UNIVERSALITA’ DELL’OMOSESSUALITA’, CONTESTI STORICI E LEGALI

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi, dedicato all’universalità dell’omosessualità, contiene diversi elementi di interesse: dai riferimenti storici legati ai culti Moabitici, alle citazioni di poeti persiani, alle puntualizzazioni sugli atteggiamenti dei Greci e dei Romani nei confronti dell’omosessualità, a qualche riflessione sul Labouchère Ammendement, cioè sulle norme violentemente omofobe introdotte nella Legge criminale inglese nel 1885, quelle, per intenderci, che consentirono la condanna di Oscar Wilde.

Raffalovicih quando si riferisce al Labouchère Ammendement, lo fa dando per scontato che il lettore sappia di che cosa si tratta e certo era così nel 1896 ma non è più così oggi. Occorre dunque qualche precisazione in proposito.

Raffalovich si riferisce alla Sezione seconda dell’Atto di emendamento alla Legge criminale del 1885, il cosiddetto Labouchère Ammendement, dal nome del membro della Camera dei comuni che ne ottenne l’approvazione. Nel 1885, Labouchère presentò il suo testo come aggiunta dell’ultimo momento a un disegno di legge parlamentare che non aveva niente a che fare con l’omosessualità. Il suo emendamento rappresenta la peggiore espressione legale dell’omofobia dell’età vittoriana. Dieci anni dopo, l’emendamento Labouchère consentirà la condanna di Oscar Wilde a due anni di reclusione con lavori forzati, il massimo della pena. Labouchère si rammaricò per la mitezza della condanna di Wilde, e affermò che avrebbe preferito una condanna a sette anni, secondo la sua proposta inziale, che prevedeva un massimo della pena non di due ma di sette anni.

Riporto qui di seguito il testo dell’emendamento.

“Section II of the Criminal Law Ammendment Act, 1885
Any male person who, in public or private, commits, or is a party to the commission of, or procures, or attempts to procure the commission by any male person of, any act of gross indecency shall be guilty of misdemeanour, and being convicted shall be liable at the discretion of the Court to be imprisoned for any term not exceeding two years, with or without hard labour.”

“Sezione seconda dell’Emendamento alla Legge criminale, 1885
Qualsiasi persona di sesso maschile che, in pubblico o in privato, commetta o prenda parte alla commissione, o procuri, o tenti di procurare la commissione da parte di qualsiasi persona di sesso maschile, di un qualsiasi atto di grave indecenza sarà ritenuta colpevole di comportamento immorale e, condannata, sarà passibile, a discrezione della corte, di essere imprigionata per un periodo non eccedente i due anni, con o senza lavori forzati.”

Come si vede, la norma, che punisce solo l’omosessualità maschile e non quella femminile, criminalizza qualsiasi comportamento omosessuale, anche in privato, e qualsiasi forma di partecipazione, diretta o indiretta, anche solo tentata, a qualsiasi comportamento omosessuale. Si tratta di una legge che legittima i comportamenti persecutori nei confronti degli omosessuali.

Nella Relazione sul primo Codice penale per il Regno d’Italia [1887], Titolo VIII “Delitti contro il buon costume e l’ordine delle famiglie”, Zanardelli scriveva:

“Nel determinare i fatti da comprendersi nel presente Titolo, il Progetto attuale, in conformità ai precedenti, si ispira a questo concetto fondamentale che, se occorre da un lato reprimere severamente i fatti dai quali può derivare alle famiglie un danno evidente ed apprezzabile o che sono contrarii alla pubblica decenza, d’altra parte occorre altresì che il legislatore non invada il campo della morale. In conseguenza, le sanzioni penali del Progetto non colpiscono tutti indistintamente i fatti che offendono il buon costume e l’ordine delle famiglie, ma quelli soltanto che si estrinsecano coi caratteri della violenza, dell’ingiuria, della frode o dello scandalo, la repressione dei quali è più vivamente reclamata nell’interesse sociale. Quindi non sono incriminate le azioni che non hanno quei caratteri, e l’indagine delle quali farebbe trascendere oltre i suoi giusti confini l’opera legislativa.”

Il confronto tra il Labouchère Ammendement e il Codice Penale Zanardelli, che non prevede mai l’omosessualità né come reato né come aggravante di altri reati, è tanto eloquente da non richiedere commento.

Lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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Universalità dell’unisessualità

Non si può più negare l’universalità dell’unisessualità nel tempo e nello spazio; non se ne può più parlare come di un tipo di dissolutezza che viene dall’Armenia (Tarnowsky) e che è stato posi messo in pratica in tutta l’Asia, e da lì adottato in Grecia, e così via. Si è abusato troppo di tutti gli errori (errori un po’ voluti) ripetendo che le crociate avevano insegnato le cattive abitudini dei Saraceni agli Europei, che Roberto di Normandia aveva introdotto in questo modo i vizi che riempivano i sui domini, che da lì avevano passato il mare ed erano sbarcati in Inghilterra. Vent’anni prima di andare alla crociate Roberto era già riconosciuto unisessuale. Gli antichi Germani, i Celti, i Galli conoscevano l’unisessualità e la praticavano …

Prima di elencare numerosi popoli presso i quali l’inversione congenita o acquisita così come i vizi unisessuali furono realtà indigene, devo dire che questa enumerazione [1] è fatta qui solo per ricordare l’inutilità di tante spiegazioni, di tante declamazioni, ma non ha alcuna intenzione dissacratoria o scettica. Se si provasse che la prostituzione femminile è esistita in tutti i popoli della terra, la prostituzione non ci guadagnerebbe nulla, e questo non toccherebbe in nulla il modo di considerare le unioni di uomini liberi e di donne decenti; solo che non si potrebbe più dire che la prostituzione è stata insegnata da un popolo all’altro, e che è contro natura perché non ha come scopo la procreazione di figli.

Lecky, uno storico serio, ha detto che la prostituta è la sacerdotessa dell’amore coniugale e fecondo, perché senza di lei la donna virtuosa non potrebbe arrischiarsi ad uscire senza percolo. Da questo punto di vista (pienamente adeguato a un “razionalista”) la prostituta sporca e sterile sarebbe altrettanto necessaria alla purezza del focolare domestico quando in apparenza ne apparirebbe nemica.

Io cito soprattutto questa teoria di un uomo rispettato in Inghilterra e che si è dovuto considerare audace e coraggioso, per così dire, per fare risaltare la sua mancanza di audacia, di coraggio e di larghezza di vedute, quando ha dovuto occuparsi di unisessualità. In Inghilterra, quando non si vogliono spaventare le persone che si temono, oppure quando non si vuole ostentare eccessivo pudore, si ha l’abitudine di confondere la sodomia (soprattutto quella con persone molto giovani) con l’unisessualità, e così si può in tutta sicurezza attaccare il vizio contro natura così come esso merita. Solo che in questo modo si svia l’opinione pubblica, le si fa credere che Platone e gli altri grandi Greci si occupavano esclusivamente di rendere poetico il desiderio dell’ano.

Se Lecky, per esempio, se ne fosse preoccupato, avrebbe potuto dire che l’unisessualità non è più contraria alla conservazione della razza di quanto non le è contraria la prostituzione, e che i bambini che non nascono (qualsiasi ne sia la ragione) contribuiscono in modo altrettanto sostanziale al benessere dell’umanità di quelli che nascono.

