AMORE GEMELLO: LETTURA GAY DI UNA NOVELLA DI BAYARD TAYLOR

Un paio di giorni fa ho ripreso la traduzione di “Giuseppe e il suo amico”, un Romanzo di Bayard Taylor considerato il primo romanzo gay americano, pubblicato nel 1870. Ovviamente quel romanzo non parla mai in modo esplicito di omosessualità, cosa sostanzialmente impossibile all’epoca e tanto più per un autore di notevole fama come Taylor, ma Taylor, che, anche se si sposò due volte, era omosessuale e ha lasciato un epistolario che non lascia dubbi in proposito, nel suo romanzo ha riprodotto atmosfere e momenti che sono così tipicamente gay che un lettore gay non può non riconoscerle, come avviene quando un lettore gay legge certe pagine Thomas Mann. Leggendo qua e là tra le opere di Taylor ne ho trovata una “Twin-Love” (1871) che a me è piaciuta molto e che ho tradotto per voi. Il testo presenta però molte volute ambiguità che si basano sul fatto che il pronome you è sia singolare che plurale. Il nucleo della storia è costruito sulla inseparabilità di due gemelli, David e Jonathan (i nomi non sono affatto casuali, ma si riferiscono al rapporto tra il futuro Re Davide e Jonathan figlio del Re Samuele. Davide, dopo la morte di Jonathan, dirà di Jonathan: “Ti ho amato più di come si ama una donna!” Il Jonathan di Taylor si sposerà ma questo porterà ad una separazione dal fratello dolorosa ma non definitiva. Molti dialoghi e molte situazioni ricalcano esattamente il rapporto di due amanti omosessuali che sono insperabili e il trauma che segue al matrimonio di uno dei due. Ciò che rende “Amore gemello” più bello di “Giuseppe e il suo amico” è la presenza di Ruth la moglie di Jonathan che in realtà ama entrambi i fratelli allo stesso modo, cosa che non dà adito a facili colpi di scena alla maniera di Plauto ma è trattata con estrema finezza psicologica Il personaggio femminile di Ruth demolisce il mito della coppia etero e tende a legittimare una unione a tre, almeno a livello affettivo, mentre in “Giuseppe e il suo amico” il personaggio femminile di Julia, che domina gran parte del romanzo, è tratteggiato in un modo che lascia trasparire più di qualche vena di misoginia, anche se Julia appartiene ad una classe sociale alta che è il vero obiettivo delle critiche di Taylor.
Vi lascio ora alla lettura del testo. La traduzione è letterale e un po’ rudimentale, ma modificarla comporta il rischio di una certa riscrittura della narrazione, cosa che ho voluto evitare. Ovviamente aspetto i vostri pareri.
___________

AMORE GEMELLO

Quando John Vincent, dopo aver aspettato dodici anni, sposò Phebe Etheridge, l’intero quartiere sperimentò quel senso di sollievo e di soddisfazione che segue il trionfo del bene.

Non che il fatto di un vero amore sia mai generalmente riconosciuto e rispettato quando viene scoperto per la prima volta; poiché nella natura umana americana esiste una qualità perversa che non accetterà l’esistenza di alcuna passione fine e altruistica, finché non sarà stata attestata e stabilita oltre ogni possibile dubbio.

Ci furono due punti di vista diversi sulla questione quando l’amore di John Vincent per Phebe e la dura proibizione del matrimonio da parte del vecchio Reuben Etheridge divennero noti per la prima volta alla comunità.

Le ragazze, i ragazzi e alcune delle matrone si schierarono subito al fianco degli innamorati, ma la grande maggioranza degli uomini più anziani e alcuni dei giovani sostenevano il padre tirannico.

Reuben Etheridge era ricco e, oltre a ciò che sua figlia avrebbe ereditato naturalmente da lui, lei possedeva già più del suo amante al momento del fidanzamento. Questo, agli occhi di un gruppo, era una ragione sufficiente per l’ostilità del padre.

Quando le nature basse vivono (come quasi invariabilmente fanno) interamente nel presente, non ricevono tenerezza dal passato né avvertono le possibilità del futuro. Sono gli uomini e le donne eccezionali che ricordano la loro giovinezza.
E quindi, questi innamorati ricevettero una quantità quasi uguale di simpatia e condanna; e solo lentamente, in parte attraverso la loro calma fedeltà e pazienza, e in parte attraverso il miglioramento delle circostanze mondane di John Vincent, l’equilibrio cambiò. Il vecchio Reuben rimase un despota implacabile fino all’ultimo: se qualche dolcezza arrendevole toccava il suo cuore, la nascondeva severamente; e una tale deduzione si può trarre dal fatto che lui, certamente sapendo cosa sarebbe accaduto dopo la sua morte, lasciò in eredità a sua figlia la quota di beni che le spettava, ed era tutto ciò che poteva essere considerato una forma di consenso.

Si sposarono: John, un uomo grave di mezza età, esposto alle intemperie e logorato da anni di duro lavoro e abnegazione, ma non ancora oltre il recupero di una seconda giovinezza più mite; e Phebe una donna triste e stanca, il calore del cui desiderio era esaurito e dalla quale la gioventù e le sue capitolazioni inimmaginabili di speranza e sentimento si erano allontanate per sempre.

Cominciarono la loro vita matrimoniale sotto l’ombra della morte dalla quale esso derivava; e quando, dopo una cerimonia in cui né la damigella d’onore né il l’amico più caro stavano al loro fianco, unirono le loro case divise, sembrava ai loro vicini che un marito e una moglie separati si fossero riuniti di nuovo, non che la relazione fosse nuova per entrambi.

John Vincent amava sua moglie con la tenerezza di un uomo innocente, ma tutta la sua tenerezza non poteva bastare a sollevare il peso della solita malinconia che si era accumulata su di lei. Delusione, attesa, desiderio, indulgenza nel lungo lamento e autocommiserazione, la coltivazione morbosa di fantasie infelici, tutto questo aveva fatto il suo lavoro su di lei, ed era troppo tardi per pensare ad una cura.

Nella notte lei si svegliava piangendo al fianco di lui, a causa degli anni in cui si era svegliata per piangere da sola; di giorno lei manteneva la sua vecchia abitudine di abbandonarsi ai presentimenti, anche se la sera confutava costantemente i pensieri del mattino; e c’erano momenti in cui, senza alcuna causa apparente, cadeva in uno stato d’animo cupo e disperato, che la più grande cura e abilità del marito poteva solo lentamente dissipare.

Passarono due o tre anni e una nuova vita arrivò alla fattoria Vincent. Un giorno, tra mezzanotte e l’alba, la coppia di famiglia fu raddoppiata; nella casa silenziosa si udì il grido di due gemelli. Il padre tenne a freno la sua felice meraviglia perché era preoccupato dal fatto che la vita della madre fosse in pericolo; immaginava che lei avesse previsto la morte, e ora era appesa a un filo così leggero che la semplice volontà di lei sarebbe bastata a spezzarlo.

Ma la sua volontà, fortunatamente, era debole quanto la sua coscienza; si allontanò gradualmente dal pericolo, accettando il ritornare delle forze con una passiva acquiescenza piuttosto che con gioia.

Era appena più pallida del suo solito, ma l’ombra in agguato sembrava svanita dai suoi occhi, e John Vincent sentiva che i suoi lineamenti avevano assunto una nuova espressione, il timbro vagamente percettibile di qualche cambiamento spirituale.

Fu un giorno felice per lui quando, appoggiati al petto e tenuti dolcemente dal suo braccio caldo e forte, i due gemelli furono portati a lei per la prima volta perché li tenesse in grembo. Due creature stralunate, dalla faccia scura, con pugni e piedi irrequieti, erano simili in ogni aspetto della loro grottesca animalità. Phebe mise una mano sotto la testa di ciascuno, e li guardò a lungo in silenzio.

“Perché questo?” disse infine afferrando uno stretto nastro rosa, che era legato al polso di uno dei due. “È il più anziano, certo,” rispose l’infermiera. “Solo una quindicina di minuti circa, ma in genere fa la differenza quando ai gemelli si deve dare il nome, e puoi vedere con i tuoi occhi che non c’è altro modo di distinguerli.”
“Togli il nastro, allora,” disse Phebe, in modo tranquillo; “Io li riconosco.”

“Perché, signora? Si è sempre fatto, quando sono così simili! E non sarò mai in grado di dire chi sia chi; perché dormono, si svegliano e si alimentano con gli stessi orari. E si potrebbe sbagliare, dopo tutto, nel chiamarli per nome …”

“Non c’è nessuno più vecchio o più giovane, John; sono due eppure sono uno solo, mio e tuo.”

“Non vedo alcuna differenza, Phebe”, disse John; “e come possiamo dividerli?” “Non li divideremo”, rispose lei; “Io penso che sia un segno.” Lei sorrise, per la prima volta in molti giorni: lui era contento di cuore, ma non la capì. “Come li chiameremo?” Chiese. “Elias e Reuben, come i nostri padri?”

“No, John: i loro nomi devono essere David e Jonathan.” E così li chiamarono. E crebbero, non meno ma più simili, passando attraverso le fasi della prima infanzia. Il nastro del primo nato era stato rimosso, e l’infermiera sarebbe stata distratta, se non fosse stato per l’istinto quasi miracoloso di Phebe. La prima si consolò con la speranza che la dentizione portasse una variazione alle due bocche identiche, ma no! Misero denti come se fossero stati un bambino solo. John, dopo dei tentativi disperati, che fallirono sempre nonostante i mal di testa che gli procuravano, rinviò l’idea di distinguere l’uno dall’altro, fino a quando non fossero stati sufficientemente grandi da sviluppare qualche dissimiglianza nel parlare, nel camminare o nelle abitudini. Tutti i problemi potevano essere evitati, se Phebe avesse acconsentito alla minima diversità nei loro vestiti; ma su questo lei fu dolcemente irremovibile.

“Non ancora”, fu la sua risposta a suo marito; e un giorno, quando lui manifestò un po’ di fastidio per la sua resistenza, si voltò verso di lui, tenendo un bambino su ogni ginocchio, e disse con una gravità che lo zittì da allora in poi: “John, non vedi che il nostro fardello è passato dentro di loro?” Non c’è alcun significato in questo, – che due bambini che sono uno solo in corpo e volto e natura, ci siano stati dati nel nostro tempo di vita, dopo una lunga delusione e tante difficoltà?

Le nostre vite sono state tenute separate, le loro erano unite prima nascessero e non oso orientarli in direzioni diverse, forse non so tutto ciò che il Signore intendeva dirci, nel mandarli, ma la sua mano qui c’è!” “Stavo solo pensando al loro bene” John rispose docilmente. “Se il loro destino è di crescere, ci deve essere un modo di riconoscerli l’uno dall’altro.”

“Non ne avranno bisogno, e anch’io penso solo a loro. Hanno preso la croce dal mio cuore, e io non distenderò nessuno sulla loro croce, mi sono riconciliata con la mia vita per mezzo di loro, John, sei stato molto paziente e buono con me, e ti cederò in tutte le cose tranne che in questo. Non credo che vivrò fino a vederli uomini adulti, eppure, mentre siamo insieme, sento chiaramente che cosa è giusto fare. Non puoi, solo una volta, avere un po’ di fede senza conoscenza, John?” “Ci proverò, Phebe”, disse. “Ad ogni modo, credo che i ragazzi appartengono a te più che a me.”

Il personaggio di Phebe Vincent era davvero cambiato. I suoi attacchi di sconforto semi-isterico non tornarono più; le sue cupe profezie cessarono. Era sempre seria e il disagio di tanti anni non svaniva mai completamente dalla sua faccia; ma lei almeno eseguiva ogni dovere della sua vita con una volontà tranquilla, e la sua casa divenne la dimora della pace; perché la contentezza passiva dura più a lungo della felicità espansiva.

David e Jonathan crebbero come un solo ragazzo: il gusto e il temperamento di uno si ripetevano nell’altro, anche come voce e caratteristiche. Dormendo o svegliandosi, addolorati o gioiosi, nello star bene o male, vivevano una sola vita, e sembrava così naturale per uno rispondere al nome dell’altro, che probabilmente avrebbero confuso le loro stesse identità, se non fosse stato per l’infallibile capacità di riconoscerli della madre.

Forse guidati inconsciamente da lei, forse attraverso l’azione volontaria della loro stessa natura, ognuno prendeva tranquillamente il posto dell’altro quando veniva chiamato, anche condividendo lodi o biasimo a scuola, e amicizie e liti sul campo di gioco. Erano ragazzi sani e felici, e John Vincent era solito dire ai suoi vicini: “Non creano più problemi di uno solo, eppure sono quattro mani anziché due”.

Phebe morì quando avevano quattordici anni, dicendo a loro, con quasi il suo ultimo respiro, “Siate uno, sempre!” Prima che suo marito potesse decidere se cambiare il suo piano di educazione domestica, stavano uscendo dall’infanzia, stavano cambiando voce, statura e carattere con una somiglianza continua che lo disorientava e quasi terrorizzava. Si procurò indumenti di diversi colori, ma erano abituati a indossare ogni articolo in comune, e il risultato era solo un misto di tinte per entrambi. Furono inviati in scuole diverse, per essere poi rimandati indietro il giorno seguente, ugualmente pallidi, sofferenti e incapaci di studiare.

Qualunque strumento fosse adoperato, lo sfuggivano con un istinto reciproco che rese inutili tutte le misure esterne.

Per John Vincent la loro somiglianza era una disgrazia accidentale, che era stata confermata dalla fantasia della madre. Sentiva che loro erano legati da un vincolo profondo e misterioso, che, in quanto avrebbe potuto interferire con tutti gli aspetti pratici della vita, avrebbe dovuto essere gradualmente indebolito.

Due corpi, per lui, implicavano due uomini distinti, ed era sbagliato permettere una dipendenza reciproca che impediva l’esercizio sia di una propria volontà separata che di una propria separata capacità di giudizio.

Ma, mentre stava pianificando e meditando, i ragazzi divennero giovani uomini, e lui era un vecchio. Vecchio e fiaccato prematuramente; poiché aveva lavorato molto, sopportato molto, e la sua grande corporatura conteneva solo una quantità moderata di forza vitale. Una grande stanchezza cadde su di lui, e le sue forze cominciarono a cedere, all’inizio lentamente, ma poi con un accelerato venir meno. Vide la fine arrivare, molto prima che i suoi figli lo sospettassero; il suo dubbio, per il loro bene, era l’unica cosa che gliela rendeva sgradita. Era “nella sua mente” (come direbbero i suoi vicini quaccheri) l’idea che avrebbe dovuto parlare con loro del futuro, e alla fine arrivò il momento giusto.

Era una tempestosa sera di novembre. Il vento e la pioggia turbinavano girando tra gli alberi all’esterno, ma il salotto della vecchia fattoria era luminoso e caldo. David e Jonathan, al tavolo, con le braccia sulle spalle e le ciocche brune mescolate insieme, leggevano lo stesso libro: il loro padre sedeva sull’antica sedia a dondolo davanti al fuoco, con i piedi su uno sgabello. La governante e l’uomo assoldato erano andati a letto e tutti erano in casa. John attese fino a quando non sentì il volume chiudersi e poi parlò.

“Ragazzi”, disse, “lasciatemi parlare un po’ con voi, non sembra che io non stia superando i miei malanni nel modo giusto, – non succederà mai, forse. Un uomo deve pensare alle cose mentre c’è tempo, e dirle quando devono essere dette. Non so perché sento una particolare necessità di fare presto nel mio caso, solo che non possiamo mai dirlo, da un giorno all’altro. Quando morirò tutto apparterrà a voi due, dividete e dividete in modo equo, sia per acquistare un’altra fattoria con i soldi ricavati, sia per dividere questa casa: non vi vincolerò in nessun modo, ma voi due avrete bisogno di due fattorie per due famiglie; perché non dovrete aspettare dodici anni, come vostra madre e me.

“Non vogliamo un’altra fattoria, padre!” dissero David e Jonathan insieme. “So che non la pensate così, ora. Una moglie mi sembrava abbastanza lontana da me, quando avevo la vostra età. Voi siete sempre stati contenti di stare l’uno con l’altro, ma questo non può durare. Era in parte l’idea di vostra madre; ricordo che disse che il nostro fardello era passato dentro di voi. Non ho mai capito bene che cosa intendesse, ma suppongo che debba piuttosto essere l’opposto di quello che abbiamo dovuto sopportare noi.”

I gemelli ascoltarono con attenzione senza fiatare mentre il loro padre, improvvisamente commosso dal passato, raccontò loro la storia del suo lungo fidanzamento. “E ora”, esclamò in conclusione, “potrebbe essere come mettere idee selvagge nelle vostre due teste, ma devo dirlo! Era lì che ho sbagliato, – sbagliato con lei e con me, – nell’aspettare! Non avevo il diritto di rovinare il meglio delle nostre vite; avrei dovuto andare audacemente, in pieno giorno, a casa di suo padre, prenderla per mano e condurla a diventare mia moglie. Ragazzi, se uno di voi arriverà ad amare veramente una donna, e lei ad amarlo, e non c’è ragione per cui Dio (non dico un uomo) dovrebbe separarvi, fate come avrei dovuto fare io, non come io ho fatto! E, forse, questo consiglio è la migliore eredità che posso lasciarvi.”

“Ma, padre”, disse David, parlando per entrambi, “non abbiamo mai pensato di sposarci.” “È abbastanza comprensibile”, rispose il padre, “quasi mai pensiamo a quello che sicuramente succederà. Ma per me, guardando indietro, è una cosa ovvia. E questo è il motivo per cui voglio che voi mi facciate una promessa, e solenne come se fossi sul mio letto di morte. Forse ci sarò presto”. Le lacrime si concentrarono negli occhi dei gemelli. “Che cosa c’è, padre?” Dissero entrambi. “Sarebbe una cosa da nulla per qualsiasi altra coppia di ragazzi, ma non so come la prendere. E se vi chiedessi di vivere separati per un po’?” “O padre! gridarono insieme, con la guancia che premeva la guancia e la mano che stringeva la mano, mentre diventava bianca e tremante, John Vincent, guardando nel fuoco, non vedeva i loro volti, o il suo proposito avrebbe vacillato.

“Non dico ora”, continuò. “Tra un po’, quando … beh, quando sarò morto. E intendo solo un inizio, per aiutarvi verso ciò che deve succedere. Solo un mese; non voglio sembrarvi duro; ma questo è poco, in tutta coscienza. Datemi la vostra parola: rispondete: “Per amore di vostra madre!” Ci fu una lunga pausa, poi David e Jonathan dissero, con voce bassa e vacillante, “Per amore di nostra madre madre, lo prometto.” “Ricordatevi che eravate solo ragazzi per lei. Lei avrebbe potuto far sembrare tutto questo più semplice, perché le donne hanno ragioni per cose a cui nessun uomo può dare risposta. Ricordatevi, entro un anno dopo che me ne sarò andato!” Si alzò e uscì barcollando dalla stanza.

I gemelli si guardarono l’un l’altro: David disse: “Dobbiamo?” E Jonathan, “Come possiamo?” Allora entrambi pensarono: “Potrebbe volerci ancora un bel po’”. In questo trovavano un conforto nel presente, e ciascuno sembrava tenersi saldamente questa idea tenendo strettamente la mano dell’altro, mentre si addormentavano fianco a fianco. La prova era più vicina di quanto loro immaginavano: il loro padre morì prima che l’inverno fosse finito, la fattoria e le altre proprietà passarono a loro, e avrebbero potuto permettere alla vita di risolvere i suoi misteri mentre andava avanti, se non fosse stato per la loro promessa al morto. Quella promessa doveva essere compiuta e poi una cosa era certa: non si sarebbero mai più separati.

“Prima è, meglio è”, disse David. “Sarà la visita a nostro zio e ai cugini dell’Indiana, tu verrai con me fino ad Harrisburg, potrebbe essere più facile separarci lì che qui. E i nostri nuovi vicini, i Bradley, vorranno il tuo aiuto per un giorno o due, dopo che sarai tornato a casa.”

“È meno della morte”, rispose Jonathan, “e perché dovrebbe sembrare di più? Dobbiamo pensare a nostro padre e nostra madre e a tutti quei dodici anni; ora so qual era il fardello.” “E non ce ne siamo mai caricati nemmeno una parte! Nostro padre doveva aver ragione nel costringerci a promettere.”

Ogni giorno la discussione riprendeva, e sempre con la stessa conclusione. La familiarità con l’inevitabile passo diede loro un po’ più di coraggio, tuttavia, quando il momento arrivò e passò, quando, accelerando su treni che andavano in direzioni opposte, le colline e le valli si moltiplicavano tra di loro con terribile velocità, una fitta come la morte spaccò cuore di ciascuno di loro, e la vita divisa diventò un sogno gelido e opprimente.

Durante la separazione non si scambiarono lettere. Quando i vicini chiedevano a Jonathan notizie di suo fratello, lui rispondeva sempre: “Sta bene”, e evitava ulteriori discorsi con tale evidenza di dolore che preferivano risparmiarglielo. Un’ora prima che il mese si concludesse, si incamminò da solo, prendendo la strada per la stazione ferroviaria più vicina. Uno sconosciuto che lo superò all’ingresso di un fitto bosco, a tre miglia da casa, rimase sconvolto dall’avere incontrato la stessa persona poco dopo essere entrato nel bosco dall’altra parte; ma i contadini nei campi vicini videro due figure uscire dall’ombra, mano nella mano.

Ciascuno dei due venne a sapere come l’altro aveva trascorso il mese, prima che dormissero, e l’ultima cosa che Jonathan disse, con la testa sulla spalla di David, fu: “Devi conoscere i nostri vicini, i Bradley e soprattutto Ruth.” Al mattino, mentre si vestivano, prendendo gli abiti a caso, come di consueto, Jonathan di nuovo disse: “Non ho mai visto una ragazza che mi piaccia così tanto come Ruth Bradley. Ti ricordi che cosa ci ha detto nostro padre sull’amare e lo sposarsi? Mi viene in mente ogni volta che vedo Ruth; ma lei non ha una sorella.” “Ma non c’è bisogno che ci sposiamo entrambi”, replicò David, “questo potrebbe dividerci, ma non succederà. È per sempre, adesso.” “Per sempre, David.”

Due o tre giorni dopo Jonathan disse, mentre iniziava una commissione al villaggio: “Mi fermerò dai Bradley questa sera, quindi devi venire e devi incontrarmi lì.”

Quando David si avvicinò alla casa, una figura snella, da ragazza, con la schiena rivolta verso di lui, stava chinandosi su un cespuglio di grandi rose cremisi, tagliando cautamente un fiore qua e là. Allo scatto del chiavistello, cominciò a girarsi verso di lui. Il suo leggero cappellino di percalle, che ricadeva all’indietro, rivelò un lungo viso ovale, biondo e delicato, occhi marroni dolci e capelli castani ricadenti sulle tempie. Una morbida vampata le si accese all’improvviso sulle guance, e lui sentì che anche le sue bruciavano. “O Jonathan!” Esclamò, trasferendo le rose alla sua mano sinistra e porgendo la destra, mentre si faceva avanti. Era troppo abituato al nome per riconoscere immediatamente l’errore di lei, “Ruth!” Gli venne naturalmente alle labbra. “Dovrei capire che tuo fratello David è venuto”, disse poi; “anche se non ne avessi avuto notizia, sei così raggiante, come sono felice!” “Non è qui?” Chiese David. “No, ma eccolo lì, sicuramente!” Si voltò verso il viale, dove Jonathan stava scendendo da cavallo. “Ma sei di nuovo tu, Jonathan!”

Mentre si avvicinavano, i gemelli si scambiarono uno sguardo, e un trasferimento segreto della frusta da sella a David chiarì la loro identità agli occhi di Ruth, i cui modi nei confronti di quest’ultimo fi fecero innocentemente più timidi pur nella loro cordialità, mentre il suo discorso franco e familiare era rivolto a Jonathan, come era giusto. Ma anche David prese Ruth con sé, e quando se ne andarono, Ruth aveva apparentemente dimenticato che c’era una differenza nella durata della loro conoscenza. Mentre facevano la strada verso casa David disse: “Papà aveva ragione, noi dobbiamo sposarci, come gli altri, e Ruth è la moglie per noi, intendo per te, Jonathan, sì, dobbiamo imparare a dire mio e tuo, dopo tutto, quando parliamo di lei.” “Perfino lei non può separarci, a quanto pare”, rispose Jonathan. “Dobbiamo darle qualche segno, e questo sarà anche un segno per gli altri: sembrerà strano dividerci, non potremo mai impararlo correttamente a fare una cosa simile, piuttosto non pensiamo al matrimonio!”

“Non possiamo fare a meno di pensarci; ora lei è nel ruolo di nostra madre, come noi siamo nel ruolo di nostro padre.” Poi entrambi divennero silenziosi e pensierosi. Sentivano che qualcosa minacciava di disturbare quella che sembrava essere l’unica vita possibile per loro, ma non erano in grado di distinguerne le caratteristiche, e quindi erano impotente a resistergli. Lo stesso istinto che era nato dalla loro meravigliosa somiglianza spirituale disse loro che Ruth Bradley amava già Jonathan: il dovere era stabilito, e loro dovevano conformare le loro vite ad esso. C’era, tuttavia, questa leggera differenza tra le loro nature, che David era generalmente il primo a esprimere il pensiero che veniva in mente ad entrambi. Così quando disse: “Impareremo cosa fare quando ce ne sarà bisogno.” era un rimandare ogni presagio.

