KARL PHILIPP MORITZ OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi, tratta di un personaggio decisamente poco noto in Italia, Karl Philipp Moritz (1756- 1793), un letterato tardo illuminista, la cui vita è la dimostrazione di coma la volontà e l’impegno personale possano portare a risultati estremamente importanti, da qualsiasi livello si parta.

Nato nel 1756, in una famiglia di condizione molto modesta, il padre suonava in una banda militare, è allevato seguendo i principi del quietismo e del pietismo, all’età di 12 anni viene mandato a fare l’apprendista presso un artigiano perché impari l’arte del cappellaio; dal 1771, un benefattore lo mette in condizione di poter studiare, studia teologia prima ad Erfurt e poi a Wittemberg. Nel racconto autobiografico “Anton Reiser” racconta della spietatezza dei suoi educatori, che volevano farne un predicatore. Si sente attratto verso il teatro e vuole essere il grande interprete di Shakespeare e di Goethe, ma la cosa non gli riesce, torna agli studi, nel 1779 aderisce alla massoneria e conosce diversi filosofi illuministi. Nel 1784 è nominato professore al Ginnasio di Berlino, si dedica per un po’ al giornalismo, dopo solo due anni, nel 1786, abbandona l’insegnamento; comincia un viaggio in Italia, dove incontra Goethe che gli dà il suo appoggio e lo considera come un fratello minore. Quando rientra a Berlino, ottiene una cattedra di Archeologia ed Estetica all’Accademia Reale di Belle Arti. Per interessamento di Goethe, il duca di Weimar lo nomina “Hofrath” (Gran Consigliere). Non poté purtroppo godersi la fama che si era conquistato, morì di tubercolosi a 35 anni e 9 mesi.

Questo il ritratto ufficiale di Moritz, ma Raffalovich, dalla lettura dell’Anton Reiser e da altri documenti cerca di ricostruire la vita sessuale di Moritz, che risulta essere fortemente condizionata dall’educazione religiosa e dalla totale ignoranza in materia di sessualità. Sulla base di quanto ci è rimasto non possiamo dire con certezza che fosse omosessuale, ma certo il mondo femminile non è mai entrato nei suoi interessi. Va riconosciuto che le amicizie maschili di Moritz, per quanto molto intense, sembrano essere state vissute solo a livello di forte sublimazione. È difficile capire quali esperienze Moritz abbia fatto in Italia, certo è che quel viaggio e l’incontro con Goethe cambiarono profondamente la sua vita.

Per la comprensione del testo di Raffalovich bisogna fornire qualche elemento biografico su Madame Guyon, che viene citata da Raffalovich senza ulteriori specificazioni.

Jeanne-Marie Bouvier de La Motte nasce il 13 aprile 1648, sposa a 16 anni Jacques Guyon ma resta vedova a 28 anni. Si dedica a vita religiosa, e viene a contatto con le idee del quietismo. Nel 1685 Madame Guyon dà alle stampe il suo “Metodo molto breve e facile per pregare” di chiara tendenza quietista. L’Inquisizione romana ha cominciato nel frattempo a perseguire Miguel Molinos (fondatore del quietismo), che sarà costretto all’abiura nel 1687 e sarà condannato al carcere a vita. Madame Guyon temendo di fare la fine di Molinos, cerca aiuto nell’arcivescovo François de Salignac de La Mothe-Fénelon, noto come Fénelon. Le accuse di quietismo formulate contro Madame Guyon furono affidate ad una commissione di cui facevano parte l’arcivescovo Jacques Bénigne Bossuet e lo stesso Fénelon. La commissione stese un documento in 34 articoli sulla vita interiore che Madame Guyon si convinse a sottoscrivere e ad osservare, ma un malinteso con l’arcivescovo Bossuet determinò comunque il suo arresto e fu condotta alla Bastiglia dove rimase per cinque anni. Per questa ragione Raffalovich la chiama “prigioniera d’amore”. Liberata nel 1703, morirà nel 1717.

L’arcivescovo Fénelon è l’autore delle Avventure di Telemaco, citate da Raffalovich, accusate di contenere critiche alla politica di Luigi XIV. Sia per il Telemaco che per la questione quietista Fénelon cadde in disgrazia e fu bandito dalla corte.

Ma ora lasciano la parola a Raffalovich.
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K. P. MORITZ

Karl Philipp Moritz, che ha scritto la sua autobiografia fino all’età di vent’anni (Anton Reiser) con una chiarezza veramente moderna, ha sofferto molto nella sua infanzia e durante la sua giovinezza. Il padre e la madre non andavano d’accordo su Madame Guyon, che il padre adorava e la madre temeva.

Anche le riconciliazioni familiari erano celebrate con degli inni di Madame Guyon cantati su melodie gioiose. Il bambino la cui lettura fu per lungo tempo limitata a Madame Guyon e a Telemaco (perché Fenelon era stato un amico della prigioniera d’amore), e che era arrivato anche a confondere Calipso et Mme Guyon, aveva un talento invincibile per l’apprendimento, un desiderio insormontabile di diventare qualcuno. La religione, il quietismo e il pietismo all’inizio gli fecero considerare il pulpito come l’ideale in questo mondo, ma le sofferenze di ogni genere, le mortificazioni imposte dalla carità e dalle persone caritatevoli al bambino sfortunato in collegio e all’università e lo stato di paria sociale al quale lo condannavano la sua povertà mal messa e la durezza del suo entourage, gli fecero cambiare il suo ideale e si credette chiamato ad essere il grande attore, l’interprete di Shakespeare e di Goethe. Questa fu per molti anni la sua follia, nata non dal suo talento, ma dal suo desiderio di essere qualcuno in un mondo così freddo e anche sprezzante. Finì per diventare professore e famoso. A trent’anni si recò in Italia dove Goethe lo prese in amicizia, lo curò quando ebbe un incidente al braccio e imparò molto da lui (perché era un uomo molto dotto in metrica ed estetica). – Goethe cercava di renderlo più felice, trovava che sembrasse un fratello più piccolo e maltrattato dal destino ogni volta che il destino aveva sorriso a Goethe. Grazie a Goethe, il duca di Weimar accolse Moritz, e il povero umiliato, che così spesso non aveva avuto nulla da mangiare, finì “Hofrath” (Gran Consigliere) e morì di petto a trentacinque anni e nove mesi. La sua vita sessuale presenta un certo interesse.

L’amore per la domma o per il femminile non compare affatto nella sua autobiografia fino all’età di vent’anni. Al contrario, insiste sulla sua innocenza e la sua ignoranza. A sedici anni aveva scritto il nome dei peccati che temeva, ma non conosceva: la sodomia, il peccato muto [il peccato innominabile], l’abuso di se stessi. La sua ignoranza durò fino a diciannove anni quando vide dei disegni anatomici. Viveva in un mondo completamente immaginario in cui l’amicizia, la religione, gli applausi dalla folla, il successo avevano un ruolo importante, ma non la donna.

Quando fu pubblicato il Werther, si innamorò del libro e dell’autore, avrebbe voluto essere il suo domestico. Werther agì su di lui come Shakespeare che egli allora leggeva tutta la notte ad un caro ed unico amico (amico che, del resto, lo infastidiva raccontandogli i suoi amoretti), ma, questo è curioso, non è la storia l’amore che lo interessa nel Werther. – Lotte e l’amore di Werther lo annoiano. È tutto il resto del libro che adora, lo stile, l’amicizia, il punto di vista rispetto alla natura umana e inanimata. È una chiara evidenza dell’effetto provocato dal Werther sulla gioventù di allora, l’adorazione di questo giovane uomo che non pensa nemmeno all’amore. Comprendiamo meglio il successo del Werther: gli invertiti, gli indifferenti, i complicati di quest’epoca poterono infatuarsi ed entusiasmarsi per le opinioni di Werther,[1] per lo stile dell’opera, senza interessarsi a Lotte.

Più tardi, a quanto pare (secondo le confidenze del suo amico Klichnig), non sfuggirà all’onanismo. Era molto passionale, continua l’amico familiare, ed è rimasto vergine fino all’età di trent’anni quando si recò in Italia. Durante i primi venti anni, quelli che Moritz stesso ha descritto, i dolori, il cibo cattivo, le preoccupazioni, intellettuali e della vanità, erano facilmente in grado di allontanare Moritz dalle soddisfazioni sessuali. Più tardi, con il riposo e più da mangiare e da bere, la sua immaginazione che lo aveva sempre tanto maltrattato, lo portò all’onanismo. Fino a ventotto anni, dice l’amico, l’amicizia e l’affetto per l’amico erano bastati a Moritz, e non aveva amato donne sentimentalmente. Di tanto in tanto aveva pensato di sposarsi, ma le donne che erano associate nella sua mente con il matrimonio, raramente lo occupavano per più di quattro settimane. Per quanto riguarda il piacere fisico, una vergogna naturale, una certa paura e i principi della sua educazione religiosa lo avevano sempre allontanato dalle donne – e Klichnig giura sul suo onore e su quello del suo amico che Moritz arrivò vergine in Italia, quando aveva trent’anni. Klichnig, di otto anni più giovane di lui, era il suo allievo, e vissero insieme per tre anni lavorando, condividendo le loro gioie e le loro fatiche intellettuali, viaggiando insieme, vedendo poca gente. – Verso la fine di quell’epoca, quando il più giovane aveva ventun anni (si stava preparando per l’università) Moritz si innamorò di una donna sposata, amore casto e rispettoso. Il giovane amico furioso per essere abbandonato per un amore finto, perché l’amore di Moritz per la signora era determinato dal dovere, si lamentò talmente che il povero Moritz si trovò infelice e preoccupato sia con l’amata, che con l’amico, ognuno lo tirava verso di sé.

Secondo Moritz, allora l’amicizia era più forte, l’amore più tenero. Il giovane amico si lamentava tanto che un amico disse loro, “Miei buoni amici, se vi conoscessi meno bene, avrei pensato che non si tratta di amicizia tra voi, ma di amore greco …”

In Italia, da dove Moritz spesso scriveva al suo amico, si innamorò, si dice, di donne, e quando tornò (migliorato da Goethe), volle sposarsi. Fu una cosa difficile, una donna, per esempio, voleva un certificato medico che garantisse che lui non era tisico. Ma si sposò, si separò lo stesso anno, tornò con la moglie l’anno successivo e morì di petto in tre giorni.

La lunga indifferenza Moritz verso le donne non va d’accordo con il suo romanzo alla Werther prima di andare in Italia. Il suo stile, secondo lui, non poté sfuggire all’ossessione del Werther – e il suo amore romantico fu probabilmente in gran parte frutto di immaginazione e di reminiscenze del Werther.

L’Italia ha avuto un ruolo così importante nella vita artistica e sessuale dei letterati e degli artisti tedeschi che si può facilmente immaginare Moritz che impara degli amori che ava trascurato o temuto, ma probabilmente non è mai stato l’uomo che ama le donne, corpo e anima – e i suoi primi trent’anni dedicati all’amicizia, a se stesso e all’immaginazione ne fecero quello che fu – uno dei tanti uomini di talento sui quali la donna non ha avuto nessuna influenza.
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[1] Si veda l’autobiografia di Goethe.

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GOETHE E MICHELANGELO OMOSESSUALI SECONDO RAFFALOVICH

Nella panoramica dei grandi personaggi omosessuali della storia, contenuta in “Uranismo e Unisessualità”, Raffalovich tratta insieme Goethe e Michelangelo. Parlando di Byron, era stato molto stringato, perché non disponeva della documentazione di cui si dispone oggi, che ne evidenzia l’omosessualità in modo molto chiaro. L’omosessualità di Michelangelo è ampiamente provata e nessun autore serio la metterebbe più in dubbio. Il discorso, per quanto riguarda Goethe, è sostanzialmente diverso. Va premesso che Goethe è sempre stato gradito agli omosessuali per la sua notevolissima apertura mentale. Lo stesso, Raffalovich nella prefazione a “Uranismo e Unisessualità” lo cita espressamente: “Ogni uomo, Goethe lo ha detto, ha diritto ad una filosofia che non distrugga la sua individualità, senza per questo danneggiare l’individualità degli altri. È questa l’origine psicologica delle filosofie.”

Nella biografia di Goethe esistono certamente indizi di una “possibile” omosessualità-bisessualità, ma rispetto a Byron le situazioni sono estremamente più sfumate e per ricondurle in modo certo all’omosessualità ci vuole un notevole sforzo interpretativo. Nel Divano Orientale si possono leggere racconti di tipo omosessuale condotti con estrema delicatezza, ma non si tratta certamente della parte prevalente della produzione di Goethe. Non intendo inoltrarmi in questioni molto dibattute, mi limito ad osservare che Raffalovich tratta sia Michelangelo che Goethe con vero entusiasmo, tende però a trasformare entrambi, Michelangelo in una chiave nettamente omosessuale e Goethe in una chiave molto più sfumata, in altri Raffalovich ante litteram, attribuendo loro i caratteri quasi eroici di personaggi in lotta perenne con se stessi per arrivare alla sublimazione platonica della loro sessualità. Questa visione della cose è interessante, ma probabilmente poco realistica. In buona sostanza Raffalovich si proietta in Michelangelo e in Goethe, visti come maestri dell’eros sublimato.

Ma lasciamo a parola a Raffalovich.
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Goethe e Michelangelo

Michelangelo è il tipo per eccellenza dell’uranista maschio, un maschio e mezzo, più che un mezzo maschio. Se si sono studiate la sua vita e la su opera, ci si stupisce della leggenda che suppone che si sia innamorato di Vittoria Colonna. Fece la sua conoscenza quando aveva sessant’anni e scrisse per lei solo quattro sonetti. Fin dall’infanzia ha sempre adorato e perseguito la bellezza maschile. Nulla del corpo maschile è stato nascosto per lui o è stato trascurato da lui. Il sesso delle sua statue, dei suoi quadri e del suoi disegni è studiato, più differenziato del viso. Ha vissuto fino a ottantanove anni, sobrio, quasi in modo misero, probabilmente casto, in ogni caso continente, perseguendo un ideale maschile con una serenità minore dei Greci, ma con più passione, trovando un compenso alla malinconia nel suo lavoro eroico, nelle sue poesie e nel suo furore creativo.

Goethe, che aveva la facoltà e l’abitudine di immergersi nel pittore o nello scultore fino al punto di vedere il mondo per qualche tempo secondo e seguendo l’artista studiato, è talmente folgorato da Michelangelo che non vede nessuno grande come lui. Goethe, ammirabile poeta, pesatore e uomo, vuole con ciò esprimere il suo rispetto per Michelangelo. La calma dell’arte greca o la grazia e la ricercatezza dell’arte italiana non erano per lui più comprensibili ma più naturali, più familiari di questa ultra-virilità di Michelangelo. Si sa che Goethe a Roma ha cantato un ragazzo e si dice che Goethe lo abbia amato. Queste due elegie romane non saranno mai pubblicate, anche nella bella e nuova edizione delle suo opere in centoventi grandi volumi; ma Goethe in Italia è uno dei momenti più interessanti della storia del genio.

Se ne era scappato misteriosamente – aveva trentotto anni – dalla Germania, da Weimar, dal granduca, da Carlotta di Stein, l’amica che era per lui l’amica e la donna ideale, era disgustato dalla corte, dall’amore e voleva cercarsi e trovarsi. I suoi due anni in Italia lo guarirono, gli insegnarono tutto quello che voleva sapere e prepararono la seconda e la più gloriosa metà della sua gloriosa e vittoriosa vita.
In Italia ringiovanì. Scrisse un resoconto delizioso di questo viaggio, delizioso, riservato, un capolavoro di passione artistica, di reticenza, di spirito, ma nessun lettore intelligente si stupirà di venire a sapere dell’episodio al quale alludo. Le elegie romane simbolizzano la fuga di Goethe dalla gabbia delle convenzioni, il suo volo verso la verità e la bellezza, dal quale egli ritornò virile e pronto a vivere e ad agire.

A sua volta, il legame con Christiane Vulpius, la piccola borghese, lo liberò dal mondo ristretto e piccolo, e la sua amicizia decennale col suo nobile amico più giovane Schiller, gli permise di sentirsi al di sopra di tutti gli altri. Si circondò di una corte di ministri delle arti e delle scienze. E quando scrisse il suo Divano Orientale, scrisse i più soavi poemi unisessuali ai quali si possa pensare quando ci si immagina l’Oriente trasfigurato. Goethe, non ebbe mai paura di nulla. Conobbe tutte le forme di discrezione ma non permise mai che queste cose lo diminuissero.
Lo si è sentito dire che se avesse creduto alla metempsicosi, avrebbe affermato di aver vissuto al tempo di Adriano. Adriano e il simbolo del suo potere e del suo amore della bellezza, Antinoo, hanno preoccupato i sovrani: Federico aveva una statua di Antinoo a Sans-Souci, e Goethe, anche lui un sovrano, ha sullo scalone a Weimar il grande gruppo di Antinoo e del genio della morte (Gruppo di sant’Ildefonso.) Nell’epoca dei Greci o del Rinascimento, Goethe avrebbe amato l’uomo e la donna sensualmente e egualmente, come Fidia, che come Goethe ha rappresentato con la medesima nobiltà l’uomo e la donna e ha reso immortale il suo favorito.

Michelangelo, se fosse stato scrittore, non avrebbe avuto la bell’armonia di Goethe, non avrebbe creato le calme e umane giovani donne e le ragazze di Goethe insieme ai Tasso, agli Oreste, ai Werther e agli atri tormentati del grande tedesco. La scultura, la pittura, la poesia lirica, la satira si prestano ugualmente ai giganti uranisti unisessuali e agli gnomi, ai demoni impotenti o a metà indifferenti.
La poesia drammatica e la poesia lirica e satirica hanno sempre affascinato gli invertiti molto più della poesia narrativa o descrittiva – soprattutto ai nostri giorni. – È verosimile che Swift e Boileau fossero impotenti come si è detto – l’età e la salute di Voltaire rendono anche possibile che non si dedicasse oltre misura ai piaceri del sesso.

