GOETHE E MICHELANGELO OMOSESSUALI SECONDO RAFFALOVICH

Nella panoramica dei grandi personaggi omosessuali della storia, contenuta in “Uranismo e Unisessualità”, Raffalovich tratta insieme Goethe e Michelangelo. Parlando di Byron, era stato molto stringato, perché non disponeva della documentazione di cui si dispone oggi, che ne evidenzia l’omosessualità in modo molto chiaro. L’omosessualità di Michelangelo è ampiamente provata e nessun autore serio la metterebbe più in dubbio. Il discorso, per quanto riguarda Goethe, è sostanzialmente diverso. Va premesso che Goethe è sempre stato gradito agli omosessuali per la sua notevolissima apertura mentale. Lo stesso, Raffalovich nella prefazione a “Uranismo e Unisessualità” lo cita espressamente: “Ogni uomo, Goethe lo ha detto, ha diritto ad una filosofia che non distrugga la sua individualità, senza per questo danneggiare l’individualità degli altri. È questa l’origine psicologica delle filosofie.”

Nella biografia di Goethe esistono certamente indizi di una “possibile” omosessualità-bisessualità, ma rispetto a Byron le situazioni sono estremamente più sfumate e per ricondurle in modo certo all’omosessualità ci vuole un notevole sforzo interpretativo. Nel Divano Orientale si possono leggere racconti di tipo omosessuale condotti con estrema delicatezza, ma non si tratta certamente della parte prevalente della produzione di Goethe. Non intendo inoltrarmi in questioni molto dibattute, mi limito ad osservare che Raffalovich tratta sia Michelangelo che Goethe con vero entusiasmo, tende però a trasformare entrambi, Michelangelo in una chiave nettamente omosessuale e Goethe in una chiave molto più sfumata, in altri Raffalovich ante litteram, attribuendo loro i caratteri quasi eroici di personaggi in lotta perenne con se stessi per arrivare alla sublimazione platonica della loro sessualità. Questa visione della cose è interessante, ma probabilmente poco realistica. In buona sostanza Raffalovich si proietta in Michelangelo e in Goethe, visti come maestri dell’eros sublimato.

Ma lasciamo a parola a Raffalovich.
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Goethe e Michelangelo

Michelangelo è il tipo per eccellenza dell’uranista maschio, un maschio e mezzo, più che un mezzo maschio. Se si sono studiate la sua vita e la su opera, ci si stupisce della leggenda che suppone che si sia innamorato di Vittoria Colonna. Fece la sua conoscenza quando aveva sessant’anni e scrisse per lei solo quattro sonetti. Fin dall’infanzia ha sempre adorato e perseguito la bellezza maschile. Nulla del corpo maschile è stato nascosto per lui o è stato trascurato da lui. Il sesso delle sua statue, dei suoi quadri e del suoi disegni è studiato, più differenziato del viso. Ha vissuto fino a ottantanove anni, sobrio, quasi in modo misero, probabilmente casto, in ogni caso continente, perseguendo un ideale maschile con una serenità minore dei Greci, ma con più passione, trovando un compenso alla malinconia nel suo lavoro eroico, nelle sue poesie e nel suo furore creativo.

Goethe, che aveva la facoltà e l’abitudine di immergersi nel pittore o nello scultore fino al punto di vedere il mondo per qualche tempo secondo e seguendo l’artista studiato, è talmente folgorato da Michelangelo che non vede nessuno grande come lui. Goethe, ammirabile poeta, pesatore e uomo, vuole con ciò esprimere il suo rispetto per Michelangelo. La calma dell’arte greca o la grazia e la ricercatezza dell’arte italiana non erano per lui più comprensibili ma più naturali, più familiari di questa ultra-virilità di Michelangelo. Si sa che Goethe a Roma ha cantato un ragazzo e si dice che Goethe lo abbia amato. Queste due elegie romane non saranno mai pubblicate, anche nella bella e nuova edizione delle suo opere in centoventi grandi volumi; ma Goethe in Italia è uno dei momenti più interessanti della storia del genio.

Se ne era scappato misteriosamente – aveva trentotto anni – dalla Germania, da Weimar, dal granduca, da Carlotta di Stein, l’amica che era per lui l’amica e la donna ideale, era disgustato dalla corte, dall’amore e voleva cercarsi e trovarsi. I suoi due anni in Italia lo guarirono, gli insegnarono tutto quello che voleva sapere e prepararono la seconda e la più gloriosa metà della sua gloriosa e vittoriosa vita.
In Italia ringiovanì. Scrisse un resoconto delizioso di questo viaggio, delizioso, riservato, un capolavoro di passione artistica, di reticenza, di spirito, ma nessun lettore intelligente si stupirà di venire a sapere dell’episodio al quale alludo. Le elegie romane simbolizzano la fuga di Goethe dalla gabbia delle convenzioni, il suo volo verso la verità e la bellezza, dal quale egli ritornò virile e pronto a vivere e ad agire.

A sua volta, il legame con Christiane Vulpius, la piccola borghese, lo liberò dal mondo ristretto e piccolo, e la sua amicizia decennale col suo nobile amico più giovane Schiller, gli permise di sentirsi al di sopra di tutti gli altri. Si circondò di una corte di ministri delle arti e delle scienze. E quando scrisse il suo Divano Orientale, scrisse i più soavi poemi unisessuali ai quali si possa pensare quando ci si immagina l’Oriente trasfigurato. Goethe, non ebbe mai paura di nulla. Conobbe tutte le forme di discrezione ma non permise mai che queste cose lo diminuissero.
Lo si è sentito dire che se avesse creduto alla metempsicosi, avrebbe affermato di aver vissuto al tempo di Adriano. Adriano e il simbolo del suo potere e del suo amore della bellezza, Antinoo, hanno preoccupato i sovrani: Federico aveva una statua di Antinoo a Sans-Souci, e Goethe, anche lui un sovrano, ha sullo scalone a Weimar il grande gruppo di Antinoo e del genio della morte (Gruppo di sant’Ildefonso.) Nell’epoca dei Greci o del Rinascimento, Goethe avrebbe amato l’uomo e la donna sensualmente e egualmente, come Fidia, che come Goethe ha rappresentato con la medesima nobiltà l’uomo e la donna e ha reso immortale il suo favorito.

Michelangelo, se fosse stato scrittore, non avrebbe avuto la bell’armonia di Goethe, non avrebbe creato le calme e umane giovani donne e le ragazze di Goethe insieme ai Tasso, agli Oreste, ai Werther e agli atri tormentati del grande tedesco. La scultura, la pittura, la poesia lirica, la satira si prestano ugualmente ai giganti uranisti unisessuali e agli gnomi, ai demoni impotenti o a metà indifferenti.
La poesia drammatica e la poesia lirica e satirica hanno sempre affascinato gli invertiti molto più della poesia narrativa o descrittiva – soprattutto ai nostri giorni. – È verosimile che Swift e Boileau fossero impotenti come si è detto – l’età e la salute di Voltaire rendono anche possibile che non si dedicasse oltre misura ai piaceri del sesso.

Il libro di Ludwig von Sheffler su Michelangelo (Altenburg, verlag von Stephan Geibel, 1892) cancella ogni dubbio dall’eroe scultore.

L’episodio di Vittoria viene ridimensionato. Fu per lui l’amica nobile e calma; essendo donna, non poteva smuovere la sua anima di Titano amoroso dell’Eros uranista. La ridicole falsificazioni del suo giovane nipote sono svelate nel libro e l’episodio di Tomaso Cavalieri, il più amato dei giovani uomini, che Michelangelo adorò al modo di Platone, non è che uno tra i molti. Quando ultimamente è stata scoperta la vera poesia di Michelangelo, si è voluto trasformare il suo amore per Tomaso, in un parossismo più o meno colpevole, un intrattenimento. Michelangelo era più ammirevole di come i suoi apologisti lo hanno rappresentato, raffigurandolo e sfigurandolo. Ha sempre amato da uranista ma eroicamente. Si è innalzato fino alle rinunce e alle forme di devozione. Vivendo in mezzo ai principi sia della Chiesa che esterni alla Chiesa, ugualmente insozzati di sangue e di lussuria, vedendo la sessualità, pederastica o meno, o pederastica ed eterosessuale, che trionfava intorno a lui, si comprende la rivolta contro le sue stesse tendenze. Non è certo la difficoltà di soddisfare la sua sessualità, se essa poteva essere soddisfatta fisicamente, che lo ha indotto a dichiarare che l’occhio è l’organo dell’uranismo. Non desiderava che di essere un occhio per godere del suo beneamato. Era il suo genio che gli rendeva insopportabile l’idea di poter esprimere la sua adorazione dell’Eros maschile come gli uomini più mediocri che aveva intorno a sé.

Gli uomini più piccoli di Michelangelo sono già scioccati dal dover esprimere il loro amore seguendo le diverse modalità di tutto il bestiame umano. E Michelangelo, quando ha fatto allusione alle passioni divoranti della sua giovinezza, poteva certo ricordarsi della cadute nel pantano di quel lascivo e incantatore Rinascimento, ma le cadute dei grandi personaggi insegnano loro spesso a rialzarsi più tardi. E quando proclama, molto tempo dopo, che il successo del suo amore sarebbe peggiore della morte, quanto si interessa all’amore del suo amico Luigi per un bel giovane, al punto da mandargli una cinquantina di poesie nelle quali si mette al posto dell’innamorato, quando si leggono le sue poesie, così spesso degne di lui, e le sue lettere, quando si vedono le se opere sublimi, si capisce che questo grande ribelle era in lotta contro la sessualità che era in lui e contro quella al di fuori di lui. Forse, vivendo in un periodo più casto, più decente, si sarebbe messo meno in guardia contro se stesso. Il vizio spudorato, la voluttà gradevole e senz’anima piegano molte anime sensuali e fiere verso un ideale di castità sovrumana e terribile.

Michelangelo certo non avrebbe voluto amare la donna come amava l’uomo, ma anche se lei fosse stata il simbolo della sua visione beatifica si sarebbe probabilmente ritirato davanti all’impurità. Come si lamenta all’inizio dei suoi affetti per i giovani uomini, di cui si innamora! Come è costretto ad assicurarli dell’elevatezza della sua passione! A forza di voler sorpassare gli altri si finisce per sorpassare se stessi.

Se ha appreso poco a poco questo cammino dell’eroismo e la strada gli è sembrata così lunga e dolorosa, Michelangelo non è per questo meno ammirevole, e non comprendo la pudicizia della malafede degli scrittori che non vogliono ammettere che un grand’uomo è grande in proporzione della sua perfettibilità.