Andavano alla deriva soddisfatti verso il cambiamento imminente. I giorni passarono e le loro visite a Ruth Bradley continuarono, a volte Jonathan andò da solo, ma erano di solito insieme, e il legame che univa il tre divenne più caro e dolce perché sviluppato in stretta vicinanza, e Ruth imparò a distinguere tra i due quando erano di fronte a lei: almeno lo disse, ed loro erano disposti a crederci. Ma lei non era a conoscenza di quanto simile fosse il felice calore nel suo seno prodotto da entrambe le coppie di occhi grigio scuro e dal dolce mezzo sorriso che giocava intorno a entrambe le bocche, a loro sembrava che lei fosse attratta dal circolo mistico che li separava dagli altri, – lei sola, e loro non pensavano più ad una vita in cui lei non avrebbe dovuto condividere.

Poi il passo inevitabile fu fatto, Jonathan dichiarò il suo amore e fu esaudito. Ahimè! Quasi dimenticò David quella sera di fine estate, mentre sedevano al chiaro di luna, e più e più volte si davano assicurazioni reciproche di quanto ormai si volevano bene. Percepì il disagio nel cuore di David quando si incontrarono. “Ruth è nostra, e io ti porto il suo bacio”, disse, stringendo le labbra a quelle di David; ma le braccia intorno a lui tremavano, e David sussurrò: “Ora inizia il cambiamento”. “Oh, questo non può essere il nostro fardello!” Gridò Jonathan, con tutto il senso dell’estasi ancora caldo nel suo cuore. “Se lo è, sarà leggero o pesante o del tutto assente, secondo come lo sopporteremo”, rispose David, con un sorriso di tenerezza infinita. Per diversi giorni permise a Jonathan di visitare da solo la fattoria di Bradley, dicendo che doveva essere così, per il bene di Ruth. Il suo amore, dichiarò, doveva darle il buon istinto che solo la loro madre aveva mai posseduto, e lui doveva lasciargli il tempo di consolidarsi. Jonathan, tuttavia, insisteva nel dire che Ruth lo possedeva già; che stava cominciando a farsi domande sulla sua assenza e a temere che lei non sarebbe stata del tutto benvenuta in quella casa, che doveva sempre essere egualmente sua. David cedette subito. “Devi andare da solo”, disse Jonathan, “per convincerti che lei finalmente ci conosce.”

Ruth uscì dalla casa mentre lui si avvicinava. Aveva un volto raggiante: gli posò le mani sulle spalle e lo baciò. “Ora non puoi dubitare di me, Ruth!” Disse, gentilmente. “Dubitare di te, Jonathan?” Esclamò, con un affettuoso rimprovero nei suoi occhi. “Ma tu sembri turbato, c’è qualche problema?” “Stavo pensando a mio fratello”, disse David, in tono basso. “Dimmi cos’è,” disse lei, trascinandolo nel piccolo pergolato di caprifoglio vicino al cancello. Presero posto, fianco a fianco, sulla panchina rustica. “Lui pensa che potrei intromettermi tra voi: non è vero?” chiese lei. Solo una cosa era chiara alla mente di David, cioè che lei avrebbe sicuramente parlato più francamente e liberamente di lui al presunto Jonathan che al suo vero io. Questo una volta avrebbe permesso l’illusione. “Non più di quanto deve essere”, rispose. “Lui sapeva tutto, sin dall’inizio, ma siamo stati come una persona in due corpi, e ogni cambiamento sembra dividerci”. “Lo sento come lo senti tu”, disse Ruth, “non avrei mai acconsentito a essere vostra moglie, se potessi davvero dividervi, vi amo troppo per questo.” “Mi ami?” Chiese, dimenticando completamente il suo ruolo di sostituto. Di nuovo lo sguardo di rimprovero, che svanì quando lei incontrò i suoi occhi. Si gettò sul suo petto e gli diede baci ai quali fu risposto con uguale tenerezza. All’improvviso lui si coprì la faccia con le mani e scoppiò in un fiotto di lacrime: “Jonathan! O Jonathan!” Gridò lei, piangendo di allarme e affettuoso dolore. Passò molto tempo prima che lui potesse parlare; ma alla fine, voltando la testa, balbettò: “Io sono David!”

Ci fu un lungo silenzio. Quando alzò lo sguardo era seduta con le mani rigidamente strette in grembo: il suo viso era molto pallido. “Ecco, Ruth,” disse; “noi siamo un cuore e un’anima sola, potrebbe amare lui e non io? Non puoi decidere tra di noi, perché l’uno è l’altro.” Se ti avessi conosciuta prima, Jonathan sarebbe ora al mio posto. Che cosa ne segue, allora?” “Nessun matrimonio”, sussurrò lei. “No!” Rispose lui; “noi fratelli dobbiamo imparare ad essere due uomini invece di uno: in parte tu prenderai il mio posto con Jonathan, io devo vivere con metà della mia vita, a meno che non riesca a trovare, da qualche parte nel mondo, l’altra metà di te.” “Non posso separarvi David!” “Qualcosa di più forte di te o di me ci divide, Ruth. Se fosse la morte, dovremmo inchinarci alla volontà di Dio: beh, non può essere più lontano della morte o del giudizio. Non dire altro: lo schema di tutto ciò è stato tracciato molto tempo prima che nascessimo, e non possiamo fare altro che elaborarlo.”

“Si alzò e le si parò davanti. “Ricorda questo, Ruth,” disse; “Non c’è colpa in noi se ci amiamo l’un l’altro, Jonathan vedrà la verità sul mio viso quando ci incontreremo, e io parlo anche per lui. Non mi vedrete più fino al giorno del vostro matrimonio, e poi non più in seguito – ma sì! una volta, in un tempo lontano, quando mi riconoscerai come David, e mi darai ancora il bacio che hai dato oggi.” “Ah, dopo la morte!” pensò lei: “Li ho separati per sempre”. Stava per alzarsi, ma cadde sul sedile di nuovo, uno svenimento. Nello stesso momento Jonathan apparve al fianco di David. Nessuna parola fu detta. La spinsero un po’ in avanti e la sostennero tra di loro finché la brezza fresca non la riportò alla coscienza. Il primo sguardo di lei si posò sulle mani del fratello, che la stringevano; poi, guardando da uno all’altro, vide che le guance di entrambi erano bagnate. “Ora lasciatemi,” disse, “ma vieni domani, Jonathan!” Anche allora si voltò dall’uno all’altro con un’incertezza dolorosa e toccante e allungò le mani verso di loro in un addio.

Come quel povero cuore gemello lottava con se stesso è noto solo a Dio. Tutte le voci umane e, come credevano, anche la Voce Divina, comandavano la divisione della loro vita intrecciata. La sottomissione sarebbe sembrata più facile, avrebbero potuto assumere oneri uguali e simili; ma David non fu in grado di negare che il suo carico fosse troppo pesante. Per la prima volta i loro pensieri cominciarono a divergere. Alla fine David disse: “Per l’amore di mia madre, Jonathan, facciamo come avevamo promesso, lei ti ha sempre chiamato suo figlio, e per l’amor di Ruth, e l’ultimo consiglio di nostro padre: tutti loro mi dicono quello che devo fare”. Era come la lotta tra volontà e desiderio nella stessa creatura, e comunque non meno feroce o prolungata per il fatto che la qualità più morbida lasciava presagire la sua resa definitiva. Molto tempo dopo aver sentito che il passo era inevitabile, Jonathan cercò di rimandarlo, ma fu portato da tutte le influenze combinate sempre più vicino al momento. E finalmente arrivò il giorno del matrimonio. David sarebbe dovuto uscire di casa la sera stessa, dopo la cena in famiglia sotto il tetto di suo padre. Al mattino disse a Jonathan: “Non scriverò fino a quando non sentirò che sono diventato diverso da adesso, ma sarò sempre qui, in te, come tu sarai in me, ovunque. Ogni volta che mi vuoi, lo saprò lo so, e penso che saprò quando tornare.”

I cuori di tutta la gente si rivolsero verso di loro mentre si trovavano insieme nella piccola chiesa del villaggio. Entrambi erano calmi, ma molto pallidi e astratti nella loro espressione, eppure la loro meravigliosa somiglianza era ancora immutata. Gli occhi di Ruth erano rivolti in basso, quindi non potevano essere visti; lei tremò visibilmente, e la sua voce era appena udibile quando pronunciò il voto. Si sapeva solo nel vicinato che David avrebbe fatto un altro viaggio. La verità non poteva essere indovinata da persone le cui idee seguivano lo stretto giro delle loro esperienze; se fosse successo, probabilmente ci sarebbe stata più condanna che simpatia. Ma in un modo vago si sentiva la presenza di qualche elemento più profondo: la caduta di un’ombra, anche se l’ala protesa era invisibile. Molto al di sopra di loro e al di sopra dell’ombra, li guardava l’Infinita Pietà, che non fu negata a tre cuori quel giorno.

Era passato molto tempo, più di un anno, e Ruth stava cullando il suo primo figlio in petto, prima che arrivasse una lettera da David. Aveva vagato verso ovest, aveva acquistato alcune terre sulla linea esterna dell’insediamento e sembrava stesse conducendo una vita selvaggia e solitaria. “Adesso so”, scrisse, “quanto c’è da sopportare e come sopportarlo. Strani uomini si frappongono tra noi, ma tu non sei lontano quando sono da solo su queste pianure: c’è un posto dove posso sempre incontrarti e so che lo hai trovato, sotto il grande frassino vicino al granaio Penso di essere quasi sempre lì intorno al tramonto e nelle notti di luna piena, perché allora siamo più vicini insieme, e non dormo mai senza lasciarti metà della mia coperta.

Quando comincio a svegliarmi, sento sempre il tuo respiro, quindi noi non siamo mai separati per molto tempo, non so se potrò cambiare molto, non è facile, è come decidere di avere occhi e capelli colorati, e non posso che scottarmi al sole e portare una folta barba. Ma non siamo poi così infelici come temevamo di essere: nostra madre mi è apparsa l’altra notte, in un sogno, e ci ha messo in ginocchio. O, vieni da me, Jonathan, ma per un giorno! No, non mi troverai! Sto attraversando le pianure!”

E Jonathan e Ruth? Si amavano teneramente, non avevano nessun problema esterno, la loro casa era pacifica e pura, eppure ogni stanza, ogni scala e ogni sedia era infestata da un fantasma doloroso. Come disse un vicino dopo aver fatto loro visita, “Sembrava esserci qualcosa di perduto.” Ruth vide quanto costantemente e in modo inconsapevole Jonathan si girasse per vedere il proprio sentimento riflesso negli occhi assenti, come la sua mano cercasse un altro, anche mentre i suoi compagni stringevano le sue mani, come parole semi-pronunciate, di giorno e di notte, morissero sulle sue labbra, perché non potevano raggiungere l’orecchio gemello, lei non sapeva come succedesse, ma la sua stessa natura prese su di sé la stessa abitudine. Si sentiva come se ricevesse meno amore di quello che lei dava, – non da Jonathan, nel cui cuore intero, caldo e trasparente, nessun’altra donna aveva mai guardato, ma qualcosa che faceva parte di lei andava al di là di lui e non ritornava più. per entrambi la loro vita era come una di quelle coppe da prestigiatore, apparentemente piene di vino rosso, che è trattenuto dalle dalla falsa cavità del cristallo e non può raggiungere le labbra.

Nessuno dei due parlava di questo, nessuno dei due aveva il coraggio di parlare. Gli anni trascorsero nella loro lenta lunghezza, con rari e brevi messaggi di David. In casa c’erano tre bambini, e ancora la pace e l’abbondanza ponevano le loro insegne sui suoi architravi.

Ma alla fine Ruth, che stava diventando sempre più magra e pallida fin dalla nascita del suo primo figlio, si ammalò gravemente. Aveva ereditato la tendenza alla consunzione che ora si manifestava in una forma che lasciava prevedere anche troppo chiaramente l’esito. Dopo che il medico se ne fu andato, lasciandosi alle spalle il suo verdetto fatale, lei chiamò Jonathan, che, sconcertato dal dolore, si lasciò cadere in ginocchio accanto al suo letto e singhiozzò sul suo seno. “Non ti affliggere”, disse lei; “questa è la mia parte di carico: se ho preso troppo da te e da David, ora arriva l’espiazione. Molte cose mi sono diventate chiare. David aveva ragione quando diceva che non c’era colpa, ma il mio tempo è pure meno di quello che il dottore pensa: dov’è David? Non puoi dirgli di venire?” “Posso solo chiamarlo con il cuore”, rispose. “E mi sentirà ora, dopo quasi sette anni?” “Chiama, allora!” Gridò lei con foga. “Chiama con tutta la forza del tuo amore per lui e per me, e credo che ti sentirà!” Il sole stava proprio tramontando. Jonathan andò al grande frassino, dietro la stalla, cadde sulle sue ginocchia e si coprì la faccia, e la sensazione di un violento e amaro pianto riempì il suo cuore. Tutto il desiderio represso e frustrato, la mancanza, la fame, il dolore incessante degli anni, gli caddero addosso e si fusero in un’unica preghiera: “Vieni, David, o io muoio!”

Prima che il crepuscolo svanisse, mentre era ancora in ginocchio gli arrivò un braccio sulla spalla e il lieve tocco di un’altra guancia sulla sua. Durò a stento per lo spazio di un pensiero, ma riconobbe il segno. “David arriverà!” Disse a Ruth. Da quel giorno tutto cambiò. La nuvola di morte in arrivo che pendeva dalla casa si trasformò in lana d’oro. Tutta la vita perduta tornò sul viso di Jonathan, tutta la dolcezza inesauribile di Ruth si illuminò in una serena beatitudine. Erano passati mesi da quando David si era fatto sentire; non sapevano come raggiungerlo senza molto ritardo; eppure nessuno dei due si sognava di dubitare della sua venuta.

Due settimane passarono, tre, e non ci fu né una parola né un segno. Jonathan e Ruth pensarono: “È vicino” e un giorno Jonathan fu preso da una singolare agitazione. Ruth lo vide, ma non disse nulla finché non venne la notte, quando dal suo capezzale invitò Jonathan ad andare, con le parole: “Vai e incontralo!” Un’ora dopo udì un doppio rumore di passi sul marciapiede di pietra di fronte alla casa. Arrivarono lentamente alla porta, che si aprì; li sentì lungo il corridoio e mentre salvano le scale; poi la lampada da camera le mostrò i due volti, brillanti di una sola gioia indicibile. Un fratello si fermò ai piedi del letto; l’altro si avvicinò e si chinò su di lei. Lei strinse le sue mani sottili intorno al suo collo, lo baciò affettuosamente e gridò: “Caro, caro David!” “Cara Ruth” disse lui, “sono venuto il più presto possibile, ero lontano, tra montagne selvagge, quando sentii che Jonathan mi stava chiamando, sapevo che dovevo tornare, per non lasciarvi mai più, e c’era ancora un po’ di lavoro da finire. Ora vivremo tutti di nuovo!” “Sì”, disse Jonathan, avvicinandosi a lei dall’altra parte, “prova a vivere, Ruth!” La sua voce divenne chiara, forte e piena di autorità. “Vivo come non ho mai vissuto, porterò tutta la vita con me quando andrò ad aspettare quell’unica anima, che io troverò lì! Il nostro amore unisce, non divide, da quest’ora!”

Le poche settimane che ancora le rimanevano furono un periodo di pace quasi sovrumana. Sbiadì lentamente e senza dolore, ricevendo l’amore uguale dei cuori gemelli e dando loro un’eguale tenerezza e gratitudine. Quindi, per prima cosa, vide il bisogno misterioso che li univa, la pienezza e la gioia con cui ciascuno si completava nell’altro. Tutto il passato imperfetto era illuminato, e la fine, anche quella ora così vicina, era molto buona.

Ogni pomeriggio la portavano su una sedia imbottita sulla veranda, dove poteva godersi la quiete del paesaggio assolato, la presenza dei fratelli seduti ai suoi piedi, e i giochi dei suoi figli sull’erba. Così, un giorno, mentre David e Jonathan le tenevano le mani e aspettavano che lei si svegliasse da un sonno felice, lei se ne andò davanti a loro, e, prima che indovinassero la verità, lei stava aspettando la loro unica anima nella terra sconosciuta.

E i figli di Jonathan, che ora stanno diventando uomini e donne, chiamano anche David “papà”. I segni lasciati dalle loro vite divise sono scomparsi da tempo dalle loro facce; ormai uomini di mezza età, i cui capelli stanno diventando grigi, camminano ancora mano nella mano, dormono ancora sullo stesso cuscino, hanno ancora il loro guardaroba comune, come quando erano ragazzi. Parlano della “nostra Ruth” senza tristezza, perché credono che la morte li farà diventare uno, quando, nello stesso momento, chiamerà entrambi. E noi che li conosciamo, a cui loro hanno confidato il commovente mistero della loro natura, lo crediamo anche noi.

Bayard Taylor.

____________
IMPARARE.

Qui mi è venuta dalla calma della Natura,
Da anni di gioia e tristezza sfumata,
Nascosta in ogni preghiera e salmo,
Una rivelazione di contenuto.
Una lezione da ogni uccello e fiore,
Dalla vita comune e dagli uomini comuni,
Per insegnare gli usi dell’ora,
L’armonia di “adesso” e “allora”.
Ha ordinato che il mio antico dolore cessasse,
E ha insegnato alle mie labbra ostinate a dire:
“Era mio amico, i miei anni aumentano,
Lui è morto prima che i suoi capelli fossero grigi.

__________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta su Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=136&t=6418

Annunci

STORIA DI UN GAY SPOSATO

Ciao Project, ho avuto ieri sera il piacere di parlare con te, era la prima volta che parlavo con uno che sapevo con certezza essere gay ed è stato tutto molto più facile del previsto. La conversazione è stata agevole, si potrebbe dire una normale chiacchierata, anche se gli argomenti non erano affatto comuni, almeno per me, perché a quasi 40 anni, avevo ancora idee piuttosto preconcette sui gay. Per un uomo sposato e divorziato, per fortuna senza figli, con una, chiamiamola così, tradizione etero alle spalle, non è per niente facile avvicinarsi all’idea che in fondo per tanti anni non si è fatto che rimuovere e si è vissuta una vita da etero, matrimonio compreso, che non era in fondo quello che si voleva. Mi sono chiesto se sono stato veramente etero, ma penso che non sia assolutamente così. Ho sposato la mia ex-moglie ma non l’ho amata. Quando eravamo sposti e vedevo un bel ragazzo per la strada non solo mi fermavo a guardarlo ma pensavo che tornato a casa non avrei trovato lui ma mia moglie. A parte la sofferenza psicologica che ho imposto anche a lei, la cosa più atroce, per me, è stata tirare avanti “per non mettere in crisi il matrimonio”. In realtà le cause del tirare avanti erano ben altre e molto meno nobili: avevo paura di una vita da gay, avevo paura delle reazioni della gente, della mia famiglia, dei compagni di lavoro. Avere una moglie mi metteva al sicuro. La storia aveva ben poco di sessuale, lei non se ne rendeva conto, ma per me fare sesso con lei era una forzatura, alla fine qualche volta succedeva ma non era quello che volevo, piano piano, anzi piuttosto velocemente, il sesso lo abbiamo messo da parte del tutto, ma il problema non era nemmeno quello, mia moglie si aspettava qualcosa da me, qualcosa che non potevo darle, si era adattata all’idea di un matrimonio senza sesso, ma avrebbe voluto almeno un po’ d’amore, ma per me non era possibile, la nostra era una convivenza, un condividere la casa, un fare i turni per lavare i piatti e fare la spesa, ma tra noi affetto zero. Lei non capiva, io non avevo il coraggio di parlare e si andava avanti così. Io non ho cercato avventure gay, perché di quelle cose avevo il terrore, mi bastava un po’ di pornografia e un po’ di fantasia. Mi dicevo che non ero gay perché non ero mai stato con un uomo e che in fondo avevo fatto anche sesso con una donna, cosa che secondo me un gay non avrebbe mai fatto, e andavo avanti così. Poi ho incontrato Mauro e lì mi è crollato il mondo addosso. Non so se Mauro fosse gay, io penso di sì, ma non ne sono sicuro. Con lui stavo bene, ci vedevamo spesso, ma per un caffè, per fare due passi e per chiacchierare un po’, ma tra noi c’era una complicità totale, non vedevo l’ora di uscire con lui, di restare solo in macchina a parlare con lui. Ho sempre pensato che lui si aspettasse una prima mossa da parte mia, ma quella prima mossa non c’è mai stata e siamo andati avanti così per quasi tre anni, poi ha trovato lavoro altrove e se ne è andato. Io ci sono stato malissimo, dovevo tornare ad una vita che non era la mia, Mauro mi mancava. Ci siamo sentiti un po’ su skype, poi piano piano non ci siamo sentiti più. Ma alla fine avevo capito che mi mancava un’amicizia maschile, allora non pensavo assolutamente di essere gay, non avevo interessi sessuali su Mauro, o forse li avevo sublimati, però usavo solo porno gay e questo mi avrebbe dovuto fare riflettere. Diciamo che alla fine avevo anche ipotizzato di poter essere gay ma la cosa mi sconvolgeva proprio. Io gay? Io che non ho mai avuto niente di strano, niente di effeminato? Mi sembrava proprio impossibile. Con mia moglie le cose andavano a rotoli: incomprensioni, risposte piccate senza nessun motivo, insomma eravamo in crisi. Devo dire a onore di mia moglie che lei ha tenuto i nostri problemi solo per noi, i suoi genitori non ne sanno assolutamente nulla. Insomma, due mesi fa l’ho vista proprio a terra e sono finalmente riuscito a parlare chiaro e la sua reazione mi ha stupito. Mi ha ascoltato senza dire una parola, quando ho finto il mio discorsetto, mi ha detto che era contenta che fossimo arrivati a chiarirci e si è anche sentita in colpa perché era stata lei che era voluto arrivare al matrimonio, mentre io cercavo di svicolare e di metterla al massimo in termini di convivenza. Poi abbiamo parlato molto del che cosa fare, lei era disposta al divorzio consensuale e non pretendeva nulla, ma la nostra casa l’avevamo comprata e pagata insieme, io ne avevo un’altra piccolina e avrei lasciato casa nostra a lei, ma non l’ha voluta, allora abbiamo stabilito che l’avremmo venduta dividendoci poi il ricavato. Adesso siamo divorziati, ma ci vediamo ancora, non siamo più ragazzi e non so se io o lei riusciremo a rifarci una vita. Ovviamente non viviamo più insieme ma è rimasta una stima reciproca. I miei suoceri sono rimasti perplessi del nostro divorzio, proprio perché abbiamo continuato a vederci anche dopo. Adesso sto cominciando a cercare di capire che cosa è il mondo gay, sarei già contento di trovare un amico gay per parlare un po’, specialmente se avesse un’esperienza analoga alla mia, ma ho ancora molta paura di queste cose. Quello che sarà sarà, oggi come oggi sono soprattutto contento di come sono andate le cose con mia moglie e sto veramente molto meglio di prima. Vedremo che cosa mi riserverà il futuro.

__________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post, aperta sul Forum di Progetto Gay:http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=17&t=6203

Annali dell’Omosessualità di André Raffalovich – Parte 5: Omosessualità, morale e matrimonio

Si prova un certo imbarazzo quando si cerca ci capire come prendere in considerazione il libro del Dott. Laupts (Tares et poisons, perversion et perversité sexuelles. Une enquête médicale sur l’inversion. Notes et documents. Le roman d’un inverti-né. Le procès Wilde, La guérison et la prophylaxie de l’inversion del Dott. Laupts, Prefazione di Emile Zola. Paris, Georges Carré, 1896.) Il volume di Laupts sarà anche utile ma avrebbe potuto esserlo molto di più; no so se felicitarmi con lui o piuttosto prendermela con lui. E sia le felicitazioni che le critiche devono essere divise tra Laupts e gli scienziati della seconda metà di questo secolo, perché egli è di una estrema imparzialità e li accoglie tutti senza fermarsi neppure a rifiutare quelli che si rifiutano vicendevolmente. Potrei lanciarmi in un elogio critico di molte delle opinioni avanzate alla leggera o evidentemente false che sono contenute in questo volume, senza per questo occuparmi del dott. Laupts, perché il progetto della sua opera comporta un’ospitalità larga e abbastanza pericolosa. Il suoi contributi personali sono interessanti, anche quando sono discutibili, anche quando ci si sente costretti a rifiutarli. Mi sembrava che si dovesse mettere in luce l’errore fondamentale del suo lavoro, e cioè che è stato piuttosto portato a studiare l’inversione attraverso i libri che non attraverso una imparziale e penetrante osservazione della vita, e in più di qualche occasione l’equazione personale mette in crisi lo sperimentatore.

L’idea che il dott. Laupts si fa dell’uomo viene a compromettere la sua scienza e la sua scienza contraddice il suo ideale. E poi c’è ancora troppa sensibilità per studiare la sessualità; si inalbera, si costringe di nuovo, torna in dietro, si sfida, si incarta. Improvvisamente questo pudore misterioso che l’unisessualità impone a tanti uomini lo deruba del suo sangue freddo.

I lettori degli Archives d’anthropologie criminelle devono a Lacassegne e al dott. Laupts una ricerca sull’inversione e si ricordano dei documenti che fecero seguito a questa ricerca.

Il sig. Zola ha voluto di buon grado fornire l’autobiografia di un effeminato invertito-nato, che si trova riportata integralmente nel libro del dott. Laupts.(1)

Non sono affatto così indulgente verso l’invertito-nato del sig. Zola, come lo è Laupts, perché questa effeminatezza, questo amore per se stesso, questa vanità senza freno, mi sembrano spaventose da tutti i punti di vista e perché tutto il dilettantismo, tutto il lato pseudo-artistico di questo povero Narciso è piuttosto inconsistente, tranne che come indice psicologico. Ciò che può migliorare gli invertiti effeminati come questo italiano è il sacrificio della loro vanità, è il pentimento del loro cuore. Non vedo alcun rimedio per loro se non nella sofferenza, nella fede. La loro lussuria trova nella loro vanità, nel loro egoismo, nella loro piccolezza, la sua base più solida.

