IPOCRISIA E MORALISMO DOPO LA CONDANNA DI OSCAR WILDE

Riporto qui di seguito, in mia traduzione, due lettere di lord Alfred Douglas ai giornali, che completano il discorso sul processo contro Oscar Wilde, contenuto in “Uranismo e Unisessualità” di Raffalovich. Si tratta di due documenti molto diversi.

La prima lettera, inviata al Giornale di Le Havre, esprime lo sconcerto di lord Alfred non tanto per le offese delle quali era stato fatto oggetto, quanto per il fatto che altre bravissime persone del tutto innocenti erano state coinvolte dal giornale in pettegolezzi che potevano rovinare loro la vita. Lord Alfred aveva preso in affitto uno yacht con due marinai, coi quali aveva fatto spesso uscite in mare, come era d’uso per i ricchi villeggianti in città. Uno dei due marinai era stato oggetto di maldicenze e di sospetti da parte del giornale e questo fatto aveva generato la reazione piccata di lord Alfred.

La seconda lettera (il cui originale deve essere stato in Inglese) è un atto di accusa di lord Alfred nei confronti del padre, il marchese di Queensberry, additato dai giornali come tutore della morale e della famiglia e presentato da lord Alfred in una luce completamente diversa. Il padre contestò fortemente una scelta di uno dei suoi figli, lord Sholto Douglas, che aveva permesso alla moglie di firmare un contratto che prevedeva la sua comparsa sulle scene teatrali negli Stati Uniti. Lord Alfred, fa un elenco delle cifre tornate nella tasche del marchese di Queesnberry, a seguito della revoca della concessione delle rendite ai figli e alla moglie (madre di lord Alfred), revoche motivate tutte pubblicamente dall’indegnità dei figli e della moglie, ma con ogni probabilità anche e soprattutto da ragioni economiche. In buona sostanza il moralismo aveva fruttato a lord Queensberry 41.250 franchi l’anno, una cifra veramente enorme. Lord Alfred invita a porsi domande sulle vere ragioni di sdegni morali così redditizi.

Ma veniamo alle lettere di lord Alfred.

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Lettera di Alfred Douglas a un giornale di Le Havre.

1° Agosto, Boulevard François I° n. 66 – Le Havre

Signori,

Ho appena letto sul vostro giornale le cose insultanti che avete scritto su di me. Per me, che ho già tanto sofferto, non cambia assolutamente nulla se un piccolo giornale di provincia mi accusa di tutti i crimini che si possono immaginare; ma per il mio piccolo marinaio, questo povero innocente, e per i suoi amici, altre brave persone, di cui voi parlate con leggerezza, deve essere molto diverso.

Osservo, Signore, che ho preso in affitto un piccolo yacht e ho assunto un marinaio, e ho anche fatto con questo yacht, con questo marinaio e con uno dei suoi compagni e con molti pescatori di Le Havre, che di solito accompagnano gli stranieri, molte uscite in mare; è questa forse una ragione per insultare e sporcare, non dico me, ma questi altri vostri concittadini.

Per me è anche troppo evidente che tutti hanno il diritto di insultarmi e di ingiuriarmi perché sono l’amico di Oscar Wilde.

Ecco il mio crimine, non il fatto che sono stato suo amico ma che lo sarò fino alla sua morte (e anche dopo, se Dio vorrà). Ebbene, Signore, non fa parte del mio sistema morale abbandonare un amico o rinnegarlo anche se questo amico è in prigione o all’inferno.

Forse mi sbaglio, ma in ogni caso preferisco consultare la mia coscienza che quella del Giornale di Le Havre.

Vogliate gradire, Signore, i miei complimenti e le mie scuse per gli errori che senza dubbio ho commesso in una lingua straniera.

Lettera di Alfred Douglas al direttore del giornale

Villa Cazo, Capri, dicembre 1895.

Caro Signore,

Vedo, nel giornale del 2 dicembre, un paragrafo nel quale voi dite che mio fratello, lord Sholto Douglas, ha firmato un contratto per sua moglie, che prevedeva che comparisse su una scena americana.

Voi citate il fatto che mio padre, il marchese di Queensberry, è molto contrario a questo contratto. I rapporti in cui mi trovo con mio padre non sono tali che lui mi permetta di scrivergli o di comunicare direttamente con lui; ma potrei io affermare, nelle colonne del vostro giornale, a lui e al mondo in generale, che, se disapprova l’azione di mio fratello, lord Sholto, ha un rimedio molto semplice?

Mio padre è molto ricco e la sua sollecitudine per l’onore della sua famiglia, – una delle più antiche e più nobili d’Europa, – è stata appena manifestata al mondo dalla sua condotta verso di me. Così grande era il suo rispetto dell’onore della sua famiglia e così grande l’amore della virtù e della purezza, che non ha esitato a rovinare per sempre e a cacciare dall’Inghilterra, me, suo figlio.

Ma i suoi nobili sforzi per la virtù e l’onore non si sono fermati a questo punto; il suo cuore paterno già afflitto dalla miseria, dalla disgrazia e dalla rovina di suo figlio, aveva ancora in serbo altre prove da affrontare. E lui ha ritenuto necessario togliere a questo figlio il denaro che gli aveva precedentemente destinato, 350 sterline l’anno.

Dopo di ciò si sarebbe potuto credere che il suo sacrificio fosse completo e che lui avrebbe potuto starsene tranquillo; ma quelli che hanno ragionato così conoscevano solo superficialmente le profondità dell’abnegazione di cui quest’uomo splendido era capace.

Mio fratello, lord Douglas di Hawick, che mi ha appoggiato durante il mio processo e che si è permesso di fare delle rimostranze a mio padre a proposito della rovina che portava su suo figlio, si è visto, anche lui, privato della sua rendita di 500 sterline l’anno.

Mia sorella e mia madre, di cui lui è il marito divorziato, sono state le sue vittime successive. 300 sterline all’anno sono state tolte all’una e 500 all’altra. Questa ultima somma era quanto lui dava a mia madre in più di quello che era obbligato a pagarle per legge.

Pover’uomo! Quanto ha dovuto soffrire! Quanto deve avere sofferto il suo cuore gentile quando ha fatto tornare nelle sue tasche questa somma, 1.650 sterline, o 41.250 franchi all’anno. La storia non offre un caso analogo di un nobile sacrificio di sé per la causa della virtù.

Non dico di Bruto: che ha fatto ammazzare suo figlio perché quello aveva trasgredito una norma la cui sanzione era la morte. Lord Queensberry ha esteso la sua responsabilità morale sulla famiglia intera del suo figlio delinquente.

Ora, ecco quello che propongo: che lord Queensberry assicuri a lord Sholto Douglas la metà del denaro che ha tolto a sua moglie e agli altri suoi figli, e questo premetterebbe a mio fratello di nutrire sua moglie, di vivere come un gentiluomo e di essere completamente indipendente dal teatro americano, mentre lord Queensberry sarebbe ancora più ricco di 825 sterline (29.625 franchi all’anno) rispetto a prima della sua crociata contro di me e contro il mio amico Oscar Wilde.

Se trovate la mia lettera di un interesse sufficiente a farla stampare, siate così gentile di farla tradurre in Francese, perché ho scoperto che la “cortesia” proverbiale della Francia non impedisce ad un giornale come Le Figaro di lamentarsi degli errori fatti da uno straniero che scrive in Francese.

Con tutte le mi scuse per la lunghezza di questa lettera.

Ho l’onore di essere, caro Signore, vostro obedientissimo servitore.

Alfred-Bruce Douglas

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=20&t=5908

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IL CASO DI OSCAR WILDE (secondo Raffalovich) 2

Il brano di “Uranismo e unisessualità”, che potete leggere qui di seguito (seconda parte del capitolo dedicato da Raffalovich a Wilde), contiene elementi di interesse veramente unico sotto il profilo strettamene storico e anche per la particolarità dei temi affrontati. Ne viene fuori un ritratto impietoso ma con ogni probabilità realistico della vita mondana di Oscar Wilde. Wilde, abituato alla bella vita, si circondava di “galoppini dagli occhi di tribade” reclutati negli ambienti della prostituzione. Lord Alfred Douglas, cresciuto in un ambiente familiare anaffettivo e dominato da conflitti profondi, pur essendo omosessuale, aveva in mente l’idea fissa di fare schiattare di rabbia suo padre col quale aveva scambiato più volte lettere molto violente.

Sia Wilde che lord Alfred si fidavano troppo dei ragazzi che frequentavano, ragazzi abituati alla prostituzione e al ricatto. Saranno proprio questi ragazzi i principali accusatori di Wilde, quando Wilde si farà convincere, con molta leggerezza, a querelare per diffamazione lord Queensberry, padre di lord Alfred.

Raffalovich si chiede come abbia potuto un uomo intelligente come Wilde, che non si nascondeva, che frequentava prostituti e ricattatori professionali, pensare di querelare lord Queensberry per averlo accusato di sodomia, senza finire egli stesso travolto da quelle accuse che sarebbero state assai facili da dimostrare.
Wilde affronta il processo con estrema superficialità, senza rendersi conto di essersi messo nei guai da sé, lasciandosi andare a battute assolutamente fuori posto.

Raffalovic non rimprovera a Wilde la sua vita dissipata e nemmeno il rapporto con lord Alfred che si dimostrò una cosa seria, quando Wilde, passato ormai dalla parte dell’accusato, rifiutò di fuggire all’estero per non abbandonare lord Alfred al suo destino.

Ciò che muove veramente lo sdegno di Raffalovich è il comportamento tenuto da Wilde nei confronti di E. S. (di cui l’autore omette il nome per pietà verso quel ragazzo). Il racconto della seduzione di S. E. è realmente terribile. Wilde, fu il vero corruttore di quel ragazzo, che poi fu cacciato dalla famiglia, e fu ridotto dalla malattia e dalla fame a chiedere aiuto al suo stesso seduttore, che non si assunse la responsabilità di quello che aveva fatto e fece per quel ragazzo meno di quello che aveva fatto per tanti prostituti di professione.

Raffalovich insiste sul fatto che la seduzione omosessuale può creare danni spaventosi, che i responsabili fanno finta di non vedere o di non capire. È probabile che Raffalovich vedesse nella terribile storia di E. S., quello che avrebbe potuto essere il finale della storia di John Gray, se lo stesso Raffalovich non se ne fosse innamorato e non lo avesse sottratto così alle nefaste influenze di Wilde.

Il discorso di Raffalovich non fa che confermare un’idea piuttosto comune tra gli omosessuali e cioè che il considerare Oscar Wilde, per altre cose persona di genio e di valore, come una icona dell’omosessualità non renda certamente un buon servizio agli omosessuali.

Per una corretta comprensione del testo, bisogna tenere presente che quando l’autore dice che alcuni nomi sono passati al giudice scritti su pezzi di carta, si riferisce al fatto che, data la particolarità dell’accusa, si intendeva mantenere una certa riservatezza evitando di diffondere nomi di persone citate dai testimoni ma non direttamente parte in causa.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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Lord Alfred telegrafa a Wilde di trattare bene Alfred Wood, un giovane commesso senza lavoro. Il commesso è invitato subito a cena in una stanza privata; Wood e Wilde si chiamano immediatamente Oscar e Alfred.[1] Poco dopo Wood dice al suo amico Oscar che le lettere di questo buon amico a lord Alfred sono state rubate. Si trovavano in una tasca di certi vestiti regalati da lord Alfred a Wood.

Wood (che ha assicurato di aver avuto rapporti sessuali con Wilde il giorno stesso del loro primo incontro, ha raccontato con dovizia di particolari gli incidenti della sua “seduzione”; ma quando si è scoperto che era un ricattatore di professione, il giurì[2] ha rigettato la sua testimonianza come troppo sospetta) ha espresso rincrescimento per essersi fatto rubare quelle lettere, e ha chiesto denaro per andarsene in America. Voleva sfuggire ai suoi associati.[3] Wilde gli diede il denaro e lo invitò a colazione.

Allan, il ladro delle lettere, andò a trovare Wilde. Ecco, stando allo stesso Wilde, quello che si dissero:

O.W. – Voi siete venuto a proposito della mia bella lettera a lord Alfred Douglas. Se voi non aveste avuto la stupidità di mandarne una copia a M. Beerbohm Tree (il famoso attore e direttore del teatro di Haymarket, dove si dava allora una commedia di Oscar Wilde: Una donna senza importanza), vi avrei pagato bene per avere l’originale, perché è un’opera d’arte.

ALLAN. – Questa lettera potrebbe avere una strana motivazione.

O.W. – L’arte è difficilmente comprensibile per le classi dei criminali.

ALLAN. – Mi hanno offerto 1500 franchi per questa lettera.

O.W. – Allora vendetela subito, ve lo consiglio. Non ho mai ricevuto tanto denaro per così poche righe della mia prosa, e mi fa piacere che per qualcuno in Inghilterra questa mia lettera valga 1500 franchi.

Wood partì per l’America, da dove tornò per testimoniare contro i suoi vecchi amici.

La storia della copia della lettera di Wilde mandata a M. Tree era ben nota a Londra nel mondo che si occupa di teatro. Si racconta che Wilde avesse firmato questa copia; e questa lettera aveva circolato, si racconta, in una certa cena.

Lord Queensberry volle rompere il rapporto di suo figlio con Wilde, e lettere terribili furono scritte da una parte e dall’altra. Il primo di Aprile 1894 il marchese scrisse a suo figlio: “Alfred, … dopo le vostre lettere isteriche e impertinenti, io mi rifiuto di riceverne altre. Se avete qualcosa da farmi sapere, venite voi stesso.” Si lamentava che suo figlio avesse dovuto abbandonare Oxford e non si stesse preparando per nessuna professione.
Rifiutava di dargli denaro. “La vostra infame intimità con quest’uomo, Wilde, deve cessare, altrimenti sarete diseredato… Non intendo analizzare la vostra intimità, e non faccio accuse, ma secondo me atteggiarsi è male tanto quanto essere quello che non voglio dire. Ieri vi ho visto dalla mia finestra con quest’uomo. Il mio sangue si è ghiacciato. Non ho visto mai in vita mia qualcosa che fosse comparabile a quello che ho visto sui vostri orribili volti! Vengo a sapere che sua moglie vuole divorziare per dei crimini contro natura… Se questo diventa uno scandalo pubblico, io avrei il diritto di fargli saltare il cervello…”

Il figlio telegrafa: “Che piccolo uomo stupido siete” Il padre risponde con minacce di correzione corporale e poi: “La vostra sola giustificazione può essere la follia. A Oxford vi si credeva un folle… Se vi trovo ancora con quest’uomo, farò uno scandalo che nemmeno ve lo potete immaginare. E vi diserederò. Sapete che cosa aspettarvi.”

A suo suocero, lord Qennsberry scrisse una lettera furiosa, accusando la sua prima moglie, il governo inglese, la regina, i suoi figli. Scrisse un’altra volta a lord Alfred: “Ho fatto molto bene ad incorrere nella vergogna piuttosto che mettere al mondo altri figli. Quando voi stavate nella vostra culla, ho pianto accanto a voi pensando a quello che avevo generato… Voi siete pazzo e io vi compiango. Non è affatto strano che voi siate diventato la preda di questo orribile bruto.”

Alla fine, lord Queensberry andò da Wilde per ordinargli di rompere con suo figlio. Non accusò il suo avversario se non di atteggiarsi ma con una severità tale che Wilde lo mise alla porta dopo avergli detto in presenza di un domestico quello che pensava d lui.

Lord Alfred scrisse allora a suo padre una cartolina: “dato che voi non aprite le mie lettere, sono costretto a scrivervi su una cartolina. Vi scrivo per farvi sapere che tratto le vostre ridicole minacce con un’indifferenza assoluta. Dopo il vostro comportamento presso O.W. … ho insistito per farmi vedere con lui nei ristoranti alla moda, continuerò ad andare dove mi pare e con chi mi pare. Sono maggiorenne e padrone di me stesso. Voi mi avete diseredato almeno una dozzina di volte. Non avete alcun diritto su di me, né morale né legale. Se O.W. vi denunciasse per diffamazione, sareste condannato a sette anni di lavori forzati. Malgrado tutto il mio disprezzo per voi, desidero evitare questa cosa a causa della famiglia, ma se cercherete di attaccarmi mi difenderò con un revolver carico che porto sempre con me; e se vi ammazzo o se vi ammazza lui, saremmo comunque noi dalla parte della ragione. Non credo che molta gente sentirebbe la vostra mancanza.”

A quell’epoca fu pubblicato un romanzo molto debole, Il garofano verde. Gli eroi erano Wilde e lord Douglas. In questo libro non c’erano né vigore maschile, né onesta indignazione, ma solo chiacchiere da giornali femminili. Questo libro fece comunque chiasso e arrivò alla quarta edizione. Me ne stupii mentre ero allora in campagna; ma di ritorno a Londra ho sentito questa storia ringhiare più minacciosa intorno a Wilde. Mi raccontarono da molte parti le minacce di lord Queensberry e la sfida di suo figlio e di Wilde.

Io li ho visti (lord Alfred e Wilde) allora, più di una volta, che cenavano insieme e mi ricordo il piccolo brivido col quale ci si domandava se il padre non stesse per arrivare con quella nuova canna di cui aveva parlato. Non andai alla prima de Il Marito ideale di Wilde, al teatro Haymarket, per non vedere il pubblico che credeva in vecchie sciocchezze e in pallide immoralità. Quando vidi la commedia, essa fu recepita piuttosto freddamente. Lord Alfred stava in uno dei palchi ai lati della scena. Wilde era partito per Algeri e aveva annunciato in un giornale (il Morning Post) che le lettere che gli fossero state mandate non gli sarebbero pervenute.