Speriamo che il libro di Scheffler sia tradotto in Francia e che ci si ispiri ad esso.[1]

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[1] Non sto scrivendo una storia dei grandi uomini e di conseguenza non insisto su dettagli, ma essi meritano l’attenzione di tutte le persone istruite.

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RAFFALOVICH E I POETI “OMOSESSUALI” CITATI DA DANTE

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” dedicato ai poeti comincia con una lunga citazione del canto XXVI del Purgatorio di Dante, in cu si parla “anche”, ma solo di sfuggita, di sodomiti. Raffalovich prolunga la citazione riportando una traduzione (incompleta) dei versi di Dante in cui Il sommo poeta descrive il suo incontro con Guido Guinizelli e Arnaut Daniel [Arnaldo Daniello (1150-1210)].

Il lettore attento resta però perplesso del fatto che Raffalovich , nello scrivere di poeti omosessuali, citi Guido Guinizelli e Arnaldo Daniello, che omosessuali non erano, e non citi il notissimo canto XV dell’Infreno in cui Dante esalta il suo maestro Brunetto Latini, pur mettendolo all’Inferno come omosessuale.

Il canto XXVI del Purgatorio non è tra quelli di più facile lettura e contiene anche alcuni versi in lingua provenzale, messi in bocca ad Arnaldo Daniello. Secondo Dante, nella settima cornice del Purgatorio, ove si purgano i lussuriosi, si trovano due distinte schiere di peccatori: quelli che gridano “Sodoma e Gomorra”, cioè gli omosessuali, e i peccatori “ermafroditi”, cioè gli eterosessuali, che cercano l’unione del maschio e della femmina (ermafroditi in questo senso).

Raffalovich, che non era certo un fine conoscitore dell’Italiano antico, come John Addigton Symonds, legge probabilmente il testo di Dante in una traduzione francese ed è in indotto, dalla presenza dell’espressione “peccato ermafrodito” a ritenere che si parli di omosessuali. Se così fosse, comunque, il riferimento al mito di Pasife sarebbe bel tutto fuori luogo.

L’equivoco deriva dal fatto che il termine “ermafroditismo psichico” era stato utilizzato da diversi autori per indicare una identità di genere mista, senza manifestazioni di ermafroditismo fisico. L’espressione finì poi per indicare anche l’omosessualità, intesa come una specie di sesso intermedio. Per questa ragione Guido Guinizelli e Arnaldo Daniello, che omosessuali non erano, vengono inseriti da Raffalovich nella schiera degli omosessuali, mentre Brunetto Latini, che era omosessuale, personalità tutt’altro che di secondo piano nella vita di Dante, che lo chiama “padre”, è del tutto trascurato.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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I POETI

Non è per cattiveria che ho scelto soprattutto i divini poeti; se ne avessi avuto il tempo e l’abitudine, avrei preferito studiare i grandi capitani, gli uomini d’azione. Non avrei avuto che l’imbarazzo della scelta.

Ma, dato che mi ritrovo ad aver letto e studiato i poeti, ne ho selezionato alcuni appartenenti alla schiera d’anime che Dante incontra in Purgatorio, anime che avevano commesso il peccato ermafrodita o che avrebbero potuto sentirsi chiamare Regina! Come il grande Cesare in occasione del suo trionfo. Non invoco nessun classico, Eschilo, Sofocle, Pindaro, Virgilio, Orazio, Catullo, Tibullo … e neppure nessuno del Medioevo.

Purgatorio, Canto XXVI

“infatti, in mezzo al muro di fiamme, giunse una schiera che volgeva il viso verso questa, la quale mi indusse a osservare meravigliato.
Lì vidi ogni anima di entrambe le schiere affrettare il passo e baciarsi l’una con l’altra, senza fermarsi, contente per quel rapido saluto festoso;”

“i nuovi arrivati gridavano: «Sodoma e Gomorra»; e gli altri: «Pasifae entra nella vacca di legno, perché il toro corra a soddisfare la sua lussuria».”

“Io…
iniziai: «O anime certe di ottenere, quando sarà, la pace eterna,”

“ditemi, affinché io ne scriva una volta tornato nel mondo, chi siete voi, e chi è quella schiera che se ne va dietro le vostre spalle.”

“La schiera che non viene con noi commise lo stesso peccato (sodomia) per cui Cesare, durante il trionfo, si sentì rivolgere l’appellativo di ‘Regina’:[1]per questo se ne vanno gridando ‘Sodoma’, rimproverando se stesse come hai sentito, e accrescono la pena del fuoco con la vergogna.”

“Il nostro peccato, invece, fu eterosessuale (ermafrodito); ma poiché non osservammo la legge umana, seguendo come bestie l’appetito dei sensi, per nostra vergogna quando ci separiamo gridiamo il nome di colei (Pasifae) che divenne una bestia nella falsa vacca di legno.
Ora conosci il nostro comportamento e di cosa fummo colpevoli:”

“Esaudirò il tuo desiderio solo riguardo a me stesso: sono Guido Guinizelli, e sconto già qui la pena per essermi pentito prima della fine della mia vita.”

“quando udii presentarsi il padre mio e degli altri poeti migliori di me che mai scrissero versi d’amore dolci e leggiadri;”

“Dopo che fui soddisfatto di averlo osservato, mi offrii tutto pronto al suo servizio, con un giuramento che spinge le persone a credere alle parole.”

“Disse: «O fratello, costui che ti indico col dito», e mostrò uno spirito davanti a lui, «fu il migliore artefice del suo volgare materno.
Superò tutti nel campo della poesia amorosa occitanica e nella letteratura narrativa oitanica; e lascia parlare gli stolti, che credono sia superato dal Limosino (Giraut de Bornelh).[2]”

“Ora, se tu hai l’eccezionale privilegio di poter andare nel chiostro (Paradiso) dove Cristo è l’abate del collegio,”

“recita davanti a lui per me un ‘Pater noster’, almeno per quanto è necessario a noi in Purgatorio, dove non abbiamo più il potere di peccare”.

“Io mi avvicinai un poco allo spirito che aveva indicato prima, e dissi che il mio desiderio preparava una gradita accoglienza al suo nome (volevo sapere chi fosse).
Lui cominciò volentieri a dire: «La vostra cortese domanda mi piace a tal punto, che non posso né voglio nascondere la mia identità.
Io sono Arnaut,[3] che piango e vado cantando; preoccupato guardo la mia passata follia d’amore, e vedo gioioso la gioia, che spero, davanti a me.
Ora vi prego, per quella virtù che vi guida alla sommità di questa scala, di rammentarvi al momento opportuno del mio dolore!»
Poi si nascose nel fuoco che li purifica.”
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[1] Sarebbe interessante studiare i rapporti tra il genio, l’orgoglio e l’unisessualità. Aggiunta di Project: – Tutti i nemici di Cesare gli rinfacciarono di essersi concesso quando era ancora un giovane ufficiale a Nicomede IV Filopatore, re di Bitinia. « Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem: ecce Caesar nunc triumphat qui subegit Gallias, Nicomedes non triumphat qui subegit Caesarem »(Svetonio, Vita di Cesare.) [« Cesare ha sottomesso le Gallie, ma Nicomede ha messo sotto lui. Oggi trionfa Cesare che le Gallie ha sottomesso, non trionfa Nicomede che ha messo sotto lui. »]
[2] Nota di Project: – Giraldo di Bornello (… – 1220), originario della zona di Limoges (Dante lo chiama Limosino).
[3] Nota di Project: – Arnaldo Daniello (1150-1210).

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UNIVERSALITA’ DELL’OMOSESSUALITA’, CONTESTI STORICI E LEGALI

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi, dedicato all’universalità dell’omosessualità, contiene diversi elementi di interesse: dai riferimenti storici legati ai culti Moabitici, alle citazioni di poeti persiani, alle puntualizzazioni sugli atteggiamenti dei Greci e dei Romani nei confronti dell’omosessualità, a qualche riflessione sul Labouchère Ammendement, cioè sulle norme violentemente omofobe introdotte nella Legge criminale inglese nel 1885, quelle, per intenderci, che consentirono la condanna di Oscar Wilde.

Raffalovicih quando si riferisce al Labouchère Ammendement, lo fa dando per scontato che il lettore sappia di che cosa si tratta e certo era così nel 1896 ma non è più così oggi. Occorre dunque qualche precisazione in proposito.

Raffalovich si riferisce alla Sezione seconda dell’Atto di emendamento alla Legge criminale del 1885, il cosiddetto Labouchère Ammendement, dal nome del membro della Camera dei comuni che ne ottenne l’approvazione. Nel 1885, Labouchère presentò il suo testo come aggiunta dell’ultimo momento a un disegno di legge parlamentare che non aveva niente a che fare con l’omosessualità. Il suo emendamento rappresenta la peggiore espressione legale dell’omofobia dell’età vittoriana. Dieci anni dopo, l’emendamento Labouchère consentirà la condanna di Oscar Wilde a due anni di reclusione con lavori forzati, il massimo della pena. Labouchère si rammaricò per la mitezza della condanna di Wilde, e affermò che avrebbe preferito una condanna a sette anni, secondo la sua proposta inziale, che prevedeva un massimo della pena non di due ma di sette anni.

Riporto qui di seguito il testo dell’emendamento.

“Section II of the Criminal Law Ammendment Act, 1885
Any male person who, in public or private, commits, or is a party to the commission of, or procures, or attempts to procure the commission by any male person of, any act of gross indecency shall be guilty of misdemeanour, and being convicted shall be liable at the discretion of the Court to be imprisoned for any term not exceeding two years, with or without hard labour.”

“Sezione seconda dell’Emendamento alla Legge criminale, 1885
Qualsiasi persona di sesso maschile che, in pubblico o in privato, commetta o prenda parte alla commissione, o procuri, o tenti di procurare la commissione da parte di qualsiasi persona di sesso maschile, di un qualsiasi atto di grave indecenza sarà ritenuta colpevole di comportamento immorale e, condannata, sarà passibile, a discrezione della corte, di essere imprigionata per un periodo non eccedente i due anni, con o senza lavori forzati.”

Come si vede, la norma, che punisce solo l’omosessualità maschile e non quella femminile, criminalizza qualsiasi comportamento omosessuale, anche in privato, e qualsiasi forma di partecipazione, diretta o indiretta, anche solo tentata, a qualsiasi comportamento omosessuale. Si tratta di una legge che legittima i comportamenti persecutori nei confronti degli omosessuali.

