PENSIERI DI UN VECCHIO (GAY)

Comprendo che quello che scriverò non incontrerà il consenso di parecchie persone, parlo specialmente delle persone più giovani, ma, dal punto di vista del vecchio gay, quanto sto per dire corrisponde ad un’esperienza reale.

I gay che sono giovani oggi, hanno un background culturale molto diverso da quello dei gay della mia generazione, sono cresciuti in un mondo più libero, in cui la ricerca della propria felicità era almeno un’ipotesi possibile, per me e per molti della mia generazione non è stato così, e il risultato di tutto questo, che si avvertiva meno nelle età intermedie della vita, pesa invece significativamente nella vecchiaia, perché, salvo rare eccezioni, un gay della mia generazione ha di fonte a sé una vecchiaia di solitudine. Era in fondo un destino atteso fin dall’inizio e accettato come tutto ciò che è inevitabile, ma con l’andare degli anni questo destino appare sempre meno facile da gestire.

Un etero aveva davanti a sé un progetto di vita basato sull’idea della famiglia, idea che comporta certo problemi e difficoltà ma sono problemi a difficoltà legati comunque alla vita di coppia e ai rapporti familiari, in questi casi la solitudine è talvolta un desiderio di fuga ma non è certo una condizione imposta.

Oggi è concepibile l’idea di famiglia gay, o almeno di coppia gay, quarant’anni fa non lo era: non c’era internet, non c’erano i telefonini, e i messaggi si mandavano per espresso, e l’espresso, che impiegava tre giorni per essere recapitato, poteva finire in mani sbagliate e non c’erano password che potessero proteggere la privacy. Le possibilità di conoscere altri ragazzi gay erano minime se non nulle, perché il coming out equivaleva all’esclusione sociale e familiare definitiva, i rischi della comunicazione erano enormi e in sostanza la possibilità di costruire un rapporto erano affidate esclusivamente alla conoscenza personale e ad un’esplorazione lentissima e prudentissima che nella stragrande maggioranza dei casi portava solo a pie illusioni, destinate per giunta a durare anni.

Un gay della mia generazione sapeva in pratica molto bene e fin dall’inizio che le possibilità di costruire una vita affettiva conforme ai propri desideri era praticamente nulla e che sarebbe stato necessario spendere la vita in qualche cosa di alternativo che aiutasse a darle un senso comunque serio, anche se come scelta di ripiego, le ipotesi classiche erano il perseguimento di una carriera importante e di prestigio, il farsi prete per poter comunque dedicare la vita al prossimo evitando di pensare ad altro, o la scuola che avrebbe comunque permesso di mantenere un rapporto con quel mondo giovane il cui fascino era all’epoca insopprimibile.

Poi gli anni passano, gli ideali di prestigio sociale svaniscono, la chiesa, che sembrava una via di salvezza, comincia ad apparire come una trappola dalla quale non si potrebbe comunque uscire e lo scarto generazionale con i giovani si fa abissale e con questo vengono meno anche gli interessi.

Che cosa ci resta di gay, più o meno frustrato? La risposta e semplice: non ci resta niente e allora si comincia a valorizzare, anche con gli amici gay, tutti quei contenuti che non hanno nulla di gay, in pratica li si considera buoni amici per fare due chiacchiere o per prendere una pizza nonostante il fatto che siano gay, che alla fine diventa una questione del tutto accessoria.

L’omosessualità, oltre una certa età, più che una questione di identità personale diventa una questione di principio, o meglio un aspetto particolare del problema globale dei diritti umani, in pratica una questione astratta.

Quando anche i 60 sono lontani e ci si avvicina piano piano ai 70, le prospettive cambiano, le difficoltà di dialogo aumentano sia con le persone più giovani che con i coetanei. Le spinte di base alla socialità vengono meno e l’abitudine sostituisce l’interesse.

Io penso che per un etero che ha figli e nipoti le prospettive siano diverse, perché c’è a protezione la rete dei rapporti familiari. Per un gay ci può essere il cane, ci possono essere le piante, poi qualche hobby e poi il dover fare i conti con la pensione che non basta mai e con le malattie che sono l’unica cosa che appartiene realmente al vecchio.

Non so come sarebbe stato essere etero e non ho mai desiderato di non essere gay. Ora davanti a me c’è la vecchiaia, non dico la vecchiaia gay ma le vecchiaia in solitudine. Qualche soddisfazione c’è ancora… e a me, tutto sommato, è andata bene.

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UN GAY INNAMORATO DEL CAPO

Ciao Project,

ho visto che sul forum non scrivi quasi più. Spero che tu stia bene e che sia solo una cosa contingente.

Vorrei chiederti un parere su una situazione un po’ strana nella quale mi sono venuto a trovare.

Ho 28 anni, vivo e lavoro nel profondo Nord, in un’azienda molto importante. Per la mia età ho un posto di ottimo livello, che in molti mi invidiano. Non sono dichiarato né in famiglia né sul lavoro. Sul lavoro, anzi, cerco di non familiarizzare con nessuno e il ruolo che ho me lo permette. Gli altri pensano che sia per mantenere una gerarchia ma il fatto è che non vorrei diventare oggetto di sospetti o di chiacchiere.

Da sei mesi a questa parte, però, le cose sono cambiate in un modo del tutto inatteso. È arrivato a dirigere il mio gruppo di ricerca e sviluppo un ingegnere sessantenne e io sono andato in crisi sotto parecchi punti di vista. In breve, penso che sia gay e che tra noi si sia creato un canale di comunicazione preferenziale. Vorrei chiarire subito che non sono mai stato interessato agli uomini molto più grandi di me e che da parte sua non c’è mai stato nessun accenno, neppure minimo, a forme di familiarità di nessun genere. Ci diamo sempre del lei, a parte la posizione gerarchica, anche solo per la differenza d’età. Ti chiederai in che senso dico che c’è tra noi un canale di comunicazione speciale e qui mi devo spiegare meglio. Questa sensazione è cominciata in un viaggio di lavoro che abbiamo fatto insieme in Germania un paio di mesi fa. Ovviamente alloggiavamo in stanze singole. Negli incontri ufficiali, lui lasciava parlare sempre me. Pensavo che lo facesse perché io parlo discretamente tedesco. Lui si limitava, in Tedesco, solo a scambiare convenevoli, anche se tutti quelli della delegazione tedesca lo conoscevano. Poi, per caso, mentre lui non mi vedeva, l’ho sentito parlare in un Tedesco perfetto e la cosa mi ha colpito. Ma c’è ancora una cosa importante da dire, al termine degli incontri di certe giornate, molti componenti delle delegazioni straniere se ne andavano al night, io non ci sono mai andato e nemmeno il mio capo. Una sera siamo rimasti in albergo, abbiamo cenato insieme e poi siamo andati in giro a piedi per le strade di Berlino. Ecco, mi aspettavo che una situazione del genere, col mio capo, mi avrebbe messo in imbarazzo, ma mi sono trovato meglio di quando vado in giro coi miei amici di lunga data. Non mi ha fatto domande sulla mia famiglia, evidentemente sa che non sono sposato, io di lui non so nulla, ma non ha parlato della sua famiglia e non porta la fede. Abbiamo parlato di cose molto generali, delle nostre visioni del senso della vita, del valore che diamo al potere e al denaro. Non si è mai atteggiato a maestro, preferiva ascoltare, preferiva insistere sul fatto che la moralità di un individuo si vede dal rispetto che ha di quello che non capisce, in realtà è un argomento strano, soprattutto per un manager del suo livello. Allora ho cominciato a mettere in ordine tanti suoi comportamenti sul lavoro e altre piccole cose, per esempio lui ha una macchina di tipo molto economico, mentre altri dirigenti, molto meno importanti di lui, hanno super-macchine. Sul lavoro segue le persone nel dettaglio e le guida, noto però che con me non lo ha mai fatto, mentre lo fa regolarmente con le donne e con gli uomini sposati. Io cerco di dare il meglio di me sul lavoro e lui mi lascia totalmente libero, non cerca di guidarmi e non fa elogi di nessun genere, o meglio il massimo che fa è dirmi: “Ho visto il suo lavoro, grazie.” e accompagnare la frase con un sorriso. C’è ancora un’altra cosa che mi ha fatto molto riflettere. Tempo fa è morto un nostro collega, e siamo andati tutti al funerale, beh, lui ha fatto la comunione, cosa che non mi sarei mai aspettato. Ma torno al discorso di prima, alla chiacchierata dopo cena a Berlino. Era attento a quello che dicevo, ma molto prudente nel partecipare alla discussione. Non c’è stato nessun riferimento ad argomenti in qualche modo significativi, però il clima era veramente gradevole. Un’altra cosa da sottolineare: nei giorni successivi è capitato altre volte che avessimo la serata libera, ma la passeggiata per Berlino non si è ripetuta e credo che sia stata una scelta deliberata. Non so se pensare che in lui rivedo il padre che avrei voluto avere, o se il mio interesse abbia anche altre motivazioni, cosa possibile o addirittura probabile, ma certo, con lui sto bene. Può darsi che io stia solo sognando e confondendo il sogno con la realtà, ma l’impressione che tra noi ci sia veramente un canale segreto di comunicazione ce l’ho. Anche lui sta bene con me, si vede dal fatto che è tranquillo e lascia scorrere il tempo senza tenerne conto. Non mi posso certo aspettare che sia lui a fare il primo passo, non lo farebbe mai, però io non ho proprio il coraggio di allargare il discorso, soprattutto perché non lo voglio mettere in difficoltà, potrebbe sentirsi ricattato o ricattabile o esposto a chiacchiere facili, mentre voglio che con me si senta totalmente al sicuro. Dopo che siamo rientrati in Italia, apparentemente non è cambiato nulla, continuiamo a darci del lei, ma io penso che siano cambiate parecchie cose: in qualche modo c’è una forma di fiducia reciproca. Anche io non gli ho fatto mai domande di tipo personale e penso che lo abbia apprezzato molto. Quanto a me, è possibile che io mi sia innamorato di un uomo che potrebbe essere mio padre? E poi, se fosse così, che cosa potrei fare per non lasciare tutto nel mondo dei sogni? Potrà sembrarti strano ma questa storia mi sta cambiando la vita e direi che la sta cambiando in meglio. Resta però, di fondo, la paura di aver preso lucciole per lanterne e in pratica di aver costruito solo una enorme bolla di sapone.

