ma adesso è tutta acqua passata da un pezzo, poi ho avuto qualche anno in cui mi sentivo assolutamente refrattario a qualsiasi tipo di storia, ho avuto ragazzi e non più ragazzi che con me ci hanno provato seriamente ma proprio non mi dicevano niente, parlavano troppo o troppo poco o di cose che non mi interessavano, e non mi attraevano nemmeno sessualmente. Ma questo periodo di indifferenza affettiva non è stato inutile. ho lavorato tanto, mi sono laureato con un immenso ritardo ma ci sono arrivato e mi sono trovato un lavoro migliore, con i ragazzi, comunque, avevo già 5 anni fa la chiara impressione di avere chiuso la partita.

A quarantadue anni, l’anno in cui mi sono laureato, ho conosciuto per puro caso all’università un ventiquattrenne, che qui chiamerò Luca. All’inizio dell’anno accademico lo avevo notato subito per due ragioni, prima di tutto era l’unico bel ragazzo del gruppo e poi perché oltre ad essere classicamente bello, aveva una faccia intelligente, che lasciava sperare bene, cioè mi era pure simpatico. I primissimi giorni ci si salutava a distanza ma niente di più. Io mi ero preso due anni di pausa dal lavoro (in pratica non ero pagato) per portare a termine gli studi e vivevo dei miei risparmi cercando di spendere il meno possibile.  

Con Luca ci siamo conosciuti chiacchierando durante gli intervalli tra le lezioni, anche lui doveva laurearsi, ma lui era perfettamente in regola con gli studi, anzi, era uno dei pochissimi in regola con gli studi, mentre io mi sentivo proprio vecchio e andavo avanti con la forza della disperazione in una situazione che per me era chiaramente imbarazzante: dovevo per forza arrivare alla laurea, altrimenti avrei buttato via due anni senza concludere niente e l’atmosfera del fallimento sarebbe diventata oppressiva. Insomma, mi capita una cosa assolutamente inattesa e che io avevo desiderato molto, ci mettono nello stesso gruppo di studio, perché nella nostra facoltà alcuni esami si preparano in gruppo, svolgendo ciascuno un parziale di un progetto complessivo. Nel gruppo siamo in quattro: io, Luca, Letizia e Carmen. Letizia e Carmen sono amiche e si conoscono da anni, ma sono in lieve ritardo con gli studi (un paio d’anni). Il professore ci assegna il tema del progetto e ci dice che abbiamo circa due mesi per elaborarlo.

Come era inevitabile ci incontriamo la prima volta in un bar vicino all’università per organizzare il lavoro. Letizia e Carmen cominciano a farmi mille domande, sono parecchio impiccione, mi chiedono se sono sposato, se ho una ragazza e io mi sento in imbarazzo, vedo Luca che fa strane facce, non capisco se per le domande fuori luogo o per le mie risposte impacciate, poi fa cenno di andare al sodo e di pensare al lavoro che dobbiamo fare, ma le ragazze mi fanno comunque un’ultima domanda sulla ragione del mio enorme ritardo negli studi e si tranquillizzano relativamente quando dico che lavoro da diversi anni, e allora cominciano a fare mille domande a Luca, che indubbiamente è una persona molto più interessante di me, ma lui non si fa coinvolgere, le guarda con faccia scocciata, non risponde, taglia corto e dice: “Ragazze, stiamo qui per organizzare un progetto di studio, quindi cerchiamo di non perdere di vista l’obiettivo…” Già questo suo modo di affrontare il problema mi era piaciuto (molto meno imbranato del mio!). Le ragazze erano un po’ piccate, capivano di essere state zittite, anche se educatamente. Luca non faceva chiacchiere. Vedendo che la cosa andava per le lunghe tra silenzi e imbarazzi, a un certo punto ha detto: “Facciamo così, adesso ci pensate e ci rivediamo mercoledì dopo la lezione e così lavoriamo su qualcosa di concreto”, poi si è alzato. Le ragazze erano stranite, direi stizzite, hanno salutato più per educazione che per simpatia e se ne sono andate, Luca mi ha chiesto se volevo un passaggio e io gli ho detto ovviamente di sì.

Luca guida con la massima prudenza, mentre mi accompagna a casa parliamo solo del progetto e capisce subito che lavoro in un settore che è proprio quello del nostro corso di laurea, parliamo di cose tecniche e lui mi dice che si vede che ho la competenza di quelli che nel settore ci lavorano, quando arriva sotto casa mia mi dice: “Se ti va domani ci vediamo e abbozziamo il progetto.” Gli chiedo: “Con le ragazze?” Mi risponde: “No! Altrimenti non facciamo nulla!” Allora lo invito a venire da me, mi dice che va bene e che per l’orario lo decideremo l’indomani a lezione. Ci salutiamo senza darci la mano, io scendo dalla macchina e lo saluto agitando il braccio, lui non risponde al saluto, penso che forse sta attento alla guida o forse del mio saluto non se n’è nemmeno accorto.

A casa mi sentivo gasatissimo, non tanto per il progetto da sviluppare ma perché lo avrei sviluppato con Luca, il ragazzo più bello che avevo visto negli ultimi anni e mi sembrava pure intelligente, ma di più non sapevo.

Il giorno appresso è venuto a casa mia, temevo che si intrufolasse un po’ dappertutto, come altri ragazzi avevano fatto, ma non è successo niente del genere, siamo stati sempre nella stanza dove lavoro e abbiamo parlato solo del progetto, anzi, non direi che abbiamo solo parlato, mi ha chiesto se avevo il CAD e si è messo al computer, non c’è bisogno di dire che era molto più bravo di me, tanto che io ho potuto imparare da lui alcuni trucchetti che non conoscevo. Alla fine del pomeriggio, una bozza concreta del progetto era già fatta, molti aspetti di dettaglio restavano da definire, anche di quelli importanti, ma l’idea di base c’era e sembrava accettabile sia a lui che a me. Finito il lavoro, l’ho invitato a restare per la cena ma non ha accettato e mi ha detto: “Oggi non posso, magari la prossima volta…”

Luca era un ragazzo bellissimo ma parlava solo di lavoro, direi che era un eccellente collega di lavoro ma non era un amico e di lui non sapevo nulla. Mi ero permesso di chiedergli in che materia stesse facendo la tesi e avevo scoperto che la faceva nella stessa materia in cui io stavo facendo la mia e in un argomento molto vicino al mio. Mi ha detto che si sarebbe potuto sviluppare insieme un software specifico per risolvere alcuni problemi di calcolo molto rognosi e mi ha fatto vedere come, anche se tenendosi ovviamente molto sulle generali. Lui ha visto che io ne capivo e che lo seguivo benissimo e mi ha detto: “Ci potremmo lavorare insieme?” Io gli ho detto solo: “Certo! E verrà una cosa mostruosamente ben fatta!”

Il mercoledì dell’incontro con le due ragazze, la mattina, abbiamo saputo che Letizia e Carmen avevano chiesto al professore di passare ad un altro gruppo, un gruppo di 3 ragazze, che così diventavano 5. Luca mi ha guardato e ha detto semplicemente: “Beh, così perdiamo meno tempo e lavoriamo meglio!”

Il lavoro andava avanti alla grande, ma era solo lavoro e aveva l’aria che sarebbe rimasto solo lavoro fino alla fine, però le cose non sono andate esattamente così. Io davo per scontato che Luca fosse etero, fosse un etero forse al momento più interessato ai progetti che alle ragazze, ma comunque etero, non parlava mai di ragazze ma non parlava di cose private a nessun livello. Un giorno, un paio di settimane prima degli esami, finita la lezione mi dice: “Domani mi invito a pranzo a casa tua perché è il tuo compleanno, ok?” Io gli dico: “Benissimo! Ma come fai a saperlo?” E mi risponde: “Io so molte più cose di quello che credi… ma ne parliamo domani.”

Quella frase per me era sconvolgente. Sapeva in che giorno sono nato e mi diceva che sapeva molto più di quello che io potessi immaginare. Pensai che magari lui avesse conosciuto qualcuno dei ragazzi coi quali ero stato, ma la cosa mi sembrava improbabile, perché erano tutti molto più grandi di lui. Poteva sapere che ero gay? E da chi lo avrebbe saputo? All’università non lo sapeva nessuno. La notte non ci ho dormito. La mattina, già mezzo rincitrullito per la notte in bianco, ero tanto in agitazione che della lezione non ho seguito nulla. Poi siamo andati a casa mia e lui ha tirato fuori dalla borsa un pacchetto e me lo ha dato. Non c’era biglietto, ma solo il pacchetto, lo apro e dentro c’è una chiavetta di memoria per computer, lo ringrazio, e lui mi dice: “Dentro c’è la bozza del programma di cui abbiamo parlato, ci sono ancora tante cose che non sono soddisfacenti e adesso ti devi dare da fare perché questa è più competenza tua che mia!” Metto la chiavetta nel computer e passiamo tutto il pomeriggio e buona parte della serata a cercare di sistemare le cose in sospeso, ma non ci riusciamo. I risultati sono insoddisfacenti. Gli dico: “Lasciami la chiavetta un paio di giorni, che ci lavoro sopra, una mezza idea di come fare ce l’ho ma ci devo lavorare…” Ci salutiamo e lui se ne va.

Nota, Project, che il pomeriggio era stato un esaltante pomeriggio di lavoro, ma niente di più, ero stato in ansia aspettandomi che lui mi dicesse chissà quali segreti su di me e invece non era successo niente del genere, io mi aspettavo un regaletto, e invece era un lavoro da fare, però mi ero reso conto che, almeno sul lavoro, ci capivamo perfettamente. Poi, visto da vicino, Luca era proprio bellissimo, certo avere un ragazzo come Luca sarebbe stato bellissimo, ma anche avere un collega di studio e magari di lavoro come Luca non era certamente una cosa da poco. Non lo volevo deludere! Mi sono messo a lavorare sul programma come se aspirassi al Nobel e alla fine ho trovato la soluzione seguendo procedimenti matematici più evoluti di quelli seguiti da Luca. L’indomani gli porto la chiavetta col programma funzionante. Mi guarda negli occhi e mi dice: “Sei un genio! Ma ci sai proprio fare alla grande!”

Arriva il giorno degli esami e andiamo insieme ad illustrare il progetto, gli elaborati grafici sono da urlo, non c’è bisogno di dire che gli esami sono andati nel modo migliore possibile, ma in un certo senso noi lo davamo per scontato.

Dopo quell’esame avevamo ancora da perfezionare il programma di calcolo, ma l’informatica non era proprio il suo forte e il lavoro in pratica l’ho fatto da solo e gliel’ho portato già fatto, gli ho spiegato passo per passo tutto quello che avevo fatto e lui mi ha detto che valeva la pena di presentarlo al professore, cosa che abbiamo fatto, abbiamo detto che lo avevamo fatto insieme e che intendevamo usarlo per le nostre tesi. Il professore ha detto che era un lavoro molto originale e lo ha apprezzato.

In pratica, dopo queste belle cose, io non avrei avuto più niente da spartire con Luca e la cosa mi metteva di cattivo umore, pensavo che lo avrei perso, ma non è successo. Non si faceva sentire spesso, ma qualche volta mi chiamava e mi veniva a trovare, parlavamo delle nostre tesi, ma anche d’altro e piano piano tra di noi si è creata una strana amicizia, oggettivamente molto dissimmetrica, perché lui aveva 18 anni meno di me, ma la differenza di età sembrava non avere nessun peso, in fondo era un’amicizia e niente di più, anche adesso che ci conoscevamo un po’ meglio non c’era mai spazio per discorsi che entrassero troppo nel privato.

Ci siamo laureati lo steso giorno e abbiamo festeggiato soltanto tra noi. Lui ha trovato subito lavoro, io ci ho messo un po’ di più ma poco. Ero contento di essermi laureato anche se ero in età non dico da pensione ma certo non da primo lavoro, però ero triste di perdere Luca. Ma Luca non è sparito e anzi i nostri contatti si sono fatti più frequenti.

Non avevo mai visto Luca con una ragazza e lui non aveva mai parlato di ragazze, ma nemmeno di ragazzi, però io cominciavo a pensare che fosse gay e che con me si sentisse a suo agio e questo da un lato mi incoraggiava ad andare avanti e dall’altro mi frenava e mi creava una marea di problemi. Ho vissuto giornate molto difficili in quella situazione, che comunque era ancora soltanto un’ipotesi.

Poi un giorno viene a casa mia e non si siede sulla poltrona come faceva di solito ma viene a sedersi accanto a me sul divano e mi chiede: “Posso appoggiarmi a te?” Ovviamente io gli dico di sì e lui mi spiazza e mi dice: “Io non ho mai fatto sesso con nessuno e la prima volta voglio che sia con te.” Io, in fondo me lo aspettavo, gli ho preso la mano destra e gliel’ho stretta con forza, poi gli ho detto: “Tu non sei mai stato con nessuno, io invece sì e sarebbe meglio che prima facessi il test.” Lui mi ha detto: “Lo facciamo insieme, così stai più tranquillo anche tu.” E lo abbiamo fatto: eravamo entrambi negativi.

È successo quello che doveva succedere. Alla fine mi ha detto: “Mi sono sentito a mio agio, è stata una cosa bella, non so come andrà a finire ma è stata una cosa bella!” Io gli ho detto che anche io ero stato bene ma che mi sembrava di essere un ladro della sua giovinezza. Lui mi ha detto: “Non ti fare complessi, io preferisco stare con uno della tua età, i coetanei mi interessano meno, e francamente credo di aver fatto la cosa giusta. Poi magari le cose cambieranno, ma adesso è così.”

In questo modo è cominciata la nostra relazione. Devo dire che la fase dei complessi è durata poco, lo vedevo molto coinvolto e la complicità tra noi era totale, c’era una cosa, però, che mi metteva in crisi, lui voleva anche uscire con me, non capiva perché io cercassi di tenere la nostra relazione strettamente privata. Ho dovuto dirgli che mi sentivo in imbarazzo e lui sul primo momento l’ha presa male, come se io mi vergognassi di lui e io ho avuto paura che la nostra storia potesse essere arrivata al capolinea, poi, un po’ a malincuore, ha finito per accettare e per capire il mio punto di vista e la questione è stata superata.

Per me, in teoria, il rapporto con Luca avrebbe dovuto rappresentare la realizzazione di un sogno, ma non è stato così. Gli volevo bene e molto, ma mi sentivo profondamente in colpa e lui se ne accorgeva e pensava che io volessi troncare, siamo stati più volte sul punto di mandare tutto in rovina ma alla fine non è successo. Proprio in quel periodo ho scoperto Progetto gay, e ho letto nel manuale (Essere gay) il capitolo sui rapporti intergenerazionali, per me è stato illuminante, ci ho ritrovato esattamente quello che è successo tra me e Luca e tutta la dinamica della faccenda mi è sembrata molto più lineare. Non posso dire di aver messo da parte le mie ansie e i miei dubbi, ma ho potuto capire quello che poteva passare per la mente di Luca.

Cerco sempre di dirgli e di ripetergli che deve sentirsi libero comunque e che il volersi bene non è mai un vincolo, ma quando glielo dico mi guarda con una faccia arrabbiata e mi dice: “Ancora questi discorsi? Falla finita!” e questo mi piace molto. Adesso abbiamo in progetto di andare a vivere insieme, ma il problema dei rapporti sociali e della gente che vede c’è eccome. Una via sarebbe andare a vivere fuori città, cioè proprio in campagna, che forse sarebbe l’ideale, ma poi, per il lavoro, sarebbe un problema enorme, o si potrebbero comprare due appartamenti da rendere comunicanti, o magari due appartamenti anche in stabili diversi, che forse sarebbe pure meglio, ma molto vicini, tipo 50-100 metri uno dall’altro.

Ma penso che il problema più grosso sarebbero i suoi genitori, che abitano nella nostra città e che magari potrebbero venire a trovarlo quando meno se lo aspetta. E poi i suoi genitori sono molto all’antica e di Luca non sanno nulla e si aspettano che adesso, dopo la laurea e il lavoro, arrivino automaticamente il matrimonio e i figli. Che cosa direbbero se invece scoprissero che Luca convive con uno che ha quasi vent’anni più di lui? Se avessimo due appartamenti comunicanti, magari con una porta scorrevole accessibile dall’interno di un armadio sarebbe ancora meglio! Certe volte parto in quarta con idee da James Bond e da spie di altri tempi! Comunque lui i suoi genitori li teme. La madre ha solo quattro anni più di me, il padre sette! Confesso che sono ancora complessato da queste cose e oscillo molto tra lo sperare che la convivenza si concretizzi rapidamente e l’idea che qualcuno, intendo un suo coetaneo, possa arrivare a portarmelo via, certe volte penso che questa sarebbe la soluzione migliore, ma alla fine vedo questa ipotesi molto lontana dalla realtà.

Ho paura che se ne possa andare da un momento all’altro ma in un certo senso penso che sarebbe la soluzione migliore, e poi ho paura del futuro perché io sono ancora in buone condizioni ma gli anni passano e la paura di diventare solo una zavorra c’è eccome, e questo è il motivo di fondo per cui tendo a frenare un po’ sull’idea di andare a vivere insieme. E poi che cosa potrebbe raccontare ai genitori. Lui vive da sempre coi genitori, anche adesso che lavora vive a casa dei genitori, come potrebbe motivare l’idea di andarsene a stare per conto suo nella stessa città? Non avrebbe proprio senso! E se poi uscisse fuori che il motivo sono io mi posso immaginare il casino che ne verrebbe fuori. Adesso io e Luca siamo molto uniti, anche perché di fatto lui non ha amici e io per lui sono il suo “ragazzo” ma anche il suo amico, praticamente l’unico. Al momento va tutto bene, ci vediamo ogni due o tre giorni il pomeriggio a casa mia compatibilmente coi nostri orari di lavoro e stiamo bene, ma è rarissimo che possiamo passare una notte insieme. Mi sento tra color che son sospesi, Project, mi sento vivo, certamente molto più di prima, ma anche caricato di responsabilità perché mi sento anche un po’ papà, penso che devo dare un esempio positivo e ci provo con tutto me stesso.

Non siamo una coppia da romanzo di appendice, no! Ci vogliamo bene, ma discutiamo spesso, anche molto animatamente, lui non è minimamente remissivo, io in genere lo seguo senza discutere troppo, ma le rare volte che non lo faccio lui mi lascia strada libera e mi ascolta. Insomma siamo ormai incamminati nella strada della convivenza, che ci si arrivi o meno non è affatto scontato. Tutto questo mi è capitato quando io avevo già gettato le armi! La vita riserva sorprese inimmaginabili e ti stupisce, ti rendi conto che per qualcuno la tua vita ha un senso e un valore e capisci che a quasi 50 anni si può vivere una vera storia d’amore. Project, so che questa frase suona molto ingenua e ben poco adatta ad un quasi cinquantenne, ma è proprio quello che penso in questi giorni.

Ricordati che aspetto la tua risposta!