Nella Relazione sul primo Codice penale per il Regno d’Italia [1887], Titolo VIII “Delitti contro il buon costume e l’ordine delle famiglie”, Zanardelli scriveva:

“Nel determinare i fatti da comprendersi nel presente Titolo, il Progetto attuale, in conformità ai precedenti, si ispira a questo concetto fondamentale che, se occorre da un lato reprimere severamente i fatti dai quali può derivare alle famiglie un danno evidente ed apprezzabile o che sono contrarii alla pubblica decenza, d’altra parte occorre altresì che il legislatore non invada il campo della morale. In conseguenza, le sanzioni penali del Progetto non colpiscono tutti indistintamente i fatti che offendono il buon costume e l’ordine delle famiglie, ma quelli soltanto che si estrinsecano coi caratteri della violenza, dell’ingiuria, della frode o dello scandalo, la repressione dei quali è più vivamente reclamata nell’interesse sociale. Quindi non sono incriminate le azioni che non hanno quei caratteri, e l’indagine delle quali farebbe trascendere oltre i suoi giusti confini l’opera legislativa.”

Il confronto tra il Labouchère Ammendement e il Codice Penale Zanardelli, che non prevede mai l’omosessualità né come reato né come aggravante di altri reati, è tanto eloquente da non richiedere commento.

Lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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Universalità dell’unisessualità

Non si può più negare l’universalità dell’unisessualità nel tempo e nello spazio; non se ne può più parlare come di un tipo di dissolutezza che viene dall’Armenia (Tarnowsky) e che è stato posi messo in pratica in tutta l’Asia, e da lì adottato in Grecia, e così via. Si è abusato troppo di tutti gli errori (errori un po’ voluti) ripetendo che le crociate avevano insegnato le cattive abitudini dei Saraceni agli Europei, che Roberto di Normandia aveva introdotto in questo modo i vizi che riempivano i sui domini, che da lì avevano passato il mare ed erano sbarcati in Inghilterra. Vent’anni prima di andare alla crociate Roberto era già riconosciuto unisessuale. Gli antichi Germani, i Celti, i Galli conoscevano l’unisessualità e la praticavano …

Prima di elencare numerosi popoli presso i quali l’inversione congenita o acquisita così come i vizi unisessuali furono realtà indigene, devo dire che questa enumerazione [1] è fatta qui solo per ricordare l’inutilità di tante spiegazioni, di tante declamazioni, ma non ha alcuna intenzione dissacratoria o scettica. Se si provasse che la prostituzione femminile è esistita in tutti i popoli della terra, la prostituzione non ci guadagnerebbe nulla, e questo non toccherebbe in nulla il modo di considerare le unioni di uomini liberi e di donne decenti; solo che non si potrebbe più dire che la prostituzione è stata insegnata da un popolo all’altro, e che è contro natura perché non ha come scopo la procreazione di figli.

Lecky, uno storico serio, ha detto che la prostituta è la sacerdotessa dell’amore coniugale e fecondo, perché senza di lei la donna virtuosa non potrebbe arrischiarsi ad uscire senza percolo. Da questo punto di vista (pienamente adeguato a un “razionalista”) la prostituta sporca e sterile sarebbe altrettanto necessaria alla purezza del focolare domestico quando in apparenza ne apparirebbe nemica.

Io cito soprattutto questa teoria di un uomo rispettato in Inghilterra e che si è dovuto considerare audace e coraggioso, per così dire, per fare risaltare la sua mancanza di audacia, di coraggio e di larghezza di vedute, quando ha dovuto occuparsi di unisessualità. In Inghilterra, quando non si vogliono spaventare le persone che si temono, oppure quando non si vuole ostentare eccessivo pudore, si ha l’abitudine di confondere la sodomia (soprattutto quella con persone molto giovani) con l’unisessualità, e così si può in tutta sicurezza attaccare il vizio contro natura così come esso merita. Solo che in questo modo si svia l’opinione pubblica, le si fa credere che Platone e gli altri grandi Greci si occupavano esclusivamente di rendere poetico il desiderio dell’ano.

Se Lecky, per esempio, se ne fosse preoccupato, avrebbe potuto dire che l’unisessualità non è più contraria alla conservazione della razza di quanto non le è contraria la prostituzione, e che i bambini che non nascono (qualsiasi ne sia la ragione) contribuiscono in modo altrettanto sostanziale al benessere dell’umanità di quelli che nascono.

Il vizio unisessuale, dice Chevalier “si trova fin al principio, come si trova oggi, presso i popoli selvaggi, nelle nature più incolte e più primitive: dovunque con le medesime credenze” (o con le credenze più opposte) “gli uomini sono arrivati a risultati identici. In fatto di vizi, non hanno avuto bisogno di alcun insegnamento, la contaminazione non è stata necessaria, perché la radice del male stava negli individui stessi.”

Per quanto indietro risaliamo, troveremo l’unisessualità: si presenta comunque una difficoltà dalla quale non ci si può liberare. Si tratta sempre di sodomia o di altre forme di unisessualità? È certo che i documenti più antichi si occupano soprattutto di prostituzione maschile, di corruzione sodomitica, ma non se ne può concludere che la sodomia fosse l’unica forma di unisessualità o la forma preponderante. Gli altri che parlano dell’unisessualità di quel tempo, ne parlano come moralisti, come giudici, e severamente, o perché si occupano solo di giudicare i vizi, o perché in queste epoche antiche non si trattavano molto seriamente le soddisfazioni sessuali che non portavano a conseguenze. Non si capisce affatto perché Erodoto o gli altri avrebbero dovuto credere necessario o importante parlare di masturbazione o di onanismo o di carezze limitate.

Nel medioevo c’erano delle mezze-vergini, ma la donna deflorata era considerata come quella veramente colpevole. E così, nelle epoche antiche la sodomia anale (o orale) richiamava naturalmente più attenzione, più severità, soprattutto quando la si ritrovava consacrata, onorata, praticata quasi religiosamente.

“Il culto di Baal o di Baal-Phégor, che si praticava in luoghi elevati e contro il quale Mosè con tutti gli altri legislatori del popolo ebraico lanciò maledizioni veramente terribili, non era altro che la prostituzione maschile messa sotto la protezione della divinità. I sacerdoti legati ai templi erano ragazzi giovani senza barba, che avevano il corpo depilato, unto di oli profumati, e si prostituivano in nome del dio dei Madianiti. La Vulgata li chiama effeminati, il testo ebraico li chiama kedeschim cioè consacrati. Il culto di Moloch, dio dei Moabiti, non era meno osceno.” (Chevalier)

Malgrado le maledizioni “la prostituzione cinedica era ben lontana dall’essere rara tra gli Ebrei.“[2] Rinvio a Chevalier e alla sua Bibbia dei poveri. In Fenicia, a Cipro, “dei sacerdoti pederasti erano legati ai templi”. Si può trovare in Krafft-Ebing uno studio della malattia degli Sciti che avevano saccheggiato il tempio di Ascalona. Venere si vendicava femminilizzando certi uomini che servivano poi come prostituti sacri. Tra i Messicani c’è una situazione simile che colpisce: i Mujérados.

L’unisessualità si trova in California, in Nicaragua, in Perù, in Madagascar, presso gli Esquimesi (si consulti l’opera monumentale di H. Bancroft sulle razze indigene d’America).

“Insomma, dice Chevalier, se ci si chiede quali siano le cause tra i popoli primitivi le si trova tanto nel loro semplice stato di natura che nel loro culto mostruoso.”[3]
Si troverà che presso i popoli ci sarà meno sodomia santificata, meno prostituzione sacra, man mano che la dissolutezza o la lussuria perderanno la sanzione religiosa, ma non ci sarà meno unisessualità. La natura non perdei suoi diritti perché non vengono glorificati nei templi gli atti di Priapo.”

Vorrei che l’universalità dell’unisessualità fosse riconosciuta definitivamente e documentata in modo che uomini distinti come Mohl o Chevalier non dicessero più che “secondo i Francesi, Caterina dei Medici introdusse l’unisessualità in Francia” (Mohl) o che l’unisessualità “può rapidamente raggiungere uno sviluppo eccessivo” (Chevalier), perché essi danno un’impressione sbagliata. Si ha il diritto di dire che la Grecia intellettuale riconobbe ufficialmente l’importanza dell’unisessualità, o che l’influenza dei costumi italiani introdotti con Caterina dei Medici fece parlare e scrivere di unisessualità, ma l’unisessualità non è come il telefono: non si può parlare di introduzione dell’unisessualità.

Quello che veramente si sviluppa è la prostituzione pederastica, il ricatto, ma non l’unisessualità perché la si ritrova fin dalla origini della sessualità. Ogni secolo, senza eccezione, parla di aumento dell’unisessualità semplicemente perché non c’è accordo tra la verità e le convenzioni che la negano.

Cartagine, Roma, la Grecia, le lascio quasi da parte. L’unisessualità dell’Africa, la dissolutezza unisessuale di Cartagine, sono ben note. Si sa che a Roma la prostituzione maschile era quasi altrettanto generalizzata e altrettanto ardente della prostituzione femminile. Rinvio il lettore francese a Chevalier. Tutta questa sezione del suo libro è eccellente. La Grecia richiede uno studio speciale se non si vogliono ripetere sempre le stesse citazioni.

L’unisessualità romana e l’unisessualità greca devono comunque essere differenziate perché erano molto diverse:

“La legge romana, in effetti, permetteva questa prostituzione solo con gli schiavi, gli affrancati e gli stranieri. Gli uomini liberi, onesti, non potevano sottomettersi ad essa.”

“I primi si vendevano a loro piacimento, i secondo compravano. La legge non interveniva che tra uomini liberi. Un attentato fatto alla libertà di un cittadino, un oltraggio fatto al carattere o alla persona di un uomo onesto era punito con la morte. Solo al tempo della seconda guerra punica fu promulgata dal Senato una legge contro i pederasti, a proposito di un certo C. Scantinius, accusato di attentato al figlio del patrizio C. Metello. Fu la legge Scantinia o Scatinia. Ma essa riguardava solo gli attentati contro uomini liberi.”

La Grecia invece disprezzava i rapporti con gli schiavi, i rapporti mercenari, tutti i rapporti che non possono nobilitare né l’uno né l’altro e cercava di innalzare l’uomo del fango del piacere facile, venale, e della prostituzione… Ho detto che quello che si chiama amor greco è l’amore turco; bisogna aggiungere che l’amore unisessuale della maggior parte dei libri di medicina è l’amore romano.

Ancora oggi questi due punti di vista persistono e la maggior parte di coloro che si occupano di inversione sono esitanti. Gli uranisti o coloro che vengono in loro aiuto sembrano tendere all’idea romana e desiderano rimuovere tutte le violente restrizioni che rendono così pericolosi i rapporti tra l’uranista e colui che egli incontra e che egli paga. Gli altri al contrario si impegnano nel liberare l’ideale greco da tutto il fango e da tutta la sporcizia delle passioni fisiche, dei legami passeggeri. L’errore di ciascuna delle due parti salta agli occhi di un uomo senza pregiudizi e senza risentimenti.