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MATRIMONIO OMOSESSUALE – IRLANDA CATTOLICA E IRLANDA LAICA

L’arcivescovo di Dublino, Diarmuid Martin, dopo la vittoria del sì ai matrimoni omosessuali in Irlanda, è sembrato a qualcuno fare quasi autocritica: “Quanto accaduto non è solo l’esito di una battaglia per il sì o per il no, ma attesta un fenomeno molto più profondo, una rivoluzione culturale.” “È un cambiamento notevole i cui effetti sono imprevedibili.” Ma lo stesso arcivescovo continuava in modo paradossale: “Il matrimonio in Chiesa è anche un matrimonio civile e le coppie gay che se lo vedranno rifiutare potrebbero ricorrere ai giudici accusandoci di discriminazione, se il legislatore non mette dei limiti.”

Il cardinale Pietro Parolin, segretario di stato Vaticano così si esprime: “Sono rimasto molto triste per questo risultato. La Chiesa deve tenere conto di questa realtà ma nel senso di rafforzare il suo impegno per l’evangelizzazione.” “Credo che non si può parlare solo di una sconfitta dei principi cristiani ma di una sconfitta dell’umanità.” “La famiglia rimane al centro e dobbiamo fare di tutto per difendere, tutelare e promuovere la famiglia, perché ogni futuro dell’umanità e della Chiesa, anche di fonte a certi avvenimenti che sono successi in questi giorni, rimane la famiglia.” “colpirla sarebbe come togliere la base dell’edificio del futuro.”

Le espressioni usate dal cardinale Parolin presentano la Chiesa come baluardo a difesa della famiglia. Ma cerchiamo di capire quale sia stato il vero ruolo della Chiesa cattolica in Irlanda, in rapporto, in particolare alle ragazze madri, fino al 1996.

Faccio una breve premessa sulla Chiesa cattolica in Irlanda. Le case Magdalene, o lavanderie Magdalene (Magdalene laundries) erano istituti femminili che accoglievano le ragazze orfane, o ritenute “immorali”, per via della loro condotta considerata peccaminosa o in contrasto con i pregiudizi della società benpensante. La maggior parte di questi istituti furono gestiti da suore che appartenevano a vari ordini religiosi, per conto della Chiesa cattolica. È stato calcolato che circa 30.000 donne vi furono ospitate nel corso dei 150 anni di storia di queste istituzioni. L’ultima Casa Magdalene in Irlanda è stata chiusa il 25 settembre del 1996. A tutt’oggi non esiste una statistica esatta di quante vite siano state irrimediabilmente danneggiate in quelle case in nome della morale cattolica.

Il “COMITATO SUI DIRITTI DEL FANCIULLO” dell’ONU, nelle Osservazioni conclusive sulla seconda relazione periodica della Santa Sede, si esprime così:
https://gayproject.wordpress.com/2014/0 … i-bambini/

Tortura e altri trattamenti crudeli o degradanti

37 . Il Comitato è preoccupato dal fatto che la Santa Sede non ha adottato le misure necessarie per proteggere e garantire la giustizia per le ragazze arbitrariamente collocate dalle loro famiglie, dalle istituzioni dello Stato e dalle chiese nelle “lavanderie Magdalene” d’Irlanda gestite da quattro congregazioni di suore cattoliche fino al 1996.

Il Comitato è particolarmente preoccupato del fatto che :

(a) Le ragazze collocate in queste istituzioni erano costrette a lavorare in condizioni di schiavitù, ed erano spesso oggetto di trattamenti inumani, crudeli e degradanti nonché di abusi fisici e sessuali;

(b) le ragazze erano private della loro identità, della formazione e spesso degli alimenti e dei farmaci essenziali ed era loro imposto l’obbligo del silenzio e il divieto di avere qualsiasi contatto con il mondo esterno;

(c) le ragazze non sposate che avevano partorito prima di entrare o durante la detenzione nelle lavanderie erano separate dai loro bambini con la forza e

(d) anche se le quattro congregazioni cattoliche interessate erano sotto l’autorità della Santa Sede, non è stata intrapresa alcuna azione per indagare il comportamento delle suore che gestivano le lavanderie e per collaborare con le forze dell’ordine per individuare i responsabili degli abusi, così come tutti coloro che hanno organizzato il lavoro non pagato delle ragazze e consapevolmente ne hanno tratto profitto.

38 . Con riferimento alle raccomandazioni formulate dal Comitato contro le Torture nel 2011 per la Repubblica d’Irlanda (CAT/C/IRL/CO/1para.11) per perseguire e punire i colpevoli con pene commisurate alla gravità del reati commessi, e per garantire che tutte le vittime ottengano un risarcimento e abbiano diritto ad una riparazione, il Comitato invita la Santa Sede a:

(a) condurre un’inchiesta interna sulla condotta del personale religioso che lavorava nelle lavanderie Magdalene in Irlanda, così come in tutti i paesi in cui questo sistema era in vigore, e ad assicurarsi che tutti i responsabili di quei reati siano sanzionati e segnalati alle autorità giudiziarie nazionali per i relativi procedimenti penali;

(b) garantire il pieno risarcimento da versare alle vittime e alle loro famiglie sia attraverso le congregazioni stesse sia tramite la Santa Sede come supremo potere della Chiesa, legalmente responsabile per i suoi subordinati collocati in ordini religiosi cattolici sotto la sua autorità;

(c) prendere tutte le misure necessarie per assicurare il recupero fisico e psicologico e il reinserimento sociale delle vittime di tali reati e

(d) valutare le circostanze e le ragioni che hanno portato a tali pratiche e prendere tutte le misure necessarie per garantire che nessuna donna e nessun bambino possono essere arbitrariamente reclusi in futuro per nessun motivo.

Fin qui il documento del Comitato ONU sulla Repubblica di Irlanda. Ma il Vaticano, che tanto si preoccupa della difesa della famiglia dal matrimonio gay (?) secondo lo stesso Comitato ha gravi responsabilità, ampiamente documentate dai singoli Stati, in merito alla copertura degli abusi su minori e in merito al tentativo di risolvere il problema dei figli dei preti e dei religiosi cattolici garantendo un sussidio economico alle madri solo a condizione che esse rinuncino definitivamente al riconoscimento della paternità. Evidentemente tutte queste pratiche sono in perfetto accordo con la morale cattolica. Il Comitato ONU, in particolare, sulle posizioni della Santa Sede relative agli omosessuali così si esprime:

“il Comitato è preoccupato per le pronunce e le dichiarazioni precedenti della Santa Sede sull’omosessualità, che contribuiscono alla stigmatizzazione sociale e alla violenza contro lesbiche, gay, bisessuali e transgender, adolescenti e bambini cresciuti da coppie dello stesso sesso.” 