Il vizio unisessuale, dice Chevalier “si trova fin al principio, come si trova oggi, presso i popoli selvaggi, nelle nature più incolte e più primitive: dovunque con le medesime credenze” (o con le credenze più opposte) “gli uomini sono arrivati a risultati identici. In fatto di vizi, non hanno avuto bisogno di alcun insegnamento, la contaminazione non è stata necessaria, perché la radice del male stava negli individui stessi.”

Per quanto indietro risaliamo, troveremo l’unisessualità: si presenta comunque una difficoltà dalla quale non ci si può liberare. Si tratta sempre di sodomia o di altre forme di unisessualità? È certo che i documenti più antichi si occupano soprattutto di prostituzione maschile, di corruzione sodomitica, ma non se ne può concludere che la sodomia fosse l’unica forma di unisessualità o la forma preponderante. Gli altri che parlano dell’unisessualità di quel tempo, ne parlano come moralisti, come giudici, e severamente, o perché si occupano solo di giudicare i vizi, o perché in queste epoche antiche non si trattavano molto seriamente le soddisfazioni sessuali che non portavano a conseguenze. Non si capisce affatto perché Erodoto o gli altri avrebbero dovuto credere necessario o importante parlare di masturbazione o di onanismo o di carezze limitate.

Nel medioevo c’erano delle mezze-vergini, ma la donna deflorata era considerata come quella veramente colpevole. E così, nelle epoche antiche la sodomia anale (o orale) richiamava naturalmente più attenzione, più severità, soprattutto quando la si ritrovava consacrata, onorata, praticata quasi religiosamente.

“Il culto di Baal o di Baal-Phégor, che si praticava in luoghi elevati e contro il quale Mosè con tutti gli altri legislatori del popolo ebraico lanciò maledizioni veramente terribili, non era altro che la prostituzione maschile messa sotto la protezione della divinità. I sacerdoti legati ai templi erano ragazzi giovani senza barba, che avevano il corpo depilato, unto di oli profumati, e si prostituivano in nome del dio dei Madianiti. La Vulgata li chiama effeminati, il testo ebraico li chiama kedeschim cioè consacrati. Il culto di Moloch, dio dei Moabiti, non era meno osceno.” (Chevalier)

Malgrado le maledizioni “la prostituzione cinedica era ben lontana dall’essere rara tra gli Ebrei.“[2] Rinvio a Chevalier e alla sua Bibbia dei poveri. In Fenicia, a Cipro, “dei sacerdoti pederasti erano legati ai templi”. Si può trovare in Krafft-Ebing uno studio della malattia degli Sciti che avevano saccheggiato il tempio di Ascalona. Venere si vendicava femminilizzando certi uomini che servivano poi come prostituti sacri. Tra i Messicani c’è una situazione simile che colpisce: i Mujérados.

L’unisessualità si trova in California, in Nicaragua, in Perù, in Madagascar, presso gli Esquimesi (si consulti l’opera monumentale di H. Bancroft sulle razze indigene d’America).

“Insomma, dice Chevalier, se ci si chiede quali siano le cause tra i popoli primitivi le si trova tanto nel loro semplice stato di natura che nel loro culto mostruoso.”[3]
Si troverà che presso i popoli ci sarà meno sodomia santificata, meno prostituzione sacra, man mano che la dissolutezza o la lussuria perderanno la sanzione religiosa, ma non ci sarà meno unisessualità. La natura non perdei suoi diritti perché non vengono glorificati nei templi gli atti di Priapo.”

Vorrei che l’universalità dell’unisessualità fosse riconosciuta definitivamente e documentata in modo che uomini distinti come Mohl o Chevalier non dicessero più che “secondo i Francesi, Caterina dei Medici introdusse l’unisessualità in Francia” (Mohl) o che l’unisessualità “può rapidamente raggiungere uno sviluppo eccessivo” (Chevalier), perché essi danno un’impressione sbagliata. Si ha il diritto di dire che la Grecia intellettuale riconobbe ufficialmente l’importanza dell’unisessualità, o che l’influenza dei costumi italiani introdotti con Caterina dei Medici fece parlare e scrivere di unisessualità, ma l’unisessualità non è come il telefono: non si può parlare di introduzione dell’unisessualità.

Quello che veramente si sviluppa è la prostituzione pederastica, il ricatto, ma non l’unisessualità perché la si ritrova fin dalla origini della sessualità. Ogni secolo, senza eccezione, parla di aumento dell’unisessualità semplicemente perché non c’è accordo tra la verità e le convenzioni che la negano.

Cartagine, Roma, la Grecia, le lascio quasi da parte. L’unisessualità dell’Africa, la dissolutezza unisessuale di Cartagine, sono ben note. Si sa che a Roma la prostituzione maschile era quasi altrettanto generalizzata e altrettanto ardente della prostituzione femminile. Rinvio il lettore francese a Chevalier. Tutta questa sezione del suo libro è eccellente. La Grecia richiede uno studio speciale se non si vogliono ripetere sempre le stesse citazioni.

L’unisessualità romana e l’unisessualità greca devono comunque essere differenziate perché erano molto diverse:

“La legge romana, in effetti, permetteva questa prostituzione solo con gli schiavi, gli affrancati e gli stranieri. Gli uomini liberi, onesti, non potevano sottomettersi ad essa.”

“I primi si vendevano a loro piacimento, i secondo compravano. La legge non interveniva che tra uomini liberi. Un attentato fatto alla libertà di un cittadino, un oltraggio fatto al carattere o alla persona di un uomo onesto era punito con la morte. Solo al tempo della seconda guerra punica fu promulgata dal Senato una legge contro i pederasti, a proposito di un certo C. Scantinius, accusato di attentato al figlio del patrizio C. Metello. Fu la legge Scantinia o Scatinia. Ma essa riguardava solo gli attentati contro uomini liberi.”

La Grecia invece disprezzava i rapporti con gli schiavi, i rapporti mercenari, tutti i rapporti che non possono nobilitare né l’uno né l’altro e cercava di innalzare l’uomo del fango del piacere facile, venale, e della prostituzione… Ho detto che quello che si chiama amor greco è l’amore turco; bisogna aggiungere che l’amore unisessuale della maggior parte dei libri di medicina è l’amore romano.

Ancora oggi questi due punti di vista persistono e la maggior parte di coloro che si occupano di inversione sono esitanti. Gli uranisti o coloro che vengono in loro aiuto sembrano tendere all’idea romana e desiderano rimuovere tutte le violente restrizioni che rendono così pericolosi i rapporti tra l’uranista e colui che egli incontra e che egli paga. Gli altri al contrario si impegnano nel liberare l’ideale greco da tutto il fango e da tutta la sporcizia delle passioni fisiche, dei legami passeggeri. L’errore di ciascuna delle due parti salta agli occhi di un uomo senza pregiudizi e senza risentimenti.

Un ideale greco che desse all’amicizia tutto quello che è tipico dell’amore salvo la base fisica, snaturerebbe l’amicizia, la danneggerebbe, le renderebbe un pessimo servizio.

Platone vuole innalzare l’amore fino ad un’amicizia completa; non vuole dare all’amicizia i parossismi dell’amore: sarebbe una sciocchezza e un’azione tanto cattiva quanto irragionevole. Tutti i moderni che hanno voluto spiegare Platone in questo senso commettono lo stesso errore morale e psicologico. L’amicizia può qualche volta (come quella di Michelet e Pionsot) in anime pure e che desiderano il bene (per questo bisogna che un’anima almeno sia pura e che l’altra apprezzi la purezza) rassomigliare a uno degli stadi di Platone, ma la sua origine è diversa: è lo spirito che risplende sia nell’uno che nell’altro caso, ma nell’amicizia il corpo non è stato conquistato perché non era da conquistare, mentre nel caso dell’amor platonico il corpo è stato sottomesso, trasfigurato.

