RFFALOVICH E LE TEORIE SULL’OMOSESSUALITA’ DI KRAFFT-EBING

Nel capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi, Raffalovich si sofferma ad analizzare le “teorie” sull’omosessualità in discussione ai suoi tempi e in particolare quelle di Krafft-Ebing, nella loro formulazione definitiva. Scendere in dettagli in questa sede sul contributo di Krafft-Ebing allo studio dell’omosessualità richiederebbe troppo spazio. Una sintesi di tutto rispetto si può trovare nel capitolo dedicato alla Psychopathia Sexualis, l’opera fondamentale di Krafft-Ebing, da John Addinton Symonds, nel suo “A Problem in Modern Ethics” (1896); il lettore potrà leggere la mia traduzione italiana nella Biblioteca di Progetto Gay: “Un Problema di Etica Moderna” pagine 39-50. (http://gayproject.altervista.org/questione_etica.pdf)

Krafft-Ebing era uno psichiatra e considerava l’omosessualità essenzialmente sotto il profilo psichiatrico; ebbe l’indubbio merito di contribuire alla depenalizzazione almeno parziale dell’omosessualità che, proprio in quanto “malattia”, escludeva la responsabilità penale del soggetto, ma è indubbio che Krafft-Ebing, nel demolire la figura dell’omosessuale criminale ha creato quella dell’omosessuale malato psichiatrico e con questo ha influenzato pesantemente la storia stessa della lotta per i diritti degli omosessuali. Con l’andare degli anni Krafft-Ebing ha via via corretto il tiro, dimostrando certamente onestà intellettuale, ma la sua conoscenza dell’omosessualità resta sempre quella di uno psichiatra eterosessuale che vede l’omosessualità dall’esterno.

Le opere che ho citato sopra di Addington Symonds e di Raffalovich sono più o meno coeve del pensiero più maturo di Krafft-Ebing ma sono sostanzialmente diverse perché sono opere di due omosessuali che hanno vissuto l’omosessualità nella loro esperienza personale e hanno conosciuto molti omosessuali, che non erano né criminali né malati psichiatrici, e quindi potevano allargare lo sguardo su ambienti mai prima esplorati dando luogo ad una conoscenza della realtà omosessuale dall’interno.

Dal capitolo di Raffalovich, qui di seguito riportato, il lettore potrà constatare potrà quanto la psichiatria fosse, all’epoca, condizionata dalle teorie che dominavano la medicina, come quelle della degenerazione, dell’atavismo e dell’ereditarietà, che rimaneva più che altro una vaga intuizione alla quale si riconnettevano in modo sostanzialmente arbitrario tentativi interpretativi di ogni genere.

Uno spazio particolare Raffalovich dedica al rapporto tra omosessualità ed effeminatezza. L’idea che l’omosessuale fosse una “anima muliebris virili corpore inclusa”, cioè un’anima femminile chiusa in un corpo maschile, tipica di Karl Heinrich Ulrichs, aveva diffuso anche negli ambienti scientifici l’idea che gli omosessuali fossero una specie di terzo sesso, un sesso intermedio, come sostenne, in seguito anche Edward Carpenter. L’effeminatezza era considerata una forma di degenerazione, imputabile forse all’atavisto, o a una specie di ritardo mentale, o a uno sviluppo incompleto della sessualità e queste categorie venivano facilmente estese a tutti gli omosessuali, fino al paradosso di classificare come degenerati o ritardati mentali personaggi come Platone o Michelangelo.

Raffalovich, che in questo capitolo fornisce alcune delle sue pagine più belle, si oppone a queste idee veramente aberranti e sostiene che la morale di Platone “consiste nella speranza e nella convinzione che l’uomo sia capace di tutte la variazioni, di tutte le modulazioni, e che possa perfezionarsi in certi ambiti più che in altri (ciò che ha detto Goethe), che abbia diritto a una filosofia che non distrugga la sua individualità, senza comunque danneggiare gli altri; ecco l’origine psicologica delle filosofie.”

La filosofia di Platone, che è un’apoteosi dell’omosessualità elevata a valore morale, non distrugge, come fanno altre filosofie, l’individualità degli omosessuali, che hanno diritto “ad una loro filosofia”, ovviamente sempre nel rispetto degli altri.
Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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A proposito degli ultimi punti di vista di Krafft-Ebing

Nel 1894 Krafft-Ebing (Jahrbucher fur Psychiatrie und Neurologie) ha riassunto il suo ultimo punto di vista sulle cause dell’inversione sessuale.

Egli elenca le teorie o le ipotesi precedenti e si può solo seguirlo con interesse. Ma prima di cominciare io protesterei vivamente contro uno dei punti di partenza di Krafft-Ebing (punto di partenza secondo me erroneo, che in questo osservatore eccellente, in quest’uomo così superiore, io posso spiegarmi solamente attraverso lo studio preponderante dei casi clinici): cioè che nell’inversione sessuale completa l’uomo si senta donna di fronte all’uomo. È l’effeminazione che causa questa percezione di un ruolo femminile nell’uomo, non è l’inversione. Ci sono molti uomini eterosessuali che non si sentono nel ruolo maschile di fronte alla loro amante. Non bisogna confondere l’uranismo effeminato e l’uranismo virile.

Michelangelo, Platone o Socrate non si sentivano donne di fonte ai loro beneamati, e nemmeno li consideravano come donne. Nella forma più leggera di inversione, dice Ktafft-Ebing (ed è il medico che parla, in questo momento, più che lo psicologo) l’uomo non ama l’uomo sessualmente, e non si sente donna davanti a lui, nei suoi rapporti con lui, perché ignora le vera natura della sua sessualità.

Questa asserzione di Krafft-Ebing mi sembra così perniciosa e nello stesso tempo così di appoggio per la mia convinzione contraria, che devo fermarmi qui.

In questa forma meno grave di inversione, l’uomo, stando a Krafft-Ebing, non ha segni fisici della sessualità femminile o ne ha pochi, non si sente donna di fronte all’uomo ma ama solo l’uomo. È l’uranista maschio (anche se l’invertito maschio, la cui inversione è acquisita, e il cui corpo e il cui carattere restano maschili, assomiglia all’uomo che ama e si confonde con lui) quello che è stato poco studiato nei libri di psichiatria, di criminologia e di medicina, perché non è né malato, né criminale, né necessariamente alienato. È di lui che si occupano Platone o Hafiz, la filosofia, la poesia, la storia. I guerrieri tebani non si sentivano donne uno nei confronti dell’altro, Epaminonda e gli altri, i maestri, gli uomini saggi che innalzavano un’anima più giovane non si sentivano donne davanti al loro amato, quando accettavano la soddisfazione della carne. E i Greci amati che amavano, anch’essi (dato che secondo Platone nessun tipo d’amore sarebbe stato onesto se non fosse stato reciproco e consensuale) sarebbero stati ben presto respinti e oltraggiati se avessero amato come le donne. Quando i filosofi greci vollero esporre l’aspetto superiore e psichico dell’unisessualità, vollero mostrare come innalzandosi al di sopra di una tendenza naturale e istintiva, fosse possibile servirsene per un perfezionamento reciproco degli uomini; vollero dare a dei sentimenti completamente naturali, istintivi, usciti dalle radici stesse dell’umanità, una sanzione, una giustificazione, una elevazione che si può paragonare esclusivamente al punto di vista della Chiesa cattolica di fronte al matrimonio. Il matrimonio è un sacramento; il matrimonio ha per fine la continenza e la perpetuazione della razza; è per coloro che non possono raggiungere la perfetta castità, che non possono conservare la loro verginità, e che non vogliono bruciare di desiderio per la fornicazione.

È così che la filosofia greca ha considerato l’unisessualità. Essa ha visto che l’inversione congenita o acquisita era naturale, che derivava dalla natura umana, cosa che la scienza di oggi, grazie alla medicina e all’embriologia, ha scoperto di nuovo, senza curarsi delle scoperte psicologiche di altri tempi, proprio come è naturale e deriva dalla natura umana l’eterosessualità congenita o acquisita.

Invece di insorgere e di rivoltarsi contro la sessualità propria delle persone, ha voluto dimostrare che l’eroismo, la costanza, la temperanza, la giustizia, in una sola parola la virtù maschile, non erano sotto tutti gli aspetti contrari alla natura umana, che l’ideale della castità non era contrario all’ideale della continenza, e che l’ideale dalla continenza poteva essere raggiunto dall’uomo sensuale o almeno poteva purificare e attenuare la sua sensualità fino al punto di renderlo capace di perfezionarsi o di perfezionare un altro.

In questo modo il migliore doveva aiutare colui che aveva mano esperienza, e la creazione di figli immortali, cioè di belle azioni derivanti da bei pensieri, doveva essere il fine di questo matrimonio spirituale, al quale Platone e i suoi simili davano una sanzione celeste simile al sacramento del matrimonio cattolico.
Se ne è conservata la tradizione nei secoli e Michelangelo, Shakespeare, Herder, Gothe, Platen, Shelley (per non parlare dei viventi), l’hanno apprezzata o per affinità congenita o acquisita o perché essi hanno visto una morale alta, inaccessibile a quelli che credono l’inversione una questione di effeminazione o di sodomia, cioè di coito anale attivo o passivo.

Questa tradizione, che Platone non ha inventato ma ha fissato, ha uno scopo morale, sociale, individuale e religioso, comparabile con quello del matrimonio; e proprio come il matrimonio può apparire come una istituzione superiore e venerabile a un materialista, a un evoluzionista, a uno scettico, a un uranista, a un non conformista sessuale – allo stesso modo la morale di Platone può apparire superiore e venerabile quando si è completamente eterosessuali, conformisti o femministi, – perché essa consiste nella speranza e nella convinzione che l’uomo sia capace di tutte la variazioni, di tutte le modulazioni, e che possa perfezionarsi in certi ambiti più che in altri (ciò che ha detto Goethe) che abbia diritto a una filosofia che non distrugga la sua individualità, senza comunque danneggiare gli altri; ecco l’origine psicologica delle filosofie.

Gli invertiti hanno dunque il diritto di avere la loro filosofia e la loro morale, e di servirsene secondo il loro successo e di ispirarsi ad essa, e secondo le loro potenzialità sociali e individuali possono essere valutati e scelti. Sarà uno dei compiti dell’educazione quello di servirsi degli uranisti per il loro bene più grande e per quello dell’umanità. E sarà anche uno dei compiti del diritto penale e della società reprimere il più severamente, il più prontamente e il più efficacemente possibile tutte le infrazioni a certe regole di condotta che l’uomo civilizzato deve seguire – tutti gli attentati contro gli impuberi, qualsiasi sia la loro natura o il loro genere. – tutti gli atti vi violenza o di indecenza notoria o pubblica, saranno sempre di dominio della legge penale e spetta alla società creare difese contro le cattive influenze, contro l’andazzo immorale, contro le cause e le tendenze della sessualità.

Sociologicamente l’inversione non è contraria all’eterosessualità, le è parallela, le è legata, perché entrambe derivano dalla sessualità. Accanto alla prostituzione femminile si trova sempre la prostituzione pederastica, in altri tempi come oggi. I Greci rispettavano la donna sposata, la vita domestica; ma essi nobilitavano allo stesso tempo l’unisessualità. Avevano delle cortigiane e nello stesso tempo dei bei favoriti.

Se Krafft-Ebing aveva ragione nello spiegare la mascolinità morale e sentimentale degli uranisti della prima classe attraverso l’illusione che essi si creano, la mascolinità del loro corpo non è però illusoria, essa è uno degli indici della loro mascolinità psichica. Sono loro che hanno scoperto delle regole di morale e di condotta per se stessi per i loro simili, e queste regole e queste scoperte non sono dovute a un’illusione così grossolana.

Ammettendo che Krafft-Ebing non si sbagli credendo che sia per ignoranza che questo tipo di uranista non si sente donna, allora quando un altro del medesimo genere ha rapporti con lui, si trovano uno di fronte all’altro due uomini che credono entrambi di essere percepiti come uomini e che in realtà si sentono come donne, è dunque la passione della similarità, che io considero come una della passioni inerenti all’uomo, che li spinge.

“Il pubblico, dice Krafft-Ebing, crede molto facilmente che l’inversione sia una deviazione, un vizio, e disprezza chi ne è colpito. In mondo giudiziario, nella maggior parte dei casi, condivide questa opinione e persegue con delle punizioni questo supposto vizio.

“Alcuni invertiti credono che l’inversione sia un’anomalia (un capriccio della natura) altrettanto naturale e che ha altrettanto diritto all’esistenza dell’amore eterosessuale. Questa spiegazione, che corrisponde completamente al loro modo di essere e di pensare, è stata esposta da Platone ai giorni nostri.”

Ulrichs ha sostenuto che l’anima di una donna si trovasse in un corpo maschile. Ma la cosa è altrettanto inammissibile che avere un cervello femminile e un sesso maschile.

Krafft-Ebing trova che il tentativo di Binet di spiegare l’inversione con l’aiuto dell’associazione delle idee è ingegnoso ma inammissibile e io sono completamente d’accordo con lui. Secondo Binet, quando l’istinto sessuale non è ancora differenziato, la vista e il contatto di un maschio coincidono con una eccitazione sessuale; e così si forma un’associazione, Chevalier obietta, con ragione, che questo non spiega affatto la precocità dell’inversione, né l’antipatia contro la donna, né certi caratteri sessuali secondari. Binet, comunque, ha detto chiaramente che le associazioni avevano luogo solo tra i predisposti, cosa che poi riporta ad ammettere l’inversione congenita.

Westphal e altri medici si sono accontentati di studiare i casi clinici o di assicurare che l’inversione è spesso congenita.

Krafft-Eging (e pure Sérieux, a quanto pare) hanno studiato anche i rapporti tra l’inversione e la degenerazione. Ed è per questo che Krafft-Ebing insiste un po’ troppo su quest’ultima. Ma è anche andato più lontano, ha scoperto che le perversioni sessuali si ritrovano frequentemente tra i genitori, gli ascendenti, e suppone probabile che si arrivi alle diverse fasi dell’inversione sulla strada dell’ereditarietà.

È evidente che in questo campo l’ereditarietà gioca un ruolo come lo gioca in ogni campo, ma il ruolo dell’ereditarietà in ciò che concerne la psicologia è ancora meno conosciuto che in ciò che concerne la patologia. L’ereditarietà non spiega ancora gran che, se non ci si accontenta di spiegazioni molto ipotetiche. E da quando è comparso all’orizzonte Wiesmann, si esita un po’ prima di chiamare in causa l’ereditarietà. I caratteri acquisiti, per esempio, non sono più gli argomenti convincenti di un tempo.

Frank Lydslon (1888) e Kiernan (1888), ispirandosi alla bisessualità degli esseri inferiori, hanno voluto dedurre la monosessualità dalla bisessualità. Kiernan sembra spiegare l’inversione facendo ricorso all’ermafroditismo ancestrale. Comunque l’inversione sessuale è una cosa completamente diversa dall’ermafroditismo, e non potrebbe essere una forma di atavismo. Così Chevalier, dopo Laccassagne, ha ben ragione di considerare come un ritardato quello che Lombroso chiamava atavico.

Ma bisogna allora tenere presente che il ritardato di Lacassagne non è necessariamente un ritardato per il fatto che è un invertito – che la differenziazione del maschio generatore e della femmina generatrice può non essere lo scopo esclusivo dell’umanità – che Platone non è né un atavico né un ritardato, ma sotto molti punti di vista uno più avanzato degli altri, come Goethe, come ogni genio morale, equilibrato e elevato. Gli effeminati sono dei ritardati, lo ammetto, ma gli effeminati innamorati delle donne lo sono come gli effeminati innamorai degli uomini.

Krafft-Ebing osserva che l’apparato genitale dell’uomo comprende: 1) (a) gli organi della riproduzione; 2) (b) i centri spinali che agiscono su questi organi per la nutrizione, l’erezione, l’eiaculazione, ecc.; e 3) (c) il dominio cerebrale in cui i processi psicosomatici hanno origine, la vita sessuale, il senso sessuale, l’istinto sessuale.

È provato anatomicamente che fino alla fine del terzo mese (a) è bisessuale e sarebbe logico pensare che (b) e (c) siano anche bisessuali allo stato embrionale.
Normalmente si sviluppa una sola sessualità in accordo col centro cerebrale che corrisponde alla ghiandole sessuali.

Più questa differenza sessuale è marcata, più l’uomo è perfetto antropologicamente; più i caratteri sessuali psichici o fisici si rassomigliano, più basso è il livello dell’uomo o della donna, un livello che ci riporta indietro di parecchie migliaia di anni. Qui io protesto di nuovo. La differenza sessuale tra gli animali non deve essere presa come l’ideale della differenza sessuale tra l’uomo e la donna. Il tipo greco di uomo più grazioso dell’uomo comune, o della danna dal corpo più elegante della donna comune, indicano forse una retrocessione, una inferiorità? L’uomo e la donna in uno stato di civiltà non possono differenziarsi fino a questo punto e non si può considerare questa differenziazione assoluta come l’ideale della razza umana nello stadio della civiltà che noi conosciamo.

È necessario che la donna sia abbastanza donna per essere figlia, sorella, moglie, madre, compagna, che l’uomo sia abbastanza uomo per essere cittadino, marito, padre, compagno.

Ma a meno di avere cittadini e cittadine unicamente al fine della riproduzione della razza, a meno di avere uomini stalloni e donne nelle case di riproduzione come covatrici, questa differenza non può essere mantenuta e non è desiderabile.
L’ermafroditismo psichico ha ben poco a che vedere con la questione dell’inversione, perché non si può accusare di inversione un individuo che non avendo un sesso sufficientemente determinato fisicamente, sceglie o pratica di volta in volta le due sessualità.

“Nell’individuo normale, dice Krafft-Ebing, la lotta tra le due tendenze sessuali si determina in favore di un sesso, e in via definitiva, ma negli individui aggravati da una degenerazione congenita, l’evoluzione psichica e fisica non è più così semplice e le due sessualità lottano tra loro. Questa è anche la spiegazione dell’inversione acquisita: perché la lotta tra le due sessualità, che avrebbe dovuto concludersi prima della nascita del bambino, perdura e si ha l’ermafroditismo morale; in altri casi si riscontra il paradosso di un sesso maschile congiunto all’amore del maschio. È ancora più strano, aggiunge Krafft Ebing, che l’inversione non abbia nulla a che fare con l’ermafroditismo e che più l’individuo è colpito dalla degenerazione, più ha i caratteri sessuali secondari dell’altro sesso.”

Qui Krafft-Ebing colloca all’inizio questa forma meno grave di inversione: un uomo ama soltanto gli uomini, non ha nulla della donna e si sente uomo. Secondo lui, quell’uomo si sbaglia e la sua tendenza è quella di una donna – cosa che io nego.
Quando l’inversione è più grave, quando non è soltanto nel dominio sessuale, l’uomo si sente donna, si trova bene quando assume un ruolo femminile, e questo ruolo passivo gli sembra del tutto naturale. Questa è l’effeminazione, l’inversione degli effeminati che tanto è stata studiata.

“Infine, dice Krafft-Ebing, mi sembra dimostrata la tesi che l’inversione sessuale congenita non si presenta e non è immaginabile che con un certo grado di degenerazione.”

È dal 1877 che Krafft-Ebing ha considerato l’inversione come una degenerazione funzionale. L’atavismo, ci dice ancora, spiegherebbe l’ermafroditismo ma per nulla l’uranismo.

A questa conclusione (che rimonta al 1877), secondo la quale l’uranismo e l’inversione acquisita derivano dalla degenerazione, applicherei una critica che si può applicare quasi a tutte le teorie dell’unisessualità, cioè che queste teorie si mettono dal punto di vista dell’eterosessualità, e secondo me questo punto di vista è tanto falso quanto il punto di vista unisessuale.

