GAY, OMOFOBIA E SITI DI INCONTRI

Questo post intende sottolineare le conseguenze dalla mancata integrazione sociale della omosessualità e della diffusa omofobia ambientale sulle persone gay in termini di perdita della dimensione affettiva della sessualità e di aumento della dimensione trasgressiva della sessualità e del rischio aids.

Di fronte ai numerosi suicidi di adolescenti gay che in tutto il mondo arrivano a fare notizia sui giornali (molti restano volutamente nascosti per scelta delle famiglie), di fronte a quanti hanno perso la vita per ragioni di odio omofobico, di fronte alla frequente e marcata istigazione alla discriminazione e all’odio operata da ambienti religiosi, le persone che hanno un senso morale non possono rimanere indifferenti. Gli atteggiamenti omofobici e discriminatori ricevono ogni giorno incredibili legittimazioni. Fortunatamente, in molti stati la civiltà del diritto costituisce un freno all’odio omofobico e una spinta alla integrazione degli omosessuali, ma è innegabile che ancora nel XXI secolo, anche nei paesi in cui l’omosessualità non è considerata un crimine e perfino in quelli in cui sono state estese ai gay le norme sul matrimonio e sull’adozione, sussiste tuttavia, a livello sociale, una forma di silente ma potente discriminazione che agisce sulle persone gay fin dall’adolescenza e le abitua alla emarginazione come se fosse il loro destino ineluttabile.

Quali sono le conseguenze di tutto questo?

Quando un adolescente si rende conto che la sua affettività e la sua sessualità sono profondamente e spesso violentemente discriminate sia delle famiglie che dall’ambiente sociale, le reazioni possono essere molteplici: dalla tendenza alla auto-repressione e alla depressione, fino ad atteggiamenti di rivolta e di sfida verso la famiglia e la società. In ogni caso, al di là delle reazioni esterne, si mette in moto un meccanismo di ricerca di confronto e di dialogo che non trova alcuna risposta seria né nelle famiglie, né nelle istituzioni scolastiche né in quelle religiose, sociali o ricreative. Ed è proprio a questo punto che intervengono altri strumenti, oggi disponibili, che hanno modificato le prospettive dei gay da una decina di anni a questa parte, parlo di internet e di quanto i ragazzi possono trovare su internet, non solo in termini di confronto e di dialogo ma anche il termini di offerta sessuale facile, cioè di siti di incontri e di video-chat.

Esistono in rete siti estremamente seri di informazione e di confronto tra persone gay ma va comunque detto che costituiscono una parte nettamente minoritaria dei servizi offerti via web e anche l’utenza è decisamente minoritaria. La grande maggioranza dei siti etichettati gay è costituita da pornografia, da siti di incontri e da video-chat.

Tutto ciò che per un ragazzo etero costituisce la normale vita affettiva e sessuale, che può essere vissuta sotto gli occhi di tutti, famiglia compresa, come innamorarsi, scambiare tenerezze con la persona amata, potere parlare apertamente dei propri sentimenti, per un ragazzo gay è di fatto o impossibile o estremamente complicato. Un ragazzo gay trova gravi difficoltà nel dichiarare il proprio amore ad un altro ragazzo, non ne può parlare con gli amici o con la famiglia e se arriva ad avere un ragazzo, salvo rarissime eccezioni, lo tiene molto lontano dall’ambiente familiare.

Se un ragazzo gay non ha la possibilità di realizzarsi nel suo ambiente familiare e sociale tende inevitabilmente a realizzarsi attraverso altre strade e qui la strada più facile è anche la più pericolosa: parlo dei siti di incontri e delle chat erotiche.

L‘enorme numero di utenti delle chat erotiche e dei siti di incontri dovrebbe fare riflettere. Questi siti sono una risposta, e spesso l’unica risposta, anche se disfunzionale, a delle reali esigenze di tipo affettivo e sessuale che non possono essere né ignorate né represse. Se per un ragazzo diventa impossibile vivere una vita affettiva e sessuale normale alla luce del sole, con la consapevolezza e l’accettazione delle famiglie e della società, è inevitabile che quel ragazzo cerchi altrove la realizzazione delle sue aspettative, che sono le normali aspettative di qualsiasi ragazzo ma che appaiono devianti e patologiche perché sono riferite ad un altro ragazzo anziché a una ragazza. Tentare di frenare e di reprimere una esigenza concreta e impedire che si sviluppi secondo i canali normali significa automaticamente favorire la creazione di canali alternativi attraverso i quali quella esigenza possa trovare risposta. Accade un po’ come per il proibizionismo: vietare l’uso dell’alcol nei comuni luoghi di vendita e di consumo significa incrementare altri canali di diffusione.

