RAGAZZI GAY E GENITORI OMOFOBI

Ciao Project,

ho 50 anni, non sono gay, ma ho un figlio gay di 25 anni e mi piacerebbe fare conoscere la mia esperienza ad altri genitori. Devo dirti che sono stato, negli ultimi due anni, un lettore assiduo dei tuoi siti che mi sono stati utilissimi. Ma cominciamo dall’inizio.

Sono nato nel 68, mi sono sposato giovane, nel 90, i miei pensavano che fosse troppo presto ma io l’ho voluto fare perché volevo vivere con mia moglie e non ho mai rimpianto quella scelta perché mia moglie è una persona che mi vuole bene veramente. Mio figlio, che qui chiamerò Diego, è nato nel 92, quando io avevo 24 anni ed ero un papà giovanissimo. Da piccolo Diego era un bambino molto vivace e curioso di tutto, che si sentiva molto il cucciolo di papà e mamma. Ho ricordi bellissimi di quel periodo (6-10 anni). Col crescere si è dimostrato anche bravo a scuola e molto responsabile, a 14 anni ha avuto le chiavi di casa. Tra noi c’è stato sempre un buon dialogo. Mia moglie non è mai stata una mamma-chioccia e ha cercato dai 14 anni in poi, di metterlo in contatto con ambienti sportivi in modo che potesse stare con altri ragazzi. A 14 anni Diego era già molto alto e giocava a basket a discreto livello, portava a casa i suoi compagni di squadra, li invita a pranzo, io e mia moglie cucinavamo e l’atmosfera era molto gradevole. Le cose sono andate avanti così fino ai 17 anni. Mio figlio non aveva mai portato a casa una ragazza e non aveva mai parlato di ragazze. In casa non avevamo mai parlato seriamente di sesso. Diego vedeva me e la madre che la sera vedevamo la televisione abbracciati e la cosa per lui era assolutamente naturale. Era capitato qualche volta di parlare un po’ di qualche trasmissione televisiva che accennava alla omosessualità. Sia io che mia moglie abbiamo sottolineato che ciascuno è quello che è e che solo le persone poco intelligenti possono avere pregiudizi in questo campo.

Vorrei chiarire che i nostri non erano atteggiamenti “politicamente corretti” assunti perché chi è di sinistra ragiona così. Io, in gioventù, ho avuto un amico gay molto più grande di me, che forse si era innamorato di me, che per me è stato un secondo padre, se non ci fosse stato lui non so che fine avrei fatto ma credo che avrei corso molti rischi e molto seri. Anche mia moglie l’ha conosciuto ed è rimasta molto colpita. Insomma, la faccio breve, per me l’omofobia non esiste perché sarebbe la più radicale contraddizione della mia vita e della mia esperienza.