Chi ha orecchio per intendere intenda.

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Annali dell’Omosessualità di André Raffalovich – Parte 6: Omosessualità nella cronaca

Appendice A: Unisessualità Francese

Nel mese di febbraio 1896 il caso Voignier (assassinio della piccola Ale Neut) fece venire alla ribalta il giovane Robin, che si era venduto a Voignier: nel 1888, la moglie di Voignier morì di dolore e di miseria e i suoi figlio ruppero i rapporti con lui.

Lui si diede quasi con una specie di frenesia alle sue abominevoli passioni; una sera, aveva portato nel suo alloggio di via Julien-Lacroix, 46, il giovane Robin, che poi lo avrebbe denunciato, che era ancora un ragazzino; Gli aveva dato un po’ di frutta, dei dolci e qualche soldo; poi lo aveva tenuto per tutta la notte nel suo letto. Robin non accettava solo di sottomettersi alle fantasie erotiche di Voignier; diventò il procacciatore del vecchio satiro; andava per lui a adescare le ragazzine intorno alle scuole.(1)
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Lione, 13 marzo. – La polizia ha appena messo le mani su una banda di sei individui che hanno audacemente sfruttato un ricco negoziante di derrate coloniali della nostra città, che aveva avuto un giorno l’imprudenza di ascoltare le propose di un tale L. …, Il negoziante per la paura di uno scandalo, di cui era minacciato, divenne la preda di quest’ultimo e dei suoi amici e dovette fornire loro molte somme di denaro.

Finalmente, uno dei complici, chiamato Cattaneo, si fece passare presso di lui per giudice istruttore e per 10.000 franchi si offrì di mettere fine al ricatto di cui il negoziante era l’oggetto. Ma, recatasi al palazzo di giustizia, la vittima di questa estorsione incontrò un vero giudice istruttore e tutta la banda fu arrestata. Cattaneo è stato catturato a Marsiglia (2).
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Sono appena morti, nel quartiere di Sant’Antonio, due vecchi la cui storia, benché molto toccante, ispira comunque una certa repulsione, ecc..

Ernest M… e Julien G… si erano conosciuti in collegio. Avevano fatto insieme tutto il corso degli studi, traducendo insieme l’Arte di amare di Ovidio, come più tardi dovevano leggere in tête à tête Chariot s’amuse.

M… aveva un certo patrimonio, G… era in una situazione delle più mediocri. Il primo mise la sua borsa, il suo appartamento e il suo cuore a disposizione del secondo , che accettò. E la loro vita non fu più che un lungo idillio, che nessuna nuvola venne ad oscurare.

Julien portava delle toilette femminili, sottovesti, pizzi, calze di seta, giarrettiere di nastro, quelle mille paroline della civetteria femminile cui gli amanti attribuiscono tanta importanza.

Ernest M… è morto pochi giorni fa di congestione polmonare, e non potendo Filemone fare a meno di Bauci [Filemone e Bauci sono una coppia mitica cantata nelle Metamorfosi di Ovidio], Julien, per il quale l’esistenza solitaria non aveva più fascino, disperato per la morte del suo compagno, si è asfissiato usando una stufa.
Il commissario di polizia, incaricato di fare un sopralluogo, l’ha trovato sul suo letto, vestito con un abito di velluto nero, col volto completamente truccato e una fotografia del suo amico sul petto (3).
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OLTRAGGI SU UN BAMBINO

Qualche giorno fa un giovane scolaro, Jules Ménard, di 12 anni, ha incontrato, uscendo dalla scuola, tre ragazzi di una ventina d’anni che col pretesto di fargli un regalo, lo hanno attirato nell’alloggio di uno di loto e gli hanno fatto subire degli odiosi oltraggi.

Ma il piccolo Ménard, che i genitori avevano portato al commissariato di Plaisance, non ha potuto fornire che spiegazioni vaghe sui miserabili che lo avevano attirato in questo agguato.

I servizi di Sicurezza sono stati allora incaricati di cercare questi ultimi, e ieri il sig. Cochefert ha mandato in camera di sicurezza i nominati Nollec, detto “Becco salato” e Thomas, detto “il Vecchio”, vagabondi della peggiore specie che, messi al confronto con la vittima dagli agenti, erano stati formalmente riconosciuti.
Il giudice sig. Damon è stato incaricato dell’istruzione di questa causa.(4)

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Un certo sig. L., di viale d’Antin, che vive di rendita, era andato a passare il carnevale a Nizza. Lì, sulla promenade des Anglais, una sera, fece la conoscenza con un uomo dall’atteggiamento molto distinto che si diceva membro della famiglia imperiale del Brasile.

Felice di avere avuto la fortuna di crearsi una così bella relazione, il sig. L… non lasciava più il preteso conte. Li si poteva incontrare insieme nei ristoranti alla moda.

Una sera che erano lontani dalla città, sulla promenade des Anglais, arrivarono due individui che si qualificarono come agenti della polizia del buon costume e che li misero in stato di arresto, affermando di avere a che fare con gente dalle abitudini inconfessabili. Proteste de sig. L…., proteste più violente del falso conte che offrì addirittura ai due agenti un biglietto da 500 franchi perché li lasciassero liberi.

Il sig. L… che aveva con sé solo 50 franchi, offrì 30 franchi, ma gli agenti rifiutarono con sdegno. M. L… tornò allora in albergo e portò subito il prezzo della sua libertà, 500 franchi, pur protestando sempre la sua innocenza.

Di ritorno a Parigi, il sig. L… raccontò la sua avventura a degli amici e questi gli dissero che molto probabilmente era stato vittima di un’estorsione, tanto più che una nuova richiesta di 1.000 franchi gli era stata indirizzata con la minaccia di divulgare i fatti.

Il sig. L… ha sporto denuncia alla Procura della Repubblica.(5)

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Un ragazzo di nove anni, Charles X…, figlio di un gioielliere di via Chapron, è scomparso improvvisamente giovedì scorso. I genitori desolati hanno fatto fare delle ricerche che non hanno dato nessun risultato, finché ieri il bambino è stato portato in commissariato da un uomo che si è subito dato alla fuga. Il giovane Charles, restituito ai suoi genitori, ha raccontato che in piazza della Repubblica aveva incontrato in individuo che lo aveva portato a Belleville nel suo alloggio, dove lo aveva trattenuto per quattro ore, facendolo passare per suo figlio.

Il bambino ha aggiunto di essere contento di ritrovare i suoi genitori perché l’uomo era sporco e gli aveva attaccato pidocchi e parassiti dopo essersi scatenato su di lui con i più odiosi attentati.

Il sig. X…. Ha fatto fare immediatamente un bagno al piccolo Charles e si è accorto, spogliano il bambino, che aveva subito i peggiori oltraggi.

È stata subito sporta denuncia contro l’immondo individuo, che è stato trovato a casa sua, in via des Envierges, a Belleville. Si tratta di un lavatore di piastrelle chiamato Jean Paulot di trentacinque anni. È stato messo in custodia.(1)

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Lo spaventoso crimine di Vincennes, l’assasinio del giovane Vasseur da parte di suo padre e di Boucher, ha fatto scendere dei dubbi sui costumi del complice di Vasseur padre. Abbiamo ancora in mente l’omicidio del giovane figlio (i cui modi erano unisessuali) da parte di suo padre e di Boucher, il suicidio del padre e la storia di Boucher (2):

Sì, disse Boucher a sig. Hamard che lo interrogava, è Vasseur padre che ha ucciso Eugenio. È un uomo molto violento. Da quando ha visto il figlio allontanarsi dalla retta vita, gliene è derivata un’amarezza enorme che ben presto si è trasformata in un odio feroce. Aveva solo un’idea in mente: sbarazzarsi di questo monellaccio , che non voleva fare nulla, che disonorava la famiglia, perché aveva dei costumi abominevoli.

Quattro anni fa – Eugenio aveva allora 13 anni – Vasseur padre attirò il figlio in una periferia, presso Saint-Cloud, sulle rive della Senna, e gli chiese le carte e il fazzoletto che aveva su di sé. Il bambino glieli diede. Allora il padre lo potrò verso la Senna per buttarcelo, ma il ragazzo si aggrappò a lui; cominciò una lotta terribile, Eugenio scivolò a terra, sfuggì al suo boia e se ne scappò.