Ritornò nel bel mezzo delle repliche dell’altra sua commedia “L’importanza di essere serio o Ernest (c’è un gioco di parole) che si dovevano tenere al teatro Saint-James. Alla prima di questa commedia[4] regnò una certa emozione tra gli iniziati e le iniziate. Lord Queensberry aveva cercato invano di penetrare nel teatro, ma gli era stato impedito. Gli avevano rimandato indietro un biglietto. Un palco dove si trovavano dei suoi amici fu sorvegliato per tutta la serata; si temeva di vederlo alzarsi in piedi e gridare a Wilde quello che pensava di lui davanti al pubblico. Era stata quella la sua intenzione. Frustrato si vendicò all’inizio in modo illusorio. Lasciò per lui in teatro un ben bouquet di legumi.

In seguito il marchese fu ben consigliato. Se ne andò al circolo di Wilde e lasciò al portiere un biglietto per Wilde nel quale scrisse qualche parola accusandolo di atteggiamenti contro natura. Notate l’abilità. Non lo accusò di atti impossibili da provare ma di atteggiarsi come se ne fosse colpevole.

Qui bisogna fare ricorso alle congetture. Come osò Wilde intentare un processo, ben sapendo la quantità delle sue proprie imprudenze? Mi sembra che sia stato trascinato dall’odio di famiglia che stava per farlo tanto soffrire e penso che senza questo odio non si sarebbe messo in un rischio del genere.

L’emozione a Londra fu grande il giorno dell’arresto di lord Queensberry. Era il principio della fine? Chi sarebbe andato in prigione, il diffamatore o il diffamato? Il marchese ebbe subito la simpatia del pubblico. Si giustificava dicendo di voler salvare suo figlio e che aveva tutte le prove necessarie.

A Bow-Street, Wilde fece un ingresso trionfale, in un landò. I due cavalli portavano Wilde e la sua fortuna e lord Alfred, e il fratello maggiore lord Douglas di Hawick. Il magistrato non permise a lord Alfred di rimanere durante l’udienza e si rimase colpiti anche della severità e della freddezza dal magistrato verso Wilde. Il denunciante non si rendeva conto della gravità del momento. Lord Queensberry fu liberato su cauzione (12.500 franchi) e il processo cominciò il 3 aprile.

Ci si domandava con ansia se il processo ci sarebbe stato, e quando Wilde fece mettere sui giornali l’annuncio della sua partenza, in compagnia di lord Alfred Douglas, per una settimana a Monte Carlo, si facevano scommesse pro o contro il loro ritorno. Non rimasero assenti per lungo tempo. Si disse che furono male accolti laggiù.

Difficile o inutile descrivere l’interesse, la curiosità, l’inquietudine, la folla che si accalcava per assistere ai dibattiti. Tutte le paure e tutte le emozioni stavano per essere superate.

Il primo giorno Wilde apparve molto arrogante, molto sufficiente, stando ai resoconti, ma se si crede ad alcuni amici, poco a suo agio. Aveva conosciuto il 30 marzo (il processo cominciò il 3 aprile) tutto quello di cui stava per essere accusato e tutti i testimoni contro di lui; ma per il pubblico le sorprese furono colossali.

Il marchese sosteneva che le sue accuse erano vere e per il bene del pubblico.
Sir Edward Clarke (per Wilde) riassunse la brillante carriera dell’accusatore. Poi parlò della sua amicizia per lord Alfred Douglas[5] e lord Douglas di Hawick, e per lady Queensberry. Nel 1894 Wilde apprese che lo diffamavano in seguito al furto delle lettere dimenticate da lord Alfred negli abiti regalati a Wood.

Ecco una di quelle famose lettere: “Ragazzo mio beneamato (My own dear boy), il Vostro sonetto è completamente adorabile, ed è una cosa meravigliosa che queste labbra rosse del rosso delle rose siano adatte alla musica dei versi altrettanto bene che alla follia dei baci. La Vostra esile anima dorata oscilla tra la passione e la poesia. Io so che Giacinto, il folle amore di Apollo, eravate voi al tempo dei Greci. Andate ad immergerci le mani nel crepuscolo grigio delle cose gotiche e venite quando lo desiderate. È meraviglioso qui. Mancate solo Voi; ma andate prima a Salisbury. Sempre con un amore imperituro, vostro Oscar.”

Io condivido il parere di sir E. Clarke, il difensore di Wilde, circa questa lettera. Secondo me poteva essere l’espressione affettata di un sentimento ordinario.
Sir E. Clarke che non credeva necessario appesantirsi circa le accuse di atti immorali commessi da Wilde con molte persone. Senza dubbio si trattava di accuse fatte in fretta e che sarebbero state lasciare cadere. Preferiva venire invece alle accuse letterarie, all’indecenza di Dorian Gray e di una rivista, Il Camaleonte, in cui Wilde aveva pubblicato delle “Frasi per i giovani”.

Wilde dichiarò quarant’anni per lui e ventiquattro per lord Alfred. Lord Alfred era stato con lui a Oxford, Brighton, Worlhing, Cromer, Torquay, all’Hotel Savoy a Londra, ecc. Allora cominciò uno degli interrogatori più ridicoli che si conoscano sull’arte e la morale.

M. Carson, probabilmente non fece che il suo dovere professionale, ma Wilde si mostrò incapace di ragionare e di capire la situazione. Così, questa piccola rivista, Il Camaleonte, aveva pubblicato con le “Frasi” di Wilde una novella: “Il Prete e l’Accolito”. L’accolito veniva scoperto nel letto del prete e i due amanti si avvelenavano accanto all’altare per vendicarsi del mondo che non capiva un simile amore. Wilde aveva scritto al giovane editore per protestare contro questa novella, ma quando gli chiesero se avesse protestato contro la bestemmia, si ostinò a dire: “Perché era scritta male.” Continuò a dire come un pappagallo che non ci sono libri immorali, che ci sono solamente libri scritti male. Era ancora alla prefazione di Mademoiselle de Maupin. M. Carson usò allora tutta la sua abilità per trionfare sulle banalità. M. Carson capiva la messa in scena ancora meglio di Wilde, fece emergere che Dorian Gray si occupava di sodomia, fece divagare Wilde sull’arte greca e sui sonetti di Shakespeare, gli fece dichiarare che né lui né le sue opere erano per i borghesi e per gli illetterati, che lui scriveva solo per gli artisti, che solo gli artisti lo apprezzavano, che non aveva mai adorato un uomo più giovane di lui, perché era troppo noioso amare un uomo diverso da sé. M. Carson gli permise di infervorarsi. Wilde disse che la massa degli uomini non poteva capire l’effetto meraviglioso prodotto da un giovane uomo su un artista. Tutti gli artisti avevano percorso quella strada. La lettera a Alfred era la lettera di un poeta a un poeta.

Fece una vera e propria lezione di sentimentalismo, non capì affatto lo spirito del momento e di quello che stava per accadere. Si potevano degradare i sonetti di Shakespeare meno eroici fino all’affetto egoista di Wilde per lord Alfred, ma che rapporti avevano con le sue amicizie per gente disonesta e vile?

Negò l’influenza di un uomo su un ragazzo giovane. “Un uomo non corrompe un ragazzo” fu una delle sue colossali sciocchezze.

Fu letta un’altra lettera di Wilde a lord Alfred. Si è molto riso di questa lettera soprattutto nel mondo dei depravati, ma essa non mi fa l’effetto che fece sul pubblico. “Mio carissimo! La vostra lettera è stata per me vino bianco e rosso. Ma io sono triste e mi sento a disagio. Bosie (era questo il nomignolo di lord Alfred), non fatemi delle scene, perché mi uccidono, distruggono la bellezza della vita. Io vi vedo così greco e così grazioso, sfigurato dalla collera. Non posso vedere le vostre labbra rosate e ascoltarvi. Voi mi spaccate il cuore. Ho bisogno di vedervi. Voi siete la cosa divina che mi manca – la grazia e il genio – ma come vedervi? Devo venire a Salisbury? Ma ci sono molte difficoltà. Il mio conto qui all’albergo è di quarantacinque sterline a settimana, ho un salone che affaccia sul Tamigi. Ma voi, dove state voi, cuore mio, mio caro, mio meraviglioso ragazzo? Ho quasi paura di vivere, non ho denaro, non ho credito, un cuore di piombo. Sempre vostro Oscar.”

Non è forse, gli fu chiesto, una lettera straordinaria scritta da un uomo della vostra età a un giovane uomo come lui?

Tutto quello che scrivo, rispose Wilde, è straordinario. Io ho un affetto imperituro per lord Alfred.

Come è triste vedere l’affetto rivoltarsi contro coloro che si amano profondamente quando essi ignorano le regole della vita e si dirigono insieme verso l’inferno egoista. Queste lettere non sono ispirate da un sentimento di livello molto alto (nemmeno Verlaine in “Amour”, ma certo lontano dal Verlaine di “Parallèlement”) ma non contengono nulla di grossolano e poco di equivoco. Sono le labbra rosse che hanno tanto scioccato. Certo qualsiasi padre impossessandosi di queste lettere si sarebbe spaventato; provenendo da Wilde avrebbero provocato indignazione; ma è cosa buona non dare troppa importanza all’affettazione delle lettere delle persone che scrivono. I biglietti laconici di Wilde e dei suoi “galoppini dagli occhi di tribade” che si davano appuntamenti, sono ben altrimenti suggestivi delle lettere più straordinarie. Se uno ha letto poco o molto della corrispondenza dei poeti o dei romanzieri, si ricorda certamente di molte lettere innocenti, imprudenti e ardenti tra amici. Leggete per esempio i romanzi tedeschi da Jean-Paul fino a Sudermann. Essi usano le stesse parole per l’amore e per l’amicizia. In Titano di Jaen-Paul, per esempio, il cattivo ma appassionato Karl dice all’innocente e tenero Aldano: Rosenangesicht “volto di rose!” e si portano via le parole dalla labbra abbracciandosi. Uno degli eroi di Eswar, l’ultimo romanzo di Sudermann, chiama l’altro ragazzina, e comunque la persona più depravata non potrebbe trovare nulla di equivoco nello spirito di questi autori. E poi, quando si ama così per lettera e a parole, di norma ci si può solo rimproverare un po’ di esagerazione. Nel romanzo di Abel Hermant, Il Discepolo amato, la passione delle lettere di Jaen-Baptiste Merminod non è uguagliata che dalla sua purezza e dalla sua noia.

Se non si permette ai poeti (anche ai mediocri come Wilde) di esprimersi con enfasi e affettazione, come i sapienti e i filosofi, essi, chiamando gli uomini e le cose col loro nome, potranno forse sfuggire al rimprovero di brutalità e sconvenienza?

E M. Alfred Wood? Chiese M. Carson. Wilde confessò (poiché le sue risposte erano delle confessioni), quello che ho già raccontato, l’invito di lord Alfred Douglas, la cena in sala privata con Wood, il denaro che gli aveva dato, la loro familiarità, la storia delle lettere rubate, il ricatto, il pranzo di addio. Negò qualsiasi condotta sessuale impropria con Wood.

E Alfred Taylor? Chiese M. Carson. Wilde confessò di conoscerlo e di essere stato spesso a casa sua il pomeriggio. Incontrava lì molta gioventù, mai donne. L’anno precedente Taylor era stato arrestato in occasione di una retata di pederasti, e poi rilasciato. Tutto questo non aveva per nulla interrotto i rapporti di amicizia con Wilde al corrente dell’arresto e delle sue cause, che non ci aveva visto niente di losco.

Taylor è un uomo di 33 anni. È stato educato in uno dei primi collegi d’Inghilterra. A 21 anni aveva un patrimonio di più di un milione di franchi, ma ora non lo ha più. La polizia lo conosceva da lunga data. Suonava bene il piano. Era un amico di lord Alfred. Abitava in una stradina di Chelsea. Pagava per tre o quattro camere 75 franchi al mese. Cucinava da sé. Le sue stanze erano ammobiliate con cura e molto profumate e non ci entrava mai il sole. Le finestre non erano solo oscurate dai tendaggi di mussola, ma era impossibile vedere attraverso di esse. A casa sua sono state trovate una parrucca bionda, delle calze da donna, numerose spille (la sua camicia da notte era chiusa con una spilla) e molte paia di pantaloni con delle feritoie al posto delle tasche, strumenti di lavoro, abito professionale, evidentemente molto conosciuto. Io non ne avevo mai sentito parlare e non so se in Francia o in Germania se ne trovano presso tutti i pederasti di professione. A casa sua c’erano sempre giovani uomini dai 16 ai 30 anni, che si chiamavano con nomi dolci, Charlie caro, Jenny caro, ecc. e che condividevano con lui il suo unico letto qualche volta per una notte, qualche volta per tre settimane. Dopo il processo non ho più trovato nessuno che si sia arrischiato ad andare da Taylor, ma ho trovato molti che avevano sentito parlare di lui quando era ricco o che lo avevano anche incontrato al circolo, per esempio. Ma molto tempo dopo non andava più da nessuna parte, cosa che non significa che non uscisse mai e non avesse molte conoscenze.

E Alonzo Conway, il fratello del piccolo venditore di giornali si Worthing? Chiese M. Carson. E lo spietato si fece raccontare l’idillio di Worthing, di quando lord Alfed e Wilde fecero la conoscenza di Alonzo sulla spiaggia, la passeggiata in mare, i regali, il cappello con un nastro il cui colore era un errore, il viaggio di Wilde a Brighton con Alonzo vestito con abiti nuovi, la notte in albergo. No, dice Wilde, Alonzo non è un artista, non aveva un lavoro, ma era divertente. Wilde negò qualsiasi atto di immoralità.

E Sidney M., Gli chiese M, Carson, è vostro amico?

Sì.

Era destinato al caffè concerto?

Sì.

Sidney M. gli era stato presentato da Schwabe, figlio del colonnello Schwabe, un giovane uomo di 22 anni, che aveva anche fatto incontrare Wilde e Taylor. Wilde aveva dato a Sidney M. un portasigarette con una iscrizione. I portasigarette regalati da Wilde ad ogni giovane uomo, senza eccezione, hanno finito per diventare altrettanto comici delle battute del vecchio repertorio del Palazzo Reale. Sidney M. aveva cenato all’albergo di Wilde a Londra (questo giovane uomo viveva a Londra) e ci aveva poi passato la notte. Wilde e lui hanno negato qualsiasi atto di immoralità.

Conoscete Fred Atkins?

Sì.

Wilde aveva conosciuto Atkins attraverso Schwabe. Schwabe pregò Wilde di portare con sé Atkins a Parigi. Schwabe gli aveva promesso questo viaggio ed era costretto a ritardare un po’ la sua partenza. (Si era cominciato con lo scrivere il nome di Schawabe su dei pezzi di carta, ma il nome sfuggì dalla labbra di Atkins. Atkins è tanto mentitore quanto indiscreto. Ha raccontato di una cena che fece a Londra con Wilde e altre persone di mondo, durante la quale Wilde abbracciò tutti, anche il cameriere). Wilde confermò con piacere. Si hanno da lui dei dettagli di questo viaggio fantastico. Le indecenze delle deposizioni di Atkins aggiunsero poco alla inverosimiglianza della verità. Questo Atkins è una persona molto comune[6], rozzo, parla male, cantante comico e allibratore, ha vissuto per tre anni con un tale di nome Burton (un uomo di 50 anni che lo sfruttava). Hanno ricattato insieme almeno cinque signori (i cui nomi sono stati scritti su pezzi di carta) che erano coinvolti con Atkins; uno “conte o barone”[7] straniero (a Scarborough) che ha dovuto pagare 12.000 franchi, un ricco signore di Birmingham, un vecchio signore molto ricco e conosciuto in città, un signore che aveva trovato in Alabama[8], sue signori americani che lui e un amico accompagnarono in un hotel e chissà che altro. Lui e Burton ebbero anche delle avventure dello stesso genere a Monte Carlo. A Parigi Atkins fece una cena eccellente con Wilde, si fece arricciare i capelli, andò al Moulin-Rouge, a sentir lui, tornò in albergo e trovò Schwabe con Wilde. Wilde disse che Schwabe aveva una camera per conto suo. Atkins assicura anche che Wilde, quella stessa notte, volle entrare nel suo letto, ecc.. Si incontrarono di nuovo parecchie volte a Londra. Wilde lo trovava affascinante ma nega atti di immoralità.

E i due fratelli Parker, chiede M. Carson, li conoscete? Sapere che erano due domestici? Le domande diventano sempre più pesanti e inquietanti, le risposte sempre più compromettenti.

I fratelli Parker erano dei domestici a chiamata. William aveva vent’anni, Charlie diciannove. Si trovavano un pomeriggio al bar di un ristorante di Piccadilly con un tale chiamato Harrington di cui avevano fatto conoscenza in una pista di pattinaggio. Taylor si avvicina, parla loro di Wilde, del suo interesse per i ragazzi e della sua generosità. I Parker danno il loro indirizzo. William lo scrive su un pezzo di carta che viene presentato davanti al giudice.[9] Taylor organizzò una cenetta in una stanza riservata per Wilde e i fratelli Parker. Si possiedono i dettagli di questa cena, quasi il menù. Gli abat-jour erano a rose. Si bevve champagne, caffè, liquori. Taylor era seduto di fronte a Wilde, Wilde aveva un Parker da ogni lato. Si chiamarono subito Oscar e Charlie. “Amo la giovinezza, amo le persone giovani”, disse Wilde a M. Carson, e lord Queensberry, che durante le otto ore dell’interrogatorio di Wilde lo aveva guardato in faccia, in quel momento sorrise e guardò tutto intorno a sé per vedere anche la folla sorridere. “Non ho pregiudizi di classe”, disse Wilde. Negò comunque di aver dichiarato dopo cena: Charlie è il ragazzo “per me” e di averlo portato con sé al Savoy Hotel. Gli diede cinquanta franchi in attesa del portasigarette. Secondo Charlie, Wilde in albergo gli diede altro Champagne, poi si spogliarono completamente e si misero a letto. Charlie raccontò quello che avevano raccontato gli altri e quello che io ho già citato. Dopo tre o quattro ore si vestì, se ne andò e promise di ritornare la settimana successiva.[10] Charlie fu un capriccio pericoloso. Wilde non si nascondeva. Charlie veniva a trovarlo spesso più giorni di seguito. Andarono in un palco al Pavillon, andarono insieme al palazzo di cristallo. Una sera molto tardi, Wilde andò a trovare Charlie a casa sua. Wilde ha negato questo fatto e Charlie ha negato di essersi dato a Wilde quella sera in via eccezionale, ma si è avuta prova che l’indomani la padrona di casa ha congedato il suo affittuario Charlie perché una donna che abitava nella casa aveva visto Wilde e aveva concepito dei sospetti. Queste due donne hanno testimoniato. L’anno precedente Charlie Parker, al tempo di quella retata di pederasti, fu arrestato in compagnia di Taylor. E si anche distinto in un altro modo. Si portò a casa un signore una sera, e Wood (già nominato) e Cliburn minacciarono quel signore di denunciare i suoi atti delittuosi commessi con Charlie e gli spillarono 13.500 franchi. Charlie ricevette 750 franchi, che spese in due giorni. Circa nove mesi fa Wilde fermò la sua carrozza per dire a Charlie: “Sei sempre così carino.” È stata trovata una lettera di Charlie che si invitava a cena con “Oscar”.