Quindi Diego, a casa, non ha mai respirato un’atmosfera omofoba. Comunque quando aveva 17 anni io e mia moglie abbiamo cominciato a porci delle domande, non eravamo prevenuti verso l’omosessualità, ma avere un figlio unico e sapere che è gay non è comunque una cosa facilissima da accettare, non fosse altro perché uno si chiede come si deve comportare per fare il genitore nel modo migliore. Avevamo notato che Diego stava molto spesso con un ragazzo che chiamerò Dany, erano inseparabili. Dany veniva spasso a casa. Diego e Dany (“D&D” così si chiamavano tra loro) andavano al campeggio insieme, passavano le vacanze insieme di Natale e di Pasqua in giro per l’Italia. Diego era contento e si vedeva. Io e mia moglie non ci siamo mai intromessi, però abbiamo capito che tra loro c’era qualcosa di più di una semplice amicizia. Diego però non ci aveva accennato nulla e noi non ce la sentivamo proprio di fare domande in proposito. Dany disegnava benissimo, i suoi disegni erano delle vere opere d’arte, e piano piano casa nostra fu piena dei disegni di Dany. Nel frattempo Diego aveva compiuto 18 anni. La festa di compleanno non era stata un’invasione di amici, come quella dei 17, ma era stata tutta centrata su una gita (Sabato e Domenica) con Dany. Qualche volta Diego restava a dormire a casa di Dany, noi non dicevamo nulla ma nel sottofondo però avevamo qualche preoccupazione, non per l’omosessualità ma per i possibili rischi per la salute e un po’ di ansia la sentivamo eccome. Ho pensato che non se ne potesse fare a meno e ho deciso di parlare con Diego. Siamo usciti insieme un pomeriggio e siamo andati alla villa comunale e gli ho detto: “A me e a tua madre Dany ci sta benissimo, ma abbiamo qualche preoccupazione per la salute…” Lui mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: “abbiamo fatto il test tutti e due… e comunque lui non era mai stato con nessuno e nemmeno io.” Gli ho chiesto: “Ma i genitori di Dany lo sanno?” e lui mi ha risposto: “No! E questo è il problema più grosso, perché non sono come te e mamma… insomma Dany li teme.” Abbiamo parlato molto di questo fatto, Diego era veramente preoccupato. Dany avrebbe anche tagliato i ponti con la sua famiglia ma per lui sarebbe stato un trauma. Parlare con mio figlio non solo mi ha tranquillizzato ma mi ha fatto capire che ho un figlio d’oro e che posso ritenermi un padre felice. A casa ho raccontato a mia moglie del discorso fatto con Diego e lei mi ha guardato perplessa e mi ha detto: “Ma tu pensi che noi possiamo fare qualcosa per questi ragazzi?” Si riferiva al fatto di prendere contatto con la famiglia di Dany e di esplorare un po’ la situazione. Le ho risposto che su questo bisognava sentire non solo Diego ma soprattutto Dany. Un giorno che i ragazzi sono venuti a casa il discorso lo ha avviato proprio Diego, Dany sapeva già che noi sapevamo. Dany però era molto esitante, perché a casa sua nessuno sospettava nulla. In sostanza nessuno di noi quattro aveva le idee chiare. I ragazzi dovevano finire l’ultimo anno di liceo e poi sarebbero andati all’università, ovviamente insieme e in un’altra città, avrebbero fatto entrambi ingegneria e avrebbero preso anche un appartamentino monocamera insieme. Ma lo scoglio della famiglia di Dany restava un problema insoluto.  L’anno successivo i ragazzi sono andati all’università, e come previsto hanno condiviso un piccolo appartamento, metà delle spese le pagavamo noi e metà la famiglia di Dany. Le cose sembravano andare bene, i ragazzi erano contenti, poi Dany ha avuto la malaugurata idea di parlare chiaro con i suoi genitori e da lì è cominciato il disastro. Lo hanno minacciato, in pratica lo hanno minacciato di diseredarlo, e non è una cosa da poco perché è una famiglia che sta bene economicamente. Ho chiarito a Dany che in ogni caso la quota di legittima nessuna gliela avrebbe potuta togliere, ma lui nemmeno mi stava a sentire, voleva tagliare i ponti con la sua famiglia, evidentemente dopo il discorso di chiarimento, doveva essere stato trattato malissimo. La famiglia ha smesso di pagare le tasse universitarie e la quota dell’appartamento per costringere Dany e rientrare a casa, Dany voleva lasciare l’università e mettersi a lavorare ma lo abbiamo convinto che sarebbe stata una follia e che avrebbe fatto un danno grave anche Diego, perché studiando insieme ottenevano ottimi risultati, e lui si è lasciato convincere. Abbiamo pagato noi tutte le spese, che in fondo non erano poi una gran cosa. Dany però si sentiva in imbarazzo per questa cosa e noi non sapevamo che cosa fare per rimettere Dany di buon umore. Per fortuna poi i ragazzi sono stati molto impegnati nello studio e questi problemi sono passati in seconda linea. Ogni settimana o io o mia moglie ci facevamo un viaggetto fino a casa dei ragazzi per portare loro i pasti già cucinati per la settimana, in modo che non perdessero tempo per queste cose. Mia moglie lavava e stirava perché avessero gli abiti sempre in ordine, insomma, non li abbiamo lasciati soli e ormai si sono laureati entrambi brillantemente e hanno cominciato anche a lavorare, si tratta ancora di piccole cose, ma così si fanno conoscere e le prospettive si allargano. Purtroppo i genitori di Dany sono spariti, sembra incredibile ma è proprio così, si sono disinteressati del tutto del figlio, non avrei mai pensato che si potesse arrivare a tanto, ma è quello che è successo. Dany non li vede da anni, e poi adesso vive con Diego nella città dove hanno studiato e secondo me non hanno nessun desiderio di tornare nella città di origine. Noi li andiamo a trovare più o meno un weekend al mese e ci accolgono con entusiasmo. Dany è molto amareggiato dal comportamento dei suoi genitori ma ormai ha perso lo speranza che possa cambiare qualcosa.

Project, anche Diego e Dany ti conoscono e tu hai parlato con loro (prima con Diego e poi con Dany, dopo circa un mese, più o meno un anno fa), stai facendo un lavoro utilissimo. Mi piacerebbe molto che tanti genitori aprissero gli occhi e mettessero da parte i pregiudizi perché per un figlio gay vedere che i genitori tentano di forzare la sua libertà e poi spariscono quando si rendono conto che il figlio ha un suo mondo, significa perdere buona parte della visione positiva della vita. Dany aveva trovato Diego e poi ha trovato anche noi e tutto sommato, per lui la situazione non è stata distruttiva, ma se fosse stato solo sarebbe stato costretto a rinunciare agli studi e avrebbe finito per covare dentro di sé un risentimento violento, e tutto questo assolutamente senza nessuna ragione seria. Io ho un figlio gay ma è un ragazzo felice, né io né mia moglie abbiamo timori per il suo avvenire, perché è riuscito a realizzare quello desiderava e ora è un uomo adulto di cui andiamo orgogliosi, ha un ragazzo che ama e che lo ama e non resterà solo. Mi chiedo come sia possibile che ancora nel XXI secolo ci siano genitori tanto fuori dal mondo da pensare di poter abbandonare un figlio perché è gay. Tutto questo è veramente assurdo!

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NON GIUDICARE GLI ALTRI GAY

Caro Project,

ho letto alcune parti del tuo libro “Essere Gay” e mi ha colpito l’idea di morale gay, cioè l’idea di distinguere tra una omosessualità buona e una cattiva o almeno meno buona. In questo modo io credo che tu voglia mettere in evidenza quanto c’è di buono nella omosessualità, e su questo non posso che concordare con te, ma purtroppo sottolineando quello che c’è di buono si finisce per sottolineare anche quello che c’è o ci può essere di negativo e qui potrei ancora essere d’accordo con te, ma con qualche limitazione significativa.

Project, tu dici di essere assolutamente laico e ti rispetto per questo, io vengo invece da una formazione cattolica abbastanza tradizionale, in teoria dovrei aver imparato a distinguere il bene dal male ma ho anche imparato a non giudicare e a non sottovalutare le ragioni degli altri, anche di quelli che hanno stili di vita diversissimi dal mio.