Il libro di Ludwig von Sheffler su Michelangelo (Altenburg, verlag von Stephan Geibel, 1892) cancella ogni dubbio dall’eroe scultore.

L’episodio di Vittoria viene ridimensionato. Fu per lui l’amica nobile e calma; essendo donna, non poteva smuovere la sua anima di Titano amoroso dell’Eros uranista. La ridicole falsificazioni del suo giovane nipote sono svelate nel libro e l’episodio di Tomaso Cavalieri, il più amato dei giovani uomini, che Michelangelo adorò al modo di Platone, non è che uno tra i molti. Quando ultimamente è stata scoperta la vera poesia di Michelangelo, si è voluto trasformare il suo amore per Tomaso, in un parossismo più o meno colpevole, un intrattenimento. Michelangelo era più ammirevole di come i suoi apologisti lo hanno rappresentato, raffigurandolo e sfigurandolo. Ha sempre amato da uranista ma eroicamente. Si è innalzato fino alle rinunce e alle forme di devozione. Vivendo in mezzo ai principi sia della Chiesa che esterni alla Chiesa, ugualmente insozzati di sangue e di lussuria, vedendo la sessualità, pederastica o meno, o pederastica ed eterosessuale, che trionfava intorno a lui, si comprende la rivolta contro le sue stesse tendenze. Non è certo la difficoltà di soddisfare la sua sessualità, se essa poteva essere soddisfatta fisicamente, che lo ha indotto a dichiarare che l’occhio è l’organo dell’uranismo. Non desiderava che di essere un occhio per godere del suo beneamato. Era il suo genio che gli rendeva insopportabile l’idea di poter esprimere la sua adorazione dell’Eros maschile come gli uomini più mediocri che aveva intorno a sé.

Gli uomini più piccoli di Michelangelo sono già scioccati dal dover esprimere il loro amore seguendo le diverse modalità di tutto il bestiame umano. E Michelangelo, quando ha fatto allusione alle passioni divoranti della sua giovinezza, poteva certo ricordarsi della cadute nel pantano di quel lascivo e incantatore Rinascimento, ma le cadute dei grandi personaggi insegnano loro spesso a rialzarsi più tardi. E quando proclama, molto tempo dopo, che il successo del suo amore sarebbe peggiore della morte, quanto si interessa all’amore del suo amico Luigi per un bel giovane, al punto da mandargli una cinquantina di poesie nelle quali si mette al posto dell’innamorato, quando si leggono le sue poesie, così spesso degne di lui, e le sue lettere, quando si vedono le se opere sublimi, si capisce che questo grande ribelle era in lotta contro la sessualità che era in lui e contro quella al di fuori di lui. Forse, vivendo in un periodo più casto, più decente, si sarebbe messo meno in guardia contro se stesso. Il vizio spudorato, la voluttà gradevole e senz’anima piegano molte anime sensuali e fiere verso un ideale di castità sovrumana e terribile.

Michelangelo certo non avrebbe voluto amare la donna come amava l’uomo, ma anche se lei fosse stata il simbolo della sua visione beatifica si sarebbe probabilmente ritirato davanti all’impurità. Come si lamenta all’inizio dei suoi affetti per i giovani uomini, di cui si innamora! Come è costretto ad assicurarli dell’elevatezza della sua passione! A forza di voler sorpassare gli altri si finisce per sorpassare se stessi.

Se ha appreso poco a poco questo cammino dell’eroismo e la strada gli è sembrata così lunga e dolorosa, Michelangelo non è per questo meno ammirevole, e non comprendo la pudicizia della malafede degli scrittori che non vogliono ammettere che un grand’uomo è grande in proporzione della sua perfettibilità.

Speriamo che il libro di Scheffler sia tradotto in Francia e che ci si ispiri ad esso.[1]

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[1] Non sto scrivendo una storia dei grandi uomini e di conseguenza non insisto su dettagli, ma essi meritano l’attenzione di tutte le persone istruite.

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IPOCRISIA E MORALISMO DOPO LA CONDANNA DI OSCAR WILDE

Riporto qui di seguito, in mia traduzione, due lettere di lord Alfred Douglas ai giornali, che completano il discorso sul processo contro Oscar Wilde, contenuto in “Uranismo e Unisessualità” di Raffalovich. Si tratta di due documenti molto diversi.

La prima lettera, inviata al Giornale di Le Havre, esprime lo sconcerto di lord Alfred non tanto per le offese delle quali era stato fatto oggetto, quanto per il fatto che altre bravissime persone del tutto innocenti erano state coinvolte dal giornale in pettegolezzi che potevano rovinare loro la vita. Lord Alfred aveva preso in affitto uno yacht con due marinai, coi quali aveva fatto spesso uscite in mare, come era d’uso per i ricchi villeggianti in città. Uno dei due marinai era stato oggetto di maldicenze e di sospetti da parte del giornale e questo fatto aveva generato la reazione piccata di lord Alfred.

La seconda lettera (il cui originale deve essere stato in Inglese) è un atto di accusa di lord Alfred nei confronti del padre, il marchese di Queensberry, additato dai giornali come tutore della morale e della famiglia e presentato da lord Alfred in una luce completamente diversa. Il padre contestò fortemente una scelta di uno dei suoi figli, lord Sholto Douglas, che aveva permesso alla moglie di firmare un contratto che prevedeva la sua comparsa sulle scene teatrali negli Stati Uniti. Lord Alfred, fa un elenco delle cifre tornate nella tasche del marchese di Queesnberry, a seguito della revoca della concessione delle rendite ai figli e alla moglie (madre di lord Alfred), revoche motivate tutte pubblicamente dall’indegnità dei figli e della moglie, ma con ogni probabilità anche e soprattutto da ragioni economiche. In buona sostanza il moralismo aveva fruttato a lord Queensberry 41.250 franchi l’anno, una cifra veramente enorme. Lord Alfred invita a porsi domande sulle vere ragioni di sdegni morali così redditizi.

Ma veniamo alle lettere di lord Alfred.

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Lettera di Alfred Douglas a un giornale di Le Havre.

1° Agosto, Boulevard François I° n. 66 – Le Havre

Signori,

Ho appena letto sul vostro giornale le cose insultanti che avete scritto su di me. Per me, che ho già tanto sofferto, non cambia assolutamente nulla se un piccolo giornale di provincia mi accusa di tutti i crimini che si possono immaginare; ma per il mio piccolo marinaio, questo povero innocente, e per i suoi amici, altre brave persone, di cui voi parlate con leggerezza, deve essere molto diverso.

Osservo, Signore, che ho preso in affitto un piccolo yacht e ho assunto un marinaio, e ho anche fatto con questo yacht, con questo marinaio e con uno dei suoi compagni e con molti pescatori di Le Havre, che di solito accompagnano gli stranieri, molte uscite in mare; è questa forse una ragione per insultare e sporcare, non dico me, ma questi altri vostri concittadini.

Per me è anche troppo evidente che tutti hanno il diritto di insultarmi e di ingiuriarmi perché sono l’amico di Oscar Wilde.

Ecco il mio crimine, non il fatto che sono stato suo amico ma che lo sarò fino alla sua morte (e anche dopo, se Dio vorrà). Ebbene, Signore, non fa parte del mio sistema morale abbandonare un amico o rinnegarlo anche se questo amico è in prigione o all’inferno.

Forse mi sbaglio, ma in ogni caso preferisco consultare la mia coscienza che quella del Giornale di Le Havre.

Vogliate gradire, Signore, i miei complimenti e le mie scuse per gli errori che senza dubbio ho commesso in una lingua straniera.

Lettera di Alfred Douglas al direttore del giornale

Villa Cazo, Capri, dicembre 1895.

Caro Signore,

Vedo, nel giornale del 2 dicembre, un paragrafo nel quale voi dite che mio fratello, lord Sholto Douglas, ha firmato un contratto per sua moglie, che prevedeva che comparisse su una scena americana.

Voi citate il fatto che mio padre, il marchese di Queensberry, è molto contrario a questo contratto. I rapporti in cui mi trovo con mio padre non sono tali che lui mi permetta di scrivergli o di comunicare direttamente con lui; ma potrei io affermare, nelle colonne del vostro giornale, a lui e al mondo in generale, che, se disapprova l’azione di mio fratello, lord Sholto, ha un rimedio molto semplice?

Mio padre è molto ricco e la sua sollecitudine per l’onore della sua famiglia, – una delle più antiche e più nobili d’Europa, – è stata appena manifestata al mondo dalla sua condotta verso di me. Così grande era il suo rispetto dell’onore della sua famiglia e così grande l’amore della virtù e della purezza, che non ha esitato a rovinare per sempre e a cacciare dall’Inghilterra, me, suo figlio.

Ma i suoi nobili sforzi per la virtù e l’onore non si sono fermati a questo punto; il suo cuore paterno già afflitto dalla miseria, dalla disgrazia e dalla rovina di suo figlio, aveva ancora in serbo altre prove da affrontare. E lui ha ritenuto necessario togliere a questo figlio il denaro che gli aveva precedentemente destinato, 350 sterline l’anno.

Dopo di ciò si sarebbe potuto credere che il suo sacrificio fosse completo e che lui avrebbe potuto starsene tranquillo; ma quelli che hanno ragionato così conoscevano solo superficialmente le profondità dell’abnegazione di cui quest’uomo splendido era capace.

Mio fratello, lord Douglas di Hawick, che mi ha appoggiato durante il mio processo e che si è permesso di fare delle rimostranze a mio padre a proposito della rovina che portava su suo figlio, si è visto, anche lui, privato della sua rendita di 500 sterline l’anno.

Mia sorella e mia madre, di cui lui è il marito divorziato, sono state le sue vittime successive. 300 sterline all’anno sono state tolte all’una e 500 all’altra. Questa ultima somma era quanto lui dava a mia madre in più di quello che era obbligato a pagarle per legge.

Pover’uomo! Quanto ha dovuto soffrire! Quanto deve avere sofferto il suo cuore gentile quando ha fatto tornare nelle sue tasche questa somma, 1.650 sterline, o 41.250 franchi all’anno. La storia non offre un caso analogo di un nobile sacrificio di sé per la causa della virtù.

Non dico di Bruto: che ha fatto ammazzare suo figlio perché quello aveva trasgredito una norma la cui sanzione era la morte. Lord Queensberry ha esteso la sua responsabilità morale sulla famiglia intera del suo figlio delinquente.

Ora, ecco quello che propongo: che lord Queensberry assicuri a lord Sholto Douglas la metà del denaro che ha tolto a sua moglie e agli altri suoi figli, e questo premetterebbe a mio fratello di nutrire sua moglie, di vivere come un gentiluomo e di essere completamente indipendente dal teatro americano, mentre lord Queensberry sarebbe ancora più ricco di 825 sterline (29.625 franchi all’anno) rispetto a prima della sua crociata contro di me e contro il mio amico Oscar Wilde.

Se trovate la mia lettera di un interesse sufficiente a farla stampare, siate così gentile di farla tradurre in Francese, perché ho scoperto che la “cortesia” proverbiale della Francia non impedisce ad un giornale come Le Figaro di lamentarsi degli errori fatti da uno straniero che scrive in Francese.

Con tutte le mi scuse per la lunghezza di questa lettera.

Ho l’onore di essere, caro Signore, vostro obedientissimo servitore.

Alfred-Bruce Douglas

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IL CASO DI OSCAR WILDE (secondo Raffalovich) 3

In questa terza parte del capitolo di “Uranismo e Unisessualità” dedicato al processo Wilde, Raffalovich fa un resoconto estremamente chiaro della seconda fase del processo, quella nella quale Wilde è ormai dalla parte dell’accusato. Il processo, come si vedrà, attraverserà momenti di indecisione, in cui la giuria non arriverà a raggiungere un verdetto, segno evidente che, nonostante i vincoli legali rappresentati dal paragrafo Labouchère del 1885, che sanzionava senza alcuna distinzione tutti gli atti omosessuali tra maschi di qualsiasi età, stavano ormai maturando nella società inglese i primi segni di un diverso sentire, che tendeva a non dare per scontato che i comportamenti omosessuali dovessero finire tutti e indistintamente sotto i vincoli della legge penale. Molto meglio dell’ipocrisia inglese che aveva una legge rigidissima ma che era molto elastica nella sua applicazione, sarebbe stata l’adozione di una legge del tipo di quella proposta da Krafft-Ebing, per la quale, ferma restando la sanzione penale in caso di violenza, di induzione alla prostituzione e simili, sarebbero stati penalmente rilevanti solo i comportamenti omosessuali verso i minori al di sotto di una certa età, messi in atto da persone molto più grandi. Krafft-Ebing e anche Raffalovich avevano ben chiara la distinzione tra omosessualità e pedofilia, che non era invece considerata dalla legge inglese.

Raffalovich presenta un panorama squallido della giustizia penale inglese: ai giudici che negano risolutamente la libertà condizionale sotto cauzione, se ne alternano altri che invece la concedono anche in situazioni molto dubbie. I giurati e gli stessi giudici sono condizionati dalle reazioni del pubblico e dei giornali, e le beghe personali tra giudici, procuratori e avvocati coinvolti nel processo finiscono per condizionarne profondamente lo svolgimento; per non dire dell’atteggiamento ondivago del pubblico, e della furia dei creditori di Wilde che si gettano come avvoltoi sui bene privati del poeta e li saccheggiano senza nessun rispetto nemmeno per la moglie e per i figli di Wilde.

Il processo Wilde si conclude quando la pubblica accusa tenta di coinvolgere direttamente lord Alfred Douglas, nei cui confronti il giudice è molto prudente e reticente e si scatena invece l’aggressività dei giurati.

In buona sostanza, l’esito del processo viene deciso solo l’ultimo giorno, capovolgendo le aspettative, sull’onda della totale irrazionalità e incoerenza nei comportamenti processuali delle giurie e dei magistrati.

Il processo a Wilde è l’esempio più eclatante delle conseguenze del paragrafo Labouchère che, incriminando penalmente qualsiasi comportamento omosessuale, anche tra adulti consenzienti, creando cioè una fattispecie indistinta di reato omosessuale, ha di fatto aperto la porta ai ricattatori e ha così alimentato un’alta e ben più grave fattispecie di reato.

Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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Verso le sei di sera Wilde fu arrestato. Un amico lo seguì subito in prigione con dei vestiti, ma non lo lasciarono passare. Poi accorse lord Alfred e mostrò un grande dolore quando non gli fu permesso di vedere il suo amico.

L’opinione pubblica era fortemente montata contro Wilde. Si sentiva il suo nome dappertutto, lui riempiva Londra. Se fossi alla ricerca del pittoresco, potrei raccontare molto realisticamente delle testimonianze incredibili dell’emozione dell’Inghilterra. Sì dava per certo che molti dei suoi amici stavano per essere arrestati. Si voleva aprire una sottoscrizione pubblica in favore di lord Queensberry.

Lord Alfred sì offrì di pagare qualsiasi somma purché Wilde potesse uscire di prigione su cauzione. Il magistrato rifiutò. L’indomani mattina, Taylor venne a sedersi al fianco di Wilde sul banco degli accusati. Li si fece comparire parecchie volte, rimandandoli dopo in prigione.

La questione del bail (cauzione) si ripresentò ogni volta: la risposta fu sempre altrettanto severamente negativa. I giornali raccontavano con molti dettagli le sofferenze di Wilde, quello che mangiava o non mangiava, ecc., ecc..

Improvvisamente il Pubblico Ministero accusò Taylor di avere tentato di commettere con i due Parker la suprema offesa sodomitica. Inizialmente Taylor era accusato soltanto di atti indecenti[1] e di avere “cospirato” con Wilde. Taylor, malgrado la sua situazione pericolosa non smise mai di sorridere (stando a quello che dissero tutti i giornali).

Ogni giorno si pubblicavano lettere di Lord Queensberry, di lord Alfred Douglas e di Robert Buchanan.

Lord Alfred dichiarava che se il suo amico fosse stato condannato, lui sarebbe rimasto vicino alla prigione fino alla liberazione di Wilde. Lord Douglas (il fratello maggiore) si lamentava del loro padre, che li aveva sempre perseguitati. Robert Buchanan,[2] autore famoso per le sue controversie, poeta, romanziere, critico, autore drammatico, domandava con quale diritto si trattasse così male uno scrittore non ancora condannato. Assicurava che lo stesso lord Queensberry compiangeva Oscar Wilde. Lord Queensberry si affrettava a rispondere che in altri casi aveva spesso ucciso degli squali, e sempre con la massima rapidità. Non compiangeva lo squalo, ma lo faceva soffrire per il minor tempo possibile, ma certamente il più possibile. Lord Alfred scriveva per ringraziare in blocco tutti gli sconosciuti, donne e uomini, che, a suo dire, lo inondavano di lettere di simpatia. Raccontava al pubblico che andava ogni giorno a vedere il suo amico attraverso la crudele griglia. E che questo privilegio gli era concesso solo per un quarto d’ora.