“Un invertito, dice Zola nella prefazione, è un disorganizzatore della famiglia, dell’umanità. L’uomo e la donna non stanno certamente qua giù che per fare dei bambini, ed essi uccidono la vita quando non fanno più ciò che è necessario per farne.” Questa frase da conquistatore, gettata lì per sfida alla scienza, alla storia e alla società, fa un effetto curioso all’inizio di un’opera scientifica. Vorremmo vederla trattata come un documento di alto significato psicologico; vorremmo soprattutto vederla pronunciata da un personaggio di quelle potenti armate del sig. Zola che marciano alla conquista di una città, di un’idea, di un mondo.

Essendo il volume di Dr. Laupts una raccolta di documenti psicologici più o meno estesi, più o meno facili, da decifrare, di opinioni di valore molto vario, la contraddizione ne è l’essenza. Così, dopo aver accolto con la più generosa e calda cordialità il mio studio su Oscar Wilde, Laupts si ispira ad esso così poco che si fa di Wilde un’idea completamente opposta alla mia.

Nessuno può desiderare più di me la riabilitazione morale di un uomo che io ho giudicato così severamente, ma non è il lavoro intellettuale che farà i miracoli; quello che è necessario è una fede interiore, un pentimento, non una semplice riabilitazione sociale.

Laupts rimuove molte idee: “Ora, io credo, senza osare di proclamarlo, che qualsiasi essere giovane, messo in un ambiente composto esclusivamente di esseri del suo sesso e sottratto ad ogni influenza del sesso opposto, sotto l’influenza di circostanze d’altra parte aleatorie (superlavoro cerebrale, isolamento, tristezza, anemia, cattivo esempio, ecc.), è suscettibile di inversione se non di fatto almeno nel “desiderio”. Se Laupts osasse parlare chiaro, se non complicasse le cose con tante citazioni contraddittorie, se dicesse “composta soprattutto di esseri del suo sesso” al posto di “esclusivamente”, se non dicesse “sottratto ad ogni influenza del sesso opposto”, la sua frase arriverebbe alla verità.

Alcuni, ci dice, si danno all’onanismo, a volte solitario. Anche in questo caso parla di predisposizione all’inversione o di ritardo della guarigione. Il vizio solitario è autofilia, e l’autofilia è inversione. Amarsi da soli sessualmente è invertirsi, amare i propri organi è prepararsi ad amare quelli del vicino. Tutti gli invertiti o quasi tutti, d’altra parte, sotto una forma o sotto un’altra, sono autofili. C’è della sessualità nel loro amore per se stessi.” Ci accorgiamo che Laupts cade nell’esagerazione, che domina in tema dell’onanismo. Ci sono d’altra pare tanti onanismi, da quello psichico fino a quello meccanico degli idioti. L’onanismo ci può essere nel caso degli eterosessuali privati di donne, che non hanno o non vogliono compensazioni unisessuali. E può anche esserci nel caso di un unisessuale che non osa dichiararsi ad un amico, a un complice, e che s’immagina un’avventura d’amore che porta a una voluttà fisica e reciproca. Si trova poi abbastanza spesso in quelli che amano giudicare severamente la condotta degli altri ma che non hanno il coraggio di essere casti loro stessi. L’onanismo può essere il piacere di un autofilo; ma non bisogna confondere tutte queste forme di onanismo. Ci felicitiamo pertanto con Laupts per aver fatto risaltare l’autofilia. Si troverà che parecchi eterosessuali, nei loro rapporti con le donne possono essere autofili.

L’autofilia è un incidente passeggero in molti uomini unisessuali o eterosessuali. Non ci si dovrebbe nemmeno stupire di scoprire in un eterosessuale un’autofilia prolungata. Nel suo progetto terapeutico Laupts rasenta la pericolosa illusione che la guarigione di un invertito consista nella sua conversione all’eterosessualità.

Come il sig. Havelock Ellis, il sig, Féré, e altri ancora, proclamano e continueranno a proclamare, non è l’unione con una donna qualunque che costituisce la guarigione di un invertito.

La conversione, la guarigione di un unisessuale non è solo in rapporto con l’eterosessualità, ma con la sessualità stessa. Se di un debosciato o di un sensuale incallito, si fa un temperante, un casto, un sobrio, molto è stato fatto. Se lo si butta nella dissolutezza eterosessuale si fa invece molto male.

La classificazione di Laupts: invertito nato feminiforme, feminifilo e masculifilo cerebrale, feminifilo e masculifilo occasionale, è incompleta perché egli non riconosce che il maschio e la femmina e non considera quindi che la metà degli invertiti. Tralascia del tutto la passione per la similarità, dei forti per i forti, dei virili per i virili, dei deboli per i deboli (2). Molti maschi cercano ciò che è maschio, che è anche maschio, o più maschio o un po’ più o un po’ meno maschio: non si possono equiparare tali unioni a quelle di un masculifilo e di un feminifilo, di un feminifilo e di un feminiforme.

Le note sull’amicizia dimostrano grande finezza e di riflessione, ma sono fondate su un errore psicologico che ho denunciato più di una volta.

In psicologia non si possono riportare tutti i sentimenti affettuosi all’egoismo e tutti i sentimenti altruistici a una base sessuale. Laupts cita un autore francese che spiega l’amicizia, l’altruismo, attraverso la pederastia degli antenati. La psicologia di James è migliore.

“L’amicizia, dice Laupts, non deve superare certi limiti. Ogni affetto esagerato tra maschi è ridicolo.” Secondo lui bisogna dire così ai bambini! È proprio contro questo sistema educativo che ho voluto reagire studiando l’infanzia degli invertiti: è proprio questa ingiusta affermazione che allontana i ragazzi dai loro genitori e dai loro maestri. Una morale che chiama ridicola e cattiva ogni specie di affetto esagerato tra giovani uomini è essa stessa cattiva e ridicola. E i pericoli di un eccessivo entusiasmo sono da temere meno di quell’ dell’eccesivo egoismo e dell’eccessiva scaltrezza. Un ragazzo capirà rapidamente perché gli si vuole insegnare una prudenza che a lui ripugna.

La storia, le letture, le conversazioni sono piene di affetti esagerati tra uomini, che sono collocati molto in alto. Non parlo nemmeno degli esempi greci e di quelli religiosi; ma i ragazzi non sentono forse lodare l’affetto, il disinteresse, non vedono forse delle amicizie intime?

Perché dovrebbero credere le loro amicizie infantili inferiori o meno importanti? È proprio l’errore di tanti genitori che il dott. Laupts vorrebbe raccomandare.

L’importante è innalzare l’uomo, non farne un fervente cultore del sesso femminile, un sempliciotto o un debosciato. Bisogna al contrario coltivare con cura la simpatia dei ragazzi, svilupparla, fare del nostro meglio perché questa simpatia non riguardi un solo ragazzo; bisogna cercare di sviluppare questa simpatia verso parecchie persone, verso molte cose. Bisognerebbe servirsi del grande affetto verso un amico per fare amare anche altri amici, per fare sorgere altre preoccupazioni. I grandi affetti giovanili non sono causati dalla sessualità nemmeno quando sono legati insieme in un certo momento. Sono talvolta un rimedio sovrano contro l’onanismo (3). Il ragazzo che dovesse imparare troppo presto a sopprimere il suo affetto debordante o a nasconderlo troppo, o a conservarlo per le sue amanti diverrebbe molto probabilmente l’uomo che noi deploriamo, l’uomo di cui abbiamo così rovinato l’amicizia che essa non può più aiutarlo contro l’eterosessualità pervasiva, marcescente, deprimente.

Ci si ricordi, leggendo Laupts, che la perversione proviene spesso da rapporti eterosessuali incoraggiati in età troppo acerba. Si contrappongano a Laupts autori come Hoche, Ellis, Dukes, Niemeyer…

Quanto alla reazione estetica di cui parla Laupts, sono sicuro che, andando più a fondo nell’ argomento, lui stesso si accorgerà facilmente che tutti i grandi artisti hanno preferito la bellezza della linea maschile: è una questione estetica e non di sessualità. È un fatto indiscutibile, sia che si studino poco sia che si studino molto la storia dell’arte e gli artisti. Inglobare tutti gli artisti tra gli uranisti mi sembra un lombrosismo.

Avrei preferito lodare senza riserve il dott. Laupts e il suo libro, ma ci sono delle verità troppo preziose perché non si cerchi di difenderle, e il desiderio del dott. Laupts di arrivare alla verità lui stesso, desiderio così lodevole e così sincero in lui, ne sono sicuro, non merita che franchezza.

In Francia i nostri ringraziamenti devono soprattutto essere rivolti al sig. Legludic. Negli Archivi di Antropologia criminale ho riferito dei suoi interessanti studi sull’unisessualità (Attentats aux mœurs di H. Legludic, Paris, Masson, 1896). Il sig. Legludic si è distaccato, grazie alla sua preziosa esperienza, dai pericolosi errori di Tardieu;

“Nella sua modestia, mostra in modo evidente che non ci si deve fermare alle categorie di Tardieu, ai segni psichici della pederastia…” (4) E mostra parecchie altre cose ancora, è al corrente dei lavori moderni, non ha preconcetti di carattere biologico e non è un muto che scrive per un retro-pensiero come tanti scrittori scientifici e non dei minori. Il sig. Legludic ha contribuito certamente alla verità e alla conoscenza della unisessualità più di quanto molti pensano che abbia fatto, all’estero e anche in Francia; forse, quando il suo libro sarà stato commentato, la sua azione non potrà essere messa in dubbio. Lui stesso continuerà a fare valere delle teorie sensate senza vergogna e senza questa paura che ancora paralizza spiriti molto distinti e scrittori molto noti. Il sig. Legludic riconosce la virilità di molti invertiti, la loro mancanza di decadimento fisico o morale e la necessità di non dare più credito agli stereotipi. Tra le sue aperture di orizzonti e le necessità che le teorie impongono al sig. Féré c’è un contrasto. Devo proprio alla cortesia del sig. Féré un piccolo e importate opuscolo: “la descendance d’un inverti, contribution à l’ hygiène de l’inversion sexuelle [La discendenza di un invertito, contributo all’igiene dell’inversione sessuale]. (Paris, Imprimerie Schlseber, 257, rue Saint-Honoré, 1896).

«Le perversioni genitali, comincia l’eminente medico di Bicétre, hanno molto preoccupato i medici e i moralisti negli ultimi anni. Forse apparivano più frequenti perché venivano studiate con più attenzione. Alcune si sviluppano sotto l’influenza dell’educazione, dell’imitazione, dell’immaginazione. Si può allora intervenire contro il male facendo affidamento sulle condizioni dell’ambiente, sull’immaginazione, sulla volontà… Ma se un certo numero di perversioni possono essere considerate acquisite perché si sono manifestate in un’età abbastanza avanzata, non è affatto detto che sia sempre così. Spesso si constata che le prime manifestazioni genitali sono state anomale e la perversione è una realtà congenita (5)… L’inversione sessuale, l’attrazione spontanea, sensuale, sentimentale o intellettuale, per un individuo del medesimo sesso è considerata dalla maggior parte dei medici come una segno di degenerazione…

Il punto è che esiste un certo numero di individui affetti da inversione istintiva del senso genitale che non presentano alcuna anomalia somatica grossolana e, in particolare, alcuna malformazione degli organi genitali interni o esterni.

L’esistenza di invertiti normali dal punto di vista morfologico può giustificare a prima vita l’opinione dei dissidenti che ammettono che gli invertiti possano non essere né degenerati né criminali né malati (6).

Raffalovich, che difende l’integrità intellettuale e morale degli invertiti superiori, stabilisce a buon diritto delle distinzioni tra gli invertiti o uranisti. Ci sono quelli casti, quelli moderati, quelli sensuali e quelli viziosi. Tra gli uranisti virili ci sono delle categorie, alcuni cercano l’uomo per le sue caratteristiche virili sia dal punto di vista psichico che sensuale, oppure secondo i casi o dal punto di vista psichico o dal punto di vista sensuale; altri cercano in un altro maschio una sensibilità più delicata di quella dell’uomo o della donna, altri infine amano il maschio come gli individui normali amano la donna.”

“Non sono affatto questi gli argomenti che i medici considerano nelle loro descrizioni, essi sono soprattutto interessati agli invertiti i cui amori sono amori femminili, che imitano la donna nei suoi gusti, nel suo abbigliamento, come nel suo comportamento così nell’atto sessuale quando lo ricercano.”

Se il sig. Féré non insistesse in modo così marcato sulla parola normale, nulla potrebbe essere migliore della sua analisi delle categorie che esistono secondo me. Ormai è già entrato nel circolo da cui l’eminente medico non uscirà più, circolo di cui la mia stima e il mio rispetto per lui e per i suoi lavori mi renderanno penoso il carattere vizioso. Ma ascoltiamo il sig. Féré:

“L’invertito che non è schiavo del suo istinto sessuale, quello che è casto, sia per temperamento, sia perché è abbastanza padrone di se stesso per non mettersi fuori da una legge che riconosce essere quella della natura, è inoffensivo dal punto di vista sociale. Colui che è capace di fare defluire verso un lavoro utile l’energia di una tendenza che egli riconosce come morbosa o come fuori della legge naturale può non solo essere inoffensivo, ma può essere un uomo utile.

L’invertito che obbedisce ai suoi impulsi diventa invece necessariamente un agente di corruzione.” Ma questa legge della natura è la legge del sig. Féré; l’invertito padrone di sé non considera per la maggior parte del suo tempo la sua tendenza “come morbosa o come estranea alla legge naturale.” È del tutto sbagliato ed è del tutto privo qualsiasi credibilità immaginarsi che gli invertiti si considerino al di fuori della natura.

Coloro che si autocontrollano, che si dominano, perché sono casti senza troppi problemi oppure con difficoltà, perché amano una vita calma e dignitosa, perché amano qualcuno più di se stessi, non sacrificano affatto un ideale, una convinzione e nemmeno un’abitudine in nome della natura, della legge di natura, di una sua volontà volontà; i filosofi, i pensatori, gli scettici non possono credere a delle tendenze morbose o contro la natura umana così diffuse, così parallele alle tendenze eterosessuali; e i credenti hanno ugualmente il diritto di considerare la natura umana decaduta e sensuale, suscettibile di tutte le sessualità. Il vero scettico e il vero credente, non hanno, nella stessa misura, il diritto di spaventarsi in presenza dell’unisessualità. Per l’uno come per l’altro la questione, malgrado la sua gravità, è semplice. I confessori cattolici e i confidenti laici sanno a che cosa si devono tenere e non si stupiscono delle tendenze e delle tentazioni che i deterministi confusi, o gli scettici indecisi, o i materialisti borghesi non sanno spiegate. L’agnostico sincero e senza pregiudizi, esattamente come il cattolico sincero e istruito, si confrontano senza turbamento col problema dell’unisessualità e ne intravedono le cause e la soluzione. Ma tra questi due punti di vista, che incertezze, che imbarazzi, come bisogna giocare con le parole, come si è obbligati a forgiarsi un ideale, una normalità che dipende dalla teoria che si ha o una degenerazione invisibile che si postula (7). E la ragione dipende spesso dall’equivoco, del terreno sul quale si fonda. Chi è medico, determinista, fisiologo, vuole spiegare tutto, soprattutto il morale attraverso il fisico, insiste perché la psicologia sia una sezione della fisiologia e nello stesso tempo non vuole mettere da parte certi pregiudizi propri o di altri. Senza saperlo, senza volerlo, ci si schiera dalla parte dell’opinione corrente più superficiale, mentre in apparenza si obbedisce a una scienza critica spietata. L’opinione pubblica non vuole prendere sul serio l’unisessualità; bene, la scienza si troverà d’accordo con l’opinione pubblica e si farà perdonare gli altri suoi atti di audacia.

“Solo la lunga abitudine è capace di lottare contro l’istinto. La resistenza agli istinti sessuali contrari ha tante più possibilità di essere modificata quanto più i tentativi di modifica sono fatti ad un’età più tenera. Non è quindi senza ragione che Raffalovich richiama l’attenzione sull’utilità che può avere lo studio dell’istinto sessuale nei bambini. L’induzione degli invertiti alla castità è l’indicazione fondamentale della loro educazione. I tentativi di raddrizzamento dell’istinto sessuale non possono portare che a fare dell’invertito un debosciato o un marito infelice, mentre attraverso la castità egli può tendere alle finalità più nobili. Deve imparare che non si obbedisce solo alla società dandole dei bambini: moltissimi uomini tra i più utili all’umanità hanno vissuto in celibato e castità. Il genio è, in generale, celibe e spesso continente.”

Tutto questo sarebbe quasi ammirabile se il sig. Féré tenesse più conto di tutte queste categorie, che lui stesso riconosce, e se avesse ammesso anche un fatto che prima o poi bisognerà pure ammettere: l’assenza di demarcazione netta tra unisessuale ed eterosessuale. Molti unisessuali sono più adatti a fare figli di parecchi eterosessuali.

L’uranismo assoluto e incoercibile è, bisogna ricordarlo, non solo congenito ma fortemente acquisito. E la volontà e l’abitudine hanno un ruolo più importante nell’orientare la sessualità di quanto in genere si pensa e di quanto io stesso ho detto nel mio libro. Non ho voluto imbarazzarmi e non ho voluto imbarazzare i lettori per i quali l’analisi delle sessualità è ancora un po’ nuova, con questo problema della scelta che fa l’uranista.

Aspettavo che si studiasse meglio l’istinto sessuale dei bambini prima di pubblicare una scoperta abbastanza sconvolgente. C’è da parte dell’uranista che cresce e c’è anche da parte dell’eterosessuale che cresce, una scelta deliberata, una selezione. Il bambino sceglie, rigetta, seleziona gli elementi della sua vita sessuale. Non ha nessuno che lo aiuti anche quando nessuno lo ha corrotto. C’è la tendenza congenita (possibile, come ha detto il prof. James presso tutti gli uomini) c’è il carattere del bambino e il suo ambiente, c’è la sua condotta, ci sono le sue abitudini, ci sono molti fattori, molti elementi determinanti, ma non si potrà mai dimenticarsi della volontà stessa del bambino, volontà più precisa ancora nei ragazzi grandi, negli adolescenti e nell’uomo fatto, più impressionabile probabilmente verso la fine dell’adolescenza. Perché si è per tanto tempo trascurata la possibilità di scelta dell’uranista? Per ignoranza, per negligenza e anche per non renderlo troppo responsabile. Gli scrittori che si occupano di unisessualità, anche i più rispettabili, i più sinceri, hanno spesso una tesi, un pregiudizio; devono mettere gli unisessuali al riparo dalle severità legali, penali e sociali e allora fanno risaltare la tendenza congenita e lasciano da parte l’unisessualità acquisita, falsano la verità semplificando e sviando. Il problema non è tanto che manchino di franchezza ma il fatto che lo scopo perseguito li spinge ad una prudenza e ad una difesa d’ufficio eccessiva.

“Ma questo genere di educazione (che orienta alla castità) non può avere buon esito che negli individui con tendenze moderate; per gli invertiti con impulsi violenti, fallisce certamente il suo scopo e i medici che cercano di fare dell’invertito uno che corre appresso alle ragazze, che non devono essere corrotte, per evitargli di diventare uno che corre dietro ai ragazzi onesti, lavorano in sostanza per il male minore.” Avrei creduto che l’educazione alla castità fosse altrettanto importante nell’educazione degli eterosessuali che in quella degli unisessuali, e soprattutto desiderabile per gli individui con pulsioni violente. La castità non è una castrazione morale, è un potere di subordinare gli impulsi fisici a degli altri impulsi, la volontà di mettere al posto dei pensieri osceni dei pensieri più appropriati. L’uomo non può impedirsi di avere pensieri osceni, slanci, emozioni, ma può avere anche altri pensieri, altri slanci e altre emozioni. L’uomo casto, eterosessuale o unisessuale, è colui che probabilmente è caduto più di una volta, ma che si è rialzato, che cerca di rialzarsi, che non cede perché gli altri cedono, che sa che è possibile non illanguidirsi. Un tale uomo è spesso un uomo con impulsi violenti.

E siccome M. Fere ha rilevato che “la guarigione dell’inversione” può essere chiamata piuttosto “una perversione dell’invertito”, siccome egli considera “permesso mettere in dubbio l’utilità del trattamento e anche la legittimità del tentativo” non vedo come arrivi a dire che “i medici che tendono a rendere l’invertito uno che corre appresso alle ragazze “che non devono essere corrotte, per evitare che diventi uno che corre appresso ai ragazzi onesti, lavorano in somma per il “male” minore”. Non è per malizia che attiro l’attenzione sulla contraddizione del sig. Féré, se è così importante, secondo lui, che l’invertito non diventi padre, come non temere che, stanco della “ragazze che non devono essere corrotte”, si permetta il lusso di una donna e di una famiglia? D’altra parte più di un invertito si lascerà catturare da una donna dignitosa, da una ragazza giovane e modesta, per arrivare poi ben presto al disgusto verso le ragazze. E poi la scelta non è tra “dei ragazzi onesti” e delle ragazze corrotte. Perché quest’uomo non dovrebbe contentarsi di ragazzi o di uomini corrotti? Ce ne sono tanti: e non è minimamente inverosimile che l’invertito con impulsi violenti possa cercare maschi maliziosi oppure contentarsi di donne virtuose. “Ma se l’educazione alla castità è spesso impossibile, se spesso ci si riduce a ricorrere a una deviazione sessuale per mancanza di meglio, perché il soggetto non è capace di perseguire uno scopo più alto, di attaccare il suo aratro a una stella [propriamente: puntare l’aratro verso una stella per fare il solco dritto]; non è comunque meno fuori di dubbio che l’avviamento verso la castità debba restare l’ideale del medico come dell’educatore. E il motivo fondamentale è che l’invertito, per quanto sia superiore, è sempre un degenerato. La perversione dell’istinto sessuale è una caratteristica di primo piano della degenerazione perché essa ha come conseguenza necessaria la dissoluzione dell’eredità… Se la razza si perpetua, gli invertiti non esistono per un motivo importante.”

Questa generalizzazione è più grandiosa che legittima; ma non è affatto esatta.

Sono soprattutto i viziosi, i debosciati, gli sfiniti, i sifilitici, gli alcolizzati che sono dei padri pericolosi. Gli invertiti contribuiscono alla perpetuazione della razza molto di più di quanto si creda. “l’orrore del coito (8) non esiste sempre o necessariamente; può comunque sopraggiungere in qualsiasi occasione. Un atto sessuale che non interessa, che è solo un atto sessuale, non ha molto di desiderabile per un uomo raffinato e civilizzato; – normalmente non è cosa facile per lui né per la bellezza fisica della donna, né per un quadro ideale, né per delle circostanza lusinghiere o romantiche.

L’uranista resta di sangue freddo [indifferente] con una donna. Ci vogliono fatti fortuiti e molto particolari per cambiare l’indifferenza sessuale in orrore… gli uranisti virili devono evitare la donna più di un tempo. In effetti la posizione sociale della donna, dopo che ha lasciato il gineceo, l’ha resa molto più sessualmente antipatica all’uranista. È l simbolo sociale della donna che impedisce a più di un uranista virile di avere rapporti eterosessuali.” Io sospetto che il sig. Féré non abbia studiato il ruolo storico dell’unisessualità, che non abbia analizzato le cause dell’astensione eterosessuale di molti uranisti di oggi. L’uranista vede ancora più chiaramente dell’eterosessuale quello che si può rimproverare alle donne. “La misoginia, l’orrore misto di paura per la donna come essere fisico, morale e intellettuale, è una malattia, una mania, una fobia: ma un semplice disdegno intellettuale, una semplice noia intima (ci sono uomini molto eterosessuali che trovano che la più grande prova d’amore sia sopportare il fastidio provocato dalla donna amata), un semplice fastidio possono essere superati attraverso l’affetto, la simpatia, la bontà o il rispetto per una qualità qualunque. – questo fastidio-sdegno è logico, frequente e deriva dal carattere della donna e della sua civilizzazione, che circonda la donna di tanta cortesia e raffinatezza. Molte donne ignorano la loro mancanza di attenzione o di memoria, i loro infantilismi, i loro difetti, tutto quello che hanno sentito tanto vantare, l’enigma che degenera in rebus. L’uomo annoiato, messo da parte da tutto quello che ho appena indicato (e che è così diffuso tra le persone più colte il cui cervello non è così raffinato come il loro atteggiamento) – oppure ributtato indietro dalla ristrettezza mentale o dell’opacità di altre donne che pure non si atteggiano, – o respinto dalle pretese,- quest’uomo non ha nulla di sorprendente. L’eterosessuale non si vergognerà di confessare questa noia, questa critica spesso inevitabile.

L’invertito sente o pensa le stesse cose, potrà essere più incline all’indulgenza dell’eterosessuale, più paziente, se non ha dovuto sopportare le donne … ”
Un invertito sano, senza anomalie somatiche, lontano dalla donna per cause psicologiche, per le idee, o per un senso di lontananza dei sensi, le cui cause sono così complicate, sia spontanee che volute, spesso si sposa; e non ho mai trovato il suo matrimonio peggiore di quello di un eterosessuale convinto, o la sua discendenza peggiore. Il matrimonio delizioso non esiste, ha detto La Rochefoucauld.