Dopo quel giorno il ragazzo detestò il padre, ma per dire tutta la verità non pronunciò mai delle parole di morte contro chi lo aveva messo al mondo, mentre “il padre non aspettava che l’occasione per farlo sparire.”

Eugenio seguì Boucher nel bosco di Vincennes. Erano le otto, racconta Boucher. Lentamente, discutendo, noi salimmo sul plateau.

Improvvisamente, venendo fuori come una bestia feroce dalla boscaglia dove si era rannicchiato il padre si lanciò sul figlio e lo afferrò per il collo. Io ebbi paura… Il ragazzo si mise a gridare. Io mi precipitai su di lui e cercai di chiudergli la bocca con le mani. Ma lui mi morse così fortemente che mi allontanai per fermare il sangue che sgorgava dalla mia ferita e per controllare che nessuno venisse sulla strada…

Più nulla, il bambino non gridava più; nell’oscurità vedevo solo un’ombra accucciata. Mi avvicinai.
– E allora? chiesi al padre
– Ha pagato il suo conto, mi rispose semplicemente.
Inorridito, sollevai il cadavere per i piedi e lo portai dove è stato scoperto…
La complicità di Boucher si potrebbe spiegare col fatto che i suoi costumi erano inconfessabili e le sue relazioni con Eugenio erano di natura tale da incriminare le sue abitudini.

Era costantemente oggetto delle richieste di aiuto della vittima, e queste richieste quotidiane avevano l’apparenza di un ricatto esercitato dal ragazzo.

Minacciato diverse volte della divulgazione delle sue pratiche vergognose, Boucher si sarebbe deciso al crimine.

Questi sospetti non furono né confermati né contraddetti dai rendiconti che io ho visto del processo Boucher nel mese di ottobre. Fu condannato a dieci anni di reclusione. Le cattive frequentazioni dello sfortunato Eugenio Vasseur furono confermate. I suoi amici si chiamavano Bébé, Totor de la Maubert, Gaston du Latin, etc.

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Un borghese coraggioso, il sig. D .., che era fuggito per un paio di giorni da Arras, la sua residenza abituale, per venire a fare un po’ di festa a Parigi, notò l’altro ieri, in serata, una persona giovane e gentile, di cui cominciò la conquista.

Tentò l’assalto sul campo e, dopo qualche scambio di frasi, la posizione fu conquistata. I nostri due amanti si stabilirono in tête-à-tête in un ristoratore presso Place de la Bastille e tutto andò alla perfezione.

La cena fu delle più divertenti e il Don Giovanni di provincia era felice con la sua compagna; aveva un po’ la pelle ruvida, la sua voce era un po’ rotta come per l’abuso di alcol, i “piedi un po’ robusti”, ma … D non era un nemico della robustezza.

La donzella sapeva difendersi contro i tentativi galanti del suo compagno con un fascino che non faceva che eccitalo di più, dato che la resistenza ha sempre costituito, nella donna che si brama, una seduzione in più.

Questa non è certo una ragazza, pensava dentro di sé il coraggioso borghese: non difenderebbe così. È ovviamente una brava operaia che sto spingendo alla dissolutezza; forse è pure sposata; che briccone fortunato sono!

E il nostro viveur meditava di concludere la serata con una notte delle più … piccanti.

Quando gli sembrò che l’ora del pastore fosse suonata, si fece più pressante e insistette perché la giovane donna lo accompagnasse al suo albergo, in boulevard Beaumarchais, solo per un momentino. E lei finì per accattare.

Una volta in camera, la ragazza chiese timidamente che la candela fosse spenta mentre si spogliava; il suo compagno acconsentì al desiderio in modo molto galante, attribuendo quella richiesta al pudore.

Ma quando ritenne il momento opportuno, accese un fiammifero e non fu certo poco sorpreso di vedere …

Dio mio! È facile! Vide quello che avrebbe visto se avesse guardato se stesso in lingerie in uno specchio! La giovane donna era un giovane uomo.

Subito, stupito, il nostro provinciale entrò presto in una collera spaventosa, tratteneva per le braccia la sua compagna diventata un compagno, lo costrinse a rivestirsi e lo trascinò per le orecchie alla vicina stazione di polizia, nonostante le proteste del giovane balordo, che con forza affermava che era solo uno scherzo.
Nell’ufficio, quest’ultimo fu identificato come uno di nome Justin R…, cameriere senza dimora, ben noto nella zona sotto il significativo soprannome di “il Trottin ‘.
Approfittando dei suoi modi effeminati, la sera, indossava abiti da donna e, così travestito, “batteva il suo quarto,” [aspettava i clienti come una prostituta], allettando i signori anziani.

Il “Trottin” è stato messo sotto custodia dove il suo ingresso è stato dei più sensazionali (8).

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Il sig. Jean Coquelin è stato oggetto, in questi ultimi tempi di un tentativo di ricatto da parte del suo fornitore di vestiario alla Porte-Saint-Martin, il signor Guyard.

Guyard minacciava il sig.Coquelin di inviare una lettera al sig. Constant Coquelin, suo padre, per informarlo di fatti gravi quanto inverosimili. Guyard è stato condannato in contumacia a sei mesi di prigione (9).

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Il caso della Baronessa de Valley. – Nel mese di giugno il caso della donna strangolata in via Penthièvre fece apparire delle silhouette di unisessuali. Quanto segue è dedotto da Gil Blas.

Femand Laghény, 18 anni. È stato lui l’istigatore del crimine, che aveva premeditato lungamente.

La sera stessa dell’assassinio bighellonava dalle parti di rue du Croissant, informandosi dei risultati delle corse. Quando comparvero le prime copie del Paris-Sport, ne comprò rapidamente una, dopo averla guardato: “Ecco il mio cavallo ha vinto, gridò, e io intasco una forte somma.”

Il miserabile credeva di costruirsi così una specie di alibi e di spiegare la provenienza del denaro che aveva in tasca.

Laghény non aveva domicilio riconosciuto; spesso « di notte » si coricava sulle panchine; di “facili” costumi, condivideva qualche volta il letto di un compagno o di un borghese vizioso.

Quando la sua benefattrice gli dava n po’ di denaro, lo impiegava per farsi un giro di ballo popolare o per bere.

La notte del delitto andò a dormire all’hotel de la Meuse, al 29, di rue de l’Ecole-de-medecine, ma non tornò l’indomani; la precauzione era buona perché lì era stata predisposta una trappola per lui.

I suoi due accoliti, o meglio i suoi esecutori, si chiamano Julien Kiesgen e Pierre Ferran.

Kiesgen, vent’anni. Un gran bel ragazzo, un tipo di mezzano bellimbusto, già impiegato di commercio, che aveva in altri tempi lavorato nei grandi magazzini della riva sinistra.

Di una famiglia abbastanza buona di commercianti stabiliti a Versailles, Kiesgen non era mai andato d’accordo coi suoi genitori e li aveva abbandonati per venire a Parigi, dove si era ben presto legato con una banda di furfanti.

Kiesgen abitava al n. 1 di rue Descartes, in un hotel che si presenta di basso livello, dove sopra un muro grigio e sporco è istallata pomposamente in lettere mezze cancellate questa insegna: Grand-Hôtel des Ecoles.

La rue Descartes, prolungamento della rue Mouffetard, sinistramente celebre, viene a perdersi in una stradetta tortuosa e oscura la rue Montagne-Sainte-Geneviève.

Allo stesso indirizzo dove alloggiava Kiesgan, la rue Descartes si allarga in una specie di piazza, al centro della quale si innalza una fontana situata su una rotonda e circondata da una sorta di parapetto a forma di ferro di cavallo.
Lì, ogni giorno, si affollano i “terrori” del quartiere: teppisti terribili, con la faccia di belva, con la cicca incollata al labbro appeso, con la testa coperta da un berretto bisunto il cui bordo inferiore accarezza il loro collo di bestia, discutono dei colpi da fare o sul modo col quale si deve dare una coltellata.

Questa era le compagnia che frequentava Kiesgen.

È lui, stando alle dichiarazioni dei complici, che ha strangolato la baronessa di Valley: Ferran faceva il palo sul pianerottolo e Laghény aspettava in strada.