Quando Wilde fu arrestato, si davano in teatro due sue commedie. Con quella tipica mancanza di coraggio che caratterizza tutte le iniziative che dipendono da un pubblico, con stupidità pudibonda e inutile, si tolse il nome dell’autore dai manifesti senza ritirare le commedie. M. Sidney Grundy, solo tra tutti quelli che si occupano di teatro, protestò contro questa misura che non aveva per scusa né il buon senso né la carità cristiana e nemmeno il buon gusto. Il pubblico non si lasciò coinvolgere. Allora uno dei direttori [dei teatri dove si davano le commedie di Wilde], vedendo che la sua codardia non aveva avuto successo, ripristinò il nome dell’autore. Questa commedia chiuse le repliche il 27 aprile. L’altro direttore fece a meno del nome dell’autore fino alla fine delle repliche. Avrei capito la soppressione delle commedie, ma il nome dell’autore! Che cosa stupida, vile e inutile!

L’emozione fu violenta il giorno che i venditori di giornali urlarono: Arresto di lord Douglas! Ma si trattava di lord Sholto, un figlio ancora più giovane, arrestato in California per qualche ora per impedirgli di sposarsi con una donna di condizione troppo bassa.

Fu annunciato che sir E. Clarke avrebbe assunto la difesa di Wilde in cambio di nulla, cioè gratuitamente.

Infine arrivò il giorno del processo, venerdì 25 aprile. “Il processo sarà molto breve”, lo si dava per sicuro. Durò cinque lunghi giorni e non portò a una conclusione.

Successe una cosa curiosa. Il secondo giorno, lord Alfred fece sapere ai giornali che un messaggio urgente di sua madre lo costringeva ad andare in Italia per qualche giorno. Si fermò lì con un amico e ci rimase, stando ai giornali. Immagino che avrebbe contestato la notizia, se fosse stata falsa.

Se ne avessi il tempo, ci sarebbero parecchi incidenti emozionanti da raccontare: il fulmine e il rombo di tuono che accompagnarono lettura dei venticinque paragrafi dell’accusa, anche se ora, più che il fulmine, è il fango che minaccia Sodoma. C’è stata anche la vendita forzata degli effetti di Oscar Wilde inseguito dai creditori. Gli erano state trovate addosso parecchie carte timbrate, una del suo fornitore di cigarette-cases [portasigarette], quei famosi astucci d’argento. Alla vendita, una folla abiettamente curiosa si ammucchiò nella stanza da letto, aprirono i cassetti contenenti le lettere e si impadronirono di alcune di esse, lo scrittoio di Carlyle fu comprato per quattordici sterline; e tra i rari effetti dimenticati da Mme Wilde, si rimase colpiti dalla bibbia regalata “da papà” a uno dei figli e da due piccoli vestiti da marinaretto. Era una cosa triste, disgustosa.

Una delle sorprese del processo fu che il Pubblico Ministero ritirò l’accusa di sodomia contro Taylor. Un’altra sorpresa fu quando ritirò anche l’accusa di cospirazione contro Wilde e Taylor. Ma, ci si diceva, era per semplificare il processo, per evitare qualsiasi ricorso contro un verdetto sfavorevole: questo perché le prove erano schiaccianti. La disperazione di E. S., costretto a ripetere le sue disgrazie, fu ancora più manifesta – L’orribile e criminale passato di Atkins e le sue menzogne furono l’occasione di una scenata. La folla si mostrò molto ostile nei suoi confronti.

Tutti i nomi dei “messieurs” [frequentatori di bordelli] scritti su pezzi di carta stimolarono la curiosità pubblica al massimo livello. Un giornale diretto da J. K. Jérôme, uno degli autori che la massa ama, ebbe la stupidità di dire che, se fossero stati perseguiti i quattrocento uomini di mondo sospettati, si sarebbe distrutta da cima a fondo l’unisessualità in Inghilterra.

In certi giornali si parlò di un’associazione e di una circolare di questa associazione il cui scopo era di perseguire tutti gli individui sospetti, senza riguardo per il loro patrimonio, la loro posizione o il loro valore. Ogni uomo sensato sa che un’associazione del genere non potrebbe essere che uno strumento di ricatto. A Londra (come a Parigi, a Vienna e a Berlino) ci sono già abbastanza ricattatori che praticano la loro arte in modo molto consapevole nella classi basse per aumentare il numero di questi ricattatori o diffamatori.

Il quarto giorno del processo, sir E. Clarke cominciò il grande discorso sul quale si contava tanto per innalzare la dignità del processo. Aveva poco da dire. Assicurò che se Oscar Wilde non fosse stato innocente, non avrebbe sporto querela contro lord Queensberry. Se non fosse stato innocente, non sarebbe rimasto in Inghilterra dopo il verdetto in favore di lord Quuensberry.

Seguì l’interrogatorio di Wilde. Aveva avuto un appartamento in città solo per non essere disturbato quando lavorava. Non aveva commesso nessun atto sconveniente. Spiegò che nei versi di lord Alfred in lode della vergogna, vergogna voleva dire pudore. Quanto al sonetto sui due amori, quando uno degli amori diceva sospirando: Io sono l’amore che non osa dire il suo nome, non si trattava di un amore contro natura.

È proprio l’amore contro natura, gli obiettò M. Gill con quella esasperante ignoranza che il ruolo gli imponeva, e Wilde rispose con un fervore rivoltante e ipocrita,[3] speculando sull’ignoranza letteraria e l’incapacità del suo pubblico: “L’amore che non osa dire il suo nome” è il grande affetto dell’uomo più grande per l’uomo più giovane, l’amore di Davide per Jonathan, l’amore sul quale riposa la filosofia di Platone, l’amore di Michelangelo e di Shakespeare nei loro sonetti, il mio per lord Alfred Douglas. È l’amore che questo secolo con capisce , l’amore così esposto alla calunnia che non osa dire il suo nome. Non c’è niente contro natura. È bello, è ammirevole, è intellettuale, questo amore di un uomo che ha vissuto la sua vita per un uomo giovane la cui gioia e la cui esperienza sono all’inizio…”

Questi cliché, a pena ammissibili nella bocca di un uomo serio, che conduce un vita almeno un po’ nobile, venendo da lui, avrebbero dovuto indisporre il pubblico, ma al contrario fu applaudito a tre riprese e il giudice rimproverò il pubblico.

Un uomo i cui principi sono sicuri, la cui vita è calma e regolata, la cui amicizia è un privilegio, i cui affetti sono illuminati, forse un po’ veementi, avrebbe il diritto di parlare come Wilde o come Socrate. Provenendo da Wilde, queste parole sono dolorose. Qualsiasi sia la purezza del suo amore per lord Alfred (e perché no?), è certo che Wilde non ha mai capito gli obblighi imposti da un amore che si basa su Platone, Shakespeare e Michelangelo. Non ha separato lord Alfred dagli orribili amici che lo compromettevano, non si è staccato da lui quando è diventato lui stesso pericoloso per il giovane uomo, e non ha avuto nemmeno il coraggio di condurre la sua vita in modo che non fosse compromettente o infamante. Quando si parla dell’amore di Davide e Jonathan, di W. H. e di Shakespeare, non si fa allusione ad un amore puramente sentimentale, puramente innocente, mondanamente egoista. Platone e gli altri hanno celebrato il miglioramento di un’anima da parte di un’altra anima, l’amore che è l’inizio della saggezza. Quante volte Shakespeare esorta W. H. a comportarsi bene, come gli offre di lasciarlo se gli fa torto, come vuole sacrificarsi per la reputazione di colui che ama! Ma quando è successo che Oscar Wilde si sia preoccupato della direzione, della pedagogia morale del suo giovane amico? Non ha nemmeno rinunciato a delle frequentazioni indegne di un discepolo di Platone. Si sa quello che i Greci pensavano degli uomini venali.

L’ignoranza del pubblico era uguagliata solo dalla falsità dello speech [discorso] di Wilde; ma lui sapeva bene con chi aveva a che fare.

Negò gli incidenti dell’Hotel Savoy,[4] quando lui e lord Alfred occupavano le stanze 361 e 362. Il massaggiatore giura di avere trovato un giovane uomo nel letto di Wilde; e così anche la domestica. Una soprintendente ha testimoniato anche che questa domestica le chiese di venire a controllare il letto e le lenzuola del poeta. Lei rifiutò saggiamente. “Sarebbe infantile dare credito a dei domestici”, disse Wilde, ricordandosi le sue pericolose intimità con dei giovani e divertenti fattorini.

Salvo le cose sconvenienti, ammise quasi tutto il racconto di Parker. Negò di aver baciato S. – Disse che era male abbracciare un giovane uomo di più di diciotto anni. Tutto quello che Atkins raccontava era più o meno esatto. Salvo gli atti indecenti commessi con Schwabe o tentati con Atkins in quella celebre notte parigina. E lo stesso con tutti gli altri.

Qui arrivò (secondo me) la parte più straordinaria dell’interrogatorio di Wilde.
Non aveva mai messo in dubbio l’infamia di tutti questi giovani uomini, non aveva mai sospettato il loro genere di vita, il loro modo di procacciarsi i mezzi per andare avanti. Lui, uno scrittore ultra-moderno, che si interessava a qualsiasi cosa fosse nuova o strana, o vecchia come il mondo, aveva potuto trovarsi ogni giorno con dei prostituti senza educazione e non indovinare mai le loro equivoche frequentazioni. Questo, secondo me, è impossibile ma, se è vero, Wilde è un idiota. Un pazzo da legare, da richiudere, pericoloso per la salute dei suoi compatrioti. Se i suoi giuramenti su questo argomento non sono esatti, che credibilità si può attribuire alle altre sue deposizioni? Non sembra aver sospettato di poter ammettere l’ambiguità dei suoi giovani amici senza compromettersi dal punto di vista della ragione. Avrebbe potuto dire che studiava i bassifondi della società. Molti scrittoti di gran fama hanno studiato i parassiti del vizio. Lui non ci ha pensato. A che punto arriva l’ignoranza del metodo scientifico!

Il riassunto del giudice stupì. La decisione del giurì stupì ancora di più. Dopo parecchie ore di camera di consiglio, dopo una giornata di inquietudini e di impazienza, i dodici giurati non riuscirono ad accordarsi che sull’impossibilità di accettare le prove che venivano da persone sospette come Wood e Atkins. Quanto a Sidney M., lui aveva sempre negato. Ma i giurati trovarono assolutamente impossibile concordare circa E. S., circa Charlie Parker, e circa gli indicenti del Savoy Hotel.

Il processo fu dunque rinviato al 20 maggio. Lo stupore a Londra fu grande, le congetture si fecero favolose. E il 7 aprile Oscar Wilde uscì tranquillamente di prigione, avendo ottenuto il permesso di un giudice di fornire garanzie (per 125.000 franchi) circa il fatto che si sarebbe presentato il 20 maggio. Lui stesso si fece garante per la metà di quella somma e lord Douglas of Hawick e il Reverendo Stewart Headlam, il vigoroso organizzatore di una linea di tendenza per il riavvicinamento del teatro (soprattutto del balletto) e della Chiesa protestante, si resero garanti per il resto. Secondo la richiesta di M. Mathews per il “bail” [la cauzione] di Wilde, non c’è possibilità di rifiutarlo – Questo diritto risale a Carlo II. Se Wilde fosse stato accusato di felony [sodomia], diceva Mathews, sarebbe stato diverso, ma quando si tratta di “misdemeanour” [condotta indecente] è tutta un’altra situazione.

Allora perché queste settimane in prigione, questi rifiuti reiterati di accettare cauzioni per lui? C’era o capriccio legale o ingiustizia, o un’estraneità poco rassicurante. Wilde non veniva assolutamente dichiarato innocente dal rifiuto della giuria di decidersi. Perché averlo guardato a vista prima, perché rilasciarlo dopo?
In ogni caso l’indecisione della giuria equivaleva a una decisione abbastanza straordinaria: cioè che i reati unisessuali non sono più di competenza della legge.

Quando si pensa a quello che è stato provato in questo processo – alle opinioni di Wilde, al suo entourage, alle losche conoscenze che portavano sempre a delle camere da letto contigue in un hotel, all’albergatore che aveva cercato di mandarlo via a causa delle sue frequentazioni, ecc. ecc. – e quando ci si ricorda che la legge inglese (dopo il 1885 e dopo M. Labouchère)[5] è chiarissima contro tutte le perversioni unisessuali (qualsiasi sia l’età degli individui) si capisce l’importanza di questa indecisione.

Il paragrafo di M. Labouchère non ha fatto che dare armi al ricatto e organizzarlo. Se si leggono i giornali, se non si chiudono le orecchie o gli occhi, ci si accorge subito dell’esistenza di Sodoma. Anche se non si ascoltano le maldicenze, i pettegolezzi, se si evitano i maldicenti e quelli che li alimentano, non si potrebbero comunque ignorare l’estensione, la devastazione, le sofferenze, i pericoli e i vizi di Sodoma.

Mi sembra (e questa è l’opinione di Krafft-Ebing e di tutti gli specialisti più noti) che leggi non possano aver ragione quando esse definiscono dei delitti che producono altri crimini. Il ricatto è un crimine, l’unisessualità (quando non c’è né seduzione né stupro né eccitazione abituale alla dissolutezza, né altre circostanze aggravanti) porta soprattutto a degli atti delittuosi.

Che utilità hanno le leggi che servono solo a riempire di immondizia i giornali e di denaro le tasche degli investigatori o degli agenti che si occupano di prostituzione maschile? Ah! Come reprimere questa orribile e ripugnante professione quando tutto la incoraggia?

Non so se il giudice o i giurati abbiano compreso che bisognava impedire una volta per tutte le accuse di questo genere, questi tipi di saturnali, o se abbiano agito delle forze più misteriose, ma in ogni caso l’era di questi processi sui costumi sessuali sembra chiusa. Solo, mi chiedo perché tanta pudibonderia e tanta spudoratezza? Perché non parlare della legge e dell’unisessualità seriamente invece di arrivare a questa conclusione ipocrita?

In Inghilterra l’arte è costretta a tacere,[6] il giornalismo strilla e vomita, e la scienza, la morale e la legge non tentano nemmeno di conoscere, di comprendere, di sorprendere, di istruire, di elevare i forzati, i condannati di Sodoma.

Mi sembra indispensabile o ascoltare tutti i casi di sesso a porte chiuse (ma l’Inghilterra libera non lo permetterebbe: – La Germania le invidia questo privilegio della pubblicità) – oppure bisogna incrudelire e colpire con una severità inutile ma abbagliante, i ricchi e i potenti, gli uomini gravi e sposati, – oppure bisogna adottare un progetto di legge del tipo di quello di Krafft-Ebing:

Ogni uomo di più di … anni che abbia rapporti sessuali con un maschio di meno di … anni cade sotto l’applicazione della legge.

Solo che bisognerebbe ricordarsi che normalmente la pubertà in Inghilterra è abbastanza tardiva e non bisognerebbe quindi scegliere per l’Inghilterra l’età che si sceglierebbe per la Germania o per un altro paese.

A questo proposito mi affretto qui a dire che, secondo il nuovo rapporto ufficiale sulle prigioni in Inghilterra (1895), è a diciassette, diciotto e diciannove anni che si forma la maggior parte dei “criminali abituali”. Dato che questa era l’età degli amici incoraggiati da Oscar Wilde, lui risulta così responsabile e colpevole agli occhi di tutte le morali, anche della morale pratica e senza pregiudizi.

Lunedì 20 maggio il processo di Wilde e Taylor ricominciò. Questa volta il giudice era M. Wills. Sir Francis Lockwood era l’accusatore. Sir Edward Clarke ottenne la separazione di Wilde e di Taylor.

Taylor fu trattato per primo, come per vedere di che pasta fosse la giuria. Taylor non era stato ammesso alla libertà provvisoria di Wilde. Taylor era accusato di atti indecenti commessi con i fratelli Parker e anche di avere giocato il ruolo di lenone, negò ogni accusa, confessò che i due Parker dormivano con lui, insieme, e dopo essersi fatto pregare, diede una lista di giovani uomini che condividevano il suo letto. Gli fu letta una lettera del suo amico Charlie Mason, amico d’infanzia, che gli chiedeva del denaro e gli diceva che gli affari non andavano bene, che non aveva incontrato nessuno, che desiderava il suo ritorno perché potessero uscire insieme.

Fu fatto comparire questo Harrington che era stato con i Parker in occasione del loro incontro con Taylor. Taylor conservò il suo aplomb e non si turbò neppure per un istante. Doveva contare sull’assoluzione. I due Parker sembravano dei testimoni molto sospetti e ancora più ripugnanti di prima. La giuria comunque non esitò affatto: trovò Taylor colpevole di atti indecenti commessi coi fratelli Parker, ma non poté decidersi circa le intenzioni di Wilde. Comunque, se si fosse ammessa la verità dei Parker, Wilde si sarebbe trovato più compromesso di Taylor
Il verdetto di colpevolezza fu registrato dunque contro il miserabile Taylor, ma dato che la giuria non si trovò d’accordo quando si trattava di sapere se Charles Parker era stato “procurato” per Wilde, si congedò la giuria, e il mercoledì mattina Oscar Wilde comparve davanti ad una terza giuria.

Logicamente il processo diventava entusiasmante. Le accuse di Charles Parker contro Wilde erano ancor meglio corroborate di quelle contro Taylor.

Dopo il verdetto, lord Queensberry mandò un messaggio a sua nuora, lady Douglas of Hawick, felicitandosi per il risultato, predicendo la sorte di Wilde, e prendendo in giro l’atteggiamento costernato di Percy, lord Douglas di Hawick. “Mentre aspettava il verdetto, assomigliava a un cadavere; è la follia di avere tanto baciato[7] che ne è la causa”, diceva il padre alla moglie di suo figlio.