Che un uomo sia un uomo, che una donna sia una donna, che la razza si perpetui e aumenti; ecco i sine qua non dell’umanità – ma che ogni uomo desideri avere rapporti sessuali con una donna e viceversa non è una condizione indispensabile. Proviamo a guardare le cose da un punto di vista più alto e al di fuori dai luoghi comuni, il mondo ci guadagnerebbe forse un bel po’ o anche solo qualcosa? Certo, se si potessero abolire la prostituzione, la sifilide, i ricatti, le malattie che si acuiscono dopo gli eccessi sessuali, allora le cose sarebbero diverse – ma in che cosa un uranista che tiene a freno le sue tendenze e diventa per questo ancora più devoto a quelli che hanno bisogno di lui, o un invertito che si innamora di un uomo sobrio e rispettabile sono più degenerati si un povero disgraziato che una volta all’anno fa fare un figlio a una donna non in buona salute, in che cosa a priori sono peggiori per la società rispetto a una donna che si paga dei giovani amanti o a un uomo che non si sposa e si accontenta dell’adulterio? Mi sembra che sia proprio sbagliato mescolare l’idea della morale con quella della degenerazione. Alcuni invertiti sono arrivati alla loro inversione intellettualmente, attraverso l’entusiasmo, per antipatia verso la donna.

Non mi stupisco più di certe teorie degli invertiti o di quelli che si interessano alla metafisica dell’inversione quando vedo i medici o i filosofi fare rinascere la teleologia.

Qualunque sia la credenza che l’uomo ha o crede di avere, se non è anarchico, nihilista, incoerente, con lui ci si può spiegare: perché tutti gli uomini che attribuiscono un senso alla vita (qualsiasi esso sia) appartengono alla medesima grande famiglia dell’uomo ragionevole.

Ammettendo dunque che il caso non sia sufficiente da solo a spigare tutte le complicazioni dell’universo che noi conosciamo, ammettendo che la conservazione della razza sia uno dei principi più facili da scoprire (attraverso il quale l’uomo si consola della distruzione dell’individuo), ammettendo che questo principio si applichi soprattutto agli animali, che tra gli animali bisogna soprattutto riprodursi per vivere, che una razza animale deve essere numerosa per sopravvivere, per resistere, tutto questo vale in modo identico per l’uomo più o meno civilizzato, per l’uomo che parla, scrive, pensa e agisce? Oggi tra i popoli civili la conservazione dell’individuo è diventata di un’importanza capitale. Tutti gli sforzi di tutte le civiltà hanno mirato a questo. La difficoltà, il problema universale, sta nel conciliare la conservazione della razza e quella dell’individuo. Nei regimi dispotici, nello stato di schiavitù, in tempo di guerra, di peste, il problema era completamente diverso: alcuni individui (relativamente poco numerosi) dovevano essere preservati a qualunque costo. (Bayard consigliava di esporre alla morte i contadini, non i cavalieri), per gli altri era un si salvi chi può.

Ma da quando la pietà, la misericordia, la paura degli uomini di basso livello come l’amore per essi, la paura di perdere delle voci, dei suffragi, da quando la filantropia è diventata una passione facile e diffusa, un modo di guadagnarsi il pane, un’occupazione, per qualcuno quasi un vizio, il vizio della pietà incontinente e sciolta – si scopre che l’individuo ha un’importanza enorme. Ci vediamo in presenza di una popolazione che deborda, in presenza di folli, di epilettici, di delinquenti, di malati che non muoiono, in presenza di nevrastenici e di alcolisti che si riproducono deplorevolmente – e noi non possiamo impedirglielo. Ogni uomo ha diritto al piacere sessuale, almeno così crede, così gli si dice. Da un lato gli si dice di sposarsi e dall’altro di avere figli anche se non si sposa – e quando gli si dice di sposarsi e di non avere figli si è perseguiti dalla morale pubblica e in Inghilterra vi fanno pure il processo.

Predicate la castità in Inghilterra e la metà della gente vi prenderà in giro e l’altra metà crederà di dovervi rispettare e lodare, ma predicate la continenza o una sessualità sterile e sobria, e vi tratteranno come il marchese de Sade o come un oltraggio pubblico al pudore.

Ecco, l’uranista non ha forse la giustificazione di credersi scelto dalla natura per ristabilire l’equilibrio, per compensare le devastazioni della popolazione troppo numerosa, dell’eccesso di donne? L’invertito che non è casto, senza essere colpevole di atti delittuosi (sodomia, seduzione, dissolutezza con impuberi) o che non incoraggia la prostituzione maschile, può ritenersi utile al progresso della civiltà o almeno può ritenere di non ostacolarla come il marito dissoluto, il seduttore, l’amante di ragazzine, il signore serio che sale in camera con le prostitute, il frequentatore di bordelli o lo sfruttatore della prostituzione;[1] e l’uranista superiore ha il diritto di vantarsi di essere provvidenzialmente lontano dai problemi del matrimonio tanto da potersi dedicare a un’arte, a una scienza, a una vocazione a un ideale qualsiasi che comporti il celibato e il coraggio di agire bene.

Quanto all’uomo di genio o di azione, non lo considera così da vicino (Federico, Eugenio, Guglielmo III d’Inghilterra) e si accontenta di essere quello che è e di fare del suo meglio.

Le api, le formiche hanno dei lavoratori sterili che non si riproducono e che sono necessari al benessere della comunità. Non si può forse considerare l’invertito e soprattutto l’uranista come uno sforzo della natura per arrivare a un risultato simile, l’uranista (forse più frequente ai nostri tempi) essendo così destinato a ricoprire un ruolo sociale o se non vi è destinato, come credono gli uranisti, perché non cercare di trasformare questa credenza in una forma di realtà, perché non considerarlo in questo modo e allevarlo per questo? Questa non sarebbe un’utopia se gli eterosessuali seri e gli invertiti seri si riconoscessero, si capissero e si rendessero giustizia.

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[1] Raffalovich usa espressioni tipiche “le monsieur sérieux, le miché, ou le souteneur”, nell’argot degli sfruttatori della prostituzione di fine ‘800, “le miché” è il cliente della prostituta, ma le prostitute stesse distinguono “le miché serieux” o “le monsieur serieux”: il cliente che sale in camera con la prostituta, dal semplice “miché” o “flanelle”, che si accontenta di accarezzare la ragazza e di pagarle da bere. Il “souteneur” è lo sfruttatore della prostituzione.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questi post aperta sul Forum di Progetto Gay:  http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=5824

AMORE OMOSESSUALE E AMICIZIA TEDESCA SECONDO RAFFALOVICH

Il breve capitolo di “Uranismo e Unisessualità”, intitolato “l’amicizia tedesca”, che vi presento oggi, è un autentico gioiello. In esso Raffalovich, con estrema finezza intellettuale definisce che cosa egli intenda per amicizia tedesca: si tratta di un’amicizia “che non ha paura né delle parole, né delle confessioni, né dei gesti, né delle maldicenze.”

La letteratura tedesca è ricchissima di scambi epistolari tra omosessuali di alto profilo culturale; questi documenti sono stati pubblicati in Germania senza censura perché il linguaggio e i concetti di fondo sono del tutto simili a quelli di analoghi epistolari eterosessuali.

Certo, in Inghilterra, in nome di una falsa morale, si sarebbe trovato qualche giudice ben pensante pronto ad imporre la censura per non corrompere la gioventù! Raffalovich cita dei bellissimi brani di lettere scambiate tra Schleiden (padre di Rudolph Schleiden) e il suo amico Beyer. Sia Schleiden che Beyer si sposarono ed ebbero figli, ma le loro lettere sono in sostanza lettere d’amore.

L’intelligenza di entrambi fu di non nascondere i loro sentimenti ai figli “perché i figli potessero ereditare l’amore e l’amicizia dei padri.” Sarà proprio Rudolph Schleiden nel 1886 a pubblicare le lettere e a manifestare il proprio orgoglio di essere figlio di un tale padre.

Ma lasciamo la parola a Raffalovich.
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L’AMICIZIA TEDESCA

Avevo raccolto dei documenti sull’espressione viva e toccante di un’amicizia che vorrei chiamare tedesca, è l’amicizia che non ha paura né delle parole, né delle confessioni, né dei gesti, né delle maldicenze. Stavo conducendo questo studio con l’aiuto di tutti i grandi nomi della Germania, le lettere ferventi di Frédéric Schlegel, di Schiller (lettere filosofiche tra Julius e Raphael) e degli altri, con l’aiuto dei romanzi, da quelli di Jean Paul fino a quelli di Suderman e di Wilbrandt, intendevo riassumere e analizzare interi settori della mia biblioteca, Hamann, Gleim, Acim von Arnim, Clemens Brentano, Liebig, Heinrich von Kleist, ecc. ecc..

Intendevo spiegare come le lettere degli uranisti superiori avessero potuto essere pubblicate integralmente senza scioccare, perché gli uranisti superiori non si esprimono in modo diverso dalla maggior parte degli eterosessuali moderni. E mi chiedevo come avrei fatto per avere il tempo e lo spazio necessario. Un libro viene in mio soccorso, ed esso soltanto dirà tutto quello che io ho da dire.

Nel 1886, è stato pubblicato il primo volume delle memorie di Rudolph Schleiden, memorie interessanti sotto molti punti di vista, e soprattutto per quelli che sono a conoscenza della storia contemporanea dello Schleswig-Holstein. Venendo da una famiglia dalla quale è ben contento di provenire, da genitori che venera, Rudolph Schleiden comincia col raccontare la vita di suo padre, e un episodio della giovinezza paterna esemplificherà in modo molto concreto l’amicizia che io chiamo tedesca.

Schleiden padre aveva 22 anni quando fece la conoscenza del suo amico Beyer. Beyer sposò più tardi la figlia di Kosegarten.[1] Rudolph Schleiden cita alcune lettere di Beyer, perché esse caratterizzano i due amici e perché mostrano quanto suo padre fosse amabile e amato. Trascrivo qui, sintetizzando, alcuni frammenti:

“Mi manchi molto. Non mi resta altro che la gioia di poter parlare di te. Kosegarten diceva ieri a tavola: È un peccato che Schleiden sia partito. Se tornasse mi farebbe piacere. – No, ho detto io. Non a me: lui non mi farebbe piacere, ma se potessi godermi il suo suonare (il piano) e il suo canto, lui potrebbe starsene lontano quanto vuole. Il mio sentimento per l’arte e il mio disinteresse sono stati lodati. Non sapevano che io pensavo tutt’altro… Ultimamente abbiamo avuto a casa un sacco di gente. Queste persone si stupivano di vedermi così zelante vicino a Lotte. Loro non sapevano che tu stavi tra me e Lotte. Lei diceva che io ti avevo procurato dolore parecchie volte. Te l’ho procurato, caro? Questo mi dispiacerebbe e comunque mi riempirebbe il cuore di gioia. Perché solo se tu mi ami io ho potuto farti del male.”

“20 Ottobre[2] – La signora Kosegarten ha detto: Che peccato che il sig. Schleiden non sia qui. – Io mi sono messo al piano e ho cantato l’Adelaide e ho suonato e cantato la tua canzone. Teodoro mi ha ringraziato, soltanto, lui mi ha detto che mi mancava la tua profondità … Tu verrai! Questa è la mia preghiera al mattino e alla sera. Ti chiedi come posso tenere ad un uomo come te? Non lo capisco nemmeno io. Vieni, dunque, e ti dirò la ragione. Perché hai del denaro, se non serve per venire qui? Dio te lo ha dato per questo, non per sprecarlo a Berlino…”

“25 Novembre. – Mi chiedi se si parla ancora di te? O vanità, il tuo nome è Schleiden! Sì, veramente si parla ancora di te, ed è proprio a me che questo dà più fastidio. Schleiden, e sempre Schleiden, e niente altro che Schleiden, non ho forse detto più tardi di ieri: che bisogna fare per fare una tale impressione? Bisognerebbe essere altrettanto carino e cantare altrettanto bene ha detto qualcuno. Allora io corro al piano come un folle, mi metto a cantare come te, tanto come te che questo mi ha fatto paura. Avrei potuto gettarmi al tuo collo. Quando si celebrano le tue lodi io contraddico tutti, perché io ti amo troppo, e ti critico per farmi confutare dagli altri. E allora, mandami il tuo ritratto. Che bestia che sono! Perché non ho preso il tuo ritratto. So bene che aspetto hai, e ultimamente in una discussione ho negato violentemente che tu avessi begli occhi, ho ammesso solo che la tua bocca era passabile. Ma vorrei tanto averti con me.”

Nel mese di marzo, Schleiden e Beyer trascorsero qualche giorno insieme. Il giorno della partenza di Schleiden, Beyer gli scrisse:

“Stamattina, tanto sei stato al piano, piccolo mio, che non ti ho mai visto. Là tu ti sei immedesimato in me e nessuna scorza ti potrà nascondere. So che è una follia, ma perché hai cantato così? Io sto per partire. Tu verso occidente, io verso oriente. Tu verso il sole, io in direzione contraria. Parto oggi per Jasmund.”

Il 29 marzo scrisse: “ Ultimamente stavo ad Arcona. Non mi è piaciuta. È lì che siamo andati insieme all’inizio, e dove mi sei diventato molto caro. Anche l’albergo era così vuoto, così vuoto…”

Sedici anni dopo, Beyer scrisse a Schleiden, esprimendo il desiderio di rivedersi, di rivedersi ancora una volta e, se possibile, di lasciare che i figli ereditino l’amore e l’amicizia dei genitori.

Quando ci si preoccupa di liberare l’immagine, l’illusione dell’amico assente dal sentimento che si mescola al pudore, per difenderla contro gli indifferenti, quando ci si preoccupa dell’infantilismo del denigrare l’amico per sentirlo lodare, portare alla stelle, quando si pensa a questi slanci di giovani cuori che non dimenticano troppo la loro giovinezza, e quando si sa quello che un pubblico inglese, dei giornalisti inglesi, delle spose inglesi, dei giudici inglesi direbbero di questa corrispondenza piamente pubblicata dai figli, ci si domanda se il terrore inglese non finisca per spingere all’inversione più della fiducia tedesca.
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[1] Persona molto distinta.
[2] Più o meno un mese dopo.

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IL ROMANZO DI UN IN INVERTITO NATO (ottava e nona parte)

Voi avete già indovinato che amo la buona cucina tanto quanto lo stesso Brillat-Savarin. Io non mangio molto ma adoro i vini squisiti, anche quelli che non mi sembrano tali, purché abbiano un nome celebre e costino cari. Ho una passione per la selvaggina e i fagiani e qualsiasi volatile molto frollato fa la mia delizia. Amo i formaggi più rari e più profumati. Tutte le raffinatezze della tavola mi affascinano e non mi trovo bene in una cena se la tavola non è brillantemente illuminata e il servizio non è irreprensibile. Adoro il caffè turco e ne bevo molto, anche se sempre in piccole quantità e molto bollente. Anche i liquori mi piacciono ma a dosi molto piccole. Ho spesso sognato le orge romane, e una delle scene che mi hanno più affascinato è quella dell’orgia di Arbacies negli ultimi giorni di Pompei.

Adoro questa città e la percorro spesso evocando tutta la sua morta bellezza e la sua vita estinta dal Vesuvio. Ho la più viva passione per gli spettacoli equestri e la bellezza degli atleti, la loro forza e perfezione di forme mi fanno l’effetto più vivo. Invece le saltatrici e le ballerine del circo mi fanno pena e disgusto. Adoro i bei cavalli, ma preferisco farmi trainare in vettura che montare a cavallo, anche se vado a cavallo abbastanza bene. Non manco quasi mai agli spettacoli di bestie feroci e ho sempre assistito al pasto e ai giochi dei leoni e delle tigri col segreto desiderio di veder colare un po’ di sangue. Preferivo un bel domatore a tutti i poeti maligni di questo mondo. Quando vedo degli uomini – e nella mia passione per loro voglio lo scatto, la bravura, la forza e la bellezza – la delicatezza mi piace poco in loro, sono io stesso così delicato!

Amo appassionatamente il gioco. I giochi più rischiosi mi piacciono di più. Ho abbastanza fortuna nel gioco, ma il denaro scivola dalle mie mani e non resta mai nelle mie tasche. Ho spesso pagato i debiti dei gioco del mio amico, in realtà piccoli debiti. Io spendo poco per me stesso e quasi esclusivamente per i libri, la bigiotteria e per la mia toletta, che mi interessa molto.

Amo lo chic severo e corretto degli Inglesi, di cui noi seguiamo tutte le mode semplici e singolari. Mi piace molto il nero, che fa risaltare la mia figura bionda e gentile. Mi piacciono gli abiti abbaglianti e gli stivali più eleganti e all’ultima moda. Sono molto elegante di taglia e non ho mai un’aria atteggiata. Mi piacciono poco i gioielli usati dagli uomini e porto solo spille da cravatta molto semplici e il mio orologio che è una vera meraviglia. Al mignolo sinistro porto solo un chiodo di ferro, con un grande diamante che mia madre mi ha regalato. Il mio gran lusso sono i miei bastoni da passeggio: ne ho di Verdier e sono meravigliosi, uno soprattutto con un bellissimo pomo di cristallo di rocca.

Mi sembra di non avervi parlato delle mie mani che sono veramente superbe, forse la cosa più bella che ho, eccettuati il mio colorito e i miei capelli. Ne sono molto fiero, tanto più che esse sono ammirate e mi hanno detto che era un piacere essere toccati dalle mie mani. Un grande scultore, che sfortunatamente è appena morto e che ho conosciuto, ha voluto riprodurle e ho una copia di questa riproduzione in camera mia, poggiata su un cuscino di velluto blu. La loro forma è perfetta, benché strana; è lunga e snella, senza apparenza di nodi o di muscoli, le dita sono lunghe, larghe all’origine e terminano e forma di fuso. Benché di una delicatezza inaudita e di una finezza estrema, terminano in forma quadrata e c’è stato bisogno di tagliare proprio in questa forma le unghie che somigliano del resto a delle pietre preziose e sono di un rosso vivo come vernice e che passano, dopo la loro mezza luna bianca, attraverso tutte le gradazioni del rosa. Benché quadrate, la loro forma è perfetta e la carne di cui sono bordate e che le supera, malgrado la loro lunghezza, è bianca e fine come la pellicola dell’uovo. Mentre vi scrivo, ammiro le mie mani: sono veramente meravigliose.

Il pollice è delizioso, arrotondato, e la sua unghia è ovale. La mano è come di velluto bianco e vi si vedono delle leggere impercettibili sfumature di blu causate dalla vene.

L’ultima falange delle dita è rialzata in modo curioso e il colore è di un rosa vivo che contrasta con la bianchezza del resto. Il palmo della mano – che è stato studiato con cura da una signora tedesca che fa della chiromanzia e si occupa di tavolini che girano – è attraversata da linee forti, lunghe e ben tracciate che corrono senza fermarsi da nessuna parte. Esse sono del resto attraversate da una linea trasversale interrotta e divisa, che le taglia diagonalmente. La signora mi ha spiegato le linee ma credo in modo fantasioso e tutto tedesco. Io ho preso la bellezza delle mani e del mio volto dalla mia nonna paterna che era bellissima e le cui braccia e le cui mani furono così superbe che Canova le fece un giorno i complimenti. Si dice che sia stata l’amante di …. [nota di Zola: qui c’è il nome di un re.]– se si sapesse che lo scrivo – che d’altra parte non fece nulla per la famiglia e al quale noi dobbiamo forse solo la forma del nostro labbro e del nostro mento.

