RAGAZZI GAY E COMPORTAMENTI SESSUALI

Caro Project, ho 29 anni, sono gay e non ho mai avuto problemi per questo. Non sono dichiarato ma la cosa non mi sconvolge affatto e non ho nessuna intenzione di dichiararmi. Ho avuto le mie storie, quattro in tutto, tutte sotto traccia, ma le ho avute, non saprei nemmeno dire se siano state belle oppure no, sono state delle storie nelle quali sono entrato in modo tranquillo, senza particolari aspettative, quando sono finite, perché sono tutte finite, ho mantenuto un rapporto di amicizia con quei ragazzi, almeno di facciata, tutto molto tranquillo. Quello che mi ha colpito è stata la varietà dei comportamenti dei miei quattro ex rispetto al sesso e anche la varietà delle mie reazioni. Il primo non parlava di sesso, faceva come se la cosa non esistesse, lasciava sempre a me di fare il primo passo, sembrava quasi che la cosa non lo interessasse veramente ma che la facesse solo per fare un piacere a me e per questo non lo sopportavo, sesso a parte i nostri discorsi erano molto standard, di lui sapevo poco, era molto riservato su certi argomenti e non parlava mai del suo passato. Il secondo era metodico e ripetitivo, nel sesso come in tutte le altre cose, con lui non c’era nessuna iniziativa da prendere, tutto era codificato, sia dove che quando e anche come. All’inizio mi sembrava tranquillizzante ma poi ho cominciato a pensare che prendesse il sesso come uno dei suoi tanti doveri, un dovere quasi contrattuale da prendere sul serio, ma niente di più. Il fondo, io pensavo che con me o con un altro, per lui, sarebbe stato lo stesso. Penso che tenesse più alla relazione in sé che alla persona, mi aveva presentato i suoi amici storici (solo due), ragazzi etero che sapevano di lui e li vedevamo la sera in pizzeria un sabato sì e uno no. Mi parlava anche del suo passato ma sempre e solo in termini positivi, come se nella sua vita non ci potessero essere fallimenti, in pratica le storie coi suoi ex erano tutte “normali”, da questa parola era affascinato, quasi ossessionato, che per un gay, poi, non è così ovvio. Il terzo aveva forse qualche problema psicologico, il sesso lo preoccupava, lo metteva di cattivo umore, tipo ansia da prestazione, alla fine lo faceva pure, e direi senza problemi, ma facendo quasi una violenza a se stesso. Con lui si parlava, o meglio, lui mi stava a sentire, ma il discorso era tutto a senso unico. Non so se abbia mai avuto altri ragazzi prima di me, ha ammesso due storielle, ma secondo me erano soprattutto frutto della sua fantasia. Il quarto era una cosa del tutto diversa, per lui il sesso era un gioco ed era coinvolto in modo totale. Non ho mai visto un ragazzo con una energia sessuale come la sua. Mi chiamava, insisteva, non ammetteva rinvii i dinieghi, ci vedevamo spessissimo. All’inizio è stata una cosa stupenda, ma lui dava per scontato che io avessi un’energia sessuale paragonabile alla sua, cosa che non era assolutamente vera. Il nostro rapporto era fortemente legato al sesso, ma mi piaceva soprattutto per altri momenti, che erano veri momenti di dialogo, momenti che coi primi tre ragazzi non c’erano mai stati a quel livello. Cioè c’era una comunicazione profonda, una forma di fiducia reciproca che mi colpiva molto, mi ha raccontato anche cose che non sono facili da raccontare, e avevo l’impressione che quei discorsi fossero importanti anche per lui, anche se non lo ammetteva. Avrei voluto parlare molto con lui e fare meno sesso, ma era come se non riuscisse a fermarsi. Aveva insistito molto per chiedermi se ero geloso e come avrei reagito se lui avesse avuto rapporti con un altro ragazzo. Io pensavo che mi avesse tradito, ma non era così. Un giorno mi prende da parte e mi dice che c’è un ragazzo che gli piace e che vorrebbe avere un rapporto solo sessuale con quel ragazzo. Gli dico che è libero di fare quello che vuole, anche se mi costa moltissimo dirglielo, mi dice che proverà con quel ragazzo ma che non vuole perdermi. Io reagisco con molto distacco, cioè faccio di tutto per non creargli problemi e spero che possa essere veramente felice con quell’altro ragazzo. Non ci vediamo per un mesetto, poi si rifà vivo, come se la pausa non fosse proprio esistita. Mi dice che quel ragazzo sessualmente è il suo tipo, io invece non lo sono, che però fare sesso con me lo intriga comunque. Gli chiedo se con l’altro ragazzo c’è andato a letto e mi dice di sì. Gli rispondo che ho paura delle malattie e che non me la sento. Insiste talmente che alla fine il giorno stesso qualcosa facciamo ma pochissimo e tutto super-protetto. Insiste per vedermi l’indomani, io prendo tempo e mi tengo a distanza, ma non mi molla e alla fine gli dico di sì. L’indomani, stesso copione del giorno prima. Sparisce di nuovo per una settimana, poi mi richiama e passiamo ore al telefono a parlare molto seriamente, tra noi un rapporto forte c’è, lui ovviamente lo nega ma resta a parlare con me per ore specialmente quando è di pessimo umore. Io vorrei un rapporto soprattutto affettivo, magari anche con un po’ di sesso minimo (dato che lui il ragazzo ce l’ha), lui vorrebbe da me un rapporto essenzialmente sessuale. Per un po’ la cosa è andata avanti con adattamenti reciproci, ma restavamo su piani sostanzialmente diversi e poi lui aveva un ragazzo. Morale della favola: mi sono distaccato, con mio grande rammarico e penso che anche a lui la cosa sia dispiaciuta parecchio, perché in sostanza si poteva anche andare avanti così… o forse no! Cerco di fare una sintesi: 4 ragazzi, 5 con me, e 5 modi diversi di considerare il sesso. A me è rimasta un’impressione di fondo, che può sembrare assurda, e cioè che alla fine anche in una relazione sessuale non è il sesso l’elemento fondamentale. Mi sono reso conto che l’unico ragazzo che ha lasciato un segno dentro di me è stato l’ultimo, con lui il sesso mi creava tante complicazioni che non avrei mai messo in conto, ma con lui stavo bene perché c’era anche una comunicazione profonda ad un altro livello. Avrei anche accettato che lui avesse un altro ragazzo, pur di non perderlo, ma poi la cosa finiva per provocare altre complicazioni di tipo affettivo anche a lui ed è finita così, ma le lunghissime e serissime chiacchierate con mio quarto ragazzo non le dimenticherò mai, sono stati quelli i momenti più violentemente emozionanti di tutta la mia vita, i momenti in cui ho provato la sensazione profonda di fusione con un altro ragazzo. Dopo quell’esperienza mi sono fermato e non ho avuto più altre storie. Il mito del mio quarto ragazzo ce l’ho bene fisso in mente e non so se lo supererò, francamente non credo, con lui mi sono sentito in coppia, proprio nel senso di due contro il mondo, come non mi era mai successo con nessuno: niente recite, niente comportamenti da manuale, qualche volta litigi violenti ma alla fine ci si capiva ad un altro livello. Continuo a sognare che lui possa ripensarci, anzi, certamente ci ha ripensato ma è rimasto con l’altro ragazzo, ma non credo che sia veramente felice, o meglio lo è ma solo a metà, l’altra metà della vita la viveva con me. Sono molto tentato di richiamarlo, ma temo di creargli più problemi che altro e allora vado avanti così. È  brutto, lo so, ma non so fare diversamente.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=6047

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ANDY – ROMANZO GAY 17

Qui di seguito potete leggere il capitolo 17 di Andy – Romanzo gay.

Ricordo a chiunque fosse interessato che i capitoli già pubblicati sono raccolti in un unico volume e sono scaricabili in formato libro (pdf – LaTex), senza alcuna formalità e ovviamente gratuitamente, dalla Home del Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org sezione “La Biblioteca di Progetto Gay”.

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La mattina Andy si svegliò per primo, si rese subito conto che la luce non veniva dalla parte dei piedi del letto, come alla piccionaia, ma dal lato destro, ed era una luce diversa, le persiane di metallo lasciavano filtrare il chiarore dell’esterno, ma non si vedevano le classiche linee delle di luce delle tapparelle. Anche l’aria era strana, il volume della stanza era diverso, e soprattutto la sensazione di silenzio era assolutamente inusuale, dopo qualche minuto passato a godersi quelle sensazioni, Andy si alzò, il letto scricchiolò leggermente ma Marco non si svegliò. Andy aprì la finestra e rimase abbagliato dalla luce fortissima, aveva il sole in faccia e l’aria era straordinariamente tersa, Andy provò un attimo di intensa emozione per quel contatto così diretto con la natura poi, vedendo che Marco non si era alzato, uscì fuori, Massimiliano stava ancora appallottolato nella sua bacinella e sotto la sua copertina.

– Ciao, micio! Hai dormito bene?

Andy cominciò ad accarezzare il micio che si alzò sulle zampette, si stiracchiò vistosamente e poi saltò in grembo a Andy che non ci pensò due volte, lo portò dentro casa e lo poggiò sul letto di Marco, il micio si muoveva con destrezza e con estrema lievità si accostò al viso di Marco e cominciò a strofinarglisi contro.

– Cucciolo! Hai visto quanto è bello questo micetto! Guarda come ti vuole bene…

– Bello! Massimiliano! …. Ma come sei tenero!

Mentre Marco si alzava Andy si portò il gatto in cucina.

– Micio, micio, micio… vieni qui… guarda che c’è qui! C’è il lattuccio di Massimiliano.

Il micio bevve tutto il latte senza complimenti, Andy preparò la colazione e Marco lo raggiunse, cominciarono mangiare senza dire una parola, guardavano soltanto Massimiliano con facce di compiacimento, poi il micio salì in grembo a Marco.

– Hai visto! Viene pure da me!

– Certo, tu sei il papà!… Cucciolo, io spiccio tutto in pochi minuti e dopo ce ne andiamo fare una passeggiata qui intorno… che dici?

– Sì, certo! E vedrai che Massimiliano ci viene appresso come un cagnolino…

– Ecco, faccio in un minuto…

Un minuto dopo erano fuori, camminavano appaiati, Massimiliano non li seguiva ma camminava davanti a loro allontanandosi anche un po’.

– Lo vedi, Cucciolo, ormai si è abituato a noi… che dici… ce lo portiamo?

– Io me lo porterei… ma mi sa che lo stanno cercando e poi secondo me è scappato da qualche parte.

– Sì, lo so, forse è così ma è troppo caruccio… lo sai Cucciolo, qualche volta ieri sera, quando si è appisolato sulle mie gambe mi è venuta pure una reazione di tipo sessuale… insomma mi veniva l’erezione a forza di accarezzare Massimiliano… strano eh?

– No! È ovvio!

– Ma succede pure a te?

– Eh… sì!

– Ma perché succedono queste cose?

– Birillo, la sessualità è una cosa così complicata che di cose ovvie ce ne sono veramente poche… no! Mi sto contraddicendo… boh! Comunque queste cose succedono!

– Ma tu dici che Massimiliano se ne è accorto?

– Be’, questo proprio non lo so, non sono mai stato un gatto, ma da come si comportava penso che si trovasse perfettamente a suo agio.

Arrivati al termine della strada battuta si girarono per tornare indietro, Massimiliano con una rapida manovra si portò di nuovo davanti a loro, girarono tutto l’oliveto che non era poi piccolissimo e andarono a sedersi su una panca di pietra sotto un albero, il Micio salì in grembo a Andy.

– Miciotto! Bellissimo miciotto! Mh! Ma che bel micio che sono io! … Mannaggia, Cucciolo, mi sa che mi risuccede!

– E allora?

– No, allora niente…

– Però da te ci viene di più! Si vede che sei più sexy!

– Cucciolo… ma tu l’hai visto come è bello? Ma è proprio un capolavoro della natura!

– E sì, pensa che se vai indietro nella sua genealogia c’è una linea ininterrotta fino dalle origini della vita sulla terra…

– Quindi un po’ siamo pure parenti!

– Eh, sì!… questo cuccioletto prova delle sensazioni, sta bene o sta male come noi, riconosce le persone che gli vogliono bene… pure quello come noi, come si fa a non affezionarsi a un cuccioletto così?

– Cucciolo, ce ne andiamo a fare due passi qui intorno, ci devono essere dei posti bellissimi…

– E Massimiliano?

– Ce lo portiamo… me lo porto io in braccio…

Andy chiamò il micio che si avvicinò senza nessuna paura, poi lo prese in braccio, Massimiliano rimaneva tranquillo come se fosse abituato ad essere portato in braccio.

– Lo vuoi portare tu, Cucciolo?

– E come te lo tolgo un piacere così? E poi mi pare che lui stai meglio con te… guarda là, sembri la sua mamma! … Birillo, se ti va di camminare possiamo andare alla mola vecchia, ma ci vuole una mezz’oretta, però è un posto bello, c’è una specie di fiumiciattolo, con una specie di stagno e i pesci…

– Andiamo dove vuoi tu, se dici che è bello…

– Pochissimo tempo dopo che avevano cominciato a scendere verso valle incontrarono una signora sulla sessantina, la signora vide il gatto a distanza.

– Scusate, è vostro il gatto?

– No, l’abbiamo trovato in campagna…

– Puccio!

Il micio appizzò le orecchie e cominciò ad agitarsi, Andy lo poggiò a terra e il micio corse dalla padrona a coda alta.

– Puccio! Bello di mamma sua! Quanto l’ho cercato, tutto ieri sono stata in giro a cercarlo, avevo una paura che me lo avessero ammazzato, che fosse finito sotto una macchina… ma invece eccolo qua… ma voi quando l’avete trovato?

– Ieri pomeriggio, poi gli abbiamo dato qualche cosa da mangiare e gli abbiamo messo una copertina fuori di casa in un cesto e lui si è addormentato lì e stamattina c’era ancora, non se ne era mica scappato!

– Ma lui quando sta bene non se ne scappa mai!

– Però da quello che si vede il gatto le è affezionato!

– Lui è della quinta generazione tutta la sua famiglia è vissuta a casa mia, sono quasi trent’anni che prima la nonna e poi la mamma di adesso questo cucciolo sono stati a casa mia… ma lui non scappa, è che è un maschietto, sta crescendo e comincia diventare un po’ intraprendente, qualche volta si è allontanato pure prima ma all’ora di cena tornava sempre a casa, poi ha trovato voi che gli avete dato da mangiare e si è dimenticato della mamma… Puccio! Bello di mamma!… Ma voi dove abitate?

– Su, alla croce, ma veniamo qui solo qualche volta, noi viviamo a Roma…

– Ma che siete i figli di Rocco?

Marco rispose subito per trarre di impaccio Andy.

– Sì, perché lei conosce papà?

– Be’ Rocco l’ho visto solo qualche volta ma ne avevo sentito parlare da Mario… quel pezzo di terra l’aveva comprato lui..

– Zio Mario, il fratello di mamma… ma lei lo conosceva bene?

– Be’, qualche volta parlavamo, lui era stato qui per qualche anno ma è roba degli anni ’50 o ’60, poi, dopo qualche anno, si è comprato la terra… lì prima c’era un deposito di travertino…

– Lo so, papà ce l’ha detto tante volte…

– Io mi chiamo Silvana, casa mia è quella lì in fondo, quella vicino ai quei tre alberi grossi… quando volete rivedere Puccio potete venire a trovarmi… ragazzi… io me ne torno a casa… quando vedere papà gli dite che lo saluta Silvana, Silvana “dell’ombrosa”, mi sa che lui mi conosce…

Marco e Andy risposero quasi in coro:

– Arrivederla signora!

Poi proseguirono per la mola vecchia.

– Mannaggia, Cucciolo, Peccato! Lo so che Massimiliano era della signora però era così bello… mannaggia adesso mi manca mi ci ero affezionato proprio…

– Lo so, Birillo, pure io… però che possiamo fare… e poi mi sembra che la signora i gatti li tenga bene, a vedere da come le andava appresso…

– Sì, lo so… però…

– Hai visto che ci ha preso per fratelli?

– E tu sei stato al gioco… altro che magliette per uscire allo scoperto!

– Ma che le dovevo dire: Andy è il mio ragazzo?

– Be’, perché no?

– E perché non glielo hai detto tu?

– Perché hai parlato solo tu!

– Sì?! Secondo me tu non avresti nemmeno saputo che dire…

– Dai, Cucciolo, lasciamo perdere… ma è ancora molto lontano?

– No, guarda, è in fondo alla discesa…

– Ma in pratica è al fondo di questo canalone…

– Sì… ma è bello, vedrai, se non c’è gente si sta benissimo…

– Perché? Ci potrebbe pure essere gente?

– Sì, qualche volta ci vanno anche  a fare il picnic, l’inverno non c’è nessuno ma di questa stagione la gente c’è… però il posto è bello, guarda, di qua si vede bene…

– In mezzo a tutti quegli alberi?

– Sì, li in mezzo…

– Be’ non c’è male, il posto promette bene, ma ci sono pure le macchine posteggiate… Cucciolo, lì c’è gente…

– E va be’, noi diamo un’occhiata e ce ne andiamo.

– Ma è molto incassato nella vallata! Qui è tutto umido è tutto verde, si sente pure il rumore dell’acqua, ma l’acqua non si vede… ma si può scendere fino in fondo? Fino al fiume?

– Sì, ma adesso non ti aspettare un fiume, d’inverno magari di acqua ce ne è tanta ma di questa stagione non è un gran che…

– Ma guarda che è bello, c’è tanta ombra, è tutto verde… il laghetto è quello?

– Sì, ci sono pure i pesci, vieni a vedere…

– Sì ma c’è pure gente… Cucciolo, facciamo solo un giretto e ce ne andiamo…

– Ok… non ti preoccupare…

– Ammappete, ma è bello veramente, sembra un posto delle favole, si sente solo il rumore dell’acqua e delle foglie… vedi! I pesci! E ce ne sono tanti! … Cucciolo e la gente dove sta? Qui non ci sta nessuno!

– Stanno più sopra, c’è uno spiazzo attrezzato, ci sono i tavolini e un piccolo bar che funziona solo d’estate… Che pensi, Birillo?

– Non ti offendi se penso che bisognerebbe tornare indietro e andare a studiare un po’?

– No, mi sa che è ora…

– Però lo sai che adesso, senza Massimiliano, mi sento solo… non è una cosa stupida…

– Birillo, manca pure a me…

– Ma tu che dici che ci ritorna da noi?

– E perché no! Dopo tutto l’abbiamo trattato bene…

– Sì, ma non l’abbiamo fatto stare la notte dentro casa… forse sarebbe stato meglio…

– Dai, va’, adesso cominciamo ad avviarci perché siamo venuti qui per studiare…

– Mh! Che brutta cosa! Era più bello giocare con Massimiliano!

– Lo so, ma adesso ci tocca studiare… e poi quando contiamo di tornare a Roma?

– Oggi no, domani sera, forse domani sera o anche dopodomani sera…

– E le piante alla piccionaia?

– Se chiamiamo papà ci potrebbe anche pensare lui…

– Dai, Birillo, adesso fatti coraggio perché a scendere è stata facile ma a salire la strada è molto più faticosa!

– È vero, si fatica proprio!

– Dai, tu sei mio fratello e non dovresti sentire la fatica…

– Fratello? …

– Perché non potrebbe essere?

– Certo che potrebbe essere ma non è… aspetta, Cucciolo, sono stanco… non correre, faccio fatica a correrti appresso…

– Dai! Che mollaccione che sei! Certe volte sembri tanto forte e poi…

– Io sono forte ma non ho tanta resistenza…

Dopo circa mezz’ora di buon passo erano ormai di nuovo a casa.

– Cucciolo, che brutto stare qui senza Massimiliano!

– Lo stavo pensando anch’io…

– Dai, va’, andiamo a lavorare e non perdiamo tempo! … Aspetta, aspetta… prendi il libro e ci mettiamo sotto un olivo…

– Ti porto pure la sedia comoda, così dopo non ti fa male la schiena! Vado!

– Aspetta, arrivo subito, ci portiamo qualche cosa da mangiare…

– Birillo… qui, ecco, così, bello tranquillo e io sto vicino a te… così… il sedile di pietra fa da tavolino e noi stiamo sulle sedie comode… tutto bene Birillo?

– Sì, tutto bene… ma adesso viene il peggio… Cucciolo! Non ho voglia di studiare! Si sta così bene qui a fare niente!… Sì, lo so, ma non ce lo possiamo permettere…

– Su, dai attacca…

– Allora… eravamo… ma Birillo, il registratore?

– Te lo vado a prendere io, tu stai qua…

– Hai fatto in un lampo!

– Dai adesso cominciamo, se no mi passa pure quella pochissima voglia che ho!

– Allora… siamo qui… L’evoluzione del diritto penale dopo l’introduzione del nuovo codice di rito…

Andy cercava di prestare attenzione, ma l’ambiente esterno sembrava fatto apposta per creare distrazioni: prima un’ape, poi un po’ di vento che disturbava la registrazione, quindi la sedia che cambiava posizione sul terreno ancora morbido per la pioggia. Andy cercò di resistere ma l’attenzione veniva meno, fece cenno di chiudere il registratore.

– Cucciolo, qui si sta bene ma non si riesce a studiare bene, forse dovremmo andare dentro…

– Mi sa che è meglio… dai, forza e coraggio e cerchiamo di non perdere troppo tempo…

– Magari facciamo così: studiamo, poi dopo tre ore ci mettiamo fuori e ce ne stiamo un po’ a guardare le piante… che dici?

– Mi sa che è l’unica cosa da fare… su adesso dentro, le sedie le lasciamo fuori per dopo, ma adesso dentro a studiare!

Ripresero la lettura dentro casa, l’ambiente era tranquillissimo, il silenzio quasi irreale, la luce naturale era forte e gradevole, Andy si sentì più concentrato ma nonostante tutto non riusciva a seguire tanto bene il discorso, alla fine del capitolo lo disse a Marco.

– Cucciolo io non ho capito quasi niente! Sono cose di un tecnicismo assurdo… è la scienza che si confonde con la scemenza! È uno spaccare un capello in quattro che mi sembra che sia proprio campato per aria e poi mi mancano proprio i riferimenti…

– Birillo… questo è … e bisogna cercare di digerirlo così com’è… in effetti bisognerebbe lavorare col codice… ma ci vorrebbe troppo tempo… Che facciamo, Birillo? Che dici?

– Dico che non mi piace per niente e che se va avanti così ci mettiamo una vita e non capiamo assolutamente niente… però… mh! Che storiaccia! Quando trovi il libro bello va tutto bene ma ci sono pure gli elenchi telefonici come questo… Cucciolo, se andiamo avanti finiamo per non capire più nulla… dai, su, ricominciamo da capo…

– Mannaggia, quando le pagine non scorrono mi viene il panico!

– Dai, non facciamo storie e mettiamoci a lavorare, che fai… leggi tu?

– No, forse è meglio se leggi tu… se lo sento leggere forse mi fa un altro effetto…

– Però Cucciolo, santa pazienza e ci cerchiamo pure tutti i riferimenti…

– Per forza… vai!

La seconda lettura fu molto più analitica, i richiami del codice vennero tutti esaminati, ogni tanto passavano alla discussione, poi tornavano a leggere, ma i riferimenti erano molti, troppi!

– Cucciolo… un po’ si capisce ma ci mettiamo una vita!

– Dai, non fare storie e continua a leggere!

All’una non avevano letto nemmeno venti pagine.

– Cucciolo! Che pippa! Ma è uno strazio! Ma quanto ce n’è ancora fino alla fine del capitolo?

– Più o meno altre venti pagine… Birillo, qui ci vuole tutta la giornata! E poi non è che abbiamo capito gran che!

– Be’, meglio di niente…, ma … insomma almeno un’idea ce l’abbiamo… dai, ricominciamo!

Andarono avanti fino alla sera, senza pranzo ma con la volontà caparbia di chiudere il capitolo. Alle otto, il capitolo era finito.

– Cucciolo! Uffa! Adesso lo rileggiamo tutto al registratore…

Marco lo guardò con una faccia distrutta!

– Adesso?

– Sì, dai, quando l’abbiamo finito l’abbiamo finito! Senti, quando c’è la citazione tu intervieni e leggi gli articoli del codice… e registriamo pure quelli…

– Ma ci mettiamo una vita!

– Cucciolo, se non facciamo così non ci si capisce niente!

– Dai, allora sotto!

La lettura questa volta risultava molto più chiara e le puntualizzazioni che venivano dal codice fornivano elementi di riferimento molto precisi, il lavoro procedeva con lentezza ma la logica del capitolo ormai era chiara. Lavorarono senza sosta quasi fino a mezzanotte, verso la fine contavano entrambi le pagine mentalmente, alle undici e tre quarti chiusero finalmente il libro e il registratore.

– Cucciolo! Mamma mia che strazio! È proprio una cosa terribile!

– Però ce lo siamo tolto e abbiamo capito quello che voleva dire e un senso ce l’aveva!

– Sì, è vero, ma se i libri fossero tutti così sarebbe meglio spararsi… Cucciolo, abbiamo fatto 45 pagine in una giornata e non abbiamo mica perso tempo!

– Lo so, ma le abbiamo fatte.

– Ma il resto del libro è tutto così? … Passamelo, un po’… Mh! Qui mi sa che non c’è trippa per gatti! … Mannaggia questo sembra tutto così… sono 350 pagine e ne abbiamo fatte solo 45, a questi ritmi non basta una settimana!

– Birillo, ci vogliamo immalinconire? … Su, adesso è ora di cena e non abbiamo nemmeno pranzato… che ti faccio?

– Che c’è?

– Qua! Ecco, il frigo è quasi pieno, c’è tutto quello che vuoi…

– Dai, tira fuori qualche cosa di consistente perché la fame non mi manca…

– Tu mettiti tranquillo che faccio presto presto!

– Lo sai che mi fa un effetto strano pensare che non c’è la televisione… niente telegiornale…

– Ci dovrebbe essere una radiolina nella stanza di papà…

– La porto qui?

– Sì, sì…

– No, dai stiamo così, è più intimo e poi qui è già notte fonda… Cucciolo, le sedie le abbiamo lasciate fuori… che faccio? Le vado a prendere?

– Magari! E quando esci accendi la luce fuori, l’interruttore sta a destra della porta…

Andy uscì e tornò dopo qualche minuto con le sedie, le depositò vicino all’ingresso e se ne tornò in cucina.

– Cucciolo, si sta bene fuori, poi ci mettiamo fuori!

– Sì e non ci sono nemmeno le zanzare, qui non ci sono quasi mai…

– Però ci vorrebbe un divano fuori… stare seduto su una sedia vicino a te non è lo stesso, mi piace proprio il contatto fisico, ma qui divani non ce ne sono… io questa cosa gliela devo dire a papà.. chissà che non ci si possa mettere un divano… lo spazio c’è, si potrebbe mettere lì, su quella parete lì, un divano leggero che si possa pure portare fuori la sera… che dici?

– Lo diciamo a papà… e mi sa che… non dovrebbe essere tanto difficile… ma adesso vieni a mangiare, che è tutto pronto…

– Senti che profumino! Cucciolo prima un bacetto! Te lo meriti!

Andy strinse Marco fortissimo per quasi un minuto, poi spostò il suo piatto, il bicchiere e le posate e si sedette vicino a Marco, non dall’altra parte del tavolo.

– Cucciolo, così mi posso appoggiare alla tua spalla… ti posso carezzare un pochettino…

– Lo sai Birillo che stiamo ancora ampiamente nei tempi previsti… e se andiamo avanti così la storia dei tre esami potrebbe anche diventare realtà…

– Lo so, il conto l’ho fatto anch’io ma cerchiamo di non gasarci troppo… però lo so e mi fa piacere e non poco… ma poi lo sai benissimo che mi fa piacere… Cucciolo e poi cucini bene!

– Queste cose le ha fatte mamma, io le ho solo scaldate!

– Ah!

– Però qualche cosa buona la so fare pure io!

– Lo so, Cucciolo, lo so e poi quando ci sei le cose sono più buone…

– Dai, tu finisci di mangiare che io cerco di sistemare fuori in un modo più comodo…

Marco entrò e uscì due o tre volte, Andy non poteva vederlo ma sentiva solo il rumore della porta, poi, finalmente Marco rientrò definitivamente.

– È tutto pronto, Birillo!

– Andiamo va’! … ma che hai fatto Cucciolo, un’amaca a due piazze!

– No, non è a due piazze ma a una piazza e mezza, ma per noi può andare benissimo, è una invenzione di papà, i ganci d’acciaio sotto il portico al punto giusto li ha messi lui, qualche volta prima si metteva fuori la sera, adesso non lo fa più ma prima lo faceva…

– Ma non c’è pericolo di cadere, cioè proprio di cappottare?

– No, Birillo, sopra l’amaca c’è una staffa larga, l’amaca dondola ma è appesa ai quattro vertici e non c’è pericolo di cadere nemmeno se ti metti al bordo… poi aspetta c’è un’altra cosa, se ti sembra troppo bassa o troppo alta c’è la carrucola, si può alzare o abbassare…

– Ma come l’avete pensata?

– L’ha pensata papà… e poi si sta comodi perché ci si può dondolare… sali prima tu?

Andy si arrampicò sull’amaca e Marco lo seguì, sul fondo c’era un materassino leggero ma non c’erano cuscini perché la posizione a barca manteneva già la testa nella posizione giusta.

– Cucciolo… che bella pensata! Qui stiamo proprio a letto insieme… sarebbe bellissimo se l’amaca fosse dentro casa…

– Sì, ma c’è solo qui…

– Come stai Cucciolo?

– Bene… abbiamo lavorato tanto e adesso stiamo qui vicini vicini… è bellissimo, Andy! Non si può sognare di stare meglio di così.