Ci si può forse stupire che martedì 21 maggio sia scoppiata una lite in mezzo a Piccadilly, in mezzo ad una folla entusiasta, tra lord Douglas di Hawick e lord Queensberry? Il padre prese il pubblico a testimone che il suo figlio maggiore era stato un figlio cattivo e alla fine lo colpì in faccia con forza.[8]

Fu necessario separare per due volte i combattenti prima di portarli al posto di polizia. La folla accolse bene il padre e si dichiarò contro il figlio. L’indomani mattina comparvero davanti al magistrato e promisero di comportarsi bene per sei mesi, pagarono ciascuno una cauzione di 12.500 franchi. Lord Douglas aveva un occhio pesto, suo padre, con una rosa all’occhiello, se ne andò, dopo, ad assistere al processo di Wilde.

Il mercoledì e soprattutto il giovedì questo processo prese una piega ancora più sorprendente che inattesa. Le persone oneste, che non soffrono di questa apatia di cui soffrono gli Inglesi di oggi, fremettero vedendo l’orientamento del giudice. “Se non ci si appiglia né alla testimonianze dei complici, né ai testimoni che hanno visto tutto ma non l’atto sessuale stesso”, esclamò sir Frank Lockwood, “come si potrà impedire che questo vizio regni su tutta l’Inghilterra?” E M. Wills che aveva ammesso la colpevolezza di Taylor sulla testimonianza dei Parker, si mise a difendere Wilde più dello stesso sir Edward Clarke. M. Wills, il giudice, dichiarò che rigettava le testimonianze di E. S., la sola vittima non pagata; che secondo lui non c’era niente di equivoco nella relazione tra Wilde e E. S..

Quanto alle deposizioni di molti domestici e impiegati del Savoy Hotel, M. Wills dichiarò che non negava ai giurati il diritto di rimanerne inquietati[9] ma che lui si riservava il diritto di non tenere conto della loro decisione. Se fosse stato veramente visto un giovane uomo nel letto di un uomo della posizione sociale di Wilde, allora, diceva M. Wills, basterebbero ben poche prove in aggiunta per crederlo colpevole, ma, si affrettò a concludere il giudice, se tutti questi domestici e impiegati avessero detto la verità, la direzione del Savoy Hotel avrebbe certamente preso delle misure contro Wilde.

Una tale asserzione è parecchio curiosa, e sir Frank Loockwood, il Solicitor General, rispose inutilmente che gli albergatori evitavano gli scandali per ragioni di interesse e di convenienza. M. Vogel dell’Albemarle Hotel aveva cercato di sbarazzarsi di Wilde a causa dei giovani uomini che lo frequentavano, ma non era per lamentarsi dei suoi comportamenti morali che aveva tentato di sloggiarlo, no! Cercò di mandalo via a causa del fatto che non aveva pagato dei conti.

Alla fine sir Franck Lockwood obiettò (e le sue parole dovettero risuonare in tutta l’Inghilterra, e attristare ancora di più delle villanie del processo) che era assolutamente inedito che un giudice si mettesse in questo modo al posto della giuria e rigettasse la prova più evidente contro l’accusato.

Avevamo parlato molto del crollo individuale di Wilde, ma quando fu interrogato nuovamente sembrava sempre lo stesso. Sir Edward Clarke prima dell’interrogatorio di Wilde fece un appello toccante alla lealtà di sir Frank Lockwood.

Sir Edward Clarke aveva preceduto sir Frank Lockwood nell’incarico di Solicitor General, e lo aveva conservato per più tempo rispetto a tutti i suoi predecessori da un secolo a questa parte; e, aggiungeva sir Edward Clarke, sir Flank Lockwood si ricorderà certamente oggi di quello che ha dimenticato ieri, che lui non è un avvocato che cerca di ottenere un verdetto, ma che è quasi un giudice, questa è la sua dignità. Sir Franck Lockwood, continuò sir Edward Clarke, ha il diritto (un diritto che sir Edward non si era mai preso e non si sarebbe mai preso) di indirizzare le ultime parole ai giurati, alla conclusione delle argomentazioni della parti.

Wilde, interrogato, negò ogni colpa ma confessò tutte le sue imprudenze, e insistette nel compromettersi, dichiarò di non trovare reprensibile che tanti giovani uomini di classe sociale bassa avessero dormito con Taylor. Quanto a lui, amava l’adulazione. Questi giovani uomini lo ammiravano e lo adulavano. L’adulazione dei letterati è sempre guastata da qualche critica. Negò di avere avuto influenza su questi giovani uomini. Lui credeva solo all’influenza letteraria. Quando le domande di sir Franck Lockwood facevano protestare sir Edward Clarke si notò che il giudice prese le parti dell’accusato e protestò anche lui. E anche quando Wilde negò di aver dato una certa spilla ad Harrington, il giudice disse alla giuria: “Signori, voi dovere ammettere questa negazione; non avete il diritto di non darle credito.”

Sir Edward Clarke ringraziò il suo avversario della sua cortesia, poi se la prese con molta eloquenza contro i testimoni, questi prostituti e ricattatori che erano stati nutriti e vestiti per tante settimane a spese pubbliche [che erano stati a lungo in prigione]. C’era molto da dire contro questi testimoni e sir Edward lo disse. Perorò la sua causa chiedendo ai giurati di permettere al brillante scrittore di darci ancora altri capolavori degni del suo genio. Se non fosse stato innocente Wilde non sarebbe stato lì.

Sir Frank Lockwood cominciò allora la sua risposta e la terminò l’indomani, il sesto giorno del processo. È alla irresistibilità di questo discorso che si deve attribuire l’orientamento della giuria e di conseguenza quello del giudice.

Durante questo discorso ebbero luogo delle scene violente tra sir Edward Clarke e sir Frank Lockwood. Il giudice tentò di addolcire sir Edward dicendogli: “Dovrò parlare di questo argomento più tardi” e sir Edward rispose: “Saprò pazientare, my lord”. Ma la disputa ricominciò ben presto tra i due avversari. Poi sir Franck Lockwood iniziò quell’attacco contro lord Alfred Douglas, il cui seguito stava per diventare così drammatico. Lord Alfred aveva avuto Alfred Wood a casa sua a Oxford, lo aveva mandato a Wilde, Wood aveva cenato con Wilde, l’amico del suo amico, e aveva cercato (riuscendoci) di farlo ricattare. I miei lettori conoscono la storia.

Quando M. Wills arrivò al suo riassunto, dichiarò di preferire di gran lunga essere giudice dell’omicidio più abominevole che di una causa di questo genere. Si gettò subito anche lui contro Alfred Douglas, causa di tutti questi scandali, contro le lettere di Wilde, contro quelle “labbra rosse”, contro quella “follia dei baci”. Se si trattava di baci che lord Alfred dava a una donna, era molto male per Wilde, alla sua età, incoraggiare delle passioni così naturali. Se quei baci non erano per una donna, allora la giuria non aveva che da pronunciarsi. Espresse il suo stupore per l’intimità tra lord Alfred e questo Wood e tra Wood e Wilde. Il capo dei giurati lo interruppe allora per chiedere se ci fosse un mandato di arresto contro lord Alfred Douglas, e in caso negativo se si stessero per prendere delle misure per incarcerare quel giovane uomo. Questa domanda produsse una profonda sensazione. Dopo tanti sforzi sovrumani la causa di Wilde era dunque persa.

M. Wills rispose educatamente ma in modo vago. I giurati insistettero. M. Wills disse che lord Alfred era in Francia, che aveva certamente commesso le più grandi indiscrezioni ricevendo delle lettere simili senza sciogliere i legami della sua intimità, ecc., ma che non era presente per difendersi, che se fosse stato colpevole si sarebbero prese le misure necessarie ecc..

Non si riferì più allora alle testimonianze degli impiegati del Savoy Hotel con la stessa leggerezza di prima; ma non si era ancora preparati per la sua severità. Quando il verdetto della giuria fu dichiarato, un verdetto di colpevolezza contro Oscar Wilde,[10] M. Wills disse che era inutile parlare a lungo a degli uomini così spudorati come Oscar Wilde e Alfred Taylor. Si rammaricava di non potere applicare loro se non il massimo della pena: due anni di lavori forzati.

Oscar Wilde volle parlare ma non gli diedero ascolto.

La giuria aveva salvato l’onore della giuria inglese. L’istituzione della giuria si era lavata le mani dagli schizzi dei sospetti. Questa nuova decisione non modificava affatto i risultati ottenuti dagli scandali del processo e dall’indecisione delle altre giurie. Tali questioni di sesso non saranno consegnate presto alla pubblicità. E senza gli sforzi fatti per Oscar Wilde a dispetto di tutto, senza il tentennamento di M. Wills, senza le chiacchiere che percorsero tutta l’Inghilterra, questa giuria, come le altre, non avrebbe trovato un accordo.

Mi limiterei a qualche indicazione sommaria per non superare (cosa che sarebbe facile) i limiti di questo capitolo.

In una commedia famosa di sir John Vanbrugh, La Rechute, messa in scena nel 1699 con grande successo, l’eroe si trova ad avere bisogno del soccorso di un vecchio usuraio sodomita. Il vecchio chiede al giovane uomo di mettergli la mano “in seno”, il giovane rifiuta chiamandolo “vecchio sodomita”, ma dopo che l’usuraio ha acconsentito a fornire il suo aiuto, il giovane uomo gli dice: “Se lo desiderate, potete mettere la vostra mano nel mio seno.”

La scena è impertinente e vivace, il vecchio pederasta è ben disegnato e la disinvoltura dell’eroe libertino colpisce molto. Non mi ricordo di nessuna scena di teatro moderno in cui la pederastia sia così vivamente trattata.

Nel 1725 (leggiamo nella prefazione), sir John Vanbrugh credette saggio cambiare una scena troppo impertinente di questa commedia perché nella superficialità del suo gioco teatrale si era permesso di vestire un libertino con l’abito ecclesiastico e di farlo parlare proprio come un libertino vestito in quel modo. Per non scioccare nessuno, mise il libertino in una sottoveste galante da donna di mondo.

In Roderick Random, un romanzo famoso e molto ristampato, che Smollet pubblicò nel 1748, leggiamo un capitolo ammirevole per la veridicità e il buon senso: lord Strutwell, un invertito che aveva molta prestanza e falsa bonomia, si interessa a Roderick Random, gli fa delle proposte e delle promesse, lo mette nel capitolo di Petronio [dà per scontato che sia omosessuale], finge di averlo voluto mettere alla prova e di essere contento della sua virtù, poi parla con distacco filosofico del piacere estremo che l’amore unisessuale procura “a quanto si dice”, quindi, non volendo essere [manca una parola nel testo originale] per le spese relative alle colazioni si fa dare da Roderick il suo orologio, e quando il povero Roderick scopre la fama del suo protettore, la sua scarsa influenza, la sua lussuria e la sua cupidigia, trova sempre chiusa la porta di lord Strutwell, con grande gioia del valletto di camera, il favorito compiacente e ordinario del conte.

Quanto a esattezza, ironia e buon senso e dal punto di vista della morale, questo episodio non lascia nulla a desiderare.

Arriviamo ora alla poesia del XIX secolo, ai Poèmes et Ballades di Swinburne, per esempio. Questo volume è il capolavoro di Swinburne e ha lasciato un’impronta incancellabile sulla maggior parte degli scrittori più giovani. Ecco alcune citazioni di un poema molto bello e molto perfetto, intitolato Fragoletta (allusione a un romanzo di Henri de Latouche, romanzo di ermafroditismo):

“Amore… essendo senza sesso, vuoi tu essere ragazza o ragazzo? Ho sognato ieri di labbra strane…”

“Rigetta all’indietro il tuo collo di madreperla cesellata, la tua bocca mormori come la colomba. Io dico che Venere non ha nulla di ragazza, non ha bocca di donna, tra i suoi amori. Il tuo dolce basso petto, i tuoi capelli corti, i tuoi fianchi dritti e lisci, la cui linea si assottiglia fino ai tuoi piedi, la tua strana aria verginale… La tua bocca è di fiamma e di vino, il tuo petto sterile riceve i miei baci… Congiungiti a me, amami, bacia i miei occhi, sazia le tue labbra amandomi. No, perché tu non devi alzarti. Resta coricato come Amore che muore per amore per te. Le mie braccia cingono la tua testa, le mie labbra sono brucianti sul tuo viso e dove il mio bacio s’è nutrito, il tuo sangue simile a un fiore, si slancia rosso verso il punto baciato. O amarezza delle cose troppo soavi, tubare spezzato delle colombe, le ali d’Amore sono troppo rapide, e come i piedi della pantera, i piedi d’Amore”.
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[1] La differenza tra la sanzione per la sodomia (felony) e gli atti indecenti (misdemeanour) è molto importante.

[2] Robert Buchanan, altre volte avversario di Wilde, ha dimostrato ancora una volta quanto la generosità sia più facile della giustizia.

[3] Ipocrita letterariamente e intellettualmente soprattutto.

[4] Su dodici giurati, si afferma che dieci trovarono Wilde colpevole di atti indecenti con due individui dell’Hotel Savoy.

[5] E l’inerzia della Camera dei comuni che sembra non avere affatto osato discutere questo paragrafo imprudente.

[6] O di mormorare orazioni pericolosamente false.

[7] Allusione alla famosa lettera di Wilde a lord Alfred.

[8] Lord Alfred non mancò di scrivere ai giornali francesi per esprimere il suo rincrescimento per non essere stato lì a punire lord Queensberry.

[9] Diritto che lui rifiutava loro, riguardo ad E. S..

[10] Colpevole di tutti i capi d’accusa. I rapporti con E. S. erano stati rigettati da M. Wills. La situazione morale di E. S. al momento è molto strana. È stato precipitato inutilmente nell’ignominia e si trova tacitamente accusato dal giudice di pazzia o di spergiuro.

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IL CASO DI OSCAR WILDE (secondo Raffalovich) 1

Con questo post inizia una serie di quattro post tutti dedicati al caso di Oscar Wilde così come presentato da Raffalovich in “Uranismo e Unisessualità”. Va subito chiarito che sono stati fatti diversi studi sugli atti giudiziari e sui riflessi della vicenda Wilde, così come appaiono dai giornali dell’epoca, ma l’analisi e il giudizio di Raffalovich hanno un’importanza specialissima, in primo luogo perché Raffalovich è un contemporaneo, scrive pochissimo tempo dopo la conclusione del processo, è omosessuale, conosce personalmente Wilde e proprio per questo vede le cose dall’interno e non si affida al sentito dire o a sintesi altrui. Al di fuori delle persone direttamente implicate nel caso Wilde, ben poche persone sono state così profondamente coinvolte da esso come Raffalovich.

Va però anche sottolineato che Raffalovich ha avuto motivi di incomprensione con Wilde dovuti a ragioni molto private. Nel 1891 Wilde pubblica “The picture of Dorian Gray”, un libro importante sotto molti aspetti nella vicenda umana di Raffalovich. Il romanzo di Wilde, si ispira a John Gray, personaggio molto in vista della vita mondana londinese, un esteta di umili origini, nato nel 1866, che aveva abbandonato la scuola a 13 anni ma che era riuscito a farsi apprezzare nell’alta società. Nel 1892, cioè l’anno successivo alla pubblicazione del ritratto di Dorian Gray,  Raffalovich, a Londra, conosce John Gray, che aveva allora 26 anni (Raffalovich ne aveva 28) e tra i due nasce un amore profondo che li terrà uniti per tutta la vita, anche se in situazioni, all’inizio, neppure lontanamente ipotizzabili. Proprio in quegli stessi anni, tra il ’94e il ’96, Raffalovich porta a termine il suo “Uranisme ed Unisexualité” in cui dedica parecchio spazio alle vicende giudiziarie di Oscar Wilde. Aggiungo per completezza che John Gray si fece prete cattolico e fece il parroco a Edimburgo, Raffalovich si convertì al Cattolicesimo, pagò gli studi a Gray e lo seguì a Edimburgo prendendo dimora in una casetta vicina alla parrocchia di Gray. Morirono nello stesso anno 1934 e furono sepolti nella stessa tomba. Nella sostanza Raffalovich sottrasse John Gray all’influenza di Wilde. Tra Raffalovich e Wilde le incomprensioni reciproche erano sostanziali, Raffalovich era rigorosamente omosessuale e considerava l’omosessualità come un valore fondante della moralità di una vita e la sua vicenda personale lo testimonia. Wilde, che era sposato e aveva due figli, considerava l’omosessualità come un insieme di avventure personali e sosteneva che “non si può essere innamorati della stessa persona per più di sei settimane”. Raffalovich, con ogni probabilità, visse dopo la sua conversione in castità monastica, Wilde si riteneva libero da ogni limite nella sua ricerca del piacere. Si tratta di due mondi molto lontani. Tutto questo spiega l’atteggiamento duro che Raffalovich dimostra nei confronti di Wilde, a fronte di un atteggiamento molto più rispettoso e comprensivo verso Alfred Douglas, di cui sui sottolinea la devozione assoluta al suo amante.

Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.

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IL CASO DI OSCAR WILDE

Le società hanno i criminali che si meritano (Lacassagne)

Al termine delle lunghe giornate rattristate dall’emozione per il caso di Oscar Wilde, cercavo di consolarmi leggendo le conversazioni del grande Goethe. Cercavo di innalzarmi fino alla sua serenità e traevo ispirazione dalla sua saggezza chiara e profonda. Anche lui, mi dicevo, si sarebbe rattristato vedendo tanta ignominia e tanta ignoranza. Il modo di fare del pubblico sarebbe stato per lui rivoltante come gli atteggiamenti degli accusati e dei coinvolti. E avrebbe buttato lontano da sé i giornali inglesi o stranieri con i loro apprezzamenti assurdi o scontati. In questo processo parla la storia ed è tempo di abbandonare molti stereotipi.