Mio nonno si sposò e morì ancora giovane, per i dolori provocatigli dalla moglie che del resto non gli sopravvisse di molto; è morta prima della mia nascita. Come vi ho già detto, i miei fratelli sono molto robusti e di buona costituzione. Il più grande è molto bello, somiglia a mio padre ma forse è meno bello, gli altri due non sono belli, il terzo soprattutto rassomiglia alla famiglia di mia madre che mi è odiosa. Tutti sono più grandi e forti di me e sono nati a poca distanza l’uno dell’altro. Io sono venuto al mondo dieci anni dopo l’ultimo di loro e dopo una terribile malattia di mia madre, che la portò a due passi dalla tomba; delle febbri maligne io credo. Tutti i figli dei miei fratelli sono belli, forti e di buona costituzione; c’era una bambina che mi rassomigliava in un modo stupefacente, dicevano, ma è morta diciotto mesi dopo la nascita, in poche ore, senza alcun sintomo precorritore di una morte imminente. Anche io spero di morire in questo modo.

Del resto sono di una costituzione perfetta; di una forza nervosa, di uno slancio e di una vivacità considerevoli. Molte volte cado in un grande torpore, poi ne esco con dei momenti di gioia straordinaria e con un gran desiderio di ridere. Allora non risparmio nessuno e divento il favorito di tutti per i miei discorsi, le mie adulazioni e le mie moine insinuanti ci cui ricolmo quelli che mi circondano.

Improvvisamente divento silenzioso e triste e tutti si meravigliano di questi cambiamenti repentini e senza causa – secondo loro. L’espressione del mio volto (in cui il labbro superiore è separato dal naso da una piccola curva) cambia come i colori del mare in un giorno di tempesta. Gli occhi sono quasi sempre melanconici e persi sotto le loro lunghe ciglia; li si intravede appena e il loro colore è indefinibile, sono a rotazione blu, grigi e verdi, spesso diventano violacei. Mi dicono che ho un’aria arrogante di scherno e di derisione. In realtà prendo spesso questa espressione per nascondere la mia timidezza e il mio imbarazzo davanti al mondo che tengo a distanza in questo modo. Penso che al mondo ci siano pochi personaggi egoisti come me. Per uno dei miei piaceri io sacrificherei tutti e, quando sono solo, nelle mie improvvise passioni, capisco un sacrificio fatto per altri. Nella mia famiglia che mi ha sempre viziato – scherzano sulla mia freddezza e spesso mi trattano come un ingrato per questo. Questo è sempre stato il tormento di mio padre che è troppo debole per me e che anche nei momenti poco favorevoli, non si opponeva a nessuno dei miei desideri e dei miei capricci, nemmeno quelli più straordinari e inutili. In realtà ho poco affetto per loro – e gliel’ho detto nei momenti di cattivo umore – e la causa la potete senza dubbio indovinare. Io li considero come la causa (innocente, è vero) della mia natura pervertita e straordinaria e non posso perdonare loro di avermi fatto così. Conservo verso di loro un astio terribile, ma io adesso provo a mettere da pare questi sentimenti cattivi e mi sforzo di testimoniare loro una grande amicizia, che qualche volta è proprio vera e che io provo effettivamente. Spesso mi hanno crudelmente ferito parlandomi e scherzando con me sulle mie probabili avventure e sull’amore che le donne hanno per me. In questi momenti li odio e non rispondo loro se non in un modo molto brutale che loro tollerano soltanto da me, mentre si rivolterebbero se altri mancassero loro di rispetto.

Mio padre va poco in società, la casa e la preoccupazione di ornarla e di abbellirla lo occupa completamente e si preoccupa poco del resto, se non si tratta dei suoi nipotini che lo adorano e che lui ama molto. Sono stato geloso di loro e non li potevo soffrire. Ho la massima cura della mia salute, benché all’età di quindici o sedici anni – prima del capitano – e nella solitudine nella quale mi trovavo e nelle terribili scoperte che facevo in me stesso, ho desiderato la morte senza sapere che cosa fosse ma come un cambiamento del mio stato che era impossibile; ho ben presto lasciato da parte questo sentimento comprendendo l’orrore del nulla e della putrefazione. Allora passavo ore, la notte, al mio balcone, quasi nudo, quando c’era molto freddo, pensando di uccidermi così e di sfuggire alla mie passioni che allora nessuno soddisfaceva. Non mi sono ammalato e ho ben presto lasciato da parte queste stupidaggini. Ho capito dopo che, mentre uno vive può essere felice, e io spero di vivere ancora tutta la mia giovinezza. Forse arrivato alla fine della giovinezza vorrò vivere ancora fino a cent’anni. È possibile!

Faccio docce tutti i giorni e mi do da fare al meglio possibile per avere tutte le mie forze pronte a servire le mie passioni e ad accontentare il mio amante che adesso è lontano e di cui attendo con impazienza il ritorno. Mi scrive spesso e mi parla dell’Ungheria, dei suoi cavalli e delle donne del paese. Dio sa le marachelle che mi fa! Basta che non le faccia con dei ragazzi! È tutto quello che voglio e desidero.

La sua festa è stata in questi giorni e gli ho mandato una bellissima frusta, magnificamente cesellata. Mi ha anche scritto che, malgrado il viaggio attraverso paesi selvaggi e affaticanti, è di ottimo umore ed ha sempre davanti a sé una mia fotografia che non lascia mai. Mi ha detto che non pensa che a tornare e che sogna spesso di me e del mio profumo favorito. Non lascia quasi mai – mi dice – il severo abito a coda e i colletti eleganti che gli ho imposto.

Dimenticavo di dirvi che gradirei che voi deste un po’ più di dettagli sul fisico dei vostri personaggi; il fisico non spiega forse tutta la morale dei popoli e degli individui? Ho appena letto M.lle de Maupin e ne sono completamente incantato. Oh! Il bel libro e la bella corruzione così dolce e così delicata! Scusate la scrittura spaventosa e tutti gli errori di francese e di ortografia ma la mia anima e le mie passioni mi trasportavano e io guardavo solo dentro me stesso.

Post scriptum

Nell’hotel dove mi trovo ho fatto conoscenza con un Signore di una trentina d’anni. È successo alla tavola calda. Era evidente che tentava di allettarmi e in breve tempo mi augurai quello che lui voleva. È di taglia grande, abbastanza gentile di figura, molto pallido ed elegante, con delle lunghe gambe magre; è un milanese. Se io volessi, succederebbe immediatamente! Ma io mi imbarcherei di nuovo in un’avventura del genere? Il sangue mi brucia e temo di non poter resistere alla seduzione. Se venisse adesso, temo che sarebbe subito cosa fatta. Se il capitano lo sapesse sarebbe un bel guaio. Sarebbe capace di strangolarmi.

Comunque ci vedremo stasera. Mi vesto e scendo per la cena. Sarà una serata decisiva. Mi è sembrato di accorgermi che non ha bei denti; ha lunghi baffi che gli coprono la bocca. Sarà questo che mi farà decidere e poi avanti tutta! D’altra parte questo qui partirà molto presto. Ammesso che non si attacchi a me!! È inutile che vi dica che alla posta dove mando le mie lettere io do un nome falso e un indirizzo falso, e d’altra parte tra qualche giorno, io non starò più qui. Voi dunque non saprete più nulla di me. Addio, Signore, e forse arrivederci. L’orologio suona e devo cominciare la mia vera battaglia. Ore 7 della sera.

—ooOoo—

Fin qui il documento che Zola comunicò al Dr. Saint-Paul. Lo stesso Saint-Paul aggiunge però che esiste un altro post scriptum, si tratta di una cartolina indirizzata al Signor Emile Zola, uomo di lettere, Parigi. Quest’ultimo documento è interessante perché ci mostra che la tendenza all’atto così a lungo evitato solo per la paura del dolore, non attendeva che il momento, le circostanze, diciamo, per essere più espliciti i mezzi pratici per concretizzarsi. Saint-Paul scrive che quella tendenza “era innata in questo feminiforme e, per quanto immatura, esisteva in lui fin dall’infanzia”[pag. 95], riporta poi il testo di una cartolina indirizzata a Zola dal ragazzo autore della confessione:

Ultimo documento
(Cartolina indirizzata al Signor Emilio Zola, uomo di lettere. Parigi)

Signore,
Vi mando, in copia, due lettere che ho indirizzato ai vostri editori. I Signori Charpentier non conoscono il vostro indirizzo. Spero che vi siano arrivate entrambe e che non si siano fermate per la strada. Dato che la vostra personalità è molto conosciuta, vi invio questa senza indirizzo. Spero che vi arrivi anch’essa. Quello che doveva succedere è successo. Ne conservo ancora il più delizioso ricordo e stamattina sono perfettamente felice, ve lo assicuro. Lo griderei sopra i tetti. Là dove tutti avevano fallito, lui è riuscito.

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IL ROMANZO DI UN IN INVERTITO NATO (settima parte)

Dopo la resistenza della prima volta e di molte altre ancora, ha rinunciato quasi completamente a possedermi totalmente come lui avrebbe voluto e come io stesso avrei desiderato, senza il dolore atroce che ho provato in quei tentativi che non hanno mai portato a nulla a causa della estrema delicatezza del mio corpo.

Per essergli gradito soffro pure un poco, ma quando arrivo al punto – abbiamo tentato tre o quattro volte – sento solo dolore e malgrado i suoi sforzi e le sue preghiere ardenti, bisogna proprio che io dica di no.

Forse sarete sorpreso che io vi parli con tanta passione di un uomo che non è più giovane, benché valga molti ragazzi messi insieme. Non vi ho parlato tanto della mia altra passione che fu molto più forte. Il motivo è che l’altra non esiste più e che questa dura invece da quattro anni e poi io vivo sempre nel presente e ne godo ancora spesso. E poi ero relativamente più frenato con l’altro, perché lo amavo di più e non ho mai fatto e non mi sono mai abbassato a fare a lui quello che il capitano mi ha insegnato e mi fatto fare, qualche volta con delle maniere molto brutali, che mi affascinavano in segreto, rendendomi docile a tutto quello che voleva. Mi sento molto piccolo di fronte a lui!

Nella confessione che vi ho scritto, della quale vi ho scelto come ascoltatore, – a causa della mia ammirazione per voi e nella speranza di poter essere utile a qualcosa, – non volevo affatto parlarvi della dissolutezza così deliziosa alla quale mi consegno con quest’uomo; avevo deciso di parlarvi solo di quella più delicata che io vissi al reggimento ma, in mezzo al mio slancio, non ho potuto resistere ad evocare delle scene deliziose che vedo arrivare con un immenso piacere e desiderio, anche se spesso mi lasciano triste e annoiato.

La sola persona che ha avuto forese un vero amore per me fu il ragazzo spagnolo col quale ho goduto forse una dozzina di volte e che mi amava fino al delirio mentre io ero molto freddo nei suoi confronti. Trovavo in lui troppe somiglianze con me stesso.

Era vergine come me – benché non abbia mai voluto ammetterlo – ; lo si capiva da tutti i suoi discorsi e l’uomo lo attirava molto potentemente. Lui era delicato e non bello, anche se aveva occhi bellissimi di un bruno verde iridescente, come un marmo prezioso.

Mi ha raccontato un giorno che, mentre mi seguiva senza conoscermi, – cosa che è durata parecchi mesi, – e non avendomi visto per quindici giorni (mi trovavo allora a Palermo) era stato tanto tempo a piangere credendomi malato o morto.

Conservava anche un foglia di oleandro che io avevo raccolto, masticato, e buttato a terra senza farci caso. Lui la conservava come una reliquia e me la mostrò messa in un quadro sotto vetro.

Ho sempre riso di lui e segretamente mi è stato molto antipatico, benché io abbia voluto accontentarlo qualche volta. Io, dopo, ho avuto paura di ispirare lo tesso sentimento e questo mi ha singolarmente messo in guardia contro me stesso e contro la facilità che ho nell’infiammarmi a prima vista.

In seguito mi sono poi molto trattenuto nella mia condotta nel mondo, verso il mio amante al quale non permetto nessuna galanteria e che io tratto come se mi fosse completamente indifferente. Io sono così anche nei nostri tête à tête e nei nostri discorsi. Non mi abbandono se non nel suo appartamento ben chiuso e nella semioscurità della camera.

Prima non ero così trattenuto, ma l’abitudine del mondo mi ha insegnato come bisogna comportarsi in queste situazioni comiche ed eccezionali.

Quando si parla di lui sto zitto o ne parlo male. Lo hanno dovuto spesso difendere dai miei attacchi. Il peggio è che nelle mie valutazioni sono sincero, il male che dico di lui lo penso. Qualche volta lo tratto veramente male a parole e non ho paura in presenza di altri di contrastarlo in tutto quello che dice. Comunque, quando siamo soli lui si mostra padrone e io sento crollare la mia insolenza – che è molto artificiale – e gli cado tra le braccia, ben felice di vederlo nella sua eccitazione e nel suo ardore per me. È soprattutto a causa di lui che io non cerco altre distrazioni. E del resto l’abitudine lo ha reso il mio padrone e io non desidero che momentaneamente quelli che mi piacciono.

Vi ho parlato ieri, all’ultimo, della disperazione e della rabbia provate rivedendo il ragazzo la cui bellezza mi ha sempre sconvolto. È così bello che io ne sono totalmente emozionato, ma io lo considero più come un’opera d’arte che come un uomo. Invidio molto la donna che lo avrà e che godrà di lui ma vorrei piuttosto averlo come amate che come marito; è troppo perfetto e rischia di diventare monotono. Questo non impedisce che io non lo veda sempre con emozione e che voglia ardentemente essere amato da lui, tenerlo nelle mie braccia e che fosse innamorato di me.

Ahimè! Questo è impossibile e bisogna che io mi contenti di quello che ho e non è poco. Probabilmente nessuno è felice quanto me. Ho amato appassionatamente e forse sono stato corrisposto da un ragazzo affascinante nella sua elegante virilità; ho conosciuto tutti gli ardori della gelosia e della passione realizzata, se non completamente, almeno in modo soddisfacente. Sono stato amato con un amore terribile e violento da un anziano guerriero in tutta la potenza della sua virilità, vicino al quale molti uomini sembrano deboli e piccoli; mi ha abbeverato con la sua tenerezza appassionata e se io non fossi un po’ stanco di lui, sarei assolutamente felice nei miei desideri soddisfatti.

Rimpiango e rimpiangerò spesso la natura frenata per il non poter gioire nel corpo e nell’anima, ma alla fine sono giovane, carino, affascinante e ricco e se la mia anima è mostruosa, mi consolo pensando che sono il prodotto vizioso e grazioso di una civiltà raffinata e delicata.

Voglio un po’ parlarvi del resto del mio carattere attuale, che forse potrà anche interessarvi e vi darà un’idea completa della mia strana personalità. Amo quasi tutto ciò che è bello e quasi nulla – in tutti i generi – è abbastanza bello ai miei occhi, tanto io amo quello che è eccezionale, ricco ed elegante. Ho fabbricato con l’immaginazione dei palazzi più belli di tutti quelli che esistono, ricolmi di capolavori scelti tra i capolavori del mondo intero. La vista di un’opera d’arte, artificiale e reale mi ha tenuto in estasi per ore e l’ho sognata la notte.

La bellezza ai miei occhi tiene il posto di tutto, e tutti i vizi e tutti i crimini mi sembrano giustificati da essa.

Uno dei personaggi di Balzac che mi avevano più affascinato è il bel Lucien; mi immagino di assomigliargli e ho pensato che l’amore del terribile Vautrin era di una natura più materiale di quella che Balzac gli ha forse riconosciuto.

I fiori mi piacciono infinitamente, i fiori di serra e le piante rare, costose e mostruose; soprattutto le rose e i grandi fiori esotici mi affascinano anche in pittura. Ho una vera avversione per i gigli e per tutti i fiori dei campi e quelli che crescono da soli in libertà, senza bisogno di coltivazione.

Nella famiglia umana non amo e non credo degni del nome di uomo se non i personaggi distinti, ben messi ed eleganti. Gli altri per me non contano. Faccio eccezione per gli artisti che grazie al raffinamento delle loro anime e alla bellezza delle loro opere possono permettersi una tenuta un po’ più libera. L’altra gente non conta proprio per me e ho per loro solo avversione. Preferisco di gran lunga un magnifico cane – un King-Charles, per esempio – a tutti gli operai e i contadini del mondo. Questi ultimi poi mi sono odiosi: faccio eccezione per qualcuno dei primi se sono molto belli e muscolosi, cosa che capita spesso.
Se fossi stato una bella signora, direi che ne avrei voluto tastarne qualcuno – rimandandoli poi indietro, ben inteso -.

La parola donna non risveglia in me che idee di lusso, di vetture blasonate, si satin, di velluto, di pelli bianche e profumate di mani perfette e di modi di fare molto leggeri . Una donna che va a piedi mi sembra degradata e decaduta e quelle del popolo sono per me qualcosa di orribile, anche se sono belle dal puto di vista plastico.

È inutile dirvi che – benché indifferente a tutto – io sono regalista d’istinto: i re e le regine mi sembrano fatti di una pasta diversa dal resto del mondo.

Cattolico non convinto, incredulo, amo le pompe della Chiesa e sono fiero di appartenerle. Amo le chiese ricche, – soprattutto quelle dei Gesuiti, con le loro dorature e i marmi policromi – e amo le cerimonie religiose e pompose che fanno trasalire in me qualcosa di sconosciuto e di misterioso.

Ho orrore della repubblica e mi sembra sempre – forse voi ridete – di vederla popolata da esseri cenciosi e sporchi.

Non sto bene se non negli appartamenti molto ricchi e magnificamente ammobiliati, gusto che mio padre condivide. Lui ha speso dei veri tesori in oggetti d’arte e soprattutto in cineserie e oggetti superbi e mostruosi del Giappone. Le sale in infilata, la cui visione si perde attraverso i velluti e i vetri, mi affascinano. Adoro le serre e le camere riscaldate dove mi compiaccio a sognare tutto risvegliato e a evocare misteriose e voluttuose immagini. Sono sempre stato vanitoso e un vero fremito mi prende quando rientro nel recinto del nostro giardino, nel nostro ambiente, e la gente si ferma a guardare prima di passare oltre.

Mi piace essere ammirato e sono molto fiero della mia bellezza che io cerco di esaltare il più che posso. Ho spesso trovato delle rassomiglianze tra me e i busti di M.me Dubarry: una Dubarry con dei capelli tagliati e vestita da ragazzo. Spesso si sono divertiti scherzando sulla mia somiglianza con una donna, se questo qualche volta mi ha dato fastidio la maggior parte delle volte sono stato lusingato di questi sguardi curiosi e sorpresi. Una sera diversi anni fa, ho destato sorpresa allo Skating di Parigi. Molte signore credettero a un travestimento e diedero segni non equivoci della loro sorpresa. Ne fui incantato.

In pittura preferisco i quadri di genere a tutti gli altri, soprattutto se rappresentano degli interni moderni e ricchi. D’altra parte ho avuto un vero fanatismo per il grande Makart, le cui opere sensuali e conturbanti mi incantavano. Il mio quadro favorito di questo artista è la morte di Cleopatra, scena che io ho sempre ammirato e invidiato.

Io ho nel carattere un fondo di crudeltà; amo la sofferenza altrui, soprattutto se sono io a infliggerla; – nella mia infanzia tormentavo volentieri gli animali; lo facevo in modo molto raffinato e ne provavo una sofferenza acuta che mi piaceva e mi bruciava.

Sono sempre stato piuttosto arrogante e, nei periodi in cui gli affari andavano male, il lusso mi mancava moltissimo. È per me un vero bisogno e non saprei farne a meno.

Odio quello che ordinario, di tutti i giorni, e adoro lo straordinario e l’impossibile in qualsiasi cosa.