– Cucciolo, ma questa vita gay, alla fine dei conti, non è proprio niente male, ma tu ti credi che gli altri riescano a sentirsi bene così? … Io sto col mio Cucciolo ma io al mio Cucciolo gli voglio bene con tutta l’anima, c’è anche il sesso, ma non è solo quello, è proprio che sto bene vicino a te, ti sento complementare… un Cucciolo che mi vuole bene… quando ci siamo incontrati la prima volta non me lo sarei nemmeno immaginato, pensavo che se fosse andata proprio benissimo sarei riuscito a fare l’amore con te, ma tutto il resto non me lo aspettavo, onestamente non pensavo che mi avresti sconvolto la vita fino a questo punto… e poi mi preoccupavo del fatto che tu avessi una famiglia, se fossi stato solo al mondo mi sarebbe sembrato più facile amarti ma tu una famiglia ce la dovevi avere per forza e io non sapevo come l’avrebbero presa, pensavo che saremmo rimasti sempre a livello di amanti segreti, un po’ di sesso… e poi in sostanza basta… l’idea di vivere insieme… per me era proprio una cosa folle, una assurdità totale… non me la sognavo nemmeno e quella di essere accettato dai tuoi poi… quando dicevo che mi sarebbe piaciuto essere adottato mi sarei contentato di molto meno e invece mi ci sono trovato in mezzo fino in fondo, coinvolto, cioè non coinvolto ma assorbito nel tuo mondo…

– Birillo… ma avresti voluto un mondo più tuo, cioè avresti preferito che il mondo nostro ce lo costruissimo insieme…

– No, Cucciolo, io un mondo mio da offriti non ce l’avevo, doveva finire così per forza… cioè, anzi, non per forza… voglio dire che tu in un mondo mio non ci potevi entrare proprio perché un mondo mio esisteva solo nella mia fantasia… e poi io stavo scappando e mi sarei aggrappato a qualunque cosa, anche molto al di sotto di quello che ho trovato, non ero proprio in condizione di discutere, quando me ne sono andato di casa non avevo niente, solo i vestiti che avevo addosso… ormai questa è anche casa mia, dico sul serio, papà e mamma sono la mia famiglia vera, quella affettiva, quella che conta… adesso tutte queste cose sono mie… Cucciolo, è successo tutto perché ci siamo piaciuti… è strano… uno s’innamora e gli cambia la vita… e adesso c’è pure l’idea del futuro… con te… un futuro senza di te non riseco nemmeno ad immaginarlo… e poi stiamo lavorando… Cucciolo, è bello! … Non so che altro dire ma sto bene qui, sto bene con te, mi sento coccolato da te, da papà e mamma… Cucciolo… e tu?

Marco gli strinse fortissimo la mano.

– Birillo! Tu pensa che io nei tuoi confronti avevo un problema…

– E cioè?

– Mi sembravi uno di livello sociale troppo alto per me, uno troppo ricco, con una casa troppo bella, all’inizio, ma proprio all’inizio, pensavo che non sarebbe durata in ogni caso e che la difficoltà sarebbe stata quella…

– Ammappete… io troppo ricco! Bello! E quando ti sei reso conto di come stavano veramente le cose che hai pensato?

– In effetti è passata quasi subito, però io una certa coda di paglia per le questioni sociali e di quattrini ce l’ho sempre avuta, mi sento condizionato da queste cose…

– Quando sono venuto a stare alla piccionaia… pensa Cucciolo, adesso stavo dicendo “a casa tua!” però mi sono fermato a tempo… Insomma quando sono venuto a vivere alla piccionaia mi sentivo un mantenuto… lo sai Cucciolo, io mi sento abbastanza autonomo nel mio modo di pensare ma certi stereotipi mi li sono portati appresso per tantissimo tempo, anche certi stereotipi di vita gay, certi modelli di comportamenti… quando sognavo certe cose le segnavo per schemi, molto più stupide di come sono state poi veramente… poi piano piano cresci e ti rendi conto che l’unica categoria veramente gay è il fatto di innamorarsi di un ragazzo e il resto sono solo fesserie… però il fatto è innamorarsi, quello è essenziale, non è un problema di sesso… per me un gay vero è solo uno che si innamora di un ragazzo, non uno che ci va a letto, se si innamora e ci va a letto va bene, ma se ci va solo a letto quello non è un gay, è uno che si perde il meglio… Cucciolo, adesso mi sento così bene che non ho bisogno di sesso, mi sento sereno proprio in modo profondo, mi pare di avere trovato una stabilità…

– Ah… Birillo…

– Che pensi?

– Penso alla stabilità…

– Io ti ho detto tante volte che del futuro non so nulla però adesso mi sembra che il mio futuro possa essere uno solo…

– No, Birillo, non pensavo a questo… pensavo al fatto che si può andare in crisi per motivi che adesso non ci immaginiamo nemmeno, pensavo, che ne so, a cose veramente brutte…

– Dai, Cucciolo, stasera niente malinconie… guarda un po’! Adesso devo essere io a cacciare le tue malinconie… Che pensi, Cucciolo?

– Penso che mi piace starti a sentire… è per questo che non parlo, la tua felicità di questi momenti la percepisco benissimo e non la voglio disturbare con troppi discorsi…

– Ma tu sei felice, Cucciolo?

Marco si voltò verso Andy, lo abbracciò e gli passò una mano tra i capelli.

– Andy! E che ci manca a noi?

– Niente, Cucciolo, … se morissi adesso morirei felice, sì…

– E mi lasceresti solo?

– No, per carità! … Cucciolo, noi dobbiamo morire insieme… sì, il Padre Eterno ci deve fare questo piacere, ci deve fare morire insieme, se io avessi da campare più di te alla differenza ci rinuncio… e che ci faccio io senza il Cucciolo? Cucciolo, se noi siamo così legati adesso pensa tu quando saremo vecchi! … Cucciolo, quanti pensieri! … Ma sono pensieri belli… anche da vecchi, Cucciolo, anche da vecchi noi non saremo soli!

– Speriamo, Birillo, speriamo!

– Cucciolo che ore sono?

– È passata l’una…

– Io sento un po’ di fresco, c’è aria mossa… un po’ di fresco si sente… che facciamo? Torniamo dentro?

– Sì, è meglio… certo ci vorrebbe anche l’amaca dentro perché stare vicini in questo modo è bellissimo… però ci sono solo i due lettini…

– Cucciolo e se dicessimo a papà di metterci un letto matrimoniale?

– Alla fine lo potrebbe pure accettare ma mi sembrerebbe una forzatura…

– Io credo di no, credo che non farebbero nessun problema… quando vedo papà glielo dico… che dici? Lo faccio?

– Be’… non lo so, veramente sono un po’ perplesso…

– Allora non glielo dico, Cucciolo, come vuoi tu, forse è meglio non fare forzature… però del divano glielo diciamo?

– Sì, del divano sì, è diverso…

– Però, Cucciolo, mi sa che tu li sottovaluti…

– Birillo, tu potresti avere anche ragione… prova a dirglielo… perché no, potrebbe pure essere la cosa migliore…

– Cucciolo io glielo dico! Io penso che non ci dobbiamo preoccupare di papà e mamma, loro tanto stanno sempre dalla parte nostra…e poi, scusa, ma che c’è di male?

– Eh! Potresti anche aver ragione… anzi forse hai proprio ragione non ci dobbiamo preoccupare di papà e mamma, in effetti ce l’hanno detto chiaro in tutti i modi…

– Rientriamo, Cucciolo?

– Sì.

– Qui che facciamo? Togliamo tutto?

– No, l’amaca è tutta di legno verniciato e di nylon e può stare fuori, togliamo solo il materassino perché se lo lasciamo fuori si bagna…

Rientrarono e andarono a prepararsi per la notte, non ci furono ritualismi di nessun genere, erano stanchissimi e soddisfatti, quando furono a letto si presero per mano…

– Andy…

– Che c’è?

– Mi sa che a papà glielo dobbiamo dire… mi sembra una cosa più onesta anche nei loro confronti e poi non la prenderanno male…

– Ma certo che non la prenderanno male! Tu sei troppo bacchettone e moralista! Papà e mamma certe volte hanno i piedi per terra molto più di noi…

– Mh! Forse hai ragione…

– Cucciolo…

– Che c’è?

– Che stai pensando?

– Non penso… provo delle sensazioni…

– E cioè?

– Boh! Non so come dirlo ma mi sento sereno, il corpo non lo sento quasi, mi piace il tocco delle lenzuola fresche… e la mano calda di Andy…

– Cucciolo…. vengo nel letto tuo?

– Vieni!

Marco scostò la copertina e Andy entrò nel suo letto.

– Cucciolo è bello stare così… quanto le avevo sognate queste cose, mi sembravano impossibili, assurde, sogni solo miei, un po’ fantasie che non si sarebbero mai realizzate… però io prima ero più stupido, mi immaginavo che in una situazione del genere avrei solo fatto sesso con te, allora era una cosa che mi mancava tantissimo ma adesso non mi manca più e adesso mi posso godere proprio la tenerezza… Cucciolo… come mi sai coccolare tu… mi sarebbe piaciuto che mi coccolassero così quando ero bambino ma non è successo mai, stavo praticamente sempre solo… sì, avevo la stanza mia, era mia… sì, era mia… però era un po’ come stare in quarantena, se uscivo mi ributtavano dentro, quando c’era gente non volevano che uscissi, non andavo mai in giro con mia madre, lei si voleva fare passare per signorina, io andavo sempre con la tata di turno, all’asilo, a scuola… sempre in qualche altro posto, mai dove andava mia madre, quando sono diventato più grandicello, 10-11 anni, mi hanno fatto uscire allo scoperto, ma  sempre ai margini… i regali sì, quelli me ne facevano tanti… però con me non ci giocava mai nessuno… quando mi sono accorto di essere gay ho pensato che non sarei mai riuscito a uscire dalla gabbia, all’inizio mi sembrava quasi naturale, mi sentivo quasi un caso patologico, i miei parlavano dei gay come se fossero… non so nemmeno come dire… insomma come se fossero solo merda… ma credo che loro un gay vero non lo abbiano mai conosciuto, era tutto per sentito dire… però erano convinti… io pure non è che avessi le idee tanto chiare però non mi sentivo affatto un pezzo di merda e pensavo che come me di ragazzi ce ne dovevano essere tanti, per anni… praticamente da quando mi sono accorto di avere una sessualità… cioè da quando mi sono accorto di essere gay, che poi le due cose sono venute insieme… insomma da allora ho solo sognato e realmente non credevo che sarebbe mai successo niente di vero… mi masturbavo pensando a come sarebbe stato… però mi immaginavo cose belle, non mi veniva la paura… cioè non pensavo che il ragazzo di cui mi sarei innamorato mi potesse trattare male… mh! In effetti è per quello che mi sono buttato quando ci siamo conosciuti… per me era veramente il tutto per tutto in tutti i sensi, all’inizio, proprio i primi giorni ero complessatissimo, non sapevo che fare, avevo paura che tu ti potessi stancare, mi piacevi tantissimo ma avevo quasi paura di te, ti volevo compiacere il più possibile, mi dicevo che dovevo fare tutto quello che volevi tu, specialmente in cose di sesso… se non lo avessi fatto ti saresti stancato di me… cose del genere… Cucciolo, non sghignazzare! Io allora non ti conoscevo bene… grazie! Mi piace tanto quando mi passi una mano tra i capelli! … Ti scoccio, Cucciolo?

– E io ti scoccio, Birillo?

– Non mi prendere in giro!

– Ma io sto solo giocando…

– Mh! Però se ti scoccio me lo devi dire… No! No! Niente! Non ho detto niente! … E va be’, su, mi è scappata! …

– Birillo…

– Che c’è?

– Ti andrebbe di fare l’amore adesso?

– Sì, però fai tutto tu… mi piace sentirmi desiderato… Mh! Cucciolo! … che bello! Così Cucciolo, così!

– Andy… ma perché sei così bello?

– Non lo so, mamma mi ha fatto così, anche se non l’ha fatto apposta! Cuuucciolo! Mh!

– Birillo… e se ci stiamo zitti zitti?

– Ti sto scocciando eh? … No, niente! Come non detto!… Però pure tu… mh! Che Cucciolone che sei. Cuuucciolo! Buono…

– Ma che bel Birillo!

– Ma adesso lo conosci bene… ma perché ti interessa tanto? Buono, Cucciolo! Aspetta, tranquillo!

– Non lo so, forse mi permette di capire meglio le tue reazioni, se a un certo momento non ti tirasse più avrei una brutta impressione, … ma adesso lasciamo perdere la teoria… Birillo, ma lo sai che potresti fare benissimo l’attore porno… ci sono dei ragazzi grandi e grossi che ce l’hanno piccolissimo, tu invece sei bello secco secco ma ce l’hai grosso… chissà perché in genere i ragazzi magri ce l’hanno più grosso… [e certi ragazzini di sedici o diciassette anni c’hanno certi piselli da fare invidia ai campioni di body building…] ma tu sei bello per natura… è proprio tutta reazione fisiologica, è tutta salute… un bacetto, Birillo! Così, bravo…

– Non mi dire “bravo”, mi sembrano le cose solite che si dicono alle puttane… sai quelle cose come: Quanto sei brava! … che significano solo che fa bene i [pompini]… Cucciolo, ma come fa una ragazza a fare bene [un pompino]? Credo che non si possa rendere proprio conto… è come se io volessi capire che cosa vuol dire [masturbarsi] per una ragazza… però, Cucciolo, essere gay ci dà una forma di partecipazione completamente diversa… Buono! Piano!

– Mannaggia, sei troppo bello! Ma come faccio a fermarmi… è una cosa compulsiva e poi vedo che ci stai… Birillo ci pensi a quelli che violentano la gente… ma che ci trovano? … È bello perché tu ci stai e ci vuoi stare, se non fosse così non mi interesserebbe proprio… e poi mi piace la tua voce, è sexy, mi piace tutto quello che dici quando facciamo l’amore… lo paragono con quello che penso io, con quello che provo io…, in genere, di sesso in termini espliciti, di quello che provi quando lo fai non parli con nessuno, come di quando ti [masturbi], ma è bello parlarne… è intimo… Birillo… io ti mangerei tutto intero… Buono! Adesso ti sei svegliato! Birillo… mannaggia, cerca di fare piano se no me lo stacchi… il birillo ce lo dobbiamo conservare a lungo, non lo possiamo mettere a rischio così… lo sai Birillo che ormai mi sono talmente abituato a te, proprio dal punto di vista fisico, che ti riconoscerei al buio tra mille… proprio al tatto… non avrei nessun dubbio… e poi sei così scattante… tu non sei mollaccione come me, tu sei un fascio di nervi… sei una potenza della natura…

– Be’, non esageriamo… e poi tu non sei per niente mollaccione, io te lo dico tante volte  ma non è vero, sei un po’ più robustello, ma solo un po’… non sei ciccione, Cucciolo, nemmeno grosso, ma non sei magrissimo e su di te mi posso appoggiare, sei un po’ il mio cuscino, però senti qua! Hai dei muscoli d’acciaio… Cucciolo… noi dovremmo fare un po’ di sport… mi sa che ci servirebbe a tenerci in forma…

– E che stiamo facendo? Birillo, più sport di questo! È tutta adrenalina, e poi lo sport è solo esercizio fisico ma fare l’amore è più bello, è più globale… Birillo…

– Che c’è?

– Ma come ho fatto a trovarti?

– È stato un caso… stavamo lì e a te t’è venuto duro a guardarmi…

– E a te?

– Lo sai benissimo e l’hai anche visto!

– Birillo, ma perché a un certo punto scattano certi meccanismi? Cioè quando ti si drizza è come se il birillo sapesse prima che ragazzo hai di fronte, è una cosa istintiva, non hai più paura, passi i limiti… e se poi trovi una risposta come vuoi tu… eh! Allora entri proprio in un mondo diverso, il sesso la cambia la vita!

– Be’, a noi ce l’ha cambiata in meglio… però in tante situazioni è esattamente il contrario, c’è gente che è uscita di cervello per cose del genere…

– E ci sono quelli che si sono rovinati anche fisicamente…

– Lo so… Lo sai, Cucciolo, io non capisco l’idea del tradimento, della infedeltà… mi sembra assurda…

– Ma, Birillo, anche solo tre mesi fa non facevi questi discorsi…

– Sì, ma adesso mi sembrano cose assurde… pensare di tradirti… no! Non mi verrebbe proprio in mente!

– Birillo! Mai dire mai!

– Ma no, Cucciolo, che c’entra, se mi sentissi deluso da te mi passerebbe completamente la fantasia… non ne cercherei un altro… cioè se finisce male con te con un altro non ha proprio nessun senso… no! Io non ti tradirei mai! … Penso che al limite potrei trovarmi deluso da te, che tu potresti tradirmi, lo so che è un paradosso, ma al limite si può pensare, ma io non credo proprio che ti tradirei, cioè l’idea di andare a cercare un altro ragazzo… no! … Sì, può essere bello e pure bellissimo… ma non mi verrebbe nemmeno l’idea di andarci a letto! … Ma di innamorarmi no! Non mi passerebbe nemmeno per l’anticamera del cervello! Ma come si fa a essere innamorato di uno e a cercarne un altro? Per me è pazzesco!

– Birillo, quelli che lo fanno non sono innamorati… sono cose diverse, quelli stanno insieme solo per fare l’amore, cioè per fare un po’ di sesso ma non si vogliono bene, Birillo, c’è tanta gente che di sesso ne fa ma che cos’è l’amore non lo ha mai provato… noi siamo stati fortunati… io ho trovato in mio Birillo, ma avrei potuto trovare cose molto diverse e allora che avrei fatto? … Mi sarei tenuto quello che c’era magari storcendo il naso o avrei cercato qualche altra cosa? Forse, se proprio non mi fosse stata bene la situazione avrei cercato qualche alternativa… Birillo, innamorarsi purtroppo non è la regola… anzi!…

– Però, Cucciolo, come siamo fatti noi così possono benissimo essere fatti tanti altri ragazzi… e perché quelli non si dovrebbero innamorare? Non sarebbe nemmeno giusto, una esperienza del genere ti cambia dentro, sono cose belle… a un certo punto … ma perché a tanta gente no?

– Birillo… la vita non è fatta di cose giuste… è così e basta… senza quella benedetta festa io sarei rimasto solo, malinconico, depresso, senza sesso, senza amore, senza prospettive… sì, è così! Noi, Birillo, abbiamo meno possibilità degli altri, il non poter uscire allo scoperto ci mette in una specie di ghetto… Birillo… non mi guardare con quella faccetta… è così! È così ancora oggi, noi abbiamo rischiato ed è andata bene… ma se quando ci siamo conosciuti tu avessi reagito male, se mi avessi sputtanato in giro… Birillo… io la vita me la sarei rovinata…

– Mh! Che brutta cosa! … Però io lo sentivo che sarebbe andata bene! Non so come ma lo sentivo, uno le antenne ce le ha!

– Birillo! Se uno vince alla roulette pensa di essere un veggente… ma è solo perché gli è andata bene… ma in genere si perde!

– Ma così è brutto!

– Lo so, Birillo, ma è così…

– Ma non è giusto! Ma perché deve essere così e basta? Ma scusa, se noi… no, niente.

– Se noi… che cosa?

– No, dico, se fossimo la maggioranza… ma tanto non è… che fai, Cucciolo, che fai? Ti giri dall’altra parte?

Marco si era girato dall’altra parte senza nemmeno riflettere, i discorsi di Andy lo avevano distratto e aveva smarrito la partecipazione giocosa al contatto sessuale con lui, di fatto si era dimenticato che stavano facendo l’amore perché l’atmosfera e i discorsi erano effettivamente di tutt’altro segno.

– Be’ adesso un po’ mi sono distratto… scusa…

– No, ve be’, se non ti va… lasciamo perdere…

La voce di Andy in qual momento sembrava diversa, più formale, più in difesa, Marco si accorse di aver commesso un errore e cercò di rimediare.

– Ma sei pollo! Io ti faccio un giochetto così e tu ci caschi subito… Andy… abbracciami stretto stretto!

– Ma sei sicuro che ti va? … Buono! Piano! Ma che cavolo fai? Cucciolo! Mi fai male! … Ma guarda questo… ma che ti prende?

– Mi piace tanto quando fai così… mi piace tanto spettinarti tutto, mi piace quando ti difendi… lo so che ti piace! … Birillo! Mh! Che bel birillo che hai!

– Cucciolo… ti stai un po’ buono?

– No!

– Dai su, non fare così, coccolami un po’ ma con dolcezza… adesso non mi va di giocare… quando ti sei girato dall’altra parte non mi è piaciuto per niente! Cucciolo, non mi è piaciuto, è inutile che fai quella faccia strana… non mi è piaciuto proprio… io non lo so se l’hai fatto solo per prendermi in giro, mi viene da pensare che poi hai cercato di recuperare e di tornare indietro ma l’hai pensato dopo e hai fatto la commedia con me come se stessi giocando… Cucciolo, tu non stavi giocando, tu ti sei girato dall’altra parte e basta… Lo vedi… te lo avevo letto in faccia… Cucciolo, no, no, non ti preoccupare, non è successo niente… ma guai a te se lo fai un’altra volta! …

– Birillo ma io ero solo stanco!

– No! Non fare finta di non capire… se ti giri dall’altra parte perché non ti va, va tutto bene, non mi crolla niente, ma non mi devi dire una cosa per un’altra in nessun modo… guai a te se ci riprovi!

– Hai ragione Andy, non lo dovevo fare…

– Cucciolo, guarda che adesso non sei tenuto a fare l’amore per forza… se non ti va me lo devi dire onestamente, senza trucchi…

– Be’ adesso non mi va tanto di fare l’amore, dopo probabilmente la voglia mi tornerà ma adesso stiamo così abbracciati…

– Cucciolo… tu non devi fare quello che piace a me ma quello che piace a te…

– Ma è quello che voglio fare io…

– E allora com’è che sembravi così carico cinque minuti fa?

– Be’, stavo facendo la commedia… mh… sì, un po’ stavo facendo la commedia pure prima… se la verità la vuoi è questa… è così, non mi guardare come se avessi ammazzato qualcuno, ho fatto una cosa stupida… una cosa falsa…

– Dai, Cucciolo, stringiti a me… così…

– Sei arrabbiato, Birillo?

– No! Non è successo niente… Cucciolo…. mi dispiace quando ti dico cose sgradevoli… però che dovevo fare? Io l’avevo capito che stavi facendo la commedia, proprio all’inizio all’inizio non era tutta commedia ma dopo un po’ si sentiva… dovevamo andare avanti così?

– No, Birillo, hai fatto benissimo… che stai pensando?

– Penso che aderisco a te completamente e non solo in senso fisico… mi piace pure quando ammetti di avere fatto una stupidaggine… lo ammetti subito… Cucciolo…

– Che c’è?

– Ti sei arrabbiato?

– No! Neanche un po’.

– Però dimmelo onestamente…

– Be’ un po’ mi sono sentito piccato che mi hai sputtanato subito… quando faccio una stupidaggine mi piacerebbe potere tornare indietro senza essere sputtanato subito… è questo che mi brucia un po’…

– Lo vedi che ci sei rimasto male…

– Un po’ sì, ma con me stesso… Birillo cose del genere succedono…

– Io ne ho fatte di molto più grosse di queste e lo sappiamo tutti e due benissimo… quindi sono proprio l’ultima persona che può dare lezioni… però, Cucciolo, ce l’hai con me?

– Andy! Facciamo una cosa?

– Che cosa?

– Ci alziamo e ci mettiamo a studiare un po’… così mettiamo da parte tutte queste storie… che ne dici?

– Mh! Tu dici?

– Sì !

– E allora… forza! Qui non abbiamo nessun problema né di orario né di niente io in effetti mi sento piuttosto carico…ci facciamo una bella tazza di caffè e ci mettiamo a lavorare… però, Cucciolo, un bacetto me lo devi dare! E se c’è qualche cosa di me che non ti sta bene me lo devi dire… capito?

Il bacetto fu lungo, intenso, autentico, Andy si staccò strizzando gli occhi come nei momenti di felicità. Erano passate le due, Marco preparò il caffè.

– Birillo, il caffè! È caldo caldo!

– Bello! È profumato! … Ci mettiamo in sala o stiamo qui?

– Come vuoi…

– Allora stiamo qui, chi legge sta sulla sedia a sdraio e l’altro sta sul letto…

– Ok! Chi comincia?

– Vai, Cucciolo, comincia tu!

– Allora… mannaggia quel libro… ma non ne possiamo leggere un altro?

– No, Cucciolo, tu vai e io tengo pronto il codice, quando c’è la citazione la leggiamo subito.

– Ok. Il registratore?

– Già, il registratore… ecco, la cassetta c’è… vai Cucciolo!

– … È tradizione che lo studio della disciplina penalistica…

Andy si mise a sedere nel letto evitando di stare sdraiato per non addormentarsi, Marco leggeva in modo cadenzato, con toni da conferenza, per le prime pagine almeno lo studio andò avanti in modo tranquillo, il discorso si seguiva abbastanza bene, in un paio di casi Andy fece segno di chiudere il registratore e di rileggere, ma questo non creò alcun impaccio, dopo le prime venti pagine Andy propose di darsi il cambio nella lettura ma Marco non volle.

– Perché Cucciolo?

– Perché ogni tanto alzo gli occhi e vedo il mio Birillo sdraiato sul letto in pantaloncini ed è una cosa bella da vedere… Andy… sei sexy… veramente…

– Ecco perché mi sembravi un po’ distratto… Vieni, Cucciolo!

– Andy adesso solo un bacetto, poi dobbiamo fare altre 31 pagine e ci si potrebbe pure riuscire, non sono nemmeno così complicate…

– Però dopo le 31 pagine… eh? Che dici?

– Dopo le 31 pagine ci facciamo una doccia calda insieme… aspetta, vado ad accendere lo scaldabagno, tanto l’acqua fa a tempo a scaldarsi… e adesso sotto a lavorare…

– Cucciolo… lo sai che comincio a pensare che ci laureeremo veramente e pure in tempo…

– Si vede, Birillo, adesso davanti allo studio non scappi più… preferisci studiare che fare l’amore!

– Che battutaccia! … Va be’…dai, su, non perdiamo tempo!

Questa volta il lavoro fu più complesso e più faticoso, le citazioni del codice erano numerose ma non si fecero scoraggiare e ad ogni riferimento seguì la lettura del codice, in questo modo i tempi si allungavano  di molto ma il lavoro risultava proficuo, Marco due o tre volte fece scorrere le pagine da leggere tra le dita, ogni volta faceva cenno ad Andy per indicargli quante ne mancavano, quando girarono l’ultima pagina erano quasi le cinque.

– Cucciolo, faccio un caffè e poi andiamo a fare la doccia… se ti va… se no ne possiamo fare pure a meno…

– Guardami negli occhi, Birillo! Stai penando anche tu quello che sto pensando io?

– Sì, però adesso prima facciamo il caffè… e poi ci facciamo la doccia!

– No!

– No che cosa?

– Guarda che faccia allarmata! La doccia la facciamo eccome! “No” significa solo niente caffè, facciamo il tè! Ci stanno pure due pacchi di biscotti…

– Mannaggia ma tu sfotti sempre! …Allora, Cucciolo, facciamo prima la doccia e tutto quello che segue e poi facciamo colazione regolarmente e poi ce ne andiamo a fare una passeggiata fuori che tra un po’ fa giorno…

– Birillo, ti voglio portare in braccio, come facevano gli antichi romani quando portavano dentro casa la sposa, la prendevano in braccio e io ti devo portare in bagno in braccio e ti devo far fare un bagno memorabile, come non lo facevano nemmeno i satrapi orientali… Così! Mannaggia quanto pesi! … No! Tu non pesi tanto… è il birillo che pesa!

– Non mi fare cadere, Cucciolo!

– Ma guarda che io un po’ di forza ce l’ho… allora… Birillo… vuoi tu entrare con me sotto la doccia di questa casa ed essermi fedele, amarmi e rispettarmi per tutta la vita?

– Sì, lo voglio! E vuoi tu, Cucciolo, essermi fedele, amarmi e rispettarmi per tutta la vita?

– Sì, lo voglio! … E adesso possiamo fare la doccia insieme!… però ti voglio spogliare io, tanto che c’è li sotto lo so e comunque si vede benissimo… Ma come sei bello! Io lo so benissimo come sei fatto, ma sei proprio bellissimo!

– Dai, Cucciolo, adesso ti spoglio io…. Sì sì… Ma che bel Cucciolotto! Proprio bellissimo! Eccitatissimo!… Ma lo sai che quando ti ho visto la prima volta io già lo sapevo come ce l’avevi [il pisello]?

– Bum!…

– No c’è niente da fare bum! Lo sapevo e basta… Ah! Cucciolo è gelata!…

– Aspetta, adesso arriva quella calda… dai sediamoci sul fondo…

– No, adesso nessuna dilazione, adesso tutto sesso e basta!

Rimasero a fare l’amore sotto il getto caldo della doccia, [poi vennero entrambi] e si sedettero esausti sotto il getto dell’acqua.

– Bella… Cucciolo! Una cosa così mi mancava!

– Mannaggia! Che bomba! È stata una cosa intensissima….

– Cucciolo, adesso ci prepariamo e ce ne andiamo a fare una passeggiata prima nell’oliveto e poi saliamo verso monte… o andiamo al paese a fare una colazione come si deve… che dici?

– Birillo, dopo quello che abbiamo fatto mi sento leggero leggero, andrei dovunque, anche volando… Verso monte o in paese?

– Prima in paese, colazione come si deve al bar e poi verso monte per i boschi…

– Che ore sono, Birillo?

