ETERO POCO ENTUSIASTA? E SE FOSSI GAY?

Caro Project,

dopo aver girato il forum in lungo e in largo e avere letto il tuo libro “Essere Gay” mi sono deciso a scriverti. Ho 26 anni, posso dire di essere mediamente soddisfatto della mia vita, cioè degli studi e da pochissimo anche del lavoro, che non mi piace troppo, anzi quasi per niente, ma se penso che tanti ragazzi non riescono a lavorare posso solo pensare che il mio lavoro me lo devo tenere bene stretto. C’è poi un altro aspetto della mia vita sul quale ormai rifletto per ore tutti i giorni. Diciamo così, che non mi dispiacciono le ragazze, voglio dire che se una ragazza mi si mette appresso e mi coccola nel modo giusto, per le me la cosa sta bene. Ho avuto due storie con ragazze, la prima è cominciata quando avevo 15 anni, ci sono entrato con entusiasmo perché mi faceva sentire grande e non è stata niente male, lo dico adesso, con la scienza del poi, perché lei non voleva andare oltre certi limiti e non ci volevo andare nemmeno io, in pratica eravamo buoni amici, uscivamo insieme, c’era un po’ di tenerezza, ma senza esagerare, e la cosa andava bene. Poi è finito tutto dopo tre anni, quando si sono messi in mezzo i genitori per ufficializzare la cosa, cioè per farla diventare un’altra cosa, e lì sono cominciati i riti da fidanzatini, ma non piacevano né a me né a lei, dopo qualche mese abbiamo concluso “di comune accordo e senza problemi” che eravamo buoni amici e così è finito tutto, con buona pace (e delusione) dei nostri genitori. Con la seconda ragazza, la mia attuale, le cose sono state molto diverse, avevamo entrambi 24 anni e delle ottime prospettive di studio e di lavoro. Dire che ci siamo messi insieme è improprio. Anche con lei tutto è cominciato con una simpatia e un’amicizia parecchio  disimpegnata. Ci si sentiva spesso, si usciva spesso, ma sempre con gruppetti di amici, qualche volta parlavamo, ma soprattutto di studio e delle prospettive di lavoro. Io dopo la specialistica sono riuscito a trovare lavoro, lei adesso è andata all’estero per il dottorato, nessuno dei due ha pensato che avrebbe potuto rinunciare a qualcosa in nome dell’altro, anzi io l’ho incoraggiata ad andare perché dopo avrebbe avuto prospettive molto migliori. I primi tempi ci sentivamo su skype quasi tutti i giorni, adesso molto meno e, francamente, non mi manca, come io penso di non mancare a lei. Fin qui sarebbe una ordinaria storia etero di un ragazzo non troppo interessato alle ragazze e soprattutto non molto (in pratica per niente) interessato al sesso con le ragazze, ma le cose non finiscono qui. Ho sempre avuto un gruppetto di amici speciali e con loro sono stato bene, direi che però non ho mai provato attrazione fisica per un ragazzo, o forse solo un po’, ma niente di quelle cose che leggo sul forum. Da qualche mese ho conosciuto un ragazzo, che chiamerò Nino, di vent’anni, un ragazzo che mi ha colpito da subito. Non mi sono sentito travolto da chissà che cosa, quello che mi ha colpito era il suo stato emotivo e il suo livello di partecipazione nelle cose. Abbiamo avuto modo di parlare un po’, gli ho detto che la mia ragazza sta all’estero e altre cose e lui mi ha detto che è gay e che è innamoratissimo di un ragazzo che conosco anche io. Il ragazzo di cui è innamorato è un bel ragazzo, però non credo che sia gay anche se non l’ho mai visto con una ragazza. Nino mi parla in continuazione di quel ragazzo, si vede che è innamorato in modo totale e questo mi compisce moltissimo, perché se penso alle mie due ragazze, beh, loro non erano gran che coinvolte, mentre Nino in pratica vive per quel ragazzo e ci sta malissimo. È rimasto molto stupito dalla mia reazione di fronte alle sue rivelazioni e dice che riesce a parlare di queste cose solo con me, io cerco di metterlo in guardia, perché al momento l’altro ragazzo non sa nulla e probabilmente non si immagina nemmeno che Nino si sia innamorato di lui, e la reazione potrebbe essere non solo di disimpegno ma di totale repulsione e Nino ne potrebbe uscire a pezzi. Anche qui, in fondo, potrebbe essere una storia, un po’ meno comune, di un’amicizia tra un etero (io) e un gay (Nino), ma le cose sono più complicate, perché con l’andare del tempo, tra me e Nino si sta stringendo un legame molto particolare. Mi dice cose molto belle, che a me fanno piacere, ma resta il fatto che io anche con tutta la buona volontà non mi sento gay. Parlo con lui per ore, ma poi me ne dimentico. Lui sa che sono etero e che ho la ragazza, ma a questo sembra non dare praticamente nessun peso e mi tratta con un modo di fare molto accattivante e seducente, come se fossi gay e mi stessi innamorando di lui, e qui cominciano i problemi anche da parte mia, perché a me piace stare con lui ma non lo voglio illudere, perché ci potrebbe rimanere malissimo. Quando parliamo, io gli dico della mia ragazza, lui mi dice del suo ragazzo, ma in sostanza parliamo solo di noi, la mia ragazza e il suo ragazzo sono dei meri pretesti per continuare  a parlare senza creare troppi problemi. Mi sono anche chiesto se per caso non sono gay anche io, magari in modo molto particolare, perché con lui mi sento a mio agio e il fatto che sia gay e che possa essersi innamorato di me (la parola forse non è adatta, ma qualcosa di simile c’è) non solo non mi sconvolge ma mi sembra molto gradevole perché ha un modo di fare diversissimo da quello delle ragazze, molto più affettuoso  e molto più diretto, che a me piace molto, però poi penso che tutto potrebbe fermarsi qui. Aggiungo una cosa: non mi dispiacerebbe essere gay e potermi innamorare di Nino, però al momento è solo un’ipotesi, non so se potrà crescere qualcosa in seguito, certo è che con lui mi sento più coinvolto che con una ragazza. Nino potrebbe sembrare un po’ effeminato, perché è sempre molto gentile e affettuoso, ma io in lui non vedo nulla di femminile e non lo considero affatto come consideravo le ragazze, lo sento molto più vicino a me, con lui mi sembra che possa essere possibile quel rapporto  di amicizia affettuosa che è stato sempre il mio ideale, e il fatto che sia gay, in fondo, è proprio quello che rende possibile questa amicizia affettuosa. Non vorrei comunque condizionargli la vita, questa è la mia preoccupazione di fondo. Come vedi, Project, i problemi sono tanti e molto intrecciati tra loro. Secondo te, che dovrei fare?

Perplesso.

p.s.  se vuoi, pubblica questa mail.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=17&t=6213

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QUESTI LEONI – Romanzo gay 1986

Vi comunico che, in data 5 Febbraio 2016, la Biblioteca di Progetto Gay si è arricchita di un nuovo volume: “Questi Leoni” Romanzo Gay, scritto nel 1986.

Il volume si può scaricare, senza nessuna formalità e ovviamente gratuitamente, dalla Home del Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/ (nella sezione “La Biblioteca di Progetto Gay”, basta scorrere ha Home).

Sarò grato a chiunque vorrà farmi pervenire commenti (tramite Forum, o via mail, all’indirizzo reperibile sempre sulla home del Forum: “Contatta Project”), o vorrà indicarmi errori o oscurità ancora presenti nel testo.

Il romanzo racconta la vera storia d’amore e di amicizia di due ragazzi.

Non faccio anticipazioni per non togliere al lettore il piacere della scoperta.

Buona lettura.

Project

GRILLPARZER OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH

Vi presento oggi il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” dedicato a Grilllparzer, un grande poeta austriaco dell’800, certamente non molto conosciuto oggi in Italia. Come al solito, Raffalovich, non si preoccupa dell’opera ma dell’uomo e in particolare dalla sua vita affettiva e sessuale.

La biografia affettiva di Grillparzer mostra con chiarezza quali difficoltà dovesse affrontare un omosessuale per avere una chiara coscienza di sé nell’800.