Spesso in assenza dei mie genitori ho dormito tutto il giorno; facevo illuminare tutto l’appartamento e rimanevo sveglio, bevevo, mangiavo la notte in camicia da notte greca, dopo aver fatto un bagno caldo e profumato. Dipingo abbastanza bene, soprattutto all’acquarello, lavoro per gli album delle signore e per i loro ventagli.

Sono furbo e perfido, e qualche volta di una ingegnosità sciocca. Tutti quelli che mi si avvicinano mi adorano e nessuno ha resistito al mio fascino. Ho sempre preso le persone dal lato del sentimento e sono sempre riuscito a far fare loro quello che volevo, mentre gli altri, che li prendevano di petto, non ne ottenevano nulla. Ho osservato spesso che per dei peccatucci o dei fatti del genere, i miei amici e i miei compagni venivano puniti mentre io sfuggivo a qualsiasi castigo, grazie alle arie innocenti e malinconiche che prendevo.

Ho sempre tiranneggiato quelli che mi amavano; inclino subito a vedermi più rude e autoritario. Benché debole e effeminato, io odio i deboli e non amo che i forti, quelli che lottano e riescono. Ho sempre rimpianto di non poter consolare i grandi e i potenti caduti: penso che se fossi stato Maria Luisa avrei seguito napoleone a Sant’Elena. Forse non sarei stato della stesso opinione se avessi conosciuto e amato il bel Neipperg, malgrado il suo occhio di vetro.

Ammiro con entusiasmo, ve l’ho detto, tutto quello che è bello e delicato; e, cosa strana, la bruttezza grandiosa rude e potente, in un uomo, mi piace tanto quanto la sua bellezza e forse pure di più.

Ho un’intelligenza molto viva e sveglia, malgrado tutte le mie differenze e le mie debolezze. Capisco qualsiasi cosa, in bene o in male, e ammiro nello stesso modo sia una cosa che l’altra, sempre che non ci sia nulla di volgare.

Non ho mai potuto imparare l’aritmetica al di là delle quattro operazioni e non saprei fare un’operazione a tre cifre benché io abbia avuto per parecchio tempo un insegnante di matematica. E non capisco assolutamente niente neppure degli affari di borsa, anche se ne ho sentito parlare molto in famiglia. Adesso, grazie a Dio, non ne sento più parlare, perché non ce n’è più bisogno!

Imparo in cinque minuti il testo di una poesia che mi piace, per quanto possa essere lunga, e non mi ricordo due righe di una prosa antipatica, anche se mi ci impegno per delle ore. Suono abbastanza bene il piano anche se non ho la pazienza di studiarlo per molto tempo; suono di preferenza dei pezzi melanconici, quelli di Shubert o quelli di Morart soprattutto; suono anche delle opere di cui, mentre suono, mi piace evocare le scene e le passioni dei personaggi del libretto.

Il mio compositore preferito è Verdi, che adoro. Nella letteratura preferisco le descrizioni dei sentimenti e il progresso lento e invisibile delle passioni a qualsiasi polpettone di avventure. Ho voluto leggere Ponson du Terrail, ma non ci sono riuscito; lo trovo molto noioso e impossibile.

Il romanzo storico – eccettuato Jvanhoe, dato che mi piace credere che Rebecca possa essere una delle mie antenate materne – non mi piace per niente; i romanzi di Dumas padre mi hanno interessato molto tempo fa, ma ho trovato la consultazione dei documenti storici e delle memorie del tempi infinitamente più interessanti. Ho moltissimi libri su Maria Antonietta, la mia eroina preferita, e su molti personaggi femminili celebri. Mi piace collezionare i loro ritratti autentici, anche quelli brutti, che io non mostro a nessuno per non arrossire delle mie eroine beneamate. Quelli li conservo per me. Ho pagato duecento franchi dei libri che non m’interessavano affatto per una piccola incisione rappresentante la regina Maria Antonietta sul palco della ghigliottina, da un disegno del 1793.

La storia di Francia è quella che m’interessa di più, anche se, se avessi potuto scegliere un’epoca e un paese per venirci al mondo, avrei scelto Roma ai tempo della decadenza, sotto Adriano per esempio (mi piacerebbe anche la corte di Enrico III). Sarei stato delizioso in costume romano e l’ho scelto in un ballo in maschera in cui ho fatto furore, con le braccia nude, le gambe nude, e dei deliziosi sandali che lasciavano passare le mie dita del piede nudo e le loro unghie lucidare come delle agate. Il capitano (io lo chiamo così anche se non lo è più) era vestito da gladiatore, superbo in camicia caffelatte (lui è molto più scuro) e mostrava tutto il suo corpo possente nella rigida grandezza, con le gambe e il petto coperti d’acciaio. Quella sera là ci demmo alla gioia pazza.

Ho una vera passione per gli animali, gli uccelli delle isole e i cani preziosi soprattutto; ho degli adorabili carlin [tipo di cani] giapponesi. Altre volte adoravo anche i bambini; adesso quasi non li posso più soffrire e non li accarezzo mai anche quelli che sono miei parenti stretti.

Napoli è la mia città favorita e la lascio sempre con pena, fosse anche per solo qualche giorno. È quasi l’Oriente con i suoi enormi palmeti e la sua rada blu e accesa di fuochi strani e che in pittura sembrerebbero impossibili. Napoli abitata dai Francesi con la loro civiltà raffinata, sarebbe divina; non ci sarebbe città più bella al mondo, se fosse appartenuta a loro il tempo che invece appartenne agli Spagnoli e agli Inglesi, che bel paradiso sarebbe! Per come è realmente è comunque superba, mi piacerebbe di più se fosse dipinta e raffinata: sarebbe il paradiso di Maometto.

Amo la natura solo nelle più selvagge solitudini, una foresta per esempio; ma dopo che ci arriva l’uomo io desidero una civiltà perfetta con tutte le sue delicatezze e i suoi squilibri raffinati. Mi piacciono i parchi all’inglese, ma i giardini di Versailles e quelli di Caserta hanno più fascino per me.

Inutile dirvi che amo pazzamente le vostre opere, che ho letto con ammirazione, anche se, per me, l’argomento delle ultime non è stato particolarmente gradevole.
Il libro che preferisco e La Curée, in cui ritrovo qualcuno dei miei sentimenti e la sfera [il mondo] che ho quasi sempre abitato, nel quale sono nato e vissuto. Anche Madeleine Férat mi ha fatto una forte impressione.

È col più vivo piacere che scrivo stasera queste pagine. La camera è piuttosto gaia col suo gas acceso, i tappeti caldi e il rumore dell’albergo che brulica di gente. Sono quasi felice; quanto durerà questo stato? Spero parecchio, e voglio pensare solo a divertirmi con quello che ho senza cercare altro. Ho scritto per me, ma quello che ho scritto ve lo invio. Potrò esservi utile a qualcosa o avrò sprecato il mio tempo?

In ogni caso non rimpiango queste ore. Ho rivissuto tutta la mia vita nei suoi terribili dolori e nelle sue gioie colpevoli e deliranti.
……
Pensavo che sarei riuscito a dormire ma tutti i ricordi evocati in queste pagine mi rendono il sonno impossibile, e bisogna che io torni al mio scritto che mi fa rivivere, in qualche ora, dei lunghi anni. Del resto, la continenza di questi ultime settimane e il viaggio del mio amico, che ancora non parla di ritorno, mi hanno singolarmente riscaldato e sento un’intensità di desiderio e di passione che mi impedisce di riposare a lungo. Torno dunque alla conversazione con voi, ma certamente questo sarà l’ultimo foglio che vi scriverò, perché altrimenti, sento che non la finirei più e vi invierei un grosso volume che finirebbe per affaticarvi parecchio. Mi sembra sempre di aver finito e poi trovo ancora qualcosa da raccontarvi. Del resto mi compiaccio talmente a parlare della mia piccola persona che non la smetterei di evocare la mia immagine guardandomi qui come in uno specchio. Credo che con ci si possa stancare di parlare di se stessi e di studiarsi nelle cose più piccole, soprattutto se quell’essere che la Natura ci ha forgiato è
così eccezionale come io sono.

Credo che da tutto quello che vi ho scritto potreste ricostruire il resto del mio carattere, delle mie idee e anche l’ambiente che mi sta intorno, ma dato che questo mi diverte in modo particolare, continuo ancora un pochettino, più per me che per voi.

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IL ROMANZO DI UN INVERTITO NATO (sesta parte)

Ebbi poi un’avventura con un giovane spagnolo che fece per me quello che io avevo fatto con gli altri. Mi seguiva dappertutto durante un lungo periodo, restava lunghe ore sotto il mio balcone e passeggiava sulla riva quando c’ero io. Io feci la sua conoscenza e lui mi mostrò la più appassionata amicizia. Lo feci venire qualche volta a casa mia ma aveva lo sesso mio carattere, era molto timido e io ero abituato ai maschi possenti, cominciai presto a prenderlo in avversione. L’ho congedato in modo molto poco onorevole e poi non l’ho più visto. Credo che sia tornato in Spagna con la famiglia.

Un giorno in città un uomo mi seguì; il mio capitano era in viaggio, lo spagnolo mi annoiava e avevo bisogno di distrazioni. Ci capimmo molto presto. Gli diedi appuntamento nell’appartamento del capitano di cui avevo la chiave. Fui disgustato da quest’uomo che aveva lo stesso vizio del vostro Battista. Era freddo e appiccicoso; un biondo aspro e antipatico. Non ne potei far nulla tanto ero disgustato e se ne andò molto presto come era venuto. Dopo non l’ho più visto.

Ecco, Signore, la confessione che io volevo farvi; è terminata. Forse mi compatirete, dato che il dono dei grandi spiriti è conoscere e comprendere il bene e il male. In mezzo al mondo in cui vivo e in cui passo, isolato dai miei stessi pensieri, sento una profonda tristezza e un profondo disgusto. Non esco da questo torpore se non nei soli istanti in cui posso abbandonarmi a una folle passione, e questi istanti sono rari perché non voglio più mettere le persone a conoscenza del mio triste segreto. Le signore mi coccolano parecchio. Più di una mi ha fatto delle avances molto galanti, che ho sempre respinto sorridendo ma con vera disperazione e grandi rimpianti. Mi trovo molto bene in compagnia delle signore che fanno veramente per me quello che le signore di La Curée fanno per il vostro Maxime, al quale io un po’ assomiglio; ma più sfortunatamente di lui, la mia natura mi ha impedito l’amore e mi lascia solo la fredda dissolutezza che ha finito per diventarmi odiosa anch’essa.

Mi prendono spesso in giro per la mia malinconia e per i miei atteggiamenti alla Werther, ma se leggessero nel mio cuore mi compiangerebbero o forse riderebbero. Come vi ho già detto, quaggiù non ho alcuna speranza e tutte le gioie degli altri mi sembrano solo un insulto nei miei confronti. Dovrò rimanere sempre quello che sono: un essere carino, piccolino, profumato, irreprensibilmente elegante, frivolo e seriamente dissoluto; lo dico segretamente, perché nessuno ha dubbi su quello che sono e su quello che faccio. Quando dico nessuno intendo fatta eccezione per le tre o quattro persone che mi hanno conosciuto veramente.

Ma dato che loro hanno condiviso le mie debolezze e le mie vergogne, io non devo arrossire davanti a loro, o almeno arrossiamo insieme.

E perché dovrei avere vergogna di quello che ho fato? Non è forse la Natura che ha fatto il primo errore e mi condanna a una sterilità eterna?

Avrei potuto essere una donna adorabile e adorata, una madre e una moglie irreprensibile, e sono solo un essere incompleto, mostruoso, che desidera soltanto ciò che non gli sarebbe permesso e a sua volta è desiderato da quelle che lui non può considerare che come amiche e non come delle amanti. Conoscete supplizio più doloroso, e i nostri torti non sono forse scusabili?

Sono sicuro, Signore, che voi conserverete questa confessione come uno dei documenti umani meno consultati e che mi sarete grato di avervela inviata.
Vi dirò ancora qualcosa che potrà interessarvi sul mio entourage e sul teatro nel quale io vivo … (Nota di Zola: tralascio qui alcuni dettagli troppo circostanziati che permetterebbero forse agli indiscreti di scoprire l’identità dell’autore di queste confessioni. Mi basti dire, per riassumere le informazioni che mi ha dato sulla sua famiglia, che questa famiglia è, dal lato paterno, di molto buona e molto antica nobiltà) … e se non fosse stato per la dote di mia madre e per delle speculazioni ben riuscite, noi saremmo dei ben tristi rappresentanti della nobiltà. Il matrimonio di mio padre vi spiegherà del resto la nostra decadenza e l’origine della nostra opulenza.

I miei fratelli sono tutti sistemati e hanno una bella famiglia. Prego Dio ogni giorno che nessuno dei figli mi rassomigli né nel fisico né nel morale.

Sento che invecchiando finirò in una devozione che mi offrirà la sola consolazione possibile, ma il mio desiderio più ardente è quello di non invecchiare e di andarmene nel fiore della mia giovinezza e della mia bellezza. Se dovessi invecchiare mi disprezzerei e mi odierei troppo.

Non ho niente da aggiungere a queste pagine già così lunghe; Temo di avervi orribilmente annoiato, se avete avuto comunque il coraggio di arrivare fin qui.
Non fa nulla, mi sono un po’ alleggerito l’anima e ho scritto con une sorta di voluttà retrospettiva le scene abominevoli e ardenti di cui sono stato attore.

È inutile assicurarvi che tutto quello ce c’è nel mio scritto è vero; non avrei avuto alcuna ragione di mentire, e voi stesso riconoscerete forse la veridicità di tutto quello che vi scrivo. Mi sembra di essermi trattato abbastanza duramente e non mi sono lusingato né sul lato fisco né su quello morale.

Perdonate i miei scarabocchi, ma ho scritto a cuore aperto, come se mi confessassi a un medico o a un amico e non ho potuto fare caso alla forma o all’ortografia.

Ecco, Signore, quello che avevo da dirvi.

Uno dei vostri più appassionati ammiratori.

P.S. Sapere voi. Signore, che cosa mi ha spinto a scrivervi qui? – È la rabbia e l’invidia che io ho provato rivedendo un ragazzo della più perfetta e augusta bellezza, per il quale io ho avuto in altri tempi la passione più ideale e al quale non ho mai parlato e non parlerò mai. Io lo amo mentre lo odio e vorrei saperlo morto, perché non appartenga mai a nessuno. Avete mai sospettato un simile martirio?

V. – Terzo documento

Signore,

Spero che abbiate ricevuto il pacchetto di fogli così spaventosamente scritti che vi ho inviato. Li ho scritti con piacere, sicuro che nei vostri profondi studi sull’umanità, le sue malattie e le sue disgrazie, una tale confessione non potesse che esservi gradita.

Vi ho scritto in una giornata noiosa e triste mentre c’era una pioggia scrosciante e i colori malinconici si stendevano su tutte le cose. L’ultima parte di questa confessione fu scritta l’indomani mattina mentre una pioggia terribile batteva sulla mia finestra in una banale e triste camera mobiliata.

Quello che ho scritto ha stranamente risentito del mio umore e della tristezza e della noia che mi circondavano. Ho spinto troppo verso il nero tutti i colori e forse mi sono mostrato per quello che sono, ma certamente per quello che non sono sempre. Sono fatto così e ho questa malinconia e questa tristezza – che è diventata il fondo del mio carattere -; ma ne esco spesso e non mi sento sempre così infelice. Vi scrivo questo dopo una cena deliziosa, in numerosa compagnia, in cui ho ricevuto molti complimenti e in cui il vino generoso e tutto lo scintillio di una casa ricca incantavano il cuore e lo spirito. Voglio dunque completare lo studio della mia persona che io considero spesso favorita dalla natura perché essa ha fatto di me un essere che neppure i più audaci poeti sono riusciti a creare.

Uomo e elegante nel corpo, io possiedo lo spirito, lo charme e tutti i gusti delle donne più deliziose; posso dunque trionfare qualche volta attraverso i doni riuniti dei due sessi, anche se qualche volta mi uccido a forza di rimpianti di non essere né uomo né donna. Mi compiaccio nel mettermi a confronto con i bellissimi eroi della mitologia e nel dirmi che Giacinto, Ganimede e tante altre bellissime creature non differivano assolutamente da me e furono adorati dagli dei più belli e più potenti.

Io provo ripugnanza – la ripugnanza più assoluta – per la donna, ma io considero le donne come mie simili, e provo la più viva amicizia per parecchie di loro che mi conservano una tenera amicizia, meravigliandosi forse – senza chiedersi le cause – delle mie riserve e della mia innocenza nei loro confronti.

Sono in corrispondenza regolare con parecchie belle donne, che mi hanno spesso confidato i loro più intimi sentimenti e alle quali sono sempre piaciuto per la mia conversazione più che licenziosa. Molte hanno finto di credere che io facessi loro la corte e mi hanno fatto delle proposte abbastanza esplicite: – io ho subito provato ripugnanza nei loro confronti e le ho immediatamente tenute a distanza. Fingo sempre di essere innamorato di un’altra donna, do loro dei dettagli su persone immaginarie e racconto loro ogni genere di cose che ho imparato dai libri o che so da qualche amico.

Una volta una cugina sposata è rimasta ad abitare da noi per un po’ di tempo. Lei dormiva in una camera a fianco alla mia e solo un muro separava i nostri due letti, collocati in due angoli delle rispettive stanze.

La notte lei dava dei colpi al muro della mia camera, ridendo e scherzando. – perché era molto spiritosa e giocava sempre al bambino terribile (ora è morta di meningite). Tremavo sperando che non le venisse l’idea di chiamarmi e fingevo di addormentarmi subito adducendo a pretesto il sonno più profondo. Credo che avrei potuto dormire completamente nudo al suo fianco senza che mi avesse sfiorato neppure il più piccolo desiderio.

Io posso avere la più grande simpatia per le signore – io parlo di signore, perché le altre non mi sembrano che bestie grossolane – ma io posso essere solo loro amico e mai altro, mentre i miei sensi si risvegliano in un modo terribile e potente quando sento vicino a me o anche vedo soltanto un uomo che mi piace, di qualsiasi condizione sociale sia.

Comunque è vero che io preferisco sempre persone distinte e ben sistemate, soprattutto i militari.

Ieri quando ho consegnato alla posta la lunga lettera che vi avevo indirizzato, sono stato colpito dal bell’aspetto dell’impiegato delle poste; i romani sono veramente molto belli! Oggi ho inviato molte lettere per poter ritornare a vederlo e mi sono divertito a parlargli e a guardarlo. È decisamente un uomo affascinante!!

Io ho per gli uomini una vera passione; e se fossi una donna sento che sarei terribile nei miei amori e nelle mie gelosie!

Non crediate che per amare io intenda solamente fare quello che vi ho scritto ieri; io penso che ci sia un modo molto più bello e più nobile di amare. Purtroppo non lo potrò mai provare, perché un uomo veramente nobile e affascinante come ne conosco, non vorrebbe certamente saperne di me, e bisogna che mi accontenti degli uomini depravati; è vero che forse sono più divertenti e molto meglio degli altri. Ecco la mia consolazione.

Vorrei comunque amare qualcuno di una passione bella e nobile.

Capisco tutti i sacrifici che si possono fare quando si ama e fremo per il fatto di non poter conoscere questo sentimento e soprattutto di non poter essere amato con la passione del cuore e lo slancio col quale sento che potrei amare.

Ho veramente paura, adesso, che l’amore del giovane militare non sia stato che una cosa molto ben calcolata: un mezzo per godersi il mio denaro; forse anche la mia persona gli è stata gradita perché senza dubbio gli ho fato provare cose che lui non conosceva.

Temo che questo sia veramente tutto e che lui non provasse nessun altro sentimento per me.