– È prestissimo, sono le sei meno un quarto, mi sa che a quest’ora i bar non sono nemmeno aperti…

– Il bar centrale del paese apre alle sei, finché ci prepariamo arriviamo giusti giusti…  però un caffè ce lo facciamo qui e subito perché se no crolliamo dal sonno… e poi quando torniamo a casa ci mettiamo a dormire… Birillo, però i capelli te li devi asciugare bene! … così, ecco… e adesso vieni qui che ti voglio dare un bacetto fresco fresco… mh! Ma che bel ragazzo!… e poi è mio!

– Oggi sei in vena poetica…

– Sì, Birillo, tutta poesia erotica!

– Che facciamo? Dobbiamo chiudere casa completamente?

– No, papà non lo fa mai, chiude la porta a chiave e il cancello fuori… tanto non succede niente.

Uscirono di casa, il fresco della mattina si faceva sentire, Andy voleva prendere un maglioncino o almeno una camicetta più pesante ma poi ne fece a meno, salirono in macchina e andarono in paese, ma il bar era chiuso per turno.

– Peccato, Cucciolo, e adesso?

– Facciamo una cosa andiamo a quello dell’autostrada!

– Ma bisogna entrare in autostrada?

– No, si può entrare anche dalla strada comune che fiancheggia un tratto dell’autostrada, c’è un parcheggio separato dall’altra parte dell’autogrill, ci va tanta gente anche dei pendolari che non prendono l’autostrada, con papà ci sono stato tante volte, tanto sono pochissimi chilometri, tre o quattro al massimo…

Arrivarono all’autogrill dell’autostrada in pochi minuti.

– Che strana sensazione, Cucciolo, mi pare che stiamo per partire per un viaggio, l’autostrada fa una certa impressione e questi locali non sono come i bar, è tutta un’altra atmosfera… ma questo è nella direzione verso Roma?

– Sì, credo che sia l’ultimo o il penultimo grill prima della città.

– Però non c’è quasi nessuno…

– Ma è estate ed è pure presto… Che prendi Birillo?

– Cappuccino e cornetto… anzi e due cornetti…

– Allora due cappuccini e quattro cornetti…

Pagata la colazione si avvicinarono al banco, a servirli c’era un ragazzo bruno più o meno della loro età, lo notarono entrambi ma cercarono di fare gli indifferenti, poi entrò tanta gente tutta insieme, probabilmente una comitiva di gitanti scesi da un pullman, Marco e Andy uscirono dal locale.

– Cucciolo, l’hai visto quello che ci ha fatto i cappuccini?

– L’ho visto sì!

– Ammappete! Era notevole, proprio un bel ragazzo!

– È vero, Birillo, era proprio un bel ragazzo, poi tranquillo, dolce nei modi e aveva pure una bella voce…

– Cucciolo, quello secondo te come ce l’ha?

– Piccolo, Birillo, piccolo piccolo e brutto…

– Non sfottere!

– E che ti devo dire… non lo so! … E poi quello che sa sempre queste cose e le prevede sei tu!

– Non sfottere! … Secondo me quello ce lo deve avere bello… hai visto che sorriso che aveva?

– Sì, va be’, ma non vedo il nesso…

– Be’, anche tu hai un bel sorriso…

– Mh! Mi sa che è meglio che qui non ti ci porto più!

– Non ti preoccupare, non scappo col ragazzo del bar! Stamattina ci siamo sposati… ricordatelo!

– Io me lo ricordo, ma mi sa che tu sei un po’ troppo farfallone…

– Dai, ho solo detto che era un bel ragazzo…

– Birillo… e adesso dove andiamo?

– Torniamo nel bar!

– Non sfottere!

– Ma io non sto sfottendo, dico sul serio…

– Ma va’…

– Allora, dove vogliamo andare?

– Mi sa che è meglio che torniamo a casa e ci mettiamo a dormire perché non mi reggo proprio in piedi!

– Cucciolo, mi sa che hai ragione, forse ieri sera abbiamo tirato troppo la corda… io mi sento addosso una debolezza… no, un sonno terribile, mi sento stonato, stordito… e tu?

– Io un po’ mi reggo ancora ma credo che da qui a un’ora non ce la farò a stare in piedi… Birillo… allora a casa?

– Sì, è meglio… però poi non è bello mettersi a dormire quando fuori c’è il sole… e se ci mettessimo sull’amaca?

– Be’, in due e di giorno non mi sembrerebbe proprio il caso…

– Dici che ci tanano eh?

– Eh… be’, credo di sì, forse no, ma credo di sì, il porticato di casa si vede pure da fuori…

– Ma quando ce la mettiamo una bella siepe intorno? Un po’ di privacy sarebbe indispensabile… ma qui è tutto aperto…

– Lo vedi, Birillo, anche tu ti vuoi nascondere…

– Ma che stupidaggini dici… noi se decidiamo di uscire fuori per un motivo serio poi lo facciamo e allora forse vale la pena ed ha senso ma se ci mettiamo nella merda per disattenzione facciamo proprio la figura degli imbecilli… Cucciolo, che non è un gioco l’hai detto tu!

– E non è un gioco… va be’ tanto la siepe non ce la possiamo mettere e se pure ce la mettessimo ci metterebbe anni per crescere, quindi tanto vale stare attenti e non fare stupidaggini di nessun genere…

– Così va meglio… Cucciolo… ma quando torniamo a casa a Roma?

– Quando vuoi…

– Facciamo così, stamattina dormiamo… il pomeriggio studiamo e poi la sera ce ne andiamo a dormire presto, domani mattina facciamo colazione al bar del paese e poi facciamo un po’ di cose in campagna… se è bella giornata… poi dopo pranzo torniamo a Roma…

– Va bene, almeno ce ne andiamo dopo avere fatto una scorpacciata di luce…

– Tanto, Cucciolo, anche con lo studio stiamo bene…

– Sì, ho fatto un po’ di conti, siamo circa una settimana avanti, però poi bisogna vedere come si mette il calendario degli esami… quella settimana bisogna che ce la conserviamo di anticipo perché ce li potrebbero mettere pure tutti nella prima settimana…Birillo, del libro brutto ce ne sono ancora 250 pagine e sono tante ma poi i mattoni grossi li abbiamo letti tutti… poi ci sono i quattro volumetti piccoli, ma sono 800 pagine in tutto e poi bisogna ripetere… per finire la prima lettura ci mancano 1050 pagine, ma quando la lettura scorre se ne fanno anche 120 al giorno, quindi se tutto va liscio finiamo la prima lettura entro dieci giorni, e poi non dobbiamo nemmeno rileggere perché ci sono le cassette registrate, si possono sentire mentre cuciniamo, mentre mettiamo a posto la casa…

– Mentre facciamo l’amore…

– No, va be’… non esageriamo…

– Lo sai, Cucciolo, tutti questi conti me li sono fatti anch’io e penso che ci si può riuscire, e se ce la facciamo dopo siamo arrivati al terzo anno vero! Cioè abbiamo praticamente finito gli esami del primo biennio! Non mi sembra malaccio… Cucciolo, noi abbiamo cominciato a lavorare insieme alla metà di marzo, se riusciamo a fare i tre esami ne abbiamo fatti 7 tra marzo e novembre… sono tanti! Tantissimi! Non credo che ci sia gente che fa 7 esami in 9 mesi e poi alle lezioni del terzo anno ci possiamo andare, possiamo frequentare, non siamo autodidatti…

– Sì, ma poi non è che conti molto, fino adesso non abbiamo frequentato e le cose sono andate bene lo stesso…

– Sì, lo so, ma frequentare significa potere fare un po’ di lecchinaggio con i professori  senza ammazzarsi di fatica, insomma poi non dobbiamo più recuperare, tanto, prima di altri due anni non ci possiamo laureare… basta fare quello che fa uno studente in corso… la rincorsa è finita, poi andiamo a passo normale…

– Sì, in un certo senso è vero, ma bisogna fare in modo di discutere la tesi a giugno del quarto anno, se ce la facciamo non perdiamo il biennio di pratica e lo cominciamo subito, quindi anche nel terzo bisogna anticipare tutto quello che si può anticipare in modo da tenersi liberi per la tesi… e poi, Birillo, bisogna lavorare tantissimo perché c’è lo scoglio dell’abilitazione… e quello non è una cosa da niente… e lì bisogna cercare di passare tutti e due al primo colpo e statisticamente è una cosa molto difficile, la gente che passa al primo colpo è poca e passare tutti e due non sarà facile per niente… quello sarà uno scoglio vero…

– Cucciolo, però non ci buttiamo giù prima del tempo… di difficoltà ne troveremo tante ma intanto se riusciamo a passare i tre esami entro novembre abbiamo già fatto molto…

– Sì, è vero… è meglio che affrontiamo i problemi uno alla volta…

– … Cucciolo e se trovassimo di nuovo Massimiliano?

– Non fantasticare, Birillo, quello sta bene dove sta… e ormai di noi se ne è dimenticato…

– Ma perché, Cucciolo, mi sa che lo ritroviamo…

– Birillo, non mi dire che questa è un’altra delle tue famose preveggenze…

– No, queste sono di un altro tipo, ma potrebbe essere benissimo… scommettiamo?

– Sì, scommettiamo, se c’è cucino e faccio i piatti io, se non c’è cucini e fai i piatti tu…

– Ok! … Allora scommesso!

– Scommesso!

Quando rientrarono all’oliveto Andy scese dalla macchina e si mise a cercare Massimiliano da tutte le parti, lo chiamò, fece richiami e salti in mezzo alle piante ma del micio non c’era nemmeno l’ombra.

– Mannaggia! Non c’è… mi sa che quello se ne è dimenticato veramente… io i gatti profittatori… quello è venuto, si è fatto coccolare e poi via di nuovo… quello non si è affezionato veramente, era bellino, sì, però… mh!

– Birillo! Ma quello era solo un cuccioletto di pochi mesi…

– Sì ma i gatti crescono presto…

– Dai, adesso non te la prendere con Massimiliano, era un bel gattino, anzi un gattino molto bello ma era un gattino con la sua vita…

– Sì, però non mi piace tanto che adesso non ci sia… non è che penso che si sia dimenticato di me… non sono mica cretino… però mi piacerebbe che ci fosse…

– Se la mettiamo in questi termini ti posso anche dare ragione… ma, Birillo, noi che cosa gli possiamo dare? Lui una casa ce l’ha, è la casa della sua famiglia, della mamma, della nonna e via di seguito, noi saremmo solo due paparini… no! Massimiliano deve stare a casa sua…

– Va be’, va’…

– Birillo, i piatti li faccio io e cucino io lo stesso…

– No, io la scommessa l’ho persa… io che lo avrei trovato qui ci credevo almeno un po’… va be’, lasciamo perdere e adesso che facciamo, Cucciolo? Se potessimo stare qui un bel po’ di giorni mi metterei a lavorare un po’ in campagna ma se dobbiamo andare via domani non ha senso… che facciamo?

– Ti va di lavorare, Birillo?

– Mannaggia, ma si va a finire sempre là… Uffa, Cucciolo, io vorrei giocare un po’…

– Cioè fare che cosa?

– Farmi coccolare un pochino, ma non c’è nemmeno un divano… l’amaca fuori di giorno non si può mettere… mannaggia quante restrizioni! … Facciamo una cosa… ce ne andiamo a letto per un po’… No! Non mi piace, fuori c’è il sole… Che dici Cucciolo? Che facciamo?

– Io la mia proposta te l’ho fatta…

– Ma sempre studiare? … Cucciolo, io adesso voglio essere coccolato, facciamo così, tra un’ora ricominciamo a studiare ma adesso non mi va, adesso dobbiamo pensare a noi… Cucciolo, non fare quella faccia, ce la dobbiamo pure godere un po’, noi non siamo macchine solo per studiare… Cucciolo, ma non c’è un posto un po’ riparato che non si vede da fuori?

– No, completamente riparato no… Birillo, non c’è!

– Quando avremo un pezzo di terra tutto nostro ci dobbiamo fare intorno un muro alto tre metri e la siepe impenetrabile agli sguardi, ci dobbiamo potere camminare pure nudi… ma perché deve essere tutto visibile, tutto in piazza? Io un pezzo mio privato lo voglio, non ci deve mettere becco nessuno… Uffa! Va be’… andiamocene a studiare… però non tiriamo troppo la corda e poi a papà del divano glielo dobbiamo dire… e pure del letto! Dai su, andiamo, tanto la tortura non si può allontanare di molto… forza, che se finiamo veramente la prima lettura in dieci giorni siamo a buon punto… su, Cucciolo, coraggio! Mi sa che non ti va nemmeno a te…

– Lo faccio perché si deve fare ma farei molto più volentieri un’altra cosa…

– Che cosa?

– Resterei a coccolarti per ore…

– Mannaggia… e invece niente! Però quando torniamo a Roma ci dobbiamo rifare, lì c’è tutto il mobilio necessario… Allora, questo è il registratore… vai tu?

– No, forse è meglio che cominci tu…

Andy cercò con tutta la buona volontà di cui era capace di impegnarsi nonostante non si sentisse assolutamente in vena, Marco se ne accorse.

– Ti va di lavorare Birillo?

– No, proprio no! Almeno adesso no, Cucciolo… mannaggia, ma perché ci deve essere questa tortura dello studio?

– Perché la vita è così…

– Ma tu pensi che vivere in questo modo abbia senso… non per noi, per noi lo so che il senso c’è, ma non è per lo studio in sé, è che siamo in due… ma dico proprio per tutti, si vive solo per studiare, poi per lavorare… poi aspettando la pensione e continuando a lavorare e nel frattempo la salute si rovina e quando avresti finalmente il tempo libero non hai più la salute per godertelo… Cucciolo, noi ci preoccupiamo degli esami, e mi sta bene, ma è la vita come tale che non ha senso… è tutta e solo una corsa e alla fine della corsa non c’è niente…

– Però noi ci siamo!

– Lo so, Cucciolo, ma noi siamo stati fortunati, ma la stragrande maggioranza delle persone non ha nulla nemmeno sotto il profilo affettivo, sono proprio soli… quella che vita è? In due c’è meno disperazione, almeno si parla, ci si vuole bene, ma da soli non c’è nemmeno bisogno di parlare… e poi quando diventi vecchio… Cucciolo, la vecchiaia mi spaventa…non quella anagrafica ma la vecchiaia come decadenza fisica lenta e inesorabile… quando vai in pensione quanto ti resta da campare? Tutta la vita l’hai passata a lavorare… e la maggior parte della gente non fa nemmeno un lavoro gratificante, tirano la carretta e basta, Cucciolo, se ci pensi è spaventoso…

– Va be’, ma noi lavoriamo per costruire un futuro nostro e fino adesso sembra che la cosa funzioni…

– Lo so, Cucciolo, ma è sempre tutto a termine… è importante come vuoi tu, ma si tratta di lavorare per avere qualche anno di stabilità, chiamiamola pure felicità, ma è solo questione di tempo…

– Birillo, adesso mi pare che la stai mettendo un po’ troppo sul filosofico…

– Macché filosofico! Sono cose spaventosamente vere, il fatto è che non ci si pensa, non ci pensano nemmeno i vecchi, figurati quelli della nostra età! Cucciolo, adesso è una bella giornata, c’è sole… adesso io vorrei stare fuori, non so a fare che cosa ma sicuramente a fare qualche cosa… no, non lo so nemmeno io ma mi sento irrequieto, è vero che stiamo lavorando, questi valori me li hai insegnati tu… però… Cucciolo, il nostro tempo noi lo stiamo bruciando in funzione del futuro… ce lo avremo pure un futuro… lo so, ha pure senso costruire perché se no dopo è peggio, ma noi il tempo nostro lo stiamo bruciano così… Cucciolo, noi siamo giovani ma non siamo ragazzini, un pezzo di giovinezza se ne è già andata… e quella se ne è andata proprio in niente, adesso noi stiamo insieme ma prima il tempo passava e basta… io adesso questi discorsi li posso fare e tu li stai a sentire ma prima non c’era proprio niente, praticamente noi i primi otto anni di vita adulta li abbiamo buttati via… quelli non ce li ridarà più nessuno… tu almeno sei stato con i tuoi che ti hanno voluto bene, io li solo buttati via… sono tutte possibilità perse… anche adesso io vorrei stare con te nel senso più profondo possibile, mi vorrei fondere con te… lo so che sembra assurdo ma avrei quasi l’impressione di non morire… e invece noi dobbiamo studiare e tutte queste cose sembrano solo chiacchiere… Cucciolo, non sono chiacchiere! Adesso c’è luce, è giorno… bisognerebbe studiare di notte, almeno si avrebbe l’impressione di non buttare via le ore di luce… non mi va di lavorare, Cucciolo, mi sento strano, mi vengono le malinconie…

Marco ebbe un attimo di panico, si avvicinò a Andy e lo abbracciò senza dire una parola…

– Lo  vedi, Cucciolo, queste cose sono importanti, è la sensazione fisica che conta tantissimo, noi in fondo siamo animali… hai visto come stava bene Massimiliano quando gli facevamo le coccole… per noi è lo stesso. Sono le carezze, è il calore fisico che ti fa stare meglio, se no certe volte non sai dove sbattere la testa… certe volte quando comincia ad avanzare il pomeriggio e la luce cambia mi vengono dei momenti strani di malinconia brutta… ti ricordi tutta quella storia della sera e della morte che ci facevano studiare a scuola? … Ma è vero! Sono delle sensazioni strane ma  ti condizionano eccome… poi dicono che si deve restare razionali… ma non è possibile! … Cucciolo, noi siamo animali… siamo emotivi… è proprio la natura che è così… stringimi, Cucciolo… è bello così… mannaggia, mi viene da piangere e non so nemmeno perché… mannaggia, Cucciolo, ma che mi piglia? Non sono capace di mantenere un comportamento adulto. Mi comporto come un ragazzino… Cucciolo…

Marco cominciò ad accarezzargli i capelli, poi lo prese per mano.

– Vieni Andy! Adesso lasciamo perdere i libri e cerchiamo di stare vicini il più possibile.

Se avessero avuto un divano Marco avrebbe fatto stendere Andy in modo che posasse il capo sulle sue ginocchia come avevano fatto spesso alla piccionaia ma non c’erano divani.

– Andy, stenditi sul letto…

– Non chiudere la finestra, lascia entrare il sole!

– Non la chiudo… girati dalla parte del sole…

– Cucciolo il sole è bello, lo senti che ti entra dentro, è una cosa fisica, una cosa forte…

– Io mi metto qui, vicino a te… dammi la mano, Birillo…

Andy gli diede la mano e Marco la tenne sotto la sua.

– È bello, Cucciolo, si sente il calore vivo…

Con l’altra mano Marco ricominciò ad accarezzargli i capelli.

– Lo sai, Birillo, che io un ragazzo come te non l’ho mai conosciuto, forse non l’ho nemmeno sognato… tu hai una personalità tua, sei una persona… non so come dire, non sei una copia in serie di un modello, hai i tuoi equilibri, le tue reazioni emotive forti, io di te in mente ho un’idea ma tu mi sorprendi parecchie volte, le cose che dici non sono monologhi vuoti… certe volte ti sto a sentire incantato… i monologhi di Andy mi fanno pensare, certe volte penso che tu abbia una capacità di capire certe cose che io non ho… io mi sento razionale, questo sì, ma tu vedi le cose più nel profondo… io un po’ la mia emotività l’ho rimossa, non l’ho messa da parte del tutto, ma la lascio un po’ da parte, poi quando ti sto a sentire in certi momenti… così, nei momenti più intensi come adesso… insomma mi sento coinvolto, affascinato, come se tu parlassi una lingua che io in qualche modo ho dimenticato, però le cose che dici… quando le dici, mi sembrano mie, cioè sono mie, tu me le hai fatte ritornare a galla, è un po’ come se ci fosse un inconscio e tu svegliassi certi contenuti e certe situazioni, ma il mio inconscio non è sessuale… è l’inconscio della solitudine, della paura del tempo che passa… tu invece di queste cose hai un’idea presente, tu non le hai rimosse e quando ne parli mi sento affascinato dalle tue parole e penso che siamo simili anche nelle cose più profonde, io le ho rimosse, tu no, ma le cose sono le stesse, quando tu mi ci fai ripensare, anche a me viene in testa il senso della solitudine… ma non è nemmeno quello, il senso della paura delle privazioni affettive… Birillo… è proprio quel senso di insicurezza di fondo… come si può dire? È un po’ l’idea di dovere creare un mondo da sé, senza punti di riferimento…

– Sai, Cucciolo, una volta, a scuola era San Valentino, i ragazzi compravano le rose alle ragazze, si scambiavano i regaletti, tutte queste cose qui, poi si appartavano dietro la colonna per scambiarsi un bacetto… a me tutte queste cose facevano un effetto terribile, quelli erano contenti, le loro storielle d’amore per loro erano importanti e in fondo erano cose accettate e incoraggiate, pure i professori dicevano che erano cose belle… quei ragazzi all’idea dell’amore non ci sono arrivati tramite la sofferenza ma tramite una spinta sociale… praticamente era una cosa che facevano tutti, per loro aveva anche un interesse erotico ma era una cosa approvata da tutti, anche dalle famiglie… ma che vuoi di più? … Si sentivano felici… io non c’entravo affatto, a me nessuno faceva regaletti, e io non ne potevo fare, se avessi fatto qualche cenno a quello che mi passava per la testa sarei finito non soltanto non capito ma sputtanato e emarginato sia a scuola che in tutti gli altri posti… in casa ero già abbondantemente sputtanato… Insomma, Cucciolo… ma perché deve funzionare così? È questo che non capisco! Ci fosse almeno un senso… ma non c’è… adesso per noi il peggio è passato, ma di gente che rimane sola ce ne deve essere tantissima… però è assurdo… perché quello che per tutti gli altri è normale per noi non lo deve essere? È proprio assurdo!

– Andy! Non mi fare troppo il rivendicativo! Dai, non ci lamentiamo!

– Lo so che può sembrare stupido, ma almeno avremmo potuto non buttare via otto anni della vita e del tempo migliore… e invece… cioè per gli altri ragazzi c’è subito la possibilità di innamorarsi, per noi no! Cucciolo, noi viviamo un pezzo di vita di meno…

– Questo in un certo senso è vero…

– Ma non è nemmeno questo… è che proprio la vita stessa non ha senso, è che nessuna conquista è stabile, è che siamo fatti di carne e la carne col tempo invecchia, è che si decade comunque… cioè il non senso è molto più generale… a scuola mi piaceva tanto Leopardi… l’ho sentito sempre molto vicino… forse era pure gay… anzi probabilmente… e poi che fine ha fatto… anche quello è un esempio tipico!

– Andy, ma noi non possiamo cercare di goderci quello che abbiamo adesso? Dopo tutto non è così male… è vero che è tutto precario, è vero che è una cosa più unica che rara, ma adesso noi una nostra felicità in fondo ce l’abbiamo, le malinconie esistenziali ci possono essere benissimo ma noi abbiamo ancora la vita davanti, è vero che un po’ della giovinezza è già passata, è vero che si diventa vecchi, tutte queste cose sono vere ma noi adesso siamo ancora giovani e possiamo essere felici, non dico in assoluto, ma almeno felici di stare vicini, di essere in due… perché dobbiamo svalutare tutte queste cose in nome di cose che sono pure verissime ma non sono la vita nostra di adesso? … Birillo, io adesso vorrei che tu non fossi di cattivo umore, ci sono stati momenti in cui ti andava di giocare, di ridere… adesso vorrei che tornassero quei momenti, allora mi sembravi più felice…

– Forse lo ero di meno, Cucciolo… mi sa che forse hai ragione… però restami vicino, stringimi le mani… così, così è bellissimo… hai detto che abbiamo tutta la vita davanti… in effetti è vero… perché dobbiamo pensare che possa finire tutto male da un momento all’altro? … Mh! Forse hai ragione… però non ci mettiamo a studiare, adesso non mi va… lo so che dovremmo studiare ma adesso non mi va… e mi manca tanto un divano… io adesso sto sul letto ma tu stai seduto scomodo e non stiamo insieme veramente, alla piccionaia è meglio… mi piace tantissimo quando mi sdraio e metto la testa sulle tue ginocchia, è una cosa che mi rilassa tantissimo… è parlare stando vicini, mentre ci si può accarezzare… lo sai, Cucciolo, mi sento più calmo… mi hai fatto ragionare piano piano e mi sono passate le malinconie… tu sei un maestro nel farmi ragionare, anche nel tuo modo di dire non sei mai aggressivo… e questo è bello, le cose me le dici chiare ma piano piano… Cucciolo…

– Che c’è?

– Ti volevo chiedere se mi vuoi bene… la risposta la so e un po’ mi vergogno di farti questa domanda… però mi piace sentirmi dire cose belle…

– Vuoi essere coccolato, Birillo?

– Sì!

– Che bei capelli che ha il mio Birillo… sono morbidi, sono bellissimi e poi hai due occhi che innamorano… lo sai Birillo che hai veramente occhi bellissimi? … Sono chiari, limpidi, ci si vede l’anima e un’anima dolcissima… ci sono persone che sono nate per fare soldi o per fare chissà che cosa ma il mio Andy è nato per farsi amare… in questo sei straordinario… sei un ragazzo bellissimo ma la cosa conta molto all’inizio, ma poi potrebbe non bastare, ma Andy mi affascina da tanti altri punti di vista, certe volte penso che sei tu a reggermi dall’interno, tu le mie giornate le riempi di cose meravigliose, di tenerezza, di amore vero… Birillo… dirlo a parole è difficile ma mi sento innamorato nel senso più vero del termine, io non voglio solo il corpo di Andy, io voglio l’anima di Andy… poi in certi momenti quando ti vedo sorridere mi sembri proprio un bambino, un bambino felice e mi sento pure un po’ papà, poi penso che sei tu che mi reggi dall’interno… in fondo io vivo perché ci sei tu, la mia vita è tutta orientata su di te, è un modo di sentirsi vicinissimi, di non perdere nemmeno un respiro del mio Birillo, e in effetti, Birillo, a me la felicità l’hai data tu …e la felicità l’hai data anche a papà e mamma, li hai proprio portati ad un’altra intensità di vita, loro ti vogliono bene veramente…

– Cucciolo, stasera ci mettiamo sull’amaca?

– Io non vedo l’ora.

– Nemmeno io, Cucciolo… è bello stare proprio vicini vicini, aderire l’uno all’altro, voglio mettere la testa tra la tua spalla e il tuo collo, e sentire il respiro del Cucciolo e il cuore che batte… ci portiamo anche una copertina così possiamo stare lì finché non ci viene proprio il sonno… Cucciolo… senti qua! Hai un po’ di barba… ma d’altra parte sei un Cucciolo grande… non sei un cuccioletto… e nemmeno io… però ancora non siamo due vitelloni…

– In che senso?

– Come nel film di Fellini…

– Vitelloni come ragazzi un po’ troppo cresciuti?

– E sì…

– Be’ noi non siamo nemmeno vitelli, siamo torelli…

– No, siamo cuccioli, Cucciolo, siamo ancora cuccioli, a me le cose tipiche dei grandi non interessano affatto, a me i soldi, il potere… non mi interessano proprio, a me piacciono le coccole… e poi io non voglio crescere… pensa un po’ tutto questo periodo dell’università… è stressante, tutto quello che ti pare, però è bello, si sta bene, si costruisce in due… e che vuoi di più, certe volte mi viene da pensare che poi passa e allora mi viene un po’ di malinconia… quando dovremo lavorare… i clienti, le cause e tutta quella roba lì… come faccio, Cucciolo, a farmi fare le coccole a quarant’anni suonati? … Perché anche i quarant’anni arrivano… però io le coccole le voglio lo stesso… e quando avremo una  casa tutta nostra ci sarà una sola camera da letto con un letto matrimoniale e di quello che dicono gli altri ce ne dovremo infischiare… sai un’altra cosa che mi è venuta in testa…

– Che cosa?

– Ho pensato che potremmo trovare dei ragazzi giovani e magari pure gay che possono credere in noi, come avvocati intendo, ma forse non solo… lo so che di queste cose abbiamo già parlato, ma fantasticare non costa niente… io credo che noi li prenderemmo seriamente, molto seriamente…

– Lo vedi, Birillo, lo sapevo… lo sai che cosa significano questi discorsi?

– No, che significano?

– È il desiderio di paternità… Birillo, noi stiamo cercando di fantasticare sull’idea di avere figli in questo modo, penso che un cucciolo che crede in noi mi sembrerebbe veramente un coronamento delle vita… Birillo, in una situazione del genere il nostro amore potrebbe essere un modello di moralità, noi a un ragazzo giovanissimo possiamo insegnare quali sono le cose che valgono veramente…

– Però, Cucciolo, papà non mi ci sento ancora, in quel senso, non mi dispiacerebbe sicuramente ma non  è una cosa che può succedere a breve termine, mi sento ancora troppo insicuro… io in effetti adesso mi sento figlio… quando sto con papà lo sento che ha un’altra età, in qualche modo mi rassicura, lo fai pure tu ma lui lo fa in un altro modo, papà è più autorevole, mamma mi dà altre cose… mi coinvolge in modo più immediato, adesso mi piace quando mi bacia così energicamente e quando mi chiama Bello! Prima mi imbarazzava un po’. Fa di tutto per mettermi a mio agio… papà è un po’ più distaccato ma quando si fa infervorare e gli viene un po’ di entusiasmo mi piace tantissimo… come quando mi fa la predica, sono prediche sentite, prediche morali nel senso vero della parola… tu in effetti hai preso moltissimo dai tuoi… anche qui in campagna c’è tutta un’atmosfera tipica.. ci si sente la mano di papà e di mamma, la dispensa in cantina, le tendine, la cura dei dettagli, le piante vicino alla casa… l’amaca… Cucciolo… che ore sono?

– Sono quasi le undici.

– Ti va di studiare un po’?

– Prima un bacetto… Birillo!

Ricominciarono a studiare senza fare pausa per il pranzo, Andy ce la mise tutta per non deludere, ebbero la fortuna di incontrare un capitolo piuttosto scorrevole e andarono avanti fino alle cinque del pomeriggio, poi Andy chiuse il registratore e fece cenno che non ne poteva più.

