COPPIE GAY E SEPARAZIONI IMMOTIVATE

Ciao Project,

ogni volta che parlo col mio ex fidanzato il mio cervello si mette in agitazione e comincio a pensare a mille cose. Il mio ex è un ragazzo onesto, è buono dentro, ha i suoi problemi irrisolti, ma ce li abbiamo tutti, ci siamo lasciati ormai da qualche anno ma non abbiamo mai perso i contatti. Quando mi chiama lo sto ad ascoltare con la massima attenzione e cerco di rispondere nel modo più serio possibile. Quando parla con me, ha l’abitudine di fare lunghe pause, cioè, comincia il discorso, poi si interrompe per alcuni secondi (non pochissimi) per rimettere insieme le idee e rispondermi in modo strettamente pertinente, poi riprende a parlare, si vede uno sforzo di dire la verità e di capire quello che voglio trasmettergli. Onestamente, sono contento che tra noi non sia finito tutto, perché questo vuol dire che lui non ha conservato di me un ricordo negativo. Tra noi le cose non hanno funzionato, o meglio hanno funzionato fino ad un certo punto, ma poi ci sono state delle incomprensioni. Oggi, a distanza di tempo, devo dire che quelle incomprensioni mi sembrano molto meno significative e in qualche modo mi accorgo di essermi lasciato spaventare da cose che in effetti non avevano poi nulla di speciale, anche se, devo dire, il suo comportamento e il suo modo di vedere le cose sono cambiati nel corso degli anni. Io, dopo di lui, sono rimasto solo e lui lo stesso. Qualche volta comincio a pensare alla fine della nostra storia e mi sembra solo il frutto di una serie di incomprensioni dipendenti una dall’altra, una specie di catena di eventi, che una volta partita diventa incontrollabile e che alla fine ci ha portato a dividerci, anche se in effetti non c’era nessuna motivazione seria per farlo. Io capisco che si possa lasciare il proprio ragazzo se c’è un’altra storia che sta nascendo, perché non puoi stare con due ragazzi contemporaneamente, ma quando ci siamo lasciati, lui non aveva un altro ragazzo e nemmeno io. E allora perché buttare via tutto?

Io ho avuto l’impressione che lui potesse sentirsi condizionato, forse meno libero, che una volta superato l’entusiasmi inziale lui abbia percepito il trasformarsi del nostro rapporto in routine, e proprio per questo mi sono sentito in dovere di parlarne con lui esplicitamente. Lui, a sua volta, ha interpretato le mie preoccupazioni come un modo diplomatico per dirgli che forse mi ero stancato di lui e quindi ha pensato che fosse suo dovere non farmi sentire legato e darmi una possibilità di uscita. L’idea che i discorsi dell’altro non fossero del tutto autentici ma nascondessero altre motivazioni, molto meno altruistiche, ha finito per condizionare i nostri discorsi e, passo dopo passo, abbiamo cominciato ad allontanarci pensando entrambi che fosse l’unica cosa da fare, ma questo, sempre dando per scontato che fosse l’altro a voler concludere il rapporto. Anche il momento del distacco, chiamiamolo così, definitivo è stato in effetti molto particolare, nessun risentimento e da parte di entrambi la sensazione di aver compiuto un dovere per il bene dell’altro. Dopo la separazione abbiamo sentito entrambi la mancanza dell’altro, ma abbiamo entrambi tenuto ferme le nostre posizioni, pensando che tornare indietro sarebbe stato in tentativo di legare l’altro. Ma tra noi non è accaduto quello che accade all’interno delle coppie che si dividono: noi abbiamo continuato a sentirci, non da fidanzati, non come coppia, ma nemmeno come semplici amici. Si capiva che tra noi c’era comunque un rapporto importante, per quanto riguarda me ne sono sicuro e per quanto riguarda lui le prove sono state evidenti. Però, comunque, non siam arrivati a rimetterci insieme, proprio per non condizionarci a vicenda. Forse il nostro rapporto aveva veramente bisogno di riorganizzarsi così come è adesso, senza vincoli, senza obblighi o formalità, forse il problema non era tra noi, ma consisteva nel fatto che avevamo in mente un modello di relazione di coppia che con noi aveva ben poco a che vedere, un modello quasi matrimoniale, che in effetti non poteva reggere. Siamo una coppia? Siamo una coppia aperta? Francamente non credo né una cosa né l’altra, semplicemente ci vogliamo bene e fino a questo momento  la nostra libertà non solo non ha distrutto, ma ha rafforzato il nostro rapporto. Non so dire se tra noi c’è amore, certamente c’è stato, ma forse adesso resta soprattutto un affetto profondo, un rispetto reciproco, un sentire che ci possiamo fidare uno dell’altro. Lui ha provato con altri ragazzi, ma alla fine non è riuscito a costruire nulla di duraturo con nessuno, qualche volta si è anche innamorato profondamente, ma non è stato ricambiato. Ha parlato spesso con me delle sue delusioni e anche sei suoi entusiasmi, sapeva benissimo che non avrei provato nessuna gelosia ma che avrei pensato soltanto alla sua felicità. Mi sono chiesto tante volte come reagirei se lui riuscisse prima o poi a costruire una storia d’amore forte e esclusivo, nel senso che potrebbe arrivare a dimenticarsi anche di me. Qualche volta penso che una cosa del genere non possa accadere, altre volte penso che farei fatica ad abituarmi all’idea di non sentirlo più, però poi, alla fine, mi arrenderei, se lo vedessi felice. Non siamo più giovanissimi, Project, siamo ormai oltre i 35, e alla nostra età si comincia a sentire il bisogno della stabilità. Project, c’è una cosa che non ti ho detto ma penso che sia importante, io non sto bene in salute, anche se non sono vecchio, ho molti problemi fisici, che sul momento non mi condizionano troppo, ma prevedo che con gli anni i miei problemi possano diventare problemi seri. Un legame di coppia stabile costringerebbe il mio ex a farmi da badante e questo gli rovinerebbe la vita. Con lui non ho mai parlato di queste cose, perché l’unica volta che ci ho provato è diventato terribilmente malinconico e ho dovuto cambiare discorso. Qualcosa mi spinge a pensare che anche lui non stia in ottima salute e che tenda a non farlo vedere, e penso che anche lui possa avere una paura simmetrica alla mia. Forse magari tornando insieme potremmo veramente vivere meglio entrambi superando i nostri freni psicologici. Che ne pensi, Project?

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RELAZIONI GAY IMPREVEDIBILI

Ciao Project,
ho quasi 70 anni e ancora mi piace leggere il tuo forum. Mi serve per sentirmi ancora vivo e in contatto con il mondo del dopo di noi. Alla mia età, posso dire di avere imparato tante cose e soprattutto una, cioè che il nostro tempo è breve e non dobbiamo sprecarlo correndo dietro a cose più o meno assurde, l’unica cosa che dà un senso alla vita è cercare di fare stare meglio altre persone. Per un gay, ovviamente, è fondamentale avere una funzione positiva rispetto ad altri gay, dar loro una mano, mettersi a disposizione. Ovviamente c’è un tempo per tutte le cose e quelli della nostra età, se non vogliono finire nel ridicolo, devono capire che il loro ruolo non è di entrare in competizione con i giovani, ma di facilitare la strada dei giovani, attraverso dei comportamenti adeguati: prima di tutto evitando di giudicare, poi dicendo sempre la verità e sapendo stare al proprio posto. Innamorarsi di un ragazzo è una cosa, e va bene per i giovani, ma voler bene a un ragazzo è possibile a tutte le età. L’ho visto nella mia personale esperienza: bisogna seminare qualcosa di buono, senza pensare di vedere i risultati. Probabilmente i risultati ci saranno anche se forse non li vedremo. E poi, ho imparato un’altra cosa, i ragazzi, tutti i ragazzi e quelli gay in particolare, sentono forte il bisogno di avere intorno un clima di tipo familiare, ma non nel senso di divieti, di consigli o di giudizi, ma nel senso di presenze non giudicanti, di affetti anche semplici ma incondizionati. Project, io sono più vecchio di te e di malinconie per la testa ne ho proprio tante, perché adesso che comincio a capire appena un po’ come funzionano le cose, mi accorgo che sto arrivando alla fine del mio tempo e penso che tutta l’esperienza che ho accumulato potrebbe non servire a nulla, però, Project, anche se sono vecchio, mi sento sereno, perché io ho i miei affetti e mi sento corrisposto, ci sono dei ragazzi che mi vogliono bene, sono due ragazzi gay (una coppia) che ho conosciuto del tutto casualmente, hanno più o meno 30 anni, e tra noi si è creato un bellissimo rapporto. Ovviamente non devo essere troppo presente perché sarei invasivo, ci sentiamo tutte le settimane e più o meno tutte le settimane andiamo insieme a prendere una pizza, in pratica mi hanno adottato. Sto bene con loro, mi sento in famiglia, un po’ come un papà che è rimasto vedovo e che cerca di andare avanti da solo come può, ma ha due figli che gli vogliono bene. Non avrei mai immaginato che in vecchiaia avrei potuto vivere un’esperienza simile, ma ti assicuro che sono cose che riempiono la vita, che le danno senso e rendono anche la vecchiaia una cosa accettabile. Avevo letto sul tuo forum di un signore della nostra generazione che si era trovato in una situazione in un certo senso simile alla mia (ma non sono stato capace di ritrovare quel post), lui parlava di rapporti simili ai rapporti familiari che possono crearsi in modo del tutto inatteso e che, magari in tono minore, possono creare qualcosa di simile a una vera famiglia, perché creano una solidarietà. Certo che, magari, in una famiglia tra genitori e figli c’è un mutuo sostegno reciproco (e forse tante volte non c’è nemmeno quello) perché le età dei genitori e dei figli sono meno lontane, però in effetti io coi miei ragazzi (li chiamo così) ho proprio un bel rapporto: si preoccupano di me non solo per le mie necessità, diciamo così, quotidiane, come fare la spesa o andare a ritirare la pensione, ma mi chiamano anche senza un motivo specifico, per il solo piacere di parlare un po’ con me, almeno io la vedo così. Di una cosa sola ho paura e cioè della possibilità di perdere la mia autonomia personale e di praticamente “costringere” (non per mia volontà, ma per necessità di fatto) questi ragazzi a prendersi cura di me, io penso che lo farebbero, ma per loro sarebbe un vincolo molto pesante. Comunque, cerco di non pensarci e di stare bene con loro come se avessi la loro età. Mi dispiace dovermene andare da questo mondo proprio adesso che cominciavo a starci bene: ho mille acciacchi anche pesanti, dell’età, certe volte fisicamente sto proprio a terra e non so che cosa aspettarmi dal futuro, neppure a breve termine, ma ho anche degli affetti veri, del tutto inattesi, non ridivento giovane per questo e i miei malanni me li devo tenere, ma non mi sento solo, ed è moltissimo, so che loro ci sono e che staranno vicino a me fino alla fine, e poi, quando vedo che stanno bene insieme, che sono sereni, che progettano il futuro… beh… mi sento profondamente confortato. Insomma, nella vita accadono cose strane e imprevedibili, che qualche volta ti cambiano la vita in meglio, anche quando non te lo aspetteresti più. Beh, ti saluto, Project, anche da vecchi si può stare bene, almeno a livello affettivo, quando non si resta veramente soli.
Giacomo da Bologna.