I due Parker ebbero rapporti con Taylor, andarono spesso a letto con lui, e secondo loro lui tentò con loro l’atto sodomitico essenziale. Egli raccontò loro del suo matrimonio con Charlie Mason e il pranzo di nozze. Taylor era la moglie, ed era vestito di bianco. Charlie Parker, spaventato dal suo arresto al tempo della retata, assicura di essersi ritirato dagli affari; ruppe con i suoi amici e si fece soldato.
Wilde perse la testa completamente solo una volta, ma quella volta fece effetto.

Incalzato da M. Carson che gli chiedeva se avesse anche “baciato” un giovane domestico di lord Alfred, si lasciò coinvolgere fino a dire: “No, questo ragazzo era troppo brutto.” Per qualche minuto M. Carson insistette su quella bruttezza che non invitata a “baciarlo”; su questo grido del sesso. E i miei lettori sanno che cosa intendeva M. Carson con “baciare”.

Tralascio gli altri giovani uomini senza importanza per arrivare al denunciatore più serio, la sola vittima, il solo che non fosse un prostituto o uno che vivesse di risorse misteriose, il solo in ogni caso che non conosceva Taylor.

Si tratta di E. S.. Io non lo chiamo per nome per compassione. Era un giovane commesso presso l’editore di Wilde. Mi ricordo di averlo visto, magro e pallido, in un palco del proscenio con Wilde e altri, a una prima, l’indomani della serata in cui, secondo il racconto di E. S., lui stesso (lusingato, intossicato, impazzito) era svenuto sotto il bacio infame del poeta che ammirava più di tutti. A quella prima mi dissero il suo nome e la sua condizione. Vedendolo malaticcio, così mal nutrito, fui assalito dalla pietà. Io sapevo che i piccoli poeti che si facevano pubblicare da L. discutevano in modo completamente naturale, semplice e innocente con E. S.. Mentre lui rilegava i libri gli parlavano. Dicevano che fosse intelligente. E sono colpito dall’egoismo di Wilde, che lo metteva in pubblico, che lo comprometteva, probabilmente facendo girare la testa al giovane imprudente. Sapevo che Wilde aveva delle velleità di buon cuore, ma che non poteva che fare del male a un giovane uomo come E. S.. L’infelice E. S. testimoniò con grida di disperazione, con passione contro “quest’uomo”. Lo aveva ammirato oltre ogni misura. Wilde gli aveva regalato i suoi libri. E.S. gli scriveva delle lettere che esaltavano le opere del divino poeta e anche delle lettere sulla religione. Alla prima de “Il Ventaglio di Lady Windermere”, Wilde piazzò E. S. a fianco di un signore ben noto, ma che E. S. non conosceva, perché potessero discutere insieme.

Secondo E. S., Wilde lo invitò a cena, gli diede troppo da bere, poi quando arrivò la notte, lo portò nella sua camera da letto e lo sedusse. E. S. confessò di essere ritornato il giorno successivo. Ben presto si rise dell’ammirazione di E. S.. Perse il posto. Il padre lo cacciò di casa. Due anni dopo la sua seduzione (seduzione che anche dal punto di vista psicologico assomiglia a quella di Sébatsian Roch nel romanzo di Mirabeau) scrisse a Wilde per rompere con lui. Era stato rovinato, distrutto. Era malato, affamato, abbandonato. Bruciò le lettere che aveva ricevuto, fece a pezzi gli autografi e le dediche delle opere di Wilde. Divenne sempre più malato, forsennato, isterico. Ebbe dei problemi con suo padre e dopo la rottura pregò Wilde di venirgli in aiuto. A chi si poteva rivolgere se non al suo corruttore! Il povero ragazzo non aveva ancora provato tutti i dolori. Fu obbligato a testimoniare contro Wilde, a raccontare la sua follia di un tempo, a raccontarla una seconda volta, fu costretto ad essere torturato, interrogato, interpretato, associato, per molti giorni sotto la custodia della polizia, con i valletti prostituti, i ricattatori di professione, esseri vili, abietti. Gli è stata rimproverata la follia che egli aveva temuto durante la sua angoscia, la disperazione che lo aveva costretto a implorare Wilde. Anche se E. S. si era allucinato al punto da sognare questa scena di ubriachezza e di seduzione, Wilde ha agito male verso di lui. Non ha assunto su di sé la responsabilità del suo capriccio.[11] Ha fatto meno per E. S. che per i valletti.

A Londra, la sera del 5 Aprile ci si chiedeva che cosa sarebbe successo. Socialmente Wilde era finito. L’indomani mattina non comparve nemmeno. In mezzo ad una grande emozione sir E. Clarke si alzò in piedi e annunciò che Wilde desisteva dalla querela contro lord Queensberry. Era contro l’interesse pubblico, diceva sir E. Clarke, esaminare tutti questi testimoni, smuovere questa melma. Era dunque nell’interesse del pubblico che Oscar Wilde ritirava la sua querela.
Lord Queensberry ottenne il suo verdetto immediatamente: le sue accuse erano vere e lui aveva agito per il bene della nazione inglese. Ci si può immaginare l’entusiasmo dell’Inghilterra. Ci si aspettava di leggere che Wilde si fosse rifugiato all’estero la sera prima con lord Alfred Douglas. M. Russel mandò al pubblico ministero tutti i documenti che incriminavano Oscar Wilde e Alfred Taylor. Ma Wilde non deluse le aspettative del pubblico e la speranza di molte persone serie. Scrisse subito a un giornale che, non potendo accettare di lasciare lord Alfred Douglas testimoniare contro lord Queensberry, un figlio contro un padre, e malgrado il vivo desiderio di lord Alfred, si rassegnava a sopportare per il suo amico qualsiasi ignominia che ricadesse su di lui.

Poi lui, lord Alfred e lord Douglas di Hawick cenarono insieme. Perché Wilde non è partito? Le congetture diventano fantasiose.

Verso le sei di sera Wilde fu arrestato.
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[1] Nel “caso Wilde” il nome Alfredo o Fred ritorna in un modo che può sviare; Alfred Wood, Alfred Taylor, Fred Atkins, lord Alfred Douglas.

[2] Con quattro voti contro otto, se possiamo credere alla garanzia formale di un giornale abbastanza al corrente di questo. Come vedremo in seguito, questo non fu l’ultimo verdetto.

[3] Come disse più tardi, voleva allontanarsi da “Douglas, Wilde e da tutti gli altri”.

[4] Alla prima de Il Marito ideale, si era fatto apparire che l’autore fosse comparso solo dopo molta resistenza e non avesse l’aria di essere a suo agio. Lui aveva, stando all’aneddoto, ricevuto quel giorno delle lettere di minacce.

[5] Sembra che lord Alfred abbia fatto la conoscenza di Wilde solo suo malgrado e per l’insistenza della madre e di un amico. All’atto del loro primo incontro, lord Alfred si mostrò, come d’abitudine, molto silenzioso, e Oscar Wilde per farlo parlare, gli chiese che cosa stesse leggendo, il suo autore preferito. Lord Alfred rispose Daudet.

[6] Che ha avuto il massimo successo vicino ai pederasti del “miglior mondo”.

[7] Se dobbiamo credere a quelli che dicono di sapere, era un conte.

[8] Atkins conosceva questo signore di vista ma non aveva mai parlato con lui prima di quella serata. Sembra che sia stato sempre molto al corrente del patrimonio, del carattere e delle abitudini di quelli che intendeva ricattare.

[9] Per una disattenzione da fare drizzare i capelli Taylor aveva dimenticato in un appartamento che aveva lasciato in fretta una cappelliera piena di lettere, biglietti e indirizzi.

[10] Si sostiene che in occasione della indecisione del giurì, dieci ritennero Wilde colpevole con questo Parker.

[11] È utile poter studiare il disastro di una seduzione unisessuale, disastro e seduzione che gli unisessuali di solito negano. Questo è vero anche se si cerca di mettere in dubbio la veridicità di E. S.. Si dà per certo che dieci giurati hanno trovato Wilde colpevole con E. S..

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=5897

IL CASO DI OSCAR WILDE (secondo Raffalovich) 1

Con questo post inizia una serie di quattro post tutti dedicati al caso di Oscar Wilde così come presentato da Raffalovich in “Uranismo e Unisessualità”. Va subito chiarito che sono stati fatti diversi studi sugli atti giudiziari e sui riflessi della vicenda Wilde, così come appaiono dai giornali dell’epoca, ma l’analisi e il giudizio di Raffalovich hanno un’importanza specialissima, in primo luogo perché Raffalovich è un contemporaneo, scrive pochissimo tempo dopo la conclusione del processo, è omosessuale, conosce personalmente Wilde e proprio per questo vede le cose dall’interno e non si affida al sentito dire o a sintesi altrui. Al di fuori delle persone direttamente implicate nel caso Wilde, ben poche persone sono state così profondamente coinvolte da esso come Raffalovich.

Va però anche sottolineato che Raffalovich ha avuto motivi di incomprensione con Wilde dovuti a ragioni molto private. Nel 1891 Wilde pubblica “The picture of Dorian Gray”, un libro importante sotto molti aspetti nella vicenda umana di Raffalovich. Il romanzo di Wilde, si ispira a John Gray, personaggio molto in vista della vita mondana londinese, un esteta di umili origini, nato nel 1866, che aveva abbandonato la scuola a 13 anni ma che era riuscito a farsi apprezzare nell’alta società. Nel 1892, cioè l’anno successivo alla pubblicazione del ritratto di Dorian Gray,  Raffalovich, a Londra, conosce John Gray, che aveva allora 26 anni (Raffalovich ne aveva 28) e tra i due nasce un amore profondo che li terrà uniti per tutta la vita, anche se in situazioni, all’inizio, neppure lontanamente ipotizzabili. Proprio in quegli stessi anni, tra il ’94e il ’96, Raffalovich porta a termine il suo “Uranisme ed Unisexualité” in cui dedica parecchio spazio alle vicende giudiziarie di Oscar Wilde. Aggiungo per completezza che John Gray si fece prete cattolico e fece il parroco a Edimburgo, Raffalovich si convertì al Cattolicesimo, pagò gli studi a Gray e lo seguì a Edimburgo prendendo dimora in una casetta vicina alla parrocchia di Gray. Morirono nello stesso anno 1934 e furono sepolti nella stessa tomba. Nella sostanza Raffalovich sottrasse John Gray all’influenza di Wilde. Tra Raffalovich e Wilde le incomprensioni reciproche erano sostanziali, Raffalovich era rigorosamente omosessuale e considerava l’omosessualità come un valore fondante della moralità di una vita e la sua vicenda personale lo testimonia. Wilde, che era sposato e aveva due figli, considerava l’omosessualità come un insieme di avventure personali e sosteneva che “non si può essere innamorati della stessa persona per più di sei settimane”. Raffalovich, con ogni probabilità, visse dopo la sua conversione in castità monastica, Wilde si riteneva libero da ogni limite nella sua ricerca del piacere. Si tratta di due mondi molto lontani. Tutto questo spiega l’atteggiamento duro che Raffalovich dimostra nei confronti di Wilde, a fronte di un atteggiamento molto più rispettoso e comprensivo verso Alfred Douglas, di cui sui sottolinea la devozione assoluta al suo amante.

Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.

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IL CASO DI OSCAR WILDE

Le società hanno i criminali che si meritano (Lacassagne)

Al termine delle lunghe giornate rattristate dall’emozione per il caso di Oscar Wilde, cercavo di consolarmi leggendo le conversazioni del grande Goethe. Cercavo di innalzarmi fino alla sua serenità e traevo ispirazione dalla sua saggezza chiara e profonda. Anche lui, mi dicevo, si sarebbe rattristato vedendo tanta ignominia e tanta ignoranza. Il modo di fare del pubblico sarebbe stato per lui rivoltante come gli atteggiamenti degli accusati e dei coinvolti. E avrebbe buttato lontano da sé i giornali inglesi o stranieri con i loro apprezzamenti assurdi o scontati. In questo processo parla la storia ed è tempo di abbandonare molti stereotipi.

“Ogni uomo, ha detto Goethe, ha diritto a una filosofia che non distrugga la sua individualità. Questa è l’origine psicologica delle filosofie.” Ed era altrettanto persuaso che quelle Forze, quelle Decisioni, che egli chiamava das daemonische [il demoniaco] non permettono per troppo tempo ad una individualità di oltraggiare le altre individualità. Ciò che rende così giuste le vendette del tipo di questa (perché ci sono delle occasioni in cui ci si sente quasi in diritto di parlare di persone specifiche) è la loro stessa lentezza: non è più una questione di colpevolezza ma di criminalità. Se Oscar Wilde, per esempio, fosse stato colpito qualche anno fa, la sua colpevolezza dal punto di vista di una morale alta non avrebbe raggiunto il livello della criminalità.

Quando lo accuso di criminalità, non mi occupo più degli atti sessuali che gli sono stati rimproverati ma del ruolo che ha rivestito, dell’influenza che ha assunto e così male impiegato, delle giovani vanità che lui ha falsificato, dei vizi che ha tanto incoraggiato. La società inglese è altrettanto colpevole. Quanto a lui, che sia stato o meno “come la grande Saffo” con tutti “questi galoppini dagli occhi di tribade”, la morale più indulgente e la più lassista ora lo condannano da altri punti di vista, come fa l’opinione pubblica. Solo che l’opinione pubblica mi ispira poca stima su questo argomento; essa lo ha supportato, sostenuto, intrattenuto, l’ha subìto, questo infelice sacerdote di Priapo, ammalato del male delle rivendicazioni; l’opinione pubblica gli ha perdonato molte cattive parole che erano cattive azioni, e oggi è la sua colpevolezza che essa attacca più che la sua criminalità. E chissà come l’opinione pubblica cambierà direzione un giorno: forse in suo favore.

Sarebbe una buonissima cosa (e non necessariamente un’utopia) se questo processo aiutasse a chiarire la questione dell’inversione sessuale, una delle più importanti del presente e dell’avvenire. Questo processo, ancora più storico che scandaloso, secondo me, contribuirà a questo chiarimento necessario che arriverà, mi chiedo solo perché debba arrivare oscurato dalla licenza dei costumi.

Un’ultima parola prima di cominciare: per giustizia verso l’Inghilterra e per fare un po’ vergognare i giornali stranieri che hanno spinto lo sciovinismo fino a negare l’universalità dell’unisessualità, citerò una lettera di Madame, la moglie di Gastone l’invertito, cognata di Luigi XIV e madre del Reggente:

“Dunque voi pensate, mia cara Amelia, che non ci sia un gran numero di monelli che hanno le stesse inclinazioni dei Francesi! Se lo pensate vi sbagliate di grosso. Gli Inglesi sono altrettanto determinati e non si comportano meglio. Mi fate ridere se pensate che questo peccato non si commette in Germania                                            . Credetemi, anche i Tedeschi si intendono molto bene di quest’arte. Se Carlo-Luigi non fosse stato presente, il principe di Eisenach, che è caduto in Ungheria, avrebbe ucciso il principe di Wolfenbuttel. Quest’ultimo voleva fargli violenza e l’altro non ci sentiva da quell’orecchio. Carlo-Luigi mi ha raccontato anche che tutta l’Austria era infestata da vizi simili…,” 3 settembre 1708.

Dopo avere appassionato i curiosi, gli oziosi, gli sfaccendati, dopo avere occupato le persone serie, i colpevoli o gli imprudenti, il caso di Oscar Wilde appartiene ora alla scienza e alla storia. Gli storici della morale sociale non potranno trascurarlo. Nessun caso che riguardi i comportamenti di questo tempo è stato di una simile portata. Gli scandali di Cleveland Street,[1] che sono diventati famosi in Francia attraverso le battute sui giovani telegrafisti, e sono stati seguiti dall’allontanamento forzato di lord Arthur Somerset, non evidenziavano che dei vizi individuali che si servivano della comune organizzazione del vizio. Nessuno dei disgraziati coinvolti in questo caso si era  innalzato apertamente contro l’opinione pubblica. Nascondevano le loro abitudini. Avevano paura, provavano vergogna. La loro ipocrisia confinava con la decenza e la loro prudenza era un omaggio al pudore. Non si poteva accusare la società di una tolleranza indebita e nemmeno i colpevoli di aver voluto celebrare apertamente Sodoma.

Locali come quelli di Cleveland Street, clienti, prostituti, gestori di case di prostituzione esistono dovunque. Esiste Sodoma, la città invisibile, venale e minacciosa.

