QUANDO UN GAY SI INNAMORA DI UN ETERO

Per un ragazzo gay, innamorarsi di un etero non è un evento raro, o almeno non lo era in passato, anche ai miei tempi (40 anni fa) quando non c’era internet e non c’erano i telefonini le storie gay-etero non erano rare. Oggi con internet le cose sono molto cambiate e le storie gay-etero sono decisamente molto più rare perché i gay hanno la possibilità di conoscersi e di frequentarsi. Quando un ragazzo gay non conosceva e non poteva conoscere altri ragazzi gay la sua affettività si indirizzava sui ragazzi che aveva vicino e la probabilità di una storia gay-etero era alta. Queste storie in alcuni casi possono essere molto importanti per tutti e due i ragazzi quando, pur senza sesso, esiste comunque una corrispondenza affettiva molto forte, cosa possibile anche se non molto probabile. Per storia gay-etero intendo una relazione affettiva accettata da entrambe le parti con piena consapevolezza, non il semplice fatto che un ragazzo gay si innamori senza alcuna corrispondenza affettiva di un suo amico etero. Le relazioni gay-etero, oggi assai più rare di una volta, erano una forma di mutuo soccorso molto importante tra persone che, per motivi diversi, non riuscivano a realizzare la loro sessualità che veniva sublimata in una dimensione non sessuale all’interno di un rapporto dissimmetrico tra due uomini. Il gay, per restare con il suo amico etero, di cui era innamorato, non faceva la tipica vita di un gay e l’etero non faceva la tipica vita di un etero. In realtà non si trattava di rinunce difficili perché la reciproca compagnia con la sua valenza affettiva reale era di fatto molto gratificante. Ma la condizione per rendere possibile una relazione gay-etero in cui la sessualità non è condivisa è che esista un rapporto affettivo molto forte e reciproco, cosa, lo ripeto, decisamente poco comune. Quando manca una vera e profonda reciprocità affettiva esiste solo un innamoramento di un ragazzo gay verso un ragazzo etero che non è inteso da tutte e due le parti per quello che è o, se è compreso, è al limite tollerato. È evidente che in situazioni simili un gay deve essere perfettamente cosciente che una corrispondenza non solo sessuale ma anche affettiva non sussiste e non sussisterà nemmeno in seguito. Un gay innamorato di un etero, come tutti i ragazzi innamorati, è portato a credere che il suo amore sarà alla fine accettato e condiviso, ipotesi assolutamente irrealistica. Se un ragazzo gay vuole vivere una sua vita affettiva e sessuale reale e non meramente proiettiva, deve mettere da parte gli amori impossibili, deve evitare di finire impegolato in eterni giochi psicologici miranti a dare un valore enorme a tutti i segnali apparentemente incoraggianti che gli vengono dal ragazzo etero e a non vedere tutti i segnali scoraggianti. Con questi sistemi passano anni o addirittura decenni della vita, in attesa che l’impossibile si realizzi e si va poi verso frustrazioni radicali.

Per creare un rapporto d’amore tra due ragazzi la condivisione dell’orientamento sessuale è assolutamente fondamentale. Due ragazzi gay, che possono comunque essere diversissimi tra loro, hanno comunque vissuto vite molto affini o almeno in qualche modo affini, hanno una fantasia sessuale certamente molto più simile che non un gay e un etereo, possono parlare tra loro della loro intimità senza il rischio di incomprensioni radicali. Mi accade spessissimo, quando parlo con ragazzi gay che si sono conosciuti e che hanno avuto modo di parlare tra loro, di sentirmi dire frasi del tipo: ”Ha vissuto le stesse cose che ho vissuto io, pensa le stesse cose che penso io, abbiamo un mondo in comune!” Affermazioni di questo genere indicano che tra quei due ragazzi ci costruisce una comunione personale profonda, in cui la sessualità si integra e interagisce con moltissimi altri elementi della vita ordinaria. Devo tuttavia aggiungere che comunque sarebbe molto ingenuo dare per scontato che “GAY + GAY = AMORE”. L’innamoramento reciproco, se non è comunque un evento comune nemmeno tra gay, è di fatto impossibile tra un gay ed un etero perché la dimensione di reciprocità, quando anche si fosse, escluderebbe comunque la sfera sessuale.

Per un ragazzo normale gay che fatica ad accettare la propria omosessualità, conoscere un altro ragazzo normale gay significa capire che la vita dei ragazzi gay non ha nulla a che fare con i modelli scoraggianti dei gay che provengono dai mass media e rendersi conto della vera vita dei ragazzi gay, questo bagno di normalità rende alla omosessualità la sua vera collocazione, mille miglia lontana dagli schemi della pornografia e da quanto emerge dai siti di incontri o dalla chat erotiche. Rendersi conto della esistenza di una normalità gay dissolve i timori connessi con l’accettarsi come gay e fa vedere la realtà di una vita gay nel quotidiano, nella scuola, nell’università, tra ragazzi che studiano e che lavorano e, ovviamente, cercano di realizzare anche la loro vita affettiva, ma non come caccia a fini immediatamente sessuali, ma come progetto complessivo di vita in cui la sessualità è importante ma certo non è tutto.

In pratica sento parlare di storie gay-etero solo da ragazzi molto giovani o da parte di ragazzi che hanno un rifiuto conscio o inconscio così radicale del contatto con altri ragazzi gay, che impedisce loro di cercare affetto da parte di un altro ragazzo gay. Per un ragazzo gay innamorarsi di un altro ragazzo gay comporta almeno la possibilità di una corrispondenza affettiva profonda e, francamente, se ho visto alcuni gay innamorati di ragazzi etero, li ho visti in questa situazione per tempi non troppo lunghi, perché prima o poi subentra la consapevolezza della impossibilità della reciprocità e quando ciò accade inevitabilmente questi rapporti finiscono. Innamorarsi di un etero non è alla lunga un’esperienza gratificante.

Quando poi un ragazzo gay si innamora di un ragazzo di cui non consoce con certezza l’orientamento sessuale comincia a presentarsi insistentemente e angosciosamente la domanda “è gay o non è gay?” Per la stragrande maggioranza dei ragazzi gay, che non sono pubblicamente dichiarati, i problemi connessi col fatto di essere innamorati di un ragazzo di cui ignorano l’orientamento sessuale si uniscono a quelli del coming out, perché dichiarare in modo comprensibile il proprio amore ad un ragazzo significa dichiarare la propria omosessualità, con tutti i rischi che una simile dichiarazione comporta. La fase dell’“è o non è gay?”, proprio per il fatto che il coming out è pericoloso, tende quindi ad allungarsi a dismisura alla continua ricerca (vana e stressante) di elementi che confermino o escludano che il ragazzo di cui ci si è innamorati è gay.

Devo dire che, sulla base dell’esperienza, un ragazzo gay che si sia innamorato di un etero e che successivamente sia venuto a contatto con dei ragazzi gay molto difficilmente tornerà ad innamorarsi di ragazzo etero o anche soltanto di un ragazzo di cui non conosce l’orientamento sessuale. Il successo dei siti di incontri e delle chat deriva proprio dal fatto che i gay tendano istintivamente, quando possono, ad evitare di innamorarsi di persone che non siano gay, per non spendere anni della vita in illusioni. Per un gay, innamorarsi in modo unilaterale di un etero è certamente possibile ma costruire una relazione affettiva e sessuale reciproca con un etero non è possibile e di questo bisogna avere piena consapevolezza.

Tra sognare un ragazzo e abbracciarlo in un abbraccio condiviso e reciproco c’è una differenza sostanziale.

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay:

http://progettogay.forumfree.net/?t=33399697

GAY E USO DELLA CATEGORIA DI PATOLOGICO

Mi è capitato giorni fa che un ragazzo, leggendo un mio post, mi abbia detto che si era sentito “un caso patologico”, nel corso della successiva discussione la sensazione si è affievolita ma non è sparita del tutto, quel ragazzo, in sostanza, mi rimproverava di usare o di sottintendere troppo facilmente la categoria di patologico. D’altra parte, altri mi hanno fatto notare che alcuni comportamenti dei quali ho trattato “sono evidentemente patologici” e richiedono interventi specialistici mirati e in sostanza mi hanno rimproverato di sottovalutare il problema. Quello che scrivo discende direttamente da quello che vedo e col passare dei mesi ho modificato anche radicalmente alcune mie posizioni che non reggevano al confronto con l’esperienza ed ho imparato a diffidare della categoria di “patologico” quando è usata con molta disinvoltura.

Ricordo a tutti i gay che leggeranno questo post che solo nel 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità ha ufficialmente cancellato l’omosessualità dell’elenco delle malattie mentali. Nonostante questa pronuncia tanto autorevole quando tardiva e poco convintamente accettata, sono moltissimi che ancora adesso considerano i gay malati di mente. Da questa semplice osservazione si deduce una sola cosa: che il concetto di malattia di mente è stato usato ed è tuttora usato con una tale disinvoltura che è intrinsecamente sospetto di pregiudizi di vario genere.

