GAY E SESSUALIZZAZIONE DELL’AFFETTIVITA’

Dedico le pagine che seguono alla sessualizzazione dell’affettività da parte dei gay e all’evoluzione affettiva di un rapporto nato esclusivamente sessuale. Lo spunto mi è stato offerto da una chiacchierata in chat nella mattinata di oggi, che mi ha fatto riflettere molto.
L’affettività è una caratteristica innata non solo degli umani ma anche di moltissimi animali, è un meccanismo relazionale essenziale alla convivenza e non solo tra individui della stessa specie.
L’affettività ha due aspetti, che sono tipici di tutti i meccanismi relazionali:
1) la manifestazione dell’esigenza affettiva, che consiste nell’inviare messaggi di disponibilità o di richiesta, che possono o meno essere indirizzati a specifici individui;
3) la risposta all’esigenza affettiva altrui, che è per sua natura strettamente individuale.
Quando l’individuo che ha manifestato l’esigenza affettiva accetta la risposta affettiva altrui, si crea una relazione affettiva, cioè uno speciale legame tra i due individui che viene incontro alle esigenze di entrambi. Le relazioni affettive possono consolidarsi e ampliarsi quando il legame è stabilizzato e diviene una forma di confidenza, ossia di fiducia reciproca o di reciproco affidamento. Tra un uomo e un cane si può creare un rapporto affettivo importante proprio sulla base di questi meccanismi, tra umani la sfera dell’affettività ha degli aspetti con una forte componente biologica, come nei rapporti madre figlio, e degli altri in cui la risposta affettiva si costruisce sulla base di affinità di carattere culturale, comportamentale, o sulla base di analogie del vissuto individuale.
La ricchezza delle relazioni affettive, da quelle familiari, a quelle amorose, a quelle con animali domestici, aumenta il livello di gratificazione individuale e di autostima, riduce l’aggressività e il senso di frustrazione, allontana il rischio di depressione e favorisce l’integrazione sociale a tutti i livelli.
Lo sviluppo dell’affettività è un fenomeno molto complesso. Bisogna imparare a comprendere e a manifestare i propri bisogni affettivi e a decodificare le manifestazioni delle esigenze affettive altrui. Lo sviluppo dell’affettività è essenzialmente imitativo. Un bambino che vede i genitori scambiarsi affettuosità non si sente bloccato nell’espressione delle sue esigenze di contatto fisico e inquadra l’affettività in una dimensione di normalità. Il bambino che non vede scambi affettivi tra i genitori e al quale si insegna a controllare la propria emotività finisce per considerare l’affettività come un elemento di debolezza da tenere sotto controllo.
E qui entra in gioco un elemento che rende l’educazione affettiva di un ragazzo gay diversa da quella di un ragazzo etero.
Le manifestazioni delle esigenze affettive legate alla sfera sessuale sono in genere indirizzate verso individui ben precisi. Un ragazzino preadolescente, che indirizza le manifestazioni delle sue esigenze affettive verso una ragazza, è in genere incoraggiato, o almeno non represso, e in questo modo intende lo sviluppo spontaneo della sua affettività verso una ragazza come una cosa normale, che non deve essere frenata.
Per un ragazzino preadolescente gay le cose sono molto diverse, molti messaggi, fin dalla più tenera età, lo mettono sull’avviso che manifestare un interesse affettivo verso un ragazzo è cosa da non fare, una cosa ritenuta socialmente riprovevole e che va evitata in ogni modo.
La repressione dell’affettività gay preadolescenziale può provocare un forte senso di frustrazione, un calo significativo dell’autostima e un netto crollo delle relazioni interpersonali. Questi sintomi sono indice di un tipico disturbo relazionale degli omosessuali. Ovviamente non è l’omosessualità la causa del disagio ma il fatto che le esigenze affettive di un ragazzo omosessuale siano ignorate o addirittura represse.
La repressione dell’affettività omosessuale, che non può essere sostituita con quella eterosessuale, determina una progressiva chiusura affettiva. I ragazzi si concentrano su se stessi, tendono a considerare il disagio comunicativo come una loro caratteristica e nello stesso tempo interiorizzano i valori sociali comuni e covano contro di essi un profondo risentimento. La sessualità, per loro, più che interattiva e interpersonale è solitaria e masturbatoria e si concretizza nel consolidamento di un insieme di fantasie-desideri, quasi del tutto prive di risconti esterni. Talvolta la masturbazione diventa quasi compulsiva in quanto unico surrogato di un’affettività preclusa. L’esperienza della sessualità gay condivisa, quando c’è, è priva delle componenti affettive, non tende a creare un rapporto interpersonale ma ad esaurirsi nella concretizzazione più o meno soddisfacente delle fantasie erotiche individuali.
Accade però, talvolta, che alcuni rapporti, nati come esclusivamente sessuali, finiscano per diventare almeno una componente non episodica della vita e, non fosse altro che per questo, finiscano per assumere un valore tendenzialmente affettivo. Un ragazzo gay che trova un partner sessuale stabile finisce per condividere con lui la sua sessualità e per essere coinvolto in quella dell’amico. In queste situazioni la sessualità diventa gradualmente più disinibita perché i ragazzi hanno bisogno di farsi accettare per quello che sono realmente. In questo caso l’accettazione senza riserve della sessualità dell’altro, il non tirarsi indietro, il non negarsi, significa aprirsi all’altro, sforzarsi di capirlo nelle sue istanze più profonde e contraddittorie. In altri termini, dalla sessualità può nascere un rapporto molto più complesso, basato sulla certezza che l’altro non verrà meno. Non si tratta di una fedeltà, che avrebbe delle sue regole, ma di una disponibilità incondizionata che non viene meno neppure in situazioni in cui ci si sentirebbe sciolti da un obbligo di fedeltà. Dall’esterno il collante di questi rapporti sembra essere la sessualità, ma nella sostanza è l’accettazione dell’altro “senza riserve”, a partire dalla sessualità. In situazioni del genere si può parlare di sessualizzazione dell’affettività.
Parlare di accettazione dell’altro “senza riserve” significa usare formule semplici per cose che in realtà non sono affatto semplici da accettare e da gestire. La trasformazione di un rapporto originariamente soltanto sessuale in un rapporto che comporta l’accettazione integrale dell’altro suscita spesso perplessità e dubbi e richiede una forma particolare di disponibilità e di rispetto ben al di là di un rapporto sessuale disimpegnato. Tuttavia, per un ragazzo gay che non ha avuto modo nell’infanzia o nella preadolescenza di sviluppare la propria affettività, il recupero dell’affettività tramite la sessualità è una delle poche strade possibili per superare il disagio comunicativo. La sessualità compulsiva è spesso la manifestazione di un bisogno affettivo profondo. Va sottolineato che si tratta di coppie di ragazzi gay, che proprio in quanto entrambi gay, vivono un rapporto in cui gli ostacoli di tipo sociale alla comunicazione sono di fatto ampiamente rimossi. Il rapporto che si crea è evolutivo ma non è affatto detto che percorra tutti gli stadi, fino alla reale accettazione dell’altro “senza riserve”. Il rapporto in genere si interrompe o si banalizza quando se ne smarrisce la dimensione affettiva.
Vorrei insistere che in queste situazioni il sesso non è solo sesso o meglio, una richiesta di sesso non è solo una richiesta di sesso ma è una richiesta di accettazione “senza riserve”. Non è certo facile che un rapporto nato come esclusivamente sessuale si trasformi nel tempo in qualcosa di stabile, capace di far crescere una componente affettiva, ma è comunque possibile.
Aggiungo un altro elemento importante: il sesso è anche un diversivo, nel senso che serve a mantenere un rapporto ma nello stesso tempo concentra l’attenzione su un elemento che potrebbe non essere al momento quello critico e la allontana dai veri elementi critici che spesso sono legati a frustrazioni nello studio o nel lavoro, a bassa autostima, se non a momenti di vera depressione. La dimensione affettiva di un rapporto sessuale si manifesta quando si va oltre la dimensione sessuale, sostanzialmente scontata, e si riesce a parlare apertamente delle proprie frustrazioni profonde. Quando il sesso cede a un dialogo sugli argomenti che più ci condizionano, il livello comunicativo sale, sale la sensazione di essere capiti senza essere giudicati e si sperimenta un’altra forma di gratificazione, questa sì tipicamente affettiva.
È proprio attraverso questi episodi che l’affettività cresce e diventa un elemento di stabilizzazione della persona oltre che del rapporto. Aggiungo che attraverso la conoscenza della frustrazioni del partner si impara a conoscerlo meglio, a capire che i suoi momenti di crisi non sono stranezze immotivate e che le sue reazioni sono modulate da un vissuto che può essere molto complesso e contraddittorio. La sessualità, in questi casi diventa una porta di accesso al complesso della personalità del partner. Così, passo dopo passo, una relazione sessuale evolve verso forme di amicizia affettuosa in cui il sesso è una delle componenti di una relazione molto più complessa e forte. Pian piano ci si abitua all’affettività nell’ambito di una relazione gay e si vivono in età adulta le esperienze affettive che non si sono vissute nell’infanzia o nella preadolescenza.
Bisogna sottolineare che lo sviluppo dell’affettività a partire dalla sessualità non è un fenomeno lineare, i momenti di apertura si alternano a momenti di frustrazione o di delusione e talvolta, nonostante la buona volontà, si arriva al limite di rottura e l’esperienza finisce miseramente, ma quando il rapporto ha una qualche solidità non si arriva al limite di rottura, ci si ferma prima, si arriva ad alzare i toni, ad avanzare recriminazioni ma lasciando sempre la porta aperta per soluzioni non definitive. Solo quando esiste una vera fiducia reciproca si arriva a sopportare le fasi negative (banalizzanti o addirittura aggressive) del rapporto, nella speranza e sostanzialmente nella certezza che la fase negativa lascerà il posto ad un vero arricchimento affettivo della relazione. L’evoluzione affettiva di una relazione sessuale può essere profondamente stressante e può mettere pesantemente alla prova i partner. L’evoluzione è lenta, talvolta si trasforma in una recessione, ma alla lunga apre prospettive inizialmente del tutto inattese.
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EDUCAZIONE DEGLI OMOSESSUALI SECONDO RAFFALOVICH