Completamente diversa è la fisionomia di Pierre Ferran. Ci si chiede a seguito di quale aberrazione mentale, di quali attrazioni funeste il disgraziato ragazzo si era lasciato andare a buttarsi in un delitto così abominevole.

Le informazioni prese su di lui nel quartiere sono delle più favorevoli. Molto dolce di carattere, di un’educazione che rasentava l’amabilità, Pierre Ferran suscitava in quanti lo accostavano una reazione di simpatia.

Abitava da sua zia, la signora M…, una donna rispettata che vive di rendita e occupa un appartamento con un affitto di 1800 franchi.

Questa sfortunata donna che è stata costretta a letto dalla notizia del crimine al quale ha partecipato suo nipote, ci ha ricevuti con gentilezza, nonostante la sua condizione di debolezza.

– Pierre era un bambino piuttosto timido, dice. Era molto felice qui. Era spesato di tutto, e non gli ho mai nemmeno rifiutato la banconota da cento, quando voleva divertirsi un po’. Ultimamente aveva voluto la sua libertà. Gli avevo fatto dare una camera in casa al sesto piano; ma so dalla portiera che non la usava affatto per dormire, e la sua esistenza era piuttosto regolata.
– Conosceva Kiesgan da molto tempo?
– È il suo amico d’infanzia, si vedevano ogni giorno e ho sempre deplorato questa amicizia per lui.

Molti giornali hanno ricevuto lettere pittorescamente scritte in bella calligrafia, della bella Marcella, che è stata molto intervistata e che era data per amante del bel Raoul, uno dei compari di Laghény. L’amabile ragazza si difende sostenendo di non avere avuto alcuna relazione col bandito sodomita, che, del resto, aggiunge lei, “non propendeva” affatto per le donne.

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Gabriel Nivellau un giovane operaio incastonatore senza lavoro, vagava un giorno all’avventura, non avendo né pranzato né cenato e si domandava con inquietudine se i pasti dell’indomani sarebbero stati così leggeri come quelli del giorno presente.

Durante questa passeggiata melanconica incontrò un vecchio che viveva di rendita, che cominciò una conversazione con lui e parve interessarsi alla sua sorte. Perché questa improvvisa filantropia? Forse è meglio, nell’interesse della morale, non cercare di approfondire troppo! In breve Gabriel Nivellau ricevette qualche sussidio dal buon vecchio.

Quando egli raccontò la sua avventura a Marins Roblin, un suo compagno, col quale alloggiava in rue du Vert-Bois, questo, uno scienziato che aveva letto molti romanzi e “che la sapeva lunga”, ebbe subito una ispirazione.

Propose a Nivellau di introdursi a casa del suo protettore, di addormentalo con del cloroformio e di “rubargli la focaccia” dopo di che sarebbero andati a fare un giro ai bagni di mare, come la gente dell’alta società. Nivellau accettò con entusiasmo e tutti e due se ne andarono da un farmacista della quindicesima circoscrizione al quale chiesero una fiala di cloroformio per calmare, dissero, un violento mal di denti.

Il farmacista si stupì della quantità che gli veniva richiesta e pregò i due ragazzi di ritornare dopo un’ora: questo tempo, disse, gli sarebbe stato necessario per preparare la pozione.

Dopo che i due singolari clienti si furono allontanati, si recò presso il sig. Chadefaux, commissario di polizia e lo informò dei suoi sospetti.

Quest’ultimo dispose una vigilanza intorno alla farmacia; quando Nivellau e Roblin si presentarono, fu data loro una fiala di acqua pura.

Dopo un pedinamento in piena regola, i giovani furono arrestati.

Condotti al commissariato di place Vauban, non esitarono a confessare i loro progetti criminali. Tutti e due furono messi in custodia.(10)

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RETATE D’ESTATE

Il servizio di sicurezza ha fatto ieri una nuova retata nel Bois de Boulogne, che è durata dalle sei di sera a mezzanotte. Sono stati operati diciotto arresti.
Nel momento in cui gli agenti arrivarono al Bois, due malfattori avevano appena strappato l’orologio a un passante. Inseguiti dagli agenti sono stati arrestati. Altri due vagabondi, di cui uno vecchio di settantun anni, sono stati sorpresi in flagrante delitto di atti osceni.(11)

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Léonard D…, soldato musicista nel 154esimo reggimento, di stanza a à Saint-Denis, e Ferdinand B…, distaccato all’infermeria del medesimo reggimento, entrambi appartenenti ad eccellenti famiglie, erano legati, dal loro arrivo al reggimento, da un’amicizia stretta. Questa intimità era frequentemente turbata da scene di gelosia che ne indicavano abbastanza chiaramente la specie contro natura. I due soldati dormivano nella stessa stanza avendo per compagno di letto un caporale armaiolo.

Avanti ieri sera, si coricarono tutti e tre: il caporale armaiolo e il musicista si addormentarono. Subito l’infermiere Ferdinand B…., che era sveglio, tirò fuori la sua baionetta e la passò attraverso il corpo del suo amico Léonard D… che dormiva. Alle grida del ferito accorse gente e dopo l’iniziale incertezza fu trasportato all’ospedale, dove morì molto rapidamente. L’arma gli aveva perforato l’intestino.

Ferdinand B…, che ha osservato il più rigoroso silenzio è stato messo in cella. Appena compiuto il suo gesto, aveva ingerito una dose di laudano, insufficiente, del resto, a portare pregiudizio alla sua salute. Forse anche dei civili sono coinvolti in questo caso.(12)

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Già da qualche tempo, i direttori di una importante ditta di seterie del quartiere Gaillon constatavano che la loro merci sparivano con una incredibile regolarità. Ogni giorno era un bel pezzo di velluto che spariva o qualche metro di satin.

La situazione divenne intollerabile, e una sorveglianza regolare fu organizzata per arrivare alla scoperta del ladro o dei ladri, perché date tutte quelle sottrazioni materiali, gli sfortunati negozianti si credevano taccheggiati da una intera banda di malandrini. Fu comunque l’azzardo che fece pizzicare il colpevole. Ieri mattina, un tale, chiamato L…, impiegato della ditta, si preparava ad uscire, quando lasciò cadere per disattenzione, dalla tasca del suo soprabito un cilindro di cartone intorno al quale erano arrotolati molti metri di una seta dei riflessi luccicanti.

L…., arrestato, non cercò nemmeno di fuggire e, senza creare difficoltà, si presentò al commissariato di rue Marsollier, accompagnato dai suoi padroni.
Dopo un interrogatorio sommario, il sig. Péchard, commissario di polizia, andò al domicilio dell’incolpato in rue de Dunkerque.

Lì, con sua grande sorpresa, il magistrato constatò che gli appartamenti di L… erano dei veri e propri depositi dove stavano ammonticchiate mercanzie di ogni qualità e provenienza, che L… aveva comprato tutte, come disse al reggimento a “una fiera del palio”. Ma lo stupore del commissario giunse al colmo quando nel corso dell’ispezione degli approvvigionamenti dell’incolpato, quello aprì un armadio nascosto dietro un drappeggio: in questo luogo discreto si affollavano costumi da ballerina, da danzatrice del ventre, da clown-donna, abiti da ballo scollatissimi, con cui, in sostanza di potevano vestire i corpi di ballo di molti teatri sovvenzionati.

Quando L… fu interrogato sulle sue presunte numerose amanti, dato questo guardaroba femminile, si difese dicendo di non avere alcuna relazione con donne, ma al contrario!

I costumi che si potevano vedere, disse, servivano a travestire i ragazzi “di facili costumi” di cui faceva conoscenza nei balli pubblici; amava soprattutto quelli che ballavano bene. Un giro di gamba lo seduceva e la spaccata lo conquistava.
Portava allora questi signori da lui a fare baldoria.(13)

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La notte scorsa, un negoziante di vini di Bordeaux , di passaggio a Parigi, tornava al suo albergo in rue du Quatre-Septembre, quando fu accostato da due individui che gli dissero:
– Ecco sono due ore che ti seguiamo. Ti abbiamo visto entrare in una casa in compagnia di un ragazzo. Noi siamo agenti della buon costume, seguici.
Il sig. X… cercò di protestare.
– È inutile che neghi, disse uno dei due individui. D’altra parte noi abbiamo arrestato il ragazzo che ti accompagnava. Vado a prenderlo.