“Ogni uomo, ha detto Goethe, ha diritto a una filosofia che non distrugga la sua individualità. Questa è l’origine psicologica delle filosofie.” Ed era altrettanto persuaso che quelle Forze, quelle Decisioni, che egli chiamava das daemonische [il demoniaco] non permettono per troppo tempo ad una individualità di oltraggiare le altre individualità. Ciò che rende così giuste le vendette del tipo di questa (perché ci sono delle occasioni in cui ci si sente quasi in diritto di parlare di persone specifiche) è la loro stessa lentezza: non è più una questione di colpevolezza ma di criminalità. Se Oscar Wilde, per esempio, fosse stato colpito qualche anno fa, la sua colpevolezza dal punto di vista di una morale alta non avrebbe raggiunto il livello della criminalità.

Quando lo accuso di criminalità, non mi occupo più degli atti sessuali che gli sono stati rimproverati ma del ruolo che ha rivestito, dell’influenza che ha assunto e così male impiegato, delle giovani vanità che lui ha falsificato, dei vizi che ha tanto incoraggiato. La società inglese è altrettanto colpevole. Quanto a lui, che sia stato o meno “come la grande Saffo” con tutti “questi galoppini dagli occhi di tribade”, la morale più indulgente e la più lassista ora lo condannano da altri punti di vista, come fa l’opinione pubblica. Solo che l’opinione pubblica mi ispira poca stima su questo argomento; essa lo ha supportato, sostenuto, intrattenuto, l’ha subìto, questo infelice sacerdote di Priapo, ammalato del male delle rivendicazioni; l’opinione pubblica gli ha perdonato molte cattive parole che erano cattive azioni, e oggi è la sua colpevolezza che essa attacca più che la sua criminalità. E chissà come l’opinione pubblica cambierà direzione un giorno: forse in suo favore.

Sarebbe una buonissima cosa (e non necessariamente un’utopia) se questo processo aiutasse a chiarire la questione dell’inversione sessuale, una delle più importanti del presente e dell’avvenire. Questo processo, ancora più storico che scandaloso, secondo me, contribuirà a questo chiarimento necessario che arriverà, mi chiedo solo perché debba arrivare oscurato dalla licenza dei costumi.

Un’ultima parola prima di cominciare: per giustizia verso l’Inghilterra e per fare un po’ vergognare i giornali stranieri che hanno spinto lo sciovinismo fino a negare l’universalità dell’unisessualità, citerò una lettera di Madame, la moglie di Gastone l’invertito, cognata di Luigi XIV e madre del Reggente:

“Dunque voi pensate, mia cara Amelia, che non ci sia un gran numero di monelli che hanno le stesse inclinazioni dei Francesi! Se lo pensate vi sbagliate di grosso. Gli Inglesi sono altrettanto determinati e non si comportano meglio. Mi fate ridere se pensate che questo peccato non si commette in Germania                                            . Credetemi, anche i Tedeschi si intendono molto bene di quest’arte. Se Carlo-Luigi non fosse stato presente, il principe di Eisenach, che è caduto in Ungheria, avrebbe ucciso il principe di Wolfenbuttel. Quest’ultimo voleva fargli violenza e l’altro non ci sentiva da quell’orecchio. Carlo-Luigi mi ha raccontato anche che tutta l’Austria era infestata da vizi simili…,” 3 settembre 1708.

Dopo avere appassionato i curiosi, gli oziosi, gli sfaccendati, dopo avere occupato le persone serie, i colpevoli o gli imprudenti, il caso di Oscar Wilde appartiene ora alla scienza e alla storia. Gli storici della morale sociale non potranno trascurarlo. Nessun caso che riguardi i comportamenti di questo tempo è stato di una simile portata. Gli scandali di Cleveland Street,[1] che sono diventati famosi in Francia attraverso le battute sui giovani telegrafisti, e sono stati seguiti dall’allontanamento forzato di lord Arthur Somerset, non evidenziavano che dei vizi individuali che si servivano della comune organizzazione del vizio. Nessuno dei disgraziati coinvolti in questo caso si era  innalzato apertamente contro l’opinione pubblica. Nascondevano le loro abitudini. Avevano paura, provavano vergogna. La loro ipocrisia confinava con la decenza e la loro prudenza era un omaggio al pudore. Non si poteva accusare la società di una tolleranza indebita e nemmeno i colpevoli di aver voluto celebrare apertamente Sodoma.

Locali come quelli di Cleveland Street, clienti, prostituti, gestori di case di prostituzione esistono dovunque. Esiste Sodoma, la città invisibile, venale e minacciosa.

Ma la tragedia che ha Oscar Wilde per titolo e di un’altra natura. Oscar Wilde è stato incoraggiato, tollerato dalla società inglese. Si diceva che fosse un’istituzione. Ha deviato sempre di più e sotto il dominio della vanità e dell’impunità era arrivato da lì alla vita più audace e più pericolosa per la salute pubblica e anche per lui stesso.

È stato vittima di se stesso, della società e dei suoi amici. Se lo si compatisce nella sua grande disgrazia, ci si ricorda che è stato un pericolo nazionale; senza tutto questo, se fosse stato soltanto un pervertito cerebrale sospettato di perversioni sessuali e acciuffato dalla polizia, il sua caso non meriterebbe uno studio così approfondito. Il caso di Oscar Wilde, considerato seriamente, è di una importanza capitale. Come è stato permesso a un uomo simile di tenere un corso di mutuo egoismo con l’assenso della società inglese? E come, attraverso quali inconcepibili imprudenze, una impunità così consolidata è andata improvvisamente in pezzi?

Oscar Wilde (figlio di un medico irlandese molto conosciuto e di una madre tuttora vivente e che, col nome di Speranza, scriveva poesie irlandesi), è sempre stato molto irlandese, poteva parlare molte ore senza stancarsi, amava il suono della sua voce lenta, rideva violentemente alla sue stesse battute incessanti, faceva spesso l’effetto di masticare le sue parole come se fossero caramelle. Non lo si poteva veder parlare senza notare le sue labbra sensuali, i suoi denti scoloriti e la sua lingua che sembrava leccare le parole. Questo paragone triviale è di una esattezza scioccante. Era un parlatore di cui si vedeva la macchina in funzione. I miei lettori lo hanno probabilmente visto: di alta statura, un negro sbianchito o arrossito, imberbe, pettinato con cattivo gusto.

Quando comparve a Londra, si conquistò una fama di eccentricità e di talento da buffone. A Oxford si era distinto per gli studi seri. Guidato da M. Whistler (che lo ha molto rimpianto dopo e che gli aveva fornito molto spirito e molta originalità), entrò nell’ambiente mondano, preoccupato soprattutto di stupire, di divertire, di fare parlare di sé, senza disdegnare alcuna forma di stupidità, sempre in cerca di qualsiasi spiritosaggine o battuta impudente, felice di essere fischiato, capace di imporsi poco a poco.

La società inglese ebbe il suo buffone come aveva la sua bellezza, Mm Langtry; la carriera della dona più bella e del più vanitoso degli uomini si commentano reciprocamente, ma dato che lei vive ancora, e anche lei fa parte della storia, anche se della storia aneddotica, non parlerò che in modo molto riservato dell’opinione della “nuova Elena” sul suo poeta e amico. Un giornale americano l’ha consultata, e stando al giornalista americano, lei ha risposto che aveva conosciuto Oscar Wilde dopo che lo avevano rimandato indietro da Oxford, che lui aveva sempre queste idee, che era un uomo affascinante, di cui tutti ridevano nella più alta società e che lo si amava senza prenderlo sul serio.

Autentica o no, questa risposta del Giglio di Jersey, della bella per la quale fu inventato il titolo di bellezza professionale, è un modo di scusare la società di Londra, il peggior modo di scusarla. Oscar Wilde faceva ridere, divertiva soprattutto gli ignoranti, i giovani che non hanno letto granché, le donne che hanno letto ancora meno, e anche qualche uomo serio troppo occupato per approfondire, anche solo un po’, qualcosa di così frivolo come l’influenza di un uomo che fa ridere.

I pittori dicevano di lui: capisce tutto meno che la pittura. I letterati al di sopra dei 23 anni: tutto salvo la letteratura. I musicisti: tutto salvo la musica. E così via. In Inghilterra la notorietà e la celebrità sono contigue. In un ambiente mondano le donne e i ragazzi giovani  vogliono divertirsi a qualsiasi costo; la borghesia imita questi atteggiamenti come può, e lo scherno delle classi intermedie e inferiori aumenta la notorietà. Il principe di Galles volle fare la conoscenza di Oscar Wilde. Oscar Wilde diventò l’uomo più ricercato e più ridicolizzato. Si vantava del suo egoismo, della sua pigrizia,  della sua vanità, della sua incostanza, di tutti i vizi confessabili. Era proprio l’avventuriero che divora le cose care e rare. Aveva ventotto anni. Se ne andò a fare delle conferenze in America. Lì risero di lui graziosamente, ma eccitare il riso faceva parte del suo progetto. Ritornò lamentandosi dell’Oceano che lo aveva deluso. Si sposò con una affascinante irlandese che aveva un po’ di patrimonio. Da questo matrimonio[2] sono nati due figli. Oscar Wilde avrebbe potuto essere felice senza la sua divorante vanità e in una società che non gli avesse fornito tanto pascolo. Ma allora era molto lontano dalle avventure di oggi. Il suo egoismo, è vero, era imperturbabile. Si orientava verso il più giovane e cercava di fargli girare la testa a forza di adulazioni e di fare di lui un discepolo. Discuteva, discuteva incessantemente, e fumava sigarette.

Si interessava allora di tutte le perversioni sessuali, le temeva, ne aveva paura in rapporto a se stesso. Gli piaceva parlarne, sapeva le storielle di tutta Londra. Le grandi tribadi lo affascinavano come i sodomiti coraggiosi o innamorati. Ci girava intorno. Era innocente, così diceva, ma seguiva la pista degli altri.

“Non credo proprio, diceva ai suoi giovani amici, che quelli che fanno queste cose si divertano tanto quanto mi diverto io a parlarne”[3]

Fu preso da un vero accesso di febbre cerebrale dopo aver letto “Monsieur Vénus” e ne raccontava la trama con un ardore poetico più che ammirevole. Era inesauribile. Per lui, quanto a lui, aveva paura. Sapeva di essere tanto conosciuto, che la sua immagine era così riconoscibile, che non avrebbe osato, in un luogo pubblico, discutere con sconosciuti compromettenti. Si vedrà la strada che ha percorso dopo.

Si ricordava allora di tutte quelle regole di prudenza e di decenza che aiutano un uomo onesto, anche se è invertito, a vivere con la fronte alta e senza paura. Se diceva ai giovani uomini del suo mondo: “Solo voi sapreste darmi un brivido di novità, solo voi sapreste mescolare il romanzesco e l’ironia, il romanticismo e il cinismo”, se rifiutava Mon Frère Yves, come troppo blando, troppo innocente, se la lettura in “A Rebours” dell’incontro del giovane uomo e di des Esseintes, gli dava un po’ della febbre di Monsieur Vénus, era soprattutto curioso, girandolone, timoroso, giocava con l’idea del pericolo più che col male in sé.

“Non posso farvi conoscere il signor Tizio o il signor Caio, diceva ai suoi giovani amici, perché potrebbero compromettervi.”

Quando gli si chiedeva di spiegare la situazione psicologica degli unisessuali del bel mondo, di quelli che vanno dappertutto, ma tirano dritto per la loro strada, assicurava che essi cominciavano con la gioia, il delirio della loro originalità, della loro indipendenza, ma che man mano che si isolavano sempre di più, man mano che erano per così dire marcati in volto, soffrivano molto. Secondo lui, essi cominciavano dall’esaltazione e dall’orgoglio e finivano per sentirsi dannati…

Ci fu qualche momento di esitazione quando scrisse Dorian Gray, un romanzo poco originale (Oscar Wilde non è mai stato originale), artificiale, superficiale, effeminato. L’unisessualità regnava ma senza vigore, nel chiaroscuro, nell’affettazione della paura.

Non vedo alcun argomento serio contro lo studio dell’unisessualità nell’arte. I maestri non ne hanno paura, da Eschilo a Swinburne. In Inghilterra, il teatro, il romanzo, la poesia, se ne sono impossessati o serviti, ma sempre in modo franco, eroicamente, o satiricamente, o appassionatamente.[4]

Oscar Wilde non avendo né il senso della vita né un talento che gli fosse proprio, ha potuto trattare l’inversione o la perversione sessuale solo debolmente, con una certa ipocrisia, languidamente.

Quelli che avevano capito e detestato la china sulla quale stava scivolando lo avevano abbandonato e avevano preso le distanze da lui prima del Dorian Gray. Quelli che aveva intorno non se ne rendevano conto, si divertivano con lui, condividevano i suoi gusti, lo capivano.[5] Questo è Oscar si diceva, tutti lo conoscono, può fare quello che vuole. I suoi amici e gli amici degli amici amavano ripetere: “Gli piace parlarne, ma non lo fa.”

Le sue lezioni di egoismo, di falsità, di menzogna, di sovrastrutture, di poveri paradossi spaccati in quattro, non erano abbastanza per screditarlo. Si permetteva ai propri figli di adularlo e di esserne adulati, di lasciarsi chiamare “il nuovo ragazzo di Oscar”.

Si era messo a lavorare e si parlava meno di lui quando la sua commedia “Il ventaglio di lady Windermere” fu messa in scena in uno dei migliori teatri di Londra. Mi ricordo di questa prima. La commedia corrispose a quello che mi attendevo dal suo talento e dalla sua sicurezza in se stesso: niente di così vecchio come la commedia, niente di così personale come il suo condimento.

La novità di questo tipo di plagio, gli interpreti, la moda, la famosa sigaretta che l’autore fumava gustando la sua apoteosi, dopo l’ultimo atto, in presenza del pubblico che lo acclamava, e il famoso garofano verde[6] all’occhiello gli provocarono un successo strepitoso. Il pubblico inglese ama le vecchie pagnotte; e Oscar Wilde, in più, gli offriva i vecchi ritornelli “artistici” e tutto lo “spirito” della sua esistenza e del suo mondo.

Oscar Wilde guadagnava ora denaro. Viveva poco a casa sua, stava qualche volta in un albergo, qualche volta in un altro. Rinunciava per la maggior parte del tempo alla vita domestica, ma il suo successo lo avrebbe potuto riportare alla vita rispettabile. Anche senza vivere una vita priva di sospetti, anche predicando la corruzione, anche circondato dai giovani uomini più visionari, più scintillanti di Londra, avrebbe potuto non crollare. Ecco uno dei punti curiosi del caso, una delle numerose lezioni commentate senza dubbio a Sodoma come a Londra.

Anche se fosse stato assolto, sarebbe comunque rimasto il modello di quello che non si deve fare. L’indulgenza che gli si accordava, il successo della sua commedia, la sua insensata vanità, la sua corte di gente giovane, sempre più giovane, come capita ad ogni celebrità sul punto di tornare indietro, la sua enorme indulgenza per i suoi propri capricci, lo avevano guastato e lui schiacciava tutto quello che stava intorno a lui o dentro di lui, anche le sue qualità, anche le sue amicizie.

Quello che Goethe chiama “das daemonische” [il demoniaco] gli fece fare la conoscenza di Alfred Douglas, figlio del marchese di Queensberry. Lord Queensberry, le cui due mogli hanno divorziato, è sempre stato famoso per il suo trasporto collerico, per la sua ostinazione, per le sue opinioni religiose professate o piuttosto proclamate a una prima di Tennyson. Suo padre, suo fratello e il suo figlio più grande sono morti tragicamente, uccisi da un’arma da fuoco. Un altro fratello è morto su una montagna. Una sorella ha sposato un giovane panettiere. Un’altra sorella non ha mai temuto la pubblicità, e ora protegge gli animali che la sua passione per lo sport prima perseguitava.

Lord Queensberry era stato profondamente amareggiato dalla elevazione del suo figlio maggiore, lord Drumlawing, segretario di Lord Roseberry, a pari di Inghilterra, mentre lui non sedeva nella camera dei lord.

I suoi figli avevano tutti preso le parti della loro madre, e i rapporti non avevano niente di cordiale.

Lord Alfred, un giovane uomo pallido e artificiale, sempre vicino ad ogni tipo di imprudenza e a ogni tipo di esagerazione, scriveva dei versi sui “due amori” e su “la lode della vergogna”,[7] traduceva dal Francese in Inglese la Salomé[8] che è dedicata a lui, collerico come suo padre, trascinò Oscar Wilde alla rovina. Lo fece precipitare nel bel mezzo di un odio familiare comparabile con quello della razza di Atreo. Un figlio raramente ha odiato suo padre così apertamente come lord Alfred ha odiato lord Queensberry. Non penso di dovermene stupire più di tanto. Ci sono sentimenti più deplorevoli che bizzarri. Assolutamente indifferente non solo al che se ne dirà ma anche al che se ne dice, o forse non sdegnando affatto di essere celebre, abituato a vedere nella sua famiglia le teorie messe in pratica, sceglieva le sue amicizie e le sue conoscenze dove gli pareva, non sdegnando di cenare né con gestori di case di tolleranza né con piccoli Gesù [prostituti], né con degli amanti ben noti di carne maschile venduta a prezzo, la sua curiosità, la sua sfida, hanno dovuto affascinare Oscar Wilde, il curioso timido e impertinente. Wilde aveva ripetuto a sazietà che non si poteva amare lo stesso individuo per più di sei settimane ma il suo entusiasmo per lord Alfred dura dal 1891. La nascita di Lord Alfred, la sua giovinezza avventurosa e fuorviata, di cui avrebbe dovuto avere pietà, il suo aspetto insieme artificiale e indifferente, stanco e infaticabile, la lealtà commuovente, emozionante, degna di miglior causa, lo affascinarono e lo avvinsero. Bisogna sapere che in Inghilterra il figlio cadetto di una famiglia nobile esercita un prestigio fantastico agli occhi di molti borghesi. Così si è vista, in questi ultimi anni, una donna vestita da uomo farsi passare per lord A. Pelham Clinton (l’eroe defunto del processo Bolton e Park, processo di pederasti) e intascare il denaro dei borghesi. Man mano che Wilde si impaludava, il prestigio del giovane lord Alfred brillava sempre più chiaramente agli occhi dell’Irlandese.