– Quante ne abbiamo fatte Cucciolo?

– Una novantina… esattamente novantaquattro… non c’è male, siamo in regola con la tabella di marcia.…

– Cucciolo, ci mettiamo un po’ fuori? Questo ultimo scorcio di sole non me lo voglio perdere…dopo tutto siamo venuti in campagna per stare fuori…

– Lo sai Birillo, che qui ci sono anche altri animali oltre i gatti?

– E cioè?

– Io una volta ho trovato due ricci, uno grosso e uno piccolo, madre e figlio forse, una volta ho visto una talpa… qualche volta qualche serpentello e papà dice che qualche volta nel bosco hanno visto pure i cinghiali, lui non li ha mai visti, ma qui qualche cacciatore qualche cinghiale lo ha preso… e poi ci sono le tortore…

– Allora quei richiami un po’ lamentosi erano le tortore…

– Sì.

– E altri animali?

– Per esempio?

 – Che ne so, lupi, volpi, faine…

– Be’ adesso non credo che ce ne siano più ma i vecchi del paese dicono che c’erano eccome, non qui, un po’ più verso monte, ma c’erano…

– E pesci? … Solo quelli del fosso?

– Be’, sì, qui fiumi veri non ce ne sono, dicevano che al fosso c’erano i gamberi di fiume e dicono pure che i gamberi di fiume dove ci sono indicano che l’acqua e pulitissima, ma adesso non ci sono più… ah! Mi viene in testa una cosa, sulla parte scoscesa del canalone c’è un contadino che ha nel terreno una sorgente, non una fontana, proprio una sorgente, c’è una specie di masso enorme, grande quanto una casa, che spunta dal terreno, da sotto quel masso esce l’acqua, ci hanno scavano una specie di laghetto che è sempre pieno d’acqua, ci sono i pesci, l’acqua scola via costantemente in un rigagnoletto piuttosto consistente, d’estate meno ma d’inverno sembra un fiumicello in miniatura…

– Bello! Quell’acqua che esce di là chissà quanto tempo è stata a girare per la montagna… lo sai Cucciolo noi faremo gli avvocati ma a me sarebbe piaciuto anche fare il botanico, il naturalista…

– … l’ornitologo…

– No, quello meno…

– Si! … Ma a chi vuoi prendere in giro?

– Cucciolo! Ma tu prendi tutto a scherzo! … Io dicevo seriamente, la natura è bella…

– Sì, ma è selvaggia, il pesce grosso mangia quello piccolo…

– Già, si torna sempre lì… è tutto un nascere per essere mangiati… o prima o dopo… e anche per mangiarsi il prossimo o prima o dopo… anzi se non te lo mangi non sopravvivi… mannaggia, lo vedi da dove viene l’aggressività… in questo senso mi sento proprio contro natura…

– Vieni, dai, Birillo, ti metto l’amaca fuori così ti ci puoi mettere…

– E tu?

– Io mi ci metterei ma non mi pare il caso…

– Allora non mi ci metto nemmeno io… Cucciolo, una cosa o si fa insieme o non si fa…

– Allora che facciamo?

– Non lo so, se qui ci dovessimo rimanere di cose da fare ce ne sarebbero tante ma così….

– Ci raccogliamo un po’ di verdura fresca per la cena?

– Eh!

– E poi, Birillo, quando torniamo a Roma?

– Domani sera?

– Andy se vogliamo stare qui possiamo pure stare qui…

– No, domani sera torniamo e allora la verdura da portare a mamma la raccogliamo domani al momento di partire…e a mamma portiamo pure qualche rosa, ce ne sono di belle, appena sbocciate… però adesso che si fa? … Cucciolo, mi sa che ho capito… si torna a studiare fino all’ora di cena… ceniamo per le nove così alle nove e mezza, quando è tutto buio ci possiamo mettere fuori sull’amaca… adesso possiamo studiare per tre ore e mezza… dai, Cucciolo, non fare quella faccia, dopo tutto stiamo lavorando e se lavoriamo adesso la possibilità di fare i tre esami e di arrivare a finire il programma dei primi due anni entro novembre non è poi così remota…

– Forza e coraggio! Tre ore e mezza e poi la sera è tutta nostra!

Cominciarono a lavorare  a forza di volontà, nessuno dei due aveva realmente voglia di studiare, ma si facevano forza reciprocamente, dopo i primi minuti però l’argomento si fece interessante e la lettura diventò scorrevole, più che un trattato universitario sembrava di leggere il testo trascritto di una conferenza, molti erano i richiami e le ripetizioni, molti gli artifici della retorica tipica del parlato. Andy si sciolse e cominciò a leggere enfaticamente, man mano che andava avanti e vedeva scorrere la pagine l’entusiasmo cresceva. Fecero una sola pausa per prendere un tè e poi andarono avanti stoicamente fin dopo il tramonto. Intorno alle otto e mezza il capitolo era finito.

– Cucciolo, basta!

– Lo sai quante ne abbiamo fatte oggi pomeriggio?

– Quante?

– Più di 80! Birillo…. Siamo in anticipo sulla tabella di marcia di quasi 200 pagine, se andiamo avanti così finiamo la prima lettura di tutte le materie tra sei giorni…

– Cucciolo…

– Che c’è?

– Fuori è tutto pronto?

– Sì è tutto pronto… ma adesso mangiamo ancora qualche cosa così nel frattempo finisce di fare buio… Che ti do Birillo?

– Poca roba… facciamo solo un’insalata con le olive e con la mozzarella… peccato che non c’è il pane fresco…

– Quello che c’è lo taglio a fette e lo metto al forno, così facciamo la bruschetta con l’olio e poi ci sono le verdure fresche… prendiamo pure un barattolo di melanzane di papà…

– Basta così, Cucciolo, così va benissimo…

– Siediti lì che faccio in un attimo… però il lavoro è andato avanti… te l’avevo detto io che ci saremmo riusciti… Birillo, se a novembre va tutto bene siamo già nella seconda metà del giro… comincia il girone di ritorno… Andy! Che pensi? Sei perplesso? Io penso che ce la facciamo…

– Cucciolo, il materassino l’hai già messo fuori?

– No.

– Allora lo porto fuori io.

Andy se ne andò in camera da letto e oltre il materassino per l’amaca portò anche due cuscini e una copertina più pesante, quando rientrò, Marco avrebbe voluto chiedergli che intenzioni avesse ma si limitò a parlare ancora di università.

– Andy… stiamo lavorando bene…

– Cucciolo, adesso non mi ammorbare con l’università, mi hai già torturato tutta la giornata ma adesso cerchiamo di pensare a noi… dai su, non fare quella faccia, lo so che tu lo fai a fin di bene però io adesso non voglio pensare all’università…e  dopo tutto non è l’unico argomento che mi interessi e nemmeno il più importante…

– Zitto, zitto! Ho capito! … però non mi tirare le orecchie!

– Io ti vorrei tirare qualche altra cosa! … E poi, Cucciolo, noi non ci dobbiamo drogare con l’università… studiare, va bene! Ma impazzire per l’università no! Cucciolo io adesso voglio stare un po’ con te… io questi momenti li ho aspettati e me li sono meritati, ma adesso me li voglio godere… dai, non fare quella faccia, non ho in mente niente di strano… un po’ di sesso se viene da sé… ma se no va bene pure stare abbracciati insieme… Cucciolo io voglio un po’ di tenerezza…

– Birillo, senti questa bruschetta! … Aspetta, prima un po’ di aglio, poi l’olio, poi due melanzane e due olive…

– Mh! È una cosa squisita!

– Ma tu non eri quello che faceva i toast meglio di me?

– I toast… ma questa è bruschetta.

– Birillo, adesso se ti bacio so di aglio!

– Be’, pure io!

– Questa è l’insalata, è solo di lattuga, cetrioli e pomodori, c’è anche un po’ di basilico…

– È buona, è profumata e poi è buono il sughetto finale… aspetta che mi lecco il piatto… non si dovrebbe però… lasciare tutto questo ben di Dio mi sembra un peccato… allora lo fai pure tu!

– Io l’ho fatto solo perché tu non ti sentissi a disagio!

– Cucciolo, ce lo beviamo un bicchiere di vino? … O papà ci spara perché gli apriamo tutte le bottiglie… dai fai tu così io sparecchio e ce ne andiamo fuori.

Marco scese a prendere il vino, quando risalì dalla cantina Andy stava finendo di passare la scopa.

– Dai su, stappa e brindiamo… lo sai Cucciolo che sono cinque mesi che ci siamo conosciuti! Sono cinque mesi esatti… cinque mesi fa a quest’ora stavamo andando alla festa… ne sono cambiate di cose in cinque mesi… Grazie Cucciolo, un bacetto mi ci voleva, ma adesso brindiamo e ce ne andiamo fuori…

– Allora! Alla felicità nostra!

– Alla nostra, Cucciolo! … Senti che vino!

– È quello delle grandi occasioni!

– E adesso l’amaca è tutta nostra.

Uscirono, era buio, salirono sull’amaca, e si stesero uno a fianco all’altro. L’amaca dondolava leggermente.

– Cucciolo, così! Zitti zitti! Senza pensare a niente voglio solo sentire che ci sei…

– Birillo… io…

– Zitto! Stai così! Non dire niente! Non c’è niente da dire…

Andy prese la mano di Marco e se la pose sotto le narici, il respiro di Andy si riverberava sulla mano di Marco e la sensazione del respiro è la sensazione della vita, poi appoggiò il volto sul dorso della mano di Marco, si girò completamente verso di lui, non erano in grado di vedersi distintamente perché era già molto buio ma il fiato di Andy sulla mano e la sensazione provocata dalla sua barba facevano a Marco una fortissima impressione, Marco percepì che Andy voleva trasmettergli la sensazione di essere vivo, del respiro, del calore, di una guancia morbida un po’ ispida per la barba non rasata, Andy voleva essere percepito come una presenza vivente, voleva che Marco non lo considerasse solo un’immagine, ma un corpo vivo, caldo, che percepisse la sua fisicità, la sua precarietà ma anche la sua forza. Andy non diceva nulla e Marco non voleva perdere l’intensità di quei momenti. Erano entrambi sereni, l’università in quei momenti per loro non contava più nulla, percepivano reciprocamente la loro fisicità e la loro presenza, poi Andy passò una mano tra i capelli di Marco e gli accarezzò leggermente la guancia, il gesto era lentissimo, delicato, Andy stava attento a non accarezzare la guancia di Marco contro pelo e Marco se ne accorse ma non disse nulla, si aspettava che di lì a non molto Andy avrebbe tentato un approccio sessuale più diretto, ma non accadde nulla del genere, Andy si strinse a Marco, cercò di aderire a lui il più possibile, poi lentamente e insensibilmente scivolò nel sonno, Marco se ne accorse dal mutato ritmo del fiato di Andy che gli sollecitava in parte il dorso della mano ma non si mosse, non avrebbe voluto svegliare Andy per nulla al mondo, il fatto che Andy si addormentasse così, cercando di aderirgli totalmente, faceva a Marco una tenerezza totale, il sesso sarebbe stato una scelta meno significativa, Andy voleva essere protetto, riscaldato, amato nella sua più totale semplicità, oltre il sesso, senza bisogno di nulla che non fosse la presenza calda di Marco in un contatto avvolgente, venne in mente a Marco che, in questo, Andy aveva conservato una fisicità quasi di tipo infantile, sembrava che per lui l’adolescenza non fosse mai venuta, tanti ragazzi, col crescere conquistano la sessualità ma perdono la fisicità, Andy non l’aveva certo perduta, Andy non aveva un briciolo di egoismo nella sua fisicità, si sentiva fisicamente libero quando stava con Marco, libero di scegliere un contato più direttamente sessuale o di mantenere un contatto di tipo più genericamente fisico. Marco cercò di coprire meglio Andy perché, anche se non c’era vento, l’aria non era veramente ferma; nel muoversi, involontariamente, svegliò Andy.

– Che c’è, Cucciolo?

– Niente, ti voglio sistemare meglio la coperta, perché se no mi prendi un po’ freddo…

– Mh! Mi sa che è meglio perché si sta bene ma mi sa che se ci addormentiamo fuori senza coperta ci prendiamo un malanno… Cucciolo, ci vai tu a prendere una coperta più consistente, così ci mettiamo dentro tutti e due, avvolti stretti stretti… ci vai tu?

– Sì … ma poi ti devo dire delle cose…

– Che cosa?

– Cose belle! …Però adesso vado e vengo subito!

Dopo pochissimi minuti Marco aveva sistemato sull’amaca una grande coperta matrimoniale di lana sopra un copriletto, anch’esso matrimoniale, di cotone, aveva rimboccato le coperte e si era infilato di nuovo nel letto.

– Grazie Cucciolo!

– Niente!

– Cucciolo, qual è la cosa bella che mi dovevi dire?

– Che quando ti sei addormentato mi facevi una tenerezza enorme… lo sai, Birillo, che ti voglio bene?

– Lo so, lo so… forse non me lo merito ma lo so…

– Birillo, se non te lo meriti tu… io che devo dire?

– Niente non devi dire niente, devi solo stare zitto e stringerti a me… così, sì, così… e la coperta ce la tiriamo fin sopra la testa… Cucciolo, sembra di stare sotto una tenda… il mondo sta fuori ma noi stiamo qui dentro… è bello così, si sente più forte che cosa significa essere due… Cucciolo, sotto una tenda come questa non c’è la solitudine… lo sai, Cucciolo, che tu non prevarichi mai? È come un flash, mi è venuto in mente adesso, io a stare tranquillo l’ho imparato da te, tu sei dolce Cucciolo, non sei aggressivo… prima pensavo che fosse un difetto ma dopo che ho visto che tu non cercavi di prevalere mi… non mi vengono le parole… insomma mi hai messo in crisi… se una cosa la fai tu per me è automaticamente una cosa giusta e se non è quella che avrei fatto io vuol dire che quella che avrei fatto io era sbagliata… Cucciolo, tu hai la forza della debolezza, tu non ti atteggi e poi non mi contraddici mai… forse qualche volta sì ma solo quando ce ne è bisogno e quando succede hai ragione tu… però solo tu ti comporti così, gli altri vivono di violenza, di prevaricazione, di trucchi di tutti i generi… pure io facevo così…

– Non è vero, Birillo, tu cercavi un contatto vero, Birillo, tu eri diverso perché avevi la disperazione dentro… Ma adesso noi stiamo qui, insieme, soli, sotto questa coperta…

– Cucciolo, adesso non siamo soli, è strano il modo di dire ma siamo più soli quando stiamo in mezzo alla gente, qui siamo noi due, non noi due “soli”, se mai soltanto noi due…

– Birillo, tu dovevi fare il filosofo, non l’avvocato! … Però hai ragione, solo non mi ci sento nemmeno un pochettino…

– Cucciolo, ti piace quando arriva il sonno e cominci a perdere il controllo?

– Mi piace sì!

– Chissà se la morte è così…

– No, non credo proprio…

– Chissà come sarà…

– Birillo, cambiamo discorso…

– Allora questo tabù ce l’hai pure tu…

– Sì, è l’unica cosa che mi mette in crisi… non l’unica forse ma la più terribile… ma mi mette in crisi anche l’idea della sofferenza, neanche della mia, anzi non tanto della mia ma della sofferenza dei bambini, quella è una cosa che mi sembra terribilmente ingiusta, un adulto la può sopportare… ma un bambino non dovrebbe mai soffrire…

– Mh! … i bambini che soffrono… è una cosa brutta…

– E ce ne sono tanti…

– Cucciolo, ma noi riusciremo mai a fare qualche cosa di buono?

– Adesso stiamo studiando e mi pare che funziona…

– No, ma non in quel senso, quella in fondo è una scelta egoistica… dico proprio fare qualche cosa di buono veramente, qualche cosa per gli altri… certe volte penso che partire per andare a fare il missionario in qualche posto dove si vive male non sarebbe poi tanto male, quelli fanno una vita seria, al prossimo ci si dedicano veramente… e deve essere pure una soddisfazione grossa, tu lavori tutta la giornata per gli altri, hai una spinta diversa… quelle cose mi piacerebbero, forse anche più del sesso… ci vuole tanto coraggio ma sono cose serie… certe volte penso che quando andremo all’altro mondo, cioè quando andrò all’altro mondo il Padre eterno mi potrebbe chiedere che cosa ho fatto di buono nella vita… non penso che mi chiederebbe niente del sesso o di cose del genere, però che cosa ho fatto di buono nella vita me lo potrebbe chiedere eccome… e allora che gli potrei rispondere? … Mi sentirei in imbarazzo… non so nemmeno se ho fatto qualche cosa di buono per te e se l’ho fatto l’ho fatto anche per me perché sapevo che ci sarei stato meglio anche io… però per quelli che stanno male veramente io non ho fatto niente, io non dico che vorrei essere come madre Teresa, quelle sono cose di un’altra dimensione… però qualche cosa di buono la vorrei fare anch’io… chissà quanta gente potrebbe avere bisogno di noi…  e noi invece continuiamo a pensare solo ai fatti nostri… Cucciolo… certe volte mi sento un verme, dopo tutto penso solo ai cavoli miei… cioè io degli altri me ne frego in senso sostanziale, non lo dico ma lo faccio… forse faccio solo chiacchiere, anzi certamente, sono tutte cose che tanto resteranno come sono adesso… Cucciolo, io sono un vigliaccone che predica predica e non conclude mai niente…

– Ma dai, Birillo, tu sei veramente uno come si deve… e ce ne sono pochi…

– Vedi, Cucciolo, è per questo che ci portiamo sempre delle insoddisfazioni di fondo, io almeno, cioè tu ti senti più soddisfatto perché ti dedichi a me ma io non mi dedico a te, io prendo e basta…

– Ma che dici? Birillo!

– No, è così! Forse se tu avessi bisogno veramente di me e io potessi fare per te qualche cosa che mi costa veramente… non lo so, ma allora forse mi sentirei meglio…

– Birillo, sai che cosa penso?

– Che cosa?

– Che stai cominciando ad arzigogolare un po’ troppo la faccenda e noi non dobbiamo fare giochi psicologici…

– Ma non sono giochi psicologici!

– Birillo, se tu ti vuoi sentire in colpa puoi trovare centomila ragioni… ma noi dobbiamo costruire… senza pestare i calli a nessuno, senza cercare scorciatoie… ma dobbiamo costruire e non solo per noi, per papà e mamma e anche perché se ci sono due persone oneste in più è un bene per tutti… il resto per noi è fuori portata… tu scavi troppo, vai troppo alla ricerca di cose impossibili… e poi, scusa, tutto quello che hai fatto tu per me… ma ti rendi conto di quello che hai fatto?

– Ma io non ho fatto niente!

– Non è vero, Birillo, tu ci sei stato, tu non sei scappato dietro chissà quali sogni, tu ci sei stato pure quando ti è costato caro… tu mi avresti potuto sbattere tante volte la porta in faccia e non l’hai mai fatto…

– Ma io l’ho fatto per me, non per te!

– Birillo, questo non è vero… sei tu che mi… Birillo, io ti voglio bene e basta! I ragionamenti d’ora in poi li dobbiamo fare in prospettiva, guardando al futuro… devono essere ragionamenti costruttivi, progetti…

– Insomma, dobbiamo parlare solo di università…

– No, noi possiamo avere anche i “nostri” progetti di vita…le nostre ambizioni…

– Che brutta parola, Cucciolo! … Scusa, ma mi sembra una cosa stupida…

– Mh! Hai ragione, mi sa che sto cambiando mentalità… già! Prima facevo altri discorsi, chi lo sa, forse l’affettività vera ce l’hanno solo i disperati, quelli che un abbraccio lo vogliono a tutti i costi, quelli che invece un contatto affettivo vero ce l’hanno la cosa la svalutano e cominciano a parlare di ambizioni… Mannaggia, Birillo! Hai ragione… piano piano sto cominciando a vendermi l’anima… però tu non lo fai… mi sa che tu sei ancora un po’ disperato… tu non vai cercando le ambizioni…

– Forse mi bastano i sensi di colpa… ne ho tanti… anche nei tuoi confronti… Cucciolo, certe volte penso che per te potrei essere una palla al piede… non dico adesso, ma magari tra qualche anno… io le tue ambizioni le posso frenare e forse tu potresti essere più felice cercando di realizzarle… queste cose mi vengono in mente spesso… c’era una canzone di fondo nel film Querelle di Fassbinder…ognuno uccide sempre colui che ama… io non vorrei finire per rovinarti veramente la vita…

– Stai un po’ zitto Birillo?

– Sì, mi sa che è meglio!

– Si sente che le malinconie te le porti ancora dentro… ma passeranno, Birillo, passeranno e adesso tu stai vicino a me e noi abbiamo la vita davanti… non la sprecheremo, Birillo, non la sprecheremo… qualche cosa di buono la faremo anche noi… senza correre dietro alle ambizioni stupide… Andy, mi piace tanto quando mi richiami all’ordine e mi rimetti sulla buona strada, le cose che dici in fondo sono anche mie… io le metto da parte più facilmente… tu sei un po’ la mia coscienza…

– Il grillo parlante…

– No! … E poi senza il grillo parlante la coscienza si addormenta troppo facilmente… come stai Andy?

– Non lo so, mi sento carico, non so come dire… mi sembra come se dovesse succedere qualche cosa di importante da un momento all’altro, ma voglio dire qualche cosa di negativo… è una sensazione vaga ma ce l’ho…

– Ci pensi più al sesso?

– No, cioè, non lo so, forse meno o forse addirittura per niente…

– Ti senti frustrato, Birillo?

– In che senso?

– Non lo so, magari avresti voluto altre cose che non hai trovato…

– No, … no, dopo tutto non riuscirei a sognare niente di meglio che stare qui con te… no, Cucciolo, frustrato no, realmente no…

– E allora che cos’è?

– Mi sento insicuro, … non di te o della vita che faccio… mi sembra di non sapere che cosa voglio veramente, mi sembra di avere un po’ assimilato la tua vita… io una vita mia non l’ho mai avuta, io sono stato adottato in tutti i sensi, anche da te… mi ci sto abituando, ma ci vogliono anni… io adesso la sensazione di vivere una vita che è mia solo relativamente ce l’ho… è strano… è una vita che voglio vivere ma è una vita che per me è senza passato, senza abitudini, è tutta da scoprire…

Marco si rese conto che Andy stava di nuovo scivolando nella malinconia, gli infilò una mano sotto la maglietta e cominciò ad accarezzargli il petto.

– Andy! Io ti darei l’anima, ma certe volte non so che fare…

– Lo vedi che ti sto rovinando la vita…

– No, Birillo! Tu la vita me la stai facendo vivere, io adesso con te voglio un contatto totale, io la malinconia te la voglio portare via…

Marco lo abbracciò strettissimo e Andy si lasciò andare alla sensazione fisica del contatto ma era evidente che il valore di quell’abbraccio per Andy non aveva nulla a che vedere con il sesso, Andy voleva essere salvato dalla marea della vita, dall’angoscia montante che non riusciva a controllare, l’abbraccio di Marco gli dava forza, indicava una presenza morale forte, se quell’abbraccio avesse dimostrato una valenza sessuale, in quel momento Andy lo avrebbe rifiutato. Andy per un attimo ebbe la sensazione che questo potesse accadere, se fosse successo avrebbe odiato Marco almeno per un attimo, lo avrebbe sentito lontanissimo da sé e assolutamente incapace di capire, Andy non sapeva se esprimere questo timore per cercare di esorcizzarlo o rimanere in silenzio e aspettare passivamente, in un caso come nell’altro temeva di rovinare tutto, temeva che il suo abbraccio con Marco potesse fargli sentire Marco lontanissimo. Andy sarebbe stato disposto a fingere per non deludere Marco, ma il loro rapporto profondo ne sarebbe stato minato gravemente. Rimase in silenzio. Marco si rese conto che qualche cosa non andava per il verso giusto e ritirò la mano.

– Scusa, Birillo! Sono stato aggressivo, perdonami certe volte non riesco a controllarmi e mi sembra di potere fare qualsiasi cosa…

– No, tu lo fai a fin di bene… Cucciolo… grazie… non mi andava proprio di metterla sul piano sessuale… stasera no! Non lo so perché, ma stasera no… non ti sto rifiutando ma sono contento che lo hai capito…

– Birillo, vuoi che ti faccio una tazza di tè?

– No, resta qui, adesso devi stare qui, ci devi stare perché il tuo calore è importante… Cucciolo, che hai pensato?

– Che vorrei farti stare bene veramente… ma non ci riesco…

– No, Cucciolo… in effetti, se non ci fossi stato tu chissà adesso dove sarei andato a finire… io devo crescere piano piano, mi devo abituare alla vita nuova… se avrai pazienza mi vedrai crescere piano piano, io voglio abituarmi alla vita nuova, alla tua vita, che adesso è anche la mia… ma, Cucciolo, non è facile.. lo so che ti sto chiedendo molto ma mi devi volere bene, Cucciolo, mi devi aiutare, devi avere pazienza…

– Birillo! … Ti voglio bene!

– Anche se non mi va di fare l’amore con te?

– Certo, anche!

– E anche se io ti rompo sempre le scatole e pretendo da te cose assurde?

– Quando qualcuno pretende da te qualche cosa come tu fai con me vuol dire che per quel qualcuno conti veramente molto…

– Cucciolo, e se di fare l’amore con te non mi andasse più?

– Ti vorrei bene esattamente nello stesso modo…

– Ma tu lo dici per dire…

– No, Birillo, … e poi non c’è bisogno di sesso per fare l’amore, noi adesso ci stiamo comportando come due innamorati che si dicono tutto… anzi in genere gli innamorati non lo fanno o non lo fanno fino a questo punto…

– Tu dici che questo è fare l’amore?

– Sì… Birillo, tu stai cercando una forma di tenerezza e la stai cercando da me…

– Sì, ma senza sesso…

– Birillo, ma il sesso è un mezzo per volersi bene, non è un fine…

– Sì, ma è importante…

– No, Birillo, per te in questo momento non è importante, altrimenti con me lo faresti, in tante altre situazioni non hai avuto nessuna inibizione e poi, Birillo, se tu non mi volessi bene non staresti qui adesso, in effetti tu questi momenti te li sei preparati per tutta la sera…

– Cucciolo, in effetti è vero… io adesso dal punto di vista sessuale mi sento meno carico, ma non solo verso di te, proprio meno carico in generale…se lo facessi lo farei per te, non per me e alla fine non piacerebbe nemmeno a te…

– Birillo, ti posso accarezzare?

– Certo! … E adesso non mi punire per quello che ho detto… Cucciolo, non mi devi tenere a distanza!

– Non ne ho la minima intenzione! …

– E poi farsi accarezzare da te è bellissimo, la sento la tua esitazione e mi piace tantissimo… ma, Cucciolo, a te capita mai di avere periodi in cui il sesso ti interessa meno?

– Birillo, il fatto è che adesso non mi succede da parecchio tempo, prima di conoscerti qualche volta mi è successo ma erano situazioni particolari, erano momenti di frustrazione, momenti di ansia… queste cose le ho vissute anch’io, non come te ma le ho vissute anch’io… quando mi capitava il periodo nero avevo altre idee per la testa, nei momenti neri le fantasie sessuali non mi venivano proprio, qualche volta dormivo poco la notte e mi sembrava che non sarei riuscito a portare avanti le cose che volevo fare … insomma quando le cose mi andavano male il sesso non mi attirava proprio… adesso, alla fine di tutto questo ragionamento, mi viene da pensare che non ti passino per la testa cose buone…

– In un certo senso è così, ma non so nemmeno io che cosa mi passa per la testa… Cucciolo, ma tu pensi che io sono maturo?

– Se non lo pensassi con te non mi ci metterei proprio… io voglio un confronto vero, una cosa che stia bene anche a me, se non fosse così non ci troverei la mia soddisfazione…

– Lo sai, Cucciolo, che certe volte ho pensato che forse ti facevo un po’ pena… sì, esattamente, e mi veniva in mente che tu forse stavi con me proprio per quello…

– Andy! … E allora io sarei stato l’imbecille di turno che dice sempre sissignore? … Ma come ti vengono in mente certe cose? Birillo… mamma mia! …

– Lo vedi! Pensi che io sono stupido e non lo vuoi dire…

– Me lo fai un piacere, Birillo?

– Che cosa?

– Ti stai un po’ zitto?

– Lo vedi che mi zittisci perché mi consideri un po’ un caso patologico…

– Birillo! Non mi costringere a reagire male!

– E cioè… che faresti?

– Non lo so… anzi lo so! … Birillo, farei quelle cose che tu non vuoi fare… e poi me ne pentirei…

– Perché te ne pentiresti?

– Perché tu la prenderesti male…

– E chi te lo dice?

– … Mh! … Birillo! … Basta!… Lasciamo stare!

– Che cosa volevi dire, Cucciolo?

– Voglio dire che non mi devi provocare, Birillo! Non mi devi mettere in difficoltà mandandomi messaggi contraddittori, io sono sempre disposto a fare quello che vuoi tu e anche a non farlo se a te sta bene così, ma non mi devi mettere in crisi, non mi devi mettere nella posizione di quello che tanto alla fine sbaglia comunque… questo non è giusto, Birillo, che diresti tu se io ti dicessi una cosa diversa ogni cinque minuti?

– Scusa, Cucciolo, … alla fine le orecchie me le hai tirate anche oggi… ma io me lo sono meritato… ti sembro stupido, Cucciolo?