Grillparzer è un uomo colto, un poeta, un drammaturgo affermato, nella sua biografia, per un verso non emergono tracce esplicite di storie omosessuali, ma solo di profonde amicizie maschili, che si esprimono però nel linguaggio tipico dell’amore; per l’altro si nota la tendenza a coltivare relazioni affettuose con donne, potenzialmente orientate al matrimonio, ma il matrimonio non interviene mai, e lo stesso Grillparzer non considera queste relazioni come storie d’amore, insiste anzi nel dichiarare ad un amico l’assenza di un suo coinvolgimento profondo. Grillparzer ebbe una eterna fidanzata che, dopo la rottura dei rapporti poco prima del matrimonio, si riconciliò con lui; vissero insieme per 50 anni, ma la cosa fu possibile proprio per l’assenza di coinvolgimenti profondi, quella donna e le sue sorelle furono come una famiglia per Grillparzer, furono fonte di una tranquillità senza cosse, ma senza un vero calore affettivo.

Dalla corrispondenza di Grillparzer giovane emerge l’amicizia amorosa per Altmüller, piena di passione, di possessività e di gelosie, dalla parte di Grillparzer.

Questa amicizia si presenta come un vero rapporto d’amore unilaterale sublimato, ma non per questo meno violento. Grillparzer parla con Altmüller sempre con espressioni ambigue e non si rivolge a lui dichiarandogli i suoi veri sentimenti e cercando di coinvolgerlo, lo intrattiene soprattutto parlandogli dei suoi rapporti con le donne e della sua passione per l’arte. Un rapporto del genere produsse certamente ansia e attese ma anche disillusioni e senso di frustrazione.

Nella corrispondenza di Grillparzer maturo (quarantaquattrenne) emerge una storia di tipo molto diverso, che fa molto pensare ad un amore omosessuale, questa volto condiviso, anche se comunque sublimato, non fosse altro per la differenza di età, si tratta del rapporto del poeta con Otto Prechtler, un giovane 22enne, un personaggio la cui vita andrebbe studiata molto attentamente, drammaturgo, librettista d’opera e funzionario dell’amministrazione imperiale austriaca. I toni usati da Grillparzer sono estremamente misurati ma affettuosi, quelli usati da Prechtler sono invece i tipici toni dell’innamorato. Prechtler afferma di avere capito quali angosce fanno stare male Grillparzer ma aggiunge che terrà sempre per sé quello che ha capito. Il rapporto tra i due durò per molti anni e fu probabilmente molto più complesso e profondo di come appare dai pochi documenti che abbiamo a nostra disposizione.

La vita di Grillparzer è caratterizzata, al di là dei suoi successi teatrali e poetici, da un senso di insoddisfazione, di frustrazione e di irrequietezza; è molto probabile che all’origine di tutto questo ci fossero una omosessualità autentica ma repressa più o meno consapevolmente e una eterosessualità di facciata costruita con la forza della volontà ma del tutto insoddisfacente.

Vi annuncio fin da ora che il prossimo post, sul quale sto lavorando, più lungo e più complesso di quello che vi presento oggi, sarà dedicato a Von Platen, un personaggio che Raffalovich considera il modello dell’omosessuale superiore. Con l’analisi del personaggio di Von Platen termina “Uranismo e Unisessualità”.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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GRILLPARZER

Franz Grillparzer (1791-1872), il più famoso e anche il miglior poeta dell’Austria, illustre perché è unico in Austria, ma giustamente famoso, merita un lungo studio psicologico. Fu un invertito superiore, sfortunato e onesto.

Nacque a Vienna nel 1791 e morì nel 1872. Dopo Klopstock, nessun poeta tedesco ebbe un simile funerale.

Grazie alla sua autobiografia, breve e incompleta, ma del più alto interesse, ma soprattutto grazie alla Grillparzer Gesellschaft [Associazione Grillparzer] e ad Heinrich Laube, si hanno a disposizione molti documenti per ricostruire la vita e il carattere di Grillparzer. Molto onesto, molto diretto, molto impressionabile, vale a dire, o molto suscettibile o molto indifferente, ha molto sofferto e molto fatto soffrire, ma rimarrà comunque come un ottimo esempio di una vita dedicata all’arte, al disinteresse. Soffrì fino ad indebolirsi, ma fu coscienzioso fino rendersene forte.

Fu uno degli scrittori più degni, più stimabili; un modello di virtù civica e un poeta drammatico di grande interesse, – ma la sua vita intima è sotto certi aspetti più interessante delle sue opere letterarie.

Cresciuto in una famiglia benestante, una fantastica madre musicista, che morì in un modo tragico e misterioso, un padre molto onesto, molto silenzioso, tranne quando si occupava di botanica o si prendeva cura dei fiori, molto riservato, e che morì di dolore nel vedere la sua fortuna distrutta con la rovina dell’Austria, Grillparzer si trovò costretto a diciotto anni a sostenere sua madre e i suoi fratelli.
Si fece carico per tutta la vita delle sue responsabilità familiari con una dedizione toccante.

Il suo secondo fratello, che soffriva di forti mal di testa durante l’infanzia, a diciassette anni fuggì dalla casa paterna. Ricomparve dopo lungo tempo con una donna e dei bambini. Grillparzer gli trovò un lavoro, pagò i suoi debiti, poi un giorno Karl scappò di nuovo, e finì per accusarsi falsamente di un omicidio. Fu riconosciuto affetto da follia melanconica.

Un altro fratello, molto bello, Camillo, che, essendo un bambino, prendeva sul serio i suoi lavori di cucito, e si compiaceva nel ruolo di una bambina, aveva talento musicale e fu molto infelice.

Il fratello più giovane si uccise a diciassette anni, lasciando una lettera commovente:

“Ho molto ingannato mamma e Franz, e chiedo loro perdono. Non mi maledicano. O mio Dio, forse soffrirò ancora molto all’altro mondo. Se mai Franz avrà figli, che li educhi e non somigliarmi. Se ho il diritto di chiedere qualcosa, che i miei vestiti siano dati a Bepi.”

Camillo (nato il 15 agosto 1793, morto il primo giugno 1865), scrisse a suo fratello maggiore il 4 maggio 1817 (all’età di 24 anni), una lettera strana e oscura ricordandogli che fin dalla sua nascita era stato più impressionabile di una donna, di costituzione più fragile, sempre desideroso di ciò che era grande in lui senza avere la forza di possederlo o i mezzi per arrivarci.

Fino a 19 anni si consolava della sua imperfezione e si credeva felice, ma la ragione gli mostrò quanto si fosse ingannato. Parlava della sua estrema paura delle impressioni sgradevoli e inevitabili, della singolarità della sua natura.

Una seconda lettera ancora più misteriosa, dell’anno seguente, spiega a suo fratello perché la loro madre non dorme la notte – lui stesso non dorme più di tre ore per notte. Si lamenta di rassomigliare tanto alla madre, ma di soffrire anche più di lei, essendo un uomo. Sappiamo che la madre, andava pazza per la musica, e perdeva tutta la sua dolcezza al pianoforte. La vita intima di Camillo non è stata sufficientemente chiarita perché ci si possa soffermare su questi documenti.

Il diario di Franz Grillparzer e la sua autobiografia ce lo mostrano precoce, inquieto, che non sa esattamente se è un grande poeta o no, casto ma soprattutto puritano, che si crede sempre innamorato di una donna idealizzata, ma evidentemente più preoccupato delle sue amicizie.

Così c’è un certo Altmüller, che egli critica aspramente nel 1808 (Grillparzer è nato nel 1791 e dunque ha diciassette anni), accusandolo di egoismo, di incoerenza, di atteggiarsi, e si sforza di dimostrare a se stesso che Altmüller e Wohlgemuth gli sono amici, ma insiste nel credere quelle amicizie illusorie.

Eppure l’attaccamento di Grillparzer e Altmüller cresce; i due giorni in cui Grillparzer è molto innamorato di Antoinetta, e tutte le sue passioncelle fittizie sembrano ostacolare molto poco questo affetto.

1808 – “Balliamo stasera dai Wohlgemuth, – le due belle W. ci saranno: nessuna delle due mi piace particolarmente, eppure io sono stato per tutto il giorno più inquieto che nei giorni del mio più profondo amore per Teresa, quando la andavo a trovare. Da dove viene tutto questo?”