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi affronta il tema dell’educazione degli omosessuali.

Raffalovich è convinto che vi siano molti omosessuali che sono tali fin dalla nascita e che la loro omosessualità si manifesti molto precocemente, ben prima della pubertà. Se fosse possibile individuarli molto per tempo si potrebbe applicare loro un tipo particolare di educazione non repressiva che li guidi alla moderazione e all’autocontrollo, rendendo così un grande servigio sia a loro che alla società nel suo complesso.

Raffalovich, nel capitolo precedente, aveva rivendicato per gli omosessuali il diritto di avere una filosofia (che identificava in Platone) che non umiliasse la loro individualità ma mettesse in luce i valori positivi dell’omosessualità vissuta moralmente. Qui l’autore estende il concetto e sostiene che gli omosessuali, almeno gli omosessuali per nascita, hanno diritto ad un loro modello di educazione che, anche in questo caso, non ne schiacci l’individualità e faccia emergere come l’omosessualità di un individuo capace di autocontrollo sia una valore per la società.

Per molti omosessuali per nascita, l’educazione, così come essa era concepita nella seconda metà dell’800 (ed è spasso anche oggi), era il primo assaggio della repressione dell’esclusione sociale e in questo senso era nefasta per l’omosessuale e deleteria per la società. Secondo Raffalovich, l’educazione dell’omosessuale dovrebbe mirare e fargli vivere seriamente la sua omosessualità, allontanandolo dall’effeminatezza, dalla vanità e da tante altre manifestazioni che Raffalovich non considera positive.

Va sottolineato che per quelli che non sono nati omosessuali il discorso educativo è decisamente più complesso, perché qualsiasi tentativo di controllare l’educazione sessuale di un ragazzo può portare a risultati opposti rispetto a quelli sperati, in questo senso non sono consigliabili né l’eccessivo controllo, né la totale libertà.

Raffalovich è convinto che per molti ragazzi l’orientamento sessuale definitivo potrà essere determinato da situazioni imprevedibili e incontrollabili. In qualche modo prefigura il concetto di imprinting sessuale. Ovviamente nessun imprinting sessuale potrà modificare l’orientamento innato degli omosessuali o degli eterosessuali per nascita, ma l’imprinting avrà certamente un peso, a detta di Raffalovich un peso determinante, nel definire l’orientamento di quanti non hanno un orientamento innato.