Ma la tragedia che ha Oscar Wilde per titolo e di un’altra natura. Oscar Wilde è stato incoraggiato, tollerato dalla società inglese. Si diceva che fosse un’istituzione. Ha deviato sempre di più e sotto il dominio della vanità e dell’impunità era arrivato da lì alla vita più audace e più pericolosa per la salute pubblica e anche per lui stesso.

È stato vittima di se stesso, della società e dei suoi amici. Se lo si compatisce nella sua grande disgrazia, ci si ricorda che è stato un pericolo nazionale; senza tutto questo, se fosse stato soltanto un pervertito cerebrale sospettato di perversioni sessuali e acciuffato dalla polizia, il sua caso non meriterebbe uno studio così approfondito. Il caso di Oscar Wilde, considerato seriamente, è di una importanza capitale. Come è stato permesso a un uomo simile di tenere un corso di mutuo egoismo con l’assenso della società inglese? E come, attraverso quali inconcepibili imprudenze, una impunità così consolidata è andata improvvisamente in pezzi?

Oscar Wilde (figlio di un medico irlandese molto conosciuto e di una madre tuttora vivente e che, col nome di Speranza, scriveva poesie irlandesi), è sempre stato molto irlandese, poteva parlare molte ore senza stancarsi, amava il suono della sua voce lenta, rideva violentemente alla sue stesse battute incessanti, faceva spesso l’effetto di masticare le sue parole come se fossero caramelle. Non lo si poteva veder parlare senza notare le sue labbra sensuali, i suoi denti scoloriti e la sua lingua che sembrava leccare le parole. Questo paragone triviale è di una esattezza scioccante. Era un parlatore di cui si vedeva la macchina in funzione. I miei lettori lo hanno probabilmente visto: di alta statura, un negro sbianchito o arrossito, imberbe, pettinato con cattivo gusto.

Quando comparve a Londra, si conquistò una fama di eccentricità e di talento da buffone. A Oxford si era distinto per gli studi seri. Guidato da M. Whistler (che lo ha molto rimpianto dopo e che gli aveva fornito molto spirito e molta originalità), entrò nell’ambiente mondano, preoccupato soprattutto di stupire, di divertire, di fare parlare di sé, senza disdegnare alcuna forma di stupidità, sempre in cerca di qualsiasi spiritosaggine o battuta impudente, felice di essere fischiato, capace di imporsi poco a poco.

La società inglese ebbe il suo buffone come aveva la sua bellezza, Mm Langtry; la carriera della dona più bella e del più vanitoso degli uomini si commentano reciprocamente, ma dato che lei vive ancora, e anche lei fa parte della storia, anche se della storia aneddotica, non parlerò che in modo molto riservato dell’opinione della “nuova Elena” sul suo poeta e amico. Un giornale americano l’ha consultata, e stando al giornalista americano, lei ha risposto che aveva conosciuto Oscar Wilde dopo che lo avevano rimandato indietro da Oxford, che lui aveva sempre queste idee, che era un uomo affascinante, di cui tutti ridevano nella più alta società e che lo si amava senza prenderlo sul serio.

Autentica o no, questa risposta del Giglio di Jersey, della bella per la quale fu inventato il titolo di bellezza professionale, è un modo di scusare la società di Londra, il peggior modo di scusarla. Oscar Wilde faceva ridere, divertiva soprattutto gli ignoranti, i giovani che non hanno letto granché, le donne che hanno letto ancora meno, e anche qualche uomo serio troppo occupato per approfondire, anche solo un po’, qualcosa di così frivolo come l’influenza di un uomo che fa ridere.

I pittori dicevano di lui: capisce tutto meno che la pittura. I letterati al di sopra dei 23 anni: tutto salvo la letteratura. I musicisti: tutto salvo la musica. E così via. In Inghilterra la notorietà e la celebrità sono contigue. In un ambiente mondano le donne e i ragazzi giovani  vogliono divertirsi a qualsiasi costo; la borghesia imita questi atteggiamenti come può, e lo scherno delle classi intermedie e inferiori aumenta la notorietà. Il principe di Galles volle fare la conoscenza di Oscar Wilde. Oscar Wilde diventò l’uomo più ricercato e più ridicolizzato. Si vantava del suo egoismo, della sua pigrizia,  della sua vanità, della sua incostanza, di tutti i vizi confessabili. Era proprio l’avventuriero che divora le cose care e rare. Aveva ventotto anni. Se ne andò a fare delle conferenze in America. Lì risero di lui graziosamente, ma eccitare il riso faceva parte del suo progetto. Ritornò lamentandosi dell’Oceano che lo aveva deluso. Si sposò con una affascinante irlandese che aveva un po’ di patrimonio. Da questo matrimonio[2] sono nati due figli. Oscar Wilde avrebbe potuto essere felice senza la sua divorante vanità e in una società che non gli avesse fornito tanto pascolo. Ma allora era molto lontano dalle avventure di oggi. Il suo egoismo, è vero, era imperturbabile. Si orientava verso il più giovane e cercava di fargli girare la testa a forza di adulazioni e di fare di lui un discepolo. Discuteva, discuteva incessantemente, e fumava sigarette.

Si interessava allora di tutte le perversioni sessuali, le temeva, ne aveva paura in rapporto a se stesso. Gli piaceva parlarne, sapeva le storielle di tutta Londra. Le grandi tribadi lo affascinavano come i sodomiti coraggiosi o innamorati. Ci girava intorno. Era innocente, così diceva, ma seguiva la pista degli altri.

“Non credo proprio, diceva ai suoi giovani amici, che quelli che fanno queste cose si divertano tanto quanto mi diverto io a parlarne”[3]

Fu preso da un vero accesso di febbre cerebrale dopo aver letto “Monsieur Vénus” e ne raccontava la trama con un ardore poetico più che ammirevole. Era inesauribile. Per lui, quanto a lui, aveva paura. Sapeva di essere tanto conosciuto, che la sua immagine era così riconoscibile, che non avrebbe osato, in un luogo pubblico, discutere con sconosciuti compromettenti. Si vedrà la strada che ha percorso dopo.

Si ricordava allora di tutte quelle regole di prudenza e di decenza che aiutano un uomo onesto, anche se è invertito, a vivere con la fronte alta e senza paura. Se diceva ai giovani uomini del suo mondo: “Solo voi sapreste darmi un brivido di novità, solo voi sapreste mescolare il romanzesco e l’ironia, il romanticismo e il cinismo”, se rifiutava Mon Frère Yves, come troppo blando, troppo innocente, se la lettura in “A Rebours” dell’incontro del giovane uomo e di des Esseintes, gli dava un po’ della febbre di Monsieur Vénus, era soprattutto curioso, girandolone, timoroso, giocava con l’idea del pericolo più che col male in sé.

“Non posso farvi conoscere il signor Tizio o il signor Caio, diceva ai suoi giovani amici, perché potrebbero compromettervi.”

Quando gli si chiedeva di spiegare la situazione psicologica degli unisessuali del bel mondo, di quelli che vanno dappertutto, ma tirano dritto per la loro strada, assicurava che essi cominciavano con la gioia, il delirio della loro originalità, della loro indipendenza, ma che man mano che si isolavano sempre di più, man mano che erano per così dire marcati in volto, soffrivano molto. Secondo lui, essi cominciavano dall’esaltazione e dall’orgoglio e finivano per sentirsi dannati…

Ci fu qualche momento di esitazione quando scrisse Dorian Gray, un romanzo poco originale (Oscar Wilde non è mai stato originale), artificiale, superficiale, effeminato. L’unisessualità regnava ma senza vigore, nel chiaroscuro, nell’affettazione della paura.

Non vedo alcun argomento serio contro lo studio dell’unisessualità nell’arte. I maestri non ne hanno paura, da Eschilo a Swinburne. In Inghilterra, il teatro, il romanzo, la poesia, se ne sono impossessati o serviti, ma sempre in modo franco, eroicamente, o satiricamente, o appassionatamente.[4]

Oscar Wilde non avendo né il senso della vita né un talento che gli fosse proprio, ha potuto trattare l’inversione o la perversione sessuale solo debolmente, con una certa ipocrisia, languidamente.

Quelli che avevano capito e detestato la china sulla quale stava scivolando lo avevano abbandonato e avevano preso le distanze da lui prima del Dorian Gray. Quelli che aveva intorno non se ne rendevano conto, si divertivano con lui, condividevano i suoi gusti, lo capivano.[5] Questo è Oscar si diceva, tutti lo conoscono, può fare quello che vuole. I suoi amici e gli amici degli amici amavano ripetere: “Gli piace parlarne, ma non lo fa.”

Le sue lezioni di egoismo, di falsità, di menzogna, di sovrastrutture, di poveri paradossi spaccati in quattro, non erano abbastanza per screditarlo. Si permetteva ai propri figli di adularlo e di esserne adulati, di lasciarsi chiamare “il nuovo ragazzo di Oscar”.

Si era messo a lavorare e si parlava meno di lui quando la sua commedia “Il ventaglio di lady Windermere” fu messa in scena in uno dei migliori teatri di Londra. Mi ricordo di questa prima. La commedia corrispose a quello che mi attendevo dal suo talento e dalla sua sicurezza in se stesso: niente di così vecchio come la commedia, niente di così personale come il suo condimento.

La novità di questo tipo di plagio, gli interpreti, la moda, la famosa sigaretta che l’autore fumava gustando la sua apoteosi, dopo l’ultimo atto, in presenza del pubblico che lo acclamava, e il famoso garofano verde[6] all’occhiello gli provocarono un successo strepitoso. Il pubblico inglese ama le vecchie pagnotte; e Oscar Wilde, in più, gli offriva i vecchi ritornelli “artistici” e tutto lo “spirito” della sua esistenza e del suo mondo.

Oscar Wilde guadagnava ora denaro. Viveva poco a casa sua, stava qualche volta in un albergo, qualche volta in un altro. Rinunciava per la maggior parte del tempo alla vita domestica, ma il suo successo lo avrebbe potuto riportare alla vita rispettabile. Anche senza vivere una vita priva di sospetti, anche predicando la corruzione, anche circondato dai giovani uomini più visionari, più scintillanti di Londra, avrebbe potuto non crollare. Ecco uno dei punti curiosi del caso, una delle numerose lezioni commentate senza dubbio a Sodoma come a Londra.

Anche se fosse stato assolto, sarebbe comunque rimasto il modello di quello che non si deve fare. L’indulgenza che gli si accordava, il successo della sua commedia, la sua insensata vanità, la sua corte di gente giovane, sempre più giovane, come capita ad ogni celebrità sul punto di tornare indietro, la sua enorme indulgenza per i suoi propri capricci, lo avevano guastato e lui schiacciava tutto quello che stava intorno a lui o dentro di lui, anche le sue qualità, anche le sue amicizie.

Quello che Goethe chiama “das daemonische” [il demoniaco] gli fece fare la conoscenza di Alfred Douglas, figlio del marchese di Queensberry. Lord Queensberry, le cui due mogli hanno divorziato, è sempre stato famoso per il suo trasporto collerico, per la sua ostinazione, per le sue opinioni religiose professate o piuttosto proclamate a una prima di Tennyson. Suo padre, suo fratello e il suo figlio più grande sono morti tragicamente, uccisi da un’arma da fuoco. Un altro fratello è morto su una montagna. Una sorella ha sposato un giovane panettiere. Un’altra sorella non ha mai temuto la pubblicità, e ora protegge gli animali che la sua passione per lo sport prima perseguitava.

Lord Queensberry era stato profondamente amareggiato dalla elevazione del suo figlio maggiore, lord Drumlawing, segretario di Lord Roseberry, a pari di Inghilterra, mentre lui non sedeva nella camera dei lord.

I suoi figli avevano tutti preso le parti della loro madre, e i rapporti non avevano niente di cordiale.

Lord Alfred, un giovane uomo pallido e artificiale, sempre vicino ad ogni tipo di imprudenza e a ogni tipo di esagerazione, scriveva dei versi sui “due amori” e su “la lode della vergogna”,[7] traduceva dal Francese in Inglese la Salomé[8] che è dedicata a lui, collerico come suo padre, trascinò Oscar Wilde alla rovina. Lo fece precipitare nel bel mezzo di un odio familiare comparabile con quello della razza di Atreo. Un figlio raramente ha odiato suo padre così apertamente come lord Alfred ha odiato lord Queensberry. Non penso di dovermene stupire più di tanto. Ci sono sentimenti più deplorevoli che bizzarri. Assolutamente indifferente non solo al che se ne dirà ma anche al che se ne dice, o forse non sdegnando affatto di essere celebre, abituato a vedere nella sua famiglia le teorie messe in pratica, sceglieva le sue amicizie e le sue conoscenze dove gli pareva, non sdegnando di cenare né con gestori di case di tolleranza né con piccoli Gesù [prostituti], né con degli amanti ben noti di carne maschile venduta a prezzo, la sua curiosità, la sua sfida, hanno dovuto affascinare Oscar Wilde, il curioso timido e impertinente. Wilde aveva ripetuto a sazietà che non si poteva amare lo stesso individuo per più di sei settimane ma il suo entusiasmo per lord Alfred dura dal 1891. La nascita di Lord Alfred, la sua giovinezza avventurosa e fuorviata, di cui avrebbe dovuto avere pietà, il suo aspetto insieme artificiale e indifferente, stanco e infaticabile, la lealtà commuovente, emozionante, degna di miglior causa, lo affascinarono e lo avvinsero. Bisogna sapere che in Inghilterra il figlio cadetto di una famiglia nobile esercita un prestigio fantastico agli occhi di molti borghesi. Così si è vista, in questi ultimi anni, una donna vestita da uomo farsi passare per lord A. Pelham Clinton (l’eroe defunto del processo Bolton e Park, processo di pederasti) e intascare il denaro dei borghesi. Man mano che Wilde si impaludava, il prestigio del giovane lord Alfred brillava sempre più chiaramente agli occhi dell’Irlandese.

Lord Alfred Douglas ha gettato una sfida così vigorosa e totale (non ha che ventiquattro anni) a tutte le cose che si definiscono convenienze, che non può stupirsi, irritarsi o offendersi se lo si tratta con la curiosità e con la franchezza dovute  a un contemporaneo. La sua giovinezza, la sua estrema arditezza, le sue inutili imprudenze, la sua fedeltà senza limiti, il suo odio, le sue lettere ai giornali, fanno fremere ogni uomo minimamente serio che la psicologia non abbia indurito. Più ci si avvicina alle laceranti divisioni interne alla sua famiglia, più si vede quanto avesse bisogno di una direzione e di essere diretto, più si trova terribile la sorte che lo legò a Wilde. In compagnia di un amico sicuro, lusingatore e lusingato, Oscar Wilde si inaridì fino a conoscere i professionisti del vizio.

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[1] Lo scandalo di Cleveland Street del 1889 vide molti aristocratici accusati di frequentare a Londra un bordello per la prostituzione maschile. Lord Arthur Somerset, avvocato di uno degli imputati, minacciò di coinvolgere il principe Albert Victor, secondo nella linea di successione al trono. Lo scandalo alimentò l’omofobia nel paese e l’idea che l’omosessualità fosse un vizio da ricchi. I giovani prostituti, che lavoravano anche come fattorini del telegrafo, furono oggetto di feroce satira sulla stampa francese.

[2] Notiamo la superiorità del giornalismo inglese (nonostante i suoi grandi difetti) sul giornalismo americano. Tutti i giornali inglesi hanno rispettato la tragica situazione della signora Wilde e dei figli. In America è stata pubblicata la loro biografia con le fotografie.

[3] Da questo punto di vista possiamo aggiungere il fatto che tutti i giovani uomini che hanno testimoniato contro di lui hanno raccontato la stessa storia: il coito orale praticato su di loro e poi la sua soddisfazione inter eorum femora [tra le loro cosce]. Anche non volendo prestare fede a queste testimonianze, si vede il rapporto logico tra questi atti e le sue parole.

[4] Si veda la nota alla fine di questo capitolo.

[5]  Ci sarà un giorno da fare uno studio sull’influenza delle donne inglesi o americane a favore della pederastia.

[6] Ci si ricorda del caso Abadie, detto delle cravatte verdi. Ecco qualche parola sui garofani verdi. Questi garofani, arrivati dalla Francia, colorati artificialmente, comparvero presso qualche fioraio elegante. In un modo o nell’altro, ne furono acquistati per metterli all’occhiello senza nemmeno sapere chiaramente perché. So che il primo acquirente si trovò (al teatro) molto imbarazzato dagli sguardi curiosi rivolti al suo occhiello, e giurò di non usare più fiori verdi. Oscar Wilde adottò questo “fiore dei poeti” e i suoi discepoli, di cui parecchi erano truccati o ne avevano l’aria (c’è un modo di pettinarsi e di camminare ondeggiando che va d’accordo con il bistro artificiale, il rosa delle labbra ecc.), si credettero obbligati ad imitarlo. I giornali pubblicarono degli articoli di una violenza inaudita; si accusavano i cavalieri dal garofano verde di far parte di una banda di pederasti. Era il segno della riscossa. Il fiore fu bruciato sulla scena e la sala risuonò di applausi. Dopo le minacce di processo contro alcuni giornalisti,  si smise di portare questi garofani verdi e di parlarne, fino all’anno scorso quando un romanzo “L’oeillet vert” [il garofano verde] fece la parodia di Oscar Wilde e Alfred Douglas.

Aggiunta di Project: – Robert S. Hichens nel 1894 scrisse un romanzo intitolato The Green Carnation in cui Oscar Wilde era caratterizzato come  M. Amarinth. Questo accadeva nel periodo in cui i garofani verdi apparivano agli occhielli del gruppo di amici di Wilde. Interrogato su questo argomento, Wilde disse che essi portavano dei fiori per generare conversazione. Comunque, il libro di Hitchens utilizza il garofano verde per rappresentare una persona come Oscar Wilde, totalmente senza paura della vita.