Ed è per questo che l’amicizia rende felici in modo più dolce dell’amore platonico ma in modo meno esclusivo. Bisogna ricordarsi questa differenza e questa somiglianza.

La libertà romana, il potere di aver rapporti con la gente del popolo, senza temere le minacce di ricatto, appartengono ad aspirazioni totalmente diverse.

Il sistema odierno è iniquo, non c’è nulla che si possa dire in suo favore: conduce spesso al suicidio, anche all’assassinio, al furto, al ricatto, all’impunità, ma non diminuisce affatto gli atti sessuali tra uomini di classi diverse. L’esercito contiene ovunque migliaia di uomini che si prestano e si vendono e che, si dice, di regola non inducono al ricatto.

Gli uranisti sono molto interessati all’abolizione delle leggi contro di loro, quando non c’è né abuso di fiducia, né traviamento di minori, né violenza, né sodomia anale. Krafft-Ebing è a loro favore: e col tempo le loro legittime rivendicazioni dovranno essere riconosciute. L’Inghilterra, dieci anni fa, fece un passo all’indietro, rendendo tutti gli atti unisessuali, compiuti da chiunque e con chiunque, dovunque e in qualsiasi modo, dei delitti.[4] Questa cattiva azione, dovuta a un membro scettico e abusato, ha aumentato i ricatti e non ha diminuito e non diminuirà in alcun modo l’unisessualità inglese. L’Inghilterra non ha cambiato costumi, ci sono solo più mascalzoni e più disgraziati.

Ci vuole, lo confesso, molta imparzialità per non rivoltarsi contro gli invertiti che reclamano in modo impudente la libertà sessuale, e anche contro gli eterosessuali e contro gli ipocriti o contro i paurosi che chiudono loro la strada dell’equità e dell’onorabilità, ma che consentono loro tutti i vizi unisessuali, ammesso che essi non ne parlino e ammesso soprattutto che siano ricchi o di alto rango.
Si ha il cuore pieno di disgusto quando si vede l’impunità di tanti grandi personaggi e la rovina di tanti piccoli cittadini.

Quanto all’impudenza degli invertiti che reclamano la soddisfazione (senza paura del disonore) dei loro istinti naturali, per sostenerla o piuttosto perché sia presa in considerazione, bisogna ricordarsi che se la prostituzione femminile diventasse pericolosa, la strada eterosessuale non avrebbe niente di più elevato, nulla che facesse appello all’immaginazione. Si sarebbe tentati di dire: Eh! È giusto! Questo vi insegnerà a moderarvi. Ma non sarebbe altro che una sparata ingiusta di un altezzoso, o di un duro o di un settario…

Quanto all’Oriente, non c’è che l’imbarazzo della scelta se si cercano esempi di unisessualità [5]

In Cina c’è più pederastia che in tutti gli altri paesi ma è possibile che lì non ci sia più l’unisessualità nel senso dell’uranismo. Come in tutti i paesi in cui la sodomia è praticata apertamente, lì si allevano dei bambini destinati a subirla; la sodomia passiva diventa un’industria paragonabile alla prostituzione femminile; ma la sodomia non è lo scopo degli unisessuali, degli uranisti, e in questi paesi, tra colui che ricerca i ragazzi impuberi, colui che cerca i puberi, i giovani uomini o gli uomini fatti, ci devono essere le stesse differenze che ci sono in Europa, con questa specificazione che non bisogna dimenticare: che la sodomia lì è praticata molto di più, essendo un fatto abitudinario e non comportando come qui uno stupro. Comunque, se si leggono le letterature orientali, si riconosce subito che lì la pederastia, la sodomia, non soddisfano le anime fiere e delicate più di quanto la fornicazione con delle ragazze giovani non soddisfi queste stesse anime in Europa.
Ci sono dei romanzi d’amore cinesi senza eroina, e per un romanzo d’amore è richiesta la possibilità di un sentimento reciproco, cioè c’è bisogno di qualcosa di diverso dal libertinaggio. Sfortunatamente i romanzi cinesi sono ancora poco accessibili.

Ma la letteratura persiana a turca ci informa in modo sufficiente e ci insegna che l’unisessualità e l’uranismo di Sai, di Hafiz, di Ruscheni, di Jami, non era affatto vizio o libertinaggio.

Non contenti di sollevarsi fino al platonismo più intenso, fino al lirismo più autentico, questa poesia ci mostra l’amore unisessuale al suo apogeo, negli uomini elevati o delicati.

Goethe ne ha tratto ispirazione e ha reso omaggio alla delicatezza di questi poeti, e col suo tatto di critico e di poeta, ha colto l’elemento grazioso e innocente: la devozione del ragazzo giovane per il poeta, sentimento che gli Orientali hanno spesso espresso.

L’uranista, i filosofo sensuale, non hanno aggiunto nulla ai costumi unisessuali dell’Oriente, questo è un punto sul quale gli avvocati dell’abolizione delle restrizioni unisessuali tra uomini liberi dovrebbero riflettere. La continenza è stata resa più difficile per loro dal fatto che essi hanno imparato con più difficoltà e più amarezza a innalzarsi al di sopra di se stessi. I grandi uomini come Michelangelo o come questi saggi uomini dell’Oriente devono soffrire di più nelle epoche in cui la lussuria che li tenta è permessa, perché la loro grandezza impedisce loro di voler essere come la truppa vile dei sensuali, ed essi si forgiano degli ideali che li fanno soffrire amaramente.

Jami racconta la storia di un giovane uomo che egli colloca tra i martiri dell’amore. Questo giovane uomo ogni giorno veniva a porre nella mano di un bel ragazzo che stava per essere venduto una borsa piena d’oro; ma lui non aveva abbastanza denaro per acquistarlo. Il mercante, colpito, condusse il giovane schiavo dal giovane uomo e con un banale pretesto inventato dal suo buon cuore lo pregò di ospitarlo durante la notte. Il giovane uomo, lasciato solo col suo idolo gli prodigò le più tenere carezze e ne ricevette tutte le prove innocenti di affetto e di docilità: ma invece di provvedere ad atti di sesso, abbracciò quella testa affascinante morì d’amore piuttosto che violare la castità.

Ateneo racconta l’aneddoto di un uomo che seguì dappertutto un bel ragazzo effeminato. Quello, infastidito, gli propose di togliersi la fantasia, di andare con lui e di non seguirlo più passo passo. L’uomo si arrabbiò e domandò al giovane carino come osasse rivolgergli la parola. E finì col dire: “Io desidero solo guardarti, ammirarti e questo è tutto.”

Molti uomini che l’impedimento della legge che essi biasimano eccita alla lussuria e all’impudenza, possono diventare padroni di se stessi.

Per l’India, il Giappone, il Tonchino, la Birmania, l’Oceania, rinvio di nuovo il lettore francese a Chevalier.

In una parola, non c’è una razza o un’epoca che non abbia praticato l’unisessualità molto più di quanto non lo abbia scritto nella prosa corrente.

Ne derivano molte conclusioni la cui importanza non sfuggirà a nessuno.