Oggi i punti di vista di Raffalovich appaiono superati e la distinzione classica tra omosessualità innata e omosessualità acquista, sulla quale si fonda il discorso dell’autore, è stata sostituita da un approccio genetico-epigenetico che promette sviluppi molto interessanti in relazione alla comprensione della sessualità.
Due osservazioni di dettaglio possono avere ancora oggi una validità: 1) l’eccesso di pudore dei bambini, viso come segno molto precoce di possibile omosessualità, 2) la frequenza di coppie fratello-sorella entrambi omosessuali. Su quest’ultimo punto, in particolare, l’approccio di Raffalovich è meramente osservazionale ma coglie un elemento con delle basi oggettive che andrebbe approfondito.

Lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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L’educazione degli uranisti

Vorrei fare un appello agli psicologi, agli istitutori, a tutti coloro che hanno l’intelligenza e dispongono di una documentazione in proposito; l’inversione sessuale (non dico la perversione) diventerà uno dei problemi del futuro, è già abbastanza sorprendente oggi, e bisognerà conoscerla a fondo, comprenderla e, se non la si può contenere, bisognerà lottare con essa, nell’ attesa che le persone di esperienza, autorizzate a farlo, definiscano gli indici dai quali si possa capire che il ragazzo (modesto, prudente forse, oppure turbolento, franco o ipocrita, allevato bene e docile) è un invertito. I genitori naturalmente non si assumono questa responsabilità. E forse è una cosa buona, non avrebbero probabilmente più competenze delle persone incaricate di allevare i loro figli. Ma è strano preoccuparci della nostra ignoranza oggi. Da quali indici si può riconoscere che l’inversione minaccia un ragazzo? Quello che è certo è che questi indici esistono. Perché non ce ne siamo ancora occupati? Abbiamo provato e proviamo ogni giorno a non permettere ai ragazzi di pervertirsi, ma l’educazione speciale che deve essere usata per gli invertiti di nascita non è stata neppure accennata. Sarebbe tempo di cominciare.

Non pretendo certo di contribuire molto a questo studio; ma ho qualche osservazione da offrire.

L’educazione non deve preoccuparsi di quelli che arriveranno attraverso la donna all’omosessualità, o alla passione per i minori o per le uniformi.

La passione della similarità è altrettanto radicata di quella del contrasto sessuale, e non è da una di esse che bisogna fare derivare l’altra; ma esse sorgono entrambe da uno stadio intermedio che le precede e che è stato chiamato indifferenza sessuale. C’è (e coloro che si occupano di infanzia lo sanno) un’età (che varia da individuo a individuo) in cui il bambino non ha psicologicamente un sesso preciso; questa indecisione può durare fino alla pubertà, o anche un po’ oltre, e può durare anche tutta la vita. A questa età la maggior parte dei ragazzi sono incerti: la loro sessualità non è ancora definita. Le loro pure amicizie sono dei puri amori. Le loro impurità possono non essere che il male minore e possono non influenzare il loro avvenire. Ogni essere vivente, ogni età, ogni sesso può turbarli e attirarli. Saranno le circostanze, le persone che hanno intorno, l’ora e il momento, che decideranno per loro. Avranno nella loro memoria uno o qualche ricordo omosessuale senza smettere di essere individui eterosessuali per questo, oppure saranno precocemente eterosessuali, o anche saranno viziati, guastati, preparati per l’omosessualità, per tutti i vizi di imitazione e di immaginazione?

L’educazione, come la intendiamo oggi, tenta di lottare contro tutti questi pericoli a forza di lavoro, di sorveglianza e di tante altre cose.

Per un numero di bambini più grande di quanto non si voglia credere, e che aumenterà, ne sono sicuro, c’è una precocità ben altrimenti sorprendente. Il bambino di quattro anni che già ama le donne e si turba alla loro vista o al loro tocco, o il bambino della stessa età che ama gli uomini e che prova alla loro vista o quando li sfiora, o quando pensa a loro delle sensazioni, delle scosse violente, irresistibili (e per molti invertiti queste sensazioni cominciano molto presto e in modo molto innocente: il bambino si interessa quando è ancora piccolissimo alle persone del medesimo sesso), questo bambino è predestinato. E quelli che lo circondano lo ignorano, quasi si penserebbe che vogliano ignorarlo. In ogni caso, se il bambino è ben controllato, ben chiuso, ben protetto, tutto si coalizza per nascondere e oscurare, ma molto poco o nulla per soffocare la sessualità propria del bambino. L’irresistibile vocazione si fa strada, si infiltra, si insinua e viene alla luce.

Quelli che stanno per obbedire a questa vocazione forse non conoscono se stessi, si ignorano perché sono soli o isolati (e niente isola un bambino come l’inversione, anche la più nascosta), perché non sano il nome e il significato delle loro azioni, e un libro, un fatto casuale rivela loro il carattere dei loro desideri o anche delle loro soddisfazioni. Normalmente non si spaventano, poi sono anche contenti di sapere il loro segreto, si mettono da parte inopportunamente e non sono capiti, oppure vengono capiti e rimproverati, o vengono fin troppo capiti e vengono spaventati, quindi lottano e soffrono, si rassegnano e rinunciano, oppure si rassegnano e diventano degli ipocriti o degli eccentrici, oppure si rivoltano e diventano folli, o mostri, o bestie e ci si domanda se l’educazione non avrebbe potuto salvarne qualcuno?

Certi uomini sono nati uranisti, sembrano avere la vocazione all’uranismo dalla più tenera età. Ci sembra che nulla possa cambiarli, smuoverli. Nutrono essi stessi questa vocazione, si formano da se stessi, e nulla li allontana dalla loro strada.

Altri uomini sono nati eterosessuali. Hanno la vocazione di amare la donna e niente li ferma, né l’educazione austera né la carriera che intraprendono. Essi per l’inversione non provano se non il disgusto più profondo e lo stupore più ironico.

