IPOTESI SCIENTIFICA SULL’ORIGINE DEI GAY

Nel primo periodo delle esplorazioni interplanetarie ci si rese conto che su Marte non c’era vita o almeno non c’era vita evoluta a livello di intelligenza; da allora (circa all’inizio del XXI secolo), l’esistenza dei marziani fu archiviata, come ipotesi risibile, per più di un secolo. Recenti esplorazioni del pianeta rosso hanno però completamente stravolto questa teoria. La Missione “Geo-Marte”, conclusasi nel 2123, ha ritrovato nel sottosuolo di Marte abbondanti segni di una civiltà marziana notevolmente sviluppata a livello tecnologico. Le evidenze archeologiche hanno dimostrato doversi trattare di una piccola comunità, di poche migliaia di individui, i reperti di tipo tecnologico sono numerosi ma la loro interpretazione divide gli scienziati… alcuni oggetti sembrano affini a telefonini del tipo di quelli in uso all’inizio del secolo scorso, ma non si comprende da che tipo di energia potessero essere fatti funzionare e soprattutto non se ne comprende l’esatta funzione, alcuni ritrovamenti hanno lasciato gli scienziati stupefatti: sono state ritrovate carte assai dettagliate del pianeta Terra, come doveva apparire tra il VI e il VII secolo a.C.. Nessuna traccia diretta dei Marziani è stata ritrovata, né a livello di immagini né di scrittura o di qualcosa che potesse apparire simile alla scrittura e il mistero di Marte si è infittito. Ciò che ha stupito grandemente gli scienziati è stato il ritrovamento di una cassa di legno o di un materiale che sembra legno (materiale che su marte non esiste), contenente delle pergamene o cose che sembrano delle pergamene scritte in una lingua che appare una forma arcaica di greco (affine alla lineare B). Questi documenti sono stati portati sulla Terra per tentarne una decifrazione. Alla fine della missione del 2123, una sola cosa appariva certa: i Marziani sono esistiti, almeno fino al VII-VI secolo a.C., anche se ne restano solo tracce archeologiche. La vera notizia sconcertante è venuta dalla scuola di paleografia greca dell’Università di Atene. I documenti riportati sulla Terra appaiono scritti effettivamente in una forma di Greco arcaico. Alcuni testi, un documento fandamentale e pochi altri, con alcune incertezze, sono stati tradotti e pubblicati, qui di seguito potete leggerne alcuni brani.
“Nell’anno 56765 del quarto corpo dal Sole splendente (probabilmente quindi di Marte) il popolo dei Quartii (Marziani), venute meno le condizioni atte alla conservazione della vita è partito dalla sua città di Subquartia, nel sottosuolo di Quartia, e si è trasferito in Terzia (sulla Terra). Noi, Quartii, abbiamo scelto di assumere in tutto l’aspetto degli abitanti di Terzia per vivere tra loro e abbiamo scelto di selezionare i nostri geni per renderli compatibili con quelli degli abitanti di Terzia, le nostre specie sono quindi compatibili e i nostri geni si ricombinano con quelli degli abitanti di Terzia sulla base di leggi probabilistiche per le quali la popolazione di Terzia, in pochi anni, sarà costituita per il 92% di Terzii puri (Terrestri puri) e per l’8% da Quartii puri. Il nostro aspetto fisico sarà in tutto indistinguibile da quello dei Terzii e ne assimileremo anche la lingua e, parzialmente, la cultura, ma in alcune cose non ci confonderemo con loro, quali esse siano è e sarà noto solo ai Quartii”.
Una parte degli altri documenti riproducevano trattati di alleanza tra città greche, una di esse, Quartion, sembra essere stata la prima sede dei Quarzii sulla Terra. Le prospettive aperte dalle nuove scoperte sono sconvolgenti… i Marziani sono tra noi! Tutti i rimanenti documenti si riferivano a questioni filosofico-scientifiche e politiche, se ne deduce che i Quarzii avevano un singolare istinto di libertà e vivevano in una società priva di leggi, tra di essi un solo comportamento era sanzionato: il tentare di limitare la libertà altrui e si può altresì dedurre dai documenti che i Quarzii avessero una particolare tendenza a ragionare evitando la metafisica, a qualunque livello, sembra che tutto il loro modo di vita fosse basato su due elementi portanti: la ragione ed il coinvolgimento affettivo, elementi ai quali sembravano attribuire pari dignità. Ma più di questo non è dato dedurre dalla traduzione dei documenti che presentano lacune, talvolta in punti essenziali, lacune che non appaiono casuali: tutto ciò che descrive i rapporti dei Quarzii con i Terrestri è esplicito e comprensibile, tutto ciò che sembra alludere ai rapporti dei Quartii tra loro è invece evanescente e incomprensibile perché lacunoso e, probabilmente, deliberatamente lacunoso.
Una volta si pensava che i Marziani fossero cattivi, e tanta letteratura fantascientifica è stata prodotta nel XIX e nel XX secolo a partire da questa idea e, in fondo, ancora oggi, molti scienziati sono portati a darle credito. Si pensava anche che i Marziani fossero verdi, di forma molto strana, che parlassero un linguaggio incomprensibile fatto di fischi e ultrasuoni ben modulati, ma oggi tutto questo non ha più senso. Oggi abbiamo la certezza che i Marziani sono tra noi.

Diario di Kennet White, New York 21/1/2127
Stamani sono stato all’università … una lezione terribile… tutte sciocchezze e poi, soprattutto, l’apologia della sopraffazione… questi la chiamano morale… se c’è una regola morale che può avere senso è solo quella di rispettare la libertà del prossimo… qui ragionano ancora tutti in termini di bene e di male… ma solo in astratto… tutta metafisica… un professore che fa la metafisica della guerra e poi parla di libertà… ma lo sanno questi che cos’è la libertà? … loro ne parlano … ma è libertà metafisica, loro parlano di morale ma lo loro morale consiste nel limitare la libertà altrui, nel condannare, nel tirare fuori sentenze… altro che rispetto… qui il rispetto del prossimo non esiste per niente e poi io lo vivo sulla mia pelle… libertà… rispetto… ma qui l’ipocrisia è la regola! … ma che puoi fare? Sei in mezzo a una massa di gente ma ti senti solo… questi parlano un’altra lingua… non ci si capirà mai… mai! Certe volte ho proprio l’impressione di essere di un altro pianeta… mah! Domani ennesima recita… ogni giorno si deve fingere, non c’è rimedio… fammi aprire il comunicatore … c’è una decina di messaggi … il mio discorso di lunedì deve avere fatto presa… vediamo.
– Ciao Kennet … ho letto il tuo discorso… farai carriera politica…
… No! Questo lo cancello subito…
– Brutto imbecille ma chi ti credi di essere… tu mi sembri proprio un alieno…
… Anche questo lo cancelliamo…
– Kennet, ho letto il tuo discorso con interesse e vorrei darti alcuni consigli…
… Cancelliamo anche questo…
… Insomma, dieci messaggi tutti carucci… uno solo di insulti, gli altri positivi… ma un po’… come dire… un po’… lontani… quando parlo mi capiscono nel senso che capiscono quello che possono capire, cioè quello che possono capire sulla base della loro esperienza… ma è un’esperienza che è lontana dalla mia… è arrivato un altro messaggio… vediamo un po’…
– Le cose che hai detto le sento mie… evidentemente siamo marziani… adesso non sei solo… adesso siamo in due.

______________

Se volete, potere partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=56&t=2117

AMORI GAY INDUSTRIALI

Caro Project,
parto dall’inizio, ho quasi 27 anni, ho sempre saputo di essere gay e la cosa per me è stata naturale, mai nessun problema e mai nessun dubbio. I problemi non li avevo io, ma li avevano gli altri e io non potevo che pagarne le conseguenze. Non sono mai stato bravo a scuola e ho sempre avuto parecchi complessi anche per questo, però forse questo mi ha aiutato e ha convogliato l’attenzione dei miei genitori sui problemi scolastici, evitando che si concentrasse sul fatto che non avevo ragazze intorno. Dopo la maturità ho fatto un corso semestrale molto specialistico e lì me la sono cavata piuttosto bene, anche meglio degli altri ragazzi. Alla fine del corso mi hanno chiamato per un colloquio in una grossa azienda, e contro ogni mia aspettativa mi hanno preso. I miei genitori erano contrari perché sarei dovuto andare fuori della mia regione in un posto molto lontano e il salario era basso e mio padre mi avrebbe dovuto pagare un alloggio vicino all’Azienda. Comunque poi mio padre ha finito per dirmi di sì e sono partito.

Avevo compiuto ventidue anni da qualche mese e mi sentivo finalmente libero, ma ero anche molto spaventato, ho fatto un tirocinio di sei mesi e mi hanno confermato a tempo indeterminato. Il salario reale era meglio di quello che mi aspettavo e poi non avevo spese, perché dal lunedì al sabato, a pranzo, mangiavo in Azienda, ma siccome la produzione era a ritmo continuo, c’era la mensa anche per la cena, e anche la mattina per la colazione, ma la cena e la colazione le dovevo pagare, ma costavano veramente poco e non erano niente male. Insomma, dopo tre mesi, ho detto a mio padre che ce la facevo a pagarmi l’alloggio da me e che non avrebbe più dovuto farmi il bonifico mensile, perché i miei non sono affatto ricchi.

Mi sono messo in giro per cercare una casetta in affitto, anche un buco ma che doveva essere solo mio, ne ho trovato una non vicinissima all’Azienda, più o meno un chilometro e mezzo, a piedi 35 minuti di buon passo, ma era una casetta singola con un pezzettino di orto di non più di 400 mq. Appena ho potuto, anche rimettendoci a quattrini, ho lasciato la stanza che avevo affittato e mi sono trasferito. Avevo scoperto che in Azienda si poteva dare la disponibilità per fare turni di lavoro straordinari, io non avevo carichi di famiglia e con gli straordinari riuscivo non solo a pagarmi la casetta ma anche a mettere un po’ di soldi da parte e a fare qualche spesa extra (macchina fotografica, e con qualche sforzo un PC nuovo).

Mi sentivo un re, ma ero solo. Ovviamente in Azienda avevo cominciato a guardarmi intorno, come fanno tutti i ragazzi gay, a caccia di altri come me, ma francamente erano tutti molto più grandi di me, tutti o quasi sposati con figli. Nel reparto dove lavoravo io, il più giovane dopo di me aveva 36 anni, era pelato e aveva la pancia che gli usciva fuori della cinta e probabilmente era pure etero. Nel reparto si lavorava e non si perdeva tempo, io cercavo di fare del mio meglio. Vedevo che i capi qualche volta rimproveravano qualcuno degli addetti che aveva fatto male il suo compito, ma a me non mi rimproveravano mai.