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CAPODANNO GAY

Caro Project,

oggi è capodanno e io sono solo in casa e non ho proprio niente da celebrare. Ho 74 anni, ho lavorato una vita per comprare un piccolissima casetta e sono stato imbrogliato più volte da gente di infimo livello abituata a speculare su tutto, ma adesso questa casetta mia ce l’ho. Ho fratelli, sorelle  e nipoti, ma ovviamente loro hanno il loro mondo fatto di veglioni, di gite e di sciare sulla neve, perché hanno i soldi per farlo. La vita, per tutti, anche per loro, alla fine sarà comunque uno schifo, ancora adesso non se ne rendono conto e quando parlo con loro vedo che proprio non hanno capito niente e che mi trattano come un mezzo demente. Io sono gay, loro non lo sanno, forse lo immaginano, ma di certo io non ho mai parlato di queste cose e d’altra parte non ho mai avuto un compagno. Di una sola cosa mi sento orgoglioso, cioè di non avere messo al mondo figli destinati comunque a soffrire. La giovinezza, se sei ricco, è una ubriacatura di stupidaggini, corri appresso alle mode, al ruolo sociale, e non ti guardi intorno, non vedi in che squallore si vive, non vedi che c’è tanta gente abbandonata a se stessa che sta scivolando in abissi di miseria e di depressione. Eppure non si fa nulla per queste persone e si continua a mettere figli al mondo in modo del tutto irresponsabile. Io sono gay e ovviamente non ho figli, non ci sarà nessuno condannato a vivere per causa mia. Francamente non ho mai capito a che cosa sia servita a mia vita: niente figli, rapporti familiari falsi o inesistenti, qualche pia illusione tipo la religione, ma è durata poco, e per il resto solo un’attesa penosa che arrivi l’ora. Io in salute sto ancora relativamente bene, ma gli anni passano e ogni capodanno significa scendere uno scalino, altro che attesa del futuro! Io ormai sono in attesa di una cosa sola. Forse i vecchi non possono più capire il mondo dei giovani, i vecchi sono arrivati alla consapevolezza del non senso della vita ma non possono comunicarla a nessuno che sia in grado di capirla. Ieri ho comprato al supermercato due sopra-cosce di pollo, stamattina le ho messe a lessare, col brodo ci farò un po’ di riso, poi mezza sopra-coscia di pollo a pranzo e mezza a cena e un’arancia, questo sarà il mio capodanno. Non vedo l’ora che arrivi domani perché se ho bisogno del dottore almeno lo trovo. I miei tre fratelli e i miei otto nipoti si sono “dimenticati” di farmi gli auguri, e li capisco, perché la mia casetta, spartita tra otto eredi, è una cosa veramente misera e non vale la pena di perdere tempo con un vecchio zio. Ma io sto meglio così. Ho visto la messa del papa, è un vecchio pure lui, ci prova a dire qualcosa di buono, ma non lo ascolta nessuno, chissà che cosa pensa veramente dentro di sé. Ho sempre paura di addormentarmi col fuoco acceso, devo comprarmi una cucina con un sistema di sicurezza che spegna il fuoco se la temperatura si alza troppo, oppure, e forse meglio, una pentola elettrica a tempo, almeno posso stare tranquillo. Non ho comprato il telesalvalavita Beghelli, perché lo dovrei collegare coi telefoni dei miei fratelli e dei miei nipoti… e no, non è proprio cosa. Pensavo di fare testamento a favore di un’associazione benefica, ma sono ancora incerto, tanto i miei nipoti di soldi ne buttano tanti e non hanno certo bisogno dei miei. Alla fine di novembre ho saputo che è morto un signore che mi era molto simpatico, ci salutavamo sempre per le scale, poi non l’ho visto più perché è finito in ospedale e lì dopo tre settimane è morto. Adesso a casa sua è venuta un’agenzia a prendersi cura dell’appartamento (un appartamento molto meglio del mio) e hanno portato via tutti i mobili per fare la ristrutturazione, dal modo come hanno portato via i mobili era evidente che sarebbero finiti tutti in discarica, mobili, ma anche libri e tante altre cose, i ricordi di una vita tutti in discarica. Beh, non la faccio tanto lunga, tanto hai capito, e vado a vedere a che punto sta il brodo.

Non so se augurarti buon anno, perché mi sembrerebbe di prenderti in giro, ti dico solo che leggere qualcosa di Progetto mi tira un po’ fuori dal pozzo della malinconia. Ciao.

Filippo (da Milano)

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NON GIUDICARE GLI ALTRI GAY

Caro Project,

ho letto alcune parti del tuo libro “Essere Gay” e mi ha colpito l’idea di morale gay, cioè l’idea di distinguere tra una omosessualità buona e una cattiva o almeno meno buona. In questo modo io credo che tu voglia mettere in evidenza quanto c’è di buono nella omosessualità, e su questo non posso che concordare con te, ma purtroppo sottolineando quello che c’è di buono si finisce per sottolineare anche quello che c’è o ci può essere di negativo e qui potrei ancora essere d’accordo con te, ma con qualche limitazione significativa.

Project, tu dici di essere assolutamente laico e ti rispetto per questo, io vengo invece da una formazione cattolica abbastanza tradizionale, in teoria dovrei aver imparato a distinguere il bene dal male ma ho anche imparato a non giudicare e a non sottovalutare le ragioni degli altri, anche di quelli che hanno stili di vita diversissimi dal mio.

Sono ormai vicino ai 70 anni e ogni volta che mi capita di poter avere un dialogo serio con qualcuno che ha vissuto esperienze lontanissime dalle mie mi rendo conto che se per un verso mantengo la mia tendenza a giudicare, per l’altro sono fortemente frenato dal fatto che le cose sbagliate, quando sono viste da vicino sono molto meno strane e sbagliate di quanto appaiono quando sono viste solo da lontano o sono considerate solo in teoria.

Parlavo giorni fa con un ragazzo non ancora trentenne e, come mia vecchia abitudine e mio difetto, stavo per l’ennesima volta cercando di mettermi in cattedra, ma per fortuna mi sono trattenuto e ho lasciato spazio a quel ragazzo. Lui mi ha parlato con molta sincerità delle sue esperienze di vita e io mi sono sentito del tutto disarmato, mi rendevo conto che i miei argomenti moralistici non avevano alcun senso se confrontati con esperienze dure come quelle vissute da quel ragazzo. Mi sono sentito un totale imbecille, uno che si è illuso di capire tutto senza avere realmente alcuna conoscenza di ciò di cui sta parlando. Il mio mondo mi è sembrato solo un ammasso di chiacchiere vuote.

Che avrei fatto se mi fossi trovato nelle situazioni in cui si è trovato quel ragazzo? Che cosa avrei scelto? E poi, avrei avuto reamente la possibilità di scegliere? Quel ragazzo era radicalmente diverso da me nei suoi atteggiamenti perché aveva avuto una vita radicalmente diversa dalla mia e molto più dura della mia. Prima avrei giudicato male i ragazzi come lui, avrei detto che avevano l’idea fissa del sesso, ma, in fondo, vedevo sempre più chiaramente la stupidità di questi giudizi.

La moralità del mio essere gay, o almeno quella che a me sembra essere la moralità del mio essere gay, se vogliamo dire tutta la verità, mi viene dalla mia formazione cattolica, che mi ha in qualche modo preservato dalle esperienze più dure, cioè il mio essere cattolico mi ha fatto essere gay in un modo molto particolare, ma attenzione, si tratta di un modo più prudente, più oculato, più controllato, ma forse anche più ipocrita e meno sostanzialmente partecipativo. Ho fatto quello che fanno tutti i ragazzi, sesso compreso, anche se con prudenza, non sono un santo e mi rimprovero soprattutto di non aver fatto quel po’ di bene che avrei potuto fare, poi mi fermo a riflettere e mi chiedo che cosa mi ha allontanato per esempio dalla ricerca del sesso sfrenato, e onestamente, pensandoci bene, non credo che sia stata l’educazione cattolica ma la paura, cioè brutalmente la necessità di salvare la faccia, che è una cosa comunque molto meschina, ecco che il confine tra moralità e meschinità diventa molto meno netto.

La necessità di salvare la faccia per me aveva un valore solo perché non sono mai stato veramente me stesso al 100% e soprattutto non sono mai stato messo con le spalle al muro da situazioni di fatto più forti di me, come è accaduto a quel ragazzo, perché in quel caso con ogni probabilità mi sarei comportato esattamente come lui. Quando si va alla sostanza delle cose la moralità delle persone, più che una qualità individuale è il risultato di un contesto e gli stessi concetti di merito e di colpa perdono i loro contorni chiari.

In fondo lo stesso papa Francesco aveva detto. “Chi sono io per giudicare un gay?” Sembrava una frase impacciata, che voleva indicare un’apertura ma è una frase che ha un significato estremamente serio. Ho provato ad applicare quella frase a me stesso e sono arrivato alla conclusione che non ho alcun diritto di giudicare. Anche chi va alla ricerca disperata e quasi nevrotica di sesso può avere ugualmente una sua morale e quella morale non è peggiore della mia, ed è solo apparentemente diversa.

Dal dialogo con quel ragazzo ho capito che il sesso non gli ha portato affatto la felicità e che in lui il bisogno di essere amato e rispettato per quello che è veramente è vivissimo, direi anzi che è molto più vivo che in me. Siamo rimasti a parlare per ore e abbiamo capito che tra noi c’era un rispetto reciproco profondo, un rispetto reciproco quasi inaspettato ma assolutamente reale.

Project, permettimi una divagazione, io, che sono gay e che non voglio perdere il contatto con la mia fede, ammiro molto papa Francesco, perché, secondo me, ha riportato il Cristianesimo ai suoi valori fondanti, non ha fatto polemica con la modernità ma si è messo alla ricerca delle persone e delle loro sofferenze, in sostanza non ha giudicato ma ha cercato di fare sentire la sua voce a favore degli ultimi. Fare qualcosa di buono e di concreto senza giudicare nessuno, questo è il suo stile.

Insomma, adesso sento che il mio essere gay può essere veramente conciliabile con il mio essere cristiano, almeno fino ad un certo punto. So che tu hai sostenuto il contrario, ma lo hai sostenuto in altri tempi, e mi piacerebbe capire che cosa pensi oggi, dopo che papa Francesco ha dato una lettura più evangelica del cattolicesimo. Scusami se mi sono permesso di provocarti con questa mia mail ma ti stimo molto e mi piacerebbe sapere se sei sempre dello stesso parere. Vorrei sottolineare che apprezzo molto quello che fai.

Paolo

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Caro Paolo,

ho letto la tua mail con vivo interesse. Sì: non giudicare! È un principio evangelico ma è anche un dovere morale laico. Quello che dici di quel ragazzo, mi è capitato più volte e mi ha messo in crisi più volte. Adesso la mia tendenza a giudicare si è ridotta notevolmente e ho recuperato la consapevolezza della mia ignoranza e delle mie incapacità. Credo di avere ancora moltissimo da imparare e purtroppo, alla mia età, non avrò il tempo per capire molte cose, ma certo l’idea di giudicare la terrò a freno.

Quanto a papa Francesco, non posso negare che, pur sentendomi radicalmente laico, ascolto con la massima attenzione quello che dice e cerco di farne tesoro. Ho anche io l’impressione che abbia riportato il cattolicesimo a valori più autenticamente evangelici. Il cattolicesimo non è o non dovrebbe essere un’ideologia. Direi che è un papa che ha atteggiamenti sostanzialmente laici e condivisibili da molte persone di buon senso anche fuori dalla chiesa cattolica, ha indubbiamente coraggio. Non posso negare che, specialmente negli ultimi mesi, sono rimasto molto colpito dal fatto che Francesco non sottolinei mai le divisioni ma cerchi la collaborazione degli uomini d buona volontà per fare tutti insieme qualcosa di buono e di concreto. Effettivamente papa Francesco non ha giudicato ma ha cercato di perseguite il bene impegnandosi per le periferie del mondo. Mi dispiace solo che sia ormai un uomo anziano perché la sua presenza potrebbe essere archiviata rapidamente dopo la sua uscita di scena e sarebbe veramente un danno per tutti, cattolici e no. Beh, credo che si capisca abbastanza bene quello che penso di papa Francesco.

Paolo, ti ringrazio veramente moltissimo della tua “provocazione”! Magari ci fossero tante provocazioni di questo tipo!