Altri uomini soddisfano a tutte le gradazioni tra l’assoluta omosessualità e l’assoluta eterosessualità. Tutte le gradazioni possibili sono rappresentate. Si può trovare il completo ermafroditismo psichico, l’uomo-donna, e molte specie di uomo-donna; l’uomo che è uomo rispetto agli uomini e alle donne, quello che lo è in rapporto ad un solo sesso (non importa quale) e non in rapporto all’altro. Si possono trovare tutte le possibilità e anche tutte le situazioni più improbabili.

L’educazione, le circostanze morali, fisiche, le amicizie, le influenze, tutto quello che può agire poco o molto, determina piano piano la forma che prenderà la sessualità del bambino che cresce. Gli affetti infantili sono immagini di questa incertezza sessuale. Essi ci mostrano anche quello che più tardi noi abbiamo il torto di dimenticare, cioè che gli affetti possono essere potenti e puri.

Se nulla impedisce lo sviluppo del bambino, se è circondato da persone che, senza volerlo, lo guidano verso l’eterosessualità, diventerà un uomo come la maggior parte degli uomini.

Al contrario, se quelli che gli stanno intorno, in un modo o nell’altro, senza saperlo, lo sviano dall’eterosessualità isolandolo, facendogli conoscere anticipatamente tutto quello che c’è da dire contro le donne, costringendolo a una condotta troppo esatta e troppo rigorosa, tenderà più o meno verso l’omosessualità, più o meno a lungo. Tutto dipenderà dalla circostanze.

Gli indifferenti, quelli che possono svilupparsi sia come omosessuali che come eterosessuali con una facilità quasi equivalente, sono spesso guidati dalle restrizioni che vengono loro imposte o dalla libertà che si concede loro. Se si trovano nell’impossibilità di legarsi con una donna senza problemi, inquietudini o rimproveri, scivolano più facilmente sul pendio dell’omosessualità.

Gli uranisti e gli eterosessuali precoci e feroci, non hanno mai avuto delle possibilità.
Nessuno di loro ha avuto dubbi sulla sua disposizione, sulla sua vocazione. Nessuno di loro ha fatto il possibile per sviare la sua sessualità. Si è, forse e veramente troppo tardi, tentato di tenere sotto controllo l’eterosessualità, ma che cosa si è fatto contro l’omosessualità? Niente! Non ci occupiamo affatto qui del bambino eterosessuale. Quello che qui ci interessa è indicare o cercare di indicare quello che può fare l’educazione per l’uranista.

Prima di tutto: come, da quali segni si distingue un uranista?

Vorrei fare un appello a tutti quelli che si dedicano all’educazione dell’infanzia o che hanno conosciuto degli uranisti bambini per pregarli di ricordarsi dei segnali dati da questi bambini e dai loro genitori.

Ho già parlato del pudore precoce degli invertiti. Questo è un segno da osservare. I bambini sono pudichi in presenza di un uomo? Esitano a spogliarsi, a mostrare il loro corpo, a soddisfarne le esigenze più elementari in presenza di un uomo? Questo è un segno che non bisogna trascurare.

La prudenza, la reticenza dei bambini rende molto malagevole questo compito così importante. Il pudore precoce ed esagerato non può essere l’unico segno dell’uranismo infantile. Ma dove trovare quello che cerchiamo?

Gli uranisti raccontano spesso che essi amavano i giochi delle ragazzine, ma molti eterosessuali hanno giocato con le bambole perché avevano fantasia e hanno fatto degli arazzi perché avevano dita agili.

La vanità precoce, il gusto dell’abbellimento sarebbero piuttosto da temere. Bisognerebbe scoraggiarli sempre ma non in modo da rendere più interessante quello che non si permette.

Bisognerebbe evitare tutti i travestimenti, tutto quello che dà al bambino l’illusione di essere una bambina. Ci sono genitori che vestono le loro figlie come dei ragazzini per stupidità e per ignoranza. Tutto quello che accentua o rende confusa la nozione del sesso è da temere per un bambino. Ho trovato spesso, ma non vorrei essere accusato di generalizzare a oltranza, un fratello uranista che aveva una sorella più o meno invertita, o una sorella omosessuale con un fratello più o meno sospetto.

Molte volte sono rimasto colpito da questa coincidenza, ma non so come spiegarla. Se il fratello e la sorella sono stati insieme durante l’infanzia, si potrebbe dare un notevole peso alla loro influenza reciproca. Il fratello delicato e femminile farebbe risaltare nella sorella tutto quelle che lei potrebbe avere di mascolino e di energico. Lei si abituerebbe a proteggere il fratello, a supplire alle qualità di cui lui avrebbe bisogno.

Coloro che conoscono la psicologia dei bambini apprezzeranno quello che ho appena detto.

L’amore delle cose belle, degli abiti, degli oggetti d’arte deve pure richiamare la nostra attenzione, senza che noi siamo portati a scoraggiarlo. Al contrario il gusto per le cose artistiche ha aiutato più di un uranista a condurre un’esistenza possibile o rispettabile: solo che bisognerebbe dare la massima serietà a questo gusto e non farlo diventare un gusto da amatore.

Gli uranisti sono spesso superficiali, gli amatori di ogni tipo si reclutano tra loro.

Molti argomenti a favore delle donne possono essere usati anche a favore degli invertiti. Se si parla a un difensore delle donne dell’inferiorità intellettuale, della mancanza di lealtà delle donne, lui vi dirà: Loro non hanno mai avuto possibilità; a loro non è stata insegnata nessuna di queste cose.

Ebbene, dato che l’invertito non è impedito dalla maternità, da tutti i doveri del sesso femminile, perché non provare a renderlo utile all’umanità? Ha parecchi difetti, parecchi vizi innati, ma la nostra civiltà e la nostra educazione non lo rendono migliore e non possono renderlo migliore.

Le api, le formiche, hanno dei lavoratori che non si riproducono. È possibile, oscuramente possibile utilizzare gli uranisti.

L’inversione non agisce nello stesso modo in tutti gli invertiti. Ci sono invertiti molto onesti e invertiti detestabili, ce ne sono di sobri e di dissoluti.