Un ideale greco che desse all’amicizia tutto quello che è tipico dell’amore salvo la base fisica, snaturerebbe l’amicizia, la danneggerebbe, le renderebbe un pessimo servizio.

Platone vuole innalzare l’amore fino ad un’amicizia completa; non vuole dare all’amicizia i parossismi dell’amore: sarebbe una sciocchezza e un’azione tanto cattiva quanto irragionevole. Tutti i moderni che hanno voluto spiegare Platone in questo senso commettono lo stesso errore morale e psicologico. L’amicizia può qualche volta (come quella di Michelet e Pionsot) in anime pure e che desiderano il bene (per questo bisogna che un’anima almeno sia pura e che l’altra apprezzi la purezza) rassomigliare a uno degli stadi di Platone, ma la sua origine è diversa: è lo spirito che risplende sia nell’uno che nell’altro caso, ma nell’amicizia il corpo non è stato conquistato perché non era da conquistare, mentre nel caso dell’amor platonico il corpo è stato sottomesso, trasfigurato.

Ed è per questo che l’amicizia rende felici in modo più dolce dell’amore platonico ma in modo meno esclusivo. Bisogna ricordarsi questa differenza e questa somiglianza.

La libertà romana, il potere di aver rapporti con la gente del popolo, senza temere le minacce di ricatto, appartengono ad aspirazioni totalmente diverse.

Il sistema odierno è iniquo, non c’è nulla che si possa dire in suo favore: conduce spesso al suicidio, anche all’assassinio, al furto, al ricatto, all’impunità, ma non diminuisce affatto gli atti sessuali tra uomini di classi diverse. L’esercito contiene ovunque migliaia di uomini che si prestano e si vendono e che, si dice, di regola non inducono al ricatto.

Gli uranisti sono molto interessati all’abolizione delle leggi contro di loro, quando non c’è né abuso di fiducia, né traviamento di minori, né violenza, né sodomia anale. Krafft-Ebing è a loro favore: e col tempo le loro legittime rivendicazioni dovranno essere riconosciute. L’Inghilterra, dieci anni fa, fece un passo all’indietro, rendendo tutti gli atti unisessuali, compiuti da chiunque e con chiunque, dovunque e in qualsiasi modo, dei delitti.[4] Questa cattiva azione, dovuta a un membro scettico e abusato, ha aumentato i ricatti e non ha diminuito e non diminuirà in alcun modo l’unisessualità inglese. L’Inghilterra non ha cambiato costumi, ci sono solo più mascalzoni e più disgraziati.

Ci vuole, lo confesso, molta imparzialità per non rivoltarsi contro gli invertiti che reclamano in modo impudente la libertà sessuale, e anche contro gli eterosessuali e contro gli ipocriti o contro i paurosi che chiudono loro la strada dell’equità e dell’onorabilità, ma che consentono loro tutti i vizi unisessuali, ammesso che essi non ne parlino e ammesso soprattutto che siano ricchi o di alto rango.
Si ha il cuore pieno di disgusto quando si vede l’impunità di tanti grandi personaggi e la rovina di tanti piccoli cittadini.

Quanto all’impudenza degli invertiti che reclamano la soddisfazione (senza paura del disonore) dei loro istinti naturali, per sostenerla o piuttosto perché sia presa in considerazione, bisogna ricordarsi che se la prostituzione femminile diventasse pericolosa, la strada eterosessuale non avrebbe niente di più elevato, nulla che facesse appello all’immaginazione. Si sarebbe tentati di dire: Eh! È giusto! Questo vi insegnerà a moderarvi. Ma non sarebbe altro che una sparata ingiusta di un altezzoso, o di un duro o di un settario…

Quanto all’Oriente, non c’è che l’imbarazzo della scelta se si cercano esempi di unisessualità [5]

In Cina c’è più pederastia che in tutti gli altri paesi ma è possibile che lì non ci sia più l’unisessualità nel senso dell’uranismo. Come in tutti i paesi in cui la sodomia è praticata apertamente, lì si allevano dei bambini destinati a subirla; la sodomia passiva diventa un’industria paragonabile alla prostituzione femminile; ma la sodomia non è lo scopo degli unisessuali, degli uranisti, e in questi paesi, tra colui che ricerca i ragazzi impuberi, colui che cerca i puberi, i giovani uomini o gli uomini fatti, ci devono essere le stesse differenze che ci sono in Europa, con questa specificazione che non bisogna dimenticare: che la sodomia lì è praticata molto di più, essendo un fatto abitudinario e non comportando come qui uno stupro. Comunque, se si leggono le letterature orientali, si riconosce subito che lì la pederastia, la sodomia, non soddisfano le anime fiere e delicate più di quanto la fornicazione con delle ragazze giovani non soddisfi queste stesse anime in Europa.
Ci sono dei romanzi d’amore cinesi senza eroina, e per un romanzo d’amore è richiesta la possibilità di un sentimento reciproco, cioè c’è bisogno di qualcosa di diverso dal libertinaggio. Sfortunatamente i romanzi cinesi sono ancora poco accessibili.

Ma la letteratura persiana a turca ci informa in modo sufficiente e ci insegna che l’unisessualità e l’uranismo di Sai, di Hafiz, di Ruscheni, di Jami, non era affatto vizio o libertinaggio.

Non contenti di sollevarsi fino al platonismo più intenso, fino al lirismo più autentico, questa poesia ci mostra l’amore unisessuale al suo apogeo, negli uomini elevati o delicati.

Goethe ne ha tratto ispirazione e ha reso omaggio alla delicatezza di questi poeti, e col suo tatto di critico e di poeta, ha colto l’elemento grazioso e innocente: la devozione del ragazzo giovane per il poeta, sentimento che gli Orientali hanno spesso espresso.

L’uranista, i filosofo sensuale, non hanno aggiunto nulla ai costumi unisessuali dell’Oriente, questo è un punto sul quale gli avvocati dell’abolizione delle restrizioni unisessuali tra uomini liberi dovrebbero riflettere. La continenza è stata resa più difficile per loro dal fatto che essi hanno imparato con più difficoltà e più amarezza a innalzarsi al di sopra di se stessi. I grandi uomini come Michelangelo o come questi saggi uomini dell’Oriente devono soffrire di più nelle epoche in cui la lussuria che li tenta è permessa, perché la loro grandezza impedisce loro di voler essere come la truppa vile dei sensuali, ed essi si forgiano degli ideali che li fanno soffrire amaramente.

Jami racconta la storia di un giovane uomo che egli colloca tra i martiri dell’amore. Questo giovane uomo ogni giorno veniva a porre nella mano di un bel ragazzo che stava per essere venduto una borsa piena d’oro; ma lui non aveva abbastanza denaro per acquistarlo. Il mercante, colpito, condusse il giovane schiavo dal giovane uomo e con un banale pretesto inventato dal suo buon cuore lo pregò di ospitarlo durante la notte. Il giovane uomo, lasciato solo col suo idolo gli prodigò le più tenere carezze e ne ricevette tutte le prove innocenti di affetto e di docilità: ma invece di provvedere ad atti di sesso, abbracciò quella testa affascinante morì d’amore piuttosto che violare la castità.

Ateneo racconta l’aneddoto di un uomo che seguì dappertutto un bel ragazzo effeminato. Quello, infastidito, gli propose di togliersi la fantasia, di andare con lui e di non seguirlo più passo passo. L’uomo si arrabbiò e domandò al giovane carino come osasse rivolgergli la parola. E finì col dire: “Io desidero solo guardarti, ammirarti e questo è tutto.”

Molti uomini che l’impedimento della legge che essi biasimano eccita alla lussuria e all’impudenza, possono diventare padroni di se stessi.

Per l’India, il Giappone, il Tonchino, la Birmania, l’Oceania, rinvio di nuovo il lettore francese a Chevalier.

In una parola, non c’è una razza o un’epoca che non abbia praticato l’unisessualità molto più di quanto non lo abbia scritto nella prosa corrente.

Ne derivano molte conclusioni la cui importanza non sfuggirà a nessuno.

La prima è che un gran numero di uomini superiori, molte delle più grandi figure della storia, hanno presentato quello che io preferisco chiamare unisessualità ma che M. Chevalier chiama ancora anomalia contro natura, stereotipo che andrebbe distrutto in nome della stessa natura, “senza che essa sembri aver nuociuto alle loro brillanti qualità o aver indebolito il loro genio. I casi do Cesare, di Leone X, di Federico II, di Cambacérès e di altri[6] ne sono la prova. Così si trovano confermati i versi di Dante, che nel canto XV dell’Inferno[7] fa notare la grande intelligenza di certi uomini dai gusti unisessuali.”[8]

Nulla prova d’altra parte che il vizio sia ai giorni nostri più diffuso che in altri tempi. Malgrado la licenza dei costumi nei grandi centri della popolazione, la nostra società moderna, come sottolineato da M. Lacassagne, dovrebbe darsi da fare molto per arrivare al gradi di depravazione della società greche o romane.[9]

“Vediamo in conclusione che “l’unisessualità” si riscontra in tutti i tempi e in tutti i luoghi, in ogni epoca storica come sotto ogni latitudine, in tutte le società, qualsiasi sia il tipo etnico, la religione o la morale. Essa non si lascia né monopolizzare né circoscrivere. È quindi impossibile considerarla, come qualcuno vorrebbe, il prodotto di una civiltà avanzata, una invenzione cosciente delle razze superiori. L’umanità, in fatto di vizio o di morale, non inventa e non perfeziona nulla. Fin dall’inizio essa dà all’istinto sessuale tutte le sensazioni naturali o artificiali possibili, e fin dall’età delle caverne, non rimaneva altro da immaginare. Le società muoiono, le religioni spariscono, le condizioni sociali cambiano, solo la “viziosità originale”, la sessualità unisessuale e eterosessuale ) dell’uomo sussiste, sempre e dovunque identica a se stessa.” (Chevalier)
__________