Mentre i due falsi agenti si allontanavano, quello che era rimasto col sig. X… cercava di convincere quest’ultimo a soffocare lo scandalo.
– Ci si può sempre mettere d’accordo, disse.

Qualche istante dopo, l’altro agente ritornò con un giovane uomo, un ragazzino di diciassette anni, che recitò la lezione che aveva imparato.

Finalmente i ricattatori promisero al sig. X… che lo avrebbero rilasciato per 500 franchi. In quel momento il negoziante vide due vigili e li mise al corrente dell’avventura che gli era accaduta pregandoli di portarli tutti al posto di polizia per spiegarsi. I due agenti continuarono a fare la poro parte di agenti della buon costume e si diressero tutti verso il posto di polizia di la rue de la Banque. Arrivati all’angolo di rue Paul-Lelong, i due sedicenti agenti e il ragazzo girarono bruscamente e si diedero alla fuga. I vigili si misero a inseguirli e non poterono arrestarne che uno solo, che fu condotto al commissariato di polizia del sig. Orsatti, dove dichiarò di chiamarsi Félix D…, di avere ventidue anni e di essere impiegato di commercio. Ha rifiutato di fare i nomi dei suoi complici e a dato molti indirizzi dove, però, risultava sconosciuto.(14)

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Il sig. Rabarroust, direttore di un’agenzia di pubblicità, si recò avanti ieri al commissariato di polizia del sig. Orsatti, su invito di questo magistrato.

Là apprese di essere l’oggetto di una querela da parte di due ragazzi che lo accusavano di aver fatto loro delle proposte oscene; è questa, penso, l’espressione per designare castamente questo genere di noleggio.

Il sig. Rabarroust si difese come un diavolo: non conosceva affatto i suoi accusatori e si trovava senza dubbio in mezzo ad un tentativo di ricatto. Chiese di essere condotto immediatamente alla Procura della Repubblica, dove, dopo essere stato interrogato dal giudice istruttore Boucar, nominato seduta stante, fu rimesso in libertà.

Se il sig. Rabarroust, è stato, come lui afferma, vittima di uno spudorato ricatto, si consoli pensando che non è il solo al quale è capitata una simile disavventura.

I dintorni della stazione di Saint-Lazare, i viali degli Champs-Elysées sono infestati da questi giovani balordi, che vengono designati in argot con nome di “Jésus”, e il cui merito consiste nell’essere, molte volte al giorno, l’oggetto di un attentato al pudore.

Il loro modo di agire è dei più semplici: uno di loro adocchia un signore, nel momento in cui va a ritirarsi in una di quelle edicole che la municipalità previdente
ha messo al servizio delle persone prese da un bisogno di intima effusione.

Penetra dietro a lui e esce quasi immediatamente gridando. Si forma un crocchio di persone, Che c’è? Che è successo? Il signore impaurito non ci capisce più niente. Allora l’ignobile ragazzotto lo accusa apertamente di aver voluto praticare su di lui degli atti immorali.

La folla idiota prende le parti dell’accusatore e non ha epiteti abbastanza svilenti per apostrofare lo “sporco” signore che continua a non capire nulla. Arrivano i vigili, lo “sporco” signore è preso. Trascinato davanti al commissario di polizia, perde la testa e non trova in genere che un solo mezzo per cavarsene fuori. Se ne va, ben presto rimesso in libertà, perché è raro che la persona arrestata sia, in questi casi, tenuta sotto custodia, dai genitori del suo accusatore (questo ha dato il suo indirizzo come per caso nel corso dell’interrogatorio); lì, a seguito del pagamento di somme da decidere, ottiene che la denuncia sia ritirata. I genitori, che sono conniventi con il loro scellerato figlio, accettano: questo è tutto.
Al Bois de Boulogne e ai Buttes-Chaumont, il piccolo “trucco” è usato dalle ragazze, istruite a questo gioco dalle loro madri.

Ci è stato detto alla Pubblica Sicurezza che queste piccole commedie ricorrono molto frequentemente: purtroppo, spesso si trasformano in tragedia e abbiamo visto a volte dei padri di famiglia farsi saltare le cervella, per sfuggire una tale accusa infame quanto infondata.

La legge protegge in modo insufficiente contro queste manovre quelli che possono divenirne oggetto. In effetti, in caso di inchiesta giudiziaria una sola cosa può salvare l’accusato ed è l’infamia riconosciuta dell’accusatore.

Quando un uomo accusato di attentato al pudore a seguito della denuncia di un bambino, è portato davanti al commissario di polizia, si interroga immediatamente il bambino. Se è noto che questo è abitudinariamente implicato in fatti simili, è raro che la faccenda abbia un seguito. Spesso il ragazzino o la ragazzina forniscono, nel corso dell’interrogatorio dei dettagli precisi che provano in modo penoso a che punto la loro educazione al vizio si sia spinta.

Cinque o sei anni fa un ufficiale di cavalleria veniva arrestato a seguito di una denuncia di una vecchia prosseneta che gli rimproverava di aver voluto abusare della sua ragazzina. L’incolpato riconosceva di essere “salito” con la ragazza: ma affermava che lei lo aveva “provocato” e che lui aveva accettato le sue proposte, credendola almeno diciottenne. La piccola aveva un’aria angelica e ammirabilmente impeccabile, sembrava l’immagine della virtù. Ma davanti al commissario di polizia le sfuggì una parola che salvò l’accusato. Dato che costui riconosceva di averla accompagnata parecchie volte, aggiunse anche che una volta aveva passato la serata con lei e con una delle sue amiche: “Ah sì!, gridò la ragazzina, era Angela; quella che viene con me quando abbiamo un cliente che vuole vedere “due donne amarsi!” Si servì anche di un’espressione più cruda: in ogni caso il magistrato restava fisso sulla pretesa virtù della denunciante: questa esclamazione aveva fatto cadere e ali dell’angelo e l’aveva mostrata nella sua giusta luce.

Due giorni dopo, l’undicesima sezione penale giudicava una banda di giovani ruffiani, già ferrata in ogni tipo di furto, e di bambine, più esperte a smerciare la spazzatura dell’amore delle prostituite più navigate: il più grande di questi bambini aveva a malapena quattordici anni.

Pensate forse che questi sfruttatori in erba e queste prostitute in gonne corte avessero esitato a compromettere il primo passante per una caramella o per una moneta da dieci centesimi? (15)
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Nel Gil Blas del 26 settembre, in un’intervista col sig. Sermet, censore, a proposito della Lega contro la licenza nei teatri:

Forse hanno ragione, disse, ma noi non abbiamo torto, La verità è che i caffè concerto di sesto ordine ci presentano canzoni oscene, noi indichiamo loro i cambiamenti da fare. Loro li fanno sul manoscritto e poi continuano a cantare la prima versione. Che ci possiamo fare? Spetta alla prefettura di polizia agire.

Spetta all’agente intervenire. Ora egli interviene solo quando la canzone lo prende in giro. E il fatto è raro.
– Qual è dunque l’argomento seguito di più in quest’arte così particolare?
– Oh! Dipende dall’attualità. Così, dopo il processo di Oscar Wilde, non c’è giorno che non siamo obbligati a cancellare nei lavori presentati, innumerevoli scene di pederastia.

APPENDICE B: Unisessualità inglese

Estate 1895. – Caso di ricatto, – Una serata d’estate, Westley Francis, un parrucchiere, aveva appena lasciato un orinatoio pubblico (situato dell’ l’Oxford Market) quando fu avvicinato da un certo Moody, ragazzo dai capelli rossi, che aveva ventisei anni ma sembrava averne solo diciassette. Moody gli domandò un bicchiere di una cosa qualunque. Perché, ragazzo mio, dovrei darti da bene? Chiede il parrucchiere. – Non ho lvoro e non ho soldi, gli dice il ragazzo di ventisei anni, e lo afferra per il braccio. Il parrucchiere fa uno sforzo per allontanarsi, ma spuntano due individui, e uno di loro grida: Noi ti teniamo, briccone! – Questi uomini si fanno passare per egenti e chiedono del denaro. Il parrucchiere comprendendo con chi ha a che fare chiama in suo soccorso due signori che passavano e, dopo delle minacce, i tre se ne scappano, un negoziante di Oxford Market che vide questa scena, incontrò più tardi i tre ricattatori in uno spaccio di vino e li indicò alla polizia. Hawkins poté mostrare al magistrato una cicatrice sul labbro di Moody e darne la spiegazione: nel mese di ottobre questo individuo venne alla mia porta e mi invitò ad accompagnarlo all’orinatoio. Io gli diedi un pugno in faccia.