E comunque possono avere le stesse tentazioni; solo che gli uni si sono lasciati andare mentre gli altri si sono fermati in tempo prima dell’abiezione. Confessano che i loro errori hanno insegnato loro a correggersi, a emendarsi, ma che avrebbero sofferto molto meno, che si sarebbero comportati meglio, che sarebbero stati più forti e meglio armati verso la vita, se l’educazione avesse trovato la strada giusta, li avesse aiutati, capiti, invece di rifiutarli ed esacerbarli. Per costoro l’educazione è stata cieca e crudele.

Quanto gli altri, a quelli il cui valore morale era minore, la cui vanità e la cui insincerità erano nate con l’inversione, l’educazione è spesso stata loro complice.

Se, invece di cercare scuse nella sorte tragica degli invertiti nati (sorte che non è più tragica, quando valgono qualcosa, di quella degli uomini eterosessuali dello stesso valore), si fosse provato fin dall’infanzia, ad aiutarli, ad insegnare loro a dominarsi, a superarsi, questo sarebbe stato un servizio all’umanità. Ma per fare questo bisognerebbe scoprire, riconoscere l’invertito prima che egli abbia avuto il tempo di corrompersi inconsciamente. Bisognerebbe vegliare a tutti i costi sulla salute fisica, più facile da correggere rispetto alla salute morale, e non bisognerebbe trascurare una molto complessa igiene morale. E si potrebbe riuscire a ridurre il numero degli effeminati, degli ipocriti, degli eccentrici, dei vanitosi viziosi e venali che invadono la società.
E ne varrebbe proprio la pena.

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OMOSESSUALITA’ E VIOLENZA SESSUALE IN COLLEGIO

Caro Progetto,
non so se sei una persona vera o un gruppo di persone, farò come se tu fossi una persona. Intanto grazie per avere creato il blog, però te lo devo dire subito, le cose gay per me hanno uno strano sapore, sono parecchio complessato su queste cose e ancora adesso, che ormai sono vecchio, sono scombussolato da un sacco di paturnie e di pensieri assurdi. Non so se sono veramente gay, non so se voglio esserlo, certo è che nelle cose del sesso ho vissuto la vita di un caso patologico, di un nevrotico che non è mai riuscito a trovare un suo equilibrio. Detto così, non si capisce niente, e allora tanto vale la pena che ti racconti quello che è successo. Mi farebbe piacere che tu mettessi la mia storia sul blog, però se non vuoi farlo ti posso capire. In ogni caso mi piacerebbe ricevere una tua risposta.

Sono nato nel Nord Italia, in Veneto, e allora ci si faceva la fame. I miei genitori erano contadini e io ero l’unico figlio superstite. Mio fratello più grande era morto in guerra e dopo le elementari nel paese, i miei si sono trovati a decidere se mandarmi alla media o all’avviamento. Soldi ce ne stavano pochi ma hanno fatto uno sforzo enorme per mandarmi alla media, per farmi studiare e darmi delle possibilità in più. Di questo li ringrazio perché la mia tranquillità economica di oggi è frutto della loro scelta.

La prima e la seconda media le ho fatte in una cittadina vicino al mio paese. Mi dovevo alzare prestissimo la mattina per prendere la corriera, mia madre mi lavava e mi stirava ogni giorno la camicia, perché ne avevo solo due e a scuola bisognava andare in ordine, mi lucidava pure le scarpe, babbo mi foderava i libri , mi faceva trovare le cose buone da mangiare, che poi erano le castagne o i fichi, secondo la stagione. Alle medie c’era il latino e per me era un ostacolo grosso, ma c’era il parroco, don Antonio, che mi faceva lezione il pomeriggio e mi faceva fare tutti i compiti. Gli altri ragazzi della classe erano tutti di famiglie ricche o almeno borghesi ma allora io non me ne rendevo conto. Quando c’erano gli incontri coi professori ci andava don Antonio, allora io non lo capivo, ma i miei genitori non si facevano vedere per paura di farmi fare un brutta figura, perché non parlavano bene l’Italiano e avevano le mani rovinate dai lavori in campagna. Mio babbo aveva fatto solo le elementari e mia mamma non le aveva nemmeno finite.

Nonostante tutto, a scuola non ho avuto problemi seri di adattamento, i professori erano molto esigenti ma io avevo una certa voglia di studiare e con l’aiuto di don Antonio, che aveva una mezza idea di mandarmi, dopo, in seminario, riuscivo a cavarmela passabilmente.

Nell’estate del 57 ho perso entrambi i genitori a causa di una febbre tifoide che il medico non ha saputo curare e mi sono trovato, a 13 anni, praticamente solo al mondo. Sono stato affidato a un fratello di mia madre, zio Battista, che però viveva in un paesetto in mezzo alle montagne e aveva le bestie in un alpeggio. Se fossi andato a stare con lo zio Battista, che era pure vecchio, vedovo, e non aveva figli, non avrei potuto continuare a studiare. Lo zio mi disse che potevo o andare in seminario a Vicenza o andare in collegio a Roma, in una scuola che don Antonio conosceva. Io non volli andare assolutamente in seminario e scelsi di andare a Roma, dove non ero mai stato. Mi segnarono alla scuola e zio Battista si fece carico di pagare la retta, che non doveva essere nemmeno tanto bassa, perché io avrei mangiato e dormito in collegio.

Don Antonio mi accompagnò a Roma e mi presentò al rettore della scuola, a dire la verità un po’ maltenuta, ma pulita, era un convento di frati, c’era la chiesa, ma di frati ce n’erano pochi, non più di sette o otto, tutti vecchi. Il convitto era diretto dal frate prefetto che però non si vedeva quasi mai, tutta l’organizzazione interna era affidata a dei ragazzi, studenti universitari, che noi chiamavamo prefettini, erano ragazzi che stavano in collegio senza pagare perché in pratica lavoravano stando appresso a noi, erano loro che ci seguivano durante le ore di studio e ci facevano fare i compiti, ci sorvegliavano il pomeriggio, durante i pasti, e la notte dormivano nelle loro piccole stanze, una accanto ad ogni camerata, per controllare la disciplina. In genere di noi si occupavano poco perché avevano molto da studiare per i loro esami all’università.