Lord Alfred Douglas ha gettato una sfida così vigorosa e totale (non ha che ventiquattro anni) a tutte le cose che si definiscono convenienze, che non può stupirsi, irritarsi o offendersi se lo si tratta con la curiosità e con la franchezza dovute  a un contemporaneo. La sua giovinezza, la sua estrema arditezza, le sue inutili imprudenze, la sua fedeltà senza limiti, il suo odio, le sue lettere ai giornali, fanno fremere ogni uomo minimamente serio che la psicologia non abbia indurito. Più ci si avvicina alle laceranti divisioni interne alla sua famiglia, più si vede quanto avesse bisogno di una direzione e di essere diretto, più si trova terribile la sorte che lo legò a Wilde. In compagnia di un amico sicuro, lusingatore e lusingato, Oscar Wilde si inaridì fino a conoscere i professionisti del vizio.

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[1] Lo scandalo di Cleveland Street del 1889 vide molti aristocratici accusati di frequentare a Londra un bordello per la prostituzione maschile. Lord Arthur Somerset, avvocato di uno degli imputati, minacciò di coinvolgere il principe Albert Victor, secondo nella linea di successione al trono. Lo scandalo alimentò l’omofobia nel paese e l’idea che l’omosessualità fosse un vizio da ricchi. I giovani prostituti, che lavoravano anche come fattorini del telegrafo, furono oggetto di feroce satira sulla stampa francese.

[2] Notiamo la superiorità del giornalismo inglese (nonostante i suoi grandi difetti) sul giornalismo americano. Tutti i giornali inglesi hanno rispettato la tragica situazione della signora Wilde e dei figli. In America è stata pubblicata la loro biografia con le fotografie.

[3] Da questo punto di vista possiamo aggiungere il fatto che tutti i giovani uomini che hanno testimoniato contro di lui hanno raccontato la stessa storia: il coito orale praticato su di loro e poi la sua soddisfazione inter eorum femora [tra le loro cosce]. Anche non volendo prestare fede a queste testimonianze, si vede il rapporto logico tra questi atti e le sue parole.

[4] Si veda la nota alla fine di questo capitolo.

[5]  Ci sarà un giorno da fare uno studio sull’influenza delle donne inglesi o americane a favore della pederastia.

[6] Ci si ricorda del caso Abadie, detto delle cravatte verdi. Ecco qualche parola sui garofani verdi. Questi garofani, arrivati dalla Francia, colorati artificialmente, comparvero presso qualche fioraio elegante. In un modo o nell’altro, ne furono acquistati per metterli all’occhiello senza nemmeno sapere chiaramente perché. So che il primo acquirente si trovò (al teatro) molto imbarazzato dagli sguardi curiosi rivolti al suo occhiello, e giurò di non usare più fiori verdi. Oscar Wilde adottò questo “fiore dei poeti” e i suoi discepoli, di cui parecchi erano truccati o ne avevano l’aria (c’è un modo di pettinarsi e di camminare ondeggiando che va d’accordo con il bistro artificiale, il rosa delle labbra ecc.), si credettero obbligati ad imitarlo. I giornali pubblicarono degli articoli di una violenza inaudita; si accusavano i cavalieri dal garofano verde di far parte di una banda di pederasti. Era il segno della riscossa. Il fiore fu bruciato sulla scena e la sala risuonò di applausi. Dopo le minacce di processo contro alcuni giornalisti,  si smise di portare questi garofani verdi e di parlarne, fino all’anno scorso quando un romanzo “L’oeillet vert” [il garofano verde] fece la parodia di Oscar Wilde e Alfred Douglas.

Aggiunta di Project: – Robert S. Hichens nel 1894 scrisse un romanzo intitolato The Green Carnation in cui Oscar Wilde era caratterizzato come  M. Amarinth. Questo accadeva nel periodo in cui i garofani verdi apparivano agli occhielli del gruppo di amici di Wilde. Interrogato su questo argomento, Wilde disse che essi portavano dei fiori per generare conversazione. Comunque, il libro di Hitchens utilizza il garofano verde per rappresentare una persona come Oscar Wilde, totalmente senza paura della vita.

Noel Coward nel 1929, scrisse una commedia musicale intitolata Bitter Sweet in cui i garofani verdi appaiono come un mezzo per distinguere gli omosessuali. Oscar Wilde, che era apertamente gay, portava spesso il garofano verde, che era diventato di fatto un modo per dichiarare la propria omosessualità.

[7] Oscar Wilde attestò che vergogna voleva dire modestia, pudore – una spiegazione che vale ancora di più dell’analisi dettagliata dei sonetti e dei “giovani”.

[8] M. Aubrey Beardsley, un giovane artista di grandissimo talento, ebbe la fuorviante possibilità di illustrare questa Salomé, mediocre, con dodici disegni che deploro, anche se li ammiro. Ma non è stato ingannato da questa pubblicazione.

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AUDLEY E EDWARD WALPOLE, DUE PROCESSI PER OMOSESSUALITA’

I capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che Vi presento oggi sono di enorme interesse storico. Il primo parla brevemente di Giacomo I Stewart, omosessuale certamente, ma altrettanto certamente immorale. Un esempio ancora peggiore di immoralità omosessuale è rappresentato dalla storia di lord Audley in cui la violenza si mescola con vere perversioni, che si fatica a ritenere non patologiche.

Raffalovich dedica poi parecchio spazio alla ricostruzione della vicenda giudiziaria di Edward Walpole (fratello di Horace Walpole) ricattato con l’accusa di sodomia. I fatti sono della metà del ‘700, ma sono un esempio chiarissimo delle conseguenze della criminalizzazione della sodomia. Il ricatto per estorcere denaro con la minaccia dell’accusa si sodomia divenne un fenomeno piuttosto diffuso, stando alle cronache giudiziarie, ma con ogni probabilità il numero di uomini ricattati con la minaccia di questa accusa fu molto più alto di quanto risulta dagli atti giudiziari, perché molti, che fossero o meno colpevoli di sodomia, o anche che avessero semplicemente fama di tendenze omosessuali, pagarono il silenzio dei loro ricattatori per evitare il rischio di un processo o quello di una lenta maldicenza distruttiva.

Tutti coloro che si sono dichiarati a favore della depenalizzazione dell’omosessualità hanno insistito sul fatto che considerarla reato penale non solo non ne avrebbe ridotto la diffusione, ma avrebbe aumentato notevolmente i numero di ricatti basati sulla possibile accusa di sodomia.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.

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Enrico VIII, Elisabetta, Giacomo I

Enrico VIII, quando confiscò i beni della Chiesa e si trasformò in una sorta di papa protestante, inventò delle leggi contro la sodomia. La sanzione penale dell’unisessualità in Inghilterra risale a lui, e le origini di queste leggi del Barbablù avido di denaro come di donne, è poco onorevole. Sotto Elisabetta (anche se ristabilì le leggi di suo padre), l’Inghilterra non aveva ancora imparato l’ipocrisia. La letteratura è gioiosa, più virile di quando fu mai dopo, più degna di una grande nazione. La letteratura del tempo di Elisabetta è rimasta come la prova della grandezza dell’Inghilterra, del suo genio poetico e ardente. E in tutto questo l’età elisabettiana è anche l’età dell’unisessualità letteraria. Questi poeti non pensano minimamente a scioccare né a vergognarsi quando traducono l’Alexis di Virgilio o quando cantano la bellezza di Ganimede o di Leandro. È un’epoca eroica.

Giacomo I, figlio di Maria Stuart e del bel Darnley, succede a Elisabetta, e arriva in Inghilterra avendo già fatto le sue esperienze unisessuali. I suoi favoriti si succedono. Scoppiano scandali spaventosi. Sir Thomas Overbury è assassinato da Carr e dalla contessa di Essex. L’omicidio è scoperto, e il re, che ha un nuovo amante, lascia che Carr sia imprigionato e giudicato. Giacomo, che amava gli inganni (era uno Stuart) mette le sue braccia intorno al collo di Carr, lo copre di baci a piena bocca, baci a labbra aperte, gli dice che non può fare a meno di lui; e una volta che Carr è fuori dalle braccia di Giacomo, Giacomo si gira verso i suoi cortigiani e dichiara che non rivedrà mai più Carr. Infatti viene arrestato e imprigionato. Il re comunque, durate tutto il processo non poté nascondere la sua inquietudine. Carr, se fosse stato condannato, voleva rivelare che il re “era stato a letto con lui”. Ai suoi lati furono piazzati due uomini in lunghi mantelli rossi che alla prima parola dovevano soffocare il suo discorso.

Lo sfortunato Oscar Wilde, che amava raccontare questo strano episodio, ci pensò quando ascoltando la sua terribile sentenza rimase senza parole? Quello che gli era stato raccomandato era solo di tenere una linea di condotta che portasse a una furberia tipo quella di Giacomo. Lui aveva sempre vantato l’egoismo, la menzogna e l’incostanza.

Mervin lord Audley, conte di Castlehaven, giustiziato per stupro e sodomia 1631.

Sotto Carlo I, lord Audley,[1] Fitzpatrick e Brodway furono vittime della follia erotica di lord Audley e della folle severità delle leggi. Ecco la storia raccontata in breve: lord Audley era accusato di aver fatto stuprare sua moglie da uno dei suoi (di lord Audley) favoriti e di avere commesso atti di sodomia. Lord Audley, padre di un figlio che era già un giovane uomo, sembra essersi rimaritato per potere soddisfare la sua mania erotica; perché, al di là dei suoi vivi gusti unisessuali, adorava vedere l’accoppiamento eterosessuale. Prese in casa sua una certa Blandina, ragazza di brutta vita, che si concedeva ai favoriti di lord Audley in sua presenza. Lui stesso abusò di lei davanti ai suoi servitori e ai suoi favoriti. Lord Audley diede in moglie sua figlia ad Amptil, un paggio che egli aveva avuto per otto anni e al quale donò novemila sterline. Lord Audley costrinse la sua figliastra (che aveva solo 12 anni) ad andare a letto con Henry Skipwith, un povero irlandese che ricevette dal suo padrone almeno 500 sterline all’anno e spesso di più. Lord Audley  diceva alla ragazzina che suo marito non l’amava e che lei doveva consolarsi con Skipwith. Lei cominciò ad amare il giovane uomo e il giovane uomo cominciò ad amarla, Skipwith vedendola così giovane si sarebbe accontentato di questo affetto ma lord Audley insistette, fece fare molti tentativi senza successo, cercò lui stesso l’olio che ci voleva, e arrivò a facilitare il coito. Lord Audley volle che Skipwith avesse anche dei rapporti con lady Audley, e lo fece andare a letto insieme con loro, ma il povero favorito ebbe paura di commettere un nuovo crimine ed ebbe con la contessa solo un rapporto esterno, cioè l’orgasmo ebbe luogo sul ventre della contessa.

La contessa testimoniò che il giorno successivo al suo matrimonio, lord Audley fece venire Amptil vicino al loro letto e si mise a parlare in modo lascivo. Garantì alla contessa che il corpo della moglie appartiene al marito, che lei doveva amare Amptil come amava lui, suo marito, e che se lei andava a letto con lui o con qualsiasi altro uomo, solo il marito ne era responsabile.

La contessa confermò la storia di Skipwith coricato sopra di lei, che ingannava in quel modo il marito che credeva sua moglie posseduta. “My Lord”, disse lei, faceva venire Skipwith tutto nudo nella camera coniugale e passava in rivista la virilità fallica dei suoi servitori. Gli faceva prendere parte a questo esame, e lodava molto quelli che vincevano la gara priapica.

Una notte a Fohthill Abbey “My Lord” fece venire Brodway nel loro letto e tenne ferma una delle gambe della contessa e le sue mani mentre Brodway la possedeva.

Laurence Fitzpatrick testimoniò che lord Audley più di una volta aveva avuto con lui rapporti unisessuali e era arrivato ad avere l’orgasmo con lui, tra le cosce; che era quella la soddisfazione di lord Audley con tutti i suoi favoriti. Anche Fitzpatrick aveva avuto rapporti con lord Audley nello stesso modo. Lascio da parte gli altri testimoni.

Il conte non aveva alcuna difesa; si accontentò di dire: “Guai all’uomo la cui moglie testimonia contro di lui! Guai all’uomo il cui figlio lo perseguita e cospira contro di lui! Guai all’uomo i cui servitori hanno diritto di testimoniare contro di lui e di togliergli la vita!”

Fitzpatrick avrebbe potuto dire: “Guai all’uomo che testimonia contro il suo padrone”, perché gli era stata promessa slava la vita (sembra) se avesse testimoniato. Ma fu impiccato per i suoi atti unisessuali col suo padrone.

Anche Brodway fu impiccato per lo stupro della contessa. Lord Audley (che 27 pari trovarono colpevole di stupro, ma solo 15 colpevole di sodomia) fu decapitato.

Morirono tutti e tre in un modo edificante, riconciliati col cielo e senza paura della morte.

Lord Audley era certamente pazzo; Fitzpatrick era vittima della sua inferiorità sociale; come anche Brodway, che (secondo lui) era vittima anche della contessa.

La religione ebbe un ruolo importante nel processo di lord Audley. Aveva cambiato religione, e questa fu una delle spiegazioni che si diedero dei suoi vizi. La sua incostanza religiosa rende facilmente comprensibile, disse l’accusatore, la sua generosità verso Skipwith e la sua avarizia verso i suoi vicini. Per ottenere qualcosa da lui, la contessa, sua figlia e la sua figlia adottiva dovevano andare a letto con Skipwith. È anche interessante notare che l’unisessualità (che non era reato, prima che Enrico VII cominciasse a desiderare i beni della Chiesa, e che fu depenalizzata da Maria e di nuovo resa reato penale da Elisabetta) era trattata dalla legge in blocco: non c’erano distinzioni tra il crimen sodomiticum e il crimen sodomiticum sine penetrazione. Lo si capisce.

Perché Enrico VIII, che aveva bisogno di un’arma contro i monasteri, avrebbe dovuto frenare la sua rapina con delle differenze talmente insignificanti per lui? È strano vedere ancora oggi l’Inghilterra soffrire per delle leggi il cui punto di partenza fu iniquo e ipocrita e allo stesso tempo soffrire e tremare all’idea di migliorarle. Solo dieci anni fa, tutti gli atti unisessuali sono stati di nuovo unificati, mentre la Germania e l’Austria (suscitando la collera dei medici e degli igienisti) lasciano impunite soltanto le masturbazioni reciproche.

L’ipocrisia inglese è così formidabile che la legge può ignorare certi delitti ma non può affatto essere migliorata. La prostituzione è debordante in Inghilterra, le strade di Londra sono infami, ogni anno la sifilide fa passi da gigante dell’esercito inglese; ma nessuno osa fare nulla. C’è una classe che non permette di toccare il vizio, perché restringerne le manifestazioni, significa riconoscerne l’esistenza, e riconoscere l’esistenza del vizio significa abbassarsi alla mancanza di ideali o all’ideale sensuale del “continente” europeo.

Ci si può stupire dell’unisessualità inglese?

Dato che questa non è una storia dell’Inghilterra, non cito nemmeno l’avvento del puritanesimo, che persiste ancora oggi, né la restaurazione, né la lotta incessante tra la bigotteria e la crudezza.

Guglielmo III fu un grand’uomo sotto parecchi aspetti; seppe tenere testa a Luigi XIV. In ogni caso fu un uomo, probabilmente un ultra-virile. La sua unisessualità non si nascondeva; essa permise a sua moglie, la regina Maria, di essere sua amica e di non dover temere una rivale. Tutti i favoriti di Guglielmo hanno avuto un ruolo nella storia, ed egli non sembra aver avuto relazioni senza amore, amicizia e fiducia. Da ogni punto di vista è il contrario dello sporco e furbo Giacomo I. Guglielmo, virile e serio, amava altri virili e seri. La regina Anna è stata molto accusata di unisessualità; ma l’inversione dei regnanti è nello stesso tempo così frenetica e così supposta e supponibile quando essa non è che una esaltazione della debolezza, che un’amicizia eccentrica esacerbata dall’isolamento, che non studio neppure i documenti.

Giorgio III, per la sua infatuazione per lord Bute, diede luogo a dei sospetti che, scrive Horace Walpole al suo amico Mann, dovrebbero essere confidati in latino.[2]

In ogni caso, la tradizione storica in quello che concerne l’unisessualità in Inghilterra non si interrompe mai.

La questione di Edward Walpole nel 1751

(L’intero procedimento sulla cospirazione malvagia ordita contro l’onorevole Edward Walpole da parte di John Cather, Adam Nixon, Daniel Alexander, Patrick Cane, alias Kane, e altri al fine di estorcere una grossa somma di denaro col pretesto di un’aggressione con l’intento di commettere sodomia sul corpo del detto John Cather, nel quale sono inseriti il processo integrale contro i detti Cather, Nixon, Alexander e Cane; e un resoconto completo del tentativo di Smith (che fu giustiziato a Tyburn per falso)[3] e di Patterson di accusare Mr Walpole di falso, ecc.. Londra, Stampato per H. Gifford, all’angolo di Elliot’s Court, nel Little Old Bailey, e venduto in tutti i negozi di pamphlet di Londra e Westminster, 1751, al prezzo di uno scellino).