L’ispettore di polizia fornì una testimonianza altrettanto grave: aveva visto lunedì sera Moody e Wilton (uno dei suoi complici) vicino a questo orinatoio. Vide Moody entrarci cinque volte di seguito e in una delle sue uscite un signore fu visto dargli del denaro. Poi Moody e Wilton andarono dal mercante di vino. L’ispettore chiamò Hawkins per identificare Moody e i colpevoli furono arrestati. Wilton creò dei problemi in prigione. È un abile simulatore di malattie. In occasione di un precedente arresto, aveva fatto andare avanti una causa per venti settimane facendosi passare per malato. Il magistrato felicitò calorosamente il parrucchiere: Se si seguisse il vostro esempio, disse, queste mascalzonate potrebbero essere represse. Non so quale fu la punizione dei ricattatori, ma furono puniti.

Novembre 1895. – Un americano. Nathan B. …, che ha l’abitudine di frequentare Hyde Park, fa la conoscenza di un certo Frédéric P. …, attore. Si fanno delle promesse reciproche; l’americano porta l’attore a casa sua, gli dà dei vestiti. L’indomani sparisce un paio di scarpe. Quanto l’americano incontra di nuovo il suo amico lo fa arrestare. Il magistrato assolve l’accusato e il giornalista che fa la cronaca di questa “amicizia di Hyde park” non se ne stupisce affatto.

André Raffalovich
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[1] Echo de Paris
[2] Gil Blas, 15 marzo.
[3] Gil Blas, 26 marzo.
[4] Gil Blas, 27 marzo.
[5] Echo de Paris, 30 marzo.
[6] 2 aprile.
[7] Journal, 30 aprile.
[8] Gil Blas, maggio.
[9] Gil Blas,
[10] Gil Blas, 2 luglio.
[11] Le Journal, 15 agosto,
[12] Le Journal, settembre.
[13] Le Gil Blas, 9 settembre.
[14] Le Journal, 11 settembre.
[15]Gil Blas, 27 agosto.

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AIUTO! MI SONO INNAMORATO DI UN UOMO MATURO

Ciao Project,
sono un ragazzo di 24 anni e mi sono innamorato di un ultrasessantenne. È anziano ma è un bell’uomo ed è gay, lo so perché gliel’ho chiesto direttamente e mi ha risposto che lo era. Io ho fatto le mie esperienze ma non avevo mai trovato un uomo così e credo che lui a me tenga moltissimo, o meglio, non lo credo, ne sono certo, però non vuole avere rapporti sessuali con me, mi tiene a distanza, è un po’ come se gli facessi paura, ha cercato di incoraggiarmi a trovarmi un ragazzo più o meno coetaneo e quando è successo non è stato minimamente geloso, io mi sento perso perché ne sono innamorato e penso di avere anche un forte ascendente su di lui, ma lui scappa sempre, cerca scuse, io provo a insistere ma non mi dice mai di sì. Ho notato che quando parliamo d’amore lui la mette sempre sul piano affettivo, mentre per me è proprio una questione sessuale e credo che questo lui non riesca a capirlo, mi dice sempre che è vecchio, che non sta bene e che un ragazzo giovane potrebbe costruire una vita con me. Io cerco di metterlo alle strette ma scappa sempre. Ho cercato di dimenticarlo, ho avuto anche esperienze rischiose con persone grandi che a me non ci tenevano affatto, mentre lui ci tiene eccome e lo vedo benissimo, ma il sesso lo ha proprio messo da parte, mi dice che non ha più pulsioni sessuali e che a queste cose non pensa proprio più. Non riesco a capire perché scappa sempre. Sono io che insisto per stare con lui, quindi che scrupoli dovrebbe avere? Non è lui che mi sta insidiando e non capisco propRio che problemi si faccia. Altri suoi coetanei con me sono stati assillanti ma solo per andare a letto con me. Lui non mi chiama mai, lo chiamo sempre io, ma resta al telefono tantissimo tempo e poi io comincio a insistere per fargli dire di sì e lui cerca di deviare il discorso e mi fa rabbia che non arrivi a capire che per me è una cosa importante. Io non credo di amarlo, cioè non credo di volergli bene come lui dice di voler bene a me e certe cose che mi dice mi sembrano onestamente un tantino patologiche. Ma come fa a innamorarsi e a non pensare al sesso? Io non ci riuscirei. Credo di essere molto presente nella sua vita ma il fatto che mi voglia bene (a modo suo) un po’ di preoccupa e un po’ mi irrita. So che non mi chiama mai ma so anche che una mia telefonata gli fa piacere e così mi sento condizionato. O sono strano io o è strano lui, o anche tutti e due. Che ne pensi Project?
Eman
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Ciao Eman,
beh… mi pare che tu non tenga nel dovuto conto il fatto che lui non ha 24 anni e che per mille ragioni può avere realmente archiviato la sessualità. Il suo modo di fare è più che comprensibile e anche se fosse innamorato di te, anzi tanto più se fosse innamorato di te, cercherebbe di non intromettersi nella tua vita a livello sessuale. Posso capire che per te sia un interesse sessuale ma la spinta alla sessualità a tanti anni di distanza è enormemente diversa. Gli uomini maturi che hai conosciuto e coi quali hai avuto esperienze, per tua stessa ammissione, non erano innamorati di te, a loro interessava un ragazzo e hanno trovato te, questo signore probabilmente ti vuole bene davvero, anche se ti riesce difficile capirlo, e voler bene a qualcuno significa cercare do fare di tutto per realizzare la felicità di quella persona e probabilmente il suo atteggiamento deriva dal fatto che dal suo punto di vista, il fatto che tu abbia rapporti con lui non sarebbe comunque, almeno alla lunga, un motivo di tranquillità e di soddisfazione per te, mentre se tu costruissi un rapporto con un coetaneo serio, secondo lui, le prospettive a lungo termine sarebbero ben diverse. E poi ci possono essere motivi anche meno nobili ma comunque comprensibilissimi, primo tra tutti il fatto che un anziano ha ormai un modo di vivere e delle abitudini consolidare e che avviare una relazione sessuale con un giovane comporterebbe uno sconvolgimento di tutto questo. Molto brutalmente: vedere due ragazzi gay che si tengono per mano già crea problemi a tenta gente ma vedere due persone che appartengono a generazioni diverse costruire una relazione sessuale, potrebbe creare, anzi è molto probabile che crei una reazione sociale negativa. E comunque un anziano sa bene che cosa vuol dire essere anziano, che non è come essere un giovane coi capelli grigi. Insomma, perché non cerchi di prendere da questa persona quello che può veramente offrirti? Io credo che sarebbe la soluzione migliore per entrambi.

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UNA COPPIA GAY CON 40 ANNI DI DIFFERENZA DI ETA’

