RIVIVERE LE PRIME ESPERIENZE GAY

Ciao Project,

spero tutto bene.

Io bene, ho passato gli ultimi mesi abbastanza tranquilli, nulla di nuovo da raccontare, almeno fino a ieri…

Ieri infatti è successa una cosa che ti voglio raccontare. È successo che mi sono imbattuto in un libro francese uscito recentemente: Arrète avec tes mensonges, di Philippe Besson.

Il libro, non ancora tradotto in italiano, è in testa alle classifiche di vendita in Francia, ed è un libro autobiografico in cui Besson racconta della sua adolescenza a metà anni 80.

È scritto benissimo (occorre conoscere un po’ di francese per capirlo ed apprezzarlo).

Ma soprattutto, quello che mi ha sconvolto (e sono arrivato solo a metà) è che la storia che racconta si sovrappone quasi alla perfezione con l’esperienza che ho avuto io!

Il protagonista (che è l’autore, gay dichiarato, scrittore di successo in Francia), nel 1984 ha 17 anni, vive in una cittadina di provincia e frequenta il locale liceo. È il classico ragazzo intelligente e sensibile, bravo a scuola, poco amante degli sport, cui piace leggere più che giocare a calcio. Il padre era il preside della sua scuola elementare ed è sempre stato un po’ freddo ed esigente nei suoi confronti. Philippe capisce che gli piacciono i ragazzi a 11 anni, quando ha le primissime esperienze pre-adolescenziali (le classiche toccatine reciproche) con un amico di due anni più grande di lui.

Quando è al liceo i compagni di classe cominciano a sfotterlo per i suoi modi non proprio rudi e lo apostrofano con i classici nomignoli che si affibbiano ai ragazzi ritenuti omosessuali (frocio, fighetta, ecc.). Philippe non reagisce a queste prese in giro, ne soffre, fa finta di nulla (lui scrive: non reagivo come avrebbe reagito un ragazzo etero, prendendo a pugni chi lo offendeva, ma facevo finta di non sentire, mi atteggiavo a ragazzo normale, ben sapendo di essere omosessuale).

Poi nel 1984, a 17 anni, nota un ragazzo di un’altra classe e se ne invaghisce. Il ragazzo si chiama Thomas, è bello, di una bellezza un po’ selvaggia, diversa dall’aspetto da bravo ragazzo di Philippe. Philippe se ne invaghisce, pur pensando che Thomas sia etero.

Un giorno però Thomas lo avvicina, e gli propone di vedersi. I due si incontrano e Thomas chiede a bruciapelo a Philippe se vuole fare sesso con lui. Philippe non crede alle proprie orecchie e senza starci troppo a pensare accetta. Il primo incontro avviene in una stanza della palestra della scuola, ed è descritto benissimo. A questo incontro ne seguono altri anche a casa di Philippe, mentre i genitori sono fuori per lavoro. Dopo aver fatto sesso Philippe e Thomas assumono in pubblico (a scuola, alle feste tra amici) un atteggiamento completamente freddo e distaccato. Soprattutto Thomas (che è considerato da tutti come assolutamente etero) è molto freddo con Philippe, che ne soffre e si ingelosisce quando vede le ragazze flirtare con Thomas.

Sono arrivato a questo punto del libro e ne sono completamente sedotto. Ho rivissuto pagina per pagina, parola per parola, la mia adolescenza. La descrizione delle prese in giro dei compagni di classe e la sofferenza nascosta di Philippe sono identiche a ciò che ho vissuto io.

Il primo contatto sessuale con Thomas, la descrizione delle emozioni provate da Philippe nell’abbracciare Thomas, nello sbottonargli i jeans, nel vedere il suo sesso, sono, parola per parola, quello che ho provato io alla stessa età, con un mio compagno di classe. Ricordo perfettamente il momento in cui ci siamo tolti la maglietta (il colore della sua maglietta!), in cui ci siamo sbottonati i jeans. Ricordo il momento in cui ho visto il suo sesso e ho pensato: eccolo, che bello che è. Ricordo gli sforzi per non venire subito, il chiedergli di togliere la sua mano dal mio sesso per non farmi venire troppo presto. E poi l’eccitazione che cresce, e poi l’orgasmo e la sensazione di scombussolamento che dura alcuni minuti dopo l’orgasmo.

La storia di Philippe è una storia con due ragazzi, ma soprattuto con Thomas; la mia storia è con tre ragazzi: il primo, a 14 anni, quello che mi ha reso cosciente di essere gay, il secondo a 17 anni appunto, e il terzo a 18 anni, un ragazzo con cui non ho fatto sesso, ma di cui mi ero invaghito come Philippe si era invaghito di Thomas. La descrizione che Philippe fa di Thomas e del suo innamoramento per Thomas, è identica (identica!) alla mia storia con quest’ultimo ragazzo. La prima volta che lo avevo notato, a scuola, ne avevo guardato il sedere, bello, proporzionato, dentro un paio di jeans attillati che ne esaltavano le forme, mentre si alzava dal banco. Poi avevo cominciato a guardare tutto il suo fisico, e lo cercavo durante l’intervallo per poterlo guardare, un po’ di nascosto, senza che altri compagni potessero accorgersene.

Avevo anche cercato di fargli capire che mi piaceva e forse lo aveva capito, ma né io né lui abbiamo avuto il coraggio di farci avanti, di fare il primo passo. Però, però quante volte mi sono masturbato pensando a lui! E quando mi masturbavo pensavo le stesse identiche cose che sono descritte nel libro per raccontare gli incontri tra Philippe e Thomas.

Ecco, per me i tre ragazzi (due con cui sono stato e uno di cui mi sono innamorato) sono fusi insieme nella figura di Thomas descritta nel libro. Ma la storia è incredibilmente identica.

Sono a metà del libro e non vedo l’ora di finirlo, anche se immagino che non ci sarà un lieto fine, anzi.

Non avrei ma pensato di trovare, per caso, un libro che raccontasse così bene la mia storia.

Questo libro mi ha fatto tornare adolescente, mi ha fatto rivivere quei momenti nei minimi particolari. Mi sono persino masturbato ieri sera, tanta era l’emozione e i ricordi che suscitava in me.

Questo libro, che non è un libro pornografico, ma è un vero capolavoro ed è il numero uno nelle classifiche francesi, è stupendo.

Se volevo la prova di cosa vuol dire essere omosessuale, e se volevo capire se ero davvero omosessuale quando, da adolescente, vivevo le mie prime esperienze con i ragazzi, questo libro mi ha levato ogni dubbio.

In altre occasioni ti avevo chiesto di aiutarmi a capire se ero o meno gay; se ero etero e semplicemente avevo avuto qualche esperienza “di passaggio” come tanti ragazzi 100% etero nel periodo adolescenziale.

Tu mi avevi giustamente messo di fronte alla realtà del mio essere omosessuale senza se e senza ma.

Questo libro è stato, come direbbero i francesi, “boulversant” per me. La conferma, se mai ce ne fosse bisogno, di tutto quello che pensavo di me, di tutto quello che mi avevi detto di me.

Appena ho finito il libro ti racconto il resto delle mie impressioni ed emozioni. Intanto mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi. Comunque è incredibile, le stesse identiche esperienze, sensazioni ed emozioni che ho provato io! Potrei averlo scritto io.

Un abbraccio,

Marco

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Caro Marco,

non ho letto il libro, ma da quello che tu ne scrivi penso possa essere proprio un ottimo libro. D’altra parte un libro è bello non quando tenta di dimostrare una tesi ma quando è vero, quando racconta cosa vere, quando è autobiografico, ed è ovvio che un libro crei una continuità tra autore e lettore non per questioni culturali e di stile, ma perché attraverso il libro si coglie una stretta analogia di esperienze reali. Vorrei allargare il discorso su un punto, quello che tu hai descritto non è solo esperienza tua  e dell’autore del libro, che così bene la rappresenta, ma, credimi, è l’esperienza comune di moltissime persone di tutte le età, che hanno vissuto turbamenti analoghi nella loro adolescenza. Il successo del romanzo è dovuto proprio al fatto che ci si sono ritrovati in tanti e che la risposta emotiva di tantissimi lettori è strettamente simile alla tua. I gay ce l’hanno eccome un patrimonio comune di esperienze, di emozioni, di sensazioni, e sono cose fondamentali, che magari si vivono a 13-14 anni, ma che poi non si dimenticano più per tutta la vita. Tu manifesti un così vivo interesse per il libro perché ti permette di tornare indietro negli anni e di rivivere esperienze che sono state intensissime. In effetti l’essere gay non è una cosa qualunque, un gay può vivere esperienze molto forti, nello stesso tempo profonde e coinvolgenti, che hanno certo una fondamentale componente sessuale ma che vanno molto al di là di questo. Innamorarsi ed essere ricambiati, cosa certo non comune, vuol dire arrivare a condividere l’intimità sessuale perché si sa che si condivide anche l’intimità affettiva e addirittura quella spirituale. L’innamorarsi, specialmente quello delle prime esperienze, ha una sua intima purezza, legata la fatto di non risentire di complicazioni intellettualistiche. Gli amori adolescenziali sono immediati e totali e non si scordano più, diventano gli archetipi della sessualità. Il primo contatto con la sessualità condivisa è travolgente, su questo non ci sono dubbi e se ne conserva distintamente memoria per tutte la vita.

Ti faccio una proposta, se te la senti: perché non mettere la tua mail nel forum? Penso che potrebbe essere utilissima a fare riflettere tanti ragazzi che faticano a riconoscere l’evidenza.

Un forte abbraccio e grazie della mail!

Project

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=6006

STORIA DI UN OMOSESSUALE DAI 4 AI 16 ANNI

STORIE DI OMOSESSUALI TRA 800 E 900 – parte nona

La pubblicazione delle Storie annesse al trattato di Havelock Ellis sull’inversione sessuale, procede con la Storia numero 21, che lo stesso Ellis considerava di straordinaria importanza. In effetti apre uno squarcio su una realtà che è da sempre piuttosto sconosciuta e cioè la sessualità infantile omosessuale, ma si dovrebbe dire più correttamente dell’omosessualità infantile. La Storia n. 21 è in sostanza la documentazione di una sessualità “nata omosessuale” e non divenuta omosessuale in età adolescenziale. Il soggetto che scrive la storia della propria sessualità, cioè della propria omosessualità, conferma in modo molto forte che l’omosessualità non si acquisisce ma che omosessuali si nasce, questa conclusione mette del tutto in crisi l’dea che l’omosessualità sia un vizio o una colpa e proprio per questa ragione è stata violentemente contestata. Nella Storia 21, l’evoluzione della omosessualità infantile è seguita passo per passo fino all’adolescenza e mette in evidenza i problemi derivanti da un’educazione che non affronta il problema della sessualità e dell’omosessualità in particolare, chiarisce i rapporti tra fantasia sessuale, necessità di contatto fisico e sessualità propriamente genitale e ricostruisce nei dettagli un percorso di crescita individuale. Certo la storia riguarda la crescita di un bambino di quasi cento anni fa, ma si tratta di un’esperienza che per moltissimi aspetti, pur con le dovute distinzioni, non è molto lontana da quanto tanti ragazzi provano ancora oggi.

Il testo originale è stato scritto da un uomo di lettere e la lingua Inglese impiegata è molto complessa nella sintassi, ricercata nel lessico tipicamente letteraria, questo ha portato qualche difficoltà di traduzione. Anche se ho cercato di rendere il testo di facile lettura, in qualche punto è richiesta anche la buona volontà del lettore nel seguire esattamente il filo del discorso.

Buona lettura.

STORIA XXI  

“Quasi il primo ricordo che ho è di un sogno, che, dato mio ricordo vivido dei suoi dettagli, deve essersi ripetuto, credo, più di una volta, a meno che i miei pensieri della veglia inconsciamente non abbiano aggiunto una maggiore definizione. Da questo sogno cominciò la mia coscienza dell’attrazione che mio stesso sesso esercita su di me, attrazione che ha da allora dominato la mia vita. Il sogno, suggerito in parte, io credo, da un’immagine di un giornale illustrato, di una banda che uccise un dignitario della chiesa, prese questa forma: sognai di vedere mio padre ucciso da una banda di ruffiani, ma non ricordo di aver provavo nessun dolore, anche se ero in realtà un bambino estremamente affettuoso. Il corpo fu poi spogliato del suo abbigliamento ed eviscerato. Non avevo allora alcuna nozione di dettagli anatomici, ma rimangono chiari agli occhi della mia mente i particolari delle interiora uniformemente marroni, del colore dello sterco, e non c’era insieme sangue. Quando l’addome fu svuotato, si verificò il fatto di cui diventai un partecipante attivo. Fui preso (e il fatto che fui sopraffatto contribuì all’agonia di gioia che mi produsse), e fui messo tra le cosce del mio genitore assassinato; e da lì dopo poco mi feci strada, strisciando verso l’addome vuoto. L’atto, per quanto io posso ricordare di un sogno, in un’età in cui l’eiaculazione era fuori questione, mi causò una estrema eccitazione organica. In ogni caso, sicuramente, successivamente, ho fatto ricorso ad esso nei momenti di veglia prima di dormire al fine di ottenere uno stato di erezione. Il sogno non ha avuto esito; sembrava raggiungere il suo scopo nell’eccitazione che causava. Ero, in quel periodo, fra i 3 e i 4 anni. (mi è stato detto che le erezioni si verificavano già quando avevo solo 2 anni. È stato tra i 3 e i 4 che avevo l’abitudine di indurre, in ogni caso, la sensazione di un’erezione. Ma ero più vicino ai 5 quando, seduto sul mio letto e in attesa di essere vestito, ebbi un’erezione involontaria e richiamai l’attenzione della mia bambinaia su di essa, chiedendo che cosa significasse. La comparsa dell’erezione deve, quindi, essere stata usuale per me a quella data, ma certamente la sensazione non lo era.)