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GAY E AMICI ETERO

Ciao Project,
giorni fa mi ha colpito una frase su una mail di un ragazzo che diceva che il suo ragazzo deve essere prima di tutto un amico vero. Io ho avuto ragazzi e anche amici, ma non so quanti di loro sono stati anche miei amici veri, probabilmente pochissimi. Ho detto una banalità, lo so, penso che comunque l’amicizia vera sia una cosa rara e questo si era capito.

So bene che non devo aspettarmi troppo da nessuno perché anche io penso di essere stato una delusione per quasi tutti i miei ragazzi, se non proprio per tutti, almeno qualche volta, e anche per i miei amici. In fondo tutto questo discorso serve solo a smitizzare gli innamoramenti e le amicizie, specialmente quelle non messe alla prova, e a capire che la felicità o un suo surrogato meno mitico si può trovare soprattutto nel quotidiano e nel banale, a patto che non sia poi troppo banale.

Bisogna consolarsi con quello che c’è, che non è detto che sia pochissimo. Però questo significa anche cominciare a dare un valore a tante cose che prima non si vedevano perché il mito delle cose travolgenti e totali polarizzava tanto l’attenzione da non farci vedere niente altro.

Non ti racconterò certo una storia d’amore travolgente, che non è cosa per me, e poi in giro ce ne sono pure troppe, ma solo una piccola storia di rispetto e di affetto tra persone che non hanno fuso le loro vite, che anzi hanno continuato ad andare ciascuno per la propria strada, ma che ci hanno trovato un valore in più perché si sono incontrate.

Project, io ti parlerò della mia amicizia con un ragazzo, ma potrebbe anche essere una ragazza, qui, finalmente, il sesso non c’entra! Per carità, non ho niente contro il sesso, ma spesso promette cose che poi non mantiene affatto, il che non vuol dire che è sempre una delusione ma soltanto che probabilmente promette troppo. Certe amicizie invece non promettono niente, sono piccole cose ma ti aiutano ad andare avanti e a capire tanti aspetti della vita.

Nell’Aprile del 2011, io ho 26 anni, ho vissuto tutte le classiche esperienze tipiche dei ragazzi gay: isolamento all’interno della famiglia, genitori che non sanno e non capirebbero, amici che non sanno e che non capirebbero, ecc. ecc., tanta fantasia, tanta pornografia, tante storie lette sul tuo forum, tante mezze storie accennate più che cominciate e tante mezze delusioni.

Tra gli amici ce n’è uno col quale mi trovo a mio agio, si chiama Guido, ci conosciamo dai tempi della scuola. Lui parla poco e anche piuttosto lentamente, non parla a macchinetta, è sempre calmo ma penso sia molto frenato e un po’ nevrotico, non è un leader, non partecipa granché alle discussioni, ascolta e ricorda ma non dice la sua. All’università abbiamo fatto facoltà molto diverse, io verso il giuridico, lui verso cose più scientifiche.

È l’unico mio ex-compagno di scuola col quale ho mantenuto contatti per tutto il periodo dell’università, non grandi contatti, ma ci si sentiva più o meno ogni mese e si andava a prendere una pizza insieme parlando del più e del meno. Le conversazioni non erano impegnate, non finivamo a parlare di cose personali, si parlava un po’ di politica, e lì ci capivamo abbastanza, e anche un po’ di cose di studio sue e mie. Alla fine della pizza non ci siamo mai trattenuti a parlare a lungo, semplicemente ci salutavamo e tornavamo a casa, il tutto era apparentemente molto banale.

Preciso che Guido secondo me non è un bel ragazzo, non sono mai stato interessato a lui sotto quel punto di vista. Non sapevo nulla della sua vita privata, cioè non sapevo se fosse gay o etero e nemmeno me lo domandavo, tanto più che di quegli argomenti non si parlava mai. Quando ci sentivamo mi faceva piacere, perché sapevo che avrei passato una serata tranquilla. Quando mi vedeva meno tranquillo mi incoraggiava ma in modo generico, non mi faceva domande, era molto rispettoso del mio privato e d’altra parte non mi parlava mai del suo.

Quando mi chiamava al telefono era molto sintetico e comunque mi chiamava raramente, in genere mi chiamava lui, io non lo chiamavo mai perché sapevo che prima o poi lo avrei risentito. In quegli anni io vivevo le mie prime storie coi ragazzi alternando alti e bassi sulle montagne russe dell’amore. Certe volte avrei voluto parlare di queste cose con Guido, poi mi dicevo che lui non avrebbe capito e lasciavo perdere, i rapporti con Guido erano una cosa a parte, non intrecciata con la mia vita amorosa.

Una sera usciamo per la solita pizza e noto che porta la fede al dito, non una fedina, ma una classica fede matrimoniale di tipo tradizionale, gli chiedo come mai e mi dice che si è sposato 15 giorni pima ma non mi aveva detto nulla per non farmi sentire in obbligo in nessun modo, io resto perplesso del fatto che me lo abbia detto solo a cose fatte, ma lui cambia subito discorso e mi propone una cosa che non mi sarei mai immaginato, cioè mi propone di andare una sera a cena a casa sua, io capisco che ci tiene molto e accetto, poi però lui cambia di nuovo discorso e finiamo a parlare delle solite cose.

La settimana appresso vado a cena a casa sua, mi presenta la moglie, Lucia, una ragazza giovane e molto carina, che mi tratta molto familiarmente e mi mette a mio agio in un modo che non avrei mai immaginato. Guido e Lucia sono una coppia tranquilla, direi che l’aria che si respira a casa loro è di serenità. La cena è ottima e molto familiare e la conversazione è leggera e gradevole, in sostanza una bella serata.

Alla fine Guido mi accompagna alla macchina e gli dico: “Sono stato proprio bene e sono contento per te e per Lucia!” E glielo dico con piena convinzione, lui me lo legge negli occhi e mi sorride, lì ho capito che teneva veramente al mio parere. Poi ci siamo salutati nel solito modo. Nei mesi successivi abbiamo continuato a vederci coi ritmi di sempre, in pratica tra noi col suo matrimonio non è cambiato nulla.

Nel frattempo io avevo cominciato la più lunga e la più tormentata delle mie storie con un ragazzo (Lucio). Di Lucio non ho detto nulla a Guido, un po’ perché volevo che quelle restassero cose mie e volevo comportarmi anche io con lui come si era comportato lui con me, e un po’ perché non sapevo come avrebbe reagito.

Nel Marzo 2018 la storia con Lucio è andata in crisi e io sono caduto in un periodo molto nero. Guido lo ha notato, capiva che era successo qualcosa che mi aveva messo in crisi, me ne ero reso conto perché era più premuroso nei miei confronti, mi chiamava più spesso al telefono anche se ormai era diventato due volte papà e aveva da pensare alla famiglia.

Una sera usciamo in un momento in cui ero veramente in difficoltà e mi dice semplicemente: “Che è successo?” Io gli dico: “Col mio ragazzo abbiamo rotto…” Lui non si scompone assolutamente ma resta in silenzio aspettando che io gli dica il resto e allora io vado avanti, lui non mi interrompe. Alla fine mi dice solo: “Non te la prendere con Lucio, lui può non avere capito niente e potrebbe starci male anche lui…” Questa ultima cosa mi ha fatto accendere una lampadina nel cervello e gli ho chiesto: “Tu che faresti?” Mi ha risposto: “Io lo chiamerei subito.” Gli ho detto: “Adesso?” E lui mi ha risposto: “Sì”.

Io ho preso il cellulare, sono uscito dalla pizzeria e ho chiamato subito Lucio. Lucio era in crisi peggio di me e era evidente che eravamo entrambi contenti di risentirci. Dopo 40 minuti ho visto Guido uscire dalla pizzeria con due pizze da asporto, una l’ha data a me e mi ha detto sottovoce: “Io vado a piedi, tu pensa a Lucio…” Io ho continuato a parlare con Lucio e abbiamo ricominciato a vederci e alla fine è stata una cosa positiva, perché stavamo male entrambi e per ragioni soprattutto di puntiglio. I problemi con Lucio si sono risolti, almeno sul momento, e entrambi abbiamo riguadagnato un po’ di serenità.

Circa un mese dopo ho rivisto Guido e gli ho detto che il problema con Lucio era superato, lui mi ha detto solo: “Mi fa piacere.” E ha sorriso, poi abbiamo parlato d’altro. Il problema che io Lucio fossimo due ragazzi non è stato mai preso in considerazione, per Guido era del tutto irrilevante. Guido non è quello che ascolta i miei problemi d’amore, ma uno di cui mi fido e che tante volte mi capisce al volo senza che io abbia nemmeno bisogno di parlare, lui sdrammatizza le cose anche con il non parlarne troppo. Non ama il bla bla, è operativo, se devi fare una cosa, per lui, la devi fare e basta, senza metterti a ragionarci sopra a vuoto.

Sono andato di recente a cena a casa sua e ho visto che lui ha un modo di trattare Lucia che mi incanta, non è espansivo ma rassicurante, è l’uomo del fare più che del parlare, quando sono arrivato era in cucina con Lucia e stavano cucinando insieme. Se devo pensare a un modello di coppia felice penso a Guido e Lucia, loro sono etero, ok, hanno figli, ma soprattutto non si creano problemi stupidi, chiacchierano poco e si impegnano insieme. Mi dispiace dirlo, ma tra i gay una cosa del genere è piuttosto rara, anche se penso che sia rara pure tra gli etero.

Vorrei che il mio rapporto con Lucio fosse simile a quello di Guido e Lucia, ma noi non siamo a quel livello, siamo ancora due galletti che si beccano o due ragazzini non cresciuti che hanno conservato l’abitudine di fare la lotta tra di loro. Piano piano stiamo imparando ma penso che la strada sarà ancora lunga. Lucio è un po’ geloso di Guido e io gli dico: “Ma Guido ha moglie e due figli!” e lui mi risponde: “Mh … forse, ma mi sa che non me la conti giusta!” e poi si mette a ridere e si mette a inseguirmi per tutta la casa.

La tecnica del parlare poco tipica di Guido funziona anche tra me e Lucio, a Lucio piace parlare, ma adesso parla meno e tra noi ci sono più gesti affettuosi, quando viene da me andiamo insieme a fare la spesa al supermercato (un supermercato piccolo) e le signore che incontriamo ci guardano con curiosità, perché non sono abituate a vedere due uomini insieme al supermercato a fare la spesa, a un certo momento mi sono sentito un po’ troppo osservato da una signora anziana e sono stato un po’ in imbarazzo, e allora, per cavarmi dall’impaccio e anche un po’ per ridere, ho cercato di fare passare me o lui per un giovane papà e gli ho detto a voce alta: “Ricordati di prendere i pannolini!” E lui mi ha risposto: “Ma non ne hai bisogno!” E la signora ci ha guardato molto perplessa!

Concludo qui, ovviamente, Project, fai della mail quello che credi, i nomi sono tutti di fantasia.

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SESSO GAY E STANCHEZZA

Ti scrivo perché mi sento strano e non posso parlare con nessuno. Sono un quarantenne che convive da 15 anni con un compagno poco più giovane di lui (nemmeno due anni). La nostra convivenza è stata molto bella, in sostanza la cosa più bella della mia vita, ed è andata avanti per 15 anni, ma ormai da quasi un anno comincia a crearmi qualche difficoltà. Quando ci siamo conosciuti eravamo entrambi giovani e belli, io forse un po’ meno di lui, ma a lui sono piaciuto subito e la nostra storia è cominciata perché è stato lui a volerla cominciare. Poi gli anni sono passati, lui ora è un po’ meno giovane e forse un po’ meno attraente di 15 anni fa ma ha un aspetto e un modo di fare che sono l’immagine della salute, in pratica potresti dargli tranquillamente dieci anni di meno, io invece ho avuto i miei problemi seri di salute che ho superato ma che mi hanno condizionato e mi condizionano ancora parecchio. In pratica io, dal di fuori sembro ancora un tipo piacente e giovanile ma di problemi di salute ne ho proprio tanti.

Tu potresti pensare che ti sto scrivendo per parlarti dei suoi tradimenti con ragazzi più giovani e molto più baldanzosi di me, ma sono almeno dieci anni che siamo una coppia rigorosamente monogamica, e lo vedo dal fatto che lui ha con me un’attività sessuale molto frequente e il problema, incredibilmente, è proprio questo. Tieni presente che ne sono tuttora innamorato e che gli voglio bene, fare sesso con lui mi piace o meglio mi piaceva molto, non che oggi non mi piaccia più, ma lui non si rende conto che non posso stare al suo livello, mi dice che lo schivo, che con lui cerco scuse, che lo tengo a distanza, in realtà è che certe volte, per me, fare sesso con lui è veramente stressante, non a livello psicologico, ma proprio nel senso di faticoso a livello fisico e lui questo non lo capisce.

Lui, a 38 anni, fa 40 flessioni di seguito, io non riesco nemmeno a sdraiarmi per terra, ma se provo a digli che non ce la faccio non ci crede e si sente in dovere di stimolarmi e di provocarmi, come se mi mancasse una motivazione sessuale. Quando gli dico che non ce la faccio ci rimane malissimo, non mi tratta male, non lo ha mai fatto, ma pensa che io non ce la metta tutta per venirgli incontro. Mi dice che ho 40 anni e che non posso non essere all’altezza della situazione e porta se stesso ad esempio di vita sana e sportiva, quasi che il mio declino fisico fosse dovuto al mio mancato impegno nelle attività sportive.

Ti dico che certe volte comincio ad averne paura, no, paura no, diciamo meglio a temere un po’ le sue reazioni e a sentirmene condizionato. Sarebbe tanto semplice capire come stanno le cose e magari accontentarsi di quello che io posso fare senza doverne risentire, ma questo non succede, lui mi vede ancora bello, giovane e soprattutto performante come lui, ma io non sono affatto così. Noi conviviamo da 15 anni, non penso proprio che lui abbia in mente di mandare tutto in malora, se siamo andati avanti 15 anni ci sarà pure una ragione anche al di là del sesso. Il fatto è che non vorrei vederlo reagire come un cane bastonato.

Certe volte penso che lui avrebbe bisogno di uno come lui o di uno più giovane, capace di stare al suo livello. Siccome lui si può permettere di fare tutto quello che gli viene in mente perché il suo fisico lo supporta in ogni caso, lui pensa che sia così per tutti. Io spero che arrivi a capire che il suo modello non si adatta a chiunque, perché altrimenti mi troverei a convivere con un uomo non solo insoddisfatto, ma convinto di essere stato rifiutato dall’uomo che ama. Certe volte è geloso, cosa che mi sembra incredibile, mi fa domande sui nostri amici, mi chiede se ho un cellulare segreto, perché pensa che la mia stanchezza derivi magari dal fatto che vado a fare sesso con qualcuno mentre lui non c’è, cosa che non mi è mai passata per l’anticamera del cervello.

Mi sento molto scoraggiato dai suoi atteggiamenti e non so che fare perché quando provo a spiegargli come stanno le cose mi zittisce e si arrabbia come se io stessi cercando di fargli digerire l’idea che ormai lui non mi interessa più, il che non è assolutamente vero. Qualche volta ho provato a parlarci seriamente e, sul momento, mi sta pure a sentire e sembra che abbia capito, poi la volta successiva siamo da capo a 12 e ricomincia con l’idea che io non mi ci impegno abbastanza e che faccio troppe parole e pochi fatti. Il fatto che siamo praticamente coetanei per lui significa che siamo sostanzialmente uguali e che quello che può fare lui lo posso automaticamente fare anche io. Insomma, lui pensa che basti la volontà per fare tutto, perché nel suo caso basta veramente, ma nel mio non basta affatto. Tra l’altro lui sa dei miei problemi di salute e tende a minimizzarli o meglio ad insistere sul fatto che io, col mio atteggiamento, finisco per esagerare il negativo e per precludermi tante cose che per lui sono scontate.

Non so se questo problema è un problema oggettivamente stupido, ma certo è che finisce per condizionare soprattutto la nostra sessualità, io mi sento giudicato, lui mi considera un rinunciatario che si crede vecchio quando non lo è affatto, ma non è una questione di età ma di salute e questo lui non lo capisce. Io con lui sto bene e non credo che starei meglio con nessun altro e lui lo sa, certi momenti, quando facciamo sesso un po’ più tranquillo, sono proprio bellissimi, ma quando parte in quarta pretende che io gli vada appresso e io mi stanco e lui non lo capisce e mi rimprovera, lì per lì fa una sfuriata, poi se ne pente e cerca di ridimensionare. Che posso fare? Certe volte sono proprio scoraggiato. Vorrei solo vederlo contento.

Certe volte torna a casa di ottimo umore, cominciamo a fare sesso e tutto sembra andare bene, se provo a dirgli che faccio fatica a stargli appresso l’incantesimo crolla e la serata finisce col broncio. Queste non sono tragedie, lo so, ma sono certamente incomprensioni, alla fine non mi creano un grande disagio ma comincio ad avere paura di fare sesso con lui perché la possibilità che cominci bene e finisca male è molto concreta. Qualche volta l’esito di tutto questo è che mi sento in colpa e penso che il fatto di avere almeno in un certo senso paura di lui mi impedisce di fargli veramente capire come stanno le cose. Sia ben chiaro, noi ci vogliamo bene, di questo non ho dubbi, però qualche volta comincio a pensare che lui possa sentirsi veramente a disagio.

Qualche volta penso con terrore a quello che succederebbe se non mi trovassi più in condizioni fisiche tali da poter fare sesso con lui, magari in tono minore, e penso che faticherebbe a capire il perché. Tra noi c’è comunicazione, parliamo spesso e anche seriamente ma su questo punto specifico il dialogo è difficile. Lui per parecchi anni mi ha considerato un partner all’altezza della situazione e non riesce ad accettare l’idea che non è più così. Forse questo è conseguenza di un’intesa sessuale veramente forte durata per parecchi anni. Io penso che invecchierò molto più rapidamente di lui e che questi problemi potranno diventare sempre meno facili da gestire.

Negli ultimi giorni (tre o quattro) lui non ha più preso l’iniziativa sessuale, forse per non mettermi in difficoltà, non credo che lo abbia fatto per punirmi perché non ha mai fatto cose del genere, ma l’iniziativa sessuale non l’ho presa nemmeno io e siamo andati a dormire senza coinvolgimenti sessuali e questo, per noi, non è una cosa normale. Io l’iniziativa la prenderei, ma vorrei che fosse una cosa più tranquilla e più adatta a me, ma so che una cosa del genere lo deluderebbe, comunque non posso fare passare altri giorni e domani mi farò coraggio. Non che mi dispiaccia, anzi, tutt’altro … comunque è un peccato che per lui le coccole siano banalità o poco più! Una cosa posso fare, quando sto a letto con lui, posso parlare meno, perché in certi momenti le parole possono essere pericolose, questo credo sarebbe utile e sarebbe anche facile da realizzare.

