AUGUST VON PLATEN OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH

Con il capitolo intitolato “Platen o l’uranista superiore”, André Raffalovich chiude il suo libro “Uranismo e Unisessualità”. Non è certamente un caso. Raffalovich ha sempre manifestato una notevole simpatia per von Platen e per la sua concezione dell’omosessualità, che viene celebrata da lui al termine del capitolo con accenti di autentico entusiasmo oltre che di condivisione morale.Va detto subito che Raffalovich, nella sua panoramica sugli omosessuali notevoli della storia e della letteratura si è fermato al primo ‘800, con l’unica eccezione di Wilde. Nel suo lavoro, quindi, non sono presenti personaggi fondamentali nella storia dell’omosessualità quali John Addington Symonds, Edward Carpenter e lo stesso Raffalovich, che appartengono alla seconda metà dell’800 e in qualche caso hanno esteso la loro attività anche ai primi decenni del ‘900.

Platen, come Grillparzer, Motitz, Goethe, e lo stesso Byron, appartengono ad un periodo, in cui il dibattito sull’omosessualità è ancora qualcosa di utopistico e di vago da collocare in un futuro di cui non si avvertono neppure gli albori.

La distruzione delle memorie e di molte lettere di Byron dopo la sua morte è il segno di quanto l’idea dell’omosessualità dell’autore fosse ritenuta improponibile.

Grillparzer e Moritz furono attentissimi nel difendere la loro onorabilità dal rischio di accuse di omosessualità. Tutti questi personaggi (con l’eccezione, forse di Byron) attraversarono periodi di dubbi, di oscillazioni e di incertezze circa la reale dimensione della loro sessualità perché del tutto o quasi privi di riscontri che potessero mettere in crisi il pregiudizio dominante. Vissero tutti storie eterosessuali in cui la partecipazione affettiva era veramente ridotta e che oggi non si faticherebbe a identificare come relazioni di copertura.

Byron, che aveva tenuto un comportamento più libero, fu costretto dal pettegolezzo ad abbandonare l’Inghilterra e non vi fece più ritorno.

Prima di Platen, i segni dell’omosessualità vanno ricercati in elementi biografici poco conosciuti o nelle ambiguità delle opere, dove sono quasi sempre trascritti in chiave eterosessuale. Per Platen non è così. Si potrebbe dire che Platen è il primo omosessuale nel senso moderno del termine, perché riconosce la sua omosessualità, almeno di fronte agli amici, che non lo rinnegano per questo, e afferma il suo diritto ad amare e ad essere amato da un amico di animo nobile, perché il suo sentimento non ha nulla di cui ci si debba vergognare. Ravvalovich interpreta il fatto che Platen ritenga dignitoso e altro il suo amore omosessuale ponendo per ipotesi l’idea che si trattasse di un amore senza sesso o quasi, e comunque con una sessualità estremamente sublimata, ipotesi proponibile forse per Platen giovane, ma probabilmente poco realistica per il periodo Italiano della vita del poeta.

Non va dimenticato che l’Italia, per tutto l’800, fu per i ricchi omosessuali del nord Europa un vero paradiso terrestre, del tutto privo del moralismo inglese e dell’ipocrisia tedesca in materia di sessualità.

Certo Platen, a quanto sembra, anche in Italia non condusse una vita sregolata al livello che sarà poi tipico di Wilde e sembra anzi mantenere atteggiamenti moralistici anche quando condanna poeti molto libertini che intendono creare un rapporto di amicizia con lui.

Ma Platen è moderno anche per un’altra ragione: il suo non circondare la sua vita e le sue poesie di troppe cautele lo espone al pettegolezzo e finisce per essere vittima di attacchi personali molto pesanti e triviali, ovviamente con l’accusa di omosessualità, avanzata nei modi più volgari da un personaggio come Heine, per altri versi eccellente e fine letterato di origini ebraiche. La polemica tra Heine e Platen naque per ragioni di orgoglio letterario, pare che Heine non avesse apprezzato molto una poesia di Platen e avesse espresso un giudizio molto critico, se non sprezzante, Platen rispose tirando in ballo le origini ebraiche di Heine e questi per tutta risposta si lasciò andare ad insulti contro Platen legati alla sua omosessualità.

La storia della querelle tra Platen e Heine è il segno di quanto l’accusa di omosessualità fosse (ed in parte sia ancora oggi) un’arma che si tiene in serbo e si può sfoderare ogni qual volta se ne presenti l’occasione.

Thomas Mann da dedicato un lungo saggio a Platen che, nella sua morte solitaria a Siracusa, per colera (forse), è l’Ispiratore di “Morte a Venezia”, da cui Visconti trasse il suo capolavoro cinematografico. Ma il lavoro di Mann su Platen, più che rappresentare una ipotetica lotta di Platen contro l’omosessualità, incarna in Platen l’analoga e ben più angosciosa lotta di Mann contro la propria omosessualità. Oggi, dopo la pubblicazione integrale dei diari di Platen, la lettura del personaggio fatta da Mann non può più essere condivisa. Platen, a differenza della stragrande maggioranza degli omosessuali colti della sua generazione (e anche di molti delle successive) aveva accettato la propria omosessualità e la considerava un valore irrinunciabile. Certo, in un mondo in cui l’omosessualità era penalmente perseguita in modo pesante e il negazionismo era l’unico atteggiamento di tutti, omosessuali compresi, un uomo come Platen passò la vita tra delusioni e frustrazioni, innamoramenti rivolti ad amici eterosessuali, incomprensioni e fraintendimenti, ma per lui l’omosessualità era una forma d’Amore con la A maiuscola e non si sarebbe certo abbassato all’idea del sesso mercenario, in questo è un personaggio che ha mantenuto alto, anche come omosessuale, il livello della sua moralità.

Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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PLATEN O L’URANISTA SUPERIORE

Vorrei presentare con chiarezza la nobile, interessante e melanconica figura del poeta Auguste, conte di Platen-Hallermünde.

È per eccellenza l’uraniana nato, destinato, sicuro di sé, retto, completo, coraggioso, elevato, tutto dedito al suo amore per la gloria poetica, per l’arte poetica, per la bellezza intellettuale e fisica, nel modo più vivo in cui lui la sente, e per come la sente in accordo con la sua dignità di uomo. Ha fortemente appassionato i suoi amici, il conte Fugger, Liebig, A. Kopisch, Gustav Schwab, ecc. e ha sollevato odi infami. Ancora oggi la biblioteca di Monaco detiene i diciotto volumi del diario di Platen, e questo deposito prezioso aspetta una pubblicazione rispettosa e intelligente, che i signori von Laubman e L. von Scheffler hanno promesso.

Nel 1860 Engelhardt ha pubblicato dei frammenti del diario che si fermano al 1828 – Platen era nato nel 1796 e morì nel 1838. È con l’aiuto di questo frammento autobiografico, delle sue opere, delle sue lettere e delle pubblicazioni dei suoi amici che cercherò di mostrare la sua fisionomia.

Auguste, conte di Platen-Hallermünde (o conte di Platen, come preferiva essere chiamato) nacque il 21 Ottobre 1796 a Ansbach dove suo padre era al servizio della Prussia. Il primo conte di Platen, Franz-Ernest, aveva ricevuto il suo titolo il 20 luglio 1689 Leopoldo I.

Il padre di Platen, nato nel 1740, aveva sposato in prime nozze la signorina von Reitzenstein, e da questo matrimonio erano nati sei figli, un maschio e cinque femmine. Il matrimonio fu infelice e portò ad un divorzio. Il conte Platen si risposò nel 1795 con Louise-Friederike Christiane Eichler von Auritz. Ebbero due figli, il primo fu il poeta, il più giovane morì a tre anni.

Auguste von Platen, o Platen come io lo chiamerò, quando era ancora molto piccolo, ebbe una lunga malattia, il famoso medico di Erlangen, Hildebrand, la considerò incurabile; ma il bambino crebbe ugualmente, allevato con semplicità, e come accadeva alla maggior parte dei bambini nobili nati dopo la Rivoluzione francese, gli fu insegnato a dare del tu ai suoi genitori e a sentirsi libero in loro presenza: non gli parlarono mai della sua nascita nobile. Platen ricordava che i suoi primi amici d’infanzia erano stati Simon Langenfoss e Jeannot Asimont, figli di un insegnante di francese, e due Liebeskind. Andava anche spesso al castello a giocare con la principessina, figlia del principe Luigi di Prussia, fratello del re. Incontrava lì anche le zie della bambina, la regina Luisa di Prussia e la principessa di Thurn und Taxis.

Il padre di Platen faceva tanti piccoli viaggi per visitare le foreste delle quali si doveva occupare e il bambino rimaneva solo con la madre. Lei gli leggeva ad alta voce e gli fece amare la lettura. Ben presto preferì i libri ai suoi molti giocattoli. Imparò anche presto a scrivere. Il primo libro che lesse da solo conteneva commedie infantili. Adorava il teatro, ci andava il più possibile, recitava delle commediole con i suoi compagni. Scrisse nel suo settimo anno una commedia pastorale e la inviò a un giovane amico.

Scrisse molte piccole parti in versi, piene di fate, streghe e maghi. Anche la mitologia si impossessò della sua immaginazione, ma le storie d’amore lo lasciavano indifferente. Considerava l’amore solo un artificio teatrale. Nonostante la sua predilezione per le favole era piuttosto scettico. Rispose ad un professore che non esisteva l’inferno. Voleva dire che non c’era un posto dove si arrostivano le anime.

La madre si ritirò completamente dal mondo per occuparsi unicamente di suo figlio. Lo spingeva al lavoro. Gli faceva scrivere delle lettere ad una ragazzina inglese della sua età, che lui non aveva mai visto, figlia di un amico d’infanzia della contessa. Una ragazzina, Caroline von Gemmingen, venne ben presto a vivere con loro. Platen e lei erano sempre in guerra.

Nel 1806 il bambino, nel suo nono anno, vide la sconfitta dei soldati dell’Imperatore d’Austria, Bernadotte che passava per Ansbach e la caduta della Prussia; e si interessò molto a tutti questi eventi.

Nello stesso anno il generale Werneck, capo del corpo dei Cadetti a Monaco di Baviera, amico d’infanzia del padre di Platen, gli offrì di incorporarlo tra i cadetti. Il padre accettò e la madre portò il bambino a Monaco.

Separarsi dalla madre fu per lui un grande dolore, e gli abiti rigidi e pesanti lo infastidirono – ma la novità lo divertì, e ciò che lo riconciliato con il suo nuovo stile di vita fu l’amicizia.

Rimase quattro anni tra i Cadetti. Ha descritto molto bene la vita che lì si conduceva, – la scuola dei Cadetti era stata un monastero gesuita. C’erano un centinaio di cadetti. Quasi non si permetteva loro di leggere, le loro letture unitamente alla loro corrispondenza, venivano rigorosamente esaminate. I cadetti erano continuamente sorvegliati: durante le lezioni dagli insegnanti, durante la ricreazione dagli ufficiali, di notte dai domestici. Non venivano mai lasciati soli. Si insegnavano loro le matematiche, la geometria, la storia, la geografia, lo stile, il latino, la religione, il francese al quale si prestava grande attenzione, la scherma, la danza e quasi tutti gli strumenti musicali.

Ci si burlava dei suoi versi. Era sempre, ai pasti, a tavola nel mezzo: c’erano tre tavoli sui quali il cibo era proporzionale al progresso o alle recidive degli allievi. – Si recitavano commedie; il numero di commedie era limitato per la mancanza di ruoli femminili. Platen non ci recitò mai. – Nel suo decimo anno aveva probabilmente superato la malattia dell’infanzia, perché si ricordava, non senza piacere, di un viaggio a piedi fatto durante le vacanze con alcuni compagni e alcuni insegnanti, un viaggio nel Tirolo. Il Tirolesi gli sembravano gentili e premurosi. I cadetti dormivano sulla paglia, ma erano ben nutriti. Trascorse a casa il resto delle vacanze, felice di essere libero. Le costrizioni del collegio gli erano insopportabili. La sua ostinazione attirava su di lui talmente tante punizioni che finirono per aggravare questo tratto del suo carattere. Si trovò presto in cattivi rapporti con le autorità militari e con il professore di religione luterana. Platen, benché luterano, aveva preso le difese del cattolicesimo per spirito di contraddizione. La sua testardaggine, lo dice lui stesso, era punibile, ma era anche l’inizio della sua indipendenza di giudizio.

Amicizia, in fondo, gli diede il collegio sopportabile. L’amicizia era la dea della cadetti. Ciascuno poteva cercare e trovare un’anima affine alla propria, e nonostante i vincoli esterni, lì ci si poteva legare ad un amico per la vita.
Il suo primo confidente fu Friedrich Schnizlein, al quale affidò i suoi primi scritti. Era un confidente perfetto, ma non era favorevole al fervore del sentimento nell’amicizia.

Ludwig von Luder, ugualmente protestante, ricevette anche lui la confidenza letteraria del giovane Platen. Era più grande e molto intelligente, amante della scienza, senza inclinazioni disordinate. Rimase sempre l’amico sincero di Platen, e le loro discussioni furono solo a proposito della politica.

Tra i cadetti della sua classe vedeva spesso Ernst Wiebeking, il conte Sprety, Kasimir Baeumler, Tettenborn, etc.; tra quelli delle altre classi, Karl e Alexander Welden, Krazeisen, Brand, Kaeser, Normann, Wilhelm e Joseph Gumppenberg.

Max von Gruber lo attirava particolarmente. Non era molto dotato, ma pieno di volontà, un matematico amante della poesia, giusto, solido e senza pregiudizi.
Avrebbe perdonato a Voltaire il suo ateismo se Voltaire non lo avesse così spesso negato; – Non biasimava nessuna delle cattive azioni di Napoleone se facevano parte del suo ruolo di conquistatore. È comprensibile che il giovane Platen, che si doveva sentire diverso dagli altri, si aggrappasse a Max von Gruber, onesto e pieno di rispetto per le differenze essenziali tra gli uomini di valore o di genio. Rimasero sempre amici. Anche Gustav Jacobs, figlio del filologo, fu molto strettamente legato a Platen; era un ragazzo semplice e aperto, odiava la pedanteria, poco amato dalle autorità, biasimava le lamentazioni di Platen ma lodava molto le sue poesie e si interessava ad esse.

Anche i due fratelli Fugger amavano molto Platen, e Friedrich, il maggiore, entusiasta di Goethe, rimarrà nella storia della letteratura tedesca legato al nome di Platen, onorato dalla sua lunga, tenera e modesta amicizia.

Friedrich Fugger era legato soprattutto a Wilhelm Gumppenberg e unito a lui dall’amore per la musica. Il conte Fugger successivamente mise in musica molte poesie di Platen, e in collegio condivideva già la sua avversione per i canti dei bevitori.

Ma di tutte queste amicizie, la più tenera era quella per Joseph Xylander. Si erano visti in collegio durante tre anni, prima di conoscersi meglio. Ebbero questa felicità nel mese di marzo 1810, e fino all’autunno di quell’anno, quando Platen se ne andò, godettero di un’amicizia quasi romantica.

Platen scrisse per lui molte poesie che Xylander non vide mai. Scrisse anche un inno all’amicizia, delle novelle e una commedia, parodie e satire, che lo resero poco gradito nell’ambiente.

Tutte questi tentativi furono distrutti prima della fine del 1810. La lettura di Omero lo entusiasmò e lo trasportò nel mondo greco che gli fu così caro.

La guerra del 1809 con l’Austria gli insegnò a tacere.

I Bavaresi adoravano Napoleone: Platen avrebbe preferito il successo degli Austriaci, e quando Monaco fu occupata dagli Austriaci e gli ufficiali austriaci vennero a visitare la scuola dei Cadetti, Platen nascose le sue simpatie.

Nel settembre 1810 Platen lasciò i cadetti e divenne uno dei paggi del re. Prima di entrare nel gruppo dei paggi trascorse due mesi in casa di suo padre. Aveva molto sofferto lasciando Xylander.

A quattordici anni il carattere di Platen sembra già ben delineato: amore per la poesia e l’amicizia, l’amicizia per giovani della sua età, educati, seri, e allo stesso tempo un attaccamento esclusivamente sentimentale per qualcuno un po’ più giovane di lui, e poi molta testardaggine, sensibilità e capacità di soffrire, – un saldo punto di vista patriottico e il desiderio di amare, di essere amato, e di migliorarsi.

Questo è il ragazzo che a vent’anni scriverà nel suo diario che Dio, la castità, l’amicizia e l’apprendimento sono la base del suo sistema.

Rimase nel gruppo dei paggi dal 1810 fino al 1815. La sua prima impressione fu triste: non aveva amici. Lo guardavano con occhi indifferenti. Non aveva nessuno con cui confidarsi. Poco a poco si trovò bene. Il conte Kuenigl, che lui conosceva, gli venne in aiuto. Tra i paggi c’era molta più educazione che tra i cadetti, c’era più libertà, più pulizia, il cibo era migliore. Gli abiti erano più belli, e ci si poteva cambiare d’abito quando si voleva. Si era trattati come ragazzi grandi. Si poteva lavorare per conto proprio e si potevano leggere tutti i libri classici.

Amava il latino e il greco, l’italiano e l’inglese. Scriveva sempre molto e distruggeva quello che aveva scritto. Il re era molto buono con i paggi, e le cerimonie di corte erano per loro un divertimento. Platen piano piano si fece degli amici, ma non un amico intimo. Un certo conte Lodron Laterano ebbe per lui una qualche importanza, facendogli amare l’Italiano. Il barone Perglas, un giovane con uno zelo di ferro, lo stimolava al lavoro, così come i conti Gajetan Berchem e Saporta. Ma aveva soprattutto fiducia in un certo barone Massenbach, ragazzo molto onesto. Tutti furono utili alla sua educazione. Era debolmente religioso e pregò con fervore solo nei momenti spiacevoli, ma non si dimenticò mai del tutto di pregare decentemente, senza borbottare. La sua prima comunione, nel 1811, gli fece fare molti buoni propositi.

Il professor Hafner, l’uomo più importante della scuola dei paggi, faceva molto per divertire e far crescere i paggi. Li portava nei musei, presso l’Accademia, leggeva loro ad alta voce, e quando i paggi erano a letto raccontava loro delle storie.

Nel 1813 Platen si decise a diventare ufficiale, non per affetto verso lo stato militare, ma perché questo stato, secondo lui, comportava più tempo libero e più libertà.

Il suo futuro poetico lo tormentava sempre, voleva scrivere una tragedia su Corradino, l’amicizia del giovane Federico per Corradino doveva riempire più di una bella scena. È interessante il fatto che a diciassette anni si sentisse obbligato ad aggiungere anche una ragazza innamorata di Corradino, che lo seguiva travestita e non riconosciuta fino in Italia.

Non aveva ancora trovato la sua strada letteraria.

Qualche anno più tardi, riprende il tema di Corradino, trova l’amicizia di Federico e Corradino più che sufficiente e non ha più bisogno di inventarsi una ragazza.

Due giorni prima del suo diciassettesimo compleanno, Platen inizia il suo diario – e lo continuerà fino alla morte, per venticinque anni. – Ci sono dei pezzi di diario in Francese, altri in Inglese, in Italiano e in Portoghese.

Aveva la passione di leggere i poeti nella loro lingua, e imparò lo Spagnolo, lo Svedese, il Danese, il Persiano.

Nel suo diciottesimo anno, pensa di essere innamorato di una giovane marchesa Eufrasia, la più bella ragazza della corte. Va ad abitare nella stessa casa, la vede di tanto in tanto, ma si rende conto in quello stesso anno che si è sbagliato, e lascia la buona vedova, presso la quale è alloggiato, e la madre di questa eccellente persona, con molto più rammarico di quello provato nel lasciare la marchesa Eufrasia.

Egli nota questo errore sentimentale, l’unico della sua vita, a quanto pare, e rapidamente dissipato. Non credo che nessun’altra donna lo abbia veramente interessato dopo di allora. Questo interesse passeggero per Eufrasia è un momento curioso e istruttivo nella storia di Platen. La necessità di concentrarsi su qualcuno e di essere interessante, l’idea che si debba essere teneramente innamorati di qualcuno, la monotonia della sua vita, gli danno questa illusione.
Non molti unisessuali si sono lasciati illuminare così facilmente come Platen; il crollo di un amoretto ordinario ha fatto cercare loro con insistenza le sensazioni o le emozioni che dà alla donna, ma Platen non ricominciò affatto. Aveva già abbastanza desideri, abbastanza aspirazioni. Voleva vedere paesi stranieri, l’Italia, Londra, Roma.

Il 31 marzo 1814 diventa tenente. Non gli piace la compagnia degli ufficiali. Si consola leggendo molto, lavorando molto. È abbastanza sconvolto dalla licenza dei costumi intorno a lui. Viene a sapere che un giovane poeta, di nome Hesse, ha spedito dei versi a Goethe e ha ricevuto una risposta da lui. Ne resta molto colpito, si chiede se i suoi versi siano degni di una tale spedizione.

Nel bel mezzo della sua fantasia per Eufrasia un’amicizia improvvisa per un giovane uomo, Issel, basta a mostrare il più vivo interesse di Platen per l’amicizia.
Issel è un giovane pittore che il Granduca di Darmstadt fa viaggiare. All’inizio (l’amicizia comincia il 28 maggio e termina in giugno: quindi innanzitutto non ha avuto una lunga durata), Issel non lo ha interessato, poi ha notato in lui una grande molteplicità di interessi, un gusto puro nell’arte, molta cordialità, molte attenzioni. Issel sarebbe partito da lì a otto o nove giorni.

Venendo a sapere che Platen è interessato alla poesia, Issel gli racconta di aver ricevuto dal giovane Voss un ricciolo dei capelli di Schiller morto e si offre di dividerlo con lui.

Lasciati insieme dall’amico che li aveva fatti incontrare, parlano delle lingue straniere, delle opere di Goethe, della vita così breve e dell’arte così lunga. Issel abita presso Nathan Schlichtegroll e consiglia a Platen di fare la sua conoscenza. Poi discutono della riforma della scuola mistica di Schlegel, di Werner che Issel conosce. Issel chiede a Platen di accompagnarlo in Italia. Platen non capisce come un uomo di tanto spirito possa essere interessato a lui.

Si vedono spesso dopo questo primo incontro. Un giorno Issel supplica Platen di leggergli delle poesie [1] e gli legge le sue. L’indomani Platen gli legge parecchie altre poesie ma poi rimpiange di averlo fatto. Si sente triste, crede di aver profanato il paradiso dei suoi pensieri avendoci introdotto un estraneo. È possibile che Issel (poeta mediocre del resto), non avesse abbastanza apprezzato Platen. Platen si ripromette di smettere di scrivere i versi e si incupisce al pensiero della solitudine che lo attende. L’indomani arriva la riconciliazione: trascorrono una bella serata insieme.

Issel lo supplica di non abbandonare la poesia, e il giorno seguente gli invia i capelli Schiller e riceve una poesia in cambio. Il 6 giugno Issel gli racconta di avere scritto una tragedia (fischiata a Francoforte, sulla contessa Platen che ha giocato un ruolo importante alla corte del duca di Brunswick, padre di Giorgio I d’Inghilterra). Lo stesso giorno Platen viene a sapere che deve portare dei carri con delle tende a Battenberg in Tirolo. Issel lo consola, offrendosi di accompagnarlo La stessa sera beve alla sua fratellanza con lui e Schlichtegroll.

Il 9, Issel e Platen partono insieme, discutendo del Dr. Gall, che Issel conosceva, leggendo Wallenstein.

Il 10 Platen è felice di vedere un così bel paesaggio in una così cara compagnia. Lo stesso giorno hanno dei problemi. Issel ferisce il suo amor proprio, poi lo accusa di curiosità, di indiscrezione, etc. Platen trova offensivo giustificarsi. Non si parlano più.

Eppure, salendo una collina, incontra Issel, che ne discende, che gli urla di avere inciso il nome di Platen su una pietra. Quando lui e Issel si lasciando definitivamente, Platen rimpiange di averlo messo da parte per il suo umore irritabile e ammette che la sua testardaggine lo renderà infelice e allontanerà molti uomini da lui. E trascorre i due giorni dopo la partenza di Issel a scrivere diverse canzoni.

Il 17 giugno rientra a Monaco.

Ho raccontato dettagliatamente questo episodio, perché ci si ritrova ciò che caratterizza e distingue fortemente Platen: il suo entusiasmo per il giovane amico, intelligente, colto, o che voleva insegnare o imparare. Naturalmente malinconico lui stesso (da quando aveva lasciato a casa paterna) l’allegria di chi gli piace, l’umore dolce e pacato, le risate dell’amico, lo fanno trasalire di gioia. Issel era più grande di lui, è vero, ma Platen era allora molto giovane, aveva diciotto anni.
In seguito, quando arriverà a un più alto grado di maturità, il suo amico sarà un po’ più giovane, abbastanza giovane per dargli l’impressione di una bella gioventù, ma abbastanza grande per rassomigliargli, per condividere i suoi gusti.

L’amor platonico (filosofico o onorevole) ha sempre deliziato Platen; per quelli diversi da lui ebbe amicizia, affetto, riconoscenza, rispetto. Ma la sua passione si orientava verso coloro che gli sembravano suoi simili, con più bellezza e con la grazia virtuosa in più.

Questo episodio di Issel non durò a lungo, ma mostra Platen a 18 anni come a 12, che si innamorava subito, aspettandosi di trovare tutto e non trovando sempre grandi cose (come in questo Issel) ma in ogni caso non trovando la felicità.

È questo amore al tempo stesso intellettuale, appassionato e sentimentale che l’ha fatto soffrire così tanto, ma che l’ha anche mantenuto integro e dignitoso. Quando scrisse all’età di 20 anni le regole di condotta, una era di dimenticare ciò che è sensuale in lui; un’altra era di non studiare i misteri della fisionomia nelle persone che lo interessano, di non pensare gli assenti, di perfezionarsi, di migliorarsi.

Quando parla di non pensare gli assenti, non dobbiamo crederlo indifferente ai suoi amici; al contrario, è stato loro fedele, ma è a quello che è più di un amico che cerca di non pensare troppo per poter lavorare e vivere.

Possiamo già vedere la differenza che c’è tra Platen e un dissoluto; non cerca mai sensazioni rare, ma un amore duraturo e affascinante.

Avrebbe indietreggiato con orrore di fronte agli amori di Oscar Wilde, davanti agli amori venali che non sono la quintessenza di due esistenze nobili e virili.

A metà del 1814 non si riconosce né come uomo né come poeta, non si interessa abbastanza a Eufrasia perché lei possa ispirarlo o occuparlo. Lo stato militare non gli si addice, gli viene consigliato di studiare le scienze, la poesia ancora non gli appartiene, va a tentoni, non si è trovato. I suoi amici non sono a Monaco, sono dispersi. Non ha il tempo di leggere abbastanza. La natura non lo affascina quando è solo o annoiato. Legge comunque molto, in molte lingue, Petrarca, Dante, il Pastor Fido, Pope, Corneille, Voltaire, Racine, Boileau, ecc., e sempre Goethe. Si potrebbe applicare a Goethe, ha detto allora, quello che Goethe ha detto Hamann: “Le sue opere sono spesso libri sibillini che si capiscono solo quando ci si trova nella stessa situazione del poeta.” E vediamo, per esempio, Platen in diversi momenti della sua vita che legge e rilegge Goethe, con tanto profitto quanta ammirazione. E man mano che si trova in una situazione diversa, la stessa opera di Goethe diventa sempre più chiara, vera e commuovente. Per esempio, “La figlia naturale”, che egli non apprezza affatto all’inizio, e che poi ammira per il suo spirito nel 1814, diventa per lui nel 1821, dopo il tragico naufragio della sua grande passione per Otto von Bulow, uno specchio prezioso del suo dolore.

Ora si consola del suo vuoto e della sua noia, della sua vita che egli aspetta con l’impazienza scoraggiata della giovinezza, leggendo e scrivendo in Inglese con Perglas, leggendo con lui anche Virgilio e Tasso, pattinando, concentrandosi sulla politica. Quando Napoleone torna dall’isola d’Elba, prova un entusiasmo patriottico ma Wiebeking gli rovina questo sentimento: “Se voi doveste andare a servire come soldato semplice per la libertà dell’Europa potreste rivendicare una piccola parte di gloria, ma voi siete un ufficiale, e ci sono tanti ufficiali. Sarebbe facilissimo rimpiazzarvi. Voi potreste servire la vostra patria in un modo più utile.”

Il 30 novembre, legge in un giornale delle massime tratte dalla poesia orientale, e ne copia un certo numero, colpito senza sapere perché, emozionato come si è vagamente in presenza di un evento importante. La poesia persiana stava per esprimere da lì e poco tempo il suo segreto ideale.