Sono ormai vicino ai 70 anni e ogni volta che mi capita di poter avere un dialogo serio con qualcuno che ha vissuto esperienze lontanissime dalle mie mi rendo conto che se per un verso mantengo la mia tendenza a giudicare, per l’altro sono fortemente frenato dal fatto che le cose sbagliate, quando sono viste da vicino sono molto meno strane e sbagliate di quanto appaiono quando sono viste solo da lontano o sono considerate solo in teoria.

Parlavo giorni fa con un ragazzo non ancora trentenne e, come mia vecchia abitudine e mio difetto, stavo per l’ennesima volta cercando di mettermi in cattedra, ma per fortuna mi sono trattenuto e ho lasciato spazio a quel ragazzo. Lui mi ha parlato con molta sincerità delle sue esperienze di vita e io mi sono sentito del tutto disarmato, mi rendevo conto che i miei argomenti moralistici non avevano alcun senso se confrontati con esperienze dure come quelle vissute da quel ragazzo. Mi sono sentito un totale imbecille, uno che si è illuso di capire tutto senza avere realmente alcuna conoscenza di ciò di cui sta parlando. Il mio mondo mi è sembrato solo un ammasso di chiacchiere vuote.

Che avrei fatto se mi fossi trovato nelle situazioni in cui si è trovato quel ragazzo? Che cosa avrei scelto? E poi, avrei avuto reamente la possibilità di scegliere? Quel ragazzo era radicalmente diverso da me nei suoi atteggiamenti perché aveva avuto una vita radicalmente diversa dalla mia e molto più dura della mia. Prima avrei giudicato male i ragazzi come lui, avrei detto che avevano l’idea fissa del sesso, ma, in fondo, vedevo sempre più chiaramente la stupidità di questi giudizi.

La moralità del mio essere gay, o almeno quella che a me sembra essere la moralità del mio essere gay, se vogliamo dire tutta la verità, mi viene dalla mia formazione cattolica, che mi ha in qualche modo preservato dalle esperienze più dure, cioè il mio essere cattolico mi ha fatto essere gay in un modo molto particolare, ma attenzione, si tratta di un modo più prudente, più oculato, più controllato, ma forse anche più ipocrita e meno sostanzialmente partecipativo. Ho fatto quello che fanno tutti i ragazzi, sesso compreso, anche se con prudenza, non sono un santo e mi rimprovero soprattutto di non aver fatto quel po’ di bene che avrei potuto fare, poi mi fermo a riflettere e mi chiedo che cosa mi ha allontanato per esempio dalla ricerca del sesso sfrenato, e onestamente, pensandoci bene, non credo che sia stata l’educazione cattolica ma la paura, cioè brutalmente la necessità di salvare la faccia, che è una cosa comunque molto meschina, ecco che il confine tra moralità e meschinità diventa molto meno netto.

La necessità di salvare la faccia per me aveva un valore solo perché non sono mai stato veramente me stesso al 100% e soprattutto non sono mai stato messo con le spalle al muro da situazioni di fatto più forti di me, come è accaduto a quel ragazzo, perché in quel caso con ogni probabilità mi sarei comportato esattamente come lui. Quando si va alla sostanza delle cose la moralità delle persone, più che una qualità individuale è il risultato di un contesto e gli stessi concetti di merito e di colpa perdono i loro contorni chiari.

In fondo lo stesso papa Francesco aveva detto. “Chi sono io per giudicare un gay?” Sembrava una frase impacciata, che voleva indicare un’apertura ma è una frase che ha un significato estremamente serio. Ho provato ad applicare quella frase a me stesso e sono arrivato alla conclusione che non ho alcun diritto di giudicare. Anche chi va alla ricerca disperata e quasi nevrotica di sesso può avere ugualmente una sua morale e quella morale non è peggiore della mia, ed è solo apparentemente diversa.

Dal dialogo con quel ragazzo ho capito che il sesso non gli ha portato affatto la felicità e che in lui il bisogno di essere amato e rispettato per quello che è veramente è vivissimo, direi anzi che è molto più vivo che in me. Siamo rimasti a parlare per ore e abbiamo capito che tra noi c’era un rispetto reciproco profondo, un rispetto reciproco quasi inaspettato ma assolutamente reale.

Project, permettimi una divagazione, io, che sono gay e che non voglio perdere il contatto con la mia fede, ammiro molto papa Francesco, perché, secondo me, ha riportato il Cristianesimo ai suoi valori fondanti, non ha fatto polemica con la modernità ma si è messo alla ricerca delle persone e delle loro sofferenze, in sostanza non ha giudicato ma ha cercato di fare sentire la sua voce a favore degli ultimi. Fare qualcosa di buono e di concreto senza giudicare nessuno, questo è il suo stile.

Insomma, adesso sento che il mio essere gay può essere veramente conciliabile con il mio essere cristiano, almeno fino ad un certo punto. So che tu hai sostenuto il contrario, ma lo hai sostenuto in altri tempi, e mi piacerebbe capire che cosa pensi oggi, dopo che papa Francesco ha dato una lettura più evangelica del cattolicesimo. Scusami se mi sono permesso di provocarti con questa mia mail ma ti stimo molto e mi piacerebbe sapere se sei sempre dello stesso parere. Vorrei sottolineare che apprezzo molto quello che fai.