– Be’, quando fai questi giochetti tipo “mamma Ciccio mi tocca… toccami Ciccio che mamma non c’è!”… insomma, allora non mi sembri stupido ma mi sembra che tu mi voglia stressare tenendomi sulla corda e la cosa non mi piace… Birillo, devi essere più autentico, se vuoi una cosa dimmelo, ma non mi mettere in imbarazzo…

– Scusa, Cucciolo, … non ci ho fatto caso ma hai ragione… sono quei meccanismi di seduzione come dominio che mi porto ancora dentro… però anch’io in realtà non lo so se voglio fare l’amore con te oppure no, non lo so veramente, non ci posso fare niente… Cucciolo, io onestamente non ho le idee chiare, lo so che ti può dare fastidio che io cambi idea ogni cinque minuti ma non è per te… è una cosa che mi capita, non è una cattiveria per tenerti sulla corda ma è che proprio non so che fare e nemmeno che cosa desiderare… tanti ragazzi sono cresciuti con la loro mitologia, loro lo sapevano che cosa dovevano desiderare… io non l’ho mai saputo… è anche per quello che mi può venire in testa di essere bi, adesso non mi viene in testa da parecchio tempo ma potrebbe tornarmi in mente ma non per reazione contro di te… Cucciolo, se anche fossi bi, tu per me saresti sempre il mio Cucciolo.

– Birillo…

– Che c’è?

– Mi sa che hai ragione tu anche su questo, in fondo lo penso anch’io che tu non sai veramente quello che vuoi…

– Cucciolo, lo dici con un tono di voce un po’ aspro…

– No, ognuno è com’è!

– Mi stai rimproverando, Cucciolo?

– No, e poi non mi sento per niente inquieto, in fondo tutte queste cose le abbiamo dette tante altre volte… lo so che di cose per la testa te ne possono passare tante… ma so pure che alla fine dei conti non cambierai strada… Birillo, tu non sei un ragazzino, tu la tua scelta l’hai fatta…

– Adesso mi sembri proprio papà! … Fai le prediche nello stesso modo!

– Perché mi sfotti, Birillo?

– Non mi permetterei mai… lo dico nel senso buono, in fondo io ho bisogno di certezze … io mi voglio sentire libero ma voglio pure essere incoraggiato… Cucciolo… mannaggia, adesso mi verrebbe in mente di fare l’amore però non so come potresti prenderla… no, va’, è meglio di no! … Però la voglia mi comincia a venire… Cucciolo… mi sa che sto ricominciando a dire fesserie incoerenti… Cucciolo, tu ne hai voglia?

– Be’ veramente adesso avrei più che altro voglia di dormire… però… ma forse è meglio di no!

– Cucciolo, non fare come faccio io, non mi imitare, mi da fastidio! … Sono stato stupido ma non me lo fare rimarcare, l’ho capito da solo!

– E a te ti va, Birillo?

– Mannaggia, ti risponderei di no per farti dispetto però mi va troppo…

– Va be’ però ci pensiamo domani!

– Cucciolo! Ancora a sfottere!

– Lo facciamo alla piccionaia, lì c’è il letto adatto… veramente, Birillo, adesso non mi va troppo…

– Cucciolo, mi da un fastidio quando fai così che ti spaccherei la faccia! Brutto stronzo! Ma perché devi giocare così con me? … O adesso o niente!

– Be’ allora adesso, ma dentro perché qui rischiamo di dare spettacolo perché sta per sorgere la luna…

– Dai, Cucciolo, … allora dentro!

– Nella doccia?

– Per forza! È il posto più sexy che esiste perché qui non c’è nemmeno il letto… Vieni su…

Portarono dentro i materassini e le coperte ma nessuno dei due prendeva l’iniziativa di avviarsi verso la doccia: dopo qualche minuto Andy uscì allo scoperto.

– Se non ti va più, va bene lo stesso, tanto pure io mi sento scarico…

– Andy! Mamma mia quanti complessi ci stiamo facendo! … Birillo, un po’ di sesso non vale tutte queste complicazioni e tutti questi giri di parole… Birillo: basta coi giochi psicologici! Allora?

– Cucciolo, che io lo voglio fare mi sembra evidente ma tu non l’hai capito…

– Ti sembra evidente? Va be’, lasciamo perdere…

Marco cominciò ad avviarsi verso il bagno, entrarono insieme e cominciarono a spogliarsi. Marco riprese il discorso.

– Mettici un po’ di calore, Birillo! … È anche un gioco! Me l’hai insegnato tu ed è vero!

– Ci sediamo nel box, Cucciolo?

– Sì.

– Cucciolo, se ti dico una cosa non mi ammazzi vero?

– Che cosa mi devi dire, Birillo?

– Ti voglio dire che adesso casco dal sonno e magari se lo facciamo domani viene un po’ meglio… eh? … Che dici?

– Allora una doccia rapida rapida e poi dritti a letto e domani prima si studia e poi la sera ci teniamo liberi dalle sei e ne facciamo di tutti i colori…

– Promesso!

– Non promettere, Birillo! Tanto poi alla fine le promesse non le mantieni!

– Quando fai così ti comporti come uno stronzo! Non mi piace per niente quando fai così!

– Scusa, Birillo, mi è scappata…

Marco aprì il getto a tutta forza, in pochi secondi erano fuori, si asciugarono in fretta, poi se ne andarono a letto.

– Come va, Cucciolo?

– Mi sento in paradiso Birillo!

– Anch’io, Cucciolo! Allora non sei arrabbiato?

– L’unica cosa che mi manca è che non posso dormire con te… adesso non sono più abituato a dormire solo… Ti voglio bene! … Notte Birillo!

– Anch’io! … Notte, Cucciolo!

 

QUESTI LEONI – Romanzo gay 1986

Vi comunico che, in data 5 Febbraio 2016, la Biblioteca di Progetto Gay si è arricchita di un nuovo volume: “Questi Leoni” Romanzo Gay, scritto nel 1986.

Il volume si può scaricare, senza nessuna formalità e ovviamente gratuitamente, dalla Home del Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/ (nella sezione “La Biblioteca di Progetto Gay”, basta scorrere ha Home).

Sarò grato a chiunque vorrà farmi pervenire commenti (tramite Forum, o via mail, all’indirizzo reperibile sempre sulla home del Forum: “Contatta Project”), o vorrà indicarmi errori o oscurità ancora presenti nel testo.

Il romanzo racconta la vera storia d’amore e di amicizia di due ragazzi.

Non faccio anticipazioni per non togliere al lettore il piacere della scoperta.

Buona lettura.

Project

AUGUST VON PLATEN OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH

Con il capitolo intitolato “Platen o l’uranista superiore”, André Raffalovich chiude il suo libro “Uranismo e Unisessualità”. Non è certamente un caso. Raffalovich ha sempre manifestato una notevole simpatia per von Platen e per la sua concezione dell’omosessualità, che viene celebrata da lui al termine del capitolo con accenti di autentico entusiasmo oltre che di condivisione morale.Va detto subito che Raffalovich, nella sua panoramica sugli omosessuali notevoli della storia e della letteratura si è fermato al primo ‘800, con l’unica eccezione di Wilde. Nel suo lavoro, quindi, non sono presenti personaggi fondamentali nella storia dell’omosessualità quali John Addington Symonds, Edward Carpenter e lo stesso Raffalovich, che appartengono alla seconda metà dell’800 e in qualche caso hanno esteso la loro attività anche ai primi decenni del ‘900.

Platen, come Grillparzer, Motitz, Goethe, e lo stesso Byron, appartengono ad un periodo, in cui il dibattito sull’omosessualità è ancora qualcosa di utopistico e di vago da collocare in un futuro di cui non si avvertono neppure gli albori.

La distruzione delle memorie e di molte lettere di Byron dopo la sua morte è il segno di quanto l’idea dell’omosessualità dell’autore fosse ritenuta improponibile.

Grillparzer e Moritz furono attentissimi nel difendere la loro onorabilità dal rischio di accuse di omosessualità. Tutti questi personaggi (con l’eccezione, forse di Byron) attraversarono periodi di dubbi, di oscillazioni e di incertezze circa la reale dimensione della loro sessualità perché del tutto o quasi privi di riscontri che potessero mettere in crisi il pregiudizio dominante. Vissero tutti storie eterosessuali in cui la partecipazione affettiva era veramente ridotta e che oggi non si faticherebbe a identificare come relazioni di copertura.

Byron, che aveva tenuto un comportamento più libero, fu costretto dal pettegolezzo ad abbandonare l’Inghilterra e non vi fece più ritorno.

Prima di Platen, i segni dell’omosessualità vanno ricercati in elementi biografici poco conosciuti o nelle ambiguità delle opere, dove sono quasi sempre trascritti in chiave eterosessuale. Per Platen non è così. Si potrebbe dire che Platen è il primo omosessuale nel senso moderno del termine, perché riconosce la sua omosessualità, almeno di fronte agli amici, che non lo rinnegano per questo, e afferma il suo diritto ad amare e ad essere amato da un amico di animo nobile, perché il suo sentimento non ha nulla di cui ci si debba vergognare. Ravvalovich interpreta il fatto che Platen ritenga dignitoso e altro il suo amore omosessuale ponendo per ipotesi l’idea che si trattasse di un amore senza sesso o quasi, e comunque con una sessualità estremamente sublimata, ipotesi proponibile forse per Platen giovane, ma probabilmente poco realistica per il periodo Italiano della vita del poeta.

Non va dimenticato che l’Italia, per tutto l’800, fu per i ricchi omosessuali del nord Europa un vero paradiso terrestre, del tutto privo del moralismo inglese e dell’ipocrisia tedesca in materia di sessualità.

Certo Platen, a quanto sembra, anche in Italia non condusse una vita sregolata al livello che sarà poi tipico di Wilde e sembra anzi mantenere atteggiamenti moralistici anche quando condanna poeti molto libertini che intendono creare un rapporto di amicizia con lui.

Ma Platen è moderno anche per un’altra ragione: il suo non circondare la sua vita e le sue poesie di troppe cautele lo espone al pettegolezzo e finisce per essere vittima di attacchi personali molto pesanti e triviali, ovviamente con l’accusa di omosessualità, avanzata nei modi più volgari da un personaggio come Heine, per altri versi eccellente e fine letterato di origini ebraiche. La polemica tra Heine e Platen naque per ragioni di orgoglio letterario, pare che Heine non avesse apprezzato molto una poesia di Platen e avesse espresso un giudizio molto critico, se non sprezzante, Platen rispose tirando in ballo le origini ebraiche di Heine e questi per tutta risposta si lasciò andare ad insulti contro Platen legati alla sua omosessualità.

La storia della querelle tra Platen e Heine è il segno di quanto l’accusa di omosessualità fosse (ed in parte sia ancora oggi) un’arma che si tiene in serbo e si può sfoderare ogni qual volta se ne presenti l’occasione.

Thomas Mann da dedicato un lungo saggio a Platen che, nella sua morte solitaria a Siracusa, per colera (forse), è l’Ispiratore di “Morte a Venezia”, da cui Visconti trasse il suo capolavoro cinematografico. Ma il lavoro di Mann su Platen, più che rappresentare una ipotetica lotta di Platen contro l’omosessualità, incarna in Platen l’analoga e ben più angosciosa lotta di Mann contro la propria omosessualità. Oggi, dopo la pubblicazione integrale dei diari di Platen, la lettura del personaggio fatta da Mann non può più essere condivisa. Platen, a differenza della stragrande maggioranza degli omosessuali colti della sua generazione (e anche di molti delle successive) aveva accettato la propria omosessualità e la considerava un valore irrinunciabile. Certo, in un mondo in cui l’omosessualità era penalmente perseguita in modo pesante e il negazionismo era l’unico atteggiamento di tutti, omosessuali compresi, un uomo come Platen passò la vita tra delusioni e frustrazioni, innamoramenti rivolti ad amici eterosessuali, incomprensioni e fraintendimenti, ma per lui l’omosessualità era una forma d’Amore con la A maiuscola e non si sarebbe certo abbassato all’idea del sesso mercenario, in questo è un personaggio che ha mantenuto alto, anche come omosessuale, il livello della sua moralità.

Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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PLATEN O L’URANISTA SUPERIORE

Vorrei presentare con chiarezza la nobile, interessante e melanconica figura del poeta Auguste, conte di Platen-Hallermünde.

È per eccellenza l’uraniana nato, destinato, sicuro di sé, retto, completo, coraggioso, elevato, tutto dedito al suo amore per la gloria poetica, per l’arte poetica, per la bellezza intellettuale e fisica, nel modo più vivo in cui lui la sente, e per come la sente in accordo con la sua dignità di uomo. Ha fortemente appassionato i suoi amici, il conte Fugger, Liebig, A. Kopisch, Gustav Schwab, ecc. e ha sollevato odi infami. Ancora oggi la biblioteca di Monaco detiene i diciotto volumi del diario di Platen, e questo deposito prezioso aspetta una pubblicazione rispettosa e intelligente, che i signori von Laubman e L. von Scheffler hanno promesso.

Nel 1860 Engelhardt ha pubblicato dei frammenti del diario che si fermano al 1828 – Platen era nato nel 1796 e morì nel 1838. È con l’aiuto di questo frammento autobiografico, delle sue opere, delle sue lettere e delle pubblicazioni dei suoi amici che cercherò di mostrare la sua fisionomia.

Auguste, conte di Platen-Hallermünde (o conte di Platen, come preferiva essere chiamato) nacque il 21 Ottobre 1796 a Ansbach dove suo padre era al servizio della Prussia. Il primo conte di Platen, Franz-Ernest, aveva ricevuto il suo titolo il 20 luglio 1689 Leopoldo I.

Il padre di Platen, nato nel 1740, aveva sposato in prime nozze la signorina von Reitzenstein, e da questo matrimonio erano nati sei figli, un maschio e cinque femmine. Il matrimonio fu infelice e portò ad un divorzio. Il conte Platen si risposò nel 1795 con Louise-Friederike Christiane Eichler von Auritz. Ebbero due figli, il primo fu il poeta, il più giovane morì a tre anni.

Auguste von Platen, o Platen come io lo chiamerò, quando era ancora molto piccolo, ebbe una lunga malattia, il famoso medico di Erlangen, Hildebrand, la considerò incurabile; ma il bambino crebbe ugualmente, allevato con semplicità, e come accadeva alla maggior parte dei bambini nobili nati dopo la Rivoluzione francese, gli fu insegnato a dare del tu ai suoi genitori e a sentirsi libero in loro presenza: non gli parlarono mai della sua nascita nobile. Platen ricordava che i suoi primi amici d’infanzia erano stati Simon Langenfoss e Jeannot Asimont, figli di un insegnante di francese, e due Liebeskind. Andava anche spesso al castello a giocare con la principessina, figlia del principe Luigi di Prussia, fratello del re. Incontrava lì anche le zie della bambina, la regina Luisa di Prussia e la principessa di Thurn und Taxis.

Il padre di Platen faceva tanti piccoli viaggi per visitare le foreste delle quali si doveva occupare e il bambino rimaneva solo con la madre. Lei gli leggeva ad alta voce e gli fece amare la lettura. Ben presto preferì i libri ai suoi molti giocattoli. Imparò anche presto a scrivere. Il primo libro che lesse da solo conteneva commedie infantili. Adorava il teatro, ci andava il più possibile, recitava delle commediole con i suoi compagni. Scrisse nel suo settimo anno una commedia pastorale e la inviò a un giovane amico.

Scrisse molte piccole parti in versi, piene di fate, streghe e maghi. Anche la mitologia si impossessò della sua immaginazione, ma le storie d’amore lo lasciavano indifferente. Considerava l’amore solo un artificio teatrale. Nonostante la sua predilezione per le favole era piuttosto scettico. Rispose ad un professore che non esisteva l’inferno. Voleva dire che non c’era un posto dove si arrostivano le anime.

La madre si ritirò completamente dal mondo per occuparsi unicamente di suo figlio. Lo spingeva al lavoro. Gli faceva scrivere delle lettere ad una ragazzina inglese della sua età, che lui non aveva mai visto, figlia di un amico d’infanzia della contessa. Una ragazzina, Caroline von Gemmingen, venne ben presto a vivere con loro. Platen e lei erano sempre in guerra.

Nel 1806 il bambino, nel suo nono anno, vide la sconfitta dei soldati dell’Imperatore d’Austria, Bernadotte che passava per Ansbach e la caduta della Prussia; e si interessò molto a tutti questi eventi.

Nello stesso anno il generale Werneck, capo del corpo dei Cadetti a Monaco di Baviera, amico d’infanzia del padre di Platen, gli offrì di incorporarlo tra i cadetti. Il padre accettò e la madre portò il bambino a Monaco.

Separarsi dalla madre fu per lui un grande dolore, e gli abiti rigidi e pesanti lo infastidirono – ma la novità lo divertì, e ciò che lo riconciliato con il suo nuovo stile di vita fu l’amicizia.

Rimase quattro anni tra i Cadetti. Ha descritto molto bene la vita che lì si conduceva, – la scuola dei Cadetti era stata un monastero gesuita. C’erano un centinaio di cadetti. Quasi non si permetteva loro di leggere, le loro letture unitamente alla loro corrispondenza, venivano rigorosamente esaminate. I cadetti erano continuamente sorvegliati: durante le lezioni dagli insegnanti, durante la ricreazione dagli ufficiali, di notte dai domestici. Non venivano mai lasciati soli. Si insegnavano loro le matematiche, la geometria, la storia, la geografia, lo stile, il latino, la religione, il francese al quale si prestava grande attenzione, la scherma, la danza e quasi tutti gli strumenti musicali.

Ci si burlava dei suoi versi. Era sempre, ai pasti, a tavola nel mezzo: c’erano tre tavoli sui quali il cibo era proporzionale al progresso o alle recidive degli allievi. – Si recitavano commedie; il numero di commedie era limitato per la mancanza di ruoli femminili. Platen non ci recitò mai. – Nel suo decimo anno aveva probabilmente superato la malattia dell’infanzia, perché si ricordava, non senza piacere, di un viaggio a piedi fatto durante le vacanze con alcuni compagni e alcuni insegnanti, un viaggio nel Tirolo. Il Tirolesi gli sembravano gentili e premurosi. I cadetti dormivano sulla paglia, ma erano ben nutriti. Trascorse a casa il resto delle vacanze, felice di essere libero. Le costrizioni del collegio gli erano insopportabili. La sua ostinazione attirava su di lui talmente tante punizioni che finirono per aggravare questo tratto del suo carattere. Si trovò presto in cattivi rapporti con le autorità militari e con il professore di religione luterana. Platen, benché luterano, aveva preso le difese del cattolicesimo per spirito di contraddizione. La sua testardaggine, lo dice lui stesso, era punibile, ma era anche l’inizio della sua indipendenza di giudizio.

Amicizia, in fondo, gli diede il collegio sopportabile. L’amicizia era la dea della cadetti. Ciascuno poteva cercare e trovare un’anima affine alla propria, e nonostante i vincoli esterni, lì ci si poteva legare ad un amico per la vita.
Il suo primo confidente fu Friedrich Schnizlein, al quale affidò i suoi primi scritti. Era un confidente perfetto, ma non era favorevole al fervore del sentimento nell’amicizia.

Ludwig von Luder, ugualmente protestante, ricevette anche lui la confidenza letteraria del giovane Platen. Era più grande e molto intelligente, amante della scienza, senza inclinazioni disordinate. Rimase sempre l’amico sincero di Platen, e le loro discussioni furono solo a proposito della politica.

Tra i cadetti della sua classe vedeva spesso Ernst Wiebeking, il conte Sprety, Kasimir Baeumler, Tettenborn, etc.; tra quelli delle altre classi, Karl e Alexander Welden, Krazeisen, Brand, Kaeser, Normann, Wilhelm e Joseph Gumppenberg.

Max von Gruber lo attirava particolarmente. Non era molto dotato, ma pieno di volontà, un matematico amante della poesia, giusto, solido e senza pregiudizi.
Avrebbe perdonato a Voltaire il suo ateismo se Voltaire non lo avesse così spesso negato; – Non biasimava nessuna delle cattive azioni di Napoleone se facevano parte del suo ruolo di conquistatore. È comprensibile che il giovane Platen, che si doveva sentire diverso dagli altri, si aggrappasse a Max von Gruber, onesto e pieno di rispetto per le differenze essenziali tra gli uomini di valore o di genio. Rimasero sempre amici. Anche Gustav Jacobs, figlio del filologo, fu molto strettamente legato a Platen; era un ragazzo semplice e aperto, odiava la pedanteria, poco amato dalle autorità, biasimava le lamentazioni di Platen ma lodava molto le sue poesie e si interessava ad esse.

Anche i due fratelli Fugger amavano molto Platen, e Friedrich, il maggiore, entusiasta di Goethe, rimarrà nella storia della letteratura tedesca legato al nome di Platen, onorato dalla sua lunga, tenera e modesta amicizia.

Friedrich Fugger era legato soprattutto a Wilhelm Gumppenberg e unito a lui dall’amore per la musica. Il conte Fugger successivamente mise in musica molte poesie di Platen, e in collegio condivideva già la sua avversione per i canti dei bevitori.

Ma di tutte queste amicizie, la più tenera era quella per Joseph Xylander. Si erano visti in collegio durante tre anni, prima di conoscersi meglio. Ebbero questa felicità nel mese di marzo 1810, e fino all’autunno di quell’anno, quando Platen se ne andò, godettero di un’amicizia quasi romantica.

Platen scrisse per lui molte poesie che Xylander non vide mai. Scrisse anche un inno all’amicizia, delle novelle e una commedia, parodie e satire, che lo resero poco gradito nell’ambiente.

Tutte questi tentativi furono distrutti prima della fine del 1810. La lettura di Omero lo entusiasmò e lo trasportò nel mondo greco che gli fu così caro.

La guerra del 1809 con l’Austria gli insegnò a tacere.

I Bavaresi adoravano Napoleone: Platen avrebbe preferito il successo degli Austriaci, e quando Monaco fu occupata dagli Austriaci e gli ufficiali austriaci vennero a visitare la scuola dei Cadetti, Platen nascose le sue simpatie.

Nel settembre 1810 Platen lasciò i cadetti e divenne uno dei paggi del re. Prima di entrare nel gruppo dei paggi trascorse due mesi in casa di suo padre. Aveva molto sofferto lasciando Xylander.

A quattordici anni il carattere di Platen sembra già ben delineato: amore per la poesia e l’amicizia, l’amicizia per giovani della sua età, educati, seri, e allo stesso tempo un attaccamento esclusivamente sentimentale per qualcuno un po’ più giovane di lui, e poi molta testardaggine, sensibilità e capacità di soffrire, – un saldo punto di vista patriottico e il desiderio di amare, di essere amato, e di migliorarsi.

Questo è il ragazzo che a vent’anni scriverà nel suo diario che Dio, la castità, l’amicizia e l’apprendimento sono la base del suo sistema.

Rimase nel gruppo dei paggi dal 1810 fino al 1815. La sua prima impressione fu triste: non aveva amici. Lo guardavano con occhi indifferenti. Non aveva nessuno con cui confidarsi. Poco a poco si trovò bene. Il conte Kuenigl, che lui conosceva, gli venne in aiuto. Tra i paggi c’era molta più educazione che tra i cadetti, c’era più libertà, più pulizia, il cibo era migliore. Gli abiti erano più belli, e ci si poteva cambiare d’abito quando si voleva. Si era trattati come ragazzi grandi. Si poteva lavorare per conto proprio e si potevano leggere tutti i libri classici.

Amava il latino e il greco, l’italiano e l’inglese. Scriveva sempre molto e distruggeva quello che aveva scritto. Il re era molto buono con i paggi, e le cerimonie di corte erano per loro un divertimento. Platen piano piano si fece degli amici, ma non un amico intimo. Un certo conte Lodron Laterano ebbe per lui una qualche importanza, facendogli amare l’Italiano. Il barone Perglas, un giovane con uno zelo di ferro, lo stimolava al lavoro, così come i conti Gajetan Berchem e Saporta. Ma aveva soprattutto fiducia in un certo barone Massenbach, ragazzo molto onesto. Tutti furono utili alla sua educazione. Era debolmente religioso e pregò con fervore solo nei momenti spiacevoli, ma non si dimenticò mai del tutto di pregare decentemente, senza borbottare. La sua prima comunione, nel 1811, gli fece fare molti buoni propositi.

Il professor Hafner, l’uomo più importante della scuola dei paggi, faceva molto per divertire e far crescere i paggi. Li portava nei musei, presso l’Accademia, leggeva loro ad alta voce, e quando i paggi erano a letto raccontava loro delle storie.

Nel 1813 Platen si decise a diventare ufficiale, non per affetto verso lo stato militare, ma perché questo stato, secondo lui, comportava più tempo libero e più libertà.

Il suo futuro poetico lo tormentava sempre, voleva scrivere una tragedia su Corradino, l’amicizia del giovane Federico per Corradino doveva riempire più di una bella scena. È interessante il fatto che a diciassette anni si sentisse obbligato ad aggiungere anche una ragazza innamorata di Corradino, che lo seguiva travestita e non riconosciuta fino in Italia.

Non aveva ancora trovato la sua strada letteraria.

Qualche anno più tardi, riprende il tema di Corradino, trova l’amicizia di Federico e Corradino più che sufficiente e non ha più bisogno di inventarsi una ragazza.

Due giorni prima del suo diciassettesimo compleanno, Platen inizia il suo diario – e lo continuerà fino alla morte, per venticinque anni. – Ci sono dei pezzi di diario in Francese, altri in Inglese, in Italiano e in Portoghese.

Aveva la passione di leggere i poeti nella loro lingua, e imparò lo Spagnolo, lo Svedese, il Danese, il Persiano.

Nel suo diciottesimo anno, pensa di essere innamorato di una giovane marchesa Eufrasia, la più bella ragazza della corte. Va ad abitare nella stessa casa, la vede di tanto in tanto, ma si rende conto in quello stesso anno che si è sbagliato, e lascia la buona vedova, presso la quale è alloggiato, e la madre di questa eccellente persona, con molto più rammarico di quello provato nel lasciare la marchesa Eufrasia.

Egli nota questo errore sentimentale, l’unico della sua vita, a quanto pare, e rapidamente dissipato. Non credo che nessun’altra donna lo abbia veramente interessato dopo di allora. Questo interesse passeggero per Eufrasia è un momento curioso e istruttivo nella storia di Platen. La necessità di concentrarsi su qualcuno e di essere interessante, l’idea che si debba essere teneramente innamorati di qualcuno, la monotonia della sua vita, gli danno questa illusione.
Non molti unisessuali si sono lasciati illuminare così facilmente come Platen; il crollo di un amoretto ordinario ha fatto cercare loro con insistenza le sensazioni o le emozioni che dà alla donna, ma Platen non ricominciò affatto. Aveva già abbastanza desideri, abbastanza aspirazioni. Voleva vedere paesi stranieri, l’Italia, Londra, Roma.

Il 31 marzo 1814 diventa tenente. Non gli piace la compagnia degli ufficiali. Si consola leggendo molto, lavorando molto. È abbastanza sconvolto dalla licenza dei costumi intorno a lui. Viene a sapere che un giovane poeta, di nome Hesse, ha spedito dei versi a Goethe e ha ricevuto una risposta da lui. Ne resta molto colpito, si chiede se i suoi versi siano degni di una tale spedizione.

Nel bel mezzo della sua fantasia per Eufrasia un’amicizia improvvisa per un giovane uomo, Issel, basta a mostrare il più vivo interesse di Platen per l’amicizia.
Issel è un giovane pittore che il Granduca di Darmstadt fa viaggiare. All’inizio (l’amicizia comincia il 28 maggio e termina in giugno: quindi innanzitutto non ha avuto una lunga durata), Issel non lo ha interessato, poi ha notato in lui una grande molteplicità di interessi, un gusto puro nell’arte, molta cordialità, molte attenzioni. Issel sarebbe partito da lì a otto o nove giorni.

Venendo a sapere che Platen è interessato alla poesia, Issel gli racconta di aver ricevuto dal giovane Voss un ricciolo dei capelli di Schiller morto e si offre di dividerlo con lui.

Lasciati insieme dall’amico che li aveva fatti incontrare, parlano delle lingue straniere, delle opere di Goethe, della vita così breve e dell’arte così lunga. Issel abita presso Nathan Schlichtegroll e consiglia a Platen di fare la sua conoscenza. Poi discutono della riforma della scuola mistica di Schlegel, di Werner che Issel conosce. Issel chiede a Platen di accompagnarlo in Italia. Platen non capisce come un uomo di tanto spirito possa essere interessato a lui.

Si vedono spesso dopo questo primo incontro. Un giorno Issel supplica Platen di leggergli delle poesie [1] e gli legge le sue. L’indomani Platen gli legge parecchie altre poesie ma poi rimpiange di averlo fatto. Si sente triste, crede di aver profanato il paradiso dei suoi pensieri avendoci introdotto un estraneo. È possibile che Issel (poeta mediocre del resto), non avesse abbastanza apprezzato Platen. Platen si ripromette di smettere di scrivere i versi e si incupisce al pensiero della solitudine che lo attende. L’indomani arriva la riconciliazione: trascorrono una bella serata insieme.

Issel lo supplica di non abbandonare la poesia, e il giorno seguente gli invia i capelli Schiller e riceve una poesia in cambio. Il 6 giugno Issel gli racconta di avere scritto una tragedia (fischiata a Francoforte, sulla contessa Platen che ha giocato un ruolo importante alla corte del duca di Brunswick, padre di Giorgio I d’Inghilterra). Lo stesso giorno Platen viene a sapere che deve portare dei carri con delle tende a Battenberg in Tirolo. Issel lo consola, offrendosi di accompagnarlo La stessa sera beve alla sua fratellanza con lui e Schlichtegroll.

Il 9, Issel e Platen partono insieme, discutendo del Dr. Gall, che Issel conosceva, leggendo Wallenstein.

Il 10 Platen è felice di vedere un così bel paesaggio in una così cara compagnia. Lo stesso giorno hanno dei problemi. Issel ferisce il suo amor proprio, poi lo accusa di curiosità, di indiscrezione, etc. Platen trova offensivo giustificarsi. Non si parlano più.