Nella primavera del 1815 si sente più felice, va ogni mattina nel giardino inglese a raccogliere giunchiglie e a leggere il Pastor Fido. Scrive poesie patriottiche che gli uomini seri leggono con piacere. Il 15 aprile, il suo reggimento si mette in marcia e arriva a Fontainebleau il 19 luglio e Platen si trova nuovamente in Germania nel mese di novembre. Sembra aver ben sopportato i disagi della marcia, il caldo opprimente. Il suo diario è molto bello e simpatico. Si interessa gentilmente alla brava gente che incontra, legge molto Petrarca, Jacopone da Todi, Goethe, l’Eulenspiegel, Eloisa e Abelardo, di Pope, che rilegge continuamente. Ammira i giardini, i fiori, invidia le gioie calme e familiari, vorrebbe avere con Goethe solo una conversazione sul destino dell’umanità e lo spirito del cristianesimo; poi trova le vere lettere di Eloisa molto più belle di Pope, e così vere. Legge con grande piacere le lettere di sua madre, scrive in prosa e in versi a Xylander e ad altri amici. I contadini francesi lo affascinano, la loro gentilezza, la loro lingua lo incantano. Si trova abbastanza isolato tra gli ufficiali, detesta totalmente i loro eccessi e le loro conversazioni lascive alle quali non prende parte. Una poesia mostra quanto soffriva della immoralità antipatica dei suoi compagni. A Bar-le-Duc, è anche scioccato dalla corruzione dei libri francesi che ha trovato nella sua stanza – e la sua padrona di casa lo stupisce dicendogli: Leggere, amico mio, perché è la lettura che educa i giovani.

A Châlons ha la gioia non solo di incontrare il suo amico Schlichtegroll, ma anche di fare la conoscenza di un giovane tedesco, il segretario di Barclay de Tolly, che gli dice che lo conosce già molto bene attraverso i racconti di Schlichtegroll. Platen è abbastanza colpito da questa osservazione. A Nemours, è anche felice nel giardino di un certo medico Micheleau la cui moglie non è più giovane, ma è così dolce e premurosa. Parla francese con lei con piacere, e parla inglese con una vecchia signora inglese che gli presta dei libri inglesi. Lascia queste persone gentili con rammarico e anche un vecchio curato di 86 anni, molto realista, che dice Messa ogni Domenica, senza altra compagnia che del suo cane e soprattutto del suo canarino, che gli era stato dato da un certo Rouxelle, un radicale, anticristiano, separato dalla moglie cattolica, e che vive con la sua serva, non facendo battezzare suoi figli. “Uno può essere un buon uomo, diceva il curato, senza essere cristiano.”

Il sotto-prefetto di Tonnerre, una città deliziosa, gli piace molto, un giovane affascinante, il più bel modello immaginabile per un giovane romano. Il 6 ottobre, si ritrova con alcuni vecchi compagni e altri giovani uomini istruiti, e Platen può sinceramente gioire prendendo parte a una conversazione intelligente, senza ambiguità e in un dialetto puro. Il 2 novembre, scrive nel suo diario che la vergogna è naturale, la spudoratezza acquisita. È certo che Platen fosse fondamentalmente modesto e pieno di pudore. Il 3 novembre, a Troyes, compra Bérenice, la sua tragedia preferita di Racine. E annota di aver visto presso un ricco negoziante un impiegato che assomigliava molto al suo amico Xylander.

Tornato in Germania, cerca di formarsi un sistema di morale e di condotta basato su: Dio, una severa moralità, il desiderio di imparare, l’amore per gli amici. Senza questi principi, come si può essere felice? Come si può fare a meno di aspirare a ciò che c’è di più alto, come si può fare a meno della castità del corpo e dello spirito, dell’amore dello studio, degli amici? E trova sempre di più che non può discutere con dei giovani uomini che parlano solo di cavalli, di cani e di piaceri, che non hanno né serietà nel loro carattere, né il desiderio di perfezionarsi e di migliorarsi. Si sente arricchito da tutto quello che ha visto, letto, pensato quest’anno.

Nel 1816, si reca in Svizzera; nel 1817 tra le montagne della Baviera. Legge ancora molto Pascal, Ariosto, Omero, Orazio, Alfieri (col quale trova diverse somiglianze) [2], Tasso, Goethe, Byron, Camoens, Calderon, etc.. Fa molti progetti di tragedie, poemi eroici, o che ne so io, tutta l’effervescenza di un talento che vaga. Si riconosce in un libro sul temperamento nel capitolo: Del malinconico sensuale. Ci sono molti impulsi di amicizia-amore che non portano a nulla, e tuttavia è feroce conro quelli che lo cercano. Ha una natura molto maschile nelle sue virtù, come nei suoi difetti. Bisogna che sia lui quello che ama, che scopre, che distingue, e reclama una simpatia che non trova affatto. Si intravedere, confrontando i frammenti pubblicati del suo diario e le sue poesie di quel tempo, come un certo amico, ad esempio Voelderndorf, lo preoccupava e lo interessava. Riporta nel diario ogni volta che ha incontrato un giovane, educato e gentile; costruisce senza dubbio ogni volta un’impalcatura di speranze. Nota in una bella poesia l’improvvisa emozione di un amico alla vista di Platen e si chiede se è il poeta che ha fatto battere il cuore dell’amico, o se si tratta di una coincidenza. A quel tempo, Platen si accontenterebbe di molto poco, ma non si stupirebbe di ottenere tutto. Ritiene di essere diventato molto ragionevole, crede di aver rinunciato ai sogni che rendevano la sua vita sopportabile. È pieno di pudore, di diffidenza, non crede nella sua vocazione, è riconoscente quando viene incoraggiato. Vorrebbe avere un consigliere, ha troppa falsa vergogna per coltivare quelli che lo potrebbe aiutare. Trova un brano nelle Confessioni di Rousseau che si applica a lui, l’unione ” di un temperamento molto ardente, delle passioni vivaci e delle idee lente a nascere, imbarazzate, e che non si presentano se non col senno di poi.” Ritiene che il suo merito consista nella sua lotta per arrivare alla verità e al bene. I viaggi sono per lui una distrazione squisita. Credo che sia impossibile leggere le sue impressioni di viaggio senza provare simpatia per lui.

Il giorno prima del suo ventunesimo compleanno, una delle sue poesie viene pubblicata, ne manda subito delle copie ai suoi genitori, a Max von Gruber, a Fugger, a Dall’Armi, a Perglas, ecc.. Il suo amico Schlichtegroll, che ne aveva venticinque copie, ne manda una al pittore a Issel, e Platen e riceve da lui una foglia cresciuta sulla tomba di Virgilio.

Nonostante i suoi amici, che amano tutti le lettere e le scienze, per lui la vita a Monaco diventa insopportabile e la voglia di istruirsi, di imparare cresce talmente in lui, che ottiene che il re lo mandi in una Università, prima a Würzburg e poi a Erlangen, prima per una anno e poi per un periodo più lungo. Il re gli corrisponde 600 guldens l’anno (era un privilegio concesso a qualcuno dei paggi), suo padre gliene dà 300, e ne riceve come ufficiale 12 al mese. Dopo sei mesi di Würzburg, Schelling, che lui aveva conosciuto da bambino, lo trattiene a Erlangen. Platen ci resta fino al 1826.

Non appena arriva a Erlangen, il cambiamento di ambiente, i professori che si interessano a lui, gli studenti che sono intorno a lui, l’ardore del lavoro, gli fanno alla fine trovare la sua strada poetica. Inizia a scrivere canzoni ammirevoli che solo l’ingiustizia ha fatto conoscere meno di quelle di Heine.

Platen deve ora essere pervaso dal suo ideale maschile, dal suo amore maschile. Ama in silenzio, si dichiara. «Tu mi richiami a un dovere doloroso. Ancora per un’ultima volta ti abbraccerei, non mi ricordare nulla prima. Chi potrebbe avvicinarsi a te con l’indifferenza, Chi potrebbe con freddezza vedere la bella, la divina figura, la divina, la bella forma. – Studia la mia vita; esaminala per vedere se sono mai stato bruciato da un amore colpevole – è solo la tua presenza dionisiaca che ha conquistato il mio cuore.

“Tu dici che mi sono sbagliato, tu me lo giuri, ma io so che mi hai amato, ma ora non mi ami più. I tuoi begli occhi bruciavano, i baci bruciavano anche di più, tu mi amavi, confessalo, ma tu ora non mi ami più. Non conto su nessun ritorno del tuo amore. Confessa solo che mi hai amato e non mi ami più.”

È impossibile sapere a chi siano indirizzati questi versi, ma sono facili da decifrare. Platen, essendo sempre alla ricerca di un’anima fraterna e appassionata, deve aver avuto parecchie delusioni; era amato in modo calmo, superficialmente, ma non con passione, e, probabilmente, coloro che lo avrebbero amato con passione, fisicamente, non lo avrebbero attirato. Perché in lui i sensi si confondevano quando l’immaginazione si infiammava.

Nel 1820 scrive (il 24 febbraio): “Non indagare mai il mio segreto, tu non devi approfondirlo, la simpatia te lo svelerebbe, se noi ci capissimo. Non chiedere più che cosa ci separa. È sufficiente che siamo separati l’uno dall’altro. Quello che mi sta intorno, non mi comprende e mi travolge e mi spinge, ma se cerco di consolarmi nella poesia mi ritrovo del tutto.”

Platen, comprendendo finalmente il suo amore unisessuale, non è rimasto danneggiato o depravato da questo fatto.

Ha 24 anni, è ardente, innamorato, e vuole amare solo a modo suo e solo colui che egli crederà degno di essere amato.

Egli vuole appassionatamente trovarlo, si getta alla sua ricerca, si riprende, e allora è contento del riposo del suo cuore e del suo lavoro. Il 10 maggio 1820: “La primavera ha invitato tutti, ma non me. Mi ha visto prigioniero, ero attaccato alle sue guance, a quella faccia. Ora sono libero, ora arriva la primavera, solo ora posso godere appieno, anche se più tranquillo e più calmo dei ruscelli e delle rose.”

Nel mese di luglio si sente di nuovo innamorato. – Ma nel mese di agosto trova che solo l’eco gliene è rimasta. Il suo cuore chiede amore ma lui non sa chi amare. Questa condizione di incertezza del desiderio gli strappa molte delle poesie più belle della letteratura tedesca.

È molto interessato al Persiano, studia Hafiz, scrive degli affascinante Ghaselen molto ben accolti e apprezzati, poi arriva alla sua grande passione per Otto von Bulow nel 1821; il 13 luglio fa la sua conoscenza. Era un giovane ufficiale dei dragoni di Hannover, che aveva ricevuto il permesso di trascorrere un anno presso l’Università di Erlangen. Era gioioso, leggero, senza affettazione e senza arroganza, sempre gentile e amabile.

Platen, malinconico di natura, che annotava con gioia e stupore i due amici con i quali aveva riso molto nel corso della sua vita, si innamora perdutamente, appassionatamente, platonicamente di Otto von Bulow. Legge i sonetti di Shakespeare con avidità e ci ritrova tutto il suo affetto per Bulow. Pieno di Hafiz e del suo amore, ritrovando finalmente l’ideale sognato e desiderato, non ci si può stupire della rapidità con la quale la passione di Platen si esaltò per il suo “bell’amico”, come Fugger lo chiama nelle sue lettere a Platen. L’attività letteraria del poeta aumenta naturalmente molto; studia molto i libri e le letterature orientali, si fa arrivare libri da Londra, Vienna, Monaco. – Legge Calderon e Sofocle, e accoglie con favore il sentimento religioso profondo che penetra l’Aiace. – Durante una breve assenza di Bulow, scrive una poesia su di lui dove il nome di Bulow si ritrova in ogni strofa. Vediamo la sua gloria ma anche la paura che Bulow sul petto di una bella ragazza, prenda in giro forse il suo amico. – “Dovrei morire se non ti scrivessi; perdonami, Bulow, di amarti così tanto. Chi non sarebbe incatenato da questi occhi e da queste guance? A chi non piacerebbe una tale allegria, ma soprattutto un cuore così onesto? Il bel Bulow non lo cede che al bene.”

Questa felicità (penso sia ridicolo dubitare della castità di un amore così eloquente e esaltato in quel momento) non durò a lungo. All’inizio di settembre Bulow viene richiamato nel suo paese e Platen lo accompagna fino a Goettingen. Lì, abbandonato alla sua disperazione, compone la maggior parte dei “Ghaselen” dello Specchio di Hafiz, che riflette esclusivamente l’amore di Platen per Bulow. Legge Cervantes, Persiles e Sigismunde, e altri libri in diverse lingue.

Incontra Goethe, e altri ancora, ma senza trarne alcun profitto, perché riceve una lettera da Bulow che gli dice che è costretto a rimanere ad Hannover. La disperazione di Platen appare nelle sue lettere a Fugger. Giura di non scrivere più poesie prima di rivedere Bulow. Si riconosce la delicatezza di cuore e di spirito del fedele Fugger leggendo le sue lettere. Non cerca di consolare il suo povero amico raccomandandogli la rassegnazione o l’oblio. Gli consiglia, invece, di sperare in un incontro con Bulow; Bulow, dice, non potrà dimenticarlo né smettere di essergli riconoscenti[3]. Fugger viene anche a trascorrere un po’ di tempo con Platen, a Erlangen, per distrarlo.

Nel mese di dicembre 1821, Platen sogna di fare un lungo viaggio a Pasqua per rivedere Bulow. Avrebbe fatto il viaggio a piedi, spendendo circa due guldens al giorno. Non avrebbe avuto abbastanza denaro per vedere Bulow a lungo, ma almeno lo avrebbe visto; poteva anche andare al mare insieme con lui.

Legge la Bibbia ogni sera a letto, e il primo gennaio gli viene l’idea di scrivere un dramma su Davide e Jonathan, argomento che gli era già venuto in mente in passato.

Il 3 febbraio, vede l’affascinante Liebig e fa la sua conoscenza il il 17. Il famoso scienziato non aveva ancora 20 anni ed era allora, come molto tempo dopo, estremamente attraente. Una tenera amicizia lo legò subito a Platen. Il 17 Platen scrive: “Ha in tutto idee chiare e sa quello che vuole; più due uomini si avvicinano l’un l’altro, più cercano di svelarsi l’uno all’altro, più diventano enigmatici, e solo un uomo superficiale può credere che due uomini si conoscano veramente.” Scrive versi per Liebig. Liebig lascia Erlangen quasi subito e in maggio trascorre un paio di giorni con Platen a Darmstadt; non rivide mai più Platen, ma continuarono comunque a scriversi, ad amarsi, a rispettarsi, e Liebig, più tardi testimoniò pubblicamente la sua amicizia per Platen. Quest’ultimo non andò a raggiungere Bulow, per motivi che non conosco. Fu per mancanza di denaro, o Bulow si era troppo raffreddato nei suoi confronti?

In ogni caso, annuncia a Fugger, quando torna dal suo viaggio, che è andato solo fino a Colonia. Si spiega a voce.

Una nuova passione sembra aver preso possesso di lui, o meglio è la stessa passione per un ideale che non può addomesticare né trattenere. È Cardenio che egli considera il nuovo simbolo, la nuova incarnazione del suo idolo. Il 22 Luglio 1822, gli scrive una epistola in versi, un’altra il 19 agosto. – Scrive diversi ghaselen e nel 1823 sette sonetti a Cardenio, e il 13 marzo un ghasele (a Krieger, studente a Erlangen), che sembra chiudere l’episodio: “L’edificio di schiuma della speranza si disfa -, eppure stavamo così bene insieme – i capelli scuri, il mio viso … ” le poesie dedicate a Cardenio sono tra le più autobiografiche e le più chiare.

Platen nega sempre di bruciare di un amore proibito,[4] e si lamenta della crudeltà del suo amico. Cardenio è freddo e orgoglioso, sottile e dolce. -La sera Platen lo vedeva lavorare coi suoi capelli ricci illuminati dalla lampada. Cardenio è la sua ultima speranza, ci sono momenti in cui lui pensa che entrambi soffrano allo stesso modo. Non può capire se ispira odio, una predilezione per lui o indifferenza.

Ah! se potesse solo riposare sul petto amato di Cardenio. Ah! No, perché una testa più bella poggia sul suo petto; “Prendi questa lettera, dalla al tuo beneamato perché si chieda se sente in sé una consistenza come la mia.”

Desidera di essere la pipa tra le labbra di Cardenio, che riceve il suo bacio perpetuo, invidia il suo berretto, lui che non ha quasi mai potuto toccare i suoi capelli. È stato illuminato, una sera d’inverno da Cardenio che portava una torcia, e questo ricordo gli ispira un bellissimo sonetto. – Dopo lunghe prove e lunghi dubbi, sembra che dei nemici di Platen (i poeti ne hanno sempre, particolarmente quelli sobri, quelli chiusi e quelli austeri che no si concedono troppo) abbiano indisposto Cardenio nei confronti del suo amico. Un fatto casuale li lasciò soli per tutta la notte, e Platen osò mettere il suo braccio intorno a Cardenio e confessare il suo amore. Cardenio non sembrò affatto timido, e non si ritrasse, sembrava essere acquiescente col suo silenzio, e Platen lo lasciò, ebbro d’amore, credendo che le loro anime si stessero fondendo, che i loro cuori andassero a battere uno accanto all’altro, credendo Cardenio suo – ma i giorni che seguirono Cardenio divenne sempre più freddo, sempre più duro, e Platen si lascia andare ai lamenti armoniosi. Se il suo desiderio fosse stato colpevole avrebbe capito quella freddezza; tutto lo rattrista; aveva uno specchio senza macchia in cui specchiarsi, ora non può specchiarsi che in ciò che è morto, e nascondere tutti i dolori che gli si preparano.

I desideri di Platen si precisano: risposare sul petto di un amico intellettuale, bello e degno di fiducia sembra essere l’ideale amoroso di Platen. Si ritroverà, tre anni più tardi, nel 1826, lo stesso ideale nei sonetti a Karl-Theodor German, e anche nel grande sonetto trionfale che si trova verso la fine dei sonetti.

È questa aspirazione amorosa senza uno scopo sessuale o pronunciato o ammesso che ha fatto in modo che il furioso e triviale Heine chiamasse Platen uomo tribade.

In ogni caso il desiderio di Platen, nel suo orientamento e nella sua intensità è assolutamente uranista, unisessuale platonico. La sodomia, i rapporti sessuali sono molto lontani da questo amore; e questo è probabilmente quello che lo aiuta a risollevarsi, agli occhi di Platen, quello che glielo fa definire un amore non colpevole. – Dal punto di vista della religione o del codice delle convenzioni sociali, ovviamente, si potrebbe dire che questo tipo di castità è pericoloso e riprovevole, ma come potrà l’amante giudicare in questo modo di un amore tirannico, che non chiede nulla di quanto la dissolutezza domanda?

“Il mio amore può non essere lodevole, dice Platen un giorno, ma sembra temerario biasimarlo.”

Platen non è mai stato falso o ipocrita; e quando ha proclamato il suo amore per Otto von Bulow e per Cardenio, credeva sinceramente di amare in modo elevato e dignitoso. Egli ha creduto di decentralizzare l’istinto sessuale, di trasfigurare i sensi, facendo loro provare sensazioni spirituali, e di consolare l’anima insegnandole emozioni corporee. “Io sono per te ciò che l’anima è per il corpo, che il corpo è per l’anima, io sono per te quello che la donna è per l’uomo,[5] ciò che l’uomo è per la donna” dice in un ghasele, ed esprime così con franchezza la natura del suo amore. È la passione della similarità, dell’omosessualità, che spinge Platen.

L’uranismo, l’unisessualità si differenziano in lui in questo modo: messo da parte il sesso femminile, il suo amore non si indirizza né agli effeminati, né ai giovanissimi, né agli uomini maturi.

Platen è sempre stato tutto d’un pezzo, diretto, e come tale è stato anche trattato da tanti uomini illustri, con rispetto e considerazione. L’elenco dei contemporanei che hanno reso omaggio al suo carattere e al suo talento è lungo e contiene nomi nobili. “Io, che non ho mai amato l’arte o la bellezza a metà, ho il diritto, dice, di far sentire accenti raramente sentiti”, ed è certamente quello che anche i suoi amici hanno pensato. Goethe si è fatto un punto di onorare di rendere omaggio pubblicamente a Platen e di affermare la sua superiorità rispetto Ruckert.

Nel 1823, dopo la delusione di Cardenio, Platen scrive con ispirazione e facilità parecchie poesie, e grazie alle lettere di Liebig, grazie all’amicizia del professor Engelhardt, di Schelling, di Bruchmann, dello scienziato Doellinger, di Kernell, un giovane tisico col quale studiava lo Svedese, vide splendidi giorni. Questo è il culmine del suo soggiorno a Erlangen. In Platen, che non ha nulla dell’erotomane o del degenerato, le sofferenze d’amore sono seguite da una grande attività intellettuale, come accade a tutti gli uomini superiori che non cercano l’oblio nella dissipazione o nel piacere.

Egli scrive in cinque giorni “La scarpetta di vetro”, una favola. Il flemmatico svedese Kernell ne fu così affascinato che si gettò al collo Platen; – E il racconto, letto agli amici e alle loro mogli e sorelle, ebbe molto successo.

Le ultime Ghaselen furono molto ben accolte. Platen riceve da Cassel, da Ludwig-Sigismund Ruhl,[6] una lettera interessante. Ruhl gli dice che la simpatia è un mistero che non vuole approfondire. I primi versi di Platen gli avevano già fatto conoscere una simpatia che proviamo per poche persone. Sembra aver capito Platen prima che Platen stesso si capisse e non esita a dirglielo. Se mai si incontreranno, Platen potrà convincersi del rapporto tra le loro menti e le loro vite. Desidera una risposta. Platen gli chiede il suo ritratto e lo riceve accompagnato da una lettera entusiasta.

La poesia drammatica ora interessa Platen. Scrive il Tesoro di Rhampstnit, Aucassin e Nicolette. Il 21 agosto 1824 si reca a Venezia. Il suo primo volume di commedie gli è valso 154 fiorini. La zia di Hannover gli ha mandato sei luigi d’oro. Venezia gli ispira gli ammirevoli sonetti veneziani, e si entusiasma dei pittori italiani, per il vangelo della bellezza. Il suo gusto artistico si perfeziona e matura.

Venezia gli fa dimenticare la sua vita passata, e si trova in un presente senza ieri.
Il 24 ottobre festeggia il suo compleanno a Venezia andando la mattina a vedere Barbara de Palma nella chiesa di S. Maria Formosa, poi Tiziano e Bellini a S. Giovanni e Paolo, poi il Cristo di Campagna a San Giuliano, poi va a S. Crisostomo a vedere Piombo, poi a San Samuele a vedere il “Sebastiano” del Veronese, io non continuo l’itinerario. Il 9 novembre, si stacca da Venezia e il 19 arriva a Monaco dopo sette anni di assenza. Pensa che lì era stato felice, sconosciuto e impegnato. Va a trovare Xylander e sua moglie e altri amici, vecchi e nuovi. Viene festeggiato, i suoi sonetti sono applauditi.

Rivede dopo sette anni Eufrasia, che aveva creduto di amare, e che nessun’altra donna era venuta a cancellare nella sua mente. – Torna a Erlangen che ora lo annoia, viene punito militarmente per aver superato il suo periodo di congedo militare, e resta dal 2 gennaio al 22 marzo agli arresti a Norimberga. Legge molto in questo periodo e scrive in prosa e in versi.

Il 23 marzo, riceve una lettera di una poetessa malinconica, innamorata di Platen. Erlangen non gli piace di più dopo Venezia e Monaco. I suoi amici sono troppo occupati, e ha bisogno di vedere facce nuove, posti nuovi.

14 giugno a Erlangen va in scena la sua commedia (Aucassin e Nicolette) con grande successo davanti ad un pubblico giovane e amico.

È acclamato dal pubblico e viene portato quasi suo malgrado sul palcoscenico. Schelling dopo lo spettacolo riunisce degli amici per onorare il poeta.

È qui che si fermano i frammenti del diario che dobbiamo al professor Engelhardt e a Karl Pfeufer.[7]

Nel 1826 Platen scrisse una commedia aristofanesca e anche ventisei sonetti per Karl-Theodor German, sonetti e elegie, di ribellioni, di desideri, di passione. In una lettera a Fugger, dice che l’autore della commedia è il più sfortunato degli uomini.
Questi sonetti a Karl-Theodor German sono tra i più belli della letteratura tedesca. Platen nel sonetto vola al di sopra sopra tutti poeti tedeschi, compreso Goethe.
La perfezione della forma, l’emozione struggente e sontuosa si riflette in essi perfettamente. Il sentimento è lo stesso dei sonetti di Shakespeare (con la nota personale) e la forma è quella del sonetto italiano o francese. Platen nei suoi sonetti ha raggiunto una delle vette della poesia. Ma non ricevette apparentemente che ostilità e male da parte di questo German, e fu perseguitato ancora una volta dalla sua scelta infelice. Quelli che amava di più gli sono stati portati via dall’assenza o non sono mai stati suoi. È sempre stato pronto ad amare fedelmente, costantemente, sempre, e non ha mai avuto l’occasione di dimostrare la sua sincerità, ma ha mantenuto almeno una promessa, quella di dare l’immortalità, la celebrità.

Chi conoscerebbe Otto von Bulow o Karl-Theodor German senza il grande poeta?

L’ultimo sonetto (il ventunesimo) [8] del poeta imbevuto di amarezza si conclude così: “Quanto sono stanco della mia patria!”

E nello stesso anno si recò in Italia dove rimase fino alla sua morte a Siracusa, con l’eccezione di un viaggio a Monaco per vedere la sua amata madre divenuta vedova.

La raccolta di novantasette sonetti termina in un modo sorprendente e unico. Dopo essersi consolato delle sue sofferenze d’amore, ricordando che ha sempre ripristinato l’equilibrio della sua vita con tutta la forza e tutta la dignità della sua anima, il poeta che ha tanto amato e tanto sofferto, termina con una epitalamio di amore unisessuale vittorioso e con il suo proprio epitaffio, dicendo con calma quello che ha fatto, vantando quello stile puro che non è stato superato, le sue odi e sonetti, e la sua influenza sulla lingua tedesca.

Arrivò a Roma il trentesimo anniversario della sua nascita e morì a Siracusa 5 Dicembre 1835.

Questa non è una biografia di Platen, e neppure la sua storia letteraria. Per questo poche righe saranno sufficienti. Avendo avuto grande successo (ed essendone cosciente) nella ghasele, nella canzone, e nel sonetto, l’ode è l’unica forma lirica che lo incanta e ne scrive di sempre più complicate e formalmente rigorose. Ora si conosce a fondo. Ciò che diverte gli altri laggiù nel suo paese, non lo diverte. La natura, per la sua sofferenza, ha affinato suo udito e gli ha permesso di utilizzare la musica per perpetuare ogni dolore. È stato calunniato e, nonostante il suo silenzio, ne soffre molto. Anche in politica (e la politica lo interessa sempre di più) non può dire quello che pensa. Bisogna dunque mettere da parte (dice in un’ode) il manto dell’illusione, l’abito ricamato dei sensi.

E l’ode seguente, con la sua malinconia amorosa dei baci di miele, i suoi sospiri e i suoi sguardi, messaggeri di felicità, forse, e il silenzio e l’oscurità, mostrano che il sentimento poetico non dormiva nemmeno in questa attraente Italia. Non vedeva forse allora frequentemente un giovane artista italiano, la più bella creatura che avesse mai incontrato? Ma ben presto la sua bontà, il suo affetto e il suo desiderio di essere utile lo legano ad August Kopisch, musicista e poeta, che ha espresso lui stesso la sua gratitudine verso il suo illustre amico.

“Il nostro legame non è come la maggior parte dei legami, ha detto Platen, i nostri testimoni sono il mare e la terra. L’immagine della tua immagine da lungo tempo era in me, dal momento in cui la vocazione all’amicizia si era risvegliata nella mia anima che desidera tanto rivedersi, ma più nobile, in un altro. Petto contro petto, servi dell’amore, costruiamogli una nuova Roma.”

Dopo il 1829 le poesie d’amore cessano. Quell’anno compare l’Edipo Romantico, grande commedia Aristofanesca; poi, nel 1833, una storia del Regno di Napoli dal 1414 al 1443, quindi la Lega di Cambrai; poi, nel 1834, il bel poema in nove canti, gli Abassidi; poi, nel 1854, la seconda edizione delle sue poesie. Dopo la sua morte furono pubblicate le sue poesie politiche.

Il clima dell’Italia, i suoi molti amici italiani, i Tedeschi che vi viaggiavano, gli ammiratori che gli scrivevano, i suoi amici in Germania che lo amavano sempre, e l’assenza delle coercizioni che aveva subito in Germania, certamente gli resero più felici gli anni d’Italia. E si può essere certi che anche in questa Italia così voluttuosa e meno ipocrita della sua Baviera, Platen non rinunciò né ai suoi principi, né alla sua dignità. Il piacere senza amore non lo ispirò mai, e un poeta così autobiografico avrebbe sicuramente cantato i bei corpi e le carezze classiche se l’amore venale avesse giocato un ruolo importante nella sua vita. E un uomo così onesto e veritiero (sua madre, che gli sopravvisse, diceva che non aveva mai detto una bugia), se avesse scritto, avrebbe scritto la verità. Prima del 1829 si trovano ancora delle odi d’amore molto belle, e ci si stupirebbe se dopo aver tanto sofferto di amare senza corpo, Platen non fosse stato tentato da corpi senza anime; tentato, ma non sconfitto.

