LA VITA GAY STA CAMBIANDO

Caro Project,
sono molto contento di aver parlato con te ieri sera. Ho trovato conferma al fatto che la situazione dei gay sta oggettivamente cambiando e che l’idea di omosessualità come normalità sta piano piano facendo breccia. Ho pensato di riassumere in un breve scritto la mia esperienza in proposito, che poi penso non sia affatto una cosa rara.

Dopo la laurea triennale, conseguita in una università del profondo Sud, ho cambiato università per frequentare i corsi della specialistica in una del profondo Nord. Nella nuova università ho trovato una didattica e una ricerca di tipo medio, realmente mi aspettavo qualcosa di meglio, quello che invece mi ha letteralmente sconvolto è stato il livello di normalità della vita dei ragazzi gay all’interno della facoltà, qualcosa di veramente inconcepibile per una università meridionale. Qui dove sono adesso l’essere gay non è più un tabu, i ragazzi non si nascondono, o almeno ce ne sono parecchi che non si nascondono e non sono solo i difensori estremi del movimento gay, qui non si nascondono neppure i ragazzi “gay normali” (sembra una strana associazione di parole). Io ero ben determinato a salvaguardare la mia privacy, ma poi, senza bisogno di ammettere o di dichiarare nulla, si è creato un gruppetto di ragazzi (almeno una decina) che si trovavano comunque reciprocamente simpatici e si capivano ad un altro livello. Dopo circa sei mesi ho avuto la prova provata che i ragazzi del gruppo erano tutti gay e qui, caro Project, devo dire che si andava ben oltre il fatidico 8% che tu consideri la proporzione dei gay sul totale della popolazione. Il nostro corso di laurea era frequentato da 51 ragazzi, e più o meno da una ventina di ragazze, su 51 ragazzi 11 sono gay! Più del 20%. E che siano gay ne sono certo perché me lo hanno detto loro. Mi chiedo come siano possibili queste concentrazioni anomale di gay in uno specifico corso di laurea, che è di orientamento nettamente tecnico-scientifico. Non potrebbe forse trovarsi la spiegazione nel fatto che i gay sono ben più dell’8% e che il loro numero è ampiamente sottostimato proprio in ragione del fatto che, salvo che in ambienti molto gay friendly, i ragazzi gay non escono allo scoperto? Mi chiedo se, in altri contesti ugualmente gay friendly, non si trovino percentuali vicine al 20%, cioè sostanzialmente identiche a quelle della mia facoltà.
Ma c’è anche un’altra cosa da rilevare: il dialogo tra gay diventa sempre più libero e spontaneo. Il peso delle chat erotiche e dei siti di incontri, almeno ai livelli culturali più alti, tende a diminuire, lentamente, è vero, ma progressivamente. Per tanti ragazzi etero, il fatto che un amico sia gay non scalfisce minimamente il rapporto di amicizia, ma non solo, nell’ambiente sociale circostante non ci sono pettegolezzi che abbiano ad oggetto l’omosessualità, qui almeno, l’argomento omosessualità è percepito come assolutamente neutro. Gli stessi gay hanno il piacere di stare insieme ma non si rinchiudono in un ghetto. Il loro stare insieme deriva dal loro condividere esperienze e sentimenti in qualche modo omogenei e non è finalizzato al sesso. Le amicizie tra gay durano nel tempo. Le coppie gay durano nel tempo. La rottura di un rapporto di coppia gay non fa venire meno il rapporto di stima e di amicizia, la solidarietà di base si percepisce molto forte. Noto anche un’altra cosa, all’interno del gruppo gay del nostro carso di laurea, i ragazzi parlano pochissimo di sesso e non per imbarazzo o per auto-repressione ma perché ritengono la sessualità una dimensione privata da preservare, però, se non si parla di sesso, si parla comunque d’amore e se ne parla usando categorie tipiche della vita affettiva e dei rapporti di coppia. Oggi un ragazzo gay, almeno nella mia facoltà, non si sente in imbarazzo quando parla di amore gay. Ho conosciuto diverse coppie, ed erano coppie che, almeno all’origine, nascevano come coppie destinate a durare. I rapporti col mondo etero, qui, almeno, non sono mai in termini di contrapposizione e le amicizie serie tra un ragazzo gay e uno etero non sono affatto una rarità, e parlo di amicizie in cui il ragazzo etero è consapevole che il suo amico è gay. Anche i rapporti con le ragazze sono molto tranquilli e, addirittura, accade spesso che una ragazza non si faccia alcun problema se il suo ragazzo frequenta un amico gay. Ho l’impressione che la persona venga valutata in quanto tale, e senza alcun riferimento a categorie generali tipo etero, gay o bisex. Anche un’altra cosa mi ha colpito moltissimo, qui quasi la metà dei ragazzi gay del mio gruppo 5 su 11 hanno fatto coming out coi genitori e, cosa ancora più sorprendente, non hanno trovato ostacoli da parte dei genitori. Nel mio paese d’origine i gay sono del tutto invisibili e il coming out in famiglia è una assoluta rarità. In queste cose il Nord è effettivamente ad un altro livello. Qui essere gay per moltissimi ragazzi non è un problema. Vivendo al Sud non mi ero affatto reso conto di quanto la situazione dei gay fosse diversa da zona a zona dell’Italia e non immaginavo neppure che ci potessero essere situazioni così favorevoli per i gay. Qui i locali gay sono pochissimi, cosa che non immaginavo, non c’è una sottocultura gay separata, però tra le persone anziane c’è ancora la tendenza apparente a ghettizzare i gay come gruppo, dico apparente perché i discorsi strani li fanno solo in rare occasioni, quando si sentono più o meno costretti a farli, cioè quando c’è un’aspettativa sociale in quel senso, ma anche i nonni che fanno i discorsi di maggior chiusura rispetto ai gay, alle fine hanno un nipote gay e lo trattano benissimo, ma in pubblico la recita un po’ omofobica è difficile evitarla. Tra i ragazzi del mio gruppo (gli undici ragazzi gay del mio corso) non ne ho trovato nemmeno uno oggettivamente preoccupato o angosciato del fatto di essere gay, ma per la verità non ne ho trovato nemmeno uno gasato dal fatto di essere gay, sono tutti ragazzi assolutamente tranquilli e la vivono in modo naturalissimo. Uno di questi ragazzi, quando ancora non sapevo che era gay, mi aveva mandato una mail che penso sia molto interessante. Te la riporto integralmente col suo permesso:

Ciao A.,
stamani mi ha fatto veramente piacere parlare con te, ci avrei giurato che eri un ragazzo intelligente, oltre che un fenomeno nello studio. Si dice tanto delle università del sud ma, a vedere te, non devono essere niente male, tu hai un’importazione molto teorica e scientifica, noi siamo molto più ingegneri maneggioni, tu tendi a spaccare il capello e a costruire modelli matematici precisi, noi linearizziamo tutto, e al massimo facciamo delle prove di laboratorio. Io, Andrea (detto il Ministro) e Marco (detto 1 Secco) abbiamo cominciato a studiare insieme e ci troviamo molto bene. Se la cosa per te va bene si potrebbe anche studiare in quattro invece che in tre, loro sono d’accordo. Noi siamo tutti e tre gay, ma non abbiamo pregiudizi verso gli etero intelligenti.
Fammi sapere.
Fabio (Genio Mancato)

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=19&t=6059

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IL CASO DI OSCAR WILDE (secondo Raffalovich) 1

Con questo post inizia una serie di quattro post tutti dedicati al caso di Oscar Wilde così come presentato da Raffalovich in “Uranismo e Unisessualità”. Va subito chiarito che sono stati fatti diversi studi sugli atti giudiziari e sui riflessi della vicenda Wilde, così come appaiono dai giornali dell’epoca, ma l’analisi e il giudizio di Raffalovich hanno un’importanza specialissima, in primo luogo perché Raffalovich è un contemporaneo, scrive pochissimo tempo dopo la conclusione del processo, è omosessuale, conosce personalmente Wilde e proprio per questo vede le cose dall’interno e non si affida al sentito dire o a sintesi altrui. Al di fuori delle persone direttamente implicate nel caso Wilde, ben poche persone sono state così profondamente coinvolte da esso come Raffalovich.