Si continua a ignorare che molti uranisti sarebbero ottimi padri e mariti, eppure io credo che tutti noi ne conosciamo. Un uomo sensato non esiterebbe a preferire come genero un uranista sano, virile e onorato, rispetto ad un ermafrodito psichico che ama con la stessa sensualità gli uomini e le donne.

“Se si potesse stabilire sulla base di fatti che l’invertito superiore non è un degenerato e può fornire una discendenza che rientra nella regola beneficiando dell’eredità delle sua qualità, l’indirizzamento verso la castità percorrerebbe una strada sbagliata”, dice il sig. Féré, che per castità sembra intendere il celibato perpetuo. Non pensa forse che l’indirizzamento verso la castità è il miglior indirizzamento verso un matrimonio casto e fecondo? Aiutiamo i ragazzi ad essere casti e gli uranisti e gli eterosessuali saranno, celibi o sposati, sposati o celibi, molto più utili alla società. Io non sono il sig. Féré in mezzo alla sue sottili e ingegnose definizioni della funzione sessuale, della negazione dell’istinto sessuale, ec. ecc.. Perché volendolo criticare arriverei forse a delle esagerazioni simili. Mi limito al caso interessante che egli cita dandogli un’applicazione troppo generale e larga.

Da una decina d’anni il sig. Féré segue un giovane epilettico che ha ora diciotto anni; da quattro anni non presente più alcun attacco convulsivo, ma è rimasto soggetto a crisi di eccitazione violenta di vario tipo. D’altra parte è quasi imbecille.

“Questo ragazzo è il figlio maggiore di una famiglia: due fratelli, di due e quattro anni meno anziani, sono completamente idioti; una sorella, nata due anni più tardi, ha finito per soccombere alle convulsioni all’età di sei mesi. La madre è morta di complicazioni puerperali partorendo questa figlia, era vigorosa e sana, non aveva mai provato turbe nevropatiche; lei ha due sorelle che hanno entrambe figli normali come loro.” Che cosa se ne sa? Sono cose che sono molto più facili da dire che da provare. Ho conosciuto dei bambini normali che erano molto strani. Conosco delle donne che si dicono vigorose e sane, senza turbe nevropatiche che io non vorrei mai come madri di futuri bambini. Il sig Féré ha la storia dei suoi vari parti? Dispone di un’analisi esatta del padre e della madre di questa donna? Ammettendo la sua buona salute, avrebbe potuto facilmente avere nella sua ascendenza tare molto gravi.

“Quanto al padre, è un uomo notevole, tanto dal punto di vista morfologico che dal punto di vista funzionale: è un uomo di un’intelligenza superiore.

Non si ha neppure notizia di nessuna tara nevropatica nella sua famiglia, Aveva solo un fratello di un anno più grande di lui, che ha oggi quarantasette anni e ha avuto una carriera brillante; è celibe…

La patogenesi si è evidenziata qualche mese fa.” Il figlio maggiore fece un tentativo di pederastia su suo fratello. Il padre rimase molto colpito e rivelò al il medico che lui stesso dall’età di sei aveva amato gli uomini virili, uomini nudi.

Durante la pubertà i suoi gusti divennero più marcati, cercava compagni più grandi, più sviluppati. Non ha mai avuto sogni erotici in cui fosse presente una donna. Nei suoi sogni sognava baci e toccamenti. Si diede solo alla masturbazione solitaria. A sedici anni, si confidò col suo confessore che lo rassicurò e lo incoraggiò alla castità. Quando lasciò il collegio, quando fu lasciato a se stesso, egli ricadde nel suo sogno a occhi aperti, e si sottomise alle stesse sensazioni. Il sig. Féré non sottolinea che questo uranista era piuttosto effeminato perché i suoi gusti continuarono dopo la sua infanzia e la pubertà a preferire lo sviluppo virile. Questo non è ciò che ci si aspetta da un uranista virile superiore.

“Aveva rinunciato alla masturbazione, si sentiva abbastanza forte per rimanere casto, aveva bisogno di lavorare, mantenne il suo segreto. La sua famiglia gli consigliava il matrimonio, che avrebbe dovuto migliorare e garantire la sua situazione. Consultò un medico, che gli consigliò di praticare il coito e gli assicurò che il piacere sarebbe venuto da sé; gli fu prescritta l’idroterapia e un regime di eccitante (9). Le sue idee religiose unite ad una repulsione istintiva lo tennero per parecchio tempo nell’indecisione. Ma la vergogna di non poter essere un padre di famiglia e di non poter adempiere ai suoi doveri sociali, e forse anche la curiosità, alla fine prevalsero. Fece diversi tentativi infruttuosi, etc. Ci vollero più di sei mesi per avere un rapporto completo. Quelli che ebbe in seguito costituirono per lui un compito penoso. Pensò che nel matrimonio la maggior parte dei motivi che cercava di trovare per la sua ripugnanza sarebbero venuti meno, e si sposò. Ma la donna rimase per lui un oggetto di una repulsione che non poteva nascondere se non a prezzo di sforzi di cui non capiva più il senso, le carezze che le dava solo per dovere gli costatavano dei disgusti e degli sforzi indicibili; I rapporti completi sono stati molto rari, non più numerosi di quelli che erano stati necessari per ottenere i risultati di cui si lamentava. Le sue tendenze omosessuali si sono manifestate in diverse circostanze in cui era stato in relazione con degli uomini il cui aspetto corrispondeva alle sue preferenze, ma non si è mai lasciato andare a qualsiasi manifestazione. Dal momento che è vedovo, ha sempre resistito ai suoi desideri e non aveva dubbi che sarebbe stato in grado di mantenere lo stesso dominio di se stesso prima del suo matrimonio, se non fosse stato incoraggiato a superare il suo istinto. Quest’uomo che ha quarantasei anni, ha tutti gli attributi della virilità, è vigoroso, barbuto e non ha alcuna anomalia degli organi genitali, né alcuna anomalia apprezzabile dell’intelligenza o del carattere.”

La superficialità delle osservazioni mediche è riconosciuta da molte persone. E questo brano del sig. Féré ne è una prova ulteriore. Ho già notato il carattere effeminato delle tendenze sessuali di questo padre sfortunato, carattere persistente che non si modifica con l’età; sembra più che effeminato, quasi passivo. Se quegli uomini barbuti lo avessero corteggiato, spinto, preso con violenza, la sua passione si sarebbe rapidamente scaldata e arresa, a meno che egli non facesse appello ai suoi sentimenti religiosi. È alla sua passività sessuale che io attribuisco a difficoltà dei suoi rapporti con sua moglie; e poi quella donna lo amava? Lo avrebbe amato anche se fosse stato più sessuale? La sua frigidità, la sua timidezza mi sembrano più gravi dal punto di vista dell’eredità che non l’unisessualità. Se fosse stato eterosessuale sarebbe stato un padre mediocre. Ci sarebbero ancora parecchie cose da dire su questo argomento.

Mi accontento di dire che se si seguisse il consiglio del sig. Féré, se si considerasse questa progressione dell’anomalia in due generazioni successive come spiegabile in prima istanza con l’unisessualità paterna, e dato che c’è interesse “ad allontanare dal matrimonio tutti gli individui “che presentano queste anomalie a qualsiasi livello”, se ci si riuscisse, la popolazione della Francia e delle altre nazioni toccherebbe proporzioni inattese.
__________
[1] Con certi passaggi in Latino. Questa precauzione, che richiama la psychopathia sexualis di Krafft-Ebing, è talvolta spinta troppo oltre e produce in certi casi un effetto più scioccante di quello che avrebbe potuto fare il Francese. Krafft-Ebing riserva il Latino per i passaggi osceni e non per i dettagli voluttuosi. È una piccola differenza.
[2] Non nega quelle dei deboli.
[3] La prudenza, però, non deve mai essere abbandonata. Così Otto de Joux nel suo nuovo libro mette in evidenza il pericolo di lasciare dormire un ragazzo molto giovane accanto a suo fratello o tra le braccia di suo padre.
[4] Si veda il numero del 13 marzo 1896 degli Archivi di Antropologia criminale.
[5] Si veda la mia tavola riassuntiva delle sessualità (Uranisme et Unisexualité, Storck et Masson, 1896): Inversione sessuale congenita o uranismo:
(A) incoercibile per tutta la vita, senza rapporti eterosessuali o malgrado questi rapporti;
(B) che si realizza cedendo alle circostanze, all’ambiente, alla volontà, e dopo la pubertà si allea con l’eterosessualità acquista o cede ad essa;
(C) uranismo parziale che non esclude gli istinti eterosessuali già presenti prima o dalla pubertà, che soffoca questi istinti, si allea con essi o cede ad essi.
Eterosessualità congenita:
(A) incoercibile per tutta la vita, senza rapporti unisessuali o malgrado questi rapporti;
(B) che si realizza cedendo alle circostanze, all’ambiente, alla volontà, e dopo la pubertà si allea all’unisessualità acquista o le cede;
(C) che non esclude gli istinti unisessuali o uranisti già presenti prima o dalla pubertà, che soffoca questi istinti, si allea con essi o cede ad essi.
Inversione sessuale congenita o uranismo: (A) incoercibile per tutta la vita, senza rapporti eterosessuali, che comprende tutti coloro che non hanno mai avuto rapporti sessuali con una donna (1) perché non ne sentono il desiderio, (2) perché ne hanno un desiderio molto labile, così poco fisico e così poco importante, che non sono mai stati tentati di richiamare quel desiderio o di soddisfarlo.
Inversione sessuale congenita o uranismo, (B) incoercibile tutta la vita malgrado dei rapporti eterosessuali, che comprende tutti coloro che (3) hanno creduto in vano che un matrimonio o una relazione con una donna li avrebbe resi felici, e che hanno riconosciuto il loro errore e non hanno subito alcun cambiamento o anche hanno visto il loro uranismo aumentare. Anche se non sono impotenti di fronte ad una donna, la donna comunque non dà loro che gioia fisica, poca voluttà intellettuale, o addirittura nessuna. La volontà e l’illusione li hanno avvicinati alla donna. Il coito con una donna di loro scelta equivale alla masturbazione per un uomo ribelle a questo atto, ecc. ecc..
[6] Havelock Ellis, Næcke… Si vedano anche le precisazioni già citate di Maudsley.
[7] Ricordiamoci delle critiche sensate di Maudsley.
[8] Si veda Uranisme et Unisexualité: Horreur vis-à-vis de la femme [orrore di fronte alla donna].
[9] Dell’alcol? E stato alcolizzato per qualche motivo?

 _________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=5020

DUBBI DI UN GAY SPOSATO

Ciao Project,
mi ha fatto piacere parlare con te, anche se non sono più un ragazzo, mi hai tolto di testa molti dubbi, in fondo erano cose che io sapevo benissimo anche da me ma che non avrei voluto sapere, o meglio avrei preferito tenere nell’ombra come ho fatto per parecchi anni, perché c’è sempre la pura del cambiamento.

Hai ragione quando dici che non mi sono svegliato a 45 anni con un po’ di fantasie gay ma che quelle fantasie ci sono state sempre, è vero, è proprio così. Ho un figlio di 16 anni e pure una moglie che è una brava donna e che mi vuole bene, però da qualche mese ho cominciato a guardare un ragazzo di 30 anni che lavora con me e mi si è scatenata dentro la rivoluzione. Penso che lui sia etero (ne sono certo) e che non ci sia nessuna possibilità di andare oltre un buon rapporto tra colleghi di lavoro, però la sua presenza mi mette in crisi, mi sembra un ragazzo stupendo e lo è: è tranquillo, pensa prima di parlare, non si mette al centro della scena, non si atteggia. È molto meglio di me in tutti i sensi, a parte il fatto che ha 15 anni meno di me, lui è proprio bello, è quello che io avrei voluto essere e non sono mai stato.

Proprio per questo, all’inizio, ho scambiato quello che provavo per ammirazione, un po’ come se lo prendessi a modello, però poi la cosa non regge perché mi torna in mente tante volte anche quando sto con mia moglie e immagino che al posto di mia moglie ci sia lui, oppure ci faccio le mie fantasie in momenti privatissimi… vedi che assurdo, Project, mi faccio perfino venire i complessi e evito di usare la parola masturbazione. Quest’anno è successa una cosa stranissima, l’argomento masturbazione è venuto fuori parlando con mio figlio e ne ho parlato con lui senza complessi ed è rimasto colpito e mi ha detto: “Un discorso così aperto, da te non me lo sarei mai aspettato”, tra parentesi, mio figlio è radicalmente etero, forse è un’osservazione sciocca, ma mi fa piacere. Poi mi ha raccontato di un suo compagno gay e gli ho detto cose positive dei gay e anche qui non se le aspettava, a un certo punto mi ha chiesto: “Ma hai mai avuto amici gay?” Gli ho detto la verità: “No, ma non avrei avuto proprio nessun problema”.

Ma adesso torniamo al punto, il mio collega mi piace, non lo posso negare, ma questo mi cambia qualcosa? Oppure resta tutto come prima, tanto è etero? Ho delle pulsioni gay, su questo non ci piove, e allora? Che succede dopo? Me le tengo e basta e vado avanti come ho fatto per tutti questi anni? Ma te lo immagini che succederebbe se mio figlio si rendesse conto che ha un papà che parla bene dei gay perché è gay, almeno un pochettino gay? E peggio ancora se sapesse che il papà non pensa che la masturbazione sia un vizio terribile perché il fondo si masturba anche lui e pensando ad un uomo. E mia moglie poi, credo che ci resterebbe secca, perché una cosa del genere non l’ha certamente mai sospettata. Anzi tra noi problemi sessuali non ce ne sono mai stati, io ho fatto sempre il mio dovere, magari mentre pensavo ad altro, ma è andato sempre tutto bene. Posso essere bisessuale? Non lo so, perché fantasie sessuali su donne non ne ho mai fatte mentre sugli uomini succedeva eccome.

Project, al punto in cui sto, sul fonte etero ho una famiglia e una bella famiglia e francamente non ci rinuncerei per niente al mondo, sul lato gay ho solo un po’ di fantasia e pure su un ragazzo etero. Che cosa suggerisce il buon senso lo capisco da solo. Il mio sogno sarebbe un altro, perdonami l’espressione irriguardosa, ma mi piacerebbe riuscire a salvare capra e cavoli, cioè mantenere la mia famiglia e avere un amico gay che mi possa capire, poi se scavo più a fondo, capisco che dovrei dire non un amico e basta ma una amico-amante, e lì sta il problema perché mi piacerebbe non imbrogliare la mia famiglia e vivere tutto alla luce del sole. Io credo che se avessi una relazione con un uomo non metterei in crisi la famiglia, cioè mi spiego meglio, diciamo che non sentirei meno affetto per mia moglie e per mio figlio. Non so se queste cose esistono in qualche parte del mondo, probabilmente no, ma se non esistono, francamente non riesco a capirne la ragione. Ma perché dovrei amare di meno la mia famiglia se avessi una relazione con uomo? Non c’è nessuna ragione seria per crederlo. Non penserei mai di scappare col mio amico-amante e di piantare mia moglie e mio figlio, ma vorrei che si conoscessero e che capissero che è una cosa seria, anche se non è il modello tipico di famiglia. Mi rendo conto che sto sognando, Project, e che il mondo è quello che è, le regole del gioco ci sono e non le posso cambiare io.

Mi sono chiesto come mi comporterei io se mia moglie si trovasse nella mia situazione, se si fosse innamorata di una sua amica. In effetti se la cosa non mettesse in crisi la nostra famiglia penso che l’accetterei e anche se si fosse innamorata di un altro uomo, anche se lì la cosa è più complicata perché in pratica potrebbe avere altri figlia e crearsi un’altra famiglia e quello magari mi creerebbe problemi grossi, ma la presenza di un’altra donna non mi creerebbe difficoltà. Ho anche pensato che io posso fare questo discorso su mia moglie proprio perché sono gay, o almeno credo di esserlo, forse se fossi etero sarei terribilmente geloso.

E se poi trovo veramente un amico gay – potrebbe anche succedere – come mi devo comportare? Forse è meglio tenere i piedi per terra e guardare a come le cose stanno adesso. Oggi come oggi vorrei conoscere dei gay, perché ho ancora le idee molto confuse, ho bisogno di collegare la parola gay a una persona reale o a delle persone reali e non a delle fantasie. A casa non uso il PC fisso, perché lo usa mio figlio e non vorrei per nessuna ragione lasciare tracce strane. I PC dell’ufficio sono tutti in rete e si possono adoperare solo per lavoro. Uso un mio PC portatile con password, a casa ho detto che è quello del lavoro ma non è vero, lo uso solo per le cose mie privatissime nei rarissimi momenti di libertà che posso avere.

Project, fino ad ora non sono mai entrato in chat erotiche o in siti di incontri, ma ti confesso che la tentazione è grande però è grande anche la paura e allora lo stallo perdura. Ho scritto a te, e prima di inviare la mail ci ho pensato mille volte. Adesso a distanza di tempo posso dire di avere fatto bene, almeno un confronto serio è possibile, però poi mi blocco.

Mi ha colpito molto una cosa che mi hai detto in chat e cioè che probabilmente vedo il mondo gay come il mondo della favole, come se lì tutto fosse facile e scontato, cosa che probabilmente non corrisponde affatto alla realtà. Certo non staranno tutti aspettando me e poi, come hai detto tu, un gay sposato e di 45 anni non è certo un ragazzo libero di 25 anni, e lo capisco benissimo. Mi vuoi dire che ci avrei dovuto pensare vent’anni fa e che allora le cose sarebbero state completamente diverse, però non mi pento per niente delle scelte che ho fatto, perché adesso ho una famiglia, anche se rischio di metterla in crisi.

Project, a questo punto che si fa? Proverò ad entrare di nuovo nella tua chat, ci ho già provato e mi hanno accolto bene, cosa che mi ha colpito. Pensavo di sentirmi un estraneo ma è stato tutt’altro. Spero di poter parlare di nuovo con te e magari anche di conoscerti di persona, anche perché ho bisogno di tempo e di situazioni tranquille.
Grazie di tutto e a presto (spero).

Dubbioso69

__________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=4912

JOHN ADDINGTON SYMONDS OMOSESSUALE

Quando nel 1985 Frassinelli pubblicò l’autobiografia (Memories) di John Addington Symons [John Addington Symonds “Voglie diverse}” – Confessioni intime di un letterato vittoriano, Frassinelli Milano 1985, traduzione di Erica Joy Mannucci dell’originale inglese: “The Memories of John Addington Synmonds”, Londra 1984. Tutte le citazioni nel seguito di questo saggio si riferiscono alla edizione di Frassinelli del 1985], mi trovavo in Lombardia per lavoro. Ricordo perfettamente che lessi il libro in soli due giorni e ne riportai una impressione profonda. Non è solo la storia di un omosessuale, ma è un documento di radicale sincerità e di altissimo spessore umano, un documento di straordinaria modernità anche se riguarda un uomo nato nel 1840. Il lettore omosessuale di oggi ritrova nelle memorie di Symonds gran parte del proprio mondo.

Praticamente tutta l’autobiografia è centrata sulla omosessualità, e gli aspetti culturali legati all’opera critica e letteraria dell’autore sono relegati ad una dimensione marginale.

Symonds lasciò disposizione che le Memorie potessero essere pubblicate solo dopo trascorsi 50 anni dalla sua morte, non si aspettava certo celebrità dalla sua opera.

L’autobiografia, pur essendo anteriore alla condanna di Wilde e alla nascita della psicoanalisi, rappresenta una ricerca volta a documentare lo sviluppo della omosessualità dell’autore. Non si tratta della vicenda di un omosessuale chiuso in sé stesso ma di un uomo di cultura profonda, sposato e con quattro figlie, legatissimo alla storia e alla cultura italiana e ottimo conoscitore della lingua italiana. È anche per questo che le memorie di Symonds costituiscono un documento unico perché sono il ritratto senza reticenze di un omosessuale della seconda metà dell’Ottocento visto dal di dentro, come lui stesso si vedeva. Ma il vero fascino di questa lettura, che la rende unica, deriva dal fatto che procedendo pagina dopo pagina si ha l’impressione di conoscere l’autore sempre meglio, di capire i suoi tormenti profondi, i suoi turbamenti, le sue incoerenze, e i suoi slanci amorosi, in qualche modo il lettore se lo sente accanto, come se John gli parlasse di sé in modo molto semplice e diretto e si abitua a quella presenza come alla presenza di un amico.

In questi ultimi giorni ho ripreso le Memorie di Symonds e le ho rilette. Anche se ormai sono vecchio, resto ancora affascinato da questa lettura. È noto che Symonds è morto a Roma ed è stato sepolto a Roma, al cimitero degli Inglesi (cimitero acattolico) vicino alla Piramide di Caio Cestio. Stamattina ho preso il tram e sono andato a Porta San Paolo e quindi al cimitero degli Inglesi, tutti sanno che lì sono sepolti John Keats e Percy Shelley e sono conservate le ceneri di Gramsci di pasoliniana memoria ma, per fermarsi ai personaggi noti omosessuali, lì riposano anche Carlo Emilio Gadda e Dario Bellezza. Ho trovato facilmente la tomba di Addington Symonds, una sepoltura minima, a terra, con una lapide, purtroppo una delle tante tombe abbandonate. Fermandomi lì accanto ho avuto l’impressione di conoscere la vita dell’uomo che lì era sepolto, molto al di là di quello che ne diceva la lapide, ed era in fondo lui stesso che mi aveva parlato di sé.

La sua preoccupazione principale, nell’autobiografia, fu quella di dire la verità e di fare capire che cosa è veramente l’omosessualità, era certo che “un suo simile” avrebbe potuto capire a fondo il travaglio della sua anima e lo avrebbe considerato un uomo onesto. Se John avesse potuto immaginare che, a distanza di più di 120 anni dalla sua morte, la sua opera sarebbe stata ancora un motivo di riflessione per tanti “suoi simili”, credo ne sarebbe stato felice.

Ma veniamo alla biografia di Symonds.

Nato il 5 Ottobre 1840 a Bristol, in Berkeley Square 7, John vive in quella casa fino al giugno del 51, quando si trasferisce a Clifton Hill House.

Della madre, che era morta di scarlattina quando John aveva 4 anni, si conservano nella mente di John fino all’età adulta solo frammenti di ricordi.

John vive con le sue tre sorelle, col padre e una zia materna. Riceve una educazione religiosa in modo indiretto. Così lui stesso ci racconta:

In un modo o nell’altro – forse ascoltando le deprimenti prediche del Blind Asylum – sviluppai un senso morboso del peccato, e di notte gridavo per atti immaginari di disobbedienza. Mia zia e mio padre, sentendomi piangere e singhiozzare, lasciavano il salotto e cercavano di confortarmi.

Ero convinto che il diavolo vivesse vicino alla stuoino, in un angolo buio del corridoio accanto alla camera di mio padre. Credevo che mi apparisse sotto forma di un’ombra nera, correndo per terra qua a là, con un lievissimo sospetto di coda roteante.

Quando nell’anno 1848 ci fu l’epidemia di colera ne sentii parlare così tanto che caddi in uno stato cronico di paura isterica. Qualcuno mi aveva detto quali benefici si ottenevano recitando giaculatorie. Così mormoravo continuamente: O Dio, salvami dal colera!” Questa abitudine superstiziosa mi rimase per anni. Credo che fu di impedimento alla crescita di sane idee religiose; ma non posso dire di essere mai stato sinceramente pio, o di avere mai capito davvero le parole su Dio che sentivo e ripetevo a pappagallo.[Pag. 12-13]

John ricorda con rispetto ma con distacco la nonna materna, una austera signora aristocratica, per la quale la religione era un valore fondamentale, abituata a promuovere a suo modo la fede invitando diverse persone a rinfreschi pomeridiani che diventavano occasioni di predicazione e di proselitismo:

Erano frequenti abbondanti rinfreschi pomeridiani, come quelli descritti da Dickens, e dopo il Chadband [Riferimento al pastore grasso e ipocrita di Bleak House di Dickens, pubblicato a dispense mensili nel 1852-53] della serata faceva un lungo discorso. Seguivano le preghiere, durante le quali un chimico farmaceutico particolarmente ripugnante, di Broad Mead, innalzava all’Onnipotente con la sua voce nasale richieste che troppo stesso, purtroppo, degeneravano nell’apologia della Plymouth Sect di Bristol, e in aspri biasimi contro i membri delle altre congregazioni religiose, che si ostinavano nell’errore [omissis]. Qualche volta mi portavano alla Bethesda [una cappella], dove il mio spirito non trovava conforto, perché mi pareva un ricettacolo di pietismo stagnante e di torbido filisteismo borghese. [omissis] Naturalmente mia nonna insisteva molto sulle preghiere in famiglia. Le piacevano particolarmente le lamentazioni di Geremia, i capitoli con le minacce dei profeti e l’Apocalisse. Con voce profonda  e sonora, passando da un gemito iniziale al trillo,  salmodiava sempre quei versi lugubri che cominciavano e finivano con: Così dice il Signore!” Non ricordo di aver udito nulla del Vangelo o dell’amore di Cristo per tutto il genere umano, né durante le letture delle scritture né nelle preghiere estemporanee che seguivano. Lei concentrava l’attenzione  sul messaggio al popolo eletto, con la premessa tacita che tutti coloro che vivevano al di fuori dell’ovile di Plymouth  erano figli dell’ira.[Pag. 17-18]

Dopo aver descritto i suoi avi paterni più lontani, Symonds parla di suo nonno:

Arrivo così a mio nonno. John Symonds di Oxford, il primo a reagire alla ereditaria ristrettezza della fede familiare. Pur rimanendo un dissenziente, nella maturità divenne quel che si può definire uno storico cristiano. Era un discreto studioso di classici latini e scrisse diari e meditazioni voluminose nello stile di Seneca. Non era di natura elastica e ottimista: al contrario, era rigido e limitato, reso depresso da un temperamento malinconico e dalla tetraggine del calvinismo, che in lui diventava fatalismo filosofico. Questa relativa indipendenza nei confronti del dogma settario, accanto allo studio dei classici e del pensiero inglese da Bacone a Locke, a Hume e ad Adam Smith, creava il modello giusto per fare partire mio padre sulla via personale all’emancipazione. Un senso del dovere severo e intransigente, una tetra incapacità ad avere rapporti con il mondo, queste caratteristiche rivelavano che mio nonno era un discendente diretto e leale degli avi puritani. Queste qualità morali vennero trasmesse a mio padre. E in lui divennero trasfigurate e spiritualizzate. Il terreno avanzato raggiunto da mio padre fu quello sul quale io sono cresciuto.[Pag. 33]

È proprio il nonno ad insegnare a John i primo rudimenti di Latino, cominciando prima dei cinque anni.