Quando ci si deciderà a pubblicare il diario completo di Platen, penso che la morale, la psicologia e la letteratura ne guadagneranno molto.

Platen è, secondo me, chiaramente il poeta maschio e uranista dell’amicizia entusiasta e dell’uranismo più elevato. E, come lui stesso ha detto, se è impossibile lodare la sua concezione dell’amore, è temerario incolparla. Volle soddisfare nella maniera più intellettuale e ideale le esigenze della sua natura delicata e ardente, ricercando sempre l’immagine che aveva dentro di sé, cercando di trovare questo nobilissimo specchio, non contento di nessun’altra consolazione che l’amicizia e l’arte, quando gli mancava l’amore. Perché non si devono confondere le sue amicizie e i suoi amori. Le sue amicizie furono durature in quanto erano basate sulle sue solide virtù; i suoi amori non lo furono perché erano un’illusione, un ideale da perseguire, dei simboli di culto.

“Ci sono due anime che si capiscono completamente? Ha detto; che l’uomo cerchi la risposta a questo enigma, cercando degli uomini come lui, fino alla morte, fino a quando potrà cercare e morire.”

In una lettera a Schwab Guslav, da Roma, 16 febbraio 1828, Platen parla di un giovane Waiblinger che aveva scritto una poesia per lui e ne desiderava una. Il poeta rifiutò perché questo Waiblinger gli ripugnava troppo. “Ha talento, ma non abbastanza. La sua permanenza in Italia gli è funesta. Le sue poesie non sono migliori perché ci mette il Pantheon, il Colosseo, ecc.. Ma come volete che si diventi un Sofocle quando si è vissuto come un maiale, cosa che egli stesso ammette ogni giorno, perché la sua franchezza, non teme di essere disgustosa. Lord Byron, è vero, è stato in grado di dare qualche credito ai geni libertini, ma certamente non si è comportato male nemmeno la metà di quanto hanno detto, e poi viveva nel lusso e non aveva bisogno di frequentare taverne e bordelli.”

I rapporti tra veracità, bugie e vita sessuale sono stretti. Gli effeminati sono bugiardi a tutti i livelli, dalla perfidia minuziosa all’incoscienza, fino all’incontinenza delle falsità. Osservano male e riferiscono male ciò che hanno osservato. Si conoscono dagli isterici, dai malati, dai criminali, dagli alienati, le esagerazioni della menzogna e della sessualità.

Le cortigiane o le indipendenti, Ninon de l’Enclos e i suoi seguaci si sono talvolta piccati di essere onesti, cosa che è molto difficile per molti effeminati, e impossibile per un certo numero.

L’uranista, l’unisessuale maschio, come Platen o Michelangelo, che è sincero con se stesso e con gli altri, è in una posizione particolare per quanto riguarda la sua sessualità, una volta raggiunta l’età della ragione.

Il suo temperamento focoso, vivace, infiammabile, gli fa desiderare furiosamente un amore completo senza paura, senza ritegno e senza sospetto, la sicurezza nell’amore, allo stesso tempo ha un ideale del quale non saprebbe fare a meno. Non può fingere di amare qualcuno che non gliene sembra degno per ottenere la dolcezza dell’illusione. Gli effeminati, i presuntuosi, gli avidi, i volubili, i curiosi, quelli che si abbandonerebbero all’apparenza per un po’ di divertimento, non possono capire la posizione dell’uranista che la verità e la veridicità difendono dai piaceri frivoli, dalle passioni ingannatrici, dai rapporti che non durano, e che hanno troppo da fare, troppo da sperare, per ubriacarsi dei piaceri dell’Eros di strada.

Insegniamo in primo luogo la verità, la veracità, la sincerità, se vogliamo che l’uomo sessuale, eterosessuale o unisessuale, non inciampi sotto il peso della sua sessualità.
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[1] Oggetto di queste poesie giovanili è l’amore di una ragazza per il suo beneamato.

[2] La stessa timidezza, la stessa “taciturna natura” [in Italiano nel testo], la stessa lentezza e “ritrosità” [in Italiano nel testo] verso le nuove conoscenze, la stessa testardaggine, la stessa ostinazione. Era contento, come lui, di essere nobile perché poteva più facilmente disprezzare i pregiudizi della sua casta senza essere accusato di invidia. Non gli piaceva neanche la danza. Non poteva abituarsi alla coercizione militare, e provava sempre una certa malinconia, quando non gli piaceva qualcuno o qualcosa.

[3] Ancora una volta devo trascurare parecchie sfumature interessanti e parecchie gradazioni delicate.

[4] Come Michelangelo in molte poesie.

[5] Heine ha commesso l’azione volgare di citare solamente questo emistichio e non il successivo.

[6] Una biografia di quest’uomo interessante è auspicabile.

[7] Pubblicato nel 1860.

[8] A K. T. German.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=136&t=5973
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GRILLPARZER OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH

Vi presento oggi il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” dedicato a Grilllparzer, un grande poeta austriaco dell’800, certamente non molto conosciuto oggi in Italia. Come al solito, Raffalovich, non si preoccupa dell’opera ma dell’uomo e in particolare dalla sua vita affettiva e sessuale.

La biografia affettiva di Grillparzer mostra con chiarezza quali difficoltà dovesse affrontare un omosessuale per avere una chiara coscienza di sé nell’800.

Grillparzer è un uomo colto, un poeta, un drammaturgo affermato, nella sua biografia, per un verso non emergono tracce esplicite di storie omosessuali, ma solo di profonde amicizie maschili, che si esprimono però nel linguaggio tipico dell’amore; per l’altro si nota la tendenza a coltivare relazioni affettuose con donne, potenzialmente orientate al matrimonio, ma il matrimonio non interviene mai, e lo stesso Grillparzer non considera queste relazioni come storie d’amore, insiste anzi nel dichiarare ad un amico l’assenza di un suo coinvolgimento profondo. Grillparzer ebbe una eterna fidanzata che, dopo la rottura dei rapporti poco prima del matrimonio, si riconciliò con lui; vissero insieme per 50 anni, ma la cosa fu possibile proprio per l’assenza di coinvolgimenti profondi, quella donna e le sue sorelle furono come una famiglia per Grillparzer, furono fonte di una tranquillità senza cosse, ma senza un vero calore affettivo.

Dalla corrispondenza di Grillparzer giovane emerge l’amicizia amorosa per Altmüller, piena di passione, di possessività e di gelosie, dalla parte di Grillparzer.

Questa amicizia si presenta come un vero rapporto d’amore unilaterale sublimato, ma non per questo meno violento. Grillparzer parla con Altmüller sempre con espressioni ambigue e non si rivolge a lui dichiarandogli i suoi veri sentimenti e cercando di coinvolgerlo, lo intrattiene soprattutto parlandogli dei suoi rapporti con le donne e della sua passione per l’arte. Un rapporto del genere produsse certamente ansia e attese ma anche disillusioni e senso di frustrazione.

Nella corrispondenza di Grillparzer maturo (quarantaquattrenne) emerge una storia di tipo molto diverso, che fa molto pensare ad un amore omosessuale, questa volto condiviso, anche se comunque sublimato, non fosse altro per la differenza di età, si tratta del rapporto del poeta con Otto Prechtler, un giovane 22enne, un personaggio la cui vita andrebbe studiata molto attentamente, drammaturgo, librettista d’opera e funzionario dell’amministrazione imperiale austriaca. I toni usati da Grillparzer sono estremamente misurati ma affettuosi, quelli usati da Prechtler sono invece i tipici toni dell’innamorato. Prechtler afferma di avere capito quali angosce fanno stare male Grillparzer ma aggiunge che terrà sempre per sé quello che ha capito. Il rapporto tra i due durò per molti anni e fu probabilmente molto più complesso e profondo di come appare dai pochi documenti che abbiamo a nostra disposizione.

La vita di Grillparzer è caratterizzata, al di là dei suoi successi teatrali e poetici, da un senso di insoddisfazione, di frustrazione e di irrequietezza; è molto probabile che all’origine di tutto questo ci fossero una omosessualità autentica ma repressa più o meno consapevolmente e una eterosessualità di facciata costruita con la forza della volontà ma del tutto insoddisfacente.

Vi annuncio fin da ora che il prossimo post, sul quale sto lavorando, più lungo e più complesso di quello che vi presento oggi, sarà dedicato a Von Platen, un personaggio che Raffalovich considera il modello dell’omosessuale superiore. Con l’analisi del personaggio di Von Platen termina “Uranismo e Unisessualità”.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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GRILLPARZER

Franz Grillparzer (1791-1872), il più famoso e anche il miglior poeta dell’Austria, illustre perché è unico in Austria, ma giustamente famoso, merita un lungo studio psicologico. Fu un invertito superiore, sfortunato e onesto.

Nacque a Vienna nel 1791 e morì nel 1872. Dopo Klopstock, nessun poeta tedesco ebbe un simile funerale.

Grazie alla sua autobiografia, breve e incompleta, ma del più alto interesse, ma soprattutto grazie alla Grillparzer Gesellschaft [Associazione Grillparzer] e ad Heinrich Laube, si hanno a disposizione molti documenti per ricostruire la vita e il carattere di Grillparzer. Molto onesto, molto diretto, molto impressionabile, vale a dire, o molto suscettibile o molto indifferente, ha molto sofferto e molto fatto soffrire, ma rimarrà comunque come un ottimo esempio di una vita dedicata all’arte, al disinteresse. Soffrì fino ad indebolirsi, ma fu coscienzioso fino rendersene forte.

Fu uno degli scrittori più degni, più stimabili; un modello di virtù civica e un poeta drammatico di grande interesse, – ma la sua vita intima è sotto certi aspetti più interessante delle sue opere letterarie.

Cresciuto in una famiglia benestante, una fantastica madre musicista, che morì in un modo tragico e misterioso, un padre molto onesto, molto silenzioso, tranne quando si occupava di botanica o si prendeva cura dei fiori, molto riservato, e che morì di dolore nel vedere la sua fortuna distrutta con la rovina dell’Austria, Grillparzer si trovò costretto a diciotto anni a sostenere sua madre e i suoi fratelli.
Si fece carico per tutta la vita delle sue responsabilità familiari con una dedizione toccante.

Il suo secondo fratello, che soffriva di forti mal di testa durante l’infanzia, a diciassette anni fuggì dalla casa paterna. Ricomparve dopo lungo tempo con una donna e dei bambini. Grillparzer gli trovò un lavoro, pagò i suoi debiti, poi un giorno Karl scappò di nuovo, e finì per accusarsi falsamente di un omicidio. Fu riconosciuto affetto da follia melanconica.

Un altro fratello, molto bello, Camillo, che, essendo un bambino, prendeva sul serio i suoi lavori di cucito, e si compiaceva nel ruolo di una bambina, aveva talento musicale e fu molto infelice.

Il fratello più giovane si uccise a diciassette anni, lasciando una lettera commovente:

“Ho molto ingannato mamma e Franz, e chiedo loro perdono. Non mi maledicano. O mio Dio, forse soffrirò ancora molto all’altro mondo. Se mai Franz avrà figli, che li educhi e non somigliarmi. Se ho il diritto di chiedere qualcosa, che i miei vestiti siano dati a Bepi.”

Camillo (nato il 15 agosto 1793, morto il primo giugno 1865), scrisse a suo fratello maggiore il 4 maggio 1817 (all’età di 24 anni), una lettera strana e oscura ricordandogli che fin dalla sua nascita era stato più impressionabile di una donna, di costituzione più fragile, sempre desideroso di ciò che era grande in lui senza avere la forza di possederlo o i mezzi per arrivarci.

Fino a 19 anni si consolava della sua imperfezione e si credeva felice, ma la ragione gli mostrò quanto si fosse ingannato. Parlava della sua estrema paura delle impressioni sgradevoli e inevitabili, della singolarità della sua natura.

Una seconda lettera ancora più misteriosa, dell’anno seguente, spiega a suo fratello perché la loro madre non dorme la notte – lui stesso non dorme più di tre ore per notte. Si lamenta di rassomigliare tanto alla madre, ma di soffrire anche più di lei, essendo un uomo. Sappiamo che la madre, andava pazza per la musica, e perdeva tutta la sua dolcezza al pianoforte. La vita intima di Camillo non è stata sufficientemente chiarita perché ci si possa soffermare su questi documenti.

Il diario di Franz Grillparzer e la sua autobiografia ce lo mostrano precoce, inquieto, che non sa esattamente se è un grande poeta o no, casto ma soprattutto puritano, che si crede sempre innamorato di una donna idealizzata, ma evidentemente più preoccupato delle sue amicizie.

Così c’è un certo Altmüller, che egli critica aspramente nel 1808 (Grillparzer è nato nel 1791 e dunque ha diciassette anni), accusandolo di egoismo, di incoerenza, di atteggiarsi, e si sforza di dimostrare a se stesso che Altmüller e Wohlgemuth gli sono amici, ma insiste nel credere quelle amicizie illusorie.

Eppure l’attaccamento di Grillparzer e Altmüller cresce; i due giorni in cui Grillparzer è molto innamorato di Antoinetta, e tutte le sue passioncelle fittizie sembrano ostacolare molto poco questo affetto.

1808 – “Balliamo stasera dai Wohlgemuth, – le due belle W. ci saranno: nessuna delle due mi piace particolarmente, eppure io sono stato per tutto il giorno più inquieto che nei giorni del mio più profondo amore per Teresa, quando la andavo a trovare. Da dove viene tutto questo?”

1808 – “Antoinetta si sposa e non sarà felice con il marito. Ho pietà di lei … lei mi ha amato e mi amerebbe ancora se la mia incostanza non avesse rotto il legame che ci univa.”

“Sarò mai qualcosa di più di un poeta mediocre? Questa domanda mi fa disperare.”

Elenca ciò che ha del poeta: una forte, bruciante immaginazione, comprovata da molte ore felici e molte ore infelici, dalla distruzione della salute fisica, da passioni violente. Ma gli manca, secondo lui, questo furore poetico. La poesia lo raffredda invece di riscaldarlo. Sembra che le donne producano lo stesso effetto su di lui.

Suo padre muore nel 1809.

Nel 1810 dobbiamo soffermarci su un episodio della sua amicizia con Altmüller.

Il 16 giugno, alle undici di sera, era andato a casa di Altmüller, e trovando che era uscito, aveva sfogliato i suoi libri e i suoi manoscritti. In un quaderno del suo diario aveva trovato delle lettere a un certo Karl N. e degli appunti su lui stesso.

Grillparzer non si era mai reso conto fino a quel momento della forza della sua amicizia per Altmüller. Si parlava di lui in quelle confidenze. La sua vanità lo spinse a leggere, sperava di trovare qualcosa di lusinghiero. Lungi da ciò, ebbe la sfortuna di leggere che Altmüller si era sempre ritrovato ingannato nelle sue amicizie. Grillparzer quasi non riusciva a ricordarsi di aver mai accusato un tale colpo.

L’amor proprio, la vergogna e la gelosia lo misero in uno stato che l’arrivo di Altmüller peggiorò ulteriormente.

Lo rimproverò della sua falsità e gettò il quaderno sul tavolo.

“Non si può giustificare, scrisse nel suo diario quella stessa sera, che Altmüller abbia chiamato questo giovane “tu”, e suo caro Karl. Quante volte mi ha detto che era geloso di Mailler, cosa della quale comunque non ha mai avuto motivo, e ora! Il pensiero di venire dopo questo giovane è intollerabile per me comunque.”

Poi si lancia in lamentazioni su se stesso, sulla sua ridotta sensibilità, sulla sua freddezza, sulla sua mancanza di immaginazione.

Lui, che era sempre innamorato, ora vede le ragazze più belle senza un pensiero d’amore, e anche il suo ideale di un’amata comincia a svanire. Si lamenta di diventare sgradevole per i suoi amici. Non capisce la causa della sua malinconia, che comunque cresce ogni giorno.

“Non so pensare a nulla di più accattivante che lasciare Vienna e l’Austria, tenendo Altmüller per mano, cercando in altri paesi una felicità che non riesco a trovare qui.”

Si avvicina all’idea del suicidio, poi torna di nuovo sulla giornata che ha trascorso:
“Questo rapporto con Altmüller, che consideravo da così lungo tempo una parte della mia felicità … essere allontanato, allontanato da lui che ho pensato mi tradisse con qualsiasi parola un po’ intima con un altro, da lui che la mia assenza rattristava, che la mia freddezza spingeva fino alla malinconia. Io sacrificato a un giovane sconosciuto, uno straniero, senza carattere, come dimostrato dal suo desiderio. Altmüller, che il mio atteggiamento riservato e disattento non poteva allontanare, cerca in seno a questo individuo … quello che non può trovare in me.

È stato sempre ingannato nell’amicizia ed è per questo che è ricorso a lui. Quindi doveva pur accadere questa cosa che pensavo impossibile, e Wohlgemuth ha ragione, non è per la mia incostanza (che Altmüller mi rimproverava), ma per la sua. Ma dove avevo gli occhi? Perché non ho notato da molto tempo la sua indifferenza? Lui, nelle cui braccia mi sono riposato durante quelle ore sacre, lui che solo, solo tra tutti gli uomini, ha conosciuto le profondità del mio cuore, – lui ha potuto un po’ di tempo fa interessarsi a questo pedante arabo e ora ha potuto conoscere questo ragazzo e scrivergli, dargli del tu. – Oh! quella notte indimenticabile quando gli ho dato del tu per la prima volta, e quando ho con questa parola sigillato per sempre la mia amicizia! Come era sacra per me questa parola, e lui la profana oggi. E prende in prestito da lui venti guldens. Proprio questo mi ha scosso più violentemente. Quale intimità questo fatto fa supporre, oppure … Oh! quanto ti ho capito male, o quanto mi hai ingannato … devo andare a casa sua, ho bisogno di un chiarimento, non posso rimanere più a lungo in questo stato d’animo. Ma a che fine chiarire una cosa che già è così chiara… Sta suonando l’una. Vado a letto e a dimenticare, almeno per un paio d’ore.”

“17 Giugno, ore sette di sera.

“Sono stato a casa sua. Lui è innocente. Le lettere che ho letto sono immaginarie e la nostra amicizia è forte come prima. Un altro al mio posto, Altmüller stesso, avrebbe perso le speranze, ma no, che nessun dubbio venga a turbarmi. Lui è il mio amico, e giuro, non ho l’ombra di un sospetto. Mi sento felice, leggero, ma comunque non è tutto come dovrebbe essere; la mia malinconia che è così inspiegabile per me, non è purtroppo ancora dissipata.”

La sua malinconia, così inspiegabile per lui, cerca delle consolazioni fantastiche.

L’ideale della libertà svizzera lo incanta. Reclama per sé e per George (Altmüller) una casetta in Svizzera con una moglie virtuosa nata in Svizzera! Per quanto riguarda le donne del suo paese, le odia, scrive nel suo diario, questo sesso spregevole che non è mai ciò che sembra, che piange senza dolore, ride senza gioia, – del quale egli ha confuso troppo a lungo la stupidità con l’innocenza e il sentimentalismo con il “cuore”.

Il 29 novembre 1810, gli accade qualcosa di straordinario. Un cantante famoso, il castrato Velluti, era a Vienna e Grillparzer era determinato a non andarlo a sentire, avendo orrore di tutto ciò che è contro natura, e in particolare in questo genere di cose. Infastidito, costretto ad andare a teatro, spinto lì da alcuni amici e dalla sua noia, viene punito. Non appena il castrato cominciò a cantare, una sensazione strana e dolorosa si impossessò di Grillparzer; lui cercò violentemente di sottometterla, ma il suo disagio crebbe talmente che fu sul punto di svenire e di lasciare mezzo morto il teatro. Non ricordava di aver mai avuto nella sua vita una sensazione così sgradevole. (Aveva allora quasi 20 anni).

A 21 anni, si innamora di un’attrice che interpretava il ruolo di Cherubino, e la sua travestita gli strappa dei bei versi di cui egli in seguito si meraviglierà: il sentimento di questi versi è abbastanza sessualmente ambiguo. Egli sostiene nella sua autobiografia che questi versi siano arrivati in un modo piuttosto misterioso e anonimo a Cherubino, e Cherubino, che allora era una ricca mantenuta, abbia dichiarato che, se avesse trovato il poeta che aveva composto quei versi, avrebbe abbandonato il suo protettore per lui. Fu (secondo Grillparzer) il protettore di Cherubino che diversi anni dopo gli recitò quei versi anonimi per dimostrargli che i grandi poeti restavano ignorati, e gli raccontò della inutile infatuazione della signora. È pensabile che una relazione tra Cherubino e Grillparzer avrebbe potuto cambiare il corso della sua vita sessuale. Cherubino era probabilmente abbastanza virile e abbastanza carina per piacere Grillparzer.

Del resto, le attrici possono sempre (soprattutto quelle che recitano come travestite) sedurre più facilmente delle altre donne gli uomini la cui sessualità è indecisa.

Se si crede che è esagerato parlare già dell’indecisione della sessualità di Grillparzer, il resto della sua vita giustificherà questa asserzione.

Era alto, aveva bellissimi occhi azzurri, un viso pallido e interessante e bei capelli castani. Era molto semplice, gentile, timido, amante del silenzio, e trovava molto doloroso costringersi a parlare quando non lo desiderava. Certamente in gioventù era un uomo molto simpatico, sia agli uomini che alle donne. A 25 anni riportò un enorme successo con il suo dramma L’Antenato, che lo collocò subito in prima fila [tra gli autori di teatro], il successo ben presto proseguì col successo della sua Saffo, dramma che mostrava un notevole progresso. Era considerato unanimemente il poeta dell’Austria.

Alcune donne lo amarono – Marie Piquot, una ragazza, lo amò in segreto, morì e nel suo testamento pregò i genitori di adottare Grillparzer e di occuparsi di lui. Rimpiangeva in questo testamento di non potersi fare amare da lui per esser buona e dolce con lui. Attraverso le banalità di una conoscenza mondana, Maria aveva indovinato l’anima del poeta, le sue difficoltà di carattere, tutto quello che gli rendeva difficile dedicarsi agli altri e accettare il fatto che gli altri si dedicassero a lui.

Grillparzer si rimproverò di non essere abbastanza toccato dalla morte e dalla tenerezza di Maria.

Una bella donna, sposata con uno dei suoi parenti, Carlotta, lo amò anche lei e lo fece passare attraverso le sofferenze dell’odio e dell’amore. Lei lo attivata e nello stesso tempo gli era repellente. Era evidentemente la donna nella sua sensualità che lo tormentava così. Benché Grillparzer dica che questa donna aveva cambiato il platonismo della sua natura (aveva allora 29 anni e si diceva molto interessato), io non penso che sia mai stato il suo amante. Lei gli confessò sul letto di morte di averlo amato più di quanto lui potesse immaginare.

Mi affretto ad arrivare alla grande e misteriosa amicizia-amore di Grillparzer (e alla sua eterna fidanzata Kathi Froehlich), che durò mezzo secolo e stupì i contemporanei col suo enigma. Noi ne conosciamo la chiave.

Una lettera del poeta ad Altmüller ci riassumerà la situazione.

Verso il suo trentesimo anno cercò di fortificare il suo corpo – con l’idroterapia, il nuoto, l’acqua fredda, la scherma – e credette di trovare in questi esercizi la causa della diminuzione della sua fantasia, della sua immaginazione. Forse, si diceva, per essere poeta avrebbe dovuto conservare la fragilità del suo essere fisico.

Evidentemente si sbagliava: osservava i suoi sintomi con acutezza, ma certamente non aveva una visione d’insieme del suo stato fisico e mentale.

A 31 anni fece la conoscenza delle quattro sorelle Froehlich, sorelle musiciste, di cui la terza, e forse la più bella, lo amò per 50 anni. Lei aveva dieci anni meno di lui.

Grillparzer, nel suo affetto per le donne, cominciava sempre dal farsi un’idea di questo affetto e del modo in cui quella donna doveva pensare e comportarsi. Non appena riscontrava una minima differenza tra la sua idea e la realtà si tirava indietro. “In tal modo, egli scrive, ho giocato con le donne il ruolo di un seduttore, e comunque avrei sempre fatto di tutto per essere per loro quello che desideravano. In questo modo, quindi, sono stato la disgrazia di tre donne, tutte e tre di carattere forte. Due sono morte. Ma non ho mai barato su un’inclinazione che io stesso ho invocato.” Vale a dire sul fatto che il suo sentimentalismo superficiale e l’affetto di una donna non erano sufficienti per attirarlo e trattenerlo.
Scrive ad Altmüller a proposito di Kathi una lettera di capitale importanza, una delle lettere più curiose scritte da un uomo distinto e famoso.

La riassumo:

“Tu mi chiedi di descrivere la persona che amo. La persona che amo, tu dici? Piacesse a Dio che io potessi dire sì. Piacesse a Dio che il mio essere fosse capace di questo abbandono, di questa dimenticanza di sé, di tutta questa unione che è l’amore. Ma non so se sia egoismo supremo, o qualcosa di peggio, o un desiderio sconfinato per l’arte e tutto ciò che riguarda l’arte, ma tutte le altre cose non possono tenermi che per un momento. Insomma io non sono in grado di amare. C’è sempre per me qualcosa di più alto di una persona cara, e dopo un oggi dei più teneri, senza intervallo, senza motivo, c’è un domani di freddezza, di dimenticanza, di inimicizia. Credo di aver notato che amo nell’amata solo l’immagine disegnata dalla mia fantasia, in modo che la realtà diventa per me un’opera d’arte che mi affascina per la sua somiglianza con i miei pensieri, e che mi respinge tanto più violentemente quando noto la minima differenza. Si può chiamare amore questo? Abbi pietà di me e di lei che ha ben meritato di essere amata veramente per se stessa.”

“La conoscenza di questa infelice caratteristica del mio carattere mi ha tenuto lontano il più possibile dalle relazioni con le donne alle quali del resto ero abbastanza portato dalla mia natura fisica.

Ma ogni volta che mi sono lasciato trattenere ho fatto questa triste esperienza, tanto più naturalmente perché sono sempre stato attratto esclusivamente verso quelle meno adatte a me – vale a dire, quelle il cui carattere aveva dei tratti decisi, che davano al mio gusto per l’analisi psicologica e alla mia immaginazione di poeta più alimento, e che d’altra parte avevano qualcosa di freddo e di segreto che rendeva impossibile qualsiasi fusione, qualsiasi unione.”

Poi racconta del suo incontro con Kathi, di come lei lo annoiava con le sue lodi la prima volta che si videro.

Si resero reciprocamente molto infelici. Grillparzer si spiegava in molti modi il loro affetto difficile e doloroso. Lui non ammetteva mezze misure e lei ancora non riusciva a contenersi o a sottomettersi. Ma se non ci fosse stata proprio questa impossibilità lei lo avrebbe interessato?

“Dopo tutto, scrive ancora, è un mio capriccio non possedere questa ragazza che mi ha messo in questo stato deplorevole. Capriccio, perché non era una decisione veramente virtuosa, ma forse solo il piacere estetico ed artistico che la purezza di questa ragazza mi deva, che mi impediva di fare ciò che le mie emozioni e i miei pensieri quasi irresistibilmente mi spingevano a fare.”

“Forse” e “quasi” ricorrono costantemente in queste confessioni. Grillparzer racconta come, nella sua lotta contro l’eccitazione sensuale, emanava da lui una tale atmosfera erotica che l’innocente Kathi ne rimase scossa inconsciamente e subì tutti gli effetti dell’istinto sessuale contrastato. Divenne gelosa, violenta, rissosa, e anche il lato intellettuale “così favolosamente bello” di questo affetto fu rovinato.

Non possiamo essere sorpresi che, al momento di sposarsi, malgrado tutto, dopo aver affittato un appartamento, il rapporto si ruppe – dopo una accesa discussione. Fu un accesso di gelosia che per un momento li separò del tutto. Grillparzer se ne andò. Kathi si ammalò gravemente. Lui si trovò preso tra la debolezza e la crudeltà. Cedette. Ritornò come amico, e rimase l’amico per quarantacinque anni. Le sorelle gli avevano detto che Kathi non sarebbe sopravvissuta a una rottura completa. “Ho pranzato dalle Froehlich,” ha scritto –

“Come sempre, dopo una riconciliazione, una specie di desiderio si risvegliò in me. La presi in grembo e l’accarezzai per la prima volta dopo molti anni. Ma l’emozione è spenta. Non posso farla rinascere.”

Kathi, secondo lui, avrebbe potuto fare felice un uomo occupato tutto il giorno che desiderasse la sera un po’ di allegria e di vivacità, ma non lui. Questa singolare catena esisteva da cinque anni quando Grillparzer, annoiato, stanco, cercò riposo in un viaggio. Andò a trovare Goethe, e lì la sua natura nervosa e difficile lo fece soffrire di nuovo. Grillparzer era poco incline all’ammirazione per i suoi contemporanei. Goethe soltanto gli imponeva il rispetto dovuto ad un essere sovrumano. Goethe lo accolse molto bene, lo trovò simpatico. Grillparzer pianse quando lo prese per mano per andare a pranzo. Goethe lo condusse nel suo giardino con l’aria di un re e di un padre. Ma Goethe era troppo grande, troppo arrivato, troppo olimpico, e Grillparzer si allarmò all’idea di trascorrere la serata con lui. Non osava. Non si sentiva abbastanza forte per difendere la sua posizione letteraria. Fuggì, portando con sé la vergogna e il rimorso per la sua debolezza e per la sua ingratitudine. Goethe lo aveva rattristato compiangendolo per il fatto di non avere a Vienna né uguali né le persone che lo potessero capire.