1808 – “Antoinetta si sposa e non sarà felice con il marito. Ho pietà di lei … lei mi ha amato e mi amerebbe ancora se la mia incostanza non avesse rotto il legame che ci univa.”

“Sarò mai qualcosa di più di un poeta mediocre? Questa domanda mi fa disperare.”

Elenca ciò che ha del poeta: una forte, bruciante immaginazione, comprovata da molte ore felici e molte ore infelici, dalla distruzione della salute fisica, da passioni violente. Ma gli manca, secondo lui, questo furore poetico. La poesia lo raffredda invece di riscaldarlo. Sembra che le donne producano lo stesso effetto su di lui.

Suo padre muore nel 1809.

Nel 1810 dobbiamo soffermarci su un episodio della sua amicizia con Altmüller.

Il 16 giugno, alle undici di sera, era andato a casa di Altmüller, e trovando che era uscito, aveva sfogliato i suoi libri e i suoi manoscritti. In un quaderno del suo diario aveva trovato delle lettere a un certo Karl N. e degli appunti su lui stesso.

Grillparzer non si era mai reso conto fino a quel momento della forza della sua amicizia per Altmüller. Si parlava di lui in quelle confidenze. La sua vanità lo spinse a leggere, sperava di trovare qualcosa di lusinghiero. Lungi da ciò, ebbe la sfortuna di leggere che Altmüller si era sempre ritrovato ingannato nelle sue amicizie. Grillparzer quasi non riusciva a ricordarsi di aver mai accusato un tale colpo.

L’amor proprio, la vergogna e la gelosia lo misero in uno stato che l’arrivo di Altmüller peggiorò ulteriormente.

Lo rimproverò della sua falsità e gettò il quaderno sul tavolo.

“Non si può giustificare, scrisse nel suo diario quella stessa sera, che Altmüller abbia chiamato questo giovane “tu”, e suo caro Karl. Quante volte mi ha detto che era geloso di Mailler, cosa della quale comunque non ha mai avuto motivo, e ora! Il pensiero di venire dopo questo giovane è intollerabile per me comunque.”

Poi si lancia in lamentazioni su se stesso, sulla sua ridotta sensibilità, sulla sua freddezza, sulla sua mancanza di immaginazione.

Lui, che era sempre innamorato, ora vede le ragazze più belle senza un pensiero d’amore, e anche il suo ideale di un’amata comincia a svanire. Si lamenta di diventare sgradevole per i suoi amici. Non capisce la causa della sua malinconia, che comunque cresce ogni giorno.

“Non so pensare a nulla di più accattivante che lasciare Vienna e l’Austria, tenendo Altmüller per mano, cercando in altri paesi una felicità che non riesco a trovare qui.”

Si avvicina all’idea del suicidio, poi torna di nuovo sulla giornata che ha trascorso:
“Questo rapporto con Altmüller, che consideravo da così lungo tempo una parte della mia felicità … essere allontanato, allontanato da lui che ho pensato mi tradisse con qualsiasi parola un po’ intima con un altro, da lui che la mia assenza rattristava, che la mia freddezza spingeva fino alla malinconia. Io sacrificato a un giovane sconosciuto, uno straniero, senza carattere, come dimostrato dal suo desiderio. Altmüller, che il mio atteggiamento riservato e disattento non poteva allontanare, cerca in seno a questo individuo … quello che non può trovare in me.

È stato sempre ingannato nell’amicizia ed è per questo che è ricorso a lui. Quindi doveva pur accadere questa cosa che pensavo impossibile, e Wohlgemuth ha ragione, non è per la mia incostanza (che Altmüller mi rimproverava), ma per la sua. Ma dove avevo gli occhi? Perché non ho notato da molto tempo la sua indifferenza? Lui, nelle cui braccia mi sono riposato durante quelle ore sacre, lui che solo, solo tra tutti gli uomini, ha conosciuto le profondità del mio cuore, – lui ha potuto un po’ di tempo fa interessarsi a questo pedante arabo e ora ha potuto conoscere questo ragazzo e scrivergli, dargli del tu. – Oh! quella notte indimenticabile quando gli ho dato del tu per la prima volta, e quando ho con questa parola sigillato per sempre la mia amicizia! Come era sacra per me questa parola, e lui la profana oggi. E prende in prestito da lui venti guldens. Proprio questo mi ha scosso più violentemente. Quale intimità questo fatto fa supporre, oppure … Oh! quanto ti ho capito male, o quanto mi hai ingannato … devo andare a casa sua, ho bisogno di un chiarimento, non posso rimanere più a lungo in questo stato d’animo. Ma a che fine chiarire una cosa che già è così chiara… Sta suonando l’una. Vado a letto e a dimenticare, almeno per un paio d’ore.”

“17 Giugno, ore sette di sera.

“Sono stato a casa sua. Lui è innocente. Le lettere che ho letto sono immaginarie e la nostra amicizia è forte come prima. Un altro al mio posto, Altmüller stesso, avrebbe perso le speranze, ma no, che nessun dubbio venga a turbarmi. Lui è il mio amico, e giuro, non ho l’ombra di un sospetto. Mi sento felice, leggero, ma comunque non è tutto come dovrebbe essere; la mia malinconia che è così inspiegabile per me, non è purtroppo ancora dissipata.”

La sua malinconia, così inspiegabile per lui, cerca delle consolazioni fantastiche.

L’ideale della libertà svizzera lo incanta. Reclama per sé e per George (Altmüller) una casetta in Svizzera con una moglie virtuosa nata in Svizzera! Per quanto riguarda le donne del suo paese, le odia, scrive nel suo diario, questo sesso spregevole che non è mai ciò che sembra, che piange senza dolore, ride senza gioia, – del quale egli ha confuso troppo a lungo la stupidità con l’innocenza e il sentimentalismo con il “cuore”.

Il 29 novembre 1810, gli accade qualcosa di straordinario. Un cantante famoso, il castrato Velluti, era a Vienna e Grillparzer era determinato a non andarlo a sentire, avendo orrore di tutto ciò che è contro natura, e in particolare in questo genere di cose. Infastidito, costretto ad andare a teatro, spinto lì da alcuni amici e dalla sua noia, viene punito. Non appena il castrato cominciò a cantare, una sensazione strana e dolorosa si impossessò di Grillparzer; lui cercò violentemente di sottometterla, ma il suo disagio crebbe talmente che fu sul punto di svenire e di lasciare mezzo morto il teatro. Non ricordava di aver mai avuto nella sua vita una sensazione così sgradevole. (Aveva allora quasi 20 anni).

A 21 anni, si innamora di un’attrice che interpretava il ruolo di Cherubino, e la sua travestita gli strappa dei bei versi di cui egli in seguito si meraviglierà: il sentimento di questi versi è abbastanza sessualmente ambiguo. Egli sostiene nella sua autobiografia che questi versi siano arrivati in un modo piuttosto misterioso e anonimo a Cherubino, e Cherubino, che allora era una ricca mantenuta, abbia dichiarato che, se avesse trovato il poeta che aveva composto quei versi, avrebbe abbandonato il suo protettore per lui. Fu (secondo Grillparzer) il protettore di Cherubino che diversi anni dopo gli recitò quei versi anonimi per dimostrargli che i grandi poeti restavano ignorati, e gli raccontò della inutile infatuazione della signora. È pensabile che una relazione tra Cherubino e Grillparzer avrebbe potuto cambiare il corso della sua vita sessuale. Cherubino era probabilmente abbastanza virile e abbastanza carina per piacere Grillparzer.

Del resto, le attrici possono sempre (soprattutto quelle che recitano come travestite) sedurre più facilmente delle altre donne gli uomini la cui sessualità è indecisa.

Se si crede che è esagerato parlare già dell’indecisione della sessualità di Grillparzer, il resto della sua vita giustificherà questa asserzione.

Era alto, aveva bellissimi occhi azzurri, un viso pallido e interessante e bei capelli castani. Era molto semplice, gentile, timido, amante del silenzio, e trovava molto doloroso costringersi a parlare quando non lo desiderava. Certamente in gioventù era un uomo molto simpatico, sia agli uomini che alle donne. A 25 anni riportò un enorme successo con il suo dramma L’Antenato, che lo collocò subito in prima fila [tra gli autori di teatro], il successo ben presto proseguì col successo della sua Saffo, dramma che mostrava un notevole progresso. Era considerato unanimemente il poeta dell’Austria.