Paolo

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Caro Paolo,

ho letto la tua mail con vivo interesse. Sì: non giudicare! È un principio evangelico ma è anche un dovere morale laico. Quello che dici di quel ragazzo, mi è capitato più volte e mi ha messo in crisi più volte. Adesso la mia tendenza a giudicare si è ridotta notevolmente e ho recuperato la consapevolezza della mia ignoranza e delle mie incapacità. Credo di avere ancora moltissimo da imparare e purtroppo, alla mia età, non avrò il tempo per capire molte cose, ma certo l’idea di giudicare la terrò a freno.

Quanto a papa Francesco, non posso negare che, pur sentendomi radicalmente laico, ascolto con la massima attenzione quello che dice e cerco di farne tesoro. Ho anche io l’impressione che abbia riportato il cattolicesimo a valori più autenticamente evangelici. Il cattolicesimo non è o non dovrebbe essere un’ideologia. Direi che è un papa che ha atteggiamenti sostanzialmente laici e condivisibili da molte persone di buon senso anche fuori dalla chiesa cattolica, ha indubbiamente coraggio. Non posso negare che, specialmente negli ultimi mesi, sono rimasto molto colpito dal fatto che Francesco non sottolinei mai le divisioni ma cerchi la collaborazione degli uomini d buona volontà per fare tutti insieme qualcosa di buono e di concreto. Effettivamente papa Francesco non ha giudicato ma ha cercato di perseguite il bene impegnandosi per le periferie del mondo. Mi dispiace solo che sia ormai un uomo anziano perché la sua presenza potrebbe essere archiviata rapidamente dopo la sua uscita di scena e sarebbe veramente un danno per tutti, cattolici e no. Beh, credo che si capisca abbastanza bene quello che penso di papa Francesco.

Paolo, ti ringrazio veramente moltissimo della tua “provocazione”! Magari ci fossero tante provocazioni di questo tipo!

Project

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IPOCRISIA E MORALISMO DOPO LA CONDANNA DI OSCAR WILDE

Riporto qui di seguito, in mia traduzione, due lettere di lord Alfred Douglas ai giornali, che completano il discorso sul processo contro Oscar Wilde, contenuto in “Uranismo e Unisessualità” di Raffalovich. Si tratta di due documenti molto diversi.

La prima lettera, inviata al Giornale di Le Havre, esprime lo sconcerto di lord Alfred non tanto per le offese delle quali era stato fatto oggetto, quanto per il fatto che altre bravissime persone del tutto innocenti erano state coinvolte dal giornale in pettegolezzi che potevano rovinare loro la vita. Lord Alfred aveva preso in affitto uno yacht con due marinai, coi quali aveva fatto spesso uscite in mare, come era d’uso per i ricchi villeggianti in città. Uno dei due marinai era stato oggetto di maldicenze e di sospetti da parte del giornale e questo fatto aveva generato la reazione piccata di lord Alfred.

La seconda lettera (il cui originale deve essere stato in Inglese) è un atto di accusa di lord Alfred nei confronti del padre, il marchese di Queensberry, additato dai giornali come tutore della morale e della famiglia e presentato da lord Alfred in una luce completamente diversa. Il padre contestò fortemente una scelta di uno dei suoi figli, lord Sholto Douglas, che aveva permesso alla moglie di firmare un contratto che prevedeva la sua comparsa sulle scene teatrali negli Stati Uniti. Lord Alfred, fa un elenco delle cifre tornate nella tasche del marchese di Queesnberry, a seguito della revoca della concessione delle rendite ai figli e alla moglie (madre di lord Alfred), revoche motivate tutte pubblicamente dall’indegnità dei figli e della moglie, ma con ogni probabilità anche e soprattutto da ragioni economiche. In buona sostanza il moralismo aveva fruttato a lord Queensberry 41.250 franchi l’anno, una cifra veramente enorme. Lord Alfred invita a porsi domande sulle vere ragioni di sdegni morali così redditizi.

Ma veniamo alle lettere di lord Alfred.

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Lettera di Alfred Douglas a un giornale di Le Havre.

1° Agosto, Boulevard François I° n. 66 – Le Havre

Signori,

Ho appena letto sul vostro giornale le cose insultanti che avete scritto su di me. Per me, che ho già tanto sofferto, non cambia assolutamente nulla se un piccolo giornale di provincia mi accusa di tutti i crimini che si possono immaginare; ma per il mio piccolo marinaio, questo povero innocente, e per i suoi amici, altre brave persone, di cui voi parlate con leggerezza, deve essere molto diverso.

Osservo, Signore, che ho preso in affitto un piccolo yacht e ho assunto un marinaio, e ho anche fatto con questo yacht, con questo marinaio e con uno dei suoi compagni e con molti pescatori di Le Havre, che di solito accompagnano gli stranieri, molte uscite in mare; è questa forse una ragione per insultare e sporcare, non dico me, ma questi altri vostri concittadini.

Per me è anche troppo evidente che tutti hanno il diritto di insultarmi e di ingiuriarmi perché sono l’amico di Oscar Wilde.

Ecco il mio crimine, non il fatto che sono stato suo amico ma che lo sarò fino alla sua morte (e anche dopo, se Dio vorrà). Ebbene, Signore, non fa parte del mio sistema morale abbandonare un amico o rinnegarlo anche se questo amico è in prigione o all’inferno.

Forse mi sbaglio, ma in ogni caso preferisco consultare la mia coscienza che quella del Giornale di Le Havre.

Vogliate gradire, Signore, i miei complimenti e le mie scuse per gli errori che senza dubbio ho commesso in una lingua straniera.

