MEDICO E PAZIENTE ENTRAMBI GAY

Caro Project,
sono un uomo che ha passato da pochissimo i 60 anni e vorrei raccontarti la mia storia perché penso che potrebbe aiutare qualcuno a prevenire la malinconia. Ho sempre saputo di essere gay ma nello stesso tempo ho sempre saputo che “per me” essere gay sarebbe stato un motivo in più di solitudine. Sono figlio unico e miei genitori sono morti da diversi anni, ho passato praticamente tutta la vita da solo a lavorare e a sognare un amore che, più passavano gli anni, più si allontanava in una nebbia evanescente. Il mio lavoro mi ha tenuto compagnia e mi ha impedito di scivolare nella depressione, è un lavoro che mi piace e che mi permette di tenermi in contatto con tanta gente giovane, anche se col passare degli anni il contatto con la gente giovane, che comunque è formale, può essere anche deprimente. Mi sono costruito un po’ di sicurezza economica e ancora dovrò lavorare per qualche anno prima di andare in pensione . Non ho mai visto la pensione come una liberazione o un miraggio, perché ho sempre pensato che dopo sarei stato anche peggio.

Tre anni fa ho avuto dei problemi di salute piuttosto seri e sono stato ricoverato per un lungo periodo. Allora non c’era il covid, ma il mio male non era di quelli di minor conto. L’ospedale, che poteva scrivere l’ultimo capitolo della mia vita, è stato invece la svolta che mi ha permesso di cambiare le cose. Un medico del reparto, allora poco più che quarantenne venne a visitarmi subito dopo il ricovero. Ricordo che ne fui molto colpito, era sorridente, cercava di comunicare sentimenti positivi e nello stesso tempo non si poneva nel ruolo professionale formale del medico. Ricordo che fin dal primo momento mi risultò simpatico e cercai di farglielo capire. Lui si sedette accanto a me e cercò di arricchire il più possibile la cartella clinica, mi fece domande e prese molti appunti. Mi disse che mi avrebbero fatto una risonanza magnetica per definire meglio la diagnosi. Non mi disse banalità né formule generiche di incoraggiamento. Qualche giorno dopo la mia situazione peggiorò. Gli altri medici si erano defilati e non li vedevo più, il che un po’ mi impauriva, perché pensavo che la mia situazione potesse apparire a loro senza speranza. Lui (lo chiamerò Pietro) no, si faceva vedere anche tre o quattro volte al giorno.

La mia situazione è stata molto incerta per un lungo periodo, ma lui non è mai sparito. Un giorno, dopo oltre 40 giorni di ricovero, si presenta da me e mi chiama per nome e mi dice: “Paolo, mi permette di darle del tu?” io gli ho risposto: “Certo! Per me è un piacere.” E poi continua: “Ti volevo dire che le cose stanno andando meglio, che abbiamo cambiato terapia e le cose sono significativamente migliorate e che, secondo me, le fasi critiche non si dovrebbero ripresentare. Ci vorrà qualche altra settimana ma potrai tornare a casa probabilmente prima di Natale.” Poi mi ha preso la mano e me l’ha stretta fortissimo, un gesto che non è da medico ma da amico. Io non sapevo che cosa pensare, mi sentivo stralunato, molto sottosopra, un po’ per il fatto che non mi aspettavo che le prospettive della malattia potessero migliorare e un po’ per la presenza di Pietro. Il 16 dicembre successivo sono uscito dall’ospedale. Pietro mi aveva chiesto se qualcuno mi sarebbe venuto a prendere ma gli ho detto che non avevo nessuno e lui mi ha risposto: “Allora ti porto io, perché non puoi andare in giro da solo.” Ho aspettato le 22.00, cioè la fine del suo turno di lavoro e lui mi ha riportato a casa e lo ha fatto con moltissima cura per non farmi prendere freddo.

Ovviamente è rimasto a casa mia, ha arieggiato la casa senza farla raffreddare troppo, mi ha preparato il letto mi ha aiutato a mettermi al letto ed è rimasto a dormire sul divano. Io ho provato a insistere perché tornasse a casa sua ma mi ha detto che viveva solo, e lì mi si è accesa una lucina nel cervello e ho cominciato a considerare la cosa sotto un’altra prospettiva. Almeno per la prima settimana io non sarei stato in grado di fare le faccende da me e ci ha pensato lui, poi però ho cominciato a riacquistare le forze e dopo qualche altro giorno ero ormai in grado di fare da solo, ma si era creata una situazione così gradevole e per niente forzata o falsa, che gli ho proprio detto che se fosse rimasto da me io ne sarei stato contento. La mia casa è grande anche per due, lui avrebbe avuto due stanze per sé, una camera da letto e uno studio. Lui mi disse: “Per un periodo è bene che io stia qui, poi vediamo come vanno le cose.” Non era ben chiaro se si riferisse alla malattia o ai nostri rapporti, ma la seconda ipotesi mi sembrava più probabile. Mi ha assistito proprio a livello medico come se io fossi in ospedale, mi ha programmato una serie di controlli, è stato un po’ il mio angelo custode.