Un giorno però viene da me il Capo turno e mi dice che so fare il mio lavoro e che lo faccio bene. Io mi sento molto incoraggiato. Nel settore affidato a me avevo notato che una delle macchine che io conoscevo meglio non era impostata nel modo migliore e che c’erano delle operazioni che, con quelle impostazioni richiedevano molto più tempo e molto più intervento umano di controllo. Mi viene in mente che ci potrebbe essere una soluzione, lo dico al Capo turno che però non mi prende troppo sul serio e mi dice solo che ne parlerà con l’ingegnere responsabile dell’automazione. Io penso che me lo abbia detto tanto per dire una cosa e penso che la storia sia finita lì.

Due giorni dopo viene da me il Capo reparto e mi dice che l’Ingegner Bordin (nome modificato) vuole parlare con me a fine turno. Io mi sento molto gratificato, a fine turno mi lavo bene le mani e la faccia e vado in Amministrazione. L’ambiente è lussuoso ma senza esagerare, trovo lo studio dell’Ingegnere, la segretaria, una signora sui 55, mi dice che l’Ingegnere arriverà a minuti e mi fa accomodare nella stanza. Mi sento intimidito, c’è un computer acceso con dei disegni di linee di produzione e faldoni di carte dappertutto. Dopo neppure 5 minuti arriva l’Ingegnere e qui mi prende un infarto, io mi aspettavo uno anziano e invece è un bellissimo ragazzo che secondo me non ha nemmeno trent’anni, mi sorride subito, mi dà la mano, una bella mano calda e forte e poi mi dice che il Capo turno gli ha detto che si potrebbe modificare il settaggio di una macchina industriale e che glielo avevo proposto io, e mi chiede di che si tratta. Io cerco di spiegarglielo, ma è evidente che sono cose delle quali lui non capisce nulla.

A un certo punto mi chiede: “Ma lei è sicuro di quello che dice?” Io gli dico che penso di esserne abbastanza sicuro ma che bisognerebbe fare una prova, cioè bisognerebbe resettare la macchina nel nuovo modo e vedere che cosa succede facendole fare le lavorazioni che fa adesso, per vedere se è in grado di fare tutto in automatico. Lui mi chiede quanto potrebbe durare la prova, gli dico: “Al massimo 10-15 minuti”, lui mi dice di fare la prova e di fargli sapere se la cosa funziona, se il Capo reparto fa storie devo dirgli che sono stato autorizzato da lui. Aggiunge che devo fargli avere quanto prima una relazione sull’esito della prova, poi mi sorride, mi dà la mano e mi congeda.

Mi precipito dal Capo reparto che apre le braccia e mi dice: “Vabbe’, però interrompiamo la linea per il tempo minore possibile.” Restiamo d’accordo che avrei fatto la prova tra le 3.00 e le 3.30 della notte, quando l’impianto funziona a regime più basso, tutto per minimizzare gli effetti provocati dall’interruzione della linea di produzione. Io torno a casa, mi studio tutti i manuali tecnici, scrivo il programma di resettaggio, rileggo i programmi decine di volte, monto il simulatore sul mio PC e procedo ad avviare l’esecuzione standard del pezzo. Sembra che tutto funzioni alla perfezione. Carico il programma sulla pennetta e mi metto a scrivere la relazione per l’Ingegnere, dando per scontato che tutto funzionerà come previsto anche sulla macchina vera. All’una e trenta di notte esco dalla mia casetta e vado in Azienda. Do il segnale di fermo della produzione per 15 minuti, “causa manutenzione” alle 3.05 in punto. Carico il programma di resettaggio, inserisco un pezzo da lavorare e alle 3.09.10 il pezzo esce dalla macchina perfetto, addirittura migliore anche a occhio rispetto a quello che si otteneva con la vecchia procedura.

Lascio la macchina con il mio settaggio e alle 3.12.00 riavvio il ciclo di produzione. Prendo un pezzo fatto con la vecchia tecnica e quello fatto con la nuova sul quale metto una goccia di vernice rossa. Poi torno a casa, completo la relazione. In pratica coi nuovi settaggi il tempo si riduceva da 7 minuti e 10 secondi a 4 minuti e 10 secondi e non compariva sul pezzo nessun segno di discontinuità di lavorazione. Torno a casa sfinito ma contento. La mattina alle 7.00 inizio il turno. Vado dal Capo turno, gli dico che ho fatto la prova e che è andata bene, mi risponde che ha visto una velocizzazione della linea e mi dice che ho fatto un buon lavoro. Gli chiedo se posso andare dall’Ingegnere, lui mi dice di sì e io vado.

L’Ingegnere non c’è ma la segretaria lo chiama al cellulare e mi dice di accomodarmi e di aspettare. Arriva dopo pochi secondi, mi sorride, mi dice che è contento di vedermi e mi informa che il Capo turno ha rilevato un’accelerazione di linea quasi del 7%. Gli do la relazione, la sfoglia più che leggerla, poi mi offre un caffè. Temo che mi chieda qualcosa sulla scuola, ma non lo fa, si fa portare due caffè e prendiamo il caffè insieme, poi parliamo un po’, mi chiede da quanto tempo sto in Azienda, dove abito, dove ho lavorato prima, come mi trovo coi colleghi di lavoro, io mi azzardo a girare a lui le stesse domande e mi risponde in tono molto amichevole, si fida di me, mi dice che ha 29 anni, che sta in Azienda da tre anni ma che è molto stressato dal lavoro, non accenna a moglie o figli né a fidanzate, forse quelli sono discorsi troppo personali, poi mi chiede il numero di cellulare, lo scrive sulla mia relazione tecnica e la mette nel cassetto. Poi mi dice che gli dispiace dovermi rimandare al reparto perché si vede che sono un bravissimo ragazzo e mi congeda con una stretta di mano più forte e più calda del solito e che dura qualche istante di più del previsto. Io torno in reparto tutto gasato.

Il Capo turno mi chiama e mi chiede se mi intendo anche di un’altra macchina a controllo automatico, mi spiega che si sono dei problemi che non sono mai stati risolti, e mi dice che, quando ho tempo, potrei dare un’occhiata anche a quella macchina . Gli dico che va bene.

Project non vado oltre nel raccontare i dettagli, in tempo di due mesi tutte le macchine a controllo automatico sono state resettate e riprogrammate per ottimizzare la produzione, i tempi si sono ridotti quasi del 20% e lo standard di produzione è migliorato. Siccome sono giovanissimo, rispetto ai loro standard, i colleghi non mi guardano con invidia e i capi mi incoraggiano molto. Sono stato dall’Ingegnere quattro volte in un mese e si è creata una simpatia reciproca molto particolare, solo che lui è un dirigente e in Azienda c’è molta gerarchia e le regole bisogna rispettarle.

Be’, però una sera, dopo poco più di due mesi dal nostro primo incontro mi chiama al telefono dandomi del lei, io penso che sia per questioni legate alle macchine, ma non è così, parla di altre cose, della vita che non soddisfa, del lavoro che disillude e stressa, del tempo che passa, io penso ad ogni momento che finiti i preamboli comincerà a parlarmi di lavoro ma non succede. Stiamo al telefono più di un’ora, poi mi chiede: “Possiamo darci del tu? … Però solo fuori Azienda, se no sembra strano.” È una richiesta che fa accendere molte lucine nel mio cervello! Io gli rispondo che va benissimo, lui mi dice che si chiama Stefano e io gli dico che mi chiamo Dario. Lui mi fa: “Grazie, Dario, è stato veramente un piacere parlare con te stasera, tu hai il mio numero, se mi chiami mi fa piacere, non te lo dimenticare!” Dice queste cose con voce molto esitante e questo mi fa una grande tenerezza. Io gli dico. “Grazie, Stefano, mi farò vivo a breve, ci puoi contare!”

Quando chiudo il telefono mi brillano chi occhi, è evidente che Stefano è gay e che tra noi si è creato un feeling speciale e poi è un bellissimo ragazzo, non mi mette in soggezione per niente, anzi è lui che si sente in imbarazzo con me.

Lui sapeva i miei turni di lavoro e io i suoi, e in Azienda non ci incontravamo mai, perché poteva essere imbarazzante per tutti e due, ma dopo un altro mesetto, eravamo arrivati al punto che ci sentivamo tutti i giorni e ci vedevamo un giorno alla settimana, quando eravamo liberi tutti e due. Io prendevo il pullman di linea e andavo nel secondo paesetto verso monte e lui arrivava lì in macchina, parcheggiava e si andava in giro per i boschi, poi la sera mi riportava a casa in macchina. È stato proprio in una di queste passeggiate che siamo arrivati a parlare chiaro, è stato tutto molto più facile di come lo avevo immaginato. Gli ho detto: “Beh, mi sa che comincio io … io sono gay e penso che mi sto innamorando di te…” Lui mi guarda e sorride con un sorriso larghissimo, poi mi dice: “Lo avevo capito la seconda volta che ci siamo visti!”

Project, non pensare che quello che è venuto dopo sia stato facile e senza problemi, perché è stato esattamente il contrario. Era parecchio complessato dal fatto che lui aveva 29 anni e io non ne avevo ancora 23, ma non dimostrava affatto 29 anni, forse la mia età se non pure meno. Dal canto mio io ero complessato dal fatto che lui fosse ingegnere e fosse già uno che contava parecchio nell’Azienda e mi comportavo di conseguenza con lui, ma lui non alimentava questo mio complesso, non dava per niente l’aria di sentirsi superiore, anzi, era molto timido e impacciato. Lui vedeva solo la differenza di età, che poi non era niente di eccessivo, e si sentiva in colpa, come se lui potesse derubarmi della mia giovinezza, cioè quasi che lui potesse approfittare di me perché sono più giovane.

Un giorno gli ho chiesto quanto guadagnava e lui mi ha fatto vedere l’accredito dello stipendio. Guadagnava un bel po’ più di me ma non poi così tanto più di me. Non poteva fare straordinari perché il suo contratto non prevedeva un orario di ufficio ma il suo lavoro era soggetto solo alla valutazione del Direttore del personale, be’, col suo lavoro guadagnava il 60% più di quello che potevo guadagnare io facendo tutti gli straordinari possibili, però anche se non aveva un orario di ufficio, stava in Azienda anche 12-16 ore al giorno, molto più di me! E poi era stressato dal lavoro, dalle preoccupazioni e del fatto che il top manager lo tenesse sempre sotto pressione.