Certe volte, dopo una serata di sesso, mi sento stremato e l’indomani, quando suona la sveglia, fatico ad alzarmi. Mi dispiace di non essere alla sua altezza ma non ci posso fare niente, piacerebbe anche a me essere come lui vorrebbe, cioè come sono stato fino a qualche anno fa, perché questo lo metterebbe di buon umore, ma non saranno queste cose a metterci in crisi. In qualche momento comincio a pensare che potrei anche recitare un po’ per compiacerlo, ma temo di non avere la resistenza fisica per farlo e di scivolare un altro scalino più in basso. Io penso già da qualche anno che la nostra giovinezza è finita, o almeno la mia, e che ormai siamo uomini di mezza età, lui invece si vede ancora come un ragazzo, ha un modo di fare da ragazzo che in un certo senso mi affascina e in un certo senso mi spaventa.

Mi dice che mi faccio ossessionare dalla vecchiaia, ma lui invece rimuove del tutto l’idea e beato lui che lo può fare! Mi dice pure che faccio la vittima, magari sarà anche un po’ vero, ma penso solo marginalmente. Forse comincio veramente a sentirmi vecchio dentro, all’apparenza ancora non lo sono e lui guarda solo all’apparenza, è un peccato che non si accorga del resto. Ti allego il mio contatto [… omissis …] nel caso ti andasse di fare due chiacchiere. Ovviamente con la mail puoi fare quello che vuoi, cioè la puoi anche mettere nel forum, se non la vedi troppo strana.

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RELAZIONI GAY E CONVIVENZA

In questo ultimo periodo mi è capitato spesso di incontrare in chat ragazzi gay che hanno un compagno ma che si sono trovati a dover fare i conti con disillusioni almeno parziali, cercherò quindi di schematizzare e di riassumere i nodi del problema.

Prima di tutto l’espressione “avere un compagno” è estremamente generica, si va dalla convivenza stabile ormai da diversi anni alla relazione che è ancora agli esordi ed è tutta da verificare, fino alla relazione a distanza in cui manca un contatto reale che non sia assolutamente episodico e breve. Ovviamente in una tale varietà di situazioni il concetto di “mitizzazione” assume connotati molto vari e scarsamente omogenei.

Il mito, di per sé, incarna un archetipo di comportamento che o viene recepito dall’esterno o viene creato autonomamente. La mitizzazione di persone reali è l’esempio tipico del mito auto-costruito, identificando la persona con il ruolo che ricopre o si vorrebbe che ricoprisse e proiettando su quella persona i nostri personali archetipi di quel ruolo. Attribuire anche solo ipoteticamente un ruolo a una persona equivale a rivestire quella persona di qualità e di attributi che spesso si danno per scontati, perché i meccanismi proiettivi ci portano a vedere soprattutto, se non esclusivamente, quello che vogliamo vedere.

Alcuni decenni or sono, quando non esistevano mezzi di comunicazione a distanza, la conoscenza delle persone era numericamente molto più limitata ma anche molto più diretta di quella che si realizza oggi tramite i social media. Oggi i social non ci permettono di vedere e di valutare i comportamenti degli altri ma soltanto di conoscere l’immagine che essi intendono darci di sé, cioè di conoscere la loro auto-rappresentazione. Ovviamente le rappresentazioni di sé variano a seconda degli scopi che si intende perseguire. Nella ricerca della cosiddetta anima gemella, spesso, l’immagine di sé che si tende a fornire viene costruita sul momento, sfruttando le informazioni che già conosciamo sul nostro interlocutore.

L’informazione fondamentale è la fotografia, con la quale si valuta istintivamente se l’altro è o non è per noi oggetto di interesse. Se non lo è, ossia se la foto non corrisponde ai nostri archetipi, il tono della conversazione è basso, gli apprezzamenti sono limitati, non si cerca di approfondire il rapporto ma di farlo scivolare verso la banalità e verso una dissoluzione a breve termine. Se invece la foto ci interessa, il tono del linguaggio cambia e si cerca di manifestare un interesse concreto, il discorso si scalda, si entra subito nel personale, si sta attenti a dare un’immagine positiva di sé secondo il metro dell’interlocutore. La prima cosa che si apprezza è la bellezza, che è l’elemento oggettivamente di maggior impatto al primo contatto visivo. L’ascolto si fa estremamente attento, si dà spazio all’interlocutore, cercando di raccogliere tramite le sue parole elementi utili a costruire una rappresentazione di noi stessi che sia quanto possibile seduttiva, anche a scapito della veridicità e della completezza. Si sottolineano tutte le similitudini e le analogie con l’interlocutore e si sorvola ampiamente su tutti i possibili punti di divergenza o di distanza. Si costruisce e si trasmette un’immagine di sé per specularità-complementarità (le due mani non solo uguali ma speculari e complementari e si adattano perfettamente a lavorare insieme).

Viene poi il tempo dell’immagine retrospettiva di sé, della propria storia, e in particolare della propria storia affettiva, e anche qui operano spesso a livello inconscio dei meccanismi di selezione-omissione dei contenuti, tramite i quali, nell’archivio della memoria individuale, si scelgono alcuni episodi come emblematici del proprio essere e del proprio agire e se ne omettono altri che sarebbero in dissonanza con i primi. Il linguaggio scivola molto facilmente verso espressioni che indicano forte coinvolgimento e apprezzamento (deriva del linguaggio amoroso). Tutto il processo appena delineato si può riassumere nella parola seduzione. Sedurre significa “portare in disparte”, “attrarre a sé” una persona.

Se il rapporto nasce simmetrico, cioè le valutazioni di primo impatto sono molto simili dalle due parti, si ha l’impressione di trovarsi davanti ad una bellissima storia d’amore o almeno al suo esordio e i meccanismi proiettivi entrano in funzione operando una progressiva mitizzazione sulla base di ciò che sappiamo dell’altro, nella presunzione che l’immagine che l’altro ci ha dato sia autentica. Ma i meccanismi di selezione dei contenuti, che operano spesso in modo inconscio, forniscono immancabilmente delle rappresentazioni quantomeno parziali, se non distorte della realtà. In altre parole, il contatto verbale o anche quello in audio-video non mostrano le reazioni dell’altro in situazioni reali ma esclusivamente ciò che l’altro, in modo più o meno consapevole, vuole farci vedere, o semplicemente ci fa vedere.

Ovviamente, l’incontro di persona, se episodico e breve, mantiene comunque questo medesimo schema e tende se mai a confermare la visione mitica dell’altro. Solo una reale convivenza in situazioni ordinarie e di lunga durata consente di capire e di valutare la personalità dell’altro con un’ampiezza e una profondità di un certo spessore.

Va sottolineato che se chi parla di sé ad una persona alla quale è interessato fornisce in ogni caso una rappresentazione edulcorata di sé, opera cioè una selezione dei contenuti da presentare, anche chi ascolta, in modo più o meno consapevole, opera una selezione tra i contenuti che gli vengono presentati, attribuendo valore a quelli che vanno nella direzione da lui voluta e trascurando o minimizzando quelli che vanno in direzione opposta, in questo modo l’immagine dell’interlocutore subisce una seconda deformazione indotta da chi ascolta sulla base dei propri archetipi e delle proprie proiezioni.

Al termine di un periodo, comunque breve, di incontri in chat alternati con brevi incontri di persona, si ha l’impressione di aver costruito una relazione stabile e di conoscersi approfonditamente, ma in realtà la conoscenza reciproca è minima e l’immagine dell’altro è fortemente deformata. Il mito supplisce alla realtà, la integra e la rafforza, fintanto che il contatto con la realtà non interviene a correggere la situazione.

Il vecchio detto: “il matrimonio è la tomba dell’amore” sta a significare che la convivenza fa di fatto crollare molti rapporti di coppia costruiti solo su proiezioni e miti assai lontani dalla realtà.

La demitizzazione che fa seguito alla convivenza reale può essere di tipo e grado molto diverso. Maggiore è il livello di mitizzazione nella fase pre-convivenza, maggiore è il livello di disillusione che consegue alla convivenza. La persona che dà di sé la migliore immagine possibile (auto-mitizzazione) è anche quella che ha la maggiore probabilità a priori di generare disillusioni profonde. La persona che invece non evita di parlare chiaro sui propri aspetti problematici, ha minore probabilità di avere successo nella fase di seduzione, ma, alla lunga, è assai meno esposta al rischio di creare disillusioni nel partner.

Nel mondo gay, oggi, le convivenze stabili sono più l’eccezione che la regola, le Unioni Civili sono rare, in parte perché comportano un coming out che in certi casi creerebbe problemi di difficile se non impossibile soluzione, ma soprattutto perché una convivenza di lungo periodo richiede delle scelte di fondo orientate alla stabilità e la capacità di agire su tempi lunghi in modo coerente con quelle scelte. Le storie brevi e comunque senza vincoli formali possono nascere molto facilmente e altrettanto facilmente possono finire, nascono già all’insegna del relativo, del rivedibile, del non definitivo e in sostanza del disimpegnato, e si reggono spesso su fragili mitologie destinate a frantumarsi quando si affronta una vera convivenza. Va detto però che la tendenza alle relazioni disimpegnate o, come si dice comunemente, libere, ha il suo motivo di fondo nella difficoltà di creare una relazione interpersonale profonda, che richiederebbe la presenza di forme di compatibilità tra i partner che sono decisamente poco comuni. In genere le prime esperienze dei ragazzi gay hanno come obiettivo la creazione di una coppia stabile, siccome però in moltissimi casi questo obiettivo resta di fatto irrealizzabile o comunque irrealizzato, si finisce per scegliere l’altra opzione, quella più disimpegnata, che è certamente più fragile ma rappresenta un obiettivo oggettivamente realizzabile anche in condizioni che non sono di per sé ideali.

Va sottolineato che una disillusione, per quanto pesante essa sia, non porta necessariamente alla rottura della relazione, perché, non fosse altro che per ragioni di inerzia, la relazione eventualmente incrinata si può ricucire o meglio rinsaldare, anche più di una volta, ma ovviamente quella relazione, segnata dalla disillusione, che è spesso reciproca, rischia di essere piano piano svuotata dall’interno, se altri meccanismi non intervengono a consolidarla.

L’idea che la disillusione non sia di per sé distruttiva del rapporto di coppia, spesso, è accettata solo come una soluzione di ripiego, ma andrebbe piuttosto vista, talvolta almeno, come un salutare ritorno alla realtà, perché la disillusione è tale in rapporto alla precedente illusione, ma vista nell’ottica del futuro può comportare una rivalutazione del rapporto che non è necessariamente una sua degradazione. Si tratta cioè di una presa d’atto della realtà dell’altro, o almeno di una sua immagine meno mitica e distorta, che può modificare profondamente e non sempre negativamente gli equilibri interni alla coppia. Superare le crisi di coppia, che spesso derivano da disillusioni, può addirittura consolidare il rapporto. Nei rapporti di coppia a distanza il coinvolgimento è legato in gran parte alla mitizzazione del partner, il rapporto è basato sulle parole e su situazioni facilmente controllabili. Nelle convivenze la possibilità di incomprensioni più o meno profonde col partner è molto concreta, ci si rende conto che anche la compatibilità sessuale è condizionata dal fatto che individui diversi hanno visioni diverse della sessualità e dello stesso essere gay. Comportamenti che per uno dei due sono desiderabili possono non esserlo affatto per l’altro, basti qui l’esempio del coming out, ma si potrebbero portare molti altri argomenti oggetto di frequenti incomprensioni all’interno della coppia. Nella convivenza gay è molto facile sbagliare anche quando esistono di fatto i presupposti per la costruzione di una coppia duratura. Le relazioni di convivenza stabile senza delusioni e senza incrinature non esistono, una certa dose di conflittualità è fisiologica per la sussistenza stessa della coppia. Per concretizzare una convivenza è indispensabile che i partner capiscano in partenza che gli errori ci saranno da entrambe le parti e che le posizioni rigide rischiano di destabilizzare anche le relazioni di coppia che avevano all’origine tutti i presupposti teorici della solidità.

Le disillusioni, come accennato, sono spesso reciproche, ma non è detto che siano palesi, o che lo siano da entrambe le parti. Spesso si tiene per sé la disillusione in attesa che possa essere smentita e questo indica che il mito è in crisi ma non è del tutto crollato. In questi casi, chi dissimula la propria delusione tende ad assumere un atteggiamento rivendicativo caratteristico, il permanere nella coppia assume per quella persona il senso dell’attesa della prova decisiva, finché la misura non è colma e si presenta il conto al proprio partner elencandogli o meglio rinfacciandogli tutte insieme le sue mancanze o presunte tali, è il momento della cosiddetta resa dei conti, in questi casi la risposta può essere fredda (la peggiore risposta), frustrata o anche rivendicativa, in questo ultimo caso chi si è visto presentare il conto presenta a sua volta il conto alla controparte, per mettere sulla bilancia aspettative e torti delle due parti. Anche in questi casi, però, non è affatto detto che la vita di coppia vada irrimediabilmente in pezzi, la situazione volge invece al peggio quando i due si separano senza aver né risolto né alleggerito la situazione di conflitto, cioè quando la risposta è rigida.

Ovviamente le convivenze sono equilibri instabili in cui, specialmente in una fase molto anticipata, piccole spinte correttive sono sufficienti a mantenere l’equilibrio. Va aggiunto che la convivenza, se per un verso può portare alla demitizzazione del partner, per l’altro ne può fare scoprire i pregi a prima vista meno evidenti. Uno dei pregi di un partner che emergono nelle convivenze lunghe è la non distruttività ossia la capacità di gestire le tendenze distruttive dell’altro, di raffreddare i toni e i conflitti, di minimizzare il negativo e di valorizzare il positivo di una relazione.

In ultima analisi la mitizzazione del partner nata nella fase seduttiva si scontra pienamente con la realtà solo quando si arriva ad una convivenza di lungo periodo. In questa fase subentra la demitizzazione del partner, che porta ad una rivalutazione degli elementi su cui si fonda la coppia. L’esito di questa nuova valutazione non è di per sé distruttivo, ma può portare ad una rifondazione della vita di coppia su presupposti meno proiettivi e più realistici.

Una considerazione a parte merita la cosiddetta “condiscendenza incondizionata”, cioè la tendenza a dire sempre e comunque sì al proprio partner al fine di conservare la relazione. Il concetto stesso di equilibrio dinamico comporta che le spinte devono essere bilanciate e che, se alle pressioni esercitate da uno dei due corrisponde sempre un cedimento dell’altro, l’equilibrio non si può mantenere, le richieste di adeguamento si estenderanno progressivamente a tutti i settori della vita condivisa e non solo, e quella parità che rappresenta il nucleo essenziale della coppia gay finirà per essere spazzata via. In questo modo non solo non si preserverà la vita di coppia ma la si ridurrà ad una serie di obblighi o ad una serie di dipendenze psicologiche e non solo.

Riporto qui di seguito alcuni brani di mail ad illustrazione di quanto detto.

LA SEDUZIONE

“Mi chiama in video e mi dice subito: Sei bellissimo! Ma bellissimo è lui! Sembra proprio un attore e poi ha una voce calda, sexy. Quando ha visto le mie foto la prima volta è rimasto senza parole e non credeva che fossi io! Mi ha detto che non ha mai visto un ragazzo bello come me, che ho gusto, che vesto bene, che so scegliere il taglio di capelli, che ascolto la musica giusta, la stessa che ascolta lui, che abbiamo gli stessi gusti. È un ragazzo solare ma non ha amici. Quando parliamo mi dice cose bellissime, io gli dico che io non sono come mi vede lui, che ho un sacco di difetti e che lui mi sta mitizzando e lui mi risponde che non vede l’ora di conoscermi di persona.”

IL LINGUAGGIO SESSUALE

“Ci sono alcune cose che non sopporto nel suo modo di fare, prima di tutto il linguaggio. Noi facciamo sesso tra noi, ma lui quando ne parla usa certi termini volgari che mi fanno proprio venire i nervi, mi chiedo dove ha imparato a parlare così. Lui mi dice che sono ipocrita e che voglio salvare la mia faccia da bravo ragazzo, e non sopporta che io voglia salvare la mia riservatezza. Mi dice che se le cose le faccio le devo chiamare col loro nome, solo che io quelle cose non le vedo come le vede lui, ammesso pure che lui le veda in un modo diverso dal mio, ma quando ne parla con me usa proprio termini volgari che non sopporto, poi, quando si arrabbia con me, lasciamo perdere, parla con un linguaggio degno dei peggiori porno e quando fa così lo strozzerei.”

LE FORZATURE

“Una cosa che non sopporto del mio ragazzo è il fatto che mi vuole imporre di fare cose di sesso che io non voglio fare e che lui evidentemente ha fatto con altri, su certe cose posso anche cedere ma su altre proprio me lo dovrei imporre con la forza e non lo voglio fare e basta. Quando gli dico di no in modo deciso, prima insiste e anche troppo, e poi sembra che passi oltre, come se non fosse successo nulla, ma quando ci capita che bisticciamo queste cose le tira fuori tutte e me le rinfaccia, mi dice: “Si deve fare sempre come dici tu!” (cosa, tra l’altro, che non è assolutamente vera), poi mi dice che non gli voglio bene veramente perché non faccio sempre quello che vuole lui, ma io dico: se stiamo insieme io cedo su una cosa e tu su un’altra! Perché lui non si rende conto che certe volte mi chiede proprio cose assurde, che io non sopporto proprio?”

LE MANOVRE DI RECUPERO

“L’altro giorno abbiamo avuto uno scontro su una questione molto stupida, o meglio il battibecco è cominciato tutto da lì: portare o no le calze quando facciamo sesso, lui porta quei calzini solo per il piede, io porto calze corte normali, ma lui voleva che me le togliessi e io non capivo perché, dato che lui le portava, da una cosa così stupida è partita una sfilza di lamentele sul mio comportamento, in pratica mi ha detto che non gli dicevo mai di sì e che dovevo discutere su tutto e poi, una volta partito in quarta, andava avanti e non si fermava più, a un certo punto si è rivestito come se se ne volesse andare via e io mi dicevo: Ma che fa? Se ne va veramente per una cosa del genere? Ma è proprio fuori di testa! Allora gli ho detto che mi sentivo un completo imbecille ad averlo cercato e che non sarebbe mai più successo, allora lui ha cambiato tono, si è spogliato di nuovo e si è rimesso sul letto e poi mi ha detto: Vieni qui! Io gli ho chiesto se mi avrebbe detto ancora le cose stupide che mi aveva appena detto e lui mi ha risposto che me ne aveva dette troppo poche e che le dice per il mio bene, anche se io non lo capisco. Comunque, almeno ha la dignità di tornare indietro!”

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AMORE GAY LIBERO

Ciao Project,
ho letto il forum in lungo e in largo e voglio anche io portare il mio contributo sulle coppie gay.