La sera, quando non era di turno, lui cucinava e mentre cucinava parlavamo e l’atmosfera era proprio distesa. La nostra storia è cominciata così, senza colpi di fulmine, senza nulla di travolgente. Uno da giovane si fa mille idee su quello che potrebbe essere una storia gay, ma non arriverebbe mai a pensare quello che invece è successo. Non so se queste cose si chiamano amore, amicizia o in qualche altro modo ma stavamo bene insieme. Lui aveva l’ospedale e i suoi orari parecchie volte erano imprevedibili. Quando pensava che avrebbe fatto un grosso ritardo mi chiamava per non farmi preoccupare. Io gli preparavo la cena e lo aspettavo senza limiti di orario, certe volte rientrava a casa stanchissimo, ma appena entrato in casa mi sorrideva, lo faceva sempre, anche quando non si reggeva in piedi, io mi sedevo accanto a lui e gli passavo i piatti con le cose da mangiare. L’ho visto salire e scendere sulle montagne russe dell’entusiasmo e della peggiore frustrazione seguendo l’andamento di alcuni suoi malati. Per lui non era un lavoro, partecipava alla vita di quella gente, si impegnava con tutte le sue forze e lo ammiravo per questo. Non si può amare una persona che non si stima e lui per me era un esempio da seguire, un esempio di moralità, di impegno senza riserve.

Noi non ci siamo mai detti che eravamo gay, non ce n’è mai stato bisogno. Tante volte, a casa passava le ore a studiare. Ci sono medici che considerano la loro missione soltanto come una fonte di reddito, lui era uno scienziato, ma non per amore della scienza, ma perché aggiornandosi e impegnandosi professionalmente poteva fare qualcosa di buono per il prossimo. Non l’ho mai visto ridere, sorridere sì, anzi era un suo modo tipico di comunicare. Non l’ho mai sentito fare pettegolezzi o criticare qualcuno dei suoi colleghi. Un giorno torna a casa tardi si siede a tavola e mi dice: “Stai qui. Ti devo parlare di una cosa.” Gli ho detto: “Ci sono problemi?” Lui mi ha risposto: “Niente che non si possa risolvere.” Poi mi ha detto che una signora di 87 anni sarebbe stata dimessa dall’ospedale dopo una lunghissima degenza prima in RSA e poi in ospedale e non aveva una casa dove andare perché era stata sfrattata, anche perché del tutto incapace di difendersi legalmente. Poi mi ha detto: “La possiamo fare stare qui finché non si trova un’altra soluzione?” Io l’ho guardato e gli ho sorriso facendo cenno di sì con la testa, poi ho aggiunto: “… anche se non si troverà un’altra soluzione.” Lui mi ha abbracciato forte.

L’indomani è arrivato con la signora in sedia a rotelle. Io avevo preparato la stanza. La signora si è messa a piangere, ci stringeva le mani e non le lasciava più. Era una donna anziana magrissima ma con occhi scintillanti azzurro chiaro. Abbiamo fatto di tutto per farla sentire a suo agio, lei all’inizio era imbarazzata, poi quando ci siamo messi a tavola tutti e tre, si è messa a piangere un’altra volta e Pietro le ha preso una mano e gliel’ha baciata e le ha detto: “Stai tranquilla, Lina, che qua starai bene. Il mio amico è un uomo come si deve, la casa è sua e lui ha detto che puoi stare qui finché vuoi. Ma adesso cerca di mangiare un po’ che sei magra magra, perché ti sei asciugata in tutto il tempo che hai passato in ospedale.” Dopo pranzo Lina è andata in camera a riposare un po’ e io sono rimasto con Pietro, che mi ha accarezzato una guancia col dorso di una mano e mi ha detto: “Io avevo capito chi eri fin dall’inizio e non mi sono sbagliato.”