[1] Non pretende certo di essere completa.
[2] Gli Irlandesi, come gli Ebrei, hanno fama di castità, ma sono loro che hanno prodotto gli scandali di Oscar Wilde, di Dublin, di M. de Cobain, del vescovo di Clogher, dal caso Walpole, che sono comparsi nel caso di lord Audley…
[3] Si veda: Une maladie de la personannlité , L’Inversion sexualle (Psychophysiologie – Socilogie –Tératologie – Aliénazion mentale – Anthropologie – Médecine judiciaire) del dott. J. Chevalier – Lyon, Storck. 1893.
[4] Nota di Project: – Raffalovich si riferisce alla Sezione seconda dell’Atto di emendamento alla Legge criminale del 1885, il cosiddetto Labouchère Ammendement, dal nome del membro della Camera dei comuni che ne ottenne l’approvazione. Nel 1885, Labouchère presentò il suo testo come aggiunta dell’ultimo momento a un disegno di legge parlamentare che non aveva niente a che fare con l’omosessualità. Il suo emendamento rappresenta la peggiore espressione legale dell’omofobia dell’età vittoriana. Dieci anni dopo, l’emendamento Labouchère consentirà la condanna di Oscar Wilde a due anni di reclusione con lavori forzati, il massimo della pena. Labouchère si rammaricò per la mitezza della condanna di Wilde, e affermò che avrebbe preferito una condanna a sette anni, secondo la sua proposta iniziale, che prevedeva un massimo della pena non di due ma di sette anni.
Riporto qui di seguito il testo dell’emendamento.
“Section II of the Criminal Law Ammendment Act, 1885
Any male person who, in public or private, commits, or is a party to the commission of, or procures, or attempts to procure the commission by any male person of, any act of gross indecency shall be guilty of misdemeanour, and being convicted shall be liable at the discretion of the Court to be imprisoned for any term not exceeding two years, with or without hard labour.”
Sezione seconda dell’Emendamento alla Legge criminale, 1885
Qualsiasi persona di sesso maschile che, in pubblico o in privato, commetta o prenda parte alla commissione di, o procuri, o tenti di procurare la commissione da parte di qualsiasi persona di sesso maschile, un qualsiasi atto di grave indecenza sarà ritenuta colpevole di comportamento immorale e, condannata, sarà passibile, a discrezione della corte, di essere imprigionata per un periodo non eccedente i due anni, con o senza lavori forzati.”
Come si vede, la norma, che punisce solo l’omosessualità maschile e non quella femminile, criminalizza qualsiasi comportamento omosessuale, anche in privato, e qualsiasi forma di partecipazione, diretta, indiretta, anche solo tentata a qualsiasi comportamento omosessuale. Si tratta di una legge che legittimava qualsiasi comportamento persecutorio nei confronti degli omosessuali.
Nella Relazione sul primo Codice penale per il Regno d’Italia [1887], Titolo VIII “Delitti contro il buon costume e l’ordine delle famiglie”, Zanardelli scriveva: “Nel determinare i fatti da comprendersi nel presente Titolo, il Progetto attuale, in conformità ai precedenti, si ispira a questo concetto fondamentale che, se occorre da un lato reprimere severamente i fatti dai quali può derivare alle famiglie un danno evidente ed apprezzabile o che sono contrarii alla pubblica decenza, d’altra parte occorre altresì che il legislatore non invada il campo della morale. In conseguenza, le sanzioni penali del Progetto non colpiscono tutti indistintamente i fatti che offendono il buon costume e l’ordine delle famiglie, ma quelli soltanto che si estrinsecano coi caratteri della violenza, dell’ingiuria, della frode o dello scandalo, la repressione dei quali è più vivamente reclamata nell’interesse sociale. Quindi non sono incriminate le azioni che non hanno quei caratteri, e l’indagine delle quali farebbe trascendere oltre i suoi giusti confini l’opera legislativa.”
Il confronto tra il Labouchère Ammendement e il Codice Penale Zanardelli, che non prevede mai l’omosessualità né come reato né come aggravante di altri reati, è tanto eloquente da non richiedere commento.
[5] Al tempo di Costantino, esistevano a Costantinopoli delle case di prostituzione maschile.
Sotto Bajazet Ier (1389-1403) i Turchi amavano molto le pagine cristiane. I Greci, i Bulgari, gli Ungari. Ancora oggi i giovani cristiano sono lì favoriti.
[6] Alessandro il Grande, Socrate, Platone, Sofocle, Pindaro, Fidia, Epaminonda, Virgilio, il gran Condé, il principe Eugenio, William gi Inghilterra, Michelangelo, Winckelmann, August von Platen, non guastano questa lista.
[7] Dante colloca gli unisessuali poeti nel Purgatorio.
[8] Antifisici, dice M. Chevalier.
[9] Malgrado tutto il rispetto dovuto sempre a M. Lacassagne, è spesso difficile credere a una minore depravazione nel XVIII o nel XIX secolo rispetto ad altri periodi.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=5821

KAVAFIS: L’AMORE OMOSESSUALE SENZA ANGOSCIA

Erano i primi giorni di Aprile del 1984, avevo letto sui giornali che a Palazzo Venezia era aperta una mostra su Kavafis, decisi di andare a vederla. Era una giornata piovosa di inizio primavera, entrai a Palazzo Venezia ma non vidi la folla tipica delle grandi occasioni. Davanti a me una coppia di mezza età, lui col classico paltò blu delle grandi occasioni e lei in pelliccia. Entrarono subito prima di me. Ci trovammo in tre nella prima sala, c’eravamo solo noi.

La mostra non era molto appariscente, vecchie foto, testi originali in greco moderno e poco altro. I due fecero un rapido giro della sala, evidentemente non sapevano chi fosse Kavafis. Dopo una decina di minuti se ne andarono e per qualche minuto rimasi completamente solo negli ambienti della mostra.

Poi entrò un ragazzo alto, dinoccolato, il classico ragazzo che passa le giornate a scavare nelle librerie (allora non esisteva internet), lui sapeva certamente chi era Kavafis. Cominciò a scorrere le vetrine leggendo tutte le didascalie.

Poi, dopo quasi venti minuti, entrarono due ragazzi, non un ragazzo e una ragazza, proprio due ragazzi, e anche loro cominciarono a leggere tutto. Ogni tanto commentavano tra loro ma voce bassissima.

Quei ragazzi erano i gay invisibili degli anni ’80, che si erano fatti coraggio per andare a vedere una mostra dedicata ad un uomo considerato un’icona del mondo gay. E, a quell’epoca, ben pochi ragazzi andavano in libreria a cercare le poesie di Kavafis.

Quanto a me, comprai il catalogo della mostra, che conservo ancora. La mostra del 1984 fu la spinta che mi portò a leggere tutte le poesie di Kavafis, che non avevo mai letto integralmente. Ricordo che ne rimasi stupito. Un poeta greco nato nel 1863 e che era vissuto ad Alessandria d’Egitto aveva scritto alcune tra le più belle poesie di argomento omosessuale che io avessi mai letto.

Molto è stato scritto su Kavafis, che è stato indubbiamente uno dei più grandi poeti del 900. Non voglio affrontare qui discorsi di letteratura sui quali mi sento del tutto impreparato. Mi limiterò a dire la mia, da gay, su Kavafis, che non si vergognò certo della sua omosessualità.

È vero che morì il giorno stesso del suo settantesimo compleanno, per una recidiva di un tumore alla gola, dopo aver ricevuto il giorno prima la comunione dal Patriarca ortodosso di Alessandria, ma la sua attività poetica, in pratica fino agli ultimi giorni della vita, non rinnegò mai il senso e direi il valore della sua omosessualità.

L’attività poetica di Kavafis comincia a quarant’anni e si estende per un trentennio, nella sua poesia l’omosessualità ha una dimensione classica, serena, non turbata da conflitti di coscienza. Sembra talvolta, e non solo per certe ambientazioni, di avere a che fare con un autore dell’Antologia Palatina, e quando si leggono poesie ambientate negli ultimi anni dell’Ottocento o nei primi decenni del Novecento si ha l’impressione che quei tempi non siano poi così lontani e che forse siano stati anche migliori dei nostri. Kavafis è un greco e ha tutti i caratteri della classicità, compreso il paganesimo. Per Kavafis, il desiderio deve essere realizzato per non rimanere pura potenzialità.

(Le citazioni sono tratte dal volume “Costantino Kavafis – Poesie”, a cura di Filippo Maria Pontani, Mondadori 1961)

BRAME
Corpi belli di morti, che vecchiezza non colse:
li chiusero, con lacrime, in mausolei preziosi,
con gelsomini ai piedi e al capo rose.
Tali sono le brame che trascorsero
inadempiute,
senza voluttuose
notti, senza mattini luminosi.

I vecchi che hanno sempre rinviato le scelte di fondo della vita non sono stati saggi ma sono stati ingannati dalla Saggezza e finiscono per immalinconirsi meditando sulle occasioni perdute, un autentico scherno al loro senno demente.

UN VECCHIO
Interno di caffè. Frastuono. A un tavolino
siede appartato un vecchio. È tutto chino,
con un giornale avanti a sé, nessuna compagnia.

E pensa, nella triste vecchiezza avvilita,
a quanto poco egli godé la vita
quando aveva bellezza, facondia, e vigoria.

Sa ch’è invecchiato molto: lo sente, lo vede.
Ma il tempo ch’era giovane lo crede
quasi ieri. Che spazio breve, che spazio breve.

Riflette. A come la Saggezza l’ha beffato.
Se n’era in tutto (che pazzia!) fidato:
“Domani. Hai tento tempo” – la bugiarda diceva.

Gioie sacrificate… ogni slancio represso…
Ricorda. Ogni occasione persa, adesso
suona come uno scherno al tuo senno demente.

Fra tante riflessioni, in tutta quella pioggia
di memorie, è stordito il vecchio. Appoggia
il capo al tavolino del caffè… s’addormenta.

È necessario fare le proprie scelte al tempo giusto, e farle con la consapevolezza che di ogni rifiuto, per quanto nobile possa sembrarci oggi, ci si potrà pentire in futuro, anche amaramente.

CHE FECE… IL GRAN RIFIUTO
Arriva per taluni un giorno, un’ora
in cui devono dire il grande Sì
o il grande No. Subito appare chi
ha pronto il Sì: lo dice e sale ancora

Nella propria certezza e nella stima.
Chi negò non si pente. Ancora No,
se richiesto, direbbe. Eppure il No,
il giusto No, per sempre lo rovina.

Da vecchi, non si deve essere saggi né desiderare o temere la morte ma; se non si è fatta in gioventù una scelta di rinuncia, si può ricordare la propria gioventù con le sue emozioni e i suoi piaceri, primo dei quali è il sesso vissuto senza angosce.

TORNA
Torna sovente e prendimi,
palpito amato, allora torna e prendimi,
che si ridesta viva la memoria
del corpo, e antiche brame trascorrono nel sangue,
allora che le lebbra ricordano, e le carni,
e nelle mani un senso tattile si raccende.

Torna sovente e prendimi, la notte,
allora che le labbra ricordano, e le carni…

Kavafis si fa un vanto di non avere rinunciato alla propria voluttà e di avere vissuto intensamente la propria giovinezza.