Lettera di Alfred Douglas al direttore del giornale

Villa Cazo, Capri, dicembre 1895.

Caro Signore,

Vedo, nel giornale del 2 dicembre, un paragrafo nel quale voi dite che mio fratello, lord Sholto Douglas, ha firmato un contratto per sua moglie, che prevedeva che comparisse su una scena americana.

Voi citate il fatto che mio padre, il marchese di Queensberry, è molto contrario a questo contratto. I rapporti in cui mi trovo con mio padre non sono tali che lui mi permetta di scrivergli o di comunicare direttamente con lui; ma potrei io affermare, nelle colonne del vostro giornale, a lui e al mondo in generale, che, se disapprova l’azione di mio fratello, lord Sholto, ha un rimedio molto semplice?

Mio padre è molto ricco e la sua sollecitudine per l’onore della sua famiglia, – una delle più antiche e più nobili d’Europa, – è stata appena manifestata al mondo dalla sua condotta verso di me. Così grande era il suo rispetto dell’onore della sua famiglia e così grande l’amore della virtù e della purezza, che non ha esitato a rovinare per sempre e a cacciare dall’Inghilterra, me, suo figlio.

Ma i suoi nobili sforzi per la virtù e l’onore non si sono fermati a questo punto; il suo cuore paterno già afflitto dalla miseria, dalla disgrazia e dalla rovina di suo figlio, aveva ancora in serbo altre prove da affrontare. E lui ha ritenuto necessario togliere a questo figlio il denaro che gli aveva precedentemente destinato, 350 sterline l’anno.

Dopo di ciò si sarebbe potuto credere che il suo sacrificio fosse completo e che lui avrebbe potuto starsene tranquillo; ma quelli che hanno ragionato così conoscevano solo superficialmente le profondità dell’abnegazione di cui quest’uomo splendido era capace.

Mio fratello, lord Douglas di Hawick, che mi ha appoggiato durante il mio processo e che si è permesso di fare delle rimostranze a mio padre a proposito della rovina che portava su suo figlio, si è visto, anche lui, privato della sua rendita di 500 sterline l’anno.

Mia sorella e mia madre, di cui lui è il marito divorziato, sono state le sue vittime successive. 300 sterline all’anno sono state tolte all’una e 500 all’altra. Questa ultima somma era quanto lui dava a mia madre in più di quello che era obbligato a pagarle per legge.

Pover’uomo! Quanto ha dovuto soffrire! Quanto deve avere sofferto il suo cuore gentile quando ha fatto tornare nelle sue tasche questa somma, 1.650 sterline, o 41.250 franchi all’anno. La storia non offre un caso analogo di un nobile sacrificio di sé per la causa della virtù.

Non dico di Bruto: che ha fatto ammazzare suo figlio perché quello aveva trasgredito una norma la cui sanzione era la morte. Lord Queensberry ha esteso la sua responsabilità morale sulla famiglia intera del suo figlio delinquente.

Ora, ecco quello che propongo: che lord Queensberry assicuri a lord Sholto Douglas la metà del denaro che ha tolto a sua moglie e agli altri suoi figli, e questo premetterebbe a mio fratello di nutrire sua moglie, di vivere come un gentiluomo e di essere completamente indipendente dal teatro americano, mentre lord Queensberry sarebbe ancora più ricco di 825 sterline (29.625 franchi all’anno) rispetto a prima della sua crociata contro di me e contro il mio amico Oscar Wilde.

Se trovate la mia lettera di un interesse sufficiente a farla stampare, siate così gentile di farla tradurre in Francese, perché ho scoperto che la “cortesia” proverbiale della Francia non impedisce ad un giornale come Le Figaro di lamentarsi degli errori fatti da uno straniero che scrive in Francese.

Con tutte le mi scuse per la lunghezza di questa lettera.

Ho l’onore di essere, caro Signore, vostro obedientissimo servitore.

Alfred-Bruce Douglas

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GAY TRA RELATIVISMO E PREGIUDIZIO

Il 18 Aprile del 2005, l’allora cardinale Joseph Ratzinger, nella Omelia per la Missa pro eligendo romano pontifice che precedeva l’apertura del conclave dal quale egli sarebbe stato eletto papa il giorno seguente, così affermava: “Ogni giorno nascono nuove sette e si realizza quanto dice San Paolo sull’inganno degli uomini, sull’astuzia che tende a trarre nell’errore (cf Ef 4, 14). Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.” Con questa frase si inaugura idealmente il pontificato di Benedetto XVI nel segno del contrasto al relativismo. A detta del futuro pontefice il relativismo consiste nel “lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina” e nel “lasciare come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie”.

Le posizioni del papa sui diritti dei gay sono ben note. Mi limito a citare un articolo in Inglese, pubblicato sul blog Gay Project il 18 gennaio 2013 http://gayproject2.wordpress.com/2013/01/18/pope-and-discrimination-of-gays/

Non entro nel merito delle affermazioni del papa. Vorrei limitarmi a citare e a sviluppare una leggenda indiana riferita da Max Scheler nella prima parte di “Formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori”, un’opera estremamente interessante, pubblicata ormai 100 anni fa, nel 1913, che mirava a chiarire che cosa è il relativismo trattando molto seriamente la questione. L’opera è in tedesco, ma le ascendenze culturali protestanti ed ebraiche, forse più degli stessi contenuti dell’opera, non la rendono molto gradita in ambiente cattolico.

Max Scheler cita una leggenda indiana che mi permetto di ampliare perché ha un notevole valore esemplificativo.