Quanto al capitano, è un dissoluto, che mi conservo perché adesso non ho niente di meglio e al quale io appartengo per abitudine. Forse lo amo pure più di quanto penso di amarlo. Quando parte, il fatto mi contraria e le sue lunghe assenze mi risultano molto sgradevoli, benché io non sia veramente innamorato di lui e sia stato innamorato fino ad ora solo una volta nella vita e forse non lo sarò più con così violenta esplosione di sentimenti teneri e delicati e con una così terribile gelosia.

Credo che il capitano mi ami veramente, lo dice, almeno. Ma ho notato più di una volta che cambia molto dopo che la cosa è stata consumata e che gli ardori e le passioni che mi testimonia prima cambiamo molto dopo che ha fatto quello che voleva. Non era così nei primi tempi e penso proprio che lui consideri solo il suo piacere al di là della mia figura e della mia persona, mentre si preoccupa molto meno di me, cioè dei miei sentimenti dei miei affetti; l’altra parte mi affatica parecchio. Benché sia molto vigoroso e forte, anzi proprio perché è vigoroso e robusto, si agita a lungo prima di emettere il seme. Io invece emetto il seme rapidamente, mente lui fa lo stesso, anche se devo aspettare poco, recupero la mia capacità di ragionare e posso considerare l’uomo incapace di lussuria. Allora il suo voto mi appare feroce e vile, cosa che, mentre mi era gradita prima, una volta raggiunto il godimento, mi provoca fastidio e quasi terrore. Vorrei fuggire ma dopo aver goduto è giusto che possa farlo anche lui. Questo mi stanca molto e giaccio lì con la faccia dura e sempre rigida e ferrea. In quei momenti lo odio. Ma quando arriviamo ad emettere il seme insieme allora sono preso da vera felicità e in quei giorni lo amo veramente e mi ci metto anima e copro e mi sforzo al massimo di piacergli. Per me è un grande dolore non poter ricevere nel mio corpo il suo seme nel quale mi sembra ci sia la sua essenza. Sono afflitto pesantemente da questo desiderio e allora desidero ardentemente di essere una donna.

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IL ROMANZO DI UN INVERTITO NATO (quinta parte)

Post scriptum . – Secondo documento

IV . – Nuove confessioni.

Ho appena letto stamattina le pagine terminate ieri sera. Non ho fatto del resto che scorrerle; ho provato a gettarle nel fuoco, non l’ho fatto, cosa che avrei rimpianto molto: quelle pagine possono aver un qualche interesse per voi.

Per questa stessa ragione, sto per riempire una lacuna che ho volontariamente lasciato, per falsa vergogna, ma che non sfuggirebbe certamente al vostro occhio chiaroveggente. Dato che ho confessato tanti errori, posso anche confessarne altri e mostrarmi al completo.

Avrei voluto risparmiarmi questa storia così sporca, ma non avreste capito come un ragazzo di diciannove anni, così completamente vergine, abbia potito corrompere così facilmente un uomo di venticinque che aveva già frequentato parecchie donne: cosa che mi era e mi è ancora assolutamente sconosciuta e che io non voglio conoscere.

Anche se profondamente corrotto moralmente, e pur avendo sognato dalla più giovane età le depravazioni più raffinate, non persi quella che si potrebbe chiamare la mia innocenza se non all’età di sedici anni. Fino ad allora mi ero contentato di dissolutezze immaginarie e di piaceri solitari.

Il mio primo precettore fu un amico di casa che era stato amico di gioventù di mio padre. Era un ex-capitano della cavalleria piemontese, che aveva fatto tutte le guerre d’Italia, nelle quali, lui diceva, aveva pesantemente sconfitto gli Austriaci.

Passava per un perfetto depravato e si diceva nell’orecchio che avesse vissuto per parecchio tempo con un ragazzo che lui aveva aiutato a mangiarsi i tre quarti della sua eredità. Questo capitano viveva della sua pensione e dei numerosi commerci di cavalli che faceva.

Aveva molto viaggiato ed era stato molto tempo in Ungheria. Anche se di basse estrazione, frequentava le migliori casa. Le signore non lo potevano soffrire a causa dei pochi riguardi che aveva per loro nei gesti e nei discorsi; gli uomini soprattutto quelli dello sport lo ricevevano a braccia aperte.

Veniva a trovarci qualche volta ma all’inizio non prestava nessuna attenzione a me. Io mi sentivo comunque allora attirato verso di lui e gli manifestavo molta simpatia. Era un uomo bruno e di un’altezza enorme e di una struttura che sembrava indistruttibile in cui risaltavano solamente i muscoli d’acciaio che tenevano il posto della carne che sembrava non esistere affatto. Per me era come un tipo di vecchio barone tutto bardato di ferro e non l’ho mai visto senza pensare a uno dei personaggi di Ivanhoe. La sua testa era superba, magra, bruna come quella di un mulatto, con un gran naso curvo, piegato leggermente a sinistra. I suoi occhi neri e infossati brillavano di uno scintillio straordinario. I suoi lunghi baffi neri lasciavano vedere una bocca ben contornata, beffarda, dalle grosse labbra brune e con i denti forti e bianchi. La testa enorme era quasi del tutto senza capelli e coperta solo dietro e di lato da una specie di capigliatura irta nera. Le mani erano in armonia con tutta la persona, la voce era rude e profonda. Tutta la sua figura era atletica, la forza completamente erculea. Con le mani rompeva un ferro di cavallo. Aveva un modo di guardare le persone che vi faceva abbassare gli occhi e non risparmiava nessuno.

Con me si permetteva le più grandi familiarità, mi solleticava il mento e quando mi incontrava nel corridoio o lo accompagnavo alla porta, mi dava dei pizzicotti o mi accarezzava a lungo, anche in presenza di mio padre che non ci vedeva nulla di male.

Come vi ho già detto io non conoscevo allora  nulla se non per sentito dire, Fremevo dal desiderio di conoscere finalmente qualcosa da me stesso e il mio sangue era in movimento quando quell’uomo mi toccava. Un giorno parlando a mio padre delle ferite che aveva ricevuto in guerra, voleva mostraci una cicatrice che aveva sulla coscia e di cui si era vendicato spaccando il cranio al soldato tedesco che gliel’aveva fatta. Si sbottonò i pantaloni e per mia grande gioia ci mostrò una coscia enorme, abbronzata e luccicante piena di peli neri e duri, attraversata da un largo squarcio rosa che mi sembrò molto carino in mezzo alla carne scura e ai peli che gli facevano come un bruno contorno.

Tentai di vedere quello che nascondeva sotto la camicia ma non vidi nulla se non dei rovi densi e neri, che mi colpirono fortemente. Io non provavo comunque nessun affetto per quest’uomo, ma mi sembrava così maschio che io desideravo fortemente di appartenergli, almeno per qualche istante. Dopo quel giorno, quando mi guardò ne fui molto emozionato, arrossivo e quando mi toccava, fremevo di piacere. Anche oggi scrivendo queste righe, sento rinascere questo sentimento che vorrei soffocare e sento che, se lui fosse lì in questo momento, mi abbandonerei  a lui.

Da uomo abituato a questo tipo di avventure capì che risultato avrebbe potuto ottenere dalla mia bella giovinezza e dal mio charme di bella ragazza travestita da ragazzo. Mi invitò ad andare a vedere dei cavalli che erano nella sua scuderia e che, penso, stavamo per partire per non so dove. Ci andai tutto pieno dal desiderio di un’avventura nella quale avrei potuto alla fine apprendere qualcosa e avrei potuto consegnarmi al mio gusto che, ancora mai soddisfatto, aveva preso delle proporzioni enormi e non mi lasciava nessun riposo. Dopo la visita ai cavalli, che ammirai molto anche se non ne capivo niente, mi fece salire nel suo appartamento che si componeva si un salone al livello del pianerottolo, di una camera da letto e di un bagno. Il suo garzone di stalla faceva il suo servizio e una vecchia portiera l’aiutava.

Entrando in questa camera mobiliata, tutta affumicata e piena di odore di sigaro e di cuoio e dove tutto mi attirava, ero come inebetito e il desiderio mi aveva dato delle palpitazioni così violente che quasi soffocavo e mi sentivo le estremità gelate. Qualche volta provo ancora questa sensazione crudele e deliziosa.

Mi fece sedere accanto a lui sul suo sofà accarezzandomi, ridendo in modo forzato e guardandomi con degli occhi così balordi che ne avevo paura pur essendone affascinato. Lui non sapeva che dire, io mi vergognavo ed ero rosso come un peperone. Mi strinse le mani, prendendomi sulle ginocchia cominciò a baciarmi sull’orecchio sussurrandomi delle cose a voce così bassa che io non lo sentii proprio. Eravamo tutti e due in silenzio, io restavo immobile sulle sue ginocchia mentre lui continuava a baciarmi la testa, le gote e il collo. Io mi sentivo morire dal piacere, perché non avevo mai provato una simile voluttà. Poi si sollevò in piedi dicendomi: “Vuoi tu? Vuoi tu?” con una voce soffocata che mi faceva quasi paura. Io non risposi, tanto ero turbato.

Si alzò bruscamente, andò a chiudere la porta a chiave, chiuse quasi completamente anche le tende della finestra, poi ritornò verso di me che ansimavo di desiderio, di vergogna e di paura. Mi spogliò in un batter d’occhio, percorrendo con le sue mani tutto il mio corpo, mi tolse perfino le scarpe e le calze, buttò via la camicia e mi portò come un bambino piccolo nel suo letto. In un lampo fu completamente nudo anche lui e si coricò accanto a me che ero come in un sogno e non ero più cosciente dei miei atti e dei miei pensieri.

Si stese sopra di me ansimando e gemendo fortemente, mi strinse così forte tra le braccia da chiudere anche la mia anima, e prese ad agitasi sul mio corpo. Aveva un grosso pene che agitato sopra di me mi titillava in modo molto divertente. Frattanto mi succhiava le orecchie mi infilava la lingua in bocca e palpava con le mani tutto il mio corpo. Con voce spezzata mi diceva cose folli e dolcissime. Quando emise il seme mi inondò, e non la finiva di muoversi ma muggiva come un toro. Frattanto anche io avevo emesso copiosamente il mio seme; per parecchio tempo rimanemmo aderenti uno all’altro, quasi esanimi e realmente impastati insieme; e proprio per questo facemmo fatica a staccarci.

Non avevo più alcuna vergogna in quel momento e lui sembrava del tutto felice. Emetteva dei lunghi sospiri di piacere e di soddisfazione. Dopo esserci alzati e rivestiti con cura, mi riguardai nello specchio. Fui colpito dalla strana e quasi sconvolgente bellezza che avevo in qual momento. Il mio viso era arrossato, le mie labbra rosse come il sangue, i miei occhi brillavano di tutto il loro più bello scintillio, ero fiero di me, del piacere  che avevo dato e di quello che avevo ricevuto.  Provai per il capitano quasi della riconoscenza e mi considerai come appartenente esclusivamente a lui. Lui mi fece promettere che sarei andato spesso a trovarlo, cosa che io feci con tutto l’entusiasmo. Non avevo mai avuto giornate più brillanti e più serene, mi sembrava di aver cominciato a vivere solo da quel giorno.

Da allora andai a trovarlo spesso; pranzavano insieme nella locanda, poi rimanevamo per molte ore chiusi nella stanzetta. Quell’uomo era un vero satiro e credo che non ci sia stato nessun Romano, neanche nei tempi estremi della repubblica romana, che abbia conosciuto o abbia trovato nella libidine una tale solerzia. Diceva infatti che tutte le membra devono concorrere al piacere e ciò che diceva faceva. Escogitava nuovi luoghi, movimenti alterni quasi una danza, salti e contorcimenti insoliti. Non posso dire che cosa mi abbia insegnato.

Quando mi ebbe fatto conoscere tutto il repertorio, mi disse un giorno: “Adesso bisogna che tu sia completamente mio e che io ti possieda completamente”. Io non domandavo di meglio, la mia natura mi spingeva a questo a aspiravo a conoscere le nuove e segrete voluttà. Capii ben presto quello che voleva e la cosa mi sembrò del tutto naturale e non mi rifiutai affatto. Non si aspettava un abbandono così completo da parte mia e manifestò la sua gioia. Mi disse che ero il suo tesoro, che mi amava molto e che mi avrebbe dato il più grande piacere che avrei mai conosciuto.

Io guardavo però quasi spaventato il grosso pene disteso  e validamente eretto che lui ungeva con l’olio (una crema fredda), e non credevo che quella cosa così enorme si potesse introdurre nel mio corpo così molle e delicato. Unse di olio anche me, e io sopportavo questa cosa benché fossi preoccupato nell’attesa e insieme sospeso per il desiderio. Mi collocò sul letto come al solito poi mise i miei polpacci sopra le sue spalle in modo da poter raggiungere con l’inguine il mio copro. Prese insieme le mie spalle e diede il primo colpo. Percepii un dolore così violento che con un veemente colpo lo allontanai, e benché provasse in ogni modo a tenermi immobile, mi liberai comunque da lui e saltai giù dal letto negando che avrei ricominciato da capo quella cosa.

Digrignò i denti e mi trattò molto male, mi pregò ma fui irremovibile. Vi confesso che fu il dolore materiale che mi trattenne dall’atto violento, non fu assolutamente la vergogna né alcun altro sentimento. Non facevo che cedere alla mia natura che ha voluto che io fossi così.

Dovette contentarsi delle familiarità  che si era già preso con me perché non volli mai soddisfarlo nel modo che avevo trovato così doloroso e al quale preferivo delle voluttà più delicate e che non mi lasciamo tracce. Volli poi tentare questo modo di amare col mio amico, m anche in quell’occasione il dolore fu troppo forte e ci dovetti rinunciare , benché questa volta con dispiacere.

Certo amavo molto quel centurione, che pure si sentiva totalmente maschio quando mi contemplava  così delicato e bellino. Spesso mi pregò tra le lacrime affinché sperimentassi la sua libidine da ogni parte, ma non volli mai. Lui però traeva comunque da me il massimo piacere e disse spesso di preferirmi alle ragazze più belle. Quando mi stringeva tra le braccia, mi baciava, mi succhiava, morsicava la mia carne. Un giorno mentre emetteva il seme mi morse la spalla così violentemente che ci rimase la traccia dei denti per parecchi giorni. Mai lo amai così violentemente come in quel periodo.

Non credo che posa esistere un uomo un uomo di tipo così robusto; lo ammiravo spesso nella sua prestate nudità. La sua carne aveva ed ha tuttora il colore del bronzo brunito, presenta anche tre o quattro cicatrici di ferite. Ha la forza di Ercole benché abbia cinquantadue o cinquantatré anni (cosa che non dice), dice di avere quarantotto anni, cose che però o falsa. Ha la massima virilità; racconta infatti che nella prima adolescenza, aveva rapporti sessuali tre o quattro volte al giorno, adesso però ha rapporti solo una volta al giorno, quasi tutti i giorni. Quando emette il seme, crederesti  di essere inondato, e in quel momento è preso da una così violenta voluttà  che freme e muggisce come un leone. Non ha nessun bisogno di preparazione, è sempre pronto quando vuole.

Fui molto geloso di lui, ma non tanto quanto dell’altro che era  molto più affascinante e aveva molta più grazia e giovinezza.

Questo fu il mio precettore e se ne avessi avuto uno simile nell’imparare le altre cose non me ne sarei certo potuto lamentare. Le abitudini e, dopo qualche mese, una nuova e più dolce passione  mi staccarono da lui, ma lo rividi molte volte e anche se adesso sta molto lontano, spero che venga a trovarmi di nuovo e spesso.

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I NEOPLATONICI DI LUIGI SETTEMBRINI E L’OMOSESSUALITA’ NELL’800

Chi, prima del 1977, si fosse accostato al personaggio di Luigi Settembrini (Napoli, 17 aprile 1813 – Napoli, 4 novembre 1876) lo avrebbe ritenuto un austero padre della patria, liberale per vocazione, dottissimo, tutto patria e famiglia. A testimoniarlo stanno opere insigni. Fu grecista di valore, tradusse e pubblicò l’opera di Luciano di Samosata, pubblicò una letteratura italiana in quattro volumi. La sua opera più nota “Le ricordanze della mia vita”,  un’autobiografia, è un documento fondamentale per la storia del risorgimento napoletano; sarà pubblicata postuma dall’editore Morano, a cura dell’amico Francesco De Sanctis. Settembrini fu un uomo di grande cultura, insegnò all’Università di Bologna e fu rettore dell’Università di Napoli. Fu legato al mondo della cultura partenopea, a Basilio Puoti,  a Silvio Spaventa (Bomba, 12 maggio 1822 – Roma, 20 giugno 1893), fratello minore del filosofo Bertrando, e figlio di Maria Anna Croce, della famiglia del filosofo Benedetto Croce, che fu affidato proprio a Silvio Spaventa quando i genitori persero la vita nel terremoto di Casamicciola del 1883. La sua vita, così come descritta nelle Ricordanze, non è solo legata alla cultura ma è ricca di azione e di colpi di scena. Si sposò l’8 ottobre 1835, all’età di 22 anni, con Raffaella Luigia Fucitano, da lui chiamata affettuosamente Gigia, e da lei ebbe due figli. Fin qui il Settembrini ufficiale, senatore del Regno ed eroe del Risorgimento.

Poco a sud-est dell’isola di Ventotene si trova l’isola di Santo Stefano, in realtà uno scoglio di 27 ettari circa. Ferdinando IV di Borbone, tra il 1794 e il 1795, vi fece costruire un carcere che ospitò negli anni molti personaggi illustri, oltre Settembrini vi furono rinchiusi Gaetano Bresci, l’assassino di Umberto I, Sandro Pertini futuro Presidente della Repubblica ma anche Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Lelio Basso, Mauro Scoccimarro, Giuseppe Romita, Altiero Spienelli e Ernesto Rossi.

Settembrini, che tra il 1847 e il 1848 aveva preso attivamente parte ai moti antiborbonici, quando nel 1849 i Borboni tornarono al potere fu condannato a morte ma, come spesso accadeva sotto i Borboni, la condanna non fu eseguita e fu successivamente commutata in ergastolo. Il carcere di Santo Stefano ospito Luigi Settembrini dal 1851 al 1859. Dopo la restaurazione dei Borboni, anche Silvio Spaventa fu arrestato (19 marzo 1849), giudicato colpevole di cospirazione per aver sostenuto la resistenza del Generale Guglielmo Pepe, fu anch’egli condannato a morte (8 ottobre 1852) e anche per lui intervenne la commutazione della pena e fu mandato a scontare l’ergastolo nel carcere di Santo Stefano, dove rimase fino all’inizio del 1859, quando sia per lui che per Settembrini intervenne una nuova commutazione della pena in esilio perpetuo in America. Il piroscafo che avrebbe dovuto portare 68 condannati per motivi politici in America, tra cui Settembrini e Spaventa, partì per la sua destinazione, ma il figlio di Settembrini, che si era fatto assumere nell’equipaggio ma era in realtà un ufficiale della marina inglese, organizzò un ammutinamento e dirottò la nave fino a Queenstown in Inghilterra.

Tra la fine del 1852 e l’inizio del 1959 Luigi Settembrini e Silvio Spaventa condivisero la stessa cella. All’inizio della prigionia all’isola di Santo Stefano Settembrini non aveva ancora 40 anni e Spaventa ne aveva 30. Il Figlio di Settembrini, che dirottò la nave, era nato l’8 aprile del 1837 e all’epoca del dirottamento non aveva compiuto ancora 22 anni.

Nel periodo di Santo Stefano Settembrini tradusse i dialoghi di Luciano ma non si limitò a questo, perché compose anche un altro scritto che si presentava come la traduzione di un’opera greca.