Il secondo capitolo dell’autobiografia porta la specificazione “contenente materiale riservato  a studiosi di psicologia e di etica” ed è dedicato alla ricostruzione dei primi turbamenti sessuali (prima dei dieci anni) del giovanissimo John, oggi diremmo del suo imprinting sessuale.

Nell’introdurre il capitolo Symonds si esprime così:

Nessuno può considerare i primi risvegli dell’istinto sessuale come un fenomeno senza importanza in una vita. Solo il pregiudizio e il falso pudore inducono la gente a nascondere i fatti  e le fasi della “vita sexualis”, tanto importante nella formazione del carattere e nella determinazione delle qualità mentali.[Pag. 40]

Va sottolineato che Symonds scrive prima di Freud e che le sue affermazioni non sono affatto scontate in una Inghilterra vittoriana.

Tra i miei primi ricordi  devo registrare alcune visioni, metà sogni e metà rêveries, che erano certamente di carattere erotico, e che ricorrevano spesso prima che mi addormentassi. Mi immaginavo accovacciato sul pavimento in mezzo a un gruppo di uomini adulti nudi: marinai come ne avevo visti per le strade di Bristol. Il contatto con i loro corpi mi procurava un piacere intenso e misterioso. Per quanto possa sembrare strano che un bambino avesse potuto crearsi simili fantasie, e io non riesca a spiegarmene l’origine, ne sono certo. La rêverie si ripeteva tanto frequentemente, era così abituale, che non c’è dubbio sulla sua importanza psicologica. [Pag. 41]

Symonds descrive così quello che appare essere il suo imprinting sessuale:

Un bel ragazzo ben sviluppato e sano si masturbò una volta in mia presenza, quando ero bambino.[Aveva probabilmente meno di 9 anni] Voleva che provassi questo gioco. Ma anche se questa vista mi turbò in senso non negativo, mi ritrassi con orrore dal suo tocco e riuscii a fuggire dalla stanza. Le attrattive di una sessualità oscuramente divina e quasi mistica persistettero nella mia natura, per tutta l’infanzia e l’adolescenza, fino a un momento avanzato dell’età adulta, insieme a una netta ripugnanza per le manifestazioni concrete del desiderio sessuale. [Pag. 41]

John descrive così i suoi primi contatti con la sessualità etero:

… fui abbastanza sfortunato da trovarmi a forza in compagnia di una ragazza rozza, alla quale piaceva scoprirsi e farmi toccare i suoi organi sessuali. La cosa non mi attraeva né mi ripugnava, e non suscitava la mia curiosità, solo dispiaceva al mio senso dell’odorato. Una volta, quando sorpresi un mio cugino che si preparava ad accoppiarsi con lei, provai un disgusto strano e intenso. [Pag. 41]

A nove anni apprende da un compagno di scuola “i misteri della dualità sessuale, del coito, del concepimento e del parto” [Pag. 42] queste cose lo interessano come una specie di lezione di scienze naturali, ma non producono alcuna fantasia erotica eterosessuale. John continua a sognare il contatto fisico coi marinai nudi ed è attratto solo dal sesso maschile. Dopo la lettura di “Venere e Adone” di Shakespeare, è affascinato dalla figura di Adone adolescente, che nello stesso tempo è per lui un oggetto di emulazione-identificazione e anche un oggetto di amore appassionato. Venere non è per lui oggetto di fantasie sessuali ma piuttosto il segno della potenza attrattiva di Adone e una specie di maestra dell’amore verso un giovane uomo. Come Symonds osserva molto acutamente, Shakespeare ha insistito molto più sulla bellezza di Adone che su quella di Venere e anche per questo John resta particolarmente turbato da quella lettura. John è convinto che la sua lettura di Shakespeare sia esattamente sulla linea di quello che Shakespeare stesso aveva voluto dire.

Nel discutere le teorie di Ulrichs sulla omosessualità, John così si descrive:

… un individuo le cui emozioni sono indirizzate al sesso maschile durante l’adolescenza e la prima età adulta; che non è caratterizzato né da una passione effeminata per adulti robusti né da una predilezione per i giovinetti; in altre parole un individuo i cui istinti di amicizia sono pervasi da una preferenza sessuale netta. Ma in questa descrizione abbastanza corrispondente al mio atteggiamento non trovo nulla che giustifichi la teoria dell’animo femminile. Moralmente e intellettualmente, per carattere, gusti e abitudini,  sono più maschile di molti uomini che conosco, i quali adorano le donne. Non ho sentimenti femminili nei confronti degli uomini che suscitano il mio desiderio. L’anomalia della mia situazione sta nel fatto che ammiro la bellezza fisica  degli uomini più di quella delle donne, ricavo più piacere dal loro contatto e dalla loro compagnia, e solo persone di sesso maschile provocano in me sensazioni sessuali. [Pag. 45]

John passa il primo periodo dell’adolescenza (1851-1854) nella Clifton Hill House, la sua nuova casa in collina, dalla quale si può allargare lo sguardo sulla intera città di Bristol. Il giardino intorno alla casa, coi suoi colori e i suoi odori diventerà nel ricordo quasi un luogo magico.

Nella primavera del 1854 John deve lasciare  Clifton Hill House per andare a studiare a Harrow on the Hill. Entra a Harrow con l’idea che nessuno avrebbe potuto cambiarlo \vir{dentro} e che stava affrontando qualcosa di inevitabile ma nello stesso tempo di esteriore. La salute non lo assiste e nessuno dei suoi pur validi insegnanti riesce a scuoterlo. John non partecipa alla maggior parte delle attività sportive.

L’attività di Harrow è organizzata gerarchicamente attraverso i capiclasse, il rappresentante del corpo studentesco e i docenti. Al vertice dell’organizzazione c’è il rettore Vaughan. Quando John, che è un capoclasse, viene umiliato dal rappresentante del corpo studentesco non esita a rivolgersi direttamente al rettore per fare valere le sue ragioni e da lui ottiene soddisfazione.

Symonds ricorda con riconoscenza un suo insegnante di Harrow, il reverendo John Smith, ed elenca alcuni ragazzi di cui fu amico e coi quali visse momenti spensierati e sostanzialmente felici. Non c’è dubbio che su questa dimensione positiva dei ricordi di Harrow abbia influito la presenza di tanti bei ragazzi nei momenti più lieti della loro gioventù,

splendidi esseri atletici intorno a me, la cui vita era completamente gioiosa per loro e gratificante dal punto di vista della contemplazione estetica. [Pag. 78]

La scuola, allora come oggi non è fatta solo di rapporti tra gli insegnanti e gli studenti, ma anche, se non soprattutto, di rapporti tra studenti. Se questo è vero ancora oggi, doveva esserlo molto di più quando i ragazzi erano costretti a fare vita di collegio, lontano dalla loro famiglie.

Così Symonds apre il quinto capitolo della sua autobiografia:

Una cosa a Harrow si impose molto presto alla mia attenzione. Lo stato morale della scuola. Ogni bel ragazzo aveva un nome femminile ed era considerato o prostituita pubblica o puttana” di qualche tipo più grosso. Puttana era la parola comunemente adoperata per indicare un ragazzo che cedeva ad un amante la sua persona. Nei dormitori e negli studi i discorsi erano di tono incredibilmente osceno. Qua e là non si poteva evitare di assistere ad atti di onanismo, masturbazione reciproca, e ai trastulli di ragazzi a letto insieme nudi. Non c’era finezza, né sentimento, né passione, null’altro che lussuria animale, in questi gesti. Mi riempivano di disgusto e di ripugnanza. [Pag. 79]

Ma il sesso non è forse l’aspetto peggiore dell’indisciplina di Harrow. Alcuni ragazzi, dopo avere abusato di un loro compagno, lo umiliano davanti agli altri, lo prendono a pugni, a calci e a sputi e lo apostrofano con insulti osceni. Quelle “bestie”, così le chiama John, tentano di sedurre anche lui nel primo semestre di permanenza a Harrow, ma John decide subito di non essere “disponibile” e continua per un verso a sublimare e ad idealizzare l’eros maschile e per l’altro a condannare senza riserve quello che è costretto a vedere quotidianamente, ma certo quegli spettacoli non gli sono indifferenti. John ritiene che i suoi compagni debbano superare con l’andare dell’età quella che gli appare come una sessualità decisamente immatura, se mai, si stupisce del fatto che i professori e il rettore non abbiamo cognizione di ciò che accade realmente nel collegio.

Durante una lezione, un certo Dering manda ad un tale O’Brien, detto Leila, un biglietto per informarlo che ha un letto a disposizione e per invitarlo a raggiungerlo nell’intervallo tra la terza e la quarta ora cioè tra le quattro e le cinque del pomeriggio. Il biglietto viene intercettato dal professore e il rettore Vaughan è investito della cosa. Daring è punito con la fustigazione e O’Brien è costretto a copiare moltissimi versi. John all’epoca, almeno a livello razionale, è convinto che i comportamenti di quei ragazzi siano socialmente nocivi oltre che peccaminosi e che quindi debbano essere repressi con decisione.

Fin qui il quadro sarebbe quello tipico di una scuola in cui gli studenti, che pure sono seguiti dal punto di vista degli studi, sono abbandonati, quanto al resto, totalmente a se stessi, ma in realtà le cose sono assai più complesse. Nel gennaio 1858 John rimane letteralmente sconvolto dalla confidenza di un suo compagno, Alfred Pretor, che gli confessa che il rettore Vaughan, un uomo di chiesa, ha avviato una relazione amorosa con lui. Pretor fa vedere a John una serie di lettere appassionate scritte da Vaughan che tolgono a John ogni dubbio sulla veridicità di quella confessione. Così John descrive le sue reazioni:

Ero disgustato di trovare questo vizio in un uomo che aveva un’altissima posizione di responsabilità, consacrato dalla Chiesa, al quale era affidato il benessere di seicento giovani: un uomo che mi aveva preparato recentemente alla cresima e dalle cui mani, in ginocchio accanto ad Alfred Pretor, avevo ricevuto il sacramento, e che ero abituato a vedere come modello di comportamento. [Pag. 83]

John tuttavia, più che vero sdegno contro Vaughan, prova perplessità perché il rettore avrebbe potuto trovare ragazzi assai meno rozzi di Pretor. La reazione di John finisce comunque per piegare verso il moralismo: cerca prima di tutto di convincere Pretor a interrompere il legame con Vaughan ma Pretor non ne vuole sapere, pensa quindi di affrontare direttamente Vaughan. Una volta John si trova nello studio del rettore a leggere versi greci e Vaughan gli poggia una mano su una gamba, gesto che John considera insinuante e sconsiderato. Ci si sarebbe aspettati da John una reazione ma non accade nulla.

Proprio in quel periodo, a raffreddare gli istinti moralistici di John intervengono altri fatti:

Mi innamorai di un bel ragazzo forte, di nome Huyshe, e ricordo che gli rubai il suo libro degli inni dal suo banco nella cappella, ma non gli parlai mai. Mi innamorai anche di Eliot Yorke, che mi veniva a trovare in camera; ma mi tenni sempre a rispettosa distanza. Dovette avvenire qualche cambiamento nei miei modi o nel mio aspetto, perché un ragazzo molto depravato, che conoscevo da tre anni, trovandomi una volta solo in camera, improvvisamente osò abbracciarmi, mi baciò e mi cacciò la mano nei pantaloni. Ma in questo come in tutti gli altri casi mi mancò l’inclinazione alla libidine volgare. Ciò che mi salvò dall’autodegradazione e dai traffici con la cosa impura. [Pag. 84]

Nel sesto corso della scuola si leggeva Platone. John legge in una sola notte il Simposio e il Fedro e così ci riferisce:

quella fu una della notti più importanti della mia vita. [Pag. 85]

L’identificazione col pensiero di Platone è profonda. In pratica Platone gli fornisce un modello di eros maschile sublimato e di alto tono morale e legittimava quindi pienamente agli occhi di John quel tipo di eros staccandolo dalle attività sessuali sboccate e di basso profilo che poteva osservare a Harrow.

L’eco di quelle letture di Platone di ritrova anche, molti anni più tardi, nella corrispondenza scambiata dal 47enne Symonds con il prof. Jowett, per il quale aveva rivisto una traduzione del Simposio. Va sottolineato che Symonds mantiene un atteggiamento molto ambiguo, ci si aspetterebbe che sostenga la lettura di Platone nelle scuole e nelle università perché quella lettura potrebbe aiutare molti giovani omosessuali a ritrovare se stessi e a vedere la faccia nobile della omosessualità, ma non è questo l’atteggiamento di Symonds, che definisce la lettura di Platone per i giovani omosessuali come un \vir{dolce veleno}. Così scrive dunque in una lettera al prof. Jowett il primo febbraio del 1889:

Molte forme di passione tra maschi sono comuni nelle scuole, nelle università, nelle città e nei distretti rurali inglesi. Questa passione in alcune persone è innata non meno di quanto l’appetito sessuale comune sia innato nella maggioranza. Nei temperamenti più nobili così predisposti questa passione ricerca una trasfigurazione spirituale o ideale. Quando perciò gli individui di tale specie entrano in contatto con le fantasticherie di Platone (esposte con eleganza, immerse in quella particolare emozione, presentate con eccezionale forza drammatica, dorate con una filosofia mistica, pulsanti del realismo della vita greca reale) l’effetto che hanno su di loro ha la forza di una rivelazione. Scoprono che ciò che avevano cercato a tentoni nel buio era un tempo una possibilità accettata – non in una tana o in un angolino squallido – ma che il popolo la cui letteratura rappresenta la base della loro cultura più alta viveva così, aveva quelle aspirazioni. Per questi lettori di Platone non c’è questione difigure del discorso”, ma di fatti concreti, di fatti dell’esperienza sociale di Atene, dai quali gli uomini derivarono coraggio, trassero luce intellettuale, mossero il primo passo sulla strada che li condusse a grandi conquiste e all’ardua ricerca della verità. [omissis] È futile sfuggire, evadendo il problema centrale o usando abilmente le parole, al fatto ostinato che le nature così atipicamente disposte trovino in Platone l’incoraggiamento dei sogni che hanno furtivamente nutrito. Il Liside, il Carmide, il Fedro e il Simposio: quante immagini diverse e fantasiose in questi dialoghi, di ciò che per queste menti è solo dolce veleno! Intanto sono circondati dalle tentazioni del mondo reale: amici di indole simile, ragazzi che rispondono alle gentilezze, creature sconsiderate, in giro sui cammini ordinari della vita. Eros Pandemos è ovunque. Platone dà la luce, lo splendore che mai fu sul mare o sulla terra. Così Platone ritarda la dannazione di queste anime catturandone la parte più nobile: la loro immaginazione intellettuale. E per quanto forte possa essere la tradizione, per quanto forti siano la pietà religiosa e il senso del dovere, questi freni si sono sempre dimostrati fragili di fronte alla spinta di una forte passione naturale innata e alle seduzioni dell’arte ispirata.

Nell’anima il conflitto è terribile, e la vittoria, se viene conquistata, lo è solo a prezzo di una lotta che frustra e amareggia.

Non sappiamo quanti giovani inglesi siano stati danneggiati in questo modo. Credo fermamente che siano più di quanti si creda. [Pag. 87-88]

Symonds aggiunge che quando i ragazzi omosessuali vengono condannati dagli educatori, non possono portare a loro difesa se non il fatto che il loro istinto è innato e il fatto che gli stessi uomini che lo condannano hanno messo loro in mano la letteratura che più infiamma quell’istinto.

Symonds ammette di aver potuto dare troppo peso al rischio connesso alla lettura di Platone ma conclude:

È però impossibile esagerare l’anomalia del fatto che Platone diventi un testo per studenti, e un libro per famiglie, in una nazione che respinge l’amore greco, mentre la forma più vile dell’amore greco stesso è cresciuta a dimensioni allarmanti nei seminari giovanili e nei grandi centri di vita sociale di quella nazione. [Pag. 90]

Ma torniamo alle vicende seguendo una linea cronologica. Giunto il marzo del 1858, e finito il trimestre scolastico, John torna a Clifton per la Pasqua. Una domenica mattina, la mattina che riterrà poi fondamentale in tutta la sua vita, John posa lo sguardo su un corista  che siede in chiesa quasi di fronte a lui, è Willie Dyer, il primo ragazzo di cui John si innamora profondamente. John ha allora 17 anni e Willie ne ha 14.  John scrive a Willie e gli chiede un ritratto e Willie gli invia una sua fotografia, poi combinano di incontrarsi alle 10 del mattino del 10 aprile nel chiostro della cattedrale. Scrive Symonds:

Da quella mattina io dato la nascita della mia vera identità. [omissis] Non potevo sposarlo; la società moderna non prevedeva legami di convivenza con cui potessimo unirci. Così il mio primo amore andò sprecato. Non potevo trattarlo in modo giusto; la mortificazione della posizione anomala in cui lui e io venivamo messi contribuì molto a degradare il mio carattere. [Pag. 92]

Tuttavia all’inizio John non si rende conto della difficoltà di gestire una situazione come quella e la storia d’amore con Willie va avanti: si vedono o si scrivono ogni giorno.

Lui ricambiava il mio affetto con un amore semplice e fedele. La nostra intimità, anche se clandestina, anche se noi due ragazzi, l’uno più anziano di tre anni dell’altro, ci incontravamo e ci aprivamo i nostri cuori senza la sanzione della famiglia o degli amici, era del tutto piena di rispetto, e completamente libera dal male. Passò più di un anno prima che osassi fare più che toccare la sua mano. Solo due volte in vita mia lo baciai sulle labbra. [Pag. 92]

Symonds parla del suo amore per Willie con toni lirici, ma il suo rapporto con Willie aveva anche un aspetto problematico, perché era vissuto in segreto:

Se avessi rivelato il mio sentimento a mio padre o ai suoi  amici non solo non avrei trovato nessuna simpatia, comprensione, o credito, ma avrei suscitato orrore, dispiacere e ripugnanza. [Pag.  94]

Quando Symonds entra al Balliol (Oxford), nell’autunno del 1858, deve crearsi nuove amicizie perché quasi tutti gli studenti di Harrow che andavano all’università si indirizzavano verso Cambridge. Nelle Memorie John cita molti compagni di studi del Balliol che poi fecero carriere brillanti e riferisce anche episodi significativi per chiarire che ariatirasse all’interno dell’università per quanto riguarda l’omosessualità.

Un certo Urquhart, che correva appresso ai coristi della chiesa, tenta di sedurre John, ma un certo Munro, un bel giocatore di cricket, gli fa capire quanto le attenzioni di Urquhart possano comprometterlo. Completamente positivo, almeno all’inizio, appare invece il rapporto col prof. John Conington; Symonds resta con lui tutte le sere nel suo alloggio privato fino a mezzanotte. Conington aveva simpatia per gli affetti romanici nei confronti dei ragazzi e nell’inverno 58-59 fa leggere a John “Jonica”, una raccolta di poesie di William Johnson, professore ad Eaton. Quella lettura non è certo neutra né casuale. William Johnson sarà costretto nella Pasqua del 1872 a dare le dimissioni da Eaton a causa di una lettera compromettente che aveva scritto ad un suo studente, intercettata dai genitori.

Va sottolineato che quando Il prof. Conington  fa leggere “Jonica” a Symonds lo scandalo sul nome di Johnson è ancora di là da venire, Conington è quindi a conoscenza delle tendenze di Johnson per via privata e spiega a Symonds l’esatto significato di alcune composizioni poetiche di “Jonica” in rapporto ad una persona specifica e cioè a Charlie Wood, coetaneo di Symonds, alunno prediletto del prof. Johnson, che diverrà poi Lord Halifax, un ecclesiastico di primissimo piano.

Symonds ha modo di rendersi conto che le sue esperienze di Harrow non sono poi così strane ed eccezionali, pensa quindi di scrivere una lettera a Johnson spiegandogli i suoi sentimenti e chiedendogli consiglio. Johnson gli risponde con una lunga lettera in cui si sostiene che

l’affetto tra persone dello stesso sesso non è meno naturale e razionale dei rapporti passionali ordinari. [Pag. 98]

Nella lettera di Johnson, che aveva 17 anni più di lui, Symonds ritrova

la struggente tristezza, l’accento della delusione e dell’astensione forzata che viene meno solo quando gli uomini gettano la prudenza alle ortiche e giocano tutto sul cinismo. [Pag. 98]

Symonds è talmente distratto dalle letture e dal nuovo ambiente che nella primavera del 1859 viene bocciato agli esami di grammatica greca ma non ne fa una tragedia, è ovviamente costretto a dire a suo padre di essere stato bocciato, ma il fatto di aver vinto un concorso di poesia inglese al Balliol stempera la sgradevolezza dell’ammissione dell’insuccesso.

Nei frequenti colloqui tra Symonds e il prof. Conington, quando il discorso cadde nuovamente sulla passione non riconosciuta tra maschi, Conington mette alle strette Symonds sulla vita segreta di Harrow e in particolare sul comportamento del rettore Vaughan e Symonds gli racconta della storia dei rapporti tra Vaughan e lo studente Pretor, Conington ne è profondamente turbato e si dimostra un po’ scettico, ma Symonds dice chiaramente di avere prove inconfutabili.

È probabile che Conington tema di essere coinvolto in pettegolezzi pericolosi come Vaughan; qualche tempo dopo convince John ad andare a Clifton da suo padre con le lettere di Pretor e con i diari per informarlo dell’accaduto. John, che allora ha 18 anni, si trova nella scomoda situazione di accusatore del rettore della sua vecchia scuola. John capisce anche di aver violato la fiducia di Pretor mostrando ad altri una sua lettera privatissima. Come ammette lo stesso Symonds, per un ragazzo omosessuale è particolarmente imbarazzante accusare di omosessualità un uomo tanto più anziano di lui, ma lo sdegno moralistico finisce per prevalere:

Il mio sangue ribolliva e i miei nervi si irrigidivano quando pensavo quanto danno procurava ai giovani ogni giorno la vita di Harrow, sotto l’autocrazia di quell’ipocrita. [Pag. 101]

Il padre di John, esaminate le prove, non ha dubbi, scrive a Vaughan, gli intima di dimettersi immediatamente e di rinunciare per il futuro ad altre cariche ecclesiastiche. Vaughan viene a Clifton e accetta le condizioni che gli vengono imposte. Qualche giorno dopo viene a Clifton anche la moglie di Vaughan, una Stanley, e si getta in ginocchio ai piedi del padre di John, che, quantunque turbato dalle suppliche di quella donna, è però irremovibile.

Vaughan si dimette e nessuno sa il perché, salvo John, il padre, Conington e alcuni studenti di Cambridge e di Oxford. Viene organizzato un banchetto in onore di Vaughan che fa un breve discorso per salutare il corpo docente ed è applaudito.

Il governo offre a Vaughan un vescovado, che Vaughan rifiuta, quindi gliene offre un altro che Vaughan accetta perché come vescovo sarebbe entrato alla Camera dei Lord. Non appena il padre di John lo viene a sapere telegrafa immediatamente a Vaughan intimandogli di annullare l’accettazione e Vaughan finisce per rifiutare anche il secondo vescovado.

Pretor e i suoi amici condannano nettamente il fatto che John abbia riferito ad altri le confidenze ricevute e abbia così tradito la fiducia di un amico. John ritiene però di aver fatto il suo dovere e si sente scusato dal fatto che la storia di Vaughan era a conoscenza di parecchie persone anche prima della sua rinuncia.

Hugh Pearson, un amico di John gli rivela che il vescovo di Oxford, Samuel Wilberforce, gli aveva fatto questo discorso:

Sono sicuro che Vaughan abbia avuto un motivo grave per lasciare Harrow e rifiutare due mitre. Ci dev’essere sotto una brutta storia. Lei farebbe meglio a farmi suo amico. Se scopro la verità diventerò suo nemico. [Pag. 104]

Pearson rispose al vescovo di Oxford:

Anche se sapessi qualcosa sarebbe mio dovere tacerlo. Ma lei non ha il diritto di pensare che io lo sappia.

Benissimo – disse il vescovo – scoprirò tutto e l’ho avvertita. [Pag. 104]

Qualche tempo dopo il vescovo si ripresentò a Person e gli disse di avere saputo tutto a una cena, da una signora che sedeva accanto a lui e di avere anche comunicato i fatti all’arcivescovo di Canterbury e al primo ministro. In pratica moltissime persone sapevano prima dello scandalo pubblico ma la cosa veniva tenuta in caldo per essere usata, se del caso, come mezzo di ricatto, al momento opportuno.