Molti anni fa, in India, ad un gruppo di “saggi” ciechi fu permesso di avvicinarsi ad un elefante e fu detto loro che si trattava di un elefante, ciascuno ne toccò una parte, poi fu chiesto loro che cosa fosse un elefante: uno disse che era un oggetto duro come il marmo, perché aveva toccato solo una zanna, un altro disse che era come un grossissimo serpente capace di avvolgersi a spire, perché ne aveva toccato solo la proboscide e un altro disse che era una grossa zampa. Fuori di metafora è ovvio che ciascuno dei “saggi” ciechi si rese conto che il suo punto di visita era relativo e comprese che per capire meglio che cosa è un elefante bisogna conoscere e capire che cosa gli altri avessero dedotto dal loro punto vi vista. I veri saggi capiscono che il relativismo non si supera con l’affermazione apodittica di un punto di vista ma con una visione collaborativa che arricchisce tutti e permette una conoscenza migliore della realtà e almeno un relativo superamento del relativismo iniziale. Fin qui Max Scheler e direi che è già una metafora illuminante.

Poniamo ora che tra quei saggi ciechi ce ne fosse uno che avesse avuto modo di stare molto tempo accanto ad altri elefanti, quello certo ne avrebbe avuto una conoscenza assai migliore, certamente anch’essa relativa, ma assai meno relativa di quella di coloro che avevano potuto accostare un elefante solo per un minuto, e quei saggi, per capire che cosa è realmente un elefante, sarebbero stati certamente ad ascoltare chi aveva più esperienza tra loro in fatto di elefanti.

Come è ovvio se quegli stessi ciechi fossero stati poi condotti accanto ad una tartaruga e nessuno di essi avesse mai avuto contatto con altre tartarughe, nessuno di essi avrebbe potuto contribuire a priori più e meglio di altri a capire che cosa è una tartaruga.

Come non verrebbe certo in mente a me, che non so andare a cavallo, di spiegare ad un cavaliere esperto quali siano le posizioni più “naturali” per stare in sella, perché parlare di ciò che non si conosce significa solo manifestare la propria ignoranza su quell’argomento, così chi non è gay e non vive l’essere gay dall’interno, dovrebbe rendersi conto di avere un concetto dell’essere gay paragonabile con l’idea di elefante che può avere un cieco che abbia accostato un elefante solo per pochi secondi.

La mia non è l’apologia del relativismo e rinvio a Max Sheler chiunque voglia entrare seriamente in queste cose.

Le posizioni fortemente assertive e dogmatiche sono avvalorate non dalla loro maggiore affidabilità derivata dalla maggiore esperienza o dalla maggiore razionalità ma solo da un principio di autorità. I concetti di “legge di Dio” o di “secondo natura” sono pure presunzioni, cioè sono degli atti fede, rispettabili per se stessi ma in nessun caso possono essere la base di visioni che possono comportante la svalutazione di altri punti di vista, o peggio la restrizione della libertà altrui. Questo sarebbe come tentare di imporre la visione secondo la quale l’elefante è una enorme zanna perché uno dei ciechi, particolarmente influente, ha toccato solo la zanna (ammesso che l’abbia toccata). Se quei ciechi cedessero all’autorità di uno solo tra loro, non sarebbero saggi perché rifiuterebbero l’idea di collaborare per una migliore conoscenza delle cose che non è conciliabile con l’idea che qualcuno abbia ragione per definizione. Questo non è come dice il papa “la dittatura del relativismo” ma un principio elementare di buon senso per il quale la libertà non è compatibile con nessuna dittatura ideologica.

I gay conoscono la realtà della loro vita eppure devono vedere ogni giorno imposti con la forza violenta delle legge, come sta accadendo in Russia, o con l’abuso del nome di Dio, come fanno la chiesa cattolica e la chiesa ortodossa, i punti di vista di chi non sa neppure di che cosa sta parlando.

Non è il relativismo, inteso riduttivamente alla maniera del papa, la base della democrazia che deve fondare gli Stati ma un principio di rispetto reciproco e di collaborazione per acquisire tutti maggiori livelli di consapevolezza, fermo restando che ciascuno è libero di giudicare come crede ma se alla base del giudizio non c’è una conoscenza reale degli argomenti ma un mero pregiudizio, nessuno può pretendere in nome di quel pregiudizio di limitare la libertà o il diritto altrui.

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GAY, OMOFOBIA E SITI DI INCONTRI

Questo post intende sottolineare le conseguenze dalla mancata integrazione sociale della omosessualità e della diffusa omofobia ambientale sulle persone gay in termini di perdita della dimensione affettiva della sessualità e di aumento della dimensione trasgressiva della sessualità e del rischio aids.

Di fronte ai numerosi suicidi di adolescenti gay che in tutto il mondo arrivano a fare notizia sui giornali (molti restano volutamente nascosti per scelta delle famiglie), di fronte a quanti hanno perso la vita per ragioni di odio omofobico, di fronte alla frequente e marcata istigazione alla discriminazione e all’odio operata da ambienti religiosi, le persone che hanno un senso morale non possono rimanere indifferenti. Gli atteggiamenti omofobici e discriminatori ricevono ogni giorno incredibili legittimazioni. Fortunatamente, in molti stati la civiltà del diritto costituisce un freno all’odio omofobico e una spinta alla integrazione degli omosessuali, ma è innegabile che ancora nel XXI secolo, anche nei paesi in cui l’omosessualità non è considerata un crimine e perfino in quelli in cui sono state estese ai gay le norme sul matrimonio e sull’adozione, sussiste tuttavia, a livello sociale, una forma di silente ma potente discriminazione che agisce sulle persone gay fin dall’adolescenza e le abitua alla emarginazione come se fosse il loro destino ineluttabile.