ANDAI
Non conobbi legami. Allo sbaraglio, andai.
A godimenti ora reali e ora
turbinanti nell’anima,
andai, dentro la notte illuminata.
M’abbeverai dei più gagliardi vini,
quali bevono i prodi del piacere.

I primi elementi della fascinazione fisica, un lampo di occhi azzurri e il ricordo di una pelle di gelsomino, rimontano per il poeta ai tempi della prima adolescenza.

LONTANO
Dire vorrei questo ricordo… Ma
s’è così spento… quasi nulla resta:
lontano, ai primi anni d’adolescenza, posa.

Pelle di gelsomino…
e la sera d’agosto (agosto fu?)…
Ormai ricordo appena gli occhi: azzurri, forse…
Oh, azzurri, sì! come zaffiro azzurri.

Anche nell’ispirazione classica, la bellezza resta un valore fondamentale. La morte, e in particolare la morte dei giovani, è vista senza angoscia, anche se la morte si porta via la bellezza di quei ragazzi.

TOMBA D’EURIONE
In questo monumento (una preziosa
opera, tutta marmo sienita)
di viole e di gigli ricoperto,
Eurione, il giovane bello, riposa.
Alessandrino, venticinque anni. Veniva, il padre,
da un’antica prosapia macedone, la madre
da una famiglia d’alabarchi. Ebbe cultura:
discepolo di Aristoclìto in filosofia,
e di Paro in retorica, studi Sacra Scrittura
a Tebe. Scrisse un’opera sul nomo Arsinoita
questa di lui ci resterà di certo.
Ma la cosa più rara è sparita:
la sua bellezza, un’apollinea epifania.

L’immagine di un bel ragazzo, fosse anche intravista di sfuggita, fosse anche breve come un lampo, produce in Kavafis un’emozione, un attimo di estasi.

SULLA SOGLIA DEL CAFFE’
Accanto, dissero qualcosa: attento
mi rivolsi alla soglia del caffè.
E vidi, allora, lo stupendo corpo,
dove di sé faceva maggior prova Amore:
vi plasmava gioioso acconce membra,
innalzava, scolpita, la persona,
con emozione vi plasmava il viso,
del suo tatto lasciando come un arcano senso
sula fronte, sugli occhi, sulla bocca.

Non serve a nulla fare buoni propositi per cercare di cambiar vita, la sessualità non è una scelta e ad essa non si può volontariamente rinunciare.

GIURA
Ad ogni poco giura di cominciare una vita migliore.
Ma quando viene, coi consigli suoi, la notte,
e coi suoi compromessi e le lusinghe,
ma quando viene, con la sua forza, la notte
(il corpo anela e cerca), a quell’eguale
fatale gioia, ancora perso, va.

Perfino i luoghi più volgari e sordidi s’illuminano dei una luce di bellezza se sono stati la scena di un rapporto amoroso, ma anche il semplice sesso, vissuto nella sua passionalità, è in fondo amore.

UNA NOTTE
Era volgare e squallida la stanza,
nascosta sull’equivoca taverna.
Dalla finestra si scorgeva il vicolo,
angusto e lercio. Di là sotto voci
salivano, frastuono d’operai
che giocavano a carte: erano allegri.

E là, sul vile, miserabile giaciglio,
ebbi il corpo d’amore, ebbi la bocca
voluttuosa, la rosata bocca
di tale ebbrezza, ch’io mi sento ancora,
mentre che scrivo (dopo sì gran tempo!),
nella casa solinga inebriare.

Il volto di un ragazzo che va bighellonando per via è per Kavafis un’immagine ipnotica di voluttà.

NELLA VIA
Il simpatico viso, un poco pallido.
Gli occhi castani sono come pésti.
Venticinque anni; ma ne mostra venti.
Ha nel vestire un non so che d’artistico – il colore,
forse, della cravatta, la foggia del colletto –
e vaga alla ventura nella vita,
ancora nell’ipnotico sonno di voluttà,
molto vietata voluttà goduta.

Con l’andare dell’età, il ricordo dell’erotismo non deve andare perduto ma deve essere conservato e coltivato perché è un valore:

QUANDO SI DESTANO
Di conservarle sfròzati, poeta,
anche se poche sono che s’arrestano,
le tue visioni erotiche.
Semicelate inducile nei versi.
Di possederle sfòrzati, poeta,
quando dentro la tua mente si destano,
la notte, o nell’avvampo del meriggio.

Basta un colore a risvegliare il tenero ricordo di un ragazzo amato per un mese e poi partito per lavoro. Un lampo del passato che non si spegne.

GRIGIO
Rimirando un opale a metà grigio,
mi risovvengo d’occhi belli e grigi
ch’io vidi (forse vent’anni fa)…
. . . . .
Pe un mese ci amammo.
Poi sparì, credo a Smirne,
a lavorare. E poi non ci vedemmo più.

Si saranno guastati gli occhi grigi
– Se vive – e il suo bel viso.
Serbali tu com’erano, memoria.
E più che puoi, memoria, di quell’amore mio
Recami ancora, più che puoi, stasera.

Il ricordo di un eros giovanile vissuto con trasporto, anche di quelli apparentemente destinati a non durare, ha qualcosa di eterno, di durevole, di nobile: è amore senza angoscia. Nell’abbandonarsi senza remore alla sensualità c’è qualcosa di sconvolgente che ancora a distanza di anni agita la mente.

DI SERA
Certo, durare non poteva a lungo. 
L’esperienza degli anni è maestra. Ma brusco,
troppo brusco l’arresto della Sorte.
Era la bella vita così corta!
Eppure, come forti gli aromi, e prodigioso
Il letto ove giacemmo, e a qual piacere 
cedemmo i nostri corpi.

Un’eco di giornate di piacere,
un’eco di giornate m’ha raggiunto,
la favilla di un rogo che ci riarse giovani.
Ho ripreso la lettera tra mano.
Ho letto, ancora, ancora. Sin che morì la luce.

Ed uscii sul balcone, malinconicamente,
per mutare pensieri,
mirando un po’ della città diletta, un poco
di moto della strada e dei negozi.

Gli amori molteplici e furtivi della giovinezza hanno nutrito gli occhi di immagini di bellezza, immagini che non si perdono.

COSI’ FISO MIRAI
La beltà così fiso mirai
che la vista n’è colma.

Linee del corpo. Labbra rosse. Voluttuose membra.
Capelli da un ellenico simulacro spiccati
e tutti belli, pur sì scarmigliati,
cadono appena sulla fronte bianca.
Volti d’amore, come li voleva
Il mio canto… incontrati nelle notti
Di giovinezza, nelle mie notti, ascosamente…

Avere incontrato per una volta gli occhi di un ragazzo, in gioventù, fa sorgere nel vecchio la malinconia di non trovarli più.

GIORNI DEL 1903
Non li ho trovati più – così presto perduti –
i poetici occhi, quel pallido
viso… nell’annottare della vita…

Non li ho trovati più – conquistati così,
per sorte, e li lasciai sì facilmente andare.
Poi li bramai con una febbre. Gli occhi
poetici, e quel viso pallido, e quelle labbra.
Non li ho trovati più.

Perfino l’incontro di due ragazzi che si scambiano uno sguardo davanti a una vetrina e poi se ne vanno via insieme è per Kavafis occasione di poesia, perché è in fondo una piccola storia d’amore.

LA VETRINA DEL TABACCAIO
Accanto alla vetrina tutta luce
del tabaccaio, stavano, tra molti.
Gli sguardi s’incontrarono, per sorte:
dissero la vietata bramosia della carne,
timidamente, dubitosamente.
Sul marciapiede, pochi passi d’ansia –
Sin che sorrisero, lieve accennarono…

Ed ecco, ormai, nella carrozza chiusa,
il sensuoso tatto delle membra, congiunte
mani, congiunte labbra.

Kavafis è fiero di aver vissuto una voluttà voluta e di aver profumato di gioia un mondo che naviga nell’abitudine.

VOLUTTA’
Di gioie mi profuma la vita la memoria
dell’ore che fu mia la voluttà che volli.
E di gioia profuma la vita mia lo schifo
d’ogni abitudinaria voluttà.

Il poeta ha vissuto una giovinezza felice perché ha vissuto amori ricambiati, ha visto negli occhi dei ragazzi il desiderio ardente.

RAMMENTA, CORPO…
Corpo, rammenta, e non soltanto come
amato fosti, i letti ove giacesti.
Ma quelle brame che riscintillavano
chiare, per te negli occhi,
nella voce tremavano – e furono vane per sorte.
Ora che tuto affonda nel passato,
pare che a quelle brame tu ti sia
abbandonato… come scintillavano
negli occhi fisi su di te, rammenta,
e nella voce come tremavano per te, rammenta, corpo.

Alessandrinamente, in una poesia che ha il sapore dell’Antologia Palatina, Kavafis parla a Marco del suo amato Lanis, che è morto ma è ancora vicino al suo compagno, e gli ricorda che Lanis non volle essere ritratto in alcuna posa, ma volle essere se stesso anche nel ritratto.

TOMBA DI LANIS
Marco, il giovane Lanis che amasti non è qui,
nella tomba ove rechi lacrime e a lungo sosti.
Il giovane che amasti l’hai più vicino a te
quando in casa ti chiudi e il suo ritratto miri,
quello che un poco serba di lui quant’ebbe pregio,
quello che un poco serba di lui quanto tu amavi.

Ricordi, Marco? Un giorno da casa del proconsole
tu conducesti il celebre pittore di Cirene:
e con quanta sottile abilità d’artista,
come vide l’amico tuo, voleva convincervi
che doveva dipingerlo proprio come Giacinto
(sarebbe divento più noto il suo ritratto).

Ma il tuo Lanis non dava a prestito così
la sua beltà. S’oppose risoluto, e gli disse
di non ritrarre punto né Giacinto Né altri,
ma il figlio di Ramètico, Lanis, alessandrino.

Il poeta è felice della sua giovinezza scioperata, ed è per questo che i suoi tentativi di vincersi e mutare modo di vivere sono stati tutti di breve periodo.

COMPRENSIONE
Anni di giovinezza, vita di voluttà…
Come ne scorgo chiaramente il senso.

Quanti rimorsi inutili, superflui…

Ma il senso mi sfuggiva, allora.

Nella mia giovinezza scioperata
Si formavano intenti di poesia,
si profilava l’àmbito dell’arte.

Perciò così precari i miei rimorsi!
E gli impegni di vincermi e mutare,
che duravano, al più, due settimane.

Kavafis descrive magistralmente l’ansia del contatto fisico e la sua realizzazione tra due ragazzi, persi nell’ombra di una taverna, il momento in cui si abbandona ogni cautela e i desideri della carne hanno libero sfogo. Il ricordo di quei momenti torna alla mente molti anni dopo per rimanere, per alimentare la memoria di una giovinezza libera e sfrenata.