Cito il titolo per intero come curiosità storica.

Nel secolo scorso in Inghilterra il ricatto era bene organizzato, proprio come oggi; la cospirazione di molti individui contro l’onorevole Edward Walpole, fratello di Orazio, lo mostra chiaramente. Questi pederasti e ricattatori erano anche più ingegnosi di quelli di oggi. Questa banda sembra più pittoresca, più inventiva ma altrettanto criminale di quella resa illustre dalla questione di Oscar Wilde.

Il rendiconto che possiedo di questa storia comincia con i soliti luoghi comuni. Il narratore dice che se queste orribili circostanze non fossero vere, non ci si potrebbe credere. Si stupisce che esistano uomini così malvagi. Si lamenta della misericordia delle leggi inglesi che non puniscono con la morte il crimine di ricatto. In paesi molto diversi dall’Inghilterra, in paesi dispotici, o in paesi le cui leggi sono sanguinarie e severe, i colpevoli sarebbero stati schiacciati sulla ruota.

L’onorevole Edward Walpole dichiarò nella sua deposizione che, durante i suoi viaggi all’estero, aveva fatto conoscenza di lord Boyne. Questa conoscenza diventò un’intima amicizia quando lui era segretario del duca di Devonshire, lord luogotenente d’Irlanda. Si riteneva così obbligato verso lord Boyne che credeva suo dovere provargli la sua riconoscenza in ogni modo. Aveva ottenuto una posizione eccellente per il fratello di lord Boyne e per i suoi amici. Era proprio a casa di lord Boyne che gli era stato domandato di fare qualcosa per un certo John Cather, che gestiva dei beni di lord Boyne, che aveva l’intenzione di andare in Inghilterra. E. Walpole promise, e qualche anno dopo John Cather andò a trovarlo a Londra.

Walpole non lo trovò abbastanza istruito per dargli un posto “negli affari”, e gli consigliò di entrare al servizio di qualche gentiluomo per istruirsi e formarsi.

Gli disse pure che lo avrebbe preso presso di sé se avesse avuto un posto per lui. Aveva anche l’intenzione, se il suo intendente (allora molto malato) fosse morto, di rimpiazzarlo con un suo valletto, di prendere per valletto il domestico incaricato di occuparsi dei bambini e di mettere Cather a prendersi cura dei bambini. John Cather venne molte volte a casa di M. Walpole e fu ammesso alla tavola dei domestici. Diceva di cercare un posto. Ma il 17 marzo 1750, il domestico di M. Walpole, mise al corrente il suo padrone di aver incontrato Cather in una taverna, molto ben vestito, con un gilè bordato d’argento, una camicia con collo alto arricciato. Cather confuso (stando al domestico) lo aveva invitato a bere e lo aveva pregato di non parlare al padrone dei suoi bei vestiti. Diceva di averli solo presi in prestito perché era la festa di san Patrizio. Questo racconto del domestico diede a M. Walpole (secondo la sua deposizione)  una cattiva opinione di Cather; ne dedusse che Cather aveva fatto cattive conoscenze e si decise e non occuparsi più di lui.[4] Poco tempo dopo Cather andò a casa di M. Walpole a dirgli che aveva trovato un posto e a chiedergli una raccomandazione. M. Walpole rifiutò e gli proibì di tornare da lui. Era un’imprudenza, soprattutto con un irlandese vanitoso e senza scrupoli.

Nel mese di aprile del 1750 M. Walpole ricevette una lettera di un certo Daniel Alexander che gli annunciava che John Cather stava per fargli causa accusandolo di sodomia, ma che il suo rispetto per la famiglia Walpole spingeva Alexander a mettere M. Walpole al corrente di questo progetto.

Una seconda lettera restò senza risposta, allora un certo Walter Patterson andò a casa di M. Walpole per renderlo edotto del procedimento contro di lui. Si diceva impiegato da Cather come uomo d’affari e anche lui obbediente al suo sedicente rispetto per la famiglia Walpole. M. Walpole “consapevole della sua innocenza” non prestò più attenzione a lui che ad Alexander. Quest’ultimo allora si presentò a casa di M. Walpole, ottenne un incontro riservato e gli disse che non poteva credere all’accusa di Cather. Aveva troppo rispetto per la famiglia Walpole. Poi arrivò a dire che tutti gli uomini hanno le loro passioni, che questo crimine così tenuto in orrore oggi, era stato molto in onore presso gli antichi e soprattutto in Italia. Concluse trattando questo crimine con leggerezza ma anche consigliando di soffocare qualsiasi scandalo e qualsiasi maldicenza. M. Walpole gli disse all’inizio che lui si era smascherato e che doveva essere della cospirazione contro di lui, poi cambiò atteggiamento e giocò d’astuzia con lui, fingendo di credere alla dichiarazioni di Alexander e lo incaricò di fare un’inchiesta.

Alexander lo incontrò parecchie altre volte, una volta in presenza di Horace Walpole, gli raccontò che era accusato non solo di aver tentato di commettere ma di avere commesso l’atto sodomitico e di avere messo in pericolo la vita di Cather. Alexander si offrì di mettere a posto tutto e M. Walpole rifiutò. (A questo punto fu chiesto a M. Walpole se avesse mai scritto ad Alexander. Lui disse di no, ma quando fu prodotta una sua lettera ad Alexander, riconobbe la sua scrittura, e si ricordò che in questa lettera non aveva apposto la sua firme nel modo abituale, non volendo esporre la sua firma a un simile rischio. La lettera non fu letta in udienza, perché non lo richiesero gli avvocati né di una parte né dell’altra.)

Furono lette altre lettere di Alexander, alcune minacciose, altre patetiche, che chiedevano non solo denaro per sistemare la questione di Cather, ma anche un buon posto.

Il signor Walpole rimase scosso, spaventato, e incaricò il suo amico Worsdale (che gli aveva raccontato di una conversazione ascoltata in una taverna tra persone che accusavano Walpole di essere un sodomita.) di insinuarsi tra i suoi avversari per venire a conoscenza dei loro segreti e delle loro trame. La storia è lunga e complicata, ma gli atteggiamenti morali sono ben evidenti, basti dire che Worsdale, sotto falso nome e con un certo Andrew White che conosceva Cather, riuscì pienamente nella sua missione.

Patterson (gentleman), Cain (coltivatore), Falkner, Dennison e Cather caddero nella trappola.

C. White (un irlandese che egli incontrò in Saint-James park, stando a Worsdale; l’amico intimo di Worsdale, secondo White), lo introdusse nell’ambiente di Cather e di Cain che abitavano insieme. C. White (per una ragione che non ci viene detta) era in ottimi rapporti con questi individui, e passarono tutti e quattro la serata ai “Jardins de Cuper”. Cather raccontò al simpatico Worsdale (che si fece chiamare consigliere Johnson) che era stato molto maltrattato da Walpole. Walpole l’aveva incoraggiato a venire dall’Irlanda, promettendogli aiuto, aveva poi rifiutato di aiutarlo e aveva tentato di commettere su di lui l’atto sodomitico; e lui voleva vendicarsi. “Se non mi dà cento sterline per non andare avanti con la causa, giuro che mi vendicherò.” Cain (quando rientrarono in battello da questo giardino pubblico, confessò a Worsdale[5] che Walpole non aveva violentato Cather, ma che lo aveva maltrattato non venendogli in aiuto quando quello moriva di fame e che il desiderio di ottenere denaro era la causa dell’accusa. Worsdale fece finta di approvare molto il progetto, e Cain, molto modestamente ma fieramente disse che ne era lui l’autore e che in genere le cose di questo tipo gli riuscivano bene, e che loro avevano di recente, con le minacce, estorto una somma di denaro a un signore di cui Worsdale non volle dire il nome.

Si fece poi cadere Patterson nella trappola (ma quello riuscì a scappare dalla prigione), e quando la polizia strinse la sua rete sulla banda, Walpole fu assolto dalla giuria dall’accusa di aver commesso o tentato di commettere sulla persona di Cather questo abominevole peccato di sodomia (che non si deve nominare tra cristiani), abitualmente chiamato “buggery”, e Alexander, Cather, Cain, Nixon (un uomo di legge coinvolto) furono ritenuti colpevoli di avere cospirato contro Walpole.

Fu scoperto anche un secondo e ingegnoso complotto contro Walpole, inventato da Patterson e da W. Smith, un falsario che più tardi fu impiccato. Smith offrì a Walpole, per una somma di denaro (a detta sua per aiutarlo a sbarazzarsi di Patterson che era il consigliere di Cather), un falso biglietto di Patterson in cui riconosceva di dovere a M. Georges Sandys (lo pseudonimo di Smith) 150 sterline.

Con l’aiuto di questo documento, Walpole doveva fare gettare Patterson in prigione per debiti, ma dato che si sarebbe riconosciuto facilmente che la firma di Patterson era falsa (Patterson si trovava in Irlanda alla data riportata nel documento), Walpole si sarebbe trovato in una posizione difficile di fronte a Cather. Sarebbe stato sospettato di aver fatto un falso per fare arrestare uno dei suoi accusatori.

Walpole non si fidò, prese Smith per il bavero, si batté con lui, lo gettò due volta a terra, lo bloccò a terra fino all’arrivo del marito di Windsor. Smith fu perduto.

W. Patterson, per aver accusato Walpole di un crimine che non si può nominare tra cristiani e per avere tentato di accusarlo di falso (che allora era un crimine capitale), fu condannato a sei mesi di lavori forzati, e per tre volte durante questi sei mesi doveva essere portato, nudo, fino alla cintola, e frustrato finché il suo corpo non fosse sanguinante, in giro per Hanover Square, dalle 10 a mezzogiorno, per Pall Mall, intorno a Covent Garden.

Cather fu condannato a tre giorni di gogna, una volta a Charing Cross, una volta alla fine di Chancery Lane, e una volta davanti alla Borsa, e poi a quattro anni di lavori forzati, e anche a pagare una cauzione di 40 sterline e a tre anni di sorveglianza.

Cain, fu condannato alla gogna per una volta a Charing Cross, a due anni di lavori forzati e cinque di sorveglianza con una cauzione di 40 sterline e due di 20 sterline.

Alexander fu condannato alla gogna a Charing Cross per una volta, a un’ammenda di 50 sterline, a due anni di prigione e, uscendone, ad una cauzione di 200 sterline e a due di 100 sterline, e a tre anni di sorveglianza.

Nixon scappò.

Innocente o no, si può credere che Cain si servì della vanità mortificata e della vendetta di Cather.

Questi ricattatori raccontarono a Worsdale che dopo Walpole, avevano intenzione di ricattare nello stesso modo i grandi medici, i chirurghi e gli ostetrici.

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[1] Qui ancora una volta, il processo lo prova abbondantemente, la sodomia praticata da lord Audley e dai suoi amici era un coito tra le cosce; non c’era coito anale.

[2] Nota di Project: – Gli argomenti scottanti legati alla sessualità erano trattati in latino per evitare che potessero essere facilmente compresi da chiunque.

[3] Note di Project: – Raffalovich riporta per intero il titolo inglese: “The whole proceedings on the wicked conspiracy carried on against the Hon. Edward Walpole by John Cather, Adam Nixon, Daniel Alexander, Patrick Cane, alias Kane, and others in order to extort a large sum of money under pretence of an assault with an intent to commit buggery on the body of the said John Cather in which are inserted the Trial at large of the said Cather, Nixon, Alexander and Cane; and a full account of the attempt of Smith (who was executed at Tyburn for forgery) and Patterson, to charge Mr Walpole with forgery, etc. London. Printed for H. Gifford, the corner of Elliot’s Court, in the Little Old Bailey, and sold at all the pamphlet shops in London and Westminster, 1751. Price one shilling.”

[4] Se E. Walpole era innocente (e in presenza del ricatto, che è un crimine contro la società, si ha il diritto di considerare innocente la vittima del ricatto, a meno di prove irrefutabili) le sue conclusioni sembrano molto severe; è probabile che il domestico avesse qualche gelosia o qualche risentimento nei confronti di Cather.

[5] Bisogna ricordarsi che Worsdale aveva il ruolo di detective per Walpole.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=5844

OMOSESSUALITA’ NATURALE E OMOSESSUALITA’ INGLESE

I capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi sono alquanto eterogenei: i primi si riferiscono a questioni generali, come la diffusione dell’omosessualità in tutte le classi sociali (il caso Wilde aveva accreditato l’idea che l’omosessualità fosse una specie di vizio da ricchi e da raffinati) e la sua naturalità, che Raffalovich coglie nel suo nascere spontaneamente, cioè indipendentemente dall’educazione; i rimanenti sono dedicati all’omosessualità inglese.

La parte dedicata alla naturalità dell’omosessualità è una delle peggiori di tutto il libro perché Raffalovich si lascia andare, uscendo parecchio dal seminato, a dare giudizi sulle donne che sono macchiati da una grossolana misoginia. È evidente che se Raffalovich è informatissimo quando parla di uomini e di omosessualità, si affida a pregiudizi di bassissima lega quando parla di donne e anche di lesbiche.

La parte dedicata all’omosessualità inglese comincia con un insieme di riflessioni sulla pudibonderia inglese di fine secolo, cioè sulla falsa moralità vittoriana, in particolare in tema di omosessualità. Raffalovich si sofferma poi William Rufus (Guglielmo il rosso) e sulla vicenda di Edoardo II e di Gaveston. Proseguirà poi nei capitoli successivi un excursus sui grandi personaggi omosessuali della storia d’Inghilterra e di Francia. Si tratta di esempi forse meno conosciuti dal lettore moderno, ma che per tutto l’800 e oltre hanno rappresentato delle citazioni d’obbligo in ogni discorso che volesse alludere all’omosessualità senza nominarla, citazioni che potevano essere colte nella loro sostanza, cioè come riferimento all’omosessualità, solo da altri omosessuali e potevano, proprio per questo motivo, essere utili per rompere il ghiaccio senza rischiare troppo.

Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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Uguaglianza dell’Unisessualità

In alcuni uranisti e in molti eterosessuali, che non hanno affatto osservato la realtà o riflettuto su di essa, esiste un pregiudizio, secondo il quale l’inversione si trova soprattutto nelle classi superiori: le cause di questo errore abbastanza curioso si trovano in teorie completamente illusorie, secondo le quali l’inversione è prima di tutto il risultato di una decadenza fisica e di una raffinamento psichico, un risultato dell’educazione delle classi superiori, della lettura dei classici, dei piaceri troppo facili, in una parola l’inversione sarebbe insieme una debolezza e un lusso, un’abitudine degli intellettuali o di coloro che sono stanchi di tutto. Sono talmente tanti gli eterosessuali poveri che si vendono, che gli uranisti credono forse che il loro vizio sia aristocratico e intellettuale, e per gli eterosessuali questa è una spiegazione così semplice e soddisfacente come l’esaurimento e la sterilità dei fiori troppo coltivati.

L’inversione congenita o acquisita è molto frequente tra i poveri e tra le persone grossolane. L’esaurimento, d’altra parte è altrettanto frequente in loro che nelle classi istruite; l’alcolismo e la sifilide si trovano ovunque, la malnutrizione, gli eccessi di privazione o di sofferenza o di brutalità, di animalità, hanno effetti simili a quelli della dispepsia e della nevrastenia dei ricchi. Se queste cause agiscono in una classe, agiscono anche in un’altra. Le letture dei classici sono rimpiazzate dalle conversazioni licenziose, la decadenza dei costumi dei bambini e degli adulti è rimpiazzata dalla promiscuità. Probabilmente è più difficile per un uomo del popolo rendersi conto altrettanto anticipatamente della sua inversione, l’uomo del popolo fa probabilmente più tentativi di eterosessualità prima di riconoscersi, ma la differenza è tutta qui. I ragazzi del popolo sono molto più esposti alla seduzione rispetto ai ragazzi delle classi superiori: le notti passate nel letto di un ragazzo più grande o di un uomo finiscono spesso nel mutuo onanismo. Se sono eterosessuali in modo insuperabile, si fermano lì, ma se sono portati all’unisessualità, persistono in tutto questo. Le prigioni i bagni pubblici, le caserme, il lavoro in comune, la fabbrica, sono altrettanti focolai di unisessualità, come la promiscuità delle grandi città, il prossenetismo e le tentazioni di ogni tipo.

Gli assalti dei pederasti, gli assassini che essi commettono e un gran numero di altre circostanze, mettono al riparo da qualsiasi dubbio il fatto che l’inversione acquista o congenita non è un’esclusiva delle classi superiori: solo che le classi superiori se ne fanno una concezione più raffinata e più filosofica.

A priori

Non bisogna stupirsi di vedere l’inversione sessuale congenita in un uomo di buona costituzione e molto equilibrato, in effetti, dato che è dimostrato che alcuni tra gli uomini più gloriosi della storia umana hanno acquisito l’inversione, dato che essa può essere accelerata o prodotta artificialmente, logicamente deve anche potersi manifestare spontaneamente, non dico senza educazione ma senza costrizione esteriore. Non immagino che esista una sola delle modificazioni o delle manifestazioni della natura umana, dovute all’educazione o alla civiltà, che non si riscontri anche spontaneamente, istintivamente.