Un giorno andiamo al solito paese e siccome l’indomani è festa nazionale decidiamo di restare lì in albergo, lui è ansioso fin dalla mattina, mi confessa che non ha mai avuto rapporti sessuali con nessuno e che ha una “fottuta” (parola sua, che non mi sarei mai aspettato!) paura delle malattie. Gli dico che fa benissimo ad avere paura delle malattie e che nemmeno io sono mai stato con nessuno. Lui me lo fa giurare. La sera ce ne andiamo in un albergo “diffuso” cioè in pratica ci mandano in una piccola baita separata ma perfettamente attrezzata. Stefano è ansiosissimo. Ci siamo stesi sul letto vestiti ma faceva freddo e abbiamo acceso il riscaldamento. In pratica abbiamo solo parlato tutta la notte. Io pensavo che lui avesse non dico amiche ma amici e invece non ne aveva, non vedeva nessuno fuori dell’Azienda, salvo me. I genitori non sapevano della sua omosessualità e fino a 29 anni aveva pensato “solo” a studiare e a lavorare.

Quando io parlavo del sesso sulla base di quello che avevo letto su Progetto Gay, lui mi stava a sentire con estremo interesse. Mi ha confessato le sue fantasie sessuali: masturbazione reciproca, “anche” sesso orale, ma penetrazione anale no, quella proprio nelle sue fantasie non c’era mai stata e lui era preoccupato da questo fatto perché pensava che fosse l’idea fissa dei gay. L’ho guardato negli occhi e gli ho detto che nemmeno io avevo mai pensato di fare sesso anale, che non avevo nulla contro la cosa in sé perché ciascuno deve potere fare quello che vuole. Stefano aveva ancora la concezione del sesso come gioco proibito, l’idea che il sesso fosse una forma d’amore gli sembrava strana, troppo dissacrante rispetto ai suoi principi.

Project, tu mi sei stato utilissimo, gli ho raccontato tante cose di quelle che hai scritto sul manuale e lui era sempre più perplesso. Abbiamo dormito solo dalle cinque fino alle 9.00, perché entro le 9.30 bisognava fare colazione in un bar in paese. Abbiamo camminato nei boschi per ore e ogni tanto c’è stato qualche contatto fisico, cioè ci siamo tenuti per mano. Lui mi lasciava totalmente l’iniziativa ma io avevo paura di fare qualche passo falso, di metterlo in difficoltà. A un certo punto gli chiedo: “Ti posso abbracciare?” Mi risponde con gli occhi e io lo abbraccio. Fremeva tutto, era proprio in estasi e anche io. Sentivo il corpo di un ragazzo che si faceva abbracciare da me ed era contento di farsi abbracciare da me, sentivo il suo cuore battere fortissimo, come il mio, sentivo il suo fiato sulla mia guancia e sentivo che mi stringeva fortissimo, siamo stati abbracciati così per lunghissimi minuti, poi ci siamo lasciati, ma non ci siamo baciati, avrei voluto che lui prendesse l’iniziativa ma non lo ha fatto.

Quando siamo tornati a casa mi ha chiesto di fargli vedere la mia casetta, io ero restio perché era tutto in disordine, ma lui insisteva e allora gli ho detto di sì. Lui è entrato e questa volta mi ha stupito, si è buttato sul mio letto e mi ha detto: “E se stasera resto a dormire con te?” Io gli ho detto che però avevo un letto solo e lui mi ha fatto notare che c’era una poltrona reclinabile e che avrebbe dormito lì, ma che aveva bisogno di restare con me. Abbiamo preparato una cenetta rapidissima e poi la fatica degli ultimi due giorni ha cominciato a farsi sentire: lui si è messo sul mio letto, ovviamente completamente vestito e io mi sono messo sulla poltrona reclinabile, anche quella volta non c’è stato sesso a nessun livello perché ci siamo addormentati quasi subito.

Adesso io e Stefano stiamo insieme da tre anni, viviamo formalmente da single per ragioni di lavoro, cioè per tenere il nostro rapporto del tutto al di fuori dell’ambiente di lavoro, però ci sentiamo al telefono tutti i giorni e passiamo insieme ogni settimana una serata, la notte, tutta la giornata successiva e poi la notte successiva, poi ricomincia la settimana di lavoro, ma riusciamo a passare due notti insieme alla settimana e io lo vedo felice, adesso le sue fissazioni del fatto che è troppo più grande di me gli sono passate. Ci abbiamo messo più di un anno ad avere i primi contatti sessuali ma poi è successo, è stato molto meno semplice di quello che mi ero immaginato, ma alla fine tra noi c’era un’ottima armonia anche a quel livello.

Purtroppo c’è una cosa che non mi fa stare tranquillo ed è lo stress al quale Stefano è sottoposto, perché è letteralmente ossessionato dal lavoro. È vero che guadagna di più, ma secondo me il gioco non vale la candela, se cambiasse mestiere guadagnerebbe di meno ma starebbe molto meglio e avremmo più tempo per noi. Ho in mente che, se potesse, cambierebbe lavoro anche a costo di rimetterci a livello economico, ma al momento l’unica alternativa sarebbe fare il libero professionista, cosa che potrebbe anche fare, ma è rischiosa e lo terrebbe comunque sulla corda.

Quando andavo a scuola io avevo professori ingegneri che facevano poco o niente, guadagnavano poco ma non facevano letteralmente niente! Adesso devo cercare di capire come potrebbe fare Stefano a fare l’insegnante, penso sia un po’ complicato, ma devo capire se c’è una strada e quale, poi dovrò cercare di parlargliene, perché secondo me si vuole sentire incoraggiato da me a fare un passo di quel genere, perché i suoi genitori gli direbbero certamente che è una follia.

La mia storia finisce qui, anzi comincia qui!
Ti abbraccio, Project, anche se non ci conosciamo, e ti ringrazio per tutto il supporto che indirettamente mi hai dato.

Dario

________________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post apertasul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6870

COPPIE GAY E FANTASIE SESSUALI

Mau85 – Ciao Project, come stai? È un bel po’ che non ci sentiamo

Project – Qui per fortuna tutto abbastanza bene, e tu?

Mau85 – io pure bene, anzi oggi proprio bene! Ti ricordi di me?

Project – sì, mi ricordo della storia col tuo ex che di fatto non era conclusa, perché avevate continuato a sentirvi

Mau85 – Sì proprio lui, chiamiamolo Andrea, e ti ricordi altro? Non voglio mettere alla prova la tua memoria, ma devo capire da dove riprendere la storia

Project – Mi ricordo che Andrea aveva anche altri ragazzi e che questo fatto per te non era affatto sconvolgente

Mau85 – sconvolgente no, insomma lo avrei voluto tutto per me ma lui è fatto così, ha bisogno anche di altro, se mai io avevo paura che potessero portarmelo via, cioè avevo paura che potesse smettere di volermi bene perché stava pure con altri ragazzi, però non gli potevo mica chiedere di lasciare quei ragazzi perché lui a loro voleva bene veramente

Project – sì, queste cose me le ricordo

Mau85 – lui però da questi ragazzi si sentiva soddisfatto solo a metà, nemmeno tanto dal punto di vista affettivo perché in fondo lo rispettavano e gli volevano bene, ma proprio dal punto di vista sessuale

Project – Cioè?

Mau85 – Nel senso che lui cercava di coinvolgerli nelle sue fantasie sessuali, che non sono proprio comuni, ma loro non lo stavano a sentire e alla fine, per lui, il sesso era una cosa molto meccanica, perché era lui a doversi adattare. In realtà non so nemmeno che cosa possa avere raccontato di sé a quei ragazzi ma penso che sia stato piuttosto esplicito, come è stato con me, però esattamente non lo so. Lui ha provato spesso a coinvolgere pure me nelle sue fantasie, che non è che mi vengano proprio spontanee, ma alla fine io facevo finta di non capire e cercavo di fare quello che facevano gli altri ragazzi, cioè cercavo di portalo sul mio terreno, cosa che poi puntualmente succedeva, anche se alla fine lui era soddisfatto solo a metà. Ti devo dire che vedere che dopo aver fatto sesso con me lui non era veramente soddisfatto mi metteva addosso parecchia malinconia al punto che cercavo di diradare i nostri incontri perché mi aspettavo che comunque sarebbe rimasto deluso. Project, ho visto che non mi hai fatto domande per andare più nello specifico e hai fatto bene. Ti devo dire solo che ad Andrea io voglio un bene dell’anima, lo stimo come persona, gli piace il sesso, fa sesso con altri ragazzi, ma alcuni di quei ragazzi io li conosco e sono ragazzi che gli vogliono bene.

Project – da quello che mi avevi detto era chiaro che il tuo rapporto con Andrea era una cosa seria, che ci sia gente che possa vedere la cosa in modo del tutto diverso è scontato, per quello che può valere. L’importante è quello che di Andrea pensi tu, perché tu lo conosci molto bene, il resto non conta