Project

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PROGETTOGAYFORUM QUINTO IN ITALIA TRA I TOP SITES GAY

Alexa, sito notissimo di statistiche sul web, nel suo elenco di “top sites by category”, nella categoria “Gay, Lesbiche e Bisessuali”, classifica al quinto posto, a livello nazionale, il forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/index.php

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La classifica è stabilita da Alexa sulla base del rank di traffico mensile, calcolato usando una combinazione del numero medio di visitatori giornalieri e di pagine visitate per visitatore nel mese precedente.
Come si vede, il Forum di Progetto Gay ha delle caratteristiche assolutamente peculiari, i nuovi visitatori che accedono tramite i motori di ricerca sono appena lo 0.50%, il 99,5% delle visite viene da utenti fidelizzati che tornano sistematicamente a leggere il forum e si trattengono a leggerlo, in media, per più di mezz’ora al giorno (!), visitando in media 20 pagine a testa al giorno, questi due indici dimostrano che il Forum di Progetto Gay non è un sito mordi e fuggi, ma è il centro aggregatore di una comunità stabile. Questa era in fondo la finalità del Progetto partito ormai dieci anni fa.
Nel comunicarvi questi dati, di cui sono orgoglioso, ringrazio di cuore tutti quelli che hanno collaborato e collaborano tuttora al buon funzionamento del Progetto!

LA BIBLIOTECA DI PROGETTO GAY

La Biblioteca di Progetto Gay nasce allo scopo di raccogliere le pubblicazioni di Progetto Gay e di renderle facilmente accessibili a titolo assolutamente gratuito e chiunque fosse ad esse interessato.
Le pubblicazioni di Progetto Gay sono di tre tipi:1) Studi di carattere scientifico (psicologico, sociologico) sull’omosessualità,
2) Studi storici sull’omosessualità,
3) Traduzioni, con introduzione e commento, di opere sull’omosessualità dei pionieri degli studi in questo settore,
4) Testi “originali”, di narrativa o di poetica legati alla tematica omosessuale.

Eccezion fatta, ovviamente per le traduzioni dei grandi Studi classici sull’omosessualità, Progetto Gay pubblica sono materiale originale, non precedentemente pubblicato.

Tutti i testi sono pubblicati in formato PDF per garantire la migliore formattazione possibile, questo fatto rende assai meno agevole la lettura da smartphone o da tablet. Stiamo prendendo in considerazione l’ipotesi di una pubblicazione anche in e-pub ma il progetto si presenta al momento assai complicato.

Saranno molto graditi consigli, suggerimenti e segnalazioni di errori di qualsiasi genere.

ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI DI PROGETTO GAY

1) ESSERE GAY – Testo di riferimento sulla omosessualità
Testo integrato e aggiornato in data 15-4-2017.
Aggiunto il documento: “Storia di un gay sposato” (cap.: Gay sposati)

2) GAY E STORIA – I Gay nella Storia
Una raccolta di saggi sulla storia dell’omosessualità da Omero al XX secolo. Testo aggiornato in data 18/1/2017 con il capitolo “BYRON OMOSESSUALE. (molto interessante e specifico)

3) INVERSIONE SESSUALE – Havelock Ellis
Il famoso trattato di HAVELOCK ELLIS sull’Omosessualità,
nel testo della terza edizione del 1927. Traduzione di Project – Una vera miniera di informazioni e di fatti.

4) IL SESSO INTERMEDIO – Edward Carpenter
La mia traduzione italiana del libro di Edward Carpenter “The Intermediate Sex” del 1908, uno tra i più bei saggi sulla omosessualità, una pietra miliare e una “speranza” per tante generazioni di gay. Ancora oggi è un libro affascinante!

5) UNA QUESTIONE DI ETICA MODERNA – John Addigton Symonds
Si tratta della mia traduzione in Italiano del famoso Saggio di John Addington Symonds “sulla omosessualità” scritto nel 1891 e pubblicato nel 1896 in sole 10 copie. Il saggio, attraverso la critica dei preconcetti pseudo-scientifici, giunge a conclusioni straordinariamente moderne.

6) IL ROMANZO DI UN INVERTITO NATO – Documento storico
Non si tratta di un “romanzo” ma di un documento storico contenete il testo integrale della confessione (in pratica una autobiografia esplicita anche in tema di sessualità) di un omosessuale italiano 23-enne della seconda metà dell’Ottocento, inviata ad Émile Zola. Aggiunto capitolo 3 in data 25/11/2014.

7) UN PROBLEMA DI ETICA GRECA – John Addigton Symonds
Un saggio scritto nel 1873 sul problema della pederastia in Grecia. Attraverso un’analisi scientifica delle fonti si ricostruisce il significato sociale e morale della pederastia nella Grecia antica.

8) OFFESE CONTRO DI SÉ: PEDERASTIA – Jeremy Bentham
“Stupisce che nessuno ancora abbia immaginato che sia peccaminoso grattarsi dove prude, e che non sia mai stato definito che l’unico modo naturale di grattarsi è con questo o quel dito e che è innaturale grattarsi con qualsiasi altro.” Jeremy Bentham 1785.

9) ANNALI DELL’UNISESSUALITÀ – André Raffalovich
Il progetto e il primo numero di una pubblicazione scientifica periodica interamente dedicata all’omosessualità (dal dibattito scientifico alla cronaca). Le matrici del pensiero cattolico sull’omosessualità nelle posizioni di Raffalovich.

10) IL NIDO DI VALSIGIARA – Romanzo gay
La storia di due ragazzi di buona famiglia dai tempi della scuola alla vita adulta, alle prese con il senso del peccato e con un amore esaltante, prima temuto e rifiutato e poi inopinatamente ritrovato. Si tratta di una storia in cui l’esperienza dell’essere gay è esemplificata in modo autentico nelle sue caratteristiche più tipiche.

11) CARTE SEGRETE – Romanzo gay
Si raccontano, in forma di annali, le storie di ipotetici patriarchi di Alessandria d’Egitto tra il IV e il V secolo, nelle cui vicende l’omosessualità gioca un ruolo importante. Il romanzo si conclude con la Santa Regola, una raccolta di precetti morali dell’ultimo Patriarca, Dioscoro l’Epicureo, che rappresenta una difficile sintesi di Paganesimo e Cristianesimo.

12) SE SONO ANCORA UMANO – Poesie
Edizione accresciuta, aggiornata alla data del 10 Gennaio 2017.
Una raccolta di Poesie di rara intensità che illustrano le ansie e le speranze di una vita che reclama una sua identità al di là delle negatività e dei problemi contingenti di una sofferta storia individuale.

13) IL DIRETTORE – Romanzo gay
La storia di un’amicizia amorosa tra un cinquantenne gay e un ventiseienne in carriera, probabilmente etero. Una solidarietà autentica e senza condizioni in un cammino difficile nella lotta per la vita.

14) GENDER E GENETICA
La traduzione italiana di Project di “GENDER AND GENETICS” una pubblicazione del “Genomics Resource Centre” della Organizzazione Mondiale della Sanità. Il testo permette di avere una panoramica seria della questione del Gender, al di là di qualsiasi strumentalizzazione.

15) PROPOSTA DI DECLASSIFICAZIONE DELLE CATEGORIE DI MALATTIA RELATIVE ALL’ORIENTAMENTO SESSUALE nella International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems (ICD-11)
L’Organizzazione Mondiale della Sanità si muove verso l’eliminazione totale dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere da qualsiasi diagnosi di disturbo mentale.

16) URANISMO E UNISESSUALITÀ – Marc-André Raffalovich
Uno studio sulle diverse manifestazioni dell’istinto sessuale, pubblicato da Marc-André Raffalovich nel 1896. Traduzione italiana e note di Project.
Traduzione completata in data 1/2/2017 con il capitolo: “Platen o l’uranista superiore”.
Mi ripropongo di riscrivere l’introduzione.

17) QUESTI LEONI – Romanzo gay NUOVO!!
L’avvincente storia d’amore e d’amicizia di due ragazzi, che cercano la loro strada.
Si tratta di una storia vera.

18) ANDY – Romanzo gay NUOVO!!
La vera storia d’amore di due ragazzi gay, ricostruita nelle sue dinamiche psicologiche e nella sua complessità sulla base di documenti originali (lettere e diari) e sulle testimonianze dirette dei protagonisti. Non è un romanzo a tesi, ma un documento di vita reale in cui ha largo spazio il rapporto genitori-figli.
Edizione online completata in data 4/4/2017. Buona lettura!

19) ONLY SEVEN DAYS – Gay Novel NEW!!
A novel about an older man who meets by chance two young guys. It’s a love story, a story about how difficult could be for everyone of them to accept what’s happening because everyone needs to get used to love.

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Link alla Biblioteca di Progetto Gay:
http://progettogayforum.altervista.org/viewforum.php?f=112

AUGUST VON PLATEN OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH

Con il capitolo intitolato “Platen o l’uranista superiore”, André Raffalovich chiude il suo libro “Uranismo e Unisessualità”. Non è certamente un caso. Raffalovich ha sempre manifestato una notevole simpatia per von Platen e per la sua concezione dell’omosessualità, che viene celebrata da lui al termine del capitolo con accenti di autentico entusiasmo oltre che di condivisione morale.Va detto subito che Raffalovich, nella sua panoramica sugli omosessuali notevoli della storia e della letteratura si è fermato al primo ‘800, con l’unica eccezione di Wilde. Nel suo lavoro, quindi, non sono presenti personaggi fondamentali nella storia dell’omosessualità quali John Addington Symonds, Edward Carpenter e lo stesso Raffalovich, che appartengono alla seconda metà dell’800 e in qualche caso hanno esteso la loro attività anche ai primi decenni del ‘900.

Platen, come Grillparzer, Motitz, Goethe, e lo stesso Byron, appartengono ad un periodo, in cui il dibattito sull’omosessualità è ancora qualcosa di utopistico e di vago da collocare in un futuro di cui non si avvertono neppure gli albori.

La distruzione delle memorie e di molte lettere di Byron dopo la sua morte è il segno di quanto l’idea dell’omosessualità dell’autore fosse ritenuta improponibile.

Grillparzer e Moritz furono attentissimi nel difendere la loro onorabilità dal rischio di accuse di omosessualità. Tutti questi personaggi (con l’eccezione, forse di Byron) attraversarono periodi di dubbi, di oscillazioni e di incertezze circa la reale dimensione della loro sessualità perché del tutto o quasi privi di riscontri che potessero mettere in crisi il pregiudizio dominante. Vissero tutti storie eterosessuali in cui la partecipazione affettiva era veramente ridotta e che oggi non si faticherebbe a identificare come relazioni di copertura.

Byron, che aveva tenuto un comportamento più libero, fu costretto dal pettegolezzo ad abbandonare l’Inghilterra e non vi fece più ritorno.

Prima di Platen, i segni dell’omosessualità vanno ricercati in elementi biografici poco conosciuti o nelle ambiguità delle opere, dove sono quasi sempre trascritti in chiave eterosessuale. Per Platen non è così. Si potrebbe dire che Platen è il primo omosessuale nel senso moderno del termine, perché riconosce la sua omosessualità, almeno di fronte agli amici, che non lo rinnegano per questo, e afferma il suo diritto ad amare e ad essere amato da un amico di animo nobile, perché il suo sentimento non ha nulla di cui ci si debba vergognare. Ravvalovich interpreta il fatto che Platen ritenga dignitoso e altro il suo amore omosessuale ponendo per ipotesi l’idea che si trattasse di un amore senza sesso o quasi, e comunque con una sessualità estremamente sublimata, ipotesi proponibile forse per Platen giovane, ma probabilmente poco realistica per il periodo Italiano della vita del poeta.

Non va dimenticato che l’Italia, per tutto l’800, fu per i ricchi omosessuali del nord Europa un vero paradiso terrestre, del tutto privo del moralismo inglese e dell’ipocrisia tedesca in materia di sessualità.

Certo Platen, a quanto sembra, anche in Italia non condusse una vita sregolata al livello che sarà poi tipico di Wilde e sembra anzi mantenere atteggiamenti moralistici anche quando condanna poeti molto libertini che intendono creare un rapporto di amicizia con lui.