Francamente, dopo tanti anni, posso dire di avere messo del tutto da parte questo concetto. Parlo di tanti anni perché mi sto avviando verso i 50, i 45 li ho superati e sono ormai nell’età in cui si cominciano a fare i bilanci. Da ragazzo, 30 anni fa, ero molto riservato, molto timido, complessato dal sesso e molto legato a una mitologia gay, passami il termine. Mi sono innamorato tante volte, direi troppe volte, e altrettante volte sono stato costretto a ridimensionare tutto, perché il mio ipotetico ragazzo era etero (è successo più volte), era un collezionista per il quale io ero solo uno dei tanti, o semplicemente perché il ragazzo di turno non aveva nessuna intenzione di costruire un rapporto vero con me, tipo più o meno: “Sesso sì, quanto ne vuoi, ma poi togliti dalle scatole!”

Non ti faccio il catalogo di quelli fissati col sesso di un certo tipo e solo quello, di quelli cattolici che prima fanno sesso con te e poi ti danno la colpa di tutto e ti accusano di averli portati sulla cattiva strada, perché “loro non sono gay e vogliono avere una famiglia ecc. ecc.”, ti risparmio pure quelli della categoria peggiore, quella dei gelosi possessivi, che ti spiano, che pretendono da te un’obbedienza senza discussioni e di quelli possessivi affettivi che ti vogliono rendere un satellite della loro galassia a forza di ricatti affettivi o sessuali, che pretendono di scegliere i tuoi amici, di decidere i film che devi vedere, di programmare le tue vacanze, ecc. ecc.. E poi c’è la categoria degli indecisi cronici, di quelli dei ma e dei però, dei sì ma con riserva, o dei no ma con riserva, che è ancora più assurdo, questi io li chiamo quelli del: “Mamma Ciccio mi tocca! … Toccami Ciccio che mamma non c’è!”

Alla fine, quando avevo ormai 40 anni, mi sono stufato e ho detto basta! Se mai ne troverò uno normale e se ne viene veramente qualcosa di accettabile, ok, altrimenti meglio solo che male accompagnato!” In pratica mi sono cancellato da certi siti e ho eliminato certe app. Non c’è bisogno che ti dica quali. Usavo un po’ di porno e mi accontentavo di quello, perché, diciamocelo chiaro, sono stato sempre ipocondriaco e non mi sono mai messo a rischio, cioè quando facevo sesso con un ragazzo stavo molto attento a non passare i limiti di guardia e quando dicevo di no era no e basta, e questo tanti ragazzi non lo accettavano proprio, per loro io ero uno strano, fissato, ecc. ecc.. Dopo aver messo da parte l’idea di trovarmi un compagno, ho fatto proprio altro, ho lavorato, ho messo su una piccola impresa privata, molto piccola ma che mi dà soddisfazioni e assorbe la gran parte del mio tempo.

A 42 anni ho incontrato un ragazzo che aveva 12 anni meno di me, era un ragazzo diverso dagli altri, prudente nel parlare e con un modo di fare che mi piaceva, mai aggressivo, era anche un bel ragazzo, oltre che intelligente, ma tutto questo per me significava che ci sono ancora ragazzi belli e intelligenti, ma niente più di questo. Pensavo che quel ragazzo appartenesse ad un mondo lontano dal mio, in pratica non pensavo nemmeno che tra noi ci potesse essere più di uno scambio di quattro parole di cortesia, ero convinto che fosse etero, insomma per me era e pensavo che sarebbe rimasto un perfetto sconosciuto.

Lo avevo incontrato per la prima volta nella sala d’aspetto del mio commercialista e avevamo parlato un po’ di tante tematiche generali, ma solo per passare il tempo e, dopo quell’episodio, non ci siamo più visti per un paio di mesi e praticamente io mi ero del tutto dimenticato di lui, poi verso la metà di dicembre, in una giornata in cui avevo un sacco di problemi per la testa, l’ho incontrato per caso in treno, mentre andavo a Milano per problemi legati alla mia piccola impresa, lui stava nel corridoio del mio vagone, e abbiamo cominciato a parlare. Dopo qualche minuto è venuto nel mio scompartimento, era mattina e c’era pochissima gente, nello scompartimento eravamo solo noi due e il viaggio sarebbe durato almeno altre tre ore. Mi sono dimenticato completamente dei miei problemi e ho passato il tempo del viaggio come in una nuvola rosa, mi sembrava un ambiente incantato, ma anche irreale.

Eravamo diretti entrambi a Milano, lui viveva a Milano e ci lavorava, ma veniva spesso a Roma, dove vivevano i genitori. Io non sono mai stato un conquistatore, con i ragazzi sono sempre stato molto impacciato ma con lui mi sentivo a mio agio, diciamolo chiaro, non ero impacciato perché semplicemente pensavo che non lo avrei più rivisto, non avevo nessun progetto su di lui, nemmeno a livello di minima fantasia. Io dovevo rimanere tre giorni a Milano e non avevo prenotato l’albergo, perché un albergo lo avrei trovato comunque e lui mi ha detto: “Ma se devi stare tre giorni a Milano stai a casa mia, è piccola ma comoda, in centro.” Alla stazione ci siamo separati perché lui aveva impegni di lavoro e anche io non mi sarei liberato prima delle 19.00. Ci siamo dati appuntamento per le 19.30 sotto casa sua, ovviamente ci siamo scambiati i numeri di cellulare.

Alle 19.30 sono in via [omissis] e lui è lì con una borsa di plastica in mano, mi dice: “Ho preso qualcosa per la cena…” La casa era minuscola, una sola stanza, ma era tutto in perfetto ordine, andiamo nella cucinetta e lui si mette ai fornelli, prepara due piatti di spaghetti e mette in forno pollo e patate della rosticceria, nel frattempo parliamo, ma sempre di cose molto generali. L’atmosfera è familiare, per un attimo ho avuto la sensazione che sarei stato bene con quel ragazzo, ma un’idea del genere mi sembrava mille miglia lontana dalla realtà.

Finita la cena, lava i piatti in un baleno e poi mi dice che è stanchissimo e che vorrebbe andare a dormire. Nella stanza ci sono due letti, mi indica il mio, ci prepariamo per la notte e ci mettiamo a letto, ma a dispetto della stanchezza ci mettiamo a parlare e andiamo avanti fino a notte alta. Era il primo giorno che parlavo con quel ragazzo, mi sentivo a mio agio e la situazione non mi sembrava affatto strana. Ti giuro, Project, ero convinto che lui fosse etero e ho evitato accuratamente qualsiasi riferimento anche vaghissimamente gay. Aveva una bellissima voce, maledettamente sexy, ma secondo me era etero… e tutto il discorso è rimasto su temi generalissimi, in pratica non siamo mai scesi nel privato. Lui non parlava mai di ragazze come non ne parlavo io, ma io al momento non potevo dare il minimo peso a un fatto del genere. In casa aveva qualche libro ma mi sembravano i classici libri etero, diciamo così, non c’erano fotografie o quadri, niente di tutto questo.

La mattina la sveglia suona alla sette in punto. Lui si alza immediatamente e va in bagno, sento l’acqua della doccia che scorre ma la cosa non mi fa né caldo né freddo, poi esce dal bagno e va in cucina. Io entro in bagno, ha aperto la finestra e ci fa un freddo cane, ma è tutto pulito, prima di uscire ha asciugato tutta la doccia e ha cambiato l’asciugamano. Io faccio la doccia in fretta e poi asciugo tutto, come aveva fatto lui, quando esco dal bagno trovo la colazione pronta. Mi dice che sarebbe uscito dopo 10 minuti e che se volevo potevo restare in casa, mi dà un mazzo di chiavi e mi dice solo che, quando esco, devo chiudere la porta. Lui sarebbe tornato intorno alle 19.15, poi mi fa un cenno con la mano e se ne va.

Ero solo, a casa sua, avevo le chiavi di casa, avrei potuto curiosare un po’, anche se c’era ben poco da curiosare. Scelgo una via diversa, rifaccio i letti, sia il suo che il mio, il suo conserva una traccia sensibile del suo profumo, lavo le tazze della colazione, sistemo quel poco che c’era da sistemare in cucina e poi esco per i miei incontri di lavoro. Alle 18.00 gli mando un sms: “Non prendere nulla per la cena, ci ho pensato io.” Vado in rosticceria e compro qualcosa, aggiungendo anche una bottiglia di vino toscano, poi torno a casa sua, metto l’acqua sul fuoco basso e preparo la tavola.

Qualche minuto prima delle 19.00 lui arriva e sembra molto contento di trovare tutto sistemato, a me viene un sorriso spontaneo, ma lui non parla della casa sistemata e della cena pronta, mi chiede invece con una faccia interrogativa a che punto sono con i miei impegni a Milano, la domanda mi suona strana, la interpreto come se lui volesse dirmi che se ho fatto quello che dovevo fare me ne posso pure andare, smetto di sorridere e con una faccia seria gli rispondo che in pratica ho fatto tutto quello che avevo da fare e che potrei ritornare a Roma anche in serata perché dovrei solo cambiare il biglietto. Lui mi dice: “Io domattina non lavoro, se vuoi ti faccio vedere un po’ di cose belle di Milano.” Non mi aspettavo quella risposta e lui deve avere visto dalla mia faccia che mi era tornato il buon umore. Evidentemente non ci fidavamo ancora uno dell’alto, cercavamo conferme e i fraintendimenti erano possibili.

La faccio breve, il mio secondo giorno a Milano è stato molto bello, mi sembrava di conoscere da sempre quel ragazzo, abbiamo pranzato fuori, siamo rientrati la sera e abbiamo parlato fino a tardi prima di addormentarci. Il terzo giorno è stato breve e ci siamo visti solo la mattina presto, lui lavorava fino alle 19.00 e io avevo il mio treno alle 11.30. Gli ho restituito le chiavi di casa e ci siamo salutati con una stretta di mano. Poco prima dell’orario della partenza mi ha mandato un sms ringraziandomi per le belle giornate che aveva passato con me. Gli ho detto che lo aspettavo a Roma al più presto e che se fossi tornato a Milano glielo avrei fatto sapere.

Preso il treno, ho cercato di riordinare i ricordi di quelle ore passate insieme, e lì mi è venuto in mente che quello poteva essere un modello di vita di coppia, ma in realtà sapevo benissimo che era solo fantasia. Davo comunque per scontato che fosse etero, e pensavo che anche lui mi avesse preso per etero. Dopo circa 10 giorni mi richiama, mi dice che verrà a Roma l’indomani e mi chiede se posso ospitarlo, per una notte, mi spiega che lui doveva andare dai suoi genitori ma che ha anticipato il viaggio di un giorno per passare una giornata con me, i suoi sapevano che sarebbe arrivato il giorno dopo e quindi dal giorno dopo sarebbe rimasto a casa loro, ma un giorno voleva passarlo con me.

L’indomani mattina alle 11.00 vado a prenderlo alla stazione e lo porto a casa mia. Non c’è bisogno di dire che avevo ripulito e sistemato tutto e avevo fatto sparire tutti gli indizi gay. Poco prima di mezzogiorno siamo a casa, gli avevo preparato una stanza tutta per lui, ma mi dice che era venuto per parlare con me e che così non sarebbe stato possibile. Spostiamo il suo letto nella mia stanza, poi pranziamo, lui nota che tutto è preparato con la massima attenzione, mi dice che casa mia è molto più grande della sua e anche molto più antica, in effetti vivo in una zona della Roma vecchia e in un palazzo che penso sia del 1700, di due soli piani, con le volte a vela fatte di mattoncini, era una casa di famiglia di quando quelle case erano case di povera gente, poi, col tempo, sono diventate case per turisti, se opportunamente ristrutturate, e la mia non lo è.

Il pomeriggio andiamo a fare un giro della città e soprattutto dei posti dove i turisti non vanno, la sera non vuole mangiare fuori, torniamo a casa, prepariamo una cenetta rapida e poi ce ne andiamo in salotto a parlare. Mi racconta la sua storia ma in modo molto sintetico e lacunoso, volutamente banalizzante, come se fosse un insieme di cose ovvie, e io sto a sentirlo con la massima attenzione. Si vede che è a suo agio, almeno relativamente o, meglio, si vede che non ha paura di me, ma sta esplorando il terreno, non mi dice niente di particolarmente significativo, però è in quella situazione che mi comincia a venire in mente che il rapporto che ho con quel ragazzo potrebbe essere qualcosa di più complicato di come mi appariva all’inizio, lo ascolto ma comincio a farmi domande, mi rendo conto che non abbiamo mai parlato di donne e comincio ad aspettarmi che il discorso possa finire con una qualche dichiarazione importante, ma a un certo punto mi dice che è stanco e che l’indomani mattina dovrà alzarsi presto e ce ne andiamo a dormire. Mi chiedo perché mi abbia fatto portare il suo letto nella mia stanza ma alla fine preferisco non farmi troppe domande.

La mattina del giorno successivo facciamo colazione insieme, poi mi saluta con una stretta di mano e se ne va. Io cancello rapidamente dal mio cervello ogni ipotesi alternativa e mi dico: “Ma che vado a pensare! I gay vedono gay dappertutto! E io non faccio eccezione.” Tre settimane dopo mi capita di dover andare di nuovo a Milano, lo chiamo e glielo dico, mi sembra contento, mi dice che non potrà venire in stazione e che ci vedremo direttamente alle 19.30 sotto casa sua. La telefonata è brevissima, si sente che è indaffarato. Io penso di dovermi sdebitare con lui e gli compro una sciarpa, un oggetto, come un modo di dire grazie.

Nel viaggio verso Milano comincio a pormi tante domande a anche ad alimentare qualche aspettativa, pensavo che finalmente saremmo arrivati “forse” a parlare chiaro perché tutta la storia aveva ben poco di ordinario. Alle 19.30 ci vediamo sotto casa sua, come la volta precedente ha preso qualcosa in rosticceria per la cena. In casa noto subito che è contrariato, che non è di buon umore, provo a fargli qualche domanda ma dribla le domande e parla d’altro. Gli arriva una chiamata sul cellulare, guarda chi è ma non risponde e spegne il cellulare. Penso che sia una cortesia nei miei confronti, ma mi dice che di rotture di scatole ne ha avute anche troppe. Si comporta in modo strano, non è come la prima volta, è gentile ma anche scostante, al punto che gli dico: “Se hai bisogno di restare solo, non c’è problema, c’è un albergo qui a 200 metri…” Lui mi guarda e mi dice: “No… tu non c’entri niente, sono rogne di lavoro…” Ma io non ho l’impressione che siano rogne di lavoro. Lui comunque taglia corto. Finiamo la cena e mi dice che è stanchissimo e vuole andare a dormire. Non restiamo a parlare come la prima volta, mi sento quasi un ospite sgradito, forse non proprio, comunque lui resta chiuso nel suo mondo, cioè nel suo malumore.

L’indomani ci salutiamo piuttosto freddamente. Io dovevo ripartire per Roma in mattinata. Questa volta non mi arriva alcun sms prima della partenza. Su treno mi ripeto tante volte che non devo lasciare correre troppo la fantasia e che farò bene a restarmene nel mio mondo. Mi riprometto di non chiamarlo quando avrò altre occasioni di andare a Milano e su questo, almeno in quel momento, non ho dubbi. Arrivo a Roma e lui mi chiama al telefono per chiedermi scusa, è una cosa che non mi aspetto affatto, ne sono positivamente impressionato e arrivo alla conclusione che dopotutto ognuno può avere dei momenti neri e che probabilmente i suoi derivavano proprio da faccende di lavoro.

Non ci sentiamo per quasi un mese. Pensavo che si fosse dimenticato di me e in un certo senso ne ero anche contento, perché così anche io avrei potuto metterci una pietra sopra. Poi, in modo del tutto inatteso mi chiama una mattina prima delle 7.00, mi dice che sarà a Roma l’indomani e mi chiede se può stare da me. Ovviamente gli dico di sì, ma dentro di me non sono affatto entusiasta della cosa. Comunque gli dico di sì. Ho la tentazione di fargli pesare il modo in cui mi aveva trattato a Milano la volta precedente, poi mi dico che un pensiero simile è proprio meschino e puerile e mi impongo di organizzare tutto esattamente come la volta precedente.

Vado a prenderlo alla stazione, è visibilmente contento di vedermi e anche io sono contento di rivederlo, gli chiedo se l’indomani deve andare dai suoi genitori ma mi dice che ha preso tre giorni di ferie e che è venuto per me, questa espressione mi suscita tanti interrogativi ai quali non so e non oso dare risposta. In pratica sarebbe rimasto a Roma tre giorni, cosa che io non mi aspettavo assolutamente, lui si rende conto del mio disappunto e mi dice: “Se ti creo problemi, basta dirlo, me ne vado anche subito…” Io lo guardo e gli dico: “Stai zitto! Adesso sposto i miei impegni, e non fare quella faccia!” Mi sono messo al telefono e nel tempo di un quarto d’ora mi sono organizzato tre giorni liberi. Questo è il vantaggio di chi fa il piccolo imprenditore come me, anzi dovrei dire piccolissimo!

Quando chiudo il telefono lui vuole riattaccare col fatto che può andare via anche subito, ma gli dico in modo perentorio: “Se sei venuto qui un motivo serio ce l’avrai…” Lui mi guarda e mi dice: “Dammi tempo …“ Si stende sul divano del salotto e io avverto che sta per dirmi qualcosa di importante. Mi dice: “Tu hai capito, vero?” Io in realtà non avevo capito che cosa, secondo lui, avrei dovuto capire e non volevo assolutamente dire sciocchezze, però non potevo fare il finto tonto perché lo avrei messo in imbarazzo, e gli ho risposto: “Beh, più o meno, penso di sì…” Io pensavo (speravo) che mi potesse dire che si era innamorato di me, che io ero importante per lui, ma non si trattava di niente di simile. Mi dice: “Il mio ragazzo mi ha mollato… con lui stavo bene, ma mi ero illuso e ieri mi ha mollato. Quando sei venuto a Milano l’ultima volta io ero già fuori dai gangheri perché mi trattava con indifferenza, ma adesso mi ha proprio mandato a quel paese… ”

In pochi minuti ero passato dal ruolo di quello che si aspetta una dichiarazione d’amore al ruolo di quello che deve fare da consolatore, tuttavia la cosa, in un certo senso, per me era rassicurante, anche se può sembrare paradossale. Cerco di lasciarlo parlare e di intervenire il meno possibile. Si sente ingannato dal suo ex. Si sfoga un po’ ma poi è evidente che da me si aspetta una qualche risposta seria. Io faccio come aveva fatto lui, evito del tutto i preamboli e gli dico: “Quando una storia finisce sembra sempre un fallimento ma può essere una liberazione. È meglio sapere come stanno realmente le cose che andare avanti restando all’oscuro di tutto. Non hai perso che un’illusione.” Lui mi guarda sconsolato e mi dice: “Lo so, ma ci sono rimasto male e molto.” Io decido di uscire dall’ambiguità e di fare anche io il mio coming out e gli dico: “È successo anche a me, una cosa praticamente identica, se n’è andato perché cercava qualcosa che io non ero capace di dargli” Dopo questo reciproco coming out sono entrato in pieno nel mio ruolo di consolatore. Gli ho detto: “Dai, dammi una mano che cuciniamo un po’ più in grande!” Lui mi ha guardato sorridendo e ha detto: “Ok!”