Io ero nuovo, i miei compagni si conoscevano già da due anni. La scuola non era male, tutti professori erano laici, in pratica professori in pensione delle scuole statali, erano tutti vecchi ma erano bravi e ci mettevano l’anima per farci imparare le cose. Alcuni professori li ricordo ancora. Il professore di matematica al quale devo il mio interesse per questa materia, nella quale ero bravissimo, il professore di lettere che ci raccontava le storie dell’Iliade e dell’Odissea recitando come in teatro e anche il professore di ginnastica che in pratica ci faceva fare solo ginnastica premilitare, come si faceva al tempo del fascismo.

I primi giorni sono stato bene e l’ho scritto a don Antonio, che mi mandava una lettera ogni settimana, ma già dalla metà di ottobre ho cominciato a vedere delle cose strane. C’erano dei ragazzi che sparivano dalla sala di studio e non si sapeva dove fossero finiti e poi rispuntavano dopo una mezz’oretta, Io allora ero totalmente ingenuo, non sapevo nulla del sesso, non avevo ancora scoperto la masturbazione e mi potevano raccontare qualunque balla che ci avrei creduto. Gli altri ragazzi, che non mi conoscevano, tendevano a mettermi da parte e a tenermi al di fuori dei loro segreti, ma non ci misi molto a capire che nel collegio c’era una vita invisibile, sotterranea.

Per una regola interna, le camerate erano distinte per anni di scuola, in modo da tenere separati i ragazzi di età diversa. Noi vedevamo i ragazzi della prima e della seconda media solo a colazione, a pranzo, a cena e nelle occasioni speciali, per esempio in chiesa, ma la ricreazione si faceva per gruppi separati, quindi in pratica io potevo familiarizzare solo coi ragazzi della terza media.

All’epoca ero un bel ragazzo per la mia età, ma ero molto delicato e molto educato. Dopo le prime settimane di scuola uno dei ragazzi, uno tra i capetti più rispettati, cominciò a chiamarmi uomo-donna e a farmi battute che all’inizio non capivo, tipo; “Tu sì che sei un uomo, non tua sorella!” Poi l’idea che io fossi l’uomo-donna cominciò a spargersi tra tutti i miei compagni.

Un giorno, durante le ore di studio, uno dei ragazzi si rivolse al prefettino per un chiarimento di matematica, quello gli disse che lui studiava lettere e che, se voleva, poteva andare da un altro prefettino che stava studiando ingegneria nella sua stanza. Il ragazzo tornò nell’aula di studio dopo circa mezz’ora tutto arrossato e spettinato, fu lì che ebbi il primo sospetto che le mezze ore di assenza di certi ragazzi non fossero dedicate a ricevere chiarimenti scolastici. Ma fu solo un’impressione, io non dissi nulla e tutto proseguì come prima.

Una sera, prima di andare a dormire, quando il prefettino non c’era, il capetto bullo, che si chiamava Silvano, mi si avvicinò e mi diede una carezza e poi mi mise le mani in mezzo alle gambe e disse: “è solo per vedere se sei uomo o donna!” mi sentii la faccia bruciare, volevo andare dal prefettino per denunciare la cosa ma Silvano mi disse: “Vai vai! Così pure lui ti dà una controllata!” e si mise a ridere. Col tempo mi hanno raccontato che uno dei prefettini, quello di ingegneria, in pratica quello della nostra camerata, faceva sesso coi ragazzi della terza media. Con me non ci ha mai provato perché non gli ho dato confidenza, ma stando ai racconti degli altri, con quelli che gli davano corda si lasciava andare proprio. Era un bel ragazzo, avrei voluto, forse , che succedesse anche con me, però nello stesso tempo avevo paura e non è mai successo nulla.

Le prime cose veramente brutte mi sono capitate poco prima delle vacanze di Natale. I ragazzi erano lasciati a se stessi, i prefettini erano quasi tutti partiti per le vacanze natalizie, salvo il nostro, quello di ingegneria. La faccio breve perché, anche se sono passati tanti anni, certe cose mi fanno un po’ senso. Insomma, mi bloccano sul letto in quattro, mi abbassano i calzoni e le mutande, e Silvano prova a penetrarmi, diciamo che fa la mossa, io strillo, ma mi mettono un fazzoletto in bocca e poi sono in quattro e non ho la forza di oppormi. La penetrazione non c’è stata ma l’umiliazione è stata terribile. Silvano mi dice: “Adesso hai capito che cosa ti succede se non fai tutto quello che vogliamo noi!” In quel momento, se avessi potuto lo avrei ammazzato.

Dopo quel fatto li tengo a distanza, mi faccio vedere il meno possibile, ma la cosa non può andare avanti così. Se non avessi fatto nulla sarei diventato lo zimbello di Sivano e della sua banda e le violenze si sarebbero ripetute. Ci penso molto, ma alla fine non ho altre soluzioni, prendo il coraggio a due mani e vado a parlare col nostro prefettino (quello di ingegneria), che mi ascolta, è spaventato soprattutto dall’idea che io vada a parlare col Rettore, e si vede, cerca di rabbonirmi e poi arriva a un compromesso che da lui non mi sarei mai aspettato ma che, nello stesso tempo, mi mise al sicuro e mi espose ai peggiori insulti da parte dei miei compagni. In pratica il prefettino avrebbe dormito nel mio letto in camerata e io nel suo, nella sua stanza chiusa a chiave. Tutta questa cosa avveniva, ovviamente senza che il vero prefetto del collegio ne sapesse niente e i ragazzi dovevano abbozzare, se non lo avessero fatto sarebbe venuto fuori quello che avevano fatto a me. Poi, per tenere buoni i compagni, che mi avrebbero ammazzato, ho finito per accettare che il preferttino venisse anche lui a dormire nella sua stanzetta. Ovviamente, dopo, i miei compagni mi davano esplicitamente della puttana.

A proposito del prefettino di ingegneria sentivo raccontate le cose peggiori: che spogliava i ragazzi, che faceva a gara con loro per vedere chi ce l’aveva più grosso e li picchiava per ottenere prestazioni sessuali da loro e cose simili e certi ragazzi giuravano che era vero e che era successo pure a loro, ma il prefettino, con me non ci aveva mai provato. Un giorno, mentre stavo nella sua stanzetta mi metto a frugare e tra il materasso e la rete del letto trovo un pacchetto con delle lettere, le leggo, sono dirette a un ragazzo ma sono lettere d’amore e pure focose. Penso che allora tutto quello che i miei compagni dicono di lui è vero e comincio ad avere paura.