Ho chiesto a Pietro della situazione pensionistica di Lina e mi ha detto di chiedere direttamente a lei e che nella valigia che aveva con sé c’erano anche tutte le sue carte e le sue cose. Nel tardo pomeriggio Lina si è svegliata, era un po’ disorientata, ma quando ci ha visto ha riconnesso tutto, abbiamo preso insieme il tè con qualche biscotto e poi le ho chiesto della sua pensione e di altre cose. Io ho lavorato tanti anni all’INPS e di cose amministrative me ne intendo. Ho detto a Pietro che Lina non aveva l’”accompagno” e ne avrebbe avuto il diritto, almeno secondo me, e che guardando bene avrebbe avuto diritto anche ad altro. Pietro ha detto: “Certo!” Insomma, i successivi otto giorni sono serviti a Pietro per raccogliere tutta la documentazione medica da portare all’INPS e a me a prendere contatti col patronato per fare tutte le pratiche. Dopo qualche giorno, in realtà pochi giorni, è arrivata per Lina la chiamata dell’INPS alla visita di controllo e l’abbiamo accompagnata. Lei era molto ansiosa. Pietro la teneva per mano e le diceva: “Lina, stai tranquilla che è tutto a posto.” Io ho aspettato in anticamera e Pietro è entrato con Lina ed è rimasto dentro quasi un’ora. Quando sono usciti, Lina era molto ansiosa, Pietro apparentemente no, per tenere Lina tranquilla.

A casa le cose sono tornate alla normalità e Pietro mi ha detto in separata sede che non era certo che Lina avrebbe avuto l’invalidità al 100% e che comunque bisognava aspettare la risposta ufficiale. Ma fortunatamente, dopo due settimane, la risposta è arrivata e ha fugato gli ultimi timori. In sostanza oltre l’accompagno Lina avrebbe ottenuto anche altri benefici economici, piccole cose certo, ma in pratica le sue entrate mensili sarebbero più che raddoppiate. Pietro lo ha detto a Lina e le ha detto che dovevano andare alla posta per richiedere una postepay, per ricevere i pagamenti da parte dell’INPS. Due giorni dopo ci siamo andati e Lina ha fatto la carta. Quando le è arrivato il primo pagamento la prima cosa che ha detto è che la metà la voleva dare a certe suore missionarie che hanno una loro casa vicino a dove abitava lei, qualche giorno dopo abbiamo accompagnato Lina dalle suore che non volevano la donazione perché sapevano che Lina aveva pochissimo denaro, ma lei e pure noi abbiamo insistito e alla fine hanno accettato.

Quando siamo rientrati a casa, io ho fatto una carezza a Lina e le ho detto: “Sei proprio una brava donna! Sei come una mamma.” E lei si è messa a piangere. Col passare del tempo Lina ci ha raccontato la sua storia che era una storia terribile, lei era una profuga giuliana e aveva conosciuto la miseria pure da bambina. I genitori avevano perso tutto quello che avevano ed erano riusciti a uscire dalla miseria nera solo negli anni ’60. Lei aveva lasciato gli studi e non si era sposata ed era finita a fare la servetta presso una famiglia ricca di Milano e così aveva potuto sopravvivere, ma nessuno le aveva mai spiegato che avrebbe avuto diritto ad avere i contributi pagati per farsi una pensione. I contributi non furono mai pagati, ma lei non sapeva nemmeno che cosa fossero e così anno dopo anno era arrivata all’età della pensione senza avere una pensione. L’assistente sociale le aveva fatto avere una “pensione minima” e tirando la cinghia arrivava a pagare un minimo affitto e ad avere una piccolissima casetta. Poi si era ammalata e tutto era precipitato nel baratro. A casa qualche volta andavano le suore ad assisterla, ma dopo il ricovero era rimasta completamente sola.

Pietro le misurava ogni giorno la pressione e la glicemia perché aveva un po’ di diabete e ogni settimana le faceva l’ECG con un apparecchio portatile. Abbiamo provato a portare Lina ad un negozio per comprare un po’ di abbigliamento, ma non voleva spendere soldi e diceva che c’erano quelli che avevano più bisogno di lei e non è voluta venire e allora siamo andati noi a comprare qualcosa che ci sembrava adatto e le abbiamo portato una scatola con due vestaglie calde, due paia di babbucce per tenere in caldo i piedi, della biancheria e poi un vestito per uscire e un cappotto pesante con una lunga sciarpa. Quando ha visto tutta quella roba si è quasi arrabbiata perché diceva che lei non voleva fare la signora, che i soldi non si devono spendere in cose inutili ma in opere buone, poi ha visto che c’eravamo rimasti un po’ male e ha aperto le braccia per farsi abbracciare e dirci che comunque era contenta. Lina aveva una sua caratteristica unica, non si lamentava mai, trovava tutto ottimo, ci diceva solo cose buone.