Mi chiedevo che cosa lui si aspettasse da me, quali dovevano essere i limiti del mio ruolo e su questo avevo le idee molto confuse. L’unica cosa possibile mi sembrava l’agire con la massima prudenza, o meglio con il massimo rispetto nei suoi confronti. Avevamo ancora due giorni da passare insieme e io non sapevo come comportarmi. Abbiamo cucinato, pranzato, lavato i piatti insieme, poi mi è venuto in mente di chiedergli se i suoi sanno di lui. Mi ha risposto che i genitori sono brave persone e che si sono sempre dati da fare per lui ma lui ha fatto di tutto per finire gli studi il prima possibile e per andarsene a lavorare in un’altra città, perché voleva avere un po’ di autonomia e alla fine è riuscito a procurarsela. Non ha fratelli né sorelle e anche per questo il rapporto coi genitori era strettissimo e quasi asfissiante. Ha mantenuto un buon rapporto coi genitori anche se non può parlare chiaro con loro, va a trovarli più o meno una volta ogni due mesi ma per il resto del tempo se ne sta a Milano e si mantiene in contatto con loro solo via skype. Mi ha detto: “La mia famiglia è una famiglia normale nel bene e nel male.”

Dopo il discorso sulla famiglia non sapevo più che cosa dire e l’imbarazzo reciproco si sentiva fortissimo. Anche lui non sapeva più che cosa dire e come comportarsi, adesso sapevamo che eravamo due gay che avevano piacere a parlare insieme, era evidente che sia a lui che a me era venuto in mente che si sarebbe potuto fare un passo oltre, ma la paura di rovinare tutto era talmente forte da essere paralizzante. Gli propongo di uscire nel pomeriggio per fare un giro in centro. Mi risponde che non è venuto per fare il turista ma per stare con me, espressione quanto mai ambigua in sé, ma dietro la quale, in quelle particolari circostanze, si può sottintendere qualsiasi cosa. Cominciamo a parlare delle nostre esperienze gay, ma era evidente che il discorso serviva solo a riempire il tempo, ed era altrettanto evidente che non c’era molto da raccontare. Qualche storia, ma in fondo niente di serio. Gli ho chiesto che cosa avrebbe voluto dalla sua vita e mi ha detto che non lo sapeva.

Si è alzato evidentemente per venire a sedersi vicino a me, ma non lo ha fatto, ha fatto dietrofront e se ne è andato a sedersi di nuovo in poltrona. Poi mi ha chiesto: “Perché pensi che sono venuto qui oggi?” Gli ho risposto: “Perché eri rimasto malissimo di quel ragazzo e ti andava di parlare un po’.” Ma mi ha fermato e ha detto: “Solo per questo?” Io gli ho detto: “Spero di no…” allora è venuto a sedersi accanto a me, mi ha preso la mano destra e l’ha stretta fin quasi a farmi male, poi ci ha appoggiato il viso, io gli ho passato una mano tra i capelli, lui mi ha detto: “Fammi stare così cinque minuti e poi basta…” Io sono rimasto in silenzio ad accarezzargli i capelli, poi si è appoggiato alla mia spalla e non ha detto una parola per lunghissimi minuti. Ne sentivo il calore, la presenza fisica, ma anche il disagio, l’incertezza.

A un certo punto si è alzato in piedi, sembrava turbato, rabbuiato in volto, qualche brutto pensiero deve avergli attraversato la mente. Gli ho chiesto: “Che c’è? Qualcosa non va?” Mi ha risposto solo: “Nulla…”, poi mi ha ripreso la mano e me l’ha stretta di nuovo in modo fortissimo. Penso che anche lui percepisse chiaramente tutta la mia incertezza, poi il suo telefono ha squillato, lo cercavano per problemi di lavoro ed è rimasto al telefono per tanto tempo, ha aperto il suo portatile super-tecnologico e si è messo in contatto col suo ufficio. Io l’ho lasciato tranquillo, nel frattempo ho fatto il caffè e gliel’ho portato con qualche biscotto, lui mi ha risposto con un sorriso e io sono andato a preparare un po’ di cena fino alla fine della telefonata.

Quando ha finito si è scusato e io gli ho detto: “Ma ci mancherebbe altro che tu debba scusarti se devi lavorare!” Poi mi è arrivata, come un flash, una domanda che non mi aspettavo, mi ha chiesto: “Perché non ci hai provato con me quando stavamo sul divano?” Mi sono sentito preso in contropiede e ho risposto banalmente: “Perché non vorrei mai che tu potessi sentirti forzato in nessun modo.” Lui mi ha guardato e mi ha detto: “Io ho pensato esattamente la stessa cosa di te…” E ci simo abbracciati strettissimi. Sentire la fisicità di un ragazzo che ti vuole è una sensazione fortissima, non sono parole ma è proprio il suo corpo. L’abbraccio è stato intensissimo, voluto, profondo, era già un modo di essere una cosa sola.

Pensavo che dopo sarebbe stata tutta una strada in discesa ma non è stato così. Lui mi stringeva ma non era veramente felice. Gli ho detto: “Ti vedo sconvolto…” Lui si è staccato da me e mi ha detto: “Devo dirtelo… io sto pensando ad un altro ragazzo, e vorrei che adesso qui ci fosse lui. Io un po’ un discorso del genere me lo aspettavo e gli ho detto: “Beh in una situazione come questa pochissime persone avrebbero la forza di fare un discorso come questo, lo apprezzo moltissimo, perché è un discorso onesto.” Mi vedevo riportato un’altra volta nel ruolo del consolatore, ma non mi sembrava affatto una cosa secondaria. In fondo tra noi si era creato in pochissimo tempo un rapporto di totale chiarezza, che è una cosa più unica che rara. Ma quella chiarezza non aveva messo in crisi nulla, anzi, aveva rafforzato un legame che ormai era dato per scontato da entrambe le parti.

Abbiamo cucinato insieme e la sintonia era perfetta. Sembravamo un équipe chirurgica affiata. Dopo cena mi ha detto che si sentiva stanchissimo, anche se non erano ancora le dieci. Se ne va in bagno e poi si mette al letto, mi chiama, vuole che metta la poltrona accanto al letto e che mi sieda in poltrona, mi dice: “Se vuoi…” Io sorrido e gli dico: “Certo che voglio!” e mi siedo accanto a lui. Ha due occhi meravigliosi, di quelli che ti rubano l’anima. Gli accarezzo i capelli per qualche minuto e lui si addormenta. Evidentemente si sentiva al sicuro e non si sentiva minimamente condizionato. Anche io me ne vado a dormire. In pochissimo tempo il nostro rapporto era diventato importantissimo, io ero contento che lui fosse lì ed era venuto da Milano per me. Pensavo che non avrei dormito per l’affollarsi dei pensieri ma non è successo così e ho dormito benissimo.

Mi sono alzato la mattina alle 7.00 e ho preparato la colazione, poi sono andato a svegliarlo, si è stiracchiato come un gatto e mi ha fatto un bellissimo sorriso. Gli ho detto: “La colazione è pronta!” Si è alzato ed è venuto a tavola in pigiama. A un certo punto mi ha detto: “Non te la sei mica presa per quello che ti ho detto ieri sera?” Io gli ho fatto cenno di stare zitto e di mangiare e lui ha risposto sì con la testa. Io gli dico: “Oggi ti porto al Museo Pigorini all’EUR e penso che ti piacerà parecchio!” Gli spiego brevemente di che cosa si tratta e mi sembra molto interessato. La visita al museo mi ha dato una chiara idea dello spessore culturale di quel ragazzo. Lui è un ingegnere ma sapeva moltissime cose di preistoria, dell’uomo di Neanderthal , delle periodizzazioni geologiche e di mille altre cose. La nostra non è stata una passeggiata di corsa attraverso il museo, ma una visita decisamente attenta e molto selettiva, soprattutto orientata verso il settore preistorico e meno verso quello etnografico.

Siamo rientrati a casa che erano quasi le tre, ma avevamo preso qualcosa da mangiare in rosticceria e il pranzo ha richiesto poco tempo. Dopo è subentrato un momento di reciproco imbarazzo, bisognava rompere il giaccio. Io non volevo fare danni e nemmeno lui, ma poi ha preso l’iniziativa e io non mi sono fatto pregare. Di esperienze sessuali nel vero senso della parola non ne avevo avute moltissime ma un minimo di esperienza ce l’avevo anche io (e anche lui), ma, per quanto mi riguarda, stare con lui era proprio una cosa totalmente diversa, era tutto spontaneo, ci si capiva, non c’era il minimo imbarazzo, insomma con lui stavo “bene” mi sentivo sereno, capito, accettato, importante e lo vedevo a suo agio.

C’è stato però un momento che mi ha turbato profondamente. Quando abbiamo finito lui aveva gli occhi umidi ma non ho osato chiedergli il perché. Il giorno appresso la cosa si è ripetuta, anche se in tono minore, ho provato a esplorare il terreno, lui mi sorrideva, mi accarezzava il volto e non parlava ma i suoi occhi tristi parlavano per lui. Il pomeriggio del terzo giorno ci siamo salutati molto calorosamente ma lui aveva un atteggiamento serio, pensieroso e non voglio dire triste. Gli ho mandato un sms per dirgli grazie e mi ha risposto con una frase che mi ha fatto tremare: “Non so se ho fatto bene. Perdonami.” Ho calcolato i tempi che ci avrebbe messo ad arrivare a Milano e l’ho chiamato. Mi ha detto che era appena arrivato a casa. Io gli ho detto che ero preoccupato per quelle frasi e lui mi ha detto: “Non ti devo illudere, perché ci puoi rimanere malissimo…” Gli ho detto che non sono affatto illuso ma che gli voglio bene, che lui con me è stato onesto al 100% e che non si deve sentire vincolato in nessun modo, perché la sua libertà, per me, è sacra. Ha aggiunto: “Però quando ti ho detto che non stavo penando a te ma al mio ex, beh penso che sia stata come una coltellata per te …” Gli ho detto: “No, è chiaro che continui a pensare a quel ragazzo e che potresti pensare anche ad altri ragazzi, ma non è che ti posso voler meno bene per questo, ti voglio bene per quello che sei e per come mi hai trattato, non mi era mai successo niente di simile …” Lui mi ha risposto: “Beh, però devi tenere conto che non ti posso garantire niente, perché sono un tipo molto volubile…” Gli ho detto che non mi deve garantire proprio niente, ci mancherebbe altro! Alla fine della telefonata mi ha detto che non sapeva se mi avrebbe richiamato e io gli ho risposto: “Se non lo fai tu lo faccio io, basta che tu rispondi…” E mi ha detto: “Su quello ci puoi contare!” e la telefonata è finita così.

Non si è fatto vivo per una settimana e allora l’ho chiamato. È stato contento. Mi ha detto che aveva rivisto il suo ex e che stavano provando a rimettersi insieme. Ma il tono non mi sembrava proprio quello di un ragazzo innamorato, insisteva molto su verbi come provare, cercare di, ma in effetti l’entusiasmo non c’era proprio. Io dovevo guardarmi bene dall’intromettermi nelle sue storie importanti, ma avevo molti dubbi circa il fatto che quelle fossero veramente storie importanti. Comunque mi sono sentito di troppo e mi sono ritirato in buon ordine, non l’ho chiamato per una settimana e poi mi ha chiamato lui, sembrava più sereno, non era imbarazzato dal parlare con me, dava per scontato che il fatto che si fosse rimesso col suo ex non avrebbe mandato in frantumi il nostro rapporto.

Per me la situazione era imbarazzante perché io pensavo che lo fosse per lui e per lui era imbarazzante perché lui pensava che lo fosse per me. Siamo stati a parlare per un paio d’ore, la presenza del suo ex non si avvertiva minimamente. Abbiamo anche scherzato e detto stupidaggini, poi il discorso è tornato sul tono serio e mi ha detto che si era sentito osservato da me quando avevamo finito di fare l’amore e gli veniva da piangere e mi ha detto che gli veniva da piangere perché lui avrebbe voluto fare l’amore in quel modo col suo ex e si sentiva uno che mi stava ingannando e ha aggiunto “come adesso sto ingannando il mio ex, perché non me ne sento più innamorato” Gli ho chiesto: “E allora perché ti ci sei rimesso?” E lui mi ha risposto: “Lui ha insistito tantissimo e non sono stato capace di dirgli di no, e adesso si è illuso un’altra volta e io lo sto imbrogliando.”

Gli ho chiesto: “Ma tu che cosa vorresti?” e mi ha detto che vorrebbe che il suo ex fosse come me, la qual cosa mi ha inorgoglito molto ma mi ha anche frenato molto. Lui ha continuato a stare col suo ragazzo col proposito di poterlo cambiare almeno un po’ dall’interno. Con me il contatto non si è mai interrotto, ma non è venuto a Roma fino al Natale successivo, in pratica per 10 mesi, e io non sono andato a Milano, o meglio, ci sono andato per lavoro, ma sono andato in albergo senza dirgli nulla, per non intromettermi nei suoi progetti sentimentali. L’11 Dicembre mi chiama e mi dice: “Domani vengo da te… “ Io capisco che cosa vuol dire quella frase, provo a chiedergli che cosa è successo, ma mi risponde. “Non fare domande, ci vediamo domani, arrivo col treno delle 11.00.”

Vado a prenderlo in stazione, vorrei portalo a pranzo fuori ma mi frena: “No! Andiamo a casa!” Una volta dentro, mi abbraccia strettissimo e mi dice: “Mi mancavi tanto!” Il resto te lo puoi immaginare. Da allora sono passati quasi 4 anni. Lui sta cercando di trasferirsi a Roma ma non è facile. Un fine settimana vado io da lui e uno viene lui da me. Vivendo insieme con lui posso dire che mi sembra di vivere una favola e nello stesso tempo una situazione di normalità totale. Noi non siamo una coppia convivente, siamo conviventi ma non siamo una coppia, semplicemente ci vogliamo bene, tra noi non ci sono vincoli, finché funziona tutto da sé, ok, altrimenti continueremo a volerci bene in un altro modo. Mi fermo qui. Se vuoi, metti nei siti questa mail, gliel’ho fatta leggere e quando ha finito di leggere mi ha detto che non devo mitizzare e mi ha dato un bacio in fronte.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post, aperta sul forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6956