E qui ho fatto una cosa di cui mi vergogno ancora oggi, ho raccontato a un mio compagno delle lettere del prefettino, e lui ha cercato di spingermi a rubargli le lettere per averlo in pugno e magari per portarle di nascosto al rettore. Io questa cosa non l’ho fatta, mi sembrava infame e poi il prefettino mi piaceva e non volevo che lo cacciassero o forse volevo averlo in pugno io. Ma adesso un altro ragazzo sapeva delle lettere e presto lo avrebbero saputo tutti e le lettere gliele avrebbero rubate gli altri, allora sono entrato in camera del prefettino, le ho prese io, e le ho nascoste da un’altra parte (in chiesa).

Quando è tornato il prefettino ho detto che gli dovevo parlare e gli ho raccontato che i ragazzi sapevano delle sue lettere, l’ho visto proprio sbiancare all’idea, ma gli ho detto pure che le lettere le avevo fatte sparire io e che erano nascoste in un posto sicuro, dove nessuno le avrebbe trovate. Lui le voleva indietro ma non gliele ho date e gli ho detto che le avevo lette. Lui mi guardava impietrito ma io gli ho risposto che lui con ne non aveva niente da temere perché con me si era comportato bene, poi gli ho detto di tutte le cose che avevo sentito su di lui e gli ho chiesto se erano vere. Ha ammesso di avere fatto un po’ di giochi sessuali coi ragazzi ma solo cose consensuali e me lo ha giurato. Io gli ho raccontato di quello che Silvano e la sua banda avevano fatto a me e lui mi ha detto che loro non lo facevano per sesso ma solo per infliggere una umiliazione terribile a un altro ragazzo, e poi mi ha chiesto se mi piacevano i ragazzi, io ci ho pensato e gli ho risposto onestamente che non lo sapevo e lui mi ha detto: peccato! Poi ha capito di avere detto una stupidaggine e mi ha chiesto scusa e dopo molte esitazioni mi ha chiesto dove stavano le lettere e io gliel’ho detto ma gli ho chiesto di lasciarle lì perché erano al sicuro, magari poteva andare a vedere che c’erano veramente, ma volevo che le lasciasse lì e lui lo ha fatto.

La storia del prefettino comunque è finita male e forse proprio per colpa mia. Il ragazzo al quale avevo parlato delle lettere, andò a riferire la cosa al rettore. Il prefettino negò tutto, io fui chiamato come testimone, giurai il falso e dissi che il mio compagno si era inventato tutto. I fatti non risultavano provati, ma il rettore non ne volle sapere e il prefettino fu cacciato, o meglio allontanato per motivi opportunità, a pochi mesi dagli esami finali. Prima di andarsene si riprese di nascosto le lettere e mi avvisò che le aveva prese lui.

Il nuovo prefettino era un emerito imbecille. Negli ultimi mesi prima degli esami ho subito dalla banda di Silvano angherie e violenze di ogni genere, e questa volta, siccome si dovevano vendicare su di me che ero stato il “cocco del frocio” ho subito veramente la violenza sessuale di Silvano e di un altro ragazzo. [- omissis – ] La sensazione di repulsione è stata totale, non ti racconto come mi sono sentito dopo, il ricordo di quella scena me lo porto ancora dentro perché quello non era sesso ma solo violenza come le bestie e anche peggio. I miei compagni avevano 14 anni e alla fine non riesco a odiarli o ad augurare loro la morte, perché non hanno nemmeno capito quello che stavano facendo. Insomma, io, dopo, sono stato ossessionato de quei ricordi per decenni e la mia vita sessuale ne è uscita rovinata. Il ricordo del prefettino invece era positivo, poi l’ho capito: quello era un ragazzo gay, e mi piaceva pure, non si era comportato da stronzo, ma l’idea che io potessi essere gay proprio per effetto della iniziazione violenta subita mi ha rovinato la vita. Non mi sono sposato e non ho un compagno, sono rimasto solo e per quanto possa sembrare assurdo il sesso gay mi sembra ripugnante, ma non so, e non lo so veramente, se questo succede per effetto della violenza subita ma penso di sì. Chi usa violenza sessuale su un’altra persona la uccide dentro, uccide la sua dignità, le sue sicurezze, sporca per sempre la sua sessualità. Bisognerebbe che i ragazzi ricevessero un’educazione seria e imparassero il vero rispetto del prossimo, ma purtroppo, anche se sono passati cinquant’anni, siamo ancora molto lontani da tutto questo.
Grazie Progetto, almeno mi sono sfogato un po’.

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AMORE OMOSESSUALE E AMICIZIA TEDESCA SECONDO RAFFALOVICH

Il breve capitolo di “Uranismo e Unisessualità”, intitolato “l’amicizia tedesca”, che vi presento oggi, è un autentico gioiello. In esso Raffalovich, con estrema finezza intellettuale definisce che cosa egli intenda per amicizia tedesca: si tratta di un’amicizia “che non ha paura né delle parole, né delle confessioni, né dei gesti, né delle maldicenze.”

La letteratura tedesca è ricchissima di scambi epistolari tra omosessuali di alto profilo culturale; questi documenti sono stati pubblicati in Germania senza censura perché il linguaggio e i concetti di fondo sono del tutto simili a quelli di analoghi epistolari eterosessuali.

Certo, in Inghilterra, in nome di una falsa morale, si sarebbe trovato qualche giudice ben pensante pronto ad imporre la censura per non corrompere la gioventù! Raffalovich cita dei bellissimi brani di lettere scambiate tra Schleiden (padre di Rudolph Schleiden) e il suo amico Beyer. Sia Schleiden che Beyer si sposarono ed ebbero figli, ma le loro lettere sono in sostanza lettere d’amore.