PER RIMANERE
Forse l’una di notte,
l’una e mezza.

Un cantuccio di taverna
Di là del legno di tramezzo.
Nel locale deserto noi due, soli
Lo rischiarava appena la lampada a petrolio.
E, stranito dal sonno, il cameriere, sulla porta, dormiva.

Nessun occhio su noi. Ma sì riarsi
Già ci aveva la brama,
che divenimmo ignari di cautele.

A mezzo si dischiusero le vesti,
scarse (luglio flagrava).

O fruire di carni
fra semiaperte vesti, celere
denudare di carni… il tuo fantasma
ventisei anni ha valicato. E giunge,
ora, per rimanere, in questi versi.

Il ricordo dei caldi pomeriggi passati a far l’amore si ravviva anche solo alla vista dei luoghi ove gli incontri d’amore avvenivano, non senza una nota di malinconia per una separazione che doveva durare una settimana e invece è durata per tutta la vita.

IL SOLE DEL POMERIGGIO
Questa camera, come la conosco!
Questa e l’altra, contigua, sono affittate, adesso,
a uffici commerciali. Tutta la casa, uffici
di sensali e mercanti, e Società.

Oh, quanto è familiare. Questa camera!

Qui, vicino alla porta,
c’era il divano: un tappeto turco davanti,
e accanto lo scaffale con due vasi gialli.
A destra… no, di fronte… un grande armadio a specchio.
In mezzo il tavolo dove si scriveva;
e le tre grandi seggiole di paglia.
Di fianco alla finestra c’era il letto,
dove ci siamo tante volte amati.

Poveri oggetti, ci saranno ancora, chissà dove!

Di fianco alla finestra c’era i letto.
E lo lambiva il sole del pomeriggio fino alla metà.

… Pomeriggio, le quattro: c’eravamo separati
per una settimana… Ahimè,
la settimana è divenuta eterna.

Diventa oggetto di poesia perfino il rapido distacco di due amanti che si allontanano furtivi uno alla volta dal luogo che ha visto i loro amori.

L’ORIGINE
Ormai la loro voluttà vietata
è consumata. S’alzano, si vestono
frettolosi e non parlano.
Sgusciano via furtivi, separati. Camminano
Per via con una vaga inquietudine, quasi
Sospettino che in loro un non so che tradisca
Su che sorta di letto giacquero poco fa.

Ma dell’artista come s’arricchisce la vita!
Domani, doman l’altro, o fra anni, saranno
Scritti i versi gagliardi ch’ebbero qui l’origine.

Anche in antico, un bel giovane scriveva versi licenziosi e li faceva circolare alla macchia perché non finissero nelle mani di quelli che parlano sempre di dovere.

TEATRO DI SIDONE 
400 d.C.
Figlio d’un ragguardevole cittadino, fo vita
di teatro. Bel giovane variamente piacevole,
mi diletto di comporre talora, in lingua greca,
versi assai temerari. Li faccio circolare
alla macchia, s’intende. Gran Dio! Che non li vedano
quelli che in vesti nere cianciano di dovere.
Versi della squisita sensualità, che piega
verso gli amori sterili che la gente rinnega.

Talvolta, peraltro raramente, Kavafis descrive la disperazione dell’amante che si è fatto prendere dagli scrupoli morali e ha allontanato il suo amato e capisce troppo tardi di aver perso la sua felicità.

DISPERAZIONE
L’ha perso. Ed ecco che non fa che ricercare
In altre labbra, se gli riesca trovare
quelle labbra d’amore. In ogni amplesso nuovo
non fa che ricercare. Si vorrebbe ingannare
che il giovinetto è sempre quello, che a lui si dà.

L’ha perso. Come se non fosse mai neppure
esistito. Voleva – così disse – scampare
al marchio d’un morboso piacere, alle sue tare,
al marchio vergognoso di quelle voglie amare.
Era – diceva – ancora a tempo per scampare.

L’ha perso. Come se non fosse ai neppure
Esistito. Illudendosi, fantasticando, vuole
In altre labbra giovani quelle labbra trovare:
cerca di ridestare in sé l’antico amore. 

Una delle poesie più note di Kavafis rappresenta una coppia omosessuale separata dalle circostanze. Ciascuno serberà integro dell’altro il ricordo del ben ragazzo di 24 anni.

PRIMA CHE LI MUTASSE IL TEMPO
Molto s’addolorarono nella separazione.
Non la vollero mai. Le circostanze, furono.
Uno di loro un giorno fu costretto ad andare
Via , per necessità – Nuova York, Canadà.
Il loro amore, certo, non era più lo stesso:
affievolito ormai il loro slancio, a gradi,
affievolito ormai il loro slancio, assai. 
Ma la separazione non la vollero mai.
Le circostanze, furono. O forse si mostrò
Artista la Fortuna, separandoli prima 
Che si spegnesse amore, che li mutasse il Tempo.
E l’uno resterà per l’altro il bel ragazzo
Ventiquattrenne: gli anni non passeranno mai. 

L’eros vissuto senza angoscia è la via per liberarsi dall’oppressione del lavoro e degli obblighi quotidiani, ha un valore di per sé, non ha altro fine che la propria realizzazione in un guizzo di giovinezza.

OPPRESSIVO PAESE
Oppressivo paese dove lavora. Fa
L’impiegato in un grande magazzino.
Giovanissimo. Attende
Due mesi o tre,
due mesi o tre perché il lavoro cali,
per correre in città, tuffarsi subito
nel movimento, nel divertimento.
Oppressivo paese dove attende.
È piombato sul letto, stasera, preso d’amore. E tutta
arde la giovinezza nelle carnali brame,
nella tensione bella la bella giovinezza.
Poi, nel sonno, s’accosta la voluttà: nel sonno
vede e gode la forma, la sospirata carne…

L’eros è così forte che spinge un ragazzo venticinquenne a ricercare dove sia finito il suo compagno, conosciuto casualmente. Lo attende per ore, per giorni, chiede di lui, rischia quasi di lasciarsi coinvolgere in uno scandalo, perché ancora vuole congiungersi con lui, perché il ricordo di quei baci è ancora vivo.

L’ANNO 25° DELLA SUA VITA
Sempre ritorna alla taverna, dove
si conobbero, circa un mese fa. 
Ha chiesto: nulla hanno saputo dirgli.
Dalle parole, ha inteso d’essersi imbattuto
In un soggetto ignoto, uno dei tanti
Volti d’efebi, equivoci
E ignoti, che passavano di là.
Pure, sempre ritorna, la notte, alla taverna.
Fissa immoto la soglia:
fino a stremare l’occhio fissa la soglia. Forse
verrà. Forse entrerà, stasera.

Sempre così: quasi tre settimane.
La mente s’è ammalata di lussuria.
Ancora stanno sulla bocca i baci.
Si macera nel diuturno desiderio la carne.
Il tatto di quel corpo è su di lui.
Vuole ancora congiungersi con lui.

Di non tradirsi cerca, s’intende.
Ma quali incurante, talora.
Il rischio lo conosce,
l’ha scontato. Chissà che quella vita
non lo porti a uno scandalo fatale.

La passione è senza tempo e così, secoli fa, un ragazzo va girando tra le taverne di Berito perché il bellissimo Tamide lo ha lasciato per andarsene con uno ricco che gli ha promesso una villa sul Nilo e un palazzo in città. Ma la consolazione del ragazzo abbandonato sta nel fatto che Tamide era stato con lui per due anni senza ville sul Nilo e senza palazzi in città.

IN MEZZO ALLE TAVERNE
In mezzo alla taverne e ai bordelli di Bèrito
mi vado rotolando. Non volevo restare
ad Alessandria, io. Tamide m’ha lasciato:
se n’è andato col figlio del prefetto, per prendersi
una villa sul Nilo, un palazzo in città.
Non potevo restare ad Alessandria, io.
In mezzo alle taverne e ai bordelli di Bèrito
Mi vado rotolando. In una vile crapula
Vivo, come che sia. Una cosa mi salva,
come beltà durevole, come aroma superstite
sulle mia carni; ed è che fu mio, per due anni,
Tamide, il giovinetto più splendido, fu mio,
e non per una casa o una villa sul Nilo.

Ci sono dei ragazzi che anche a ventinove anni hanno mantenuto, in alcuni momenti almeno, gli atteggiamenti degli adolescenti.

GIORNI DEL 1901
Questo c’era di singolare in lui:
in mezzo a tutta la dissolutezza
e alla copiosa pratica d’amore,
e sebbene il contegno in consueta
armonia con l’età si componesse,
c’erano istanti –certo, estremamente
rari – che dava il senso
di quasi intatte carni.

Dei suoi ventinove anni la bellezza,
tanto provata dalla voluttà,
stranamente evocava, per attimi, un efebo
che, un po’ goffo, all’amore
la prima volta il casto corpo cede.

In una delle sue più belle poesie, Kavafis crea un clima di attesa che lascia il lettore in sospeso e lo induce a pensare che la visione positiva dell’amore sessuale, tipica di Kavafis, si sia appannata, ma poi, improvvisamente, le cose cambiano e due ragazzi trovano l’entusiasmo di stare insieme e di vivere insieme il loro eros senza altri pensieri.

DUE GIOVANI FRA I 23 E I 24 ANNI
Fin dalle dieci e mezza stava nel caffè.
L’aspettava: fra poco, certo sarebbe entrato…
Mezzanotte: aspettava ancora. L’una
E mezza: s’era vuotato 
il caffè, quasi tutto.
E si stancò di leggere i giornali
Macchinalmente. Dei tre miseri scellini
Ne restò uno: in tutta quell’attesa
Spese gli altri in liquori e caffè.
E fumò tutte le sue sigarette.
Lo stremava l’attesa tanto lunga. Da solo,
così, per ore e ore…
lo presero le riflessioni amare
della vita sviata.

Ma, come vide entrare l’amico suo, d’un tratto
stanchezza, crucci, riflessioni dileguarono.

Recò, l’amico, una notizia inaspettata: aveva
vinto sessanta lire nella bisca.

Ed ecco, i loro visi belli, le giovinezze
squisite, il loro sensuoso amore
s’avvivano, s’accendono, s’esaltano
con le sessanta lire della bisca.

E, tutti gioia forza, sentimento e beltà,
andarono – non già alle loro onorate
case (non li volevano, del resto, più): in un luogo
che sapevano loro, e molto riservato,
di malaffare. Andarono, e chiesero una camera,
e bevande costose, e bevvero, di nuovo.
Finite le bevande costose – erano prossime
Ormai le quattro –
nell’amore s’immersero felici.