Alcune donne lo amarono – Marie Piquot, una ragazza, lo amò in segreto, morì e nel suo testamento pregò i genitori di adottare Grillparzer e di occuparsi di lui. Rimpiangeva in questo testamento di non potersi fare amare da lui per esser buona e dolce con lui. Attraverso le banalità di una conoscenza mondana, Maria aveva indovinato l’anima del poeta, le sue difficoltà di carattere, tutto quello che gli rendeva difficile dedicarsi agli altri e accettare il fatto che gli altri si dedicassero a lui.

Grillparzer si rimproverò di non essere abbastanza toccato dalla morte e dalla tenerezza di Maria.

Una bella donna, sposata con uno dei suoi parenti, Carlotta, lo amò anche lei e lo fece passare attraverso le sofferenze dell’odio e dell’amore. Lei lo attivata e nello stesso tempo gli era repellente. Era evidentemente la donna nella sua sensualità che lo tormentava così. Benché Grillparzer dica che questa donna aveva cambiato il platonismo della sua natura (aveva allora 29 anni e si diceva molto interessato), io non penso che sia mai stato il suo amante. Lei gli confessò sul letto di morte di averlo amato più di quanto lui potesse immaginare.

Mi affretto ad arrivare alla grande e misteriosa amicizia-amore di Grillparzer (e alla sua eterna fidanzata Kathi Froehlich), che durò mezzo secolo e stupì i contemporanei col suo enigma. Noi ne conosciamo la chiave.

Una lettera del poeta ad Altmüller ci riassumerà la situazione.

Verso il suo trentesimo anno cercò di fortificare il suo corpo – con l’idroterapia, il nuoto, l’acqua fredda, la scherma – e credette di trovare in questi esercizi la causa della diminuzione della sua fantasia, della sua immaginazione. Forse, si diceva, per essere poeta avrebbe dovuto conservare la fragilità del suo essere fisico.

Evidentemente si sbagliava: osservava i suoi sintomi con acutezza, ma certamente non aveva una visione d’insieme del suo stato fisico e mentale.

A 31 anni fece la conoscenza delle quattro sorelle Froehlich, sorelle musiciste, di cui la terza, e forse la più bella, lo amò per 50 anni. Lei aveva dieci anni meno di lui.

Grillparzer, nel suo affetto per le donne, cominciava sempre dal farsi un’idea di questo affetto e del modo in cui quella donna doveva pensare e comportarsi. Non appena riscontrava una minima differenza tra la sua idea e la realtà si tirava indietro. “In tal modo, egli scrive, ho giocato con le donne il ruolo di un seduttore, e comunque avrei sempre fatto di tutto per essere per loro quello che desideravano. In questo modo, quindi, sono stato la disgrazia di tre donne, tutte e tre di carattere forte. Due sono morte. Ma non ho mai barato su un’inclinazione che io stesso ho invocato.” Vale a dire sul fatto che il suo sentimentalismo superficiale e l’affetto di una donna non erano sufficienti per attirarlo e trattenerlo.
Scrive ad Altmüller a proposito di Kathi una lettera di capitale importanza, una delle lettere più curiose scritte da un uomo distinto e famoso.

La riassumo:

“Tu mi chiedi di descrivere la persona che amo. La persona che amo, tu dici? Piacesse a Dio che io potessi dire sì. Piacesse a Dio che il mio essere fosse capace di questo abbandono, di questa dimenticanza di sé, di tutta questa unione che è l’amore. Ma non so se sia egoismo supremo, o qualcosa di peggio, o un desiderio sconfinato per l’arte e tutto ciò che riguarda l’arte, ma tutte le altre cose non possono tenermi che per un momento. Insomma io non sono in grado di amare. C’è sempre per me qualcosa di più alto di una persona cara, e dopo un oggi dei più teneri, senza intervallo, senza motivo, c’è un domani di freddezza, di dimenticanza, di inimicizia. Credo di aver notato che amo nell’amata solo l’immagine disegnata dalla mia fantasia, in modo che la realtà diventa per me un’opera d’arte che mi affascina per la sua somiglianza con i miei pensieri, e che mi respinge tanto più violentemente quando noto la minima differenza. Si può chiamare amore questo? Abbi pietà di me e di lei che ha ben meritato di essere amata veramente per se stessa.”

“La conoscenza di questa infelice caratteristica del mio carattere mi ha tenuto lontano il più possibile dalle relazioni con le donne alle quali del resto ero abbastanza portato dalla mia natura fisica.

Ma ogni volta che mi sono lasciato trattenere ho fatto questa triste esperienza, tanto più naturalmente perché sono sempre stato attratto esclusivamente verso quelle meno adatte a me – vale a dire, quelle il cui carattere aveva dei tratti decisi, che davano al mio gusto per l’analisi psicologica e alla mia immaginazione di poeta più alimento, e che d’altra parte avevano qualcosa di freddo e di segreto che rendeva impossibile qualsiasi fusione, qualsiasi unione.”

Poi racconta del suo incontro con Kathi, di come lei lo annoiava con le sue lodi la prima volta che si videro.

Si resero reciprocamente molto infelici. Grillparzer si spiegava in molti modi il loro affetto difficile e doloroso. Lui non ammetteva mezze misure e lei ancora non riusciva a contenersi o a sottomettersi. Ma se non ci fosse stata proprio questa impossibilità lei lo avrebbe interessato?

“Dopo tutto, scrive ancora, è un mio capriccio non possedere questa ragazza che mi ha messo in questo stato deplorevole. Capriccio, perché non era una decisione veramente virtuosa, ma forse solo il piacere estetico ed artistico che la purezza di questa ragazza mi deva, che mi impediva di fare ciò che le mie emozioni e i miei pensieri quasi irresistibilmente mi spingevano a fare.”

“Forse” e “quasi” ricorrono costantemente in queste confessioni. Grillparzer racconta come, nella sua lotta contro l’eccitazione sensuale, emanava da lui una tale atmosfera erotica che l’innocente Kathi ne rimase scossa inconsciamente e subì tutti gli effetti dell’istinto sessuale contrastato. Divenne gelosa, violenta, rissosa, e anche il lato intellettuale “così favolosamente bello” di questo affetto fu rovinato.

Non possiamo essere sorpresi che, al momento di sposarsi, malgrado tutto, dopo aver affittato un appartamento, il rapporto si ruppe – dopo una accesa discussione. Fu un accesso di gelosia che per un momento li separò del tutto. Grillparzer se ne andò. Kathi si ammalò gravemente. Lui si trovò preso tra la debolezza e la crudeltà. Cedette. Ritornò come amico, e rimase l’amico per quarantacinque anni. Le sorelle gli avevano detto che Kathi non sarebbe sopravvissuta a una rottura completa. “Ho pranzato dalle Froehlich,” ha scritto –

“Come sempre, dopo una riconciliazione, una specie di desiderio si risvegliò in me. La presi in grembo e l’accarezzai per la prima volta dopo molti anni. Ma l’emozione è spenta. Non posso farla rinascere.”

Kathi, secondo lui, avrebbe potuto fare felice un uomo occupato tutto il giorno che desiderasse la sera un po’ di allegria e di vivacità, ma non lui. Questa singolare catena esisteva da cinque anni quando Grillparzer, annoiato, stanco, cercò riposo in un viaggio. Andò a trovare Goethe, e lì la sua natura nervosa e difficile lo fece soffrire di nuovo. Grillparzer era poco incline all’ammirazione per i suoi contemporanei. Goethe soltanto gli imponeva il rispetto dovuto ad un essere sovrumano. Goethe lo accolse molto bene, lo trovò simpatico. Grillparzer pianse quando lo prese per mano per andare a pranzo. Goethe lo condusse nel suo giardino con l’aria di un re e di un padre. Ma Goethe era troppo grande, troppo arrivato, troppo olimpico, e Grillparzer si allarmò all’idea di trascorrere la serata con lui. Non osava. Non si sentiva abbastanza forte per difendere la sua posizione letteraria. Fuggì, portando con sé la vergogna e il rimorso per la sua debolezza e per la sua ingratitudine. Goethe lo aveva rattristato compiangendolo per il fatto di non avere a Vienna né uguali né le persone che lo potessero capire.