I SITI DI INCONTRI

I siti di incontri sono nati per offrire agli utenti incontri di sesso facile, questo vale per gli etero e vale ancora di più per i gay: se nella realtà quotidiana è pressoché impossibile trovare un ragazzo gay, o meglio ancora sceglierlo e poi trovarlo anche sessualmente disponibile senza alcuna complicazione, il sito di incontri ti risolve il problema, puoi vedere i profili dei ragazzi, le foto più o meno esplicite che hanno inserito, puoi caricare nel sito le tue foto e soprattutto hai la pratica certezza di trovare risposte numerose e rapide tra le quali scegliere il tuo partner ideale. Un ragazzo gay è indotto a credere che tutto quello che non è possibile nella vita quotidiana diventi invece reale attraverso il sito di incontri. In pratica il sito di incontri è visto come lo strumento unico e insostituibile per la realizzazione non di un contato sessuale ma della propria vita affettiva. Il sito si presenta come la risposta ad un’esigenza affettiva profonda che non trova altrove alcuna risposta ed è caricato quindi, proprio per questo, di attese affettive fondamentali.

I siti di incontri stanno diventando, con il passare del tempo, una componente accettata come “normale” nella vita di un gay e questo è dovuto proprio al rifiuto sociale della omosessualità cioè al “proibizionismo gay” che favorisce la creazione di canali alternativi per vivere comunque la propria vita affettiva e sessuale.

FASE DI ACCOSTAMENTO

Prima di registrarsi su un sito di in contri un ragazzo vive momenti di incertezza e di oscillazione tra tentazione e ridimensionamento razionale delle aspettative. Di fonte a persone che manifestano forti perplessità rispetto all’uso di questi siti le rispose classiche sono indicative: “Tu sei prevenuto!” “Conosco tanti ragazzi come si deve che si sono registrati.” “Ma non sono mica tutti maniaci sessuali.” “Io lo dico così ma mica mi sono registrato e non penso che lo farò” In genere una frase del tipo di questa ultima precede di poco la effettiva registrazione.

NARCISISMO

Quando un ragazzo entra in un sito di incontri è in genere impressionato molto favorevolmente dal fatto di trovare nel sito tantissimi ragazzi, molti dei quali anche della propria zona e quindi realmente contattabili. Pubblicare le proprie foto su un sito di incontri, tanto più se si tratta di un sito per gay, comporta un certo rischio di essere etichettati, ma questo rischio viene facilmente messo da parte per effetto di una pulsione narcisistica. In genere i ragazzi gay, anche quelli oggettivamente molto belli, sono convinti di non aver trovato un compagno per il fatto di non essere fisicamente all’altezza della situazione, il sito di incontri offre a questi ragazzi una risposta. Alla pubblicazione delle loro foto segue una pioggia di contatti, la dimensione narcisistica viene opportunamente gratificata: “se sono così numerosi i ragazzi che mi cercano vuol dire che io non sono affatto brutto!”

PROMISCUITÀ SESSUALE

In genere quando un ragazzo riceve molti contatti su un sito di incontri è portato a considerarli come considera una richiesta affettiva ricevuta nella vita ordinaria. L’alto numero di contatti ricevuti fa trascurare il fatto che i ragazzi che ci hanno lasciato il loro contatto hanno fatto esattamente lo stesso con molti altri ragazzi e che si tratta di richieste di scambi sessuali disimpegnati nei quali si arriva al sesso facilmente. Il rischio più grave dei siti i incontri è il rischio hiv, cioè il rischio di essere contagiati dal virus dell’aids ma esistono rischi di contagio per via sessuale per molte e gravi malattie come l’epatite virale, l’herpes virus e il papilloma virus.