Ebbe sempre un sacco di problemi, problemi di famiglia, di rapporti sociali (perché le protezioni più alte non sembravano evitargli dei veri tormenti burocratici nella sua vita di impiegato nei ministeri), d’ingiustizia, di teatro. Le sue opere non avevano sempre immediatamente successo; doveva sopportare tutte le ingiustizie, nonostante l’ammirazione che non gli veniva rifiutata. Una cosa curiosa: egli fu presente solo alla prima della suo primo dramma. Gli fece un’impressione così sgradevole che giurò di non assistere più a nessuna delle sue opere, e mantenne la parola. Era un uomo molto testardo quando prendeva una decisione, molto determinato e molto coscienzioso.

Verso il suo cinquantesimo anno smise di scrivere versi lirici, personali. Si concesse piuttosto degli epigrammi. Era insieme scontento, rassegnato, triste e coraggioso.

Si è colpiti leggendo il diario dei suoi viaggi in Italia, Grecia, Francia, Germania, dalla nitidezza, dall’interesse, dalla severità e dall’indulgenza di quest’uomo.

Restava facilmente scioccato: le parolacce, i bagni dove gli uomini si mostravano nudi, l’egoismo, la noia, il disagio, fanno una viva e dolorosa impressione su di lui. Ma è ugualmente colpito dalla bellezza dei ragazzi o dei giovani uomini, dalla grazia, dalla bella figura e dal bel viso delle donne, dal buon senso o dalla bontà degli uomini. Per questo si possono leggere tutte le sue impressioni di viaggio con grande piacere. Si sente sempre che è un uomo che scrive, anche quando è sofferente, ingiusto e mal disposto.

Nel 1848 la sua poesia al generale Radetzky fu solennemente letta a tutti gli ufficiali di Radetzky. Fece il suo dovere come poeta patriottico. Stanco delle emozioni di quell’anno, decise di rimanere a casa delle sorelle Froehlich, al quarto piano. Trascorse lì gli ultimi venti anni della sua vita. Ricevette molte onorificenze. Il primo ministro, il principe Schwarzenberg, salì i suoi quattro piani per consegnargli una decorazione, Radetzky lo invitò ad un banchetto, l’Accademia lo cooptò, e per essa scrisse la sua Autobiografia.

Lassù, al quarto piano, trascorse i suoi ultimi vent’anni, scrivendo, leggendo, ascoltando con indifferenza quando gli raccontavano del successo di tutte le sue opere teatrali, che venivano rimesse in scena. Quelle che in precedenza non erano state bene accolte avevano ora successo.

“Incredibile”, diceva, scuotendo la testa.

Kathi Froehlich, sua erede, istituì, con quello che Grillparzer le aveva lasciato, un premio triennale per il miglior dramma austriaco. Dopo la sua morte, furono messe in scena le quattro opere teatrali che non aveva ancora pubblicato.

La maggiore delle sorelle Froehlich, l’unica sposata, Giuseppina Bogner, era un tipo strano, a quanto pare, sembrava più un ragazzo che una donna. Suo figlio Wilhelm fu adottato dal Grillparzer che lo amò molto e si prese cura della sua educazione. Il giovane morì all’età di 22 anni. Grillparzer non lo abbandonò durante la sua malattia – e fu dopo la sua morte che si decise ad andare a vivere con le zie. – La madre diventò sempre più eccentrica e, ci viene detto, finì per essere « un original féminin » [si noti l’articolo al maschile] “un originale femminile”.

La famiglia Froehlich era molto unita e Grillparzer, che amava la musica, amava tutte le sorelle. Ogni volta che voleva rinunciare a vedere Kathi le sorelle lo riportavano indietro. Per lui era una famiglia. La sua non gli procurava che dolore.
Le lettere di Grillparzer a Kathi non sono lettere d’amore. Le dice una volta di essere sul punto di innamorarsi. Ma di solito è freddo o sarcastico, o annoiato, o giocoso con l’intenzione di esserlo. Le lettere di Kathi mostrano che diventa sempre più umile e devota con l’età.

Lei ha sofferto tanto quanto Grillparzer. Vivendo in un ambiente artistico, in una grande città poco austera, molte persone pensavano che Grillparzer fosse o fosse stato il suo amante, perché non si sposarono. Lei, così impulsiva, così polemica, non sembra aver rimproverato Grillparzer su questo punto.

Quello che c’era di sbagliato, di crudele e di fastidioso in quella situazione si riscatta negli ultimi venti anni della vita di Grillparzer, quando le tre sorelle che erano state così attraenti, così ricercate e così festeggiate, e che Bauernfeld chiamava ora le tre Parche, si dedicarono tutte e tre al poeta.

Si possono leggere le lettere e i telegrammi che i sovrani tedeschi gli indirizzavano, l’imperatore d’Austria, il Re di Baviera, l’imperatrice di Germania.
Quando ebbe ottant’anni, l’anno prima della sua morte, l’imperatore d’Austria gli diede una pensione di 3.000 gulden.

Nel primo volume pubblicato dalla Grillparzer Gesellschaft (Associazione Grillparzer) si trova una lettera singolare e chiara scritta da un giovane uomo di ventidue anni a Grillparzer che aveva allora quarantaquattro anni; è di Otto Prechtler, poeta che succedette a Grillparzer in uno dei suoi posti di lavoro e che morì nel 1881.

“Enigmatico miracoloso, così estraneo eppure così intimo, così pieno di pudore eppure troppo forte per essere sradicato, così unico, mi sembra il rapporto spirituale tra di noi nei quattro anni da quando vi conosco, da quando siete apparso nella mia vita come l’asilo, il faro.”

Trova così strano, essendo lui così giovane, così oscuro e Grillparzer così maturo, così uomo, che ogni periodo della vita di uno corrisponda ad un periodo nella vita dell’altro. Se Grillparzer fosse morto e se lui credesse alla trasmigrazione, avrebbe pensato che l’anima di Grillparzer gli facesse l’onore di vivere in lui.

Gli aveva scritto una poesia, poi era andato a pregare nella grande Stephanskirche (cattedrale di Santo Stefano) di non perdere la fede in Grillparzer.

Aveva amato appassionatamente una certa Eloisa, e assicura Grillparzer che il suo amore per lui assomiglia notevolmente all’amore per lei; la differenza tra questi due amori è la stessa che c’è tra poeta e uomo. – “Vi amo come ho amato Eloisa, con quella tenerezza e quella venerazione che escludono tutti gli altri sentimenti sensuali. Amavo Eloisa come voi, con quella timidezza che arrossisce, con quel desiderio di mostrare il meglio di me.”

Grillparzer lo aveva incoraggiato, lo aveva spinto a credere nel suo talento e gli aveva procurato una posizione sociale. Ricorda a Grillparzer di aver provato il dolore di chiedergli denaro. Gli ricorda anche che una volta aveva detto: Mi dispiace che voi abbiate cercato un rifugio vicino ad una natura così tormentata, così distrutta come la mia.

E, con la chiaroveggenza dell’affetto e di molte altre cose, il giovane uomo proclama con orgoglio di aver capito Grillparzer. Terrà sempre nel suo cuore quello che ha compreso. Si accontenta di dire che la bontà, l’elevazione, la simpatia, la santa mansuetudine e la bontà verso di lui, Prechtler, derivano da questa ammirabile natura distrutta.

Si esalta sempre di più per il piacere che gli danno le attenzioni benevole di Grillparzer e i suoi tratti nobili. Rivede sul suo volto i grandi momenti del lavoro drammatico del maestro, l’entusiasmo di Saffo, la passione Jaromir, ecc..
“Nessuno può amarvi di più, può adorarvi di più. Vorrei che voi foste collocato meno in alto per arrivare più vicino al vostro cuore, o vorrei essere una ragazza. Vi avrei amato ineffabilmente, vi avrei idolatrato. Ma io sono povero di anni e di esperienza, e voi siete anche direttore degli archivi.”

C’è un’altra lettera dal 1863, quando Grillparzer fece una brutta caduta su una scala, “il solo passo falso della vostra esistenza”, dice Prechtler.

Grillparzer è per me l’uranista con inclinazioni eterosessuali, la cui sfortunata eredità e i cui dolori costanti hanno represso gli istinti unisessuali senza distruggerli, ma non tanto da dare un libero sviluppo agli istinti eterosessuali.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:
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RFFALOVICH E LE TEORIE SULL’OMOSESSUALITA’ DI KRAFFT-EBING

Nel capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi, Raffalovich si sofferma ad analizzare le “teorie” sull’omosessualità in discussione ai suoi tempi e in particolare quelle di Krafft-Ebing, nella loro formulazione definitiva. Scendere in dettagli in questa sede sul contributo di Krafft-Ebing allo studio dell’omosessualità richiederebbe troppo spazio. Una sintesi di tutto rispetto si può trovare nel capitolo dedicato alla Psychopathia Sexualis, l’opera fondamentale di Krafft-Ebing, da John Addinton Symonds, nel suo “A Problem in Modern Ethics” (1896); il lettore potrà leggere la mia traduzione italiana nella Biblioteca di Progetto Gay: “Un Problema di Etica Moderna” pagine 39-50. (http://gayproject.altervista.org/questione_etica.pdf)

Krafft-Ebing era uno psichiatra e considerava l’omosessualità essenzialmente sotto il profilo psichiatrico; ebbe l’indubbio merito di contribuire alla depenalizzazione almeno parziale dell’omosessualità che, proprio in quanto “malattia”, escludeva la responsabilità penale del soggetto, ma è indubbio che Krafft-Ebing, nel demolire la figura dell’omosessuale criminale ha creato quella dell’omosessuale malato psichiatrico e con questo ha influenzato pesantemente la storia stessa della lotta per i diritti degli omosessuali. Con l’andare degli anni Krafft-Ebing ha via via corretto il tiro, dimostrando certamente onestà intellettuale, ma la sua conoscenza dell’omosessualità resta sempre quella di uno psichiatra eterosessuale che vede l’omosessualità dall’esterno.

Le opere che ho citato sopra di Addington Symonds e di Raffalovich sono più o meno coeve del pensiero più maturo di Krafft-Ebing ma sono sostanzialmente diverse perché sono opere di due omosessuali che hanno vissuto l’omosessualità nella loro esperienza personale e hanno conosciuto molti omosessuali, che non erano né criminali né malati psichiatrici, e quindi potevano allargare lo sguardo su ambienti mai prima esplorati dando luogo ad una conoscenza della realtà omosessuale dall’interno.

Dal capitolo di Raffalovich, qui di seguito riportato, il lettore potrà constatare potrà quanto la psichiatria fosse, all’epoca, condizionata dalle teorie che dominavano la medicina, come quelle della degenerazione, dell’atavismo e dell’ereditarietà, che rimaneva più che altro una vaga intuizione alla quale si riconnettevano in modo sostanzialmente arbitrario tentativi interpretativi di ogni genere.

Uno spazio particolare Raffalovich dedica al rapporto tra omosessualità ed effeminatezza. L’idea che l’omosessuale fosse una “anima muliebris virili corpore inclusa”, cioè un’anima femminile chiusa in un corpo maschile, tipica di Karl Heinrich Ulrichs, aveva diffuso anche negli ambienti scientifici l’idea che gli omosessuali fossero una specie di terzo sesso, un sesso intermedio, come sostenne, in seguito anche Edward Carpenter. L’effeminatezza era considerata una forma di degenerazione, imputabile forse all’atavisto, o a una specie di ritardo mentale, o a uno sviluppo incompleto della sessualità e queste categorie venivano facilmente estese a tutti gli omosessuali, fino al paradosso di classificare come degenerati o ritardati mentali personaggi come Platone o Michelangelo.

Raffalovich, che in questo capitolo fornisce alcune delle sue pagine più belle, si oppone a queste idee veramente aberranti e sostiene che la morale di Platone “consiste nella speranza e nella convinzione che l’uomo sia capace di tutte la variazioni, di tutte le modulazioni, e che possa perfezionarsi in certi ambiti più che in altri (ciò che ha detto Goethe), che abbia diritto a una filosofia che non distrugga la sua individualità, senza comunque danneggiare gli altri; ecco l’origine psicologica delle filosofie.”

La filosofia di Platone, che è un’apoteosi dell’omosessualità elevata a valore morale, non distrugge, come fanno altre filosofie, l’individualità degli omosessuali, che hanno diritto “ad una loro filosofia”, ovviamente sempre nel rispetto degli altri.
Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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A proposito degli ultimi punti di vista di Krafft-Ebing

Nel 1894 Krafft-Ebing (Jahrbucher fur Psychiatrie und Neurologie) ha riassunto il suo ultimo punto di vista sulle cause dell’inversione sessuale.

Egli elenca le teorie o le ipotesi precedenti e si può solo seguirlo con interesse. Ma prima di cominciare io protesterei vivamente contro uno dei punti di partenza di Krafft-Ebing (punto di partenza secondo me erroneo, che in questo osservatore eccellente, in quest’uomo così superiore, io posso spiegarmi solamente attraverso lo studio preponderante dei casi clinici): cioè che nell’inversione sessuale completa l’uomo si senta donna di fronte all’uomo. È l’effeminazione che causa questa percezione di un ruolo femminile nell’uomo, non è l’inversione. Ci sono molti uomini eterosessuali che non si sentono nel ruolo maschile di fronte alla loro amante. Non bisogna confondere l’uranismo effeminato e l’uranismo virile.

Michelangelo, Platone o Socrate non si sentivano donne di fonte ai loro beneamati, e nemmeno li consideravano come donne. Nella forma più leggera di inversione, dice Ktafft-Ebing (ed è il medico che parla, in questo momento, più che lo psicologo) l’uomo non ama l’uomo sessualmente, e non si sente donna davanti a lui, nei suoi rapporti con lui, perché ignora le vera natura della sua sessualità.

Questa asserzione di Krafft-Ebing mi sembra così perniciosa e nello stesso tempo così di appoggio per la mia convinzione contraria, che devo fermarmi qui.

In questa forma meno grave di inversione, l’uomo, stando a Krafft-Ebing, non ha segni fisici della sessualità femminile o ne ha pochi, non si sente donna di fronte all’uomo ma ama solo l’uomo. È l’uranista maschio (anche se l’invertito maschio, la cui inversione è acquisita, e il cui corpo e il cui carattere restano maschili, assomiglia all’uomo che ama e si confonde con lui) quello che è stato poco studiato nei libri di psichiatria, di criminologia e di medicina, perché non è né malato, né criminale, né necessariamente alienato. È di lui che si occupano Platone o Hafiz, la filosofia, la poesia, la storia. I guerrieri tebani non si sentivano donne uno nei confronti dell’altro, Epaminonda e gli altri, i maestri, gli uomini saggi che innalzavano un’anima più giovane non si sentivano donne davanti al loro amato, quando accettavano la soddisfazione della carne. E i Greci amati che amavano, anch’essi (dato che secondo Platone nessun tipo d’amore sarebbe stato onesto se non fosse stato reciproco e consensuale) sarebbero stati ben presto respinti e oltraggiati se avessero amato come le donne. Quando i filosofi greci vollero esporre l’aspetto superiore e psichico dell’unisessualità, vollero mostrare come innalzandosi al di sopra di una tendenza naturale e istintiva, fosse possibile servirsene per un perfezionamento reciproco degli uomini; vollero dare a dei sentimenti completamente naturali, istintivi, usciti dalle radici stesse dell’umanità, una sanzione, una giustificazione, una elevazione che si può paragonare esclusivamente al punto di vista della Chiesa cattolica di fronte al matrimonio. Il matrimonio è un sacramento; il matrimonio ha per fine la continenza e la perpetuazione della razza; è per coloro che non possono raggiungere la perfetta castità, che non possono conservare la loro verginità, e che non vogliono bruciare di desiderio per la fornicazione.

È così che la filosofia greca ha considerato l’unisessualità. Essa ha visto che l’inversione congenita o acquisita era naturale, che derivava dalla natura umana, cosa che la scienza di oggi, grazie alla medicina e all’embriologia, ha scoperto di nuovo, senza curarsi delle scoperte psicologiche di altri tempi, proprio come è naturale e deriva dalla natura umana l’eterosessualità congenita o acquisita.

Invece di insorgere e di rivoltarsi contro la sessualità propria delle persone, ha voluto dimostrare che l’eroismo, la costanza, la temperanza, la giustizia, in una sola parola la virtù maschile, non erano sotto tutti gli aspetti contrari alla natura umana, che l’ideale della castità non era contrario all’ideale della continenza, e che l’ideale dalla continenza poteva essere raggiunto dall’uomo sensuale o almeno poteva purificare e attenuare la sua sensualità fino al punto di renderlo capace di perfezionarsi o di perfezionare un altro.

In questo modo il migliore doveva aiutare colui che aveva mano esperienza, e la creazione di figli immortali, cioè di belle azioni derivanti da bei pensieri, doveva essere il fine di questo matrimonio spirituale, al quale Platone e i suoi simili davano una sanzione celeste simile al sacramento del matrimonio cattolico.
Se ne è conservata la tradizione nei secoli e Michelangelo, Shakespeare, Herder, Gothe, Platen, Shelley (per non parlare dei viventi), l’hanno apprezzata o per affinità congenita o acquisita o perché essi hanno visto una morale alta, inaccessibile a quelli che credono l’inversione una questione di effeminazione o di sodomia, cioè di coito anale attivo o passivo.

Questa tradizione, che Platone non ha inventato ma ha fissato, ha uno scopo morale, sociale, individuale e religioso, comparabile con quello del matrimonio; e proprio come il matrimonio può apparire come una istituzione superiore e venerabile a un materialista, a un evoluzionista, a uno scettico, a un uranista, a un non conformista sessuale – allo stesso modo la morale di Platone può apparire superiore e venerabile quando si è completamente eterosessuali, conformisti o femministi, – perché essa consiste nella speranza e nella convinzione che l’uomo sia capace di tutte la variazioni, di tutte le modulazioni, e che possa perfezionarsi in certi ambiti più che in altri (ciò che ha detto Goethe) che abbia diritto a una filosofia che non distrugga la sua individualità, senza comunque danneggiare gli altri; ecco l’origine psicologica delle filosofie.

Gli invertiti hanno dunque il diritto di avere la loro filosofia e la loro morale, e di servirsene secondo il loro successo e di ispirarsi ad essa, e secondo le loro potenzialità sociali e individuali possono essere valutati e scelti. Sarà uno dei compiti dell’educazione quello di servirsi degli uranisti per il loro bene più grande e per quello dell’umanità. E sarà anche uno dei compiti del diritto penale e della società reprimere il più severamente, il più prontamente e il più efficacemente possibile tutte le infrazioni a certe regole di condotta che l’uomo civilizzato deve seguire – tutti gli attentati contro gli impuberi, qualsiasi sia la loro natura o il loro genere. – tutti gli atti vi violenza o di indecenza notoria o pubblica, saranno sempre di dominio della legge penale e spetta alla società creare difese contro le cattive influenze, contro l’andazzo immorale, contro le cause e le tendenze della sessualità.

Sociologicamente l’inversione non è contraria all’eterosessualità, le è parallela, le è legata, perché entrambe derivano dalla sessualità. Accanto alla prostituzione femminile si trova sempre la prostituzione pederastica, in altri tempi come oggi. I Greci rispettavano la donna sposata, la vita domestica; ma essi nobilitavano allo stesso tempo l’unisessualità. Avevano delle cortigiane e nello stesso tempo dei bei favoriti.

Se Krafft-Ebing aveva ragione nello spiegare la mascolinità morale e sentimentale degli uranisti della prima classe attraverso l’illusione che essi si creano, la mascolinità del loro corpo non è però illusoria, essa è uno degli indici della loro mascolinità psichica. Sono loro che hanno scoperto delle regole di morale e di condotta per se stessi per i loro simili, e queste regole e queste scoperte non sono dovute a un’illusione così grossolana.

Ammettendo che Krafft-Ebing non si sbagli credendo che sia per ignoranza che questo tipo di uranista non si sente donna, allora quando un altro del medesimo genere ha rapporti con lui, si trovano uno di fronte all’altro due uomini che credono entrambi di essere percepiti come uomini e che in realtà si sentono come donne, è dunque la passione della similarità, che io considero come una della passioni inerenti all’uomo, che li spinge.

“Il pubblico, dice Krafft-Ebing, crede molto facilmente che l’inversione sia una deviazione, un vizio, e disprezza chi ne è colpito. In mondo giudiziario, nella maggior parte dei casi, condivide questa opinione e persegue con delle punizioni questo supposto vizio.

“Alcuni invertiti credono che l’inversione sia un’anomalia (un capriccio della natura) altrettanto naturale e che ha altrettanto diritto all’esistenza dell’amore eterosessuale. Questa spiegazione, che corrisponde completamente al loro modo di essere e di pensare, è stata esposta da Platone ai giorni nostri.”

Ulrichs ha sostenuto che l’anima di una donna si trovasse in un corpo maschile. Ma la cosa è altrettanto inammissibile che avere un cervello femminile e un sesso maschile.

Krafft-Ebing trova che il tentativo di Binet di spiegare l’inversione con l’aiuto dell’associazione delle idee è ingegnoso ma inammissibile e io sono completamente d’accordo con lui. Secondo Binet, quando l’istinto sessuale non è ancora differenziato, la vista e il contatto di un maschio coincidono con una eccitazione sessuale; e così si forma un’associazione, Chevalier obietta, con ragione, che questo non spiega affatto la precocità dell’inversione, né l’antipatia contro la donna, né certi caratteri sessuali secondari. Binet, comunque, ha detto chiaramente che le associazioni avevano luogo solo tra i predisposti, cosa che poi riporta ad ammettere l’inversione congenita.

Westphal e altri medici si sono accontentati di studiare i casi clinici o di assicurare che l’inversione è spesso congenita.

Krafft-Eging (e pure Sérieux, a quanto pare) hanno studiato anche i rapporti tra l’inversione e la degenerazione. Ed è per questo che Krafft-Ebing insiste un po’ troppo su quest’ultima. Ma è anche andato più lontano, ha scoperto che le perversioni sessuali si ritrovano frequentemente tra i genitori, gli ascendenti, e suppone probabile che si arrivi alle diverse fasi dell’inversione sulla strada dell’ereditarietà.

È evidente che in questo campo l’ereditarietà gioca un ruolo come lo gioca in ogni campo, ma il ruolo dell’ereditarietà in ciò che concerne la psicologia è ancora meno conosciuto che in ciò che concerne la patologia. L’ereditarietà non spiega ancora gran che, se non ci si accontenta di spiegazioni molto ipotetiche. E da quando è comparso all’orizzonte Wiesmann, si esita un po’ prima di chiamare in causa l’ereditarietà. I caratteri acquisiti, per esempio, non sono più gli argomenti convincenti di un tempo.

Frank Lydslon (1888) e Kiernan (1888), ispirandosi alla bisessualità degli esseri inferiori, hanno voluto dedurre la monosessualità dalla bisessualità. Kiernan sembra spiegare l’inversione facendo ricorso all’ermafroditismo ancestrale. Comunque l’inversione sessuale è una cosa completamente diversa dall’ermafroditismo, e non potrebbe essere una forma di atavismo. Così Chevalier, dopo Laccassagne, ha ben ragione di considerare come un ritardato quello che Lombroso chiamava atavico.

Ma bisogna allora tenere presente che il ritardato di Lacassagne non è necessariamente un ritardato per il fatto che è un invertito – che la differenziazione del maschio generatore e della femmina generatrice può non essere lo scopo esclusivo dell’umanità – che Platone non è né un atavico né un ritardato, ma sotto molti punti di vista uno più avanzato degli altri, come Goethe, come ogni genio morale, equilibrato e elevato. Gli effeminati sono dei ritardati, lo ammetto, ma gli effeminati innamorati delle donne lo sono come gli effeminati innamorai degli uomini.

Krafft-Ebing osserva che l’apparato genitale dell’uomo comprende: 1) (a) gli organi della riproduzione; 2) (b) i centri spinali che agiscono su questi organi per la nutrizione, l’erezione, l’eiaculazione, ecc.; e 3) (c) il dominio cerebrale in cui i processi psicosomatici hanno origine, la vita sessuale, il senso sessuale, l’istinto sessuale.

È provato anatomicamente che fino alla fine del terzo mese (a) è bisessuale e sarebbe logico pensare che (b) e (c) siano anche bisessuali allo stato embrionale.
Normalmente si sviluppa una sola sessualità in accordo col centro cerebrale che corrisponde alla ghiandole sessuali.

Più questa differenza sessuale è marcata, più l’uomo è perfetto antropologicamente; più i caratteri sessuali psichici o fisici si rassomigliano, più basso è il livello dell’uomo o della donna, un livello che ci riporta indietro di parecchie migliaia di anni. Qui io protesto di nuovo. La differenza sessuale tra gli animali non deve essere presa come l’ideale della differenza sessuale tra l’uomo e la donna. Il tipo greco di uomo più grazioso dell’uomo comune, o della danna dal corpo più elegante della donna comune, indicano forse una retrocessione, una inferiorità? L’uomo e la donna in uno stato di civiltà non possono differenziarsi fino a questo punto e non si può considerare questa differenziazione assoluta come l’ideale della razza umana nello stadio della civiltà che noi conosciamo.

È necessario che la donna sia abbastanza donna per essere figlia, sorella, moglie, madre, compagna, che l’uomo sia abbastanza uomo per essere cittadino, marito, padre, compagno.

Ma a meno di avere cittadini e cittadine unicamente al fine della riproduzione della razza, a meno di avere uomini stalloni e donne nelle case di riproduzione come covatrici, questa differenza non può essere mantenuta e non è desiderabile.
L’ermafroditismo psichico ha ben poco a che vedere con la questione dell’inversione, perché non si può accusare di inversione un individuo che non avendo un sesso sufficientemente determinato fisicamente, sceglie o pratica di volta in volta le due sessualità.

“Nell’individuo normale, dice Krafft-Ebing, la lotta tra le due tendenze sessuali si determina in favore di un sesso, e in via definitiva, ma negli individui aggravati da una degenerazione congenita, l’evoluzione psichica e fisica non è più così semplice e le due sessualità lottano tra loro. Questa è anche la spiegazione dell’inversione acquisita: perché la lotta tra le due sessualità, che avrebbe dovuto concludersi prima della nascita del bambino, perdura e si ha l’ermafroditismo morale; in altri casi si riscontra il paradosso di un sesso maschile congiunto all’amore del maschio. È ancora più strano, aggiunge Krafft Ebing, che l’inversione non abbia nulla a che fare con l’ermafroditismo e che più l’individuo è colpito dalla degenerazione, più ha i caratteri sessuali secondari dell’altro sesso.”

Qui Krafft-Ebing colloca all’inizio questa forma meno grave di inversione: un uomo ama soltanto gli uomini, non ha nulla della donna e si sente uomo. Secondo lui, quell’uomo si sbaglia e la sua tendenza è quella di una donna – cosa che io nego.
Quando l’inversione è più grave, quando non è soltanto nel dominio sessuale, l’uomo si sente donna, si trova bene quando assume un ruolo femminile, e questo ruolo passivo gli sembra del tutto naturale. Questa è l’effeminazione, l’inversione degli effeminati che tanto è stata studiata.

“Infine, dice Krafft-Ebing, mi sembra dimostrata la tesi che l’inversione sessuale congenita non si presenta e non è immaginabile che con un certo grado di degenerazione.”

È dal 1877 che Krafft-Ebing ha considerato l’inversione come una degenerazione funzionale. L’atavismo, ci dice ancora, spiegherebbe l’ermafroditismo ma per nulla l’uranismo.

A questa conclusione (che rimonta al 1877), secondo la quale l’uranismo e l’inversione acquisita derivano dalla degenerazione, applicherei una critica che si può applicare quasi a tutte le teorie dell’unisessualità, cioè che queste teorie si mettono dal punto di vista dell’eterosessualità, e secondo me questo punto di vista è tanto falso quanto il punto di vista unisessuale.

Che un uomo sia un uomo, che una donna sia una donna, che la razza si perpetui e aumenti; ecco i sine qua non dell’umanità – ma che ogni uomo desideri avere rapporti sessuali con una donna e viceversa non è una condizione indispensabile. Proviamo a guardare le cose da un punto di vista più alto e al di fuori dai luoghi comuni, il mondo ci guadagnerebbe forse un bel po’ o anche solo qualcosa? Certo, se si potessero abolire la prostituzione, la sifilide, i ricatti, le malattie che si acuiscono dopo gli eccessi sessuali, allora le cose sarebbero diverse – ma in che cosa un uranista che tiene a freno le sue tendenze e diventa per questo ancora più devoto a quelli che hanno bisogno di lui, o un invertito che si innamora di un uomo sobrio e rispettabile sono più degenerati si un povero disgraziato che una volta all’anno fa fare un figlio a una donna non in buona salute, in che cosa a priori sono peggiori per la società rispetto a una donna che si paga dei giovani amanti o a un uomo che non si sposa e si accontenta dell’adulterio? Mi sembra che sia proprio sbagliato mescolare l’idea della morale con quella della degenerazione. Alcuni invertiti sono arrivati alla loro inversione intellettualmente, attraverso l’entusiasmo, per antipatia verso la donna.