Noel Coward nel 1929, scrisse una commedia musicale intitolata Bitter Sweet in cui i garofani verdi appaiono come un mezzo per distinguere gli omosessuali. Oscar Wilde, che era apertamente gay, portava spesso il garofano verde, che era diventato di fatto un modo per dichiarare la propria omosessualità.

[7] Oscar Wilde attestò che vergogna voleva dire modestia, pudore – una spiegazione che vale ancora di più dell’analisi dettagliata dei sonetti e dei “giovani”.

[8] M. Aubrey Beardsley, un giovane artista di grandissimo talento, ebbe la fuorviante possibilità di illustrare questa Salomé, mediocre, con dodici disegni che deploro, anche se li ammiro. Ma non è stato ingannato da questa pubblicazione.

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DA ETERO A GAY: LA SCOPERTA TARDIVA DELLA PROPRIA SESSUALITÀ

STORIE DI OMOSESSUALI TRA 800 E 900 – parte tredicesima

Prosegue la pubblicazione delle Storie annesse al trattato sull’inversione sessuale di Havelock Ellis.

Nella Storia n. 27, che potete leggere qui di seguito, si può seguire il percorso di emersione della omosessualità in un ragazzo americano di fine 800. Nella storia si ha una chiarissima esemplificazione di un concetto fondamentale riguardante la sessualità: l’imprinting sessuale (cioè le prime esperienze sessuali o para-sessuali vissute in età infantile).

Da una lettura attenta risulta chiaramente che l’imprinting, nel caso specifico molto forte e molto anticipato, e la facilità nel procacciarsi sesso etero, hanno reso impossibile l’emersione della omosessualità fino all’età adulta. Aggiungo che l’assenza della masturbazione dovuta alla facilità e alla frequenza del coito eterosessuale, privava di fatto il ragazzo di un elemento fondamentale per il riconoscimento del proprio orientamento sessuale.

Buona lettura!

STORIA 27

H. C., americano, 28 anni, possidente, non sposato, il maggiore dei due figli. La sua storia può essere meglio espressa con le sue stesse parole:

“Io sono, dalla parte di entrambi i genitori, di ascendenze inglesi molto antiche, essendo i primi coloni del mio nome arrivati nel New England nel 1630. Sia la famiglia di mio padre che quella di mia made sono state prolifiche di soldati e statisti; la famiglia di mia madre diede un presidente degli Stati Uniti. Per quanto ne so, nessuno dei miei predecessori ha fatto sospettare stranezze mentali, ad eccezione di uno zio materno, il quale, per eccesso di studio, divenne folle per un anno.

“Sono laureato in due università con una laurea in belle arti e una in medicina. Dopo un anno come medico in un ospedale, abbandonai la medicina del tutto, per seguire la letteratura, una predilezione che avevo dall’inizio della fanciullezza.

“Mi sono svegliato al sentimento sessuale all’età di 7 anni, quando, in una piccola scuola privata, intravedendo le cosce nude sopra le calze delle mie compagne di scuola femmine, mi esaltavo vagamente. Questo feticismo, è cresciuto più definitamente centrato alla fine sulle cosce e poi su tutta la persona di una ragazza in particolare. Il mio primo sogno tinto di sessualità fu su di lei, mentre lei mi stava vicino io schiacciavo il mio pene sopra un’incudine rovente e poi, in beatifica auto-immolazione, esponevo il moncherino carbonizzato ai suoi supplicanti occhi rotondi. Questo amore, però, diminuì all’arrivo di una nuova ragazza nella scuola, che, non più bella, ma più formosa, esercitava una forte attrazione sulla mia sessualità nascente. Un pomeriggio, nella soffitta della scuderia di suo padre, mi indusse a spogliarmi, dando lei stessa l’esempio. L’erezione che le nostre manipolazioni reciproche produssero fu per me senza impulso cosciente, provai solo una curiosità infantile vedendo la nostra differenza genitale. Ma l’episodio diede l’avvio a capricci stravaganti, uno dei quali con insistenza mi ossessionava: con queste differenze fisiche, ovviamente, compensatorie, perché io e quella ragazza non avremmo dovuto realizzare un qualche tipo di rapporto sessuale? Questa fantasia, derivante esclusivamente da quell’esperienza unica, mi affascinò solo con quello che aveva di grottesco, perché in quel momento la mia sensibilità sessuale non era che rudimentale e la mia conoscenza del sesso era nulla. L’idea bizzarra, presentata alla ragazza altrettanto ignorante e da lei approvata, nacque nella soffitta dell’aia paterna e là, in modo molto pasticciato, giunse a un compimento sorprendente e piacevole.

“Nei quattro anni successivi ho ripetuto l’atto non di rado con questa ragazza e con altre.

“Quando avevo 11 anni io e mia sorella fummo portati dai nostri genitori in Europa, dove rimanemmo sei anni, frequentando la scuola ogni inverno in una città diversa e viaggiando, durante l’estate, in diversi paesi.

“All’estero il mio desiderio fu saziato al massimo grado: la disponibile ragazza compagna di giochi era onnipresente, e io la maneggiavo con ardore negli alberghi svizzeri, negli stabilimenti termali tedeschi, nelle pensioni francesi, dove non l’ho fatto? Verso la pubertà per la prima volta ho fatto ricorso, qualche volta, alle prostitute.

“Alla masturbazione, eccetto alcuni esperimenti, non ho mai fatto ricorso. Pochi dei miei compagni di scuola la praticavano dichiaratamente.

“Di omosessualità avevo sentito qualcosa esclusivamente attraverso i classici, in cui, senza lunga ponderazione, riconoscevo solo il nostro cameratismo moderno, poeticamente esaltato, mascherato con gli abiti con la fraseologia antica. L’omosessualità non riuscì mai ad annidarsi dentro di me e non trovò nessuna consonanza nella scala delle mie simpatie, non possedevo nessuna pietra di paragone per tradurre le esibizioni di quegli amori ambigui in messaggi infuocati Il rapporto con il mio sesso consisteva, intellettualmente, in un’amicizia occasionale priva di forte affetto, e fisicamente, in un blando antagonismo, il corpo nudo di un uomo era per me alquanto repellente. Le statue di donne mi evocavano una risposta sia carnale che estetica, quelle degli uomini, non mi suscitavano alcuna emozione, salvo un approfondimento di quella antipatia originaria. Allo stesso modo accadeva per i dipinti, la letteratura, il dramma, gli uomini servivano solo come complemento per le deliziose fanciulle, che visitavano i miei serragli aerei e mi leccavano nei miei rosei sogni.

“Nel mio diciottesimo anno tornammo in America, dove entrai all’università.

“Il corso del mio amore per le donne era ormai un po’ irregolare, il rapporto sessuale normale cominciò a perdere fascino. Già avevo definito, senza l’aiuto di nessuno la logica del coito, così ora l’immaginazione, brancolando nel buio, concepì un nuovo impulso per il desiderio, il  cunnilingus. Ma questo, anche se per un po’ fu abbastanza adeguato, presto cessò di soddisfarmi. In quel frangente, il Natale del mio primo anno di college, fui nominato direttore di una piccola rivista, una pecca precoce del modo di procedere di questa rivista fu la scarsità di storie d’amore. Tale abbandono improvvido era in linea con il mio modo deviante di vedere le donne, un modo di vedere che mi era stato dato dalla auto-dissipazione del glamour attraverso il quale si voleva che apparissero. Avevo vagato in qualche modo dietro le quinte e avevo visto, senza l’intervento delle luci della ribalta del sesso, che le fate una volta così raggianti si riducevano ad una umanità imbellettata, simpatica come sempre, ma non più desiderabile.

“Poco dopo, si cominciò a parlare del caso di Oscar Wilde. I resoconti dei giornali su questa faccenda, mentre  mi illuminavano, non accendevano alcuna luce di auto-rivelazione; correggevano soltanto alcune inutili congetture che, su alcuni vizi mistici, avevo sentito sussurrare. Qua e là un’allusione giornalistica ancora troppo recondita mi veniva faticosamente chiarita da un compagno di studi effemminato, che, immagino ora, non avrebbe mostrato alcuna reticenza se lo avessi pregato di aggiungere una dimostrazione pratica. Acquistai anche delle fotografie di Oscar Wilde, le guardavo sotto gli auspici untuosi di quello stesso svirilizzato mentore blandiloquente. Se il mio interesse per Oscar Wilde derivava da qualche altra emozione che non fosse la curiosità piuttosto morbosa allora quasi universale, non ne ero comunque consapevole.

“I sogni erotici, preclusi fino ad allora dal coito, vennero subito ad affliggermi. I protagonisti di questi sogni erano (e sono tuttora) invariabilmente le donne, con questa sola eccezione che io posso ricordare: sognai che Oscar Wilde, una delle mie fotografie di lui incarnata, si avvicinò a me con un languore buffonesco e eseguì una fellatio su di me, un atto che mi era stato spiegato verbalmente poco prima dal mio oracolo. Per un mese o più, il ricordo di questo sogno mi disgustò.

“I pochi tentativi successivi, timidi e svogliati, di ripristinare la mia attività sessuale erano predestinati a fallire, anche perché avevo temuto che lo fossero: l’erezione era incompleta, l’eiaculazione senza piacere.

“Sembrava che ci fosse qualcosa di sbagliato in questo comportamento. Perché coito senza desiderio sensuale del coito? Nessun senso del dovere mi spingeva, né alcun timore di un’aberrazione sessuale. La spiegazione è questa: l’attrazione per le donne non era stata eliminata, ma semplicemente sublimata, la mia immaginazione, che non importava più le immagini delle donne dall’osservazione, creava le proprie sirene deliziose, una volta diventata ​​esigente e trascendente, si rivolgeva invano alla realtà. La sostanza era svanita stabilmente, e presto anche queste sue ombre tormentose divennero via via più evanescenti, finché anch’esse svanirono nel nulla .

“Gli antipodi della sfera sessuale vennero sempre più verso la luce della mia tolleranza. L’inversione, fino ad allora macchiata da una leggera ripugnanza, divenne alla fine esteticamente incolore, e poi riprese delicatamente colore, in un primo momento solo attraverso la pietà verso le sue vittime, ma alla fine, il colore si fece più marcato con l’inclinazione semicosciente ad applicarla a me stesso come una remota possibilità. Questa rivoluzione, però, non avvenne senza una spinta esterna. Il tono prevenuto di un libro che stavo leggendo, Psychopathia Sexualis di Krafft-Ebing, incitando il mio sdegno, mi portò alla simpatia. Il mio prendere le difese degli omosessuali, puramente astratto anche se era solo un inizio, comportava però il mio guardare le cose con occhi ipoteticamente invertiti, un orientamento per amor di discussione. Dopo un po’, insensibilmente e non in un momento ben preciso, l’ipotesi si fuse con la realtà: io stesso ero un invertito. L’inversione occasionale e fittizia non si era mai sovrapposta, credo, a questa vera inversione, ma piuttosto una vera e propria inversione, dormiente per tutti quegli anni, aveva semplicemente risposto alla fine ad uno stimolo forte e abbastanza prolungato, come un uomo che si risveglia quando è chiamato ad alta voce.

“Nel presentare me stesso così sessualmente trasformato, non affermo di aver avuto fin dall’inizio una qualche inclinazione definitiva. L’istinto, così evoluto da poco tempo, rimase per un po’ offuscato. La sua espressione primaria era un interesse debolmente sensuale per le caratteristiche fisiche dei ragazzi specialmente nelle loro somiglianze con le donne. A questo interesse non opponevo alcuna disapprovazione; dato che la lascivia con le donne in molte e diverse situazioni aveva molto tempo prima intossicato la mia coscienza sessuale fino a portarla alla letargia, nessun ragionamento si oppose al tentativo di ricostituire quella coscienza sessuale. D’altra parte, il piacere intellettuale per le promesse del nuovo mondo, così come la sensualità, mi conducevano alla sua esplorazione deliberata. Eppure, per un anno, il desiderio si fermò ad una vera libidine su nulla di più concreto dei giovani, la coabitazione coi quali era la mia unica fantasia.

“Un giovane chirurgo, dopo aver letto la mia copia della Psychopathia Sexualis, si mise una sera a discutere sugli invertiti con tale gusto che gli chiesi ingenuamente se lui stesso fosse invertito. Diventò rosso, se confermativamente o altrimenti non potevo immaginarlo, nonostante il suo no veemente. Immediatamente ritirò molto sottilmente la sua negazione. Ma alla sua domanda, in risposta alla mia, io mantenni il mio no, per paura che mi proponesse qualche atto sessuale, un cosa che l’estetica della mia inversione sessuale in pieno sviluppo non avrebbe ancora permesso, i ragazzi della mia immaginazione dominavano ancora la scena.

“Una sera, subito dopo, mi scortò a molte delle caffetterie dove gli invertiti sono soliti radunarsi. Questi luoghi di incontri amorosi segreti erano tutti molto simili: un lungo corridoio, con l’orchestra ad una estremità, tavoli in marmo lungo le pareti, che lasciavano il pavimento libero per ballare. Attorno ai tavoli sedevano ragazzi e giovani, Adoni sia per effetto dell’arte che della natura, disponibili per un drink o una chiacchierata col Samaritano di turno, e timidamente venivano importunati per i piaceri per i quali, al piano di sopra, c’erano piccole stanze in affitto. Uno dei ragazzi, supportato dall’orchestra, cantava “l’aria dei gioielli” del ‘Faust’. La sua voce aveva la limpida, tremula purezza di un clarinetto, e il suo volto la bellezza di un angelo. La canzone si concluse, lo invitammo al nostro tavolo, dove si sedette a sorseggiare un brandy liscio, mentre rispondeva beffardamente alle mie domande libresche. I ragazzi prostituti che abbelliscono queste sale, ci informò, avevano nomi fantasiosi, alcuni di attrici famose, altri di eroi del teatro, il suo nome era Dorian Gray. I rivali, si lamentava, avevano assunto lo stesso nome, ma lui era l’originale Dorian, gli altri erano solo impostori gelosi. I suoi capelli ricci erano d’oro; le guance rosa; le labbra, rosso corallo, si aprivano incessantemente per rivelare il bianco perla scintillante dei suoi denti Eppure, anche se lo ritenevo il giovane più bello del mondo, non provavo nessun interesse sessuale né per lui né per gli altri ragazzi, che in realtà erano tutti belli – la bellezza era la loro principale risorsa. Dorian, inoltre, esaltato dallo splendore del suo abbigliamento femminile, corsetti di raso, abiti da sera scollati, ecc, si vestiva, nelle notti di gala, in modo da mettere in mostra le sue spalle lucenti e le sue braccia belle, paffute e bianche. Così messo in mostra, scherzava, e avrebbe stregato perfino me, ancora così impassibile, fino a quando non mi fossi buttato, in lacrime di felicità, nel suo abbraccio d’amore.

“La mia prima esperienza di fellatio fu un mese più tardi, con il giovane chirurgo. Gli confessai lo sfizio di provare, e lui accettò. Anche se questo atto nauseante e faticoso, molto imperfettamente eseguito, era dovuto soprattutto alla curiosità, sorse ben presto una passionale velleità di ripetizione. In breve, il desiderio della fellatio crebbe lentamente dalla notte di quel fiasco sdolcinato e divenne alla fine in un desiderio sovrano.

“Forse l’abortire spontaneo di quell’esperimento iniziatico era dovuto alla precipitazione, all’incubazione del mio istinto perverso che non era ancora completa. Ci fu poi una pausa di un mese, nella quale, anche se non ci fu alcun tentativo di una ulteriore fellatio, la mia mente andò via via sempre più vicino ad una conciliazione con la grossolanità dell’atto, e cominciò a scoprire qualche correlazione tra le sue creature e i bei ragazzi visti in carne e ossa. Una sera, a Broadway, concepii improvvisamente un desiderio totale per un giovane che stava uscendo da un hotel mentre passavo. I nostri sguardi si incontrarono e si  fermarono insieme. Si accostò a me per la prima volta vicino a una vetrina. Era un invertito. Con lui, nella sua stanza presso l’hotel da dove lo avevo visto uscire, ho passato una notte apocalittica. Da allora in poi il contatto con i ragazzi limitato solo allo spirito cessò di essere un fine, le immagini si erano trasformate in carne, uscivano dal loro contesto a andavano per le strade. Quel ragazzo, quel deus ex machina, lo vedo chiaramente: i suoi capelli ricci marroni, gli occhi azzurri come il mare, il suo petto insieme così ad arco e così pieno, le braccia arrotondate, la sua vita stretta, il rigonfiamento aggraziato dei suoi fianchi e le cosce, piene e bianche come la neve; ricordo come ieri le fossette nelle sue ginocchia, la snellezza delle sue caviglie, la morbidezza dei suoi piccoli piedi, con il collo del piede rosa come l’interno di una conchiglia. Come gongolavo sulle sue ampie rotondità, le sue ricche ondulazioni!

“Negli ultimi otto anni ho eseguito la fellatio (mai la pedicatio) con più di trecento uomini e ragazzi. La mia preferenza è per i ragazzi tra i 15 ei 20 anni, raffinati, carini, con un fare da ragazzina, e loro stessi omosessuali.

“Personalmente, salvo questo amore per i maschi, sono da ogni punto di vista maschile, dedito agli sport all’aria aperta, e a fumare e a bere moderatamente. All’apparenza, non sono che un ragazzo di 18 anni. La mia faccia e la figura sono generalmente considerate belle. Sono ben rasato, con capelli neri e ricci, le guance rosse e gli occhi castani, i lineamenti delicati e regolari; il corpo, di media statura, ovunque praticamente senza peli. Con anni di allenamento ho raggiunto anche grande forza e proporzioni classiche, i contorni dei muscoli sono facilmente arrotondati dal tessuto adiposo. Le mie mani ed i piedi sono di piccole dimensioni. Il mio pene, anche se perfettamente formato, è decisamente enorme – eretto, dieci pollici e mezzo di lunghezza, sette pollici e un quarto di circonferenza.