Va però anche sottolineato che Raffalovich ha avuto motivi di incomprensione con Wilde dovuti a ragioni molto private. Nel 1891 Wilde pubblica “The picture of Dorian Gray”, un libro importante sotto molti aspetti nella vicenda umana di Raffalovich. Il romanzo di Wilde, si ispira a John Gray, personaggio molto in vista della vita mondana londinese, un esteta di umili origini, nato nel 1866, che aveva abbandonato la scuola a 13 anni ma che era riuscito a farsi apprezzare nell’alta società. Nel 1892, cioè l’anno successivo alla pubblicazione del ritratto di Dorian Gray,  Raffalovich, a Londra, conosce John Gray, che aveva allora 26 anni (Raffalovich ne aveva 28) e tra i due nasce un amore profondo che li terrà uniti per tutta la vita, anche se in situazioni, all’inizio, neppure lontanamente ipotizzabili. Proprio in quegli stessi anni, tra il ’94e il ’96, Raffalovich porta a termine il suo “Uranisme ed Unisexualité” in cui dedica parecchio spazio alle vicende giudiziarie di Oscar Wilde. Aggiungo per completezza che John Gray si fece prete cattolico e fece il parroco a Edimburgo, Raffalovich si convertì al Cattolicesimo, pagò gli studi a Gray e lo seguì a Edimburgo prendendo dimora in una casetta vicina alla parrocchia di Gray. Morirono nello stesso anno 1934 e furono sepolti nella stessa tomba. Nella sostanza Raffalovich sottrasse John Gray all’influenza di Wilde. Tra Raffalovich e Wilde le incomprensioni reciproche erano sostanziali, Raffalovich era rigorosamente omosessuale e considerava l’omosessualità come un valore fondante della moralità di una vita e la sua vicenda personale lo testimonia. Wilde, che era sposato e aveva due figli, considerava l’omosessualità come un insieme di avventure personali e sosteneva che “non si può essere innamorati della stessa persona per più di sei settimane”. Raffalovich, con ogni probabilità, visse dopo la sua conversione in castità monastica, Wilde si riteneva libero da ogni limite nella sua ricerca del piacere. Si tratta di due mondi molto lontani. Tutto questo spiega l’atteggiamento duro che Raffalovich dimostra nei confronti di Wilde, a fronte di un atteggiamento molto più rispettoso e comprensivo verso Alfred Douglas, di cui sui sottolinea la devozione assoluta al suo amante.

Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.

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IL CASO DI OSCAR WILDE

Le società hanno i criminali che si meritano (Lacassagne)

Al termine delle lunghe giornate rattristate dall’emozione per il caso di Oscar Wilde, cercavo di consolarmi leggendo le conversazioni del grande Goethe. Cercavo di innalzarmi fino alla sua serenità e traevo ispirazione dalla sua saggezza chiara e profonda. Anche lui, mi dicevo, si sarebbe rattristato vedendo tanta ignominia e tanta ignoranza. Il modo di fare del pubblico sarebbe stato per lui rivoltante come gli atteggiamenti degli accusati e dei coinvolti. E avrebbe buttato lontano da sé i giornali inglesi o stranieri con i loro apprezzamenti assurdi o scontati. In questo processo parla la storia ed è tempo di abbandonare molti stereotipi.

“Ogni uomo, ha detto Goethe, ha diritto a una filosofia che non distrugga la sua individualità. Questa è l’origine psicologica delle filosofie.” Ed era altrettanto persuaso che quelle Forze, quelle Decisioni, che egli chiamava das daemonische [il demoniaco] non permettono per troppo tempo ad una individualità di oltraggiare le altre individualità. Ciò che rende così giuste le vendette del tipo di questa (perché ci sono delle occasioni in cui ci si sente quasi in diritto di parlare di persone specifiche) è la loro stessa lentezza: non è più una questione di colpevolezza ma di criminalità. Se Oscar Wilde, per esempio, fosse stato colpito qualche anno fa, la sua colpevolezza dal punto di vista di una morale alta non avrebbe raggiunto il livello della criminalità.

Quando lo accuso di criminalità, non mi occupo più degli atti sessuali che gli sono stati rimproverati ma del ruolo che ha rivestito, dell’influenza che ha assunto e così male impiegato, delle giovani vanità che lui ha falsificato, dei vizi che ha tanto incoraggiato. La società inglese è altrettanto colpevole. Quanto a lui, che sia stato o meno “come la grande Saffo” con tutti “questi galoppini dagli occhi di tribade”, la morale più indulgente e la più lassista ora lo condannano da altri punti di vista, come fa l’opinione pubblica. Solo che l’opinione pubblica mi ispira poca stima su questo argomento; essa lo ha supportato, sostenuto, intrattenuto, l’ha subìto, questo infelice sacerdote di Priapo, ammalato del male delle rivendicazioni; l’opinione pubblica gli ha perdonato molte cattive parole che erano cattive azioni, e oggi è la sua colpevolezza che essa attacca più che la sua criminalità. E chissà come l’opinione pubblica cambierà direzione un giorno: forse in suo favore.

Sarebbe una buonissima cosa (e non necessariamente un’utopia) se questo processo aiutasse a chiarire la questione dell’inversione sessuale, una delle più importanti del presente e dell’avvenire. Questo processo, ancora più storico che scandaloso, secondo me, contribuirà a questo chiarimento necessario che arriverà, mi chiedo solo perché debba arrivare oscurato dalla licenza dei costumi.

Un’ultima parola prima di cominciare: per giustizia verso l’Inghilterra e per fare un po’ vergognare i giornali stranieri che hanno spinto lo sciovinismo fino a negare l’universalità dell’unisessualità, citerò una lettera di Madame, la moglie di Gastone l’invertito, cognata di Luigi XIV e madre del Reggente:

“Dunque voi pensate, mia cara Amelia, che non ci sia un gran numero di monelli che hanno le stesse inclinazioni dei Francesi! Se lo pensate vi sbagliate di grosso. Gli Inglesi sono altrettanto determinati e non si comportano meglio. Mi fate ridere se pensate che questo peccato non si commette in Germania                                            . Credetemi, anche i Tedeschi si intendono molto bene di quest’arte. Se Carlo-Luigi non fosse stato presente, il principe di Eisenach, che è caduto in Ungheria, avrebbe ucciso il principe di Wolfenbuttel. Quest’ultimo voleva fargli violenza e l’altro non ci sentiva da quell’orecchio. Carlo-Luigi mi ha raccontato anche che tutta l’Austria era infestata da vizi simili…,” 3 settembre 1708.

Dopo avere appassionato i curiosi, gli oziosi, gli sfaccendati, dopo avere occupato le persone serie, i colpevoli o gli imprudenti, il caso di Oscar Wilde appartiene ora alla scienza e alla storia. Gli storici della morale sociale non potranno trascurarlo. Nessun caso che riguardi i comportamenti di questo tempo è stato di una simile portata. Gli scandali di Cleveland Street,[1] che sono diventati famosi in Francia attraverso le battute sui giovani telegrafisti, e sono stati seguiti dall’allontanamento forzato di lord Arthur Somerset, non evidenziavano che dei vizi individuali che si servivano della comune organizzazione del vizio. Nessuno dei disgraziati coinvolti in questo caso si era  innalzato apertamente contro l’opinione pubblica. Nascondevano le loro abitudini. Avevano paura, provavano vergogna. La loro ipocrisia confinava con la decenza e la loro prudenza era un omaggio al pudore. Non si poteva accusare la società di una tolleranza indebita e nemmeno i colpevoli di aver voluto celebrare apertamente Sodoma.

Locali come quelli di Cleveland Street, clienti, prostituti, gestori di case di prostituzione esistono dovunque. Esiste Sodoma, la città invisibile, venale e minacciosa.

Ma la tragedia che ha Oscar Wilde per titolo e di un’altra natura. Oscar Wilde è stato incoraggiato, tollerato dalla società inglese. Si diceva che fosse un’istituzione. Ha deviato sempre di più e sotto il dominio della vanità e dell’impunità era arrivato da lì alla vita più audace e più pericolosa per la salute pubblica e anche per lui stesso.

È stato vittima di se stesso, della società e dei suoi amici. Se lo si compatisce nella sua grande disgrazia, ci si ricorda che è stato un pericolo nazionale; senza tutto questo, se fosse stato soltanto un pervertito cerebrale sospettato di perversioni sessuali e acciuffato dalla polizia, il sua caso non meriterebbe uno studio così approfondito. Il caso di Oscar Wilde, considerato seriamente, è di una importanza capitale. Come è stato permesso a un uomo simile di tenere un corso di mutuo egoismo con l’assenso della società inglese? E come, attraverso quali inconcepibili imprudenze, una impunità così consolidata è andata improvvisamente in pezzi?