“A quel tempo ero totalmente all’oscuro delle condizioni della pubertà che, dopo, quando le scoprii, mi riguardarono così potentemente.  Non potevo nemmeno visualizzare gli organi privati ​​di un uomo; non feci alcuna deduzione a partire da me stesso. Gli unici corpi nudi che avevo visto allora, io giudico dalle circostanze e non da una qualche memoria effettiva dei fatti, erano quelli delle mie sorelle. Nei sogni a occhi aperti, che cominciavo a costruire, anche se ricorrevo spesso a quanto già narrato, l’obiettivo del mio desiderio era generalmente quello di accoccolarmi tra le cosce, o di premere il mio viso contro le parti posteriori dell’oggetto della mia adorazione. Ma per un po’ il mio primo sogno mi assorbì talmente che non mi abbandonai ad alcuna promiscuità. A poco a poco, però, il mio orizzonte si allargò fino a comprendere, oltre a quella che ho citato prima, altre tre persone: un cugino molto più grande di me, uno zio, e il curato della parrocchia.

“A questo punto ho cominciato a inventare delle ambientazioni per lasciarmi andare alla mia passione. Una delle prime fu di immaginarmi in una vasca con i miei tre amanti che galleggiavano in acqua sopra di me. Da quella posizione ispezionavo le loro membra, a turno; l’attrazione si soffermava soltanto sulle cosce e sui glutei. Immagino che questa limitazione del fascino per le sole parti inferiori sia durata solo finché l’esperienza reale di un abbraccio più completo non mi rese ugualmente amante delle braccia e del petto, anzi, più tardi sono diventato più emotivamente innamorato di queste parti rispetto a tutto il resto. All’inizio preferivo semplicemente ciò di cui la mia mente poteva entrare prima in possesso.

“Molto precocemente nelle mie prime esperienze, quando non avevo più di 5 anni, mi svegliai prima del solito, e vidi la mia bambinaia in piedi in completa nudità, che iniziava la sua toletta. Mi sembrava un oggetto grossolano, rozzo, e privo di senso; i peli sotto le sue ascelle non mi piacquero, e ancor più quelli nella parte inferiore del suo corpo. Nel caso degli uomini, arrivai direttamente ad avere conoscenza delle stesse cose sui loro corpi, ma l’effetto fu esattamente il contrario. Il caso volle che a quel tempo il giardiniere avesse avuto un incidente alla gamba e, nel mostrare il livido ad un altro, espose davanti ai miei occhi una pelle completamente lanuginosa per i peli scuri. Anche se la vista del livido mi respinse, il mio piacere fu intenso, e la visione delle gambe del giardiniere fu nel mio letto ogni notte per una settimana di seguito. La mia opinione è che la vista della mia bambinaia fosse tale da suscitare interesse tanto quanto la molto più prosaica visione della gamba ferita del giardiniere, ma la mia natura rendeva impossibile per me una cosa del genere.

“È stato in questo periodo, se non prima, che un enorme senso di timidezza nei confronti di tutti i miei doveri privati ​​ha cominciato ad affliggermi. Era così grande che non potevo sopportare l’assistenza necessaria per abbottonarmi i vestiti da nessun’altra mano, che non fosse quella di mia madre o della mia bambinaia, salvo sempre quelli che erano della mia stessa età, verso i quali non provavo assolutamente alcun bisogno di privacy.

“Quando avevo un po’ più di 5 anni, formai un’amicizia con un giovane impiegato, un ragazzo di circa 15 anni, anche se mi sembrava una persona adulta. Un giorno, mentre stava scrivendo alla sua scrivania, mi sedetti e iniziai a giocare con i suoi piedi, indagando l’altezza a cui i suoi calzini arrivavano sotto i pantaloni, in questo modo ottenevo sei pollici di gamba nuda. Consapevole del mio coraggio mi sono chinato a baciarla. Il mio amico si mise a ridere, ma mi lasciò in pace alle mie devozioni. Questa è stata la prima volta in cui un senso di romanticismo si è mescolato con i miei sogni; l’eccitazione fisica era poca, ma il piacere era più grande. Non riesco a capire il motivo per cui non ho mai ripetuto quell’esperienza. Quel ragazzo rimase per me oggetto di una specialissima e tenera considerazione.

“Nel prossimo episodio che sto per riportare, l’ideale era totalmente assente, e il ruolo che ho avuto era passivo piuttosto che attivo. Sono stato messo a dormire con un ragazzo molto più grande di me. La sua iniziazione portò ad una familiarità fisica tra di noi che non era né calda né gentile, e non mi fu lasciato alcun margine per il mio desiderio istintivo di una specie più calda di contatto; se cercavo quel contatto facendo affidamento sul fatto che il mio compagno era addormentato, mi ritrovavo cacciato via. Solo una volta ho trovato un paio di momenti di supremo fascino, mentre lui continuava a dormire, scoprendo nei recessi del lenzuolo una superficie esposta di carne contro cui appoggiai la mia faccia in un abbandono di gioia. Per il resto sono stato un partecipante passivo; il suo piacere sembrava finire nel mero maneggiare le parti carnose del mio corpo a tal fine io di solito giacevo a faccia in giù sulle sue ginocchia. Per quanto posso ricordare, questa intimità portò ad una diminuzione della mia ricerca di piaceri fantasiosi; per circa un anno nessun ulteriore sviluppo ebbe luogo.

“Più o meno in quel periodo fui circonciso perché il prepuzio era troppo lungo.

“Tra il sesto e il settimo anno un cambiamento di ambiente mi portò a contatto con una nuova serie di facce. Allora avevo un letto per me, e ancora una volta la mia immaginazione si risvegliò. Fu in quel momento che mi ritrovai a costruire a partire dalle facce degli uomini delle ipotesi sul resto dei loro corpi: una faccia bruna mi portava a supporre un corpo uniformemente bruno, una faccia pallida un corpo pallido. Questa idea della varietà cominciò ad affascinarmi.  E allora feci la scelta definitiva tra le mie fantasticherie: se sarei andato a dormire tra cosce bianche, o rosse, o brune. Andare a dormire sicuramente descrive l’obiettivo del metodo a dal quale ero ormai dipendente. Appena entravo nel mio letto mi abbandonavo alla costruzione di una fantasia amorosa e la conservavo quanto più a lungo possibile, finché non ero addormentato. Posso dire che non ero consapevole di eventuali eiaculazioni in queste circostanze (e fu così fino ad alcuni anni dopo, quando le provocai col mio stesso atto), ma il piacere era abbastanza acuto.

“Per tutto questo tempo ci furono incontri segreti con il mio compagno di letto di un anno prima. Ma ora avvenivano di giorno, in vari nascondigli, spogliandosi un po’ o mettendosi in mostra; il mio compagno era freddo e infastidito e respingeva qualsiasi affettuosità da parte mia, la cosa diventò per me una specie di secco rituale. Allora pensavo che l’intera faccenda non fosse che un’invenzione originale sua e mia che non ci fosse nessuna probabilità che venisse praticata da qualche altro nel mondo. Ma questa considerazione non mi tratteneva dal costruire scene d’amore con tutti coloro il cui aspetto mi attraeva. In questo periodo quasi tutti gli uomini con cui venni in contatto suscitarono almeno il mio desiderio transitorio; solo quelli piuttosto vecchi e deformi stavano al di fuori della portata dei miei desideri . Molti dei miei amori si svilupparono in chiesa, gli uomini che sedevano vicino a me erano gli oggetti della mia attenzione, e il sacerdote, il cui sermone non ascoltavo, mi fornì l’occasione per fantasticare sulle attrattive che il suo fisico avrebbe avuto per me in altre circostanze. Deve essere stato in quel momento che ho cominciato ad elaborare l’idea di una fila serrata di cosce messe una accanto all’altra, sulle quali ero steso e venivo trascinato. Io le potevo sistemare in un ordine preciso e quindi potevo immaginare me stesso trascinato dall’uno all’altro un po’ forzatamente. L’ammirazione della forza cominciava in quel momento di avere una parte definita nelle mie concezioni, ma nulla che somigliasse alla crudeltà aveva avuto per me un’attrattiva. (tranne il sogno originale della mia infanzia, che mi sembra ancora che sia incredibilmente a parte). Tra le fantasie cui allora mi dedicavo, la sensazione di venire spinto attraverso gambe di consistenza e di colore diverso era sottile e piacevole. Credo che la nota di crudeltà costruttiva che allora ne seguì, sia nata da una rivalità immaginata tra i miei amanti per il possesso di me; l’idea di essere desiderato mi portò presto bearmi nell’immaginarmi lacero e afferrato da gruppi di contendenti. Allora, a partire da questo cominciai a costruire definite scene di violenza. Ero in grado, nella fantasia, di stare in mezzo alla densità e alla tensione delle prelibatezze conglomerate insieme delle cosce che si sforzavano per trattenermi; ero in grado di immaginare almeno sei corpi che mi circondavano con un contatto appassionato. Allo stesso tempo, avevo una sensazione radicata della mia pochezza fisica in relazione alle gambe il ​​cui contatto mi gettava in tali parossismi di delizia. Una nuova e sufficientemente ridicola invenzione prese possesso di me; mi immaginavo legato alla coscia (sempre, credo, quella destra) di un uomo su cui sceglievo, per quella volta, di concentrare i miei desideri, e di essere così “indossato” da lui durante la sua giornata di lavoro, nascosto sotto i vestiti. Non mi rendevo conto di nessuna difficoltà in relazione alla mia taglia. Il fascino della schiavitù e della costrizione era qui, di nuovo, in ascesa. Immagino che fosse a questo proposito che considerai anticipatamente la fustigazione come il delizioso culmine alle mie emozioni, la fustigazione somministrata quando il mio possessore, alla fine della sua giornata di lavoro, si spogliava per riposare.

“Fin qui la mia attrazione per l’organo riproduttivo maschile era stata lieve e vaga. Due cose a questo punto contribuirono a portare il pensiero di esso in risalto. In due o tre occasioni in cui accompagnai  dei contadini alle loro occupazioni li vidi fermarsi per strada per alleviare la natura [per fare i loro bisogni]. La mia timidezza estrema per quanto riguarda tali questioni in rapporto alla mia persona trasformò questo loro comportamento in mia presenza in un oltraggio alla mia modestia. Quella visione esercitava sulla mia riservatezza la suggestione di una sollecitazione indecente verso uno la cui inclinazione era di lasciarsi andare a capofitto e in modo delirante. Restavo immobile arrossendo con gli occhi bassi finché l’atto non era finito ed ero consapevole per un periodo considerevole che balbettavo mentre parlavo e le mie facoltà mentali erano confuse. Quando riconsideravo le circostanze, esse avevano per me la stessa capacità di attrazione che la crudeltà amorosa proprio allora cominciava a esercitare sulla mia immaginazione. La mia mente segretamente abbracciava la dolcezza timorosa della sensazione di recente scoperta, circondando l’esercizio della funzione con invenzioni atroci e bizzarre di qualsiasi tipo. Per un po’ il mio intelletto si ritrasse dall’idea di accettare questo come il segreto centrale e più ardente della attrazione del sesso maschile; ma poco dopo, andando a passeggio con mio padre, l’ho visto compiere lo stesso atto; ero sopraffatto dall’emozione e riuscivo a malapena a trascinare via i piedi dal luogo o gli occhi dall’erba umida dove lui aveva depositato le acque della segretezza [dove aveva orinato]. Anche oggi, che la mia mente è da parecchio abituata alla conoscenza dei fatti della procreazione, non posso dissociarmi dal fascino da brivido che quel momento aveva per me. L’attrazione che la persona di mio padre aveva sempre esercitato su di me era ora decuplicata dalla performance cui avevo assistito (anche se io non avevo visto il pene in nessuno di questi casi).

“Per molto tempo dominarono la mia immaginazione solo gli amanti che avevo visto nell’atto che così acutamente mi aveva colpito. La mia delizia ora prese la forma dell’immaginarmi legato alle cosce della persona mentre quella funzione era in corso.