La promiscuità sessuale è la prima variabile di rischio nelle malattie sessualmente trasmesse. È incredibile come ragazzi che hanno da altri punti di vista una razionalità altamente efficiente finiscano per mettere dal tutto da parte quella razionalità arrivando a parlare di “accettazione del rischio” o a sottovalutare il rischio sulla base del presupposto che il preservativo rappresenta una garanzia sufficiente. Spesso il livello di superficialità è tale che ci si accontenta di generiche dichiarazioni dell’altro in relazione al suo stato di salute: “Mi ha detto che sta benissimo e che fa il test ogni sei mesi”. Osservo per inciso che un ragazzo che frequenta siti di incontri e fa il test ogni sei mesi ha con ogni probabilità la fondata preoccupazione di essere sieropositivo. A seguito della diminuzione delle campagne anti-aids è anche comune la sottovalutazione dell’aids in sé e la convinzione che “adesso è una malattia che si supera con le cure giuste”.

LA FASE DEPRESSIVA E LA DIPENDENZA

Dopo i primi incontri sessuali i ragazzi cominciano a notare che i loro primi partner spariscono e che non si crea un rapporto affettivo. Tutto questo è talvolta vissuto come un “fare esperienze” nell’attesa che arrivi finalmente il ragazzo col quale si potrà costruire una storia seria, talaltra invece, e molto più frequentemente, come una realtà inevitabile che dimostra l’impossibilità per un gay di costruire rapporti seri di coppia.

Con il passare del tempo la sensazione che si tratti solo di un gioco sessuale che distrae da impegni necessari come quello dello studio e dal lavoro finisce per prevalere, ma si innesca un meccanismo di dipendenza, del tutto analogo a quello che crea la dipendenza dagli stupefacenti, si alternano cioè fasi in cui si fanno propositi di cancellare la registrazione dal sito di incontri e di eliminare tutti i contatti delle persone conosciute in quell’ambiente e fasi in cui la risposta depressiva al senso di vuoto conseguente all’abbandono del sito di incontri subentra rapidamente e induce al ritorno nel sito e alla ricerca di nuovi contatti. In genere la dipendenza più dirsi già instaurata quando l’intenzione di abbandonare il sito non è seguita dalla effettiva cancellazione dell’account e dei contatti, che restano quindi come ancora di salvezza.

CONSOLIDAMENTO DELLA DIPENDENZA

Quando la dipendenza si consolida negli anni si finisce per accettarla come irreversibile e per dare per scontato che “doveva andare così”. In realtà questi ragazzi, ormai uomini adulti, sono stati privati della loro affettività e l’hanno buttata via per cercare una soluzione semplice dei loro problemi. In questo modo l’omosessualità, che di per sé è un modo di amare, viene degradata all’esercizio di una sessualità senza affettività e porta inevitabilmente a sensi di profonda solitudine, che non dipendono dall’essere gay, perché di gay che si realizzano ce ne sono tanti, ma dall’avere trascorso anni e anni in una forma di vera dipendenza.

La droga non dà la felicità ma la momentanea illusione di essere felici al costo di divenire dipendenti, nello stesso modo i siti di incontri non realizzano e non posso realizzare i sogni d’amore di un ragazzo gay perché sono stati creati per un altro fine e portano anch’essi a forme di dipendenza. La responsabilità di tutto questo è dei ragazzi che cercano una possibilità di essere se stessi in un mondo ostile? È di quanti approfittano della ingenuità e dei problemi altrui per ottenere un utile economico gestendo siti di incontri? Oppure è di coloro che rendono tutto questo possibile alimentando l’omofobia e l’emarginazione dei ragazzi gay e favorendo di fatto, col loro moralismo discriminatorio, la crescita dei siti di incontri e l’espansione delle malattie sessualmente trasmesse, che sono inevitabilmente associate a questi nuovi usi sociali? A voi la risposta.

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http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=3074

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IL PAPA E LE NOZZE GAY

Di recente c’è stato nella stampa molto clamore in riferimento al messaggio del Papa per giornata della pace. Cito solo un articolo del Corriere della Sera: “Il Papa contro le nozze gay: offesa alla persona”.

Il messaggio del Papa in realtà non parla in modo esplicito di coppie omosessuali, lasciando alla stampa il compito di leggere tra le righe. Riporto qui si seguito, inserendo in nota tre spunti di riflessione, il brano di interesse per le Persone Omosessuali del messaggio di Benedetto XVI per la XLVI Giornata mondiale della pace, del 1° gennaio 2013, sul tema: «Beati gli operatori di pace». Il testo integrale del messaggio si può leggere alla pagina:

http://www.toscanaoggi.it/Documenti/Benedetto-XVI/Beati-gli-operatori-di-pace

“Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano (1) e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale (2).

Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace. (3)”

(1)     Se questa affermazione, che è volutamente non esplicita, si riferisse a coppie di fatto eterosessuali sarebbe opinabile ma avrebbe un senso concreto perché si baserebbe sul fatto che la scelta di unioni eterosessuali di fatto, al posto del matrimonio, è un fenomeno culturale in relazione al quale la Chiesa può realmente svolgere un’azione incisiva promuovendo i valori del matrimonio, se invece fosse da intendersi, come sembrerebbe, pur nell’ambiguità dell’espressione, come riferita anche a coppie omosessuali presupporrebbe una concezione del tutto irreale della omosessualità come fenomeno culturale verso il quale è possibile un’azione di contenimento attraverso la promozione del matrimonio eterosessuale. L’omosessualità non è una cultura, non è un’ideologia che si trasmette a livello sociale con i mezzi tipici della comunicazione culturale (non esiste una catechesi gay) ma è una identità personale profonda contro la quale può essere possibile un’azione di repressione, certo, ma non di orientamento tramite la promozione del matrimonio; la promozione del matrimonio (eterosessuale), in questi casi, favorisce la creazione famiglie in cui il rapporto tra i genitori manca di una componente importantissima. Il fenomeno dei gay sposati esiste eccome e non è nemmeno marginale. Non si tratta, in questi casi, di fare o non fare azioni di promozione del matrimonio per modificare un atteggiamento culturale ma di rispettare l’orientamento sessuale naturale delle persone.

(2)     Quanto all’insostituibile ruolo sociale del matrimonio riporto un solo dato di fonte ISTAT (http://www.istat.it/it/archivio/66665) relativo al censimento 2010. “I tassi di separazione e di divorzio totale mostrano per entrambi i fenomeni una continua crescita: se nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni erano 158 le separazioni e 80 i divorzi, nel 2010 si arriva a 307 separazioni e 182 divorzi.” Questo significa che in sostanza il 50% dei matrimoni finisce con separazione o divorzio.

(3)     Viene spontaneo chiedersi se la libertà costituisca essa stessa “un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace”.