Raffaele Cantarella (1898 – 1977) notissimo grecista e bizantinista italiano, che nel 1937 dirigeva l’officina dei papiri ercolanesi della Biblioteca Nazionale di Napoli, mentre riordinava alcuni fondi della biblioteca rinvenne un manoscritto: che portava sul primo foglio la dicitura: “I Neoplatonici per Aristeo di Megara – traduzione dal greco”. Cantarella, che era un grecista rifinito rimase stupito, non aveva mai sentito nominare nessun Aristeo di Megara e la traduzione (in Italiano) che gli era capitata tra le mani sembrava cosa decisamente recente. Cantarella si rese immediatamente conto che si trattava di un falso che si intendeva spacciare come traduzione di un originale greco. Accanto a quella improbabile “traduzione” Cantarella rinvenne un altro e ben più voluminoso manoscritto. La carta era identica, la grafia era identica e il grosso manoscritto conteneva le Ricordanze della mia vita di Luigi Settembrini.

Cantarella sapeva bene che il manoscritto delle Ricordanze era stato certamente esaminato attentamente sia da Francesco Torraca, che ne aveva curato l’edizione che da Benedetto Croce, informandosi viene a sapere che diversi studiosi napoletani erano venuti in qualche modo a conoscenza  de “I Neoplatonici” ma sia Torraca che Croce si erano ben guardati dal pubblicare quel testo riferendolo a Settembrini per non infangarne la figura, dato che il testo, almeno nella prima parte contiene una vera apologia della omosessualità  vista in modo un po’ mitizzato in un’atmosfera greca classica.

In effetti la biografia ufficiale di Settembrini, sposato e con figli, non corrisponde all’immagine estremamente libera da preconcetti e moderna che compare nel testo. Settembrini si riferisce alla sua pretesa traduzione come ad una fabula milesia, cioè un breve romanzo erotico classico (come il romanzo di Dafni e Cloe o come il Satyricon) ma l’ispirazione di Settembrini è terribilmente moderna.

Va sottolineato che Settembrini mandò una copia di questo scritto alla moglie, sostenendo con lei che si trattava solo di una traduzione da un originale greco “…Mi dirai tu: ‘E come ti viene in capo di tradurre scritture dove è qualche oscenità?’ Ecco qui, Gigia mia: le opere greche sono piene di queste oscenità, quale più, quale meno: ma era il tempo, era la gente voluttuosa: e le più belle opere ne sono piene”. “Scrivendo io da me, mi guarderei bene da queste sozzure”, aggiunge ancora Settembrini. È stato ipotizzato (Vincenzo Palladino) che i protagonisti del racconto erotico siano in realtà Settembrini e Speventa nei loro anni di convivenza nella stessa cella del carcere di santo Stefano. La critica ha liquidato sommariamente il testo che è stato pubblicato solo nel 1977, quel testo ha invece ha un significato enorme si si vuole capire quale fosse la situazione di un omosessuale (o forse di un bisessuale) dell’800 che non poteva essere sincero nemmeno con sua moglie.

I NEOPLATONICI PER ARISTEO DI MEGARA

DI LUIGI SETTEMBRINI

Avvertimento del traduttore

I Neoplatonici di Aristeo di Megara è una di quelle favole milesie, di cui i delicatissimi Elleni tanto si dilettavano. È un racconto osceno sino a la metà, ma è una opera d’arte; e perché bella opera d’arte è tradotta in italiano. Noi uomini moderni abbiamo tutti i vizi degli antichi Elleni, e forse anche più e maggiori, ma li nascondiamo non so se per pudore o per ipocrisia: quelli non nascondevano nulla, ed abbellivano con l’arte anche i vizi. Uno dei caratteri principali dell’Arte greca è questo che ella non è ipocrita, non nasconde nulla, rappresenta l’uomo nudo qual’è, anche con le sue vergogne. I moralisti potranno biasimare questo racconto, gli artisti se ne compiaceranno certamente, e diranno che l’arte fa bella ogni cosa.

E da questo racconto ancora si vede come sia antica l’opinione di alcuni discreti uomini, i quali credono che l’amor platonico non sia amore purissimo e scevro di ogni sensualità, come alcuni furbi han dato ad intendere per nascondere i loro amori maschili.

E di questo volevo avvertire coloro che leggeranno.

 Capo 1

Nella città di Atene, nel borgo di Colitto, era un ricco cittadino chiamato Eufranio, il quale da una donna di Andro sua moglie a nome Tecmessa, che era molto bella, ebbe un figliuolo cui pose nome Callicle, bambino assai leggiadro e simigliante a sua madre. Un suo vicino ed amico detto Femio ebbe anch’egli da una donna di Megara detta Doride un bambino che chiamò Doro, bello e di occhi soavi. I due bambini venivano su allevati insieme, e si amavano tra loro mirabilmente: se uno d’essi piangeva, la mamma non sapeva altrimenti acchetarlo che chiamando l’altro, e come questi veniva, quegli cessava le lagrime, e sorridendo gli andava incontro, e si trastullavano insieme molte ore del giorno. Se Callicle aveva dei frutti o delle ciambelle col mele voleva mangiarle con Doro, e se Doro aveva un vestitino nuovo pregava Tecmessa di fare a Callicle una tunica simigliante. Ogni mattina i due fanciulli lavati, puliti lucenti andavano insieme a scuola accompagnati dai loro servi, e presto impararono a leggere e scrivere, e mostravano molta intelligenza: e dopo la scuola entravano nella palestra giovanile, dove nudi si esercitavano a la corsa, a la lotta, al disco: cosicché erano belli, ingegnosi, robusti. Erano sempre insieme, e non mai l’uno si dipartiva dall’altro, e per le vie si tenevano per mano: e la gente che s’incontrava a vederli, se ne compiaceva assai, e li chiamava i Dioscuri, e li credeva fratelli, e diceva: Beata la madre che li ha partoriti.

Ora avvenne che Tecmessa ammalò, e brevemente morì, ed Eufranio che l’amava assai ne ebbe tanto dolore che indi a poco tempo moriva anch’egli, lasciando l’unico suo figliuolo raccomandato a Femio, acciocché lo allevasse come suo e insieme al suo Doro. Il povero Callicle pianse amaramente la perdita della mamma sua e del padre, e passò ad abitare nella casa di Femio, dove il suo Doro gli era sempre attorno per consolarlo, e spesso piangeva con lui. Femio e Doride allevarono Callicle amorosamente, e lo tenevano come loro figliuolo, e con gran fede gli serbarono ed accrebbero la roba. I due fanciulli avevano la stessa età, ed erano intorno ai dodici anni: andavano a la scuola e alla palestra: e appresero i poemi di Omero e di Esiodo e di Teognide, e lessero le Muse di Erodoto: Callicle poi era il più veloce al corso tra i suoi coetanei, e Doro il più robusto lottatore. E così vissero insieme altri anni, acquistando utili cognizioni, ed afforzando la persona bella e svelta. Nella stessa casa abitavano, a la stessa mensa cenavano, nella stessa camera dormivano e nello stesso letto: e spesso l’uno con l’altro confondendoi piedi e le gambe, come i serpenti intorno a la verga di Mercurio, si facevano carezze, si abbracciavano, e soavemente si addormivano. Messero insieme le prime calugini, e l’uno si compiaceva dell’altro: insieme andavano per la città, insieme per i campi, insieme io li vidi in Megara in un podere che apparteneva a Doride. Nelle feste degli Dei essi apparivano i più vistosi nel coro dei giovinetti, e a loro due si volgevano gli occhi di tutte le fanciulle che formavano l’altro coro: e tutti dicevano che i figliuoli di Femio erano i più belli garzoni della città. Un giorno dopo una processione Callicle disse: Hai veduto, o Doro, con che occhi d’amore guardavano te e me quelle vergini che andavano innanzi a le altre, e più vicine alla statua della Dea? – Sì, sono belle quelle vergini, rispose Doro, ed hanno begli occhi e belle chiome d’oro. E Callicle: Ma sono più belli gli occhi tuoi: e glieli baciò. E Doro baciando lui: E questi tuoi capelli che ti scendono come appio, sono più belli delle loro trecce! quanto sei bello, o Callicle, amico mio! – Quanto sei bello tu, o Doro, o Doro mio. – E così dicendo si abbracciarono, si strinsero, e congiungendo le loro bocche si diedero un lungo bacio, e sospirarono.

Erano già efebi, e già sentivano quell’interno rimescolamento, quell’angoscia che è il primo segno, la prima voce di amore. E Doro disse: Io sento, o Callicle, che t’amo con un nuovo ardore, e maggiore di quello che ho sentito sinora. E credo sia quell’amore che secondo il divino Platone, gli Dei mettono nel petto soltanto dei savi, quell’amore che nutrisce la sapienza e la purifica, che unisce e rende prodi i giovani guerrieri. Sì, o Doro, disse Callicle: io non amo che te, e più forte di prima, e credo che sia nato in noi questo amore platonico. Godiamone ora che ne è tempo.

Quando i due giovinetti giacevano insieme abbracciati parevano due medinni di fior di farina. Erano i loro corpi bianchissimi e sparsi di color di rosa, e lucenti, e mandavano fresco odore di giovinezza, ed erano sempre tersi per lavacro. Si guardavano l’un l’altro, si carezzavano, si palpavano in tutte le parti della persona, si baciavano negli occhi, e nella faccia, e nel petto, e nel ventre, e nelle cosce, e nei piedi che parevano d’argento: poi si stringevano forte e si avviticchiavano, e uno metteva la lingua nella bocca dell’altro, e così suggevano il nettare degli Dei, e stavano lungo tempo a suggere quel nettare: ed ogni tanto smettevano un po’ e sorridevano, e si chiamavano a nome, e poi nuovamente a stringere il petto al petto e suggere quella dolcezza. E non contenti di stringersi così petto a petto, l’uno abbracciava l’altro a le spalle, e tentava di entrare fra le belle mele, ma l’altro aveva dolore, e quei si ritraeva per non dare dolore al suo diletto. Più volte ora l’uno, ora l’altro tentarono questo giuoco, ma nessuno dei due riuscì; in fine Doro si levò e disse: Un Dio mi suggerisce un espediente. E preso un vasello di purissimo olio biondo come ambra, soggiunse: Ungiamo con quest’olio la chiave e la toppa, e tentiamo, ché forse riusciremo ad aprire. Unsero bene e la chiave e la toppa, e così Doro senza molta fatica sua e senza molta noia di Callicle entrò vittorioso: a lo stesso modo entrò Callicle ed ebbe una simile vittoria; e così furono contenti tutti e due e goderono il primo frutto del loro amore. Nello stesso giorno salirono su la rocca, entrarono nel tempio della vergine Pallade a cui è sacro l’ulivo, e ringraziarono la Dea dell’espediente che loro aveva suggerito, a usare dell’olio di cui usano gli studiosi e gli amanti. Da quel giorno l’amore dei due giovani non ebbe più smanie né angosce, e divenne tranquillo. Attendevano agli studi, alle faccende della casa e della villa, conversavano sennatamente con le persone; e dopo le occupazioni della giornata entravano nella fedele cameretta e si pigliavano a sorso a sorso tutte le dolcezze: si miravano lungamente l’uno il corpo dell’altro, e con le mani si palpavano e carezzavano, e si davano dolcissimi baci nella bocca, e in fine col divino vasello si ungevano ed entravano nell’ultimo godimento. Dopo il quale venuta la stanchezza e il sonno si addormentavano, e spesso il mattino risvegliandosi si trovavano ancora abbracciati.

E così vivevano pigliandosi diletto con temperanza, e tanto ne pigliava l’uno quanto l’altro, una volta per uno in ogni cosa e sempre, come vuole giustizia ed amore. E di questo i due giovinetti fecero giuramento e lo serbarono per tutta la vita. E io credo che se gli Dei immortali riguardano a le cose che fanno gli uomini, hanno dovuto compiacersi a mirare questa bellissima, e forse sentire invidia di due fiorenti giovanetti che tanto si amano tra loro, e godono secondo giustizia ed amore.

Capo 2

Frequentavano la scuola di Codro, filosofo platonico di gran fama in Atene. La scuola era su la gran via che mena al Pireo, poco lunge dal tempietto di Apollo: ed ivi convenivano molti giovani ateniesi e forestieri per ascoltar Codro, che era bel parlatore, e di piacevole aspetto senza l’accigliatura filosofica, un uomo su i quarant’anni, composto nelle vesti, e spesso sorridente. Dicevano che egli solo aveva inteso Platone, e ne spiegava la dottrina. I giovanetti lo ascoltavano con grande attenzione, e notavano su loro tavolette le belle cose che udivano per tenerle meglio a mente, e usciti dalla scuola andavano spesso nel boschetto sacro ad Apollo, e quivi passeggiando tranquilli e solitari ragionavano delle cose udite dal maestro. Un giorno videro venire pel boschetto esso Codro solo e lento: gli andarono incontro, e lo salutarono, ed egli rispose con un sorriso al loro saluto, e disse: Che fate qui, o bei garzoni? – Ragioniamo. – E di che? – Di quello stesso che tu oggi dicevi nella scuola. – E posso io entrare tra voi? Ebbene, sediamo su quel sedile di marmo dove l’ombra degli allori è più fitta e difende dai raggi del sole. – E seduto che fu in mezzo ai due giovani, prese e strinse una mano all’uno ed all’altro, e disse: Un poeta direbbe che voi o giovanetti, somigliate i cavalli del sole, così belli, e lucenti, e sempre insieme: ma io che da alcun tempo vi vado osservando, io dico che voi siete innamorati. Oh non arrossite di questo che non è vergogna, ma prezioso dono che gli Dei concedono a pochi ed ai migliori. E Callicle rispose: Sì, noi ci amiamo, né abbiamo di che arrossire o vergognarci perché non rechiamo offesa ad alcuno, né a noi stessi. E Codro: Voi, o giovanetti, fate quello che fecero Armodio ed Aristogitone, – che diedero la libertà ad Atene, ed erano innamorati ed a quei grandi innamorati gli Ateniesi rizzarono statue ed offrono sacrifici come fanno agli Dei. Innamorati erano Achille e Patroclo i due grandi prodi che caddero a Troia; e quando Patroclo fu morto, Achille pianse amaramente, e ricordando tutte le dolcezze godute insieme ricordava con maggior passione:

……..quella dolce usanza

Di star fra le tue cosce santamente.

        E negli eserciti elleni quale è la schiera dei più bravi? Quella degli innamorati, che combattono a coppia, e l’uno aiuta l’altro. L’amore li rende eroi, ed essi fanno le maggiori prodezze di cui ricordano le nostre storie. Insomma sappiate, o giovanetti, che tutti gli Elleni migliori per senno, per coltura di mente e per gentilezza di costumi, sono innamorati nella loro giovinezza, come voi siete, e taluni anche nell’età matura e nella vecchiezza. Qui Doro domandò: Ed anche tu, o Codro, sei innamorato? – E Codro rispose: Sì, o giovanetto; ed io garzone fui amato da Cleobulo mio maestro, di cui mi è cara la memoria; ed ora amo un giovane dell’età vostra il quale da alcuni giorni è ito a Larissa sua patria per raccogliere l’eredità paterna. – E Doro: E questo tessalo ama te? – Sì, perché io l’amo: ed egli desidera di tornare presto e di vivere meco, come io desidero di rivederlo, e senza di lui sono mesto, come mi vedete. Ragioniamo dunque di questo amore. Il nostro divino maestro Platone di questo amore intende parlare nelle sue opere, e non di altro, come si crede. Ricordate le ultime parole del Fedone che sono queste: Concedetemi, o Dei, che io possa piacere sempre ai belli. Questo è quell’amore puro e sacro di cui egli ha ragionato tanto e sì profondamente. Ora questo amore è perfetto quando è in due giovani come voi siete, leggiadri di persona, pronti d’intelletto, e nutriti di buone Lettere: perché amandosi fra loro godono del piacere temperatamente (ché carattere di questo amore è appunto la temperanza) e non isciupano e disfanno il corpo con le femmine il cui desiderio è insaziabile; non mandano a rovina la casa donando con pazza larghezza a cortigiane, che più hanno più chiedono; non sono tormentati da gelosia; non si mischiano in rapimenti e risse e ferite e uccisioni; ma invece come hanno goduto insieme un diletto, attendono insieme agli studi, vanno insieme a la guerra dove l’uno è scudo dell’altro. Questo amore ha per legge la reciprocanza, e però è ottimo nei giovani della stessa età, buono in quelli di età poco diversa. Callicle dimandò: Dunque reciprocanza anche per te e Cleobulo tuo maestro, fra te ed il Larisseo? – Sappi, o Callicle, rispose Codro, che amore senza reciprocanza non è elleno ma barbaro, non è amore ma furore che soverchia e oltraggia un altro, il quale non può fare a te quello che tu hai fatto a lui. Eppure, disse Doro, molti biasimano questo amore, e molti più biasimano la legge della reciprocanza. – E Codro: Chi sono costoro? quelli che non conoscono questo amore, e biasimano ciò che non conoscono. Coloro che hanno sentito questo diletto amoroso, ne ringraziano gli Dei. Io dirò a quelli: Ma provate, vedete, conoscete prima, e poi ne riparleremo. E a chi nega la legge io rispondo, che egli nega che due sia maggiore di uno, che due diletti piacciono più di uno. Amare è cosa santa, godere dell’amore senza offesa altrui e senza vergogna propria, godere egualmente, è accrescimento e compimento d’amore. Non ascoltate, o giovanetti, coloro che ragionano di cose di cui non hanno conoscenza, e qui la conoscenza non viene dalla mente ma dalla esperienza e dal fatto. Chi non ha provato non può parlarne. Ma avete a sapere, o cari giovanetti, che questo amore, come ogni altra cosa ha bisogno di un’arte per giungere alla sua perfezione, e quest’arte si apprende. – E quale sarebbe cotesta arte? disse Callicle. Tu che sai tante cose, e sei così dentro nella dottrina del grande filosofo, conosci tu anche quest’arte? – La conosco, rispose Codro, e potrei insegnarvela, se v’aggrada. – Disse Doro: Volentieri ti avremo a maestro anche in quest’arte. Di’ dunque, e noi ti ascolteremo. – Ogni arte, o bei giovanetti, s’impara più col fare che col dire. E se voi vorrete venir meco in mia casa, io vi mostrerò l’arte, e ve la spiegherò secondo mio potere. – I giovani si guardarono in viso, e dopo alcune occhiate che si scambiarono tra loro, disse Callicle: E noi verremo con te per vederti adoperare cotesta arte.