“A quei tempi dovevo avere 8 anni. Il rapporto freddo e segreto di cui ho dato conto era continuato senza insegnarmi nulla delle possibilità ardenti che avrebbe potuto suggerire; nessuna forza o crudeltà era usata su di me, nessun calore veniva profuso. E fece poca differenza che il mio compagno avesse ora scoperto l’atto della masturbazione, essa non aveva alcun significato per me, dal momento che non portava affatto al calore dell’abbraccio Il suo metodo era quello di staccarsi da me. Dovevo blandirlo dal di dietro e anche inventare storie indecenti per stimolare la sua immaginazione. Mi sentivo uno strumento disprezzato, il semplice spettatore di un atto che, se diretto verso di me con un po’ di calore, avrebbe suscitato il desiderio più vivace. In questo momento, come avevo capito già da allora, il mio compagno stava avendo conoscenza dai classici antichi. Per un certo tempo un certo fascino è derivato dal fatto che mi insegnava ad adottare un abbraccio avvolgente faccia a faccia. L’inizio della sua pubertà fu enormemente interessante per me, se fosse stato meno gelido, avrei potuto rispondere con passione alle sue carezze; ma ha sempre insistito sulla rigorosa passività da parte mia, e non mi ha spiegato nulla. Un giorno, come per darmi una piccola mancia, mi indusse ad offrirgli la mia bocca, anche se ancora non capivo affatto che risultato lo stavo aiutando a raggiungere. Una volta che si verificò l’orgasmo, l’effetto fu estremamente nauseante; dopo fu più attento. Il mio compagno si stava avvicinando alla virilità, le sue richieste divennero più frequenti, le sue pretese più umilianti.

“Allo stesso tempo, la mia passione per l’amore maschile era sempre più forte. Ero in grado di costruire a partire dalla schiavitù insoddisfacente in cui ero tenuto le immagini di un abbraccio completo che prima non potevo formare per la mancanza di un sufficiente senso di contatto umano, anche se raramente immaginavo qualcuno degli atti che nell’esperienza reale mi respingevano. Un giorno, però, mi sottrassi ad un’umiliazione particolarmente ripugnante che il mio compagno aveva tentato di impormi per forza. Scoperto l’inganno, si alzò dalla posizione prona, in cui giaceva, e mi lancio otre le sue ginocchia, mi colpì violentemente. Mi sono sottomesso senza lottare, vivendo una curiosa sensazione di piacere nel bel mezzo del mio dolore. Quando ha ripetuto il suo ordine ho trovato che la sua realizzazione non era più ripugnante. Uno dei pochi ricordi piacevoli che questa intimità, che si è estesa nel corso degli anni, mi ha lasciato è quel momento di abbassamento abietto a chi, senza calore di sentimento, aveva ancora una volta avuto l’energia sufficiente per essere brutale verso di me.

“Deve essere stato da questa vicenda che l’effetto calcolato della flagellazione ha cominciato ad avere peso per me quando mi abbandonavo alla mia immaginazione. Un desiderio di essere respinto, calpestato, violato dall’oggetto della mia passione dominò il mio istinto. Anche allora – e, in effetti, fino al mio tredicesimo anno – non avevo alcuna idea del rapporto sessuale normale Sapevo vagamente che i bambini nascevano dai corpi delle donne; non conoscevo, – e quando me li dissero non ci credevo – i veri fatti della relazione coniugale. Tutto ciò che avevo sperimentato, sia nella realtà che nella fantasia, era per me così strettamente personale che non avevo nessuna idea che qualcosa di simile potesse esistere al di fuori della mia esperienza. Non avevo alcuna idea del sesso come base della vita. Anche quando sono venuto a poco a poco a capire che uomini e donne erano fatti in un modo che presupponeva un rapporto tra loro, credevo ancora che fosse una sorta di condotta dissoluta, alla quale non dovevano certamente cedere coloro che avevano pretese di rispettabilità.

“Ero arrivato però in quel periodo a una forte attrazione verso gli organi della generazione e verso tutti gli aspetti della pubertà, e la mia immaginazione si concretizzava in un fantastico culto di ogni segno di mascolinità. La mia gioia consisteva ormai nell’immaginarmi costretto a subire l’umiliazione fisica e la sottomissione al capriccio dei miei rapitori di sesso maschile, e il fatto centrale diventò lo scarico di urina dal mio amante sul mio corpo e sui miei arti, o, se ero molto affezionato a lui, lasciavo che lo facesse sulla mia faccia. Questo era seguito di solito da un castigo per metà gradevole, in cui serviva solo la mano.

“Il periodo di cui ora sto scrivendo fu quello del mio ingresso nella vita scolastica I miei amici immaginari divennero subito numerosi; tutti gli insegnanti e tutti i ragazzi al di sopra di una certa età mi attraevano, per due di loro ho avuto in più un sentimento romantico oltre all’attaccamento fisico. Infatti, da questo momento in poi non mi sono mai mancati eroi verso i quali mi abbandonavo ad una passione perfettamente separata e teneramente ideale. L’annuncio che uno era in procinto di partire mi ha sorpreso in un impeto appassionato di pianto; ma la mia riservatezza era così grande e il mio senso di isolamento così schiacciante che non feci alcuno sforzo verso l’intimità con altri ragazzi, e con uno, verso il quale provavo una devozione inesauribile, ho appena parlato per i primi tre anni, anche se lo incontravo ogni giorno. In quel periodo i temi della mia contemplazione avevano diversi metodi specifici di approccio. Così, in un caso immaginavo che ci trovassimo faccia a faccia nelle nostre camicie da notte; improvvisamente venivo spogliato della mia, venivo afferrato e portato a forza sotto la sua, e fatto pendere con i piedi staccati da terra, con tutto il mio peso sul suo organo eretto, che si inseriva tra le mie cosce; così appeso – con il mio corpo avvolto nelle pieghe della sua biancheria e il mio viso premuto sul suo cuore – subivo una punizione che continuava fino a quando non venivo buttato giù per ricevere una scarica di urina sul mio corpo prostrato. Tali immagini sembravano venire indipendentemente dalla mia volontà.

“È stato in quel momento che ho trovato un grande piacere nell’immaginare un contatto con persone che non mi piacevano, la nota prevalente di queste intimità era sempre la crudeltà, alla quale mi sottomettevo con gusto acuto. Ho scoperto, tuttavia, dalle ordinarie esperienze delle scuole che le punizioni corporali, non avevano alcun fascino per me quando erano somministrate per infrazioni scolastiche, nemmeno ricevendole dalle mani sotto le quali in altri momenti mi immaginavo compiaciuto di ricevere dolore. Mancava il rapporto necessario, se avessi percepito da parte del mio giudice qualsiasi simpatia per l’operazione, ci sarebbe stata probabilmente una risposta da parte mia. Una volta fui frustato ingiustamente; cosciente del carattere crudele della punizione invece del carattere sanzionatorio, questa fu l’unica punizione che ricevetti, che aveva in sé un elemento di gratificazione per il mio istinto. Allo stesso tempo non ho mai perdonato la mano che ha somministrato quella punizione, è l’unico caso che ricordo in me di un rancore nutrito per anni.

“Nel frattempo, in mezzo a questo caos di amore confuso e di odio, di gusto per la crudeltà e di odio per l’ingiustizia, la mia prima relazione a sfondo veramente romantico e ideale si stava sviluppando. Posso dire, di coloro ai quali ero legato da amore romantico, così come da attaccamento fisico, che sono rimasti parte immutabile della mia natura anche oggi, come lo erano vent’anni fa, quando penso a loro il sangue sgorga nel mio cervello, le mie mani tremano e sudano con un’emozione che non posso controllare. Io sono ai loro piedi, li adoro. I miei sogni su di loro erano totalmente teneri; l’idea di crudeltà non ha mai toccato la concezione che avevo di loro, ma torno a quella che è stata l’influenza principale della mia giovinezza: più grande di me di soli tre anni, era di fisico bello e atletico, con l’adolescenza che si mostrava sul suo volto, l’incerto nascere del culto per lui fu confermato da una parola di incoraggiamento gettata a me il giorno che andai a ricevere la mia prima fustigazione; senza dubbio la mia piccola faccia spaventata suscitò la sua gentile pietà. Mi sono preoccupato in seguito di fargli sapere che non avevo gridato durante la fustigazione, e credo che abbia passato parola in giro che avevo sopportato la mia punizione coraggiosamente. Avevo con lui così poco contatto che al di là del culto costante da parte mia non ricordo nulla finché, circa tre anni dopo, ricevetti da lui una specie di sollecitazione per metà scherzosa, espressa in linguaggio pulito e semplice. Così terrificante era la mia timidezza e la mia tendenza alla segretezza che anche allora non avevo alcuna idea che una familiarità del genere era abbastanza comune nelle scuole. Non ero assolutamente in grado di connettere mie sensazioni con quelle del mondo in generale o di credere che gli altri provassero sensazioni simili alle mie. In questa occasione ho semplicemente sentito che qualche spinta sagace mi era stata data per scoprire il mio segreto. Mi aveva disegnato sulle sue ginocchia; sedevo lì in silenzio, rosso in faccia e sbalordito. Non fece alcun tentativo di fare pressione su di me; avrebbe, secondo quello che pensava, detto abbastanza se io avessi scelto di rispondere in modo adeguato; al di là di questo non mi avrebbe tentato ulteriormente. Alcuni anni fa ho sentito parlare di lui come di un uomo felicemente sposato.

“Nel seguire le mie emozioni in questa direzione ho superato di gran lunga il periodo del mio sviluppo, periodo fino al quale ho dato una completa descrizione degli eventi. Avrò avuto più di 12 anni prima che la vita della scuola mi convincesse ad affrontare (come insegnato da novizi ridacchianti) l’effettività del rapporto sessuale. Allo stesso tempo ho imparato che avevo il mezzo per ottenere godimento dal mio corpo in una direzione ben precisa, che non avevo fino ad allora sospettato. Una crescente resistenza da parte mia ai suoi freddi desideri aveva portato a una rottura con il mio ex-amante; alla fine non mi aveva insegnato nulla, se non il disgusto per lui stesso. Ora trovavo insegnanti pronti a destra ea sinistra. Uno dei miei compagni di scuola mi invitò a guardarlo mente si masturbava, lo spettacolo mi lasciò del tutto indifferente, il risultato mi pareva molto meno eccitante dello scarico di urina che, fino ad allora, avevo associato con la virilità maschile. Ero così abituato alle mie meditazioni amorose solitarie che lo sforzo e l’azione necessari per questo procedimento, quando cercavo di imitarlo, sconcertavano i miei pensieri e interferivano con la concentrazione sulle mie fantasie. Non avevo mai provato il piacere che accompagna lo spasmo dell’eiaculazione, e mi sembrava che non ci fosse niente che valesse la pena di provare per quella strada. Ho desistito e sono tornato alle mie fantasticherie. Ora ero in un labirinto perfetto di promiscuità; ci dovevano essere state almeno cinquanta persone che mi attiravano in quel momento. Ho sviluppato una predilezione per l’immaginare me stesso tra due amanti, in genere uomini che erano fisicamente diversi. Era mia abitudine analizzare quanto più minuziosamente possibile quelli che mi attiravano. Per ottenere una certa intimità con quello che era sotto la superficie, studiavo con attenzione le loro mani, i polsi dove essere scomparivano (che mostravano i peli dell’avambraccio), e il collo; stimavo la dimensione comparativa degli organi riproduttivi, la struttura delle cosce e dei glutei, e quindi mi costruivo un’immagine dell’uomo nel suo complesso. Quanto più vividamente potevo fare questo, tanto più acuto era il piacere che ero in grado di ottenere dal contemplare i loro abbracci.

“Fino ad allora non ero stato assolutamente toccato da scrupoli morali. Avevo la solita acquiescenza alle credenze religiose in cui ero stato cresciuto. Non mi era entrato in testa che ci fosse qualche legge divina, in un modo o nell’altro, in merito alla lusinghe della fantasia. Dal mio tredicesimo anno lievi sentori di inquietudine cominciarono ad insinuarsi nella mia coscienza. Cominciavo forse a capire che le formule della religione, a cui avevo dato ascoltato per tutta la vita con la minor attenzione possibile, avevano qualche significato che qualche volta toccava le circostanze della mia vita. Non avevo ancora capito che il mio passato aveva predetto il mio futuro, e che le donne sarebbero state per me una repulsione invece di un’attrazione quando erano implicate cose sessuali. Avevo la piena convinzione che un giorno mi sarei sposato. Avevo anche qualche paura che, man mano che andavo verso la virilità avrei potuto cedere alle tentazioni delle prostitute. Avevo una repulsione incipiente verso un tale destino, e questo mi sembrava indicare che le emozioni morali erano al lavoro dentro di me. Una notte fui amorosamente [sessualmente] attaccato nella mia camera da letto da due domestiche. Provai un orrore acuto che io nascosi sotto il riso; la mia resistenza fu così disperata che riuscii a sfuggire solo tramite il solletico. Ero stato abituato a sedermi sulle ginocchia dei domestici, un’abitudine che avevo innocentemente conservato fin dall’infanzia; ora posso ricordare in dettaglio gli approcci che queste donne erano abituate ad usare con me. A quel tempo ero assolutamente ignaro che tutto era intenzionale.

“Ero ugualmente ignaro di cose che avevano un rapporto più stretto con i miei sentimenti. Nel passare lungo una strada laterale, una notte, fui sorpassato da un uomo che iniziò una conversazione sul tempo. Mi chiese se non avessi freddo, iniziò a passarmi la mano su e giù per la schiena, poi arrivò una domanda riguardante la fustigazione a scuola, se certe parti di me non erano doloranti, spingendosi ad un tocco indagatore. Spostai timidamente la sua mano ma non reagii malamente a quell’azione. Allora si mise ad esplorare le tasche dei miei pantaloni e io iniziai a pensare che fosse un borseggiatore, respinto in quel tentativo, tornò allo sfregamento della mia schiena. La sensazione era piacevole. Lo presi quindi per un magnaccia che volesse portarmi da una prostituta, e dato che a quel tempo avevo cominciato a rendermi conto che tali piaceri non erano di mio gusto fui felice di trovarmi a destinazione, e lo salutai bruscamente, lasciandolo in piedi pieno di stupore per il suo fallimento con uno che aveva preso le sue avances così piacevolmente . Io non riuscivo a credere che altri provassero le stesse sensazioni che provavo io. Più tardi mi resi conto della mia fuga, non senza una certa dose di rimpianto, e costruii per mio piacere un finale diverso per quell’episodio.