La prima è che un gran numero di uomini superiori, molte delle più grandi figure della storia, hanno presentato quello che io preferisco chiamare unisessualità ma che M. Chevalier chiama ancora anomalia contro natura, stereotipo che andrebbe distrutto in nome della stessa natura, “senza che essa sembri aver nuociuto alle loro brillanti qualità o aver indebolito il loro genio. I casi do Cesare, di Leone X, di Federico II, di Cambacérès e di altri[6] ne sono la prova. Così si trovano confermati i versi di Dante, che nel canto XV dell’Inferno[7] fa notare la grande intelligenza di certi uomini dai gusti unisessuali.”[8]

Nulla prova d’altra parte che il vizio sia ai giorni nostri più diffuso che in altri tempi. Malgrado la licenza dei costumi nei grandi centri della popolazione, la nostra società moderna, come sottolineato da M. Lacassagne, dovrebbe darsi da fare molto per arrivare al gradi di depravazione della società greche o romane.[9]

“Vediamo in conclusione che “l’unisessualità” si riscontra in tutti i tempi e in tutti i luoghi, in ogni epoca storica come sotto ogni latitudine, in tutte le società, qualsiasi sia il tipo etnico, la religione o la morale. Essa non si lascia né monopolizzare né circoscrivere. È quindi impossibile considerarla, come qualcuno vorrebbe, il prodotto di una civiltà avanzata, una invenzione cosciente delle razze superiori. L’umanità, in fatto di vizio o di morale, non inventa e non perfeziona nulla. Fin dall’inizio essa dà all’istinto sessuale tutte le sensazioni naturali o artificiali possibili, e fin dall’età delle caverne, non rimaneva altro da immaginare. Le società muoiono, le religioni spariscono, le condizioni sociali cambiano, solo la “viziosità originale”, la sessualità unisessuale e eterosessuale ) dell’uomo sussiste, sempre e dovunque identica a se stessa.” (Chevalier)
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[1] Non pretende certo di essere completa.
[2] Gli Irlandesi, come gli Ebrei, hanno fama di castità, ma sono loro che hanno prodotto gli scandali di Oscar Wilde, di Dublin, di M. de Cobain, del vescovo di Clogher, dal caso Walpole, che sono comparsi nel caso di lord Audley…
[3] Si veda: Une maladie de la personannlité , L’Inversion sexualle (Psychophysiologie – Socilogie –Tératologie – Aliénazion mentale – Anthropologie – Médecine judiciaire) del dott. J. Chevalier – Lyon, Storck. 1893.
[4] Nota di Project: – Raffalovich si riferisce alla Sezione seconda dell’Atto di emendamento alla Legge criminale del 1885, il cosiddetto Labouchère Ammendement, dal nome del membro della Camera dei comuni che ne ottenne l’approvazione. Nel 1885, Labouchère presentò il suo testo come aggiunta dell’ultimo momento a un disegno di legge parlamentare che non aveva niente a che fare con l’omosessualità. Il suo emendamento rappresenta la peggiore espressione legale dell’omofobia dell’età vittoriana. Dieci anni dopo, l’emendamento Labouchère consentirà la condanna di Oscar Wilde a due anni di reclusione con lavori forzati, il massimo della pena. Labouchère si rammaricò per la mitezza della condanna di Wilde, e affermò che avrebbe preferito una condanna a sette anni, secondo la sua proposta iniziale, che prevedeva un massimo della pena non di due ma di sette anni.
Riporto qui di seguito il testo dell’emendamento.
“Section II of the Criminal Law Ammendment Act, 1885
Any male person who, in public or private, commits, or is a party to the commission of, or procures, or attempts to procure the commission by any male person of, any act of gross indecency shall be guilty of misdemeanour, and being convicted shall be liable at the discretion of the Court to be imprisoned for any term not exceeding two years, with or without hard labour.”
Sezione seconda dell’Emendamento alla Legge criminale, 1885
Qualsiasi persona di sesso maschile che, in pubblico o in privato, commetta o prenda parte alla commissione di, o procuri, o tenti di procurare la commissione da parte di qualsiasi persona di sesso maschile, un qualsiasi atto di grave indecenza sarà ritenuta colpevole di comportamento immorale e, condannata, sarà passibile, a discrezione della corte, di essere imprigionata per un periodo non eccedente i due anni, con o senza lavori forzati.”
Come si vede, la norma, che punisce solo l’omosessualità maschile e non quella femminile, criminalizza qualsiasi comportamento omosessuale, anche in privato, e qualsiasi forma di partecipazione, diretta, indiretta, anche solo tentata a qualsiasi comportamento omosessuale. Si tratta di una legge che legittimava qualsiasi comportamento persecutorio nei confronti degli omosessuali.
Nella Relazione sul primo Codice penale per il Regno d’Italia [1887], Titolo VIII “Delitti contro il buon costume e l’ordine delle famiglie”, Zanardelli scriveva: “Nel determinare i fatti da comprendersi nel presente Titolo, il Progetto attuale, in conformità ai precedenti, si ispira a questo concetto fondamentale che, se occorre da un lato reprimere severamente i fatti dai quali può derivare alle famiglie un danno evidente ed apprezzabile o che sono contrarii alla pubblica decenza, d’altra parte occorre altresì che il legislatore non invada il campo della morale. In conseguenza, le sanzioni penali del Progetto non colpiscono tutti indistintamente i fatti che offendono il buon costume e l’ordine delle famiglie, ma quelli soltanto che si estrinsecano coi caratteri della violenza, dell’ingiuria, della frode o dello scandalo, la repressione dei quali è più vivamente reclamata nell’interesse sociale. Quindi non sono incriminate le azioni che non hanno quei caratteri, e l’indagine delle quali farebbe trascendere oltre i suoi giusti confini l’opera legislativa.”
Il confronto tra il Labouchère Ammendement e il Codice Penale Zanardelli, che non prevede mai l’omosessualità né come reato né come aggravante di altri reati, è tanto eloquente da non richiedere commento.
[5] Al tempo di Costantino, esistevano a Costantinopoli delle case di prostituzione maschile.
Sotto Bajazet Ier (1389-1403) i Turchi amavano molto le pagine cristiane. I Greci, i Bulgari, gli Ungari. Ancora oggi i giovani cristiano sono lì favoriti.
[6] Alessandro il Grande, Socrate, Platone, Sofocle, Pindaro, Fidia, Epaminonda, Virgilio, il gran Condé, il principe Eugenio, William gi Inghilterra, Michelangelo, Winckelmann, August von Platen, non guastano questa lista.
[7] Dante colloca gli unisessuali poeti nel Purgatorio.
[8] Antifisici, dice M. Chevalier.
[9] Malgrado tutto il rispetto dovuto sempre a M. Lacassagne, è spesso difficile credere a una minore depravazione nel XVIII o nel XIX secolo rispetto ad altri periodi.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=5821

ANNALI DELL’UNISESSUALITÀ di André Raffalovich

Sono lieto di comunicare che la Biblioteca di Progetto Gay si è arricchita di un ulteriore volume, gli Annali dell’Unisessualità di André Raffalovich. Il testo è scaricabile gratuitamente dalla home del Forum di Progetto Gay.

http://progettogayforum.altervista.org/viewforum.php?f=112

Il testo si può anche scaricare direttamente qui:

http://gayproject.altervista.org/raffalovich_annali.pdf

Si tratta di un documento interessantissimo per molte ragioni, prima di tutto perché presenta un quadro molto chiaro del dibattito scientifico sull’omosessualità nel 1896, è poi perché il pensiero di Raffalovich e la sua singolarissima vicenda biografica sono in strettissima consonanza con quella che sarà poi la posizione cattolica sull’omosessualità.

Ringrazio anticipatamente chiunque vorrà segnalarmi errori o fornirmi il suo giudizio.