Mau85 – beh, si lo conosco bene da anni, con lui non si può fare coppia tradizionale, è diverso, ma non è una cosa meno seria. Lui ha bisogno di altri ragazzi, io no, ma noi ci vogliamo bene lo stesso. Però questo lo sai già e non era di questo che ti volevo parlare, ma proprio di quello che è successo tra noi il 29 febbraio, un sabato, prima di questa faccenda del virus, quando si poteva ancora circolare. Insomma mi chiama e senza preamboli mi dice che sta sotto casa mia e che vuole salire. Nel nostro linguaggio vuol dire che ha voglia di fare sesso con me. Io tante volte gli ho detto di no, ma in quel momento ero contento che lui fosse venuto da me, mi era mancato molto negli ultimi giorni. Sale a casa, tu lo sai che io vivo solo, mi dice che non ha i preservativi, quando viene da me li ha sempre lui, io faccio una faccia perplessa, come per dire: allora che sei venuto a fare? Lui sa benissimo che per me l’idea di fare sesso con lui senza preservativo è assolutamente inconcepibile e allora mi risponde: Ok, non ci sfioriamo nemmeno, ognuno sta per conto suo a due metri di distanza, però devi venire tu nelle mie fantasie, devi farmi fare per una volta, almeno a fantasia, una cosa che sta bene a me, ok? Io o guardo e gli dico ok! Poi aggiunge, però arriviamo fino in fondo, ti prego non cambiare discorso. Io gli dico che va bene e in pratica ci seghiamo insieme mentre io gli racconto una storia erotica del tipo di quelle che piacciono a lui. La cosa all’inizio non era molto spontanea, ma vedevo che lui ne era molto preso e sono andato avanti nella storia che alla fine sembrava piuttosto coinvolgente pure a me. La faccio breve. Siamo arrivati alla fine più o meno insieme, lui era stanchissimo e onestamente pure io. Beh, è stata la prima volta che non è rimasto deluso, eppure non ci siamo nemmeno sfiorati. Mi ha detto che cominciavo a capire di che cosa lui aveva bisogno e che apprezzava moltissimo il fatto che io non avessi cercato di driblare la faccenda e di fare le solite cose, poi mi ha detto che i preservativi non se li era portati apposta. In genere dopo i nostri incontri di sesso, appena fatto, lui se ne va via. Ma il 29 febbraio invece abbiamo cucinato e cenato insieme ed è rimasto a dormire a casa mia. Abbiamo parlato moltissimo, lo vedevo sereno, per niente frustrato, scherzava, diceva scemenze, insomma è stata una serata incredibile, prima di andarsene a dormire “nella sua stanza” mi ha detto. “Ti voglio bene!” e mi ha dato un bacetto sulla guancia. Poi non ci siamo sentiti per un po’ ma tra noi non è una cosa rara. Ci eravamo messi d’accordo che ci saremmo rivisti sabato 14 marzo, ma sono intervenuti i decreti del governo e non ci siamo più potuti muovere da casa né lui né io, ma l’esperienza del 29 febbraio in qualche modo è stata replicata un paio di volte via web, che non è proprio lo stesso, però mi sono reso conto che non avevo più resistenze e che cercare di condividere le sue fantasie mi sembrava molto più spontaneo, cioè eravamo praticamente sulla stessa lunghezza d’onda, non c’era bisogno di discorsi o di preamboli di nessun genere, una volta arrivati a destinazione però continuavamo a parlare di mille altre cose anche lontanissime dal sesso, lo sentivo sciolto, senza note malinconiche. Mi raccontava di quando era bambino, delle costruzioni lego, ma anche dei pomeriggi lunghissimi che passava da solo, praticamente abbandonato dai genitori, di come aveva imparato a disegnare (cosa che fa ancora adesso e molto bene) e di come aveva imparato da sé a suonare la chitarra, qualche volta quando gli prendevano le malinconie le scacciava facendo esercizi con la chitarra. Abbiamo passato due serate o piuttosto due nottate a parlare e siamo stati bene in un senso profondo, lui si sentiva accettato, non strumentalizzato, Mi diceva: non sei il mio tipo, ma con te sto bene, sto bene veramente e pure io ti voglio bene, non sono innamorato di te ma ti voglio bene. Questa frase può sembrare strana ma io so che è assolutamente vera. Adesso spero che le limitazioni alla circolazione vengano rimosse quanto prima, chiaramente perché significherebbe che l’epidemia sta scemando, ma anche perché potrei rivedere Andrea, perché per me esiste solo lui. Questi sono i fatti. Che ne pensi, Project?

Project – Tu sei stato contento e pure lui, dimmi che questo non è volersi bene! C’è stato un fidarsi uno dell’altro, accettare uno le regole dell’altro e poi lui non si è sentito rifiutato nelle fantasie più intime, gli hai fatto capire che non ti sentivi condizionato, insomma lo hai messo a suo agio. Magari tra le coppie monogame ci fosse questo livello di disponibilità sessuale! Ma credimi è molto raro. Spessissimo nel sesso ci sono dei veri tentativi di prevaricazione, dei tentativi di imporre modelli senza mai adeguarsi all’altro

Mau85 – Ma io mi sono sentito felice e mi sono detto che sono stato uno stupido quando ho cercato di svicolare e di non assecondarlo, quando invece l’ho fatto l’ho visto felice, perché non si è sentito rifiutato. Io penso che quando tu fai capire al tuo partner di che cosa hai bisogno e quello fa finta di non capire e ti vuole portare sulla sua strada la sensazione di frustrazione deve essere tremenda, perché lì senti che non c’è coppia, che tu conti solo come corpo disponibile alle fantasie altrui. Insomma, Project, sto imparando piano piano a capire il senso di tante cose che qualche anno fa avrei rifiutato e mi sarebbero sembrate del tutto assurde. Io avevo il modello classico di coppia e pensavo che non mi sarei mai adattato a nulla di diverso e invece quando Andrea mi ha detto che si era innamorato di un altro ragazzo ma mi voleva bene lo stesso io questa cosa l’ho accettata e non me ne sono mai pentito e poi adesso imparo che per vivere bene la sessualità bisogna cercare di lasciare spazio all’altro, di rispettarlo e di accettarlo. Io l’ho visto sorridere ed era una cosa bellissima. Se gli voglio bene non gli devo dire di no per ragioni più o meno stupide. E poi le serate passate insieme a parlare sono state meravigliose. Io sento che mi vuole bene veramente.

Project – Tu sei arrivato a queste conclusioni ma la stragrande maggioranza delle coppie non ci arriverebbe mai, semplicemente perché non c’è affetto vero, o forse c’è ma mettendo prima la realizzazione di sé, prima la nota egoistica. Le cose che dici scandalizzerebbero tanta gente, eppure sono cose verissime. Ricordo che mi avevi detto che Andrea non ti aveva mai ingannato, beh, dire questo di un ragazzo vuol dire fargli il complimento più bello che si possa fare. Non mi stupisce che tu ti sia innamorato di Andrea e ancora meno che tu non abbia mai sentito il bisogno di trovarti un altro ragazzo perché un rapporto con Andrea c’è eccome ed è di quelli profondi, che non si perdono con gli anni.

Mau85 – Lo sapevo che avresti capito, pensa che ho raccontato un piccolo riassunto di questa storia su un altro sito gay e mi hanno chiesto se avevo tutte le rotelle a posto, alla fine mi hanno lasciato in pace perché pensavano che mi stessi prendendo gioco di loro! Mi fa piacere parlare con te, mi sento incoraggiato. Comunque se vuoi pubblicare questa chat pubblicala, magari mette in crisi qualcuno! Ti ringrazio, Project, Progetto mi ha dato tanto!
Buonanotte.

Project – Grazie a te! E un abbraccio a te e ad Andrea!

__________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=6866

UNA COPPIA GAY DIVISA DALLA ZONA ROSSA III

Mail del 30/03/2010
Caro Project,
oggi i dati della Protezione Civile sono confortanti, dovrei essere più tranquillo e invece mi sento agitatissimo e non riesco ad andare avanti, Paolo stanotte lavora, l’ho sentito nel primo pomeriggio, lui tende a tranquillizzarmi, a rassicurarmi, ma quando sento il telegiornale e dicono che sono morti altri medici mi viene il terrore, un’ansia terribile e penso che ci possa essere anche lui. Lui mi dice che anche se prendesse il virus, lui non dovrebbe correre grossissimi rischi perché è giovane e la mortalità per quelli della sua età è bassa, ma tanti dei suoi colleghi sono risultati positivi e tanti sono anche morti. Lui non ha dubbi, si deve andare avanti, si deve mettere da parte ogni emozione per mantenere il massimo livello possibile di operatività. Mi dice sempre che si augura che tutta questa spaventosa avventura possa cambiare tanti modi assurdi di ragionare. Mi ha citato una frase di Papa Francesco che lo ha colpito molto, perché è quello che ha sempre pensato anche lui: “Pensavamo di rimanere sempre sani in un mondo malato”. Avverto chiaramente che Paolo è stanco sfinito, lo avverto perché prima parlavamo molto su skype, adesso invece parliamo meno perché lui ha bisogno di dormire e allora lo lascio tranquillo, ma quando chiudo la chiamata mi comincia a prendere lo sconforto, ho paura, ho maledettamente paura. La gente comincia a rilassarsi e a pensare che ormai se ne sta uscendo, ma Paolo mi ripete continuamente che non è così, che la cosa può scappare di mano con estrema facilità e che si potrebbe ricominciare come prima e peggio di prima. Mi ripete che da loro non è cambiato ancora nulla e che non cambierà nulla ancora per parecchi giorni, lui dice almeno tre settimane. Adesso hanno un po’ di mezzi in più rispetto ai primi giorni, se c’è qualcosa che fa la differenza, se mai, è proprio questo, è sempre una lotta ma un po’ meno alla disperata. La gente continua a morire esattamente come prima anche se i medici possono almeno dire di avere fatto tutto il possibile. Paolo mi dice che per tornare a livelli accettabili il numero dei ricoverati in terapia intensiva dovrebbe diminuire almeno del 50%, ma ci vorrà tempo e la gente continuerà a morire. Lui pensa a tanti altri paesi in cui non c’è un servizio sanitario pubblico in grado di reagire come il nostro e mi dice che lì la mortalità sarà per forza molto più alta. Ormai noi ci sentiamo al massimo per mezz’ora al giorno, lo vedo stanco, molto più magro del solito ma è anche tranquillo, non so come faccia ad essere tranquillo, è evidente che è consapevole di fare qualcosa di fondamentale, mi dice che la cosa che gli riesce più difficile è non farsi abbattere dagli insuccessi, che sono tanti, tantissimi. Non riseco a dormire, Project, chiedo a Dio di salvarlo ma quando lo faccio mi vengono mille dubbi, perché lui e non anche gli altri? Che senso ha pregare? Perché succedono catastrofi come questa epidemia? O forse ci accorgiamo dei disastri che sconvolgono il mondo solo quando capitano a noi. Non riesco nemmeno a pregare, mi sembra un atto di egoismo, un chiedere qualcosa per sé, mentre forse bisognerebbe solo dire: “sia fatta la tua volontà” anche se non ne capiamo il senso o ci rifiutiamo di capirlo perché ci tocca personalmente. Certe volte mi sorprendo a fare ragionamenti assurdi, quasi a cercare di fare un contratto con Dio: Lui mi salva il mio Paolo e io rinuncio al sesso, ma poi mi sembra una specie di mercato stupido, se penso che per avere Paolo indenne devo rinunciare al sesso vuol dire che in fondo anche io penso che il sesso tra noi sia una cosa negativa, ma io non lo penso affatto, perché non è così, e poi non devo chiedere nulla per me, sarà quello che sarà, è andrà accettato comunque, anche se potrà essere qualcosa di terribile, come l’hanno accettato decine di migliaia di persone. In certi momenti ho anche meno paura della morte, della mia personale, dico, perché la vedo meno come un dramma personale e più come un destino collettivo e vorrei dire quasi naturale. Non ce la faccio più, Project, penso a Paolo in ogni momento, provo a immaginare che cosa sta facendo in quel momento e sogno che l’incubo finisca il più presto possibile e che si possa tornare insieme nella sua casetta ai piedi delle Alpi, ma tutto questo mi sembra ancora maledettamente lontano e incerto. Pensa anche a me, se puoi, Project, leggere le tue mail mi aiuta ad andare avanti con meno angoscia.
Ovviamente puoi fare l’uso che vuoi di questa mail.
Ti abbraccio.
Pietro

__________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6865

UNA COPPIA GAY DIVISA DALLA ZONA ROSSA II

L’email che segue (che ho ricevuto il 24/3/2020) rappresenta il seguito del post:  http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6863 (email che avevo ricevuto il 13/3/2020)

Caro Project,

ti avevo scritto qualche giorno fa, penso ti ricorderai di Pietro e Paolo. Ti scrivo nei lunghi momenti di vuoto in cui non posso sentire Paolo e mi ritrovo da solo a riflettere su quello che sta succedendo.