“Ero ormai così posseduto dall’attrazione maschile che diventai amante di tutti gli eroi di cui leggevo nei libri. Alcuni divennero così vividi per me come quelli con i quali vivevo quotidianamente a contatto. Per un po’ diventai un amante ardente di Napoleone (l’episodio della sua attesa delle nozze con la sua seconda moglie mi attrae per la sua brutalità impetuosa), di Edoardo I, e di Giulio Cesare. Mi ricordo di Carlo II per la crudeltà carezzevole di cui la mia immaginazione gli faceva dono. Giugurta fu un grande acquisto. Bothwell, Judge Jefferies, e molti cattivi della storia e dei romanzi mi affascinavano per la loro crudeltà.

“Ero diventato un adepto nella costruzione mentale necessaria per la soddisfazione dei miei desideri. Eppure fino a quel momento non avevo ancora mai visto il corpo nudo di un adulto pienamente sviluppato. Non conoscevo in che misura i peli in certi casi si sviluppano sul torso, infatti, i miei sforzi di caratterizzazione si concentravano, per la maggior parte, attorno alle cosce e agli organi genitali. In quel periodo uno dei miei compagni di scuola vide un operaio comune, che io conoscevo per nome, che faceva il bagno in un fiume con alcuni compagni; tutto il suo corpo era, stando a quanto il mio informatore mi disse, coperto di peli dalla gola al ventre. Di fronte, l’uomo era grossolano e ripugnante, ma allora cominciai a considerarlo come un bel mostro, e per molte notti abbracciai appassionatamente la sua immagine, con il viso sepolto nella folta giungla di peli che gli copriva il petto. Io ero, per la prima volta, consapevole di aver deliberatamente (e con successo) deciso di non vedere il suo volto, che era sgradevole per me. Allo stesso tempo, un altro compagno di scuola mi disse di un insegnante che faceva il bagno con i ragazzi, che i peli si mostravano al di sopra del suo costume da bagno fino all’altezza dell’ombelico. Ora cominciavo decisamente a ricostruire i corpi in dettaglio; la suggestione di una vasta pelosità mi faceva impazzire di gioia, ma rimaneva nella mia mente fortemente associata con la crudeltà; i miei amanti pelosi non si comportavano mai con me con tenerezza; tutto in questo periodo, credo, tendeva a portarmi verso la forza e la violenza come espressione della propensione ad amare. Un compagno di scuola, pochi anni più grande di me, con un crudele atteggiamento da bullo, godeva particolarmente nell’infliggermi dolore: aveva scarpe particolarmente a punta, ed era sua abitudine farmi stare con la mia schiena rivolta verso di lui mentre lui si rivolgeva a me con petting e toni carezzevoli; proprio quando le sue parole erano al massimo della dolcezza mi avrebbe dato un colpo secco con la punta dello stivale, in modo da raggiungere la parte più tenera del mio fondo schiena; il dolore era squisito; Ero consapevole che lui provava piacere sessuale (avevo visto chiari segni di questo sotto i suoi vestiti), e, anche schifandolo, dopo aver sofferto per i suoi calci, mi sarei gettato nei suoi abbracci immaginari e mi sarei lasciato andare ad una furia perfetta di abietta sottomissione. Eppure per tutto il tempo lo avrei volentieri ucciso.

“All’età di 14 sono andato, per una volta, in una fattoria, dove mi era permesso di mescolarmi familiarmente con i braccianti, un bel gruppo di muscolosi giovani. Sono diventato un grande favorito, e, avendo maniere infantili e affettuose un bel po’ lontane dalla mia vera età, mi fu permesso di prendermi molte libertà con loro. Vivevano tutti sotto il tetto del contadino alla vecchia maniera, e la sera avevo l’abitudine di sedermi sulle loro ginocchia e di carezzarli e abbracciarli per rendere contento il mio cuore. Loro prendevano queste cose flemmaticamente; a quanto pare questo non li sorprendeva. Uno degli uomini aveva l’abitudine di ricambiare i miei abbracci e le mie carezze e una volta mi permise di mettere la mia mano sotto la camicia, ma non ci furono ulteriori libertà.

“L’evento che mi rese inquieto per la mia forzata solitudine non accadde che quando fui vicino ai 15 anni. Stavo andando verso la pubertà, e forse nella speranza che avrei potuto trovare il mio proprio sviluppo soddisfatto da un calore corrispondente, entrai di nuovo in rapporti intimi con il compagno le cui performances frigide mi avevano causato stanchezza e disgusto. Ora era un uomo, che aveva raggiunto la maggiore età. Mi mise nel suo letto mentre si spogliava e venne verso di me in perfetta nudità. In un momento eravamo l’uno nelle braccia dell’altro e la dolcezza di quel momento mi intossicò. Improvvisamente, mentre ero sdraiato sul letto, mi sentii attaccato, come pensai, da una assoluta necessità di orinare. Saltai in piedi con una scusa frettolosa, ma già il parossismo si era placato. Nessuno scarico di orina seguì per il mio sollievo, ma la necessità sembrava superata. Tornai dal mio compagno, ma il fascino dell’incontro era già finito. Il mio compagno evidentemente trovava più piacere nella mia persona di quando ero un semplice bambino, mi sentivo commosso e lusingato dal piacere che lui provava nel premere il viso contro alcune parti del mio corpo. In una seconda occasione, un giorno, sembrò che io involontariamente oltrepassassi quasi il livello della decenza, ma ancora una volta, come la prima volta, mi separai, e rimasi ignaro di ciò che avevo rasentato nella mia eccitazione. In un altro incontro, però, mi fu permesso di prolungare il mio abbraccio e di agire seguendo completamente il mio istinto. Ancora una volta sentii improvvisamente l’arrivo di qualcosa di profondamente imminente; mi feci coraggio e andai avanti arditamente. In un altro momento mi impossessai del misterioso segreto dell’energia maschile, in rapporto al quale tutti i miei anni di fantasie deliranti non erano stati se non un’attesa sulla soglia, un bussare ad una porta chiusa.

“Era inevitabile che da quel giorno la nostra intimità degenerasse in dissoluzione (anche se altre cause anticipavano questo decadimento naturale), ma non consideravo più la masturbazione una formula asciutta e faticosa. Nel mio noviziato ero scoraggiato nello scoprire quanto tempo mi ci voleva per dissociarmi dalla forma contemplativa e entrare in contatto con la forma attiva dell’autogratificazione. Ma io alla fine mi ritrovai impegnato nella ripetizione dell’atto tre volte al giorno. Più o meno nell’ultima occasione in cui incontrai il mio amico, lui mostrò un ardore eccezionale. In quell’incontro mi propose di tentare un atto che non avevo precedentemente considerato possibile, e ancora meno avevo sentito che era considerato il peggior rapporto sessuale criminale che potesse avere luogo. Ho avuto una leggera paura del dolore, ma ero disposto a gratificarlo, e per la prima volta trovai nella mia sottomissione l’unione dei due istinti amatori che prima si erano contesi il dominio su di me: l’istinto di tenerezza e l’istinto di crudeltà. La pedicatio non riuscimmo a realizzarla, ma io ricevetti un abbraccio che per la prima volta mi diede piena soddisfazione. La mia gioia era enorme; ero pieno di emozioni. Non ho parole per descrivere il fascino straordinario della carne calda e liscia su di me, e il contatto ruvido delle parti pelose. Eppure ero consapevole, anche in quel momento, che questo era solo il lato fisico del piacere, e che lui non era e mai avrebbe potuto essere colui che io avrei potuto veramente dire di amare.

“Ero adesso nel mio sedicesimo anno, e sotto l’influenza di queste e molte altre emozioni, che allora, per la prima volta, cominciando a invadermi, un senso di potere letterario e il desiderio di esprimermi attraverso canali immaginativi  cominciarono a prendere piede me. Temevo che il mio lasciami andare stesse debilitando le mie facoltà (avevo cominciato a sperimentare il languore fisico e la depressione), e alcuni scrupoli religiosi, risultato della mia formazione iniziale, si impossessarono di me. Per la prima volta divenni consapevole che gli ardori che sentivo verso il mio stesso sesso erano una deviazione dell’istinto sessuale in sé e con mio grande stupore e costernazione scoprii per caso che le pratiche alle quali mi ero abbandonato erano chiaramente denunciate nella Bibbia come un abominio. Da quel momento iniziò una lotta che durò per anni. Ruppi definitivamente con il mio ex-amante, e subito dopo un lungo scontro ebbe luogo tra le influenze contrastanti che lottavano per il possesso del mio corpo. Per un po’ misi da parte il vizio della masturbazione, ma non potei liberarmi così facilmente del mio lasciarmi andare mentalmente, che era ormai quasi un sedativo essenziale per indurre il sonno. In questo momento una visita al mare, dove, per la prima volta, fui in grado di vedere degli uomini che facevano il bagno in completa nudità, apertamente, nella piena luce del giorno, mi immerse di nuovo a capofitto per un po’ di tempo in amori immaginari, e i miei scrupoli e le mie promesse furono gettate al vento. Ma, nel complesso, ero ormai entrato in una fase che, in mancanza di un termine migliore, devo descrivere come emotivamente morale. A qualunque bassezza mi avesse portato il mio lasciarmi andare, provavo un senso di falsità con me stesso; Credevo di essere un ribelle ad una legge, naturale e divina, di cui però nessun istinto era stato impiantato in me. Consideravo ancora indiscutibile la verità della religione alla quale ero stato condotto, e tutta la mia vita, ogni pensiero del mio cervello, ogni impulso del mio corpo, erano in diretto antagonismo alla volontà di Dio. A volte il desiderio fisico abbatteva queste barriere, ma praticai una notevole moderazione fisicamente, anche se non mentalmente, e feci grandi sforzi per dominare la mia avversione per le donne e l’estrema devozione per gli uomini, senza il minimo successo. Compii 30 anni, comunque, prima di trovare un compagno che mi amasse nel modo che la mia natura richiedeva. Sono una persona molto sana, e in grado di lavorare ad altissimi ritmi. In una condizione di libertà sessuale sono diventato più forte.”

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GAY IN FUGA DAL MATRIMONIO ETERO