ZANARDELLI E LA LAICITA’ DELLO STATO

Girando per i blog e per I forum gay ho trovato molto frequentemente, in questi giorni, post dedicati alla interpretazioni di frasi di apparente apertura del papa verso i gay. Ho cercato di spiegare attraverso una documentazione seria come stiano realmente le cose (GESUITI E GAY http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=73&t=3692), sento però l’esigenza di dire con chiarezza che, anche se quello che il papa dice, non dice o sembra dire o non dire condiziona profondamente la vita politica di questo paese per ragioni che, credo, abbiano ben poco a che vedere con la morale, in ogni caso la posizione della chiesa, fosse anche apertissima alla realtà gay, avrebbe comunque oggettivamente per la grande maggioranza dei gay ben poco peso. Il riconoscimento o meno della dignità e della moralità dei gay non è prerogativa di nessuno, meno che mai del papa. La politica dovrebbe avere il coraggio di essere profondamente laica, ossia di non essere subordinata a nessun giudizio esterno e di mettere finalmente da parte gli opportunismi tattici per cominciare a capire che la libertà è un valore irrinunciabile. In buona sostanza la libertà delle persone, nei limiti in cui non danneggia altre persone – parliamo di danni reali, non di mere presunzioni – deve essere un valore assoluto che non può essere subordinato ad alcuna categoria morale a priori. Tutti sono liberi di seguire la loro morale a patto che non pretendano di imporla agli altri, sia che ciò avvenga per motivi religiosi, politici o morali o per qualsiasi altro motivo.

Mi è gradito ricordare qui un personaggio politico d’altri tempi dal quale si dovrebbe prendere esempio, parlo di Giuseppe Zanardelli, un laico nel senso forte del termine, un massone (come Garibaldi e come Carduccci) certo non gradito alla chiesa, di cui non si conosce la vita amorosa ma che quando lo si interpellava sul punto amava definirsi “lo sposo della libertà”. A Zanardelli si deve il primo codice penale dell’Italia unita. Un codice in cui l’omosessualità non compare né come delitto né come aggravante di altri delitti. Così Zanardelli si esprime nella Relazione sul primo Codice penale per il Regno d’Italia [1887], Titolo VIII “Delitti contro il buon costume e l’ordine delle famiglie”: “Nel determinare i fatti da comprendersi nel presente Titolo, il Progetto attuale, in conformità ai precedenti, si ispira a questo concetto fondamentale che, se occorre da un lato reprimere severamente i fatti dai quali può derivare alle famiglie un danno evidente ed apprezzabile o che sono contrarii alla pubblica decenza, d’altra parte occorre altresì che il legislatore non invada il campo della morale. In conseguenza, le sanzioni penali del Progetto non colpiscono tutti indistintamente i fatti che offendono il buon costume e l’ordine delle famiglie, ma quelli soltanto che si estrinsecano coi caratteri della violenza, dell’ingiuria, della frode o dello scandalo, la repressione dei quali è più vivamente reclamata nell’interesse sociale. Quindi non sono incriminate le azioni che non hanno quei caratteri, e l’indagine delle quali farebbe trascendere oltre i suoi giusti confini l’opera legislativa.”

Alla personale iniziativa di Zanardelli e al suo strenuo impegno si deve l’eliminazione della pena di morte del codice penale. Il Codice Zanardelli legittima lo sciopero, che per la prima volta non è di per sé oggetto di sanzione penale in nessun caso.

Il Codice Penale Zanardelli http://archive.org/stream/ilcodicepenalep01crivgoog#page/n13/mode/2up proprio perché caratterizzato da una sostanziale laicità, accanto alla tutela dei culti religiosi e dei ministri di culto, prevede anche la punibilità degli abusi commessi dai ministri di culto in tre articoli 182-183-184 che costituiscono il Capo V “Degli abusi dei ministri dei culti nell’esercizio delle proprie funzioni”

Art. 182 – Il ministro di un culto, che, nell’esercizio delle sue funzioni, pubblicamene biasima o vilipende le istituzioni, le leggi dello Stato o gli atti dell’Autorità è punito con la detenzione sino ad un anno e con la mula sino a lire mille.

Art. 183 – Il ministro di un culto, che, prevalendosi della sua qualità, eccita al dispregio delle istituzioni, delle leggi o delle disposizioni dell’Autorità, ovvero all’inosservanza delle leggi, delle disposizioni dell’Autorità o dei doveri inerenti ad un pubblico ufficio, è punito con la detenzione da tre mesi a due anni, con la multa da lire cinquecento a tremila e con l’interdizione perpetua o temporanea dal beneficio ecclesiastico. Se il fatto sia commesso pubblicamente, la detenzione può estendersi sino a tre anni.

Alle stesse pene soggiace il ministro di un culto, che, prevalendosi della sua qualità, costringe o induce alcuno ad atti o dichiarazioni contrarie alle leggi, o in pregiudizio dei diritti in virtù di esse acquistati.

Art. 184 – Quando il ministro di un culto, prevalendosi della sua qualità, commette un delitto diverso da quelli preveduti negli articoli precedenti, la pena stabilita per il delitto commesso è aumentata da un sesto ad un terzo, salvo che la qualità di ministro di un culto sia già considerata dalla legge.

Gli articoli 182-183-184 del Codice Penale Zanardelli mirano a fare in modo che la chiesa non diventi una specie di contro-potere all’interno dello stato. Lo stesso Ratzinger invita i cattolici all’obiezione di coscienza ritenendo implicitamente che essa sia comunque lecita anche nei confronti del riconoscimento dei diritti dei gay. Un esempio ancora più incisivo dell’obbiezione di coscienza si è avuto nell’applicazione della legge sull’aborto, in questo caso la presenza di soli medici anti-abortisti in una struttura pubblica era in grado di paralizzare di fatto l’applicazione della legge.

L’art.183 del Codice Zanardelli punirebbe l’istigazione a non riconoscere di fatto i diritti che la legge riconoscesse agli omosessuali e frenerebbe l’abuso dell’obiezione di coscienza al fine della limitazione di fatto i diritti riconosciuti dalla legge. Le leggi oggi in vigore hanno purtroppo perso da anni la caratteristica della laicità.

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MATRIMONIO GAY IN FRANCIA E LAICITÀ DELLO STATO

A partire dal 4 Aprile 2013 il Senato della Repubblica Francese  procederà all’esame del Progetto di Legge  N. 344 “per l’apertura del matrimonio alle coppie dello stesso sesso”

 (http://www.assemblee-nationale.fr/14/projets/pl0344.asp) già approvato dall’Assemblea Nazionale.

L’art. 1 del Progetto di Legge N. 344 prevede che il capitolo I del titolo V del libro primo del Codice Civile sia così modificato: “è inserito all’inizio di questo capitolo un art. 143 così definito:

«Art. 143 – Il matrimonio è contratto da due persone di sesso diverso o dello stesso sesso.» ”.

Il Progetto di Legge prevede poi analiticamente tutte le disposizioni di adattamento dei codici al nuovo articolo 143. L’intera disciplina nel matrimonio, secondo le previsioni del Progetto di Legge, è reperibile alla pagina http://www.mariage-civil.fr/ .