Ma Platen è moderno anche per un’altra ragione: il suo non circondare la sua vita e le sue poesie di troppe cautele lo espone al pettegolezzo e finisce per essere vittima di attacchi personali molto pesanti e triviali, ovviamente con l’accusa di omosessualità, avanzata nei modi più volgari da un personaggio come Heine, per altri versi eccellente e fine letterato di origini ebraiche. La polemica tra Heine e Platen naque per ragioni di orgoglio letterario, pare che Heine non avesse apprezzato molto una poesia di Platen e avesse espresso un giudizio molto critico, se non sprezzante, Platen rispose tirando in ballo le origini ebraiche di Heine e questi per tutta risposta si lasciò andare ad insulti contro Platen legati alla sua omosessualità.

La storia della querelle tra Platen e Heine è il segno di quanto l’accusa di omosessualità fosse (ed in parte sia ancora oggi) un’arma che si tiene in serbo e si può sfoderare ogni qual volta se ne presenti l’occasione.

Thomas Mann da dedicato un lungo saggio a Platen che, nella sua morte solitaria a Siracusa, per colera (forse), è l’Ispiratore di “Morte a Venezia”, da cui Visconti trasse il suo capolavoro cinematografico. Ma il lavoro di Mann su Platen, più che rappresentare una ipotetica lotta di Platen contro l’omosessualità, incarna in Platen l’analoga e ben più angosciosa lotta di Mann contro la propria omosessualità. Oggi, dopo la pubblicazione integrale dei diari di Platen, la lettura del personaggio fatta da Mann non può più essere condivisa. Platen, a differenza della stragrande maggioranza degli omosessuali colti della sua generazione (e anche di molti delle successive) aveva accettato la propria omosessualità e la considerava un valore irrinunciabile. Certo, in un mondo in cui l’omosessualità era penalmente perseguita in modo pesante e il negazionismo era l’unico atteggiamento di tutti, omosessuali compresi, un uomo come Platen passò la vita tra delusioni e frustrazioni, innamoramenti rivolti ad amici eterosessuali, incomprensioni e fraintendimenti, ma per lui l’omosessualità era una forma d’Amore con la A maiuscola e non si sarebbe certo abbassato all’idea del sesso mercenario, in questo è un personaggio che ha mantenuto alto, anche come omosessuale, il livello della sua moralità.

Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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PLATEN O L’URANISTA SUPERIORE

Vorrei presentare con chiarezza la nobile, interessante e melanconica figura del poeta Auguste, conte di Platen-Hallermünde.

È per eccellenza l’uraniana nato, destinato, sicuro di sé, retto, completo, coraggioso, elevato, tutto dedito al suo amore per la gloria poetica, per l’arte poetica, per la bellezza intellettuale e fisica, nel modo più vivo in cui lui la sente, e per come la sente in accordo con la sua dignità di uomo. Ha fortemente appassionato i suoi amici, il conte Fugger, Liebig, A. Kopisch, Gustav Schwab, ecc. e ha sollevato odi infami. Ancora oggi la biblioteca di Monaco detiene i diciotto volumi del diario di Platen, e questo deposito prezioso aspetta una pubblicazione rispettosa e intelligente, che i signori von Laubman e L. von Scheffler hanno promesso.

Nel 1860 Engelhardt ha pubblicato dei frammenti del diario che si fermano al 1828 – Platen era nato nel 1796 e morì nel 1838. È con l’aiuto di questo frammento autobiografico, delle sue opere, delle sue lettere e delle pubblicazioni dei suoi amici che cercherò di mostrare la sua fisionomia.

Auguste, conte di Platen-Hallermünde (o conte di Platen, come preferiva essere chiamato) nacque il 21 Ottobre 1796 a Ansbach dove suo padre era al servizio della Prussia. Il primo conte di Platen, Franz-Ernest, aveva ricevuto il suo titolo il 20 luglio 1689 Leopoldo I.

Il padre di Platen, nato nel 1740, aveva sposato in prime nozze la signorina von Reitzenstein, e da questo matrimonio erano nati sei figli, un maschio e cinque femmine. Il matrimonio fu infelice e portò ad un divorzio. Il conte Platen si risposò nel 1795 con Louise-Friederike Christiane Eichler von Auritz. Ebbero due figli, il primo fu il poeta, il più giovane morì a tre anni.

Auguste von Platen, o Platen come io lo chiamerò, quando era ancora molto piccolo, ebbe una lunga malattia, il famoso medico di Erlangen, Hildebrand, la considerò incurabile; ma il bambino crebbe ugualmente, allevato con semplicità, e come accadeva alla maggior parte dei bambini nobili nati dopo la Rivoluzione francese, gli fu insegnato a dare del tu ai suoi genitori e a sentirsi libero in loro presenza: non gli parlarono mai della sua nascita nobile. Platen ricordava che i suoi primi amici d’infanzia erano stati Simon Langenfoss e Jeannot Asimont, figli di un insegnante di francese, e due Liebeskind. Andava anche spesso al castello a giocare con la principessina, figlia del principe Luigi di Prussia, fratello del re. Incontrava lì anche le zie della bambina, la regina Luisa di Prussia e la principessa di Thurn und Taxis.

Il padre di Platen faceva tanti piccoli viaggi per visitare le foreste delle quali si doveva occupare e il bambino rimaneva solo con la madre. Lei gli leggeva ad alta voce e gli fece amare la lettura. Ben presto preferì i libri ai suoi molti giocattoli. Imparò anche presto a scrivere. Il primo libro che lesse da solo conteneva commedie infantili. Adorava il teatro, ci andava il più possibile, recitava delle commediole con i suoi compagni. Scrisse nel suo settimo anno una commedia pastorale e la inviò a un giovane amico.

Scrisse molte piccole parti in versi, piene di fate, streghe e maghi. Anche la mitologia si impossessò della sua immaginazione, ma le storie d’amore lo lasciavano indifferente. Considerava l’amore solo un artificio teatrale. Nonostante la sua predilezione per le favole era piuttosto scettico. Rispose ad un professore che non esisteva l’inferno. Voleva dire che non c’era un posto dove si arrostivano le anime.

La madre si ritirò completamente dal mondo per occuparsi unicamente di suo figlio. Lo spingeva al lavoro. Gli faceva scrivere delle lettere ad una ragazzina inglese della sua età, che lui non aveva mai visto, figlia di un amico d’infanzia della contessa. Una ragazzina, Caroline von Gemmingen, venne ben presto a vivere con loro. Platen e lei erano sempre in guerra.

Nel 1806 il bambino, nel suo nono anno, vide la sconfitta dei soldati dell’Imperatore d’Austria, Bernadotte che passava per Ansbach e la caduta della Prussia; e si interessò molto a tutti questi eventi.

Nello stesso anno il generale Werneck, capo del corpo dei Cadetti a Monaco di Baviera, amico d’infanzia del padre di Platen, gli offrì di incorporarlo tra i cadetti. Il padre accettò e la madre portò il bambino a Monaco.

Separarsi dalla madre fu per lui un grande dolore, e gli abiti rigidi e pesanti lo infastidirono – ma la novità lo divertì, e ciò che lo riconciliato con il suo nuovo stile di vita fu l’amicizia.

Rimase quattro anni tra i Cadetti. Ha descritto molto bene la vita che lì si conduceva, – la scuola dei Cadetti era stata un monastero gesuita. C’erano un centinaio di cadetti. Quasi non si permetteva loro di leggere, le loro letture unitamente alla loro corrispondenza, venivano rigorosamente esaminate. I cadetti erano continuamente sorvegliati: durante le lezioni dagli insegnanti, durante la ricreazione dagli ufficiali, di notte dai domestici. Non venivano mai lasciati soli. Si insegnavano loro le matematiche, la geometria, la storia, la geografia, lo stile, il latino, la religione, il francese al quale si prestava grande attenzione, la scherma, la danza e quasi tutti gli strumenti musicali.

Ci si burlava dei suoi versi. Era sempre, ai pasti, a tavola nel mezzo: c’erano tre tavoli sui quali il cibo era proporzionale al progresso o alle recidive degli allievi. – Si recitavano commedie; il numero di commedie era limitato per la mancanza di ruoli femminili. Platen non ci recitò mai. – Nel suo decimo anno aveva probabilmente superato la malattia dell’infanzia, perché si ricordava, non senza piacere, di un viaggio a piedi fatto durante le vacanze con alcuni compagni e alcuni insegnanti, un viaggio nel Tirolo. Il Tirolesi gli sembravano gentili e premurosi. I cadetti dormivano sulla paglia, ma erano ben nutriti. Trascorse a casa il resto delle vacanze, felice di essere libero. Le costrizioni del collegio gli erano insopportabili. La sua ostinazione attirava su di lui talmente tante punizioni che finirono per aggravare questo tratto del suo carattere. Si trovò presto in cattivi rapporti con le autorità militari e con il professore di religione luterana. Platen, benché luterano, aveva preso le difese del cattolicesimo per spirito di contraddizione. La sua testardaggine, lo dice lui stesso, era punibile, ma era anche l’inizio della sua indipendenza di giudizio.

Amicizia, in fondo, gli diede il collegio sopportabile. L’amicizia era la dea della cadetti. Ciascuno poteva cercare e trovare un’anima affine alla propria, e nonostante i vincoli esterni, lì ci si poteva legare ad un amico per la vita.
Il suo primo confidente fu Friedrich Schnizlein, al quale affidò i suoi primi scritti. Era un confidente perfetto, ma non era favorevole al fervore del sentimento nell’amicizia.

Ludwig von Luder, ugualmente protestante, ricevette anche lui la confidenza letteraria del giovane Platen. Era più grande e molto intelligente, amante della scienza, senza inclinazioni disordinate. Rimase sempre l’amico sincero di Platen, e le loro discussioni furono solo a proposito della politica.

Tra i cadetti della sua classe vedeva spesso Ernst Wiebeking, il conte Sprety, Kasimir Baeumler, Tettenborn, etc.; tra quelli delle altre classi, Karl e Alexander Welden, Krazeisen, Brand, Kaeser, Normann, Wilhelm e Joseph Gumppenberg.

Max von Gruber lo attirava particolarmente. Non era molto dotato, ma pieno di volontà, un matematico amante della poesia, giusto, solido e senza pregiudizi.
Avrebbe perdonato a Voltaire il suo ateismo se Voltaire non lo avesse così spesso negato; – Non biasimava nessuna delle cattive azioni di Napoleone se facevano parte del suo ruolo di conquistatore. È comprensibile che il giovane Platen, che si doveva sentire diverso dagli altri, si aggrappasse a Max von Gruber, onesto e pieno di rispetto per le differenze essenziali tra gli uomini di valore o di genio. Rimasero sempre amici. Anche Gustav Jacobs, figlio del filologo, fu molto strettamente legato a Platen; era un ragazzo semplice e aperto, odiava la pedanteria, poco amato dalle autorità, biasimava le lamentazioni di Platen ma lodava molto le sue poesie e si interessava ad esse.

Anche i due fratelli Fugger amavano molto Platen, e Friedrich, il maggiore, entusiasta di Goethe, rimarrà nella storia della letteratura tedesca legato al nome di Platen, onorato dalla sua lunga, tenera e modesta amicizia.

Friedrich Fugger era legato soprattutto a Wilhelm Gumppenberg e unito a lui dall’amore per la musica. Il conte Fugger successivamente mise in musica molte poesie di Platen, e in collegio condivideva già la sua avversione per i canti dei bevitori.

Ma di tutte queste amicizie, la più tenera era quella per Joseph Xylander. Si erano visti in collegio durante tre anni, prima di conoscersi meglio. Ebbero questa felicità nel mese di marzo 1810, e fino all’autunno di quell’anno, quando Platen se ne andò, godettero di un’amicizia quasi romantica.

Platen scrisse per lui molte poesie che Xylander non vide mai. Scrisse anche un inno all’amicizia, delle novelle e una commedia, parodie e satire, che lo resero poco gradito nell’ambiente.

Tutte questi tentativi furono distrutti prima della fine del 1810. La lettura di Omero lo entusiasmò e lo trasportò nel mondo greco che gli fu così caro.

La guerra del 1809 con l’Austria gli insegnò a tacere.