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GAY E NORMALITA’ GAY

Questo post mira a chiarire gli effetti degli schematismi preconcetti sul modo di vivere e di percepire la sessualità da parte dei ragazzi gay.
Parlando in chat con ragazzi gay di tutte le età mi capita spesso di incontrare situazioni di disagio che si possono raggruppare in due categorie distinte. Per un verso si rileva il disagio dell’incertezza e per l’altro il disagio della certezza. Cerco di spiegarmi meglio, con l’espressione disagio dell’incertezza intendo riferirmi a situazioni in cui un ragazzo non trova risposte convincenti a domande che ritiene fondamentali, come per esempio “sono gay?” oppure “sono veramente innamorato di quel ragazzo?”, col l’espressione disagio della certezza intendo quello che si manifesta attraverso affermazioni assolute del tipo: “Mi sento anaffettivo, non mi innamoro mai di nessuno” oppure “Penso di essere dipendente dal sesso, penso proprio di essere maniaco”.
Ciascuna di queste forme di disagio ha i suoi elementi spia, nel disagio dell’incertezza sono espressioni ricorrenti come “non so”, “non capisco”, nel disagio della certezza sono i classici avverbi totalizzanti “sempre” e “mai”.
Da dove provengono queste forme di disagio? Spesso l’origine può essere rinvenuta nell’idea che sia necessario conformarsi ad un modello astrato di normalità che comporta ovviamente anche schematizzazioni e categorie (etichette) che finiscono per essere considerate parametri di normalità. Anche nel mondo gay si afferma una esigenza di normalità, la cosiddetta normalità gay: è normale che un ragazzo gay abbia una attività sessuale di coppia, quindi se un ragazzo non ha una vita sessuale di coppia, non è normale. Osservo che la categoria di normale/non normale passa dal comportamento alla persona. È considerato normale che un ragazzo gay abbia livelli “normali” di attrazione verso il sesso, se un ragazzo si sente attratto verso il sesso meno o più di quanto è ritenuto normale, quel ragazzo non è normale. La masturbazione è ritenuta normale durante l’adolescenza e non normale in età adulta, quindi un ragazzo di 25 anni che si masturba può sentirsi non normale. L’elenco delle normalità potrebbe estendersi alle pratiche sessuali, alla monogamia e a mille altre cose. Esistono poi altre categorie di presunta normalità che sono introdotte attraverso concetti che hanno riscosso un certo successo mediatico e che si sono consolidati come modello interpretativo accreditato, è il caso della “omofobia interiorizzata” che sembra la motivazione “normale” della non accettazione dell’identità gay o del “padre assente” che sembra essere la causa determinante “normale” della omosessualità. Tutti questi pseudo criteri di normalità e pseudo punti di riferimento sono recepiti spesso acriticamente e, come tutti i criteri di presunta normalità, creano emarginazione o auto-emarginazione.
Ovviamente il criterio di verifica della normalità dei propri comportamenti, per un ragazzo gay, non è basato sul confronto diretto con un ampio numero di altri ragazzi più o meno coetanei, come avviene tra ragazzi etero ma, se mai, sul confronto con un ristretto o ristrettissimo numero di amici gay se non addirittura su quanto si legge in internet. I miti di normalità sono paradossalmente più diffusi tra i gay che tra gli etero, non fosse altro perché in campo etero le verifiche e i confronti possono essere estesi ad una platea molto più larga di coetanei.
Il disagio derivante dal raffronto dei propri comportamenti con la pretesa normalità rischia di fare apparire erroneamente patologici comportamenti che non lo sono affatto. In passato il senso di non normalità era riferito essenzialmente al fatto di non essere etero, i problemi collegati all’accettazione della identità gay si sono attenuati rispetto a qualche decina di anni or sono, ma si sono fatte strada altre modalità per sentirsi non normali, questa volta si tratta di modalità interne alla dimensione gay. Un ragazzo gay si può sentire un gay che non si innamora dei ragazzi ritenuti prevalentemente belli dagli altri ragazzi gay, si può sentire troppo o troppo poco interessato al sesso, può essere attratto da pratiche sessuali che non sembrano quelle più gettonate della maggioranza dei gay, può avere dei suoi modelli di comportamento, troppo liberi o troppo poco liberi rispetto ai modelli più accreditati, ma in ogni caso quel ragazzo avvertirà una forma di disagio che lo farà sentire non normale, al di là di qualsiasi considerazione di buon senso. L’omologazione può arrivare a coinvolgere anche il modo di vestire, il linguaggio, il taglio di capelli e cose simili, come se esistesse un linguaggio gay o una moda gay e essere gay al di fuori di queste cose fosse di fatto una situazione di non normalità. Il sentimento di eccezionalità della propria condizione è tipico dei ragazzi gay e accentua la sensazione di solitudine, di marginalità anche rispetto agli altri gay e la tendenza al sentirsi vittima proprio perché eccezione rispetto alle regole della presunta normalità gay.