Eppure, salendo una collina, incontra Issel, che ne discende, che gli urla di avere inciso il nome di Platen su una pietra. Quando lui e Issel si lasciando definitivamente, Platen rimpiange di averlo messo da parte per il suo umore irritabile e ammette che la sua testardaggine lo renderà infelice e allontanerà molti uomini da lui. E trascorre i due giorni dopo la partenza di Issel a scrivere diverse canzoni.

Il 17 giugno rientra a Monaco.

Ho raccontato dettagliatamente questo episodio, perché ci si ritrova ciò che caratterizza e distingue fortemente Platen: il suo entusiasmo per il giovane amico, intelligente, colto, o che voleva insegnare o imparare. Naturalmente malinconico lui stesso (da quando aveva lasciato a casa paterna) l’allegria di chi gli piace, l’umore dolce e pacato, le risate dell’amico, lo fanno trasalire di gioia. Issel era più grande di lui, è vero, ma Platen era allora molto giovane, aveva diciotto anni.
In seguito, quando arriverà a un più alto grado di maturità, il suo amico sarà un po’ più giovane, abbastanza giovane per dargli l’impressione di una bella gioventù, ma abbastanza grande per rassomigliargli, per condividere i suoi gusti.

L’amor platonico (filosofico o onorevole) ha sempre deliziato Platen; per quelli diversi da lui ebbe amicizia, affetto, riconoscenza, rispetto. Ma la sua passione si orientava verso coloro che gli sembravano suoi simili, con più bellezza e con la grazia virtuosa in più.

Questo episodio di Issel non durò a lungo, ma mostra Platen a 18 anni come a 12, che si innamorava subito, aspettandosi di trovare tutto e non trovando sempre grandi cose (come in questo Issel) ma in ogni caso non trovando la felicità.

È questo amore al tempo stesso intellettuale, appassionato e sentimentale che l’ha fatto soffrire così tanto, ma che l’ha anche mantenuto integro e dignitoso. Quando scrisse all’età di 20 anni le regole di condotta, una era di dimenticare ciò che è sensuale in lui; un’altra era di non studiare i misteri della fisionomia nelle persone che lo interessano, di non pensare gli assenti, di perfezionarsi, di migliorarsi.

Quando parla di non pensare gli assenti, non dobbiamo crederlo indifferente ai suoi amici; al contrario, è stato loro fedele, ma è a quello che è più di un amico che cerca di non pensare troppo per poter lavorare e vivere.

Possiamo già vedere la differenza che c’è tra Platen e un dissoluto; non cerca mai sensazioni rare, ma un amore duraturo e affascinante.

Avrebbe indietreggiato con orrore di fronte agli amori di Oscar Wilde, davanti agli amori venali che non sono la quintessenza di due esistenze nobili e virili.

A metà del 1814 non si riconosce né come uomo né come poeta, non si interessa abbastanza a Eufrasia perché lei possa ispirarlo o occuparlo. Lo stato militare non gli si addice, gli viene consigliato di studiare le scienze, la poesia ancora non gli appartiene, va a tentoni, non si è trovato. I suoi amici non sono a Monaco, sono dispersi. Non ha il tempo di leggere abbastanza. La natura non lo affascina quando è solo o annoiato. Legge comunque molto, in molte lingue, Petrarca, Dante, il Pastor Fido, Pope, Corneille, Voltaire, Racine, Boileau, ecc., e sempre Goethe. Si potrebbe applicare a Goethe, ha detto allora, quello che Goethe ha detto Hamann: “Le sue opere sono spesso libri sibillini che si capiscono solo quando ci si trova nella stessa situazione del poeta.” E vediamo, per esempio, Platen in diversi momenti della sua vita che legge e rilegge Goethe, con tanto profitto quanta ammirazione. E man mano che si trova in una situazione diversa, la stessa opera di Goethe diventa sempre più chiara, vera e commuovente. Per esempio, “La figlia naturale”, che egli non apprezza affatto all’inizio, e che poi ammira per il suo spirito nel 1814, diventa per lui nel 1821, dopo il tragico naufragio della sua grande passione per Otto von Bulow, uno specchio prezioso del suo dolore.

Ora si consola del suo vuoto e della sua noia, della sua vita che egli aspetta con l’impazienza scoraggiata della giovinezza, leggendo e scrivendo in Inglese con Perglas, leggendo con lui anche Virgilio e Tasso, pattinando, concentrandosi sulla politica. Quando Napoleone torna dall’isola d’Elba, prova un entusiasmo patriottico ma Wiebeking gli rovina questo sentimento: “Se voi doveste andare a servire come soldato semplice per la libertà dell’Europa potreste rivendicare una piccola parte di gloria, ma voi siete un ufficiale, e ci sono tanti ufficiali. Sarebbe facilissimo rimpiazzarvi. Voi potreste servire la vostra patria in un modo più utile.”

Il 30 novembre, legge in un giornale delle massime tratte dalla poesia orientale, e ne copia un certo numero, colpito senza sapere perché, emozionato come si è vagamente in presenza di un evento importante. La poesia persiana stava per esprimere da lì e poco tempo il suo segreto ideale.

Nella primavera del 1815 si sente più felice, va ogni mattina nel giardino inglese a raccogliere giunchiglie e a leggere il Pastor Fido. Scrive poesie patriottiche che gli uomini seri leggono con piacere. Il 15 aprile, il suo reggimento si mette in marcia e arriva a Fontainebleau il 19 luglio e Platen si trova nuovamente in Germania nel mese di novembre. Sembra aver ben sopportato i disagi della marcia, il caldo opprimente. Il suo diario è molto bello e simpatico. Si interessa gentilmente alla brava gente che incontra, legge molto Petrarca, Jacopone da Todi, Goethe, l’Eulenspiegel, Eloisa e Abelardo, di Pope, che rilegge continuamente. Ammira i giardini, i fiori, invidia le gioie calme e familiari, vorrebbe avere con Goethe solo una conversazione sul destino dell’umanità e lo spirito del cristianesimo; poi trova le vere lettere di Eloisa molto più belle di Pope, e così vere. Legge con grande piacere le lettere di sua madre, scrive in prosa e in versi a Xylander e ad altri amici. I contadini francesi lo affascinano, la loro gentilezza, la loro lingua lo incantano. Si trova abbastanza isolato tra gli ufficiali, detesta totalmente i loro eccessi e le loro conversazioni lascive alle quali non prende parte. Una poesia mostra quanto soffriva della immoralità antipatica dei suoi compagni. A Bar-le-Duc, è anche scioccato dalla corruzione dei libri francesi che ha trovato nella sua stanza – e la sua padrona di casa lo stupisce dicendogli: Leggere, amico mio, perché è la lettura che educa i giovani.

A Châlons ha la gioia non solo di incontrare il suo amico Schlichtegroll, ma anche di fare la conoscenza di un giovane tedesco, il segretario di Barclay de Tolly, che gli dice che lo conosce già molto bene attraverso i racconti di Schlichtegroll. Platen è abbastanza colpito da questa osservazione. A Nemours, è anche felice nel giardino di un certo medico Micheleau la cui moglie non è più giovane, ma è così dolce e premurosa. Parla francese con lei con piacere, e parla inglese con una vecchia signora inglese che gli presta dei libri inglesi. Lascia queste persone gentili con rammarico e anche un vecchio curato di 86 anni, molto realista, che dice Messa ogni Domenica, senza altra compagnia che del suo cane e soprattutto del suo canarino, che gli era stato dato da un certo Rouxelle, un radicale, anticristiano, separato dalla moglie cattolica, e che vive con la sua serva, non facendo battezzare suoi figli. “Uno può essere un buon uomo, diceva il curato, senza essere cristiano.”

Il sotto-prefetto di Tonnerre, una città deliziosa, gli piace molto, un giovane affascinante, il più bel modello immaginabile per un giovane romano. Il 6 ottobre, si ritrova con alcuni vecchi compagni e altri giovani uomini istruiti, e Platen può sinceramente gioire prendendo parte a una conversazione intelligente, senza ambiguità e in un dialetto puro. Il 2 novembre, scrive nel suo diario che la vergogna è naturale, la spudoratezza acquisita. È certo che Platen fosse fondamentalmente modesto e pieno di pudore. Il 3 novembre, a Troyes, compra Bérenice, la sua tragedia preferita di Racine. E annota di aver visto presso un ricco negoziante un impiegato che assomigliava molto al suo amico Xylander.

Tornato in Germania, cerca di formarsi un sistema di morale e di condotta basato su: Dio, una severa moralità, il desiderio di imparare, l’amore per gli amici. Senza questi principi, come si può essere felice? Come si può fare a meno di aspirare a ciò che c’è di più alto, come si può fare a meno della castità del corpo e dello spirito, dell’amore dello studio, degli amici? E trova sempre di più che non può discutere con dei giovani uomini che parlano solo di cavalli, di cani e di piaceri, che non hanno né serietà nel loro carattere, né il desiderio di perfezionarsi e di migliorarsi. Si sente arricchito da tutto quello che ha visto, letto, pensato quest’anno.

Nel 1816, si reca in Svizzera; nel 1817 tra le montagne della Baviera. Legge ancora molto Pascal, Ariosto, Omero, Orazio, Alfieri (col quale trova diverse somiglianze) [2], Tasso, Goethe, Byron, Camoens, Calderon, etc.. Fa molti progetti di tragedie, poemi eroici, o che ne so io, tutta l’effervescenza di un talento che vaga. Si riconosce in un libro sul temperamento nel capitolo: Del malinconico sensuale. Ci sono molti impulsi di amicizia-amore che non portano a nulla, e tuttavia è feroce conro quelli che lo cercano. Ha una natura molto maschile nelle sue virtù, come nei suoi difetti. Bisogna che sia lui quello che ama, che scopre, che distingue, e reclama una simpatia che non trova affatto. Si intravedere, confrontando i frammenti pubblicati del suo diario e le sue poesie di quel tempo, come un certo amico, ad esempio Voelderndorf, lo preoccupava e lo interessava. Riporta nel diario ogni volta che ha incontrato un giovane, educato e gentile; costruisce senza dubbio ogni volta un’impalcatura di speranze. Nota in una bella poesia l’improvvisa emozione di un amico alla vista di Platen e si chiede se è il poeta che ha fatto battere il cuore dell’amico, o se si tratta di una coincidenza. A quel tempo, Platen si accontenterebbe di molto poco, ma non si stupirebbe di ottenere tutto. Ritiene di essere diventato molto ragionevole, crede di aver rinunciato ai sogni che rendevano la sua vita sopportabile. È pieno di pudore, di diffidenza, non crede nella sua vocazione, è riconoscente quando viene incoraggiato. Vorrebbe avere un consigliere, ha troppa falsa vergogna per coltivare quelli che lo potrebbe aiutare. Trova un brano nelle Confessioni di Rousseau che si applica a lui, l’unione ” di un temperamento molto ardente, delle passioni vivaci e delle idee lente a nascere, imbarazzate, e che non si presentano se non col senno di poi.” Ritiene che il suo merito consista nella sua lotta per arrivare alla verità e al bene. I viaggi sono per lui una distrazione squisita. Credo che sia impossibile leggere le sue impressioni di viaggio senza provare simpatia per lui.

Il giorno prima del suo ventunesimo compleanno, una delle sue poesie viene pubblicata, ne manda subito delle copie ai suoi genitori, a Max von Gruber, a Fugger, a Dall’Armi, a Perglas, ecc.. Il suo amico Schlichtegroll, che ne aveva venticinque copie, ne manda una al pittore a Issel, e Platen e riceve da lui una foglia cresciuta sulla tomba di Virgilio.

Nonostante i suoi amici, che amano tutti le lettere e le scienze, per lui la vita a Monaco diventa insopportabile e la voglia di istruirsi, di imparare cresce talmente in lui, che ottiene che il re lo mandi in una Università, prima a Würzburg e poi a Erlangen, prima per una anno e poi per un periodo più lungo. Il re gli corrisponde 600 guldens l’anno (era un privilegio concesso a qualcuno dei paggi), suo padre gliene dà 300, e ne riceve come ufficiale 12 al mese. Dopo sei mesi di Würzburg, Schelling, che lui aveva conosciuto da bambino, lo trattiene a Erlangen. Platen ci resta fino al 1826.

Non appena arriva a Erlangen, il cambiamento di ambiente, i professori che si interessano a lui, gli studenti che sono intorno a lui, l’ardore del lavoro, gli fanno alla fine trovare la sua strada poetica. Inizia a scrivere canzoni ammirevoli che solo l’ingiustizia ha fatto conoscere meno di quelle di Heine.

Platen deve ora essere pervaso dal suo ideale maschile, dal suo amore maschile. Ama in silenzio, si dichiara. «Tu mi richiami a un dovere doloroso. Ancora per un’ultima volta ti abbraccerei, non mi ricordare nulla prima. Chi potrebbe avvicinarsi a te con l’indifferenza, Chi potrebbe con freddezza vedere la bella, la divina figura, la divina, la bella forma. – Studia la mia vita; esaminala per vedere se sono mai stato bruciato da un amore colpevole – è solo la tua presenza dionisiaca che ha conquistato il mio cuore.

“Tu dici che mi sono sbagliato, tu me lo giuri, ma io so che mi hai amato, ma ora non mi ami più. I tuoi begli occhi bruciavano, i baci bruciavano anche di più, tu mi amavi, confessalo, ma tu ora non mi ami più. Non conto su nessun ritorno del tuo amore. Confessa solo che mi hai amato e non mi ami più.”

È impossibile sapere a chi siano indirizzati questi versi, ma sono facili da decifrare. Platen, essendo sempre alla ricerca di un’anima fraterna e appassionata, deve aver avuto parecchie delusioni; era amato in modo calmo, superficialmente, ma non con passione, e, probabilmente, coloro che lo avrebbero amato con passione, fisicamente, non lo avrebbero attirato. Perché in lui i sensi si confondevano quando l’immaginazione si infiammava.

Nel 1820 scrive (il 24 febbraio): “Non indagare mai il mio segreto, tu non devi approfondirlo, la simpatia te lo svelerebbe, se noi ci capissimo. Non chiedere più che cosa ci separa. È sufficiente che siamo separati l’uno dall’altro. Quello che mi sta intorno, non mi comprende e mi travolge e mi spinge, ma se cerco di consolarmi nella poesia mi ritrovo del tutto.”

Platen, comprendendo finalmente il suo amore unisessuale, non è rimasto danneggiato o depravato da questo fatto.

Ha 24 anni, è ardente, innamorato, e vuole amare solo a modo suo e solo colui che egli crederà degno di essere amato.

Egli vuole appassionatamente trovarlo, si getta alla sua ricerca, si riprende, e allora è contento del riposo del suo cuore e del suo lavoro. Il 10 maggio 1820: “La primavera ha invitato tutti, ma non me. Mi ha visto prigioniero, ero attaccato alle sue guance, a quella faccia. Ora sono libero, ora arriva la primavera, solo ora posso godere appieno, anche se più tranquillo e più calmo dei ruscelli e delle rose.”

Nel mese di luglio si sente di nuovo innamorato. – Ma nel mese di agosto trova che solo l’eco gliene è rimasta. Il suo cuore chiede amore ma lui non sa chi amare. Questa condizione di incertezza del desiderio gli strappa molte delle poesie più belle della letteratura tedesca.

È molto interessato al Persiano, studia Hafiz, scrive degli affascinante Ghaselen molto ben accolti e apprezzati, poi arriva alla sua grande passione per Otto von Bulow nel 1821; il 13 luglio fa la sua conoscenza. Era un giovane ufficiale dei dragoni di Hannover, che aveva ricevuto il permesso di trascorrere un anno presso l’Università di Erlangen. Era gioioso, leggero, senza affettazione e senza arroganza, sempre gentile e amabile.

Platen, malinconico di natura, che annotava con gioia e stupore i due amici con i quali aveva riso molto nel corso della sua vita, si innamora perdutamente, appassionatamente, platonicamente di Otto von Bulow. Legge i sonetti di Shakespeare con avidità e ci ritrova tutto il suo affetto per Bulow. Pieno di Hafiz e del suo amore, ritrovando finalmente l’ideale sognato e desiderato, non ci si può stupire della rapidità con la quale la passione di Platen si esaltò per il suo “bell’amico”, come Fugger lo chiama nelle sue lettere a Platen. L’attività letteraria del poeta aumenta naturalmente molto; studia molto i libri e le letterature orientali, si fa arrivare libri da Londra, Vienna, Monaco. – Legge Calderon e Sofocle, e accoglie con favore il sentimento religioso profondo che penetra l’Aiace. – Durante una breve assenza di Bulow, scrive una poesia su di lui dove il nome di Bulow si ritrova in ogni strofa. Vediamo la sua gloria ma anche la paura che Bulow sul petto di una bella ragazza, prenda in giro forse il suo amico. – “Dovrei morire se non ti scrivessi; perdonami, Bulow, di amarti così tanto. Chi non sarebbe incatenato da questi occhi e da queste guance? A chi non piacerebbe una tale allegria, ma soprattutto un cuore così onesto? Il bel Bulow non lo cede che al bene.”

Questa felicità (penso sia ridicolo dubitare della castità di un amore così eloquente e esaltato in quel momento) non durò a lungo. All’inizio di settembre Bulow viene richiamato nel suo paese e Platen lo accompagna fino a Goettingen. Lì, abbandonato alla sua disperazione, compone la maggior parte dei “Ghaselen” dello Specchio di Hafiz, che riflette esclusivamente l’amore di Platen per Bulow. Legge Cervantes, Persiles e Sigismunde, e altri libri in diverse lingue.

Incontra Goethe, e altri ancora, ma senza trarne alcun profitto, perché riceve una lettera da Bulow che gli dice che è costretto a rimanere ad Hannover. La disperazione di Platen appare nelle sue lettere a Fugger. Giura di non scrivere più poesie prima di rivedere Bulow. Si riconosce la delicatezza di cuore e di spirito del fedele Fugger leggendo le sue lettere. Non cerca di consolare il suo povero amico raccomandandogli la rassegnazione o l’oblio. Gli consiglia, invece, di sperare in un incontro con Bulow; Bulow, dice, non potrà dimenticarlo né smettere di essergli riconoscenti[3]. Fugger viene anche a trascorrere un po’ di tempo con Platen, a Erlangen, per distrarlo.

Nel mese di dicembre 1821, Platen sogna di fare un lungo viaggio a Pasqua per rivedere Bulow. Avrebbe fatto il viaggio a piedi, spendendo circa due guldens al giorno. Non avrebbe avuto abbastanza denaro per vedere Bulow a lungo, ma almeno lo avrebbe visto; poteva anche andare al mare insieme con lui.

Legge la Bibbia ogni sera a letto, e il primo gennaio gli viene l’idea di scrivere un dramma su Davide e Jonathan, argomento che gli era già venuto in mente in passato.

Il 3 febbraio, vede l’affascinante Liebig e fa la sua conoscenza il il 17. Il famoso scienziato non aveva ancora 20 anni ed era allora, come molto tempo dopo, estremamente attraente. Una tenera amicizia lo legò subito a Platen. Il 17 Platen scrive: “Ha in tutto idee chiare e sa quello che vuole; più due uomini si avvicinano l’un l’altro, più cercano di svelarsi l’uno all’altro, più diventano enigmatici, e solo un uomo superficiale può credere che due uomini si conoscano veramente.” Scrive versi per Liebig. Liebig lascia Erlangen quasi subito e in maggio trascorre un paio di giorni con Platen a Darmstadt; non rivide mai più Platen, ma continuarono comunque a scriversi, ad amarsi, a rispettarsi, e Liebig, più tardi testimoniò pubblicamente la sua amicizia per Platen. Quest’ultimo non andò a raggiungere Bulow, per motivi che non conosco. Fu per mancanza di denaro, o Bulow si era troppo raffreddato nei suoi confronti?

In ogni caso, annuncia a Fugger, quando torna dal suo viaggio, che è andato solo fino a Colonia. Si spiega a voce.

Una nuova passione sembra aver preso possesso di lui, o meglio è la stessa passione per un ideale che non può addomesticare né trattenere. È Cardenio che egli considera il nuovo simbolo, la nuova incarnazione del suo idolo. Il 22 Luglio 1822, gli scrive una epistola in versi, un’altra il 19 agosto. – Scrive diversi ghaselen e nel 1823 sette sonetti a Cardenio, e il 13 marzo un ghasele (a Krieger, studente a Erlangen), che sembra chiudere l’episodio: “L’edificio di schiuma della speranza si disfa -, eppure stavamo così bene insieme – i capelli scuri, il mio viso … ” le poesie dedicate a Cardenio sono tra le più autobiografiche e le più chiare.

Platen nega sempre di bruciare di un amore proibito,[4] e si lamenta della crudeltà del suo amico. Cardenio è freddo e orgoglioso, sottile e dolce. -La sera Platen lo vedeva lavorare coi suoi capelli ricci illuminati dalla lampada. Cardenio è la sua ultima speranza, ci sono momenti in cui lui pensa che entrambi soffrano allo stesso modo. Non può capire se ispira odio, una predilezione per lui o indifferenza.

Ah! se potesse solo riposare sul petto amato di Cardenio. Ah! No, perché una testa più bella poggia sul suo petto; “Prendi questa lettera, dalla al tuo beneamato perché si chieda se sente in sé una consistenza come la mia.”

Desidera di essere la pipa tra le labbra di Cardenio, che riceve il suo bacio perpetuo, invidia il suo berretto, lui che non ha quasi mai potuto toccare i suoi capelli. È stato illuminato, una sera d’inverno da Cardenio che portava una torcia, e questo ricordo gli ispira un bellissimo sonetto. – Dopo lunghe prove e lunghi dubbi, sembra che dei nemici di Platen (i poeti ne hanno sempre, particolarmente quelli sobri, quelli chiusi e quelli austeri che no si concedono troppo) abbiano indisposto Cardenio nei confronti del suo amico. Un fatto casuale li lasciò soli per tutta la notte, e Platen osò mettere il suo braccio intorno a Cardenio e confessare il suo amore. Cardenio non sembrò affatto timido, e non si ritrasse, sembrava essere acquiescente col suo silenzio, e Platen lo lasciò, ebbro d’amore, credendo che le loro anime si stessero fondendo, che i loro cuori andassero a battere uno accanto all’altro, credendo Cardenio suo – ma i giorni che seguirono Cardenio divenne sempre più freddo, sempre più duro, e Platen si lascia andare ai lamenti armoniosi. Se il suo desiderio fosse stato colpevole avrebbe capito quella freddezza; tutto lo rattrista; aveva uno specchio senza macchia in cui specchiarsi, ora non può specchiarsi che in ciò che è morto, e nascondere tutti i dolori che gli si preparano.

I desideri di Platen si precisano: risposare sul petto di un amico intellettuale, bello e degno di fiducia sembra essere l’ideale amoroso di Platen. Si ritroverà, tre anni più tardi, nel 1826, lo stesso ideale nei sonetti a Karl-Theodor German, e anche nel grande sonetto trionfale che si trova verso la fine dei sonetti.

È questa aspirazione amorosa senza uno scopo sessuale o pronunciato o ammesso che ha fatto in modo che il furioso e triviale Heine chiamasse Platen uomo tribade.

In ogni caso il desiderio di Platen, nel suo orientamento e nella sua intensità è assolutamente uranista, unisessuale platonico. La sodomia, i rapporti sessuali sono molto lontani da questo amore; e questo è probabilmente quello che lo aiuta a risollevarsi, agli occhi di Platen, quello che glielo fa definire un amore non colpevole. – Dal punto di vista della religione o del codice delle convenzioni sociali, ovviamente, si potrebbe dire che questo tipo di castità è pericoloso e riprovevole, ma come potrà l’amante giudicare in questo modo di un amore tirannico, che non chiede nulla di quanto la dissolutezza domanda?

“Il mio amore può non essere lodevole, dice Platen un giorno, ma sembra temerario biasimarlo.”

Platen non è mai stato falso o ipocrita; e quando ha proclamato il suo amore per Otto von Bulow e per Cardenio, credeva sinceramente di amare in modo elevato e dignitoso. Egli ha creduto di decentralizzare l’istinto sessuale, di trasfigurare i sensi, facendo loro provare sensazioni spirituali, e di consolare l’anima insegnandole emozioni corporee. “Io sono per te ciò che l’anima è per il corpo, che il corpo è per l’anima, io sono per te quello che la donna è per l’uomo,[5] ciò che l’uomo è per la donna” dice in un ghasele, ed esprime così con franchezza la natura del suo amore. È la passione della similarità, dell’omosessualità, che spinge Platen.

L’uranismo, l’unisessualità si differenziano in lui in questo modo: messo da parte il sesso femminile, il suo amore non si indirizza né agli effeminati, né ai giovanissimi, né agli uomini maturi.

Platen è sempre stato tutto d’un pezzo, diretto, e come tale è stato anche trattato da tanti uomini illustri, con rispetto e considerazione. L’elenco dei contemporanei che hanno reso omaggio al suo carattere e al suo talento è lungo e contiene nomi nobili. “Io, che non ho mai amato l’arte o la bellezza a metà, ho il diritto, dice, di far sentire accenti raramente sentiti”, ed è certamente quello che anche i suoi amici hanno pensato. Goethe si è fatto un punto di onorare di rendere omaggio pubblicamente a Platen e di affermare la sua superiorità rispetto Ruckert.

Nel 1823, dopo la delusione di Cardenio, Platen scrive con ispirazione e facilità parecchie poesie, e grazie alle lettere di Liebig, grazie all’amicizia del professor Engelhardt, di Schelling, di Bruchmann, dello scienziato Doellinger, di Kernell, un giovane tisico col quale studiava lo Svedese, vide splendidi giorni. Questo è il culmine del suo soggiorno a Erlangen. In Platen, che non ha nulla dell’erotomane o del degenerato, le sofferenze d’amore sono seguite da una grande attività intellettuale, come accade a tutti gli uomini superiori che non cercano l’oblio nella dissipazione o nel piacere.

Egli scrive in cinque giorni “La scarpetta di vetro”, una favola. Il flemmatico svedese Kernell ne fu così affascinato che si gettò al collo Platen; – E il racconto, letto agli amici e alle loro mogli e sorelle, ebbe molto successo.

Le ultime Ghaselen furono molto ben accolte. Platen riceve da Cassel, da Ludwig-Sigismund Ruhl,[6] una lettera interessante. Ruhl gli dice che la simpatia è un mistero che non vuole approfondire. I primi versi di Platen gli avevano già fatto conoscere una simpatia che proviamo per poche persone. Sembra aver capito Platen prima che Platen stesso si capisse e non esita a dirglielo. Se mai si incontreranno, Platen potrà convincersi del rapporto tra le loro menti e le loro vite. Desidera una risposta. Platen gli chiede il suo ritratto e lo riceve accompagnato da una lettera entusiasta.

La poesia drammatica ora interessa Platen. Scrive il Tesoro di Rhampstnit, Aucassin e Nicolette. Il 21 agosto 1824 si reca a Venezia. Il suo primo volume di commedie gli è valso 154 fiorini. La zia di Hannover gli ha mandato sei luigi d’oro. Venezia gli ispira gli ammirevoli sonetti veneziani, e si entusiasma dei pittori italiani, per il vangelo della bellezza. Il suo gusto artistico si perfeziona e matura.

Venezia gli fa dimenticare la sua vita passata, e si trova in un presente senza ieri.
Il 24 ottobre festeggia il suo compleanno a Venezia andando la mattina a vedere Barbara de Palma nella chiesa di S. Maria Formosa, poi Tiziano e Bellini a S. Giovanni e Paolo, poi il Cristo di Campagna a San Giuliano, poi va a S. Crisostomo a vedere Piombo, poi a San Samuele a vedere il “Sebastiano” del Veronese, io non continuo l’itinerario. Il 9 novembre, si stacca da Venezia e il 19 arriva a Monaco dopo sette anni di assenza. Pensa che lì era stato felice, sconosciuto e impegnato. Va a trovare Xylander e sua moglie e altri amici, vecchi e nuovi. Viene festeggiato, i suoi sonetti sono applauditi.

Rivede dopo sette anni Eufrasia, che aveva creduto di amare, e che nessun’altra donna era venuta a cancellare nella sua mente. – Torna a Erlangen che ora lo annoia, viene punito militarmente per aver superato il suo periodo di congedo militare, e resta dal 2 gennaio al 22 marzo agli arresti a Norimberga. Legge molto in questo periodo e scrive in prosa e in versi.

Il 23 marzo, riceve una lettera di una poetessa malinconica, innamorata di Platen. Erlangen non gli piace di più dopo Venezia e Monaco. I suoi amici sono troppo occupati, e ha bisogno di vedere facce nuove, posti nuovi.

14 giugno a Erlangen va in scena la sua commedia (Aucassin e Nicolette) con grande successo davanti ad un pubblico giovane e amico.

È acclamato dal pubblico e viene portato quasi suo malgrado sul palcoscenico. Schelling dopo lo spettacolo riunisce degli amici per onorare il poeta.

È qui che si fermano i frammenti del diario che dobbiamo al professor Engelhardt e a Karl Pfeufer.[7]

Nel 1826 Platen scrisse una commedia aristofanesca e anche ventisei sonetti per Karl-Theodor German, sonetti e elegie, di ribellioni, di desideri, di passione. In una lettera a Fugger, dice che l’autore della commedia è il più sfortunato degli uomini.
Questi sonetti a Karl-Theodor German sono tra i più belli della letteratura tedesca. Platen nel sonetto vola al di sopra sopra tutti poeti tedeschi, compreso Goethe.
La perfezione della forma, l’emozione struggente e sontuosa si riflette in essi perfettamente. Il sentimento è lo stesso dei sonetti di Shakespeare (con la nota personale) e la forma è quella del sonetto italiano o francese. Platen nei suoi sonetti ha raggiunto una delle vette della poesia. Ma non ricevette apparentemente che ostilità e male da parte di questo German, e fu perseguitato ancora una volta dalla sua scelta infelice. Quelli che amava di più gli sono stati portati via dall’assenza o non sono mai stati suoi. È sempre stato pronto ad amare fedelmente, costantemente, sempre, e non ha mai avuto l’occasione di dimostrare la sua sincerità, ma ha mantenuto almeno una promessa, quella di dare l’immortalità, la celebrità.