I Bavaresi adoravano Napoleone: Platen avrebbe preferito il successo degli Austriaci, e quando Monaco fu occupata dagli Austriaci e gli ufficiali austriaci vennero a visitare la scuola dei Cadetti, Platen nascose le sue simpatie.

Nel settembre 1810 Platen lasciò i cadetti e divenne uno dei paggi del re. Prima di entrare nel gruppo dei paggi trascorse due mesi in casa di suo padre. Aveva molto sofferto lasciando Xylander.

A quattordici anni il carattere di Platen sembra già ben delineato: amore per la poesia e l’amicizia, l’amicizia per giovani della sua età, educati, seri, e allo stesso tempo un attaccamento esclusivamente sentimentale per qualcuno un po’ più giovane di lui, e poi molta testardaggine, sensibilità e capacità di soffrire, – un saldo punto di vista patriottico e il desiderio di amare, di essere amato, e di migliorarsi.

Questo è il ragazzo che a vent’anni scriverà nel suo diario che Dio, la castità, l’amicizia e l’apprendimento sono la base del suo sistema.

Rimase nel gruppo dei paggi dal 1810 fino al 1815. La sua prima impressione fu triste: non aveva amici. Lo guardavano con occhi indifferenti. Non aveva nessuno con cui confidarsi. Poco a poco si trovò bene. Il conte Kuenigl, che lui conosceva, gli venne in aiuto. Tra i paggi c’era molta più educazione che tra i cadetti, c’era più libertà, più pulizia, il cibo era migliore. Gli abiti erano più belli, e ci si poteva cambiare d’abito quando si voleva. Si era trattati come ragazzi grandi. Si poteva lavorare per conto proprio e si potevano leggere tutti i libri classici.

Amava il latino e il greco, l’italiano e l’inglese. Scriveva sempre molto e distruggeva quello che aveva scritto. Il re era molto buono con i paggi, e le cerimonie di corte erano per loro un divertimento. Platen piano piano si fece degli amici, ma non un amico intimo. Un certo conte Lodron Laterano ebbe per lui una qualche importanza, facendogli amare l’Italiano. Il barone Perglas, un giovane con uno zelo di ferro, lo stimolava al lavoro, così come i conti Gajetan Berchem e Saporta. Ma aveva soprattutto fiducia in un certo barone Massenbach, ragazzo molto onesto. Tutti furono utili alla sua educazione. Era debolmente religioso e pregò con fervore solo nei momenti spiacevoli, ma non si dimenticò mai del tutto di pregare decentemente, senza borbottare. La sua prima comunione, nel 1811, gli fece fare molti buoni propositi.

Il professor Hafner, l’uomo più importante della scuola dei paggi, faceva molto per divertire e far crescere i paggi. Li portava nei musei, presso l’Accademia, leggeva loro ad alta voce, e quando i paggi erano a letto raccontava loro delle storie.

Nel 1813 Platen si decise a diventare ufficiale, non per affetto verso lo stato militare, ma perché questo stato, secondo lui, comportava più tempo libero e più libertà.

Il suo futuro poetico lo tormentava sempre, voleva scrivere una tragedia su Corradino, l’amicizia del giovane Federico per Corradino doveva riempire più di una bella scena. È interessante il fatto che a diciassette anni si sentisse obbligato ad aggiungere anche una ragazza innamorata di Corradino, che lo seguiva travestita e non riconosciuta fino in Italia.

Non aveva ancora trovato la sua strada letteraria.

Qualche anno più tardi, riprende il tema di Corradino, trova l’amicizia di Federico e Corradino più che sufficiente e non ha più bisogno di inventarsi una ragazza.

Due giorni prima del suo diciassettesimo compleanno, Platen inizia il suo diario – e lo continuerà fino alla morte, per venticinque anni. – Ci sono dei pezzi di diario in Francese, altri in Inglese, in Italiano e in Portoghese.

Aveva la passione di leggere i poeti nella loro lingua, e imparò lo Spagnolo, lo Svedese, il Danese, il Persiano.

Nel suo diciottesimo anno, pensa di essere innamorato di una giovane marchesa Eufrasia, la più bella ragazza della corte. Va ad abitare nella stessa casa, la vede di tanto in tanto, ma si rende conto in quello stesso anno che si è sbagliato, e lascia la buona vedova, presso la quale è alloggiato, e la madre di questa eccellente persona, con molto più rammarico di quello provato nel lasciare la marchesa Eufrasia.

Egli nota questo errore sentimentale, l’unico della sua vita, a quanto pare, e rapidamente dissipato. Non credo che nessun’altra donna lo abbia veramente interessato dopo di allora. Questo interesse passeggero per Eufrasia è un momento curioso e istruttivo nella storia di Platen. La necessità di concentrarsi su qualcuno e di essere interessante, l’idea che si debba essere teneramente innamorati di qualcuno, la monotonia della sua vita, gli danno questa illusione.
Non molti unisessuali si sono lasciati illuminare così facilmente come Platen; il crollo di un amoretto ordinario ha fatto cercare loro con insistenza le sensazioni o le emozioni che dà alla donna, ma Platen non ricominciò affatto. Aveva già abbastanza desideri, abbastanza aspirazioni. Voleva vedere paesi stranieri, l’Italia, Londra, Roma.

Il 31 marzo 1814 diventa tenente. Non gli piace la compagnia degli ufficiali. Si consola leggendo molto, lavorando molto. È abbastanza sconvolto dalla licenza dei costumi intorno a lui. Viene a sapere che un giovane poeta, di nome Hesse, ha spedito dei versi a Goethe e ha ricevuto una risposta da lui. Ne resta molto colpito, si chiede se i suoi versi siano degni di una tale spedizione.

Nel bel mezzo della sua fantasia per Eufrasia un’amicizia improvvisa per un giovane uomo, Issel, basta a mostrare il più vivo interesse di Platen per l’amicizia.
Issel è un giovane pittore che il Granduca di Darmstadt fa viaggiare. All’inizio (l’amicizia comincia il 28 maggio e termina in giugno: quindi innanzitutto non ha avuto una lunga durata), Issel non lo ha interessato, poi ha notato in lui una grande molteplicità di interessi, un gusto puro nell’arte, molta cordialità, molte attenzioni. Issel sarebbe partito da lì a otto o nove giorni.

Venendo a sapere che Platen è interessato alla poesia, Issel gli racconta di aver ricevuto dal giovane Voss un ricciolo dei capelli di Schiller morto e si offre di dividerlo con lui.

Lasciati insieme dall’amico che li aveva fatti incontrare, parlano delle lingue straniere, delle opere di Goethe, della vita così breve e dell’arte così lunga. Issel abita presso Nathan Schlichtegroll e consiglia a Platen di fare la sua conoscenza. Poi discutono della riforma della scuola mistica di Schlegel, di Werner che Issel conosce. Issel chiede a Platen di accompagnarlo in Italia. Platen non capisce come un uomo di tanto spirito possa essere interessato a lui.

Si vedono spesso dopo questo primo incontro. Un giorno Issel supplica Platen di leggergli delle poesie [1] e gli legge le sue. L’indomani Platen gli legge parecchie altre poesie ma poi rimpiange di averlo fatto. Si sente triste, crede di aver profanato il paradiso dei suoi pensieri avendoci introdotto un estraneo. È possibile che Issel (poeta mediocre del resto), non avesse abbastanza apprezzato Platen. Platen si ripromette di smettere di scrivere i versi e si incupisce al pensiero della solitudine che lo attende. L’indomani arriva la riconciliazione: trascorrono una bella serata insieme.

Issel lo supplica di non abbandonare la poesia, e il giorno seguente gli invia i capelli Schiller e riceve una poesia in cambio. Il 6 giugno Issel gli racconta di avere scritto una tragedia (fischiata a Francoforte, sulla contessa Platen che ha giocato un ruolo importante alla corte del duca di Brunswick, padre di Giorgio I d’Inghilterra). Lo stesso giorno Platen viene a sapere che deve portare dei carri con delle tende a Battenberg in Tirolo. Issel lo consola, offrendosi di accompagnarlo La stessa sera beve alla sua fratellanza con lui e Schlichtegroll.

Il 9, Issel e Platen partono insieme, discutendo del Dr. Gall, che Issel conosceva, leggendo Wallenstein.

Il 10 Platen è felice di vedere un così bel paesaggio in una così cara compagnia. Lo stesso giorno hanno dei problemi. Issel ferisce il suo amor proprio, poi lo accusa di curiosità, di indiscrezione, etc. Platen trova offensivo giustificarsi. Non si parlano più.

Eppure, salendo una collina, incontra Issel, che ne discende, che gli urla di avere inciso il nome di Platen su una pietra. Quando lui e Issel si lasciando definitivamente, Platen rimpiange di averlo messo da parte per il suo umore irritabile e ammette che la sua testardaggine lo renderà infelice e allontanerà molti uomini da lui. E trascorre i due giorni dopo la partenza di Issel a scrivere diverse canzoni.

Il 17 giugno rientra a Monaco.

Ho raccontato dettagliatamente questo episodio, perché ci si ritrova ciò che caratterizza e distingue fortemente Platen: il suo entusiasmo per il giovane amico, intelligente, colto, o che voleva insegnare o imparare. Naturalmente malinconico lui stesso (da quando aveva lasciato a casa paterna) l’allegria di chi gli piace, l’umore dolce e pacato, le risate dell’amico, lo fanno trasalire di gioia. Issel era più grande di lui, è vero, ma Platen era allora molto giovane, aveva diciotto anni.
In seguito, quando arriverà a un più alto grado di maturità, il suo amico sarà un po’ più giovane, abbastanza giovane per dargli l’impressione di una bella gioventù, ma abbastanza grande per rassomigliargli, per condividere i suoi gusti.

L’amor platonico (filosofico o onorevole) ha sempre deliziato Platen; per quelli diversi da lui ebbe amicizia, affetto, riconoscenza, rispetto. Ma la sua passione si orientava verso coloro che gli sembravano suoi simili, con più bellezza e con la grazia virtuosa in più.

Questo episodio di Issel non durò a lungo, ma mostra Platen a 18 anni come a 12, che si innamorava subito, aspettandosi di trovare tutto e non trovando sempre grandi cose (come in questo Issel) ma in ogni caso non trovando la felicità.

È questo amore al tempo stesso intellettuale, appassionato e sentimentale che l’ha fatto soffrire così tanto, ma che l’ha anche mantenuto integro e dignitoso. Quando scrisse all’età di 20 anni le regole di condotta, una era di dimenticare ciò che è sensuale in lui; un’altra era di non studiare i misteri della fisionomia nelle persone che lo interessano, di non pensare gli assenti, di perfezionarsi, di migliorarsi.

Quando parla di non pensare gli assenti, non dobbiamo crederlo indifferente ai suoi amici; al contrario, è stato loro fedele, ma è a quello che è più di un amico che cerca di non pensare troppo per poter lavorare e vivere.

Possiamo già vedere la differenza che c’è tra Platen e un dissoluto; non cerca mai sensazioni rare, ma un amore duraturo e affascinante.

Avrebbe indietreggiato con orrore di fronte agli amori di Oscar Wilde, davanti agli amori venali che non sono la quintessenza di due esistenze nobili e virili.

A metà del 1814 non si riconosce né come uomo né come poeta, non si interessa abbastanza a Eufrasia perché lei possa ispirarlo o occuparlo. Lo stato militare non gli si addice, gli viene consigliato di studiare le scienze, la poesia ancora non gli appartiene, va a tentoni, non si è trovato. I suoi amici non sono a Monaco, sono dispersi. Non ha il tempo di leggere abbastanza. La natura non lo affascina quando è solo o annoiato. Legge comunque molto, in molte lingue, Petrarca, Dante, il Pastor Fido, Pope, Corneille, Voltaire, Racine, Boileau, ecc., e sempre Goethe. Si potrebbe applicare a Goethe, ha detto allora, quello che Goethe ha detto Hamann: “Le sue opere sono spesso libri sibillini che si capiscono solo quando ci si trova nella stessa situazione del poeta.” E vediamo, per esempio, Platen in diversi momenti della sua vita che legge e rilegge Goethe, con tanto profitto quanta ammirazione. E man mano che si trova in una situazione diversa, la stessa opera di Goethe diventa sempre più chiara, vera e commuovente. Per esempio, “La figlia naturale”, che egli non apprezza affatto all’inizio, e che poi ammira per il suo spirito nel 1814, diventa per lui nel 1821, dopo il tragico naufragio della sua grande passione per Otto von Bulow, uno specchio prezioso del suo dolore.