Non mi stupisco più di certe teorie degli invertiti o di quelli che si interessano alla metafisica dell’inversione quando vedo i medici o i filosofi fare rinascere la teleologia.

Qualunque sia la credenza che l’uomo ha o crede di avere, se non è anarchico, nihilista, incoerente, con lui ci si può spiegare: perché tutti gli uomini che attribuiscono un senso alla vita (qualsiasi esso sia) appartengono alla medesima grande famiglia dell’uomo ragionevole.

Ammettendo dunque che il caso non sia sufficiente da solo a spigare tutte le complicazioni dell’universo che noi conosciamo, ammettendo che la conservazione della razza sia uno dei principi più facili da scoprire (attraverso il quale l’uomo si consola della distruzione dell’individuo), ammettendo che questo principio si applichi soprattutto agli animali, che tra gli animali bisogna soprattutto riprodursi per vivere, che una razza animale deve essere numerosa per sopravvivere, per resistere, tutto questo vale in modo identico per l’uomo più o meno civilizzato, per l’uomo che parla, scrive, pensa e agisce? Oggi tra i popoli civili la conservazione dell’individuo è diventata di un’importanza capitale. Tutti gli sforzi di tutte le civiltà hanno mirato a questo. La difficoltà, il problema universale, sta nel conciliare la conservazione della razza e quella dell’individuo. Nei regimi dispotici, nello stato di schiavitù, in tempo di guerra, di peste, il problema era completamente diverso: alcuni individui (relativamente poco numerosi) dovevano essere preservati a qualunque costo. (Bayard consigliava di esporre alla morte i contadini, non i cavalieri), per gli altri era un si salvi chi può.

Ma da quando la pietà, la misericordia, la paura degli uomini di basso livello come l’amore per essi, la paura di perdere delle voci, dei suffragi, da quando la filantropia è diventata una passione facile e diffusa, un modo di guadagnarsi il pane, un’occupazione, per qualcuno quasi un vizio, il vizio della pietà incontinente e sciolta – si scopre che l’individuo ha un’importanza enorme. Ci vediamo in presenza di una popolazione che deborda, in presenza di folli, di epilettici, di delinquenti, di malati che non muoiono, in presenza di nevrastenici e di alcolisti che si riproducono deplorevolmente – e noi non possiamo impedirglielo. Ogni uomo ha diritto al piacere sessuale, almeno così crede, così gli si dice. Da un lato gli si dice di sposarsi e dall’altro di avere figli anche se non si sposa – e quando gli si dice di sposarsi e di non avere figli si è perseguiti dalla morale pubblica e in Inghilterra vi fanno pure il processo.

Predicate la castità in Inghilterra e la metà della gente vi prenderà in giro e l’altra metà crederà di dovervi rispettare e lodare, ma predicate la continenza o una sessualità sterile e sobria, e vi tratteranno come il marchese de Sade o come un oltraggio pubblico al pudore.

Ecco, l’uranista non ha forse la giustificazione di credersi scelto dalla natura per ristabilire l’equilibrio, per compensare le devastazioni della popolazione troppo numerosa, dell’eccesso di donne? L’invertito che non è casto, senza essere colpevole di atti delittuosi (sodomia, seduzione, dissolutezza con impuberi) o che non incoraggia la prostituzione maschile, può ritenersi utile al progresso della civiltà o almeno può ritenere di non ostacolarla come il marito dissoluto, il seduttore, l’amante di ragazzine, il signore serio che sale in camera con le prostitute, il frequentatore di bordelli o lo sfruttatore della prostituzione;[1] e l’uranista superiore ha il diritto di vantarsi di essere provvidenzialmente lontano dai problemi del matrimonio tanto da potersi dedicare a un’arte, a una scienza, a una vocazione a un ideale qualsiasi che comporti il celibato e il coraggio di agire bene.

Quanto all’uomo di genio o di azione, non lo considera così da vicino (Federico, Eugenio, Guglielmo III d’Inghilterra) e si accontenta di essere quello che è e di fare del suo meglio.

Le api, le formiche hanno dei lavoratori sterili che non si riproducono e che sono necessari al benessere della comunità. Non si può forse considerare l’invertito e soprattutto l’uranista come uno sforzo della natura per arrivare a un risultato simile, l’uranista (forse più frequente ai nostri tempi) essendo così destinato a ricoprire un ruolo sociale o se non vi è destinato, come credono gli uranisti, perché non cercare di trasformare questa credenza in una forma di realtà, perché non considerarlo in questo modo e allevarlo per questo? Questa non sarebbe un’utopia se gli eterosessuali seri e gli invertiti seri si riconoscessero, si capissero e si rendessero giustizia.

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[1] Raffalovich usa espressioni tipiche “le monsieur sérieux, le miché, ou le souteneur”, nell’argot degli sfruttatori della prostituzione di fine ‘800, “le miché” è il cliente della prostituta, ma le prostitute stesse distinguono “le miché serieux” o “le monsieur serieux”: il cliente che sale in camera con la prostituta, dal semplice “miché” o “flanelle”, che si accontenta di accarezzare la ragazza e di pagarle da bere. Il “souteneur” è lo sfruttatore della prostituzione.

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UNIVERSALITA’ DELL’OMOSESSUALITA’, CONTESTI STORICI E LEGALI

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi, dedicato all’universalità dell’omosessualità, contiene diversi elementi di interesse: dai riferimenti storici legati ai culti Moabitici, alle citazioni di poeti persiani, alle puntualizzazioni sugli atteggiamenti dei Greci e dei Romani nei confronti dell’omosessualità, a qualche riflessione sul Labouchère Ammendement, cioè sulle norme violentemente omofobe introdotte nella Legge criminale inglese nel 1885, quelle, per intenderci, che consentirono la condanna di Oscar Wilde.

Raffalovicih quando si riferisce al Labouchère Ammendement, lo fa dando per scontato che il lettore sappia di che cosa si tratta e certo era così nel 1896 ma non è più così oggi. Occorre dunque qualche precisazione in proposito.

Raffalovich si riferisce alla Sezione seconda dell’Atto di emendamento alla Legge criminale del 1885, il cosiddetto Labouchère Ammendement, dal nome del membro della Camera dei comuni che ne ottenne l’approvazione. Nel 1885, Labouchère presentò il suo testo come aggiunta dell’ultimo momento a un disegno di legge parlamentare che non aveva niente a che fare con l’omosessualità. Il suo emendamento rappresenta la peggiore espressione legale dell’omofobia dell’età vittoriana. Dieci anni dopo, l’emendamento Labouchère consentirà la condanna di Oscar Wilde a due anni di reclusione con lavori forzati, il massimo della pena. Labouchère si rammaricò per la mitezza della condanna di Wilde, e affermò che avrebbe preferito una condanna a sette anni, secondo la sua proposta inziale, che prevedeva un massimo della pena non di due ma di sette anni.

Riporto qui di seguito il testo dell’emendamento.

“Section II of the Criminal Law Ammendment Act, 1885
Any male person who, in public or private, commits, or is a party to the commission of, or procures, or attempts to procure the commission by any male person of, any act of gross indecency shall be guilty of misdemeanour, and being convicted shall be liable at the discretion of the Court to be imprisoned for any term not exceeding two years, with or without hard labour.”

“Sezione seconda dell’Emendamento alla Legge criminale, 1885
Qualsiasi persona di sesso maschile che, in pubblico o in privato, commetta o prenda parte alla commissione, o procuri, o tenti di procurare la commissione da parte di qualsiasi persona di sesso maschile, di un qualsiasi atto di grave indecenza sarà ritenuta colpevole di comportamento immorale e, condannata, sarà passibile, a discrezione della corte, di essere imprigionata per un periodo non eccedente i due anni, con o senza lavori forzati.”

Come si vede, la norma, che punisce solo l’omosessualità maschile e non quella femminile, criminalizza qualsiasi comportamento omosessuale, anche in privato, e qualsiasi forma di partecipazione, diretta o indiretta, anche solo tentata, a qualsiasi comportamento omosessuale. Si tratta di una legge che legittima i comportamenti persecutori nei confronti degli omosessuali.

Nella Relazione sul primo Codice penale per il Regno d’Italia [1887], Titolo VIII “Delitti contro il buon costume e l’ordine delle famiglie”, Zanardelli scriveva:

“Nel determinare i fatti da comprendersi nel presente Titolo, il Progetto attuale, in conformità ai precedenti, si ispira a questo concetto fondamentale che, se occorre da un lato reprimere severamente i fatti dai quali può derivare alle famiglie un danno evidente ed apprezzabile o che sono contrarii alla pubblica decenza, d’altra parte occorre altresì che il legislatore non invada il campo della morale. In conseguenza, le sanzioni penali del Progetto non colpiscono tutti indistintamente i fatti che offendono il buon costume e l’ordine delle famiglie, ma quelli soltanto che si estrinsecano coi caratteri della violenza, dell’ingiuria, della frode o dello scandalo, la repressione dei quali è più vivamente reclamata nell’interesse sociale. Quindi non sono incriminate le azioni che non hanno quei caratteri, e l’indagine delle quali farebbe trascendere oltre i suoi giusti confini l’opera legislativa.”

Il confronto tra il Labouchère Ammendement e il Codice Penale Zanardelli, che non prevede mai l’omosessualità né come reato né come aggravante di altri reati, è tanto eloquente da non richiedere commento.

Lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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Universalità dell’unisessualità

Non si può più negare l’universalità dell’unisessualità nel tempo e nello spazio; non se ne può più parlare come di un tipo di dissolutezza che viene dall’Armenia (Tarnowsky) e che è stato posi messo in pratica in tutta l’Asia, e da lì adottato in Grecia, e così via. Si è abusato troppo di tutti gli errori (errori un po’ voluti) ripetendo che le crociate avevano insegnato le cattive abitudini dei Saraceni agli Europei, che Roberto di Normandia aveva introdotto in questo modo i vizi che riempivano i sui domini, che da lì avevano passato il mare ed erano sbarcati in Inghilterra. Vent’anni prima di andare alla crociate Roberto era già riconosciuto unisessuale. Gli antichi Germani, i Celti, i Galli conoscevano l’unisessualità e la praticavano …

Prima di elencare numerosi popoli presso i quali l’inversione congenita o acquisita così come i vizi unisessuali furono realtà indigene, devo dire che questa enumerazione [1] è fatta qui solo per ricordare l’inutilità di tante spiegazioni, di tante declamazioni, ma non ha alcuna intenzione dissacratoria o scettica. Se si provasse che la prostituzione femminile è esistita in tutti i popoli della terra, la prostituzione non ci guadagnerebbe nulla, e questo non toccherebbe in nulla il modo di considerare le unioni di uomini liberi e di donne decenti; solo che non si potrebbe più dire che la prostituzione è stata insegnata da un popolo all’altro, e che è contro natura perché non ha come scopo la procreazione di figli.

Lecky, uno storico serio, ha detto che la prostituta è la sacerdotessa dell’amore coniugale e fecondo, perché senza di lei la donna virtuosa non potrebbe arrischiarsi ad uscire senza percolo. Da questo punto di vista (pienamente adeguato a un “razionalista”) la prostituta sporca e sterile sarebbe altrettanto necessaria alla purezza del focolare domestico quando in apparenza ne apparirebbe nemica.

Io cito soprattutto questa teoria di un uomo rispettato in Inghilterra e che si è dovuto considerare audace e coraggioso, per così dire, per fare risaltare la sua mancanza di audacia, di coraggio e di larghezza di vedute, quando ha dovuto occuparsi di unisessualità. In Inghilterra, quando non si vogliono spaventare le persone che si temono, oppure quando non si vuole ostentare eccessivo pudore, si ha l’abitudine di confondere la sodomia (soprattutto quella con persone molto giovani) con l’unisessualità, e così si può in tutta sicurezza attaccare il vizio contro natura così come esso merita. Solo che in questo modo si svia l’opinione pubblica, le si fa credere che Platone e gli altri grandi Greci si occupavano esclusivamente di rendere poetico il desiderio dell’ano.

Se Lecky, per esempio, se ne fosse preoccupato, avrebbe potuto dire che l’unisessualità non è più contraria alla conservazione della razza di quanto non le è contraria la prostituzione, e che i bambini che non nascono (qualsiasi ne sia la ragione) contribuiscono in modo altrettanto sostanziale al benessere dell’umanità di quelli che nascono.

Il vizio unisessuale, dice Chevalier “si trova fin al principio, come si trova oggi, presso i popoli selvaggi, nelle nature più incolte e più primitive: dovunque con le medesime credenze” (o con le credenze più opposte) “gli uomini sono arrivati a risultati identici. In fatto di vizi, non hanno avuto bisogno di alcun insegnamento, la contaminazione non è stata necessaria, perché la radice del male stava negli individui stessi.”

Per quanto indietro risaliamo, troveremo l’unisessualità: si presenta comunque una difficoltà dalla quale non ci si può liberare. Si tratta sempre di sodomia o di altre forme di unisessualità? È certo che i documenti più antichi si occupano soprattutto di prostituzione maschile, di corruzione sodomitica, ma non se ne può concludere che la sodomia fosse l’unica forma di unisessualità o la forma preponderante. Gli altri che parlano dell’unisessualità di quel tempo, ne parlano come moralisti, come giudici, e severamente, o perché si occupano solo di giudicare i vizi, o perché in queste epoche antiche non si trattavano molto seriamente le soddisfazioni sessuali che non portavano a conseguenze. Non si capisce affatto perché Erodoto o gli altri avrebbero dovuto credere necessario o importante parlare di masturbazione o di onanismo o di carezze limitate.

Nel medioevo c’erano delle mezze-vergini, ma la donna deflorata era considerata come quella veramente colpevole. E così, nelle epoche antiche la sodomia anale (o orale) richiamava naturalmente più attenzione, più severità, soprattutto quando la si ritrovava consacrata, onorata, praticata quasi religiosamente.

“Il culto di Baal o di Baal-Phégor, che si praticava in luoghi elevati e contro il quale Mosè con tutti gli altri legislatori del popolo ebraico lanciò maledizioni veramente terribili, non era altro che la prostituzione maschile messa sotto la protezione della divinità. I sacerdoti legati ai templi erano ragazzi giovani senza barba, che avevano il corpo depilato, unto di oli profumati, e si prostituivano in nome del dio dei Madianiti. La Vulgata li chiama effeminati, il testo ebraico li chiama kedeschim cioè consacrati. Il culto di Moloch, dio dei Moabiti, non era meno osceno.” (Chevalier)

Malgrado le maledizioni “la prostituzione cinedica era ben lontana dall’essere rara tra gli Ebrei.“[2] Rinvio a Chevalier e alla sua Bibbia dei poveri. In Fenicia, a Cipro, “dei sacerdoti pederasti erano legati ai templi”. Si può trovare in Krafft-Ebing uno studio della malattia degli Sciti che avevano saccheggiato il tempio di Ascalona. Venere si vendicava femminilizzando certi uomini che servivano poi come prostituti sacri. Tra i Messicani c’è una situazione simile che colpisce: i Mujérados.

L’unisessualità si trova in California, in Nicaragua, in Perù, in Madagascar, presso gli Esquimesi (si consulti l’opera monumentale di H. Bancroft sulle razze indigene d’America).

“Insomma, dice Chevalier, se ci si chiede quali siano le cause tra i popoli primitivi le si trova tanto nel loro semplice stato di natura che nel loro culto mostruoso.”[3]
Si troverà che presso i popoli ci sarà meno sodomia santificata, meno prostituzione sacra, man mano che la dissolutezza o la lussuria perderanno la sanzione religiosa, ma non ci sarà meno unisessualità. La natura non perdei suoi diritti perché non vengono glorificati nei templi gli atti di Priapo.”

Vorrei che l’universalità dell’unisessualità fosse riconosciuta definitivamente e documentata in modo che uomini distinti come Mohl o Chevalier non dicessero più che “secondo i Francesi, Caterina dei Medici introdusse l’unisessualità in Francia” (Mohl) o che l’unisessualità “può rapidamente raggiungere uno sviluppo eccessivo” (Chevalier), perché essi danno un’impressione sbagliata. Si ha il diritto di dire che la Grecia intellettuale riconobbe ufficialmente l’importanza dell’unisessualità, o che l’influenza dei costumi italiani introdotti con Caterina dei Medici fece parlare e scrivere di unisessualità, ma l’unisessualità non è come il telefono: non si può parlare di introduzione dell’unisessualità.

Quello che veramente si sviluppa è la prostituzione pederastica, il ricatto, ma non l’unisessualità perché la si ritrova fin dalla origini della sessualità. Ogni secolo, senza eccezione, parla di aumento dell’unisessualità semplicemente perché non c’è accordo tra la verità e le convenzioni che la negano.

Cartagine, Roma, la Grecia, le lascio quasi da parte. L’unisessualità dell’Africa, la dissolutezza unisessuale di Cartagine, sono ben note. Si sa che a Roma la prostituzione maschile era quasi altrettanto generalizzata e altrettanto ardente della prostituzione femminile. Rinvio il lettore francese a Chevalier. Tutta questa sezione del suo libro è eccellente. La Grecia richiede uno studio speciale se non si vogliono ripetere sempre le stesse citazioni.

L’unisessualità romana e l’unisessualità greca devono comunque essere differenziate perché erano molto diverse:

“La legge romana, in effetti, permetteva questa prostituzione solo con gli schiavi, gli affrancati e gli stranieri. Gli uomini liberi, onesti, non potevano sottomettersi ad essa.”

“I primi si vendevano a loro piacimento, i secondo compravano. La legge non interveniva che tra uomini liberi. Un attentato fatto alla libertà di un cittadino, un oltraggio fatto al carattere o alla persona di un uomo onesto era punito con la morte. Solo al tempo della seconda guerra punica fu promulgata dal Senato una legge contro i pederasti, a proposito di un certo C. Scantinius, accusato di attentato al figlio del patrizio C. Metello. Fu la legge Scantinia o Scatinia. Ma essa riguardava solo gli attentati contro uomini liberi.”

La Grecia invece disprezzava i rapporti con gli schiavi, i rapporti mercenari, tutti i rapporti che non possono nobilitare né l’uno né l’altro e cercava di innalzare l’uomo del fango del piacere facile, venale, e della prostituzione… Ho detto che quello che si chiama amor greco è l’amore turco; bisogna aggiungere che l’amore unisessuale della maggior parte dei libri di medicina è l’amore romano.

Ancora oggi questi due punti di vista persistono e la maggior parte di coloro che si occupano di inversione sono esitanti. Gli uranisti o coloro che vengono in loro aiuto sembrano tendere all’idea romana e desiderano rimuovere tutte le violente restrizioni che rendono così pericolosi i rapporti tra l’uranista e colui che egli incontra e che egli paga. Gli altri al contrario si impegnano nel liberare l’ideale greco da tutto il fango e da tutta la sporcizia delle passioni fisiche, dei legami passeggeri. L’errore di ciascuna delle due parti salta agli occhi di un uomo senza pregiudizi e senza risentimenti.

Un ideale greco che desse all’amicizia tutto quello che è tipico dell’amore salvo la base fisica, snaturerebbe l’amicizia, la danneggerebbe, le renderebbe un pessimo servizio.

Platone vuole innalzare l’amore fino ad un’amicizia completa; non vuole dare all’amicizia i parossismi dell’amore: sarebbe una sciocchezza e un’azione tanto cattiva quanto irragionevole. Tutti i moderni che hanno voluto spiegare Platone in questo senso commettono lo stesso errore morale e psicologico. L’amicizia può qualche volta (come quella di Michelet e Pionsot) in anime pure e che desiderano il bene (per questo bisogna che un’anima almeno sia pura e che l’altra apprezzi la purezza) rassomigliare a uno degli stadi di Platone, ma la sua origine è diversa: è lo spirito che risplende sia nell’uno che nell’altro caso, ma nell’amicizia il corpo non è stato conquistato perché non era da conquistare, mentre nel caso dell’amor platonico il corpo è stato sottomesso, trasfigurato.

Ed è per questo che l’amicizia rende felici in modo più dolce dell’amore platonico ma in modo meno esclusivo. Bisogna ricordarsi questa differenza e questa somiglianza.

La libertà romana, il potere di aver rapporti con la gente del popolo, senza temere le minacce di ricatto, appartengono ad aspirazioni totalmente diverse.

Il sistema odierno è iniquo, non c’è nulla che si possa dire in suo favore: conduce spesso al suicidio, anche all’assassinio, al furto, al ricatto, all’impunità, ma non diminuisce affatto gli atti sessuali tra uomini di classi diverse. L’esercito contiene ovunque migliaia di uomini che si prestano e si vendono e che, si dice, di regola non inducono al ricatto.

Gli uranisti sono molto interessati all’abolizione delle leggi contro di loro, quando non c’è né abuso di fiducia, né traviamento di minori, né violenza, né sodomia anale. Krafft-Ebing è a loro favore: e col tempo le loro legittime rivendicazioni dovranno essere riconosciute. L’Inghilterra, dieci anni fa, fece un passo all’indietro, rendendo tutti gli atti unisessuali, compiuti da chiunque e con chiunque, dovunque e in qualsiasi modo, dei delitti.[4] Questa cattiva azione, dovuta a un membro scettico e abusato, ha aumentato i ricatti e non ha diminuito e non diminuirà in alcun modo l’unisessualità inglese. L’Inghilterra non ha cambiato costumi, ci sono solo più mascalzoni e più disgraziati.

Ci vuole, lo confesso, molta imparzialità per non rivoltarsi contro gli invertiti che reclamano in modo impudente la libertà sessuale, e anche contro gli eterosessuali e contro gli ipocriti o contro i paurosi che chiudono loro la strada dell’equità e dell’onorabilità, ma che consentono loro tutti i vizi unisessuali, ammesso che essi non ne parlino e ammesso soprattutto che siano ricchi o di alto rango.
Si ha il cuore pieno di disgusto quando si vede l’impunità di tanti grandi personaggi e la rovina di tanti piccoli cittadini.

Quanto all’impudenza degli invertiti che reclamano la soddisfazione (senza paura del disonore) dei loro istinti naturali, per sostenerla o piuttosto perché sia presa in considerazione, bisogna ricordarsi che se la prostituzione femminile diventasse pericolosa, la strada eterosessuale non avrebbe niente di più elevato, nulla che facesse appello all’immaginazione. Si sarebbe tentati di dire: Eh! È giusto! Questo vi insegnerà a moderarvi. Ma non sarebbe altro che una sparata ingiusta di un altezzoso, o di un duro o di un settario…

Quanto all’Oriente, non c’è che l’imbarazzo della scelta se si cercano esempi di unisessualità [5]

In Cina c’è più pederastia che in tutti gli altri paesi ma è possibile che lì non ci sia più l’unisessualità nel senso dell’uranismo. Come in tutti i paesi in cui la sodomia è praticata apertamente, lì si allevano dei bambini destinati a subirla; la sodomia passiva diventa un’industria paragonabile alla prostituzione femminile; ma la sodomia non è lo scopo degli unisessuali, degli uranisti, e in questi paesi, tra colui che ricerca i ragazzi impuberi, colui che cerca i puberi, i giovani uomini o gli uomini fatti, ci devono essere le stesse differenze che ci sono in Europa, con questa specificazione che non bisogna dimenticare: che la sodomia lì è praticata molto di più, essendo un fatto abitudinario e non comportando come qui uno stupro. Comunque, se si leggono le letterature orientali, si riconosce subito che lì la pederastia, la sodomia, non soddisfano le anime fiere e delicate più di quanto la fornicazione con delle ragazze giovani non soddisfi queste stesse anime in Europa.
Ci sono dei romanzi d’amore cinesi senza eroina, e per un romanzo d’amore è richiesta la possibilità di un sentimento reciproco, cioè c’è bisogno di qualcosa di diverso dal libertinaggio. Sfortunatamente i romanzi cinesi sono ancora poco accessibili.

Ma la letteratura persiana a turca ci informa in modo sufficiente e ci insegna che l’unisessualità e l’uranismo di Sai, di Hafiz, di Ruscheni, di Jami, non era affatto vizio o libertinaggio.

Non contenti di sollevarsi fino al platonismo più intenso, fino al lirismo più autentico, questa poesia ci mostra l’amore unisessuale al suo apogeo, negli uomini elevati o delicati.

Goethe ne ha tratto ispirazione e ha reso omaggio alla delicatezza di questi poeti, e col suo tatto di critico e di poeta, ha colto l’elemento grazioso e innocente: la devozione del ragazzo giovane per il poeta, sentimento che gli Orientali hanno spesso espresso.

L’uranista, i filosofo sensuale, non hanno aggiunto nulla ai costumi unisessuali dell’Oriente, questo è un punto sul quale gli avvocati dell’abolizione delle restrizioni unisessuali tra uomini liberi dovrebbero riflettere. La continenza è stata resa più difficile per loro dal fatto che essi hanno imparato con più difficoltà e più amarezza a innalzarsi al di sopra di se stessi. I grandi uomini come Michelangelo o come questi saggi uomini dell’Oriente devono soffrire di più nelle epoche in cui la lussuria che li tenta è permessa, perché la loro grandezza impedisce loro di voler essere come la truppa vile dei sensuali, ed essi si forgiano degli ideali che li fanno soffrire amaramente.

Jami racconta la storia di un giovane uomo che egli colloca tra i martiri dell’amore. Questo giovane uomo ogni giorno veniva a porre nella mano di un bel ragazzo che stava per essere venduto una borsa piena d’oro; ma lui non aveva abbastanza denaro per acquistarlo. Il mercante, colpito, condusse il giovane schiavo dal giovane uomo e con un banale pretesto inventato dal suo buon cuore lo pregò di ospitarlo durante la notte. Il giovane uomo, lasciato solo col suo idolo gli prodigò le più tenere carezze e ne ricevette tutte le prove innocenti di affetto e di docilità: ma invece di provvedere ad atti di sesso, abbracciò quella testa affascinante morì d’amore piuttosto che violare la castità.

Ateneo racconta l’aneddoto di un uomo che seguì dappertutto un bel ragazzo effeminato. Quello, infastidito, gli propose di togliersi la fantasia, di andare con lui e di non seguirlo più passo passo. L’uomo si arrabbiò e domandò al giovane carino come osasse rivolgergli la parola. E finì col dire: “Io desidero solo guardarti, ammirarti e questo è tutto.”

Molti uomini che l’impedimento della legge che essi biasimano eccita alla lussuria e all’impudenza, possono diventare padroni di se stessi.

Per l’India, il Giappone, il Tonchino, la Birmania, l’Oceania, rinvio di nuovo il lettore francese a Chevalier.

In una parola, non c’è una razza o un’epoca che non abbia praticato l’unisessualità molto più di quanto non lo abbia scritto nella prosa corrente.

Ne derivano molte conclusioni la cui importanza non sfuggirà a nessuno.