Chi conoscerebbe Otto von Bulow o Karl-Theodor German senza il grande poeta?

L’ultimo sonetto (il ventunesimo) [8] del poeta imbevuto di amarezza si conclude così: “Quanto sono stanco della mia patria!”

E nello stesso anno si recò in Italia dove rimase fino alla sua morte a Siracusa, con l’eccezione di un viaggio a Monaco per vedere la sua amata madre divenuta vedova.

La raccolta di novantasette sonetti termina in un modo sorprendente e unico. Dopo essersi consolato delle sue sofferenze d’amore, ricordando che ha sempre ripristinato l’equilibrio della sua vita con tutta la forza e tutta la dignità della sua anima, il poeta che ha tanto amato e tanto sofferto, termina con una epitalamio di amore unisessuale vittorioso e con il suo proprio epitaffio, dicendo con calma quello che ha fatto, vantando quello stile puro che non è stato superato, le sue odi e sonetti, e la sua influenza sulla lingua tedesca.

Arrivò a Roma il trentesimo anniversario della sua nascita e morì a Siracusa 5 Dicembre 1835.

Questa non è una biografia di Platen, e neppure la sua storia letteraria. Per questo poche righe saranno sufficienti. Avendo avuto grande successo (ed essendone cosciente) nella ghasele, nella canzone, e nel sonetto, l’ode è l’unica forma lirica che lo incanta e ne scrive di sempre più complicate e formalmente rigorose. Ora si conosce a fondo. Ciò che diverte gli altri laggiù nel suo paese, non lo diverte. La natura, per la sua sofferenza, ha affinato suo udito e gli ha permesso di utilizzare la musica per perpetuare ogni dolore. È stato calunniato e, nonostante il suo silenzio, ne soffre molto. Anche in politica (e la politica lo interessa sempre di più) non può dire quello che pensa. Bisogna dunque mettere da parte (dice in un’ode) il manto dell’illusione, l’abito ricamato dei sensi.

E l’ode seguente, con la sua malinconia amorosa dei baci di miele, i suoi sospiri e i suoi sguardi, messaggeri di felicità, forse, e il silenzio e l’oscurità, mostrano che il sentimento poetico non dormiva nemmeno in questa attraente Italia. Non vedeva forse allora frequentemente un giovane artista italiano, la più bella creatura che avesse mai incontrato? Ma ben presto la sua bontà, il suo affetto e il suo desiderio di essere utile lo legano ad August Kopisch, musicista e poeta, che ha espresso lui stesso la sua gratitudine verso il suo illustre amico.

“Il nostro legame non è come la maggior parte dei legami, ha detto Platen, i nostri testimoni sono il mare e la terra. L’immagine della tua immagine da lungo tempo era in me, dal momento in cui la vocazione all’amicizia si era risvegliata nella mia anima che desidera tanto rivedersi, ma più nobile, in un altro. Petto contro petto, servi dell’amore, costruiamogli una nuova Roma.”

Dopo il 1829 le poesie d’amore cessano. Quell’anno compare l’Edipo Romantico, grande commedia Aristofanesca; poi, nel 1833, una storia del Regno di Napoli dal 1414 al 1443, quindi la Lega di Cambrai; poi, nel 1834, il bel poema in nove canti, gli Abassidi; poi, nel 1854, la seconda edizione delle sue poesie. Dopo la sua morte furono pubblicate le sue poesie politiche.

Il clima dell’Italia, i suoi molti amici italiani, i Tedeschi che vi viaggiavano, gli ammiratori che gli scrivevano, i suoi amici in Germania che lo amavano sempre, e l’assenza delle coercizioni che aveva subito in Germania, certamente gli resero più felici gli anni d’Italia. E si può essere certi che anche in questa Italia così voluttuosa e meno ipocrita della sua Baviera, Platen non rinunciò né ai suoi principi, né alla sua dignità. Il piacere senza amore non lo ispirò mai, e un poeta così autobiografico avrebbe sicuramente cantato i bei corpi e le carezze classiche se l’amore venale avesse giocato un ruolo importante nella sua vita. E un uomo così onesto e veritiero (sua madre, che gli sopravvisse, diceva che non aveva mai detto una bugia), se avesse scritto, avrebbe scritto la verità. Prima del 1829 si trovano ancora delle odi d’amore molto belle, e ci si stupirebbe se dopo aver tanto sofferto di amare senza corpo, Platen non fosse stato tentato da corpi senza anime; tentato, ma non sconfitto.

Quando ci si deciderà a pubblicare il diario completo di Platen, penso che la morale, la psicologia e la letteratura ne guadagneranno molto.

Platen è, secondo me, chiaramente il poeta maschio e uranista dell’amicizia entusiasta e dell’uranismo più elevato. E, come lui stesso ha detto, se è impossibile lodare la sua concezione dell’amore, è temerario incolparla. Volle soddisfare nella maniera più intellettuale e ideale le esigenze della sua natura delicata e ardente, ricercando sempre l’immagine che aveva dentro di sé, cercando di trovare questo nobilissimo specchio, non contento di nessun’altra consolazione che l’amicizia e l’arte, quando gli mancava l’amore. Perché non si devono confondere le sue amicizie e i suoi amori. Le sue amicizie furono durature in quanto erano basate sulle sue solide virtù; i suoi amori non lo furono perché erano un’illusione, un ideale da perseguire, dei simboli di culto.

“Ci sono due anime che si capiscono completamente? Ha detto; che l’uomo cerchi la risposta a questo enigma, cercando degli uomini come lui, fino alla morte, fino a quando potrà cercare e morire.”

In una lettera a Schwab Guslav, da Roma, 16 febbraio 1828, Platen parla di un giovane Waiblinger che aveva scritto una poesia per lui e ne desiderava una. Il poeta rifiutò perché questo Waiblinger gli ripugnava troppo. “Ha talento, ma non abbastanza. La sua permanenza in Italia gli è funesta. Le sue poesie non sono migliori perché ci mette il Pantheon, il Colosseo, ecc.. Ma come volete che si diventi un Sofocle quando si è vissuto come un maiale, cosa che egli stesso ammette ogni giorno, perché la sua franchezza, non teme di essere disgustosa. Lord Byron, è vero, è stato in grado di dare qualche credito ai geni libertini, ma certamente non si è comportato male nemmeno la metà di quanto hanno detto, e poi viveva nel lusso e non aveva bisogno di frequentare taverne e bordelli.”

I rapporti tra veracità, bugie e vita sessuale sono stretti. Gli effeminati sono bugiardi a tutti i livelli, dalla perfidia minuziosa all’incoscienza, fino all’incontinenza delle falsità. Osservano male e riferiscono male ciò che hanno osservato. Si conoscono dagli isterici, dai malati, dai criminali, dagli alienati, le esagerazioni della menzogna e della sessualità.

Le cortigiane o le indipendenti, Ninon de l’Enclos e i suoi seguaci si sono talvolta piccati di essere onesti, cosa che è molto difficile per molti effeminati, e impossibile per un certo numero.

L’uranista, l’unisessuale maschio, come Platen o Michelangelo, che è sincero con se stesso e con gli altri, è in una posizione particolare per quanto riguarda la sua sessualità, una volta raggiunta l’età della ragione.

Il suo temperamento focoso, vivace, infiammabile, gli fa desiderare furiosamente un amore completo senza paura, senza ritegno e senza sospetto, la sicurezza nell’amore, allo stesso tempo ha un ideale del quale non saprebbe fare a meno. Non può fingere di amare qualcuno che non gliene sembra degno per ottenere la dolcezza dell’illusione. Gli effeminati, i presuntuosi, gli avidi, i volubili, i curiosi, quelli che si abbandonerebbero all’apparenza per un po’ di divertimento, non possono capire la posizione dell’uranista che la verità e la veridicità difendono dai piaceri frivoli, dalle passioni ingannatrici, dai rapporti che non durano, e che hanno troppo da fare, troppo da sperare, per ubriacarsi dei piaceri dell’Eros di strada.

Insegniamo in primo luogo la verità, la veracità, la sincerità, se vogliamo che l’uomo sessuale, eterosessuale o unisessuale, non inciampi sotto il peso della sua sessualità.
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[1] Oggetto di queste poesie giovanili è l’amore di una ragazza per il suo beneamato.

[2] La stessa timidezza, la stessa “taciturna natura” [in Italiano nel testo], la stessa lentezza e “ritrosità” [in Italiano nel testo] verso le nuove conoscenze, la stessa testardaggine, la stessa ostinazione. Era contento, come lui, di essere nobile perché poteva più facilmente disprezzare i pregiudizi della sua casta senza essere accusato di invidia. Non gli piaceva neanche la danza. Non poteva abituarsi alla coercizione militare, e provava sempre una certa malinconia, quando non gli piaceva qualcuno o qualcosa.

[3] Ancora una volta devo trascurare parecchie sfumature interessanti e parecchie gradazioni delicate.

[4] Come Michelangelo in molte poesie.

[5] Heine ha commesso l’azione volgare di citare solamente questo emistichio e non il successivo.

[6] Una biografia di quest’uomo interessante è auspicabile.

[7] Pubblicato nel 1860.

[8] A K. T. German.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=136&t=5973

OMOSESSUALITA’ NATURALE E OMOSESSUALITA’ INGLESE

I capitoli di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi sono alquanto eterogenei: i primi si riferiscono a questioni generali, come la diffusione dell’omosessualità in tutte le classi sociali (il caso Wilde aveva accreditato l’idea che l’omosessualità fosse una specie di vizio da ricchi e da raffinati) e la sua naturalità, che Raffalovich coglie nel suo nascere spontaneamente, cioè indipendentemente dall’educazione; i rimanenti sono dedicati all’omosessualità inglese.

La parte dedicata alla naturalità dell’omosessualità è una delle peggiori di tutto il libro perché Raffalovich si lascia andare, uscendo parecchio dal seminato, a dare giudizi sulle donne che sono macchiati da una grossolana misoginia. È evidente che se Raffalovich è informatissimo quando parla di uomini e di omosessualità, si affida a pregiudizi di bassissima lega quando parla di donne e anche di lesbiche.

La parte dedicata all’omosessualità inglese comincia con un insieme di riflessioni sulla pudibonderia inglese di fine secolo, cioè sulla falsa moralità vittoriana, in particolare in tema di omosessualità. Raffalovich si sofferma poi William Rufus (Guglielmo il rosso) e sulla vicenda di Edoardo II e di Gaveston. Proseguirà poi nei capitoli successivi un excursus sui grandi personaggi omosessuali della storia d’Inghilterra e di Francia. Si tratta di esempi forse meno conosciuti dal lettore moderno, ma che per tutto l’800 e oltre hanno rappresentato delle citazioni d’obbligo in ogni discorso che volesse alludere all’omosessualità senza nominarla, citazioni che potevano essere colte nella loro sostanza, cioè come riferimento all’omosessualità, solo da altri omosessuali e potevano, proprio per questo motivo, essere utili per rompere il ghiaccio senza rischiare troppo.

Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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Uguaglianza dell’Unisessualità

In alcuni uranisti e in molti eterosessuali, che non hanno affatto osservato la realtà o riflettuto su di essa, esiste un pregiudizio, secondo il quale l’inversione si trova soprattutto nelle classi superiori: le cause di questo errore abbastanza curioso si trovano in teorie completamente illusorie, secondo le quali l’inversione è prima di tutto il risultato di una decadenza fisica e di una raffinamento psichico, un risultato dell’educazione delle classi superiori, della lettura dei classici, dei piaceri troppo facili, in una parola l’inversione sarebbe insieme una debolezza e un lusso, un’abitudine degli intellettuali o di coloro che sono stanchi di tutto. Sono talmente tanti gli eterosessuali poveri che si vendono, che gli uranisti credono forse che il loro vizio sia aristocratico e intellettuale, e per gli eterosessuali questa è una spiegazione così semplice e soddisfacente come l’esaurimento e la sterilità dei fiori troppo coltivati.

L’inversione congenita o acquisita è molto frequente tra i poveri e tra le persone grossolane. L’esaurimento, d’altra parte è altrettanto frequente in loro che nelle classi istruite; l’alcolismo e la sifilide si trovano ovunque, la malnutrizione, gli eccessi di privazione o di sofferenza o di brutalità, di animalità, hanno effetti simili a quelli della dispepsia e della nevrastenia dei ricchi. Se queste cause agiscono in una classe, agiscono anche in un’altra. Le letture dei classici sono rimpiazzate dalle conversazioni licenziose, la decadenza dei costumi dei bambini e degli adulti è rimpiazzata dalla promiscuità. Probabilmente è più difficile per un uomo del popolo rendersi conto altrettanto anticipatamente della sua inversione, l’uomo del popolo fa probabilmente più tentativi di eterosessualità prima di riconoscersi, ma la differenza è tutta qui. I ragazzi del popolo sono molto più esposti alla seduzione rispetto ai ragazzi delle classi superiori: le notti passate nel letto di un ragazzo più grande o di un uomo finiscono spesso nel mutuo onanismo. Se sono eterosessuali in modo insuperabile, si fermano lì, ma se sono portati all’unisessualità, persistono in tutto questo. Le prigioni i bagni pubblici, le caserme, il lavoro in comune, la fabbrica, sono altrettanti focolai di unisessualità, come la promiscuità delle grandi città, il prossenetismo e le tentazioni di ogni tipo.

Gli assalti dei pederasti, gli assassini che essi commettono e un gran numero di altre circostanze, mettono al riparo da qualsiasi dubbio il fatto che l’inversione acquista o congenita non è un’esclusiva delle classi superiori: solo che le classi superiori se ne fanno una concezione più raffinata e più filosofica.

A priori

Non bisogna stupirsi di vedere l’inversione sessuale congenita in un uomo di buona costituzione e molto equilibrato, in effetti, dato che è dimostrato che alcuni tra gli uomini più gloriosi della storia umana hanno acquisito l’inversione, dato che essa può essere accelerata o prodotta artificialmente, logicamente deve anche potersi manifestare spontaneamente, non dico senza educazione ma senza costrizione esteriore. Non immagino che esista una sola delle modificazioni o delle manifestazioni della natura umana, dovute all’educazione o alla civiltà, che non si riscontri anche spontaneamente, istintivamente.

Un’intelligenza, una sensibilità può essere sviluppata in un modo o in un altro attraverso l’istruzione. Con la buona volontà, lo sforzo interiore e esteriore, si può fare di un bambino molto dotato un essere civilizzato, soprattutto in un certo modo, si può coltivare uno dei suoi sensi più degli altri, farne un artista, un moralista, ma si trovano anche bambini che si sviluppano quasi da soli, che diventano artisti o moralisti a dispetto delle circostanze. Per ogni vocazione che viene creata incoraggiandola, richiamandola, per ogni differenziazione dell’individuo che viene favorita, se ne trova una simile congenita, a priori si sarebbe legittimati ad attendersi di trovare naturalmente e capace di svilupparsi senza alcun aiuto cosciente, tutto quello che l’ambiente o le circostanze possono far diventare da latente evidente.

Questa parola “latente” porta all’asserzione, che tutti gli scienziati accettano, che il sesso di qualsiasi essere umano è indeterminato fino ad un certo momento, che ogni sesso ha delle tracce rudimentali dell’altro, e allora, come ci si può stupire dell’inversione sessuale o dell’ermafroditismo morale?

Si sa che certe situazioni, certe cause, certe abitudini determinano l’esagerazione dei caratteri sessuali latenti.

Dato che le cose stanno così, senza il minimo dubbio, probabilmente si arriverà, in via più generale, a considerare la psicologia sessuale in modo più ragionevole. Se c’è bisogno di situazioni ben determinate, di cause molto semplici da enumerare, perché i caratteri sessuali latenti o secondari si mostrino o divengano esagerati, il carattere umano, l’insieme della personalità umana, certo ben più complicata della superficie del corpo, dimostra in un modo molto più chiaro la sessualità latente.

Un uomo che fosse uomo in tutto sarebbe altrettanto mostruoso di una donna che fosse donna in tutto. Né l’uno né l’altra si adatterebbero alla nostra civiltà. Tutto quello che si chiede loro è solo un insieme di caratteri maschili e di caratteri femminili. Sarebbe come chiedere all’umanità di essere animalità, se si volesse ritrovare in dimensione umana la differenza che esiste tra un gallo e una gallina, tra un’ape e il maschio della sua specie.

Se si esaminassero attentamente gli uomini e le donne, si vedrebbe che la sessualità femminile nel maschio (e vice versa) è molto meno latente psichicamente che fisicamente, negli uomini si ritrova la bontà, la dolcezza, la devozione, che si considerano così femminili, si trova in loro la leggerezza, la mancanza di applicazione, la mancanza di logica e di rigore intellettuale delle donne. L’uomo ha probabilmente più della donna di quando la donna non abbia dell’uomo, e questa è la sua superiorità, ed è lì che essa è evidente. Se è capace di tutti i vizi della donna, si è anche mostrato capace delle sue virtù (si pretende che sia fisicamente più sensibile) ma la sua costituzione fisica lo rende più forte, è più differenziato della donna perché l’intelligenza differenzia più del sentimento. Se le massime sulle donne sono folli per la loro ingiustizia, sono meno ingiuste delle massime sugli uomini.

Gli uomini si somigliano meno delle donne, i libri degli uomini appartengono a molte più categorie dei libri delle donne, anche nei settori che esse hanno affrontato di più. La grande superiorità dell’uomo è di essere meno monotono della donna.

La donna copia l’uomo, lo riflette, più che rassomigliargli. Si crede che le lesbiche abbiano non solo delle andature virili, ma anche dei caratteri virili; è un’illusione piuttosto che una realtà. Se si discute con loro e le si ascolta con attenzione, si è colpiti dalla poca virilità della loro intelligenza. Hanno abitudini e modi di fare da uomini, la voce di un collegiale o di un vecchio, ostentano buon senso, filosofia e cameratismo, ma di altro c’è ben poco. Una lesbica o una donna che si virilizza moralmente non impara ad essere originale e non eccelle in nulla di mascolino, la sua conversazione cessa ben presto di stupire e ci si stupisce invece di avere creduto ad uno spirito maschile che anima questa imitazione inferiore.

Unisessualità inglese

Ipocrisia

Nel capitolo sull’amicizia ho parlato della fantastica ipocrisia inglese; l’ho paragonata al giovane uomo che recitava le litanie della Vergine mentre i suoi amici lo masturbavano. E sono costretto a riprendere questa immagine perché soltanto essa può dare un’idea di questa malattia inglese.

Non mi piace la parola “ipocrisia”, perché questa parola sottintende molto l’atteggiamento da falso devoto. In Inghilterra non ci sono più falsi devoti che altrove; il male di cui soffre l’Inghilterra è molto più profondo. È la paura della gente che in realtà si disprezza e che non conta nulla per noi, è la paura dell’ipocrisia degli altri, è la sublime e beata abitudine di dire e di scrivere menzogne a dritta e a manca e proposito di tutto e “per una buona causa”, per salvaguardare la buona reputazione di una nazione, di una classe, di un individuo. È una cosa che fa piangere, che fa arrabbiare. Il massimo possibile di virtù per un Inglese consiste nello sfidare l’opinione pubblica senza diventare eccentrico. Che perdita di tempo, per un uomo impegnato, abituarsi a non credere più a nessuna delle convenzioni del protestantesimo e dell’agnosticismo! Se si analizza a fondo in lui questo sentimento, sarà classificato, ordinato, finito: sarà o un uomo senza moralità, o uno che ama il paradosso, o uno che non ha avuto i benefici di una buona educazione inglese. Per quanto un uomo disprezzi la virtù, per quanto la calpesti, per quanto pecchi di egoismo, sia vizioso e menzognero, in Inghilterra potrà essere perdonato, ma a una condizione: che egli disprezzi la virtù, ma non la virtù inglese.

Se svela i vizi inglesi, potrà essere perdonato se li fa derivare dalla Grecia, da Roma, dalla Francia, dall’Italia o dall’Oriente. L’Inglese può pervertirsi, ma quello che c’è in lui di inglese non può essere pervertito.

Ogni giorno incontro nuovi esempi di questa malattia britannica. Il sig. Michaël Davitt, padre di famiglia, che è stato sette anni in prigione (è un autonomista irlandese), interrogato dall’ultima commissione che si è appena occupata delle prigioni, non vuole chiamare l’unisessualità con nessun nome. Non vuole parlare affatto di cose così spaventose. Continua a rinchiuderle in perifrasi. A che serve essere un uomo le cui virtù domestiche sono stimate, a che serve avere sofferto sette anni di prigione, a che serve essere stato interrogato da una commissione seria, se si va a finire poi in questo rivoltante pudore? Ci sono pochi uomini che, per una volta nella loro vita, hanno la possibilità di parlare in modo corretto e giusto; è soprattutto in Inghilterra che si ha paura di questa possibilità. È per questo che su questo punto accuso gli Inglesi di essere poco uomini.

La “Biografia nazionale inglese”, che ha richiesto almeno quaranta pomposi volumi per arrivare alla lettera P, è un monumento alla menzogna che in ogni modo è diventata abituale in Inghilterra. È conosciuto, riconosciuto, arci-conosciuto che Giacomo I, figlio di Maria Stuart, fosse unisessuale. Alcuni autori ben noti, a partire da Hepworth Dixon, hanno descritto i giovani che si gettavano sul suo cammino per sedurlo, li hanno descritti prendersi cura dei denti e della bocca per essere più soavi ai baci del re. Tutti sanno che Giacomo era scaltro, pederasta, trascurato e incostante, ebbene, due volte, nella lunga notizia su Giacomo, l’autore ha l’impudenza di dire che la vita privata di Giacomo era pura. Gli stessi dissoluti non ritenevano Giacomo puro. Perché questa fastidiosa menzogna? E come aggiunge splendore alla purezza degli uomini veramente puri, al candore delle anime bianche! Ci si chiede una buona volta se Swift non avesse ragione a considerare spesso sinonimi la sodomia e la fama di castità. Ci si spiega meglio questa paurosa abitudine inglese scoprendo che, fin da tempi antichi l’Inghilterra ha avuto una reputazione sodomitica, reputazione che si fa finta di ignorare ma che persiste con ciò che l’ha provocata. Là dove c’è il bacio (sulla guancia) c’è sodomia, dice Péladan nell”Androgyne”, e questa è evidentemente l’opinione della gente, sempre pronta a sospettare questi vizi in Inghilterra, ma molto intimorita dal dar vista di parlarne, tanto che certi scrittori speculano su queste due inclinazioni inglesi; si spingono sufficientemente lontano da risvegliare la paura della sodomia nelle lettrici e nei lettori, senza che essi o esse osino precisare la loro paura. In Inghilterra c’è una frequente discordanza tra quello che si dice, quello che si pensa e quello che si fa in rapporto all’amicizia, e in questo paese si possono immaginare più facilmente amicizie valorose ed eroiche o pederastiche e sodomitiche che non tenere e un po’ voluttuose e infantili; in modo che le persone che hanno un grande bisogno di questo tipo di amicizia soffrirebbero molto in questo paese, molto più che in Germania o in Austria (a giudicare dalla letteratura di questi paesi).

Thoreau, un famoso scrittore americano, è un bell’esempio di amicizia storica e ideale, fredda e chiara come la cima di una montagna. Ma molte amicizie che non sono che banali e superficiali, hanno le stesse apparenze. Se si ignorasse la maldicenza che incrudelisce nel mondo inglese, si rimarrebbe stupidi dal terrore che ispira a tanti uomini e donne inglesi le cose più innocenti. Il loro terrore sembra assolutamente inspiegabile, perché anche negli altri paesi c’è molta pederastia si si fa molto ricorso al ricatto e all’ipocrisia. C’è bisogno di una diversa analisi psicologica per ogni caso di questo terrore. Dire che si ha una tale paura dell’ombra dell’unisessualità perché si è portati da sé in quella direzione mi sembra difficile e un po’ libertino; la paura della maldicenza, della calunnia, la sensazione oscura che l’uomo eterosessuale e l’uomo omosessuale si assomiglino molto più di quanto non si pensi facilmente e a priori, hanno forse un qualche peso in questa mania nazionale.

Quando non c’è stupidità o ipocrisia deliberata, o prudenza necessaria, c’è in Inghilterra una specie di panico nel pudore degli uomini. E i più temerari a parole, i più fanfaroni della temerarietà, sono i primi a crollare se si credono calunniati o sospettati. È nello stesso tempo una cosa ridicola e penosa da vedere. Gli uomini sensati, ovviamente, non sono così, ma in tutte le società gli uomini sensati non sono certo preponderanti.

Si obietterà che l’eterosessuale ha nei confronti dell’unisessualità il pudore della vergine di fronte all’uomo nudo; e in questo c’è del vero, ma il pudore verginale è lo stesso in tutti i paesi civilizzati. È in Inghilterra che l’uomo (forse perché la donna inglese si crede giudice di tutto, della letteratura come della scienza e della filosofia) ha più paura, finge di più, ed è lì che l’unisessualità ha sempre avuto un ruolo considerevole.

William Rufus

William Rufus (Guglielmo il rosso), figlio di Guglielmo il conquistatore (regna dal 1087 al 1100. Scelto da suo padre per il trono di Inghilterra benché fosse il figlio cadetto) fu a parere unanime (Si veda “William Rufus” di Edward Freeman) un invertito. I Normanni erano molto dediti all’unisessualità e gli storici contemporanei sono molto espliciti quando parlano dell’effeminazione e della sodomia di quei tempi (Oderic Vitalis, Robert Courte-Heusè), ma non bisogna dimenticare che l’effeminazione e la sodomia, anche se indicavano chiaramente unisessualità e inversione, non comportavano sempre vera effeminazione, passivismo determinato e accentuato e sodomia tecnica. William Rufus, per esempio, non era effeminato e l’effeminatezza di allora era qualcosa di molto più maschile di molte virilità di oggi. Quando leggiamo che i sovrani o i nobili erano effeminati, questo significa che si vestivano all’ultima moda, che si rasavano, che si occupavano della loro capigliatura, che si interessavano delle arti rudimentali, di certe delicatezze o raffinatezze, e che erano sospettati di amare il loro sesso, o che il loro amore era fuori di dubbio; e la “sodomia” di cui si parlava, era probabilmente la maggior parte delle volte unisessualità e non c’è bisogno di credere che il coito anale fosse molto più frequente allora di oggi. Certamente c’erano allora come oggi molti sodomiti semi-vergini, e quando nei documenti storici si legge “sodomia”, salvo prova contraria, sarebbe prudente tradurre questa parola con unisessualità. Bisogna ricordarsi sempre che, in Europa, il coito anale criminale, compiuto per provare un piacere speciale, non avrebbe avuto motivo per essere praticato inizialmente su un ragazzo o su un uomo, la donna avrebbe avuto il primo posto per questa esperienza. E l’uomo che avrebbe trovato così una voluttà più intensa e che fosse interessato alla donna in quanto donna non avrebbe avuto una motivazione sufficientemente forte per provare il sesso maschile, la sodomia del medioevo, praticata nelle corti o nei castelli, ovunque ci fossero donne, doveva dunque provenire da cause più complesse e l’inversione congenita o acquisita, l’unisessualità psichica, dovevano giocare il loro solito ruolo.

Rufus non si sposò mai e fu celebre per i suoi costumi unisessuali; quelli che lo circondavano avevano la medesima reputazione. Basta leggere in Freeman il confronto di tutti gli autori che ne parlano: anche la pudibonderia inglese si esprime senza ambage: lo storico, comunque, si consola pensando che i vizi del Greco antico e del Turco moderno erano stati introdotti in Inghilterra dai Normanni; i vizi normanni erano stati accostati al re dal famoso sant’Anselmo. Invece di cercare nelle profondità della natura umana universale si preferisce sempre ritenersi complice di un contagio piuttosto che vittima di se stessi.

Rufus fu forse il primo “gentleman”, dice Freeman, il primo sovrano inglese che sostituì il punto d’onore alla morale poco rispettata e al dovere poco seguito. Quando dava la sua parola in un certo modo, la manteneva. Ed era meno crudele dei suoi tempi. Era empio, non credeva ai giudizi di Dio né alla sua giustizia. Suo fratello Enrico, che aveva un battaglione di concubine e di figli naturali, vedeva male i costumi di suo fratello; Enrico si sposò solo quando salì al trono. Sappiamo da Guillome de Nangis che i due figli di Enrico, che annegarono insieme con molti nobili, erano tutti considerati come sodomiti (1120). Le riforme di Enrico, uomo di una grande immoralità sessuale, ebbero poca importanza in rapporto ai costumi. I libertini che deridevano all’inizio la corte di Enrico e di Matilda e la sua decenza, che fece seguito alla licenza del re celibe Rufus, poterono vedere Enrico che aveva di nuovo delle amanti e dei figli naturali e la “sodomia” del suo figlio legittimo
William.

Edoardo II

Parlerò poco di Edoardo II [1] non perché non sia stato un invertito famoso, ma perché la letteratura si è molto occupata di lui, e perché i suoi amori e i suoi dolori furono romanzeschi. Molto bello, grande, ben fatto, costante nella sua passione per Piers Gaveston, Edoardo II, se non fosse stato re d’Inghilterra e marito di Isabella di Francia, non avrebbe attirato su di sé i fulmini degli storici, non avrebbe sofferto tanto, e probabilmente non sarebbe morto tragicamente.

Suo padre Edoardo primo lo aveva fatto allevare con il giovane figlio di un cavaliere basco o guascone, Piers Gaveston (o Perot), ragazzo affascinante, bello, gioioso. L’attaccamento del principe per il suo compagno divenne così stretto che il re, irritato, mandò in esilio Piers e vietò a suo figlio di farlo ritornare.