Oscar Wilde (figlio di un medico irlandese molto conosciuto e di una madre tuttora vivente e che, col nome di Speranza, scriveva poesie irlandesi), è sempre stato molto irlandese, poteva parlare molte ore senza stancarsi, amava il suono della sua voce lenta, rideva violentemente alla sue stesse battute incessanti, faceva spesso l’effetto di masticare le sue parole come se fossero caramelle. Non lo si poteva veder parlare senza notare le sue labbra sensuali, i suoi denti scoloriti e la sua lingua che sembrava leccare le parole. Questo paragone triviale è di una esattezza scioccante. Era un parlatore di cui si vedeva la macchina in funzione. I miei lettori lo hanno probabilmente visto: di alta statura, un negro sbianchito o arrossito, imberbe, pettinato con cattivo gusto.

Quando comparve a Londra, si conquistò una fama di eccentricità e di talento da buffone. A Oxford si era distinto per gli studi seri. Guidato da M. Whistler (che lo ha molto rimpianto dopo e che gli aveva fornito molto spirito e molta originalità), entrò nell’ambiente mondano, preoccupato soprattutto di stupire, di divertire, di fare parlare di sé, senza disdegnare alcuna forma di stupidità, sempre in cerca di qualsiasi spiritosaggine o battuta impudente, felice di essere fischiato, capace di imporsi poco a poco.

La società inglese ebbe il suo buffone come aveva la sua bellezza, Mm Langtry; la carriera della dona più bella e del più vanitoso degli uomini si commentano reciprocamente, ma dato che lei vive ancora, e anche lei fa parte della storia, anche se della storia aneddotica, non parlerò che in modo molto riservato dell’opinione della “nuova Elena” sul suo poeta e amico. Un giornale americano l’ha consultata, e stando al giornalista americano, lei ha risposto che aveva conosciuto Oscar Wilde dopo che lo avevano rimandato indietro da Oxford, che lui aveva sempre queste idee, che era un uomo affascinante, di cui tutti ridevano nella più alta società e che lo si amava senza prenderlo sul serio.

Autentica o no, questa risposta del Giglio di Jersey, della bella per la quale fu inventato il titolo di bellezza professionale, è un modo di scusare la società di Londra, il peggior modo di scusarla. Oscar Wilde faceva ridere, divertiva soprattutto gli ignoranti, i giovani che non hanno letto granché, le donne che hanno letto ancora meno, e anche qualche uomo serio troppo occupato per approfondire, anche solo un po’, qualcosa di così frivolo come l’influenza di un uomo che fa ridere.

I pittori dicevano di lui: capisce tutto meno che la pittura. I letterati al di sopra dei 23 anni: tutto salvo la letteratura. I musicisti: tutto salvo la musica. E così via. In Inghilterra la notorietà e la celebrità sono contigue. In un ambiente mondano le donne e i ragazzi giovani  vogliono divertirsi a qualsiasi costo; la borghesia imita questi atteggiamenti come può, e lo scherno delle classi intermedie e inferiori aumenta la notorietà. Il principe di Galles volle fare la conoscenza di Oscar Wilde. Oscar Wilde diventò l’uomo più ricercato e più ridicolizzato. Si vantava del suo egoismo, della sua pigrizia,  della sua vanità, della sua incostanza, di tutti i vizi confessabili. Era proprio l’avventuriero che divora le cose care e rare. Aveva ventotto anni. Se ne andò a fare delle conferenze in America. Lì risero di lui graziosamente, ma eccitare il riso faceva parte del suo progetto. Ritornò lamentandosi dell’Oceano che lo aveva deluso. Si sposò con una affascinante irlandese che aveva un po’ di patrimonio. Da questo matrimonio[2] sono nati due figli. Oscar Wilde avrebbe potuto essere felice senza la sua divorante vanità e in una società che non gli avesse fornito tanto pascolo. Ma allora era molto lontano dalle avventure di oggi. Il suo egoismo, è vero, era imperturbabile. Si orientava verso il più giovane e cercava di fargli girare la testa a forza di adulazioni e di fare di lui un discepolo. Discuteva, discuteva incessantemente, e fumava sigarette.

Si interessava allora di tutte le perversioni sessuali, le temeva, ne aveva paura in rapporto a se stesso. Gli piaceva parlarne, sapeva le storielle di tutta Londra. Le grandi tribadi lo affascinavano come i sodomiti coraggiosi o innamorati. Ci girava intorno. Era innocente, così diceva, ma seguiva la pista degli altri.

“Non credo proprio, diceva ai suoi giovani amici, che quelli che fanno queste cose si divertano tanto quanto mi diverto io a parlarne”[3]

Fu preso da un vero accesso di febbre cerebrale dopo aver letto “Monsieur Vénus” e ne raccontava la trama con un ardore poetico più che ammirevole. Era inesauribile. Per lui, quanto a lui, aveva paura. Sapeva di essere tanto conosciuto, che la sua immagine era così riconoscibile, che non avrebbe osato, in un luogo pubblico, discutere con sconosciuti compromettenti. Si vedrà la strada che ha percorso dopo.

Si ricordava allora di tutte quelle regole di prudenza e di decenza che aiutano un uomo onesto, anche se è invertito, a vivere con la fronte alta e senza paura. Se diceva ai giovani uomini del suo mondo: “Solo voi sapreste darmi un brivido di novità, solo voi sapreste mescolare il romanzesco e l’ironia, il romanticismo e il cinismo”, se rifiutava Mon Frère Yves, come troppo blando, troppo innocente, se la lettura in “A Rebours” dell’incontro del giovane uomo e di des Esseintes, gli dava un po’ della febbre di Monsieur Vénus, era soprattutto curioso, girandolone, timoroso, giocava con l’idea del pericolo più che col male in sé.

“Non posso farvi conoscere il signor Tizio o il signor Caio, diceva ai suoi giovani amici, perché potrebbero compromettervi.”

Quando gli si chiedeva di spiegare la situazione psicologica degli unisessuali del bel mondo, di quelli che vanno dappertutto, ma tirano dritto per la loro strada, assicurava che essi cominciavano con la gioia, il delirio della loro originalità, della loro indipendenza, ma che man mano che si isolavano sempre di più, man mano che erano per così dire marcati in volto, soffrivano molto. Secondo lui, essi cominciavano dall’esaltazione e dall’orgoglio e finivano per sentirsi dannati…

Ci fu qualche momento di esitazione quando scrisse Dorian Gray, un romanzo poco originale (Oscar Wilde non è mai stato originale), artificiale, superficiale, effeminato. L’unisessualità regnava ma senza vigore, nel chiaroscuro, nell’affettazione della paura.

Non vedo alcun argomento serio contro lo studio dell’unisessualità nell’arte. I maestri non ne hanno paura, da Eschilo a Swinburne. In Inghilterra, il teatro, il romanzo, la poesia, se ne sono impossessati o serviti, ma sempre in modo franco, eroicamente, o satiricamente, o appassionatamente.[4]

Oscar Wilde non avendo né il senso della vita né un talento che gli fosse proprio, ha potuto trattare l’inversione o la perversione sessuale solo debolmente, con una certa ipocrisia, languidamente.

Quelli che avevano capito e detestato la china sulla quale stava scivolando lo avevano abbandonato e avevano preso le distanze da lui prima del Dorian Gray. Quelli che aveva intorno non se ne rendevano conto, si divertivano con lui, condividevano i suoi gusti, lo capivano.[5] Questo è Oscar si diceva, tutti lo conoscono, può fare quello che vuole. I suoi amici e gli amici degli amici amavano ripetere: “Gli piace parlarne, ma non lo fa.”

Le sue lezioni di egoismo, di falsità, di menzogna, di sovrastrutture, di poveri paradossi spaccati in quattro, non erano abbastanza per screditarlo. Si permetteva ai propri figli di adularlo e di esserne adulati, di lasciarsi chiamare “il nuovo ragazzo di Oscar”.

Si era messo a lavorare e si parlava meno di lui quando la sua commedia “Il ventaglio di lady Windermere” fu messa in scena in uno dei migliori teatri di Londra. Mi ricordo di questa prima. La commedia corrispose a quello che mi attendevo dal suo talento e dalla sua sicurezza in se stesso: niente di così vecchio come la commedia, niente di così personale come il suo condimento.

La novità di questo tipo di plagio, gli interpreti, la moda, la famosa sigaretta che l’autore fumava gustando la sua apoteosi, dopo l’ultimo atto, in presenza del pubblico che lo acclamava, e il famoso garofano verde[6] all’occhiello gli provocarono un successo strepitoso. Il pubblico inglese ama le vecchie pagnotte; e Oscar Wilde, in più, gli offriva i vecchi ritornelli “artistici” e tutto lo “spirito” della sua esistenza e del suo mondo.