Ciao Project, ti scrivo con molta ansia addosso, non per te ma perché devo uscire il più presto possibile da una situazione che mi sta facendo a pezzi. Ho trentadue anni, sono fidanzato a casa con una ragazza e ormai tutti mi stanno mettendo alle strette perché io mi decida a sposarla. Ho letto su “Essere Gay” dei gay sposati e più ci penso più mi viene il terrore di essere costretto a fare una cosa che non voglio fare. Vivo in un paesetto di una provincia veneta, in un mondo in cui tutto è dato per scontato, in cui il matrimonio è un dovere inderogabile e l’omosessualità è considerata come la peggiore disgrazia. Qui tutti si fanno gli affari degli altri, perché tutti, e specialmente le donne, non fanno nulla dalla mattina alla sera e quindi non fanno che spettegolare. Io non ho dubbi sul mio essere gay, con la mia ragazza ho avuto anche (raramente, molto raramente) dei rapporti sessuali, nei quali una sola volta sono arrivato fino in fondo ma erano cose che riuscivo a fare solo per non deludere la mia ragazza e forzandomi molto. L’unica volta che abbiamo fatto sesso completo (ovviamente col preservativo, perché l’eventualità di figli non voluti mi avrebbe incastrato in via definitiva) ho provato proprio un profondo senso si repulsione e di nausea (e lei non se n’è nemmeno accorta), ma poi nonostante le insistenze della mia ragazza non l’ho voluto rifare più per nessuna ragione e ho rinviato tutto a dopo il matrimonio. Adesso io ho 32 anni e lei 29, sento il fiato sul collo sia della mia famiglia che della sua, che non fanno che insistere perché si fissi la data del matrimonio. Qui in paese io e la mia ragazza usciamo sempre in coppia da anni e la gente dà per scontato che sposeremo prestissimo, lei poi è cattolicissima, in tutto e per tutto dipendente da quello che le dice il parroco che la ha detto che deve affrettare i tempi per evitare il rischio di altri rapporti prematrimoniali! Loro si preoccupano di questo, ma io sono proprio al limite. A casa mia la parola gay è considerata una parolaccia da sempre. I miei sono persone istruite ma del tutto ignoranti su queste cose e anche loro sono profondamente cattolici. Io non vado con loro a messa ormai da dieci anni e loro pensano che io non vada più in chiesa perché faccio sesso con la mia ragazza e non ci voglio rinunciare. Dire ai miei che sono gay sarebbe terribile per loro e soprattutto per me, perché io ancora non ho trovato un lavoro stabile e, al bisogno, non me ne potrei comunque andare di casa. Ma come potrei pensare di rimanere in casa coi miei se sapessero che sono gay? Loro non solo non sospettano nulla ma pensano che io sia uno che con la sua ragazza ne combina di cotte e di crude e anche per questo mi consigliano sposarmi presto, perché così, secondo loro, mi metterei a posto anche la coscienza. C’è anche un altro problema: il mio futuro suocero (mai sia!) ha una piccola industria e ha un sacco di soldi, mentre i miei di quattrini ne hanno pochini e mio suocero si è offerto di prendermi a lavorare nella sua azienda, naturalmente “dopo il matrimonio” che quindi avrebbe anche un ritorno economico notevole, solo che così io sarei legato mani e piedi a una situazione assurda. La mia ragazza ha fatto sesso solo con me e quando l’abbiamo fatto, prima si è sentita in paradiso per una cosa che per me era del tutto forzata e contro natura (ma non se ne è nemmeno accorta!) e poi si è fatta prendere dallo sconforto religioso e si è andata a confessare, e lì sono cominciate le insistenze del parroco. Capisci in che mondo vivo, Project? Tu mi dirai che in questa situazione non mi ci dovevo cacciare e che in fondo non faccio che pagare la mai stupidità, ma con lei abbiamo cominciato quando io avevo 17 anni e lei 14, era tutto un gioco, a me serviva per mettere da parte l’omosessualità, che c’era anche allora, e per darmi arie da ragazzo grande. Che devo fare, Project? Ho veramente paura di non riuscire a venirne fuori, qualsiasi cosa io faccia mi rovino la vita: sposarla, no, proprio non me la sento, io ho sempre desiderato ragazzi e non ragazze, ci sono dei ragazzi ai quali ho pensato come un ossesso, cosa che per lei non è masi successa nemmeno a livello minimo, ma come faccio a rompere il fidanzamento al punto in cui siamo? Non posso dire: “Scusate, non me la sento perché sono gay!” Sento già il comento di mia madre: “Prima te la sei spassata con quella povera ragazza e adesso pensi di potertene uscire fuori in questo modo?” Perché se dicessi che sono gay non ci crederebbe nessuno, proprio nessuno, la considererebbero come una scusa di pessimo gusto, perché non mi hanno mai visto correre dietro ai ragazzi e su di me non ci sono mai state chiacchiere del tipo di quelle che girano su altri ragazzi del paese. Io ho proprio il marchio DOCG dell’etero e questa etichetta non me la schioda nessuno. Ho pensato ad altre vie d’uscita e mi sembra che ce ne possa essere solo una praticabile e cioè quella dell’infertilità, potrei dire che da controlli fatti non posso avere figli, con una motivazione del genere forse potrei riuscire a cavarmene fuori, ma in primo luogo sarebbe un falso e poi c’è il rischio molto concreto che vogliano portarmi per forza a vedere “che cosa si può fare” e lì verrebbe fuori tutto l’inghippo, però potrei rifiutarmi e dire che la cosa è chiara e che non mi sposerò comunque (perché non mi sposerò certamente), che non l’ho detto alla mia ragazza perché non ne avevo ancora la sicurezza… lo so che è un imbroglio, ma io voglio uscire da questa storia il più presto possibile e ne voglio uscire senza danni, perché non sono in condizioni di potermi allontanare dal paese. Che ne dici, Project? Io non mi sentirei in colpa per una cosa del genere, in fondo non è un vero imbroglio ma un modo per concludere in modo accettabile una cosa che non doveva nemmeno cominciare. Certo avrei problemi con i miei, dovrei dare spiegazioni anche a loro, vorrebbero sapere almeno perché ho fatto i controlli della fertilità, perché ho avuto dei dubbi su questa cosa, però penso che riuscirei a zittirli. Mi sono studiato bene le problematiche tipiche dell’infertilità maschile, ne so quasi quanto un dottore e ho letto decine di referti come quello che potrei dire di avere ricevuto io. In fondo, per riservatezza potrei non mostrare niente a nessuno, o, al massimo, potrei scrivere un falso referto di un istituto inesistente … lo so che in un certo senso è un imbroglio ma io non ho scampo e non mi voglio assolutamente sposare, è proprio un’idea che mi fa venire il rigetto, come faccio a fare sesso (e da sposato lo dovrei fare addirittura senza preservativo, cosa che mi sembra assolutamente repellente) con questa ragazza e a “doverlo” fare per tutta la vita? Sarebbe una tortura indicibile e poi con mia moglie non avrei nessuna possibilità di parlare chiaro, sarebbe un imbroglio (quello sì che sarebbe un imbroglio vero!) che dura tutta la vita. Rovinerei la mia vita ma rovinerei anche la sua e questo non deve proprio succedere. Project, tu hai un’altra soluzione praticabile e non distruttiva? Se ce l’hai, per carità, dimmela e dimmela subito, perché io devo arrivare a prendere una decisione e in tempi molto rapidi, o meglio, io la mia decisione l’ho già presa e mi serve solo un po’ di incoraggiamento perché non ci sono alternative e non si può più andare avanti così. Mi sento molto meschino nel pensare a tutti questi raggiri, mentre sarebbe più dignitoso dire semplicemente la verità ma credo che l’infertilità sia una cosa meno traumatica e più accettabile per entrambe le parti. Una ragazza lasciata dal fidanzato che “dice” di essere gay può starci veramente malissimo, può sentirsi una stupida, ingannata e presa in giro in modo pesante da uno che, appunto, “dice” di essere gay per scaricarla ma che aveva anche fatto l’amore con lei e quindi ai suoi occhi non sarà mai gay, mentre se è stata lasciata per motivi di infertilità può accettarlo più facilmente e senza covare sentimenti di odio. Sono ragionamenti meschini che servono solo a salvare la faccia? Non lo so, Project, adesso aspetto solo con ansia la tua risposta.

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GAY NEL 68

Caro Project,
alla mia ormai veneranda età (tra poco saranno 70) tiro le somme di una vita gay. Ho cominciato a rendermi conto di non essere un ragazzo come gli altri nel 1958, ero ancora alle scuole medie e non mi sapevo spiegare perché mi piacesse molto la compagnia di certi miei amici, proprio amici del cuore, per me la loro compagnia era importantissima, per loro però non era lo stesso. Ho scoperto la masturbazione solo in quarto ginnasio e lì ho cominciato a capire che i miei desideri sessuali non erano come quelli dei miei compagni, ma in quei tempi un ragazzo gay aveva comunque le idee molto confuse sull’omosessualità, sentivo dire: frocio, finocchio, come offese, ma faticavo ancora a dare un senso preciso a quelle parole.

Ho avuto un’educazione religiosa che è stata un condizionamento pesantissimo, ma non è di questo che voglio parlare. Ho preso la maturità nel 1965 e allora non era facile per niente. Lo studio era un vero incubo ma nonostante tutto mi restava un po’ di tempo per farmi tante domande. Ho vissuto in pieno il ’68, ero grande, stavo quasi alla fine dell’università, ho partecipato moltissimo all’attività politica e proprio attraverso l’attività politica mi sono svegliato e ho capito tantissime cose.

Avevo il mio eskimo, portavo i capelli lunghi, come moltissimi ragazzi di allora, e anche il barbone tipo Karl Marx, frequentavo i collettivi politici e lì si parlava anche di omosessualità. È proprio in un collettivo politico che ho conosciuto il mio primo ragazzo. Lì non c’era la vergogna di essere gay, anzi era una specie di bandiera rivoluzionaria, un vanto da mostrare con orgoglio. C’erano ragazzi di un’intelligenza folgorante, davanti a certi di loro mi sentivo proprio un ebete.

Insomma, in un collettivo politico si parlava anche di omosessualità e lo si faceva seriamente, e lui, quello che poi sarebbe diventato il mio ragazzo, si buttava nella discussione con una foga strepitosa; che era gay non c’era il minimo dubbio.

Insomma, tutti parlano del ’68 come di un movimento di rottura con gli schemi tradizionali e in effetti aveva portato dei fermenti nuovi anche per quanto riguarda l’omosessualità. Insomma dal suo intervento capisco benissimo che quel ragazzo è andato al collettivo politico sulla omosessualità perché gay, e perché lì si potevano rivendicare i diritti dei gay, in fondo come c’ero andato io. Il ragazzo era bello, anche lui col barbone e l’eskimo, ma pure con dei pantaloni attillatissimi che non lasciavano proprio niente all’immaginazione. I ragazzi del collettivo vivevano di politica e anche quel ragazzo viveva di politica, io molto meno, anche se facevo la mia parte. Siccome ho continuato a frequentare l’ambiente abbiamo avuto modo di conoscerci ma più come compagni della stessa militanza politica che altro.

C’erano altri ragazzi gay, ma mi colpivano molto meno, lui per me era il massimo, ma, come ho potuto capire bene dopo, andava ai collettivi proprio per motivazioni politiche, io ci andavo soprattutto perché ci andava lui oltre che perché era un ambiente dove i gay potevano andare dichiaratamente e quindi di fatto ce ne stavano parecchi. Si faceva un discorso politico, ma si parlava pure d’altro, insomma, superato il primo impatto iniziale, un po’ spiazzante, era un bell’ambiente, almeno mi ci sentivo molto a mio agio.

Il ragazzo che mi piaceva (Massimo) era uno studente di filosofia che aveva letto centinaia di libri sulla rivoluzione russa, parlava di Cuba come se fosse casa sua e di Mao e di Lin Piao con una serie di riferimenti concreti che non ho mai capito da dove potesse tirare fuori, insomma, aveva veramente una cultura politica mostruosa, i suoi non erano atteggiamenti esteriori, credeva veramente in quello che faceva.

Avrei voluto costruire una storia con Massimo, ma secondo lui una cosa del genere era tipicamente borghese, e lui non voleva legami di nessun genere. L’ho corteggiato discretamente per mesi e mesi, quando gli ho detto che mi ero innamorato di lui ha fatto un sorriso e mi da detto: “Non dire bugie! Vuoi solo scopare con me…” Questa espressione me la ricordo dopo quasi cinquant’anni e non posso negare che non mi è piaciuta. Poi Massimo ha pensato che uno che fa una dichiarazione tipo “Mi sono innamorato di te!” non può essere un buon rivoluzionario ma solo un pappamolla, e si è messo in mente di portarmi a ragionare come lui. Mi diceva che mi comportavo come un ragazzino, che dovevo essere più virile, che un gay non è una femminuccia o un maschietto venuto male, secondo lui un gay è uno forte che se ne frega delle convenzioni borghesi, perché se invece si fa condizionare è solo un servo del sistema.

Ho fatto anche l’amore con Massimo ma con lui non potevo usare questa espressione, dovevo dire che avevamo solo “scopato per fottere il sistema”. Io adesso la faccio comica ma il discorso non era banale e la politica permeava tutto. Da Massimo ho sentito la famosa barzelletta che fa così: “Ma non hai paura che il tuo ragazzo si metta con quell’altro? Sai, hanno fatto insieme il ’68…” . “Sì vabbe’, ma noi abbiamo fatto insieme il ’69!”, chiedo scusa per la cosa un po’ scurrile. La prima volta che ho fatto l’amore con lui mi aspettavo tenerezza, attenzioni affettive, e invece niente di tutto questo. Speravo che farlo lo portasse a ragionare in un altro modo ma non accadde nulla di simile. Ci siamo frequentati e abbiamo “scopato per fottere il sistema” per quattro anni, poi piano piano ci siamo persi di vista.

Tramite il collettivo politico avevo cominciato ad interessarmi a Pasolini e avevo letto Ragazzi di vita. Tra Pasolini e il movimento studentesco non correva troppo buon sangue, Pasolini aveva atteggiamenti critici e il movimento lo ripagava senza andarci troppo per il sottile, anche se, tra i ragazzi del movimento, magari senza dirlo apertamente, Pasolini aveva un fascino morale indiscusso, paradossalmente, proprio perché poco ideologico. Credo di avere letto in quegli anni tutto quello che scriveva Pasolini e di avere visto tutti i suoi film, rimasi incantato si Teorema e del Vangelo secondo Matteo. Teorema mostra lo sconvolgimento di una famiglia borghese in cui viene a capitare un ragazzo capace di capire i pensieri profondi e i desideri dei componenti della famiglia e si assecondarli: la famiglia borghese si disgrega; il Vangelo secondo Matteo mi colpì molto soprattutto perché nel film non c’è una sola parola oltre il testo evangelico letterale. Un intellettuale comunista che presenta la figura di Cristo! Niente di più complicato eppure ne è venuto un capolavoro. Altri film come il Decameron o i Racconti di Canterbury, avevano per me anche un’altra attrattiva: contenevano qualche brevissima sequenza di nudo e allora era una cosa assolutamente rara.

Dopo aver perso di vista Massimo, avevo pensato a trovarmi un lavoro stabile e non mi ero rimesso alla ricerca di un ragazzo, avevo un po’ di amici gay conosciuti nei collettivi, cosa rarissima, perché prima di internet conoscere ragazzi gay era veramente difficilissimo, ma io un po’ di amici gay li avevo, forse un po’ troppo politicizzati, però ottimi ragazzi con i quali mi trovavo bene. Ricordo perfettamente che il 2 Novembre 1975, quando la televisione diede la notizia della morte di Pasolini rimasi profondamente scosso. Mia madre fece dei commenti irripetibili che mi fecero mettere definitivamente da parte l’idea di un coming out in famiglia, mio padre ebbe il buon senso di non fare commenti, Ricordo che il pomeriggio andai a fare una lunga passeggiata da solo nei posti dove era di casa Pasolini, al Testaccio. Ero malinconico, come se mi avessero portato via un punto di riferimento, perché Pasolini dava alla omosessualità una dignità, e poi parlava dicendo la verità e non diceva mai le cose che ti saresti aspettato: mai ovvio.