Prima di morire il re ribadì quel divieto, ma Edoardo II (che aveva 23 anni), appassionatamente legato a Piers, lo fece richiamare immediatamente, gli donò la contea di Cornovaglia e una principessa del sangue come moglie e lo colmò di ricchezze, lo innalzò al primo posto del regno. I nobili furiosi, disprezzando l’intruso e i suoi bassi natali si coalizzarono contro di lui. Piers li trattava con insolenza, sicuro dell’amore del re. I baroni costrinsero il re a esiliare Piers, e Piers partì per essere viceré d’Irlanda, ma Edoardo non poté fare a meno di lui e lo richiamò: all’atto del suo matrimonio con Isabella di Francia, Edoardo fece portare la corona da Gaveston e si fece mettere gli speroni d’oro dal fratello del re di Francia e dal favorito. Si è sostenuto che Edoardo abbia passato la notte delle nozze con Piers al posto della regina. C’erano allora gli elementi di una tragedia in una tale passione, nell’aver gettato una tale sfida ai nobili e alla regina.

Ci furono delle rivolte. Piers fu ucciso a tradimento dallo stesso Warwick (quello che lui chiamava cane nero) e il re fu disperato. Il posto dove Piers fu ucciso è misterioso e oscuro, in mezzo agli alberi e ai fiori. Marlowe, uno dei grandi poeti inglesi, ha celebrato Piers Gaveston nella sua tragedia Edoardo II. Edoardo ebbe un secondo favorito, e morì in prigione, assassinato brutalmente dopo un regno di vent’anni. Sembra che il regno e il matrimonio gli abbiano procurato una fine così deplorevole. Anche Drayton, un poeta celebre, si è occupato di Edoardo e di Piers. E certamente hanno avuto entrambi ragione nel cogliere l’aspetto romanzesco di una passione così folle e infelice. Dal punto di vista della psicologia e della sentimentalità, Edoardo e Piers si trovano accostati agli amanti tragici: pochi sovrani hanno combattuto per il loro favorito o per la loro favorita come Enrico.[2]
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[1] Regna dal 1307 al 1327, unico figlio sopravvissuto, e il più giovane, dei quattro figli della spagnola Eleonora.

[2] Drayton (1563-1631); Marlowe (1564-1593).

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IL ROMANZO DI UN INVERTITO NATO (quarta parte)

L’indomani, quando ci alzammo, non osavamo scambiarci un solo sguardo, la vergogna era subentrata momentaneamente ai nostri folli ardori e l’aria fresca del mattino ci aveva fatto smaltire la sbornia. Per tutta la mattina non scambiammo che qualche parola ma la sera, dopo che andammo a letto, soli nell’oscurità profonda, il desiderio mi assalì di nuovo, mi alzai trattenendo il respiro e andai a trovarlo.

Era sveglio e mi aspettava, così mi disse.

Durante quella notte prolungammo al massimo la nostra voluttà e credo anche che nessuno sia mai stato né più innamorato né più ardente di come eravamo noi. Ci torcevamo negli spasimi della lussuria, quasi deliranti, e le mie carezze eccitavano in lui tale voluttà che mi prese un piede e follemente lo baciò.

In questa notte venne meno ogni freno, e passammo quasi tutte le notti uno nel letto dell’altro ad abbracciarci e a coccolarci. “Che belle guance hai, mi diceva, sono più dolci di quelle delle donne, e i piedi, si direbbero quelli di un bambino”. Questi discorsi mi facevano trasalire dalla gioia ; non desideravo più di essere una donna, perché trovavo questa passione terribile molto più saporosa e gradevole, superiore a quello che può offrire l’amore più conosciuto, che d’altra parte non mi attirava affatto.

Mi innamorai talmente di questo bel ragazzo che arrivai ad amarlo più di qualunque cosa al mondo e non ebbi pensieri che per lui. Volli vederlo bello e ben sistemato; gli feci fare una uniforme nuova ed elegante a mie spese e volli vederlo gentile, profumato e perfettamente in ordine. Non mi mancava il denaro e lo spendevo a piene mani e senza rimpianto per lui. All’inizio non voleva accettare niente da me, ma poi io lo forzavo e prendere quello che gli regalavo. Lui non chiedeva mai niente ma io sapevo di che cosa aveva bisogno e sapevo prevenire tutti i suoi desideri. Volevo che mangiasse con noi, ma non volle, per non infastidire i miei compagni e perché qualche maligno non sospettasse della nostra amicizia troppo ardente. Io mi staccavo il più che potevo dai miei compagni trovando molti pretesti per assentarmi e non prendere parte ai loro divertimenti.
Mi isolavo completamente da loro quando loro andavano a passeggio o al teatro; mi chiudevo nella camera mobiliata che avevo preso in affitto in città e dove il mio amico veniva a raggiungermi soprattutto la domenica e i giorni di festa. Lì c’erano dissolutezze, pranzi raffinati e cene carine testa a testa; e quasi tutto finiva nello stesso modo.
Il pensiero del mio amico mi occupava incessantemente e non mi abbandonava mai; avrei sacrificato tutto per lui, e poi prendevamo piacere l’uno dell’altro solo nel modo più innocente, voglio dire meno criminale.

Non era abituato ai profumi, alle acque profumate in cui io mi immergevo e pur essendo sempre perfettamente pulito non si riconosceva in raffinatezze di questo tipo che comunque lo affascinavano. Secondo la moda, io portavo delle camicie da notte di seta a cordoni, che avevano un buon profumo ed erano così dolci da toccare! Gli alimenti forti e il buon vino di cui lo nutrivo agivano potentemente su questa natura che non si riconosceva nella vita raffinata e dolce ma ne sentiva tutta la voluttà.

Quando veniva a casa, io ero quasi sempre a letto; mi baciava dicendo: “O Dio! Che moglie carina saresti! Ma, che importa? Tu sei comunque la mia mogliettina!” E nell’oscuro cubicolo sussurravamo, ci accarezzavamo senza sosta e ci scambiavamo caldi baci nel gran letto sul quale c’era un lino bianco e sottile che avevo portato dalla casa di mio padre. Molto diverso dal lenzuolo ruvido dei soldati.

Godevo poi del massimo piacere quando di domenica o nei giorni di festa, ci lavavamo insieme nell’acqua calda dei bagni di questa città. Nella stessa stanzetta c’erano due vasche la cui acqua annusavamo, ed era profumo di tabacco. Spesso ci stendevamo nella stessa vasca e restavamo abbracciati a lungo nell’acqua calda.

Il mio amico si abituò veramente a me, tanto che non poteva fare a meno di me come io non potevo fare a meno di lui. Non era mai stato così amato e non aveva mai gustato insieme tutti i piaceri che io gli offrivo. Facevamo anche delle escursioni in carrozza cabriolet nei dintorni della città. Lui guidava attraverso i campi illuminati dalla luna e noi gustavamo una felicità perfetta.

Voleva anche mostrarmi la sua amicizia e testimoniarmi che pensava a me come a se stesso. Un giorno in una della nostre passeggiate di reggimento, saltò un enorme fossato per darmi un grappolo d’uva che io desideravo; in conclusione, mai dei veri amanti sono stati così felici e hanno avuto in cuore una passione più grande della nostra. L’orribile e maledetto ardore che mi bruciava, fin dalla prima infanzia, aveva alla fine trovato la sua strada e il suo sviluppo e aveva trascinato con sé un essere veramente incolpevole dei suoi errori e che solo una maledetta passione aveva morso e avvelenato. Mi sono spesso rimproverato di aver reso colpevole di tali diversità e di avere demoralizzato col mio esempio e la mia influenza un ragazzo che forse non sospettava nemmeno delle passioni così abominevoli. Comunque allora non pensavo a nulla e non trovavo nella mia condotta nulla di condannabile. Solo più tardi il rimorso mi ha afferrato e ho amaramente rimpianto il mio errore e il suo.

Il nostro anno di servizio militare volgeva ormai al termine e (cosa che un anno prima avevo creduto impossibile) vedevo approssimarsi la mia partenza con un vero terrore, l’idea di dovermi separare per parecchio tempo, se non per sempre, dal mio amico, mi era insopportabile, e spesso la notte ne piangevamo insieme.

Lui doveva ancora fare parecchi anni e vedeva con dolore il momento di restare solo e solato lì dove aveva avuto un amico così fortemente attaccato a lui. Non vi dirò tutto quello che abbiamo sofferto allora e nei giorni che precedettero la nostra partenza. Io avevo molto trascurato i miei compagni negli ultimi tempi e benché essi non sospettassero nulla, vedevano con dispiacere che o preferivo un ragazzo che loro non consideravano come uno del nostro rango.

Alla fine il giorno terribile arrivò, ci salutammo nella nostra camera dove avevamo passato tante belle ore e io ritardai la mia partenza per poter godere una volta ancora del mio caro ed amato amico. Gli lasciai tutto il denaro che avevo e anche molti oggetti come ricordi e gli raccomandai di scrivermi il più spesso possibile, lui me lo promise e alla fine partii.

Al ritorno nella mia casa paterna, provai una spaventosa sensazione di vuoto e le abitudini della famiglia mi sembrarono insopportabili. Tutti mi accolsero nel modo più caloroso e fui coccolato nel modo più tenero. I miei nervi erano distrutti e una malinconia insuperabile mi teneva invincibilmente prostrato, ebbi delle crisi e delle febbri nervose talmente forti che mi consigliarono di cambiare aria per qualche tempo e di andare nell’Italia meridionale. Tutto fu inutile, la mia sola consolazione era nelle lettere che ricevevo ogni tanto.

Comunque, dopo tre mesi tornai perfettamente in salute e cominciai ad occuparmi di nuovo di pittura e di letteratura, cose che mi interessavano molto. L’immagine del mio amico si sbiadì ben presto e perse tutto il suo charme e la sua vivacità. Mi scriveva ancora qualche volta ma io non rispondevo che a lunghi intervalli con lettere via via più fredde. Smise ben presto di scrivere e io non ne fui gran che dispiaciuto.

Sei mesi dopo la mia partenza, il suo reggimento cambiò guarnigione e lui fu ucciso con un colpo di pistola da uno dei suoi compagni ubriachi che aveva avuto una discussione con lui su una faccenda relativa al servizio. Morì sul colpo sulla strada bordata di abeti che si stende tra la città e la fortezza. Il suo assassino fu condannato al carcere a vita. Non ho rimpianto quella morte, che ho appreso dai giornali e della quale ho saputo dei dettagli da un sottufficiale che ho incontrato più tardi. L’amicizia troppo ardente che avevo avuto per lui si era consumata anch’essa e non ne restavano neppure le ceneri. Non avrei avuto nessun piacere nel rivederlo e mi sarei vergognato per lui e per me. La terra conserverà questo segreto e solo queste pagine ve lo faranno conoscere. Non ho detto che la pura e semplice verità, siete libero di non crederci; questo denudamento vi sembrerà romanzesco ma è comunque molto reale.

Ho vissuto sempre in solitudine, vergine, e senza nessun gusto per la vita dalla quale non ricevo alcuna gioia. Il desiderio dell’uomo mi perseguita ancora, ma non avendo più occasione di lasciarmi andare non ricadrò quasi sicuramente nell’orribile errore dei miei sensi. Non avrò famiglia, né figli, mai. Tutti sono sorpresi di vedermi triste e depresso alla mia età, con la mia figura, nella mia posizione. Se voi mi conosceste, Signore, condividereste questa sorpresa? Non credo. Tutti si tormentano per sapere la causa della mia tristezza e della mia desolazione. Io mi sono quasi ritirato dal mondo e vivo, con gran stupore di tutti, in una solitudine quasi completa. La mia salute si indebolisce parecchio, cosa che constato con piacere, perché anche se ho paura della morte, vorrei già essere morto.

Perdonatemi, Signore, per queste pagine orribilmente scritte, ma non le ho nemmeno rilette, perché se lo facessi non le spedirei più. Una malattia così terribile dell’anima non meritava forse di essere descritta o almeno conosciuta dal gran raccoglitore di documenti umani del nostro tempo? Non so se voi potrete cavare qualcosa dalla terribile passione che vi ho confessato, comunque sono contento di avervela fatta conoscere. Se nelle sublimi descrizioni delle miserie umane la miseria che mi affligge può trovare un qualche spazio, per favore, Signore, non rendetemi troppo odioso. Ho vissuto con la morte nell’anima e non ho più alcuna gioia da attendermi qua giù. Io mi sento colpevole e colpito da una fatalità terribile alla quale non posso sfuggire. Non sono forse abbastanza punito?

Ecco, sono cinque ore che scrivo e per la fatica la penna mi cade di mano; se ho potuto aiutarvi in qualcosa con queste pagine non rimpiango certo il tempo che ho impiegato a scrivervi, anche se questo non è il terribile motivo che mi ha messo la penna in mano.

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AMORE GAY TRA I CARRI ARMATI

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Pubblico con immenso piacere alcune pagine di diario che, attraverso minimi cenni, raccontano una storia d’amore gay nata sul campo di battaglia. Ringrazio Massimo che ha voluto inviarmela.

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10 Giugno 1940 [1], ore 21 – Oggi pomeriggio ho provato l’orgoglio di essere Italiano. Abbiamo ascoltato alla radio il discorso infiammato del Duce! Finalmente siamo in guerra! W l’Italia! Popolo Italiano, corri alle armi! E dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore! Abbiamo quasi 250.000 uomini in Libia e possiamo spazzare via gli Inglesi dall’Egitto!

Michele qualche volta non lo capisco, questo deve essere un momento di orgoglio, finalmente potremo dimostrare quanto valiamo, ma è come se lui fosse spaventato da quello che ci aspetta, dice che sarà dura, che qui in Africa siamo più forti degli Inglesi ma che arrivare ad Alessandria non sarà facile e che lo vedremo sul campo che gli Inglesi la guerra la sanno fare.

11 Giugno – Il generale Berti [2] qui ha 5 divisioni sul confine e artiglieria e carri armati, poi non capisco che paura dobbiamo avere, Balbo [3] la guerra se l’aspettava certamente e tutti dicono che si è preparato bene, però è pure vero che i carri L3 sono proprio Arrigoni [scatolette di sardine], sono carri da tre tonnellate e un carro del genere è veramente una scatoletta di sardine. Ho cercato di fare capire a Michele che gli Italiani non hanno nulla da temere dagli Inglesi, ma lui dice che gli Inglesi sono un osso duro.

12 Giugno – Oggi le scatolette di sardine si sono comportate bene, abbiamo ributtato indietro le truppe inglesi e le abbiamo inseguite fino quasi a Sidi Omar. Io non capisco perché non ci danno l’ordine di attaccare. Eravamo quasi a Sidi Omar ma ci hanno dato l’ordine di tornare indietro. Oggi Michele ha visto che sul campo di battaglia gli Italiani ci sanno fare! E l’ho visto proprio sorridere, ma anche lui non ha capito il senso del ritirarsi.

13 Giugno – Oggi il capitano ci ha spiegato che gli Inglesi a Sidi Omar hanno le autoblindo che nella sabbia si muovono molto più facilmente delle nostre scatole di sardine e che non le hanno fatte uscire per farci avvicinare e per darci poi il colpo micidiale, il comando lo ha capito e non è caduto nella trappola.

14 Giugno – Giornata di totale attesa. Il morale è alto, resto a lungo a parlare con Michele, mi piace questo ragazzo, è forte però anche gentile, lui è abruzzese e così sono gli abruzzesi. Mi ha detto che anche lui si è arruolato volontario, ma io l’ho fatto perché nel Duce ci credo e credo nei destini della Patria, ma lui in queste cose mi pare un po’ più freddo, forse, anche se avantieri era proprio contentissimo della vittoria.

15 Giugno – Un’altra giornata interminabile però ho parlato molto con Michele, comincio a pensare che abbiamo veramente molto in comune, anche se adesso dobbiamo pensare alla guerra.

16 Giugno Domenica – Finalmente il contrattacco verso Sidi Omar e abbiamo vinto! Ho provato dei brutti momenti, le autoblindo sono veramente micidiali e adattissime alla guerra nel deserto ma non abbiamo mollato e alla fine gli Inglesi si sono ritirati. Quando abbiamo fatto dietro front per tornare alla base ho visto tanti dei nostri Arrigoni in fiamme e ho avuto il terrore che Michele ci avesse lasciato la pelle. Il solo pensiero mi ha fatto stare male, ma poi ci siamo ritrovati. Effettivamente per mettere fuori combattimento un nostro L3 basta un fucilone anticarro a spalla. La sera ci siamo divertiti io e Michele, abbiamo scherzato tanto, gli ho detto che avevo avuto paura che lui fosse morto e mi ha detto che la stessa paura l’aveva avuta anche lui e che poi nelle scatole di sardine, sotto il sole si creperebbe anche se gli Inglese non ti sparassero addosso. Come siamo ridotti adesso, prima di riprendere i combattimenti dobbiamo aspettare dei rimpiazzi. Il capitano mi ha detto che abbiamo perso quasi la metà degli L3 e purtroppo anche gli uomini che ci stavano dentro.

17 Giugno – Vuoto totale, passo la giornata con Michele a cercare di rimettere in funzione qualche scatoletta di sardine non troppo ammaccata. Sto bene con Michele, si ride, si scherza, se la guerra è questa non è poi così terribile, anche se quando penso agli uomini che sono morti oggi mi sento completamente sottosopra.

18 Giugno – Più parlo con Michele più mi convinco di una cosa. Potrei anche sbagliare però la sensazione è quella.

19 Giugno – Di ricognizione insieme con Michele andiamo avanti e indietro per il confine ma di Inglesi nemmeno l’ombra. A un certo punto ci troviamo vicino a un nostro carro L3 bruciato, ci avviciniamo, quello che abbiamo visto credo che non lo dimenticheremo per tutta la vita, gli uomini non sono morti sul colpo ma sono morti bruciati perché il colpo ha deformato la lamiera e i portelli non si sono aperti. Morire così deve essere terribile! La sera non abbiamo nemmeno mangiato e siamo rimasti un po’ fuori ma senza stenderci per terra perché tra scorpioni e serpenti se ti addormenti rischi di finire avvelenato.

20 Giugno – Servizio di cucina con Michele e con gli altri, giornata noiosissima, non potevo parlare seriamente con Michele perché c’erano gli altri, ma mi sa che quello che avevo pensato è proprio vero.

21 Giugno – Caldo soffocante. Ho chiesto a Michele perché si è arruolato volontario e mi ha detto che anche se c’è la guerra, forse sta meglio qui che a casa. Gli ho chiesto il perché ma è stato evasivo.

22 Giugno – Il capitano dice che i rimpiazzi tardano ad arrivare perché oltre il fronte egiziano c’è quello franco-tunisino e Balbo deve provveder a entrambi. Con Michele ormai ci capiamo al volo, in pratica ci siamo capiti, direi che oggi mi sono passati anche gli ultimi dubbi.

23 Giugno – Nessuna traccia degli Inglesi. Stiamo qui a fare nulla! Abbiamo recuperato qualche altro carro poco danneggiato. Anche il capitano non sa che dire, aspetta ordini che non arrivano. Con Michele finalmente abbiamo parlato chiaro. E adesso? Anche perché simo pure in guerra e proprio non vorrei che finisse male. La notte scorsa ho avuto gli incubi pensando agli uomini che sono morti bruciati, ne ho parlato con Michele e mi ha abbracciato per cercare di farmi stare tranquillo.

24 Giugno – Bellissima giornata con Michele, distaccati per aspettare ordini vicino Bardiah, tra noi e gli inglesi meno di 10 chilometri ma degli Inglesi nemmeno l’ombra. Facciamo il bagno in mare lasciando i vestiti sulla spiaggia, poi succedono alcune cose. Dopo un’ora siamo al campo, ma non ci sono ordini. Torniamo verso il deserto al nostro campo. È stata proprio una bellissima giornata e sono stato proprio bene.

25 Giugno- Con Michele tutto bene ma in pratica ci siamo parlati pochissimo perché sono arrivati 6 uomini di rinforzo, praticamente niente, e io li ho dovuti istruire su come si usano gli L3. Con Michele ci siamo visti solo la sera, perché lui è andato in ispezione la nelle retrovie e quindi io non ero preoccupato.

26 Giugno – Come vorrei che finisse la guerra! Prima la desideravo tanto ma mi sembra che sia durata già troppo, vorrei essere congedato domani. Così potrei tornare in Italia con Michele e potrei anche andarmene in Abruzzo.

27 Giugno – Con Michele abbiamo deciso che è meglio avere pazienza. Il capitano mi ha chiamato e mi ha detto di non dimenticare mai che siamo soldati e mi sa che ha proprio ragione.

28 Giugno – Sento alla radio una notizia incredibile è morto Italo Balbo, è rimasto ucciso mentre era di ritorno da una ricognizione in territorio egiziano. Il suo aereo è precipitato in fiamme durante un’azione di bombardamento nemica su Tobruk, cioè non al confine egiziano ma ben dentro il territorio libico, così ha detto la radio. Ma che fine assurda! Lui, un asso dell’aviazione! Il capitano dice che l’andamento della guerra dipenderà tutto da chi sostituirà Balbo. Il capitano ha capito quella cosa ma non detto nulla, oggi ha parlato solo di Balbo. Giornata splendida con Michele.

30 Giugno – sono arrivati degli uomini che erano a Tobruk quando è caduto il Savoia-Marchetti di Balbo, hanno raccontato che alle cinque e trenta del pomeriggio hanno sentito la cannonata che lì è il segnale di attacco aereo, 9 bimotori inglesi carichi di bombe, arrivano dal mare a gruppi di tre, dritti su Tobruk2, perché lì c’erano i nostri aerei da caccia. Ma i nostri decentrano tutti gli aerei in posti lontani uno dall’altro proprio per evitare che con una incursione si possano subire grossi danni. Dal porto si vedeva una enorme colonna di fumo nero. Solo quando è arrivato il terzo gruppo si è sentito qualche cannone della contraerea italiana. L’azione inglese era stata fulminea e ci aveva colto di sorpresa. I bimotori inglesi si sono allontanati controsole per evitare la contraerea. I nostri si aspettavano un’altra ondata di bombardamento. Poi hanno sentito le ambulanze correre verso Tobruk2. Poi di nuovo hanno sentito un rombo di motori d’aereo nella stessa direzione controsole verso dove si erano allontanati i bombardieri. Si aspettavano un’altra ondata di bombardamento. Gli apparecchi erano due e controsole non di distinguevano bene, a un certo punto uno ha gridato che erano italiani, erano Savoia-Marchetti 79, Ma non aveva fatto tempo a dirlo che la contraerea si era scatenata. Dal porto, dall’incrociatore San Giorgio e dai sommergibili in rada è stato un inferno. Pensavano tutti che fossero aerei inglesi, altrimenti la contraerea non avrebbe sparato, ma qualcuno aveva visto benissimo che erano 79, uno dei due arei si è allontanato verso nord, l’altro è stato colpito ed è precipitato, poi l’altro aereo è tornato rendendosi visibile ed era proprio un 79. Quello abbattuto era quello di Balbo. Balbo buttato giù dalla contraerea Italiana che aveva appena subito un bombardamento inglese senza sparare un colpo! Il colonnello è stato a sentire il racconto di quelli che stavano a Tobruk, e ha fatto una smorfia, come a dire che i conti non tornavano.

5 Agosto – Oggi c’è stata battaglia a Sidi Aziz, e abbiamo ributtato indietro gli Inglesi, ma non capisco perché non danno l’odine di avanzare, più aspettiamo più gli Inglesi si organizzano. Stavo con Michele su un L3 ma non è stato uno scontro difficile, penso che gli Inglesi si aspettassero un attacco in profondità e invece abbiamo avuto l’ordine di ripiegare. Di Graziani [4] non so quasi nulla, e non so se si intenda di guerra nel deserto, perché questa è una guerra molto particolare, qui i problemi sono soprattutto il caldo, la mancanza di acqua e di carburante e la sabbia che entra dappertutto al punto che i camion non funzionano più e poi non ci sono strade e i mezzi a ruote si insabbiano. Quanto tira il Ghibli non si vede nulla e la sabbia entra nei polmoni. Non vedo l’ora che finisce la guerra!

21 Agosto – Siamo stati aggregati a una brigata nuova arrivata dall’Italia con gli M11/39, sono dei carri da 11 tonnellate, non sono carri pesanti ma a me sembrano potentissimi, niente di simile agli L3. Il colonnello dei carristi ci ha detto che presto arriveranno gli M13/40 che sono molto più maneggevoli e moderni. Comunque anche l’M11 non è male, ha un cannoncino da 37 in casamatta e due mitragliatrici Breda binate in torretta. Peccato che il cannone in casamatta non è molto brandeggiabile, se fosse in una torretta mobile avrebbe l’orizzonte a 360 gradi. Comunque la corazza è di 15 millimetri quindi per sfondarla ci vuole un cannone grosso. Con Michele va tutto bene e poi adesso tutti pensano che stia per arrivare l’ordine di attacco e hanno altro da pensare.

26 Agosto – Il colonnello dice che nelle retrovie c’è molto movimento. Presto entreremo in Egitto e ci batteremo con gli Inglesi. Ci sarebbero 3 divisioni italiane e due libiche pronte a passare il confine.

27 Agosto – Noi siamo a ridosso del confine e qui sembra tutto tranquillo, ma gli ufficiali sono in fermento, urlano che deve essere tutto pronto.

10 Settembre – Il colonnello ci ha detto che il grosso dell’armata è in arrivo. Ci mandano nelle retrovie a dare informazioni sulla viabilità. Ho visto tutta la potenza dell’esercito italiano, una massa immensa di uomini e di mezzi.

11 Settembre – C’è molta confusione. Abbiamo cercato di fare capire che i camion fuori delle strade non potevano camminare perché si sarebbero certamente insabbiati, le strade poi non erano adatte per una fila lunghissima di mezzi pesanti. Nessuno ci dava retta. Gli ufficiali davano ordini impossibili da eseguire nel deserto, mancava un coordinamento. Abbiamo provato a fare capire che oltre confine la situazione sarebbe stata molto peggiore. Per tutta risposta ci hanno rimandato al nostro campo.

12 Settembre – Il colonnello ci ha avvisato che l’armata si stava riorganizzando prima di passare il confine. Il colonnello diceva che gli stati maggiori prima non si rendevano conto delle difficoltà sul campo ma adesso avevano dovuto fare i conti con il deserto e quindi l’attacco non sarebbe arrivato prima di una decina di giorni.

13 Settembre – Il colonnello è nero! Cinque divisioni anno avuto l’ordine di entrare immediatamente in Egitto ma a suo dire non erano in condizioni logistiche adeguate per una cosa simile. In serata anche noi riceviamo l’ordine di entrare in Egitto. Partiamo immediatamente. Noi carristi pensavamo di rimanere uniti per fare fronte contro gli Inglesi, ma dobbiamo separarci in piccoli gruppi a protezione delle truppe non corazzare.

15 Settembre – Conquistiamo il passo Halfaya.

16 Settembre – Occupiamo Sidi El Barrani.

18 Settembre – Tutta la X Armata si ferma intorno a Sidi El Barrani, avanzare verso Marsa Matruh senza approvvigionamento idrico è impossibile.

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Il diario di Antonio termina qui. Il 9 dicembre 1940 il generale O’Connor, attaccando Sidi El Barrani, dà inizio alla operazione Compass, destinata a cacciare la X Armata italiana dall’Egitto. Alla fine dell’operazione Compass la X Armata italiana è distrutta, 130.000 soldati italiani sono stati catturati dagli Inglesi, le forze britanniche tengono stabilmente la Cirenaica ed sono pronte a muovere contro la Tripolitania. Mio nonno (che era anche lui del 1920, come Antonio, l’autore del diario, e Michele) ricevette queste pagine da Antonio di cui era diventato amico. Lui aveva capito che rapporto c’era tra Antonio e Michele ma con quei ragazzi si trovava a suo agio e in pochi giorni erano diventati amici.

Ma la storia non finisce qui, sia Antonio che Michele furono catturati dagli inglesi e furono mandati nello stesso campo di prigionia in Scozia. Mio nonno invece finì in un campo diverso perché fu catturato più tardi. Antonio e Michele alla fine della guerra rimasero in Scozia e aprirono insieme un piccolo ristorante. Mio nonno andò a trovarli e si trattenne da loro una settimana. Antonio è morto nel 2004 e Michele nel 2006. Quando ero ragazzo, mio nonno mi raccontò per la prima volta la storia di Antonio e Michele e mi disse che dovevo avere il massimo rispetto per queste persone. Sul momento non capii che cosa volesse dire, poi, crescendo, credo di aver capito. È proprio per rispetto di queste persone che ti mando questo scritto perché tu possa farlo conoscere a chi è in grado di capire.
Massimo
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[1] Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò nella seconda Guerra mondiale a fianco della Germania, contro la Francia e l’Inghilterra. Mussolini pronunciò un famoso discorso dal balcone di Palazzo Venezia a Roma. Il discorso si concludeva con questa esortazione: “Popolo Italiano, corri alle armi! E dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio, il tuo valore!”
[2] Comandante della X Armata italiana In Libia.
[3] Al momento della dichiarazione italiana di Guerra, il 10 giugno 1940, Italo Balbo era Governatore Generale di Libia e Comandante in capo dell’Africa Settentrionale Italiana e divenne responsabile della pianificazione dell’invasione dell’Egitto.
[4] Quando l’Italia entrò in guerra, Rodolfo Graziani era Capo di stato maggiore del Regio Esercito. Dopo la morte di Balbo (perito in un incidente per fuoco amico) il 28 giugno del 1940, Graziani prese il suo posto come Comandante in capo dell’Africa Settentrionale Italiana e come Governatore generale della Libia.