NON SOLO SESSO GAY

Caro Project, il Forum purtroppo è abbandonato ed è un peccato. Per me è stata un’esperienza molto importante, ma sono passati già diversi anni. Sarebbe bello si ci fosse una ripresa, ma la vedo difficile. Vedi tu se pubblicare questa mail, che è il frutto delle mie ultime esperienze. Ho imparato a mie spese che fidarsi dei cosiddetti bravi ragazzi qualche volta è rischioso, e poi bravi ragazzi in che senso? Che parlano pulito, cioè parlano poco di sesso e salvano la faccia perché hanno imparato in famiglia l’arte dell’ipocrisia? Insomma ho imparato a non fidarmi dei bravi ragazzi e questa tendenza a non fidarmi piano piano si è allargata e ho cominciato a non fidarmi di nessuno, come puoi ben capire, meno che mai dei ragazzi che non hanno nemmeno l’apparenza dei bravi ragazzi e il risultato è stato che praticamente ho fatto il vuoto intorno a me. Non sono andato incontro a disillusioni ma penso di essere stato io una disillusione per i ragazzi che ho incontrato, o almeno per qualcuno di loro. Penso di aver distrutto i sogni più o meno irrealistici di alcuni ragazzi più ingenui di me, ma forse col tempo sarebbero stati loro a distruggere me. Con uno di loro però le cose sono andate in modo diverso. È un bel ragazzo, ma relativamente, non è più giovanissimo e d’altra parte non lo sono nemmeno io, perché ho 32 anni, ci conoscevamo da parecchi anni, quando aveva 18 anni era bellissimo e confesso che mi affascinava, ma poi piano piano ha perso il fascino della prima giovinezza, è ancora un bel ragazzo e non mi è indifferente nemmeno adesso ma non è l’attrazione fisica, o forse non è soprattutto l’attrazione fisica che mi ha portato a non perderlo di vista. Lo chiamerò qui Sergio. Sergio ha due caratteristiche peculiari assolutamente uniche, è intelligente in un modo che mi stupisce, direi in un modo non standard e tutto suo, ha una mente autonoma, non dipende dal giudizio degli altri ed è radicalmente onesto, non guarda la forma e ti dice anche brutalmente quello che pensa. Ha passato periodi molto brutti di depressione poco dopo i vent’anni e poi piano piano ne è uscito ed è arrivato a conquistarsi i suoi spazi esclusivamente studiando e lavorando in modo serissimo. Diversi anni fa avevamo provato a metterci insieme, l’idea allora mi attirava molto. Abbiamo avuto una relazione molto complicata per qualche anno, ma era una relazione che per me era soddisfacente solo a metà. Potevo avere tutto il sesso che volevo ma avevo la chiara sensazione che per lui l’affettività non avesse assolutamente senso. Mi aveva raccontato tutta la sua vita, anche gli aspetti più problematici, di me si fidava, mi aveva preso sul serio fin dall’inizio e tra noi esisteva comunque un legame che andava oltre il sesso, io lo chiamo il legame della chiarezza, dell’accettarsi reciprocamente per quello che si è. Io non sono affatto quello che si dice un bel ragazzo, a stento sto nella media e se lui ne avesse voluti trovare meglio di me ne avrebbe trovati centomila. Di altri ragazzi ne ha avuti ma non mi ha mai messo a da parte e non mi ha mai imbrogliato, mi diceva che stava con me solo per il sesso, probabilmente per non illudermi, anche se le cose non stavano esattamente così. Noi ci siamo sempre capiti e, questo può sembrare incredibile, non abbiamo mai litigato. I nostri rapporti erano estremamente elastici ma non si interrompevano, non abbiamo mai avuto rapporti travolgenti, di quelli che ti sconvolgono la vita, abbiamo parlato poco, nessuna retorica dei sentimenti  e nemmeno del sesso, malinconia tanta, e anche sconforto profondo, ma tra noi non c’era il rischio di fraintendersi perché si parlava sempre molto chiaro anche se si parlava poco. Certe volte ci vedevamo a intervalli di due mesi o più e praticamente ogni volta che ci vedevamo finivamo a letto insieme. Credimi, Project, non era mai una cosa stupida, era anche quello un modo di comunicare. L’ho visto piangere tante volte quando i ragazzi in cui aveva creduto finivano per lasciarlo senza spiegazioni. Io gli dicevo spesso di no ma lui non si faceva demolire da me, perché sapeva che gli volevo bene. Mi sono sempre chiesto perché Sergio avesse scelto proprio me, perché si fosse fidato proprio di me. Penso che il motivo fosse perché l’ho sempre considerato uno come si deve. Lo stimo profondamente come uomo e poi penso che se uno sceglie di vivere il sesso con una persona, ma non come un rito o come una cosa qualunque ma come un modo di essere veramente se stesso, vuol dire che istintivamente ci trova qualcosa di compatibile. Il sesso è stato un mezzo per conoscersi meglio, per mettersi reciprocamente alla prova, per arrivare a capirsi in modo più profondo. Noi abbiamo due modi molto diversi di vivere il sesso, lui è molto più focoso e passionale dei me, mentre io, anche se praticamente ho la sua età, ho tempi più lunghi e qualche volta ho anche problemi sessuali. Lui con me ha paura di esagerare e io di deludere ma alla fine non è la prestazione che conta ma il condividere la propria sessualità con una persona di cui ti fidi, il sapere che puoi essere te stesso fino in fondo. Ecco questa è l’espressione giusta: ci fidiamo uno dell’altro. Onestamente non mi sono mai sentito giudicato da lui ma rispettato e capito sì. Col passare degli anni la fiducia reciproca è aumentata, io ho imparato ad essere meno frenato nel sesso e lui ha cominciato a dare anche un senso affettivo alla sessualità, in qualche modo ci siamo venuti incontro. Non ha senso dire che è il mio ragazzo, lui non è di nessuno, però ci vogliamo bene, ormai su questo non ho più dubbi, abbiamo entrambi bisogno di rassicurazioni e le troviamo uno nell’altro. Qualche volta gli ho detto di no e qualche volta ha detto di no lui a me, ma non erano comunque rifiuti della persona. Sapevamo entrambi che quei no non avrebbero distrutto nulla e che il nostro rapporto non sarebbe venuto meno comunque. Lui è generoso, non impositivo, non drammatizza le situazioni ma cerca di alleggerirle, di non preoccupare di non pesare mai negativamente. Non solo non dà la colpa agli altri, ma tende a sentirsi responsabile anche di cose che non dipendono da lui. Lui sa che io ci sono e che continuerò ad esserci comunque e io so che non lo perderò. Oggi, se penso ai modelli di coppia che avevo in mente, mi viene da sorridere. Io voglio bene a Sergio e so che lui mi vuole bene. Se ha bisogno di stare anche con un altro perché devo dirgli di no? Io so che non lo perderò comunque. Mi sentirei geloso se qualcuno me lo portasse via, ma sono passati tanti anni e siamo ancora qui, segno che era una cosa seria. Quanto al problema delle malattie sessualmente trasmesse, lui è informato e sa quello che fa e quello è il motivo per cui qualche volta mi ha detto di no, perché anche se è prudente, se ha un dubbio anche piccolo, prima di venire da me vuole fare il test. Questo, secondo me, è serietà nel senso profondo del termine. Certe volte giochiamo come due ragazzini, ma quando parliamo di cose serie mi fido di lui più che di me stesso e ho il piacere di avere un uomo intelligente vicino che mi vuole bene e questa è una bellissima sensazione che ho provato solo con lui. Di altri ragazzi posso dire che su alcune cose li temevo, di lui invece non ho mai avuto paura, sapevo che da lui non mi sarei mai potuto aspettare niente di male, né per cattiveria né per stupidità. Più passano gli anni  più i nostri cammini si avvicinano. Lui ha bisogno della sua libertà, ed è giusto che ce l’abbia. Quando ci vediamo è bello avere la conferma che non è cambiato nulla e che il piacere di incontrarsi è reciproco. C’è una frase che adesso gli piace sentire: “Sto bene con te!” In altri tempi questa frase lo avrebbe messo in allarme, come se quello fosse un tentativo di mettergli dei limiti, dei paletti, di limitare la sua libertà, di dirgli: “Ti voglio bene … però devi essere come dico io …”. Adesso sa che io non mi illudo di creare una “coppia da manuale” e non ha più paura di quelle parole e quindi le prende nel senso più semplice e diretto. I primi tempi avrebbe accettato qualsiasi cosa a livello sessuale ma non avrebbe accettato una carezza per la stessa ragione per la quale non voleva sentire l’espressione “Sto bene con te!”, ma adesso non è più così, c’è il sesso, certo, ma c’è anche qualche momento di tenerezza, se gli accarezzo il viso o la barba è contento, capisce che è “solo” un gesto di tenerezza e che non ci sono secondi fini di nessun genere, che non mi sto innamorando di lui nel senso che potrei pretendere qualcosa da lui in cambio. Vedo un cambiamento nel nostro rapporto, che probabilmente è dovuto al fatto che non siamo più due ragazzini e che cominciamo a dare valore proprio al fatto di esserci l’uno per l’altro. Io lo considero un punto di riferimento essenziale in tante cose, proprio perché ha punti di vista anche molto lontani dai miei, ma è equilibrato e di estremo buon senso. Se mi dice una cosa vuol dire che è frutto della sua esperienza, non del sentito dire. Non parla a vanvera, se mi deve dire qualcosa che crede lontano dal mio modo di ragionare, premette che quello è solo il suo modo di vedere in quel momento. Mi piace molto quando mi prende in giro e mi fa la parodia, perché dopo scoppia in un sorriso divertito e si comporta come un ragazzino. Non si atteggia e ne avrebbe l’occasione e la possibilità, ma non lo fa. Quando è sereno mi trasmette serenità, so di potermi fidare di lui. Se non avessi conosciuto il forum di Progetto non avrei mai capito il senso del rapporto con Sergio, sarei rimasto dipendente dal concetto classico di coppia tipo matrimonio e in nome di quel concetto avrei rifiutato un rapporto come quello che ho con Sergio, che invece da tanti anni ormai è un po’ il centro della mia vita. Io so che lui c’è e che mi vuole bene e so che non lo perderò. Ultimamente ho avuto la tentazione di spingere il nostro rapporto verso un modello di coppia più classico ma, se ci penso bene, un’idea del genere mi sembra proprio malsana, lui ha bisogno della libertà come dell’aria, deve fare la sua strada qualsiasi essa sia. Il nostro rapporto non verrà meno comunque. Nei primi tempi c’era una cosa che di lui non sopportavo e cioè la tendenza a non programmare nulla e ad agire sempre e solo in modo estemporaneo, lui mi diceva che non voleva creare regole o abitudini. Io sono sempre stato molto portato a programmare e a organizzare le mie giornate e mi sentivo scombussolato dal non poter mai progettare nulla che lo coinvolgesse. Quando mi salutava non mi diceva mai quando ci saremmo rivisti e poi mi telefonava o mi veniva a trovare nei momenti più incredibili del giorno e della notte. Prima non capivo questi atteggiamenti. Lui mi diceva: “Vengo da te quando ne sento il bisogno e sono cose che non si possono programmare!” Adesso questo modo di ragionare mi è divenuto familiare e comincia a piacermi. Mi sono chiesto che vuol dire volersi bene e lo vorrei capire senza farmi abbagliare da miti e da favole di vario tipo. Penso di aver perso fin troppo tempo a correre appresso alle farfalle e a svalutare quello che invece esisteva e che avevo davanti agli occhi praticamente ogni giorno. Il ragazzo da copertina innamoratissimo di me e io di lui, diciamocelo chiaro: sono solo frottole, se cerchi una cosa così, puoi cercare tutta la vita e non ne troverai uno che ti stia bene veramente. La coppia come simbiosi perfetta o come idea della fusione perfetta degli spiriti è la tipica balla da romanzetto da quattro soldi. Non ho mai trovato principi azzurri. Sergio non è il mio principe azzurro e non è nemmeno il mio ragazzo, nel senso classico del termine, ha i suoi difetti ma ha paure i suoi pregi, non devo dimenticare né gli uni né gli altri e poi io che cosa gli potrei proporre? L’amore eterno? Ma sarebbe ridicolo. Noi ci vogliamo bene ma restiamo due persone diverse, che hanno dei punti in comune ma non vivono comunque la stessa vita, siamo due e resteremo due. Che cosa dovrei pretendere da lui: la fedeltà assoluta? E in nome di che cosa? Perché dovrei limitare la sua libertà, quando non so se io sarei capace di garantirgli la stessa fedeltà. Una cosa sola posso chiedergli e cioè che sia onesto con me e che mi dica quello che pensa veramente, perché non sopporterei di essere ingannato, o forse sopporterei anche quello, non lo so, magari in certe circostanze non lo sopporterei ma in altre sì. Dovrei pretendere la sua presenza costante? Ma anche qui mi chiedo: in nome di che? Posso chiedergli se mai di non fingere, nemmeno per evitare di farmi stare male. Perché dovremmo essere una coppia? Noi non sappiamo che cosa siamo ma stiamo bene anche così, o almeno, quando ci vediamo, il che accade piuttosto di rado, siamo contenti di incontrarci… dovrei pensare che questo è poco? Ma non è poco per niente, se è vero! Volersi bene non vuol dire stare sempre appiccicati, ma avere il picare di rivedersi quando ci si rivede. Sergio non è il mio mito vivente, noi ci vogliamo bene ma in modo molto semplice, molto spontaneo, senza impegni e senza condizioni. Noi non dobbiamo mettere al mondo figli, ci vogliano bene in modo istintivo, perché è una cosa che viene da sé. A lui ci penso spesso, so che durerà, ma non posso fare altre previsioni. Non ha senso cercare di porre dei paletti al futuro e nemmeno cercare di prevederlo. Un affetto transitorio non è meno importante di una relazione che si tiene in piedi per dovere o per forza. La transitorietà nulla toglie alla serietà dei sentimenti, se quei sentimenti sono veri. Io e Sergio ci conosciamo a fondo e ci fidiamo uno dell’altro, certe volte la sua presenza mi manca ma non lo devo assillare, deve seguire i suoi tempi e i suoi ritmi, magari passerà tempo ma poi ci riabbracceremo e non sarà affatto una cosa banale né per lui né per me.

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MEDICO E PAZIENTE ENTRAMBI GAY

Caro Project,
sono un uomo che ha passato da pochissimo i 60 anni e vorrei raccontarti la mia storia perché penso che potrebbe aiutare qualcuno a prevenire la malinconia. Ho sempre saputo di essere gay ma nello stesso tempo ho sempre saputo che “per me” essere gay sarebbe stato un motivo in più di solitudine. Sono figlio unico e miei genitori sono morti da diversi anni, ho passato praticamente tutta la vita da solo a lavorare e a sognare un amore che, più passavano gli anni, più si allontanava in una nebbia evanescente. Il mio lavoro mi ha tenuto compagnia e mi ha impedito di scivolare nella depressione, è un lavoro che mi piace e che mi permette di tenermi in contatto con tanta gente giovane, anche se col passare degli anni il contatto con la gente giovane, che comunque è formale, può essere anche deprimente. Mi sono costruito un po’ di sicurezza economica e ancora dovrò lavorare per qualche anno prima di andare in pensione . Non ho mai visto la pensione come una liberazione o un miraggio, perché ho sempre pensato che dopo sarei stato anche peggio.

Tre anni fa ho avuto dei problemi di salute piuttosto seri e sono stato ricoverato per un lungo periodo. Allora non c’era il covid, ma il mio male non era di quelli di minor conto. L’ospedale, che poteva scrivere l’ultimo capitolo della mia vita, è stato invece la svolta che mi ha permesso di cambiare le cose. Un medico del reparto, allora poco più che quarantenne venne a visitarmi subito dopo il ricovero. Ricordo che ne fui molto colpito, era sorridente, cercava di comunicare sentimenti positivi e nello stesso tempo non si poneva nel ruolo professionale formale del medico. Ricordo che fin dal primo momento mi risultò simpatico e cercai di farglielo capire. Lui si sedette accanto a me e cercò di arricchire il più possibile la cartella clinica, mi fece domande e prese molti appunti. Mi disse che mi avrebbero fatto una risonanza magnetica per definire meglio la diagnosi. Non mi disse banalità né formule generiche di incoraggiamento. Qualche giorno dopo la mia situazione peggiorò. Gli altri medici si erano defilati e non li vedevo più, il che un po’ mi impauriva, perché pensavo che la mia situazione potesse apparire a loro senza speranza. Lui (lo chiamerò Pietro) no, si faceva vedere anche tre o quattro volte al giorno.

La mia situazione è stata molto incerta per un lungo periodo, ma lui non è mai sparito. Un giorno, dopo oltre 40 giorni di ricovero, si presenta da me e mi chiama per nome e mi dice: “Paolo, mi permette di darle del tu?” io gli ho risposto: “Certo! Per me è un piacere.” E poi continua: “Ti volevo dire che le cose stanno andando meglio, che abbiamo cambiato terapia e le cose sono significativamente migliorate e che, secondo me, le fasi critiche non si dovrebbero ripresentare. Ci vorrà qualche altra settimana ma potrai tornare a casa probabilmente prima di Natale.” Poi mi ha preso la mano e me l’ha stretta fortissimo, un gesto che non è da medico ma da amico. Io non sapevo che cosa pensare, mi sentivo stralunato, molto sottosopra, un po’ per il fatto che non mi aspettavo che le prospettive della malattia potessero migliorare e un po’ per la presenza di Pietro. Il 16 dicembre successivo sono uscito dall’ospedale. Pietro mi aveva chiesto se qualcuno mi sarebbe venuto a prendere ma gli ho detto che non avevo nessuno e lui mi ha risposto: “Allora ti porto io, perché non puoi andare in giro da solo.” Ho aspettato le 22.00, cioè la fine del suo turno di lavoro e lui mi ha riportato a casa e lo ha fatto con moltissima cura per non farmi prendere freddo.

Ovviamente è rimasto a casa mia, ha arieggiato la casa senza farla raffreddare troppo, mi ha preparato il letto mi ha aiutato a mettermi al letto ed è rimasto a dormire sul divano. Io ho provato a insistere perché tornasse a casa sua ma mi ha detto che viveva solo, e lì mi si è accesa una lucina nel cervello e ho cominciato a considerare la cosa sotto un’altra prospettiva. Almeno per la prima settimana io non sarei stato in grado di fare le faccende da me e ci ha pensato lui, poi però ho cominciato a riacquistare le forze e dopo qualche altro giorno ero ormai in grado di fare da solo, ma si era creata una situazione così gradevole e per niente forzata o falsa, che gli ho proprio detto che se fosse rimasto da me io ne sarei stato contento. La mia casa è grande anche per due, lui avrebbe avuto due stanze per sé, una camera da letto e uno studio. Lui mi disse: “Per un periodo è bene che io stia qui, poi vediamo come vanno le cose.” Non era ben chiaro se si riferisse alla malattia o ai nostri rapporti, ma la seconda ipotesi mi sembrava più probabile. Mi ha assistito proprio a livello medico come se io fossi in ospedale, mi ha programmato una serie di controlli, è stato un po’ il mio angelo custode.

La sera, quando non era di turno, lui cucinava e mentre cucinava parlavamo e l’atmosfera era proprio distesa. La nostra storia è cominciata così, senza colpi di fulmine, senza nulla di travolgente. Uno da giovane si fa mille idee su quello che potrebbe essere una storia gay, ma non arriverebbe mai a pensare quello che invece è successo. Non so se queste cose si chiamano amore, amicizia o in qualche altro modo ma stavamo bene insieme. Lui aveva l’ospedale e i suoi orari parecchie volte erano imprevedibili. Quando pensava che avrebbe fatto un grosso ritardo mi chiamava per non farmi preoccupare. Io gli preparavo la cena e lo aspettavo senza limiti di orario, certe volte rientrava a casa stanchissimo, ma appena entrato in casa mi sorrideva, lo faceva sempre, anche quando non si reggeva in piedi, io mi sedevo accanto a lui e gli passavo i piatti con le cose da mangiare. L’ho visto salire e scendere sulle montagne russe dell’entusiasmo e della peggiore frustrazione seguendo l’andamento di alcuni suoi malati. Per lui non era un lavoro, partecipava alla vita di quella gente, si impegnava con tutte le sue forze e lo ammiravo per questo. Non si può amare una persona che non si stima e lui per me era un esempio da seguire, un esempio di moralità, di impegno senza riserve.

Noi non ci siamo mai detti che eravamo gay, non ce n’è mai stato bisogno. Tante volte, a casa passava le ore a studiare. Ci sono medici che considerano la loro missione soltanto come una fonte di reddito, lui era uno scienziato, ma non per amore della scienza, ma perché aggiornandosi e impegnandosi professionalmente poteva fare qualcosa di buono per il prossimo. Non l’ho mai visto ridere, sorridere sì, anzi era un suo modo tipico di comunicare. Non l’ho mai sentito fare pettegolezzi o criticare qualcuno dei suoi colleghi. Un giorno torna a casa tardi si siede a tavola e mi dice: “Stai qui. Ti devo parlare di una cosa.” Gli ho detto: “Ci sono problemi?” Lui mi ha risposto: “Niente che non si possa risolvere.” Poi mi ha detto che una signora di 87 anni sarebbe stata dimessa dall’ospedale dopo una lunghissima degenza prima in RSA e poi in ospedale e non aveva una casa dove andare perché era stata sfrattata, anche perché del tutto incapace di difendersi legalmente. Poi mi ha detto: “La possiamo fare stare qui finché non si trova un’altra soluzione?” Io l’ho guardato e gli ho sorriso facendo cenno di sì con la testa, poi ho aggiunto: “… anche se non si troverà un’altra soluzione.” Lui mi ha abbracciato forte.

L’indomani è arrivato con la signora in sedia a rotelle. Io avevo preparato la stanza. La signora si è messa a piangere, ci stringeva le mani e non le lasciava più. Era una donna anziana magrissima ma con occhi scintillanti azzurro chiaro. Abbiamo fatto di tutto per farla sentire a suo agio, lei all’inizio era imbarazzata, poi quando ci siamo messi a tavola tutti e tre, si è messa a piangere un’altra volta e Pietro le ha preso una mano e gliel’ha baciata e le ha detto: “Stai tranquilla, Lina, che qua starai bene. Il mio amico è un uomo come si deve, la casa è sua e lui ha detto che puoi stare qui finché vuoi. Ma adesso cerca di mangiare un po’ che sei magra magra, perché ti sei asciugata in tutto il tempo che hai passato in ospedale.” Dopo pranzo Lina è andata in camera a riposare un po’ e io sono rimasto con Pietro, che mi ha accarezzato una guancia col dorso di una mano e mi ha detto: “Io avevo capito chi eri fin dall’inizio e non mi sono sbagliato.”