L’attribuzione dell’etichetta di “caso patologico” con la conseguente destinazione del caso allo specialista, operata spesso in modo del tutto acritico, non identifica ma crea il caso patologico. Quanti ragazzi gay ho visto, avviati dai genitori agli specialisti nel presupposto che fossero “casi patologici” e paradossalmente con la finalità di aiutate quei ragazzi a risolvere il loro problema! Uno specialista serio non appiccica etichette ma valuta se ciò che gli è stato presentato come patologico lo è veramente. Conosco psichiatri e psicologi seri, con alcuni ho rapporti di vera amicizia. Bene, questi specialisti sono assai poco disponibili a compiacere le richieste dei genitori che intendono che il loro figlio sia seguito perché omosessuale. Mi è capitato più di qualche volta di discutere con specialisti circa i problemi di orientamento sessuale. In una discussione seria, tanto più su questi temi, non vale alcun principio di autorità ma esclusivamente il confronto con l’esperienza da punti di vista diversi. Mi è capitato più di qualche volta che psicologi non gay cercassero di capire, parlandone con me, alcune tipicità del modo di essere dei gay.

Sempre più spesso vedo psicologi perplessi rispetto ad approcci tradizionali come la psicoanalisi mentre cresce il favore verso approcci molto meno strutturati, cioè verso dimensioni meno formalizzate e medicalizzate di intervento psicologico. Aggiungo che l’uso della categoria del “patologico” da parte degli specialisti seri è assai più restrittivo di quello diffuso tra i profani e soprattutto dipende da elementi clinici oggettivi che vanno molto al di là della osservazione di un semplice comportamento. La categoria del patologico nell’ottica degli specialisti seri è una categoria seria della quale non è lecito abusare.

Tutti noi, per la nostra stessa natura umana, siamo deboli (specialmente quelli che pensano di essere forti). Se penso a me personalmente non riesco a pensare di essere migliore (o peggiore) di altri, ma solo di essere stato più (o meno) favorito dalle circostanze. Le cosiddette qualità di un individuo sono solo parzialmente e ipoteticamente caratteristiche intrinseche di quell’individuo. Lo stesso individuo in diversi contesti avrebbe prodotto esiti completamente diversi.

L’esperienza diretta porta spesso a mettere in crisi le certezze. Devo dire che di pregiudizi ne avevo eccome ma sono stato costretto a metterli da parte perché l’evidenza dei fatti era in tutt’altra direzione. Ero abituato a dare pregiudizialmente etichette di caso patologico a questo e a quello, accreditando me stesso di una generale patente di normalità. Parlare con alcune persone che in astratto averi definito casi patologici (sono cose rare ma capitano) mi ha fatto capire che sofferenza e disagio non significano affatto patologia. La stragrande maggioranza delle situazioni di disagio, ivi comprese la grande maggioranza di quelle che sono comunemente considerate patologiche, non sono affatto patologiche e possono essere superate senza ricorrere ad alcun intervento psicologico formalizzato e strutturato del tipo della terapia psicanalitica. Vedo ogni giorno direttamente come socializzare produca un netto miglioramento delle condizioni di vita delle persone. Come l’istaurarsi di rapporti affettivi importanti modifichi radicalmente la coscienza di sé e provochi un’autentica rinascita. Trovare un amico vero con cui confidarsi produce effetti altamente positivi e aiuta a vivere meglio. Anche uno scambio su msn o su una chat può avere un valore enorme se costituisce realmente un contatto personale.

Non dimentichiamo che le etichette di patologico creano certamente sofferenza e possono indurre una falsa coscienza di malattia dove non ci sono realmente elementi patologici.

Come è ovvio, ciò che ho detto non ha alcuna pretesa di scientificità ma è solo la sentesi della mia personale esperienza.

Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta nel Forum di Progetto Gay:

http://progettogay.forumfree.net/?t=33343004

GAY E DIPENDENZA SESSUALE

Questo post è dedicato alle dipendenze sessuali, si tratta di comportamenti apertamente sessuali o a sfondo sessuale, avvertiti da che li vive come compulsivi e pervasivi. Chi vive in una dipendenza sessuale prova nei confronti del suo oggetto di interesse due distinte e opposte sensazioni:

1) Una fortissima attrazione alla quale è pressoché impossibile resistere

2) Una sensazione di totale assenza di libertà in rapporto ai propri desideri (compulsività). Quasi che il desiderio compulsivo finisse per assorbire e dominare tutta l’affettività e tutta la sessualità di chi lo prova (pervasività)

Bisogna sottolineare che un comportamento sessuale compulsivo e pervasivo non è tanto un rischio in sé, ma in quanto finisce per impedire lo svolgimento di una vita affettiva e sessuale appagante. Chi vive una dipendenza sessuale finisce per convincersi che ormai il suo destino è segnato che non ne uscirà più. Per molti aspetti una dipendenza sessuale produce affetti simili a quelli di altre forme di dipendenza come quella dalle droghe e dall’alcool. Il soggetto tenta di resistere, ci riesce per un po’, poi ricade nella dipendenza.

La dipendenza non è legata a uno o un altro particolare comportamento o contenuto sessuale ma può instaurarsi anche nei confronti di comportamenti vissuti in pratica dalla totalità delle persone come comportamenti della vita ordinaria ai quali non è ricollegata alcuna componente ansiosa.

Si possono creare forme di dipendenza perfino nei confronti della masturbazione che è una componente essenziale della vita sessuale ordinaria. Sia ben chiaro però che la dipendenza è legata a due caratteri in mancanza anche di uno solo dei quali non si può parlare di dipendenza: compulsività e pervasività. La forte spinta verso la masturbazione le dà spesso un carattere compulsivo che talora mette in ansia i ragazzi, ma se un ragazzo è capace di vivere una vita affettiva e sessuale sentendosi coinvolto affettivamente e sessualmente in relazioni di coppia, la masturbazione manca della pervasività, cioè di fatto non distrugge e non riduce le altre potenzialità affettive e sessuali di un ragazzo e addirittura qualche volta contribuisce a svilupparle, se è dedicata a rivivere o a proiettare in una fantasia mastubatoria sensazioni o situazioni nate nella vita affettiva e sessuale reale. I casi di dipendenza dalla masturbazione, ossia di un’attività masturbatoria che distrugge la vita affettiva di un ragazzo sono decisamente rari e francamente non ne ho mai incontrato uno. Non rarissimi invece sono i casi in cui acquistano i caratteri di dipendenza, cioè diventano compulsivi e pervasivi, i tentativi di resistere alla masturbazione. In situazioni del genere un ragazzo non si masturba per lunghi periodi e quando lo fa nuovamente, anche per una sola volta, vive la masturbazione come una vera dipendenza sessuale. In realtà non si tratta affatto di una dipendenza perché la vita affettiva di quel ragazzo non viene assolutamente eliminata e non c’è nessuna reale compulsività, al di là delle sensazioni individuali del soggetto.

Ma quali sono i comportamenti in cui si realizza più frequentemente la dipendenza sessuale? È necessario fare una premessa. Maggiore è la diffusione e l’accettazione sociale di un comportamento sessuale minore è lo stato di ansia e di disagio ad esso connesso da parte di chi quel comportamento mette in pratica. Sottolineo che le dipendenze sessuali sono dipendenze proprio perché avvertite come tali da chi le vive. In sostanza molto spesso sono percepiti come dipendenze sessuali dei comportamenti sessuali minoritari o non generalmente accettati. Provo ad

elencarne alcuni, solo a livello indicativo:

1) Le fantasie sessuali incestuose e i rapporti incestuosi. A livello esemplificativo, tipica è, per i gay, la fantasia di vedere il proprio padre nudo, che spesso è sentita come causa di orientamento sessuale verso persone molto più grandi di età. Questo tipo di fantasia è vissuta con forti sensi di colpa che diventano ancora più forti quando ci si spinge a spiare il proprio padre nella sua intimità.

2) Le fantasie sessuali relative a giovanissimi e gli atti conseguenti. Frequente è il caso di ragazzi che in età molto giovane, 14 anni o meno, abbiano fatto giochi a sfondo sessuale con ragazzi ancora più giovani, senza probabilmente nemmeno capire il senso di quello che facevano. Il ricordo di quegli avvenimenti, vissuti al momento senza particolari sensi di colpa, viene rivissuto successivamente in modo molto pesante quando si acquista coscienza del danno che può essere stato procurato a giovanissimi da quei comportamenti. In questo caso anche il ricordo può essere difficile da rimuovere e la vita affettiva di un ragazzo ne può risultare in parte compromessa. È proprio in nome di quel danno e a sacrosanta tutela della sessualità di minori, che quei comportamenti sono penalmente e pesantemente sanzionati. Sottolineo che non mi è mai capitato nei miei colloqui in chat di incontrare persone che avessero ammesso di avere fantasie sessuali di questo tipo, anche se è difficile interpretare questo dato.