La prima è che un gran numero di uomini superiori, molte delle più grandi figure della storia, hanno presentato quello che io preferisco chiamare unisessualità ma che M. Chevalier chiama ancora anomalia contro natura, stereotipo che andrebbe distrutto in nome della stessa natura, “senza che essa sembri aver nuociuto alle loro brillanti qualità o aver indebolito il loro genio. I casi do Cesare, di Leone X, di Federico II, di Cambacérès e di altri[6] ne sono la prova. Così si trovano confermati i versi di Dante, che nel canto XV dell’Inferno[7] fa notare la grande intelligenza di certi uomini dai gusti unisessuali.”[8]

Nulla prova d’altra parte che il vizio sia ai giorni nostri più diffuso che in altri tempi. Malgrado la licenza dei costumi nei grandi centri della popolazione, la nostra società moderna, come sottolineato da M. Lacassagne, dovrebbe darsi da fare molto per arrivare al gradi di depravazione della società greche o romane.[9]

“Vediamo in conclusione che “l’unisessualità” si riscontra in tutti i tempi e in tutti i luoghi, in ogni epoca storica come sotto ogni latitudine, in tutte le società, qualsiasi sia il tipo etnico, la religione o la morale. Essa non si lascia né monopolizzare né circoscrivere. È quindi impossibile considerarla, come qualcuno vorrebbe, il prodotto di una civiltà avanzata, una invenzione cosciente delle razze superiori. L’umanità, in fatto di vizio o di morale, non inventa e non perfeziona nulla. Fin dall’inizio essa dà all’istinto sessuale tutte le sensazioni naturali o artificiali possibili, e fin dall’età delle caverne, non rimaneva altro da immaginare. Le società muoiono, le religioni spariscono, le condizioni sociali cambiano, solo la “viziosità originale”, la sessualità unisessuale e eterosessuale ) dell’uomo sussiste, sempre e dovunque identica a se stessa.” (Chevalier)
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[1] Non pretende certo di essere completa.
[2] Gli Irlandesi, come gli Ebrei, hanno fama di castità, ma sono loro che hanno prodotto gli scandali di Oscar Wilde, di Dublin, di M. de Cobain, del vescovo di Clogher, dal caso Walpole, che sono comparsi nel caso di lord Audley…
[3] Si veda: Une maladie de la personannlité , L’Inversion sexualle (Psychophysiologie – Socilogie –Tératologie – Aliénazion mentale – Anthropologie – Médecine judiciaire) del dott. J. Chevalier – Lyon, Storck. 1893.
[4] Nota di Project: – Raffalovich si riferisce alla Sezione seconda dell’Atto di emendamento alla Legge criminale del 1885, il cosiddetto Labouchère Ammendement, dal nome del membro della Camera dei comuni che ne ottenne l’approvazione. Nel 1885, Labouchère presentò il suo testo come aggiunta dell’ultimo momento a un disegno di legge parlamentare che non aveva niente a che fare con l’omosessualità. Il suo emendamento rappresenta la peggiore espressione legale dell’omofobia dell’età vittoriana. Dieci anni dopo, l’emendamento Labouchère consentirà la condanna di Oscar Wilde a due anni di reclusione con lavori forzati, il massimo della pena. Labouchère si rammaricò per la mitezza della condanna di Wilde, e affermò che avrebbe preferito una condanna a sette anni, secondo la sua proposta iniziale, che prevedeva un massimo della pena non di due ma di sette anni.
Riporto qui di seguito il testo dell’emendamento.
“Section II of the Criminal Law Ammendment Act, 1885
Any male person who, in public or private, commits, or is a party to the commission of, or procures, or attempts to procure the commission by any male person of, any act of gross indecency shall be guilty of misdemeanour, and being convicted shall be liable at the discretion of the Court to be imprisoned for any term not exceeding two years, with or without hard labour.”
Sezione seconda dell’Emendamento alla Legge criminale, 1885
Qualsiasi persona di sesso maschile che, in pubblico o in privato, commetta o prenda parte alla commissione di, o procuri, o tenti di procurare la commissione da parte di qualsiasi persona di sesso maschile, un qualsiasi atto di grave indecenza sarà ritenuta colpevole di comportamento immorale e, condannata, sarà passibile, a discrezione della corte, di essere imprigionata per un periodo non eccedente i due anni, con o senza lavori forzati.”
Come si vede, la norma, che punisce solo l’omosessualità maschile e non quella femminile, criminalizza qualsiasi comportamento omosessuale, anche in privato, e qualsiasi forma di partecipazione, diretta, indiretta, anche solo tentata a qualsiasi comportamento omosessuale. Si tratta di una legge che legittimava qualsiasi comportamento persecutorio nei confronti degli omosessuali.
Nella Relazione sul primo Codice penale per il Regno d’Italia [1887], Titolo VIII “Delitti contro il buon costume e l’ordine delle famiglie”, Zanardelli scriveva: “Nel determinare i fatti da comprendersi nel presente Titolo, il Progetto attuale, in conformità ai precedenti, si ispira a questo concetto fondamentale che, se occorre da un lato reprimere severamente i fatti dai quali può derivare alle famiglie un danno evidente ed apprezzabile o che sono contrarii alla pubblica decenza, d’altra parte occorre altresì che il legislatore non invada il campo della morale. In conseguenza, le sanzioni penali del Progetto non colpiscono tutti indistintamente i fatti che offendono il buon costume e l’ordine delle famiglie, ma quelli soltanto che si estrinsecano coi caratteri della violenza, dell’ingiuria, della frode o dello scandalo, la repressione dei quali è più vivamente reclamata nell’interesse sociale. Quindi non sono incriminate le azioni che non hanno quei caratteri, e l’indagine delle quali farebbe trascendere oltre i suoi giusti confini l’opera legislativa.”
Il confronto tra il Labouchère Ammendement e il Codice Penale Zanardelli, che non prevede mai l’omosessualità né come reato né come aggravante di altri reati, è tanto eloquente da non richiedere commento.
[5] Al tempo di Costantino, esistevano a Costantinopoli delle case di prostituzione maschile.
Sotto Bajazet Ier (1389-1403) i Turchi amavano molto le pagine cristiane. I Greci, i Bulgari, gli Ungari. Ancora oggi i giovani cristiano sono lì favoriti.
[6] Alessandro il Grande, Socrate, Platone, Sofocle, Pindaro, Fidia, Epaminonda, Virgilio, il gran Condé, il principe Eugenio, William gi Inghilterra, Michelangelo, Winckelmann, August von Platen, non guastano questa lista.
[7] Dante colloca gli unisessuali poeti nel Purgatorio.
[8] Antifisici, dice M. Chevalier.
[9] Malgrado tutto il rispetto dovuto sempre a M. Lacassagne, è spesso difficile credere a una minore depravazione nel XVIII o nel XIX secolo rispetto ad altri periodi.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=5821

MASOCHISMO, SADISMO E COITO ANALE OMOSEX SECONDO RAFFALOVICH

I due capitoletti di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi sono dedicati al sadismo e al masochismo il primo e al coito anale omosessuale il secondo.Circa il sadismo e il masochismo Raffalovich tende a distinguere molto nettamente il vero sadismo, che è una manifestazione criminale, dal sadismo letterario, cioè da un comportamento nel quale ci si limita a dei pizzicotti o poco più, in questo ultimo caso si tratta in sostanza una reminiscenza infantile non risolta e non di una vera tendenza sadica. Una distinzione analoga vale per Raffalovich anche tra vero masochismo e masochismo letterario. I riferimenti operati da Raffalovich presuppongono che il lettore conosca certi argomenti e certi personaggi, ben noti nell’età vittoriana, ma ormai decisamente poco conosciuti; proprio per questo è stato necessario ricorrere a note esplicative che possono risultare pesanti.

Per quanto riguarda il coito anale omosessuale, la posizione di Raffalovich è particolarmente interessante, afferma senza ombra di dubbio che non fa parte dei desideri spontanei degli omosessuali e che è una deviazione delle sessualità “etero”. Cita gli psichiatri e le opere degli stessi omosessuali per confermare che il coito anale non è praticato “in Europa” se non per depravazione, ma aggiunge che quelli che se ne sdegnano, se invece che essere vissuti in Europa, fossero vissuti in altri paesi, probabilmente non disdegnerebbero questa pratica. In sostanza ritiene il coito anale una pratica non spontanea ma appresa culturalmente, assai poco praticata in Europa, con la curiosa eccezione dell’Italia, ma certamente diffusa in paesi non europei.

La conclusione del discorso lascia però perplessi. Raffalovich ritiene che, in Europa, la grande maggioranza degli omosessuali incoraggi apertamente la legge contro la sodomia a patto che si lascino in pace gli omosessuali non sodomiti, come dire che le persecuzioni contro gli omosessuali in genere non sono giustificabili, ma quelle contro gli omosessuali che praticano il sesso anale sì!

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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MASOCHISMO, SADISMO

Per creare una corrispondenza col sadismo, cioè con la crudeltà sessuale di Gilles de Rais[1] o del marchese de Sade,[2] si è chiamato masochismo (nome derivato dal romanziere galiziano Sacher Masoch[3]) il desiderio di esporsi a un’apparenza di crudeltà sessuale. Si potrebbe accusare di sadismo lo stupratore e di masochismo la novizia che chiese all’abbadessa quando ci sarebbe stato lo stupro? Rousseau è un masochista storico, che desierò sempre di essere frustato e violentato da una donna.

Si è molto abusato in psicopatologia del sadismo e del masochismo. Da quanto è stata scoperta la strana familiarità tra la voluttà sessuale, saziata o non saziata, e la crudeltà, la rabbia distruttrice che si impossessa di certi esseri umani dopo il piacere sessuale o che proprio ne prende il posto, si è creduto di possedere una delle chiavi del problema della sessualità. Ma il vero sadismo è una follia criminale che secondo me è solo illusoriamente collegata al falso sadismo letterario o psicologico.

L’uomo che infila aghi o spilli nel corpo delle sue amanti non può assolutamente essere interpretato nello stesso modo dell’uomo ironico o irritabile che dà delle punzecchiature di amor-proprio alle donne che lo amano. Anche l’uomo che si diverte a fare un po’ di male, che dà dei pizzicotti, che ha conservato certi istinti infantili, non mi sembra affatto poter spiegare l’uomo che usa aghi e spilli. L’uomo degli spilli, al contrario, ha solo bisogno di tempo, potere e ossessione per arrivare da lì al vero sadismo mostruoso, a Tiberio che rompeva le gambe del bel ragazzo che aveva appena posseduto, a Gilles de Rais, a Zastrow.[4]

Tra la crudeltà esercitata con piacere e il desiderio di esercitare una parvenza di crudeltà c’è una differenza fondamentale che gli osservatori clinici tendono a trascurare. L’uomo che chiede alle sue amanti non di concedersi ma di lasciarsi prendere non dovrebbe essere confuso con il rapitore di ragazzine campagnole, di bambine parigine o altre, col minotauro della “Pall Mall Gazette”.[5] L’uomo che cerca una falsa conquista che sa che raggiungerà o che si diverte coi simboli della vittoria, è un falso sadico, un umo stanco, affaticato, che chiede ai rapporti sessuali un interesse diverso da quello fisico; il rapitore di campagna o di fortezza è invece un uomo brutale; il minotauro, il mostro che divora i bambini, che non può avere voluttà sessuale senza la sofferenza vera e non simbolica della sua vittima; quello è il vero sadico.

In questo culto infernale, colui che cerca la sofferenza morale o il suo simbolo è solo un idolatra, che non ha nulla a che vedere con i veri credenti; i veri credenti non possono mettere da parte la vera sofferenza fisica. Non bisogna confondersi e scambiare l’idolatra per il credente. L’uno è dispettoso, villano, egoista, senza cuore, incapace di simpatia; l’altro è crudele, cattivo, malvagio con una violenta forza di immaginazione distruttrice. Tra il codardo, il vile tra i vili e il nervoso, il timido capace di tutte le belle azioni, c’è meno distanza che tra il vero e il falso sadico.

Una distanza simile separa il vero masochista da quello falso, dal masochista letterario, immaginato, illusorio. Io chiamo masochista colui che ama la sua propria sofferenza, come certi sodomiti passivi, nel piacere sessuale di un altro, o colui che ha bisogno di essere maltrattato, malmenato per arrivare ad un orgasmo sufficiente (come pensava Rousseau). È possibile che Rousseau si sbagliasse, che non avrebbe affatto amato essere fustigato. È possibile che ogni vero masochista finisca per ottenere quello che desidera, ma è una cosa meno frequente di quanto non si creda. Non bisogna confondere l’uomo che ceca il simbolo del dolore e dell’umiliazione con colui che assapora la voluttà del dolore in quanto tale.

Secondo me il masochismo non chiarisce nulla che riguardi l’inversione. Non ci insegna nulla sugli ultra-virili e i virili sani di copro e di spirito; non è affatto usuale tra gli effeminati e i passivi, dolci come le donne anche quando a loro piace essere trattati in modo rude. L’astinenza, l’abuso del sesso e la dissolutezza spingono gli squilibrati verso il masochismo o il sadismo, sia che siano eterosessuali sia che siano unisessuali.

I falsi, gli pseudo-masochisti e gli pseudo-sadici sono fino a un certo punto così poco eccentrici che queste etichette non vanno più bene per loro. Ogni crudeltà, ogni cattiveria di un essere sessuale e sensuale non è automaticamente una forma di pseudo-sadismo; ogni abbassamento volontario, ogni forma di umiliazione non è automaticamente una forma di pseudo-masochismo. Questi termini, più letterari, più allegorici che psicologici, portano le persone meno serie di Krafft-Ebing dritte al lombrosianesimo.

Mac Donald[6] stesso cita Manon Lescaut con la parentesi (masochismo). Ma è un errore psicologico.

Tutto quello che accentua la sensazione di personalità, di individualità, la coscienza di sé (sensazione del corpo o coscienza del pensiero e della percezione) interessa naturalmente l’individuo innamorato, affascinato, voluttuoso, appassionato. Se è debole, vanitoso, la sua debolezza e la sua vanità, portate all’estremo, gli daranno un piacere estremo e nuovo. Mentre se egli è forte, tutto ciò che aumenta la sua sensazione di essere forte, potente e padrone, lo affascinerà.

Così un uomo esagererà la sua vanità, la sua affettazione; un altro la sua brutalità e riceverà tanto maggior piacere nella sua affettazione quanto più essa sarà la caricatura di una tendenza vera e quanto più essa avrà effetto sull’altro, sul partner.

Altri uomini si divertiranno in certi momenti della loro vita di far credere ad altri, e forse a loro stessi, che possiedono anche le doti opposte alle loro debolezze o alla loro forza. Si sa quale piacere dia ai tranquilli e ai timidi un’ora turbolenta di chiasso e di enfasi. E allo stesso modo, un rude, un turbolento troverà una profonda soddisfazione in un’ora di asservimento, di obbedienza e di dolcezza.

Essendo l’amore una mescolanza di emozioni, di sensazioni, di pensieri così personali e che interessano così vivamente colui che li prova anche solo debolmente, non ci si può stupire di trovarci un po’ di tutto, anche nei sani.
Questo capitoletto comporta degli sviluppi che non possono essere svolti in questo volume.

SODOMIA, COITO ANALE

Questo coito, a quanto si afferma nei libri degli psichiatri e degli invertiti, è raro negli invertiti d’Europa. Abbiamo già visto che si tratta di una deviazione dai desideri fisici abituali dell’uranista. Se si continua a stupirsi che questo coito non sia una delle finalità naturali dell’uranista, basta ricordarsi che, nello stato naturale e non istruito, il coito vaginale non è lo scopo naturale, indispensabile, del desiderio del ragazzo e della ragazza. Si rilegga Dafni e Cloe. E tra gli uomini civilizzati, molto civilizzati d’Asia e d’Europa, non è sempre quello che gli uomini chiedono alla donna amata o quello che sognano di avare soprattutto da lei. E poi, essendo il coito anale contrario al punto di vista dell’Europeo, proprio in quanto Europeo, si capisce che non appare nemmeno all’invertito come lo scopo del suo amore, del suo desiderio, a meno che non sia molto giovane, molto ignorante, molto passivo, molto innamorato di tutto ciò che è maschio, e non creda in qual modo di rivaleggiare col sesso della donna.

Io non nego che gli uranisti che hanno in Europa questo senso di rivolta contro l’idea di sodomia e che per ciò stesso si credono molto superiori ai sodomiti, forse non proverebbero questo stesso senso di rivolta se fossero nati in Cina, in Africa, in Turchia, in Persia, in Afganistan, per non dire in Italia.

Quello che resta in termini di verità indiscutibile è che gli invertiti d’Europa (forse perché la sodomia è stata trattata duramente, perché è stata la scusa per certe punizioni, perché essa è generalmente e comunemente considerata come la finalità degli invertiti, perché è spesso dolorosa da mettere in pratica, sia per il passivo che per l’attivo, e perché le persone rozze, ignoranti e di poca educazione, non esitano a darsi a questa pratica) non commettono l’atto di intromissione anale o non lo subiscono che per dissolutezza, rozzezza, brutalità e ignoranza (perché credono che sia quello l’amore greco) perché si immaginano che sia quello l’amore unisessuale completo, non sapendo che si tratta di una deviazione dell’amore eterosessuale.

Per gli uranisti effeminati o passivi che, per un motivo o per l’altro, non amano compiere la suzione peniena, o che in seguito alla loro conformazione fisica (estrema magrezza, verga dolorante o troppo sensibile, ecc. ecc.) non sono adatti al coito perineale anteriore, la sodomia passiva rappresenta un ideale fisico, si accorda col loro desiderio cerebrale, con il calore della loro estrema vanità. E perfino questi si accontenterebbero del coito usuale tra le natiche, se la loro vanità, la loro passività non li mettesse in potere di dissoluti soddisfatti solo dal provare tutto, e che usano della loro docilità.

Noi siamo arrivati qui ai confini della follia e del crimine; la sodomia passiva confina con la follia e quella attiva col crimine.[7] L’ignoranza, la vanità, la grossolanità, come anche le abitudini locali, spingo a questo uomini che non sono né folli né criminali.

Mi si potrà obiettare che, dato che i depravati non hanno motivo per dire la verità a questo proposito, e che la sodomia senza violenza non lascia le tracce indelebili che si erano enumerate, la questione è e resterà oscura.

La cosa essenziale è che tutti gli invertiti concorderebbero nell’incoraggiare la legge a non incrudelire se non contro i sodomiti, escludendo gli altri unisessuali, e che essi non si considererebbero lesi nei loro piaceri, nei loro diritti e nei loro amori. Questo è certamente di una grande importanza pratica.
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[1] Nota di Project: – Gilles de Montmorency-Laval, barone di Rais, 1405-1440, partecipa alla guerra dei cent’anni combattendo contro gli Inglesi, insieme con Giovanna d’Arco. Pari di Francia e ciambellano di Carlo VII, che lo nomina Maresciallo di Francia prima della sua incoronazione, Rais fu presente all’incoronazione del re nel 1429. Nel 1432 ereditò da nonno una immensa fortuna (aveva perso i genitori in giovane età). Abbandonò la vita militare e si diede ad uno stile di vita dispendiosissimo. In breve tempo dissipò l’intero patrimonio. La moglie lo abbandonò e Carlo VII lo dichiarò interdetto in modo che i contratti di vendita da lui sottoscritti fossero considerati nulli, ma il vescovo di Nantes, interessato all’acquisto delle proprietà di Rais, ignorò l’interdetto e nominò Rais luogotenente generale di Bretagna. Rais, ormai a corto di denaro, cominciò a dedicarsi all’occultismo e alle evocazioni sataniche. Nel frattempo tentò di riprendersi con le armi le sue vecchie proprietà, dopo averle vendute, violando anche luoghi sacri. Fu arrestato e processato e otto testimoni parlarono di rapimenti di bambini ordinati da Rais, la cui colpa era stata fatta ricadere su una sua serva, che era già in prigione. Dalle testimonianze risultò che Rais aveva fatto rapire 140 bambini e li aveva torturati e uccisi in modo atroce. Messo alle strette, anche con la tortura, Rais confessò un numero enorme di delitti atroci. Fu dichiarato colpevole di apostasia e invocazione demoniaca; a nome del solo vescovo fu dichiarato colpevole anche di sodomia, sacrilegio e violazione dell’immunità della Chiesa. Dopo aver ricevuto l’assoluzione per i suoi peccati, fu impiccato e bruciato sul rogo. Carlo VII, a seguito delle pressioni dei familiari, scrisse una lettera ai procuratori penali competenti per avviare un’indagine sulle circostanze del processo, ma la lettera non fu mai spedita.

[2] Nota di Project: – Il marchese de Sade (1740-1814), fu un aristocratico, scrittore, filosofo, drammaturgo, saggista e politico, delegato alla Convenzione nazionale, ma fu anche un criminale. Propugnatore del libertinismo e dell’illuminismo più radicale e materialista. I suoi romanzi sono trasgressivi e “sadici” cioè pervasi da una sessualità accompagnata atti di vera crudeltà. Fu accusato di violenza sessuale, di sodomia, di tentato omicidio, di condotta immorale, ma fu condannato solo per libertinaggio, e produzione di materiale pornografico. Trascorse lunghi periodi della vita in carcere e poi all’albergo dei pazzi.

[3] Nota di Project: – Leopold von Sacher-Masoch (1836-1895) giornalista e scrittore austriaco, nei suoi romanzi erotici è descritta la parafilia che Krafft-Ebing chiamerà masochismo proprio da Masoch.

[4] Nota di Project: – Riporto direttamente il testo di Krafft-Ebinh, tratto dall’edizione inglese della sua Psicopatia Sessuale (1933), pag. 439, con la premessa che si tratta di un caso di chiaro interesse psichiatrico: “Owing to the circumstance that abnormally increased sexuality is almost a regular accompaniment of antipathic sexual feeling, acts of lustful sadistic cruelty in the satisfaction of libido are easily possible. A remarkable example of this is the case of Zastrow ( Casper-Liman , 7. Auflage, Bd. i., p. 160; ii., p. 487), who bit one of his victims (a boy), tore his prepuce, slit the anus, and strangled the child. Z. came of a psychopathic grandfather and melancholic mother. His brother indulged in abnormal sexual pleasures, and committed suicide. Z. was a congenital urning, and in habitus and occupation masculine. There was phimosis. Mentally, he was a weak, perverse, socially useless man. He had horror feminae, and, in his dreams, he felt himself like a woman toward a man. He was painfully conscious of his want of normal sexual feeling and of his perverse instinct, and sought satisfaction in mutual onanism, with frequent desire for pederasty.”

[5] Nota di Project: – La “Pall Mall Gazette” è una rivista londinese fondata nel 1865. “Pall Mall” è una strada di Londra dove sono nate molte persone note in età vittoriana. La rivista ottenne notevole successo a seguito della pubblicazione, nel 1883, di una serie di articoli sulla prostituzione minorile. Nell’85 la stessa rivista presentò il caso di una ragazza povera venduta per cinque sterline ad un bordello. Ma del rapimento della ragazza fu accusato proprio un giornalista della “Pall Mall Gazette”, che finì in carcere per tre mesi e poi fu scagionato. La Pall Mall Gazette ebbe nuovi picchi di vendite nel 1888, in occasione dei delitti del serial killer Jack lo squartatore.

[6] Nota di Project: – Arthur Mac Donald, Professore alla Clark University, membro dell’Ufficio dell’Educazione degli Stati Uniti.

[7] In Europa.

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Se volete, potete partecipare alla discussione su questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=23&t=5771

SEDUZIONE OMOSESSUALE

Vi presento oggi il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” intitolato: “Seduzione di un eterosessuale da parte di un unisessuale, seduzione di un eterosessuale da parte di un eterosessuale, inversione per orgoglio, noia o ideale.”

Nella prima parte del capitolo Raffalovich porta come primo esempio di seduzione il rapporto tra Vautrin e Lucien de Rubempré, come presentato da Balzac. È necessario però fare alcune precisazioni. Raffalovich vede nel rapporto Vautrin-Rebempré “il simbolo dell’uranismo maschile che si impossessa dell’eterosessuale attraente e impressionabile e lo induce alla unisessualità sicura, segreta e utile” ma, va sottolineato, non c’è nulla di esplicito in Balzac che faccia pensare ad una relazione omosessuale tra i due. Balzac non è un verista e i suoi personaggi sono spesso caricati dei colori più forti e inseriti in modo esplicito in situazioni di aperta corruzione ma, nonostante la possibilità “facile” di calcare sull’omosessualità, in questo caso Balzac tace. La lettura in chiave omosessuale del rapporto tra i due, ammesso che sia giustificata, sarebbe però quanto mai significativa, perché di fatto presenterebbe Vautrin, l’omosessuale (e probabilmente lo era veramente), come non soltanto un criminale, ma come un corruttore di giovani. Non va dimenticato che Rubempré si impicca in carcere ancora giovanissimo.
Ma le cose non sono così semplici, perché il giovane Lucien è rappresentato come l’androgino, dal lunghi capelli biondi boccoluti e dalle mani femminili, ma anche come un arrampicatore sociale che vuole arrivare con ogni mezzo a “possedere” Parigi. Che tra Vautrin e Rubempré ci sia un rapporto dominatore-dominato in cui però il dominato è anche se non soprattutto un opportunista, è evidente al lettore, ma che questo rapporto possa essere considerato un modello di seduzione di un eterosessuale da parte di un omosessuale, appare indubbiamente una forzatura, anche se Raffalovich lo dà per scontato.

C’è però un argomento di un certo peso a favore della lettura di Raffalovich: nel romanzo di Balzac “La fille aux yeux d’or” del 1835 c’è un personaggio, Margherita, che sembra incarnare al femminile lo stesso cliché di Vautrin. Margherita è lesbica, si innamora della protagonista Paquita, ma il suo amore folle è in realtà piuttosto una desiderio di dominio, che porta Margherita a consumarsi di gelosia. Le analogie tra Vautrin, letto alla maniera di Raffalovich, e Margherita sono decisamente significative.

Il capitolo prosegue citando due personaggi della storia francese, certamente noti al pubblico omosessuale ottocentesco destinatario del libro ma probabilmente poco conosciuti in Italia oggi, si tratta del cavaliere di Lorena e del marchese di Cinq-Mars, le loro vicende, più che un emblema dell’omosessualità, rappresentano il segno del cinismo politico e della strumentalizzazione delle persone alla corte di Francia.

Il cavaliere di Lorena, Filippo di Lorena, bellissimo e assolutamente privo di scrupoli, fu dal 1658 l’amante di Monsieur Duca di Orléans e fratello di Luigi XIV; ordì intrighi sia contro Enrichetta d’Inghilterra, prima moglie di Monsier che contro la principessa del Palatinato, sua seconda moglie. Fu sospettato di aver fatto avvelenare Enrichetta d’Inghilterra nel 1670 ed esiliato a Roma. Monsieur accettò di risposarsi solo a condizione che il cavaliere di Lorena fosse richiamato a corte. Il cavaliere risultò anche compromesso nell’uccisone di un giovane mercante che rifiutava di farsi abusare dalla cricca del Lorena. Nell’82 fu accusato di avere iniziato all’omosessualità Luigi di Borbone, allora 12enne, figlio di Luigi XIV, il re andò su tutte le furie ma poi utilizzò i buoni uffici del Lorena per indurre Monsieur ad acconsentire alle nozze del figlio maggiore, Filippo, con una figlia illegittima del Re, Mademoiselle de Blois.

Co passare degli anni il cavaliere di Lorena si mantenne nelle grazie di Monsieur procurandogli giovani amanti. Pare che il duca di Orléans sia stato effettivamente innamorato del Lorena, che però, ben lungi dal condividere quei sentimenti, sarebbe stato solo un abilissimo manipolatore.

Decisamente più tragica è la storia di Enrico di Cinq-Mars. Il padre, maresciallo di Francia e marchese di Effiat, molto amico del cardinale Richelieu, alla sua morte, lascio il figlio Enrico, allora dodicenne, alle cure del cardinale, che lo prese sotto la sua protezione. Lo stesso Richelieu, nel 1639, presenterò Cinq-Mars, appena 19enne, a Luigi XIII, allora 38enne e di note simpatie omosessuali, nella speranza che diventasse il favorito del re. Cinq-Mars ottenne rapidamente notevoli onori ma i rapporti col Re si interruppero perché Luigi XIII era malinconico, paternalista e troppo austero per i gusti del giovane, che si diede quindi alla bella vita, agli amori femminili e anche a lamentarsi del re, che, comunque, gli lasciò fare qualsiasi cosa. L’arroganza del ragazzo crebbe al punto che egli arrivò a pretendere la mano di Maria Gonzaga-Nevers, di dieci anni più grande di lui e di rango sociale nettamente più alto. Richelieu gli si schierò contro e il progetto andò a monte. Da quel momento Cinq-Mars concepì un vero odio contro Richelieu, promosse quindi ad una congiura filospagnola che prevedeva l’assassinio di Richelieu, ma le guardie del cardinale intercettarono la corrispondenza segreta tra i congiurati. Il re è informato. I congiurati, catturati, furono condannati e giustiziati. Il 12 settembre 1642 Cinq-Mars, che aveva allora 22 anni, venne decapitato e il re non fece nulla per salvarlo.

Le storie di questi personaggi sono indubbiamente il segno di una vita civile molto degradata, ma c’è da chiedersi se le loro vicende possano essere considerate veramente esempi di seduzione omosessuale. Francamente l’interpretazione appare forzata.
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Seduzione di un eterosessuale da parte di un unisessuale, seduzione di un eterosessuale da parte di un eterosessuale, inversione per orgoglio, noia o ideale.

Seduzione. – Non bisogna trascurare l’influenza di un individuo su un altro individuo, di una personalità su un’altra personalità. La seduzione morale, intellettuale può portare a qualsiasi risultato. Vautrin si impossessa di Lucien al momento propizio e lo porta poco a poco ad appartenergli e lo tiene legato con tutti i vincoli possibili; un uomo meno forte non avrebbe asservito Lucien. Balzac ha vigorosamente simboleggiato l’uranismo maschile (Vautrin) che si impossessa dell’eterosessuale attraente e impressionabile e lo induce all’unisessualità sicura, segreta e utile. Anche se Vautrin non aveva amato molto Lucien, avrebbe potuto comunque asservirlo alla sua sessualità, per sua propria soddisfazione o anche per avere Lucien più in suo potere. Ma sarebbe difficile immaginarsi Lucien che ha rapporti con un uomo diverso da Vautrin o che si priva di donne brillanti, appassionate e che gli sono necessarie. Ogni uomo forte, ogni Vautrin, sembra che ricrei il mondo che lo circonda per colui che è sotto la sua influenza. I Lucien non possono proprio reagire e neppure desiderare per lungo tempo di sfuggire. D’altra parte è nel carattere dell’uomo di non vedere somiglianze tra gli atti che si commettono con una persona, gli atti che quella persona commette con un’altra e gli atti che commettono altri. Un eterosessuale che ha un unico legame unisessuale non si considererebbe mai come uno che fa parte della truppa degli unisessuali. Se ha cominciato con l’abbandonare la sua anima, la sua volontà, gli atti che derivano da questo abbandono non avrebbero affatto la fisionomia di atti di quel genere senza la preventiva cessione dell’anima e della volontà.

Non è solo la forza di un uomo che ricrea un mondo, ma è anche il suo grande patrimonio.