Un’intelligenza, una sensibilità può essere sviluppata in un modo o in un altro attraverso l’istruzione. Con la buona volontà, lo sforzo interiore e esteriore, si può fare di un bambino molto dotato un essere civilizzato, soprattutto in un certo modo, si può coltivare uno dei suoi sensi più degli altri, farne un artista, un moralista, ma si trovano anche bambini che si sviluppano quasi da soli, che diventano artisti o moralisti a dispetto delle circostanze. Per ogni vocazione che viene creata incoraggiandola, richiamandola, per ogni differenziazione dell’individuo che viene favorita, se ne trova una simile congenita, a priori si sarebbe legittimati ad attendersi di trovare naturalmente e capace di svilupparsi senza alcun aiuto cosciente, tutto quello che l’ambiente o le circostanze possono far diventare da latente evidente.

Questa parola “latente” porta all’asserzione, che tutti gli scienziati accettano, che il sesso di qualsiasi essere umano è indeterminato fino ad un certo momento, che ogni sesso ha delle tracce rudimentali dell’altro, e allora, come ci si può stupire dell’inversione sessuale o dell’ermafroditismo morale?

Si sa che certe situazioni, certe cause, certe abitudini determinano l’esagerazione dei caratteri sessuali latenti.

Dato che le cose stanno così, senza il minimo dubbio, probabilmente si arriverà, in via più generale, a considerare la psicologia sessuale in modo più ragionevole. Se c’è bisogno di situazioni ben determinate, di cause molto semplici da enumerare, perché i caratteri sessuali latenti o secondari si mostrino o divengano esagerati, il carattere umano, l’insieme della personalità umana, certo ben più complicata della superficie del corpo, dimostra in un modo molto più chiaro la sessualità latente.

Un uomo che fosse uomo in tutto sarebbe altrettanto mostruoso di una donna che fosse donna in tutto. Né l’uno né l’altra si adatterebbero alla nostra civiltà. Tutto quello che si chiede loro è solo un insieme di caratteri maschili e di caratteri femminili. Sarebbe come chiedere all’umanità di essere animalità, se si volesse ritrovare in dimensione umana la differenza che esiste tra un gallo e una gallina, tra un’ape e il maschio della sua specie.

Se si esaminassero attentamente gli uomini e le donne, si vedrebbe che la sessualità femminile nel maschio (e vice versa) è molto meno latente psichicamente che fisicamente, negli uomini si ritrova la bontà, la dolcezza, la devozione, che si considerano così femminili, si trova in loro la leggerezza, la mancanza di applicazione, la mancanza di logica e di rigore intellettuale delle donne. L’uomo ha probabilmente più della donna di quando la donna non abbia dell’uomo, e questa è la sua superiorità, ed è lì che essa è evidente. Se è capace di tutti i vizi della donna, si è anche mostrato capace delle sue virtù (si pretende che sia fisicamente più sensibile) ma la sua costituzione fisica lo rende più forte, è più differenziato della donna perché l’intelligenza differenzia più del sentimento. Se le massime sulle donne sono folli per la loro ingiustizia, sono meno ingiuste delle massime sugli uomini.

Gli uomini si somigliano meno delle donne, i libri degli uomini appartengono a molte più categorie dei libri delle donne, anche nei settori che esse hanno affrontato di più. La grande superiorità dell’uomo è di essere meno monotono della donna.

La donna copia l’uomo, lo riflette, più che rassomigliargli. Si crede che le lesbiche abbiano non solo delle andature virili, ma anche dei caratteri virili; è un’illusione piuttosto che una realtà. Se si discute con loro e le si ascolta con attenzione, si è colpiti dalla poca virilità della loro intelligenza. Hanno abitudini e modi di fare da uomini, la voce di un collegiale o di un vecchio, ostentano buon senso, filosofia e cameratismo, ma di altro c’è ben poco. Una lesbica o una donna che si virilizza moralmente non impara ad essere originale e non eccelle in nulla di mascolino, la sua conversazione cessa ben presto di stupire e ci si stupisce invece di avere creduto ad uno spirito maschile che anima questa imitazione inferiore.

Unisessualità inglese

Ipocrisia

Nel capitolo sull’amicizia ho parlato della fantastica ipocrisia inglese; l’ho paragonata al giovane uomo che recitava le litanie della Vergine mentre i suoi amici lo masturbavano. E sono costretto a riprendere questa immagine perché soltanto essa può dare un’idea di questa malattia inglese.

Non mi piace la parola “ipocrisia”, perché questa parola sottintende molto l’atteggiamento da falso devoto. In Inghilterra non ci sono più falsi devoti che altrove; il male di cui soffre l’Inghilterra è molto più profondo. È la paura della gente che in realtà si disprezza e che non conta nulla per noi, è la paura dell’ipocrisia degli altri, è la sublime e beata abitudine di dire e di scrivere menzogne a dritta e a manca e proposito di tutto e “per una buona causa”, per salvaguardare la buona reputazione di una nazione, di una classe, di un individuo. È una cosa che fa piangere, che fa arrabbiare. Il massimo possibile di virtù per un Inglese consiste nello sfidare l’opinione pubblica senza diventare eccentrico. Che perdita di tempo, per un uomo impegnato, abituarsi a non credere più a nessuna delle convenzioni del protestantesimo e dell’agnosticismo! Se si analizza a fondo in lui questo sentimento, sarà classificato, ordinato, finito: sarà o un uomo senza moralità, o uno che ama il paradosso, o uno che non ha avuto i benefici di una buona educazione inglese. Per quanto un uomo disprezzi la virtù, per quanto la calpesti, per quanto pecchi di egoismo, sia vizioso e menzognero, in Inghilterra potrà essere perdonato, ma a una condizione: che egli disprezzi la virtù, ma non la virtù inglese.

Se svela i vizi inglesi, potrà essere perdonato se li fa derivare dalla Grecia, da Roma, dalla Francia, dall’Italia o dall’Oriente. L’Inglese può pervertirsi, ma quello che c’è in lui di inglese non può essere pervertito.

Ogni giorno incontro nuovi esempi di questa malattia britannica. Il sig. Michaël Davitt, padre di famiglia, che è stato sette anni in prigione (è un autonomista irlandese), interrogato dall’ultima commissione che si è appena occupata delle prigioni, non vuole chiamare l’unisessualità con nessun nome. Non vuole parlare affatto di cose così spaventose. Continua a rinchiuderle in perifrasi. A che serve essere un uomo le cui virtù domestiche sono stimate, a che serve avere sofferto sette anni di prigione, a che serve essere stato interrogato da una commissione seria, se si va a finire poi in questo rivoltante pudore? Ci sono pochi uomini che, per una volta nella loro vita, hanno la possibilità di parlare in modo corretto e giusto; è soprattutto in Inghilterra che si ha paura di questa possibilità. È per questo che su questo punto accuso gli Inglesi di essere poco uomini.

La “Biografia nazionale inglese”, che ha richiesto almeno quaranta pomposi volumi per arrivare alla lettera P, è un monumento alla menzogna che in ogni modo è diventata abituale in Inghilterra. È conosciuto, riconosciuto, arci-conosciuto che Giacomo I, figlio di Maria Stuart, fosse unisessuale. Alcuni autori ben noti, a partire da Hepworth Dixon, hanno descritto i giovani che si gettavano sul suo cammino per sedurlo, li hanno descritti prendersi cura dei denti e della bocca per essere più soavi ai baci del re. Tutti sanno che Giacomo era scaltro, pederasta, trascurato e incostante, ebbene, due volte, nella lunga notizia su Giacomo, l’autore ha l’impudenza di dire che la vita privata di Giacomo era pura. Gli stessi dissoluti non ritenevano Giacomo puro. Perché questa fastidiosa menzogna? E come aggiunge splendore alla purezza degli uomini veramente puri, al candore delle anime bianche! Ci si chiede una buona volta se Swift non avesse ragione a considerare spesso sinonimi la sodomia e la fama di castità. Ci si spiega meglio questa paurosa abitudine inglese scoprendo che, fin da tempi antichi l’Inghilterra ha avuto una reputazione sodomitica, reputazione che si fa finta di ignorare ma che persiste con ciò che l’ha provocata. Là dove c’è il bacio (sulla guancia) c’è sodomia, dice Péladan nell”Androgyne”, e questa è evidentemente l’opinione della gente, sempre pronta a sospettare questi vizi in Inghilterra, ma molto intimorita dal dar vista di parlarne, tanto che certi scrittori speculano su queste due inclinazioni inglesi; si spingono sufficientemente lontano da risvegliare la paura della sodomia nelle lettrici e nei lettori, senza che essi o esse osino precisare la loro paura. In Inghilterra c’è una frequente discordanza tra quello che si dice, quello che si pensa e quello che si fa in rapporto all’amicizia, e in questo paese si possono immaginare più facilmente amicizie valorose ed eroiche o pederastiche e sodomitiche che non tenere e un po’ voluttuose e infantili; in modo che le persone che hanno un grande bisogno di questo tipo di amicizia soffrirebbero molto in questo paese, molto più che in Germania o in Austria (a giudicare dalla letteratura di questi paesi).

Thoreau, un famoso scrittore americano, è un bell’esempio di amicizia storica e ideale, fredda e chiara come la cima di una montagna. Ma molte amicizie che non sono che banali e superficiali, hanno le stesse apparenze. Se si ignorasse la maldicenza che incrudelisce nel mondo inglese, si rimarrebbe stupidi dal terrore che ispira a tanti uomini e donne inglesi le cose più innocenti. Il loro terrore sembra assolutamente inspiegabile, perché anche negli altri paesi c’è molta pederastia si si fa molto ricorso al ricatto e all’ipocrisia. C’è bisogno di una diversa analisi psicologica per ogni caso di questo terrore. Dire che si ha una tale paura dell’ombra dell’unisessualità perché si è portati da sé in quella direzione mi sembra difficile e un po’ libertino; la paura della maldicenza, della calunnia, la sensazione oscura che l’uomo eterosessuale e l’uomo omosessuale si assomiglino molto più di quanto non si pensi facilmente e a priori, hanno forse un qualche peso in questa mania nazionale.

Quando non c’è stupidità o ipocrisia deliberata, o prudenza necessaria, c’è in Inghilterra una specie di panico nel pudore degli uomini. E i più temerari a parole, i più fanfaroni della temerarietà, sono i primi a crollare se si credono calunniati o sospettati. È nello stesso tempo una cosa ridicola e penosa da vedere. Gli uomini sensati, ovviamente, non sono così, ma in tutte le società gli uomini sensati non sono certo preponderanti.

Si obietterà che l’eterosessuale ha nei confronti dell’unisessualità il pudore della vergine di fronte all’uomo nudo; e in questo c’è del vero, ma il pudore verginale è lo stesso in tutti i paesi civilizzati. È in Inghilterra che l’uomo (forse perché la donna inglese si crede giudice di tutto, della letteratura come della scienza e della filosofia) ha più paura, finge di più, ed è lì che l’unisessualità ha sempre avuto un ruolo considerevole.

William Rufus

William Rufus (Guglielmo il rosso), figlio di Guglielmo il conquistatore (regna dal 1087 al 1100. Scelto da suo padre per il trono di Inghilterra benché fosse il figlio cadetto) fu a parere unanime (Si veda “William Rufus” di Edward Freeman) un invertito. I Normanni erano molto dediti all’unisessualità e gli storici contemporanei sono molto espliciti quando parlano dell’effeminazione e della sodomia di quei tempi (Oderic Vitalis, Robert Courte-Heusè), ma non bisogna dimenticare che l’effeminazione e la sodomia, anche se indicavano chiaramente unisessualità e inversione, non comportavano sempre vera effeminazione, passivismo determinato e accentuato e sodomia tecnica. William Rufus, per esempio, non era effeminato e l’effeminatezza di allora era qualcosa di molto più maschile di molte virilità di oggi. Quando leggiamo che i sovrani o i nobili erano effeminati, questo significa che si vestivano all’ultima moda, che si rasavano, che si occupavano della loro capigliatura, che si interessavano delle arti rudimentali, di certe delicatezze o raffinatezze, e che erano sospettati di amare il loro sesso, o che il loro amore era fuori di dubbio; e la “sodomia” di cui si parlava, era probabilmente la maggior parte delle volte unisessualità e non c’è bisogno di credere che il coito anale fosse molto più frequente allora di oggi. Certamente c’erano allora come oggi molti sodomiti semi-vergini, e quando nei documenti storici si legge “sodomia”, salvo prova contraria, sarebbe prudente tradurre questa parola con unisessualità. Bisogna ricordarsi sempre che, in Europa, il coito anale criminale, compiuto per provare un piacere speciale, non avrebbe avuto motivo per essere praticato inizialmente su un ragazzo o su un uomo, la donna avrebbe avuto il primo posto per questa esperienza. E l’uomo che avrebbe trovato così una voluttà più intensa e che fosse interessato alla donna in quanto donna non avrebbe avuto una motivazione sufficientemente forte per provare il sesso maschile, la sodomia del medioevo, praticata nelle corti o nei castelli, ovunque ci fossero donne, doveva dunque provenire da cause più complesse e l’inversione congenita o acquisita, l’unisessualità psichica, dovevano giocare il loro solito ruolo.

Rufus non si sposò mai e fu celebre per i suoi costumi unisessuali; quelli che lo circondavano avevano la medesima reputazione. Basta leggere in Freeman il confronto di tutti gli autori che ne parlano: anche la pudibonderia inglese si esprime senza ambage: lo storico, comunque, si consola pensando che i vizi del Greco antico e del Turco moderno erano stati introdotti in Inghilterra dai Normanni; i vizi normanni erano stati accostati al re dal famoso sant’Anselmo. Invece di cercare nelle profondità della natura umana universale si preferisce sempre ritenersi complice di un contagio piuttosto che vittima di se stessi.

Rufus fu forse il primo “gentleman”, dice Freeman, il primo sovrano inglese che sostituì il punto d’onore alla morale poco rispettata e al dovere poco seguito. Quando dava la sua parola in un certo modo, la manteneva. Ed era meno crudele dei suoi tempi. Era empio, non credeva ai giudizi di Dio né alla sua giustizia. Suo fratello Enrico, che aveva un battaglione di concubine e di figli naturali, vedeva male i costumi di suo fratello; Enrico si sposò solo quando salì al trono. Sappiamo da Guillome de Nangis che i due figli di Enrico, che annegarono insieme con molti nobili, erano tutti considerati come sodomiti (1120). Le riforme di Enrico, uomo di una grande immoralità sessuale, ebbero poca importanza in rapporto ai costumi. I libertini che deridevano all’inizio la corte di Enrico e di Matilda e la sua decenza, che fece seguito alla licenza del re celibe Rufus, poterono vedere Enrico che aveva di nuovo delle amanti e dei figli naturali e la “sodomia” del suo figlio legittimo
William.

Edoardo II

Parlerò poco di Edoardo II [1] non perché non sia stato un invertito famoso, ma perché la letteratura si è molto occupata di lui, e perché i suoi amori e i suoi dolori furono romanzeschi. Molto bello, grande, ben fatto, costante nella sua passione per Piers Gaveston, Edoardo II, se non fosse stato re d’Inghilterra e marito di Isabella di Francia, non avrebbe attirato su di sé i fulmini degli storici, non avrebbe sofferto tanto, e probabilmente non sarebbe morto tragicamente.

Suo padre Edoardo primo lo aveva fatto allevare con il giovane figlio di un cavaliere basco o guascone, Piers Gaveston (o Perot), ragazzo affascinante, bello, gioioso. L’attaccamento del principe per il suo compagno divenne così stretto che il re, irritato, mandò in esilio Piers e vietò a suo figlio di farlo ritornare.

Prima di morire il re ribadì quel divieto, ma Edoardo II (che aveva 23 anni), appassionatamente legato a Piers, lo fece richiamare immediatamente, gli donò la contea di Cornovaglia e una principessa del sangue come moglie e lo colmò di ricchezze, lo innalzò al primo posto del regno. I nobili furiosi, disprezzando l’intruso e i suoi bassi natali si coalizzarono contro di lui. Piers li trattava con insolenza, sicuro dell’amore del re. I baroni costrinsero il re a esiliare Piers, e Piers partì per essere viceré d’Irlanda, ma Edoardo non poté fare a meno di lui e lo richiamò: all’atto del suo matrimonio con Isabella di Francia, Edoardo fece portare la corona da Gaveston e si fece mettere gli speroni d’oro dal fratello del re di Francia e dal favorito. Si è sostenuto che Edoardo abbia passato la notte delle nozze con Piers al posto della regina. C’erano allora gli elementi di una tragedia in una tale passione, nell’aver gettato una tale sfida ai nobili e alla regina.

Ci furono delle rivolte. Piers fu ucciso a tradimento dallo stesso Warwick (quello che lui chiamava cane nero) e il re fu disperato. Il posto dove Piers fu ucciso è misterioso e oscuro, in mezzo agli alberi e ai fiori. Marlowe, uno dei grandi poeti inglesi, ha celebrato Piers Gaveston nella sua tragedia Edoardo II. Edoardo ebbe un secondo favorito, e morì in prigione, assassinato brutalmente dopo un regno di vent’anni. Sembra che il regno e il matrimonio gli abbiano procurato una fine così deplorevole. Anche Drayton, un poeta celebre, si è occupato di Edoardo e di Piers. E certamente hanno avuto entrambi ragione nel cogliere l’aspetto romanzesco di una passione così folle e infelice. Dal punto di vista della psicologia e della sentimentalità, Edoardo e Piers si trovano accostati agli amanti tragici: pochi sovrani hanno combattuto per il loro favorito o per la loro favorita come Enrico.[2]
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[1] Regna dal 1307 al 1327, unico figlio sopravvissuto, e il più giovane, dei quattro figli della spagnola Eleonora.

[2] Drayton (1563-1631); Marlowe (1564-1593).

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