“Qualche spinta alla mia apostasia dai metodi ortodossi è venuta, senza dubbio, da questa ipertrofia del pene, che già nel mio ventesimo anno aveva acquisito la sua attuale dimensione eccessiva, rendendo il coito impraticabile con la maggior parte delle donne. Io tentavo e dolorosamente quando l’inserimento riusciva. Dal quando mi ritrovai erede dell’inversione, un unico ritorno del desiderio normale, sei anni fa, mi convinse a tentare il coito con undici o dodici prostitute, e, abbastanza stranamente, con quasi tutta la lascivia dei vecchi tempi e con la piena erezione, ma, come avvenne, sempre con troppo grande disparità delle parti per il successo.”

Una certa ricercatezza nei modi di questa comunicazione può essere attribuita in parte alla natura degli interessi letterari che lo scrittore di preferenza coltiva, e in parte, senza dubbio più fondamentalmente, al carattere speciale del suo temperamento, prevalentemente estetico e all’attrazione per l’esotico. Un’attrazione per esperienze esotiche non sarà, tuttavia, sufficiente a spiegare lo sviluppo piuttosto tardivo delle tendenze omosessuali, uno sviluppo ritardato che può essere la base per collocare questo caso proprio nel gruppo degli invertiti ritardati. H. C. stesso ha sottolineato a me che la sua avversione per le donne, che cominciò ad apparire nel diciottesimo anno, era già notevole prima che avesse mai sentito parlare chiaramente di atti omosessuali specifici e un anno intero prima che egli sperimentasse il minimo interesse sessuale per gli uomini o per i ragazzi. Inoltre, se è vero che la tendenza attuale all’attrazione omosessuale è apparsa solo dopo che aveva letto Krafft-Ebing ed era venuto a contatto con gli invertiti, tali influenze non sarebbero sufficienti a cambiare la natura sessuale di un uomo normalmente costituito.

Si può aggiungere che H. C. non è attratto da uomini normali. Per quanto riguarda il suo atteggiamento morale egli osserva: “Non ho scrupoli nell’indulgere alla mia passione. Capisco le obiezioni morali avanzate, ma esse sono così speculative e costruite, mentre, in modo immediato, l’inversione è la fonte di tanto bene.” Egli considera tutta la questione sessuale come in gran parte una questione di gusto.

Considero il caso precedente, un caso di notevole interesse. Presenta ciò che è comunemente considerato un tipo molto diffuso di inversione, di cui Oscar Wilde sarebbe il massimo esponente, in cui una persona eterosessuale diventa chiaramente omosessuale per effetto dell’esercizio della curiosità intellettuale e dell’interesse estetico. In realtà il tipo è tutt’altro che comune; infatti, una curiosità intellettuale e un interesse estetico, abbastanza forti da dirigere anche in apparenza l’impulso sessuale in qualche nuova direzione, sono a loro volta tutt’altro che comuni. Inoltre, una lettura critica di questa storia suggerisce che il controllo apparente della ragione sull’impulso sessuale è un fenomeno superficiale. Qui, come sempre, la ragione non è che uno strumento nelle mani delle passioni. Le cause apparenti sono in realtà gli effetti; e noi assistiamo al graduale emergere di un impulso omosessuale ritardato.

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Gli “Annali dell’Omosessualità” di André Raffalovich

Mi accingo a pubblicare online, a puntate, una mia traduzione di un testo, unico nel suo genere, ossia degli Annali dell’Omosessualità di André Raffalovich. In realtà l’autore, nel titolo, usa il termine unisessualità e non omosessualità, ma il termine originale suonerebbe strano nel XXI secolo.

Mark André Raffalovich (Parigi, 11 settembre 1864 – 14 febbraio 1934) è un personaggio la cui vita e la cui opera sono piene di contraddizioni. Non era un medico anche se polemizzò con medici, psicologi e antropologi e scrisse di antropologia criminale. Fu soprattutto un omosessuale che raccolse una mole enorme di dati e di testimonianze sulla omosessualità che sono un’autentica miniera per la conoscenza dell’omosessualità alla fine dell’800.

Nato in una famiglia di ricchi banchieri ebrei di Odessa, fuggiti dalla Russia nel 1863, studiò a Oxford e si stabilì poi a Londra dove conobbe Oscar Wilde, il rapporto tra i due non fu mai di autentica simpatia. La vita di Raffalovich è comunque legata ad Oscar Wilde per un’altra ragione. Il Ritratto di Dorian Gray, capolavoro di Wilde, si ispira a John Gray, personaggio molto in vista della vita mondana londinese, un esteta di umili origini, nato nel 1866, che aveva abbandonato la scuola a 13 anni ma che era riuscito a farsi apprezzare nell’altà società. Nel 1892 Raffalovich, a Londra, conosce Gay, che aveva allora 26 anni (Raffalovich ne aveva 28) e tra i due nasce un amore profondo che li terrà uniti per tutta la vita, anche se in situazioni, all’inizio, neppure lontanamente ipotizzabili.

Nel 1896 Raffalovich pubblica “Uranismo ed unisessualità: studio sulle diverse manifestazioni dell’istinto sessuale”. Dello stesso anno sono gli “Annali dell’unisessualità”, di cui mi accingo a pubblicare la traduzione. Si tratta in pratica del primo tentativo di una pubblicazione scientifica di periodicità prevista come annuale, interamente dedicata allo studio dell’omosessualità e alla raccolta di documentazione in merito. Fino a questo punto Raffalovich appare come uno dei paladini della omosessualità; i suoi scritti sono enormemente più moderni di quelli di moltissimi uomini di scienza che si ritenevano esperti del settore.

Ma proprio dal 1896 la vita di Raffalovich e quella di Gray arrivano ad una svolta. Spinto da Gray, Raffalovich si converte al Cattolicesimo. Raffalovich entrerà nel terzo ordine domenicano, Gray diverrà sacerdote e Raffaolovich gli pagherà gli studi in seminario. Gray sarà nominato parroco ad Edimburgo e Raffalovich contribuirà in modo consistente alle spese per la sua nuova chiesa e si stabilirà in una casa accanto alla parrocchia dell’amico, per potergli rimanere vicino. Moriranno entrambi nel 1934 senza mai essersi separati e saranno sepolti nella stessa tomba.

Come avremo modo di vedere, per Raffalovich, anche nel 1896, la distinzione fondamentale non è tra omosessuali ed eterosessuali, ma tra onesti e depravati, ossia tra quanti sono in grado di controllare le loro pulsioni e quanti ne sono invece dominati.

Project

NOTE E DOCUMENTI
DI PSICOLOGIA NORMALE E PATOLOGICA

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Annali dell’unisessualità, di André Raffalovich. – Un progetto e un frammento di annali unisessuali. -La morale delle persone oneste. – Revisione critica dei libri e degli uomini:James, Maudsley, Dallemagne, Clement Dukes, Mabel Hawtrety Haverlock Ellis, Edward Carpenter, Howard, Hoche, Kurella, Krafft-Ebing, Næke, Penta, Lino Ferriani, Pelandi, Laupts, Legludic, Féré.
Appendice A: unisessualità francese. – Appendice B: unisessualità inglese. – Appendice C: Caso Cordes (Berlino). – Appendice D: Libri e letteratura frivola.

Quando si potrà inaugurare l’impresa che oggi sto per indicare? Conosciamo L’Année psychologique di Binet et Beaunis: un volume enorme che contiene alcuni articoli originali, molti rendiconti e una ricca bibliografia. È anche noto il giornale omosessuale una volta tentato dal poco giudizioso Ulrichs. Io non propongo né il tono di Ulrichs (e dei suoi numerosi imitatori), né le sue digressioni teoriche (1) né il peso dell’Année psychologique; non chiedo nessuna perorazione male intesa, nessuna pubblicazione troppo folta, ma mi piacerebbe vedere ogni anno un volume serio e ben nutrito, dedicato interamente all’unisessualità.

Vorrei che questo libro fosse caratterizzato da quella psicologia sana e maschile che, sola, può farci conoscere e capire l’unisessualità. Ci sono già abbastanza pensatori e osservatori capaci di accorgersi che gli invertiti non sono necessariamente né degenerati (2), né malati, né criminali; essi scoprono anche che gli invertiti non si dividono in passivi e attivi, la distinzione tra l’invertito maschio e l’invertito femmina spiega solo un piccolo numero di unioni unisessuali; essi cominciano a capire in un modo o nell’altro la mia classificazione, la mia divisione; passivi, effeminati, virili, ultra-virili.

In questi annali dell’inversione sessuale non ci si dovrebbe sottomettere alle affermazioni antiquate e retrograde. Si dovrebbero mettere da parte i luoghi comuni; non si parlerebbe affatto di antifisici, non si invocherebbe più la natura pretendendo che essa si contraddica in continuazione; ci si guarderebbe bene dagli epiteti infamanti (3), non li si metterebbe se non al posto giusto, e ci si ricorderebbe che il punto di vista scientifico e morale non è né eterosessuale né omosessuale (4).

Non ci si lascerebbe spaventare da coloro che affermano l’impossibilità di non essere guidati dalla equazione personale, dalla risposta individuale. Ci sono così tanti spauracchi dei quali bisogna rendersi conto e che bisogna evitare. Ci si terrebbe al corrente dei libri pubblicati, di quelli relativi all’unisessualità di quelli che la chiariscono in un modo o nell’altro. Si reagirebbe alla grande congiura contro la verità. Noi si disdegnerebbero alcuni libri frivoli (5) più di quanto non si disdegnano le confidenze di uomini frivoli quando si sa come farne uso, e ci sarebbero il tempo e lo spazio necessari per soffermarsi su opere significative e di peso.

Se vogliamo cogliere le verità sconosciute non possiamo cominciare certo alla leggera né superficialmente. E bisogna non avere paura né di infastidire né di divertire. Non si trascurerebbero neppure le ricerche storiche, le documentazioni vaste, e un giorno non saremo più costretti a leggere queste visioni storiche sorprendenti che ignorano l’unisessualità dei tempi cavallereschi e in cui il patriottismo interviene per chiamare italiano, francese, tedesco, greco, inglese, asiatico, ciò che appartiene a tutte le epoche storiche, a tutta la terra abitata. Le biografie dei morti sarebbero per noi sempre più interessanti (6).

Le osservazioni contemporanee sarebbero recepite; gli osservatori che ancora non si decidono a scrivere i loro romanzi o a pubblicare le loro memorie potrebbero venirci in aiuto. Gli stessi giornali fornirebbero una messe abbondante, anche se difficile da stimare in termini di valore, ma la cui attualità compenserebbe in qualche modo la mescolanza. Inizialmente un volume sarebbe sufficiente per l’Europa e l’America; ma a poco a poco ogni grande nazione da sola potrebbe produrre annualmente un simile volume. I documenti così raccolti, consultati, confrontati, controllati, fornirebbero agli avvocati, ai medici, agli educatori, ai genitori, gli uomini che conservano e rappresentano la coscienza mutevole della civiltà dei materiali necessari, le conclusioni inevitabili.

Ora mi accingo a cominciare con un frammento dell’annata 1896 questi annali molto al di sopra delle forze di un solo uomo, ma che richiedono una direzione per essere veramente utili e seri.

Prima di iniziare vorrei che si leggesse attentamente quello che Sainte-Beuve ha detto della moralità delle persone oneste; questo ci aiuterà a capire una delle grandi difficoltà dello studio della sessualità in generale e dell’unisessualità in particolare:

“Questa morale delle persone oneste non è la virtù, ma un composto di buone abitudini, buone maniere, metodi onesti basati solitamente su uno sfondo più o meno generoso, su una natura più o meno ben nata. 
Essere di buona famiglia, come si dice, avere intorno a sé esempi onorevoli, aver ricevuto un’educazione che ha conservato i nostri sentimenti, non mancare di coscienza, preoccuparsi soprattutto di una giusta considerazione, ecco, con mille varianti che si possono facilmente intuire, con più fuoco e generosità quando siamo giovani, con più cautela e calcolo, ben inteso, dopo trent’anni, ecco più o meno quello che compone questa morale delle relazioni ordinarie, come ce la offre all’inizio la superficie della società di oggi, e che penetra nella società anche molto prima … entrano a farne parte dei risultati filosofici, vi si mantengono delle abitudini e delle massime cristiane; è un compromesso che serve così alle esigenze della giornata. 
In quello che ha di meglio, direi che è un cristianesimo razionalizzato o piuttosto passato allo stato di pratica sociale utile. È stato in parte distrutto il Tempio, ma i pezzi sono ancora buoni, e li si utilizzata, li si fa valere senza rendersene troppo conto. Questa nuova forma dello spirito e delle abitudini pubbliche deve essere considerata come un progresso? socialmente, di sicuro; interiormente e profondamente parlando, la cosa è più dubbia. 
Pascal diceva: Le invenzioni degli uomini avanzano di secolo in secolo: la bontà e la malizia del mondo in generale rimane la stessa. Ora questa morale delle persone oneste rientra piuttosto tra le invenzioni di uomini, e se si tratta di un progresso in questo senso, non va in profondità, non tocca affatto il fondo generale della bontà o della cattiveria umana … 
Uno dei metodi una delle strategie di questa morale consiste nell’ignorare tutto il male che essa non vede direttamente e che non salta agli occhi. La società, la cui facciata e i cui piani principali hanno di solito, nei momenti prestabiliti, un’apparenza onesta e decente, nasconde nelle cantine e nei sotterranei molte malvagità; e talvolta è una parete molto sottile che le divide … Quando tutto questo non deborda visibilmente, la morale delle persone oneste non ne tiene alcun conto, e non suppone nemmeno che quelle cose esistano. »

Non potremmo definire meglio lo stato attuale della morale inefficace (per molti versi) delle persone oneste.
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(1) Il suo temperamento, la sua condotta, le circostanze, le sue disavventure, lo hanno portato alle peggiori stravaganze; ma questo declassato, questo ribelle, questo sessuale, questo sensuale accecato, ha svolto un ruolo di un’importanza riconosciuta, di un’ utilità ancora problematica, ma indubbia.
(2) Tranne che nel senso che farebbe di tutti gli uomini dei degenerati: l’assoluta armonia fisica e mentale non si verifica; su questo punto il determinismo e il cristianesimo potrebbero andare d’accordo. Il mio molto leale e simpatico avversario ed amico, il signor Dallemagne nel suo interessante articolo sul mio libro (e Uranisme et Uniseanialité, A. Storck, 1896) dice che devo avere “un parere molto personale sulla degenerazione – e temo che sia anche molto isolato – per credere che ci possono essere invertiti sessuali che non siano né degenerati né squilibrati. “(Annali della società di medicina legale del Belgio, Anno VIII, n. 2). Dovrei citare invece, per contro, i quattro articoli di M. P. Næcke sullo stesso libro (Zeitschrift fur psychiatrie, Irrenfreund, Centralblatt di Kurella, Archivio delle psicopatie sessuali di Penta) che crede certamente che degli invertiti sessuali possano non essere dei degeneri? Dovrei citare Havelock Ellis, e gli altri? Se il signor Dallemagne accetterà di trattare tutti gli uomini come degenerati, allora dirò con lui che tutti invertiti sessuali sono degenerati. La degenerazione mi sembra che somigli sempre di più al peccato della teologia e uno spirito scettico potrebbe divertirsi a fare risaltare questa somiglianza. Uno psicologo così delicato come W. James ha potuto superare abbastanza il suo pudore istintivo e acquisito da ammettere la probabilità, la possibilità dell’universalità dell’unisessualità. Egli ammette che tutti gli uomini ne sono capaci (Psychology, Volume 2, pagina 439). Ed è di mala voglia che il professor James è stato costretto a parlare così e a sostenere con la sua autorità una verità che tanti scrittori senza misura possono gridare troppo forte. La sua squisita prudenza su questo tema dà ancora più merito alla sua testimonianza. Credo che molti pensatori e scrittori stiano cominciando a reagire contro un’applicazione o troppo estesa o non abbastanza estesa della degenerazione. H. Maudsley per esempio in Alienist and Neurologist ha riportato il suo discorso, pronunciato nel mese di agosto 1895 davanti alla sezione psicologica della British Medical Association, egli si lamenta dell’abuso che si fa della teoria della degenerazione. Essa ha avuto, dice Maudsley, significato e valore, ma ha cambiato molto il senso della parola facendole significare tutte le specie e tutti i gradi di deviazione da un modello ideale, tutte le deviazioni da un modo di pensare e di sentire ideale, e queste deviazioni vanno dalle cattive abitudini di pensare e di sentire fino alla più grave idiozia, e alcune di queste deviazioni non sono più serie della lunghezza del naso o delle gambe. E sottolinea il pericolo delle parole che così tante persone utilizzano come se avessero un senso ben definito. Ognuno tira la parola un po’ dalla parte sua, ed una confusione grave è inevitabile. M. Tarde ha ottimamente detto queste cose della parola eredità.
(3) È spesso difficile. Ci sono delle glorificazioni dell’iperestesia sessuale scritte da uomini illustri e citate da medici così rivoltanti. E si riesce a mantenere il proprio sangue freddo solo ricordandosi delle grossolane indecenze eterosessuali. Quando l’erotismo si esprime in modo alto, le sessualità si equivalgono e si assomigliano.
(4) Mi riferisco al mio libro (Uranisme et Unisexualtté) e a quello del signor Legludic (Attentats aux mœurs). Spero che sia prossimo il tempo in cui non dovrò più citarmi, quando avrò solo l’imbarazzo della scelta per sapere a chi rinviare il lettore.
(5) Vedi Appendice D.
(6) Ne ho citati molti nel mio libro, ma ne conosco parecchi che aspettano ricerche coscienziose e penetranti.