Insomma, Project, era diventata una vita a tre, una situazione stranissima e addirittura paradossale, ma stavamo veramente bene. Un giorno Pietro mi prende da parte e mi dice che la situazione di Lina sta peggiorando rapidamente e che secondo lui non sarebbe durata molto. Lui aveva intenzione di dirglielo. Io avevo qualche perplessità ma alla fine pensavo anche io che fosse giusto così. Pietro le ha detto chiaramente come stavano le cose e lei ha risposto: “Il Signore dà e il Signore toglie, ma io ho tanta fede e so che Lui mi aspetta. Non state tristi.” Ha voluto andare in chiesa per confessarsi e fare la comunione, poi siamo tornati a casa e si è fatta dare carta e penna per scrivere che tutti i suoi beni dovevano andare alle suore missionarie e poi si è seduta tranquilla come se fosse un giorno come tutti gli altri. Siamo andati avanti così per altri 10 giorni, poi Pietro l’ha fatta ricoverare almeno come sostegno al dolore e dopo una settimana Lina se ne è andata tenendoci per mano e recitando un’Ave Maria. A me è venuto un accesso di pianto fortissimo. Pietro mi ha abbracciato ed è scoppiato a piangere pure lui.

Ecco, Project, questo è accaduto poco più di due anni fa, quando il covid non esisteva ancora. Adesso esiste e Pietro se ne è tornato a vivere a casa sua, ma non perché tra noi qualcosa è venuto meno ma perché, lavorando in ospedale, e proprio in un reparto covid, teme di mettere me in condizioni di rischio serio. Ci sentiamo ogni giorno, ma mi manca moltissimo la sua presenza, adesso siamo una coppia telematica ma ci vogliamo bene come prima, e se possibile più di prima. Non sono mai andato a letto con Pietro, può darsi che prima o poi succeda, ma è proprio l’ultimo dei miei pensieri. Adesso le mie preoccupazioni sono tutte legate al fatto che lui possa prendere il covid e possa stare veramente male. Non è nei gruppi di età a maggior rischio ed è stato anche vaccinato, e questo mi tranquillizza molto. Certe volte lo vedo stanchissimo, proprio disfatto dalla fatica fisica e dall’ansia. Quando non è tranquillo parliamo al telefono e mi dice che solo sentire la mia voce riesce a dissipare tutte le sue malinconie. È la storia di una relazione gay questa? Io penso proprio di sì. Noi abbiamo un mondo in comune, qualche volta ne parliamo e penso che questa identità gay conti moltissimo sia per lui che per me, in pratica per qualche anno abbiamo avuto un progetto di vita in comune e ancora lo abbiamo. Non so perché succedono certe cose, so solo che ti cambiano la vita quando meno te lo aspetti.