Va sottolineato che il nuovo articolo 143 del Codice Civile francese non crea una normativa particolare per le coppie omosessuali, estensibile eventualmente anche alle coppie eterosessuali non sposate, ma semplicemente estende il diritto al matrimonio a tutti, senza alcuna preclusione dipendente dal sesso dei coniugi ed estende il diritto all’adozione anche alle coppie omosessuali sulla base della stessa disciplina che regola l’adozione per le coppie eterosessuali. Questo vuol dire che il nuovo art. 143 applica laicamente e rigorosamente il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

La definizione del nuovo art. 143 del Codice Civile francese costituisce l’esito di un lungo processo di laicizzazione del matrimonio

Il matrimonio, in Francia, è stato prerogativa esclusiva della Chiesa durante l’Ancien régime, la laicizzazione definitiva del matrimonio è stata sancita dall’articolo 7 della Costituzione 1791 in cui si afferma che “la legge considera il matrimonio come un contratto civile.” Il decreto 20-25 settembre 1792 ha quindi fissato le condizioni per la formazione del matrimonio, tra cui la celebrazione di fronte al funzionario comunale pubblico. Questa concezione civile e laica del matrimonio è stata fatta propria dai redattori del codice civile. Il matrimonio non trova nel Codice Civile francese nessuna definizione e il Codice non ne identifica alcuna finalità prefissata; il Codice si occupa degli atti di matrimonio, poi, in un titolo a parte, delle condizioni, degli effetti e dello scioglimento del matrimonio.

L’idea di aprire il matrimonio alle coppie dello stesso sesso ha raccolto progressivamente maggiore consenso fin dall’approvazione della legge n ° 99-944 del 15 novembre 1999 sul Patto civile di solidarietà. La maggioranza dei francesi è ora favorevole all’accesso al matrimonio da parte delle coppie dello stesso sesso. È vero che il Patto civile di solidarietà ha permesso di soddisfare l’aspirazione reale della società e il regime che esso prevede è stato notevolmente rafforzato e avvicinato a quello del matrimonio, ma le differenze comunque rimangono e questo strumento giuridico non risponde né alla richiesta delle coppie dello stesso sesso che desiderano sposarsi né alla loro richiesta di accesso all’adozione.

Bisogna dunque fare un passo ulteriore. Questo è lo scopo del Progetto di legge n. 344, che apre il diritto di sposarsi a persone dello stesso sesso e di conseguenza apre anche l’accesso alla genitorialità per queste persone, attraverso il meccanismo dell’adozione.

Il Cardinale Philippe Barbarin, Arcivescovo di Lione, ha dichiarato che l’apertura del matrimonio agli omosessuali «è socialmente dirompente » e ha aggiunto «E poi, questo avrà una serie infinita di conseguenze. Dopo, vorranno fare le coppie a tre o a quattro. Poi, un giorno forse, cadrà anche il divieto dell’incesto.» (http://www.lepoint.fr/societe/le-cardinal-barbarin-choque-avec-ses-propos-sur-le-mariage-gay-15-09-2012-1506521_23.php).

Il Cardinale Arcivescovo di Parigi André Vingt-Trois ha giudicato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, “una soperchieria che scuoterà uno dei pilastri della nostra società”.

La Federazione protestante di Francia si è pronunciata contro “l’idea falsa del matrimonio per tutti” facendone una questione “non teologica ma sociale e antropologica”.

Il gran Rabbino di Francia Gilles Bernheim ritiene che “gli argomenti invocati di uguaglianza, di amore, di protezione o di diritto al figlio non reggono e non possono, essi soltanto, giustificare una legge”.

Olivier Wang-Genh, vice-presidente della Unione dei Buddisti di Francia, si augura “che si rifletta sulle conseguenze che deriveranno da atti individualisti e egoisti”.

(http://www.20minutes.fr/france/1035092-mariage-homosexuel-mgr-vingt-trois-fustige-supercherie)

Il Consiglio francese per il culto musulmano (CFCM) ha pubblicato un documento ufficiale che spiega la contrarietà dei musulmani al Progetto di Legge ma precisa, laicamente, che «le regole e le norme di una religione non possono essere fatte valere per opporsi o sottrarsi alle norme e alle regole dello Stato che si applicano a tutti». Il documento sottolinea altresì che i musulmani «condannano fermamente ogni atto omofobo». Secondo il CFCM «la missione del matrimonio non si può ridurre al riconoscimento di un legame d’amore», il matrimonio presuppone «la fondazione di una famiglia stabile sotto la direzione dei due sposi» (http://www.lefigaro.fr/actualite-france/2012/11/06/01016-20121106ARTFIG00611-mariage-gay-l-opposition-des-musulmans.php)

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PAPA BERGOGLIO E GLI OMOSESSUALI

Poche ore fa, il cardinal Bergoglio, Arcivescovo di Buenos Aires, è stato eletto Papa, col nome di Francesco. La scelta del nome sembra essere un presagio di cambiamento, ma, se un cambiamento ci sarà, non riguarderà certamente il rapporto tra la Chiesa cattolica e gli omosessuali.
Il cardinal Bergoglio si è trovato in posizioni di forte polemica col governo argentino sulla questione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Il 9 luglio 2010, pochi giorni prima della discussione della legge i sul matrimonio tra persone dello stesso sesso, i l cardinale primate ha indirizzato una lettera alle monache carmelitane di Buenos Aires in cui ha descritto il progetto di legge sul matrimonio tra omosessuali come “una mossa del Diavolo” e ha incoraggiato ad aderire alla “guerra di Dio” contro la possibilità che gli omosessuali possono sposarsi. L’ex presidente Nestor Kirchner ha criticato le “pressioni” della Chiesa su questo punto. La Presidente Cristina Fernandez de Kirchner ha accusato Bergoglio in termini forti, giudicando la posizione della Chiesa come “tipica del Medioevo e dell’Inquisizione”.
Riporto qui di seguito il testo completo della lettera indirizzata dal cerdinal Beroglio alle monache carmelitane di Buenos Aires pochi giorni prima della discussione della legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso. Nella lettera si sottolinea che “Questa non è solo lotta politica ma è il tentativo di distruggere il piano di Dio”, e si giudica il progetto per consentire il matrimonio tra persone dello stesso sesso di origine diabolica, “una mossa del padre della menzogna.”
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Testo della lettera
Scrivo queste righe a ciascuna di voi che siete nei quattro monasteri di Buenos Aires. Il popolo argentino si troverà ad affrontare nelle prossime settimane una situazione il cui esito può ferire gravemente la famiglia. Questo è il disegno di legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso.
La posta in gioco qui è l’identità e la sopravvivenza della famiglia: padre, madre e figli. La posta in gioco è la vita di tanti bambini che saranno discriminati in anticipo privandoli della crescita umana che Dio ha voluto che fosse data da un padre e da una madre. La posta in gioco è un rifiuto diretto della legge di Dio, che è anche inciso nei nostri cuori.
Mi ricordo di una frase di S. Teresa quando parla della sua malattia infantile. Dice che l’invidia del diavolo cercò di far pagare alla sua famiglia l’entrata al Carmelo di sua sorella maggiore. Anche qui opera l’invidia del diavolo, per la quale il peccato è entrato nel mondo, che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio: l’uomo e la donna che hanno il compito di crescere, moltiplicarsi e soggiogare la terra.
Cerchiamo di non essere ingenui: non è solo una lotta politica, è una pretesa di distruggere il piano di Dio. Non è solo un disegno di legge (questo è solo lo strumento), ma una “mossa” padre della menzogna che cerca di confondere e ingannare i figli di Dio.
Gesù ci dice che per difenderci contro questo accusatore bugiardo ci manderà lo Spirito di Verità. Oggi la patria, in questa situazione, ha bisogno dell’assistenza speciale dello Spirito Santo che ponga la luce della verità fra le tenebre dell’errore, ha bisogno di questo Avvocato per difenderci dal sortilegio di molti sofismi con cui si tenta di giustificare questo progetto di legge e che confondono e ingannano anche le persone di buona volontà.
Per questo mi rivolgo a voi per chiedere la preghiera e il sacrificio, le due armi invincibili che Santa Teresa diceva di possedere. Invocate il Signore affinché mandi il Suo Spirito ai senatori che devono dare il loro voto perché non siano mossi dall’errore o da particolari congiunture ma da ciò che la legge di natura e la legge di Dio indicano loro. Pregate per loro, per le loro famiglie che il Signore li assista, li rafforzi e li conforti. Pregate affinché facciano un gran bene alla patria.
Il disegno di legge sarà discusso al Senato dopo il 13 luglio. Guardiamo San Giuseppe, Maria e il Bambino e chiediamo loro con fervore di difendere la famiglia in Argentina in questo momento. Ricordiamoci di ciò che Dio stesso disse al suo popolo in un momento di grande sconforto, “la battaglia non è vostra, ma di Dio”. Possano essi soccorrere, difendere e unirsi a questa guerra di Dio.
Grazie per quello che farete in questa lotta per la Patria. E, per favore, vi chiedo anche di pregare per me. Gesù vi benedica la Santa Vergine abbia cura di voi.
Cordiali saluti,
Card. Jorge Mario Bergoglio SJ, Arcivescovo di Buenos Aires
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COPPIE OMOSESSUALI E ADOZIONE – SENTENZA CORTE DI STRASBURGO