Il cavaliere di Lorena, eterosessuale come Lucien, coglie l’occasione per farsi amare da Monsieur, fratello di Luigi XIV, invertito effeminato, ma non gli si attribuiscono altre relazioni unisessuali ad di fuori di quelle con Monsieur. Si prestava a tutti i capricci fisici e non solo, comportandosi come un favorito senza pregiudizi (non si può certo restare il favorito se si hanno pregiudizi), ma senza Monsieur avrebbe potuto passare tutta la vita in intrighi con le donne. L’uranista maschile e l’invertito al livello di un principe possono sempre impossessarsi di un eterosessuale e legarlo, asservirlo e trattenerlo senza lasciarsene dominare. Il debole, anche se è un re come Luigi XIII, non potrà che amare e trattenere il suo favorito, farà dormire con lui Cinq-Mars, lo amerà platonicamente e lascerà che gli si rivolti contro e che muoia.

Ci sono parecchi di questi rapporti (Lucien, il cavaliere di Lorena, Cinq-Mars) in tutte le classi sociali. I sovrani hanno sempre potuto e possono ancora persuadere brillanti eterosessuali a prestarsi e ad abituarsi all’unisessualità; e lo stesso vale per i principi, per i grandi, per i ricchi e per quelli che, di qualunque rango e livello siano, a partire dal principe di sangue o dal fratello di un re o di un sovrano fino al padrone di una casa, fino al piccolo coltivatore, hanno la forza, il potere e la capacità di persuasione in grado sufficiente.

Molte famiglie illustri, molti uomini che hanno fatto buona riuscita, hanno ottenuto aiuto e successo grazie alla loro obbedienza, alla loro docilità, alla loro discrezione.
Il signore ricco, che secondo Strindberg ogni giovane uomo incontra almeno una volta, ha molte incarnazioni e molte forme differenti.

E chi oserebbe dire che tutti gli eterosessuali che cedono, per ambizione, subordinazione, inferiorità, riconoscenza, vanità lusingata, amor proprio, non si creino delle scuse, delle illusioni? È probabile che se non fossero stati suscettibili in qualche modo a farsi trascinare o non avessero avuto una tendenza verso il seduttore, se non verso la seduzione, questi rapporti non sarebbero mai esistiti. Un primo ministro che promuove il suo segretario, un uomo ricco che garantisce il destino del suo impiegato o che spinge un attore verso il successo, ecc. ecc., stanno probabilmente scegliendo qualcuno le cui qualità intellettuali o anche morali danno loro un senso di sicurezza che la bellezza, la giovinezza, lo spirito, non sarebbero sufficienti a produrre. Questi uomini hanno troppo l’abitudine di essere padroni di sé per decenza o onore o ipocrisia, per il rispetto che essi hanno per se stessi o per la loro posizione o per la società, per innamorarsi follemente. Possono probabilmente fare a meno dei capricci sessuali senza troppe difficoltà, ma se vogliono qualcosa di più durevole, di più onesto ai loro occhi, hanno il tempo libero per scegliere.

Se una ragazza virtuosa può essere sedotta, può esserlo anche un giovane uomo ambizioso se il suo protettore se ne fa carico; e a questo giovane uomo, accasato, sposato, padre e marito felice, una volta morto il protettore, che cosa resterà di questo passato nascosto? Tutto dipenderà da tante cose. Sarà forse molto severo con gli altri, oppure indulgente per le debolezze dell’ambizione e della decenza, o solamente per quelle della passione, oppure scettico. Sorveglierà forse i suoi figli un po’ più strettamente o, meglio, insegnerà loro che l’onore, la rispettabilità e la decenza non devono lasciarsi mai intaccare. E alcuni di questi padri, di questi uomini che hanno avuto successo, arrivati a un’età matura, a una posizione solida, si lasceranno tentare o interessare da un uomo giovane che ricorderà loro lo loro stessa giovinezza. La generosità, la magnanimità farà in modo che essi aiutino questo giovane uomo, come essi stessi sono stati aiutati ma senza pretendere le medesime compiacenze, e anche senza neppure desiderarle. Si diranno che in questo modo espiano la loro condotta di altri tempi. Altri uomini invece sentiranno la tentazione di agire come altri hanno agito nei loro confronti, e tra di loro alcuni cederanno a quella tentazione, ma forse senza arrivare tutti allo stesso risultato, allo stesso risultato del loro protettore di un tempo; perché quello aveva probabilmente amato con convinzione, con determinazione e nei suoi imitatori potrebbe non esserci che spirito di imitazione, depravazione, noia, ritorno ad una giovinezza ormai passata.

Ci sono parecchie cose che non si fanno e che non si capiscono che quando ci si trova in una situazione analoga. Così, molti eterosessuali sedotti non saranno tentati di sedurre se non si troveranno completamente nella situazione del seduttore; altri al contrario fuggiranno questo momento con particolare paura e determinazione.

Nei casi indicati qui, si arriva a un risultato curioso: la seduzione di un eterosessuale da parte di un altro eterosessuale.

Questo eterosessuale è stato lui stesso sedotto, è vero, ma la seduzione di un eterosessuale da parte di un altro eterosessuale spesso non ha avuto un prologo del genere.

Non parlo delle prigioni, della caserme e dei collegi, dove l’assenza di donne sarebbe sufficiente per mettere insieme due maschi o almeno per avvicinarli l’uno all’altro, perché la seduzione è una questione di scelta, non di necessità (fino al momento in cui un uomo non si sia decisamente lanciato alla ricerca del successo), non di carenza. Parlo di uomini liberi che vivono in paesi civili.

Per avventurarsi in questa analisi, la più delicata e difficile di questo volume, bisognerebbe possedere qualità contrastanti, il libertinaggio di Crébillon figlio [Claude-Prosper Jolyot de Crébillon, detto Crébillon fils, 1707- 1777] e il buon senso di Diderot, quando era insensibile, e bisognerebbe disporre di documenti inaccessibili allo stesso Krafft Ebing. Alcuni poeti e romanzieri contemporanei hanno provato questo tipo di analisi, essa era più facile per loro che per un autore più metodico perché a costui si potrebbe fare a torto questa obbiezione, che uno almeno dei suoi eterosessuali appartiene agli uranisti con tendenze eterosessuali o agli eterosessuali con tendenze uraniste, oppure agli eterosessuali con inversione acquisita. Questa allettante obbiezione è falsa. Un eterosessuale non diventa invertito per il solo fatto che viene sedotto, che commette uno o qualche atto unisessuale, così come qualche assaggio di haschisch non compromette l’integrità di un uomo. Se questi atti unisessuali giocano un ruolo più che effimero nella vita sessuale di questo individuo, se portano a pensieri, fantasie unisessuali, ad atti, a una modificazione della sua condotta, allora le cose sono diverse. Ma un eterosessuale non sarà né un invertito né uno pseudo-ermafrodita né niente altro che un eterosessuale se un tale episodio isolato ha luogo nella sua vita.

Molti eterosessuali hanno ceduto a degli invertiti, ma se questi invertiti fossero stati in realtà degli eterosessuali che per una ragione o per un’altra, o piuttosto per molte ragioni, si erano fatti convincere a vedere di che si trattava, si può affermare che essi non avrebbero affatto ceduto. Si rilegga nel Romanzo di un invertito (trasmesso da Zola agli Archivi di antropologia criminale) l’episodio del giovane militare; se l’invertito fosse stato eterosessuale fino ad allora il giovane militare avrebbe agito in un altro modo? E poi non è comunque proprio l’idea di compiere un atto qualunque seguita quasi immediatamente da questo atto, non è comunque l’atto commesso senza un’intenzione precedente che gli fa accettare l’atto compiuto come il primo di una serie di una nuova situazione e che dà importanza generale ad un atto isolato? L’eterosessuale che, una volta compiuto un atto unisessuale, si riprende, si salva dalla memoria di quell’atto, lo cancella, lo raschia via, è forse psicologicamente molto diverso da prima, è diverso da come sarebbe se un sogno assurdo lo avesse stupito o svegliato?

L’eterosessuale non è al riparo dai sofismi, dalle frasi di quelli che pretendono che l’unisessualità prepari piaceri più vivi della sessualità abituale, dal contagio, dall’infiltrazione per così dire, dalla curiosità,[1] da tutti gli argomenti in favore dell’unisessualità, e da tutti gli argomenti contrari, ogni argomento contro conferma l’argomento a favore, in uno stato di curiosità, perché c’è (così ci si dice) minor rischio quando si conosce l’antidoto.

L’analisi indicata qui è incompleta, merita più tempo e più spazio.

In un romanzo tedesco[2] che fece il suo clamore una cinquantina d’anni fa, un uomo sposato con una donna seducente, si lascia invadere dall’amore dell’arte, della bellezza greca, pagana, e arriva a voler cedere la sua donna al suo bello e giovane amico che ne è innamorato, a condizione di possedere l’amico stesso.
È un esempio un po’ violento della tentazione unisessuale subita da un eterosessuale, che lo spinge verso un altro eterosessuale.[3]

Dato che ho avviato questa esplorazione di un terreno molto più psicologico che patologico, non dimenticherò la tentazione dell’orgoglio, dell’orgoglio che dice all’uomo che nulla di ciò che è umano gli deve essere estraneo, che egli ha il diritto di gustare tutte le voluttà dell’anima e del corpo. Quest’uomo può cominciare dal non voler gustare se non quelle dell’anima, dell’intelligenza, del dominio; può anche non andare mai oltre o al di fuori di questo, ma può ugualmente trovare un momento di complicità del corpo che reclama la sua parte, il momento in cui l’atto del copro sembra solo un’espressione del cervello, dello spirito, dell’anima.

Il paradosso spinto ad oltranza, la vanità (perché l’orgoglio di cui parlavo sarebbe piuttosto segreto, personale, e non si darebbe in pasto al mondo) condurrebbe anche l’eterosessuale a imitare il modo di camminare dell’invertito che si mette in primo piano, a copiarlo, a difenderlo a lasciarsi compromettere da lui (sia per la pretesa della giovinezza che si crede al di sopra del buon senso e della maldicenza, sia per una ingenua devozione). Se nessuno gli presta attenzione l’eterosessuale guarirà probabilmente dalle sue affettazioni, ma se la calunnia lo attacca, se lo si perseguita, di due cose l’una: l’ingiustizia lo renderà quasi maniaco contro l’unisessualità di cui è stato accusato a torto, ma non senza verosimiglianza, oppure si dirà: Perché no? Dato che mi si accusa, perché non avere anche i privilegi oltre che gli orrori della situazione?[4]

Lascio agli invertiti o ai romanzieri l’ampiezza degli argomenti in favore dell’inversione: si possono leggere in molte opere filosofiche, in tutte le diatribe contro le donne, in tutti i capitoli sulle donne, in Alfred de Vigny come in La Bruyère, in tutti i moralisti.

La donna non realizza del tutto la felicità dell’uomo sensato o sensibile. Certi uomini hanno più facilmente certe qualità che la maggior parte delle donne non possiede o non impara o non gradisce affatto, ecc. Tutte queste massime, prese dall’invertito ragionatore, inducono a delle conclusioni più rigorose che logiche.

M. Trade diceva che il numero di persone capaci di provare e di ispirare un amore duraturo, un’amicizia duratura e superiore, era veramente piccolo rispetto a quello delle persone che cercavano questo amore, questa amicizia, che se ne ritenevano capaci, o capaci di ispirarli, ed è da questa sproporzione che nascono gli uranisti, ci si stupirebbe di non trovarne e ci si potrebbe considerare ciechi non vedendoli.

In effetti, quando si pensa a tutto quello che è stato detto, scritto e pensato contro le donne di tutti i tempi, in tutte le epoche, a tutto quello che gli uomini hanno sognato, desiderato vicino a loro o al di fuori di loro, ci si sorprenderebbe di non trovare un certo numero di uomini indirizzarsi verso la continenza, il celibato o la sentimentalità unisessuale, la lussuria unisessuale. È in questo modo che si forma l’uranista per ideale, per convinzione.

Se la donna non interessa le facoltà superiori di un uomo tenero, gli resta più di un’alternativa: amare una donna per il piacere che dà la sua pelle fine, il suo grazioso balbettio, amarla come un gingillo, come un animale domestico, come una selvaggia di Pierre Loti, senza lasciarsene dominare e invadere e dunque fino al punto di ribellarsi o di non ribellarsi, fino al punto di rivoltarsi con l’aiuto della continenza, del celibato, dell’indifferenza, o coi i cambiamenti di moglie o di amante o amando un fratello Yves [Mon frère Yves, opera di Pierre Loti del 1883, che suscitò sospetti di omosessualità sull’autore] rivolgendosi verso l’unisessualità platonica o no, in un modo o in un altro.

È per questo che il matrimonio porta inevitabilmente certi uomini all’unisessualità. Hanno creduto, hanno sperato che la donna-sposa li avrebbe consolati dei guai che avevano avuto accanto a donne-ragazze, a donne-amanti capricciose o corrotte o a donne che li arpionano; è inutile descrivere tutti i fastidi di tutte le relazioni su base poco onesta o poco solida. La donna-sposa, addobbata di tante qualità (di tutte le qualità non ancora colte al punto giusto) non corrisponde alla aspettative. È come per la Marthe di “Charles Demailly” [Romanzo di Edomond de Goncourt, 1860], come tante donne che la letteratura ha modellato così spesso. Il marito non vuole l’adulterio perché è contro le sue concezioni, contro la sua idea di quello che è dovuto anche a una donna sgradevole, o perché il fastidio della relazione sarebbe un peso per lui come prima lo era la noia, o perché è a corto di pazienza e non si interessa più alle donne; e se non ha ancora l’età o l’inclinazione spirituale che fanno vivere senza interessi sentimentali, o se le numerose occupazioni, manie, ecc. ecc. della vita mondana non lo assorbono e se possiede certe qualità gradevoli, si avvicinerà all’unisessualità. Gli unisessuali lo scopriranno, lo cercheranno, oppure lui ne troverà uno stranamente simpatico, oppure ci sarà ancora una volta la seduzione di un eterosessuale da parte di un altro eterosessuale.[5]

All’età della ragione, quando l’età della prima lascivia, della prima impazienza dei sensi è passata, l’amore non più esclusivamente sessuale all’inizio, o non è più di origine genitale. Così, dopo una certa età, la vista di una qualsiasi ragazza carina o attraente non eccita più il desiderio, o al momento stesso in cui nasce, il desiderio è strangolato da altre considerazioni. Questo non impedisce che un altro sentimento di un’altra origine, alla lunga, diventi genitale, sessuale.

Non è il desiderio dell’altro sesso che si sostituisce al desiderio del sesso femminile negli eterosessuali, ma è una cosa più complessa, è un isolamento di fronte alle donne, unito a un distacco sentimentale che permette al desiderio di trovarsi senza oggetto e poi di precisarsi basandosi sull’immagine o sull’idea di un individuo maschio, per arrivare poco a poco a un rapporto comparabile con quello che c’è tra compagni di scuola o tra prigionieri. Questo isolamento psichico conduce là dove conduce l’isolamento fisico.

L’uomo imprigionato nel mondo femminile si scopre un compagno sentimentale, intellettuale, sessuale. E come accade nelle agglomerazioni forzate di uomini, anche qu la prima scelta e lunga, lenta e complicata.

Ideale. – Un uranista con tendenze eterosessuali o un eterosessuale possono entrambi scegliere l’unisessualità per ideale, perché essi pensano di trovare in questo stato intellettuale e fisico, in questa espressione della loro individualità il summum della felicità o della soddisfazione o della virtù o dell’equilibrio. A chi ritenesse questi uomini degli imitatori risponderei che non esiste nulla che l’uomo non imiti, che “l’uomo imita soprattutto quello che ha.” L’ideale greco e l’ideale cristiano (espressi nel libro che Dugas non vorrebbe mettere nelle mani dei giovani uomini), dell’amore non pederastico, sodomitico, ma tra simili, tra uguali, tra discepolo e allievo, o per il giovane dio sofferente, lo slancio d’amore per il dolce simbolo maschile e divino, così come il culto della purezza, potrebbero trascinare un ragazzo, un giovane uomo. Poco a poco questo ideale senza donna morirebbe in lui per il fatto che lo allontana dagli approcci fisici con una donna.
Nel frattempo l’ideale della donna come fidanzata, amante o moglie, l’ideale delle poesie d’amore, dei romanzi di ogni tempo, potrebbe strutturare un uomo in modo da fargli considerare il ruolo dell’amante amoroso di una donna come il più ammirevole. Se diventa un buon marito, un buon padre di famiglia, questo ideale sarà stato utile ed egli potrà non capire affatto la possibilità di amare sentimentalmente o voluttuosamente un essere di sesso maschile, che non può avere figli e che non ha bisogno di protettori.

Altri ancora potrebbero considerare come cosa molto moderna (e lo è sempre stata) il non seguire che i loro modi di fare, la loro complicazione, il poter amare indifferentemente l’uomo o la donna e tutte le sfumature psico-sessuali. Si sono forgiati l’ideale di un piacere sottile, artistico, molto esigente.

Sono più rari perché l’ermafroditismo morale permanente conduce a ogni tipo di complicazioni sociali. Le gelosie tra un uomo e una donna in rapporto ad un uomo sono di una violenza inaudita anche presso le persone mondane. Che si siano osservate o meno quelle gelosie, si capisce la causa della loro intensità. I gelosi nell’odiare un individuo odiano tutto un sesso. La maggior parte delle donne gelose sono gelose di una donna rivale o di una donna che rappresenta una classe rivale (quella delle donne leggere, o delle donne di mondo o delle ragazze o delle donne del popolo) che però non rappresenta un intero sesso.

Torno all’uranista per ideale, bisogna fare i conti con lui, senza relegarlo tra le invenzioni degli psicologi o tra gli ingannatori che dissimulano così una disposizione naturale viziosa.

Immaginiamoci un giovane uomo dotato di qualità morali e fisiche che si faccia dell’unisessualità un ideale altrettanto romantico dell’ideale eterosessuale acquisito da un altro giovane uomo. Si sa che gli ideali sono pericolosi per tutti gli uomini, che chiedono loro l’irrealizzabile; e come il giovane eterosessuale si uccide per un’attrice, allo stesso modo il giovane unisessuale per ideale può perdersi o perdere la sua credibilità.

Io penso che più giovani uomini siano stati gettati nell’inversione dalla sentimentalità che dal vizio, più dal desiderio di amare e di essere amati che per conoscere il piacere dello spasmo.

Sono quelli che Stafanowsky chiama erotomani, sono quelli che restano uranisti per convinzione, che lo sono o congenitamente o per evoluzione del loro ideale.

L’istinto sessuale, malgrado la sua tirannia, si presta alle esigenze del carattere e della volontà e una intelligenza precoce può essersi forgiata un ideale prima del risveglio dei sensi o un ideale che ad essi si impone; come il bambino che vorrebbe essere soldato prima di sapere se ha la salute indispensabile, questo bambino si è detto che l’amicizia, l’eroismo greco, la superiorità maschile o che so io sarebbero stati lo scopo della sua vita. L’istinto sessuale non è abbastanza potente per cancellare questa vocazione e si piega, si tira indietro, si nasconde: e c’è un uranista in più, un uomo di forte temperamento ma con il pungiglione del sesso proprio come gli altri. Quando non si sa distinguere, nella propria giovinezza, il piacere fisico dai sentimenti nobili, quando si ha un’anima forte e fiera e poco malleabile, pertinace nel conservare le impressioni profonde, l’uomo rischia di diventare un platonico – un erotomane, come dicono gli scienziati.

È una nuova preoccupazione per quelli che si occupano di educazione: è meglio vedere un ragazzo che cresce diventare un platonico, un erotomane, come si dice, disposto a qualsiasi sacrificio e forse a qualsiasi eroismo, oppure diventare un amante delle voluttà facili? Il problema sarebbe troppo crudo se non trovasse la sua soluzione radicale al di fuori dell’educazione e delle scelte di quelli che educano.
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[1] L’eterosessuale sarebbe più facilmente colpito dalla curiosità rispetto all’uranista, perché l’uranista, avendo (grazie alle condizioni sociali e legali di oggi) una inimicizia o una repulsione concreta verso le donne, sarà meno tentato di essere curioso dell’eterosessuale ignorante, indifferente. L’ignoranza è più vicina alla curiosità di quanto l’antipatia non sia vicina alla curiosità. D’altra parte lo studio dell’effeminato insegnerebbe all’uranista tutti i difetti della donna, e lui ne troverebbe le qualità nei maschi.
[2] Eritis sicut deus.
[3] Il possedere un uomo che possiede una donna ha occupato molti cervelli e la lussuria, la vendetta, non si sono fermate prima della messa in pratica di questa idea. L’eroe del romanzo tedesco comunque non voleva due possessioni simultanee.
[4] Pe molti uomini il punto di vista è una cosa importante, per altri poco o nulla.
[5] Gli uomini per i quali un’idea non è seguita da un’altra idea, i sentimenti di affetto, i sentimenti di amicizia, possono un giorno o l’altro essere esposti all’unisessualità.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=5710

RAFFALOVICH: SESSO E CASTITÀ – L’INFANZIA DELL’OMOSESSUALE

Riporto qui di seguito due capitoli della mia traduzione di “Uranismo e Unisessualità” di André Raffalovich:

1) Ricerca della voluttà, ricerca della pacificazione, ricerca della castità. Recupero psicologico.

2) Infanzia, educazione, pubertà degli uranisti virili e ultra-virili.

Nel primo dei due capitoli l’autore comincia a manifestare la sua personalità, e introduce nello studio della sessualità e dell’omosessualità in particolare, delle categorie di tipo morale legate alla ricerca della voluttà, della pace dei sensi e della castità; nell’uso di queste categorie in rapporto all’omosessualità Raffalovich non è schematico e nonostante le apparenze non fa il moralista ma analizza le tendenze morali come modi per trovare un proprio posto nel mondo. Le tendenze morali sono per lui elementi essenziali della sessualità di un individuo. Raffalovich usa un linguaggio diverso da quello moderno e quando si riferisce a forme di omosessualità che non esclude interessi eterosessuali, parla di quelli che oggi si chiamerebbero bisessuali o non sarebbero ritenuti propriamente omosessuali. L’autore si pone il problema relativo all’induzione al matrimonio di questi “omosessuali” in qualche modo compatibili con l’eterosessualità e ipotizza per loro un percorso di recupero che li riconduca all’eterosessualità ma attraverso un’educazione graduale che porti ad una “guarigione psicologica” prima che al matrimonio. Tutto il percorso di recupero, secondo Raffalovich dovrebbe essere demedicalizzato ed affidato ad eterosessuali intelligenti e ad omosessuali superiori, evitando quella che viene presentata come una pratica abominevole, cioè l’induzione dell’omosessuale alla eterosessualità tramite la frequenza di prostituite, cosa molto praticata negli ultimi anni dll’800.

Nel secondo dei due capitoli riportati di seguito, Raffalovich tratteggia in modo molto ricco l’infanzia dell’omosessuale virile (come egli lo chiama). La pubblicazione del libro di Raffalovich è del 1896, ma l’autore ha già perfettamente chiara l’idea della sessualità infantile. Certo egli non dispone di indagini sociologiche attendibili e non ricorre allo studio sistematico di casi clinici come Krafft-Ebing, la sua descrizione della omosessualità infantile, limitata agli ambienti sociali di alto livello, è probabilmente per la gran parte frutto di ricordi personali e presenta aspetti oggi difficilmente comprensibili, come le riflessioni sul rapporto tra il bambino omosessuale di buona famiglia e i servi della sua famiglia. Si nota che la società è stratificata in modo rigoroso e che le persone di livello sociale più basso sono considerate sostanzialmente non assimilabili a quelle appartenenti ai ceti più ricchi o più colti, siamo cioè il pieno ‘800 borghese.

Raffalovich arriva a supporre che la differenza di classe sociale crei meccanismi di attrazione analoghi a quelli dell’attrazione sessuale e con questa idea spiega l’interesse del bambino omosessuale ricco per la servitù e non per gli adulti della sua categoria sociale. Colpisce in particolare l’idea che possano svilupparsi rapporti di simpatia tra il bambino omosessuale e i servi maschi, in ragione del fatto che “l’intelligenza di un domestico e simile a quella di un bambino”.

Interessanti son anche le riflessioni sui collegi e sui rischi che la vita di collegio può comportare rispetto alla omosessualità, oltre alcune questioni sull’interesse per i soldati e per le divise.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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Ricerca della voluttà, ricerca della pacificazione, ricerca della castità. Recupero psicologico

Non si possono fare riflessioni e osservazioni senza rendersi conto di tre fattori importanti che modificano la psicologia sessuale di tutti gli uomini:

– il desiderio, il bisogno (fittizio o reale) del piacere in sé, con la sua eccitazione, i suoi preliminari, la sua cristallizzazione (Stendhal), la sua realizzazione;

– il desiderio, il bisogno di rigettare, di spogliarsi dell’eccitazione sessuale, dell’inquietudine, della fatica, dei fastidi;

– il desiderio, anche lontano, il bisogno vago, la ricerca, anche vana, della castità, una predilezione in favore della castità.

A seconda della presenza isolata o simultanea di uno o di due di questi fattori, a seconda della preponderanza dell’uno sull’altro o sugli altri, la condotta di un uomo cambia così come cambia la sua psicologia sessuale.

Anche l’uranista, come qualsiasi altro uomo eterosessuale, o semplicemente sessuato, è soggetto a queste influenze perché esse riguardano la sessualità in quanto tale.

L’uomo che cerca soprattutto la voluttà in sé e per tutto quello che le si cristallizza intorno, ha bisogno di un’altra analisi rispetto a quello che cerca soprattutto la pacificazione dei suoi sensi e l’acutezza della sua vita intellettuale.

E non sono soltanto gli individui che differiscono in questo modo, ma queste variazioni si presentano nello stesso individuo a diverse età e in diversi momenti della vita.

Certi uomini [1] sono più portati degli altri verso un ideale di castità sia naturalmente, fondamentalmente, e quindi malgrado molte influenze e molti avvenimenti oppure senza l’influenza di circostanze, dell’ambiente e di avvenimenti che modifichino il loro carattere.

Forse senza spiegarsi il perché, forse senza darsi la migliore spiegazione, la castità appare loro (personalmente) desiderabile e soddisfacente. Per la maggior parte del tempo tengono per sé questa predilezione, senza comunicarla, per pudore, per orgoglio, per paura, perché se ne sono troppo distaccati nella pratica.

L’istinto sessuale in loro ha cessato di essere tirannico; non è, per così dire, che uno dei membri di un’oligarchia. Una vita sregolata è per loro sempre più sgradevole, e dipenderà dalla circostanze se si sposeranno o resteranno celibi, diventando anche moderati e continenti.

Tra loro si trovano parecchi uranisti, che si sposano e rinunciano alla loro sessualità spontanea, e anche parecchi uranisti impenitenti, ai quali l’uranismo sembrerà sempre più casto, più pulito, più decente dell’eterosessualità.

È evidente che gli uomini capaci di un ideale di castità personale volontaria (che questo ideale sia realizzato o meno ma purché sia uno dei limiti del loro carattere, della loro individualità) tenderanno verso una diversa situazione psicologica e fisiologica rispetto agli altri uomini. Così, quando si studia la psicologia sessuale, il caso sessuale di un uomo, sarà importante definire il suo ideale di castità o di voluttà o di pacificazione.

Non bisogna confondere la castità con la sobrietà, la temperanza o la pacificazione. L’uomo che ha questo ideale di castità, questa predilezione umile per la castità, può non essere temperante. Può scoprire da solo l’assioma secondo il quale un po’ di infamia allontana dalla purezza, molta infamia ci riconduce ad essa. Può astenersi con gioia o sprofondarsi deliziosamente nel piacere e non sapere regolare, goccia a goccia, la sua voluttà. L’uomo che ama, ricerca o sceglie naturalmente la sobrietà, la temperanza sessuale (eterosessuale o uranista o bisessuale) si comporterà in un altro modo. Senza igiene [moderazione] non raggiungerà la piena soddisfazione. Ricercherà nella sessualità gli atti che lo libereranno il più rapidamente possibile dall’aculeo del desiderio; è così che uomini seri, rispettati, distinti, possono praticare i vizi più denigrati, tutte le forme di unisessualità attiva o passiva o reciproca, o di eterosessualità comune o sterile, perché dopo si sentono allegri, alleggeriti e in pieno possesso della loro attività intellettuale, fisica e morale. Quando, per loro disgrazia e loro castigo e per la vergogna della società, questi sono uomini di una austerità esteriore ostentata, uomini il cui mestiere o la cui professione esige una severità di costumi e accade che sono scoperti, la loro ipocrisia rivolta e sconcerta. C’è spesso, in queste situazioni, dentro di loro una soluzione di continuità nelle loro emozioni che impedisce loro di rendersi conto in modo permanente dell’enormità della loro condotta. Se la loro sobrietà è precisa, la loro vita intellettuale non è toccata dalla loro sessualità.

Questi uomini sobri e discreti possono ricercare o la voluttà o il riposo che la segue, o entrambe le cose, e restare moderati nel loro vizio.[2] Gli uomini che amano la castità non finiscono così: perché la castità è una virtù positiva, non negativa, cosa che gli altri dimenticano spesso.