La situazione generale dell’epidemia basterebbe da sola a chiunque per cominciare un ripensamento di tutta la vita, per chi ha perso persone care la situazione è terribile, si vede svanire in pochi giorni il progetto di una vita, la morte sconvolge le famiglie nel modo più violento e inatteso, ma per me e per Paolo la situazione non è per fortuna così drammatica, io ho paura per lui, so che è prudente e molto scrupoloso ma basta veramente poco per fare la differenza.

Quanto a me, che sono il meno esposto in modo diretto, ho cominciato a mettere in dubbio tante mie certezze, mi sento molto più fragile di prima, sto svalutando un sacco di cose che prima consideravo fondamentali, come la sicurezza economica e un’ampia possibilità di fare le mie scelte ma mi sento debole perché sono esposto al rischio di perdere Paolo e sarebbe per me una tragedia alla quale non oso neppure pensare.

Il padre di un mio amico è morto per il virus e altri due miei amici hanno un genitore in ospedale. Molti hanno paura e cercano di tirare avanti giorno per giorno come possono perché devono pure lavorare per sopravvivere. Io lavoro da casa, non corro rischi seri, almeno per il momento, ma sono preoccupato per Paolo, penso a lui in ogni momento della giornata perché è proprio in prima linea e lo sento stremato dalla fatica e abbattuto per quello che deve vedere ogni giorno e che quando parla con me cerca sistematicamente di omettere.

Gli ho sempre voluto bene, ma vedendo come si impegna per gli altri fino allo sfinimento comincio a considerarlo un mezzo santo, e penso che non sarò mai al suo livello. In questi giorni ha visto morire tantissima gente, ha cercato di dare conforto come era possibile e finché era possibile, ma poi vedeva cedere quelle persone che aveva cercato di salvare in ogni modo. Mi dice che ormai per lui la morte non è solo una realtà quotidiana ma una cosa che deve vedere più volte al giorno. Quando qualcuno esce dalla rianimazione si sente felice e in effetti qualche volta si tratta quasi di un miracolo.

Lui era già prima un ragazzo ottimo, generoso, altruista, ma adesso lo vedo proprio in un’altra atmosfera e, se possibile, gli voglio bene anche più di prima, perché l’ho visto all’opera, ho visto la sua dimensione morale. Ieri mi ha chiesto di dire una preghiera per lui, e io mi sono spaventato e gli ho chiesto sera positivo e mi ha detto di no, mi aveva chiesto una preghiera per essere aiutato ad andare fino in fondo e a non mollare, aveva bisogno di una forza più grande, di una consolazione, penso, da poter trasmettere a tutte le persone che cerca di curare ogni giorno.

Oggi mi sono fermato a pregare per lui, che poi è una cosa che non faccio mai, ma nella mia preghiera c’era qualcosa di egoistico, io pregavo di non perderlo, perché per me è essenziale come la luce del sole, ma lui mi aveva chiesto una cosa diversa, cioè di pregare per avere la forza di andare avanti. Io so che sta correndo rischi seri e sono molto spaventato e mi pare pure giusto chiedere al Signore che non me lo tolga, anche se siamo una coppia gay, perché noi ci vogliamo bene veramente.

Stasera mi sento molto agitato, certe volte la notte non riesco a prendere sonno, mi manca, mi manca dannatamente ma so che lui ha il suo dovere da compiere e che lo farà fino in fondo. Io non ho mai visto morire nessuno, ho visto dei morti, ma non ho mai visto morire nessuno, ma lui queste cose le vede ogni giorno e penso che sia proprio il vedere la sofferenza e la morte che gli dia una spinta fortissima a fare quello che fa.

Ieri mi ha raccontato che una signora che era uscita dalla terapia intensiva e che lui aveva assistito per giorni gli aveva regalato un rosario di legno e gli aveva detto che avrebbe pregato per lui e per la sua ragazza, lui si è commosso e ha detto alla signora che non aveva una ragazza ma un ragazzo perché era gay e la signora gli ha detto che andava bene lo stesso e che avrebbe pregato anche per il suo ragazzo, che lui era un bravo ragazzo e avrebbe potuto dare tanto al suo ragazzo. Poi la signora si è messa a piangere, perché aveva un figlio più o meno dell’età di Paolo. Quando mi ha raccontato questa storia aveva la voce rotta dall’emozione! Come fai a non amare un uomo come Paolo? Lo avrei abbracciato fortissimo! Lo avrei sollevato da terra per fargli sentire che gli voglio bene! Sono molto scosso e ansioso, Project, ma per me questi giorni sono un’esperienza profondissima che mi sta cambiano la vita.

Pietro

_____________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6864

UNA COPPIA GAY DIVISA DALLA ZONA ROSSA

Caro Project,

ti scrivo per raccontarti la storia mia e del mio ragazzo in questi giorni terribili del virus. Ti posso dire che questa cosa, che rischia di diventare un disastro a livello mondiale e che si farebbe bene a cercare di contenere con ogni mezzo, ha coinvolto anche la vita mia e soprattutto quella del mio ragazzo. Uso nomi inventati per il rispetto della privacy: io mi chiamerò Pietro e lui Paolo.

Parto da lontano. Ci conosciamo da diversi anni, io lavoro in campo informatico e lui è medico. Stiamo insieme da più di 10 anni, ci siamo conosciuti in modo del tutto casuale perché avevamo degli amici in comune. Lui è del Nord Italia, io del Centro-Sud. In pratica abbiamo sognato per tanto tempo di vivere insieme ma non è stato mai possibile. Lui ha situazioni familiari che non gli permettono di allontanarsi troppo, io potrei farlo, potrei andare da lui, ma questo gli creerebbe altre difficoltà e quindi ci siamo organizzati, io avevo il sabato libero, lui aveva turni flessibili e aveva in media un sabato libero su due, quindi, partendo da casa mia il venerdì dopo le 20.00 e viaggiando tutta la notte, potevo arrivare dalle sue parti la mattina presto del sabato. Lui mi aspettava in stazione, andavamo insieme a fare colazione in un bellissimo bar e poi ce ne andavamo in macchina in una casetta che i suoi avevano ai piedi delle Alpi, in un grande prato, che l’inverno era spesso coperto di neve e l’estate era di un verde smeraldo unico e incredibile, vicino alla casa c’era un piccolo fontanile di acqua gelida e pulitissima. Scaricavamo i bagagli a casa e ce ne andavamo in giro in posti splendidi che lui conosceva come le sue tasche. La sera potevamo avere la nostra intimità in un silenzio inimmaginabile. L’indomani si faceva qualche altra escursione e poi mi riaccompagnava in città e prendevo il treno per rientrare. È vero che ci vedevamo più o meno due volte al mese e che in pratica a viaggiare ero sempre io, ma erano giorni così belli che davano un senso a tutta la mia vita.

Io e Paolo ci vogliamo bene veramente, non so come mi sia capitato di incontrarlo ma mi ritengo totalmente fortunato, è un ragazzo dolce, generoso, che si dà da fare per gli altri, quando la mattina della domenica ce ne andiamo a fare colazione nel paesetto di montagna, lo abbracciano tutti con molto calore e si vede che gli vogliono bene. Lui mi dice che è felice di stare con me e quando lo sento dire queste cose mi riempio di orgoglio.

Ma veniamo ai fatti. Adesso è finito in zona rossa. È praticamente un mese che lo vedo solo su skype, lavora in ospedale e ci sentiamo solo la sera tardi quando rientra a casa e mi contatta. Dall’anno scorso vive solo, non sta più con la famiglia, anche se sta molto vicino, ha la sua casetta e quando arriva stanco morto si mette a chattare con me. Lui capisce la gravità della situazione, perché la vede tutti i giorni e mi dice che la gente non capisce e minimizza ma che è una malattia che può decimare il mondo, ma al di là di questi discorsi non va. Io ho una maledetta paura che Paolo possa essere contagiato ma di questo non gli posso parlare, mi dice che quei discorsi non li vuole sentire e che lui deve fare il suo dovere perché se pure i medici scappano, i malati sono abbandonati a se stessi e non hanno mezzi per difendersi. Mi chiede sempre di me, di quello che faccio, di dove vado, degli amici comuni ma non vuole parlare del suo lavoro, evita proprio l’argomento, è evidente che anche lui ha paura ma per un verso non può e per l’altro verso non vuole mollare. Mi dice solo che è stanco, che i turni sono estenuanti ma che deve andare avanti lo stesso perché è troppo importante. Certe volte lo sento contento e mi accenna a qualcosa che è andata bene. Paolo non è una macchina, partecipa molto emotivamente alla sorte dei suoi pazienti. Quando ci sono nuovi decreti del governo, ci mettiamo a leggerli insieme per cercare di capire esattamente che cosa prevedono. Se accenno a dire che certe misure possono essere eccessive, mi aggredisce (anche se con dolcezza) e mi dice che io non capisco perché non ci sto in mezzo e che certe misure sono assolutamente indispensabili. Mi porta l’esempio della Cina, che rischiava il disastro ma con misure rigidissime è riuscita a contenere i contagi. Da noi le cose sono più difficili perché tra la gente c’è molta incoscienza, molta faciloneria, pensano che il peggio sia passato mentre deve ancora cominciare. Mi dice che i tempi saranno lunghi più di quanto la gente immagina e mi raccomanda mille volte di osservare tutte le regole di prudenza: lavarsi le mani, evitare assembramenti, ecc. ecc.. Quando gli ho detto che la mia azienda aveva attivato il telelavoro si è tranquillizzato. In effetti il lavoro di un informatico si può fare anche a casa o su piattaforme che consentono la multi-conferenza, per noi è facile e abbiamo anche i mezzi per fare queste cose. Paolo si preoccupa per me, ma io mi preoccupo per lui e se la sera tarda a collegarsi mi prende il panico, ma fino adesso è sempre arrivato. Mi ripete che sta attento, ovviamente, cioè che mette in pratica tutte le misure di sicurezza che per lui sono strettissime e questo è l’unico modo che ha per rassicurarmi.

Insomma, Project, fino adesso per noi due è andata abbastanza bene, ma nessuno sa quanto durerà e allora dobbiamo metterci l’anima in pace e sperare che le cose non diventino esplosive e che non finisca anche lui nel numero dei contagiati o peggio. L’ansia è tanta, da entrambe le parti ma lui non lo può ammettere.