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IL PROCESSO AD OSCAR WILDE 3

L’ultima fase di questo spiacevole affare si svolse dal 22 al 25 maggio. Alle ultime udienze, Wilde si mostrò molto abbattuto: Il suo coraggio e la sua arroganza dei primi tempi, il suo crollo rispetto al primo processo in corte d’assise avevano dato spazio a un atteggiamento serio e un po’ prostrato. A Londra si pensava che il suo stato in quel momento fosse pietoso e che lui fosse intellettualmente in calo. Alle udienze assistevano, separatamente, in marchese di Queensberry e suo figlio, che qualche giorno prima avevano avuto a Picadilly una rissa in cui erano volati colpi tra padre e figlio. Da questo si possono immaginare i buoni costumi di tutto questo mondo.

Questi nuovi dibattimenti, interessanti forse dal punto di vista giudiziario, non aggiunsero niente di nuovo sull’accusato. Si contestarono a Wilde le sue lettere a lord Alfred Douglas che cominciavano con queste parole “My own boy” [ragazzo mio] e la sua frase: “Le vostre labbra porporine sono fatte per la musica dei canti e per la follia del bacio.” Rispose paragonando la sua lettera a un sonetto di Shakespeare, deducendone che, in uno stile simile, si poteva, per indirizzarsi a un uomo giovane e distinto, di spirito largo e colto, impiegare delle espressioni letterarie pompose. Quanto alla sua amicizia con Taylor, si difese dicendo che considerava quest’ultimo come un gaio compagno, “la lode, da dovunque venisse, era sempre per lui, Wilde, cosa squisita e deliziosa” Infine Wilde, secondo il sistema che aveva costantemente seguito. Negò tutti i fatti immorali che gli venivano rimproverati e che i testimoni, invece, affermavano.

Dopo l’eloquente supplica di sir Edward Clarke, dopo la requisitoria molto bella di sir Franck Lockwood e il riassunto del giudice Wills, la giuria giudicò Wilde e Taylor “colpevoli”. Il giudice si pronunciò allora per il massimo della pena: due anni di prigione con lavori forzati. [Dall’uditorio parte un grido, uno solo: “Vergogna!” Da chi viene quel grido? Non ci si preoccupa nemmeno di domandarselo. Tutti gli occhi sono fissi su Wilde. Impallidisce ancora e si vede il suo viso livido decomporsi. Si ha l’impressione che nel suo cervello si faccia notte. Le sue labbra si agitano ma senza giungere ad articolare alcun suono. Nel momento in cui due guardie lo prendono, stava per cadere per terra: lo portano via: Taylor lo segue, all’apparenza indifferente.]

Nelle grandi linee essenziali, questo è il processo che appassionò vivamente l’opinione pubblica inglese.

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IL PROCESSO AD OSCAR WILDE

Nella Biblioteca di Progetto Gay non compare ancora in nome di uno dei maestri del Decadentismo europeo, cioè di Oscar Wilde, ben noto per la sua omosessualità. Lascio la critica letteraria agli specialisti per limitarmi a parlare di Wilde sotto il profilo della sua omosessualità. In questo campo è oggettivamente difficile fare un discorso scientifico, cioè libero da pregiudizi, si può tuttavia, come la scienza richiede, concentrarsi sui fatti riservando le valutazioni solo ad un momento successivo. Della omosessualità di Wilde si parla molto, ma tropo spesso in modo astratto e ideologico e non storico come si dovrebbe.

Nella mia prefazione al “Romanzo di un invertito nato” della Biblioteca di Progetto Gay, ho fatto riferimento ad un libero: “Perversion et perversité sexuelles – Une enquête médicale sur l’inversion. Notes et documents. Le roman d’un inverti-né. Le procès Wilde. La guérison et la prophylaxie de l’inversion.” del Dr. Laupts, con la prefazione di Émile Zola, uscito a Parigi nel 1896 nella collezione Tares et poisons, per i tipi dell’editore Georges Carré. Il terzo capitolo di questo libro è dedicato ad Oscar Wilde. Le opinioni espresse dall’autore devono essere prese con le molle e non sono certo adeguate alla moderna visione della omosessualità, ma la descrizione puntigliosa delle fasi del processo di Wilde, costruita sulla stampa inglese dell’epoca, costituisce un documento storico di notevole importanza per conoscere che cosa sia stato realmente il processo a Wilde e per fare luce sul suo modo di vivere l’omosessualità. È proprio per questo che intendo proporre a puntate sui siti di Progetto Gay la traduzione del capitolo III.
Come primo passo esamineremo qui le prime due fasi del processo.

CAPITOLO III
OSSERVAZIONE TIPO DI UN INVERTITO PEDOFILO

Oscar Wilde; il suo processo. – Prima fase: Oscar Wilde contro il Marchese di Queensberry. Domande imbarazzanti. Colpo di scena. La desistenza di Oscar Wilde; il suo arresto. – Seconda fase : Fatti rimproverati a Oscar Wilde. – Terzo atto: La corte d’assise. Nessun verdetto. – La Denuncia: La seconda assise, la condanna – L’opinione di M. Raffalovich: il caso Wilde. – Opinione di uno scrittore parigino sull’inversione e sull’adulterio. – Conclusioni: differenze tra Oscar Wilde e l’invertito nato. – Il ruolo dell’egoismo, della vanità; argomento derivato dall’arte: Dorian Gray. – È un’inversione dovuta all’ambiente, nata da una civiltà avanzata: accanto alla perversione esiste la perversità, accanto ai perversi esistono i pervertiti.
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Gli invertiti non si somigliano affatto. Per chi potrebbe mette in dubbio questa affermazione, credo che nulla possa essere più convincente della storia del processo del romanziere e autore drammatico Wilde, invertito sessuale condannato da una giuria inglese, la cui psicologia differisce in un modo notevolissimo da quella del feminiforme di cui abbiamo appena esaminato la confessione.[Nota di Project: nel Romanzo di un invertito nato]

Non si tratta più qui, come nel caso precedente, di un modo di essere difforme, comparso, senza una causa spiegabile a priori, in una famiglia regolarmente costituita, tutti i cui membri apparivano sani e normali;1) non è più un personaggio di sesso maschile, il cui centro sessuale cerebrale è femminile; e infine non si tratta affatto di un individuo con una tendenza sessuale nettamente orientata verso lo stesso sesso al quale egli appartiene, che preferisce, tra i rappresentanti di questo sesso, quelli che sono i più forti e i più maschi. Ma al contrario di tratta di un uomo che, avendo condotto un’esistenza normale, sposato, padre di famiglia, in un dato momento della sua vita, sotto l’influenza di cattivi consigli, di abitudini perniciose, trasmessegli da amici tarati e viziosi, si trova trascinato verso degli esseri del suo sesso, ma verso degli esseri più giovani, meno forti, più femminili d’aspetto o di abitudini, rispetto a lui.

Prima di studiare il personaggio dobbiamo intanto vedere, dato che non lo conosciamo, gli elementi che ci permetteranno di farci un giudizio su di lui. Gli elementi ci sono forniti dagli estratti dei giornali che hanno fatto il rendiconto del processo e, in larga misura, dalla informazioni che mi ha voluto fornire uno scienziato di Londra M. André Raffalovich, molto al corrente dei problemi dell’inversione sui quali ha molto sensatamente e brillantemente scritto a più riprese.

Il Processo

Il processo comprende diverse farsi distinte. Per una sorta di anomalia, è Oscar Wilde, il futuro condannato, che attacca. Egli intentò al marchese Queensberry un processo per diffamazione. Oscar Wilde, autore molto conosciuto, brillante di un vivo splendore in un certo mondo di scrittori, tollerato e anche alla fine ricercato dalla società e dai migliori ambienti letterari in Inghilterra e all’estero, viziato, coccolato per la sua vanità, per la sua nonchalance, i suoi difetti, la sia iattanza e la sua buffoneria, adulato da certi amici e da una compagnia molto sospetta che si portava appresso, Oscar Wilde dunque attaccava il marchese Queensberry che da molto tempo cercava di strappare suo figlio lord Alfred Dougles ai suoi esempi perniciosi.

Il 3 aprile 1895, nella Old Bailey, si riunirono le assise della Central Criminal Court. M. Carson e sir Edward Clarke, colleghi nel precedente ministero conservatore, erano, il primo l’avvocato del marchese e il secondo l’avvocato di Oscar Wilde.

L’addebito era questo: il 28 febbraio scorso, Osar Wilde, arrivando al suo club, vi trovava una carta del marchese di Queensberry sulla quale erano scritte alcune parole ingiuriose, all’indirizzo del romanziere, che lo accusavano, se non di avere, almeno di atteggiarsi ad avere costumi inconfessabili.

Avendo Wilde sporto querela, il marchese fu arrestato e fu concessa l’autorizzazione al processarlo davanti alla corte d’assise. Wilde si presenta arrogante, come sua abitudine; con gesticolare superbo e posa maestosa cercava di stupire il giudice e il pubblico.

Alle domande del suo avvocato, sir Edward Clarke, rispose di essere un uomo sposato dal 1884, di avere due figli, di essere uno scrittore e che le sue opere avevano avuto successo. Disse di essere amico di lord Alfred Douglas dal 1884 e di essere stato a cena con quest’ultimo in compagnia del marchese. Nel 1893 aveva saputo da un certo Wood che quattro lettere scritte da lui, Wilde, erano state trovate in una tasca di un vecchio vestito di lord Alfred Douglas. Wood, al quale quest’ultimo aveva dato l’abito, le offrì a Wilde che gli diede in cambio 500 franchi al fine di permettergli di andare a New York a tentare la fortuna.

Sfortunatamente per Wilde, solo tre lettere gli furono riconsegnate e con la quarta un signor Allen, che se l’era procurata non si sa come, cercò di ricattare Wilde: “me ne danno 1500 franchi, scriveva a quest’ultimo”, e Wilde gli avrebbe risposto: “Vendila, mai un brano così corto mi è stato pagato così caro”.
Ecco, la traduzione di questa lettera, come è stata riportata dai giornali.

“Mio caro ragazzo (my own boy), il vostro sonetto mi delizia ed è una cosa ammirabile che le vostre labbra rosse, simili a petali di rosa, si adattino altrettanto bene sia per la musicalità del canto che per l’ebbrezza del baciare. La vostra anima oscilla tra la passione e la poesia. Giacinto, così follemente amato da Apollo nell’antichità, siete voi, ne sono certo. Perché state da solo a Londra? E quando andrete a Salisbury ? Andate, congelate le vostre mani nella grigia penombra delle cose gotiche e venite qui, è un posto delizioso. Mancate solo voi, ma andate prima a Salisbury. Sempre con amore imperituro, il vostro Oscar”.

Oscar Wilde rifiutò di pagare, diede ad Allen dieci scellini e tornò in possesso della sua lettera, che gli fu restituita, sporca e strappata, da un certo Clyburn, al quale Wilde consegnò pure 10 scellini, dicendo, alla vista dello stato miserevole di quello straccio che gli veniva restituito: “Come è possibile prendersi così posa cura di un mio manoscritto originale?”

Nel febbraio 1895, avendo il teatro di Saint-James messo in scena una commedia di Wilde, L’importanza di essere serio [Nota di Project: L’importanza di chiamarsi Ernesto] il marchese di Queensberry cercò di fare uno scandalo in teatro. Non essendoci riuscito, si vendicò mandando all’Albermale-Club la carta per Wilde, contenente commenti sprezzanti.

Wilde attaccò molto follemente il marchese. Con poche e incisive parole, M. Carson capovolgeva l’accusa, facendo del marchese l’accusatore.

Wilde è costretto a difendersi. All’inizio lo fa in modo arrogante, assumendo quel tono di gioco e si scherzo che gli era abituale. Quando gli viene chiesto se l’articolo Il prete e l’accolito, che era stato pubblicato su Il Camaleonte e che descriveva dei costumi vergognosi, è immorale : “è peggio – esclama – è scritto male!” È solo a detta di persone rozze che tratta di costumi vergognosi” aggiunge, in risposta ad una domanda di M. Carson. Quindi Wilde espone una teoria molto classica dell’arte per l’arte e conclude negando che un uomo possa avere su un altro una qualunque influenza morale. E quindi, di conseguenza, come potrebbe un libro pervertire un lettore?

È poi la volta di Doran Gray. “Avete mai voi adorato, come questo giovane del romanzo che adora con follia e stravaganza e assurdamente un giovane uomo così idealmente bello?” E Wilde risponde: “Io non ho mai adorato altri che me stesso.”
Enfaticamente, pretenziosamente, più per abbagliare che per convincere, tiene testa alle insinuazioni. “Tutto quello che io faccio è straordinario” risponde a una domanda imbarazzante di M. Carson su una lettera molto straordinaria di Wilde al suo amico. E mentre Wilde impiega argomenti così sbagliati, la logica del suo avversario lo assilla con mille colpi difficili, impossibili da parare. Perché questa amicizia intima con Wood, un giovane maestro cantore diciottenne, che Wilde chiama per nome, che invita a cena e al quale presta denaro? Perché questo legame con un giovane commesso di libreria al quale regala più di 200 franchi? Perché vestire elegantemente un giovane vagabondo, Alfonso Conwell, e alloggiare con lui una notte a Brighton?

L’indomani, 4 Aprile, il processo continua. M. Carson se la prende allora con l’amicizia di Wilde per Taylor,2) questo procacciatore di giovani, segnalato alla polizia, uomo losco, nel cui appartamento, con le tende sempre chiuse, bruciano profumi violenti”. Gli domanda ironicamente se è per fargli ammirare le sue opere letterarie che Wilde lo prega così spesso di andare a cena da lui.

Questo Taylor un giorno fu arrestato con una banda di domestici o impiegati di cui molti furono condannati per abitudini vergognose. Non ci sono prove contro Taylor, ma si sa che fece fare a Wilde conoscenza con cinque o sei ragazzi senza una lavoro confessabile, che divennero le vittime del romanziere.

Il sig. Carson interroga Wilde su ciascuno di questi ragazzi. “Perché lo invitavate a cena? Perché gli davate del tu? Perché lo chiamavate per nome? Perché gli avete fatto dei regali? Avete passato una parte della notte con lui? Ecc.

Wilde ha perso la sua bella fiducia in se stesso, risponde come può con stizza: “Io preferisco- dice – il piacere di chiacchierare per un’ora con un uomo giovane anche al piacere di essere interrogato in corte d’assise”.

L’interrogatorio continua su Atkins che ha coabitato con Wilde a Parigi nel boulevard des Capucines; su Scott, domestico che ha cenato con Wilde ed ha ricevuto da lui un portasigarette, su Walter Grainger, a proposito del quale l’avvocato chiede a Wilde se l’ha abbracciato – “No – risponde maldestramente Wilde – era troppo brutto.” E appena il sig. Carson sottolinea la stupidità della risposta, Wilde si arrabbia e chiede che la smettano di insultarlo. Al fine di risollevare il suo cliente, Sir Edward Clarke si lancia in una serie di considerazioni politiche, alle quali molto abilmente cerca di fare largo spazio nella storia del processo. Ma invano. La simpatia unanime va al marchese di Queensberry; suo figlio: “che egli si rimprovera come un crimine di ave messo al mondo” appare odioso, soprattutto alla lettura delle lettere nelle quali per rispondere ai rimproveri del marchese circa il rapporto con Wilde, diceva a suo padre: “che singolare ometto vi rendete” o ancora “quando voi sarete morto nessuno vi rimpiangerà” o lo minacciava, alla fine, di ammazzarlo con il colpo di pistola. E così l’eloquenza del sig. Carson si spiega senza impedimenti, quando prendendo tutti insieme i sospetti che pesano su Wilde costruisce contro di lui la requisitoria più probante che fosse possibile pronunciare.

L’indomani, alla fine dell’arringa difensiva, sir Edward Clarke ritira l’accusa portata contro il marchese di Queensberry, che è rimesso in libertà. La sera stessa, all’Hotel Cadogan di Sloane street, Oscar Wilde è arrestato è finisce in prigione dopo avere inviato all’Evening News una nota nella quale dichiara che, non potendo consentire che lord Alfred Douglas – benché lui si fosse offerto – fosse chiamato a testimoniare contro suo padre, prendeva sulle sue spalle tutto il peso dello scandalo e ritirava la querela.

L’11 Aprile Wilde comparve davanti ai giudici con più come accusatore ma questa volta come accusato.

Lascio la parola al redattore del giornale Times che ha ritratto in modo molto abile la fisionomia di questo processo. Non penso d’altra parte che si debba dare spazio, dal punto di vista scientifico a tutti i dettagli di questa faccenda. Basterà indicare i grandi tratti e le sessioni principali in modo da delineare con sufficiente precisione l’atteggiamento di Oscar Wilde.

Raramente un accusato – dice il Times – si è presentato davanti ai giudici accompagnato da così veementi antipatie. Le manifestazioni dell’opinione pubblica contro Oscar Wilde hanno preso ogni giorno, voi lo avete visto, un carattere sempre più accentuato di ostilità.

Ma benché quelle antipatie non fossero affatto ignorate dal lui, sembra che lui non abbia perso nulla della sua sicumera. Mentre continua a lamentarsi amaramente del regime al quale è sottoposto nella prigione di Holloway, mangia quanto il suo esigente appetito gli permette e beve tanto quanto il regolamento può tollerare, troppo poco, secondo lui! Ieri sera, dopo avere ingerito una zuppa, una sogliola fritta, un pollo arrosto e delle patate saltate, un pudding al riso, del formaggio e della frutta, si è lamentato col suo guardiano che il ristoratore lo lasciava “crepare di fame” e ha fatto chiedere al ristorante dell’Holloway Castle Hotel, che una cena più abbondante gli fosse servita questa sera dopo l’udienza. Nella mattina aveva potuto incontrarsi finalmente con lord Alfred Douglas che non aveva più rivisto dopo il suo arresto, ossia da venerdì pomeriggio. Il figlio del marchese di Queensberry gli aveva portato una bel calice di cristallo ornato con una montatura di argento dorato, ma il prigioniero non ha potuto accettare questo regalo e ha dovuto servirsi del bicchiere di stagno regolamentare, nonostante le proteste. Il giovane Alfred Douglas è stato incaricato dal prigioniero di regolare tutte le questioni di interessi in discussione da una settimana.