Oscar Wilde guadagnava ora denaro. Viveva poco a casa sua, stava qualche volta in un albergo, qualche volta in un altro. Rinunciava per la maggior parte del tempo alla vita domestica, ma il suo successo lo avrebbe potuto riportare alla vita rispettabile. Anche senza vivere una vita priva di sospetti, anche predicando la corruzione, anche circondato dai giovani uomini più visionari, più scintillanti di Londra, avrebbe potuto non crollare. Ecco uno dei punti curiosi del caso, una delle numerose lezioni commentate senza dubbio a Sodoma come a Londra.

Anche se fosse stato assolto, sarebbe comunque rimasto il modello di quello che non si deve fare. L’indulgenza che gli si accordava, il successo della sua commedia, la sua insensata vanità, la sua corte di gente giovane, sempre più giovane, come capita ad ogni celebrità sul punto di tornare indietro, la sua enorme indulgenza per i suoi propri capricci, lo avevano guastato e lui schiacciava tutto quello che stava intorno a lui o dentro di lui, anche le sue qualità, anche le sue amicizie.

Quello che Goethe chiama “das daemonische” [il demoniaco] gli fece fare la conoscenza di Alfred Douglas, figlio del marchese di Queensberry. Lord Queensberry, le cui due mogli hanno divorziato, è sempre stato famoso per il suo trasporto collerico, per la sua ostinazione, per le sue opinioni religiose professate o piuttosto proclamate a una prima di Tennyson. Suo padre, suo fratello e il suo figlio più grande sono morti tragicamente, uccisi da un’arma da fuoco. Un altro fratello è morto su una montagna. Una sorella ha sposato un giovane panettiere. Un’altra sorella non ha mai temuto la pubblicità, e ora protegge gli animali che la sua passione per lo sport prima perseguitava.

Lord Queensberry era stato profondamente amareggiato dalla elevazione del suo figlio maggiore, lord Drumlawing, segretario di Lord Roseberry, a pari di Inghilterra, mentre lui non sedeva nella camera dei lord.

I suoi figli avevano tutti preso le parti della loro madre, e i rapporti non avevano niente di cordiale.

Lord Alfred, un giovane uomo pallido e artificiale, sempre vicino ad ogni tipo di imprudenza e a ogni tipo di esagerazione, scriveva dei versi sui “due amori” e su “la lode della vergogna”,[7] traduceva dal Francese in Inglese la Salomé[8] che è dedicata a lui, collerico come suo padre, trascinò Oscar Wilde alla rovina. Lo fece precipitare nel bel mezzo di un odio familiare comparabile con quello della razza di Atreo. Un figlio raramente ha odiato suo padre così apertamente come lord Alfred ha odiato lord Queensberry. Non penso di dovermene stupire più di tanto. Ci sono sentimenti più deplorevoli che bizzarri. Assolutamente indifferente non solo al che se ne dirà ma anche al che se ne dice, o forse non sdegnando affatto di essere celebre, abituato a vedere nella sua famiglia le teorie messe in pratica, sceglieva le sue amicizie e le sue conoscenze dove gli pareva, non sdegnando di cenare né con gestori di case di tolleranza né con piccoli Gesù [prostituti], né con degli amanti ben noti di carne maschile venduta a prezzo, la sua curiosità, la sua sfida, hanno dovuto affascinare Oscar Wilde, il curioso timido e impertinente. Wilde aveva ripetuto a sazietà che non si poteva amare lo stesso individuo per più di sei settimane ma il suo entusiasmo per lord Alfred dura dal 1891. La nascita di Lord Alfred, la sua giovinezza avventurosa e fuorviata, di cui avrebbe dovuto avere pietà, il suo aspetto insieme artificiale e indifferente, stanco e infaticabile, la lealtà commuovente, emozionante, degna di miglior causa, lo affascinarono e lo avvinsero. Bisogna sapere che in Inghilterra il figlio cadetto di una famiglia nobile esercita un prestigio fantastico agli occhi di molti borghesi. Così si è vista, in questi ultimi anni, una donna vestita da uomo farsi passare per lord A. Pelham Clinton (l’eroe defunto del processo Bolton e Park, processo di pederasti) e intascare il denaro dei borghesi. Man mano che Wilde si impaludava, il prestigio del giovane lord Alfred brillava sempre più chiaramente agli occhi dell’Irlandese.

Lord Alfred Douglas ha gettato una sfida così vigorosa e totale (non ha che ventiquattro anni) a tutte le cose che si definiscono convenienze, che non può stupirsi, irritarsi o offendersi se lo si tratta con la curiosità e con la franchezza dovute  a un contemporaneo. La sua giovinezza, la sua estrema arditezza, le sue inutili imprudenze, la sua fedeltà senza limiti, il suo odio, le sue lettere ai giornali, fanno fremere ogni uomo minimamente serio che la psicologia non abbia indurito. Più ci si avvicina alle laceranti divisioni interne alla sua famiglia, più si vede quanto avesse bisogno di una direzione e di essere diretto, più si trova terribile la sorte che lo legò a Wilde. In compagnia di un amico sicuro, lusingatore e lusingato, Oscar Wilde si inaridì fino a conoscere i professionisti del vizio.

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[1] Lo scandalo di Cleveland Street del 1889 vide molti aristocratici accusati di frequentare a Londra un bordello per la prostituzione maschile. Lord Arthur Somerset, avvocato di uno degli imputati, minacciò di coinvolgere il principe Albert Victor, secondo nella linea di successione al trono. Lo scandalo alimentò l’omofobia nel paese e l’idea che l’omosessualità fosse un vizio da ricchi. I giovani prostituti, che lavoravano anche come fattorini del telegrafo, furono oggetto di feroce satira sulla stampa francese.

[2] Notiamo la superiorità del giornalismo inglese (nonostante i suoi grandi difetti) sul giornalismo americano. Tutti i giornali inglesi hanno rispettato la tragica situazione della signora Wilde e dei figli. In America è stata pubblicata la loro biografia con le fotografie.

[3] Da questo punto di vista possiamo aggiungere il fatto che tutti i giovani uomini che hanno testimoniato contro di lui hanno raccontato la stessa storia: il coito orale praticato su di loro e poi la sua soddisfazione inter eorum femora [tra le loro cosce]. Anche non volendo prestare fede a queste testimonianze, si vede il rapporto logico tra questi atti e le sue parole.

[4] Si veda la nota alla fine di questo capitolo.

[5]  Ci sarà un giorno da fare uno studio sull’influenza delle donne inglesi o americane a favore della pederastia.

[6] Ci si ricorda del caso Abadie, detto delle cravatte verdi. Ecco qualche parola sui garofani verdi. Questi garofani, arrivati dalla Francia, colorati artificialmente, comparvero presso qualche fioraio elegante. In un modo o nell’altro, ne furono acquistati per metterli all’occhiello senza nemmeno sapere chiaramente perché. So che il primo acquirente si trovò (al teatro) molto imbarazzato dagli sguardi curiosi rivolti al suo occhiello, e giurò di non usare più fiori verdi. Oscar Wilde adottò questo “fiore dei poeti” e i suoi discepoli, di cui parecchi erano truccati o ne avevano l’aria (c’è un modo di pettinarsi e di camminare ondeggiando che va d’accordo con il bistro artificiale, il rosa delle labbra ecc.), si credettero obbligati ad imitarlo. I giornali pubblicarono degli articoli di una violenza inaudita; si accusavano i cavalieri dal garofano verde di far parte di una banda di pederasti. Era il segno della riscossa. Il fiore fu bruciato sulla scena e la sala risuonò di applausi. Dopo le minacce di processo contro alcuni giornalisti,  si smise di portare questi garofani verdi e di parlarne, fino all’anno scorso quando un romanzo “L’oeillet vert” [il garofano verde] fece la parodia di Oscar Wilde e Alfred Douglas.

Aggiunta di Project: – Robert S. Hichens nel 1894 scrisse un romanzo intitolato The Green Carnation in cui Oscar Wilde era caratterizzato come  M. Amarinth. Questo accadeva nel periodo in cui i garofani verdi apparivano agli occhielli del gruppo di amici di Wilde. Interrogato su questo argomento, Wilde disse che essi portavano dei fiori per generare conversazione. Comunque, il libro di Hitchens utilizza il garofano verde per rappresentare una persona come Oscar Wilde, totalmente senza paura della vita.