Ebbe sempre un sacco di problemi, problemi di famiglia, di rapporti sociali (perché le protezioni più alte non sembravano evitargli dei veri tormenti burocratici nella sua vita di impiegato nei ministeri), d’ingiustizia, di teatro. Le sue opere non avevano sempre immediatamente successo; doveva sopportare tutte le ingiustizie, nonostante l’ammirazione che non gli veniva rifiutata. Una cosa curiosa: egli fu presente solo alla prima della suo primo dramma. Gli fece un’impressione così sgradevole che giurò di non assistere più a nessuna delle sue opere, e mantenne la parola. Era un uomo molto testardo quando prendeva una decisione, molto determinato e molto coscienzioso.

Verso il suo cinquantesimo anno smise di scrivere versi lirici, personali. Si concesse piuttosto degli epigrammi. Era insieme scontento, rassegnato, triste e coraggioso.

Si è colpiti leggendo il diario dei suoi viaggi in Italia, Grecia, Francia, Germania, dalla nitidezza, dall’interesse, dalla severità e dall’indulgenza di quest’uomo.

Restava facilmente scioccato: le parolacce, i bagni dove gli uomini si mostravano nudi, l’egoismo, la noia, il disagio, fanno una viva e dolorosa impressione su di lui. Ma è ugualmente colpito dalla bellezza dei ragazzi o dei giovani uomini, dalla grazia, dalla bella figura e dal bel viso delle donne, dal buon senso o dalla bontà degli uomini. Per questo si possono leggere tutte le sue impressioni di viaggio con grande piacere. Si sente sempre che è un uomo che scrive, anche quando è sofferente, ingiusto e mal disposto.

Nel 1848 la sua poesia al generale Radetzky fu solennemente letta a tutti gli ufficiali di Radetzky. Fece il suo dovere come poeta patriottico. Stanco delle emozioni di quell’anno, decise di rimanere a casa delle sorelle Froehlich, al quarto piano. Trascorse lì gli ultimi venti anni della sua vita. Ricevette molte onorificenze. Il primo ministro, il principe Schwarzenberg, salì i suoi quattro piani per consegnargli una decorazione, Radetzky lo invitò ad un banchetto, l’Accademia lo cooptò, e per essa scrisse la sua Autobiografia.

Lassù, al quarto piano, trascorse i suoi ultimi vent’anni, scrivendo, leggendo, ascoltando con indifferenza quando gli raccontavano del successo di tutte le sue opere teatrali, che venivano rimesse in scena. Quelle che in precedenza non erano state bene accolte avevano ora successo.

“Incredibile”, diceva, scuotendo la testa.

Kathi Froehlich, sua erede, istituì, con quello che Grillparzer le aveva lasciato, un premio triennale per il miglior dramma austriaco. Dopo la sua morte, furono messe in scena le quattro opere teatrali che non aveva ancora pubblicato.

La maggiore delle sorelle Froehlich, l’unica sposata, Giuseppina Bogner, era un tipo strano, a quanto pare, sembrava più un ragazzo che una donna. Suo figlio Wilhelm fu adottato dal Grillparzer che lo amò molto e si prese cura della sua educazione. Il giovane morì all’età di 22 anni. Grillparzer non lo abbandonò durante la sua malattia – e fu dopo la sua morte che si decise ad andare a vivere con le zie. – La madre diventò sempre più eccentrica e, ci viene detto, finì per essere « un original féminin » [si noti l’articolo al maschile] “un originale femminile”.

La famiglia Froehlich era molto unita e Grillparzer, che amava la musica, amava tutte le sorelle. Ogni volta che voleva rinunciare a vedere Kathi le sorelle lo riportavano indietro. Per lui era una famiglia. La sua non gli procurava che dolore.
Le lettere di Grillparzer a Kathi non sono lettere d’amore. Le dice una volta di essere sul punto di innamorarsi. Ma di solito è freddo o sarcastico, o annoiato, o giocoso con l’intenzione di esserlo. Le lettere di Kathi mostrano che diventa sempre più umile e devota con l’età.

Lei ha sofferto tanto quanto Grillparzer. Vivendo in un ambiente artistico, in una grande città poco austera, molte persone pensavano che Grillparzer fosse o fosse stato il suo amante, perché non si sposarono. Lei, così impulsiva, così polemica, non sembra aver rimproverato Grillparzer su questo punto.

Quello che c’era di sbagliato, di crudele e di fastidioso in quella situazione si riscatta negli ultimi venti anni della vita di Grillparzer, quando le tre sorelle che erano state così attraenti, così ricercate e così festeggiate, e che Bauernfeld chiamava ora le tre Parche, si dedicarono tutte e tre al poeta.

Si possono leggere le lettere e i telegrammi che i sovrani tedeschi gli indirizzavano, l’imperatore d’Austria, il Re di Baviera, l’imperatrice di Germania.
Quando ebbe ottant’anni, l’anno prima della sua morte, l’imperatore d’Austria gli diede una pensione di 3.000 gulden.

Nel primo volume pubblicato dalla Grillparzer Gesellschaft (Associazione Grillparzer) si trova una lettera singolare e chiara scritta da un giovane uomo di ventidue anni a Grillparzer che aveva allora quarantaquattro anni; è di Otto Prechtler, poeta che succedette a Grillparzer in uno dei suoi posti di lavoro e che morì nel 1881.

“Enigmatico miracoloso, così estraneo eppure così intimo, così pieno di pudore eppure troppo forte per essere sradicato, così unico, mi sembra il rapporto spirituale tra di noi nei quattro anni da quando vi conosco, da quando siete apparso nella mia vita come l’asilo, il faro.”

Trova così strano, essendo lui così giovane, così oscuro e Grillparzer così maturo, così uomo, che ogni periodo della vita di uno corrisponda ad un periodo nella vita dell’altro. Se Grillparzer fosse morto e se lui credesse alla trasmigrazione, avrebbe pensato che l’anima di Grillparzer gli facesse l’onore di vivere in lui.

Gli aveva scritto una poesia, poi era andato a pregare nella grande Stephanskirche (cattedrale di Santo Stefano) di non perdere la fede in Grillparzer.

Aveva amato appassionatamente una certa Eloisa, e assicura Grillparzer che il suo amore per lui assomiglia notevolmente all’amore per lei; la differenza tra questi due amori è la stessa che c’è tra poeta e uomo. – “Vi amo come ho amato Eloisa, con quella tenerezza e quella venerazione che escludono tutti gli altri sentimenti sensuali. Amavo Eloisa come voi, con quella timidezza che arrossisce, con quel desiderio di mostrare il meglio di me.”

Grillparzer lo aveva incoraggiato, lo aveva spinto a credere nel suo talento e gli aveva procurato una posizione sociale. Ricorda a Grillparzer di aver provato il dolore di chiedergli denaro. Gli ricorda anche che una volta aveva detto: Mi dispiace che voi abbiate cercato un rifugio vicino ad una natura così tormentata, così distrutta come la mia.

E, con la chiaroveggenza dell’affetto e di molte altre cose, il giovane uomo proclama con orgoglio di aver capito Grillparzer. Terrà sempre nel suo cuore quello che ha compreso. Si accontenta di dire che la bontà, l’elevazione, la simpatia, la santa mansuetudine e la bontà verso di lui, Prechtler, derivano da questa ammirabile natura distrutta.

Si esalta sempre di più per il piacere che gli danno le attenzioni benevole di Grillparzer e i suoi tratti nobili. Rivede sul suo volto i grandi momenti del lavoro drammatico del maestro, l’entusiasmo di Saffo, la passione Jaromir, ecc..
“Nessuno può amarvi di più, può adorarvi di più. Vorrei che voi foste collocato meno in alto per arrivare più vicino al vostro cuore, o vorrei essere una ragazza. Vi avrei amato ineffabilmente, vi avrei idolatrato. Ma io sono povero di anni e di esperienza, e voi siete anche direttore degli archivi.”

C’è un’altra lettera dal 1863, quando Grillparzer fece una brutta caduta su una scala, “il solo passo falso della vostra esistenza”, dice Prechtler.