A mio giudizio, nessuna descrizione di un uomo e della sua psicologia sessuale risulterebbe soddisfacente se non si desse un’idea dell’influenza di questi fattori.

Consultato da un sessuale [un uomo con problemi sessuali] mi sforzerei di sapere e di fargli sapere se la sua sessualità ricerca soprattutto la voluttà sessuale e tutto quello che le sta intorno, o la pacificazione sessuale e la rinascita, il rinnovarsi dell’intelligenza; se immagina nel suo cuore che la castità sia meglio della sessualità; se trova umiliante non soddisfare tutte le sue aspirazioni sessuali; se il suo orgoglio conta molto o solo un po’ nelle sue aspirazioni e nella loro soddisfazione; se dentro di lui ci fosse da qualche parte un gusto per la castità, lo incoraggerei a coltivarlo, invece di mandarlo da una prostituta come fa il medico guaritore di oggi. Se il suo orgoglio è insuperabile, se si credesse disonorato dal non consegnarsi a delle inclinazioni unisessuali, esiterei prima di imporgli la prima condizione che impone il medico guaritore , cioè quella di rompere il rapporto unisessuale che esiste da tempo. Questo significherebbe consegnare il sessuale [l’uomo che ha problemi sessuali] in difficoltà a tutti gli errori e a tutti i pericoli. Avrebbe invece molto da imparare su se stesso e sulla vita prima di essere maturo per una rottura efficace e feconda. Non bisogna consegnarlo, senza metterlo prima al sicuro, all’ossessione sessuale. I medici, probabilmente, desiderano fare sposare nel più breve tempo possibile gli unisessuali che li consultano e non hanno il tempo e forse l’esperienza necessaria per una guarigione psicologica. Quando l’inversione e l’uranismo saranno capiti a livello più generale, quando se ne avrà meno paura, io credo che non saranno più i medici che faranno queste cure; ma gli eterosessuali buoni e intelligenti o gli uranisti superiori potranno facilitare l’inizio di questi cammini, questi perfezionamenti. Oggi il matrimonio, reso possibile attraverso il passaggio prolungato attraverso la casa di tolleranza è una cosa indegna. Gli uranisti di buona volontà (parzialmente eterosessuali) devono essere preparati psicologicamente prima di esserlo sessualmente.

Infanzia, educazione, pubertà degli uranisti virili[3] e ultra-virili.

Gli invertiti licenziosi o chiacchieroni o malati hanno talmente goduto gli onori della pubblicità che gli altri invertiti sono ancora poco conosciuti. Ma essi raggiungono una maturità intellettuale e morale che non considera più il sesso come il centro dell’universo. Non devono più lamentarsi della loro sorte. Devono pensare a compiere la loro missione qua giù, e cercano di fare del loro meglio. Allo stesso modo ci sono uomini eterosessuali che si svincolano dalla vita genitale ad un certo momento della loro crescita.

È difficile rendere giustizia agli invertiti, come sarebbe difficile essere giusti verso gli eterosessuali, se ci si occupasse esclusivamente della loro vita sessuale. La menzogna e la sessualità si sfiorano così da vicino perché la realtà fa apparire folle il desiderio, perché il prima e il dopo si toccano e si contraddicono.

L’invertito si ritiene così disinteressato da giudicare della bassezza della sessualità, solo che non ha il coraggio di andare fino in fondo e di cercare la castità; inventa argomenti in favore dei suoi gusti.[4]

Se fosse l’essere superiore che si immagina di essere e se avesse un po’ di religione, cercherebbe di affrancarsi dai legami della carne e di rendersi utile all’umanità.

Il giorno in cui l’invertito non reclamerà più l’indulgenza della società, comincerà a giustificarsi agli occhi degli uomini veramente superiori.

Si nasce uranisti più o meno; si può diventare invertiti sia durante questo periodo di indifferenza sessuale (così finemente osservato da Max Dessoir), che dura qualche volta fin dopo la pubertà – sia molto tempo dopo. Le circostanze, l’isolamento e tutto quello che esso comporta, i cattivi esempi e i cattivi consigli, le letture e le conversazioni, un seduttore giovane e appassionato, o prudente, abile e pieno di esperienza, i problemi della sessualità eterosessuale, le malattie, le psicosi transitorie o permanenti, la vanità, la cupidigia o anche la necessità possono trasformare un eterosessuale in omosessuale.

Nell’uranista o nell’invertito di nascita l’inversione si manifesta molto presto. Bisognerebbe conoscere a fondo quello che ancora noi ignoriamo per la gran parte, cioè la sessualità dell’infanzia, per sapere se le tendenze eterosessuali si sviluppano realmente con molto maggiore lentezza o se invece non le si nota quando le si incontra. Prima di dichiarare che questa precocità sessuale (precocità di sentimenti, non di atti) è un segno di degenerazione negli invertiti, bisognerebbe rendersi conto della percentuale di bambini sessualmente precoci eterosessuali. Quanti bambini e quante bambine si innamorano gli uni delle altre o di persone adulte! Quanti ragazzini di cinque anni sono affascinati da una bella signora o da una ragazza grande! Intorno a loro si sorride, si raccontano davanti a loro cose che essi sentono misteriosamente e esprimono comicamente, i piccoli si rendono conto, alla lunga, dei loro sentimenti.

E certamente questi affetti sentimentali non sono rari tra i bambini. Li si favorisce stupidamente perché sono cose divertenti, ma dato che questi affetti, quando sono uranisti, non divertono affatto, non ci si fa caso. Il bambino capisce oscuramente tutto questo; quando dà qualche segno di un’emozione prodotta in lui dalla presenza e dal contatto con un uomo, si accorge che la sua agitazione passa inavvertita. Lo si complimenta quando dona un fiore a una donna; quando lascia la sua mano nella mano di un uomo non si dice nulla. L’uomo lo interessa molto più della donna, e gli adulti evidentemente pensano il contrario. Il bambino indovina molto presto che lì c’è un malinteso e, con questa meravigliosa dissimulazione tipica dei bambini, accetta la situazione.

I bambini sono così dissimulati, non solo per ignoranza ma ancora di più per paura o per prudenza. I bambini sanno molto presto quello che devono dire e soprattutto quello che devono nascondere.

Questa consapevolezza non deve affatto stupire perché essa esiste in un certo grado negli animali domestici. La vanità o la ricerca dell’approvazione caratterizza i bambini come gli animali.

È poi anche naturale che l’invertito si ricordi così chiaramente della precocità delle sue tendenze. Arriva un momento nell’esistenza di ogni invertito in cui egli decifra l’enigma del suo gusto unisessuale. È allora che riordina tutti i suoi ricordi e per giustificarsi ai suoi occhi, si ricorda di essere stato quello che è dalla sua prima infanzia. L’unisessualità ha colorato tutta la sua giovane vita; lui ci ha pensato, l’ha sognata, ci ha riflettuto in perfetta innocenza e molto spesso.

Si è immaginato, da piccolino, di essere allevato da dei briganti, da dei barbari; a cinque anni, a sei anni ha sognato il calore dei loro petti, delle loro braccia nude. Ha sognato di essere loro schiavo e ha amato la sua schiavitù e i suoi padroni. Non ha mai avuto il minimo pensiero brutalmente sessuale, ma ha scoperto la sua vocazione sentimentale.

L’invertito nato e ben nato può essere di una innocenza fisica eccezionale quasi fino all’età della pubertà, se si trova senza cattivi consiglieri, se è timido e ignora il suo corpo. La sua depravazione è allora solo e assolutamente cerebrale e sentimentale. Non si indirizza ancora alle persone che lo circondano. Ama i quadri, le statue, le immagini che rappresentano delle belle figure. Anche gli operai lo interessano per i loro vestiti, diversi da quelli che vede indossati dai suoi parenti – e sperimenta già questa passione degli invertiti per tutto quello che somiglia ad una uniforme o a un costume convenzionale. Quello che i Tedeschi chiamano soldaten liebe, è talmente noto, talmente diffuso tra gli invertiti e i corrotti in tutti i paesi europei che, in certe città, specialmente a Londra, il numero di soldati che si prostituiscono è più grande di quando si vorrebbe credere.[5]

Con una pazienza e una tenacia che non deve stupire in un bambino, tutto quello che ha un rapporto, anche minimo, con l’inversione lo appassiona. Segue la pista con un fiuto da animale o da Pellerossa o da donna. Ancora giovanissimo e completamente vergine, si sente vicino a tutto quello che ignora.

Ha sogni eroici. È un eroe amante di un altro eroe, e i racconti di fate non sono più fiabeschi delle sue visioni da sveglio. Lui è l’eroe o l’amico preferito, o anche, più raramente, ma non per lungo tempo, l’eroina dei romanzi che legge o che sente raccontare. L’invertito di nascita non è necessariamente effeminato, non lo è sempre e non cerca sempre le ragazzine e i loro giochi.

È utile ricordarsi che gli invertiti effeminati sono i più conosciuti perché essi hanno molto di più la mania delle confidenze e della vanterie. Gli invertiti che stanno zitti non sono stati ancora scoperti, e Krafft-Ebing non li registra affatto. Ma comunque esistono, e sono loro che ci impediscono di disperarci per la razza degli invertiti.

Parallelamente a questa esaltazione romantica, a questo platonismo, a questa favola, il bambino prova un’attrazione carnale verso l’uomo e non sa forse ancora che i due pensieri che lo interessano sono legati insieme.

Il bambino può ogni giorno ricercare i mezzi per accarezzare la mano o il copro di un domestico, al momento del pasto per esempio, o sulle scale, e lo stesso bambino può tutti i giorni sognare i destini più puri e fantastici.[6]

Il bambino prova, probabilmente per i domestici in livrea, o in maniche di camicia, i primi assalti di quella ossessione per l’uniforme che si ritrova anche nella vita sessuale degli eterosessuali. Quanti uomini amano la donna vestita o mezza-vestita in una certa maniera?

La maggior parte degli uomini amano un certo tipo, e tutto quello che ci si avvicina, per l’andatura o l’aspetto, agisce su di loro più rapidamente, più violentemente. Spesso, dopo una infedeltà al loro tipo ritornano ad esso più servilmente. Gli uomini hanno poca immaginazione. Ce ne sono di quelli che con tutte le loro conquiste, favorite e favoriti, fanno lo stesso pellegrinaggio, che vanno docilmente allo stesso posto nei dintorni della città, ecc. ecc..

La differenza tra le classi agisce in certi casi quasi come la differenza tra i sessi. È certamente possibile che questa osservazione, che ho avuto spesso modo di esprimere, spieghi i sonetti di Shakespeare. Un’amicizia entusiasta (passione che non suppone affatto l’inversione né la perversione) e la distanza sociale tra Shakespeare e il giovane uomo, e la giovinezza dell’uno e l’età matura dell’altro, offrirebbero la chiave dell’enigma. Gli invertiti, i pervertiti contano tanti uomini celebri e tante glorie che potrebbero anche lasciare andare Shakespeare.

Il bambino non sfugge a nessuna influenza. I genitori gli hanno proibito di familiarizzare con la gente del popolo, e l’operaio, il valletto, il capo-cameriere, il cocchiere diventano per lui sempre più desiderabili. Se il bambino è malato ed è trasportato da uno di questi uomini, il suo cuore batte con paura e con piacere, prima, durante e dopo. Mette a paragone le sue sensazioni con quelle che prova nelle braccia di un padre o di un fratello e la differenza è così grande che il bambino non può sbagliare. Ammette quello che è. Non sa perché. Si dà delle spiegazioni. Comincia a credere che quello o quell’altro uomo gli piace. Ma non è un uomo che gli piace, il cui abbraccio lo estasia, il cui contatto lo turba, ma è l’uomo. Quando il bambino ha superato la sua ignoranza ed è arrivato a questa conoscenza di se stesso, la sua educazione sentimentale procede da sé. Il bambino si abbandona in modo sornione a una quantità di atti impulsivi per attirarsi l’attenzione degli uomini che lo interessano, senza essere sospettato dalla sua famiglia. Una donna innamorata non è più folle e più prudente, più paziente e più impaziente.

Questo modo di fare può durare parecchi anni, prima, durante e dopo la pubertà. Il bambino vede le cose via via più chiare. Quello che desidera si va precisando. All’inizio non sa quello che vuole, un contatto qualunque, un bacio. La storia greca gli insegna allora che i Greci si amavano tra uomini, che i Greci erano belli, nobili, ammirevoli, che l’amore greco oggi non è accettato dai costumi, che Socrate e Alcibiade avevano dormito sotto lo stesso mantello, ecc.. Non c’è bisogno di altro per attivare e riempire l’immaginazione di un bambino. “Sono dunque un Greco antico”, si dice. Disprezza un po’ i moderni. È ancora troppo al di fuori della vita moderna per essere imbarazzato dalla sua inversione. Invece essa lo interessa, occupa la sua mante.

In collegio, l’invertito può restare innocente, come il bambino eterosessuale può, lì, essere indirizzato in un modo più o meno permanente verso l’unisessualità.

L’influenza dell’internato è una questione molto importante e molto difficile da risolvere. Tutti – o quasi tutti – quelli che si potrebbero interrogare[7] e che potrebbero rispondere, si terrebbero probabilmente al di sotto o molto al di sotto della verità. Gli invertiti, per esempio, sono molto reticenti o molto spacconi. Molti tra loro hanno la mania di vedere loro simili dappertutto. Gli eterosessuali che non sono morsi dalla passione del pettegolezzo negherebbero sfrontatamente, per vigliaccheria, pudore, pigrizia, o qualcos’altro.

Gli insegnanti, lo si capisce facilmente, non possono né dire né vedere la verità su questo argomento. Se è facile nelle prigioni darsi all’unisessualità, i ragazzini viziosi o invertiti non sono meno ingegnosi dei carcerati.

Quelli molto viziosi in collegio, spesso, sono invertiti solo per vizio, per mancanza di altre occasioni. Alcuni ragazzi possono pervertirsi senza essere per questo degli invertiti. Molti invertiti hanno un pudore esagerato che può salvarli, quantunque la vita in comune sia nemica del pudore.

È inutile sottolineare qui che si si nota nei ragazzetti un pudore istintivo, soprattutto in presenza di un uomo, allora è importante diffidare. Siamo in presenza di un invertito? Gli invertiti, quando sono molto giovani hanno tutti i sintomi del pudore se si tratta di mostrarsi svestiti davanti a qualcuno del loro sesso.

Questo pudore, a meno che non sia sradicato dal collegio o dissimulato per prudenza, li accompagna nella vita. E quando cominciano a superarlo ne sono molto fieri. Dopo essersi dati alla unisessualità con furia, perdono questo pudore e cercano invece le situazioni che ad esso sono contrarie. Il pudore di una donna di brutta vita non è quello di una donna onesta o delicata e fiera.

Non ho dati sufficienti per studiare la questione dell’internato. Gli scritti e le confessioni degli invertiti sono a questo proposito assai poco degni di fede. Gli invertiti, l’ho già detto e lo ripeterò ancora, sono mentitori, e parlando della loro infanzia cercano di discolparsi e di rendersi interessanti a forza di passione e di ignominia.

Sottolineerei solo che certi ragazzini non si interessano ad altri ragazzini. Potrebbero anche attraversare l’internato senza essere attirati dai compagni della loro età. Essi amerebbero o dei ragazzi grandi che nella maggior parte dei casi non presterebbero loro attenzione, o degli insegnanti.

È evidente che questi ragazzi potrebbero non essere mai in pericolo e i loro sentimenti per i loro insegnanti non potrebbero che fortificarli nel desiderio di impegnarsi.

Sono ragazzini che non si sentono affatto ragazzini, nei loro sogni sono già delle persone adulte.

Altri invertiti, lo si sa, amano sempre qualcuno (o quelli) della loro età. Sono gli omosessuali a oltranza. Hanno la passione della similarità. Sono forse tra i meno effeminati.[8]

Man mano che si avvicina la pubertà, il pericolo per l’invertito aumenta. Se è alunno esterno o è educato a casa, la sua ignoranza e la sua ansia entrano in fermentazione. Ogni pericolo ha ora la sua importanza. Il ragazzo ignora probabilmente il lato fisico dell’atto sessuale. Immagina forse che i rapporti tra uomini siano simili a quelli tra donne e uomini, sa comunque che la realizzazione del suo desiderio sarebbe sterile. Può essere maturo per l’atto sessuale e credere che esso consista in un contatto esteriore più o meno prolungato.
Se tra le persone che stanno intorno al giovane invertito si trova un uomo qualsiasi, soprattutto un uomo di una classe inferiore (come un domestico), quest’uomo diventa l’idea fissa del bambino. Dico bambino perché a 13, 14 o 15 anni un ragazzo allevato in questo modo è un bambino.

Questo ragazzetto immaginerà ogni giorno degli incontri improvvisi con quest’uomo. Saprà i suoi orari di servizio e si troverà suoi luoghi dove quello dovrà passare molte volte al giorno, se è possibile. Cercherà soprattutto di incontrarlo nell’oscurità per provocare lo shock del contatto del suo corpo contro quello dell’uomo, per prenderlo per mano. Così pudico fino ad allora, creerà delle occasioni per mostrarsi nudo o mezzo nudo.

Non so se accade istintivamente o se si ricorda delle descrizioni delle seduzioni femminili che ha letto, ma si comporterà come una donna impudica e innamorata. Una tale perseveranza, un giorno o l’altro, sarà ricompensata come merita e l’uomo cederà all’audacia del giovane ragazzo un pomeriggio scuro o una sera senza luce.

Qui, ancora una volta, tutti i dettagli e tutte le conseguenze di questa caduta dipenderanno dal caso.

Gli invertiti che leggeranno questo o i medici psicologi riconosceranno la verità di quello che io ho indicato; e i genitori non sapranno neppure che cose simili sono successe o succedono vicino a loro. Dei legami di questo tipo possono stringersi e durare a lungo. L’audacia del bambino, così lascivo all’inizio della pubertà, supera gli scrupoli e la vigliaccheria dell’uomo.

La differenza di casta, agendo come la differenza di sesso, si fa notare qui. L’uomo del popolo si lascia trascinare dal giovane signore, quando forse potrebbe resistere a un ragazzetto delle classi inferiori. Se l’uomo è invertito o pervertito, o molto grossolano, non aspetta che l’iniziativa del giovane signore per farsi incantare.

Se non è niente di tutto questo, non bisogna dimenticarsi che lo svilimento e l’asservimento di un figlio del capo o del padrone non può che inorgoglire l’uomo del popolo e ripagarlo della propria servitù.

Non bisogna dimenticare che il fatto di essere domestici può produrre una tale abitudine all’obbedienza che il domestico subisce i capricci del suo giovane padrone, con o senza piacere, ancora meglio o ancora peggio di chi domestico non è.

Probabilmente in molti casi un uomo che cercasse un ragazzo giovane con l’intenzione di sedurlo riuscirebbe solo a spaventarlo. Molti invertiti sono stati spaventati nella loro giovinezza dal desiderio di un uomo scostumato, senza coscienza, e sono sfuggiti alle sue carezze, assaliti da un terrore incomprensibile e passeggero o di lunga durata.

Non può che essere solo l’invertito nato per la passività o l’obbedienza femminile quello che si lascia facilmente violare o contaminare o istruire da un uomo qualunque.

Ci sono delle donne vergini che si concedono ma non si lascerebbero mai prendere. Allo stesso modo l’invertito vergine e maschile (ci sono degli invertiti che sono piuttosto un maschio e mezzo che un maschio effeminato e a metà) vorrà bene offrirsi e prestarsi a tutte le compiacenze, a tutte le turpitudini, ma se ne scapperebbe se un uomo prendesse l’iniziativa. Questo potrebbe spiegare molte storie di invertiti, molti rifiuti e molti consensi.[9]

Fino ad ora non possiamo che compiangere e deplorare la condotta del giovane invertito. Ha tutte le scusanti della natura e non ha ricevuto alcun consiglio e alcun soccorso.

Sa che la sua condotta sarà esecrata, ma non si considera affatto peggiore degli uomini e delle donne che si piacciono e si amano. Si scusa pensando che sono i piaceri sessuali che vengono designati col nome di amore che, secondo i poeti, i moralisti cinici e i romanzieri, governano il mondo.

Essendo naturalmente omosessuale, egli non vede la differenza tra il suo vizio e quello dell’eterosessuale – e non trovando l’eterosessualità trattata come dovrebbe essere trattata, cioè senza eccesso di indulgenza o di entusiasmo – la sua coscienza non prova alcun imbarazzo.

Solo imparando a distruggere, o a disprezzare, o a dominare la sessualità e la sensualità, l’invertito di nascita può distinguersi dall’eterosessualità. Ma prende per sé tutte le scuse che ci sono per l’eterosessualità e ci aggiunge che l’omosessualità è sterile, ecc. – più o meno quello che Shopenhauer sembra aver detto in favore della pederastia.[10]

Se ci si stupisce della passione che i domestici, la gente del popolo, gli operai, i soldati, gli uomini in blusa, in livrea ispirano agli uranisti bambini, ci si deve solo ricordare che il bambino di buon livello sociale, ben nutrito, trova negli uomini del popolo, di volta in volta, più contrasto o più simpatia. Molti ragazzini di buona famiglia, che non parlano per timidezza in presenza di persone delle classi superiori, chiacchierano e cinguettano con qualsiasi domestico e con qualsiasi uomo del popolo. C’è più uguaglianza tra l’intelligenza di un bambino della borghesia agiata e quella di un domestico, più bonomia nel domestico che nell’uomo delle classi colte o ricche.

Il bambino si sente a suo agio, sa che non lo si sgriderà, non gli si darà fastidio, non lo si rimprovererà. L‘uomo del popolo che ha buon cuore, che è un bravo ragazzo, non troverà il bambino così noioso o non riterrà che richieda una tale fatica come avverrebbe a un genitore o a un professore. Così l’attrazione del domestico nasce da una simpatia, da una sorta di solidarietà, da un sentimento di cameratismo. I ricordi sinceri di uomini perfettamente eterosessuali confermano questa supposizione. Molti eterosessuali ricordano di avere meravigliosamente amato uomini delle classi inferiori che erano gentili verso di loro e di averli trovati più interessanti, più competenti di cose più interessanti, degli adulti, di un padre che prende in giro, che è capriccioso, stizzoso o di un fratello che rimprovera e si preoccupa, degli zii dei quali si sono conosciuti i difetti dalla conversazione dei parenti. Il bambino considera anche spesso ingiusta la posizione del domestico, vede che lo si sgrida e insorge nel suo piccolo cuore, lo vede giocare il miglior ruolo quando lo si biasima per delle banalità o perché l’uomo o la donna che lo rimproverano sono di cattivo umore.

Se il bambino manifesta un po’ di dolcezza, un po’ di riconoscenza, un po’ di gentilezza, tocca facilmente l’amor proprio del domestico, di un uomo che probabilmente apprezza il buon cuore della giovane creatura.

E se questo bambino è uranista, e il contatto con un uomo un po’ affettuoso lo riempie di un’allegrezza sognata? Non c’è nulla di più naturale del suo slancio verso il domestico che simbolizza le classi che lo interessano e gli ricorda con la sua presenza che un intimo e misterioso avvicinamento con un uomo di questa classe è realizzabile e anche vicino.

Gli uranisti più virili e più degni, sono stati esposti a queste tentazioni, e se sono stati salvati, è l’occasione che è mancata o il domestico ha sempre rifiutato di capire e di lasciarsi piegare. Crescendo, uscendo dalla casa paterna, entrando nel mondo, questi fantasmi sessuali sembrano dissiparsi e abbandonare l’uranista virile e intelligente, ma perseguitano l’effeminato, o anche il virile senza carattere, senza sentimentalità. Un’amicizia adolescenziale spazzerà via per qualche anno questo passato.

Gli uranisti delle classi meno agiate, della piccola borghesia, si innamorano più facilmente di giovani uomini di condizione sociale migliore, allevati meglio, più fortunati, e questi slanci sono forse meno pericolosi per il carattere, rispetto agli slanci degli uranisti più ricchi. Jean-Paul Richter ha descritto l’amore casto di un casto giovane uomo povero per un giovane nobile bello e fiero.[11] L’adolescenza, è vero, con un profluvio di nuovi sentimenti, innalza l’uranista virile e lo mette (a parte la timidezza di classe) al livello dell’uranista allevato in ambienti sociali medio-alti.

Si vede che i rischi corsi dai giovani uranisti si bilanciano; il ricco sarà tentato dai valletti, il povero dai giovani uomini di buona condizione sociale, ma sarà forse corrotto da qualche compagno grossolano più grande (come Hamann, il mago del Nord); ricco e povero saranno esposti molto facilmente in collegio all’onanismo reciproco.
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[1] Qualsiasi sia la loro sessualità.
[2] Non parlo della demenza senile, né dei prodromi di certe follie, né di atti delittuosi da tutti i punti di vista come l’induzione alla dissolutezza dei minorenni o delle minorenni, o gli atti crudeli commessi dagli alienati, dai corrotti o dai deboli curiosi.
[3] Fino allo sviluppo definitivo, fino alla fissazione della vita sessuale, il virile e l’effeminato superiore possono somigliarsi e possono passare attraverso le stesse peripezie. Il bambino ha sempre qualcosa di femminile (Shakespeare chiama il ragazzi e le donne bestiame dello stesso colore) che è transitorio nel virile e persistente nell’effeminato. Il virile, se riflette, può facilmente ingannarsi e credere persistente quello che in lui c’è di passeggero ed è solo questione di crescita e di ignoranza.
[4] Questi invertiti non sono i peggiori, difficilmente si pervertono dopo la loro prima giovinezza. Manifestano qualche preoccupazioni in rapporto alla loro dignità. Non sono casti ma non sono libertini. Si potrebbe senza timore affidare loro un ragazzo. Non spargono il contagio. Si preoccupano del loro onore e della loro reputazione.
Alcuni arrivano a superare in qualche modo, a recuperare i loro errori di giovinezza, se superano la crisi – crisi altrettanto frequenti nell’uomo di rango come nella donna onesta – possono morire rispettabili e rispettati.
Non avendo gli invertiti scelto la loro natura, bisogna riconoscere loro la volontà di migliorarsi, di depurarsi e quando si proclamerà la superiorità dell’invertito che si trattiene sull’uomo eterosessuale che si abbandona alla sessualità, sarà solo un atto di giustizia.
[5] Non è esagerato dire che in certi reggimenti si può presupporre la venalità della maggior parte dei soldati. La clientela deve essere numerosa e assidua per avere tali risultati. Il soldato è la mania di molti invertiti e il soldato, quando si trova solo o anche con un altro soldato, tenta, la sera – nemmeno la notte – di provocare il suo cliente con lo sguardo e con l’andatura. Gli abiti eleganti e bombati non mancano di produrre i loro effetti. È una cosa deplorevole e penosa, e si vorrebbe certo trovare un rimedio impossibile al presente. La mancanza di pudore e la venalità non potrebbero spingersi oltre. La sera ad Hyde-Park, se le notte non è assolutamente scura, si sentono degli invertiti che dicono con disappunto: – C’è troppa luce qui – mentre gli eterosessuali si vergognano meno.
Che fare? Lo spettacolo scoraggiante di questi uomini e di queste donne stravaccati e avvinghiati in piena vista demoralizza le persone già demoralizzate, purtroppo!
Gli Americani, che non hanno meno invertiti degli Europei, si lasciano trascinare dalla loro ammirazione per i soldati inglesi e si trovano qualche volta invischiati in fatti di ricatto. Ma il dio che protegge gli ubriaconi deve proteggere gli invertiti più di quanto non faccia la loro prudenza perché sono altrettanto ipocriti che temerari.
[6] Questa incoerenza è frequente sia negli uomini che nelle donne; negli uomini soprattutto è scioccante. Essa porta all’ipocrisia, alla debolezza, all’inutilità.
Le virtù che non esistono che nelle intenzioni e per niente nella volontà non valgono nulla. Fanno spesso più male che bene. Il buon parlatore e il buon pensatore la cui vita è piana di crapula fanno più male ai giovani uomini dei debosciati senza vergogna.
Non bisogna parlare troppo dell’ideale, di quello che è casto e puro, perché le parole caste di un vizioso somigliano troppo all’esaurimento dopo la dissolutezza agli occhi delle gente grossolana, dei giovani o dei burloni.
Gli invertiti seguono questa incoerenza fino ai limiti estremi. Nella maggior parte dei casi c’è una differenza netta tra le loro teorie e il loro modo di comportarsi. Hanno tendenze così eteree, sono coscienziosi secondo loro, e le loro soddisfazioni sono insieme imperiose e poco difficili. Lasciati soli cedono ad un brusco desiderio, oppure cercano di tanto in tanto un amico di gioventù compiacente, spesso un amico più povero o sposato.
[7] Non arrivo proprio a capire come si possa interrogare un uranista virile o ultra-virile, e come quello possa avere voglia di rispondere. Fino ad oggi ci si è occupati di queste questioni in un modo che farebbe tenere la labbra chiuse ad un uomo.
[8] Un certo numero di effeminati, avendo la passione della similarità, cede forse alle donne.
[9] Alcibiade che si offriva a Socrate.
[10] L’ignoranza di questo autore, quando parla di pederastia, è inconcepibile.
[11] Die Flegeljahre. [L’età ingrata]

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