Quali sono le conseguenze di tutto questo?

Quando un adolescente si rende conto che la sua affettività e la sua sessualità sono profondamente e spesso violentemente discriminate sia delle famiglie che dall’ambiente sociale, le reazioni possono essere molteplici: dalla tendenza alla auto-repressione e alla depressione, fino ad atteggiamenti di rivolta e di sfida verso la famiglia e la società. In ogni caso, al di là delle reazioni esterne, si mette in moto un meccanismo di ricerca di confronto e di dialogo che non trova alcuna risposta seria né nelle famiglie, né nelle istituzioni scolastiche né in quelle religiose, sociali o ricreative. Ed è proprio a questo punto che intervengono altri strumenti, oggi disponibili, che hanno modificato le prospettive dei gay da una decina di anni a questa parte, parlo di internet e di quanto i ragazzi possono trovare su internet, non solo in termini di confronto e di dialogo ma anche il termini di offerta sessuale facile, cioè di siti di incontri e di video-chat.

Esistono in rete siti estremamente seri di informazione e di confronto tra persone gay ma va comunque detto che costituiscono una parte nettamente minoritaria dei servizi offerti via web e anche l’utenza è decisamente minoritaria. La grande maggioranza dei siti etichettati gay è costituita da pornografia, da siti di incontri e da video-chat.

Tutto ciò che per un ragazzo etero costituisce la normale vita affettiva e sessuale, che può essere vissuta sotto gli occhi di tutti, famiglia compresa, come innamorarsi, scambiare tenerezze con la persona amata, potere parlare apertamente dei propri sentimenti, per un ragazzo gay è di fatto o impossibile o estremamente complicato. Un ragazzo gay trova gravi difficoltà nel dichiarare il proprio amore ad un altro ragazzo, non ne può parlare con gli amici o con la famiglia e se arriva ad avere un ragazzo, salvo rarissime eccezioni, lo tiene molto lontano dall’ambiente familiare.

Se un ragazzo gay non ha la possibilità di realizzarsi nel suo ambiente familiare e sociale tende inevitabilmente a realizzarsi attraverso altre strade e qui la strada più facile è anche la più pericolosa: parlo dei siti di incontri e delle chat erotiche.

L‘enorme numero di utenti delle chat erotiche e dei siti di incontri dovrebbe fare riflettere. Questi siti sono una risposta, e spesso l’unica risposta, anche se disfunzionale, a delle reali esigenze di tipo affettivo e sessuale che non possono essere né ignorate né represse. Se per un ragazzo diventa impossibile vivere una vita affettiva e sessuale normale alla luce del sole, con la consapevolezza e l’accettazione delle famiglie e della società, è inevitabile che quel ragazzo cerchi altrove la realizzazione delle sue aspettative, che sono le normali aspettative di qualsiasi ragazzo ma che appaiono devianti e patologiche perché sono riferite ad un altro ragazzo anziché a una ragazza. Tentare di frenare e di reprimere una esigenza concreta e impedire che si sviluppi secondo i canali normali significa automaticamente favorire la creazione di canali alternativi attraverso i quali quella esigenza possa trovare risposta. Accade un po’ come per il proibizionismo: vietare l’uso dell’alcol nei comuni luoghi di vendita e di consumo significa incrementare altri canali di diffusione.

I SITI DI INCONTRI

I siti di incontri sono nati per offrire agli utenti incontri di sesso facile, questo vale per gli etero e vale ancora di più per i gay: se nella realtà quotidiana è pressoché impossibile trovare un ragazzo gay, o meglio ancora sceglierlo e poi trovarlo anche sessualmente disponibile senza alcuna complicazione, il sito di incontri ti risolve il problema, puoi vedere i profili dei ragazzi, le foto più o meno esplicite che hanno inserito, puoi caricare nel sito le tue foto e soprattutto hai la pratica certezza di trovare risposte numerose e rapide tra le quali scegliere il tuo partner ideale. Un ragazzo gay è indotto a credere che tutto quello che non è possibile nella vita quotidiana diventi invece reale attraverso il sito di incontri. In pratica il sito di incontri è visto come lo strumento unico e insostituibile per la realizzazione non di un contato sessuale ma della propria vita affettiva. Il sito si presenta come la risposta ad un’esigenza affettiva profonda che non trova altrove alcuna risposta ed è caricato quindi, proprio per questo, di attese affettive fondamentali.

I siti di incontri stanno diventando, con il passare del tempo, una componente accettata come “normale” nella vita di un gay e questo è dovuto proprio al rifiuto sociale della omosessualità cioè al “proibizionismo gay” che favorisce la creazione di canali alternativi per vivere comunque la propria vita affettiva e sessuale.

FASE DI ACCOSTAMENTO

Prima di registrarsi su un sito di in contri un ragazzo vive momenti di incertezza e di oscillazione tra tentazione e ridimensionamento razionale delle aspettative. Di fonte a persone che manifestano forti perplessità rispetto all’uso di questi siti le rispose classiche sono indicative: “Tu sei prevenuto!” “Conosco tanti ragazzi come si deve che si sono registrati.” “Ma non sono mica tutti maniaci sessuali.” “Io lo dico così ma mica mi sono registrato e non penso che lo farò” In genere una frase del tipo di questa ultima precede di poco la effettiva registrazione.