Grillparzer è per me l’uranista con inclinazioni eterosessuali, la cui sfortunata eredità e i cui dolori costanti hanno represso gli istinti unisessuali senza distruggerli, ma non tanto da dare un libero sviluppo agli istinti eterosessuali.

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KARL PHILIPP MORITZ OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi, tratta di un personaggio decisamente poco noto in Italia, Karl Philipp Moritz (1756- 1793), un letterato tardo illuminista, la cui vita è la dimostrazione di coma la volontà e l’impegno personale possano portare a risultati estremamente importanti, da qualsiasi livello si parta.

Nato nel 1756, in una famiglia di condizione molto modesta, il padre suonava in una banda militare, è allevato seguendo i principi del quietismo e del pietismo, all’età di 12 anni viene mandato a fare l’apprendista presso un artigiano perché impari l’arte del cappellaio; dal 1771, un benefattore lo mette in condizione di poter studiare, studia teologia prima ad Erfurt e poi a Wittemberg. Nel racconto autobiografico “Anton Reiser” racconta della spietatezza dei suoi educatori, che volevano farne un predicatore. Si sente attratto verso il teatro e vuole essere il grande interprete di Shakespeare e di Goethe, ma la cosa non gli riesce, torna agli studi, nel 1779 aderisce alla massoneria e conosce diversi filosofi illuministi. Nel 1784 è nominato professore al Ginnasio di Berlino, si dedica per un po’ al giornalismo, dopo solo due anni, nel 1786, abbandona l’insegnamento; comincia un viaggio in Italia, dove incontra Goethe che gli dà il suo appoggio e lo considera come un fratello minore. Quando rientra a Berlino, ottiene una cattedra di Archeologia ed Estetica all’Accademia Reale di Belle Arti. Per interessamento di Goethe, il duca di Weimar lo nomina “Hofrath” (Gran Consigliere). Non poté purtroppo godersi la fama che si era conquistato, morì di tubercolosi a 35 anni e 9 mesi.

Questo il ritratto ufficiale di Moritz, ma Raffalovich, dalla lettura dell’Anton Reiser e da altri documenti cerca di ricostruire la vita sessuale di Moritz, che risulta essere fortemente condizionata dall’educazione religiosa e dalla totale ignoranza in materia di sessualità. Sulla base di quanto ci è rimasto non possiamo dire con certezza che fosse omosessuale, ma certo il mondo femminile non è mai entrato nei suoi interessi. Va riconosciuto che le amicizie maschili di Moritz, per quanto molto intense, sembrano essere state vissute solo a livello di forte sublimazione. È difficile capire quali esperienze Moritz abbia fatto in Italia, certo è che quel viaggio e l’incontro con Goethe cambiarono profondamente la sua vita.

Per la comprensione del testo di Raffalovich bisogna fornire qualche elemento biografico su Madame Guyon, che viene citata da Raffalovich senza ulteriori specificazioni.

Jeanne-Marie Bouvier de La Motte nasce il 13 aprile 1648, sposa a 16 anni Jacques Guyon ma resta vedova a 28 anni. Si dedica a vita religiosa, e viene a contatto con le idee del quietismo. Nel 1685 Madame Guyon dà alle stampe il suo “Metodo molto breve e facile per pregare” di chiara tendenza quietista. L’Inquisizione romana ha cominciato nel frattempo a perseguire Miguel Molinos (fondatore del quietismo), che sarà costretto all’abiura nel 1687 e sarà condannato al carcere a vita. Madame Guyon temendo di fare la fine di Molinos, cerca aiuto nell’arcivescovo François de Salignac de La Mothe-Fénelon, noto come Fénelon. Le accuse di quietismo formulate contro Madame Guyon furono affidate ad una commissione di cui facevano parte l’arcivescovo Jacques Bénigne Bossuet e lo stesso Fénelon. La commissione stese un documento in 34 articoli sulla vita interiore che Madame Guyon si convinse a sottoscrivere e ad osservare, ma un malinteso con l’arcivescovo Bossuet determinò comunque il suo arresto e fu condotta alla Bastiglia dove rimase per cinque anni. Per questa ragione Raffalovich la chiama “prigioniera d’amore”. Liberata nel 1703, morirà nel 1717.

L’arcivescovo Fénelon è l’autore delle Avventure di Telemaco, citate da Raffalovich, accusate di contenere critiche alla politica di Luigi XIV. Sia per il Telemaco che per la questione quietista Fénelon cadde in disgrazia e fu bandito dalla corte.

Ma ora lasciano la parola a Raffalovich.
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K. P. MORITZ

Karl Philipp Moritz, che ha scritto la sua autobiografia fino all’età di vent’anni (Anton Reiser) con una chiarezza veramente moderna, ha sofferto molto nella sua infanzia e durante la sua giovinezza. Il padre e la madre non andavano d’accordo su Madame Guyon, che il padre adorava e la madre temeva.

Anche le riconciliazioni familiari erano celebrate con degli inni di Madame Guyon cantati su melodie gioiose. Il bambino la cui lettura fu per lungo tempo limitata a Madame Guyon e a Telemaco (perché Fenelon era stato un amico della prigioniera d’amore), e che era arrivato anche a confondere Calipso et Mme Guyon, aveva un talento invincibile per l’apprendimento, un desiderio insormontabile di diventare qualcuno. La religione, il quietismo e il pietismo all’inizio gli fecero considerare il pulpito come l’ideale in questo mondo, ma le sofferenze di ogni genere, le mortificazioni imposte dalla carità e dalle persone caritatevoli al bambino sfortunato in collegio e all’università e lo stato di paria sociale al quale lo condannavano la sua povertà mal messa e la durezza del suo entourage, gli fecero cambiare il suo ideale e si credette chiamato ad essere il grande attore, l’interprete di Shakespeare e di Goethe. Questa fu per molti anni la sua follia, nata non dal suo talento, ma dal suo desiderio di essere qualcuno in un mondo così freddo e anche sprezzante. Finì per diventare professore e famoso. A trent’anni si recò in Italia dove Goethe lo prese in amicizia, lo curò quando ebbe un incidente al braccio e imparò molto da lui (perché era un uomo molto dotto in metrica ed estetica). – Goethe cercava di renderlo più felice, trovava che sembrasse un fratello più piccolo e maltrattato dal destino ogni volta che il destino aveva sorriso a Goethe. Grazie a Goethe, il duca di Weimar accolse Moritz, e il povero umiliato, che così spesso non aveva avuto nulla da mangiare, finì “Hofrath” (Gran Consigliere) e morì di petto a trentacinque anni e nove mesi. La sua vita sessuale presenta un certo interesse.

L’amore per la domma o per il femminile non compare affatto nella sua autobiografia fino all’età di vent’anni. Al contrario, insiste sulla sua innocenza e la sua ignoranza. A sedici anni aveva scritto il nome dei peccati che temeva, ma non conosceva: la sodomia, il peccato muto [il peccato innominabile], l’abuso di se stessi. La sua ignoranza durò fino a diciannove anni quando vide dei disegni anatomici. Viveva in un mondo completamente immaginario in cui l’amicizia, la religione, gli applausi dalla folla, il successo avevano un ruolo importante, ma non la donna.

Quando fu pubblicato il Werther, si innamorò del libro e dell’autore, avrebbe voluto essere il suo domestico. Werther agì su di lui come Shakespeare che egli allora leggeva tutta la notte ad un caro ed unico amico (amico che, del resto, lo infastidiva raccontandogli i suoi amoretti), ma, questo è curioso, non è la storia l’amore che lo interessa nel Werther. – Lotte e l’amore di Werther lo annoiano. È tutto il resto del libro che adora, lo stile, l’amicizia, il punto di vista rispetto alla natura umana e inanimata. È una chiara evidenza dell’effetto provocato dal Werther sulla gioventù di allora, l’adorazione di questo giovane uomo che non pensa nemmeno all’amore. Comprendiamo meglio il successo del Werther: gli invertiti, gli indifferenti, i complicati di quest’epoca poterono infatuarsi ed entusiasmarsi per le opinioni di Werther,[1] per lo stile dell’opera, senza interessarsi a Lotte.