Ora si consola del suo vuoto e della sua noia, della sua vita che egli aspetta con l’impazienza scoraggiata della giovinezza, leggendo e scrivendo in Inglese con Perglas, leggendo con lui anche Virgilio e Tasso, pattinando, concentrandosi sulla politica. Quando Napoleone torna dall’isola d’Elba, prova un entusiasmo patriottico ma Wiebeking gli rovina questo sentimento: “Se voi doveste andare a servire come soldato semplice per la libertà dell’Europa potreste rivendicare una piccola parte di gloria, ma voi siete un ufficiale, e ci sono tanti ufficiali. Sarebbe facilissimo rimpiazzarvi. Voi potreste servire la vostra patria in un modo più utile.”

Il 30 novembre, legge in un giornale delle massime tratte dalla poesia orientale, e ne copia un certo numero, colpito senza sapere perché, emozionato come si è vagamente in presenza di un evento importante. La poesia persiana stava per esprimere da lì e poco tempo il suo segreto ideale.

Nella primavera del 1815 si sente più felice, va ogni mattina nel giardino inglese a raccogliere giunchiglie e a leggere il Pastor Fido. Scrive poesie patriottiche che gli uomini seri leggono con piacere. Il 15 aprile, il suo reggimento si mette in marcia e arriva a Fontainebleau il 19 luglio e Platen si trova nuovamente in Germania nel mese di novembre. Sembra aver ben sopportato i disagi della marcia, il caldo opprimente. Il suo diario è molto bello e simpatico. Si interessa gentilmente alla brava gente che incontra, legge molto Petrarca, Jacopone da Todi, Goethe, l’Eulenspiegel, Eloisa e Abelardo, di Pope, che rilegge continuamente. Ammira i giardini, i fiori, invidia le gioie calme e familiari, vorrebbe avere con Goethe solo una conversazione sul destino dell’umanità e lo spirito del cristianesimo; poi trova le vere lettere di Eloisa molto più belle di Pope, e così vere. Legge con grande piacere le lettere di sua madre, scrive in prosa e in versi a Xylander e ad altri amici. I contadini francesi lo affascinano, la loro gentilezza, la loro lingua lo incantano. Si trova abbastanza isolato tra gli ufficiali, detesta totalmente i loro eccessi e le loro conversazioni lascive alle quali non prende parte. Una poesia mostra quanto soffriva della immoralità antipatica dei suoi compagni. A Bar-le-Duc, è anche scioccato dalla corruzione dei libri francesi che ha trovato nella sua stanza – e la sua padrona di casa lo stupisce dicendogli: Leggere, amico mio, perché è la lettura che educa i giovani.

A Châlons ha la gioia non solo di incontrare il suo amico Schlichtegroll, ma anche di fare la conoscenza di un giovane tedesco, il segretario di Barclay de Tolly, che gli dice che lo conosce già molto bene attraverso i racconti di Schlichtegroll. Platen è abbastanza colpito da questa osservazione. A Nemours, è anche felice nel giardino di un certo medico Micheleau la cui moglie non è più giovane, ma è così dolce e premurosa. Parla francese con lei con piacere, e parla inglese con una vecchia signora inglese che gli presta dei libri inglesi. Lascia queste persone gentili con rammarico e anche un vecchio curato di 86 anni, molto realista, che dice Messa ogni Domenica, senza altra compagnia che del suo cane e soprattutto del suo canarino, che gli era stato dato da un certo Rouxelle, un radicale, anticristiano, separato dalla moglie cattolica, e che vive con la sua serva, non facendo battezzare suoi figli. “Uno può essere un buon uomo, diceva il curato, senza essere cristiano.”

Il sotto-prefetto di Tonnerre, una città deliziosa, gli piace molto, un giovane affascinante, il più bel modello immaginabile per un giovane romano. Il 6 ottobre, si ritrova con alcuni vecchi compagni e altri giovani uomini istruiti, e Platen può sinceramente gioire prendendo parte a una conversazione intelligente, senza ambiguità e in un dialetto puro. Il 2 novembre, scrive nel suo diario che la vergogna è naturale, la spudoratezza acquisita. È certo che Platen fosse fondamentalmente modesto e pieno di pudore. Il 3 novembre, a Troyes, compra Bérenice, la sua tragedia preferita di Racine. E annota di aver visto presso un ricco negoziante un impiegato che assomigliava molto al suo amico Xylander.

Tornato in Germania, cerca di formarsi un sistema di morale e di condotta basato su: Dio, una severa moralità, il desiderio di imparare, l’amore per gli amici. Senza questi principi, come si può essere felice? Come si può fare a meno di aspirare a ciò che c’è di più alto, come si può fare a meno della castità del corpo e dello spirito, dell’amore dello studio, degli amici? E trova sempre di più che non può discutere con dei giovani uomini che parlano solo di cavalli, di cani e di piaceri, che non hanno né serietà nel loro carattere, né il desiderio di perfezionarsi e di migliorarsi. Si sente arricchito da tutto quello che ha visto, letto, pensato quest’anno.

Nel 1816, si reca in Svizzera; nel 1817 tra le montagne della Baviera. Legge ancora molto Pascal, Ariosto, Omero, Orazio, Alfieri (col quale trova diverse somiglianze) [2], Tasso, Goethe, Byron, Camoens, Calderon, etc.. Fa molti progetti di tragedie, poemi eroici, o che ne so io, tutta l’effervescenza di un talento che vaga. Si riconosce in un libro sul temperamento nel capitolo: Del malinconico sensuale. Ci sono molti impulsi di amicizia-amore che non portano a nulla, e tuttavia è feroce conro quelli che lo cercano. Ha una natura molto maschile nelle sue virtù, come nei suoi difetti. Bisogna che sia lui quello che ama, che scopre, che distingue, e reclama una simpatia che non trova affatto. Si intravedere, confrontando i frammenti pubblicati del suo diario e le sue poesie di quel tempo, come un certo amico, ad esempio Voelderndorf, lo preoccupava e lo interessava. Riporta nel diario ogni volta che ha incontrato un giovane, educato e gentile; costruisce senza dubbio ogni volta un’impalcatura di speranze. Nota in una bella poesia l’improvvisa emozione di un amico alla vista di Platen e si chiede se è il poeta che ha fatto battere il cuore dell’amico, o se si tratta di una coincidenza. A quel tempo, Platen si accontenterebbe di molto poco, ma non si stupirebbe di ottenere tutto. Ritiene di essere diventato molto ragionevole, crede di aver rinunciato ai sogni che rendevano la sua vita sopportabile. È pieno di pudore, di diffidenza, non crede nella sua vocazione, è riconoscente quando viene incoraggiato. Vorrebbe avere un consigliere, ha troppa falsa vergogna per coltivare quelli che lo potrebbe aiutare. Trova un brano nelle Confessioni di Rousseau che si applica a lui, l’unione ” di un temperamento molto ardente, delle passioni vivaci e delle idee lente a nascere, imbarazzate, e che non si presentano se non col senno di poi.” Ritiene che il suo merito consista nella sua lotta per arrivare alla verità e al bene. I viaggi sono per lui una distrazione squisita. Credo che sia impossibile leggere le sue impressioni di viaggio senza provare simpatia per lui.

Il giorno prima del suo ventunesimo compleanno, una delle sue poesie viene pubblicata, ne manda subito delle copie ai suoi genitori, a Max von Gruber, a Fugger, a Dall’Armi, a Perglas, ecc.. Il suo amico Schlichtegroll, che ne aveva venticinque copie, ne manda una al pittore a Issel, e Platen e riceve da lui una foglia cresciuta sulla tomba di Virgilio.

Nonostante i suoi amici, che amano tutti le lettere e le scienze, per lui la vita a Monaco diventa insopportabile e la voglia di istruirsi, di imparare cresce talmente in lui, che ottiene che il re lo mandi in una Università, prima a Würzburg e poi a Erlangen, prima per una anno e poi per un periodo più lungo. Il re gli corrisponde 600 guldens l’anno (era un privilegio concesso a qualcuno dei paggi), suo padre gliene dà 300, e ne riceve come ufficiale 12 al mese. Dopo sei mesi di Würzburg, Schelling, che lui aveva conosciuto da bambino, lo trattiene a Erlangen. Platen ci resta fino al 1826.

Non appena arriva a Erlangen, il cambiamento di ambiente, i professori che si interessano a lui, gli studenti che sono intorno a lui, l’ardore del lavoro, gli fanno alla fine trovare la sua strada poetica. Inizia a scrivere canzoni ammirevoli che solo l’ingiustizia ha fatto conoscere meno di quelle di Heine.

Platen deve ora essere pervaso dal suo ideale maschile, dal suo amore maschile. Ama in silenzio, si dichiara. «Tu mi richiami a un dovere doloroso. Ancora per un’ultima volta ti abbraccerei, non mi ricordare nulla prima. Chi potrebbe avvicinarsi a te con l’indifferenza, Chi potrebbe con freddezza vedere la bella, la divina figura, la divina, la bella forma. – Studia la mia vita; esaminala per vedere se sono mai stato bruciato da un amore colpevole – è solo la tua presenza dionisiaca che ha conquistato il mio cuore.

“Tu dici che mi sono sbagliato, tu me lo giuri, ma io so che mi hai amato, ma ora non mi ami più. I tuoi begli occhi bruciavano, i baci bruciavano anche di più, tu mi amavi, confessalo, ma tu ora non mi ami più. Non conto su nessun ritorno del tuo amore. Confessa solo che mi hai amato e non mi ami più.”

È impossibile sapere a chi siano indirizzati questi versi, ma sono facili da decifrare. Platen, essendo sempre alla ricerca di un’anima fraterna e appassionata, deve aver avuto parecchie delusioni; era amato in modo calmo, superficialmente, ma non con passione, e, probabilmente, coloro che lo avrebbero amato con passione, fisicamente, non lo avrebbero attirato. Perché in lui i sensi si confondevano quando l’immaginazione si infiammava.

Nel 1820 scrive (il 24 febbraio): “Non indagare mai il mio segreto, tu non devi approfondirlo, la simpatia te lo svelerebbe, se noi ci capissimo. Non chiedere più che cosa ci separa. È sufficiente che siamo separati l’uno dall’altro. Quello che mi sta intorno, non mi comprende e mi travolge e mi spinge, ma se cerco di consolarmi nella poesia mi ritrovo del tutto.”

Platen, comprendendo finalmente il suo amore unisessuale, non è rimasto danneggiato o depravato da questo fatto.

Ha 24 anni, è ardente, innamorato, e vuole amare solo a modo suo e solo colui che egli crederà degno di essere amato.

Egli vuole appassionatamente trovarlo, si getta alla sua ricerca, si riprende, e allora è contento del riposo del suo cuore e del suo lavoro. Il 10 maggio 1820: “La primavera ha invitato tutti, ma non me. Mi ha visto prigioniero, ero attaccato alle sue guance, a quella faccia. Ora sono libero, ora arriva la primavera, solo ora posso godere appieno, anche se più tranquillo e più calmo dei ruscelli e delle rose.”

Nel mese di luglio si sente di nuovo innamorato. – Ma nel mese di agosto trova che solo l’eco gliene è rimasta. Il suo cuore chiede amore ma lui non sa chi amare. Questa condizione di incertezza del desiderio gli strappa molte delle poesie più belle della letteratura tedesca.

È molto interessato al Persiano, studia Hafiz, scrive degli affascinante Ghaselen molto ben accolti e apprezzati, poi arriva alla sua grande passione per Otto von Bulow nel 1821; il 13 luglio fa la sua conoscenza. Era un giovane ufficiale dei dragoni di Hannover, che aveva ricevuto il permesso di trascorrere un anno presso l’Università di Erlangen. Era gioioso, leggero, senza affettazione e senza arroganza, sempre gentile e amabile.