3) Le fantasie sessuali rivolte a persone molto più grandi e gli atti conseguenti. Va detto che in chat non è rarissimo incontrare ragazzi i cui interessi sessuali sono rivolti a persone molto più grandi di loro. Va sottolineato che si tratta di ragazzi che vivono in modo ansiosissimo e con grandi preoccupazioni la loro sessualità perché, pur potendo almeno entro certi limiti parlare della loro sessualità, avvertono che i loro comportamenti sono considerati sostanzialmente patologici da molte persone, anche gay. Il senso di isolamento è totale, l’angoscia esistenziale è spesso profondissima. E non si tratta solo di ragazzi giovanissimi, per i quali una reazione emotiva è in qualche modo più comprensibile, ma anche di uomini adulti nel più che trentenni. Queste persone non riescono a concepire rapporti sessuali che non siano con uomini molto più grandi loro o con anziani. In situazioni del genere, quando non si riesce a costruire dei veri rapporti intergenerazionali anche su base affettiva, la sensazione di vivere una dipendenza sessuale è fortissima, i rapporti sono fortemente sessualizzati, con relazioni di breve o brevissimo periodo (uno, due o tre incontri) e lo stato depressivo che ne deriva è molto profondo

4) Le fantasie sessuali voyeuristiche e gli atti di voyeurismo. Il voyeurismo è una po’ una caratteristica di tanti ragazzi cresciuti in sostanziale solitudine. Spesso incapaci di creare contatti affettivi realmente per loro coinvolgenti, questi ragazzi pensano di potere penetrare nell’intimità di altri ragazzi semplicemente osservandoli ed ovviamente l’interesse si concentra sul vedere altri ragazzi nudi, come accade sulle spiagge naturiste dove però c’è l’imbarazzo perché, se non l’obbligo c’è quanto meno l’opportunità di andare nudi. In genere chi ha tendenze voyeuristiche cerca di non esporsi troppo. Il voyeurismo non consiste nel guardare ma nel guardare senza essere visti e non ha nulla a che vedere con la nudità collettiva delle docce o degli spogliatoi delle palestre o delle piscine.

Ho insistito nel riportare nei quatto casi indicati non solo i comportamenti reali ma anche le relative fantasie sessuali, che creano delle forme di dipendenza del tutto analoghe a quelle relative ai comportamenti anche se con conseguenze esterne di gran lunga minori.

Parlando con ragazzi che avvertono forme di dipendenza sessuale si nota che la dipendenza sessuale è accompagnata da una forma di privazione affettiva, che spesso si manifesta anche prima del sorgere della dipendenza sessuale medesima e probabilmente ne costituisce la causa. Aggiungo che in genere i ragazzi che non hanno amici e che sono sostanzialmente emarginati fanno largo uso della pornografia che, se per altri è spesso l’unica fonte di educazione sessuale, per loro è addirittura l’unico mezzo di educazione affettiva oltre che sessuale, col risultato che i due livelli, affettivo e sessuale, tendono a confondersi e ad identificarsi. In altri termini sono portato a pensare che alla base dei meccanismi della dipendenza sessuale ci siano esigenze affettive profonde e inascoltate, che vengono sessualizzate a seguito di una interiorizzazione dei modelli forniti dalla pornografia. Un ragazzo che non è abituato ad un contatto affettivo serio traduce la sua esigenza di affetto nei termini che gli sono più familiari e, se si è formato sui modelli della pornografia, traduce le sue esigenze affettive in termini sessuali. Questo significa che le esigenze sessuali di un ragazzo che vive in condizione di dipendenza sessuale sono in realtà esigenze affettive. Sono ragazzi che anche se tendono a vedersi come dei depravati interessati solo al sesso, in realtà, sono affamati di affetto, cercano comprensione, hanno paura del giudizio negativo e specialmente della indifferenza degli altri. Parlare in chat con questi ragazzi dà una misura concreta del loro grado di disperazione e della profondità della loro richiesta affettiva. Dopo i primissimi minuti di conversazione, resto stupito del livello del colloquio, che non presenta divagazioni di nessun genere. I ragazzi che vivono forme di dipendenza sessuale sono di una sincerità totale e mirano a mettere subito e marcatamente in evidenza le dimensioni più oscure del loro comportamento, o almeno quelle che a loro appaiono tali, perché per loro essere accettati in modo generico, cioè non per quello che sono realmente ma a seguito di reticenze e malintesi è assolutamente inaccettabile. Non solo, ma si aspettano giudizi sostanzialmente negativi. La chat, che in un primo momento poteva ipoteticamente sottendere anche l’ipotesi di un contatto sessuale, quando questa ipotesi viene meno, non si conclude affatto ma prosegue su un altro registro di marca più tipicamente affettiva. Per questi ragazzi, sentirsi dire “sei un bravo ragazzo” ha un valore enorme, sentirsi apprezzati nonostante tutto quello che essi stessi vedono di negativo nei loro comportamenti è gratificante proprio perché risponde a una fame affettiva profonda. Una risposta seria a questa fame affettiva costituisce la vera precondizione per uscire della dipendenza sessuale.

Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta nel Forum di Progetto Gay;
http://progettogay.forumfree.net/?t=33180301

SESSUALITÀ E AFFETTIVITÀ GAY

Cercherò di riassumere in questo post l’esperienza maturata in chat concernente in rapporto tra sessualità e affettività gay. L’occasione di questo post mi è stata offerta da una e-mail di un ragazzo di 19 anni, chiamiamolo Marco. Riporto qui di seguito alcuni brani significativi della e-mail di Marco.

1) “Fin da piccolo sono sempre stato attratto dalle ragazze, già all’asilo mi guardavo intorno e alle elementari avevo già la fidanzatina… ma non pensare a un latin lover io sono tutt’altro.
Sempre stato etero, non ho mai pensato ai ragazzi.”

2) “In prima media ho scoperto la masturbazione e la pornografia, non ti dico la mia felicità, mi piaceva, poi crescendo capita ancora oggi di masturbarmi, ma il senso di colpa per non aver un reale rapporto con una persona danneggia e molto il piacere. La pornografia è stata la mia unica maestra in fatto di educazione sessuale, mio padre è sempre stato muto su queste cose e di parenti coetanei o poco più grandi non ne ho.”

3) “In terza media ho cominciato per curiosità a guardare la pornografia gay e non so se sia successo prima o dopo ho cominciato anche a sentire una forte attrazione per i miei amici quando nello spogliatoio ci cambiavamo insieme; mi ricordo ancora che li guardavo nudi di soppiatto mentre mi allacciavo le scarpe o altro…
Da allora la mia vita affettiva e sessuale è in alto mare.”

4) “Spesso mi capita di essere attratto da un ragazzo, che emotivamente per me è una persona amica e nulla più, ma fisicamente mi eccita da morire e allora mi masturbo pensando ai ragazzi e cerco di stare da solo con loro cercando con qualche allusione o qualche gioco sessuale di capire se ci starebbero o no…”

5) “A volte mi capita di sentirmi profondamente gay, altre invece penso che questa mia attrazione sia dovuta al fatto che costruendo più facilmente relazioni affettive di amicizia con i ragazzi mi senta attratto da loro anche fisicamente solo perché sono lì a disposizione, oppure penso che sia solo una mia perversione dato che ti ripeto non ho mai avuto (tranne una volta) nessun desiderio di amore verso un ragazzo, ma solo attrazione sessuale.”

6) “Per quanto riguarda la mia "eterosessualità" invece spesso mi capita di volere o di pensare ad un rapporto affettivo con una ragazza perché l’attrazione sessuale verso il genere femminile è presente, ma molto ridotta, anche nella mia masturbazione.
Di rapporti sessuali non ne ho mai avuti con un sesso o con l’altro.”

7) “In definitiva provo attrazione sessuale più per i ragazzi che per le ragazze, ma provo entrambe.
Provo attrazione affettiva più per le ragazze che per i ragazzi, ma provo entrambe.
Tu che dici project? io il mio orientamento sessuale non lo conosco proprio… bisessuale, omosessuale, etero, bisex a periodi, boh?”

Marco afferma dunque di aver avuto un sessualità infantile di tipo etero, con tutte le riserve che un’affermazione del genere comporta, la cosa, letta nel contesto generale della e-mail serve a sottolineare il fatto che i contenuti sessuali gay sono ritenuti da Marco qualcosa di diverso dallo sviluppo normale della sua sessualità infantile.