L’intelligenza di entrambi fu di non nascondere i loro sentimenti ai figli “perché i figli potessero ereditare l’amore e l’amicizia dei padri.” Sarà proprio Rudolph Schleiden nel 1886 a pubblicare le lettere e a manifestare il proprio orgoglio di essere figlio di un tale padre.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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L’AMICIZIA TEDESCA

Avevo raccolto dei documenti sull’espressione viva e toccante di un’amicizia che vorrei chiamare tedesca, è l’amicizia che non ha paura né delle parole, né delle confessioni, né dei gesti, né delle maldicenze. Stavo conducendo questo studio con l’aiuto di tutti i grandi nomi della Germania, le lettere ferventi di Frédéric Schlegel, di Schiller (lettere filosofiche tra Julius e Raphael) e degli altri, con l’aiuto dei romanzi, da quelli di Jean Paul fino a quelli di Suderman e di Wilbrandt, intendevo riassumere e analizzare interi settori della mia biblioteca, Hamann, Gleim, Acim von Arnim, Clemens Brentano, Liebig, Heinrich von Kleist, ecc. ecc..

Intendevo spiegare come le lettere degli uranisti superiori avessero potuto essere pubblicate integralmente senza scioccare, perché gli uranisti superiori non si esprimono in modo diverso dalla maggior parte degli eterosessuali moderni. E mi chiedevo come avrei fatto per avere il tempo e lo spazio necessario. Un libro viene in mio soccorso, ed esso soltanto dirà tutto quello che io ho da dire.

Nel 1886, è stato pubblicato il primo volume delle memorie di Rudolph Schleiden, memorie interessanti sotto molti punti di vista, e soprattutto per quelli che sono a conoscenza della storia contemporanea dello Schleswig-Holstein. Venendo da una famiglia dalla quale è ben contento di provenire, da genitori che venera, Rudolph Schleiden comincia col raccontare la vita di suo padre, e un episodio della giovinezza paterna esemplificherà in modo molto concreto l’amicizia che io chiamo tedesca.

Schleiden padre aveva 22 anni quando fece la conoscenza del suo amico Beyer. Beyer sposò più tardi la figlia di Kosegarten.[1] Rudolph Schleiden cita alcune lettere di Beyer, perché esse caratterizzano i due amici e perché mostrano quanto suo padre fosse amabile e amato. Trascrivo qui, sintetizzando, alcuni frammenti:

“Mi manchi molto. Non mi resta altro che la gioia di poter parlare di te. Kosegarten diceva ieri a tavola: È un peccato che Schleiden sia partito. Se tornasse mi farebbe piacere. – No, ho detto io. Non a me: lui non mi farebbe piacere, ma se potessi godermi il suo suonare (il piano) e il suo canto, lui potrebbe starsene lontano quanto vuole. Il mio sentimento per l’arte e il mio disinteresse sono stati lodati. Non sapevano che io pensavo tutt’altro… Ultimamente abbiamo avuto a casa un sacco di gente. Queste persone si stupivano di vedermi così zelante vicino a Lotte. Loro non sapevano che tu stavi tra me e Lotte. Lei diceva che io ti avevo procurato dolore parecchie volte. Te l’ho procurato, caro? Questo mi dispiacerebbe e comunque mi riempirebbe il cuore di gioia. Perché solo se tu mi ami io ho potuto farti del male.”

“20 Ottobre[2] – La signora Kosegarten ha detto: Che peccato che il sig. Schleiden non sia qui. – Io mi sono messo al piano e ho cantato l’Adelaide e ho suonato e cantato la tua canzone. Teodoro mi ha ringraziato, soltanto, lui mi ha detto che mi mancava la tua profondità … Tu verrai! Questa è la mia preghiera al mattino e alla sera. Ti chiedi come posso tenere ad un uomo come te? Non lo capisco nemmeno io. Vieni, dunque, e ti dirò la ragione. Perché hai del denaro, se non serve per venire qui? Dio te lo ha dato per questo, non per sprecarlo a Berlino…”

“25 Novembre. – Mi chiedi se si parla ancora di te? O vanità, il tuo nome è Schleiden! Sì, veramente si parla ancora di te, ed è proprio a me che questo dà più fastidio. Schleiden, e sempre Schleiden, e niente altro che Schleiden, non ho forse detto più tardi di ieri: che bisogna fare per fare una tale impressione? Bisognerebbe essere altrettanto carino e cantare altrettanto bene ha detto qualcuno. Allora io corro al piano come un folle, mi metto a cantare come te, tanto come te che questo mi ha fatto paura. Avrei potuto gettarmi al tuo collo. Quando si celebrano le tue lodi io contraddico tutti, perché io ti amo troppo, e ti critico per farmi confutare dagli altri. E allora, mandami il tuo ritratto. Che bestia che sono! Perché non ho preso il tuo ritratto. So bene che aspetto hai, e ultimamente in una discussione ho negato violentemente che tu avessi begli occhi, ho ammesso solo che la tua bocca era passabile. Ma vorrei tanto averti con me.”

Nel mese di marzo, Schleiden e Beyer trascorsero qualche giorno insieme. Il giorno della partenza di Schleiden, Beyer gli scrisse:

“Stamattina, tanto sei stato al piano, piccolo mio, che non ti ho mai visto. Là tu ti sei immedesimato in me e nessuna scorza ti potrà nascondere. So che è una follia, ma perché hai cantato così? Io sto per partire. Tu verso occidente, io verso oriente. Tu verso il sole, io in direzione contraria. Parto oggi per Jasmund.”

Il 29 marzo scrisse: “ Ultimamente stavo ad Arcona. Non mi è piaciuta. È lì che siamo andati insieme all’inizio, e dove mi sei diventato molto caro. Anche l’albergo era così vuoto, così vuoto…”

Sedici anni dopo, Beyer scrisse a Schleiden, esprimendo il desiderio di rivedersi, di rivedersi ancora una volta e, se possibile, di lasciare che i figli ereditino l’amore e l’amicizia dei genitori.

Quando ci si preoccupa di liberare l’immagine, l’illusione dell’amico assente dal sentimento che si mescola al pudore, per difenderla contro gli indifferenti, quando ci si preoccupa dell’infantilismo del denigrare l’amico per sentirlo lodare, portare alla stelle, quando si pensa a questi slanci di giovani cuori che non dimenticano troppo la loro giovinezza, e quando si sa quello che un pubblico inglese, dei giornalisti inglesi, delle spose inglesi, dei giudici inglesi direbbero di questa corrispondenza piamente pubblicata dai figli, ci si domanda se il terrore inglese non finisca per spingere all’inversione più della fiducia tedesca.
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[1] Persona molto distinta.
[2] Più o meno un mese dopo.

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