Rimasi colpitissimo da una dichiarazione commossa di Eduardo De Filippo subito dopo la morte di Pasolini, da allora il mio rispetto per Eduardo è molto aumentato, proprio a livello umano, e poi fui entusiasmato dal discorso di Alberto Moravia, un discorso carico di emotività e di ammirazione per Pasolini. Poco dopo la morte di Pasolini uscì in libreria il volume delle sue poesie di Garzanti. Costava molto, per le mie finanze non era una spesa indifferente, ma lo comprai subito e quel libro fu per me fondamentale; ogni volta che mi sentivo depresso, sconfortato o frustrato, aprivo le poesie di Pasolini e cominciavo a leggere e piano piano le frustrazioni e la malinconia lasciavano spazio ad una serenità più profonda.

Oramai avevo passato i 30 anni, non avevo un compagno e non avevo nemmeno la faccia per cercarne uno, leggevo tanti libri di argomento legato alla omosessualità, ne ho ancora adesso la casa piena, andavo a vedere i film che parlavano di storie omosessuali, ricordo “Il bacio della donna ragno” e “Gli occhiali d’oro”, il mio mondo affettivo era stato sublimato in una dimensione solo culturale. Di ragazzi belli ce n’erano moti anche allora ma io restavo ancorato alle mie esperienze del tempo dell’università, poi tutto si era cristallizzato e io continuavo a sognare quelle cose che ormai non esistevano più. Non solo ero uscito dall’università da un pezzo, ma anche all’università il clima era totalmente cambiato e io faticavo a rendermene conto.

Dopo i quarant’anni ho avuto modo di frequentare i Radicali, e lì c’erano anche dei gay dichiarati, l’ambiente era buono e serio ma io non avevo la faccia di dichiararmi nemmeno in quell’ambiente che però ho frequentato per anni e che mi ha dato molto, però non mi ha dato un compagno, o forse io non lo cercavo veramente. Coi ragazzi gay legati ai Radicali parlavo spesso e mi raccontavano le loro disavventure, ma percepivo che erano di un’altra generazione, erano amici, ci volevamo anche bene, ma dovevano seguire la loro strada. Insomma, piano piano sono invecchiato e mi sono rassegnato a una vita da single e, devo dire, senza vere malinconie.

Caro Project, leggo, o meglio (per onestà) leggiucchio il tuo forum da anni e mi piace perché ci sento un po’ il sapore dei miei anni giovanili. Oggi ricorrono i quarant’anni dalla morte di Pasolini e allora mi sono deciso a dire la mia, da vecchio gay quale sono. Se lo credi opportuno, metti pure questa mail nella sezione anziani (che è sicuramente quella giusta). Penso che tu stia facendo una cosa utile, al di là di quello che puoi pensare, quindi vai avanti così!

Un abbraccio a te e a tutti i ragazzi del Forum.

Leo

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IL ROMANZO DI UN IN INVERTITO NATO (ottava e nona parte)

Voi avete già indovinato che amo la buona cucina tanto quanto lo stesso Brillat-Savarin. Io non mangio molto ma adoro i vini squisiti, anche quelli che non mi sembrano tali, purché abbiano un nome celebre e costino cari. Ho una passione per la selvaggina e i fagiani e qualsiasi volatile molto frollato fa la mia delizia. Amo i formaggi più rari e più profumati. Tutte le raffinatezze della tavola mi affascinano e non mi trovo bene in una cena se la tavola non è brillantemente illuminata e il servizio non è irreprensibile. Adoro il caffè turco e ne bevo molto, anche se sempre in piccole quantità e molto bollente. Anche i liquori mi piacciono ma a dosi molto piccole. Ho spesso sognato le orge romane, e una delle scene che mi hanno più affascinato è quella dell’orgia di Arbacies negli ultimi giorni di Pompei.

Adoro questa città e la percorro spesso evocando tutta la sua morta bellezza e la sua vita estinta dal Vesuvio. Ho la più viva passione per gli spettacoli equestri e la bellezza degli atleti, la loro forza e perfezione di forme mi fanno l’effetto più vivo. Invece le saltatrici e le ballerine del circo mi fanno pena e disgusto. Adoro i bei cavalli, ma preferisco farmi trainare in vettura che montare a cavallo, anche se vado a cavallo abbastanza bene. Non manco quasi mai agli spettacoli di bestie feroci e ho sempre assistito al pasto e ai giochi dei leoni e delle tigri col segreto desiderio di veder colare un po’ di sangue. Preferivo un bel domatore a tutti i poeti maligni di questo mondo. Quando vedo degli uomini – e nella mia passione per loro voglio lo scatto, la bravura, la forza e la bellezza – la delicatezza mi piace poco in loro, sono io stesso così delicato!

Amo appassionatamente il gioco. I giochi più rischiosi mi piacciono di più. Ho abbastanza fortuna nel gioco, ma il denaro scivola dalle mie mani e non resta mai nelle mie tasche. Ho spesso pagato i debiti dei gioco del mio amico, in realtà piccoli debiti. Io spendo poco per me stesso e quasi esclusivamente per i libri, la bigiotteria e per la mia toletta, che mi interessa molto.

Amo lo chic severo e corretto degli Inglesi, di cui noi seguiamo tutte le mode semplici e singolari. Mi piace molto il nero, che fa risaltare la mia figura bionda e gentile. Mi piacciono gli abiti abbaglianti e gli stivali più eleganti e all’ultima moda. Sono molto elegante di taglia e non ho mai un’aria atteggiata. Mi piacciono poco i gioielli usati dagli uomini e porto solo spille da cravatta molto semplici e il mio orologio che è una vera meraviglia. Al mignolo sinistro porto solo un chiodo di ferro, con un grande diamante che mia madre mi ha regalato. Il mio gran lusso sono i miei bastoni da passeggio: ne ho di Verdier e sono meravigliosi, uno soprattutto con un bellissimo pomo di cristallo di rocca.

Mi sembra di non avervi parlato delle mie mani che sono veramente superbe, forse la cosa più bella che ho, eccettuati il mio colorito e i miei capelli. Ne sono molto fiero, tanto più che esse sono ammirate e mi hanno detto che era un piacere essere toccati dalle mie mani. Un grande scultore, che sfortunatamente è appena morto e che ho conosciuto, ha voluto riprodurle e ho una copia di questa riproduzione in camera mia, poggiata su un cuscino di velluto blu. La loro forma è perfetta, benché strana; è lunga e snella, senza apparenza di nodi o di muscoli, le dita sono lunghe, larghe all’origine e terminano e forma di fuso. Benché di una delicatezza inaudita e di una finezza estrema, terminano in forma quadrata e c’è stato bisogno di tagliare proprio in questa forma le unghie che somigliano del resto a delle pietre preziose e sono di un rosso vivo come vernice e che passano, dopo la loro mezza luna bianca, attraverso tutte le gradazioni del rosa. Benché quadrate, la loro forma è perfetta e la carne di cui sono bordate e che le supera, malgrado la loro lunghezza, è bianca e fine come la pellicola dell’uovo. Mentre vi scrivo, ammiro le mie mani: sono veramente meravigliose.

Il pollice è delizioso, arrotondato, e la sua unghia è ovale. La mano è come di velluto bianco e vi si vedono delle leggere impercettibili sfumature di blu causate dalla vene.

L’ultima falange delle dita è rialzata in modo curioso e il colore è di un rosa vivo che contrasta con la bianchezza del resto. Il palmo della mano – che è stato studiato con cura da una signora tedesca che fa della chiromanzia e si occupa di tavolini che girano – è attraversata da linee forti, lunghe e ben tracciate che corrono senza fermarsi da nessuna parte. Esse sono del resto attraversate da una linea trasversale interrotta e divisa, che le taglia diagonalmente. La signora mi ha spiegato le linee ma credo in modo fantasioso e tutto tedesco. Io ho preso la bellezza delle mani e del mio volto dalla mia nonna paterna che era bellissima e le cui braccia e le cui mani furono così superbe che Canova le fece un giorno i complimenti. Si dice che sia stata l’amante di …. [nota di Zola: qui c’è il nome di un re.]– se si sapesse che lo scrivo – che d’altra parte non fece nulla per la famiglia e al quale noi dobbiamo forse solo la forma del nostro labbro e del nostro mento.

Mio nonno si sposò e morì ancora giovane, per i dolori provocatigli dalla moglie che del resto non gli sopravvisse di molto; è morta prima della mia nascita. Come vi ho già detto, i miei fratelli sono molto robusti e di buona costituzione. Il più grande è molto bello, somiglia a mio padre ma forse è meno bello, gli altri due non sono belli, il terzo soprattutto rassomiglia alla famiglia di mia madre che mi è odiosa. Tutti sono più grandi e forti di me e sono nati a poca distanza l’uno dell’altro. Io sono venuto al mondo dieci anni dopo l’ultimo di loro e dopo una terribile malattia di mia madre, che la portò a due passi dalla tomba; delle febbri maligne io credo. Tutti i figli dei miei fratelli sono belli, forti e di buona costituzione; c’era una bambina che mi rassomigliava in un modo stupefacente, dicevano, ma è morta diciotto mesi dopo la nascita, in poche ore, senza alcun sintomo precorritore di una morte imminente. Anche io spero di morire in questo modo.

Del resto sono di una costituzione perfetta; di una forza nervosa, di uno slancio e di una vivacità considerevoli. Molte volte cado in un grande torpore, poi ne esco con dei momenti di gioia straordinaria e con un gran desiderio di ridere. Allora non risparmio nessuno e divento il favorito di tutti per i miei discorsi, le mie adulazioni e le mie moine insinuanti ci cui ricolmo quelli che mi circondano.

Improvvisamente divento silenzioso e triste e tutti si meravigliano di questi cambiamenti repentini e senza causa – secondo loro. L’espressione del mio volto (in cui il labbro superiore è separato dal naso da una piccola curva) cambia come i colori del mare in un giorno di tempesta. Gli occhi sono quasi sempre melanconici e persi sotto le loro lunghe ciglia; li si intravede appena e il loro colore è indefinibile, sono a rotazione blu, grigi e verdi, spesso diventano violacei. Mi dicono che ho un’aria arrogante di scherno e di derisione. In realtà prendo spesso questa espressione per nascondere la mia timidezza e il mio imbarazzo davanti al mondo che tengo a distanza in questo modo. Penso che al mondo ci siano pochi personaggi egoisti come me. Per uno dei miei piaceri io sacrificherei tutti e, quando sono solo, nelle mie improvvise passioni, capisco un sacrificio fatto per altri. Nella mia famiglia che mi ha sempre viziato – scherzano sulla mia freddezza e spesso mi trattano come un ingrato per questo. Questo è sempre stato il tormento di mio padre che è troppo debole per me e che anche nei momenti poco favorevoli, non si opponeva a nessuno dei miei desideri e dei miei capricci, nemmeno quelli più straordinari e inutili. In realtà ho poco affetto per loro – e gliel’ho detto nei momenti di cattivo umore – e la causa la potete senza dubbio indovinare. Io li considero come la causa (innocente, è vero) della mia natura pervertita e straordinaria e non posso perdonare loro di avermi fatto così. Conservo verso di loro un astio terribile, ma io adesso provo a mettere da pare questi sentimenti cattivi e mi sforzo di testimoniare loro una grande amicizia, che qualche volta è proprio vera e che io provo effettivamente. Spesso mi hanno crudelmente ferito parlandomi e scherzando con me sulle mie probabili avventure e sull’amore che le donne hanno per me. In questi momenti li odio e non rispondo loro se non in un modo molto brutale che loro tollerano soltanto da me, mentre si rivolterebbero se altri mancassero loro di rispetto.

Mio padre va poco in società, la casa e la preoccupazione di ornarla e di abbellirla lo occupa completamente e si preoccupa poco del resto, se non si tratta dei suoi nipotini che lo adorano e che lui ama molto. Sono stato geloso di loro e non li potevo soffrire. Ho la massima cura della mia salute, benché all’età di quindici o sedici anni – prima del capitano – e nella solitudine nella quale mi trovavo e nelle terribili scoperte che facevo in me stesso, ho desiderato la morte senza sapere che cosa fosse ma come un cambiamento del mio stato che era impossibile; ho ben presto lasciato da parte questo sentimento comprendendo l’orrore del nulla e della putrefazione. Allora passavo ore, la notte, al mio balcone, quasi nudo, quando c’era molto freddo, pensando di uccidermi così e di sfuggire alla mie passioni che allora nessuno soddisfaceva. Non mi sono ammalato e ho ben presto lasciato da parte queste stupidaggini. Ho capito dopo che, mentre uno vive può essere felice, e io spero di vivere ancora tutta la mia giovinezza. Forse arrivato alla fine della giovinezza vorrò vivere ancora fino a cent’anni. È possibile!