Marco colloca al tempo della prima media la scoperta della masturbazione e della pornografia, i due elementi sono citati significativamente insieme e dal seguito si deduce che Marco, in prima media, ha scoperto la pornografia eterosessuale. Marco sottolinea che la pornografia, quindi la pornografia eterosessuale, in prima e in seconda media, è stata la sua unica maestra in fatto di educazione sessuale. Marco cioè ha avuto un imprinting sessuale etero derivato esclusivamente dalla pornografia. In prima e seconda media dunque Marco si è masturbato esclusivamente pensando alle ragazze. Marco parla in modo apparentemente libero di masturbazione, sottolineando che la cosa gli piaceva molto e accenna che gli “capita ancora oggi di masturbarsi” espressione sotto la quale si legge un disagio, perché la masturbazione per un ragazzo 19enne che non ha una vita sessuale di coppia non è vista ma come la normalità, ma come qualcosa che capita “ancora”, quasi a dire che non dovrebbe capitare. Marco aggiunge che la masturbazione gli comporta sensi di “colpa” ma si comprende che si stratta invece di frustrazioni legate al fatto che nella masturbazione non c’è “un reale rapporto con una persona”, cosa che danneggia molto il piacere della masturbazione stessa. Questa osservazione lascia intendere che la masturbazione è considerata come un “meno” rispetto alla sessualità di coppia, un “meno” che non porta a soddisfacimento sessuale ma a frustrazione perché chi si masturba lo farebbe come seconda scelta, quando la prima scelta, rappresentata dalla sessualità di coppia, non appare realizzabile.

Questo ragionamento, cioè il considerare la masturbazione come un “meno” è un tipico ragionamento etero. Un ragazzo etero, che in linea di massima può realizzare senza troppe difficoltà una sessualità etero di coppia declassa facilmente la masturbazione a “seconda scelta”, un ragazzo gay, per il quale la realizzazione della sessualità di coppia è decisamente più difficile in genere non parla di frustrazione a proposito della masturbazione che gli appare non come una sessualità di serie B ma come la vera sessualità mancando di fatto ogni alternativa. Questa osservazione, legata all’idea che 19 anni la masturbazione sia una realtà solo eventuale, spinge a pensare che Marco porti ancora con sé gli effetti dell’imprinting eterosessuale ricevuto in prima/seconda media.

Marco in terza media scopre la pornografia gay e comincia guardare i suoi compagni di scuola nello spogliatoio. Tuttavia non sa dire se la scoperta del suo interesse sessuale per i suoi compagni sia precedente o successiva alla scoperta della pornografia gay. Da allora, dice, la sua sessualità è in alto mare. Per Marco la scoperta della omosessualità è stata comunque successiva di un paio d’anni all’imprinting eterosessuale e il peso della pornografia gay è stato notevole nello sviluppo delle fantasie masturbatorie gay. Dopo la scoperta della sessualità gay Marco si sente “in alto mare”, si masturba prevalentemente ma non esclusivamente pensando ai ragazzi.

Marco sente frequentemente e in modo forte di essere sessualmente attratto da ragazzi che considera però a livello emotivo soltanto amici, si masturba pensando a quei ragazzi cerca di esplorarne con discorsi allusivi e anche con qualche gioco sessuale l’eventuale disponibilità sessuale. Il modello della pornografia gay tende a determinare i suoi comportamenti in modo imitativo e soprattutto a fondare l’idea di omosessualità come solo esercizio sessuale, staccato dall’affettività. In alcuni momenti Marco si sente gay al 100%, in altri tende a interpretare le sue pulsioni gay come conseguenza della tendenza a creare più facilmente “relazioni affettive di amicizia” con i ragazzi e quindi ad avere sempre intorno un maggior numero di ragazzi. Marco accetterebbe probabilmente senza troppi problemi la sua identità gay se il suo interesse sessuale per i ragazzi si coniugasse con un corrispondete interesse affettivo, cosa che a suo dire si è verificata soltanto una volta, in quell’unico caso il “desiderio d’amore” e “l’attrazione sessuale” si sono trovate indirizzate verso lo stesso ragazzo. Marco distingue tra desiderio d’amore e “sola” attrazione sessuale (senza componente affettiva) e usa il termine “perversione” marcato molto negativamente per indicare la “sola” attrazione sessuale staccata dalla componete affettiva.

Per chiarire la situazione e fugare il concetto di perversione e tutte le complicazioni ansiose che ad esso sono connesse è opportuno tenere presente un concetto che è di esperienza comune. Un ragazzo gay (ma per un ragazzo etero il discorso è strettamente analogo) nel corso della sua vita si masturberà pensando a decine se con a centinaia di ragazzi, ragazzi reali o immagini provenienti dalla fantasia o dalla pornografia, in particolare potrà desiderare sessualmente alcuni suoi amici e potrà masturbarsi pensando a loro e potrà costruire su di loro tutte le fantasie possibili è immaginabili. Come ovvio, quel ragazzo non potrà e non potrebbe in nessun modo innamorarsi di decine o anche di centinaia di ragazzi. Nel corso della vita potrà innamorarsi due tre quattro volte, in senso serio, in tutti gli altri casi, su gli altri ragazzi si limiterà a costruire fantasie masturbatorie che non potrebbero in nessun caso trasformarsi in rapporti d’amore. I ragazzi si masturbano abitualmente guardando video porno me nessuno di loro penserebbe mai di innamorarsi di un pornodivo che ha visto in un video. Quando ci si riferisce alla necessità di non separare affettività e sessualità non ci si riferisce certamente alla masturbazione, dove questa separazione è comunissima, salvo che la masturbazione non sia dedicata a ragazzi che si amano veramente, cosa certamente possibile quando la masturbazione è il corollario di un innamoramento, ma che non costituisce la regola generale.

La separazione tra affettività e sessualità ha invece conseguenze notevoli quando si realizza nell’ambito di un rapporto di coppia. Ed è proprio a questo livello che si manifestano i danni si una educazione sessuale, derivata dalla pornografia, che vede la sessualità come una realtà a sé, staccata dalla vita affettiva.

Nel linguaggio comune di parla di rapporti d’amore e di rapporti sessuali come se si trattasse della stessa cosa. In realtà in un rapporto o in una relazione sessuale, l’elemento effettivo è assolutamente marginale se non assente, mentre in un rapporto o in una relazione d’amore sessualità e affettività si integrano vicendevolmente.

Le relazioni puramente sessuali o meglio tendenzialmente puramente sessuali esistono certamente, non hanno nulla di “perverso”, per usare il termine impiegato da Marco, ma certamente non hanno la pienezza affettiva e sessuale delle relazioni d’amore.

Un ragazzo che prova per altri ragazzi interessi esclusivamente sessuali ma non affettivi prova un’attrazione omosessuale che può anche essere fortissima ma non conosce l’amore omosessuale, cioè manca della esperienza più profonda della omosessualità, costituita dall’innamoramento reciproco. Da qui il suo percepire la propria omosessualità come un’esperienza solo parzialmente soddisfacente e, in sostanza, come un’ipotesi ancora non accettata.

L’attrazione verso il genere femminile compare, quantunque in maniera molto ridotta, nella masturbazione di Marco. Questa osservazione è estremamente importante. Marco “al momento” non si può ritenere gay al 100% ma presenta un’autentica bisessualità anche se nettamente orientata in senso gay.

A conferma di ciò sta il fatto che l’esplorazione della eterosessualità da parte di Marco si limita ad un’attività masturbatoria molto ridotta mentre in campo gay Marco ha cercato di passare a livello di coppia. Aggiungo che mentre Marco non riferisce mai di storie d’amore, cioè casi di integrazione di sessualità e affettività, con le ragazze cita invece un caso, un unico caso, in cui ha visto sessualità e affettività integrasi insieme e si tratta della storia di un innamoramento verso un ragazzo.

Che evoluzione può avere questa limitata bisessualità, che pur essendo limitata è comunque reale e non sembra proprio un modo di dire adottato per rendere meno traumatica l’accettazione della identità gay? È probabile che una lieve inclinazione bisessuale si mantenga nel tempo. Molto dipenderà dalla storia sessuale successiva di Marco. Se riuscirà a recuperare la dimensione affettiva in un rapporto omosessuale si sentirà appagato dalla omosessualità e la dimensione etero finirà per essere marginale, senza però sparire del tutto, in caso contrario Marco sarà spinto a sessualizzare il rapporto affettivo con una ragazza, se riuscirà a costruire un rapporto d’amore con una ragazza non diventerà per questo eterosessuale perché la sua componente omosessuale è oggi troppo importante per essere marginalizzata. In questo caso Marco potrà vivere delle situazioni affettive/sessuali non facili, per alcuni aspetti affini a quelle dei gay sposati. Aggiungo che in ogni caso Marco proverà, in modo più lieve se prevarrà la parte gay e in modo molto più netto se prevarrà la parte etero, l’imbarazzo tipico dei bisessuali che faticano a identificarsi sia coi gay che con gli etero, hanno grossi problemi nel parlare della loro sessualità con il/la partner e non si sentono comunque mai accettati del tutto.