Platen, malinconico di natura, che annotava con gioia e stupore i due amici con i quali aveva riso molto nel corso della sua vita, si innamora perdutamente, appassionatamente, platonicamente di Otto von Bulow. Legge i sonetti di Shakespeare con avidità e ci ritrova tutto il suo affetto per Bulow. Pieno di Hafiz e del suo amore, ritrovando finalmente l’ideale sognato e desiderato, non ci si può stupire della rapidità con la quale la passione di Platen si esaltò per il suo “bell’amico”, come Fugger lo chiama nelle sue lettere a Platen. L’attività letteraria del poeta aumenta naturalmente molto; studia molto i libri e le letterature orientali, si fa arrivare libri da Londra, Vienna, Monaco. – Legge Calderon e Sofocle, e accoglie con favore il sentimento religioso profondo che penetra l’Aiace. – Durante una breve assenza di Bulow, scrive una poesia su di lui dove il nome di Bulow si ritrova in ogni strofa. Vediamo la sua gloria ma anche la paura che Bulow sul petto di una bella ragazza, prenda in giro forse il suo amico. – “Dovrei morire se non ti scrivessi; perdonami, Bulow, di amarti così tanto. Chi non sarebbe incatenato da questi occhi e da queste guance? A chi non piacerebbe una tale allegria, ma soprattutto un cuore così onesto? Il bel Bulow non lo cede che al bene.”

Questa felicità (penso sia ridicolo dubitare della castità di un amore così eloquente e esaltato in quel momento) non durò a lungo. All’inizio di settembre Bulow viene richiamato nel suo paese e Platen lo accompagna fino a Goettingen. Lì, abbandonato alla sua disperazione, compone la maggior parte dei “Ghaselen” dello Specchio di Hafiz, che riflette esclusivamente l’amore di Platen per Bulow. Legge Cervantes, Persiles e Sigismunde, e altri libri in diverse lingue.

Incontra Goethe, e altri ancora, ma senza trarne alcun profitto, perché riceve una lettera da Bulow che gli dice che è costretto a rimanere ad Hannover. La disperazione di Platen appare nelle sue lettere a Fugger. Giura di non scrivere più poesie prima di rivedere Bulow. Si riconosce la delicatezza di cuore e di spirito del fedele Fugger leggendo le sue lettere. Non cerca di consolare il suo povero amico raccomandandogli la rassegnazione o l’oblio. Gli consiglia, invece, di sperare in un incontro con Bulow; Bulow, dice, non potrà dimenticarlo né smettere di essergli riconoscenti[3]. Fugger viene anche a trascorrere un po’ di tempo con Platen, a Erlangen, per distrarlo.

Nel mese di dicembre 1821, Platen sogna di fare un lungo viaggio a Pasqua per rivedere Bulow. Avrebbe fatto il viaggio a piedi, spendendo circa due guldens al giorno. Non avrebbe avuto abbastanza denaro per vedere Bulow a lungo, ma almeno lo avrebbe visto; poteva anche andare al mare insieme con lui.

Legge la Bibbia ogni sera a letto, e il primo gennaio gli viene l’idea di scrivere un dramma su Davide e Jonathan, argomento che gli era già venuto in mente in passato.

Il 3 febbraio, vede l’affascinante Liebig e fa la sua conoscenza il il 17. Il famoso scienziato non aveva ancora 20 anni ed era allora, come molto tempo dopo, estremamente attraente. Una tenera amicizia lo legò subito a Platen. Il 17 Platen scrive: “Ha in tutto idee chiare e sa quello che vuole; più due uomini si avvicinano l’un l’altro, più cercano di svelarsi l’uno all’altro, più diventano enigmatici, e solo un uomo superficiale può credere che due uomini si conoscano veramente.” Scrive versi per Liebig. Liebig lascia Erlangen quasi subito e in maggio trascorre un paio di giorni con Platen a Darmstadt; non rivide mai più Platen, ma continuarono comunque a scriversi, ad amarsi, a rispettarsi, e Liebig, più tardi testimoniò pubblicamente la sua amicizia per Platen. Quest’ultimo non andò a raggiungere Bulow, per motivi che non conosco. Fu per mancanza di denaro, o Bulow si era troppo raffreddato nei suoi confronti?

In ogni caso, annuncia a Fugger, quando torna dal suo viaggio, che è andato solo fino a Colonia. Si spiega a voce.

Una nuova passione sembra aver preso possesso di lui, o meglio è la stessa passione per un ideale che non può addomesticare né trattenere. È Cardenio che egli considera il nuovo simbolo, la nuova incarnazione del suo idolo. Il 22 Luglio 1822, gli scrive una epistola in versi, un’altra il 19 agosto. – Scrive diversi ghaselen e nel 1823 sette sonetti a Cardenio, e il 13 marzo un ghasele (a Krieger, studente a Erlangen), che sembra chiudere l’episodio: “L’edificio di schiuma della speranza si disfa -, eppure stavamo così bene insieme – i capelli scuri, il mio viso … ” le poesie dedicate a Cardenio sono tra le più autobiografiche e le più chiare.

Platen nega sempre di bruciare di un amore proibito,[4] e si lamenta della crudeltà del suo amico. Cardenio è freddo e orgoglioso, sottile e dolce. -La sera Platen lo vedeva lavorare coi suoi capelli ricci illuminati dalla lampada. Cardenio è la sua ultima speranza, ci sono momenti in cui lui pensa che entrambi soffrano allo stesso modo. Non può capire se ispira odio, una predilezione per lui o indifferenza.

Ah! se potesse solo riposare sul petto amato di Cardenio. Ah! No, perché una testa più bella poggia sul suo petto; “Prendi questa lettera, dalla al tuo beneamato perché si chieda se sente in sé una consistenza come la mia.”

Desidera di essere la pipa tra le labbra di Cardenio, che riceve il suo bacio perpetuo, invidia il suo berretto, lui che non ha quasi mai potuto toccare i suoi capelli. È stato illuminato, una sera d’inverno da Cardenio che portava una torcia, e questo ricordo gli ispira un bellissimo sonetto. – Dopo lunghe prove e lunghi dubbi, sembra che dei nemici di Platen (i poeti ne hanno sempre, particolarmente quelli sobri, quelli chiusi e quelli austeri che no si concedono troppo) abbiano indisposto Cardenio nei confronti del suo amico. Un fatto casuale li lasciò soli per tutta la notte, e Platen osò mettere il suo braccio intorno a Cardenio e confessare il suo amore. Cardenio non sembrò affatto timido, e non si ritrasse, sembrava essere acquiescente col suo silenzio, e Platen lo lasciò, ebbro d’amore, credendo che le loro anime si stessero fondendo, che i loro cuori andassero a battere uno accanto all’altro, credendo Cardenio suo – ma i giorni che seguirono Cardenio divenne sempre più freddo, sempre più duro, e Platen si lascia andare ai lamenti armoniosi. Se il suo desiderio fosse stato colpevole avrebbe capito quella freddezza; tutto lo rattrista; aveva uno specchio senza macchia in cui specchiarsi, ora non può specchiarsi che in ciò che è morto, e nascondere tutti i dolori che gli si preparano.

I desideri di Platen si precisano: risposare sul petto di un amico intellettuale, bello e degno di fiducia sembra essere l’ideale amoroso di Platen. Si ritroverà, tre anni più tardi, nel 1826, lo stesso ideale nei sonetti a Karl-Theodor German, e anche nel grande sonetto trionfale che si trova verso la fine dei sonetti.

È questa aspirazione amorosa senza uno scopo sessuale o pronunciato o ammesso che ha fatto in modo che il furioso e triviale Heine chiamasse Platen uomo tribade.

In ogni caso il desiderio di Platen, nel suo orientamento e nella sua intensità è assolutamente uranista, unisessuale platonico. La sodomia, i rapporti sessuali sono molto lontani da questo amore; e questo è probabilmente quello che lo aiuta a risollevarsi, agli occhi di Platen, quello che glielo fa definire un amore non colpevole. – Dal punto di vista della religione o del codice delle convenzioni sociali, ovviamente, si potrebbe dire che questo tipo di castità è pericoloso e riprovevole, ma come potrà l’amante giudicare in questo modo di un amore tirannico, che non chiede nulla di quanto la dissolutezza domanda?

“Il mio amore può non essere lodevole, dice Platen un giorno, ma sembra temerario biasimarlo.”

Platen non è mai stato falso o ipocrita; e quando ha proclamato il suo amore per Otto von Bulow e per Cardenio, credeva sinceramente di amare in modo elevato e dignitoso. Egli ha creduto di decentralizzare l’istinto sessuale, di trasfigurare i sensi, facendo loro provare sensazioni spirituali, e di consolare l’anima insegnandole emozioni corporee. “Io sono per te ciò che l’anima è per il corpo, che il corpo è per l’anima, io sono per te quello che la donna è per l’uomo,[5] ciò che l’uomo è per la donna” dice in un ghasele, ed esprime così con franchezza la natura del suo amore. È la passione della similarità, dell’omosessualità, che spinge Platen.

L’uranismo, l’unisessualità si differenziano in lui in questo modo: messo da parte il sesso femminile, il suo amore non si indirizza né agli effeminati, né ai giovanissimi, né agli uomini maturi.

Platen è sempre stato tutto d’un pezzo, diretto, e come tale è stato anche trattato da tanti uomini illustri, con rispetto e considerazione. L’elenco dei contemporanei che hanno reso omaggio al suo carattere e al suo talento è lungo e contiene nomi nobili. “Io, che non ho mai amato l’arte o la bellezza a metà, ho il diritto, dice, di far sentire accenti raramente sentiti”, ed è certamente quello che anche i suoi amici hanno pensato. Goethe si è fatto un punto di onorare di rendere omaggio pubblicamente a Platen e di affermare la sua superiorità rispetto Ruckert.

Nel 1823, dopo la delusione di Cardenio, Platen scrive con ispirazione e facilità parecchie poesie, e grazie alle lettere di Liebig, grazie all’amicizia del professor Engelhardt, di Schelling, di Bruchmann, dello scienziato Doellinger, di Kernell, un giovane tisico col quale studiava lo Svedese, vide splendidi giorni. Questo è il culmine del suo soggiorno a Erlangen. In Platen, che non ha nulla dell’erotomane o del degenerato, le sofferenze d’amore sono seguite da una grande attività intellettuale, come accade a tutti gli uomini superiori che non cercano l’oblio nella dissipazione o nel piacere.

Egli scrive in cinque giorni “La scarpetta di vetro”, una favola. Il flemmatico svedese Kernell ne fu così affascinato che si gettò al collo Platen; – E il racconto, letto agli amici e alle loro mogli e sorelle, ebbe molto successo.

Le ultime Ghaselen furono molto ben accolte. Platen riceve da Cassel, da Ludwig-Sigismund Ruhl,[6] una lettera interessante. Ruhl gli dice che la simpatia è un mistero che non vuole approfondire. I primi versi di Platen gli avevano già fatto conoscere una simpatia che proviamo per poche persone. Sembra aver capito Platen prima che Platen stesso si capisse e non esita a dirglielo. Se mai si incontreranno, Platen potrà convincersi del rapporto tra le loro menti e le loro vite. Desidera una risposta. Platen gli chiede il suo ritratto e lo riceve accompagnato da una lettera entusiasta.

La poesia drammatica ora interessa Platen. Scrive il Tesoro di Rhampstnit, Aucassin e Nicolette. Il 21 agosto 1824 si reca a Venezia. Il suo primo volume di commedie gli è valso 154 fiorini. La zia di Hannover gli ha mandato sei luigi d’oro. Venezia gli ispira gli ammirevoli sonetti veneziani, e si entusiasma dei pittori italiani, per il vangelo della bellezza. Il suo gusto artistico si perfeziona e matura.