La Corte Europea dei diritti dell’uomo, creata a Strasburgo tra gli Stati membri del Consiglio d’Europa nel 1959, nell’ Arrêt de Grande Chambre “X et autres c. Autriche”, pubblicato il 19.02.13, (http://hudoc.echr.coe.int/sites/fra-press/pages/search.aspx?i=003-4264499-5083126#{“itemid”:[“003-4264499-5083126”]}) ha definito la causa “X  e altri contro l’Austria” (richiesta n. 19010/07) relativa alla impossibilità di accesso all’adozione co-genitoriale in Austria per le coppie omosessuali, discriminatoria rispetto alla situazione delle coppie eterosessuali non sposate.
Nel caso trattato, due donne che vivevano insieme in una relazione stabile omosessuale, lamentavano il rifiuto dei giudici austriaci accogliere la richiesta di una di loro di adottare i figli dell’altra senza che i legami giuridici tra madre e figlio venissero interrotti (adozione co-genitoriale).
La Corte ha constatato che la differenza di trattamento tra le ricorrenti e le coppie non sposate eterosessuali, uno dei cui membri intende adottare il bambino dell’altro, è causata all’orientamento sessuale dei richiedenti. La Corte ha dichiarato che il Governo non ha fornito ragioni convincenti che dimostrino che la differenza di trattamento di cui trattasi è necessaria per la conservazione della famiglia o per tutela degli interessi del minore.
Tuttavia, la Corte ha rilevato che la Convenzione non impone agli Stati di estendere l’adozione co-genitoriale alle coppie non sposate. Inoltre, ha sottolineato che questo caso differiva dal caso “Gas e Dubois contro Francia”, in cui la Corte non aveva rilevato alcuna differenza di trattamento fondata sull’orientamento sessuale tra le coppie eterosessuali non sposate e le coppie omosessuali sulla base del fatto che Legge francese che vieta l’adozione co-genitoriale interessa entrambe le situazioni.
Va sottolineato che la motivazione della sentenza della Corte di Strasburgo è sostanzialmente identica a quella adottata dalla Corte di Cassazione italiana nella sentenza 601/2013.
In sostanza, appare ormai consolidato, sia a livello della Corte di Cassazione italiana che della Corte di Strasburgo, il principio secondo il quale il presupposto che si tratti di genitore affidatario omosessuale (nel caso dell’affidamento) o che si tratti di coppia omosessuale (nel cosa di adozione co-genitoriale) non può più essere assunto a priori come giustificazione di un comportamento discriminatorio sulla base di un “interesse del minore” che sia puramente presunto. Quindi, impedire l’affidamento ad un genitore convivente in una coppia omosessuale, oppure impedire l’adozione co-genitoriale nell’ambito delle coppie omosessuali (dove è concessa alle coppie eterosessuali non sposate) non solo non rappresenta una tutela del minore ma è una forma di discriminazione lesiva dei diritti dell’uomo e basata su puri pregiudizi.
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CASSAZIONE E AFFIDAMENTO A COPPIE OMOSESSUALI – sentenza 601/2013

La prima sezione civile della Corte suprema di Cassazione ha depositato in data 11 gennaio 2013 la sentenza n. 601, per la cui diffusione in forma pubblica ha ordinato, a termini di legge, l’omissione delle generalità e degli altri dati identificativi. La sentenza integrale si può leggere qui: SENTENZA CASSAZIONE 601/2013 (sottolineo la correttezza de “Il Sole 24 ore” nel riportare il documento in forma integrale in modo che non ne sia possibile alcuna manipolazione o distorsione).

Analizziamo i fatti (come emergono dalla sentenza della Cassazione).

GIUDIZIO DI APPELLO

La Corte di Appello di Brescia respinge l’appello proposto dal ricorrente contro il decreto del Tribunale per i minorenni, che aveva affidato in modo esclusivo il figlio naturale del ricorrente alla madre, dando ai servizi sociali competenti il compito di regolare i rapporti del minore col padre “in un ambiente neutro e inizialmente protetto, e con facoltà di ampliamento delle loro modalità e durata sino a giungere ad incontri liberi in caso di evoluzione favorevole della situazione.”

La Corte d’appello ritiene “

– che il motivo di gravame con cui l’appellante insisteva per l’affidamento condiviso non avendo il Tribunale valutato il contesto familiare in cui vive il minore e le ripercussioni sul piano educativo e della crescita derivanti dal fatto che la madre, ex tossicodipendente, aveva una relazione sentimentale e conviveva con una ex educatrice della comunità di recupero in cui era stata ospitata, era inammissibile per genericità, non essendo specificato quali fossero le ripercussioni negative per il bambino;

– che il rifiuto dell’affidamento condiviso e l’affidamento esclusivo del figlio alla madre erano giustificabili in considerazione dell’interesse del minore, il quale aveva assistito ad un episodio di violenza agita dal padre ai danni della convivente della madre, che aveva provocato in lui un sentimento di rabbia nei confronti del genitore, irrilevante essendo che la violenza non avesse avuto ad oggetto la madre, bensì la sua convivente, la quale era pur sempre, proprio in quanto tale, una persona familiare del bambino, mentre la dedotta difficoltà dell’appellante di accettare, data la sua origine e formazione culturale, il contesto familiare in cui suo figlio cresceva e veniva educato, non poteva alleviare la gravità della sua condotta, considerata appunto la reazione che aveva provocato nel bambino; e del resto non era neppure contestato che l’appellante si fosse allontanato dal figlio da circa dieci mesi, sottraendosi anche agli incontri protetti ed assumendo, quindi, un comportamento non improntato a volontà di recupero delle funzioni genitoriali e poco coerente con la sua richiesta di affidamento condiviso e di frequentazione libera del bambino.”

GIUDIZIO IN CASSAZIONE

Il padre del bambino propone ricorso per cassazione adducendo tre motivi.