Noel Coward nel 1929, scrisse una commedia musicale intitolata Bitter Sweet in cui i garofani verdi appaiono come un mezzo per distinguere gli omosessuali. Oscar Wilde, che era apertamente gay, portava spesso il garofano verde, che era diventato di fatto un modo per dichiarare la propria omosessualità.

[7] Oscar Wilde attestò che vergogna voleva dire modestia, pudore – una spiegazione che vale ancora di più dell’analisi dettagliata dei sonetti e dei “giovani”.

[8] M. Aubrey Beardsley, un giovane artista di grandissimo talento, ebbe la fuorviante possibilità di illustrare questa Salomé, mediocre, con dodici disegni che deploro, anche se li ammiro. Ma non è stato ingannato da questa pubblicazione.

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EDUCAZIONE DEGLI OMOSESSUALI SECONDO RAFFALOVICH

Il capitolo di “Uranismo e Unisessualità” che vi presento oggi affronta il tema dell’educazione degli omosessuali.

Raffalovich è convinto che vi siano molti omosessuali che sono tali fin dalla nascita e che la loro omosessualità si manifesti molto precocemente, ben prima della pubertà. Se fosse possibile individuarli molto per tempo si potrebbe applicare loro un tipo particolare di educazione non repressiva che li guidi alla moderazione e all’autocontrollo, rendendo così un grande servigio sia a loro che alla società nel suo complesso.

Raffalovich, nel capitolo precedente, aveva rivendicato per gli omosessuali il diritto di avere una filosofia (che identificava in Platone) che non umiliasse la loro individualità ma mettesse in luce i valori positivi dell’omosessualità vissuta moralmente. Qui l’autore estende il concetto e sostiene che gli omosessuali, almeno gli omosessuali per nascita, hanno diritto ad un loro modello di educazione che, anche in questo caso, non ne schiacci l’individualità e faccia emergere come l’omosessualità di un individuo capace di autocontrollo sia una valore per la società.

Per molti omosessuali per nascita, l’educazione, così come essa era concepita nella seconda metà dell’800 (ed è spasso anche oggi), era il primo assaggio della repressione dell’esclusione sociale e in questo senso era nefasta per l’omosessuale e deleteria per la società. Secondo Raffalovich, l’educazione dell’omosessuale dovrebbe mirare e fargli vivere seriamente la sua omosessualità, allontanandolo dall’effeminatezza, dalla vanità e da tante altre manifestazioni che Raffalovich non considera positive.

Va sottolineato che per quelli che non sono nati omosessuali il discorso educativo è decisamente più complesso, perché qualsiasi tentativo di controllare l’educazione sessuale di un ragazzo può portare a risultati opposti rispetto a quelli sperati, in questo senso non sono consigliabili né l’eccessivo controllo, né la totale libertà.

Raffalovich è convinto che per molti ragazzi l’orientamento sessuale definitivo potrà essere determinato da situazioni imprevedibili e incontrollabili. In qualche modo prefigura il concetto di imprinting sessuale. Ovviamente nessun imprinting sessuale potrà modificare l’orientamento innato degli omosessuali o degli eterosessuali per nascita, ma l’imprinting avrà certamente un peso, a detta di Raffalovich un peso determinante, nel definire l’orientamento di quanti non hanno un orientamento innato.

Oggi i punti di vista di Raffalovich appaiono superati e la distinzione classica tra omosessualità innata e omosessualità acquista, sulla quale si fonda il discorso dell’autore, è stata sostituita da un approccio genetico-epigenetico che promette sviluppi molto interessanti in relazione alla comprensione della sessualità.
Due osservazioni di dettaglio possono avere ancora oggi una validità: 1) l’eccesso di pudore dei bambini, viso come segno molto precoce di possibile omosessualità, 2) la frequenza di coppie fratello-sorella entrambi omosessuali. Su quest’ultimo punto, in particolare, l’approccio di Raffalovich è meramente osservazionale ma coglie un elemento con delle basi oggettive che andrebbe approfondito.

Lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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L’educazione degli uranisti

Vorrei fare un appello agli psicologi, agli istitutori, a tutti coloro che hanno l’intelligenza e dispongono di una documentazione in proposito; l’inversione sessuale (non dico la perversione) diventerà uno dei problemi del futuro, è già abbastanza sorprendente oggi, e bisognerà conoscerla a fondo, comprenderla e, se non la si può contenere, bisognerà lottare con essa, nell’ attesa che le persone di esperienza, autorizzate a farlo, definiscano gli indici dai quali si possa capire che il ragazzo (modesto, prudente forse, oppure turbolento, franco o ipocrita, allevato bene e docile) è un invertito. I genitori naturalmente non si assumono questa responsabilità. E forse è una cosa buona, non avrebbero probabilmente più competenze delle persone incaricate di allevare i loro figli. Ma è strano preoccuparci della nostra ignoranza oggi. Da quali indici si può riconoscere che l’inversione minaccia un ragazzo? Quello che è certo è che questi indici esistono. Perché non ce ne siamo ancora occupati? Abbiamo provato e proviamo ogni giorno a non permettere ai ragazzi di pervertirsi, ma l’educazione speciale che deve essere usata per gli invertiti di nascita non è stata neppure accennata. Sarebbe tempo di cominciare.

Non pretendo certo di contribuire molto a questo studio; ma ho qualche osservazione da offrire.

L’educazione non deve preoccuparsi di quelli che arriveranno attraverso la donna all’omosessualità, o alla passione per i minori o per le uniformi.

La passione della similarità è altrettanto radicata di quella del contrasto sessuale, e non è da una di esse che bisogna fare derivare l’altra; ma esse sorgono entrambe da uno stadio intermedio che le precede e che è stato chiamato indifferenza sessuale. C’è (e coloro che si occupano di infanzia lo sanno) un’età (che varia da individuo a individuo) in cui il bambino non ha psicologicamente un sesso preciso; questa indecisione può durare fino alla pubertà, o anche un po’ oltre, e può durare anche tutta la vita. A questa età la maggior parte dei ragazzi sono incerti: la loro sessualità non è ancora definita. Le loro pure amicizie sono dei puri amori. Le loro impurità possono non essere che il male minore e possono non influenzare il loro avvenire. Ogni essere vivente, ogni età, ogni sesso può turbarli e attirarli. Saranno le circostanze, le persone che hanno intorno, l’ora e il momento, che decideranno per loro. Avranno nella loro memoria uno o qualche ricordo omosessuale senza smettere di essere individui eterosessuali per questo, oppure saranno precocemente eterosessuali, o anche saranno viziati, guastati, preparati per l’omosessualità, per tutti i vizi di imitazione e di immaginazione?

L’educazione, come la intendiamo oggi, tenta di lottare contro tutti questi pericoli a forza di lavoro, di sorveglianza e di tante altre cose.

Per un numero di bambini più grande di quanto non si voglia credere, e che aumenterà, ne sono sicuro, c’è una precocità ben altrimenti sorprendente. Il bambino di quattro anni che già ama le donne e si turba alla loro vista o al loro tocco, o il bambino della stessa età che ama gli uomini e che prova alla loro vista o quando li sfiora, o quando pensa a loro delle sensazioni, delle scosse violente, irresistibili (e per molti invertiti queste sensazioni cominciano molto presto e in modo molto innocente: il bambino si interessa quando è ancora piccolissimo alle persone del medesimo sesso), questo bambino è predestinato. E quelli che lo circondano lo ignorano, quasi si penserebbe che vogliano ignorarlo. In ogni caso, se il bambino è ben controllato, ben chiuso, ben protetto, tutto si coalizza per nascondere e oscurare, ma molto poco o nulla per soffocare la sessualità propria del bambino. L’irresistibile vocazione si fa strada, si infiltra, si insinua e viene alla luce.

Quelli che stanno per obbedire a questa vocazione forse non conoscono se stessi, si ignorano perché sono soli o isolati (e niente isola un bambino come l’inversione, anche la più nascosta), perché non sano il nome e il significato delle loro azioni, e un libro, un fatto casuale rivela loro il carattere dei loro desideri o anche delle loro soddisfazioni. Normalmente non si spaventano, poi sono anche contenti di sapere il loro segreto, si mettono da parte inopportunamente e non sono capiti, oppure vengono capiti e rimproverati, o vengono fin troppo capiti e vengono spaventati, quindi lottano e soffrono, si rassegnano e rinunciano, oppure si rassegnano e diventano degli ipocriti o degli eccentrici, oppure si rivoltano e diventano folli, o mostri, o bestie e ci si domanda se l’educazione non avrebbe potuto salvarne qualcuno?