In situazioni come quella di Marco è fondamentale mettere da parte l’ansia e non considerare mai l’orientamento sessuale come un problema. La realizzazione di una persona e la sua felicità si sviluppano in modo diverso a seconda dell’orientamento sessuale, ma sono certamente possibili qualunque sia l’orientamento sessuale.

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay
http://progettogay.forumfree.net/?t=33096616

COMING OUT COI GENITORI

Ciao Project. Sono un ragazzo gay, da poco accettatomi, di 16 anni. Chiedo scusa se la mia e-mail sarà sfilacciata, ma ho assoluto bisogno di sfogarmi. Cercherò di riassumere in breve tutto ciò che caratterizza la mia angoscia.

In fondo ho sempre saputo di essere omosessuale, ma ho sempre mentito a me stesso, diciamo che fingevo di essere convinto di non esserlo (la frase suona contorta, lo so, ma è ciò che definisce al meglio la mia situazione fino a poco tempo fa). Non sono un tipo effemminato, ho molti amici, sia maschi sia femmine, non ho come centro dei miei pensieri la moda e i capelli, non parlo come una donna e non gesticolo in modo frenetico. Insomma, non ho mai avuto motivi particolari per cui pensare al gay come un effemminato, uno con scarsa virilità, eppure non riuscivo proprio ad accettare la mia condizione, speravo ardentemente di essere etero, la possibilità di essere gay mi sembrava una cosa terribile, che mi avrebbe senza dubbio fatto vivere male. Forse i miei pregiudizi venivano dai miei compagni delle medie; in quel periodo si entra a contatto con la sessualità, e tutti gli atteggiamenti sessuali vengono scoperti, analizzati, etichettati. Presa in giro comune era darsi del "gay", e quando questo era rivolto a me, che inevitabilmente ero fragile in quella questione, mi sentivo veramente male, una femminuccia da deridere. Questo per quanto riguarda, se non sbaglio, i primi due anni di scuole medie, in cui non avevo assolutamente consapevolezza della mia situazione, ma in cui, col senno di poi, riconosco segni più che evidenti della mia sessualità.

La seconda fase iniziò in terza media, con maggiore maturità da parte di tutti, quando quella questione per me era semplicemente chiusa, ero seriamente convinto di non essere gay, non mi ponevo neanche il dubbio, pur rendendomi conto, cosa paradossale, di essere attratto dai ragazzi. In questa fase ho sempre guardato le ragazze sforzandomi di calarle in un contesto erotico, di essere attratto da loro. Con i miei amici facevo (e purtroppo talvolta li faccio anche adesso) apprezzamenti sulle ragazze, commenti del tipo "Ahpperò guarda quella lì, che gnocca, che tette, ecc…"

Anche quando ero solo, e quindi non dovevo dimostrare niente a nessuno, mi sforzavo di guardare il corpo femminile, se c’era una ragazza con una scollatura le guardavo il seno cercando di eccitarmi così. La cosa patetica è che in sostanza ero davvero convinto che io potessi tranquillamente avere una storia anche sessuale con una ragazza, ma mi rendevo conto allo stesso tempo del mio interesse per i maschi.

Poi una svolta, piccola, in sostanza irrilevante, ma pur sempre una svolta. Due mesi fa credo sia finito quel periodo di transizione così strano, quando ho scritto su "yahoo answers" la mia situazione ammettendo per la prima volta in tutta la mia vita di essere gay. Sembra una cosa minima, superficiale, ma è incredibile come scrivere, gettare i miei pensieri ossessivi sulla tastiera, mi abbia in parte liberato.

Adesso so di esserlo, ne ho la piena coscienza. Ma di fatto nulla è cambiato. Ho sempre le stesse angosce, quasi stessi problemi.

Nel periodo di transizione più volte ero giunto vicino alla conclusione a cui sono finalmente arrivato, ma tutte le volte le paure, le ansie oprrimenti mi bloccavano. Quali sono queste ansie? Immagino le più ovvie:

Doverlo dire un giorno a qualcuno, affrontare i pregiudizi altrui e riuscire a trovare qualcuno (so che ce ne sono veramente tante di persone con il mio orientameno sessuale, ma, come me, vivranno nascondendolo), ecc..

Sono paure ovvie, ma anche terribilmente pesanti da sostenere. Mi devo ritenere fortunato se non altro per quanto riguarda la mia vita sociale, e quando sento casi di bullismo anche molto pesante nei confronti di omosessuali tanto da spingere alcune persone al suicidio, non posso che ringraziare il cielo per la mia situazione.

Ciononostante vivo fondamentalmente male; a volte mi sento oprresso in maniera insopportabile. La cosa che più mi spaventa è il fatto di

dover fare coming out. A chi? Quando? I miei genitori non saranno i primi a saperlo, su questo non c’è dubbio. Ma un giorno o l’altro dovrò dirlo, specialmente considerata la mentalità aperta dei miei, che so che mi accetterebbero senza problemi. In famiglia c’è un clima molto disteso per quanto riguarda la sessualità. Mia sorella ad esempio nel parlare di un suo conoscente fa: "davide si è messo con una gran bella ragazza. Il ragazzo con cui stava prima (riferendosi sempre a davide) è andato a studiare a milano" Così, senza fare tutto quel giro di parole che qualsiasi altro avrebbe fatto, senza specificare che prima stava con un maschio,e quindi senza etichettarlo come bisessuale. Anche mia mamma e mio papà si sono sempre dimostrati aperti su queste cose, quindi non dovrei aver nulla da temere.

Eppure io sono spaventato, terribilmente spaventato dall’idea di dirlo a qualcuno, specialmente a loro. Ho il terrore che a parole siano così, ma che poi di fatto si dimostrino un pò meno aperti; ho paura che qualcosa di essenziale cambi, naturalmente in peggio.

No, al momento non riuscirei a dirlo a nessuno. In fondo l’ho detto a me stesso solo un paio di mesi fa, so che dovrei cercare di prendere tutto con più calma prima di pensare a dirlo ad altri, so che dovrei semplicemente essere meno precipitoso, non pensare così incessantemente al futuro, ma io mi sento assolutamente pronto, nonostante la mia giovane età, a dare e ricevere amore; io voglio innamorarmi, e so che per me sarà sempre e comunque molto più difficile che per un ragazzo etero. So che, sebbene al momento non lo sia, se mi innamorassi partirei inevitabilmente svantaggiato. E’ tristissima la condizione di diverso già adesso che nessuno sa di me, figuriamoci se tutti conoscessero questo lato di me…. eppure per trovare una persona devo per forza fare coming out a qualcuno, altrimenti rimarrò per sempre in questa gabbia insopportabile.

Chiedo scusa per la scarsa coesione XD. Per me qualsiasi parola di conforto sarebbe veramente preziosa.

Luca
[e-mail pubblicata su autorizzazione dell’autore, il cui nome è stato modificato per motivi di privacy]

Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:
http://progettogay.forumfree.net/?t=32988405

GAY SPOSATI

Questo post è dedicato ai gay sposati. Lascerò quindi da parte tutte le considerazioni legate all’orientamento sessuale relative ai ragazzi che hanno una vita sessuale etero a livello di coppia mentre hanno una vita sessuale tipicamente gay a livello di masturbazione, perché queste considerazioni hanno un senso importante prima che si arrivi al matrimonio. Partirò qui proprio dalla situazione dei gay sposati, così come mi si è presentata attraverso le chat con persone che vivono in questa condizione.

La totalità (o quasi) dei gay sposati arriva al matrimonio con la piena consapevolezza di essere gay. Si tratta di ragazzi che si sono masturbati per anni in modo esclusivo con fantasie gay, cioè pensando ai ragazzi, che spesso hanno vissuto esperienze sessuali con altri ragazzi anche dopo 15/16 anni e addirittura in età adulta, dopo i 20 anni, e hanno ritenuto queste esperienze come cosa che “tutti fanno” (compresi gli etero) e quindi non indicativa di un orientamento gay, anche se in realtà il coinvolgimento di un ragazzo gay in una seduta di masturbazione in gruppo è molto diverso da quello di un ragazzo etero. Tutto questo, tralasciando episodi apparentemente minori, come lo sperimentare l’erezione in presenza di certi ragazzi o il desiderare di vederli nudi negli spogliatoi delle palestre o delle piscine.

La pressione verso l’eterosessualità esercitata dall’ambiente su questi ragazzi è stata così forte da portarli a contenere a livello di masturbazione le loro pulsioni gay e ad orientarsi contemporaneamente verso un sesso di coppia di tipo etero.