Più tardi, a quanto pare (secondo le confidenze del suo amico Klichnig), non sfuggirà all’onanismo. Era molto passionale, continua l’amico familiare, ed è rimasto vergine fino all’età di trent’anni quando si recò in Italia. Durante i primi venti anni, quelli che Moritz stesso ha descritto, i dolori, il cibo cattivo, le preoccupazioni, intellettuali e della vanità, erano facilmente in grado di allontanare Moritz dalle soddisfazioni sessuali. Più tardi, con il riposo e più da mangiare e da bere, la sua immaginazione che lo aveva sempre tanto maltrattato, lo portò all’onanismo. Fino a ventotto anni, dice l’amico, l’amicizia e l’affetto per l’amico erano bastati a Moritz, e non aveva amato donne sentimentalmente. Di tanto in tanto aveva pensato di sposarsi, ma le donne che erano associate nella sua mente con il matrimonio, raramente lo occupavano per più di quattro settimane. Per quanto riguarda il piacere fisico, una vergogna naturale, una certa paura e i principi della sua educazione religiosa lo avevano sempre allontanato dalle donne – e Klichnig giura sul suo onore e su quello del suo amico che Moritz arrivò vergine in Italia, quando aveva trent’anni. Klichnig, di otto anni più giovane di lui, era il suo allievo, e vissero insieme per tre anni lavorando, condividendo le loro gioie e le loro fatiche intellettuali, viaggiando insieme, vedendo poca gente. – Verso la fine di quell’epoca, quando il più giovane aveva ventun anni (si stava preparando per l’università) Moritz si innamorò di una donna sposata, amore casto e rispettoso. Il giovane amico furioso per essere abbandonato per un amore finto, perché l’amore di Moritz per la signora era determinato dal dovere, si lamentò talmente che il povero Moritz si trovò infelice e preoccupato sia con l’amata, che con l’amico, ognuno lo tirava verso di sé.

Secondo Moritz, allora l’amicizia era più forte, l’amore più tenero. Il giovane amico si lamentava tanto che un amico disse loro, “Miei buoni amici, se vi conoscessi meno bene, avrei pensato che non si tratta di amicizia tra voi, ma di amore greco …”

In Italia, da dove Moritz spesso scriveva al suo amico, si innamorò, si dice, di donne, e quando tornò (migliorato da Goethe), volle sposarsi. Fu una cosa difficile, una donna, per esempio, voleva un certificato medico che garantisse che lui non era tisico. Ma si sposò, si separò lo stesso anno, tornò con la moglie l’anno successivo e morì di petto in tre giorni.

La lunga indifferenza Moritz verso le donne non va d’accordo con il suo romanzo alla Werther prima di andare in Italia. Il suo stile, secondo lui, non poté sfuggire all’ossessione del Werther – e il suo amore romantico fu probabilmente in gran parte frutto di immaginazione e di reminiscenze del Werther.

L’Italia ha avuto un ruolo così importante nella vita artistica e sessuale dei letterati e degli artisti tedeschi che si può facilmente immaginare Moritz che impara degli amori che ava trascurato o temuto, ma probabilmente non è mai stato l’uomo che ama le donne, corpo e anima – e i suoi primi trent’anni dedicati all’amicizia, a se stesso e all’immaginazione ne fecero quello che fu – uno dei tanti uomini di talento sui quali la donna non ha avuto nessuna influenza.
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[1] Si veda l’autobiografia di Goethe.

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AMICIZIA AFFETTUOSA: MONTAIGNE-LA BOETIE; MICHELET-POINSOT

I due capitoletti di «Uranismo e Unisessualità» che vi presento oggi sono dedicati a due coppie di amici, la prima, quella di Montaigne e La Boëtie è certamente più conosciuta, la seconda, quella di Michelet e Poinsot, è forse meno nota ma non meno interessante.

Che Montaigne e Michelet siano due colossi della storia e delle cultura francese è un fatto risaputo. Entrambi sposati, entrambi con figli, ma, al di là di questo, in genere molto ben visti dalla cultura gay, perché entrambi mostrarono forme di affetto verso un amico speciale, affini a quelle tipiche delle coppie omosessuali. Nessuno dei due manifestò reticenza rispetto ai propri sentimenti ed entrambi attribuirono alle loro amicizie una importanza fondamentale nella loro vita.

Ma, al di là di questo, non c’è dubbio che i Saggi di Montaigne siano un punto fondamentale nella lotta contro l’oscurantismo, le morali rigide e le pretese certezze che limitano la libertà umana. Montaigne fu un vero filosofo. Quanto a Michelet, la sua opera storica è guidata dall’idea che il progresso civile è un cammino verso la libertà. Si tratta di un’idea dirompente, se vogliamo di un’utopia, ma anche di una visione autenticamente libertaria del mondo e della politica. Michelet non si piegò mai alle imposizioni del potere, a costo di finire in povertà. È un personaggio la cui dignità potrebbe ancora fare scuola.

Montaigne fu sconvolto dalla morte di La Boëtie 32enne, ma sia Montaigne che La Boëtie erano uomini adulti. Anche nel caso di Michelet l’amicizia speciale fu interrotta dalla morte dell’amico. Poinsot morì a 22 anni e Michelet ne seguì il declino fino alla fine. Poinsot rimase nella vita di Michelet come una presenza fondamentale fino alla sua morte e Michelet volle essere sepolto accanto all’amico.

Quando alla vedova di Michelet fu proposta la traslazione della salma del marito nel Pantheon, tra i grandi di Francia, la signora negò la sua autorizzazione, argomentando che il marito era stato sepolto accanto a Poinsot e che lei non li avrebbe separati. Chi volesse approfondire il rapporto tra Michelet e Poinsot potrebbe leggere l’interessantissimo e breve saggio di Paule Petitier “Correspondance et structure du moi chez Jules Michelet”.
Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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Montaigne e Eugene de La Boëtie

La Boëtie, ha detto Sainte-Beuve, è stato la passione di Montaigne. Ascoltiamo ora lo stesso La Boëtie:

“La maggior parte degli uomini prudenti e dei saggi non si fida e non accorda alcuna fiducia ad un’amicizia se non dopo che l’età l’ha confermata e il tempo l’ha assoggettata a mille prove: ma per quanto riguarda noi, l’amicizia che ci lega non dura che da poco più di un anno, ma è arrivata al suo punto più alto, e non c’è più null’altro da aggiungere. Questa sarebbe imprudenza? Nessuno, almeno, oserebbe dirlo, e non è saggio ma triste colui che, conoscendoci entrambi e conoscendo i nostri gusti e i nostri costumi, può preoccuparsi della data della nostra amicizia senza applaudire di buon cuore ad una unione così perfetta. E non temo certo che i nostri nipoti, un giorno, rifiutino di iscrivere i nostri nomi nella lista degli amici celebri. Non tutti gli innesti vanno bene per tutti gli alberi; il ciliegio rifiuta il melo, e il pero non accetta il pruno: né il tempo né le cure possono ottenere queste cose da loro, tanto gli istinti sono confliggenti. Ma su altri alberi lo stesso innesto attecchisce immediatamente per un segreto accordo naturale; In brevissimo tempo le gemme si gonfiano e si uniscono e i due insieme si danno da fare per produrre con uno sforzo comune il medesimo frutto… E lo stesso succede con le anime: ce ne sono di quelle che, una volta unite, nulla potrebbe separare; e ce ne sono altre che nessun’arte potrebbe unire. Quanto a te, o Montaigne, quello che ti ha unito a me, per sempre e in ogni circostanza, è la forza della natura, il più amabile richiamo amoroso, la virtù.”[1]

Jules Michelet et Paul Poinsot, nati nel 1798

(1811)

“Il ricordo di quelle passeggiate sarà sempre tra i miei ricordi più cari e più deliziosi. Nulla di quello che ho provato in seguito ne ha affievolito l’impressione.

Non si sente un piacere più vivo, quando si vola ad un appuntamento, di quello che sentivamo noi quando, in una bella mattina di primavera o d’estete ce ne scappavamo da rue d’Angulême e cominciavamo una conversazione di qualche ora. Prendevamo sempre la strada più lunga. Ero solo allora, nel mondo, col mio amico, ed essendo tutto il resto a mia disposizione, lo organizzavo per la mia felicità. Sono questi i ricordi belli, i ricordi innocenti che non hanno lasciato né rimpianti né rimorsi.”