Certi uomini sono nati uranisti, sembrano avere la vocazione all’uranismo dalla più tenera età. Ci sembra che nulla possa cambiarli, smuoverli. Nutrono essi stessi questa vocazione, si formano da se stessi, e nulla li allontana dalla loro strada.

Altri uomini sono nati eterosessuali. Hanno la vocazione di amare la donna e niente li ferma, né l’educazione austera né la carriera che intraprendono. Essi per l’inversione non provano se non il disgusto più profondo e lo stupore più ironico.

Altri uomini soddisfano a tutte le gradazioni tra l’assoluta omosessualità e l’assoluta eterosessualità. Tutte le gradazioni possibili sono rappresentate. Si può trovare il completo ermafroditismo psichico, l’uomo-donna, e molte specie di uomo-donna; l’uomo che è uomo rispetto agli uomini e alle donne, quello che lo è in rapporto ad un solo sesso (non importa quale) e non in rapporto all’altro. Si possono trovare tutte le possibilità e anche tutte le situazioni più improbabili.

L’educazione, le circostanze morali, fisiche, le amicizie, le influenze, tutto quello che può agire poco o molto, determina piano piano la forma che prenderà la sessualità del bambino che cresce. Gli affetti infantili sono immagini di questa incertezza sessuale. Essi ci mostrano anche quello che più tardi noi abbiamo il torto di dimenticare, cioè che gli affetti possono essere potenti e puri.

Se nulla impedisce lo sviluppo del bambino, se è circondato da persone che, senza volerlo, lo guidano verso l’eterosessualità, diventerà un uomo come la maggior parte degli uomini.

Al contrario, se quelli che gli stanno intorno, in un modo o nell’altro, senza saperlo, lo sviano dall’eterosessualità isolandolo, facendogli conoscere anticipatamente tutto quello che c’è da dire contro le donne, costringendolo a una condotta troppo esatta e troppo rigorosa, tenderà più o meno verso l’omosessualità, più o meno a lungo. Tutto dipenderà dalla circostanze.

Gli indifferenti, quelli che possono svilupparsi sia come omosessuali che come eterosessuali con una facilità quasi equivalente, sono spesso guidati dalle restrizioni che vengono loro imposte o dalla libertà che si concede loro. Se si trovano nell’impossibilità di legarsi con una donna senza problemi, inquietudini o rimproveri, scivolano più facilmente sul pendio dell’omosessualità.

Gli uranisti e gli eterosessuali precoci e feroci, non hanno mai avuto delle possibilità.
Nessuno di loro ha avuto dubbi sulla sua disposizione, sulla sua vocazione. Nessuno di loro ha fatto il possibile per sviare la sua sessualità. Si è, forse e veramente troppo tardi, tentato di tenere sotto controllo l’eterosessualità, ma che cosa si è fatto contro l’omosessualità? Niente! Non ci occupiamo affatto qui del bambino eterosessuale. Quello che qui ci interessa è indicare o cercare di indicare quello che può fare l’educazione per l’uranista.

Prima di tutto: come, da quali segni si distingue un uranista?

Vorrei fare un appello a tutti quelli che si dedicano all’educazione dell’infanzia o che hanno conosciuto degli uranisti bambini per pregarli di ricordarsi dei segnali dati da questi bambini e dai loro genitori.

Ho già parlato del pudore precoce degli invertiti. Questo è un segno da osservare. I bambini sono pudichi in presenza di un uomo? Esitano a spogliarsi, a mostrare il loro corpo, a soddisfarne le esigenze più elementari in presenza di un uomo? Questo è un segno che non bisogna trascurare.

La prudenza, la reticenza dei bambini rende molto malagevole questo compito così importante. Il pudore precoce ed esagerato non può essere l’unico segno dell’uranismo infantile. Ma dove trovare quello che cerchiamo?

Gli uranisti raccontano spesso che essi amavano i giochi delle ragazzine, ma molti eterosessuali hanno giocato con le bambole perché avevano fantasia e hanno fatto degli arazzi perché avevano dita agili.

La vanità precoce, il gusto dell’abbellimento sarebbero piuttosto da temere. Bisognerebbe scoraggiarli sempre ma non in modo da rendere più interessante quello che non si permette.

Bisognerebbe evitare tutti i travestimenti, tutto quello che dà al bambino l’illusione di essere una bambina. Ci sono genitori che vestono le loro figlie come dei ragazzini per stupidità e per ignoranza. Tutto quello che accentua o rende confusa la nozione del sesso è da temere per un bambino. Ho trovato spesso, ma non vorrei essere accusato di generalizzare a oltranza, un fratello uranista che aveva una sorella più o meno invertita, o una sorella omosessuale con un fratello più o meno sospetto.

Molte volte sono rimasto colpito da questa coincidenza, ma non so come spiegarla. Se il fratello e la sorella sono stati insieme durante l’infanzia, si potrebbe dare un notevole peso alla loro influenza reciproca. Il fratello delicato e femminile farebbe risaltare nella sorella tutto quelle che lei potrebbe avere di mascolino e di energico. Lei si abituerebbe a proteggere il fratello, a supplire alle qualità di cui lui avrebbe bisogno.

Coloro che conoscono la psicologia dei bambini apprezzeranno quello che ho appena detto.

L’amore delle cose belle, degli abiti, degli oggetti d’arte deve pure richiamare la nostra attenzione, senza che noi siamo portati a scoraggiarlo. Al contrario il gusto per le cose artistiche ha aiutato più di un uranista a condurre un’esistenza possibile o rispettabile: solo che bisognerebbe dare la massima serietà a questo gusto e non farlo diventare un gusto da amatore.

Gli uranisti sono spesso superficiali, gli amatori di ogni tipo si reclutano tra loro.

Molti argomenti a favore delle donne possono essere usati anche a favore degli invertiti. Se si parla a un difensore delle donne dell’inferiorità intellettuale, della mancanza di lealtà delle donne, lui vi dirà: Loro non hanno mai avuto possibilità; a loro non è stata insegnata nessuna di queste cose.

Ebbene, dato che l’invertito non è impedito dalla maternità, da tutti i doveri del sesso femminile, perché non provare a renderlo utile all’umanità? Ha parecchi difetti, parecchi vizi innati, ma la nostra civiltà e la nostra educazione non lo rendono migliore e non possono renderlo migliore.

Le api, le formiche, hanno dei lavoratori che non si riproducono. È possibile, oscuramente possibile utilizzare gli uranisti.

L’inversione non agisce nello stesso modo in tutti gli invertiti. Ci sono invertiti molto onesti e invertiti detestabili, ce ne sono di sobri e di dissoluti.

E comunque possono avere le stesse tentazioni; solo che gli uni si sono lasciati andare mentre gli altri si sono fermati in tempo prima dell’abiezione. Confessano che i loro errori hanno insegnato loro a correggersi, a emendarsi, ma che avrebbero sofferto molto meno, che si sarebbero comportati meglio, che sarebbero stati più forti e meglio armati verso la vita, se l’educazione avesse trovato la strada giusta, li avesse aiutati, capiti, invece di rifiutarli ed esacerbarli. Per costoro l’educazione è stata cieca e crudele.

Quanto gli altri, a quelli il cui valore morale era minore, la cui vanità e la cui insincerità erano nate con l’inversione, l’educazione è spesso stata loro complice.

Se, invece di cercare scuse nella sorte tragica degli invertiti nati (sorte che non è più tragica, quando valgono qualcosa, di quella degli uomini eterosessuali dello stesso valore), si fosse provato fin dall’infanzia, ad aiutarli, ad insegnare loro a dominarsi, a superarsi, questo sarebbe stato un servizio all’umanità. Ma per fare questo bisognerebbe scoprire, riconoscere l’invertito prima che egli abbia avuto il tempo di corrompersi inconsciamente. Bisognerebbe vegliare a tutti i costi sulla salute fisica, più facile da correggere rispetto alla salute morale, e non bisognerebbe trascurare una molto complessa igiene morale. E si potrebbe riuscire a ridurre il numero degli effeminati, degli ipocriti, degli eccentrici, dei vanitosi viziosi e venali che invadono la società.
E ne varrebbe proprio la pena.