Il primo motivo riguarda la delega del Tribunale per i minorenni ai Servizi sociali circa le modalità degli incontri tra il padre e il figlio. Si tratta in sostanza di questioni di possibile illegittimità procedurale sui quali non ci soffermiamo.

Con secondo motivo si denuncia:

a) La contraddittorietà della motivazione della sentenza impugnata;
b) L’insufficienza della medesima motivazione quanto al diniego dell’affidamento condiviso, che per legge costituisce la regola, onde la Corte d’appello avrebbe dovuto motivate b1) la ritenuta idoneità della madre all’affidamento esclusivo. “a fonte del mancato espletamento dell’indagine chiesta al Sevizio Sociale … diretta a verificare se il nucleo familiare della madre, composto da due donne, tra di loro legate da relazione omosessuale, fosse idoneo, sotto il profilo educativo, ad assicurare l’equilibrato sviluppo del minore” in relazione al diritto “ad essere educato nell’ambito di una famiglia quale società naturale fondata sul matrimonio”, nonché b2) alla ostatività all’affidamento congiunto del comportamento del padre. Ma anche questi motivi sono sostanzialmente procedurali e non ci soffermeremo su di essi.

Col terzo motivo si entra in questioni di diritto sostanziale e si ribadisce che il ricorrente aveva lamentato, in sede di appello, che il Tribunale non aveva approfondito, come richiesto dal servizio sociale, se la famiglia in cui è inserito il minore, composta da due donne legate da una relazione omosessuale, fosse idonea, dotto il profilo educativo a garantire l’equilibrato sviluppo del bambino, “in relazione ai diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, di cui all’art. 29 della Costituzione, alla equiparazione dei figli nati fuori dal matrimonio con i figli legittimi di cui all’art. 30 della Costituzione e al diritto fondamentale del minore di essere educato secondo i principi educativi e religiosi di entrambi i genitori. Fatto questo che non poteva prescindere dal contesto religioso e culturale del padre, di religione musulmana.”

La Corte di Cassazione ha ritenuto “il motivo inammissibile perché il ricorrente si limita a fornire una sintesi del motivo di gravame in questione dalla quale, invero, non risulta alcuna specificazione delle ripercussioni negative, sul piano educativo e della crescita del bambino, dell’ambiente familiare in cui questi viveva presso la madre: specificazione la cui mancanza era stata appunto stigmatizzata dai giudici di appello. Né il ricorrente spiega altrimenti perché sarebbe errata la statuizione di quei giudici di inammissibilità della censura per genericità, essendo a sua volta generico e non concludente anche l’accenno ai principi costituzionali di cui sopra.

Alla base della doglianza del ricorrente non sono poste certezze scientifiche o dati di esperienza, bensì il mero pre-giudizio che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale. In tal modo si dà per scontato ciò che invece è da dimostrare, ossia la dannosità di quel contesto familiare per il bambino, che dunque correttamente la Corte d’appello ha preteso fosse specificamente argomentata.”

La sentenza sopra citata definisce un chiaro orientamento giurisprudenziale che tende ad allineare, anche se in via interpretativa, il diritto italiano agli orientamenti ormai consolidati in sede europea. In buona sostanza il fatto che uno dei genitori abbia una relazione omosessuale non è considerato “di per sé” ostativo all’affidamento esclusivo dei figli. Il fatto che un bambino possa avere problemi di crescita per il fatto di vivere nell’ambito di una famiglia costruita intorno ad una coppia omosessuale è considerato dalla corte mero pre-giudizio e come tale argomento senza rilevanza giuridica.

Questa sentenza, pronunciata su conforme parere della Procura Generale, è un enorme passo avanti verso un Diritto che non si basi su meri pre-giudizi ma c’è da ritenere che, proprio perché siamo in campagna elettorale, darà luogo a una serie infinita di prese di posizione e di polemiche. Intendo dire che siamo ancora lontanissimi dai livelli cui l’Europa ha chiesto ripetutamente all’Italia di adeguarsi.

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IL PAPA E LE NOZZE GAY

Di recente c’è stato nella stampa molto clamore in riferimento al messaggio del Papa per giornata della pace. Cito solo un articolo del Corriere della Sera: “Il Papa contro le nozze gay: offesa alla persona”.

Il messaggio del Papa in realtà non parla in modo esplicito di coppie omosessuali, lasciando alla stampa il compito di leggere tra le righe. Riporto qui si seguito, inserendo in nota tre spunti di riflessione, il brano di interesse per le Persone Omosessuali del messaggio di Benedetto XVI per la XLVI Giornata mondiale della pace, del 1° gennaio 2013, sul tema: «Beati gli operatori di pace». Il testo integrale del messaggio si può leggere alla pagina:

http://www.toscanaoggi.it/Documenti/Benedetto-XVI/Beati-gli-operatori-di-pace

“Anche la struttura naturale del matrimonio va riconosciuta e promossa, quale unione fra un uomo e una donna, rispetto ai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano (1) e contribuiscono alla sua destabilizzazione, oscurando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale (2).

Questi principi non sono verità di fede, né sono solo una derivazione del diritto alla libertà religiosa. Essi sono inscritti nella natura umana stessa, riconoscibili con la ragione, e quindi sono comuni a tutta l’umanità. L’azione della Chiesa nel promuoverli non ha dunque carattere confessionale, ma è rivolta a tutte le persone, prescindendo dalla loro affiliazione religiosa. Tale azione è tanto più necessaria quanto più questi principi vengono negati o mal compresi, perché ciò costituisce un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace. (3)”

(1)     Se questa affermazione, che è volutamente non esplicita, si riferisse a coppie di fatto eterosessuali sarebbe opinabile ma avrebbe un senso concreto perché si baserebbe sul fatto che la scelta di unioni eterosessuali di fatto, al posto del matrimonio, è un fenomeno culturale in relazione al quale la Chiesa può realmente svolgere un’azione incisiva promuovendo i valori del matrimonio, se invece fosse da intendersi, come sembrerebbe, pur nell’ambiguità dell’espressione, come riferita anche a coppie omosessuali presupporrebbe una concezione del tutto irreale della omosessualità come fenomeno culturale verso il quale è possibile un’azione di contenimento attraverso la promozione del matrimonio eterosessuale. L’omosessualità non è una cultura, non è un’ideologia che si trasmette a livello sociale con i mezzi tipici della comunicazione culturale (non esiste una catechesi gay) ma è una identità personale profonda contro la quale può essere possibile un’azione di repressione, certo, ma non di orientamento tramite la promozione del matrimonio; la promozione del matrimonio (eterosessuale), in questi casi, favorisce la creazione famiglie in cui il rapporto tra i genitori manca di una componente importantissima. Il fenomeno dei gay sposati esiste eccome e non è nemmeno marginale. Non si tratta, in questi casi, di fare o non fare azioni di promozione del matrimonio per modificare un atteggiamento culturale ma di rispettare l’orientamento sessuale naturale delle persone.

(2)     Quanto all’insostituibile ruolo sociale del matrimonio riporto un solo dato di fonte ISTAT (http://www.istat.it/it/archivio/66665) relativo al censimento 2010. “I tassi di separazione e di divorzio totale mostrano per entrambi i fenomeni una continua crescita: se nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni erano 158 le separazioni e 80 i divorzi, nel 2010 si arriva a 307 separazioni e 182 divorzi.” Questo significa che in sostanza il 50% dei matrimoni finisce con separazione o divorzio.

(3)     Viene spontaneo chiedersi se la libertà costituisca essa stessa “un’offesa contro la verità della persona umana, una ferita grave inflitta alla giustizia e alla pace”.

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