Lo scontro di Kavafis con la morale comune non potrebbe essere più radicale: un ragazzo che agli occhi della gente appare un sfaccendato che non ha mai concluso nulla, appare a Kavafis portatore di una sua moralità, quella della voluttà vissuta liberamente, al di là del giudizio della gente. In questo ragazzo c’è un’assoluta naturalità.

GIORNI DEL 1896
Si sdegnò del tutto. Una tendenza erotica
anche troppo vietata, anche troppo spregiata
(insita tuttavia), ne fu cagione vera.
Puritana e severa era la società.
Perse gradatamente tutti gli esigui averi,
e anche il posto, in seguito, e la riputazione.
S’avvicinava ai trenta. Nessuna attività
Per un anno di seguito (confessabile almeno).
A sbarcare il lunario ci riusciva, talora,
con qualche senseria considerata infame.
Si rischiava d’esporre parecchio il proprio nome,
mostrandosi sovente con un soggetto simile.

Eppure, non è tutto, non è giusto. Più ancora
Giova fare parola, qui, della sua bellezza.
Se si guardi in un’altra prospettiva, egli allora
apparrà simpatico: creatura schietta, autentica
d’amore apparirà: quasi inconscio, di là
dalla riputazione e dall’onore, pose
della sua pura carne la pura voluttà.

Ma la riputazione? Puritana e severa
era la società. E commentava, a vanvera.

Kavafis ravvisa il disagio non nel giudizio della gente ma nell’amore non corrisposto, o meglio accettato per concessione e senza passione. L’amore non reciproco è la vera sofferenza.

GIOVANE DELL’ARTE DELLA PAROLA NEL SUO 24° ANNO
Anima, e ora come puoi lavora.
Un godimento mutilo lo macera.
Condizione snervante.
Ogni giorno l’amato viso bacia,
e le sue mani sono là, sulle squisite membra.
Mai, nella vita, amò con tanto forte
febbre. Eppure gli manca la pienezza
dell’amore; gli manca la pienezza 
che mutua brama e pari ardore esige.

(Cedimento ineguale a qual piacere anomalo.
Uno soltanto né passiva preda).

Se macera, snervato.
Disoccupato, inoltre: e anche questo fa molto.
Certe piccole somme
Ottiene a stento in prestito
(talora quasi mèndica). Vivacchia.
Bacia le lebbra adorate: sul corpo
Eccelso, che si limita (l’avverte) a consentire,
di voluttà di pasce.
E beve, e fuma. Beve e fuma.
E tutto il giorno si trascina nei caffè:
accorato trascina lo struggimento della sua beltà. –
Anima, e ora come puoi lavora.

Anche la prostituzione ha una sua dignità, specialmente quando è praticata per avere quelle piccole cose che altri possono avere facilmente. Prostituirsi è una colpa per i ricchi, ma solo per loro.

GIORNI DEL 1909, ’10 e ‘11
D’un marinaio d’un’isola egea,
povero, miserabile, era figlio.
Lavorava da un fabbro. Si vestiva
Male; pietose, rotte, le scarpe da lavoro.
Le mani sporche di ruggine e d’olio.

A sera, quando – chiusa l’officina –
L’assaliva una voglia peregrina
D’una cravatta fina,
d’una cravatta per la festa, o se in vetrina
aveva visto, e tanto l’invaghiva,
una bella camicia azzurrina,
il corpo per un tallero o due prostituiva.

Io mi domando se nei tempi antichi
La gloriosa Alessandria ebbe più sopraffina
Bellezza, più perfetto ragazzo. Andò sciupato:
certo, di lui non fecero né statua né pittura.
Rimase in quella squallida bottega, confinato:
e molto presto la fatica dura
e la crapula grama lo trassero a rovina.

In una poesia più complessa, il tema della prostituzione si incontra con quello della morte e del permanere dell’amore vero oltre la prostituzione e oltre la morte.

CANDIDI FIORI E BELLI, STAVANO COSI’ BENE 
È tornato al caffè dove andava, con lui.
Qui, l’amico gli disse, proprio tre mesi fa:
“Non abbiamo un centesimo. Due poveri ragazzi
Siamo – precipitati in infimi locali.
Io te lo dico chiaro: con te non vado più
Avanti. Vuoi saperlo? C’è un altro che mi vuole”.

Due vestiti gli aveva promesso, l’altro, e certi 
Fazzoletti di seta. Per riprenderselo, fece
Fuoco e fiamme: trovò venti lire: L’amico
Di nuovo andò da lui, per quelle venti lire.
E, inoltre, per la loro vecchia amicizia, il loro
Antico amore, il loro sentimento profondo.
Era un bugiardo, “l’altro”: una vera canaglia:
gli aveva fatto solo un vestito, anche quello
contro voglia, per forza, dopo mille preghiere.

Ormai non vuole più nulla, proprio più nulla.
Non vuole più i vestiti, non vuole i fazzoletti
Di seta, né le venti lire, né venti soldi.

Domenica, alle dieci l’hanno sepolto. È già
Quasi una settimana. Domenica alle dieci.

Nella misera casa ha messo pochi fiori;
candidi fiori e belli, stavano così bene
a quei suoi ventidue anni, alla sua beltà.

Stasera (s’è trattato d’un lavoretto, d’una
Necessità del pane) è tornato al caffè
Dove andava con lui. Che coltellata al cuore,
quell’oscuro caffè dove andava, con lui.

Forse più delle nottate d’amore restano impressi nella memoria i momenti di fortissima emozione di un amore nascente, i tempi in cui tra mille esitazioni le mani si toccano in una promessa d’amore.

E S’INFORMAVA DELLA QUALITA’
Aveva , in quell’ufficio,
un posto trascurabile, pagato male
(circa otto lire al mese; con gl’incerti).
Uscì, finito quel lavoro squallido
Che lo teneva tutto il giorno chino.
Uscì: le sette. Camminava, adagio,
bighellonava per la strada. – Bello,
e interessante: egli appariva giunto
alla resa dei sensi più matura.
Ventinove anni aveva finito il mese prima.

Bighellonava per la strada, in quelle
Viuzze miserabili che portavano a casa.

Ma, passando dinanzi a un bugigattolo
Pieno di cianfrusaglie dozzinali
Per perai, di basso costo, vide
Là dentro un viso, vide una figura
che spinsero forte a entrare. Ecco: voleva
vedere fazzoletti colorati.

E s’informava della qualità dei fazzoletti
E del prezzo; con voce soffocata
E quasi spenta per il desiderio.
E così, le risposte:
assorte, a voce bassa,
con un consentimento tacito.

Parlavano, parlavano dell’affare – ma uno
Era lo scopo: un incontro di mani
Là, sopra i fazzoletti; uno sfiorare
Dei visi, della labbra, come a caso:
tatto di membra, un attimo.

Furtivamente, rapidamente. Perché il padrone
non s’avvedesse, immobile in fondo al magazzino.

Come vorrebbe un vecchio recuperare per un giorno o per un’ora soltanto i suoi ventitré anni, come vorrebbe riavere tra le sue braccia l’amico ventiduenne nella cameretta di allora!

SULLE FORMULE D’ANTICHI MAGI ELLENICO-SIRIANI
“Che filtro mai trovare, distillato
da erbe di malìa?” – un sensuale disse.
“Che filtro, distillato sulle formule
d’antichi magi ellencio-siriani,
mi potrà riportare, un giorno solo
(se più oltre non vada il suo potere),
un’ora sola, i miei ventitré anni?
riportare l’amico mio, di ventidue
anni, la sua beltà, l’amore?

Che filtro, distillato sulle formule
d’antichi magi ellencio-siriani,
mi potrà riportare, in armonia con questo
ricorso, anche la nostra cameretta d’allora?”

Un ragazzo venticinquenne che non trova da lavorare o non vuole abbrutirsi in un lavoro da schiavi, che si procura un po’ di soldi con affari loschi, non era per Kavafis uno sfaccendato ma solo un bel ragazzo la cui bellezza, quando restava nudo ai bagni pubblici si conserverà nella memoria del poeta fino alla vecchiaia.

GIORNI DEL 1908
Quell’anno non trovò da lavorare.
Gli davano da campare
le carte, i dadi, prestiti in denaro.

Un posto gli era stato offerto: in una
Cartoleria, per tre sterline al mese.
Ma rifiutò senza incertezza alcuna.
Non faceva per lui. Quel salario da usura
A lui, venticinquenne, e di buona cultura!

Due, tre scellini al giorno, s e no, li rimediava.
Ma con le carte e i dadi non cavava le spese,
nei caffè della sua classe, volgari
sebbene lesto al gioco, con avversari sciocchi.
Quanto ai prestiti, poco da scialare:
un tallero, più spesso mezzo; e da qualcuno
si riduceva a prendere uno scellino, e basta.

Per una settimana, o per più giorni al mese,
si rinfrescava ai bagni, nuotando nel mattino,
quando scampava ai torbidi delle notturne imprese.

Erano uno sfacelo gli abiti. Sempre uno
il vestito che aveva, color cannella chiara
che il tempo aveva fatto scolorare.

O giorni dell’estate del novecento otto! A uno a uno
vi vedo. Dall’immagine vostra sparì – per una rara
magia – l’abito stinto color cannella chiara.

Ma l’immagine vostra l’ha serbato
nell’attimo che via da sé gettava
le vesti indegne e quella biancheria rattoppata.
Restava nudo, irreprensibilmente bello: una meraviglia.
Spettinati, all’indietro, i suoi capelli;
e le carni abbronzate, appena un poco,
da quella mattutina nudità, ai bagni, e sulla riva.

Permettetemi di concludere con poche riflessioni. Un uomo schivo come Kavafis, che non amava la ribalta e aveva una visione sconsolata della vita, ha avuto il coraggio e la dignità di scrivere quello che ha scritto ormai moltissimi anni fa. In un tempo di poeti vati ha scelto un tono lirico classico e ha proseguito, a distanza di tanti secoli, la grande tradizione di Meleagro di Gadara. Nella poesia di Kavafis non c’è traccia di conflitti di coscienza o di sensi di colpa, la sua sensualità e naturale, non avvelenata ancora dai divieti, è classica e senza tempo. Nell’Alessandria di Kavafis il lettore gay del XXI secolo può ritrovare una patria Ideale, come la Berlino di Isherwood. Un solo poeta italiano mi pare possa essere accostato a Kavafis ed è Sandro Penna. Che Kavafis fosse realmente un uomo senza angosce è poco credibile e certo non fu senza angosce Sandro Penna, ma la loro vena poetica è limpida, è il meglio che la loro anima ha saputo dare agli altri: immagini di vita, di vita semplice, e d’amore.

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