Chissà quante coppie sono state divise dal virus! Come vorrei riabbracciare Paolo, adesso facciamo solo il gesto in cam ma prima o poi potremo riabbracciaci per davvero. Concludo augurando a tutte le persone coinvolte di poterne uscire il più presto possibile e nel modo migliore possibile. Grazie anche a te, Project, naturalmente puoi usare questa mail come meglio credi.

Pietro

___________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post  aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6863

STORIA DI UNA COPPIA GAY

e-mail del 4 marzo 2020

Caro Project,

Leggo il tuo forum da diversi anni e lo trovo particolare perché ci sono parecchi messaggi individuali originali e molto fuori schema.

Ho 42 anni, sono single nel senso che non ho un ragazzo, ne ho avuto solo uno col quale ho avuto un rapporto molto complesso ma anche molto vero. Io non sono mai stato troppo interessato al sesso, che invece per lui è assolutamente fondamentale. Dopo di me ha avuto altri ragazzi ma in sostanza si è trattato solo di una serie di illusioni-disillusioni. In pratica lui non ha mai vissuto un rapporto veramente simmetrico, non lo ha vissuto nemmeno con me. Lui è giovane, ha 32 anni, ma ha paura di diventare vecchio senza realizzare nulla di concreto a livello affettivo. Non so dire se gli voglio ancora bene o se gliene ho mai voluto, i nostri rapporti sono stati sempre molto contorti, anzi ci siamo sempre detti che non ci capivamo e che cercavamo cose diverse, che avremmo fatto meglio a trovarci altre persone, ecc. ecc.. Però quel minimo di rapporto che c’era quando stavamo insieme non si è mai perduto del tutto. Lui mi ripeteva continuamente che era interessato a me solo per il sesso, perché aveva paura che io mi innamorassi e ci rimanessi male, e io invece gli ripetevo, usando le espressioni più varie, che ero proprio innamorato di lui soprattutto sentimentalmente: erano posizioni tra le quali non si poteva trovare un equilibrio e difatti la cosa è finita.

Era un rapporto di coppia il nostro? Proprio non credo e non credo che lo fosse neppure all’inizio perché io ho sempre avuto molte riserve e non mi sono mai sentito veramente innamorato anche se gli ripetevo in continuazione che lo ero, come d’altra parte pure lui non era affatto innamorato di me. Stavamo insieme, c’era un po’ di sesso, troppo poco per lui e troppo senza sentimento per me, tra noi in fondo non c’era niente di concreto, eppure questo “niente” non si è perso del tutto neppure dopo che ciascuno se ne è andato per la sua strada, ma anche adesso il nostro non è un volersi bene ma un dipendere un po’ uno dall’altro, un dipendere perché lui mi considera un amico col quale fare sesso qualche volta, sempre troppo poco per lui e sempre troppo senza amore per me. In pratica andiamo avanti come prima solo che in modo ancora più diluito, ci sentiamo una volta ogni tanto, ma anche a distanza di mesi, quando lui non trova di meglio (so che dire così è un po’ una cattiveria) oppure quando mi prende un po’ di depressione e lui mi manca e io lo chiamo nell’illusione che ci possa essere un contatto affettivo anche minimo, perché mi illudo ancora che possa succedere.

Devo dire che negli ultimi mesi ho sentito in me un progressivo raffreddamento nei suoi confronti, anni fa mi mancava moltissimo, cioè, quando non c’era ci stavo proprio male, adesso, certe volte preferisco che non ci sia, mi sento più tranquillo, mi illudo che sia felice con qualche altro e questo mi basta come scusa per evitare di cercarlo.

Qualche volta provo a mettermi nei suoi panni e mi accorgo che non vive bene per niente, e allora mi vengono un po’ di sensi di colpa perché io adesso lo sto veramente abbandonando a se stesso, mi piacerebbe che tra noi ci fosse un minimo di rapporto anche affettivo, ma lui di queste cose non ne vuole sapere, mi dice che si è innamorato anche di recente, ma non di me, e che la storia sembrava importante ma poi il ragazzo ha cominciato ad essere geloso e ossessivo (che sono gli stessi difetti che lui rimprovera a me) e lui si è sentito in gabbia e ha preferito chiudere la storia perché finiva per stare troppo in ansia. Con me la storia non l’ha chiusa ma l’ha svuotata dall’interno. Mi dice che io non accetto mai compromessi e che si deve fare sempre come dico io, ma io penso di lui esattamente lo stesso. Dopo di lui mi sono tenuto alla larga dal sesso, un po’ per la paura delle malattie e un po’ perché mettere di mezzo il sesso crea una marea di problemi, ognuno ha le sue fisse e le sue fantasie, ognuno ha il suo modo di vivere quelle cose e trovare uno spazio comune è molto difficile, e allora sono arrivato alla conclusione che è molto meglio mettere da parte il sesso e coltivare solo delle amicizie, poi, magari, se qualcuna di quelle amicizie dovesse diventare più profonda e se ci fosse un coinvolgimento reciproco anche sessuale, ok, mi starebbe benissimo, ma di sesso senza amore condiviso non ne voglio più.

In certe situazioni si resta in bilico tra la necessità di non farsi travolgere da ritmi che non sono i propri e l’illusione di poter fare capire ad altri il proprio modo di vita, e lì cominciano le incertezze, i dubbi e le oscillazioni, ma piano piano le oscillazioni si smorzano e si resta definitivamente a metà, senza veri coinvolgimenti e senza vera libertà.

Non posso negare, però, che non riesco a togliermelo definitivamente dalla testa. Vorrei che fosse felice, perché allora sarei felice anche io, ma non vorrei più che fosse felice con me perché so benissimo che una cosa del genere è impossibile. Purtroppo, col passare del tempo, sono sempre più portato a pensare che lui non sarà felice con nessuno. Io a non avere una vita di coppia mi ci sono adattato facilmente, per lui è molto più difficile, perché anche se lo nega, ha bisogno di un rapporto affettivo forte che è difficilissimo costruire fuori da una relazione di coppia, ma una vita di coppia non sarebbe conciliabile col suo modo libero di vivere la sessualità.

Certe volte penso che tra gli etero la presenza dei figli stemperi molto tutte queste problematiche, nelle coppie gay, invece, dove tutto avviene solo all’interno della coppia, certe problematiche finiscono per diventare condizionanti.

Usa questa mail come vuoi ma, se puoi, cerca di rispondermi perché mi aiuterebbe a capire tante cose che forse non capisco affatto.

Giulio

e-mail del 6 marzo 2020

Caro Giulio,

la tua storia, se la consideri in astratto, sembra la storia contorta di un fallimento, ma francamente a me appare piuttosto come una difficile storia d’amore, e di amore vero, aggiungerei anche reciproco. È evidente che sei ancora innamorato di quel ragazzo ma è altrettanto evidente che lui non è mai sparito e che ti considera una persona importante. A modo suo certamente, all’apparenza senza coinvolgimento affettivo, sarà forse un amore parziale, difettoso, diverso da come tu lo avresti voluto, ma è una forma d’amore perché dura nel tempo e perché ha superato tante difficoltà che avrebbero portato facilmente alla dissoluzione di un rapporto di coppia superficiale. Le storie d’amore vere sono sempre molto diverse da come ce le eravamo prefigurate, sono sempre molto più problematiche, molto meno lineari ma nello stesso tempo hanno la persistenza della realtà. Che il tuo fare l’amore con quel ragazzo sia “senza amore” da parte sua non lo credo proprio, anche se tra voi ci sono state tante incomprensioni, non si è mai trattato di contrasti irreparabili e distruttivi. Tu dici che avete creato una specie di dipendenza reciproca e sembra quasi che consideri questo fatto come larvatamente patologico, ma non c’è niente di patologico, volersi bene significa anche questo, anzi se questa dipendenza reciproca (nota l’aggettivo che è tipico delle coppie vere) non ci fosse non ci sarebbe nemmeno un rapporto d’amore. Questo ragazzo, in fondo, se cercasse solo sesso potrebbe trovarlo molto facilmente da altre parti, ma se lo cerca da te e lo fa ancora dopo anni, beh, probabilmente non cerca solo quello, sa che da te troverà comunque comprensione, che lo accoglierai bene comunque, che potrà dirti quello che pensa e che gli risponderai dicendogli quello che pensi tu veramente. L’affettività si può anche esprimere attraverso il sesso. Il sesso anaffettivo è effimero, porta a cambiare tanti partner a non costruire nulla con nessuno ma non è quello che ti è successo con quel ragazzo. Il suo amore non è esclusivo, questo sì che potrebbe rappresentare un problema per te, ma per alcune persone l’esclusività non è essenziale e si può arrivare a sviluppare rapporti serissimi anche se non esclusivi, dove però c’è il problema serio del rischio hiv.

Caro Giulio, non penso affatto che tu abbia perso quel ragazzo. Le storie superficiali svaniscono presto e la tua non mi sembra affatto una storia finita, e non dico dal tuo punto di vista ma dal suo.

Un abbraccio.

Project

e-mail dell’8 marzo 2020

Caro Project,

tu dici che il suo non è sesso anaffettivo e in realtà penso che non lo sia. Nella mia mail precedente ti avevo detto che con lui ho vissuto un rapporto molto complesso ma molto vero e questo, certe volte, tendo a dimenticarmelo. In effetti si è fidato di me, ha parlato con me anche di cose estremamente private e questo non posso dimenticarlo, si è esposto a un giudizio che poteva anche essere feroce e di rigetto, cioè lui ha rischiato moltissimo. Non mi ha compiaciuto per principio, è stato se stesso fino in fondo. Lui sa che gli voglio bene e anche quando mi tratta in modo brusco lo fa con rispetto, forse proprio con amore. Non lo sento da un po’ e non so se chiamarlo. Comunque ti ringrazio della tua risposta, perché mi hai fatto ripensare a lui mettendo da parte i miei meccanismi di difesa. I suoi pregi ce li ha, non ci sono dubbi, con me non ha mai recitato.

Grazie ancora.