In genere quando un ragazzo che subiste una forte pressione sociale in senso etero, pur essendo gay, cioè pur essendo orientato nella sessualità libera (che si manifesta nella masturbazione) verso altri ragazzi, sperimenta per la prima volta un rapporto sessuale con una ragazza la sua reazione non è affatto negativa e, qualunque sia il livello di coinvolgimento sessuale nel contatto con la ragazza (anche minimo) quel rapporto sessuale diventa il segno tipico che “il problema gay è superato”. Un gay è un gay, non un impotente e, specialmente quando ha vissuto per anni in situazione di sostanziale privazione sessuale, se si trova vicino ad una ragazza innamorata di lui, in una situazione che lo spinge a un rapporto eterosessuale che ha per lo meno delle caratteristiche di intimità e di calore non superficiale, può arrivare benissimo ad avere un rapporto eterosessuale in qualche modo soddisfacente. È evidente che un rapporto del genere non ha nulla a che vedere con l’espressione della sessualità libera di quel ragazzo che, magari sentendosi tremendamente in colpa continuerà “episodicamente” a masturbarsi pensando ai ragazzi, oppure finirà per reprimere totalmente la sua sessualità libera forzandosi a mettere da parte del tutto la masturbazione nella convinzione che masturbazione = omosessualità.

I primi rapporti etero di un ragazzo gay lo portano all’idea di avere finalmente superato la “fase gay” e di avere trovato una “sessualità matura”. Spesso, per questi ragazzi, la paura che le pulsioni gay tornino prepotentemente a farsi sentire costituisce una spinta ad intensificare i rapporti eterosessuali e ad andare al matrimonio in tempi rapidi. È l’idea tipica: “Lei mi ha salvato dalla omosessualità”, oppure: “Se mi sposo e posso avere rapporti sessuali con lei tutti i giorni non penserò più alla masturbazione e i miei impulsi gay spariranno”. Spesso dunque i ragazzi gay che vanno verso il matrimonio vivono periodi di intensa attività eterosessuale, che tuttavia è caratterizzata da un senso di ambiguità profonda perché nella quasi totalità dei casi, questi ragazzi, anche facendo l’amore ogni giorno con le loro ragazze (o con le loro giovani mogli, se le hanno già sposate) non parlano mai con le loro compagne dei loro problemi di orientamento sessuale. Con le mogli, in linea di massima, almeno per alcuni anni dopo il matrimonio, i mariti gay non accennano neppure al problema della omosessualità, non esiste quindi una vera comunicazione interpersonale profonda tra marito e moglie, che hanno tra loro contatti sessuali quotidiani ma senza un livello adeguato di fiducia e di comunicazione reciproca.

In una percentuale di casi intorno al 10%, il ragazzo parla alla ragazza apertamente dei suoi dubbi circa la sua omosessualità, dubbi che vengono automaticamente sottovalutati dalla ragazza, che avendo una sessualità etero è portata a pensare che il suo ragazzo, per il solo fatto che fa sesso con lei, non possa che essere etero. In genere una ragazza teme più l’infedeltà del suo ragazzo con un’altra ragazza che il fatto che il suo ragazzo sia gay. In alcuni casi la ragazza pensa di poter riorientare sessualmente il suo ragazzo verso una eterosessualità esclusiva “coccolando sessualmente” in modo esasperato il suo ragazzo, con il risultato di provocare una reazione di rigetto molto rapida e secca. Questo atteggiamenti “da crocerossina dell’amore” sono avvertiti dai ragazzi come aggressivi e non rispettosi nei loro confronti.

Nelle situazioni sopra descritte, la ragazza resta comunque convinta della sostanziale eterosessualità del ragazzo ma, in qualche caso almeno (casi rari ma non sporadici) la ragazza ha invece la piena consapevolezza del fatto che il suo compagno è gay e lo accetta come tale, ossia la ragazza accetta coscientemente per amore di restare vicino al suo ragazzo senza nessun contatto sessuale o con contatti sessuali limitati solo alla finalità di concepimento dei figli, che possono essere esplicitamente voluti e desiderati anche dal ragazzo gay. Questi atteggiamenti che hanno qualcosa di eroico (in un certo senso almeno) sono legati al fatto che la solitudine di ciascuno dei due coniugi rispetto all’esterno è così forte che essi, per sopravvivere, devono legarsi una specie di simbiosi strettissima. Va sottolineato che quando un abbraccio è troppo stretto e troppo duraturo rischia di togliere il respiro. In situazioni come quella descritta la dipendenza reciproca è fortissima ed è sentita come un vincolo che prima o poi finisce per diventare costrittivo. Ci sono coppie, e ne ho conosciute alcune, che si sposano coscientemente solo per avere figli, e ci sono casi (e ne ho visti alcuni esempi) in cui una moglie eterosessuale aiuta il marito gay a vivere come un gay, atteggiamento nel quale tuttavia i confini tra piacere e sofferenza sono assai labili. In tutti questi casi però, circa il 15-20% del totale dei gay sposati, tra marito e moglie esiste comunque un colloqui franco e quantomeno un rapporto di amicizia e di stima reciproca.

Quando un ragazzo gay sposa una ragazza etero e non hanno figli i problemi connessi alla eventuale separazione sono soprattutto di natura sociale e patrimoniale. Spesso un ragazzo gay accetta di stare con un ragazza escludendo nella sua mante la prospettiva di avere figli e quando si rende conto che quella prospettiva per la moglie è essenziale, vive il matrimonio come una forma di imposizione. Quando i figli ci sono il problema del rapporto tra un gay sposato con la sua omosessualità è estremamente più delicato. L’emergere di una tendenza omosessuale è vissuto da un uomo gay che ha figli come un qualcosa che può compromettere il rapporto con i figli e i sensi di colpa possono essere molto profondi. Conobbi mesi fa un signore 49enne, che tuttavia non aveva mai avuto una percezione cosciente della sua omosessualità, si tratta cioè di una eccezione nel campo dei gay sposati, che aveva un figlio di più di 20 anni e che si era accorto di provare interesse sessuale per un suo collega di lavoro. Quando questo signore mi ha contattato nelle sue parole si percepiva un’angoscia profonda, dovuta al fatto che non aveva mai sospettato di poter essere gay ed era terrorizzato dall’idea, perché le sue conoscenze sui gay erano ferme alla lettura dei giornali e ad atteggiamenti tipici dei mass media. Questo signore, che ho avuto modo di risentire più volte, amava sinceramente la moglie e il figlio ed è arrivato a parlare apertamente sia con la moglie che con il figlio che la cosa l’hanno accettata e, paradossalmente, questa forma di sincerità ha rinsaldato i legami familiari. Quel signore ha accettato di vivere la sua sessualità come cosa privatissima esclusivamente a livello di masturbazione e di fantasia, rinunciando totalmente all’idea di cercarsi un compagno e come si dice in situazioni del genere di “rifarsi una vita”.

La soluzione potrà sembrare una soluzione di compromesso ai gay che non sono masi stati sposati e che non hanno mai avuto una loro vita effettiva familiare etero soddisfacente, ma per quel signore le scelte radicali avrebbero comportato un taglio violento con la vita precedente e avrebbero avuto scarsissime prospettive di sfociare nella realizzazione di una vita vicino ad un altro uomo.

Nella maggior parte dei casi tuttavia le situazioni familiari dei gay sposati sono del tutto diverse e assai più pesanti. La mancanza di sincerità sul problema della omosessualità comporta l’istaurarsi di una serie di rapporti formali e sotto di essi di una serie di conflitti, la vita affettiva diventa col tempo, una specie di recita o di atto dovuto. Con la moglie, se lei richiede una intimità sessuale frequente, i gay sposati finiscono per fingere, cosa che comporta in genere molti problemi, come la mancanza di erezione che può preoccupare la moglie ma non preoccupa il marito che sa benissimo che nella masturbazione con fantasie gay l’erezione c’è eccome. Questi problemi toccano la sfera della intimità sessuale della coppia e possono essere dirompenti. In genere, all’inizio un ragazzo gay sposato cerca di reprimere la propria omosessualità ma col passare del tempo questo tentativo risulta inutile e l’illusione di eterosessualità si trasforma in una finzione di eterosessualità. Le pulsioni gay si rafforzano mano a mano che il rapporto con la moglie si deteriora.