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GAY E NORMALITA’ GAY

Questo post mira a chiarire gli effetti degli schematismi preconcetti sul modo di vivere e di percepire la sessualità da parte dei ragazzi gay.
Parlando in chat con ragazzi gay di tutte le età mi capita spesso di incontrare situazioni di disagio che si possono raggruppare in due categorie distinte. Per un verso si rileva il disagio dell’incertezza e per l’altro il disagio della certezza. Cerco di spiegarmi meglio, con l’espressione disagio dell’incertezza intendo riferirmi a situazioni in cui un ragazzo non trova risposte convincenti a domande che ritiene fondamentali, come per esempio “sono gay?” oppure “sono veramente innamorato di quel ragazzo?”, col l’espressione disagio della certezza intendo quello che si manifesta attraverso affermazioni assolute del tipo: “Mi sento anaffettivo, non mi innamoro mai di nessuno” oppure “Penso di essere dipendente dal sesso, penso proprio di essere maniaco”.
Ciascuna di queste forme di disagio ha i suoi elementi spia, nel disagio dell’incertezza sono espressioni ricorrenti come “non so”, “non capisco”, nel disagio della certezza sono i classici avverbi totalizzanti “sempre” e “mai”.
Da dove provengono queste forme di disagio? Spesso l’origine può essere rinvenuta nell’idea che sia necessario conformarsi ad un modello astrato di normalità che comporta ovviamente anche schematizzazioni e categorie (etichette) che finiscono per essere considerate parametri di normalità. Anche nel mondo gay si afferma una esigenza di normalità, la cosiddetta normalità gay: è normale che un ragazzo gay abbia una attività sessuale di coppia, quindi se un ragazzo non ha una vita sessuale di coppia, non è normale. Osservo che la categoria di normale/non normale passa dal comportamento alla persona. È considerato normale che un ragazzo gay abbia livelli “normali” di attrazione verso il sesso, se un ragazzo si sente attratto verso il sesso meno o più di quanto è ritenuto normale, quel ragazzo non è normale. La masturbazione è ritenuta normale durante l’adolescenza e non normale in età adulta, quindi un ragazzo di 25 anni che si masturba può sentirsi non normale. L’elenco delle normalità potrebbe estendersi alle pratiche sessuali, alla monogamia e a mille altre cose. Esistono poi altre categorie di presunta normalità che sono introdotte attraverso concetti che hanno riscosso un certo successo mediatico e che si sono consolidati come modello interpretativo accreditato, è il caso della “omofobia interiorizzata” che sembra la motivazione “normale” della non accettazione dell’identità gay o del “padre assente” che sembra essere la causa determinante “normale” della omosessualità. Tutti questi pseudo criteri di normalità e pseudo punti di riferimento sono recepiti spesso acriticamente e, come tutti i criteri di presunta normalità, creano emarginazione o auto-emarginazione.
Ovviamente il criterio di verifica della normalità dei propri comportamenti, per un ragazzo gay, non è basato sul confronto diretto con un ampio numero di altri ragazzi più o meno coetanei, come avviene tra ragazzi etero ma, se mai, sul confronto con un ristretto o ristrettissimo numero di amici gay se non addirittura su quanto si legge in internet. I miti di normalità sono paradossalmente più diffusi tra i gay che tra gli etero, non fosse altro perché in campo etero le verifiche e i confronti possono essere estesi ad una platea molto più larga di coetanei.
Il disagio derivante dal raffronto dei propri comportamenti con la pretesa normalità rischia di fare apparire erroneamente patologici comportamenti che non lo sono affatto. In passato il senso di non normalità era riferito essenzialmente al fatto di non essere etero, i problemi collegati all’accettazione della identità gay si sono attenuati rispetto a qualche decina di anni or sono, ma si sono fatte strada altre modalità per sentirsi non normali, questa volta si tratta di modalità interne alla dimensione gay. Un ragazzo gay si può sentire un gay che non si innamora dei ragazzi ritenuti prevalentemente belli dagli altri ragazzi gay, si può sentire troppo o troppo poco interessato al sesso, può essere attratto da pratiche sessuali che non sembrano quelle più gettonate della maggioranza dei gay, può avere dei suoi modelli di comportamento, troppo liberi o troppo poco liberi rispetto ai modelli più accreditati, ma in ogni caso quel ragazzo avvertirà una forma di disagio che lo farà sentire non normale, al di là di qualsiasi considerazione di buon senso. L’omologazione può arrivare a coinvolgere anche il modo di vestire, il linguaggio, il taglio di capelli e cose simili, come se esistesse un linguaggio gay o una moda gay e essere gay al di fuori di queste cose fosse di fatto una situazione di non normalità. Il sentimento di eccezionalità della propria condizione è tipico dei ragazzi gay e accentua la sensazione di solitudine, di marginalità anche rispetto agli altri gay e la tendenza al sentirsi vittima proprio perché eccezione rispetto alle regole della presunta normalità gay.