La storia delle dimissioni di Vaughan ha comunque un risultato, così John si esprime in proposito:

Il maggior bene che uscì da tanto male, per me, fu che diventai intimo amico di mio padre. Non rimase alcun velo tra di noi. Lui capì la mia natura; io sentii la sua partecipazione e mi affidai alla sua saggezza. Unimmo i nostri cuori, non solo come padre e figlio, ma anche come uomini di temperamento e di età lontani che hanno in comune l’aspirazione ad una vita più elevata. [Pag. 106]

Quanto alla storia con Willie Dyer, il padre consiglia a John di rinunciare all’intimità per non compromettersi, data anche la sua delicatissima posizione della storia di Vaughan, ma dietro i consigli di prudenza si nasconde il pregiudizio sociale verso Dyer, che è figlio di un sarto e non è certo del livello sociale di John, che alla fine sotto la pressione del padre e nel timore di screditare pesantemente anche l’amato se la faccenda fosse diventata pubblica, rinuncia a Willie, o meglio rinuncia a vederlo e a rivolgergli la parola in pubblico ma continua a vederlo in segreto:

La mia vita uscì con la schiena rotta dal mio cedimento alla convenzione, quando la mia anima divenne disonesta nei confronti di Willie. [Pag. 107]

John si sente effettivamente disonesto nei confronti di Willie, i loro incontri sono furtivi e imbarazzati e John finisce per pagare 50 ghinee all’organista della cattedrale di Bristol perché assicuri a Willie un’educazione musicale, come il ragazzo desidera. In fondo una ben misera fine per quella che sembrava una storia d’amore in grado di resistere ad ogni tempesta.

Nell’autunno del 59 arriva ad Oxford un certo Shorting, piuttosto bello e dai capelli biondi e lucenti. È preso in simpatia da John e dai suoi amici, ma il suo comportamento troppo scoperto nei confronti dei coristi del Magdalen lo mette nei guai.

Tra il 60 e il 61 John si impegna negli studi e viaggia molto, dedica sei ore al giorno alla lettura ma ne passa molte di più nel tentativo di liberarsi dalla passione amorosa. Nell’estate del 62 ottiene il massimo dei voti nelle Litterae Humaniores ed è il migliore del suo anno. Così John descrive la sua “vita interiore” in quel periodo:

La ricerca della bellezza ideale, incarnata in esseri viventi maschi, o eternata in opere d’arte immortali, mi stava conducendo a un precipizio, dal quale non sembrava esserci via d’uscita se non con il suicidio o con quello che allora ritenevo peccato. [Pag. 112]

Nel bel mezzo del periodo più intenso degli studi, quando a Clifton rimaneva sveglio fino a notte alta per leggere, un fatto nuovo scuote l’animo di John: si innamora appassionatamente di Alfred Brooke, un corista della cattedrale. Si tratta di un amore molto meno sublimato di quello per Willie e la lotta tra la carne e lo spirito, tra la passione e il senso del dovere comincia a lacerare l’animo di John.

Nel 1865, quando la passione per Alfred Brooke è ormai superata, Simonds la sente ancora violenta:

Nelle veglie notturne mi rotolo nel letto, stringo i pugni e mi batto la fronte. La carne si risveglia in me, e lo spirito è debole nel desiderio. Ho sete di lui come il cervo ansima per i ruscelli. Grido dietro a colui che ho evitato. Mi disprezzo quando ricordo ciò che ha offerto e io rifiutato.

Davanti alla finestra del mio studio è passato una mattina. [Era il 7 ottobre 1861] Ho alzato la testa dalla scrivania dove stava Platone. Lui ha guardato dal marciapiede e fatto cenno e sorriso. Anche in questo momento lo vedo con il viso franco e aperto, il viso dell’invito, il corpo che emanava delizia, lo sguardo che diceva ti aspetto”. Ho lasciato passare il ragazzo, trattenendo il respiro, e afferrando la tenda. Era andato. Sono corso in strada; non ho osato chiamarlo o seguirlo; mi sono gettato sull’erba e le foglie morte del giardino; mi sono lamentato a voce alta per lui, dibattendomi.

Sapevo che aspettava di placare la sete del mio animo; ma mi ritraevo. [Pag. 115-116]

Alfred va a trovarlo in camera “per offrirsi” ma John lo manda via ma poi si fa prendere da un attacco di vera disperazione. Il padre gli chiede se abbia la febbre. Lui non risponde ma esce di casa  e non vi ritorna per molte settimane.

Incontra Alfred una terza volta, ma questa volta è John ad andare da Alfred, fanno tanta strada da soli in carrozza, ma John non riesce a sciogliersi, il contatto sessuale che avrebbe potuto esserci finalmente tra i due sarebbe stato uno strappo violento per John che accetta invece di negarsi totalmente in nome della fedeltà alla sua idea di vita superiore, ammesso che quell’idea fosse veramente sua. Alfred è profondamente deluso perché è innamorato di John. Spiace qui una notazione in qualche modo dispregiativa che si legge nelle Memorie:

Prese una buona scorta dei miei soldi. Si allontanò a piedi indifferente, sprezzante, deluso. C’era qualcosa che amava più dell’oro, e io non l’avevo offerta. Ma anche l’oro gli piaceva, e ciò che l’oro comprava, vino, divertimenti, piacere. Senza dubbio mi chiamò idiota. Ma mi temeva e rispettava. Anzi credo che mi amasse. [Pag. 117]

Avesse voluto Dio che io fraternizzassi con lui! Avesse voluto Dio che io cercassi e lui accettasse quell’unione carnale che il mondo chiama peccato, ma che spesso, io lo so bene, porta a un rapporto fraterno e prezioso per entrambi che dura una vita. Allora certo non avrei scritto queste pagine, che possono, nonostante io dica il contrario, gettare un’ombra di biasimo immeritato su di lui, dovuta alla mia persona oscura e tormentata.

Mi era stato insegnato che il genere si amore che provavo per Alfred Brooke era cattivo. Avevo visto che è condannato dalla società moderna. Nello stesso tempo sapevo che faceva parte di me, e lo sentivo non sradicabile. In queste situazioni cercavo di soffocarlo per quel che riguardava l’azione esterna. Non riuscivo a reprimerlo all’interno più di quanto potessi fermare il ricorrere di sogni nel sonno o annullare il mio istinto innato per la bellezza del mondo. [Pag. 120-121]

Nell’estate del 62, dopo la fine degli studi, John partecipa ad un viaggio col padre e la sorella. Visita l’Austria, arriva fino a Venezia, attraversa il Sempione e scende nella valle del Rodano. Il 27 di ottobre, vinto il concorso, è ammesso come membro interno in prova nel corpo docente del Magdalen College, ha appena compiuto  22 anni.

Shorting, il biondo perennemente innamorato dei coristi del Magdalen, che aveva conosciuto nel 59, pensa di entrare al Magdalen e di poter avere un accesso facilitato ai corsiti proprio come amico di Symonds. Shorting si era già fatto conoscere al Madgalen per aver “trasceso senza tatto e con insistenza insieme a uno dei coristi, Goolden” [Pag. 124] Symonds si rifiuta di introdurre Shorting al Magdalen, e si limita a dire che gli avrebbe dato lezioni privatamente nell’alloggio di Shorting, il quale risponde con una rabbiosa lettera di protesta.

Il 20 Novembre Symonds va a lezione di Italiano da Cobham e, trattenutosi a parlare con lui viene a sapere che Shorting ha detto che avrebbe potuto danneggiarlo fortemente nella sua carriera accademica. Il 24 Ottobre Cobham informa Symonds che Shorting ha mandato un documento che lo diffamava a sei interni del Magdalen. Il documento di Shorting contiene estratti della corrispondenza privata di Symonds e delle sue poesie ma soprattutto sostiene che Symonds gli aveva dato una mano nel dare la caccia al corista Goolden.

John, anche se ha la coscienza pulita, deve affrontare un vero e proprio processo al Magdalen. Molti grandi nomi di Oxford e dell’intera Inghilterra si muovono a favore di Symonds e il 18 dicembre il consiglio generale del Magdalen proscioglie Symonds da ogni accusa, tuttavia due lettere di Symonds a Shorting sono vivamente condannate. Il Magdalen è ben più rigido e conservatore del Balliol specialmente verso gli esterni che, per legge, era tenuto a non discriminare.

Dopo la fine della brutta avventura scatenata da Shorting, John fa un viaggio in Belgio, la sua salute si indebolisce, ma comincia anche a scrivere sul Rinascimento italiano e quindi a mettere le basi dei suoi studi futuri. È proprio in questo periodo che viene in mente a Symonds di trasformarsi in un uomo “normale”:

pensavo che se mi fossi dato seriamente da fare avrei potuto deviare le mie passioni dal canale bruciante in cui scorrevano per Alfred Brooke, portandole pazientemente su un canale normale, verso le donne.  [omissis] Volevo comportarmi bene. Essere come uno di quelli che amavo e rispettavo, gli uomini più nobili che conoscevo intorno a me. Così in tutta semplicità e seria diligenza mi applicai al compito di stimolare un sentimento romantico per le donne. [Pag. 129-130]

Gli approcci della signora Josephine Bulter e della signora Jenny Lind Goldshmidt non hanno successo ma sono comunque presenze femminili che incoraggiano Symonds nel momento in cui aveva deciso di “piegare la tendenza congenita al suo istinto sessuale” [Pag. 130]

Entrambe misero in moto una curiosità intellettuale nei confronti delle donne. Ma nessuna delle due mi toccò dal punto di vista sessuale. [Pag. 131]

Nel 1863 John mette gli occhi su una ragazza di nome Letitia. I genitori di Letitia vedono bene che la figlia frequenti John, mentre il padre di John è contrario. Tanto basta per spingere John a fare due cose per lui difficilissime, mettersi contro suo padre e cercare di innamorarsi di una donna.

Sognai per quattro settimane che avrei dovuto, potuto, che probabilmente sarei arrivato a desiderare di sposarla. [omissis] Io, il bravo ragazzo, stavo ancora certamente tentando di innamorarmi di una ragazza, e fui molto fiero di me quando credetti di avercela fatta. Ecco una frase rivelatrice: È una gran cosa sentire che è una donna il mio ideale”. Un uomo che ama veramente le donne non avrebbe mai scritto una frase così. Mostra l’onesta intenzione di un giovane anormale ma molto moralista. Non ho mai scritto parole di questo genere su Willie Dyer o Alfred Brooke. [Pag. 131]

La storia con Letitia, se mai fu una vera storia, finisce rapidamente e dal 4 di maggio il suo nome non è più presente nei diari di John che il 25 giugno del 63 parte per la Svizzera. Conosce in una locanda alpina Catherine North e annota “avrei potuto presto innamorarmene.” [Pag. 133]

La salute di John migliora: “mi rafforzai  e mi sentii il cuore più leggero. E, più promettente, cominciai ad amare spontaneamente una donna: non ancora Catherine North ma Rosa Engel.” [Pag. 133]

Rosa Engel era la figlia di un importante gioielliere di Thun, anche se era in una locanda svizzera di Mürren per imparare a gestire l’azienda.

Solo guardandola cominciai ad amarla, poi a parlarle, prima timidamente, poi più disinvoltamente la sera sul terrazzo, quando aveva finito il lavoro della giornata. Parlavamo in francese. [Pag. 134-135]

John annota questo particolare della sua partenza dalla locanda dove si trovava Rosa Engel.

Ci salutammo;  quando ci stringemmo la mano le rubai un bacio. Sento ancora le sue labbra. Era la prima volta che baciavo una donna in vita mia. [Pag. 135]

John si separa dalla sua compagnia e se ne va a Thun per conoscere i genitori di Rosa che rimangono un po’ imbarazzati da quella visita inattesa, quindi torna a piedi a Mürren il 18 agosto sotto la pioggia battente. Passa sue volte sotto la finestra di Rosa, che però lo fissa freddamente e abbassa subito gli occhi. John aveva comprato per lei un libro di poesie in tedesco che non le darà mai e aveva scritto anche dei versi in tedesco, con l’aiuto di un amico, che consegna alle ragazze perché li diano a Rosa: si tratta di una dichiarazione d’amore.

Il 21 di agosto John si avvicina al luogo dove Rosa sta stendendo della biancheria, la ragazza prima abbassa agli occhi poi li rialza e fa un sorriso di saluto. John e Rosa si prendono per mano e John parla a Rosa della visita che ha fatto a casa dei genitori della ragazza a Thun e le porta i saluti della madre.

Che cosa fu Rosa per John?

So solo con certezza che l’immagine di Rosa mi rimase in mente molto tempo dopo Mürren, stampata nelle memoria, e che non sono mai stato attratto così spontaneamente da altre donne. Ma dubito che fossi dominato dal desiderio sessuale genuino. [Pag. 138]

Rosa aveva allora 15 anni. L’idillio con Rosa finisce senza un vero finale.

John prosegue per Monaco, si ricongiunge con un gruppo di amici e raggiunge con loro Dresda dove conosce Arthur Sidgwick, figlio di un suo vecchio maestro di Clifton ed entusiasta degli amori maschili. Tanto basta a John per lasciar svanire l’idillio con Rosa e per sentire i segni dell’antica fiamma.

Arthur Sidgwick rientra in Inghilterra con Symonds che viene ammesso come membro a pieno titolo del Magdalen. Tornato per un breve periodo a Clifton, John riparte per Genova, dove incontra Rutson, va poi a Firenze e ci rimane fino al 10 dicembre, prosegue quindi fino a Roma, dove arriva il 17 dicembre. Rutson riparte per l’Inghilterra. Dopo qualche tempo anche John torna finalmente in Inghilterra.

All’inizio dell’estate del 64 John trova sistemazione a Londra, si interessa di arte, fa vita mondana, frequenta i concerti e la buona società, ma la salute non lo assiste, si fa visitare da Bowman e da Acton, e poi, su consiglio del padre, da sir Spencer Wells, che gli prescrive dei banali palliativi per i suoi disturbi e gli raccomanda di pagare un’amante o meglio di sposarsi.

Mi volle far capire che il matrimonio non si dovrebbe vedere come materia di passione idealizzata, ma come un serio incontro tra un uomo e una donna per le rispettive esigenze sessuali, per aiutarsi come compagni con una devozione fedele ai doveri della vita sociale e domestica in comune. [Pag. 149]

Che si potesse pagare un’amante donna per risolvere i propri problemi sessuali sembrava a John una soluzione accettabile per uomo anziano ma non certo per un 23enne. Istintivamente John avrebbe cercato un’amicizia maschile.

Ma era proprio ciò che avevo deciso di reprimere e superare. Perciò il suo discorso influenzò la mia ragione, quando presi in considerazione la possibilità di un matrimonio appropriato. Sembrava l’unica via d’uscita alle mie difficoltà; e mi trovai appoggiato da mio padre e sir Edward Strachey, quando gliene parlai. Divenne forte la sensazione di provare. [Pag.150]

È così che John riprende in considerazione l’ipotesi di Catherine North. Elaborato mentalmente il progetto, John non sta a pensarci troppo e va a fare visita a casa North, è invitato a cena e diviene ospite abituale di quella casa. Così John dice di Catherine:

Più la vedevo e più ero ceto che fosse la donna che volavo sposare, per il mio bene. Non prevedevo le complicazioni che si creano in un simile matrimonio. [Pag. 151]

John va a Clifton a spiegare i suoi progetti al padre, che approva.

Durante un breve viaggio a Norwich è ospite di un ecclesiastico amico di famiglia e la moglie di costui tenta di convincerlo ad un rapido adulterio, così John annota:

Avevo dentro la forza della passione, e la volontà di cederle. E se lei fosse stata un uomo, qualcosa sarebbe avvenuto. [omissis] Per molto tempo avevo trattato l’appetito puramente sessuale (che mi spingeva fatalmente verso il maschio) come un animale da reprimere e da domare, e poi da calpestare con l’aiuto dei medici e della loro cauterizzazione degli organi sessuali. [Pag. 151-152]

Parte da solo per raggiungere i North all’inizio di Agosto del 1864; dopo un lungo viaggio li raggiunse a Pontresina, un paese svizzero nel Cantone dei Grigioni. Incontra Catherine e comincia a frequentarla, finalmente le chiede di sposarlo. Dopo la richiesta di matrimonio John ottiene dai genitori di Catherine di poter andare solo con lei sul Pitz Languard. Lì si scambiarono gli anelli di fidanzamento.

John sentiva di amare Catherine con ardore

Ma nella sua musica sentivo mancare qualcosa: le vibrazioni crude e dure del sesso [omissis]. Quelle vibrazioni che avevo provato nei sogni di maschi, e nei rapporti con Willie. Ora non riuscivo a scoprirle e provavo perciò qualche apprensione.[Pag. 153]

I dubbi di John non sono superficiali:

non riuscivo a vincere l’inclinazione originale dei miei istinti tanto da sentire per lei l’appetito bruto e inequivocabile del desiderio fisico. [Pag. 154]

Dalla Svizzera, John insieme coi North si sporta a Venezia, poi attraverso i laghi italiani a Torino, per tornare quindi in Inghilterra. Il matrimonio viene celebrato ad Hastings il 10 novembre 1864 ed è sfarzoso, perché North è membro del parlamento. È presente anche il duca di Cleveland. Dopo le nozze, John e Catherine se ne vanno a Brighton. John deve affrontare la prima notte di nozze. Così racconta i fatti:

Dal punto di vista sessuale non avevo avuto mai nulla a che fare con una donna. Avevo solo una nozione vaga della struttura del corpo femminile. Non avevo mai compiuto un atto sessuale con nessuno, e non sapevo come fare. Ero certo che in me si sarebbe risvegliato un entusiasmo straordinario ed estatico al semplice contatto con il copro di una donna, a letto, anche se sapevo che in una sala da ballo o in una carrozza la presenza di donne non agitava i miei sensi. Prevedevo anche che la natura si sarebbe presa cura di se stessa al momento della consumazione del matrimonio.

Con mia sorpresa e irritazione accanto a mia moglie mi sentii più a disagio che altro, oppresso dalla timidezza, e niente affatto trasportato da un entusiasmo appassionato. [Pag. 155-156]

la natura si rifiutava di indicarmi come si dovesse compiere l’atto. Ma ciò non era dovuto a un mio difetto. L’organo del sesso era abbastanza vigoroso e pronto a compiere la sua funzione. La mia inettitudine mi impedì per varie notti di completare l’atto materiale; e alla fine trovai per caso la maniera, dopo avere dato noia e fatto male sia a mia moglie sia a me stesso, oltre a soffrire in modo deprimente dell’assurdità umiliante della situazione. Mi disse in seguito che queste prove manifeste della mia verginità le avevano fatto piacere. [Pag. 156]

Symonds critica la totale assenza di educazione sessuale dei giovani che può provocare disastri:

Facciamo tutto il possibile per mantenerli casti, per sviluppare e affinare il loro senso del pudore, mentre lasciamo che immaginino ciò che vogliono sul rapporto coniugale. Poi li gettiamo nudi insieme sul letto, verecondi, entrambi ignoranti, imbarazzati dalla situazione goffa, speranzosi ci cascare sulla verità per istinto. Dimentichiamo che questo mette alla prova  pericolosamente il loro affetto e il loro rispetto di sé; ed è ancora più pericoloso se sono colti, fini e sensibili. [Pag. 157]

La riflessione di Symonds sul suo matrimonio è quanto mai significativa:

Sono nato con appetiti sessuali forti, seppur lentamente maturati: e questi non hanno potuto essere appagati con una donna. Il rapporto coniugale li sviluppò con l’esercizio degli organi riproduttivi. Non li distolse, e non avrebbe potuto, dalla loro naturale inclinazione verso l’uomo. [Pag. 157]

Una sera della primavera  del 65 accade un fatto che turba parecchio John:

Camminando verso casa prima di mezzanotte presi un vicoletto che va da Trafalgar a Leicester Square, passando davanti a una caserma. Questo vicoletto non c’è più oggi. Ero in abito da sera. All’entrata del vicoletto mi comparve davanti un giovane granatiere, che mi parlò. Ero troppo ingenuo, per quanto strano possa sembrare, per capire che cosa intendesse. Ma mi piacque quel suo aspetto. Mi sentii attratto da lui, e non respinsi la sua compagnia. Così eccomi là,  l’esile e nervoso uomo della buona società in alta tenuta, a camminare a fianco di un tipo atletico in divisa scarlatta, fortemente attratto dal suo magnetismo fisico. Dopo avere conversato brevemente del più e del meno, cominciò di punto in bianco a fare proposte, citando una casa dove potevamo andare, e dicendo esplicitamente a che scopo. Io allungai il passo e affrettandomi per il vicolo mi separai da lui, bruciante di repulsione e fascino. Ciò che lui offriva non era quello che volevo in quel momento, ma il pensiero mi mise in profonda agitazione. L’eccitazione del contatto con quell’uomo mi insegnò qualcosa di nuovo su me stesso. [Pag. 190-191]

Verso l’autunno accade un secondo episodio:

Uscii per una passeggiata solitaria in uno di quei pomeriggi caldi, umidi e malsani nei quali il tempo opprime e insieme irrita le nostre sensibilità nervose. Dal giorno del mio matrimonio non ero più stato assalito da quello che chiamavo il lupo” del desiderio indefinito tinto di un ardore vago ma intenso nei confronti di maschi. Mi cullavo  al pensiero che non mi sarebbe più saltato addosso venendo a distruggere la mia felicità e a disturbare le mie abitudini di studio. Eppure quel giorno, vagando per fare un po’ di esercizio tra le vie squallide situate tra casa mia e il Regent’s Park, sentivo il peso di un grande malessere. Era impossibile scrollarmelo di dosso. Non mi rendevo conto che fosse il sintomo della malattia morale dalla quale avevo cercato risolutamente di affrancarmi. Non ero forse protetto dalla mia promessa a una donna nobile, dal mio recente ingresso nel naturale processo della vita coniugale? Ritornando da questa importante passeggiata, a un certo angolo che ricordo bene, mi cadde lo sguardo su un graffito grossolano, tracciato frettolosamente sull’ardesia con una matita d’ardesia. Aveva un carattere tanto significativo, tanto stimolante e acuto – esprimeva tanto completamente la voce del vizio e della passione proletari – che mi trafisse l’anima. [Prick to prick, so sweet (cazzo a cazzo è tanto dolce); con un energico disegno di incontro di due falli, appiccicati insieme, zampillanti.] A suo tempo dovevo averne visti dozzine di simili. Ma non mi avevano colpito. Ora era saltato fuori il lupo… [Pag. 191-192]

Nell’inverno del 1865 John e Catherine si stabiliscono a Londra, il 22 ottobre nasce la figlia maggiore.

Poco prima di Natale i coniugi si trasferiscono a Clifton e il padre di John lo visita e gli riscontra problemi polmonari seri nella parte superiore del polmone sinistro.

Il matrimonio tra John e Catherine, nonostante la sostanziale omosessualità di John, è un vero matrimonio, tra i due non c’è passione sessuale ma  non manca il rispetto e l’affetto sincero. Lo sforzo per migliorarsi e per cercare di costituire un appoggio reciproco concreto è notevole da parte di entrambi i coniugi che si stimano profondamente e accettano i loro doveri familiari col massimo di dedizione per il bene dell’altro. Alcune pagine del diario di Catherine ne sono la più chiara manifestazione.

Per favorire la guarigione di John, i coniugi si spostano a Mentone. La sorella di Catherine aveva una villa a Sanremo e proprio a Sanremo i medici confermano la guarigione di John, segue un lungo giro per l’Italia, dalla Riviera a Firenze, a Ravenna, a Macugnaga, alla val d’Aosta e, dopo una puntata a Mürren, la coppia torna in Inghilterra.

Nell’estate del 67 e in tutto l’anno successivo John  ricomincia a scrivere poesie, tutte dedicate all’amore maschile. Dopo la nascita della seconda figlia, Catherine e John vivono senza sesso, Catherine è terrorizzata dall’idea di una possibile terza gravidanza. L’astinenza forzata dal sesso coniugale spinge John sempre più verso fantasie di amori maschili e rischia di mettere in crisi in matrimonio, i coniugi ricominciano dunque ad avere rapporti cercando di evitare il concepimento. La terza gravidanza arriva imprevista.

John si alza presto al mattino per andare a vedere uomini e ragazzi nudi che si bagnano nella Serpentina e per lo stesso motivo frequenta i bagni pubblici. Ma ha anche due amici omosessuali che lo influenzano notevolmente, ben al di là della lettura di Whitman: Rocen Noel e Claude Delaval Cobham, che

Avevano fatto e avevano l’abitudine di fare ciò che io ora avevo cominciato a desiderare.

… Noel era sposato, colto, filosofo, poeta. Era orgoglioso della sua bellezza fisica, che all’epoca era straordinaria: e aveva gusti tendenzialmente voluttuosi. L’attrazione verso l’uomo lo dominava attraverso questa sua vanità e voluttuosità. Amava essere ammirato. Godeva in maniera indolente, da sultano, del contatto con il desiderio maschile, degli attouchements tra organismi eccitati, dei sensuali abbracci nella nudità. [Pag. 197}]

Cobham, che John aveva conosciuto a Oxford nel 61, non si occupava né di religione né di filosofia, si definiva “anderastes” [amante di uomini] e lo è rimase sempre coerentemente.