Ciao Project,
ho letto qualcuna delle mail che ti scrivono e anche delle tue risposte e penso che tu possa essere la persona giusta cui raccontare la mia storia, anche perché penso che siamo più o meno coetanei e quindi puoi capire meglio le cose. Non credo che la mia storia sia una storia così speciale, ma ha degli aspetti che non capisco e vorrei magari parlarne con te anche in chat, se vuoi.
A quasi 65 anni mi accingevo ormai a mettere la parola fine sulla mia vita affettiva. Ho vissuto la mia vita, mi sono innamorato, qualche volta anche profondamente, tra i 40 e i 50 anni ho anche convissuto per qualche anno, ma non ho mai trovato una corrispondenza come l’avrei desiderata. In pratica, in tutte le storie che ho avuto, ha finito per prevalere l’impressione che le cose non potessero reggere, per i motivi più vari, ma comunque non potessero proprio reggere: mentalità diversa, desideri diversi, storia personale diversa, ecc. ecc.. Quindi ero arrivato alla serena conclusione che avrei finito i miei anni insieme con mio fratello e con la sua famiglia, perché sono brave persone, più giovani di me di diversi anni e alla fine con loro sarei stato bene, almeno nei limiti del possibile. Poi all’improvviso mi è piovuta una grossa tegola sulla testa. Lo scorso anno ho conosciuto un ragazzo di 24 anni e, per quanto possa sembrare assurdo anche a me, questo ragazzo si è innamorato di me, e io non riesco proprio a capire perché, dato che un bel ragazzo come lui, se solo volesse, potrebbe trovare molto facilmente un compagno. Ma no, lui si è innamorato proprio di me anche perché i ragazzi giovani non lo interessano affatto. Io non so se mi sono innamorato di lui, però quando sto vicino a lui sto bene, sto bene come non sono mai stato prima in nessuna situazione, gli voglio bene, questo non lo posso negare, ma tra noi c’è un abisso di 40 anni. Che cosa posso offrire io a questo ragazzo? Io sono un vecchio e non sto nemmeno bene in salute, non vorrei in nessun modo costringerlo, nemmeno per amore, a farmi da badante, forse potrei non essere un peso per lui per uno o due anni, ma poi la vecchiaia è proprio una condizione biologica inesorabile che non dipende dalla volontà ma dal decadimento fisico che arriva comunque con gli anni. Non ho mai avuto non dico rapporti sessuali ma nemmeno generici contatti che possano avere una qualche valenza sessuale con questo ragazzo. Project, alla nostra età la sessualità è soprattutto un mito e un ricordo, potrei anche stare con lui ma penso che alla fine i dubbi sarebbero così tanti e così forti da essere insuperabili, eppure dal suo punto di vista sembra che i problemi non esistano, io ho la netta impressione che lui voglia portare il nostro rapporto anche a livello sessuale. E poi, a distanza di tempo, quando io non ci sarò più, che cosa resterà a questo ragazzo come ricordo del nostro rapporto? Io ho paura che possa giudicarlo negativamente se per caso dovesse andare veramente verso il sesso. Che cosa devo fare? Francamente non lo so. Non è un ragazzino, è un uomo adulto ed è molto determinato, ha una dignità che ho ammirato sin dal primo momento, ma io sono un vecchio e di questo lui sembra proprio non rendersi conto. Mi ha raccontato che, in pratica dall’adolescenza si è innamorato solo di uomini adulti, diciamo dai 50 in su. Non ha mai avuto rapporti sessuali con nessuno, quelli coi quasi coetanei non lo interessavano e quelli con gli uomini over 50 li avrebbe trovati molto facilmente ma certo non nell’ambito di una relazione vera, come voleva lui, cioè di un rapporto che avesse anche un coinvolgimento affettivo. Con me questo coinvolgimento sa che c’è, perché penso a lui almeno mille volte al giorno e il nostro rapporto è particolarmente intenso, perché ci vogliamo bene e mi dice che è la cosa più bella che abbia mai vissuto e penso che sia vero, ma io ho una paura terribile di sbagliare perché si può sbagliare a dire di sì, ma si può sbagliare anche a dire di no, perché si sentirebbe abbandonato, tradito, e non vorrei per nessuna ragione che questo succedesse. Mi sento molto insicuro, Project, non è un innamorarsi come ai tempi di gioventù, so solo che non vorrei che soffrisse ma mi pare quasi inevitabile qualsiasi cosa io faccia. Istintivamente lo abbraccerei, non so nemmeno se arriverei al sesso perché … chi lo sa perché, avevo pensato che tutte queste remore che provo potessero avere una motivazione di molto più bassa lega, cioè in pratica quella di non dare scandalo a nessuno (perché 40 anni di differenza sono oggettivamente un abisso) e di continuare a vivere tranquillo e può darsi che queste cose pesino molto nel tenerlo a distanza. Domenica mattina siamo stati insieme al mare. Lui era splendido, sorridente, era felice di stare con me. Io gli voglio bene ma non so se sia veramente il volergli bene di un innamorato o non piuttosto quello di un papà, perché lui è il mio figlio ideale, quello che avrei sempre voluto e non ho mai avuto. Questo è adesso il centro dei miei pensieri, cerco di capire che cosa sia meglio per lui e quindi anche per me, ma non riesco a trovare risposte convincenti. Gradirei un tuo parere.

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GAY ED ELOGIO DELLA SOLITUDINE

Nella fiaba di Cenerentola un principe azzurro compare all’improvviso, si innamora di Cenerentola e la trasforma da serva in regina. Questa fiaba, che ha alimentato i sogni di tante ragazzine e che, ovviamente, si può declinare anche in chiave gay, proprio perché alimenta i sogni, rischia di rendere traumatici i risvegli, quando, aperti finalmente gli occhi, ci si rende conto di aver costruito castelli in aria fondati sulle sabbie mobili di un mito. È indubbio però che il mito persiste perché anche se non è assolutamente realistico corrisponde ad un’esigenza profonda che non è tanto quella dell’amore in sé ma quella di dare una svolta alla propria vita. Cenerentola non sogna l’amore con un suo pari, ma sogna che l’amore possa essere la chiave della sua trasformazione in regina. Amore e riscatto sociale in questa fiaba compaiono solo insieme e l’amore è, anzi, solo strumentale. Cenerentola continuerebbe a sognare il suo bel principe se si accorgesse che non è un principe, che non diventerà re e non la farà regina, perché è solo un ragazzo come tanti altri, magari bello, ma con tutto il seguito dei suoi complessi e delle sue manie? Leggendo la storia in chiave gay, ovviamente, spariscono i balli e la corte e con queste cose sparisce la gratificazione pubblica, resta comunque l’idea che il principe azzurro compirà il miracolo e trasformerà il verme in farfalla, anche qui, quindi, l’amore è essenzialmente un mezzo e non un fine. Quanti gay sognano il principe azzurro e si illudono di trovarlo in questo o in quel ragazzo, quanti gay si svegliano traumaticamente dai loro sogni e invece di tenere i piedi ben saldi per terra si mettono comunque alla ricerca di un nuovo principe azzurro! La pia illusione in questo caso consiste nel credere che l’altro ci possa corrispondere al 100%, che il contato con lui possa essere totalmente gratificante, che l’altro non abbia difetti e debolezze di nessun genere o meglio che possa esistere in “nostro” principe azzurro. In tutto questo atteggiamento domina l’idea di egocentrismo, che è una della componenti più forti della personalità, ma qui domina al punto di richiedere all’altro di esistere in funzione nostra. L’altro, in tanto ha un senso e un valore, in quanto mi gratifica e corrisponde esattamente ai miei desideri. Ma questa forma di egocentrismo urta contro un dato di fatto insuperabile: l’altro è veramente altro da noi, ha i suoi sogni, i suoi desideri, i suoi punti deboli, le sue fragilità e l’essere coppia è sempre parziale, c’è qualcosa di comune e ci sono cose che non possono essere comuni perché si tratta di persone diverse, con alle spalle storie diverse. Coppia, quindi, non sempre e comunque, non come ricetta per risolvere i problemi individuali ma solo se esiste una vera anche se parziale corrispondenza, coppia quindi, sempre e solo parziale e certo non coppia come realtà in cui i singoli vengono ad annullarsi. E quando non c’è relazione di coppia? La risposta è una sola: la solitudine, tanto demonizzata ma indispensabile per costruire l’equilibrio individuale. Solitudine non significa vita eremitica ma capacità di staccarsi dalle cose e anche dalle persone per tornare nella propria individualità, per recuperare il senso e il valore della parzialità e della relatività di un rapporto di coppia o di amicizia. Solitudine per imparare il valore dell’effimero e del relativo. Il mito del principe azzurro conduce alla dicotomia radicale o serva o regina, ma il buon senso dimostra come gli stati intermedi siano infiniti ed abbiano comunque un valore proprio perché possibili, il valore del relativo e del parziale, che però è reale, mentre il mito, proprio perché sublime, non ha nulla di reale. La solitudine come capacità di distacco è un valore fondamentale proprio perché aiuta a non buttare via tante realtà che pur non essendo gratificanti al 100% hanno comunque aspetti positivi, ovviamente non hanno solo aspetti positivi, ma non per questo devono essere svalutate e spazzate via. Per uno della mia età, poi, la solitudine diventa un abito mentale che non è affatto una forma di disagio ma risponde all’esigenza di tirare le somme e di ridare ordine all’esperienza. Quante volte il mito del principe azzurro produce ansia nella fase dei sogni e delusione nella fase del risveglio! Non sarebbe meglio tenere i piedi ben saldi per terra e cominciare a vedere le cose con distacco? Mi rendo conto che questi sono i classici ragionamenti dei vecchi per i quali il realismo non è una scelta ma una necessità. Certo è che ora la prima esigenza che sento è quella di riposare, non quella di sognare. Vorrei un contatto più immediato e diretto con la natura, in altri termini vorrei recuperare la solitudine, questa fedele compagna della vita.

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