NARCISISMO

Quando un ragazzo entra in un sito di incontri è in genere impressionato molto favorevolmente dal fatto di trovare nel sito tantissimi ragazzi, molti dei quali anche della propria zona e quindi realmente contattabili. Pubblicare le proprie foto su un sito di incontri, tanto più se si tratta di un sito per gay, comporta un certo rischio di essere etichettati, ma questo rischio viene facilmente messo da parte per effetto di una pulsione narcisistica. In genere i ragazzi gay, anche quelli oggettivamente molto belli, sono convinti di non aver trovato un compagno per il fatto di non essere fisicamente all’altezza della situazione, il sito di incontri offre a questi ragazzi una risposta. Alla pubblicazione delle loro foto segue una pioggia di contatti, la dimensione narcisistica viene opportunamente gratificata: “se sono così numerosi i ragazzi che mi cercano vuol dire che io non sono affatto brutto!”

PROMISCUITÀ SESSUALE

In genere quando un ragazzo riceve molti contatti su un sito di incontri è portato a considerarli come considera una richiesta affettiva ricevuta nella vita ordinaria. L’alto numero di contatti ricevuti fa trascurare il fatto che i ragazzi che ci hanno lasciato il loro contatto hanno fatto esattamente lo stesso con molti altri ragazzi e che si tratta di richieste di scambi sessuali disimpegnati nei quali si arriva al sesso facilmente. Il rischio più grave dei siti i incontri è il rischio hiv, cioè il rischio di essere contagiati dal virus dell’aids ma esistono rischi di contagio per via sessuale per molte e gravi malattie come l’epatite virale, l’herpes virus e il papilloma virus.

La promiscuità sessuale è la prima variabile di rischio nelle malattie sessualmente trasmesse. È incredibile come ragazzi che hanno da altri punti di vista una razionalità altamente efficiente finiscano per mettere dal tutto da parte quella razionalità arrivando a parlare di “accettazione del rischio” o a sottovalutare il rischio sulla base del presupposto che il preservativo rappresenta una garanzia sufficiente. Spesso il livello di superficialità è tale che ci si accontenta di generiche dichiarazioni dell’altro in relazione al suo stato di salute: “Mi ha detto che sta benissimo e che fa il test ogni sei mesi”. Osservo per inciso che un ragazzo che frequenta siti di incontri e fa il test ogni sei mesi ha con ogni probabilità la fondata preoccupazione di essere sieropositivo. A seguito della diminuzione delle campagne anti-aids è anche comune la sottovalutazione dell’aids in sé e la convinzione che “adesso è una malattia che si supera con le cure giuste”.

LA FASE DEPRESSIVA E LA DIPENDENZA

Dopo i primi incontri sessuali i ragazzi cominciano a notare che i loro primi partner spariscono e che non si crea un rapporto affettivo. Tutto questo è talvolta vissuto come un “fare esperienze” nell’attesa che arrivi finalmente il ragazzo col quale si potrà costruire una storia seria, talaltra invece, e molto più frequentemente, come una realtà inevitabile che dimostra l’impossibilità per un gay di costruire rapporti seri di coppia.

Con il passare del tempo la sensazione che si tratti solo di un gioco sessuale che distrae da impegni necessari come quello dello studio e dal lavoro finisce per prevalere, ma si innesca un meccanismo di dipendenza, del tutto analogo a quello che crea la dipendenza dagli stupefacenti, si alternano cioè fasi in cui si fanno propositi di cancellare la registrazione dal sito di incontri e di eliminare tutti i contatti delle persone conosciute in quell’ambiente e fasi in cui la risposta depressiva al senso di vuoto conseguente all’abbandono del sito di incontri subentra rapidamente e induce al ritorno nel sito e alla ricerca di nuovi contatti. In genere la dipendenza più dirsi già instaurata quando l’intenzione di abbandonare il sito non è seguita dalla effettiva cancellazione dell’account e dei contatti, che restano quindi come ancora di salvezza.

CONSOLIDAMENTO DELLA DIPENDENZA

Quando la dipendenza si consolida negli anni si finisce per accettarla come irreversibile e per dare per scontato che “doveva andare così”. In realtà questi ragazzi, ormai uomini adulti, sono stati privati della loro affettività e l’hanno buttata via per cercare una soluzione semplice dei loro problemi. In questo modo l’omosessualità, che di per sé è un modo di amare, viene degradata all’esercizio di una sessualità senza affettività e porta inevitabilmente a sensi di profonda solitudine, che non dipendono dall’essere gay, perché di gay che si realizzano ce ne sono tanti, ma dall’avere trascorso anni e anni in una forma di vera dipendenza.

La droga non dà la felicità ma la momentanea illusione di essere felici al costo di divenire dipendenti, nello stesso modo i siti di incontri non realizzano e non posso realizzare i sogni d’amore di un ragazzo gay perché sono stati creati per un altro fine e portano anch’essi a forme di dipendenza. La responsabilità di tutto questo è dei ragazzi che cercano una possibilità di essere se stessi in un mondo ostile? È di quanti approfittano della ingenuità e dei problemi altrui per ottenere un utile economico gestendo siti di incontri? Oppure è di coloro che rendono tutto questo possibile alimentando l’omofobia e l’emarginazione dei ragazzi gay e favorendo di fatto, col loro moralismo discriminatorio, la crescita dei siti di incontri e l’espansione delle malattie sessualmente trasmesse, che sono inevitabilmente associate a questi nuovi usi sociali? A voi la risposta.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

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