Mi capita spesso in chat di vedere atteggiamenti rassegnati, quasi fatalisti, di alcuni ragazzi rispetto alla loro presunta impossibilità di integrarsi anche tra i gay e spesso è proprio la condizione di presunta non normalità che mette in difficoltà questi ragazzi, poi, nel corso del colloquio si affrontano via via tutte le tematiche che provocano emarginazione e si comprende che in realtà non esiste alcuna condizione di non normalità se non in rapporto a cose che spesso sono lontanissime dalla realtà (tipiche leggende metropolitane) e che, quando sono autentiche rappresentano al massimo delle linee di tendenza ma in nessun modo delle regole valide per tutti. Mi trovo spesso di fonte a queste parole: “Allora tu credi che non ci sia niente di assurdo?” e allo stupore di non sentirsi trattare come gay non normali.
Alla percezione di un disagio si associa spesso l’auto-patologizzazione dei gay che porta come conseguenza al rafforzarsi dell’idea socialmente diffusa di una dimensione patologica o patogenica dell’essere gay. Vorrei precisare che la qualificazione in termini di patologia più che di disagio di omologazione del disagio omosessuale ha una dimensione subdola tanto che gli stessi gay tendono inconsciamente ad assimilarla indulgendo ad atteggiamenti di autocommiserazione.
Quali criteri possono essere adottati per evitare l’effetto dei falsi modelli di normalità? Dire sempre come stanno le cose è un dovere morale ma non risolve il problema perché con la diffusione e la pluralità dei mezzi di informazione e in particolare tramite di internet, il flusso della informazioni è di fatto incontrollabile. L’unico mezzo che può essere efficace è il dialogo e il confronto serio con una platea quanto più possibile ampia non solo di coetanei ma di gay di ogni età su tematiche legate alla sessualità e al come vivere l’identità gay. Tutto questo non solo è possibile ma, là dove si è realizzato, ha avuto un notevole riscontro in termini di partecipazione.
Il non riferirsi a modelli di presunta normalità gay non significa che ogni comportamento abbia lo stesso significato per tutti i gay, esistono comportamenti che pur non avendo nulla di anomalo, sono, ciò non di meno, minoritari, di nicchia e, se vogliamo, si prestano a critiche e a fraintendimenti da parte di quanti non li condividono. Nell’ambito di un rapporto di coppia, dove si postula una corrispondenza biunivoca tra i partner, alcuni comportamenti, anche se non anomali, sono tuttavia disfunzionali, ossia non si prestano alla costituzione e al mantenimento dei rapporti di coppia. Almeno in linea teorica, le massime probabilità di essere funzionali al rapporto di coppia competono agli atteggiamenti più diffusi che possono ovviamente trovare più facilmente riscontro nell’altro partner. È fondamentale tenere presente che innamorarsi di un partener omosessuale è una condizione necessaria “ma non sufficiente” alla creazione di un rapporto di coppia, questo significa che, se l’altro non è gay un rapporto di coppia è impossibile, ma per la realizzazione di un vero rapporto di coppia non basta che i due partner condividano lo stesso orientamento sessuale ma è necessario che condividano aspetti della vita ben oltre la sessualità, ossia che abbiano una profonda affinità di coppia.
L’omosessualità non ha una dimensione esclusivamente sessuale ma interagisce con parecchi aspetti della personalità, per esempio nella determinazione del maggiore o minore livello di privacy della vita di coppia, del rapporto con le famiglie di origine o con le cerchie di amicizie di provenienza di ciascuno dei due partner.
In questi campi non ha alcun senso chiedersi che cosa sia normale e che cosa non lo sia perché si tratta di elementi di carattere culturale in gran parte ereditati dagli ambienti di origine.
La rappresentazione del mondo gay che ciascun gay si forma e che attraverso dei presunti canoni di normalità contribuisce ad orientare i suoi comportamenti, è profondamente condizionata dalla qualità e della quantità di informazioni disponibili. La qualità dell’informazione è legata a due condizioni fondamentali e cioè che le informazioni non siano strumentali ad altri fini e siano di prima mano, cioè siano fornite da soggetti che parlano di sé in prima persona e quindi son subiscano alcuna censura esterna.
Il peso dei modelli e addirittura degli stereotipi relativi alla realtà gay si percepisce in modo evidente parlando con ragazzi affetti da DOC e contenuto omosessuale, ossia da disturbo ossessivo compulsivo caratterizzato dall’idea intrusiva di essere gay. Si tratta di un disturbo tipico di ragazzi etero al 100% la cui vita è turbata dalla insistente e invasiva presenza della paura di essere gay. Questi ragazzi, che non sono gay, focalizzano la loro paura della omosessualità su quello che essi ritengono essere tipicamente gay ma ad un colloquio adeguatamente approfondito, ad un occhio abituato e vedere la realtà gay, appare evidente che tutto ciò che quei ragazzi considerano prova del fatto di essere gay, in realtà, non ha assolutamente nulla a che vedere con l’omosessualità ma deriva unicamente dalla immagine stereotipata della omosessualità veicolata a livello sociale. Meno facile è cogliere il peso dei pretesi modelli di normalità interni al mondo gay nel determinare stati di disagio individuale di ragazzi gay, ma è evidente che il venir meno di questi modelli di normalità permetterebbe un processo di accettazione della identità gay molto più semplice ed una più rapida integrazione sociale dei ragazzi gay con altri ragazzi gay.
In estrema sintesi, possiamo dire che accreditare modelli di comportamento come normali non fa che aumentare le discriminazioni e lo stato di disagio.
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