         Si avviarono dunque a la casa di Codro, e quivi giunti egli fece apparecchiare da un servo sopra un desco alcune focacce di sesamo, della carne di bue con salsa, un piattello di frutta colte allora nell’orto, e un fiasco di vino di Chio. Mandò il servo fuori per una faccenda, e voltosi ai giovani disse: Voi siete miei ospiti, accettate questo dono ospitale. E poi che tutti e tre ebbero mangiato e bevuto di quel buon vino, e che si furono rinfrancati, Codro li menò in una stanzetta dove era disteso per terra un profondo e molle tappeto tarentino, e qua e là dei cuscini su i quali sederono, avendosi prima levati i sandali. Allora Codro disse: Bisogna scoprire il corpo, perché la bellezza è in tutte le membra, e il primo godimento l’hanno gli occhi. Tutti e tre rimasero nudi: i due giovani asciutti e lucenti, e Codro mostrò carni bianche e pulite che erano una cosa ghiotta a vedere, e aveva le mani bellissime. I due giovani gli palpavano piacevolmente le grosse mele ed il petto, ed egli stringeva e baciava ora l’uno ora l’altro. Ecco qui l’arte, disse: ma non si può operare che con uno. Sii tu primo, o Doro. Bisogna dunque baciare prima gli occhi, e gli occhi tuoi, o bel Doro, sono soavissimi. Poi baciare la bocca con un bacio lungo lungo lungo, e la lingua mia guizzare nella bocca tua, e la tua nella mia. – Sapevamo questo, disse Callicle; che ce l’ha insegnato amore. – E Codro seguitava: Ti bacerò le mammelle così, e le suggerò un poco. Scorrerò leggermente con la mano sul ventre, e su questi bei peli del pube, e piglierò questo bel fiore che è rizzato sul suo gambo con tanta baldanza. O bel fiore! ha il colore e l’odore della rosa, e pare che schiuda la bocca e mi voglia parlare! E poi con la mano scorrerò oltre, e con un dito dolcemente tenterò la porta. – E questa neppure è nuova arte per noi, disse Callicle. – E Codro: Oh lascia che io ti baci nelle spalle, e nei fianchi, e per le mele. O belle mele Esperidi, viene Ercole a cogliere il frutto prezioso. E così dicendo il buon Codro, che si aveva unto di odoroso unguento il suo Ercole, abbraccia Doro, e dopo due o tre dolci sforzi entra nel divino orto delle Esperidi. Stavano così congiunti e stretti sul tappeto, e Callicle a quella vista non può trattenersi, ed avendo anch’egli unto il chiodo, lo punta fra le carnose mele di Codro, e giù dentro a un tratto. Scuotesi Codro, e lascia Doro; ma subito lo riprende, e dice: Bravi, o giovanetti, state saldi, tu Doro innanzi a me, tu Callicle dietro: teniamoci stretti bene, e non usciamo di carreggiata. E poi che ebbero corso tutti e tre insieme uno stadio, disse Codro: Io volevo insegnare l’arte a voi, e voi, o divini giovanetti, insegnate a me una cosa novissima, come i due diletti d’amore si possano avere nello stesso tempo. Ringrazio gli Dei di avere appreso un’arte più fina. – Basta, disse Doro: reciprocanza ora. E così rivolgendosi tutti e tre, Codro si strinse il bravissimo Callicle, e Doro con eguale impeto e bravura entrò nel giardino di Codro che mise un gran sospiro.

      E poi che ebbero compiuto questo altro stadio, e si astersero le membra con un lavacro, Codro volle che così nudi come erano libassero del vino a la memoria di Platone, e poi lo bevessero nella medesima tazza. E poi che ebbero libato, e bevuto, e si furono baciati, Codro abbracciandoli tutti e due disse: Due diletti nello stesso tempo! eppure fra i due mi è stato più dolce quello che voi avete dato a me. – E noi, o maestro, anche noi abbiamo avuto un nuovo diletto a penetrare in questo profondo seno della tua platonica sapienza. – Gli Dei vi benedicano, o giovanetti. Non vi dimenticate che questa nuova conoscenza di diletto l’avete appresa con un filosofo platonico. I giovani si rivestirono e andarono via. Qualche altra volta platoneggiarono a quel modo col loro maestro, finché non fu ritornato il giovane da Larissa.

Capo 3

Era la festa delle Panatenee, e grandissima moltitudine di cittadini e di forestieri empivano le vie di Atene. In mezzo la folla Callicle e Doro si tenevano per mano per non separarsi, ma venne un’onda di gente, ci fu un’agitazione, una stretta, ed i due amici furono divisi, e non si videro più per alquante ore. Finalmente presso al tempio dei Dioscuri Doro scorse di lontano Callicle, e lo chiamò; e poi che si furono avvicinati, disse: Che è, o Callicle? ti vedo più lieto del solito. – Sì, Doro mio, sono lieto perché gli Dei mi hanno mandato una buona fortuna, ed ho acquistata una nuova idea. Vieni qui, sediamo a piedi di questa colonna lungi dalla folla, e ascolta. – Oh che può essere, o fratel mio? E Callicle cominciò in questa guisa:

Come la folla mi ha staccato da te e non ti ho più veduto, io ti ho cercato per ogni parte ed ho dimandato di te a quanti mi avvenivo nostri conoscenti. In una brigata di donnette vidi Innide la bella danzatrice, la ricordi?, quella che come ci vedeva ci faceva un risolino, e ci gettava un motto, e ci chiamava i Dioscuri filosofi? – Quella donnina coi capelli neri, e gli occhi vivi? Sì, la conosco. – Io le dimando: Hai tu veduto Doro? – Sì, mi risponde. – E dov’è? – Qui, dice, e aprendosi la veste sul petto mi mostra le papille; e poi sottovoce: Se mi segui, lo troveremo. Facilmente si libera delle compagne, ed entra in una vietta: io dietro lei, e dopo breve cammino siamo in casa sua. Io le dico: O Innide, lasciami veder bene dove tieni chiuso l’amico mio. Ed ella: Té, o filosofino. Ed io vidi, e toccai e baciai due poppoline bianchissime e durette. – Non è qui, diss’ella: ma lo troveremo in altro luogo. Ed io: o Innide, io non conosco cotesto luogo né vi sono stato mai, né io né l’amico mio, e tu mi dovrai guidare. Ed ella giubilando, sì, davvero? disse, e prese a carezzarmi la faccia, e baciarmi. Dunque coglierò io questo fiore! E presomi con le due mani il fiore lo riguardava, e lo baciava tutto, e lo fiutava, e diceva: Pare un bocciuol di rosa che sta per aprirsi. Poi gattasi supina sul letto, e mi tira sopra di sé, e con una mano mette il mio bocciuolo nel suo vasello, e mi stringe le braccia al collo, e mi incrocia le gambe sopra la schiena, e mugola, e stravolge gli occhi, e si dimena, e mi morde un labbro, e dopo alquanto dimenare ci fermiamo insieme. Non uscire, ella mi dice, e con le gambe mi stringe la schiena: ed indi a poco abbiamo fornito il secondo lavorio con la stessa dolcezza. Poi ella con le sue mani mi ha asciugato e ripulito il fiore, e lo teneva, e lo palpava; ed io le suggevo ora una poppa ora un’altra, e mi deliziavo a scorrere con la mano su le cosce e le mele. Oh che mele sono quelle, bianche e lucenti come marmo pario, e grosse e sempre freschissime! Ad un tratto mi viene un pensiero, e dissi: O Innide, tu hai vagheggiato il fiore, deh lascia a me vagheggiare la cestellina nella quale l’abbiamo messo, ché io non ho veduto mai una cestina, e questa è la prima. Ella si leva, si rinfresca con acqua, si pulisce con odorato pannolino, torna a me, e mi dice: quando era nuova bisognava vederla la cestina! pure ora non è guasta, ed è piccoletta e odorosa. Io l’ho veduta, o Doro, ed ho alitato la sacra porta della vita e del piacere, la porta onde esce l’uomo a la luce del sole: pare una grotta sacra ad un Dio misterioso, la grotta di Pane ricoperta di molto frondame lucente e morbidissimo. L’ho veduta, l’ho salutata, l’ho baciata ancora, ed abbiamo celebrato il terzo mistero, ed abbiamo goduta la terza dolcezza che è stata più lunga ma meno intensa. Infine ho dato un altro bacio a Innide, e sono venuto a cercare di te, e a contarti questa mia avventura.

Il povero Doro durante questo racconto si era tutto acceso nel volto e sentiva come bollire il sangue; e poi che Callicle ebbe finito, egli disse: Tu ora conosci cosa che io non conosco: E Callicle: Vuoi averla anche tu questa nuova conoscenza? – Deh Callicle mio, rispose Doro, le tue parole me ne hanno fatto venire un desiderio ardentissimo. – Vinei meco, disse Callicle; e s’avviarono, e dopo alquanto cammino picchiarono a la casa d’Innide. La quale come vide i due giovanetti, Io vi aspettavo tutti e due, disse, e fece gran festa, e ringraziò Callicle con un bacio. E questi le disse: Vedi altro bel dono che ti reco! Tu coglierai quest’altro fiore. E mentre voi godrete, goderò anch’io a mirarvi abbracciati e stretti insieme. – No, no, disse la donna – Ebbene, rispose Callicle, vuoi che io esca, o mi intrattenga con la tua servetta – No, no: guarda pure, se così vuoi. Intanto Doro le azzeccò un lungo e savoroso bacio, e dopo alcune carezze ella disse: O Santa Venere degli Orti, io ti ringrazio della buona ventura che mi dai, a farmi cogliere in un giorno questo bocciuol di rosa e questo garofano, che sono i più bei fiori del giardino virile d’Atene. Si mescolarono insieme, e Callicle si piaceva a guardare i piedi nudi d’Innide che premevano su la vigorosa schiena di Doro, il quale lavorava di gran forza; e come egli accarezzava quei piedini che parevano di cristallo, ella guizzava, ed egli sorridendo diceva, godete. Era un vero filosofo questo Callicle, che tutto voleva vedere ed osservare, e toccare. E poi che quel lavorio fu finito, la donna si messe in mezzo ai due garzoni, e dando loro molti baci, e poggiando il capo ora sul petto dell’uno, ora sul petto dell’altro, disse: O bei Dioscuri, voi non siete uomini ma Dei immortali, così belli siete, e così grande è l’effetto della vostra bellezza sopra di me. Non dimenticate la povera Innide, con la quale, o bei Dioscuri, avete celebrato la prima volta la festa delle Panatenee. – E dopo altre carezze i giovani andarono via.

Tornati a casa i due giovani, poi che ebbero cenato lietamente con la famiglia, entrarono nella loro camera, furono nel comune letto, e mescolarono insieme le gambe come solevano fare. E stando così Callicle disse: Che ti pare, o mio Doro, del diletto che oggi abbiamo avuto con Innide? – A me pare, rispose, Doro, un diletto grande, e diverso da quello che abbiamo tra noi: è un’altra cosa. – E Callicle: Ma quale ti pare maggiore? Disse Doro: Io non posso paragonarli, perché il nostro è congiunto ad amore, e quello è stato senza amore. – Ma paragoniamo diletto a diletto, disse Callicle. – E Doro: Se vuoi che io ti dica quello che a me pare, io tel dirò. Con Innide ho sentito una ebbrezza nuova, e assai più forte della dolcezza solita. – Tu dici quello che ho sentito anch’io, replicò Callicle: e non so per quale ragione il filosofo non loda quel diletto inebbriante, anzi lo sconsiglia ai savi; – Io credo, disse Doro, appunto perché è inebbriante e turba la ragione, e dopo quella ebbrezza vengono molti fastidi, che noi non conosciamo perché l’abbiamo goduta una volta, vengono gelosie, dispendi, figliuoli, cure domestiche, i quali fastidi non vengono dopo l’altro diletto che è sempre sereno ed eguale, e senza sperpero di roba, e però più conveniente al savio. – Ma credi tu che se non ci fossero questi fastidi il filosofo biasimerebbe il diletto che si ha con la donna? Io no, disse Doro: ma sia qualunque l’opinione del filosofo, io penso che noi non dobbiamo lasciare due per avere uno, e che noi dobbiamo godere dell’uno e dell’altro come noi possiamo. Questo mi pare consiglio più savio, non rifiutare nessuno dei beni e dei piaceri che gli Dei ci presentano, e goderceli tutti, ma temperatamente per goderli più a lungo. E Callicle: E se dovessi tu scegliere? Nel diletto nostro ci sono due parti, e come due diletti, e in quello inebbriante c’è una parte sola. Dopo che io mi sono stretto ad Innide ed ho goduto con lei, ella ad un modo io ad un altro, non abbiamo scambiate le parti come facciamo noi: ché quando io ho abbracciato il mio Doro, io sento una seconda dolcezza, sento che il mio carissimo Doro abbraccia me. Innide non fa a me quello che io feci a lei, e Doro fa a me quel che io a lui. All’udir queste parole Doro senz’altro abbraccia a le spalle il suo Callicle e se lo stringe soavissimamente, e poi Callicle a lo stesso modo abbraccia e stringe il bel Doro. Che volete? avevano diciotto anni! E così si addormentarono.

Capo 4

       Dopo due giorni all’ora convenuta in sul tardi Callicle e Doro furono in casa d’Innide, la quale li accolse con festa e baciò in bocca all’uno ed all’altro. Era Innide una donnetta vezzosa, su i venti anni: aveva occhi parlanti, bocca rosata e sorridente, manine delicate, piedi piccoletti, e tale un candore nelle carni che pareva nata dagli Erettei (nobili antichi ateniesi). Ella era uscita allora dal bagno, ed era fresca e lucente, e ricoperta d’una finissima veste listata di porpora. Con un bell’atto fanciullesco ella sedè su le ginocchia di Doro, e con le mani gli ravvivava i capelli su la fronte, e lo mirava con un sorriso di compiacenza; e gli gettava le braccia al collo, e gli baciava gli occhi: Callicle si sedé vicino, ed ella pose un piedino nudo e poi l’altro su le ginocchia di Callicle, il quale li prese tutti e due, e li baciò, che parevano due pezzi di cristallo. Poi Innide gli prese il mento con una mano, e gli baciò la bocca: ella non sapeva dividersi fra i due, ma si teneva più stretta a Doro. Intanto Doro le metteva in dito un anello d’oro lavorato in Rodi, e Callicle le metteva al braccio un’armilla anche d’oro figurata di due serpenti fatti con molta arte. Ed ella guardando il dono che le facevano i giovanetti, disse: Ma quale anello, quale armilla, quali collane, quali cioccaglie sono belli e preziosi come Callicle e Doro, i più belli e leggiadri giovani di Atene, che sono miei, che li ho avuti io la prima volta, ho colto io il bel fiore della loro verginità? Nessuna donna, e neppure la figlia dell’Arconte l’avrà questa fortuna in vita sua. Voi mi avete dato voi, e voi siete per me più preziosi che tutto il tesoro di Delfo. Io d’anelli ne ho quattro, sapete? Ed un’armilla e due paia di cioccaglie, uno a tre mandorle, ed uno a cerchietto da cui pende una mezza luna, e due cicale d’oro, e due api per tenere i capelli, e sono lavori di Siria. Oh ve li voglio far vedere! Andò nella camera vicina, prese uno scrignetto, e postolo innanzi ai giovani ne cantava quei suoi gioielli, ed ora di uno ora di un altro si adornava, e diceva: che vi pare? mi stanno bene? A la prima festa metterò l’anello e l’armilla vostra, e la bella comparita che voglio fare! Callicle domandò: Chi ti ha dati questi gioielli? la mamma? Innide si rabbuiò nel volto, e rispose: Oh, la mamma mia era una povera donna moglie d’un marinaio, il quale le morì quand’io avevo cinque anni, ed ella con le sue fatiche mi dava a campare, e mi tirava su, ed io fatta grandicella divenni danzatrice, ed ebbi qualche amante: ma perdei la mamma mia diletta, e piansi tanto, e quando me ne ricordo non posso tenere le lagrime. – Povera Innide, disse Doro. E Callicle: Dunque gli amanti ti han fatto ricca? – Ricca me! vivo senza angosce, ed ho una servetta. Ma a voi voglio dire ogni cosa. Padron Cleonimo, quel vecchio ricco che ha tante navi nel Pireo, e che voleva gran bene a mio padre che navigava con lui, egli me le ha portate queste cosette, e mi dà ancora come sostenere la vita. Chi? quel vecchio tutto bianco? disse Doro. Ed Innide: Sì, quello che come l’aglio ha il capo bianco e la coda verde. Ha moglie, ha figliuoli, e vuol bene anche a me! – E tu ne vuoi a lui? disse Callicle. E Innide: Oh altro! come ne vorrei alla santa anima di mio padre! Mi fa tanto bene! sarei una scellerata a non volergliene. – E Callicle: Vuoi bene a lui ed a noi – Ed ella: A voi è un altro bene che vi voglio, e da un pezzo, e voi non ve ne siete accorti. A lui come padre, a voi come amanti: in lui amo la bontà, in voi la bellezza. Ma che egli non si accorga di nulla, per gli Dei immortali, se no io sono disfatta. – È geloso egli? disse Callicle – Ed Innide: Naturalmente è geloso: egli è vecchio. Ma voi non siete gelosi voi l’uno dell’altro? E se io voglio più bene a Doro, non ne senti gelosia tu, o Callicle? – Io no, disse Callicle; né egli sentirebbe gelosia di me, perché siamo amici ed abbiamo tutto in comune. – Oh voi siete filosofi, e diversi dagli altri uomini, disse Innide. Intendo: voi non mi amate, perché amore è geloso: voi credete che la povera Innide sia una danzatrice come le altre, ed io sono una donna innamorata della bellezza vostra da molto tempo, la vostra bellezza mi ha fatto perdere il senno. E così dicendo la vezzosissima donna si lasciò cadere nelle braccia di Doro, e pianse. Doro la sollevò di peso, e la portò sul letto, e disse: Ora è tempo di godere, godiamo. I due giovani giacquero a canto a lei, e dandole baci e facendole carezze, ora l’uno ora l’altro fecero quello che vollero essi, e quello che Innide voleva, e quello che vorreste voi, e che vorrei anch’io: e non ne dico altro. E così per alcun tempo cautamente per non dare sospetti al vecchio Padron Cleonimo, ora Callicle, ora Doro, ora tutti e due insieme filosofarono con Innide, la quale non poteva mai saziarsi di mirare i due bellissimi garzoni e di ragionar d’amore con essi.

Capo 5

Passarono alcuni mesi, e Doro fu preso da una febbre violenta, e giacque in letto per oltre venti giorni assistito con ogni cura amorosa dalla madre sua, e dal suo amico: e poi che si levò, e stette meglio, e poté uscire di casa la prima volta, andò solo da Innide, la quale gli fece tenerissime carezze. Come stai, o bel Doro? mi pare un anno che non ti vedo, ragazzo mio! Ma sai tu che così pallidetto sei più bello? Mi diceva Callicle le febbri ardentissime che hai avute. – Che febbre, o Innide! e quando era più cocente io sognavo te, e parevami che tu mi risanavi. – Davvero? e come? – Mi pareva che tu mi sedessi in grembo, e con la bella manina tua pigliandomi il garofano lo mettessi nell’altro vasello, e così io mi sentivo risanare. Deh, Innide, per Venere Callipigia risanami a questo modo: tu sola puoi farmi rifiorire – T’intendo, o filosofino, t’intendo: tu vuoi fare con me come voi altri uomini fate fra voi; e mi vieni a contare di sogni. Senti Doro: io so dire alcune parole le quali hanno la potenza di risanare coteste malattie. Oh non ridere: lasciami dire, e vedrai. Se non produrranno effetto, io farò quello che vuoi. – Sono parole magiche? – Sì, magiche. – E se non riuscirà la magia? – Prometto. – Fa dunque l’incantesimo. Innide destramente si scioglie i capelli e se li lascia cadere su le spalle, si apre un po’ la veste sul petto perché compariscano le mammelle, e dice: Vieni qui, o Doro, siedi dirimpetto a me, ginocchia contro ginocchia, dammi le mani, e guardami bene negli occhi. Dimmi un po’: dov’è la bellezza nostra, dico la bellezza degli uomini e delle donne? Nel volto. Nel volto c’è lo sguardo, il sorriso, il bacio, la parola, l’anima tutta quanta. Copri il corpo di vesti, e la bellezza parrà nel volto: copri il volto e scopri il corpo, la bellezza disparisce. Ora godere del corpo senza del volto, è godimento senza la bellezza, è godimento non di uomo ma di bestia che non conosce la bellezza. Tutti gli animali quando si accoppiano fra loro fanno a lo stesso modo: il maschio salta su la femmina, e facendo loro lavorio la femmina guarda giù, il maschio su, e in poche parti del corpo si toccano, e finito quel loro lavorio si spiccano e vanno via. Solamente l’uomo e la donna quando si congiungono, si mettono di faccia a faccia, si guardano negli occhi l’uno dell’altro, e si sorridono, e si baciano, e si dicono dolcissime parolette, e sentono la bellezza nel godimento, il quale gustato così è il maggiore dei godimenti, ed è poi veramente divino se unito ad amore: allora i sorrisi, i baci, le parole sono divinissimi. E poi godendo così di faccia a faccia, tutte le altre parti del corpo si toccano e si congiungono, le cosce a le cosce, il ventre al ventre, il petto al petto, e le braccia stringono, e le mani scorrono per ogni parte, e per la schiena, e su le mele: così che non v’è parte del corpo che non senta di questo diletto nel punto che l’uomo e la donna si congiungono. Quando l’animale si congiunge all’animale il maschio afferra con la bocca la nuca della femmina, e se non l’afferra rimane con la lingua fuori della bocca: noi altri congiungiamo faccia a faccia, bocca a bocca, e nella bocca dell’uno è la lingua dell’altro. Insomma questo godimento negli animali è del corpo, e non di tutto il corpo, negli uomini è godimento di tutto il corpo e di tutta l’anima se è unito ad amore – Doro disse: Qual maga ti ha insegnate queste parole, o Innide? – Io sono ateniese, o Doro, rispose Innide, e noi altre donne ateniesi sappiamo tutte un po’ di magia. E dicendo così sorrise con tanta grazia; e lo guardò con occhi così accesi che Doro fu vinto dalla magia, e baciandole prima le mammelle e i ricci che vi cadeano sopra, disse: Godiamo ora questo divino diletto. E tutti e due nudi si abbracciarono, e con dolci sguardi, e soavi sorrisi, e dicendo, Doro mio! Innide mia! o bellissimo garzone, o vezzosissima maga! si dimenarono un pezzo, e con un sospiro si riposarono.