Talvolta il desiderio di amori maschili di John si fa bruciante:

Ho nel cuore un distico di Teognide: Felice è l’amante che si allena agli esercizi ginnici, e poi va a casa a dormire tutto il giorno con un bel ragazzo” [Teognide: 2. 1335-6] Questo, o uomo, è ciò che devi fare! Rendere elastiche membra forti non è una fatica ignobile, e prendere belle membra in un abbraccio amoroso, dormire sveglio a metà, per lunghi pomeriggi cullando la bellezza sul petto, non pensando nulla di male, e non facendone, ma curando dolcemente il tuo giovane. [omissis] Sì, questo pomeriggio ho stretto a me Licida sulla piuma di letti di sogno, il letto è pronto”, seta ricamata, con un piumino per sostenere la carne delicata. Bella è la forma di un fanciullo diciottenne che porta ancora la clamide” [Meleagro. Antologia palatina XII 125] L’ho stretto dormendo molto dolcemente nei cancelli dei sogni. Dalle sue palpebre chiuse ho baciato il fiore dei sogni, dalle sue labbra socchiuse ho bevuto il balsamo del sonno. Ero Ipnos che guarda Endimione nella grotta di Latmo. Capelli d’oro e collo bianco, e seni più lucidi di stelle gemelle, e ventre più morbido delle piume di colomba, e cosce fresche, e bellezza tremenda del ministro d’amore sotto il ciuffo di riccioli crespi, e gambe snelle rigonfie, e piedi rosei, e lunghe braccia flessuose e languide. Li avevo lì tutti premuti contro il mio corpo, fianco a fianco, baciavo ogni parte e tutte le membra del ragazzo, vagando con la mano le assaporavo tutte, e sentivo il calore di natiche levigate, acceso e divino. In un sogno a occhi aperti: per Giove!  [Pag. 167]

Così John descrive una conferenza cui aveva assistito:

Ero seduto in una sala di conferenze e ascoltavo un retore che declamava frasi monotone con una voce spenta sull’argomento familiare dei drammaturghi che amo tanto. Ma quell’ora non è stata priva di gioie: perché tu, caro ragazzo sconosciuto, sedevi accanto a me, di forme delicate con i capelli che si arricciavano sulla fronte. C’era un riso nei tuoi occhi e sembravi aver voglia di essere allegro. Ci siamo toccati. Poco per volta l’ho abituato al tocco della mia mano sulla sua coscia e sul ginocchio. I tremiti del suo corpo correvano magneticamente attraverso il mio braccio destro. Sono stato penetrato dalle correnti di elettricità che scorrevano da lui. Non ci siamo scambiati una parola. Non so nemmeno come si chiama il ragazzo. [Pag. 168]

Per cercare di staccarsi dalla scrittura frenetica di poesia a sfondo omosessuale, John si dedica a tradurre i volumi di Zeller su Aristotele. Scrive a Henry Sidgwick parlando di una grande ombra che lo minaccia ancora aggiungendo tra parentesi (le mie difficoltà sessuali) poi cita Dante e i “mal protesi nervi” [Dante, Inferno XV, 114]: Il canto di Dante citato è quello in cui compare Brunetto Latini e che tratta di omosessualità. È evidente che John è pienamente consapevole di quale sia il suo problema ma ne accenna per lettera all’amico solo in modo molto lieve e difficilmente comprensibile per chi non ha familiarità con Dante e con la lingua italiana.

Sotto la spinta della passione amorosa contro la quale appariva non solo inutile ma deleterio lottare, John comincia a staccarsi dalla religione, dagli orpelli della cultura accademica e a ritrovare il senso vero del lavoro intellettuale, come autonoma ricerca della realtà.

Quando venne il momento in cui l’inclinazione  assunse il suo dominio sulla mia natura, allora la critica, il lavoro intellettuale, i rapporti morali riacquistarono immediatamente il senso della realtà. Presero il loro giusto posto. L’uomo riguadagnò tanta salute ed energia quanta poteva sperare di ottenerne dopo gli errori stremanti del suo pellegrinaggio precedente. Ma questa schiarita della mia atmosfera soggettiva doveva ancora arrivare. Passarono quasi tre anni prima che le nuvole cominciassero a disperdersi alle brezze pungenti di quello che condannavo ancora come peccato. [Pag. 172]

John comincia a scrivere un saggio sull’amor greco ma lo lascia a metà:

il soggetto mi coinvolge troppo profondamente, mentre i suoi aspetti più ripugnanti mi rattristano. [Pag. 173]

Mentre si trova a Cannes, va profondamente in crisi e medita il suicidio ma poi mette da parte l’idea:

… la morte non è accettabile, non offre una soluzione. [omissis] Quando cerco di annegare il disprezzo che provo per me stesso nel lavoro intellettuale mi cedono i nervi e lo stato che subentra è peggiore del precedente. [Pag. 175]

Medita angosciosamente sulla paura della morte e sulla propria accidia, sull’ipotesi di chiamare il nome di Dio, si fa divorare dagli scrupoli religiosi: “Sono inquinato come uno che sguazza tra i vizi della carne anche se ho evitato di compiere gli atti.” [Pag. 177-178]

La parola peccato, però, comincia a lasciarlo perplesso:

Durante la mia malattia e in tutti i miei discorsi in proposito avevo omesso il termine amore”. Perché giudicavo il mio genere di amore un peccato. Ma quando nella fase dell’indifferenza divenni incurante della nozione di peccato, allora e solo allora ho scoperto l’amore, chiave di volta di tutto il resto della parte meno tormentosa della mia vita. [Pag. 178]

Per tutto il 1868, John va maturando lo stato di indifferenza di fronte all’idea di peccato. Catherine sostiene il marito nei momenti difficili e il loro rapporto umano si rinsalda. Ma l’idea fissa dell’amore maschile non abbandona John:

Le annotazioni dei miei diari dimostrano che l’inclinazione congenita del mio temperamento mi metteva perpetuamente a disagio. Giovani di tutti i tipi: – contadini della Riviera, cocchieri corsi, ragazzi fiorentini la sera sul Lungarno, facchini veneziani, e specialmente una bella guida bernese che si occupava del forte cavallo nero che cavalcavo – mi tiravano per la manica del cuore, invitandomi a fraternizzare, tirandomi fuori quella simpatia che provo per la bellezza e il vigore maschili. La continua resistenza a questi richiami, il prolungato rivolgermi al mero studio per calmare questi desideri, mi tendevano i nervi; e talvolta me ne uscivo ribelle con poesie di desiderio passionale. [Pag. 179]

Scrive una lunga poesia in tre parti intitolata “Phallus impudicus”. La prima parte è collegata al ritrovamento in campagna di un’amanita falloide (un fungo a forma di pene umano). Questa immagine richiama per John qualcosa di “triviale e nauseante”. La metamorfosi di John in uomo libero non è ancora compiuta. Nella seconda parte il cambiamento non potrebbe essere più radicale. John e un giovane di Sorrento che aveva condotto la sua carrozza in città, sono alloggiati a Napoli in due stanze contigue separate solo da una porta. La notte passa scandita dai rintocchi del campanile, poi verso l’alba:

La porta era aperta: entrai e mi chinai

attento sul tappetino davanti al suo letto.

Che avrei trovato? Onde scomposte di riccioli fulvi

allontanate dalle folte sopracciglia, o occhi grandi ardenti

velati da ampie palpebre, o il fiorire biondo

di tre anni di virilità, morbido sulla guancia e sul mento,

e forse dal copriletto qualche fiocco

bianco niveo di gola forte e liscia? Ah no! L’alba

mi ritagliò nell’ombra della tenda a tutta lunghezza

dai piedi alla fronte una forma che languidamente giaceva

immersa in un sonno profondo: cosce e capezzoli rosati,

ventre elastico, e velluto morbido riparo,

che corto si stringe in basso, rigogliosamente impudico,

le gemelle marmoree sfere maschili circondando timidamente,

e la soda rotondità della radice di gioia dell’amore,

il liscio muscolo insolente, calmo e lento e tenero,

l’asta d’alabastro, il santuario rosa pallido,

la gloria scarlatta del lucido glande

seminascosto nell’oscurità rugiadosa,

come un bocciolo di rosa che fa capolino da una chiusa guaina di seta;

vidi tutto ciò; un braccio lungo il fianco

disteso comodamente, l’altro seminascosto

tra i riccioli, groviglio di fuoco. Solo questo:

poi il giovane si girò nel sonno e sospirò. [Pag. 181-182]

Aggiunge poco dopo:

… da quel giorno ho in me un fuoco immortale [omissis] Mi odiate? Mi maledite? Io sorrido e non m’importa. Mi respingete ed evitate? Sia pur sano tutto il mondo; calcolatemi pazzo! Non ho forse visto, sentito, toccato, assaggiato? Ecco pazzi siete voi; io sono il sano. [Pag. 182]

La terza parte della poesia presenta una scena veneziana. Un bell’uomo di nemmeno 40 anni è appoggiato al parapetto di un ponte di Venezia, è ansioso, nervoso, ogni tanto qualcuno, incurante dell’uomo sul ponte, si volta a orinare contro il muro e gli occhi dell’uomo sul ponte bruciano e i suoi muscoli si tendono per cogliere una breve immagine del pene. Mentre John si chiede quale piacere possa trarre quell’uomo da un fatto tanto elementare, un ragazzo passa sotto il ponte e si ferma, l’uomo scende rapidamente dal ponte e gli prende la mano. Cominciano a parlare. Il giovane arrossisce, si acciglia, dice di no, ma alla fine se ne va con l’uomo che lo aveva fermato.

Non si tratta qui di sublimazioni di tipo lirico mediate dalla cultura greca ma di poesia omosessuale senza riserve e senza retorica, che indica che ormai John ha compiuto la sua metamorfosi. Nei mesi successivi scrive altre poesie a tema omosessuale senza scrupoli di carattere moralistico e anche molti saggi di vario tipo, descrittivi e critici.

Fino a questo punto, diciamo fino al novembre del 1868, a 28 anni compiuti da poco, John ha una famiglia, una moglie e due figlie, è assai bene avviato nel mondo accademico ed è inserito nella buona società, in pratica ha tutto ciò che un uomo della sua età può desiderare. Nel primo periodo del suo matrimonio ha fatto di tutto per schiacciare la sua omosessualità ma col passare degli anni il desiderio di amori maschili si è ripresentato e dopo un lungo processo di accettazione necessario per guardare in faccia la realtà e per affrancarsi dai vincoli moralistici che lo trattenevano, John si rende conto di non essere più lo stesso e di non poter negare oltre la sua natura.

Il primo dicembre del 1868 la vita di John va incontro ad una svolta radicale, il suo amico Graham Dakyns, professore al Clifton College, invita Symonds a cena, sono invitati anche un un collega di Dakyns, E. M. Oakley, e tre ragazzi dell’ultima classe del Clifton College: Norman, Bean e Howlett. John incontra per la prima volta Norman, che non aveva ancora compiuto 19 anni. Appunta in proposito nel suo diario l’inizio di un epigramma di Stratone [Antologia Palatina XII. 219]: “I tuoi maestri chiedono anche la paga? Che ingrati!”.

Il cervello di John si mette in modo e John concepisce l’idea di insegnare letteratura greca ai ragazzi dell’ultima classe del Clifton College. Percival, il rettore della scuola, è d’accordo. Graham (Dakyns) gli suggerisce il tema del corso: descrivere un giovinetto greco che risponde al suo amante e vive con lui una vita nobile. John prima delle fine di dicembre scrive “Eudiades – Giorni e notti di giugno ad Atene” e ne dona il manoscritto a Dakyns, che gli aveva suggerito l’idea.

Il 15 gennaio 1869 nasce Margaret, terza figlia di John. Il giorno appresso arriva Henry Sidgwick e John gli fa leggere le sue poesie erotiche. Sidgwick sostiene che vanno distrutte perché malsane e immorali. John è d’accordo e le poesie, salvo Eudiades il cui manoscritto ormai apparteneva a Dakyns, sono chiuse a chiave in una scatola di metallo e Sidgwick butta la chiave nell’Avon il giorno 23 gennaio. Va notato che le poesie non furono distrutte ma solo chiuse in una scatola. Se dall’esterno può sembrare che John abbia accettato i consigli moralistici di Sidgwick, nella sostanza ormai era già affascinato da Norman. Il 27 Gennaio scrive nel diario: “Norman ha cenato da solo con me: bellissimo, indomito, simulatore.” [Pag. 202]

Dal diario di John si osserva che nulla gli importa delle poesie chiuse nella scatola, perché la fase della poesia come valvola di sfogo è ormai conclusa e in quegli otri vecchi non può certo versare il vino nuovo.

Norman va spesso a cena a casa di John, si incontrano a scuola, in biblioteca, cominciano a scambiarsi lettere. Norman risponde rapidamente, John attende con ansia le risposte.

John si propone di educare Norman, gli sceglie i brani da leggere, greci e inglesi, ma si tratta in realtà solo di occasioni create appositamente per poter godere riservatamente della compagnia di Norman. Scrive il 7 febbraio:

Mentre leggeva mi appoggiavo alla sua spalla, e il lobo del suo orecchio sfiorava la mia fronte, e sentivo la voce vibrargli nei polmoni, e vedevo il lieve sorriso sulle sue labbra. [Pag. 203]

John sa che il dovere gli imporrebbe di non andare oltre e anzi di tenersi a distanza ma sa pure che non lo farà. Man mano che la confidenza tra Norman e John aumenta, John si rende conto che Norman si innamora più o meno sentimentalmente di questo o di quel suo compagno di college e la gelosia di John si risveglia.

John si comporta correttamente con Norman e la dimensione reale del suo interesse non sembra trasparire all’esterno, ma John, anche se ormai ha tre figlie, ha amici più o meno copertamente omosessuali ai quali ha fatto leggere le sue poesie erotiche a tema omosessuale. Catherine comincia ad avvertire con chiarezza che il rapporto tra John e Norman non è il tipico rapporto tra uno studente e il suo insegnante. No le sfugge che la presenza di Norman è fin troppo frequente.

Norman continuava a frequentare molto la casa. Mia mogie non lo aveva molto in simpatia. Non era esattamente gelosa, allora, sebbene lo sia poi diventata, come era appena naturale. [Pag. 206]

Sidgwick incontra di nuovo Symonds, lo invita ad essere molto prudente nell’impostare il corso di letteratura greca per il Clifton College e ad usare un tono che non indulga troppo a tendenze emotive. Dakyns mostra “Eudiades” a Sidgwick che lo considera “degradante per chi lo ha scritto e per chi lo legge.” [Pag. 207] Si discute se bruciare “Eudiades”. John nota l’incoerenza di Sidgwick che aveva approvato altre poesie erotiche di argomento omosessuale.

Preso da queste discussioni John non nota che Norman non lo va a trovare da tempo, poi viene a sapere che Norman ha la parotite. Piccato comunque di non essere stato avvisato scrive a Norman una lettera per ridimensionare il senso del loro rapporto.

Poco dopo il 10 aprile John ha una conversazione con la moglie in cui affronta direttamente l’argomento Norman. Catherine riconosce che la salute di John è migliorata da quando ha conosciuto Norman ed è consapevole della inclinazione del marito per gli amori maschili. John però si impegna a mantenere i rapporti con Norman nei limiti del buon senso e del buon gusto. Il rapporto con la moglie è chiaro ed entrambi sono interessati prima di tutto a non mettere in crisi la famiglia.

Il 20 aprile John va a Cambridge, ospite di Sidgwick al Trinity e gli fa leggere il suo diario. La risposta di Sidgwick è netta:

Mi riempie di terrore e pena. Ammiro tanto le tue doti spirituali, la versatilità dei tuoi interessi intellettuali, la tua capacità di poetizzare la vita. Ma non questo filone di sensualità sublimata. [Pag. 211]

John si era impegnato a vedere Norman a Londra e i due, dal 24 aprile, passano sei giorni insieme, da soli, nella grande casa di Norfolk Square.

Tra i due c’è intesa e non solo a livello intellettuale. Il 30 aprile John annota:

Stanotte ho toccato i vertici sommi; ha dormito tra le mie braccia con baci frequentissimi. {Pag. 211}

Tornano quindi insieme a Bristol. Norman va da una zia e John incontra Catherine il 2 maggio, parlano di Norman. John annota nel diario:

Lei capisce la situazione, e capisce tutto per quanto riguarda Norman: probabilmente perché io capisco me stesso. [Pag. 212]

Il colloquio porta anche ad un accordo secondo il quale John e Catherine non avrebbero più avuto rapporti sessuali perché Catherine voleva assolutamente evitare una quarta gravidanza. Dopo il colloquio però John avverte che qualcosa è cambiato:

Lei non riusciva ad evitare di sentirsi gelosa di Norman, specialmente quando trovò alcune lettere che gli avevo scritto con toni di passione che non avevo mai usato con lei. Io da una parte ero esposto ai turbamenti dei sensi e agli inconvenienti dell’astinenza sessuale, mentre dall’altra incoraggiavo il mio amore per Norman. Ma non venni meno alla mia promessa e, anche se lo desideravo sensualmente, non scivolai in situazioni vili. [Pag. 212-213]

L’otto di maggio John comincia le lezioni di letteratura greca nella sesta classe del Clifton College, che continuarono per tutto il trimestre e per altri due anni. Molti degli studenti di Clifton divennero poi amici di John, cenavano spesso con lui, discutevano con lui.

Anche se li amavo teneramente, e sentivo il fascino fisico dell’uno o dell’altro,  non avviai nessun rapporto come quello che avevo cominciato con Norman. I doveri di insegnante lo impedivano; e poi mi sarebbe sembrato un errore ripetere quello che ormai riconoscevo come una specie di fallimento. Perciò queste amicizie si svilupparono senza gelosie, sentimentalismi e sensualità sublimate. [Pag. 213]

A un certo punto i rapporti con Norman sembrano raffreddarsi, Norman frequenta meno Clifton Hill House e poi si innamora di un altro ragazzo. John pensa di poter legare Norman a sé ma Norman non è tipo da farsi legare, è affettuoso e generoso ma non è possibile plasmarlo o indurlo a seguire altri ideali. Il rapporto con Norman, anche in fase calante è oggetto di discussione con Catherine, ma i momenti di tempesta su superarono. Anche i rapporti con Norman migliorano, John si lamenta di avere con lui tanta prossimità fisica quanta ne poteva desiderare ma di non ottenere quella prossimità spirituale che avrebbe desiderato. Nel mese di luglio parte con Norman  per un lungo viaggio sul continente:

Eravamo soli e ci divertimmo come a Londra. Ritornarono i bei tempi. Ho molti ricordi e annotazioni su quel viaggio: le camerette di legno delle locande in cui abbiamo dormito insieme, di solito nello stesso letto, [omissis] i giorni sonnolenti e voluttuosi ad Axenstein; i baci e gli abbracci e le lunghe ore deliziose tra le passeggiate e il sonno. [Pag. 217]

Così John annota nel suo diario alla data del 21 agosto:

Ho raggiunte le vette somme del piacere, e i fiori che bramavo ho preso a manciate nel mio petto. Ma non posso indugiare qui. Perché ho molta paura che questi fiori portatori di fiamme, che svaniranno presto in cenere, possano appiccare il fuoco al cuore del mio cuore. [Pag. 217]

John rientra a Clifton il 4 settembre. Conington era morto, Catherine era andata ad Hastings ad assistere suo padre moribondo, John si precipita da lei, arriva il 29 settembre, quando il suocero è morto da un’ora. Dopo i funerali John torna a Clifton e riprende le sue lezioni. Anche il padre di John sta male e si trasferisce a Brighton. John ha anche un’altra notizia che in fondo si aspettava. Norman ha ottenuto una borsa ad Oxford al Balliol, dovrà andarci all’inizio del trimestre di quaresima. John scrive saggi, prepara lezioni, fa vita di società, riceve a casa i suoi studenti e vede spesso Norman annotando nel diario frasi come “baci più dolci del miele.” [Pag. 218] Intanto il giorno della partenza di Norman si avvicinava.

 Prima della partenza, Norman passa due giorni a Clifton Hill House con John e il diario di John del 28 gennaio 1870 permette di capire lo stato d’animo dei due in quella situazione:

Ho passato due ore notturne perfette con lui, una per ognuna delle ultime due notti. [omissis] Sdraiati sul letto, riparati dal freddo abbiamo gustato il miele delle parole mormorate e i fiori delle labbra premute sulle labbra. [omissis]

L’ho spogliato nudo, e ho nutrito la vista, il tatto e la bocca di queste cose. Potranno mai le mie labbra dimenticare il loro posto sul suo petto, o sul morbido raso del suo fianco, o sul candore niveo del suo ventre. Smarriranno mai il nettare della sua bocca: quelle labbra aperte come petali di un fiore che si allargano sotto il tocco e palpitano? Dimenticheranno mai le mie braccia la tensione della sua piccola vita fragile, le mie cosce la pressione delle sue cosce arrendevoli, le mie orecchie il mormorio di quella voce illanguidita, il mio cervello il profumo della sua dolce pelle e del respiro della sua bocca? Cesserò mai di udire il battito metallico del suo cuore misterioso – calmo e sincero – campanelli che tintinnavano sotto il mio orecchio?

Non so se dopo tutto il semplice tocco delle sue dita quando incontravano, afferravano, e allontanavano la mia mano non sia stata la cosa migliore di tutte. Perché nelle dita c’è l’anima. Parlano. Il corpo e silenzioso, un’opera d’arte animata muta eloquente fatta dal divino artefice.

Sotto le ascelle non ha peli. La pelle della gola e del petto è bianca come lavorio. I capezzoli del suo petto si vedono appena, tanto si perdono nel candore e tanto sono morbidi. Tra di loro, sullo sterno, c’è un punto accecante, come la neve o il marmo che ha sentito i baci del sole. I suoi fianchi sono stretti, induriti come i muscoli sostengono l’osso, ma morbidi come piuma e lisci come raso nelle cavità dell’inguine. Timida e pudica, tenera nel boccio della bellezza del giovane, la sua parte sessualeora desiderosa di passione”: fragrante al tocco che la cerca, ma si ritrae, perché quando la mano vagante si ferma lì, il ragazzo si gira implorante nelle mie braccia, come se cercasse di essere liberato da una fitta deliziosa. [omissis]

Ora vengono le nonchalances e l’abbandono superbo del riposo. Come gli cadeva la testa su una spalla, e come si curvava il braccio lungo il fianco e la coscia, e come sulla lanugine della virilità nascente aveva appoggiate le dita, e come il dio che si ritraeva stava coperto dalla sua mano! [omissis]

E ora è finita. Norman non respirerà più la mia stessa aria. [omissis] È studente al Balliol; porterà il suo profumo (di violetta bianca), in stanze, passeggiate, giardini di Oxford, per altri uomini. [omissis]

Mi chiedo se per un momento desidererà che io ci sia, che le mie braccia lo riscaldino, che le mie dolci parole lo aiutino a dormire! [Pag. 219-221]

Symonds ci tiene a fare una forte sottolineatura per evitare interpretazioni distorte del lirismo dell’ultima notte:

Nonostante la sensualità più che sublimata dell’appassionato addio a Norman in partenza per il mondo, che ho appena riportato, è un fatto che né allora né dopo né prima accaddero tra noi quelle cose che la gente ritiene inseparabili da questo genere di amore. Mi accontentavo della contemplazione, del contatto, dei baci. La sincerità con cui ho detto tutto su me stesso, e l’ammissione che ora faccio, di avere in seguito praticato atti di questo genere con altri uomini, dovrebbero costituire una garanzia sufficiente della mia veridicità. [Pag. 222]

John cita una lettera di Norman  del 26 novembre 1886 in cui parlava delle tentazioni e delle cattive azioni della sua adolescenza: “L’influenza associata di Percival [Il rettore del Clifton College] e la tua ha contribuito a curarmi”. In sostanza Norman 16 anni dopo il suo ingresso al Balliol, riconosceva che l’influenza di Johan era stata “salutare proprio per quanto riguarda l’amore tra maschio e maschio.” [Pag. 222]

John e Norman continuano a scriversi e a vedersi nei periodi di vacanza. Nell’estate del 72 vanno a fare un viaggio insieme in Svizzera e in Italia, ma ormai il tempo della carezze amorose è passato.

Il diario di John del 21 giugno 1872 dopo aver descritto una notte di luna meravigliosamente chiara, così continua:

Lì, in una notte così, in uno scenario come questo, Catherine ha stretto Norman a sé, e ha promesso di amarlo come un figlio. Lei sa tutto di lui e di me. Entrambi abbiamo sofferto tanto a causa sua – lei più di me – ma lei ha sopportato e creduto tutto; e ora l’ha accettato con più che tolleranza. [Pag. 223]

John aveva assistito alla conciliazione degli opposti. Norman diventò professore, si sposò e fu padre di famiglia.

Così John valuta sinteticamente la sua storia con Norman a distanza di vent’anni:

 [omissis] riesco a capire molto chiaramente che la vera malattia della mia natura non era nella passione che provavo nei suoi confronti, ma nella maniera artificiosa, morbosa e sofisticata in cui questa passione veniva espressa. La passione era naturale; e lui la ricambiava naturalmente, per quanto il temperamento, l’età e la costituzione della sua identità emotiva gli permettevano. [Pag. 223-224]

Nell’inverno 75-76 John scrive buona parte del secondo volume di “Rinascimento in Italia” che è considero una delle sue opere maggiori. Un giorno, a Londra, accetta di accompagnare un suo amico in un bordello maschile e prende appuntamento per passare un pomeriggio con un giovane soldato in una camera privata di quella casa. Il ragazzo era bellissimo, cordiale:

Invece di cedere a un impulso bruto, mi godetti completamente la stretta prossimità di quel magnifico esempio di virilità nuda; poi lo feci rivestire, mi sedetti a fumare e parlare con lui, e sentii, alla fine, che almeno alcuni dei problemi morali più profondi potevano essere risolti dalla fraternità. [omissis] Ci separammo nei migliori termini amichevoli, scambiandoci gli indirizzi; e mentre ero a Londra lo incontrai parecchie altre volte, in luoghi pubblici, senza nemmeno pensare al vizio. [Pag. 226]

A Londra John si ammala di bronchite e il medico gli consiglia di andare in Grecia ma si ferma a Cannes. Nella primavera del 1877 fa un giro della Lombardia. Frequenta persone di basso livello sociale e si sente a suo agio con loro:

Scoprii che potevo amare e fraternizzare con gli infimi, gli ultimi, i più poveri, che potevo chiamare amici, fratelli e sorelle i peggiori. Ma non avevo un vangelo da predicargli. Imparai solo a capire loro e la loro onestà con me. [Pag. 230]

Si sente male a Torino e decide di rientrare subito a Clifton, il giorno dopo l’arrivo ha una violenta emorragia polmonare, è rassegnato a morire, la moglie lo cura amorevolmente, poi la salute migliora un po’ e il timore della morte incombente porta Johan a sistemare i suoi affari mondani. I medici gli consigliano di non restare in Inghilterra: John e Catherine con le due figlie maggiori sarebbero andati in Egitto le due figlie minori sarebbero rimaste a Clifton con le bambinaie. Ser William Jenner consiglia di fare una sosta sulle Alpi e di fare testamento prima di partire, perché un raffreddore poteva essere fatale.