(1818)

“Dio, io penso, ebbe pietà di me il giorno in cui rimandò da me colui che, solo, poteva addolcire tutte le mie sofferenze: il mio caro Poinsot. Dopo una così lunga assenza, mi veniva alla fine restituito, e per sempre.”

“A vent’anni ci ritrovavamo in mezzo agli entusiasmi della giovinezza. Me lo ricordo molto meglio dei miei pensieri di ieri, era un desiderio immenso, insaziabile, di comunicazioni, di confidenze reciproche. Ne la parola né la carta potevano bastare. Dopo lunghissime passeggiate ce ne andavamo insieme avanti e indietro. Che gioia quando tornava il giorno, l’avere tanto da dirsi. Come quando andavamo insieme a scuola, partivo di buon’ora, nel pieno della mia forza e della mia libertà, impaziente di parlare, di riprendere l’intrattenimento, di confidare tante cose.”

“Quante volte ho sbagliato orario! Alle quattro, alle cinque del mattino, andavo, bussavo, mi facevo aprire le porte, svegliavo il mio amico… Proprio sotto le nostre finestre, una panca, che si disse essere stata collocata lì appositamente per noi, sembrava invitarci ad aspettarci l’un l’altro. Che felicità era la sera, nella mia cameretta, dove mi rifugiavo qualche volta per lavorare, sentire Poinsot vicino alla camera di mio padre, dove ho sempre dormito fino al mio matrimonio, noi potevamo continuare, tenendo le porte aperte, quelle buone conversazioni a voce bassa… In compagnia di Poinsot, qualunque cosa mi sarebbe stata facile, perfino ridiventare buono.”

“Parlando della sua infanzia, ho detto che a 11 anni era stato collocato dai suoi genitori in uno studio notarile dove doveva fare delle commissioni. Fu una disgrazia per lui. Lì si trovò ogni giorno vicino a giovani arrivati, a uomini di età matura e di esperienze poco dignitose che davanti a lui parlavano molto liberamente dei loro vili intrighi. La conoscenza del male gli era dunque arrivata, attraverso lo spirito, prima del risveglio dei sensi… Un ragazzino mal nato, incline al vizio, a questa scuola pericolosa, si sarebbe guastato per sempre.

“Ma per lui fu tutto il contrario. Ci sono delle anime che non possono abbassarsi.
Istruito e molto più di quanto lo si è a vent’anni; o meglio male istruito, era stato comunque preservato da ogni forma di corruzione. Quello che pure potrà sorprendere, dopo quello che ho appena detto, è che di noi due, lui era, forse, rimasto il più puro. Non avendo più le curiosità inquiete dell’ignoranza, e avendo l’amore perso per lui il suo mistero – almeno lui così pensava – prima che ne avesse provato i primi trasalimenti; vedendolo sempre come i vili libertini lo avevano presentato alla sua immaginazione, una fonte di piaceri volgari ai quali né il cuore né l’anima prendevano parte; ora che l’età delle legittime tentazioni era venuta, ben lungi dal cedere ad esse, lui le fuggiva; si staccava sempre di più dalla compagnia delle donne…

“Due anni dopo, giovedì 4 maggio. – Poinsot è partito! L’ho accompagnato stamattina a Bicêtre. Sentendo di avere attitudini superiori, ha lasciato la farmacia per la medicina. Questi due anni in cui abbiamo vissuto insieme, sono passati come un sogno. Portati tutti e due per vie diverse, lontane dal nostro sentire, mai separati, si sarebbe detto che questa divergenza anche nei nostri studi ci attirava più fortemente l’uno verso l’altro.”

“Ecco che lui è solo laggiù. Io sono solo qui. Nemmeno una lacrima quando ci siamo lasciati, eppure il cuore ne resta mutilato. Non credo che due anime potranno mai essere così simili. Noi saremmo lo stesso uomo, se fossimo stati messi nelle stesse circostanze…”

“L’amicizia non fa perdere nulla a questi sentimenti elevati. Con un amico si arriva presto a parlare in modo gradevolissimo, sulle questioni generali, cosa che non si fa affatto con una donna che si ama. L’orizzonte si restringe molto rapidamente alla misura della individualità. Bisogna dunque cercare di coltivare tutto quello che può dare il cambio all’amore…”

“Domenica 13. – L’allontanamento fa nell’amicizia lo stesso effetto che fa nell’amore: è il mantice della forgia.”

“Domenica 5 agosto. – Potrei dire che questa amicizia ha qualcosa di romantico? Qualcosa che si trova ordinariamente solo nell’amore? Io cerco di spiegarmi questa toccante e singolare conformità di due anime. È un errore del Demiurgo che ha realizzato due volte la copia eterna della stessa anima, per parlare come Platone…”

“Martedì 12 settembre.- Nella nostra passeggiata la prudenza mi ha abbandonato , gli ho parlato di Lucile, e allora ho visto quanto valeva quest’anima: mi ha risposto semplicemente: c’è bisogno di tempo tra due cuori onesti per superare il baluardo che separa i sessi.”

“Giovedì 18 gennaio 1821. – Sì, povero ragazzo! … Chissà, mio Dio! … “

“È proprio vero che in questo momento in me non c’è che lui.”

“Quando voglio sapere fino a che punto sono vivo o morto, tasto il suo polso, e a seconda che quello rallenti o acceleri io mi abbatto o mi rifaccio coraggio. La mia vita è talmente appesa alla sua che se il suo cuore cessasse improvvisamente di battere, io credo che anche il mio si arresterebbe nello stesso secondo. La nostra unione è così forte, così completa, che l’angoscia mi fa a pezzi e ho la sensazione di soffocare quando ritrovo lui più oppresso, che non respira se non a fatica. Per fortuna il suo sguardo, in questi momenti, non scruta il mio viso. Si accorgerebbe troppo della gravità del suo stato dall’alterazione dei tratti del mio volto.”

“Bisogna ora che, per distrarlo, gli legga qualcosa. Parlare lo affaticherebbe troppo. Oggi voleva solo dormire. Sa sua povera mano tutta bagnata dei sudori della febbre, in certi momenti cercava la mia. Ma subito ricadeva nella stessa prostrazione…”

“Domenica 11 febbraio. – Ancora otto giorni da cancellare. Non ho potuto entrare per un solo istante in me. All’infuori di lui, quello che succede non lascia alcuna traccia. Sta molto male. Quando penso alla grandezza di questa perdita, mi sembra che anche donandogli tutto, non gli darei abbastanza; che la mia amicizia ardente è al di sotto di quello che lui merita. Ci sono andato stamattina e ci ritornerò stasera…”

“Mercoledì 21. – Tutto è finito! Poinsot è morto il 14…”

“Giovedì 4 aprile. – Non sogno mai di lui senza provare, l’indomani, l’invincibile bisogno di salire al cimitero. Mi sembra che lui mi chiami… Comunque stiano le cose, nulla fa rivivere più fortemente nei nostri cuori quelli che noi abbiamo perduto, del rivederli in sogno. L’indomani di queste notti in cui Poinsot mi appare, è come se le nostre anime si fossero unite insieme. Vivo come se lo avessi ritrovato. La sensazione della presenza del mio amico è così forte in me che io resto turbato se qualcuno bussa inaspettatamente alla mia porta. Qualche volta mi capita di girarmi bruscamente senza averlo voluto. Mi sembra che lui sia lì, molto vicino, dietro di me, che non stia aspettando che una parola, che un segno, per lanciarsi, per lasciarsi cadere nelle mie braccia. Ah! Per quanto vani voi siate, sogni della notte, e talvolta anche così crudeli, ritornate ovunque, ritornate e, anche spezzandomi il cuore, restituitemi l’amico che ho perduto!”[2]

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[1] I partigiani dell’ereditarietà, quelli che ne decifrano i geroglifici, terranno conto senza dubbio, spiegando l’amicizia-passione di Montaigne, che suo padre non aveva conosciuto donna prima dell’età di 33 anni. L’imprudente Rousseau, nell’Emilio, cita senza prova questo esempio di verginità prolungata. Questo è giocare con le parole.

[2] La signora Michelet non rifiutò forse il Pantheon per suo marito dando come una delle ragioni del suo rifiuto il fatto che Michelet era stato sepolto accanto a Poinsot?

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