Faccio docce tutti i giorni e mi do da fare al meglio possibile per avere tutte le mie forze pronte a servire le mie passioni e ad accontentare il mio amante che adesso è lontano e di cui attendo con impazienza il ritorno. Mi scrive spesso e mi parla dell’Ungheria, dei suoi cavalli e delle donne del paese. Dio sa le marachelle che mi fa! Basta che non le faccia con dei ragazzi! È tutto quello che voglio e desidero.

La sua festa è stata in questi giorni e gli ho mandato una bellissima frusta, magnificamente cesellata. Mi ha anche scritto che, malgrado il viaggio attraverso paesi selvaggi e affaticanti, è di ottimo umore ed ha sempre davanti a sé una mia fotografia che non lascia mai. Mi ha detto che non pensa che a tornare e che sogna spesso di me e del mio profumo favorito. Non lascia quasi mai – mi dice – il severo abito a coda e i colletti eleganti che gli ho imposto.

Dimenticavo di dirvi che gradirei che voi deste un po’ più di dettagli sul fisico dei vostri personaggi; il fisico non spiega forse tutta la morale dei popoli e degli individui? Ho appena letto M.lle de Maupin e ne sono completamente incantato. Oh! Il bel libro e la bella corruzione così dolce e così delicata! Scusate la scrittura spaventosa e tutti gli errori di francese e di ortografia ma la mia anima e le mie passioni mi trasportavano e io guardavo solo dentro me stesso.

Post scriptum

Nell’hotel dove mi trovo ho fatto conoscenza con un Signore di una trentina d’anni. È successo alla tavola calda. Era evidente che tentava di allettarmi e in breve tempo mi augurai quello che lui voleva. È di taglia grande, abbastanza gentile di figura, molto pallido ed elegante, con delle lunghe gambe magre; è un milanese. Se io volessi, succederebbe immediatamente! Ma io mi imbarcherei di nuovo in un’avventura del genere? Il sangue mi brucia e temo di non poter resistere alla seduzione. Se venisse adesso, temo che sarebbe subito cosa fatta. Se il capitano lo sapesse sarebbe un bel guaio. Sarebbe capace di strangolarmi.

Comunque ci vedremo stasera. Mi vesto e scendo per la cena. Sarà una serata decisiva. Mi è sembrato di accorgermi che non ha bei denti; ha lunghi baffi che gli coprono la bocca. Sarà questo che mi farà decidere e poi avanti tutta! D’altra parte questo qui partirà molto presto. Ammesso che non si attacchi a me!! È inutile che vi dica che alla posta dove mando le mie lettere io do un nome falso e un indirizzo falso, e d’altra parte tra qualche giorno, io non starò più qui. Voi dunque non saprete più nulla di me. Addio, Signore, e forse arrivederci. L’orologio suona e devo cominciare la mia vera battaglia. Ore 7 della sera.

—ooOoo—

Fin qui il documento che Zola comunicò al Dr. Saint-Paul. Lo stesso Saint-Paul aggiunge però che esiste un altro post scriptum, si tratta di una cartolina indirizzata al Signor Emile Zola, uomo di lettere, Parigi. Quest’ultimo documento è interessante perché ci mostra che la tendenza all’atto così a lungo evitato solo per la paura del dolore, non attendeva che il momento, le circostanze, diciamo, per essere più espliciti i mezzi pratici per concretizzarsi. Saint-Paul scrive che quella tendenza “era innata in questo feminiforme e, per quanto immatura, esisteva in lui fin dall’infanzia”[pag. 95], riporta poi il testo di una cartolina indirizzata a Zola dal ragazzo autore della confessione:

Ultimo documento
(Cartolina indirizzata al Signor Emilio Zola, uomo di lettere. Parigi)

Signore,
Vi mando, in copia, due lettere che ho indirizzato ai vostri editori. I Signori Charpentier non conoscono il vostro indirizzo. Spero che vi siano arrivate entrambe e che non si siano fermate per la strada. Dato che la vostra personalità è molto conosciuta, vi invio questa senza indirizzo. Spero che vi arrivi anch’essa. Quello che doveva succedere è successo. Ne conservo ancora il più delizioso ricordo e stamattina sono perfettamente felice, ve lo assicuro. Lo griderei sopra i tetti. Là dove tutti avevano fallito, lui è riuscito.

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IL ROMANZO DI UN INVERTITO NATO (seconda parte)

Infanzia. – Prime deviazioni

A cinque anni mi mandarono a scuola ma non ci rimasi che per qualche settimana, i medici della casa si erano accorti che diventavo pallido e malaticcio quando restavo seduto per troppo tempo sui banchi della scuola.

Quando ebbi sette anni cambiammo residenza e ce ne andammo a stare a Firenze. Gli affari di mio padre andavano magnificamente e avevamo una magnifica carrozza, lacché [domestici che precedevano a piedi la carrozza del padrone] e una bella casa dove mio padre radunò tutto quello che si piò immaginare di bello e di elegante. Fu presa allora una istitutrice per me, e subito fui preso dalla più viva e esaltata amicizia per questa signora, che era molto distinta e mi amava molto. La preferivo molto a mia madre, che era molto gelosa e cercava ogni volta che era possibile di staccarmene, cosa che non le riuscì affatto. A sette anni ero un ragazzino così affascinante come ero stato prima un bel bambino, con un’intelligenza che colpiva tutti quelli che mi avvicinavano. Avevo la massima ammirazione per tutto quello che era bello e grande e mi facevo prendere da una vera passione per tutte le belle signore e le regine di cui leggevo le storie con la mia istitutrice.

Ebbi una violenta ammirazione per la Rivoluzione francese e un giorno, avendo trovato un riassunto della Storia dei Girondini di Lamartine, lo divorai in qualche ora. La sognavo la notte e non la smettevo di voler parlare di quest’epoca grandiosa della storia di Francia. Maria Antonietta, M.me Elisabeth, la principessa di Lamballe, furono le mie grandi passioni; amavo meno gli eroi e le eroine popolari, avendo sempre avuto un’ammirazione senza limiti per le eroine e le donne sfortunate, vestire di velluto e che trascinavano mantelli di ermellino. I miei progressi nei miei piccoli studi furono rapidi e stupivo addirittura i miei maestri per la rapidità con la quale apprendevo e intuivo ogni cosa.

Allora era completamente innocente e non sospettavo assolutamente nulla. Frequentavo moto, con una governante, i musei dove, benché fossi così giovane, mi appassionavo molto alle arti, per le quali ho avuto una grande simpatia. La vista di un capolavoro mi commuoveva violentemente e lo studio della mitologia, che mi fecero fare in presenza dei capolavori antichi, mi appassionò molto e non sognavo che eroi, dei e dee. La guerra di Troia mi fece la più grande impressione ma, cosa strana, alla quale ho fatto attenzione solo più tardi, tutti i miei pensieri e tutti i miei entusiasmi erano più per gli eroi che per le eroine. Ammiravo molto Elena, Venere e Andromaca, ma il mio grande amore, la mia grande ammirazione , erano per Ettore, per Achille e Paride, ma soprattutto per il primo. Avevo una passione per lui e mi piaceva immaginare di essere Andromaca, per potere tenere nelle mie braccia l’eroe bardato di ferro, le cui belle forme atletiche, le belle braccia nude e l’alto elmo mi tenevano a pensare per lunghe ore. Mi ricordo ancora le dolci emozioni di queste ore passate nei lungi corridoi del museo dove vedevo tanti begli eroi e dèi nudi che la mia immaginazione animava prestando loro una vita immaginaria. Restavo per ore a riflettere sulla felicità di tutto questo mondo di marmo così perfetto, così al di sopra della realtà, non potevo spiegarmi tutto quello che sentivo.

Amavo già la solitudine e i giochi degli altri ragazzi quasi mi spaventavano. I miei fratelli erano troppo grandi per occuparsi di me, e d’altra parte passavano solo poco tempo a casa. Per loro non ho mai avuto molta simpatia. Il mio fratello più grande era molto bello, gli altri due meno, soprattutto il terzo, che con le sue gambe corte e con le se lunghe braccia rassomigliava alla famiglia di mia madre, famiglia che, grazie a Dio, abita lontano da noi e che io non amo affatto. I miei fratelli si sono sistemati molto bene; hanno tutti una famiglia e sono molto felici, soprattutto i primi due. Io rimasi solo nella casa paterna, cosa che non mi dispiacque affatto.

Continuai dunque i miei studi ma in un modo molto irregolare. Imparai diverse lingue e divorai tutte le letterature, entusiasmandomi per tutto quello che era bello e soprattutto poetico. I versi esercitavano una grande influenza su di me. I loro ritmi mi donavano veri brividi e imparavo a memoria lunghi monologhi e scene intere delle mie tragedie preferite. Anche la musica mi piaceva moltissimo. Ero trasportato dai bei versi come dalla bella musica. Vivevo veramente in un mondo ideale, come bambino di dieci anni non lo ha mai immaginato nei suoi sogni. Mi appassionavo sempre alle belle eroine della storia e dei poemi e le amavo come delle amiche perché la donna mi è sempre sembrata un essere gentile e pieno di fascino così lontana dalla terra che ne facevo quasi una divinità.

Ho avuto allora il più grande interesse per la Vergine Maria, che consideravo come il tipo e il modello di tutte le donne. Mi piaceva partecipare della sua Natura Divina passavo molti mesi nella devozione più spinta, e tanto più straordinaria perché a casa nostra tutte le pratiche religiose erano abolite e nessuno se ne occupava. Mia madre aveva conservato della sua vecchia religione l’odio per le chiese e per tutte le liturgie religiose ed erano proprio quelle che mi affascinavano. Allora cambiai gisti e al posto di Elena, delle dee e degli eroi, mi piaceva stare in compagna dei santi, delle vergini e dei martiri. I muri della mia camera furono tappezzati di immaginette di santi e di angeli davanti ai quali dicevo le mie preghiere quasi ogni momento. Mentre seguivo una lezione chiedevo di uscire per un bisogno e correvo nella mia camera a dire le mie preghiere all’affascinante Madonna che consideravo come una sorella, come un’amica.

La devozione durò poco e crollò di colpo, non so come. Ne do spesso la colpa a una piccola immagine di Santa Maddalena dei Pazzi che apparteneva alla cameriera di mia madre, che trovai così orribile che non potevo rimanere serio davanti a questo piccolo mostro.

Da allora la mia ammirazione per le vergini e i santi finì e io ricaddi in piena mitologia. Divenni quasi idolatra, comprai una statuetta di Venere per bruciarle l’incenso e per portarle un mazzetto di fiori tutte le mattine.

Dopo qualche tempo sentivo fremere in me tutta una nuova vita, non potevo stare tranquillo e la mia fantasia mi presentava le più belle immagini e mi teneva sveglio per nottate intere. Leggevo tutto quello che mi capitava sotto mano e divoravo i romanzi illustrati collocati nella biblioteca di mio padre. Tutto questo mi infiammò e divenni così appassionato, così nervoso che tutti se ne meravigliavano. Parlavo sempre, a proposito e a sproposito, e in questo ribollire di giovinezza precoce passavo dai pensieri più audaci e dalla più forte esaltazione a momenti di tristezza e abbattimento senza causa apparente. Piangevo spesso da solo e per consolarmi mi rifugiavo nel mio mondo immaginario.

La mia passione per gli abiti con lo strascico durava sempre e quando ero solo mi mettevo davanti allo specchio di mia madre e camminavo tirandomi dietro le coperte del letto o dei vecchi scialli le cui lunghe pieghe cadevano giù dalla persona e il cui fruscio sui tappeti mi faceva fremere di gioia. Provavo sempre il desiderio di coprirmi con lunghi veli e questa passione, che dall’infanzia non mi aveva mai abbandonato del tutto, mi riconquistò ancora di più forte.

Un giorno che un’amica di mia madre mi disse scherzando che si cominciavano a vedere spuntare i miei baffi, poco ci mancò che la strozzassi per quanto questa insinuazione mi parve insultante e la notizia fu per me un grande dolore. Andai di corsa davanti allo specchio e fui molto felice di vedere le mie belle labbra rosate completamente libere dalla terribile peluria che tanto mi spaventava.

Mi compiacevo a farmi donna con l’immaginazione e la bellezza di cui mi dotavo, e le avventure che vivevo in spirito mi facevano trasalite di piacere.

Ero ancora molto innocente a tredici anni, quanti ne avevo allora, e non avevo alcuna idea dell’unione dei sessi e delle differenze che esistono tra loro. Questo sembrerà strano per un ragazzo così sveglio per la sua età, ma è la pura verità! Vivevo troppo di sentimenti e immaginazione, amavo troppo tutto quello che è ideale per vedere le cose che erano più vicine a me.

Uno stalliere [il testo usa il termine inglese “groom”] di circa 15 anni mise ben presto fine alla mia innocenza su questo argomento. Accadde durante un soggiorno in una città termale, dove tutti i nostri domestici ci avevano seguito. Andavo spesso alla scuderie a vedere i cavalli e mi divertivo a parlare e a giocare con un ragazzo della mia età col quale mi lasciavano qualche volta correre nel grande giardino. Fui ben presto istruito da questo ragazzino, che mi rese tanto consapevole quanto lui stesso. Quando venni a sapere come si facevano i bambini ne fui indignato ed ebbi un profondo disgusto per i miei genitori che non si erano vergognati di mettermi al mondo in quello strano modo.