La sorella minore di John si trovava col marito a Davos in quel periodo, nell’Engadina [Nel cantone dei Grigioni] e il luogo era rinomato per i medici e per i servizi per gli ammalati. Il 7 agosto 1877 John arriva a Davos, la prima impressione non è positiva, i medici dicono a John che nel suo polmone sinistro si sta formando una cavità e gli impongono una vita da sanatorio. Solo a settembre gli è permesso di camminare un po’ e di girare in carrozza. L’occasione della malattia porta John a interrompere completamente e definitivamente i rapporti sessuali con la moglie che se ne sente sollevata, da allora John e Catherine non dormiranno più nello stesso letto:

Cominciai a non sentirmi più moralmente responsabile nei confronti della donna che aveva volentieri sanzionato lo scioglimento del legame sessuale tra noi. [Pag. 235}]

Alla fine dell’autunno 77, un giovane si fermò non lontano da John per un bisogno naturale. John lo seguì con gli occhi finché non girò dietro il fienile, se avesse potuto lo avrebbe seguito e avrebbe passato volentieri un pomeriggio con lui sul fieno tagliato.

Nell’inverno 77-78 John si dedica ai suoi studi e pian piano la salute migliora.

John incontra un altro ragazzo che diventerà suo amico:

Ogni tanto un giovane di nome Christian Buol, mi porta fuori in slitta sulla neve. [Pag. 236]

La famiglia Buol era una famiglia nobile e tra i suoi antenati aveva parecchi conti e baroni dell’Impero, lo stemma di quella famiglia si ritrova in parecchie chiese e castelli nelle valli che scendono verso il Reno. Il fratello maggiore di Christian era il medico di Thusis, un altro era padrone di un albergo, un terzo studiava medicina, due si trovavano in America, in tutto la madre aveva messo al mondo 16 figli. Christian aveva compiuto 19 anni ed

era uno dei migliori esemplari di adolescente robusto, bello, intelligente e gentile che abbia mai incontrato. Dotato di una forza muscolare enorme, aveva le maniere calme e controllate e il parlare sommesso di un gentiluomo bene educato. [Pag. 237]

John se ne innamora, l’amicizia tra loro andrà avanti per molti anni.

Tra natale e capodanno John gli regala una pipa di schiuma, Christian è sorpreso.

La cosa gli piacque anche se, con la solenne compostezza dell’abitante dei Grigioni non ne diede alcun segno. [Pag. 238]

John pensa di essere stato importuno. L’intimità tra i due aumenta, parlano molto, John invita Christian a cena nella sua stanza privata al Belvedere e Christian il 22 marzo lo invita alla festa per il suo compleanno. John resta affascinato dalla dignità della famiglia e si sente un ospite gradito e onorato.

John viene a sapere da chiacchiere di paese che un fratello di Christian sta per perdere il suo albergo a causa di debiti contratti per inesperienza, lo riferisce a Christian, che è già al corrente del fatto, quindi offre 1000 sterline ai Buol per salvate l’albergo, in pratica era la somma che doveva servire per il viaggio in Egitto, ormai accantonato. Successivamente darà ai Buol altre 2000 sterline. Prestito che sarà puntualmente restituito.

E devo dire anche che mia moglie, che tenni al corrente di ogni particolare di questo affare, e che non ignorava il mio affetto per Christian, non esitò a dare la sua approvazione al mio piano per salvarli. Moglie generosa e nobile, nata da una nobile stirpe, e naturalmente dotata dei sentimenti più nobili. [Pag. 240]

La familiarità con i Buol e con Christian crebbe al punto che John poté invitare Christian ad accompagnalo in un viaggio in Italia.

Insieme facemmo un viaggio magnifico; e durante questo viaggio mostrò di essere pronto, per simpatia e affetto nei miei confronti, a concedere molti innocenti piaceri di momenti privati, che a lui non costavano nulla e riempivano me di una gioia ineffabile. [omissis] Spesso dormivamo insieme nel medesimo letto; e lui non si vergognava di lasciarmi guardare, come gli uomini contemplano gli idoli dei loro dei, lo splendore nudo del suo corpo perfetto. Tuttavia né negli atti né nei gesti e tanto meno nelle parole una sola ombra di lussuria  guastò la serenità di quella comunione maschile. [omissis] Non ho mai conosciuto un piacere più calmante per i sensi e più elevato di quello che ho trovato con lui – assente il sesso – sommerso e assorbito da un amore tanto spiritualmente sensuale che le necessità del corpo scomparivano e venivano dimenticate. [omissis] Così continuammo a rispettarci l’un l’altro: e quando mi disse che voleva sposare una ragazza, alla quale aveva cominciato a voler bene alla scuola di Thusis, e che diventò poi sua moglie, i nostri rapporti non mutarono. [Pag. 241]

L’ammirazione di John per i Grigioni e per i loro usi franchi e democratici, senza distinzioni di classe, fu tale che la famiglia Symonds finì per stabilirsi a Davos. Cristian accompagnò spesso John in Italia e, quando era impegnato nella fattoria, il nipote, anche lui di nome Christian e suo coetaneo, prendeva il suo posto.

John strinse amicizie non prive di un interesse passionale anche con diversi ragazzi italiani e li trattò come aveva fatto con i due Christian.

Nella primavera dell’81 John è a Venezia. Un pomeriggio, in una bottega, il suo amico Horatio Brown gli indica due gondolieri, uno dei due colpisce immediatamente John. Si chiama Angelo Fusato e ha 24 anni. Ad Angelo John dedica molti sonetti di forte contenuto erotico. John sa solo dove abitava il generale de Horsey per il quale Angelo e l’altro gondoliere lavorano. Passa due notti agitate sognando quel ragazzo e desiderandolo. Finalmente la mattina, va a cercarlo, gli dà un appuntamento per la sera alle nove nella chiesa dei Gesuiti. Angelo viene all’appuntamento, lo chiamavano il matto, era povero e spendaccione. John riferisce che non era raro che i gondolieri di Venezia si concedessero per denaro ma con certi limiti oltre i quali ogni richiesta sarebbe stata respinta.

John porta Angelo con sé alla casa Alberti, dove alloggiava. Un sonetto contiene l’esatta descrizione di quello che accadde.

Non sto sognando. Era davvero qui

e sedeva accanto a me su questo letto duro e basso;

perché avevamo del vino davanti e io ho detto:

prendi dell’oro: ti darà più allegria”.

Era tutto vestito di bianco; un gondoliere;

pantaloni bianchi, cappello di paglia bianco in testa,

una camicia bianco crema un po’ sbottonata, un nastro di seta

al limpido collo, con un amuleto.

Sì, era qui. Le nostre quattro mani ridendo fecero

Rapidamente caos della sua cintura, della camicia, dei pantaloni, delle scarpe;

finché, nudo come alla nascita, bianco come i gigli, sdraiato

lì sul copriletto mi invitò a usare

come volevo il suo corpo. Ma Amore lo vietò.

Amore gridò: Rifiuterai ciò che è inferiore al meglio dell’Amore!” [Pag. 251]

John è talmente sconvolto dall’incontro con Angelo che lascia Venezia il giorno appresso e per tutta l’estate non fa che pensare ad Angelo e scrivere su di lui poesie senza interruzione. In autunno John torna a Venezia, incontra Angelo diverse volte, di notte, nelle sue stanze e regala ad Angelo una gondola e un bel po’ di denaro.

John lascia capire che il rapporto con Angelo ebbe anche dei risolviti esplicitamente sessuali e quando John cerca di farsi accettare come amico, Angelo sta molto sulle sue e lo considera un cliente come tanti altri, che prima o poi si stancherà, e uno che ha una vita troppo diversa da quella di un gondoliere.

John scopre che Angelo vive con una ragazza e che ha avuto da lei due figli. Non si erano sposati perché non avevano denaro. John dà ad Angelo il denaro per il matrimonio e per mettere su casa. Angelo riacquista fiducia nei confronti di John e comincia a volergli bene. Angelo entrerà poi alle dipendenze di John come gondoliere, con uno stipendio fisso, farà con lui molti viaggi e lo verrà a trovare quando si stabilirà a Davos.

Siamo arrivati a capirci senza nascondere nulla. [omissis] L’ho trovato virile nel senso più vero, con la virilità di un soldato e il cuore caldo e tenero di una natura straordinariamente gentile. [omissis] È veritiero e sincero, franco nel dirmi che cosa gli pare sbagliato nella mia condotta, attento ai miei desideri, perfetto nelle maniere e nel comportamento, pur tenendo conto del suo temperamento pazzo, della voce rauca e della libertà sfrenata e impulsiva. [Pag. 253]

Le Memorie di John Addington Symonds si concludono con la storia di Angelo. John morirà a Roma il 19 Aprile del 1893, all’età di 52 anni. Consiglio caldamente la lettura delle sue Memorie a chiunque sia interessato a capire seriamente che cos’è l’omosessualità.

GAY SPOSATI

Questo post è dedicato ai gay sposati. Lascerò quindi da parte tutte le considerazioni legate all’orientamento sessuale relative ai ragazzi che hanno una vita sessuale etero a livello di coppia mentre hanno una vita sessuale tipicamente gay a livello di masturbazione, perché queste considerazioni hanno un senso importante prima che si arrivi al matrimonio. Partirò qui proprio dalla situazione dei gay sposati, così come mi si è presentata attraverso le chat con persone che vivono in questa condizione.

La totalità (o quasi) dei gay sposati arriva al matrimonio con la piena consapevolezza di essere gay. Si tratta di ragazzi che si sono masturbati per anni in modo esclusivo con fantasie gay, cioè pensando ai ragazzi, che spesso hanno vissuto esperienze sessuali con altri ragazzi anche dopo 15/16 anni e addirittura in età adulta, dopo i 20 anni, e hanno ritenuto queste esperienze come cosa che “tutti fanno” (compresi gli etero) e quindi non indicativa di un orientamento gay, anche se in realtà il coinvolgimento di un ragazzo gay in una seduta di masturbazione in gruppo è molto diverso da quello di un ragazzo etero. Tutto questo, tralasciando episodi apparentemente minori, come lo sperimentare l’erezione in presenza di certi ragazzi o il desiderare di vederli nudi negli spogliatoi delle palestre o delle piscine.

La pressione verso l’eterosessualità (cosciente o inconscia) esercitata dall’ambiente su questi ragazzi è stata così forte da portarli a contenere a livello di masturbazione le loro pulsioni gay e ad orientarsi contemporaneamente verso un sesso di coppia di tipo etero.

In genere quando un ragazzo che subiste una forte pressione sociale in senso etero, pur essendo gay, cioè pur essendo orientato nella sessualità libera (che si manifesta nella masturbazione) verso altri ragazzi, sperimenta per la prima volta un rapporto sessuale con una ragazza la sua reazione non è affatto negativa e, qualunque sia il livello di coinvolgimento sessuale nel contatto con la ragazza (anche minimo) quel rapporto sessuale diventa il segno tipico che “il problema gay è superato”. Un gay è un gay, non un impotente e, specialmente quando ha vissuto per anni in situazione di sostanziale privazione sessuale, se si trova vicino ad una ragazza innamorata di lui, in una situazione che lo spinge a un rapporto eterosessuale che ha per lo meno delle caratteristiche di intimità e di calore non superficiale, può arrivare benissimo ad avere un rapporto eterosessuale in qualche modo soddisfacente. È evidente che un rapporto del genere non ha nulla a che vedere con l’espressione della sessualità libera di quel ragazzo che, magari sentendosi tremendamente in colpa, continuerà “episodicamente” a masturbarsi pensando ai ragazzi, oppure finirà per reprimere totalmente la sua sessualità libera forzandosi a mettere da parte del tutto la masturbazione nella convinzione che masturbazione = omosessualità.

I primi rapporti etero di un ragazzo gay lo portano all’idea di avere finalmente superato la “fase gay” e di avere trovato una “sessualità matura”. Spesso, per questi ragazzi, la paura che le pulsioni gay tornino prepotentemente a farsi sentire costituisce una spinta ad intensificare i rapporti eterosessuali e ad andare al matrimonio in tempi rapidi. È l’idea tipica: “Lei mi ha salvato dalla omosessualità”, oppure: “Se mi sposo e posso avere rapporti sessuali con lei tutti i giorni non penserò più alla masturbazione e i miei impulsi gay spariranno”. Spesso dunque i ragazzi gay che vanno verso il matrimonio vivono periodi di intensa attività eterosessuale, che tuttavia è caratterizzata da un senso di ambiguità profonda perché nella quasi totalità dei casi, questi ragazzi, anche facendo l’amore ogni giorno con le loro ragazze (o con le loro giovani mogli, se le hanno già sposate) non parlano mai con le loro compagne dei loro problemi di orientamento sessuale. Con le mogli, in linea di massima, almeno per alcuni anni dopo il matrimonio, i mariti gay non accennano neppure al problema della omosessualità, non esiste quindi una vera comunicazione interpersonale profonda tra marito e moglie, che hanno tra loro contatti sessuali quotidiani ma senza un livello adeguato di fiducia e di comunicazione reciproca.

In una percentuale di casi intorno al 10%, il ragazzo parla alla ragazza apertamente dei suoi dubbi circa la sua omosessualità, dubbi che vengono automaticamente sottovalutati dalla ragazza, che avendo una sessualità etero è portata a pensare che il suo ragazzo, per il solo fatto che fa sesso con lei, non possa che essere etero. In genere una ragazza teme più l’infedeltà del suo ragazzo con un’altra ragazza che il fatto che il suo ragazzo sia gay. In alcuni casi la ragazza pensa di poter riorientare sessualmente il suo ragazzo verso una eterosessualità esclusiva “coccolando sessualmente” in modo esasperato il suo ragazzo, con il risultato di provocare una reazione di rigetto molto rapida e secca. Questo atteggiamenti “da crocerossina dell’amore” sono avvertiti dai ragazzi come aggressivi e non rispettosi nei loro confronti.

Nelle situazioni sopra descritte, la ragazza resta comunque convinta della sostanziale eterosessualità del ragazzo ma, in qualche caso almeno (casi rari ma non sporadici) la ragazza ha invece la piena consapevolezza del fatto che il suo compagno è gay e lo accetta come tale, ossia la ragazza accetta coscientemente per amore di restare vicino al suo ragazzo senza nessun contatto sessuale o con contatti sessuali limitati solo alla finalità di concepimento dei figli, che possono essere esplicitamente voluti e desiderati anche dal ragazzo gay. Questi atteggiamenti che hanno qualcosa di eroico (in un certo senso almeno) sono legati al fatto che la solitudine di ciascuno dei due coniugi rispetto all’esterno è così forte che essi, per sopravvivere, devono legarsi una specie di simbiosi strettissima. Va sottolineato che quando un abbraccio è troppo stretto e troppo duraturo rischia di togliere il respiro. In situazioni come quella descritta la dipendenza reciproca è fortissima ed è sentita come un vincolo che prima o poi finisce per diventare costrittivo. Ci sono coppie, e ne ho conosciute alcune, che si sposano coscientemente solo per avere figli, e ci sono casi (e ne ho visti alcuni esempi) in cui una moglie eterosessuale aiuta il marito gay a vivere come un gay, atteggiamento nel quale tuttavia i confini tra piacere e sofferenza sono assai labili. In tutti questi casi però, circa il 15-20% del totale dei gay sposati, tra marito e moglie esiste comunque un colloqui franco e quantomeno un rapporto di amicizia e di stima reciproca.

Quando un ragazzo gay sposa una ragazza etero e non hanno figli i problemi connessi alla eventuale separazione sono soprattutto di natura sociale e patrimoniale. Spesso un ragazzo gay accetta di stare con un ragazza escludendo nella sua mante la prospettiva di avere figli e quando si rende conto che quella prospettiva per la moglie è essenziale, vive il matrimonio come una forma di imposizione. Quando i figli ci sono il problema del rapporto di un gay sposato con la sua omosessualità è estremamente più delicato. L’emergere di una tendenza omosessuale è vissuto da un uomo gay che ha figli come un qualcosa che può compromettere il rapporto con i figli e i sensi di colpa possono essere molto profondi. Conobbi mesi fa un signore 49enne, che tuttavia non aveva mai avuto una percezione cosciente della sua omosessualità, si tratta cioè di una eccezione nel campo dei gay sposati, che aveva un figlio di più di 20 anni e che si era accorto di provare interesse sessuale per un suo collega di lavoro. Quando questo signore mi ha contattato nelle sue parole si percepiva un’angoscia profonda, dovuta al fatto che non aveva mai sospettato di poter essere gay ed era terrorizzato dall’idea, perché le sue conoscenze sui gay erano ferme alla lettura dei giornali e ad atteggiamenti tipici dei mass media. Questo signore, che ho avuto modo di risentire più volte, amava sinceramente la moglie e il figlio ed è arrivato a parlare apertamente sia con la moglie che con il figlio che la cosa l’hanno accettata e, paradossalmente, questa forma di sincerità ha rinsaldato i legami familiari. Quel signore ha accettato di vivere la sua sessualità come cosa privatissima esclusivamente a livello di masturbazione e di fantasia, rinunciando totalmente all’idea di cercarsi un compagno e come si dice in situazioni del genere di “rifarsi una vita”.

La soluzione potrà sembrare una soluzione di compromesso ai gay che non sono masi stati sposati e che non hanno mai avuto una loro vita effettiva familiare etero soddisfacente, ma per quel signore le scelte radicali avrebbero comportato un taglio violento con la vita precedente e avrebbero avuto scarsissime prospettive di sfociare nella realizzazione di una vita vicino ad un altro uomo.

Nella maggior parte dei casi tuttavia le situazioni familiari dei gay sposati sono del tutto diverse e assai più pesanti. La mancanza di sincerità sul problema della omosessualità comporta l’istaurarsi di una serie di rapporti formali e sotto di essi di una serie di conflitti, la vita affettiva diventa col tempo, una specie di recita o di atto dovuto. Con la moglie, se lei richiede una intimità sessuale frequente, i gay sposati finiscono per fingere, cosa che comporta in genere molti problemi, come la mancanza di erezione che può preoccupare la moglie ma non preoccupa il marito che sa benissimo che nella masturbazione con fantasie gay l’erezione c’è eccome. Questi problemi toccano la sfera della intimità sessuale della coppia e possono essere dirompenti. In genere, all’inizio un ragazzo gay sposato cerca di reprimere la propria omosessualità ma col passare del tempo questo tentativo risulta inutile e l’illusione di eterosessualità si trasforma in una finzione di eterosessualità. Le pulsioni gay si rafforzano mano a mano che il rapporto con la moglie si deteriora.

È doveroso che io spezzi qui esplicitamente una lancia a favore delle mogli che spesso sono del tutto ignare della vera motivazione del deteriorarsi del rapporto con i mariti e che vivono, anche loro, dei momenti veramente difficili. In sostanza, anche se i loro mariti hanno agito in buona fede o comunque non rendendosi conto realmente di che cosa avrebbero provocato col matrimonio, queste donne sono state indotte in errore circa la vera identità sessuale dei loro mariti, i quali, peraltro, erano anch’essi confusi sulla faccenda. Resta il fatto che a un certo punto, una donna che ha sposato un gay senza averne consapevolezza, avverte che i rapporti con il marito sono sostanzialmente congelati, i rapporti sessuali sono del tutto assenti, il dialogo manca del tutto, almeno sulle questioni importanti, e il matrimonio è in crisi. Quando poi ci sono i figli il problema diventa di difficile gestione, perché in caso di separazione c’è il problema dell’affidamento che crea conflitti ulteriori tra marito e moglie che si risolvono spesso in tribunale.

Come vive la sua sessualità un gay sposato che ha superato la fase (che in molti casi non esiste nemmeno) dell’illusione di essere etero? Qui le risposte sono le più varie:

1) Il marito, abituato alla repressione sessuale fino a recitare la parte dell’eterosessuale, si limita a vivere una sessualità gay a livello di masturbazione e di siti porno trovati in internet. Situazioni del genere sono, al limite, compatibili con il mantenimento in vita del matrimonio, almeno a livello formale, là dove ci sono figli, perché l’aspetto esterno della famiglia non cambia. Spesso è proprio questo lo stato di fatto al quale si fermano le cose. I mariti possono arrivare su Forum come quello di Progetto Gay o su siti gay seri e limitarsi a cercare lì dei rapporti di amicizia in chat e a distanza con altri gay, spesso anch’essi sposati. Questa soluzione permette ad un gay sposato di trovare una valvola di sfogo che gli consente di parlare apertamente dei suoi problemi e di trovare anche delle risposte serie. È ovviamente una soluzione di compromesso, ma in situazioni come quelle nella quali vive un gay sposato e con figli è una situazione per molti aspetti accettabile, poiché si tratta nella maggior parte dei casi di uomini non più giovani e del tutto privi di conoscenze circa la vera vita dei gay. Va tenuto presente che per un uomo non giovane le possibilità di trovar un compagno “serio” (cioè non l’esperienza di una notte [rischio aids!]) non è molto alta e per di più ben pochi gay sarebbero disponibili a costruire un rapporto affettivo stabile e serio con un uomo che ha una famiglia, ha dei figli e quindi ha una serie di altri legami affettivi molto forti.

2) Il marito pensa di dover riguadagnare il tempo perduto cercando un compagno col quale vivere la sua affettività e la sua sessualità. In situazioni del genere, se il gay sposato è ancora trentenne o poco più, si ricreano le condizioni della cosiddetta “fase frenetica” della sessualità di quanti si scoprono gay o liberano finalmente la loro sessualità gay ad un’età ormai pienamente adulta. Questi ragazzi non si accontentano di masturbarsi guardando un sito porno ma si iscrivono a chat erotiche e a siti incontri, dando credito all’idea che il problema del trovare un compagno sia in realtà un problema che si può risolvere facilmente “dandosi un po’ da fare”. Tramite la chat si arriva agli incontri sessuali, spesso anche a rischio aids, perché un frequentatore di siti di incontri può avere anche oltre 100 partner diversi in un anno! A parte il rischio aids, gli incontri sessuali occasionali generano dopo le prime volte senso di disgusto e di frustrazione. Non ne segue però una razionalizzazione dei comportamenti ma solo la ripetizione di altri tentativi con altri partner. Sottolineo che in queste situazioni la dimensione affettiva, che è essenziale nella vita emotiva e sessuale di un gay, è praticamente del tutto assente. Dopo un po’ di pratica delle chat erotiche e dei siti di incontri subentra una fase depressiva che a seconda dell’età può essere più o meno pesante.

3) Esiste tuttavia una terza via seguita dai gay sposati verso la loro identità gay, ed è una via che si percorre in due. Premetto che la realizzazione concreta di questa terza via, che è quella della “amicizia amorosa”, non è frutto di una iniziativa individuale, ma è connessa all’idea che si sia in due a livello profondo, cioè che esista una “reciprocità affettiva originaria” e che si crei un vero e proprio rapporto di amicizia affettuosa, sul quale può inserirsi anche una dimensione sessuale esplicita. Dato che i gay sposati che arrivano a mettere in crisi il matrimonio non sono giovanissimi e sono dei gay non solo non dichiarati ma dichiaratamente etero, per loro l’idea di vivere la loro sessualità e la loro affettività in una dimensione strettamente privata è fondamentale. Nei siti di incontri e nelle chat erotiche c’è spesso gente che non ha troppi problemi a dichiararsi gay, a frequentare locali gay e a farsi vedere in giro con compagni dichiaratamente gay. Cose del genere imbarazzano molto un gay sposato, per il quale dunque l’opzione dell’amicizia amorosa resta nella sostanza in assoluto la più desiderabile. Se quell’amicizia è vissuta con molta discrezione permette di mantenere in piedi il matrimonio almeno a livello formale e in alcuni casi anche le mogli non sono di principio contrarie a soluzioni del genere che permettono di conservare tra il padre gay ed i figli un rapporto stabile evitando di mettere a rischio la loro crescita emotiva. Ho visto, in circa il 30% dei casi, lo sviluppo di un’amicizia amorosa tra un gay sposato e un suo amico, anch’egli gay e non dichiarato. Questi rapporti anche se avvengono tra uomini pienamente adulti hanno la freschezza e la genuinità dei primi contatti affettivi tra adolescenti, permettono ai due partner di vivere una dimensione affettiva profonda e di integrare la sessualità con momenti di intimità non sessuale, legati al dialogo totalmente sincero e all’apertura ad una fiducia reciproca senza restrizioni, cose tutte che hanno un valore enorme che aiuta a non banalizzare il rapporto sessuale.

Per il momento mi fermo qui. Attendo altri input dai lettori per poter allargare e approfondire il discorso. Sottolineo che dai siti statistici si rileva la presenta costante di lettori che usano su Google chiavi di accesso a Progetto Gay come ”gay posati”. Il problema esiste e non è statisticamente irrilevante come si crede.

____________

Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay:  http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=37