Ho chiesto a Pietro della situazione pensionistica di Lina e mi ha detto di chiedere direttamente a lei e che nella valigia che aveva con sé c’erano anche tutte le sue carte e le sue cose. Nel tardo pomeriggio Lina si è svegliata, era un po’ disorientata, ma quando ci ha visto ha riconnesso tutto, abbiamo preso insieme il tè con qualche biscotto e poi le ho chiesto della sua pensione e di altre cose. Io ho lavorato tanti anni all’INPS e di cose amministrative me ne intendo. Ho detto a Pietro che Lina non aveva l’”accompagno” e ne avrebbe avuto il diritto, almeno secondo me, e che guardando bene avrebbe avuto diritto anche ad altro. Pietro ha detto: “Certo!” Insomma, i successivi otto giorni sono serviti a Pietro per raccogliere tutta la documentazione medica da portare all’INPS e a me a prendere contatti col patronato per fare tutte le pratiche. Dopo qualche giorno, in realtà pochi giorni, è arrivata per Lina la chiamata dell’INPS alla visita di controllo e l’abbiamo accompagnata. Lei era molto ansiosa. Pietro la teneva per mano e le diceva: “Lina, stai tranquilla che è tutto a posto.” Io ho aspettato in anticamera e Pietro è entrato con Lina ed è rimasto dentro quasi un’ora. Quando sono usciti, Lina era molto ansiosa, Pietro apparentemente no, per tenere Lina tranquilla.

A casa le cose sono tornate alla normalità e Pietro mi ha detto in separata sede che non era certo che Lina avrebbe avuto l’invalidità al 100% e che comunque bisognava aspettare la risposta ufficiale. Ma fortunatamente, dopo due settimane, la risposta è arrivata e ha fugato gli ultimi timori. In sostanza oltre l’accompagno Lina avrebbe ottenuto anche altri benefici economici, piccole cose certo, ma in pratica le sue entrate mensili sarebbero più che raddoppiate. Pietro lo ha detto a Lina e le ha detto che dovevano andare alla posta per richiedere una postepay, per ricevere i pagamenti da parte dell’INPS. Due giorni dopo ci siamo andati e Lina ha fatto la carta. Quando le è arrivato il primo pagamento la prima cosa che ha detto è che la metà la voleva dare a certe suore missionarie che hanno una loro casa vicino a dove abitava lei, qualche giorno dopo abbiamo accompagnato Lina dalle suore che non volevano la donazione perché sapevano che Lina aveva pochissimo denaro, ma lei e pure noi abbiamo insistito e alla fine hanno accettato.

Quando siamo rientrati a casa, io ho fatto una carezza a Lina e le ho detto: “Sei proprio una brava donna! Sei come una mamma.” E lei si è messa a piangere. Col passare del tempo Lina ci ha raccontato la sua storia che era una storia terribile, lei era una profuga giuliana e aveva conosciuto la miseria pure da bambina. I genitori avevano perso tutto quello che avevano ed erano riusciti a uscire dalla miseria nera solo negli anni ’60. Lei aveva lasciato gli studi e non si era sposata ed era finita a fare la servetta presso una famiglia ricca di Milano e così aveva potuto sopravvivere, ma nessuno le aveva mai spiegato che avrebbe avuto diritto ad avere i contributi pagati per farsi una pensione. I contributi non furono mai pagati, ma lei non sapeva nemmeno che cosa fossero e così anno dopo anno era arrivata all’età della pensione senza avere una pensione. L’assistente sociale le aveva fatto avere una “pensione minima” e tirando la cinghia arrivava a pagare un minimo affitto e ad avere una piccolissima casetta. Poi si era ammalata e tutto era precipitato nel baratro. A casa qualche volta andavano le suore ad assisterla, ma dopo il ricovero era rimasta completamente sola.

Pietro le misurava ogni giorno la pressione e la glicemia perché aveva un po’ di diabete e ogni settimana le faceva l’ECG con un apparecchio portatile. Abbiamo provato a portare Lina ad un negozio per comprare un po’ di abbigliamento, ma non voleva spendere soldi e diceva che c’erano quelli che avevano più bisogno di lei e non è voluta venire e allora siamo andati noi a comprare qualcosa che ci sembrava adatto e le abbiamo portato una scatola con due vestaglie calde, due paia di babbucce per tenere in caldo i piedi, della biancheria e poi un vestito per uscire e un cappotto pesante con una lunga sciarpa. Quando ha visto tutta quella roba si è quasi arrabbiata perché diceva che lei non voleva fare la signora, che i soldi non si devono spendere in cose inutili ma in opere buone, poi ha visto che c’eravamo rimasti un po’ male e ha aperto le braccia per farsi abbracciare e dirci che comunque era contenta. Lina aveva una sua caratteristica unica, non si lamentava mai, trovava tutto ottimo, ci diceva solo cose buone.

Insomma, Project, era diventata una vita a tre, una situazione stranissima e addirittura paradossale, ma stavamo veramente bene. Un giorno Pietro mi prende da parte e mi dice che la situazione di Lina sta peggiorando rapidamente e che secondo lui non sarebbe durata molto. Lui aveva intenzione di dirglielo. Io avevo qualche perplessità ma alla fine pensavo anche io che fosse giusto così. Pietro le ha detto chiaramente come stavano le cose e lei ha risposto: “Il Signore dà e il Signore toglie, ma io ho tanta fede e so che Lui mi aspetta. Non state tristi.” Ha voluto andare in chiesa per confessarsi e fare la comunione, poi siamo tornati a casa e si è fatta dare carta e penna per scrivere che tutti i suoi beni dovevano andare alle suore missionarie e poi si è seduta tranquilla come se fosse un giorno come tutti gli altri. Siamo andati avanti così per altri 10 giorni, poi Pietro l’ha fatta ricoverare almeno come sostegno al dolore e dopo una settimana Lina se ne è andata tenendoci per mano e recitando un’Ave Maria. A me è venuto un accesso di pianto fortissimo. Pietro mi ha abbracciato ed è scoppiato a piangere pure lui.

Ecco, Project, questo è accaduto poco più di due anni fa, quando il covid non esisteva ancora. Adesso esiste e Pietro se ne è tornato a vivere a casa sua, ma non perché tra noi qualcosa è venuto meno ma perché, lavorando in ospedale, e proprio in un reparto covid, teme di mettere me in condizioni di rischio serio. Ci sentiamo ogni giorno, ma mi manca moltissimo la sua presenza, adesso siamo una coppia telematica ma ci vogliamo bene come prima, e se possibile più di prima. Non sono mai andato a letto con Pietro, può darsi che prima o poi succeda, ma è proprio l’ultimo dei miei pensieri. Adesso le mie preoccupazioni sono tutte legate al fatto che lui possa prendere il covid e possa stare veramente male. Non è nei gruppi di età a maggior rischio ed è stato anche vaccinato, e questo mi tranquillizza molto. Certe volte lo vedo stanchissimo, proprio disfatto dalla fatica fisica e dall’ansia. Quando non è tranquillo parliamo al telefono e mi dice che solo sentire la mia voce riesce a dissipare tutte le sue malinconie. È la storia di una relazione gay questa? Io penso proprio di sì. Noi abbiamo un mondo in comune, qualche volta ne parliamo e penso che questa identità gay conti moltissimo sia per lui che per me, in pratica per qualche anno abbiamo avuto un progetto di vita in comune e ancora lo abbiamo. Non so perché succedono certe cose, so solo che ti cambiano la vita quando meno te lo aspetti.

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RAGAZZI GAY CHE CERCANO SOLO SESSO

Caro Project,
ho scoperto da poco Progetto Gay e nel panorama dei siti a contenuto gay della rete mi sembra un unicum e se lo avessi incontrato una decina di anni fa penso che avrei evitato di impegolarmi in tanti problemi inutili che, invece, mi hanno condizionato non poco. Leggendo il forum nella sezione sesso e nella sezione coppie ho trovato storie non molto lontane da esperienze che ho vissuto anche io e questo mi ha confermato nell’idea di non essere una rara eccezione. Ho 32 anni, per mia fortuna reggo ancora bene il passare del tempo e dimostro meno dei miei anni. Attualmente, almeno in un certo senso, sono single, un po’ per scelta e un po’ perché i miei ex, dopo qualche mese si stancavano e avevano bisogno di altro. Io lo capivo e non cercavo nemmeno di trattenerli. Ho vissuto una vita libera fin da quando avevo vent’anni, me ne sono andato di casa appena ho potuto perché il contatto quotidiano con i miei non lo sopportavo più e avevo bisogno di vivere la mia vita. All’inizio ho passato periodi di sbandamento forte, al limite della depressione, pensavo che nessuno si sarebbe mai innamorato di me e questo mi sembrava una tragedia, oggi, oggettivamente, almeno dall’esterno, non è cambiato nulla, solo che non mi sembra più una tragedia e ho smesso di cercarmi un ragazzo, almeno nel senso a che a questa espressione si dà di solito. Non ho smesso di cercare sesso, perché credo che sia impossibile smettere, ma ho messo da parte l’idea di fare dipendere il mio equilibrio mentale da un ragazzo solo, ma leggendo il seguito capirai che cosa intendo. Fino ai 24-25 anni le mie esperienze di coppia sono state devastanti per me, forse anche perché sognavo molto e mi sentivo molto frustrato e deluso, avevo in testa parecchi modelli e preconcetti che mi condizionavano. A 25 anni ho incontrato un ragazzo, che qui chiamerò James, che in un certo senso, piano piano, mi ha fatto cambiare modo di ragionare. L’inizio, con lui, è stato solo fisico. Ero attratto da lui e cercavo di ripetere con lui lo stesso copione che avevo usato con gli altri ragazzi: coppia stretta, amore eterno bla bla, ma lui fin dall’inizio non me lo ha permesso. James era diverso dagli altri ragazzi, non recitava una parte, era molto disincantato, un po’ il contrario di me. Lui ha smontato fin dall’inizio tutta la mia impostazione tradizionale del rapporto e mi ha detto brutalmente, ma in modo serio: “Mi piace fare sesso con te, ma non ti conosco, per il momento mi piace ma è solo sesso, non so se mi innamorerò di te, potrebbe succedere, ma al momento non è così.” Per quello che io ero allora un discorso del genere era distruttivo e ho cominciato a starci male praticamente da subito, però lui mi piaceva molto e io ho seguito il mio istinto sessuale mettendo da parte le frustrazioni affettive. Nel sesso James era molto diretto, non faceva chiacchiere stupide, sarà stato pure solo sesso, come diceva lui, però mi desiderava e devo dire che ho capito solo con lui che cosa può significare fare l’amore con un ragazzo. A livello sessuale le cose tra noi funzionavano benissimo, l’intesa era praticamente perfetta, pensavamo le stesse cose negli stessi momenti, non ho mai avuto un ragazzo interessato al sesso totalmente disinibito e “senza recite” come lui, almeno da quel punto di vista non mi mancava niente, ma c’era un però, mi diceva che comunque si sentiva libero di andare anche con altri ragazzi e lo faceva realmente, ma non erano tradimenti o cose fatte di nascosto, me ne parlava pure e io ci stavo malissimo, lui mi diceva: “Io sono fatto così, se non ti sta bene sei libero di andartene.” Queste espressioni all’inizio le sentivo aggressive, come se lui mi volesse controllare o dominare, ma poi ho capito che non era così. Lui mi cercava molto, aveva l’atteggiamento di un seduttore nei miei confronti, o almeno a me sembrava così, esaltava le mie prestazioni sessuali e così mi gratificava, ma diceva sempre che per lui era “solo” sesso, e non ti nascondo che per questa espressione l’ho odiato, anche se odiare James era praticamente impossibile. Quasi non voleva che mi innamorassi sentimentalmente di lui, il sesso non lo spaventava ma i coinvolgimenti che lui considerava appiccicosi non li sopportava proprio, diceva che quando ci si capisce non c’è bisogno di parole. Lui diceva “ci si capisce”, non “ci si vuole bene” perché evitava sistematicamente il piano affettivo. Questa espressione: “è solo sesso”, è stata un po’ l’ossessione della mia vita per gli ultimi sei anni. Però devo essere onesto, raccontata così la storia sembra molto riduttiva: lui tiranno cinico e insensibile e io vittima soggiogata dal sesso, ma le cose erano in realtà molto diverse e molto più complicate. Gli atteggiamenti cinici ed eccessivamente razionali da parte sua c’erano, ma ce n’erano anche altri che sembravano andare proprio in una direzione del tutto diversa. Nonostante i suoi comportamenti, lui non era un cacciatore di sesso, era libero nei comportamenti, aveva avuto tanti ragazzi, era un po’ cinico in queste cose, questo è vero, ma non pensava solo a se stesso, non era aggressivo o vendicativo, quando avevamo qualche contrasto non aveva problemi a cedere per primo e qualche volta ci restava seriamente male, ma non avrebbe mai cercato di farti male, se mai sarebbe sparito lui, se avesse pensato di non essere gradito. Non cercava di importi nulla, non usava ricatti affettivi di nessun genere e soprattutto, se si allontanava perché magari aveva conosciuto un altro ragazzo, non spariva comunque per periodi troppo lunghi e poi, nonostante le apparenze, era molto vulnerabile sul piano affettivo e forse l’essere cinico, almeno in apparenza, era un metodo di difesa. Quando entrava in una nuova storia io ci stavo malissimo perché pensavo che lo avrei perso definitivamente, ma non succedeva così. Diciamo che tra i suoi ex alcuni uscivano proprio di scena perché li considerava inaffidabili, con altri invece manteneva dei contatti non superficiali. Voglio specificare che quando dico che considerava certi ragazzi inaffidabili non mi riferisco al fatto che facessero o non facessero sesso solo con lui e cose del genere, queste cose gli erano praticamente indifferenti, per lui l’inaffidabilità era soprattutto il non parlare chiaro, il raccontare balle, l’avere due facce, il dire una cosa e farne un’altra. Lui queste cose non le sopportava proprio e d’altra parte non le faceva. Con gli ex che lui considerava persone affidabili aveva episodicamente anche rapporti sessuali, lui diceva che “era solo sesso” ma a me sembrava che con quei ragazzi si creasse un rapporto molto più complesso, diciamo un’amicizia vera anche con un po’ di sesso. Si comportava così anche con me. Da lui ho imparato il senso della sessualità. Prima, quando mi diceva: “Sto con te solo per sesso”, lo consideravo la cosa in modo riduttivo, poi ho capito che dire “solo sesso”, non era in realtà un’espressione riduttiva. Il sesso per lui era anche se non soprattutto un modo per essere accettato senza preclusioni. Certe volte capivo che aveva proprio bisogno di fare sesso con me, era una forma di comunicazione molto importante, liberatoria. Certe volte dopo il sesso gli venivano momenti di malinconia profonda e arrivava a piangere davanti a me, altre volte ci vedevamo, lui sembrava molto cinico e aggressivo ma se riusciva a vivere il sesso in modo liberatorio alla fine stava meglio. Col passare del tempo, io capivo sempre più chiaramente che dire: “è solo sesso” non era affatto un’espressione riduttiva. Con l’espressione “solo sesso” lui voleva escludere tutti i ritualismi, le dolcì banalità e le piccole ipocrisie di cui spesso è costellata una storia cosiddetta d’amore. La distinzione tra amore e sesso per lui non aveva senso, per lui l’attrazione sessuale era l’innesco di una storia sessuale, proprio nel senso di “storia sessuale”, certo, ma anche di storia prudentemente affettiva. In un certo senso, lui capovolgeva l’ordine comune delle cose: per molti si parte dall’amicizia per poi arrivare al sesso, per lui si partiva dal sesso per poi capire se si poteva anche costruire un rapporto di amicizia. Mi diceva spesso una cosa che io faticavo a capire e cioè che alla base dell’amicizia vera, cioè del fidarsi uno dell’altro, c’è sempre un’attrazione sessuale reciproca forte, che è una condizione necessaria, ma ovviamente non sufficiente, per costruire un’amicizia. Per lui l’amicizia era più del sesso, o meglio era quasi un altro gradino della sessualità, un livello non più sublimato ma più profondo, cioè con un livello di comunicazione interpersonale più profonda. Un amico per lui era uno di cui poteva fidarsi al 100% e quella fiducia doveva essere reciproca. Non aveva amicizie rituali, non si ricordava mai i giorni dei compleanni o cose del genere, non faceva mai regali, non per risparmiare quei quattrini che comunque non aveva, ma per evitare che si entrasse nella dimensione del rito, di quello che si fa perché si deve fare. Per lui un amico è uno che, se tu lo vai a trovare perché hai bisogno di fare sesso con lui all’una di notte, non ti dice di no. Questo è sesso, certamente, ma non è certo “solo sesso” nel senso riduttivo del termine. Lui ha anche un’altra caratteristica che mi è sempre piaciuta molto e che dà un ulteriore significato al suo modo di dire: “è solo sesso”, lui collega il sesso “esclusivamente” ad una dimensione di attrazione istintiva, il sesso per lui non deve essere inquinato da niente altro, cioè deve essere “solo sesso!” perché “solo sesso”, vuol dire sesso vero, non mescolato con interessi di nessun altro genere, e in ultima analisi il sesso vero è la premessa dell’amicizia seria. Mi diceva un’altra cosa che all’inizio mi irritava molto: “se uno non ti accoglie nel suo letto quando ne hai bisogno, non è un amico perché per lui le sue regole contano più di te.” Oggi comincio a pensare che aveva ragione. Col passare del tempo ci vediamo meno e quindi facciamo meno sesso e adesso, in periodo di covid, ci sentiamo ogni tanto per telefono, ma non molto spesso, quando succede, però, le telefonate sono lunghissime. Alla fine mi chiede se mi sono eccitato e effettivamente succede praticamente sempre. Ultimamente mi ha detto che lui di “amici” ne ha tanti, ma di “amici veri”, cioè di quelli coi quali può parlare liberamente, ne ha solo tre. Questo discorso, qualche anno fa, mi avrebbe fatto stare male perché lo avrei letto solo come un chiaro segno che io per lui non ero l’unico né come amico né per il sesso, dato che per lui l’amicizia comprende anche la disponibilità sessuale, oggi però questo fatto non mi mette più veramente in crisi. È ormai più di un anno che non ci vediamo “solo” per fare sesso ma “anche” per parlare e per parlare in un modo così serio che non ho mai trovato con nessun altro. Prima avvertivo una differenza netta tra il mio e il suo modo di vedere il sesso e i rapporti personali, poi piano piano le differenze hanno cominciato ha svanire, piano piano abbiamo costruito un terreno comune cedendo un po’ per uno ai principi dell’altro. Lui adesso è molto meno cinico e comincia a parlare anche di sesso come espressione dell’affettività e io ho finito per mettere da parte l’idea di coppia, non perché penso che ci sia qualcosa di sbagliato, ma perché non la vedo adatta a me, cioè a noi. Noi abbiamo trovato un nostro equilibrio, che non è il classico equilibrio di coppia, ma che tra noi funziona. Io così sto meglio, mi sento molto più a mio agio e in qualche modo, non so se dire che mi sento amato, ma certamente mi sento molto più rispettato e compreso. Ultimamente è capitato anche a me di chiamarlo perché sentivo il bisogno di fare sesso con lui, lui mi ha detto solo: “Ti aspetto, vieni appena puoi.” Erano solo cinque parole ma si capiva che James era contento che glielo avessi chiesto. Sono salito a casa sua, mi ha fatto entrare, si è spogliato, mentre io facevo lo stesso, poi si è steso sul letto e ha aperto le braccia e ci siamo abbracciati nudi. Sono rimasto da lui tutta la notte. La mattina al risveglio gli ho chiesto: “È solo sesso?” Lui mi ha sorriso e mi ha arruffato i capelli. Nota bene, Project, questo non è l’inizio, magari tardivo, di una classica storia di coppia, è solo “un momento” del nostro rapporto, che va preso per quello che è. Mi rendo conto che nel dire così è come se questa volta fossi io a dire che “è solo sesso”, anche se non è certamente “ solo sesso”. In realtà sapevo benissimo che dopo quell’episodio non lo avrei visto forse per un mese di seguito, anche io non volevo e non dovevo illudermi. Il rapporto tra James e me non sarebbe certamente finito, e di fatto non è finito, ma non sarebbe mai stato un classico rapporto di coppia. Mi sono chiesto più volte, in un’ottica egoistica, se “per me” sarebbe stato meglio cercarmi un altro ragazzo o “anche” un altro ragazzo. Non penso che, in linea di massima, James lo avrebbe considerato come un tradimento, probabilmente lo avrebbe accettato come la cosa più normale del mondo, perché queste cose James le faceva normalmente. Il vero problema sarebbe venuto con l’altro ragazzo che si sarebbe trovato impegolato in cose diverse dalle classiche storie di coppia e si sarebbe sentito tradito. Comunque, da quando conosco James non mi è mai capitato di innamorarmi di altri ragazzi. Adesso mi ha detto che si è innamorato di un altro ragazzo, che gli piace molto, e si sta dedicando completamente a questo ragazzo, ma in genere le storie di James non durano molto proprio perché qui ragazzi lo vogliono tutto per sé e non accettano il fatto che con lui non si possono costruire storie di coppia. Per ragioni un po’ diverse, sia io che James abbiamo difficoltà a costruire rapporti con i ragazzi, il loro modello di vita affettiva è diverso dal nostro, perché sono abituati a dire una cosa e a viverne un’altra. Quei ragazzi, quando James dice loro che “è solo sesso”, sul primo momento si sentono sollevati, perché pensano che anche per loro “è solo sesso”, ma quando poi vedono che James racconta loro che si è innamorato di un altro, allora si rendono conto che per loro in realtà non è “solo sesso” e così cominciano a stare malissimo e a sentirsi traditi, perché non sono capaci di mettere da parte l’idea dell’esclusività per non perdere James. Vogliono stare con James ma pensano che il modo valga più della persona: meglio una relazione di coppia con un altro che una relazione di tipo diverso con lui. Capisco che si possa restare perplessi se ci si sente dire che “è solo sesso” ma mettersi con un ragazzo perché con quello si può costruire il tipo di relazione che si vuole vuol dire che alla fine “non è nemmeno sesso, ma convenienza e abitudine. Qualche volta ho il timore che James, nonostante tutto quello che ha detto possa veramente innamorarsi di un altro ragazzo e possa finire per accettare anche una vita di coppia standard con quel ragazzo. Ti posso garantire che se succedesse ne sarei felice. Su primo momento sarebbe difficile da accettare, ma alla fine ne sarei felice. Non so se potrebbe dimenticarsi di me, in una situazione simile, francamente non lo credo. Forse non ci sarebbe più sesso ma il volersi bene resterebbe ancora, e allora non potrebbe più dire che “è solo sesso.”