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Annali dell’Omosessualità di André Raffalovich – Parte 3: Havelock Ellis e John Addington Symonds

Premessa

La parte che segue degli Annali dell’Omosessualità di André Raffalovich è dedicata all’analisi del libro Das Kontraere Geschlechtsgefühl  [La sensazione sessuale contraria] del Dr Havelock Ellis e di J. A. Symonds, Leipzig, Wigand, 1896, che il Dottor Havelock Ellis aveva scritto insieme a John Addington Symonds. La presentazione che Raffalovich fa del libro, a quei tempi di difficilissima reperibilità e per di più in Tedesco, permette la diffusione delle idee di Havelock Ellis anche tra i lettori di lingua francese. Raffalovich, come risulterà evidente dalla lettura, dà giudizi sprezzanti sul contributo all’opera da parte di John Addington Symonds che taccerà apertamente della peggiore immoralità. Raffalovich e Addington Symonds sono personaggi diversissimi anche se entrambi omosessuali (il lettore potrà trovare una ricca biografia di Addington Symons nel volume Gay e Storia della Biblioteca di Progetto Gay, nella quale sono presenti anche due importanti opere intere di Symonds concernenti l’omosessualità e precisamente “Una questione di etica moderna” e “Una questione di etica greca”, ovviamente tutti i testi sono scaricabili gratuitamente dalla home del forum di Progetto Gay.) Raffalovick è sostanzialmente un moralista che parte dall’idea che l’omosessuale non sia necessariamente un malato di mente o un degenerato ma per lui, in buona sostanza, l’unica via che un omosessuale ha davanti per vivere una vita dignitosa è la castità. Addington Symonds, che è un uomo sposato e padre di famiglia, crede invece che l’omosessualità vada vissuta anche a livello fisico, con rispetto, con amore per il proprio compagno, ma vada vissuta. I due punti di vista non potrebbero essere più lontani. Secondo Raffalovich, Addington Symonds è un vizioso che approfitta della sua condizione di uomo ricco e colto per usare a livello sessuale di quanti sono di livello sociale più basso del suo, come un signore feudale approfittava dei suoi sudditi. In realtà leggendo quanto scrive Addington Symonds si ha un’impressione totalmente diversa. In sostanza il testo che segue di Raffalovich è l’espressione del moralismo introiettato da un omosessuale che per accettare la sua omosessualità deve necessariamente sublimarla. Nello stesso anno in cui scrisse questo testo Raffalovich si convertì al cattolicesimo e di lì a poco il suo amante si fece addirittura prete. Sono scelte probabilmente molto sofferte che vanno rispettate, certo, ma si sarebbe voluto da parte di Raffalovich un po’ più di rispetto per chi vede le cose più laicamente e ritiene che la sessualità abbia un valore anche nella sua fisicità.

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Alcuni eccellenti articoli di Havelock Ellis in Alienist and Neurologist contenenti dei casi di unisessualità inglese e anche delle riflessioni sul trattamento dell’uranismo, che lo mostrano influenzato dal mio punto di vista, ci hanno fatto attendere con una certa impazienza il suo libro (Das Kontraere Geschlechtsgefühl von Dr Havelock Ellis und J. A. Symonds, Leipzig, Wigand, 1896) sull’inversione. L’impossibilità di pubblicarlo in Inghilterra, la difficoltà farlo uscire prima in America, la sua prima apparizione in Germania, tradotto dall’energico Kurella, sono fatti curiosi.

Prima di analizzare il volume capitolo per capitolo ne indicherò la caratteristica più evidente, ciò che ne costituisce la forza e la debolezza: il libro è stato scritto in collaborazione con un invertito [John Addington Symonds] la cui fama letteraria è stata grande, il cui valore è stato sopravvalutato e la cui vita privata è stata pubblicata dopo la sua morte dai suoi amici con un candore che ci rivela, come attraverso un lucernaio, l’inferno dei sodomiti intellettuali. È questo invertito letterario, sposato, padre di famiglia, insaziabile in tutto ciò che riguarda l’unisessualità, che ha fornito al medico intelligente, istruito, un po’ sorpreso, tanti materiali, tanti documenti; glieli ha dati alla rinfusa; gli ha trasmesso anche tutti i vecchi e brutti errori o quasi tutti. Il medico, dato che stimava il suo amico e dato che questi gli aveva offerto cose preziose, ha anche accettato delle intuizioni false che disonorano la ragione umana, delle menzogne alla Oscar Wilde(1) delle vanterie unisessuali, delle monellerie da effeminato: e tutto questo è collegato e messo insieme dal coscienzioso e intelligente Havelock Ellis. I materiali avrebbero potuto essere eccellenti, il suo modo di trattarli molto lodevole, senza quella sfortunata associazione [con Addington Symonds]; forse, senza quella collaborazione, il libro non sarebbe apparso così presto, ma allora avremmo avuto da Ellis qualcosa di meglio, perché avrebbe approfittato del nuovo slancio della psicologia  sessuale e non si sarebbe impegolato nelle opinioni e nelle avventure di un amico da commiserare e da temere. Eppure il libro di Ellis può aiutare il progresso della scienza psicosessuale, e benché egli abbia poi trovato nel mio libro (come il suo articolo nell’Alienist and Neurologist di luglio suggerisce) e nelle sue stesse osservazioni molti correttivi a John Addington Symonds, non lo si può comunque accusare di difendere indebitamente il suo collaboratore. Ma lo ha comunque subito e non ha potuto evitare di essere sopraffatto dai suoi entusiasmi incontinenti. Ma alla fine la conclusioni di Ellis e le mie quadrano bene insieme.

Passo in rassegna il suo libro. Il primo capitolo enumera rapidamente alcuni fatti di unisessualità negli animali (cani, piccioni, ecc.) poi si sofferma un po’ sull’universalità dell’unisessualità. Si sospetta di John Addington Symonds quando si legge che le razze guerriere sono più unisessuali della altre: Cartaginesi, Sciti, Celti, Normanni, Tartari, indigeni della Nuova-Caledonia, Sioux di oggi, abitanti dell’Albania contemporanea. Presso i popoli guerrieri, eroici, l’unisessualità sarebbe una virtù, un legame. Mentre in Messico, in Perù, presso i Persiani, in Cina, presso gli Ebrei, presso o Maomettani, le leggi contro la sodomia sarebbero tassative: ma dato che l’uso ha prevalso sul diritto, tutto ciò che possiamo affermare è l’universalità dell’unisessualità.

Sono state molto studiate le pratiche unisessuali degli Indiani d’America, dagli Esquimesi dell’Alaska fino ai Brasiliani.  Ogni razza ha potuto avere il suo punto di vista diverso, ma ovunque l’unisessualità è stata tollerata o incoraggiata. Holder nel 1889 ha pubblicato molti dettagli interessanti sull’inversione degli indiani del Nord America. Presso quelli del Montana l’invertito è chiamato Boté, cioè né uomo né donna; presso quelli di Washington è un Burdas, vale a dire, anche qui, né uomo né donna. Holder ha scoperto che il Boté indossa abiti femminili e fin dall’infanzia si abitua ad un approccio femminile. Ma è solo all’età della pubertà che ha rapporti sessuali (ovviamente unisessuali) e allora è come fellator che pratica sesso orale. Non è un sodomita anale, anche se questi indiani praticano anche la sodomia. Questi Boté sembrano amare molto la loro occupazione. La passione di tanti europei per il sesso orale non è l’infelice appannaggio dell’Europa. Il Boté esaminato da Holder non aveva mai avuto rapporti con una donna. Un piccolo ragazzo indiano (Holder lo racconta) andava a scuola indossando di nascosto vestiti da donna. Lo si puniva inutilmente. Finì per scapparsene e diventò un Boté. Ellis giustamente dice che noi non sappiamo se questi Boté sono uranisti per nascita o per educazione; ma dato che a mio parere l’unisessualità è sia congenita che acquisita, non sarà facile saperlo. Le razze inferiori, spiega Ellis, giudicano i gusti omosessuali con tolleranza, e presso di loro un uranista di nascita o rimarrebbe inosservato o farebbe parte di una casta sacra che darebbe una sanzione ai suoi gusti esclusivamente unisessuali.