Mi capita spesso in chat di vedere atteggiamenti rassegnati, quasi fatalisti, di alcuni ragazzi rispetto alla loro presunta impossibilità di integrarsi anche tra i gay e spesso è proprio la condizione di presunta non normalità che mette in difficoltà questi ragazzi, poi, nel corso del colloquio si affrontano via via tutte le tematiche che provocano emarginazione e si comprende che in realtà non esiste alcuna condizione di non normalità se non in rapporto a cose che spesso sono lontanissime dalla realtà (tipiche leggende metropolitane) e che, quando sono autentiche rappresentano al massimo delle linee di tendenza ma in nessun modo delle regole valide per tutti. Mi trovo spesso di fonte a queste parole: “Allora tu credi che non ci sia niente di assurdo?” e allo stupore di non sentirsi trattare come gay non normali.
Alla percezione di un disagio si associa spesso l’auto-patologizzazione dei gay che porta come conseguenza al rafforzarsi dell’idea socialmente diffusa di una dimensione patologica o patogenica dell’essere gay. Vorrei precisare che la qualificazione in termini di patologia più che di disagio di omologazione del disagio omosessuale ha una dimensione subdola tanto che gli stessi gay tendono inconsciamente ad assimilarla indulgendo ad atteggiamenti di autocommiserazione.
Quali criteri possono essere adottati per evitare l’effetto dei falsi modelli di normalità? Dire sempre come stanno le cose è un dovere morale ma non risolve il problema perché con la diffusione e la pluralità dei mezzi di informazione e in particolare tramite di internet, il flusso della informazioni è di fatto incontrollabile. L’unico mezzo che può essere efficace è il dialogo e il confronto serio con una platea quanto più possibile ampia non solo di coetanei ma di gay di ogni età su tematiche legate alla sessualità e al come vivere l’identità gay. Tutto questo non solo è possibile ma, là dove si è realizzato, ha avuto un notevole riscontro in termini di partecipazione.
Il non riferirsi a modelli di presunta normalità gay non significa che ogni comportamento abbia lo stesso significato per tutti i gay, esistono comportamenti che pur non avendo nulla di anomalo, sono, ciò non di meno, minoritari, di nicchia e, se vogliamo, si prestano a critiche e a fraintendimenti da parte di quanti non li condividono. Nell’ambito di un rapporto di coppia, dove si postula una corrispondenza biunivoca tra i partner, alcuni comportamenti, anche se non anomali, sono tuttavia disfunzionali, ossia non si prestano alla costituzione e al mantenimento dei rapporti di coppia. Almeno in linea teorica, le massime probabilità di essere funzionali al rapporto di coppia competono agli atteggiamenti più diffusi che possono ovviamente trovare più facilmente riscontro nell’altro partner. È fondamentale tenere presente che innamorarsi di un partener omosessuale è una condizione necessaria “ma non sufficiente” alla creazione di un rapporto di coppia, questo significa che, se l’altro non è gay un rapporto di coppia è impossibile, ma per la realizzazione di un vero rapporto di coppia non basta che i due partner condividano lo stesso orientamento sessuale ma è necessario che condividano aspetti della vita ben oltre la sessualità, ossia che abbiano una profonda affinità di coppia.
L’omosessualità non ha una dimensione esclusivamente sessuale ma interagisce con parecchi aspetti della personalità, per esempio nella determinazione del maggiore o minore livello di privacy della vita di coppia, del rapporto con le famiglie di origine o con le cerchie di amicizie di provenienza di ciascuno dei due partner.
In questi campi non ha alcun senso chiedersi che cosa sia normale e che cosa non lo sia perché si tratta di elementi di carattere culturale in gran parte ereditati dagli ambienti di origine.
La rappresentazione del mondo gay che ciascun gay si forma e che attraverso dei presunti canoni di normalità contribuisce ad orientare i suoi comportamenti, è profondamente condizionata dalla qualità e della quantità di informazioni disponibili. La qualità dell’informazione è legata a due condizioni fondamentali e cioè che le informazioni non siano strumentali ad altri fini e siano di prima mano, cioè siano fornite da soggetti che parlano di sé in prima persona e quindi son subiscano alcuna censura esterna.
Il peso dei modelli e addirittura degli stereotipi relativi alla realtà gay si percepisce in modo evidente parlando con ragazzi affetti da DOC e contenuto omosessuale, ossia da disturbo ossessivo compulsivo caratterizzato dall’idea intrusiva di essere gay. Si tratta di un disturbo tipico di ragazzi etero al 100% la cui vita è turbata dalla insistente e invasiva presenza della paura di essere gay. Questi ragazzi, che non sono gay, focalizzano la loro paura della omosessualità su quello che essi ritengono essere tipicamente gay ma ad un colloquio adeguatamente approfondito, ad un occhio abituato e vedere la realtà gay, appare evidente che tutto ciò che quei ragazzi considerano prova del fatto di essere gay, in realtà, non ha assolutamente nulla a che vedere con l’omosessualità ma deriva unicamente dalla immagine stereotipata della omosessualità veicolata a livello sociale. Meno facile è cogliere il peso dei pretesi modelli di normalità interni al mondo gay nel determinare stati di disagio individuale di ragazzi gay, ma è evidente che il venir meno di questi modelli di normalità permetterebbe un processo di accettazione della identità gay molto più semplice ed una più rapida integrazione sociale dei ragazzi gay con altri ragazzi gay.
In estrema sintesi, possiamo dire che accreditare modelli di comportamento come normali non fa che aumentare le discriminazioni e lo stato di disagio.
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