Venezia gli fa dimenticare la sua vita passata, e si trova in un presente senza ieri.
Il 24 ottobre festeggia il suo compleanno a Venezia andando la mattina a vedere Barbara de Palma nella chiesa di S. Maria Formosa, poi Tiziano e Bellini a S. Giovanni e Paolo, poi il Cristo di Campagna a San Giuliano, poi va a S. Crisostomo a vedere Piombo, poi a San Samuele a vedere il “Sebastiano” del Veronese, io non continuo l’itinerario. Il 9 novembre, si stacca da Venezia e il 19 arriva a Monaco dopo sette anni di assenza. Pensa che lì era stato felice, sconosciuto e impegnato. Va a trovare Xylander e sua moglie e altri amici, vecchi e nuovi. Viene festeggiato, i suoi sonetti sono applauditi.

Rivede dopo sette anni Eufrasia, che aveva creduto di amare, e che nessun’altra donna era venuta a cancellare nella sua mente. – Torna a Erlangen che ora lo annoia, viene punito militarmente per aver superato il suo periodo di congedo militare, e resta dal 2 gennaio al 22 marzo agli arresti a Norimberga. Legge molto in questo periodo e scrive in prosa e in versi.

Il 23 marzo, riceve una lettera di una poetessa malinconica, innamorata di Platen. Erlangen non gli piace di più dopo Venezia e Monaco. I suoi amici sono troppo occupati, e ha bisogno di vedere facce nuove, posti nuovi.

14 giugno a Erlangen va in scena la sua commedia (Aucassin e Nicolette) con grande successo davanti ad un pubblico giovane e amico.

È acclamato dal pubblico e viene portato quasi suo malgrado sul palcoscenico. Schelling dopo lo spettacolo riunisce degli amici per onorare il poeta.

È qui che si fermano i frammenti del diario che dobbiamo al professor Engelhardt e a Karl Pfeufer.[7]

Nel 1826 Platen scrisse una commedia aristofanesca e anche ventisei sonetti per Karl-Theodor German, sonetti e elegie, di ribellioni, di desideri, di passione. In una lettera a Fugger, dice che l’autore della commedia è il più sfortunato degli uomini.
Questi sonetti a Karl-Theodor German sono tra i più belli della letteratura tedesca. Platen nel sonetto vola al di sopra sopra tutti poeti tedeschi, compreso Goethe.
La perfezione della forma, l’emozione struggente e sontuosa si riflette in essi perfettamente. Il sentimento è lo stesso dei sonetti di Shakespeare (con la nota personale) e la forma è quella del sonetto italiano o francese. Platen nei suoi sonetti ha raggiunto una delle vette della poesia. Ma non ricevette apparentemente che ostilità e male da parte di questo German, e fu perseguitato ancora una volta dalla sua scelta infelice. Quelli che amava di più gli sono stati portati via dall’assenza o non sono mai stati suoi. È sempre stato pronto ad amare fedelmente, costantemente, sempre, e non ha mai avuto l’occasione di dimostrare la sua sincerità, ma ha mantenuto almeno una promessa, quella di dare l’immortalità, la celebrità.

Chi conoscerebbe Otto von Bulow o Karl-Theodor German senza il grande poeta?

L’ultimo sonetto (il ventunesimo) [8] del poeta imbevuto di amarezza si conclude così: “Quanto sono stanco della mia patria!”

E nello stesso anno si recò in Italia dove rimase fino alla sua morte a Siracusa, con l’eccezione di un viaggio a Monaco per vedere la sua amata madre divenuta vedova.

La raccolta di novantasette sonetti termina in un modo sorprendente e unico. Dopo essersi consolato delle sue sofferenze d’amore, ricordando che ha sempre ripristinato l’equilibrio della sua vita con tutta la forza e tutta la dignità della sua anima, il poeta che ha tanto amato e tanto sofferto, termina con una epitalamio di amore unisessuale vittorioso e con il suo proprio epitaffio, dicendo con calma quello che ha fatto, vantando quello stile puro che non è stato superato, le sue odi e sonetti, e la sua influenza sulla lingua tedesca.

Arrivò a Roma il trentesimo anniversario della sua nascita e morì a Siracusa 5 Dicembre 1835.

Questa non è una biografia di Platen, e neppure la sua storia letteraria. Per questo poche righe saranno sufficienti. Avendo avuto grande successo (ed essendone cosciente) nella ghasele, nella canzone, e nel sonetto, l’ode è l’unica forma lirica che lo incanta e ne scrive di sempre più complicate e formalmente rigorose. Ora si conosce a fondo. Ciò che diverte gli altri laggiù nel suo paese, non lo diverte. La natura, per la sua sofferenza, ha affinato suo udito e gli ha permesso di utilizzare la musica per perpetuare ogni dolore. È stato calunniato e, nonostante il suo silenzio, ne soffre molto. Anche in politica (e la politica lo interessa sempre di più) non può dire quello che pensa. Bisogna dunque mettere da parte (dice in un’ode) il manto dell’illusione, l’abito ricamato dei sensi.

E l’ode seguente, con la sua malinconia amorosa dei baci di miele, i suoi sospiri e i suoi sguardi, messaggeri di felicità, forse, e il silenzio e l’oscurità, mostrano che il sentimento poetico non dormiva nemmeno in questa attraente Italia. Non vedeva forse allora frequentemente un giovane artista italiano, la più bella creatura che avesse mai incontrato? Ma ben presto la sua bontà, il suo affetto e il suo desiderio di essere utile lo legano ad August Kopisch, musicista e poeta, che ha espresso lui stesso la sua gratitudine verso il suo illustre amico.

“Il nostro legame non è come la maggior parte dei legami, ha detto Platen, i nostri testimoni sono il mare e la terra. L’immagine della tua immagine da lungo tempo era in me, dal momento in cui la vocazione all’amicizia si era risvegliata nella mia anima che desidera tanto rivedersi, ma più nobile, in un altro. Petto contro petto, servi dell’amore, costruiamogli una nuova Roma.”

Dopo il 1829 le poesie d’amore cessano. Quell’anno compare l’Edipo Romantico, grande commedia Aristofanesca; poi, nel 1833, una storia del Regno di Napoli dal 1414 al 1443, quindi la Lega di Cambrai; poi, nel 1834, il bel poema in nove canti, gli Abassidi; poi, nel 1854, la seconda edizione delle sue poesie. Dopo la sua morte furono pubblicate le sue poesie politiche.

Il clima dell’Italia, i suoi molti amici italiani, i Tedeschi che vi viaggiavano, gli ammiratori che gli scrivevano, i suoi amici in Germania che lo amavano sempre, e l’assenza delle coercizioni che aveva subito in Germania, certamente gli resero più felici gli anni d’Italia. E si può essere certi che anche in questa Italia così voluttuosa e meno ipocrita della sua Baviera, Platen non rinunciò né ai suoi principi, né alla sua dignità. Il piacere senza amore non lo ispirò mai, e un poeta così autobiografico avrebbe sicuramente cantato i bei corpi e le carezze classiche se l’amore venale avesse giocato un ruolo importante nella sua vita. E un uomo così onesto e veritiero (sua madre, che gli sopravvisse, diceva che non aveva mai detto una bugia), se avesse scritto, avrebbe scritto la verità. Prima del 1829 si trovano ancora delle odi d’amore molto belle, e ci si stupirebbe se dopo aver tanto sofferto di amare senza corpo, Platen non fosse stato tentato da corpi senza anime; tentato, ma non sconfitto.

Quando ci si deciderà a pubblicare il diario completo di Platen, penso che la morale, la psicologia e la letteratura ne guadagneranno molto.

Platen è, secondo me, chiaramente il poeta maschio e uranista dell’amicizia entusiasta e dell’uranismo più elevato. E, come lui stesso ha detto, se è impossibile lodare la sua concezione dell’amore, è temerario incolparla. Volle soddisfare nella maniera più intellettuale e ideale le esigenze della sua natura delicata e ardente, ricercando sempre l’immagine che aveva dentro di sé, cercando di trovare questo nobilissimo specchio, non contento di nessun’altra consolazione che l’amicizia e l’arte, quando gli mancava l’amore. Perché non si devono confondere le sue amicizie e i suoi amori. Le sue amicizie furono durature in quanto erano basate sulle sue solide virtù; i suoi amori non lo furono perché erano un’illusione, un ideale da perseguire, dei simboli di culto.

“Ci sono due anime che si capiscono completamente? Ha detto; che l’uomo cerchi la risposta a questo enigma, cercando degli uomini come lui, fino alla morte, fino a quando potrà cercare e morire.”

In una lettera a Schwab Guslav, da Roma, 16 febbraio 1828, Platen parla di un giovane Waiblinger che aveva scritto una poesia per lui e ne desiderava una. Il poeta rifiutò perché questo Waiblinger gli ripugnava troppo. “Ha talento, ma non abbastanza. La sua permanenza in Italia gli è funesta. Le sue poesie non sono migliori perché ci mette il Pantheon, il Colosseo, ecc.. Ma come volete che si diventi un Sofocle quando si è vissuto come un maiale, cosa che egli stesso ammette ogni giorno, perché la sua franchezza, non teme di essere disgustosa. Lord Byron, è vero, è stato in grado di dare qualche credito ai geni libertini, ma certamente non si è comportato male nemmeno la metà di quanto hanno detto, e poi viveva nel lusso e non aveva bisogno di frequentare taverne e bordelli.”

I rapporti tra veracità, bugie e vita sessuale sono stretti. Gli effeminati sono bugiardi a tutti i livelli, dalla perfidia minuziosa all’incoscienza, fino all’incontinenza delle falsità. Osservano male e riferiscono male ciò che hanno osservato. Si conoscono dagli isterici, dai malati, dai criminali, dagli alienati, le esagerazioni della menzogna e della sessualità.

Le cortigiane o le indipendenti, Ninon de l’Enclos e i suoi seguaci si sono talvolta piccati di essere onesti, cosa che è molto difficile per molti effeminati, e impossibile per un certo numero.

L’uranista, l’unisessuale maschio, come Platen o Michelangelo, che è sincero con se stesso e con gli altri, è in una posizione particolare per quanto riguarda la sua sessualità, una volta raggiunta l’età della ragione.

Il suo temperamento focoso, vivace, infiammabile, gli fa desiderare furiosamente un amore completo senza paura, senza ritegno e senza sospetto, la sicurezza nell’amore, allo stesso tempo ha un ideale del quale non saprebbe fare a meno. Non può fingere di amare qualcuno che non gliene sembra degno per ottenere la dolcezza dell’illusione. Gli effeminati, i presuntuosi, gli avidi, i volubili, i curiosi, quelli che si abbandonerebbero all’apparenza per un po’ di divertimento, non possono capire la posizione dell’uranista che la verità e la veridicità difendono dai piaceri frivoli, dalle passioni ingannatrici, dai rapporti che non durano, e che hanno troppo da fare, troppo da sperare, per ubriacarsi dei piaceri dell’Eros di strada.

Insegniamo in primo luogo la verità, la veracità, la sincerità, se vogliamo che l’uomo sessuale, eterosessuale o unisessuale, non inciampi sotto il peso della sua sessualità.
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[1] Oggetto di queste poesie giovanili è l’amore di una ragazza per il suo beneamato.

[2] La stessa timidezza, la stessa “taciturna natura” [in Italiano nel testo], la stessa lentezza e “ritrosità” [in Italiano nel testo] verso le nuove conoscenze, la stessa testardaggine, la stessa ostinazione. Era contento, come lui, di essere nobile perché poteva più facilmente disprezzare i pregiudizi della sua casta senza essere accusato di invidia. Non gli piaceva neanche la danza. Non poteva abituarsi alla coercizione militare, e provava sempre una certa malinconia, quando non gli piaceva qualcuno o qualcosa.

[3] Ancora una volta devo trascurare parecchie sfumature interessanti e parecchie gradazioni delicate.

[4] Come Michelangelo in molte poesie.

[5] Heine ha commesso l’azione volgare di citare solamente questo emistichio e non il successivo.

[6] Una biografia di quest’uomo interessante è auspicabile.

[7] Pubblicato nel 1860.

[8] A K. T. German.

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