Giulio

e-mail del 9 marzo 2020

Caro Project,

qui siamo tutti agitati dalla paura del virus, e anche io lo sono, ma ti volevo dire che oggi è successa una cosa che non mi aspettavo proprio. Quel ragazzo, e vorrei o dovrei dire il mio ragazzo, mi ha chiamato ieri sera e siamo stati a parlare fin quasi all’alba (il cielo era già luminoso), lui era sereno e io mi sentivo felice, abbiamo ricordato le nostre prime notti d’amore, le ritrosie e gli scrupoli da una parte e dall’altra. Pensa, Project, che io credevo che lui sarebbe arrivato ad odiarmi per quelle nottate di sesso, perché era tanto più giovane di me, e invece se le ricordava come una cosa bella, come dei momenti in cui si sentiva completamente libero e accettato. Lui chiedeva a me se mi ero mai sentito forzato perché temeva di avermi costretto a fare qualcosa che io non volevo fare. Gli ho detto che lui era l’unico ragazzo della mia vita, anzi proprio il modello del mio ragazzo ideale. Mi ha ricordato che lui ha anche amici coi quali qualche volta fa sesso, gli ho detto che me ne aveva parlato altre volte, mi ha chiesto se la cosa mi mette in imbarazzo, gli ho risposto che mi crea preoccupazione per il rischio delle malattie sessualmente trasmesse e ha aggiunto: “Ma, a parte le malattie, questo fatto ti imbarazza?” E gli ho risposto: “No, perché so che mi vuoi bene veramente, che tu possa voler bene anche ad altri ragazzi non ti allontana da me.” È stata una nottata molto emotiva e molto gratificante, del tutto imprevista e mi sono sentito importante nella sua vita. Tutto qui. Volevo fartelo sapere. Ovviamente puoi fare delle mie mail quello che vuoi. Grazie ancora.

Giulio

_________________________

Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6862#p58305

RAGAZZI GAY E ANSIA DELL’ATTESA

Caro Project,
mi ha fatto bene parlare con te ieri sera, ma le preoccupazioni di fondo restano e spero che alla fine possano svanire, perché se non succedesse, sarebbe veramente un incubo. Uno considera certe cose sempre lontane e quasi impossibili, poi ti rendi conto che può succedere, e che il fatto che non succede personalmente a te alla fine ti consola solo un po’. Può succedere alle persone alle quali vuoi bene e se dovesse accadere sarebbe proprio distruttivo. Tu hai cercato di togliermi dalla testa i complessi di colpa, in un certo senso ci sei riuscito perché quelli in effetti non erano problemi, so benissimo che, qualunque cosa sia successa, non è immediatamente imputabile a me, ma questo non mi fa stare meglio. Ci sarà ancora qualche giorno da attendere e prego Dio che non ci siano notizie terribili. Di lui ho parlato solo con te, in completo anonimato, prima di tutto per rispetto a lui e poi perché i miei amici non capirebbero niente, per loro quando una storia è chiusa è chiusa, se uno è il tuo ragazzo, allora tu hai dei doveri, ma se non lo è più sei totalmente libero, ma per me non è mai stato così. Lui non è più il mio ragazzo da anni ormai ma gli voglio bene lo stesso, pensare che possa stare male mi mette KO. Per tanto tempo non ci siamo sentiti, e io sono stato tranquillo, cioè ho pensato che stesse bene, poi mi ha chiamato con quei dubbi per la testa e mi ha messo in crisi. Mi si contorcono proprio le viscere, ho paura, paura per lui. Non è una cosa razionale, aspettare i risultati fa un brutto effetto, e se lo fa a me, mi immagino come possa farlo a lui. Avevamo parlato tanto di stare attenti, di non mettersi nei guai, ma adesso lui ha dei dubbi e ha dei disturbi. Io posso solo stargli vicino perché stare male e stare solo deve essere veramente terribile. A chi potrebbe dirlo? Ai genitori? Mh … no, non è proprio possibile, ai suoi partner? Lo schiverebbero come un lebbroso. Project, al momento sono tutte ipotesi che potrebbero benissimo essere del tutto sbagliate e spero che lo siano, ma lo sento ansioso, preoccupato e non so come farlo stare meglio. Abbiamo a breve tutta una serie di controlli medici in previsione e posso solo sperare che non ci siano brutte novità. Potrebbe anche avere problemi che non c’entrano niente con le malattie sessualmente trasmesse, ma lo vedo in crisi, non è nel suo stato normale, è vero che l’ansia può essere distruttiva, e spero che si tratti solo di quello. Noi ci siamo voluti bene, poi lui ha cercato altro, e posso capirlo, ma tra noi è rimasto un rispetto e anche un affetto profondo. Project, mi viene proprio l’angoscia dell’attesa, altro che atteggiamento razionale, anche se abbiamo programmato tutto nel modo che sembra più razionale, mi sento agitato insicuro, ho la sensazione che la vita umana sia portata dal vento come le foglie. Per quel po’ che posso, devo cercare di stargli vicino, se mi faccio prendere dall’angoscia faccio stare peggio anche lui. Project, mi ha stupito il tuo atteggiamento in chat, non hai banalizzato come fanno tutti, non hai detto il classico: “vedrai che non sarà niente” no! Mi hai detto: “Comunque vadano le cose hai un ruolo insostituibile” e questa frase mi è rimasta in mente.
Ti abbraccio forte, Project, ti richiamerò su skype nel pomeriggio o in serata.

_____

Se volete potere partecipare alla discussione di questo post sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=54&t=6824

ABUSO SESSUALE E CONTENUTI OSSESSIVI

La connessione tra abuso sessuale e contenuti ossessivi relativi alla sessualità merita un approfondimento. Prenderò in considerazione due situazioni diverse, la prima riguardante un gay che è stato abusato durante l’infanzia e che presenta una sessualità gay profondamente condizionata dall’esperienza dell’abuso, la seconda riguardante un ragazzo eterosessuale che è stato abusato in adolescenza e ha sviluppato un DOC a tema gay (mi occuperò solo del caso di un DOC che si era già manifestato prima dell’abuso). Le situazioni, nonostante le loro sostanziali differenze, hanno un aspetto fondamentale in comune: l’identificazione della vittima con l’aggressore.
Iniziamo con la prima situazione.

1) Un ragazzo gay, che ha subito abusi sessuali durante l’infanzia, ha una sessualità gay che nei primi incontri con i suoi partner non presenta particolari problemi ma, se la relazione si approfondisce, il ragazzo arriva confessare al suo partner che è stato sessualmente abusato, tuttavia non tende a sentirsi vittima ma quasi corresponsabile se non addirittura promotore dell’abuso, e cerca comunque di coinvolgere il suo partner nelle sue fantasie ossessive relative all’abuso con domande insistentemente (ossessivamente) ripetute sulle circostanze dell’abuso, chiedendogli cosa avrebbe fatto se si fosse trovato in situazioni simili; di fronte a risposte evasive o palesemente disinteressate, il ragazzo sembra incredulo e attribuisce la mancanza di interesse a condividere quelle particolari fantasie sessuali da parte del suo partner a un presunto moralismo del partner stesso, tuttavia l’insistenza non cessa nemmeno di fronte ad un’evidente mancanza di interesse ma diventa ancora più pressante, come se il ragazzo volesse ottenere una confessione analoga alla propria, fino a condurre il partner, in un tempo più o meno lungo, a prendere le distanze e ad interrompere la relazione.

È evidente che il ricordo dell’abuso è diventato un archetipo sessuale dal quale è difficile liberarsi, e qui si innesca un meccanismo caratteristico dell’abuso: la vittima si immagina nel ruolo dell’abusatore, e in questo modo si creano situazioni di disagio anche molto forte, perché la vittima si vede come un potenziale pedofilo e sviluppa fantasie pedofile in cui assume, in maniera oscillante, sia il ruolo di vittima che abusatore.

Fondamentalmente l’identificazione proiettiva con l’abuso e i suoi comportamenti favorisce i sensi di colpa e rimuove riduce fortemente la possibilità di razionalizzare la memoria dell’abuso e di vivere una sessualità non profondamente condizionata dall’abuso stesso.

2) Nel caso del ragazzo etero con un DOC a tema gay preesistente, l’abuso in adolescenza crea complicazioni oggettive che non possono essere ignorate perché non fa altro che alimentare il DOC, anche se non può effettivamente distruggere la sessualità eterosessuale del ragazzo. Il meccanismo di identificazione con l’aggressore, in questo caso, non può portare a vere fantasie sessuali gay (perché il ragazzo è un ragazzo etero) ma solo a ossessioni e compulsioni gay che, come di solito accade nel DOC, rimangono, al massimo, a livello di masturbazione e, in quasi tutti i casi, non si materializzano mai in relazioni sessuali reali. Le ossessioni e le compulsioni a tema omosessuale sono percepite come profondamente inquietanti rispetto alla sessualità vera
che è e rimane comunque etero.

L’identificazione con l’abusatore può tuttavia essere più complessa quando l’abusatore non è un gay ma un uomo sposato o un uomo che ha figli, cioè quando l’abusatore è o sembra essere un adulto etero, con il quale il ragazzo etero con DOC può facilmente identificarsi sulla base del seguente meccanismo proiettivo: “Lui è etero perché è sposato e ha figli, ma se ha abusato di me vuol dire che aveva anche fantasie gay e non poteva trattenersi dal metterle in pratica, ma anch’io sono etero, perché ho una ragazza e faccio sesso con lei, ma ho anche fantasie gay, quindi alla fine non riuscirò a fermarmi e finirò per avere bisogno di fare sesso con un uomo Come posso stare con una ragazza se desidero già gli uomini e so che prima o poi la tradirò con un uomo? Sto ingannando la mia ragazza facendole credere che sono etero, ma non è così!”
In questo caso il meccanismo di identificazione agisce attraverso percorsi diversi ma non è meno dirompente che nel caso del ragazzo gay e crea il rischio, a volte vissuto ossessivamente, ma oggettivamente non molto concreto, di portare alla rottura il rapporto con la ragazza.

L’identificazione più profonda con l’abusatore porta a due conseguenze strettamente correlate:
1) la responsabilità dell’abusante sembra essere molto più leggera;
2) anche se in tali situazioni è evidente che in ogni caso nessuna responsabilità può essere imputata alla vittima, la vittima stessa sovrastima la propria presunta responsabilità fino al punto di considerare il proprio comportamento decisivo, e conseguentemente di provare sentimenti di colpa oggettivamente ingiustificati.

Nei due casi presentati, le condizioni più adatte per superare il pensiero
ossessivo si realizzano quando i ragazzi hanno la loro vera vita emotiva, cioè:

1) nel primo caso, quando il gay non vive un innamoramento unilaterale ma autentica storia d’amore con un ragazzo con il quale si crea una relazione che è completamente indipendente dalle fantasie legate all’abuso, fantasie che possono anche rimanere ma marginalizzate e spontaneamente non condivise, fantasie che non sono considerate come un tabù ma sono molto raramente argomento di conversazione. In sostanza le storie che si materializzano o tendono a materializzarsi solo o principalmente in termini di condivisione più o meno spontanea di fantasie legate all’abuso non sono vere e proprie storie d’amore e quindi non contribuiscono al superamento del pensiero ossessivo;

2) nel secondo caso, quando il ragazzo etero vive una storia d’amore in cui la ragazza sa che il ragazzo è stato abusato e comprende che il pensiero ossessivo legato al DOC può indurre il ragazzo a mettere in discussione la
sua eterosessualità. Il DOC ha una forte capacità di condizionamento in due casi:

a) quando la ragazza cerca di ignorare i contenuti ossessivi, facendo finta che
essi non esistano;
b) quando la ragazza enfatizza i contenuti ossessivi e offre loro una cassa acustica che ne amplifica l’effetto.