È doveroso che io spezzi qui esplicitamente una lancia a favore delle mogli che spesso sono del tutto ignare della vera motivazione del deteriorasi del rapporto con i mariti e che vivono, anche loro, dei momenti veramente difficili. In sostanza, anche se se i loro mariti hanno agito in buona fede o comunque non rendendosi conto realmente di che cosa avrebbero provocato col matrimonio, queste donne sono state indotte in errore circa la vera identità sessuale dei loro mariti, i quali, peraltro, erano anch’essi confusi sulla faccenda. Resta il fatto che a un certo punto, una donna che ha sposato un gay senza averne consapevolezza, avverte che i rapporti con il marito sono sostanzialmente congelati, i rapporti sessuali sono del tutto assenti, il dialogo manca del tutto, almeno sulle questioni importanti, e il matrimonio è in crisi. Quando poi ci sono i figli il problema diventa di difficile gestione, perché in caso di separazione c’è il problema dell’affidamento che crea conflitti ulteriori tra marito e moglie che si risolvono spesso in tribunale.

Come vive la sua sessualità un gay sposato che ha superato la fase (che in molti casi non esiste nemmeno) dell’illusione di essere etero? Qui le risposte sono le più varie:

1) Il marito, abituato alla repressione sessuale fino a recitare la parte dell’eterosessuale, si limita a vivere una sessualità gay a livello di masturbazione e di siti porno trovati in internet. Situazioni del genere, sono al limite compatibili con il mantenimento in vita del matrimonio, almeno a livello formale, là dove si sono figli, perché l’aspetto esterno della famiglia non cambia. Spesso è proprio questo lo stato di fatto al quale si fermano le cose. I mariti possono arrivare su Forum come quello di Progetto Gay o su siti gay seri e limitarsi a cercare lì dei rapporti di amicizia in chat e a distanza con altri gay, spesso anch’essi sposati. Questa soluzione permette ad un gay sposato di trovare una valvola di sfogo che gli consente di parlare apertamente dei suoi problemi e di trovare anche delle risposte serie. È ovviamente una soluzione di compromesso, ma in situazioni come quelle nella quali vive un gay sposato e con figli è una situazione per molti aspetti accettabile, poiché si tratta nella maggior parte dei casi di uomini non più giovani e del tutto privi di conoscenze circa la vera vita dei gay. Va tenuto presente che per un uomo non giovane le possibilità di trovar un compagno “serio” (cioè non l’esperienza di una notte [rischio aids!]) non è molto alta e per di più ben pochi gay sarebbero disponibili a costruire un rapporto affettivo stabile e serio con un uomo che ha una famiglia, ha dei figli e quindi ha una serie di altri legami affettivi molto forti.

2) Il marito pensa di dover riguadagnare il tempo perduto cercando un compagno col quale vivere la sua affettività e la sua sessualità. In situazioni del genere, se il gay sposato è ancora trentenne o poco più, si ricreano le condizioni della cosiddetta “fase frenetica” della sessualità di quanti si scoprono gay o liberano finalmente la loro sessualità gay ad un’età ormai pienamente adulta. Questi ragazzi non si accontentano di masturbarsi guardando un sito porno ma si iscrivono a chat erotiche e a siti incontri, dando credito all’idea che il problema del trovare un compagno sia in realtà un problema che si può risolvere facilmente “dandosi un po’ da fare”. Tramite la chat si arriva agli incontri sessuali, spesso anche a rischio aids, perché un frequentatore di siti di incontri può avere anche oltre 100 partner diversi in un anno! A parte il rischio aids gli incontri sessuali occasionali generano dopo le prime volte senso di disgusto e di frustrazione. Non ne segue però una razionalizzazione dei comportamenti ma solo la ripetizione di altri tentativi con altri partner. Sottolineo che in queste situazioni la dimensione affettiva, che è essenziale nella vita emotiva e sessuale di un gay, è praticamente del tutto assente. Dopo un po’ di pratica della chat erotiche e dei siti di incontri subentra una fase depressiva che a seconda dell’età può essere più o meno pesante.

3) Esiste tuttavia una terza via seguita dai gay sposati verso la loro identità gay, ed è una via che si percorre in due. Premetto che la realizzazione concreta di questa terza via, che è quella della “amicizia amorosa”, non è frutto di una iniziativa individuale, ma è connessa all’idea che si sia in due a livello profondo, cioè che esista una “reciprocità affettiva originaria” e che si crei un vero e proprio rapporto di amicizia affettuosa, sul quale può inserirsi anche una dimensione sessuale esplicita. Dato che i gay sposati che arrivano a mettere in crisi il matrimonio non sono giovanissimi e sono dei gay non solo non dichiarati ma dichiaratamente etero, per loro l’idea di vivere la loro sessualità e la loro affettività in una dimensione strettamente privata è fondamentale. Nei siti di incontri e nelle chat erotiche c’è spesso gente che non ha troppi problemi a dichiararsi gay, a frequentare locali gay e a farsi vedere in giro con compagni dichiaratamente gay. Cose del genere imbarazzano molto un gay sposato, per il quale dunque l’opzione dell’amicizia amorosa resta nella sostanza in assoluto la più desiderabile. Se quell’amicizia è vissuta con molta discrezione permette di mantenere in piedi il matrimonio almeno a livello formale e in alcuni casi anche le mogli non sono di principio contrarie a soluzioni del genere che permettono di conservare tra il padre gay ed i figli un rapporto stabile evitando di mettere a rischio la loro crescita emotiva. Ho visto, in circa il 30% dei casi, lo sviluppo di un’amicizia amorosa tra un gay sposato e un suo amico, anch’egli gay e non dichiarato. Questi rapporti anche se avvengono tra uomini pienamente adulti hanno la freschezza e la genuinità dei primi contatti affettivi tra adolescenti, permettono ai due partner di vivere una dimensione effettiva profonda e di integrare la sessualità con momenti di intimità non sessuale, legati al dialogo totalmente sincero e all’apertura ad una fiducia reciproca senza restrizioni, cose tutte che hanno un valore enorme che aiuta a non banalizzare il rapporto sessuale.

Per il momento mi fermo qui. Attendo altri input dai lettori per poter allargare e approfondire il discorso. Sottolineo che dai siti statistici si rileva la presenta costante di lettori che usano su Google chiavi di accesso a Progetto Gay come ”gay posati”. Il problema esiste e non è statisticamente irrilevante come si crede.

Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta nel Forum di Porgetto Gay:
http://progettogay.forumfree.net/?t=32958134

CORAGGIO E PAURA GAY

Parlando in chat con molti ragazzi gay osservo piuttosto spesso che quanti fanno fatica ad accettarsi come gay, in buona sostanza, finiscono per concentrarsi sulla dimensione soggettiva dell’essere gay e per trascurare, talvolta pericolosamente gli aspetti oggettivi che sono invece quelli potenzialmente più pericolosi.

Provo a fare una rapida sintesi degli elementi più ricorrenti. Un ragazzo gay che non si accetta:

1) Manca del tutto, nella grande maggioranza ei casi, di informazioni serie circa la vita reale degli altri ragazzi gay, in buona sostanza non sa con esattezza che cosa sta rifiutando e si fa spaventare dalla comune visione dell’essere gay in chiava patologica. In sostanza il rifiuto dell’identità gay deriva proprio dal non avere alcuna idea concreta di che cosa significhi essere gay, di come vivano realmente gli altri ragazzi gay, di quali siano le reali potenzialità di vita affettiva che si prospettano ad un ragazzo gay.

2) È portato a pensare che essere gay sia una questione legata soprattutto alla pratica della sessualità concreta trascurando in notevole misura e addirittura del tutto la dimensione affettiva della omosessualità che resta così ridotta a una realtà apparentemente più marginale e controllabile da parte della volontà.

3) Si ritiene “unico” e il confronto con i suoi amici etero non fa che incoraggiarlo in questa valutazione. Mi capita molto spesso di sentirmi raccontare episodi che sono assolutamente tipici dei ragazzi gay come se si trattasse di cose assolutamente uniche segno di una qualche “perversione” o patologia. Classico è il caso delle storie dei ragazzi gay frequentatori di piscine o di palestre che considerano “eccessivo” (patologico) sentirsi fortemente attratti da un bel ragazzo che hanno visto nudo nelle docce e altrettanto classico è il caso delle esperienze sessuali in età preadolescenziale. Molti ragazzi parlano di queste cose come se fossero capitate soltanto a loro anche se in realtà si tratta di sentimenti e di esperienze comuni praticamente a tutti i ragazzi gay e spessissimo anche ai ragazzi etero.

4) Ha problemi con la masturbazione e tende a reprimerla, a limitarla, o a ridurla a puro esercizio fisiologico, privandola delle fantasie masturbatorie a forza di volontà, proprio perché la masturbazione lo induce a rendersi conto del suo orientamento gay.

5) Sviluppa sensi di colpa legati alla sessualità in quanto ritiene che siano “normali” alcuni comportamenti ed alcune “fantasie sessuali” mentre ritiene che altre siano “perverse”. L’identificazione del “perverso” è condotta sulla base del sentito dire e delle opinioni comuni. La categoria del “perverso” tende ad allargarsi fino a ricomprendere quasi tutte le fantasie sessuali. Il rifiuto radicale della omosessualità è mascherato sotto forma di rifiuto delle “perversioni” lette in chiava patologica. Per questi ragazzi, in sostanza, l’interpretazione della omosessualità come psicopatologia è ancora viva e invade prepotentemente la scena.