Se Oscar Wild aveva potuto illudersi circa i sentimenti che ispirava nella popolazione londinese, ora potrebbe definirli chiaramente. Stamani quando la vettura che lo portava via da Holloway si è avvicinata a Bow street, una folla notevole, radunata là dalle sette, nella speranza di trovare un posto all’udienza, ha accolto il prigioniero apostrofandolo in modo oltraggioso. Nel mettere piede a terra nella corte, l’autore di Un marito ideale era in preda ad una visibile emozione nervosa. Ha subito chiesto del suo avvocato sir Edward Clarke che non era ancora arrivato. Wilde è un po’ impallidito e i suoi amici assicurano che il regime di temperanza al quale è sottoposto (!) non aveva potuto che fargli bene; altri, più inteneriti, sostengono che queste privazioni rovineranno la sua salute.

La folla è enorme. Le persone munite di biglietto sono entrate a stento nella sala.
Il giudice, ser John Bridge apre l’udienza alle 11.10 e ordina che i prigionieri siano disposti, come d’abitudine, nel dock, una specie di gabbia con le grate dove Wild e Taylor vanno a prendere posto. Wilde è elegantemente vestito con un doppiopetto nero e un soprabito grigio, in testa un cappello di seta foderato di camoscio chiaro. Taylor, molto ben vestito ma senza la minima distinzione, sembra un valletto di camera, abbigliato coi vestiti del suo padrone.

M.F.G. Gill sostiene l’accusa in nome delle Tesoreria, Wilde è assistito da sir Edward Clarke e dal procuratore Humphrey.

Il signor Arthur Newton si presenta per Taylor.

L’udienza è aperta, sir Edward Clarke fa una dichiarazione che lascia sperare che il dibattimento non vada avanti. A nome del suo cliente, rinuncia a interrogare i testimoni sentiti sabato.

Ma il sig. Arthur Newton reclama il controesame per il suo cliente e specialmente per quanto riguarda i fratelli Parker.

Charles Parker viene sentito. È lui, certamente tutti se lo ricordano, che Wilde ha condotto in una camera dell’Hotel Savoy, dopo un’abbondante cena.
Egli dichiara:

“Non avevo che 19 anni a quel tempo, e non mi ero mai reso colpevole i alcun atto di immoralità prima di incontrare Oscar Wilde.”

Interrogato dall’avvocato di Taylor, Parker sostiene di non avare affatto provocato l’interesse dell’accusato e di non avere cercato di attirare la sua attenzione quando lo incontrò per la prima volta in un pub. Al contrario Taylor sarebbe venuto da lui facendo i primi passi che dovevano avere per risultato la sua presentazione a Oscar Wilde e la notte passata in albergo.

Conferma di essere stato arrestato nell’agosto scorso in una casa sospetta di Fitzroy square, ma ha cura di specificare che non conosceva affatto le persone con le quali si trovava e che d’altra parte non era stato perseguito.

Domanda: Perché avete abbandonato il vostro mestiere di valletto di camera?

Risposta: Il mio ultimo padrone credeva che lo avessi derubato e mi ha cacciato per questo sospetto.

Domanda: Non avete forse rubato una moneta da 25 franchi al sig, Taylor?

Risposta: Lo ha detto lui, ma è falso.

Parker confessa in seguito di avere, di concerto con altri due individui, preso parte a un ricatto ai danni di un gentiluomo di cui lui minacciava di svelare i cattivi costumi. Per questo fatto ha ricevuto 750 franchi.

Il secondo testimone si chiama Frédérik Atkins, un giovane uomo di figura e di abbigliamento sospetti, che si potrebbe condannare anche solo per il suo aspetto.

Ho incontrato per la prima volta Oscar Wilde nel novembre 1892, davanti al caffé Florance. Avevo allora un po’ più di 17 anni. Mi abbordò e mi invitò a cena. A tavola mi offrì di accompagnarlo a Parigi dove sarai passato per suo segretario, e io accettai. Ci siamo ritrovati l’indomani alla stazione e abbiamo fatto il percorso col treno di lusso. A Parigi siamo scesi in un albergo del boulevard des Capucines, dove occupavamo due stanze contigue. L’indomani siamo andati dal parrucchiere del Grand Hotel e Oscar Wilde si è raccomandato che io fossi pettinato coi ricci in un modo particolare. La sera abbiamo cenato insieme.

Domanda: Una buona cena?

Risposta: La migliore che io abbia mangiato in tutta la mia vita, poi Wilde mi ha dato un luigi col quale sono andato, malgrado la sua proibizione, a passare la serata al Moulin-Rouge: sono rientrato alle due e mezza del mattino e l’ho trovato in compagnia di uno chiamato Schwab. Alle nove, il mattino seguente, Wilde venne a trovarmi nella mia camera da letto e mi mise in guardia contro la frequentazione delle donne, che erano, a sua detta, “la rovina dei ragazzi”.

Lo stesso testimone racconta che Wilde aveva l’abitudine di abbracciare i ragazzi del ristorante che lo servivano e aggiunge che il loro soggiorno a Parigi è durato tre giorni: “Ritornando a Londra, io possedevo tre sterline e un portasigarette d’argento datomi da Wilde. L’indomani mi ha chiamato da lui, a casa sua, quando la famiglia non c’era”

Il resto della deposizione di Frederik Atkins non può essere riportato. La sua deposizione ha provocato la rivolta dell’uditorio. Solo Oscar Wilde è rimasto impassibile sentendo raccontare pubblicamente che aveva ricevuto la notte questo commesso di allibratore nella casa abitata da sua moglie e dai suoi figli! Un lungo mormorio di indignazione rimbomba tra l’uditorio. Wilde resta addossato alla grata del “dock” con la fronte appoggiata sulla mano guantata, guardando il testimone con un occhio chiaro e tranquillo.

Frederick Atkins confessa in seguito di aver vissuto nelle condizioni della peggiore immoralità con un certo sig. Burton e con un altro individuo, il cui nome non viene pronunciato. Nega di essersi ma associato a qualche manovra di ricatto.

Sir John Bridge: Voi passavate per il segretario di Oscar Wilde, gli avete mai fatto da segretario?

Risposta: Una sola volta ho copiato dei brani di una sua commedia: Una donna senza importanza.

Il terzo testimone è molto imbarazzato. Questo giovane uomo, Edward S… ha fatto la conoscenza di Wilde in una libreria di cui è commesso , o secondo il sig. Gill, lui è il domestico. Poco dopo Wilde l’ha invitato per lettera a raggiungerlo all’Albemarle Hotel. C’è andato, ha cenato con lui e lo ha seguito in una casa privata, dove hanno passato un’ora a chiacchierare fumando delle sigarette e lì Wilde gli avrebbe fatto delle proposte oscene.

L’interesse di questa deposizione, per il sig. Arthur Newton, consiste nello stabilire che questo incontro non ha avuto luogo nell’appartamento del suo cliente Taylor.

Il testimone, il cui imbarazzo e la cui esitazione aumentano ad ogni domanda, non si ricorda dove Wilde l’ha portato. L’indomani ha passato la serata con lo scrittore in un palco all’Independent Theatre. Hanno cenato all’Albermale Hotel, poi ha pranzato con Wilde al Club Principe di Galles e ha ricevuto da lui delle copie dei suoi libri con dediche affettuose. Wilde voleva portarlo con sé a Parigi, ma lui non ha acconsentito.

Messo a confronto con Taylor, Edward S… dichiara di non averlo mai visto.

Si ascolta quindi la signora Rumsley, la proprietaria della casa doveva aveva abitato Charles Parker, che riconosce Oscar Wilde per averlo visto molte volte salite dal suo locatario. Le singolari visite che Parker riceveva gli valsero lo sfratto. La signora Margery Bancroft, altra proprietaria di Parker, ha visto più volte Wilde e Taylor nella sua casa.

La signora Sophie Grey, proprietaria di Taylor, riferisce che costui riceveva solo giovani e che Wilde gli fece molte visite, sia solo che accompagnato.

Durante la sospensione dell’udienza, Oscar Wilde ha confortevolmente pranzato con un polletto saltato, una omelette alle punte di asparagi, una pesca e una mezza bottiglia di vino. Taylor non ha toccato nulla di quello che gli era stato portato.

L’audizione dei testimoni riprende.

La proprietaria dell’Albermale Hotel dichiara di aver chiuso la sua casa a Wilde perché lui ci riceveva dei giovani e si dimostrava troppo disinvolto coi ragazzi e i camerieri. Una serva del Savoy Hotel riferisce che le chiacchiere più inquietanti correvano tra il personale sull’uso che Wilde faceva delle camere da lui prese in affitto nella casa.

Il sig. Charles Matthews, che depone successivamente, è uno degli editori di Wilde. È da lui che il prigioniero ha incontrato il giovane Edward S… – che era esattamente il suo domestico e non il suo commesso. Quando il sig. Matthews ha saputo che S… andava a cena con lo scrittore, lo ha messo alla porta. Comprendendo, dice lui, che dei simili rapporti non potevano essere che disonorevoli per l’uno e per l’altro.

L’ultimo testimone è l’ispettore di polizia Charles Richard, che ha proceduto venerdì scorso all’arresto di Wilde. Il dialogo seguente intercorse tra l’autore e l’ispettore:

– Signor Wilde, io sono un ufficiale di polizia e vi porto un mandato di arresto contro di voi.
– Bene, dove mi porterete?
– A Scottland yard e di là in prigione a Bow street.
– Potrei pagare una cauzione?
– Non credo.
– Posso scrivere delle lettere?
– No.

Perquisito, si trovò che Wilde aveva con sé due lettere di Taylor, una del giorno prima e una del giorno stesso.

Sir John Bridge, rispondendo a una richiesta della difesa, rifiuta di mettere Wilde in libertà sotto cauzione. La seduta è tolta alle sei. E i dibattiti sono aggiornati a venerdì 19 Aprile.

Oscar Wilde ha dimostrato una tranquillità straordinaria durante questa terribile udienza. Non un movimento di indignazione o di collera, non una protesta, non un grido, non una parola, niente! Per venti volte le manifestazioni dell’aula hanno interrotto il dibattito e perfino il giudice. Wilde sembra rimanere estraneo a tutta la faccenda.

19 Aprile

Sir John Bridge prende posto sul seggio presidenziale alle undici e mezza. Sir Edward Clarke, difensore di Wilde, dichiara di nuovo che non intende sottoporre i testimoni ad alcun controesame. È ascoltato una seconda volta William Parker, che fornisce delle informazioni già note sul modo di vivere di Taylor. Afferma che suo fratello Charles era un ragazzo onesto prima di conoscere Oscar Wilde, e che Taylor ha esercitato su di lui la peggiore influenza. M.C.F. Gill, che gestisce l’azione penale per conto della Tesoreria, fa chiamare di nuovo Charles Parker che, dopo aver confermato le sue deposizioni precedenti, racconta di essere stato ricevuto più volte da Oscar Wilde in Tite street, a Chelsea, cioè nella casa coniugale, quando Wilde aveva preso tutte le precauzioni per rimanere solo. Ci si ricorda che il testimone Frederik Atkins aveva fatto una dichiarazione simile la settimana scorsa. Rispondendo a domande di M.C.F. Gill, questo testimone entra in dettagli che non possono essere riferiti. Il testimone seguente è un poliziotto, l’agente Curley della divisione E. La proprietaria di Taylor in Little-college street gli ha fatto avere una cappelliera piena di lettere: la corrispondenza intima dell’accusato. L’avvocato dell’accusa richiede che alcune di queste lettere siano lette, solamente quelle che stabiliscono la continuità piuttosto che la natura delle relazioni tra Oscar Wilde e Taylor.

Potrei chiedere la lettura di tutte queste lettere, dice rivolgendosi al giudice ma ne risulterebbe uno scandalo talmente abominevole che ci rinuncio per risetto della giustizia e per compassione dell’opinione pubblica già troppo afflitta.

Per conseguenza è data lettura di lettere già molto strane per chi considera i personaggi che se le scambiavano. In una di essere Wilde si scusa di non poter cenare con Taylor. “Me ne dispiace fino alla disperazione” scrive. Altre sono relative a degli appuntamenti nella stanza del Savoy Hotel, altre annunciano o accompagnano invii di denaro.

I testimoni successivi non fanno conoscere alcun fatto nuovo. Poi un impiegato dell’Hotel Savoy, depone su fatti oggi di notorietà pubblica. Sir John Bridge ascolta due impiegati della Banca di Londra e di Westminster che avrebbero molto da dire sugli assegni incassati da Taylor e sulle firme di questi assegni, se gli avvocati di comune accordo col giudice non avessero deciso che la loro deposizione scritta e l’estratto dei loro libri che la conferma, sarebbero stati aggiunti al dossier, in modo da non pronunciare nessun nome estraneo alla causa presente.

Il giudice recepisce quindi, sentiti gli avvocati, una copia legalizzata del rendiconto scritto di M.J.W. Lehman, stenografo, delle tre udienze consacrate dalla corte di Old Bailey alla causa Wilde contro Lord Queensberry, che si era risolta con l’assoluzione del marchese.

In poche parole M.C.F. Gill riassume e specifica l’accusa.

Noi abbiamo dimostrato – egli dice- che esistono contro Oscar Wilde e Taylor delle prove sufficienti che essi hanno insieme immaginato, preparato, combinato l’esecuzione di atti osceni (with conspiring, confederating and combining to procure acts of gross indecency) e che hanno compiuto questi atti osceni con diverse persone conosciute o sconosciute, tra le quali Alfred Wood, Frederik Atkins, i fratelli Parker e altri. E per di più è stato dimostrato che molti di questi individui erano minorenni al momento in cui gli atti osceni sono stati commessi.

I difensori si Taylor e Wilde si inchinano in segno di assenso. Sir Edward Clarke prende la parola per chiedere ancora la messa in libertà provvisoria del suo cliente, i cui amici, dice, sono disposti a versare la somma che il giudice riterrà di richiedere.

M.C.F. Gill – Alla prima e alla seconda udienza mi ero opposto alla liberazione su cauzione. Questa mattina, prima dell’udienza, sentito dal mio onorevole collega sir Edward Clarke, ho dichiarato che questa volta non mi sarei più opposto. Sotto certe garanzie che le sono state offerte, e che le ispirano piena fiducia, la Tesoreria consente alla liberazione su cauzione, se piacerà a vostro onore di ordinarla.

Sir John Bridge: La giustizia non si deve occupare di ciò che succede fuori della corte e degli accordi intervenuti tra gli avvocati. Io decido che le prove sono in effetti sufficienti e ordino che i prigionieri siano deferiti alla corte d’assise per rispondere lì delle accuse qui di seguito specificate e siano giudicati quindi da una giuria. Rifiuto loro la libertà su cauzione. La causa non comporta una tale condizione di favore.

Durante questi dibattiti che sono terminati alle tre, Wilde non si è rialzato dal suo atteggiamento prostrato: le spalle curve, il mento fra le mani. La decisione del giudice, sir John Bridge, non lo sveglia. Taylor che è stato introdotto nel dock prima di lui, si alza, si tira indietro i capelli aspettando che il suo co-accusato gli liberi il passaggio. L’altro non si sposta. Taylor gli mette la mano sulla spalle. Su, che c’è? Wilde ha l’aria di uno che esce da un sogno. Si alza in piedi appoggiandosi a una sbarra del dock e segue il poliziotto di servizio. Lo si vede sparire curvato, annientato…
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1) C’è forse bisogno di notare nel romanzo di un invertito l’influenza dell’incrocio di esseri di razza essenzialmente diversa: il padre latino e la madre ebrea? C’è forse bisogno d’altra parte di credere che l’inversione sia più frequente nella razza ebraica, rimasta interamente ed esclusivamente orientale, a dispetto delle apparenze estremamente variabili e mobili ? Questo punto richiede una spiegazione.
2) Ritratto di Taylor disegnato in una delle udienze successive (6 Aprile). Vedi il giornale Times. M.F. – C. Gill, che esperiva azione giudiziaria in nome della Tesoreria e M: Humphrey rappresentante legale incaricato provvisoriamente della difesa, avevano appena raggiunti i loro posti e si vide entrare tra due poliziotti l’individuo che la polizia cercava e che passava per il “fornitore” [Nota di Project: mezzano, procacciatore di ragazzi] del sig. Wilde. È stato appena arrestato vicino alla casa di Pimplico. È uno chiamato Alfred Taylor: molto ben messo e sembra intelligente. La sua attitudine durante i dibattiti è la stessa del sig. Wilde, solo con un po’ di cinismo in più perché lui sorrideva ai dettagli particolarmente ripugnanti raccontati dai testimoni.
Questi ripetono la descrizione dei fatti vergognosi già confessati agli avvocati del marchese di Queenberry. Non posso insistere su questo. Il giovane Parker, un valletto senza impiego, è presentato con suo fratello, il fattorino, al sig. Wilde da Taylor; cenano insieme ad un locale separato e dopo molte libagioni di champagne, Parker accompagna lo scrittore all’Hotel Savoy, Essi dovevano aver avuto diversi tête à tête che fruttavano al giovane valletto dai 50 ai 75 franchi in media… Wood racconta più o meno la stesa storia, solamente, più attento di Parker, ruppe molto presto le sue relazioni con “persone simili”.
Poi è il turno del massaggiatore dell’Hotel Savoy, le cui accuse contro il sig. Wilde sono confermate da una cameriera.
Ecco infine la signora Grant, proprietaria della casa già abitata da Taylor a Little-College street, che depone che questo personaggio riceveva spesso dei giovani nelle sue stanze fastosamente ammobiliate, illuminate da una luce speciale, e dove bruciavano profumi. Agli “afternoon tea” che dava in quelle stanze, Taylor compariva in una elegante vestaglia “come una piccola padrona di casa”…

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