E nel riposo rimanendo congiunti, Innide con le sue dita di rosa prendendo le due guance del giovanetto gli diede un bacio nella bocca, e gli disse: Ti sono già spuntati i peli sul labbro superiore, e quando ti vidi la prima volta non li avevi: i miei baci te li hanno fatti spuntare, i miei baci te li faranno crescere: e quando saranno cresciuti e avrai un bel paio di baffetti, lisciandoli con la mano tu dirai fra te stesso: Mi sono nati, mi sono cresciuti coi baci d’Innide, e ti ricorderai d’Innide tua, e di questo godimento. Guardami con quei begli occhi! quanto sei bello, o mio Doro, o fiore mio soavissimo! che bell’odore mandano le tue membra! questo tuo petto è d’avorio pulito! – Sono belli gli occhi tuoi, o Innide, e bella questa bocca ond’escono parole che legano il cuore. Innide mia, Innide mia dolcissima ed amatissima. – E gli occhi, e la bocca, e queste parole, e questi baci, e questo godimento che hai ora l’avresti tu, se mi avessi presa a le spalle, e ti godessi tu solo un piacere che certamente è minore di questo, e dessi a me dolore o almeno noia, a me, a la tua Innide che ti parla e ti guarda e ti bacia? – Basta, basta, o maliarda, disse Doro: tu mi inebbrii con le tue parole. Godiamo un’altra volta di faccia a faccia, di bocca a bocca, e confondiamo insieme l’anima mia e la tua. Questo è godimento con intelligenza, è godimento di uomo, ed anche gli Dei hanno voluto goderlo e mescolarsi con le donne: come mi mescolo io con la bella Innide, con la vezzosa maga Innide, e mi sento divenire un Dio. – E goderono insieme la seconda volta.

Non più, disse Innide: che questo ti risana, e più ti nuocerebbe. Rimani ancora a letto, e fa quello che io ti dico. – Ella salta giù, prende una coppa, ci versa del vino e del mele, e la porge al giovane, il quale la beve con piacere. Poi gli si pone a sedere a canto al letto e comincia un chiacchierio, e intanto con la mano gli carezzava leggermente la fronte, e gl’impigliava nei capelli le dita, sì che il giovane a quel favellio a quelle carezze chiuse gli occhi, e si addormentò. Dopo un’ora riaprì gli occhi, ed Innide sorridendo gli disse: Oh sei risanato: ti sono riapparite le rose sul viso. Non te lo dicevo io? Or va, lavati, rivestiti, e torna a casa, che la mamma ti aspetta. Doro non le disse altro, le diede altri baci, e andò a casa dove la mamma fu contenta di vederlo lieto e fiorente come prima.

Capo 6

Doro raccontò all’amico suo quanto gli era intervenuto con Innide, e disse come egli sentiva di voler bene a quella cara donnetta. Callicle non rispose a questo, e soltanto disse che alle donne non si dee richiedere ciò che loro dà noia, e non ha scopo per esse, e soggiunse: ricordiamoci che questo diletto è concesso solamente agli uomini savi. Intanto Doro andava spesso da Innide, e Callicle raramente e quando l’amico ve lo conduceva: pareva che avesse un altro pensiero pel capo.

Un giorno ebbero una lettera che diceva: Venite subito tutti e due. Innide. Andarono, e trovarono la donna che con un doloroso sospiro disse loro: Io vi ho chiamati per vedervi l’ultima volta. Padron Cleonimo ha perduta la moglie, e trovandosi allogati i figliuoli, e solo in casa, vuole che io vada ad abitare con lui. – E tu vi anderai? disse Doro. Sì, rispose ella. – Ma noi, soggiunse Doro, possiamo darti quello che ti dà Padron Cleonimo, che di roba ne abbiamo a bastanza noi, e mio padre ha affidato a me molti affari di casa, e Callicle è padron del suo. – Carissimi giovanetti miei, sanno gli Dei che dolore sento a non vedervi più: ma quel buon vecchio, quel benefattore di mio padre, quello che sollevò mia madre generosamente, quello che tolse me dalla miseria e dalla vergogna, mi dice che egli è ormai solo al mondo, e vuole che io lo assista e gli chiuda gli occhi. Fosse anche egli povero, io ho il dovere di andare da lui e di assisterlo. Sarei una malvagia femmina se gli dicessi di no. E voi, vorreste voi che Innide fosse una malvagia? La figliuola del marinaio, la danzatrice sarà povera, sarà straziata nel cuore, ma non malvagia né ingrata. Ho avuto voi, ho avuto i due bellissimi Callicle e Doro, e questa era tale una felicità che io mi tenea pari a una Dea. Ora gli Dei mi tolgono questo bene inestimabile, ed io ritorno donna come ero prima. – A queste parole Doro divenne pallidissimo nel volto, e Callicle commosso anch’egli, disse: O Innide, e come ti perdiamo dopo di averti conosciuta così buona? – Ma non puoi tu, disse Doro, ancora che sei col vecchio, vederci qualche volta? – No, disse Innide: che se egli lo sapesse, io lo ucciderei. – Qui la donna che sino allora si era contenuta scoppiò a piangere, e si gettò fra le braccia di Doro. Fra un’ora verrà il vecchio, disse. Addio Doro mio bellissimo e carissimo, addio Callicle primo amor mio: ricordatevi d’Innide. – I giovani non sapevano che dire, sentivano la gola stretta, le diedero molti baci tenerissimi, e poi che furono usciti di casa si asciugarono alcune lagrime. Essi ricordarono sempre la buona Innide.

Callicle era pensoso, rimaneva lungamente con gli occhi fissi a un punto, non amava di parlare, e solamente a Doro rispondeva con un breve sorriso: onde Doro gli disse: Che hai tu Callicle, amico mio e fratello diletto? Tu hai certamente un dolore, e perché me lo nascondi? E Callicle mestamente a lui: Ahimé, Doro: io non ho più pace e mi sento morire! Quando ti sopravvenne la febbre e tu ardevi, tua madre tutta dolorosa mi disse: O Callicle, va subito a chiamare il medico Euristeo che è in casa di Eutichete l’areopagita, e fa che venga subito. Io corsi a casa dell’areopagita, e trovai il medico con una fanciulla, una fanciulla che mi parve una Dea, bella come Ebe: leggevano insieme Omero, e il medico gliene spiegava le bellezze. Come ella levò gli occhi per guardarmi, che occhi o Doro, che occhi! io mi sentii correre un fuoco per tutta la persona, e non sapevo dire e che fare. Pregai Euristeo di venire a casa, gli dissi che tu stavi male, ed egli voltosi alla fanciulla: O Psiche, disse, io vado a vedere quel giovane che soffre: tu seguita a leggere e ne riparleremo dimani. Dirai a tuo padre che io sono in casa di Femio. – Nell’uscire io mi rivolsi per vedere la fanciulla, ed ella mi guardava -. Ed hai parlato mai a quella fanciulla? disse Doro – Non mai e solo un’altra volta l’ho riveduta presso al tempio di Cerere con sua madre e due sorelle minori. – Ah, io mi sento morire d’amore! Io non credevo che amore nascesse da uno sguardo, e che ardesse tanto! Che mi consigli, o Doro? – Quali consigli posso darti io che non conosco amore? Preghiamo gli Dei che facciano riuscire a bene cotesta tua passione. Disse Callicle: Ma ella non sa la mia passione per lei, e forse ella mi disprezza la figliuola di Eutichete che porta la cicala su la scarpa, e si tiene più nobile di Teseo. E Doro con certo sdegno: Oh non basta di essere cittadino ateniese per essere nobile? non viviam noi con leggi uguali per tutti? Ma sai, o Callicle, che mi viene in mente? Doride mia madre forse conosce la moglie di Eutichete e la Psiche: apriti a lei: ella ti ama tanto! E così fecero: e la buona Doride si adoperò con tanto buon garbo che Callicle e Psiche si videro, si parlarono, si amarono.

Capo 7 

       Antioco re di Siria sdegnato contro gli Ateniesi per non so qual cagione mandò parecchie sue navi che infestavano i lidi dell’Attica e minacciavano il Pireo. Gli Ateniesi ordinarono subito il loro navile, e scrissero moltissimi combattenti, tra i quali furono dei primi Callicle e Doro, che lasciando ogni altra occupazione o diletto, si volsero interamente alle cure della guerra, e armati di buone armi montarono insieme sopra una delle navi detta la Sparvierata che era assai veloce. Un giorno fu recata la novella che quattro delle navi sire assalivano una terra presso il Capo Sunio, e che in breve l’avrebbero presa, e fatti prigionieri gli abitanti: onde il Navarco spedì subito una squadretta di tre navi più veloci, tra le quali fu la Sparvierata, ed egli uscì dopo con le altre. Le navi sire, presa e saccheggiata la terra, cariche di bottino e di prigioni, si allontanavano dal lido: le tre ateniesi con grande furia le assalirono, e mentre la Sparvierata rasentava una nave nemica, Callicle spiccò un salto, e fu dentro di quella. I Siri lo credettero un Dio disceso dal cielo in mezzo a loro, e colpiti da meraviglia e da paura rimasero inerti: intanto Callicle menava di fieri colpi con l’asta, e atterrò parecchi: pure infine si riscossero i Siri, e lo accerchiarono, e lo ferirono d’una saetta in una coscia, onde egli cadde sopra un ginocchio, e pur combatteva, e li teneva lontani. Non lo uccidete, diceva il Capitano, ma pigliatelo vivo, chè ne avremo una buona taglia. I Siri si stringevano per pigliarlo, ed uno di dietro lo ferì nel capo, sicché il giovane cadde su lo scudo. In quel punto la Sparvierata tornava all’assalto, e Doro gridava: Gli uncini, gli uncini! E come fu gettato il primo uncino che afferrò la nave sira, Doro vi saltò dentro, e ruggendo come un leone e menando colpi disperati, si piantò innanzi al caduto amico, e uccise, e ferì, e fu ferito anch’egli di saetta in una spalla. Intanto sopraggiusero altri ateniesi, e la nave sira dopo un combattimento fiero e breve fu presa. Un’altra nave sira urtata da un colpo di rostro si aprì ed andò a fondo con molte grida di quelli che v’erano dentro: le altre due fuggirono malconce, ma inseguite dal Navarco furono prese anch’esse. Sopraggiunto il Navarco volle vedere la nave su la quale si era combattuto, ne fece togliere Callicle che pareva morto e Doro gravemente ferito, e riporli su la nave sua. Qui furono curati con ogni diligenza, e Callicle aprì gli occhi, e il Navarco gli disse: Sii lieto, o giovane prode: l’onore di questa vittoria è tuo, e dopo di te del tuo amico. E Callicle sorrise leggermente, e strinse la mano a Doro che gli stava vicino. Le navi ateniesi, con le nemiche prese, tornarono nel Pireo. Tosto si sparse la fama dei due giovani e della loro bravura, e tutti gli ateniesi vollero vederli e salutarli con liete grida quando furono messi a terra. Eutichete andò subito col medico a casa dei giovani, e come ce li vide, si commosse ed esclamò: O Dei immortali, o Pallade protettrice, serbate questi due giovani alla città di Atene, salvatemi questo Callicle mio figliolo. Il povero Callicle non poté udire queste parole, ma le udì Doro, il quale dopo alcuni giorni che Callicle riebbe la conoscenza, gliele disse, ed egli ne fu lietissimo, e da quel giorno andò sempre migliorando. Doro risanò presto. Callicle penò due mesi, pure si levò e racquistò sue forze: e tutti e due tornarono belli e gagliardi come prima, e chiedevano di tornar su le navi a combattere a difesa della patria. Ma gli Ateniesi spedirono legati ad Antioco, si rappattumarono con lui, e la guerra finì.

Capo 8

Fu recata a Callicle una lettera da Andro scrittagli da Euridemo fratello di sua madre, il quale gli diceva essere gravemente ammalato, e prima di morire volerlo vedere e affidargli un segreto importante, e andasse presto che buon per lui. Il giovane mostrò la lettera all’amico suo, e tutti e due navigarono ad Andro. Come furono sbarcati sul lido dimandarono ad una filatrice la casadi Euridemo, ed ella alzando la mano col fuso, ed indicando sopra un’altura una casa bianca in mezzo ad un podere, disse: è quella. Salirono i giovani, e giunti ad un cancello di legno furono accolti dai latrati di un cane: venne un servo, legò il cane, e li mise dentro. Videro sotto un pergolato sedere il vecchio Euridemo, il quale benché sofferente si levò ed abbracciò il nipote e gli domandò del compagno, e come seppe che era Doro, disse: Oh, siete entrambi i prodi del Sunio; e abbracciò anche Doro, che lo salutò con quella reverenza che i giovani debbono ai vecchi, ed Euridemo aveva anch’egli combattuto per la sua patria ed era di animo generoso. Poi appoggiato al braccio di Callicle rientrò in casa, e chiamò la figliuola Ioessa: Eccoti il fratel tuo Callicle, e il compagno che combatté con lui. Fa preparare da Ecamede la cena per loro, che debbono essere stanchi pel viaggio lungo e il mare agitato. Era Ioessa una di quelle fanciulle di fina bellezza che si vedono nelle isole dell’Egeo, aveva negli occhi un’aria d’innocenza e di letizia, e guardava serenamente, e soavemente sorrideva. Accolse i giovani con molta grazia, e stata un poco andò a preparare la cena, con la vecchia serva Ecamede, che girando per la casa guardava ai giovani ospiti con molta compiacenza. Intanto Euridemo dimandava mille cose e di Atene, e del combattimento, e delle persone da lui conosciute. Poi che ebbe cenato, ed i giovani furono condotti da Ecamede in una camera sotto il portico dove erano preparati i letti, Doro prese Callicle per mano, e Ohimé, disse, questa tua sorella è così simigliante a te, che io vedendola ho creduto di rivedere te giovanetto. Oh come è bella, come dolce parla, e dolce guarda! Callicle mio, io sento stringermi il cuore.

Il giorno dopo Euridemo era un po’ sollevato: chiamò il nipote, e rimasto solo con lui, così prese a dirgli: O figliuolo della mia buona sorella Tecmessa, io sono lieto di rivederti così giovane e fiorente e di bella fama tra i tuoi concittadini. Ti ho chiamato perché sento che la vita mi manca, e il male che ho può troncarmela in poco tempo, ed io non so a chi lasciare affidata l’unica figliuola mia, la mia diletta Ioessa, che non ha madre, non ha fratelli, e l’unico parente che ci rimane sei tu, Callicle mio. Io moro, e che sarà della mia creatura? E qui pianse: poi seguitò: Io l’affido a te, e voglio che tu le sia padre fratello ed amico. Che ne dici? E Callicle: Questo te lo prometto, e lo giuro per la santa anima di mia madre. – E il vecchio: Se l’amore di padre non m’inganna, ella non ha spiacevole aspetto; e ti so dire poi che essa è buona ed affettuosa come tua madre, e mi ama molto e mi sta sempre intorno, e spesso veglia le notti presso al mio letto, e non sarà trista donna chi è così buona ed amorevole fanciulla. Se a te piacesse, se tu volessi torla, questa casa che non è ricca ma comoda, e il podere che è grande ed è il più bello podere in Andro, e certi risparmi che ho riposti, sarebbero tuoi: e tu avresti donna con dote che difficilmente trovi in Atene, dote d’innocenza e di santi costumi, e poi della tua stirpe, e poi, lasciamelo dire, il più bel fiore di Andro. Io sarei contento, e il morire non mi darebbe affanno. – Tu sarai contento, o Zio, disse Callicle: ma tu sai che prima amore, poi promessa. Io non l’ho veduta che una volta ieri, e per breve ora: lasciami qualche giorno di tempo, che io possa parlarle e conoscerle il cuore, e non dubitare, ti farò lieto.

Dopo alcuni giorni Callicle, il quale si era accorto che Ioessa guardava Doro, e si mutava nel volto, disse all’amico suo le parole dettegli dallo zio, e soggiunse: Tu sai che io amo Psiche e non ho occhi per altra donna. Se come mi hai detto tu senti amore per Ioessa, ed ella per te, come mi pare di aver veduto, vorresti torla tu? Potrei dire a quel povero vecchio che la sua figliuola avrà in te un marito, e in me un fratello ed un amico? – Doro abbracciò Callicle e disse: Sì, fratello mio, io amo Ioessa, e sarei felice se io l’avessi in moglie. Callicle andò subito ad Euridemo, e dissegli: Eccoti consolato, o Euridemo. Amore comanda anche a Giove, e nessuno comanda a lui. Doro ama Ioessa, ed ella lui. Egli la chiede: se tu vuoi dargliela, ella avrà nella vita due amici, in lui un marito, in me un fratello: ed entrambi l’ameremo e saremo suoi sostegni. – Questo anche mi piace, disse Euridemo, ché io conosco Femio e Doride, e questo loro figliuolo e amico tuo mi pare un giovane dabbene. Se si amano, io sono contento. – Interrogò la figliuola, interrogò Doro, e stabilì un parentado: ma il povero vecchio non poté vederlo conchiuso, ché il male gli si aggravò, gli si ruppe il cuore, ed ei morì nelle braccia della sua diletta figliuola. Il dolore fu grande.

Passati i giorni del lutto, e provveduto ad ogni cosa necessaria, i due giovani e la fanciulla tornarono in Atene, e Doride accolse amorevolmente Ioessa, e prese ad amarla come una figliuola. Callicle volle tornare nella sua casa paterna, e seco menò Doro sino alle nozze. Venne il giorno delle nozze, che furono doppie e lietissime. Callicle sposò Psiche, Doro sposò Ioessa: Ciascuno visse in sua casa, ed ebbe figliuoli, e famiglia, e fu onorato dai cittadini. I due amici non più seguirono Platone, che vuole la comunione della donna, ma vollero seguire le leggi della loro patria e seguire amore: e ciascuno d’essi amò ed onorò la donna sua. Pure, essi si amarono sempre tra loro, e sino alla vecchiezza di tanto in tanto per qualche occasione trovandosi nel medesimo letto confondevano i piedi e si abbracciavano come nei primi anni della loro giovinezza.

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