6) Tende a giustificare le proprie pulsioni sessuali, vissute come patologiche, in chiave di malattia “congenita”, contro la quale il singolo non può nulla. Classiche sono affermazioni del tipo; “Non ci posso fare nulla se sono così, non è colpa mia!” In cui l’essere gay è anche verbalmente associato, come tale, all’idea di colpa.

7) Tende a dare al sacrificio della sua sessualità un valore grandissimo, come scelta spiritualmente qualificata. Classica è la promessa di non masturbarsi come segno di “cambiamento di vita” o come rinuncia religiosamente fondata. In alcuni casi la promessa di non masturbarsi è considerata come il corrispondente di un particolare favore del cielo in materie di valore molto variabile, da cose serissime fine fino a cose di valore opinabile:

a) “Se mio padre guarisce non mi masturbo più“

b) “Se il mio amico mi vorrà bene io non mi masturberò più”

c) “Se l’Italia vince il mondiale non mi masturbo più”

Si tratta in realtà di tentativi di sacrificare la propria identità gay emergente nella masturbazione, leggendo la cosa in chiave positiva. È ovvio che queste promesse, assolutamente incongrue, non possono essere mantenute e ne consegue uno stato di frustrazione profonda. Talvolta il rifiuto della masturbazione si manifesta nella limitazione della sua frequenza o nel non condurla fino all’orgasmo. Il vero problema di questa supervalutazione degli elementi psicologici legati alla masturbazione consiste nell’allontanamento del ragazzo da una idea seria della morale. La morale sessuale consistente nel rifiuto della masturbazione diventa “La” morale per eccellenza, questo comporta una chiusura su di sé e rispetto al mondo esterno.

8 ) Manifesta dubbi circa il suo orientamento sessuale e quando lo accetta tende a manifestare dubbi circa la sostanziale perversione della sua sessualità che finisce per “dover” avere qualcosa di patologico.

Per esperienza diretta, devo sottolineare che, i ragazzi che non si accettano, quando superano il rifiuto del confronto e vengono a contatto con persone gay attendibili, non dimostrano alcuna chiusura e alcuna ritrosia a manifestare i propri dubbi e a parlare di sé in modo serissimo. Direi che, superata la barriera del rifiuto, in sostanza, questi ragazzi entrano in un’altra fase che rappresenta per loro allo stesso tempo un’esperienza attraente e sconvolgente. Cominciano a vedere da vicino il loro vero mondo. Non si deve pensare che questi momenti siano di tranquillità e di liberazione, si tratta in realtà di momenti di vero sconvolgimento di quasi tutti i parametri di vita precedenti, che possono provocare reazioni emotive violente e fortemente oscillanti tra un tono entusiastico e un tono nettamente depresso, tra momenti di fiducia totale e momenti (transitori) di radicale diffidenza. Chi non ha mai conosciuto persone gay affidabili ed ha appena superato il rifiuto del dialogo non si trova automaticamente a suo agio, ha bisogno di saggiare il terreno. Tuttavia i momenti comunicativi, che sono in assoluto prevalenti, dimostrano che in genere i ragazzi che vivono in prima persona queste cose non cercano informazioni o risposte razionali ma cercano una risposta affettiva, ossia cercano attenzione e rispetto, hanno in fondo per la prima volta nella vita la possibilità di essere capiti ed accettati per quello che sono realmente ma nello stesso tempo provano un senso di insicurezza totale che sfocia nelle necessità di punti di riferimento e più che altro di persone di riferimento. Queste forme di dialogo hanno una dimensione di sincerità e di immediatezza assolutamente unica. La cose che mi sento chiedere più frequentemente è “Dimmi tutto quello che pensi senza nessuna restrizione, io voglio sapere!” Quando un incontro avviene sulla base di una sincerità reciproca assoluta non può non avere un valore affettivo importante.

Nei momenti di forte reazione emotiva, questi ragazzi hanno bisogno di rassicurazioni su molte cose che si presentano ai loro occhi come incognite ed oscure. Provo ad elencare le più tipiche.

1) Cercano innanzitutto una rassicurazione personale, cioè un apprezzamento di sé come persona, apprezzamento che non può mancare, quanto meno per lo sforzo di sincerità che ha costi emotivi altissimi. A questi ragazzi non interessa una rassicurazione generica, buona per tutti, ma proprio un apprezzamento della loro persona in riferimento al loro vissuto concreto. Spesso, alle formule di apprezzamento generico seguono da parte loro delle puntualizzazioni che tendono a sottolineare i lati deboli della loro personalità o alcuni comportamenti ai qual associano ansiosamente dei sensi di colpa. La rassicurazione viene accettata come seria solo se tiene presenti effettivamente anche tutti gli elementi che il ragazzo intende come negativi, altrimenti è considerata una formalità, cosa che mina il rapporto di fiducia. Quando il contatto che si crea è autentico, è fondamentale che non sia soggetto al rischio di dissolversi per ragioni banali. Inevitabilmente, nei colloqui che durano molte ore, prima o poi, si arriva a dei momenti di dissonanza, tuttavia, se il contatto è serio, quei momenti di dissonanza si risolvono e il rapporto ne esce ulteriormente consolidato. Nulla stabilizza un rapporto di fiducia reciproca come il rendersi conto che non potrà essere distrutto da cose banali. In altre parole la sensazione di solidità di un rapporto di fiducia reciproca contribuisce a creare una dimensione affettiva seria.

2) Cercano rassicurazioni circa il fatto che gli altri ragazzi vivono esperienze analoghe alle loro e che quelle esperienze sono “esperienze gay” e non il risultato di una qualche patologia mentale. Si tratta della necessità di inquadrarsi e di interpretarsi, per la quale essere gay è comunque meglio che essere esemplari unici non interpretabili se non in chiave patologica.

3) Cercano rassicurazioni circa il fatto che la loro vita per il fatto di essere la vita un ragazzo gay non sarà comunque condannata alla solitudine ma potrà realizzare una dimensione affettiva vera e profonda. È fondamentale, per un ragazzo che si sta accettando, rendersi conto che i suoi sogni repressi, non solo non devono essere repressi, ma possono essere anche perseguiti e realizzati.

In molti casi un approccio non corretto al problema dell’accettazione della identità gay può complicare molto la situazione. I gay nel corso dei decenni hanno sviluppato una vera cultura gay che ha elaborato, ad esempio, meccanismi e comportamenti coscienti di difesa e di ricerca di un compagno che sono “tipicamente gay”, come le questioni legate al coming out che nel mondo etero non esistono affatto o quelle legate all’incertezza circa l’orientamento sessuale del ragazzo di cui ci si innamora, o al rapporto tra l’essere gay e la religione. In tutte queste cose, pur nella variabilità individuale, esiste una risposta tendenziale piuttosto uniforme tra le persone gay.

Quando un padre capisce di avere un figlio gay, nella quasi totalità dei casi non è capace di comprendere che cosa questo significhi. L’accettazione “razionale” e non emotiva di un figlio gay da parte del genitore che, magari in piena buona fede, contribuisce a far vivere al figlio l’identità gay come una condizione patologica, può creare molti falsi problemi che, anche se falsi, sono cionondimeno problemi ansiogeni.

Vorrei insistere su un punto: l’accettazione emotiva, affettiva, d’impeto, non razionale, di un ragazzo gay da parte dei genitori, cioè l’accettazione che si manifesta con un abbraccio caldo e sentito, è una spinta estremamente positiva verso la risoluzione dei problemi di accettazione della omosessualità anche livello individuale, mentre le risposte razionali, più fredde e distaccate, contribuiscono a destabilizzare un ragazzo nel suo percorso di accettazione. Al limite, è forse preferibile un atteggiamento esplicito di rifiuto, che spinge un ragazzo verso la sua autonomia, che un atteggiamento razionale che maschera o agli occhi del figlio sembra mascherare un rifiuto sostanziale. Accettazione vera significa accettazione emotiva e affettuosa del figlio.

Quando un genitore, sulla scorta delle migliori intenzioni, volesse fare qualcosa per il figlio gli mancherebbe comunque la possibilità di essere una guida del figlio nella sua vita gay. Perché si può imparare che cos’è la vita di un ragazzo gay solo da altri gay. È per questo che il primo contatto di un ragazzo che non si accettava con l’ambiente gay ha un valore enorme, perché lo avvicina al modo gay di vedere la vita, cosa che non può fare un genitore e nemmeno uno psicologo che non conosce il mondo gay dall’interno.

Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta sul Forum di Poprgetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=17&t=62&start=0