Queste conversazioni finirono per infastidirmi terribilmente, perché se ero molto ben dotato dal punto di vista dell’intelligenza – troppo bene ahimè! – ero meno ben dotato dal punto di vista fisico e a tredici anni non era ancora uomo.
Questo ragazzo si masturbò parecchie volte davanti a me e benché io bruciassi dalla voglia di imitarlo e un sangue caldissimo circolasse nelle mie vene, non ci riuscii comunque quando fui da solo.

Ben presto questo ragazzo venne mandato via e se io non dimenticai le sue lezioni, comunque non ci pensai più molto. Ma quello che comunque mi stupiva abbastanza era il fatto che lui parlava sempre di andare a letto con donne nude e di fare loro quello che lui faceva, mentre io non provavo alcun desiderio di fare quelle cose e avrei trovato molto più naturale andare a letto con un uomo. Pensavo di essere troppo debole, troppo carino, troppo delicato per dormire con una donna alla quale rassomigliavo troppo e d’altra parte non ne avrei mai avuto il coraggio.

L’uomo mi sembrava fin da allora molto più belo della donna, perché ammiravo in lui una forza, un vigore di forme che io non avevo e mi sembrava impossibile che potessi mai avere. Io mi ero sempre immaginato di essere donna e tutti i miei desideri furono da allora quelli di una donna.

Avevo allora qualche amico e provavo, senza rendermene ancora conto, un’amicizia esagerata per loro. Ne ero geloso e quando mi passavano le braccia dietro la schiena, fremevo in tutta la mia persona. Ero geloso di loro e la mia più grande gioia era di dar loro qualche prova del mio affetto, e di fare per loro qualche piccolo sacrificio, ero tormentato dalla loro indifferenza e dai loro gusti rumorosi che differivano dai miei e avrei voluto che non si occupassero di altro che di me.

Ma quello che mi attirava soprattutto erano gli uomini maturi, uomini dai trenta ai quarant’anni. Ammiravo soprattutto la loro bella statura, la loro voce grave, che contrastava in modo netto con la mia voce ancora infantile. Non mi rendevo conto di quello che provavo. Ma avrei dato ogni cosa al mondo per essere stretto dalle loro braccia e per incollare tutta la mia persona sulla loro.

Passavo notti intere a sognare queste cose e a prestar loro un’apparenza di realtà. Non sapevo ancora fino a che punto può farci abbassare il vizio terribile che io nutrivo senza saperlo, mio malgrado, e che mi ha poi reso così infelice.

Un domestico, che avevamo da poco al nostro servizio e che aveva una statura superba con baffi e barbetta neri, attirò tutta la mia attenzione.
Con dei trucchetti da ragazzino volevo indurlo a parlare di cose indecenti e lui si prestava con tutto l’entusiasmo. Mi piaceva molto e desideravo sempre di averlo al mio fianco quando andavo da qualche parte. Mi accompagnava la sera nella mia stanza al secondo piano e restava vicino a me finché ero quasi addormentato. Io lo facevo parlare delle sue amanti, dei luoghi cattivi dove andava, e ci trovavo tanto piacere che restavo poi delle lunghe ore sveglio e pieno di desideri dei quali non mi rendevo affatto conto. Avrei volto averlo a letto vicino a me, avrei voluto sentire il suo corpo biondo e levigato. Avrei voluto abbracciarlo per prenderne piacere e darne a lui. I miei desideri non andavano più lontano e non pensavo proprio ad altre cose. Una sera, dopo delle lunghe conversazioni sul nostro tema favorito e dopo che gli avevo fatto domande sulle cose più indecenti, improvvisamente fui preso dal desiderio di conoscerlo più intimamente, semplicemente e senza nessuna vergogna e come per ridere.

Gli chiesi di mostrarmi il suo pene per vedere se fosse così grande e bello come diceva. All’inizio non volle, ma avendo io promesso che non avrei detto nulla, si aprì i pantaloni e me lo mostrò eretto, per un’erezione che era derivata dalla mie parole. Si avvicinò al lettino in cui ero steso anelante per libidine o per pudore.

Non avevo mai visto il pene di un uomo adulto e rimasi così turbato che non riuscii a proferire parola. Spinto non so da qual forza o da quale desiderio innato, lo presi nella mano destra e molto lo strofinavo dicendo: “Quanto è bello! Quanto è bello!” Ardevo di un furioso desiderio di fare qualcosa di quel pene che riempiva tutta la mia mano destra, e violentemente desideravo che nel mio corpo ci fosse un buco attraverso il quale si potesse introdurre in me ciò che io ardentemente desideravo.

Sentendo un rumore il domestico si coprì subito e si ritirò lasciandomi bruciante di un desiderio che prima non avevo mai avuto e che non credevo potesse esistere. In fondo ai miei pensieri c’era già allora una sorta di disperazione e quasi la convinzione che non avrei mai potuto godere di quello che avrei tanto desiderato.

La sera volevo ricominciare la scena di quella orribile serata, ma l’uomo temeva apparentemente qualche indiscrezione e non volle mostrarmi nulla. Io dimagrii per la rabbia.

Una sera questo domestico fu violentemente rimproverato e fu quasi cacciato da mio padre, che si era accorto che lui faceva entrare quasi ogni notte una delle sue amanti nella nostra casa.

Venendo a sapere tutto questo e che c’era lì vicino una persona che godeva di lui desiderandolo ardentemente, piangevo di rabbia e maledissi il cielo per non avermi fatto nascere donna.

Ben presto quell’uomo uscì dalla nostra casa ma non fui gran che afflitto. Ero molto giovane allora e le mie impressioni, per forti che fossero non erano durature.

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GAY E ETERO E ESPERIENZE OMOSESSUALI

Ciao Project,
Sono un ragazzo di 22 anni e, ancora alla mia età, ho forti dubbi intorno alla mia sessualità. Mi sento portato affettivamente verso le ragazze, mi innamoro delle ragazze, sto bene con le ragazze e qualche volta ho anche avuto rapporti sessuali con ragazze, anche se erano rapporti per me poco coinvolgenti, ma non riesco comunque a masturbarmi pensando a una ragazza. Ci ho provato più volte ma è come se ci fosse una specie di resistenza, mente quando ho fatto sesso con una ragazza la cosa in qualche modo ha funzionato. Ho provato anche con i porno etero ma anche lì non provo nessun vero coinvolgimento. Mi masturbo solo pensano ai ragazzi oppure, raramente, guardando porno gay. Le fantasie della masturbazione sono praticamente tutte legate a due episodi che io penso abbiano profondamente condizionato la mia vita sessuale. Il primo episodio è accaduto quando avevo 15 anni e il secondo quando ne avevo quasi 19. Fino a 15 anni avevo sempre pensato di essere etero e mi masturbavo pensando alle ragazze, senza troppo entusiasmo a dire il vero, ma pensavo solo alle ragazze. Quando avevo 15 anni, durante una gita organizzata dalla scuola, mi sono trovato in stanza con un altro ragazzo, non c’erano due letti separati ma un letto matrimoniale soltanto. All’inizio la cosa mi è sembrata un po’ strana, ma avevo dormito altre volte con qualche mio compagno in situazioni simili. Dopo che siamo andati a letto abbiamo cominciato a parlare di cose sessuali e a raccontarci proprio tutto, anche del fatto che ci masturbavamo pensano alle ragazze. Poi, gli ho chiesto se, quando lo faceva, pensava solo alle ragazze e lui mi ha detto che qualche volta aveva pensato anche a qualche ragazzo, che la cosa gli sembrava strana ma che ci aveva pensato e che pensava che tutto sommato sarebbe stata una cosa gradevole, non come con le ragazze, ma sarebbe stata gradevole. Non mi aspettavo una risposta di quel genere, così diretta e sincera. Poi lui mi ha chiesto se io pensavo solo alle ragazze e non me la sono sentita di mentire e gli ho detto che quando mi masturbo penso solo alle ragazze ma che pensare al sesso con un ragazzo per me non è una cosa disgustosa come dicono tanti ragazzi e che, anzi, quello che lui mi aveva appena detto non mi sembrava poi così strano. Gli ho chiesto se si sentiva gay e mi ha detto che si sentiva pienamente etero ma che pensava che tanti ragazzi etero facessero qualche volta sesso coi loro amici, così, per giocare. Gli ho risposto: ”Beh, sì, penso che succeda” poi gli ho chiesto se era eccitato di stare a letto con me e mi ha detto di sì, e gli ho chiesto se potevo verificare, lui ha detto: Vai! E gliel’ho preso in mano. Poi ha chiesto se io ero eccitato e gli ho detto che lo ero pure io, e a questo punto lui ha preso in mano il mio. È andata a finire che ci siamo masturbati a vicenda. Poi non è successo più niente di simile anche se io lo desideravo violentemente, lui ha continuato a stare con la sua ragazza e non se n’è proprio più parlato, ma non solo, tra noi non è cambiato proprio nulla. Per me invece è cambiato tutto perché era stata un’esperienza fortissima e del tutto naturale, senza nessuna forzatura da nessuna delle due parti. Io, dopo quel giorno ho messo del tutto da parte le fantasie sulle ragazze e ho cominciato a masturbarmi sempre e solo ricordando quella notte. Ma non è stato tutto facile, mi andavo convincendo di essere gay e maledicevo quella notte perché se non ci fosse stata io sarei stato un normalissimo ragazzo etero e avrei avuto una vita come quella di tutti gli altri ragazzi e invece quella notte aveva cambiato la mia vita. Due cose mi facevano stare male, prima di tutto non accettavo che la mia vita potesse essere determinata da una cosa di quel genere e poi non capivo perché la vita del ragazzo col quale lo avevo fatto non fosse invece cambiata per niente. Perché io dovevo diventare gay per una cosa come quella e qual ragazzo no? Ho fatto di tutto per cercarmi una ragazza, per innamorarmene, poi, finalmente, a 17 anni è successo. Conosco una ragazza bellissima che si innamora di me, che mi coccola e mi ispira tanta tenerezza, si dedica a me con affetto e io alla fine, quando avevo compiuto da poco i 18 anni faccio per la prima volta sesso con lei, nel senso che ci tocchiamo reciprocamente e poi arriviamo a masturbarci a vicenda. Io ne sono entusiasta e penso che allora non sono gay, poi torno a casa ma mi sento strano, la sera non voglio masturbarmi ricordando la solita notte con quel ragazzo, voglio farlo pensando alla mia ragazza e mi ci metto col massimo impegno, ma non riesco nemmeno a mantenere l’erezione, mi sento stranito, allora torno alle solite fantasie e arrivo fino alla fine. Mi dico che così non può andare, che adesso ho la ragazza e che devo eliminare del tutto la masturbazione perché è una cosa da ragazzini e io ormai devo vivere una sessualità adulta. Con il massimo sforzo riesco a mettere da parte la masturbazione solitaria e a limitarmi a farmi masturbare dalla mia ragazza, poi dopo un mese torno per una volta a masturbarmi da solo pensando sempre a quella notte. Le cose vanno avanti così per alcuni mesi e io faccio di tutto per cancellare completamente il ricordo di quella maledettissima notte, poi succede un fatto nuovo e inaspettato, conosco un ragazzo bellissimo e ne sono affascinato anche se cerco di evitarlo perché mi ripeto che non voglio essere gay, poi comincio a cercare informazioni su questo ragazzo per farmi un’idea un po’ più completa. Mi dicono che lui non ha la ragazza e non l’ha mai avuta ma non ha mai avuto nemmeno comportamenti strani. Dopo aver resistito per un po’ comincio a masturbarmi pensando a questo ragazzo e comincio a fargli una corte spietata ma discreta e lui se ne accorge. Un giorno lo invito per un fine settimana in campeggio e lui accetta. La notte ci fermiamo a parlare in tenda, l’imbarazzo è molto forte, poi gli dico che “forse” mi sono preso una mezza cotta per lui, cioè in effetti gli dico solo che è un bellissimo ragazzo e che mi piace molto e gli chiedo se è gay, mi risponde che è etero e che ha la ragazza, che adesso sono lontani per un semestre perché la ragazza studia in un’altra città, poi mi chiede se io sono gay e gli dico che anche io ho la ragazza, mi risponde: “ … io penso che la mia vita la vivrò con la mia ragazza … beh anche tu mi piaci … ma certo che siamo un po’ strani noi due…” poi le cose precipitano e ci masturbiamo reciprocamente. Alla fine lui conclude: “Certo che una ragazza non lo saprebbe mai fare come lo fa un ragazzo …” E finisce tutto così. Io penso che lui sia gay e nei giorni successivi comincio ad assillarlo, alla fine mi dice che è successo ma che lui non è gay e che non se la sente proprio di andare avanti, poi praticamente comincia a sfuggirmi, a non farsi più trovare, a non rispondere al cellulare e io ci resto malissimo. Naturalmente con la mia ragazza è andato tutto a rotoli. Adeso sono solo a leccarmi le ferite. Non riesco proprio a capacitarmi come quell’esperienza quando avevo 15 anni possa avere sconvolto così la mia vita. Perché devo essere gay per una ragione così assurda? Ancora adesso io vorrei una ragazza, ma poi a livello sessuale mi rendo conto che ormai vivere una sessualità appagante con una ragazza per me è impossibile. Che ne pensi Project?
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