Il DOC deve essere affrontato con consapevolezza ma senza drammatizzazione.

________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=17&t=6819

SOLITUDINE DI UN ACCADEMICO GAY

Caro Project,
ti scrivo in un momento molto particolare in cui ho bisogno di raccontare come mi sento e quali emozioni mi porto dentro. Sono un quarantacinquenne che quando stava ormai mettendo da parte i suoi sogni d’amore, all’età di trent’anni, si è innamorato di un ventitreenne e ha vissuto con lui una bellissima storia, con alti e bassi, come tutte le storie vere, ma veramente una bellissima storia, una storia vera, appunto, anche se assolutamente fuori da tutti gli schemi. Dopo quasi 15 anni ho avuto la netta sensazione che questa relazione fosse andata in crisi, non saprei nemmeno dire per colpa di chi, perché anche io ho fatto la mia parte, e comunque parlare di colpa in queste cose non ha molto senso. Il mio ragazzo, se lo vogliamo chiamare così, perché aveva 38 anni, sembrava essersi allontanato da me, aveva avuto altre esperienze e a me sembrava che si sentisse molto più realizzato in quelle esperienze che nello stare con me. Non mi ha mai nascosto nulla, io sapevo che era alla ricerca di altre relazioni e che ne aveva bisogno. Potrà sembrare strano ma il nostro rapporto si reggeva su altri equilibri. Non abbiamo mai litigato, ma l’ho sentito allontanarsi sempre di più, poi un paio di mesi fa, è praticamente sparito e non l’ho più sentito, pensavo che avesse costruito un’altra storia e che avesse trovato la sua strada, ma una telefonata avrebbe anche potuto farmela, perché non è da lui sparire del tutto. Non sapevo che cosa pensare, mi chiedevo se avrei fatto bene a chiamarlo ma i dubbi erano tanti e così ho lasciato passare tanto tempo, poi finalmente mi sono deciso e l’ho chiamato. Abbiamo ricominciato a parlare come se quei due mesi non fossero proprio esistiti, sembrava che nel nostro rapporto non ci fosse mai stata una pausa, non gli ho chiesto del suo compagno ma dal discorso ho avuto l’impressione che fosse assolutamente solo. Si dedica ai suoi studi, perché è veramente uno scienziato, ma lascia andare tutto il resto. Nei giorni di festa non si rade, si alza tardissimo, non cucina nemmeno ed è praticamente abbandonato a se stesso. Mi chiede se mi va di andare a casa sua, io ci vado e trovo la più totale confusione, biancheria sporca dappertutto, piatti da lavare, letto in disordine, la scrivania piena di libri e di fogli di tutti i generi. Quando mi apre la porta ha la barba non rasata, i capelli arruffati e la faccia stravolta, a vederlo fa pensare a un drogato ma è drogato solo di caffè, i bicchierini di caffè sono sparsi dovunque. Mi chiede se mi va di fare sesso con lui. Gli dico: “Dopo! Adesso diamo una pulita.” Lavoriamo in due per un paio d’ore prima di dare alla casa un aspetto minimamente decente (ed è una casa piccolissima). Poi apro il frigo ed è una desolazione totale, praticamente ci sono solo avanzi vecchissimi. Nella dispensa c’è solo una scatola di fagioli, per fortuna c’è anche un po’ di pasta e una testa d’aglio in condizioni passabili. Facciamo due lavatrici, ma lui è distratto, non gli chiedo del suo ex, perché la risposta è evidente nei fatti: è di nuovo solo. Mangiamo una pasta e fagioli che però è buona e lo rimette di buon umore. Intorno alle tre del pomeriggio finiamo di pranzare, poi si mette in pedi di fronte a me, come fa quando vuole fare sesso, ma dovrei dire quando ha bisogno di fare sesso perché per lui è proprio un bisogno profondo. Io ero stanco morto e affaticato ma ho cercato di essere all’altezza della situazione. Lui voleva in tutti i modi cercare di coinvolgermi nelle sue fantasie sessuali che sono piuttosto diverse dalle mie, mi descriveva situazioni in cui si è trovato quando era ancora ragazzo, se non addirittura ragazzino, e che hanno lasciato tracce profonde dentro di lui. Il sesso con me era quasi un modo di rivivere quelle situazioni, mi chiedeva che cosa avrei fatto se mi fossi trovato in quelle situazioni, se per me erano eccitanti oppure no. Io cercavo di rispondere con la massima onestà, ma sempre col timore che le mie risposte fossero lontane da quelle che lui avrebbe voluto, vedevo il suo il suo tentativo di coinvolgermi nel suo mondo, nella sua sessualità e dovevo nello stesso tempo dire la verità e non deluderlo. Mi dice che devo cercare di andargli incontro, che devo farlo per lui, però pretende anche che io gli dica veramente quello che penso. Se fingessi si sentirebbe incoraggiato e confortato, ma prima o poi si renderebbe conto che quello che gli dico non è vero e una cosa del genere non l’accetterebbe proprio. Mi sono sempre chiesto se con gli altri suoi partner abbia mai affrontato certi discorsi ma credo che non sia mai successo. Una volta mi ha spiegato che agli altri non ha mai raccontato bugie e quando gli hanno fatto domande ha risposto dicendo la verità, ma nessuno era veramente interessato a quello che poteva passare per la sua testa. Con gli altri semplicemente ometteva gli argomenti più privati, lasciava tutto a un livello più superficiale e proprio per questo finiva col sentirsi uno che recita, perché omettere significa non considerare l’altro all’altezza di capire, non fidarsi di lui. Da me si sente accettato a un altro livello, non si sente giudicato e in effetti la cosa che in lui ho apprezzato più di qualunque altra è la tendenza spontanea a fidarsi istintivamente di me. In fondo io non mi aspetto da lui una fedeltà sessuale, forse prima o poi arriverà anche quella, probabilmente non a breve, ma non ha molta importanza, da lui mi aspetto invece il parlare chiaro, e su questo punto non è mai venuto meno. Certe volte, mesi fa, quando andavo a sentirlo quando teneva qualche conferenza, rimanevo incantato, anche se non capivo nulla di quello che diceva. Sembrava un’altra persona, era perfettamente in ordine, senza essere eccessivo in nulla. Lo vedevo assolutamente razionale, un vero scienziato, capace di un perfetto e spontaneo autocontrollo, non recitava una parte, trattava il suo pubblico quasi professionalmente, con la disinvoltura e nello stesso tempo col distacco di uno che è abituato alle relazioni sociali. Vedevo come lo trattavano con rispetto e quasi con deferenza, nonostante fossero quasi tutti più vecchi di lui, e di questo ero contento, ma sapevo che questo era solo un aspetto della sua vita, e non dei fondamentali. Dedica moltissimo tempo alla sostanza dei suoi lavori scientifici più che all’apparire, anche se l’interesse per la scienza, che gli fa passare tante notti in bianco e che ha qualcosa di ossessivo, viene probabilmente da un tono di fondo piuttosto depresso, cerca in quel modo di sfuggire a una solitudine sostanziale che lo isola a livello affettivo. Non è più giovanissimo ma è decisamente un bel ragazzo, se vogliamo dire così, perché ha ancora, soprattutto in privato, il modo di fare impulsivo e emotivo di un ragazzo, è affermato nel suo campo, è affascinante, ma dietro c’è un abisso di solitudine al quale nessuno fa caso. Io gli voglio bene e penso anche di essere importante per lui, lui dice che lo sono soltanto o quasi soltanto a livello sessuale, ma io credo che non sia così, non ama l’idea di legarsi a qualcuno, di dipendere affettivamente da qualcuno anche se di queste cose ha bisogno, non ha certo bisogno di dipendere ma di essere amato, ha bisogno di qualcuno che gli voglia bene per i suoi lati deboli. Lui sa che io non lo mollerò, che capisco quando non sta bene e che lo accetto com’è. Lui di me si fida e io mi fido di lui, non mi ha mai fatto trovare in situazioni imbarazzanti. Mi torna in mente una conferenza che tenne più o meno sei mesi fa. Prima che iniziasse, mi vide tra il pubblico e scese a salutarmi, dandomi del lei, come avrebbe salutato un luminare della scienza, quasi un premio Nobel, nessuna familiarità, solo rispetto. Ricordo che quando mi rimisi a sedere molti mi guardavano chiedendosi chi fossi. Alla fine della conferenza andai a stringergli la mano e lui mi rispose facendomi un piccolo inchino. Gli voglio bene, vorrei che fosse felice, prima pensavo che potesse essere felice con qualche altro, ma oggi comincio a pensare che forse non sarà mai felice nel vero senso della parola e che avrà comunque bisogno di essere capito e accettato con tutte le sue contraddizioni. Lui si è fidato di me come non ha fatto con nessun altro, mi ha fatto entrare nel suo mondo più intimo dove credo non sia mai entrato nessuno, non so se questo si chiama amore, ma credo di sì. La relazione che ho con lui non sarà mai una relazione standard, con una sessualità standard, sarà un mondo solo nostro, che visto dall’esterno potrebbe sembrare del tutto assurdo, se non addirittura patologico, Oggi so che non l’ho perduto e ne sono felice, ma non è una cosa da prendere alla leggera, non è una favola o un gioco con le parti già scritte, è una realtà tutta da costruire. Certe volte ho quasi paura che lui possa investire tutta la sua affettività su di me senza nemmeno rendersene conto, ho paura di non essere all’altezza, qualche volta penso pure che potrei morire molto prima di lui, sono più vecchio ed è nell’ordine delle cose. In certi momenti, molto nostri e molto intimi, sento che si scioglie totalmente, che si fa abbracciare, quasi proteggere, e sono i momenti più belli, altre volte mi mette in crisi con ragionamenti terribili o richiamandomi quando comincio a parlare a ruota libera e a ripetere le stesse cose. Certe volte mi dice che sono ipocrita ed è vero, che devo imparare a dire la verità brutale, che non devo nascondermi dietro le parole. Ho perso tanti amici ma non ho mai perso lui perché abbiamo creato quasi una simbiosi, forse si tratta proprio di questo. Non mi pongo più tante domande, mi sento semplicemente felice di stare vicino a lui anche se so che non sarà facile per niente.

___________
Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6812