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STORIA DI UN GAY E DI UNA TRANS

Caro Project,
sono un gay di 39 anni, non posso dire un ragazzo gay perché non sono più un ragazzo e non mi sento un ragazzo. Ho avuto la mia vita e le mie storie ma non è di me che vorrei parlarti. Ieri notte (la notte tra il 23 e il 24 Agosto) girando sui canali TV come faccio spesso, sono capitato su Rai Tre, e ho visto una trasmissione sulla transizione, cioè sui trans e sulle trans. La trasmissione era bellissima, da fare venire i brividi e per me è stata sconvolgente perché mi ha fatto tornare prepotentemente alla superficie della coscienza la storia che ho vissuto con una trans, che all’inizio era un ragazzo. Ovviamente resterò molto sulle generali ma certi ricordi non solo non si dimenticano ma restano come metro di misura per tante altre cose. Sorvolo per necessità anche sulle date.
In un certo anno, quando non ero più giovanissimo ed ero di nuovo single dopo una convivenza di alcuni anni, incontro per motivi di lavoro un ragazzo molto giovane che era appena uscito dalla scuola. È un bel ragazzo, lo chiamerò Norbert. Lo osservo solo perché un bel ragazzo ma è del tutto al di fuori dei miei orizzonti, troppo giovane e poi, francamente, dovevo ancora leccarmi le ferite della mia convivenza finita. Passano un paio di mesi, siccome i motivi di lavoro restano, ho modo di incontrare Norbert parecchie volte, anche tre o quattro volte alla settimana. In breve si crea una certa simpatia tra noi. Norbert è sveglio, affidabile, conosce il suo lavoro, è quasi stupito che lo tratto con rispetto, col passare di giorni Norbert tende a parlare di più con me e anche, qualche volta, a sorridere, ma molto di rado. Comincia a starmi molto simpatico e a fidarsi di me, la cosa non mi dispiace. Comincio a pensare che sia un ragazzo gay e che si sia innamorato di me, il suo modo di fare me lo fa pensare. Comincio a chiedermi che devo fare, Norbert è un bel ragazzo ma francamente non mi tenta, penso che con lui non potrei mai costruire niente di concreto, non fosse altro che per la differenza di età, e allora decido che devo tenerlo a distanza e che devo raffreddare i suoi entusiasmi soprattutto per il suo bene perché altrimenti potrebbe rimanerci pesantemente deluso. Provo a prendere le distanze, ma lui mi insegue e non me lo permette. Un giorno mi chiede di accompagnarlo in macchina ad un paese vicino, e in macchina succede tutto quello che deve succedere, ma non quello che io mi sarei aspettato. Mi dice di accostare in una piazzola e mi chiede di punto in bianco: ”Sei gay?” Io mi sento in un imbarazzo tremendo e non rispondo, lui continua: “Lo avevo capito subito… e allora perché scappi?” allora cerco di prevenirlo: “Perché sei troppo giovane e poi io ho già un compagno (ma in realtà non lo avevo).” Lui mi risponde in un modo che mi spiazza: “Per me se hai un compagno non fa nessuna differenza!” Gli chiedo: “In che senso?” Mi dice: “Tu mi piaci ma in un modo che non puoi capire.” Lo guardo perplesso e mi dice: “Io mi sono innamorato di te perché mi sento donna e tu sei l’unica persona che mi ha trattato con rispetto, non credo che un gay possa innamorarsi di una donna nel corpo di un uomo, non funzionerebbe proprio, non avere paura, lo so.” Io mi sento frastornato, non so come reagire, lui se ne rende conto e mi dice: “Tu mi vedi come un ragazzo ma io sono una ragazza e voglio essere una ragazza. Non immagini quello che ho passato a scuola e anche in famiglia.” Il primo impeto che ho avuto è stato quello di scappare via perché non volevo immischiarmi in cose troppo complicate delle quali non sapevo nulla e poi non volevo avere nessun contatto con la famiglia di Norbert, perché non sapevo che cosa i suoi genitori avrebbero potuto pensare di me. Norbert era maggiorenne ma le complicazioni potevano essere molto grosse. A un certo punto mi dice: “Non mi chiamare Norbert, chiamami Magda, perché voglio chiamarmi così.” Per me chiamarlo Magda era difficilissimo ma con un certo sforzo ci sono riuscito. Quando sono tornato a casa avevo il cervello in ebollizione, ero uscito di casa nella convinzione che Norbert si fosse innamorato di me e rientravo a casa con la certezza che Norbert era in realtà Magda e voleva che io la aiutassi a cominciare il cammino di transizione, tutto questo mi sconvolgeva la vita e non ero preparato a tutto questo, avevo paura di finire schiacciato da responsabilità troppo grosse e di perdere completamente la mia autonomia. Mi dicevo che dovevo assolutamente cavarmi fuori da tutta questa storia, ma poi non ne avevo il coraggio. Magda capiva le mie paure e cercava di non alimentarle, era presente nella mia vita e sapeva quello che voleva da me ma non era una presenza ossessiva, aveva il senso del limite. Io mi aspettavo che potesse sfogarsi con me raccontandomi della sua vita ma lei non lo faceva, o, se lo faceva, lo faceva in modo molto limitato. Lei cercava una solidarietà vera non una spalla su cui piangere. Abbiamo parlato moltissimo ma sempre in modo molto controllato e quasi distaccato, lei non voleva spaventarmi, però anche da questo sforzo titanico di autocontrollo si capiva l’oceano di dolore che si portava dentro. Al lavoro continuava ad essere Norbert, ma quando la accompagnavo a casa Norbert era Magda, col passare dei giorni il nostro rapporto, per me, ha cessato di essere una preoccupazione e ho cominciato a chiedermi che cosa potevo fare di concreto per permettere a Magda di realizzare il suo sogno. Ho cercato di documentarmi, sono stato nottate intere su internet a cercare siti che parlassero seriamente di queste cose per sentirmi meno sprovveduto ma poi mi sono accorto che Magda ne sapeva cento volte più di me e che quindi non avrei potuto certamente aiutarla in quel modo. Abbiamo parlato moltissimo soprattutto del suo rapporto coi genitori. Il suo problema era quello di avere il supporto dei suoi genitori. I genitori pensavano che lei fosse in realtà un ragazzo gay, ma non accettavano comunque nemmeno una situazione del genere. Fare accettare loro che il loro ragazzo si sentiva in realtà una ragazza e voleva seguire il percorso di transizione mi sembrava una cosa assolutamente impossibile, l’ho detto chiaramente a Magda anche se sapevo che questo per lei poteva essere sconfortante. Magda però non era dello stesso parere e mi diceva: “Io sto preparando il terreno, però, quando sarà il momento, tu dovrai fare la tua parte.” In pratica lei nei giorni precedenti aveva cominciato ad accennare la questione ai genitori, che però erano molto perplessi e si sentivano del tutto inadeguati. Mi disse che aveva parlato di me ai genitori, cosa che mi mise molto in allarme, e aggiunse che aveva anche detto loro che io ero gay e che avrei potuto spiegare a loro tante cose. In pratica i genitori erano convinti che Magda non fosse una trans con la cosiddetta disforia di genere ma un gay con degli atteggiamenti interiorizzati troppo femminilizzati e erano arrivati ad accettare l’idea che Magda potesse trovarsi un ragazzo. Lei aveva provato a spiegare ai genitori che la questione era completamente diversa ma loro pensavano che conoscere un gay “vero” avrebbe permesso a Magda di capire che anche lei era “solo” un ragazzo gay. Dopo non molti giorni, Magda mi disse che era il mio momento e che i suoi mi aspettavano nel pomeriggio. Io non ho avuto il coraggio di tirarmi indietro e sono andato dai genitori di Magda, che mi hanno accolto con rispetto ma anche con sospetto. I primi momenti sono stati di estremo imbarazzo, ho dovuto spiegare che ero proprio gay, che avevo convissuto con un uomo per anni, questo per fare capire loro che ero un gay “vero”, poi ho raccontato come avevo conosciuto Magda, ma non sapevo come andare avanti, perché l’atmosfera era di gelo. Magda ha capito che la cosa stava prendendo una brutta piega e ha chiesto ai genitori di esporre i loro dubbi dicendo che io avrei risposto a tutte le loro domande. I genitori hanno fatto uno sforzo enorme e piano piano siamo entrati nel vivo della questione. Il padre ha cominciato con queste parole: “Norbert si fida molto di lei, la considera un amico molto serio e ci teneva molto che ci incontrassimo con lei, adesso siamo qui e dobbiamo cercare di capirci, perché noi a nostro figlio ci teniamo moltissimo.” Siamo rimasti a parlare tutti e quattro fino a mezzanotte. I genitori insistevano sul fatto che Norbert fosse solo un ragazzo gay magari un po’ effeminato, e fare capire loro che Norbert non era affatto effeminato e non era affatto gay è stato veramente difficilissimo, perché la loro interpretazione delle cose li metteva al riparo dall’idea della transizione fisica che era quella che li spaventava di più. Partivano dall’idea che siccome Norbert non aveva mai portato a casa una ragazza e non aveva mai parlato di ragazze potesse essere interessato ai ragazzi e questo per loro voleva dire che Norbert era gay. Ho provato a fare capire loro che un gay è un ragazzo che si sente maschile al 100% che si innamora di un altro ragazzo perché lo vede maschile al 100%, mentre una trans si innamora di un ragazzo perché si sente donna e se ne innamora come se ne innamora una donna e le due cose sono diversissime. Capire questi concetti per loro era difficilissimo. Pensavano che un gay si innamorasse di un ragazzo perché non si sentiva all’altezza di stare con una donna e che vedesse il suo compagno come una donna, che in una coppia gay ci fosse un gay maschile e un gay femminile e cose simili e pensavano che un ragazzo effeminato fosse molto interessante per un gay proprio perché più femminile. E poi avevano un concetto stranissimo di effeminatezza, per loro l’effeminatezza non era legata ad aspetti esteriori ma all’intima sensazione di avere una personalità nettamente femminile, per questo loro consideravano Norbert effeminato, anche se non lo era affatto. Alla fine ho detto ai genitori che se invece di usare in nome di Norbert avessero usato quello di Magda, lei ne sarebbe stata felice. La madre l’ha chiamata Magda e l’ha abbracciata. Il padre ha detto. “Mi ci vorrà un po’ di tempo ma mi ci abituerò.” Magda mi ha riaccompagnato alla macchina e era raggiante, era contenta di me e di come mi ero comportato e soprattutto delle reazioni dei genitori che sembravano possibiliste. Ti giuro, Project, che non avrei mai immaginato un pomeriggio come quello, ma appresso a quello ce ne furono tanti altri. Magda sapeva come muoversi e i genitori erano in fondo brave persone la cui vita era stata sconvolta da cose alle quali non erano minimamente preparati, loro volevano il bene di Magda ma non capivano in che cosa, in realtà, questo bene potesse concretizzarsi, comunque fare accettare ai genitori l’idea della transizione fisica fu un’impresa molto più difficile del previsto. Temevano che ci potessero essere per Magda delle gravi conseguenze a livello di salute, anche loro avevano cominciato a documentarsi ma erano disorientati. Accettavano i sentimenti trans di Magda ma solo a livello psicologico, per loro le terapie ormonali e gli interventi chirurgici erano qualcosa di inconcepibile, quasi un modo di ribellarsi alla volontà di Dio. Non avevano pregiudizi di carattere religioso ma avevano paura di spingere Magda verso una scelta di cui magari avrebbe potuto pentirsi in seguito. Erano le stesse perplessità che avevo anche io, ma Magda era molto determinata e in fondo il percorso di transizione sarebbe stato seguito da gente esperta e questo mi confortava. Alla fine comunque i genitori hanno accettato a malincuore anche la prospettiva della transizione fisica. Magda era felice, perché i genitori quanto meno l’avevano lasciata libera e non le avevano imposto nulla. Magda ha cominciato il suo percorso di transizione che però, diciamo pure in modo inatteso sia per me che per i genitori, si è concluso in una fase precoce solo psicologica, in altri termini prima delle terapie ormonali e prima della chirurgia, Magda ha parlato a lungo con un endocrinologo che le ha chiarito che avrebbe dovuto continuare ad assumere estrogeni a vita e che in fondo sarebbero cambiati i suoi caratteri sessuali secondari ma non avrebbe comunque perso la caratteristica genetica maschile e non avrebbe acquistato quella femminile. Lo psicologo insisteva sul fatto che la scelta di Magda di portare avanti la transizione doveva essere assolutamente libera e consapevole e che se aveva dei dubbi, anche piccoli, avrebbe fatto bene a prendersi il suo tempo per rifletterci sopra molto seriamente. Così c’è stato un rinvio e dopo tre mesi Magda ha maturato la decisione di non procedere oltre. In realtà Magda si sentiva in una identità femminile ma in qualche modo imperfetta e completata da un residuo di identità maschile, che in fondo non era del tutto rifiutata. Non portare avanti la transizione è stata una scelta che forse poteva essere stata ispirata anche dai genitori di Magda, questo mi è venuto in mente tante volte, ma mi rendevo conto che lei era serena e che il fatto di non procedere con la transizione era in fondo una sua scelta, perché i percorsi individuali non sono mai standard. La sospensione della transizione è stata seguita da un periodo di terapia psicologica di sostegno con una dottoressa molto competente e, in sostanza, non ci sono stati problemi. Restava comunque una malinconia profonda, che era poi quella sulla quale era incentrata la psicoterapia: era la paura della solitudine, la paura di non trovare mai un compagno. Con la transizione fisica portata a termine, Magda avrebbe avuto un aspetto femminile e “forse” avrebbe potuto trovarsi un ragazzo ma non avrebbe potuto avere figli e questo sarebbe stato comunque un condizionamento enorme. Senza la transizione fisica, Magda-Norbert sarebbe stato interessante solo per i gay ma anche con i gay alla lunga sarebbero venuti fuori problemi molto seri, e poi il sogno di Magda sarebbe stato trovare un ragazzo che si innamorasse di lei “come donna”. Senza la transizione fisica, Norbert è rimasto Norbert anche sul posto di lavoro. I miei amici, che sapevano di me, pensavano che Norbert fosse il mio ragazzo e non mi credevano quando dicevo loro che non lo era, perché Norbert, o meglio Magda, era “in un certo senso molto affettivo” la mia ragazza. La nostra storia è andata avanti per altri due anni, poi Magda, incredibile a dirsi, ha trovato un uomo etero che si è innamorato di lei e che ha avuto un coraggio enorme perché Magda era apparentemente un ragazzo a tutti gli effetti. Ho anche conosciuto il ragazzo di Magda e mi ha fatto un’ottima impressione. Lei pensava che se avesse portato a termine la transizione avrebbe potuto sposare quel ragazzo anche legalmente; allora non c’erano ancora le unioni civili, poi quando ci sono state pure in Italia, hanno fatto un’unione civile che è comparsa anche su qualche giornale come “unione gay” anche se di una unione gay c’era solo l’apparenza. Poi se ne sono andati a vivere a Milano e adesso ci sentiamo solo per le feste e per i compleanni. Chiaramente Magda continua a lavorare come Norbert ma tutto sommato penso abbia trovato almeno una relativa tranquillità, ha un ragazzo che le vuole bene. Quando hanno fatto l’unione civile hanno fatto una specie di viaggio di nozze e sono venuti a trovarmi, Magda era felice, lo si vedeva dal sorriso.
Non penso che molti gay abbiano vissuto una storia simile, in genere l’argomento trans è un tabù anche per i gay, La trasmissione di ieri notte mi ha indotto a pensare che più si parla in modo serio di queste cose più si migliora il livello della vita di tutti.
Fai liberamente quello che vuoi della mail.
Un affettuoso saluto.
Daniele (nome purtroppo inventato)

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