In Europa, continua Ellis, si trova nelle classi inferiori una sorprendente mancanza di ripugnanza nei confronti dell’inversione. In Inghilterra il soldato si prostituisce senza difficoltà al signore che paga. Carlier, a quanto pare, ha fornito dettagli vivaci sull’unisessualità francese imparata ad Algeri. Non posso verificare tutto questo, ma non credo molto ai vizi imparati all’estero. Ellis racconta la storia di un soldato inglese che aveva imparato con i suoi compagni all’estero delle pratiche unisessuali e che le conservò al suo ritorno in Inghilterra, perché le donne della sua classe sociale erano così poco attraenti. Era una scusa forse più che una causa. John Addington Symonds ha raccontato ad Ellis di non aver trovato nel popolo più ripugnanza per le pratiche unisessuali che per quelle eterosessuali. Un invertito, in quattordici anni, avrebbe fatto proposte a più di cento uomini del popolo ed avrebbe avuto soltanto un rifiuto (di un individuo che più tardi si sarebbe offerto lui stesso), avrebbe avuto una sola volta paura di essere ricattato e avrebbe conservato con la maggior parte di questi uomini dei rapporti amichevoli. Questo invertito, nel frattempo aveva dovuto prendersi cura di questi uomini, procurare loro dei posti di lavoro, aiutarli a sposarsi, dare loro del denaro ecc.. Questo individuo rivoltante rinnovava il diritto del signore [medievale] quando era interesse dei suoi vassalli prestarsi alle sue esigenze, alle sue offerte di voluttà complete e prolungate. Alcuni erano certamente adulati. Ho già insistito sulla differenza di classe sociale e sul suo ruolo sessuale. La maggior parte erano probabilmente soprattutto curiosi, divertiti e venali.

Ma che fonte di degrado sociale è quest’uomo che compra così delle sessualità maschili, delle virtù o delle mezze virtù, dei corpi consenzienti o indifferenti! C’è una grande differenza morale tra gli atti sessuali compiuti da individui della stessa classe e da individui di classi diverse. Forse questo accadeva in Svizzera, dove Symonds trovò che le relazioni unisessuali prima del matrimonio non erano rare ed erano definite sciocchezze. Ricordiamo quello che Platen dice degli Svizzeri nel suo diario. Symonds aveva l’intenzione di scrivere sulla unisessualità svizzera.

Havelock Ellis tratta allo stesso modo l’unisessualità dei criminali e quella degli uomini di rilievo. Per me è come quella dei popoli guerrieri e non guerrieri. Il Dr. Wey, di Elmira (il penitenziario) nei suoi momenti pessimistici trova tutti i suoi detenuti “sessualmente perversi”, ma ritiene che l’80% sia più vicino alla verità.

Nonostante l’universalità dell’unisessualità non possiamo negare che l’opinione pubblica maltratta gli unisessuali. Il consenso di tanti uomini del popolo, i loro gusti, le loro abitudini non cambiano le convenzioni sociali, i giudizi pubblici. L’opinione pubblica, dice Ellis, come essa è ora, è la causa del fatto che gli uranisti si dividono in due categorie: una minoranza che crede l’uranismo sublime, ammirevole, superiore, e una maggioranza che agisce seguendo i suoi desideri e seguendo le circostanze. Il suo collaboratore [Addington Symonds] faceva parte certamente della minoranza folle; altrimenti non avremmo letto nel libro di Ellis che la santità e la carità dei grandi maestri della morale si basano sul loro uranismo. Questa è una bestemmia. Non ho mai sottinteso nulla di simile quando ho detto che la Chiesa trovava un buon posto per gli uranisti superiori che si elevavano al di sopra della loro sessualità. Non è affatto impossibile che certe virtù siano più facili per un uranista genio che per un eterosessuale, ma quando si tocca la carità, quando si considera il punto di vista morale che non è né eterosessuale né unisessuale, non ci può essere alcuna differenza tra la santità di uno e quella dell’altro. Ellis trascura curiosamente l’unisessualità del medioevo, così frequente – probabilmente perché il suo collaboratore aveva studiato il Rinascimento. E non dovrebbe dire che i contemporanei di Michelangelo non lo sospettavano. È esattamente il contrario della verità, e Michelangelo si mostrava molto sensibile a questi sospetti. Non bisogna dimenticarsi l’offesa (lo “snub” [l’affronto] come si dice in Inglese), inflitto da Walt Whitman, poco tempo prima della morte, a John Addington Symond. Andò su tutte le furie per le domande che Symonds gli faceva, domande che possiamo credere indiscrete se le si giudica a partire dall’indiscrezione abituale di Symonds. Il nobile vecchio non se ne fece spaventare. Walt Whitman trovò molto maleducato prendere da questo punto di vista quello che lui aveva scritto dei sonni a due, delle intimità maschili e dell’amore virile. Walt Whitman aveva voluto innalzare l’amore tra camerati, tra uguali, l’amore dei forti per i forti, non l’isteria del signore che brama con la stessa voluttà se ha la faccia tra le cosce di un inferiore o sul suo petto sudato.(2) L’amore fisico più intimo tra uomini forti e gagliardi che condividono gli stessi pericoli, tra un uomo giovane e un adolescente, tra soldati o esploratori, non nuoce affatto allo sviluppo della razza, al matrimonio, all’amicizia, ma che cosa si potrebbe dire delle passioni di un malato di petto [come John Addington Symonds] per delle guide, per dei cocchieri, per dei gondolieri? Non c’è nulla di Platone, nulla di Shakespeare, nulla di Davide e Gionata, moto poco di Whitman, molto poco di August von Platen.

Ellis cita un errore abbastanza clamoroso di sir Richard Burton, che ha giocato un ruolo curioso nella storia delle perversioni sessuali. Burton credeva ad una zona sotadica comprendente il mezzogiorno della Francia, la Spagna, l’Italia, la Grecia, la costa dell’Africa, l’Asia minore, la Mesopotamia, la Caldea, l’Agfanistan, il nord-ovest dell’India (Sindh, Rendschab, Kaschmir), la Cina, il Giappone, il Turkestan, le isole dell’Oceano pacifico, il nuovo mondo. Ma Burton con la sua esperienza avrebbe dovuto sapere che questa zona sotadica dovrebbe  comprendere i Normanni, i Celti, gli Sciti, i Bulgari, i Tratari e anche la Russia, l’Inghilterra, la Germania, l’Austria e la Svezia devono essere comprese in ogni enumerazione di questo genere. Questa teoria di Burton non ha dunque alcun senso. Symonds pretendeva che il Nord Italia fosse molto meno unisessuale del sud. Il suo gondoliere gli aveva detto che i soldati italiani venivano obbligati a dormire in mutande per evitare gli attacchi osceni dei siciliani e dei napoletani. Chiedo scusa di citare questi scherzi pesanti. Un prostituto disse a Symonds, a Napoli, di essere stato obbligato a lasciare Venezia, la sua patria, perché non trovava clienti se non tra gli Inglesi, i Russi e gli Svedesi, mentre a Napoli poteva vivere in eccellente compagnia e guadagnare molto. L’unisessualità inglese è, dice Ellis alla fine del primo capitolo, il vero argomento del suo libro. E dato che la società e la legge sono contrarie all’uranismo, bisognerà pure che quelli che osano resistere siano veramente naturalmente unisessuali. I costumi greci permettono di diventare unisessuali per moda; in Inghilterra, in Germania, negli Stati Uniti, non sarebbe così, secondo Ellis. Io penso che sia un errore, perché la moda gioca un ruolo importante anche oggi. Nel mondo del teatro, del caffè concerto, dei soldati, delle prigioni, nel mondo di Oscar Wilde e in molti altri ancora, si diventa unisessuali per cause sociali. Ogni piccolo mondo, ogni consorteria può rassomigliare alla Grecia sotto questo aspetto. Ma tutto questo richiede un’analisi troppo lunga e troppo complicata. “L’omosessualità dei Greci, conclude Ellis, non può spiegare quella degli europei di oggi,” Il terzo capitolo è interamente scritto da Symonds, è esclusivamente dedicato all’inversione greca, comincia alla pagina 37, per terminare alla pagina 126.

Il secondo capitolo, va da Westphal a Raffalovich passnado per Hœssli, Gasper, Ulrichs, Tarnowsky, Kraffl-Ebing, Moll, Schrenck Notzing, Chevalier, Lydston, Kiernan. Mi accontenterò di dire che sono stupito che Ellis mi dichiari incline ad avere simpatia per l’inversione ma affermi che raggiungo comunque, come ricompensa dei miei sforzi, un punto di vista imparziale e scientifico. “Se tutti quelli che hanno a cuore la riforma sociale sono probabilmente uranisti…”, questa frase  (che fa pensare alle amenità che sono scomparse dalle discussioni scientifiche e letterarie) ha probabilmente una qualche giustificazione agli occhi di Ellis; altrimenti sarebbe un’affermazione abbastanza anti-scientifica degna piuttosto di John Addington Symonds che di un medico intelligente e abile.

Il quarto capitolo è soprattutto interessante per i numerosi casi di unisessualità inglese. Ne ho già parlato negli Archives : «Sono degli unisessuali inglesi» (ho detto della trentina di Inglesi che Ellis fa sfilare) «per la maggior parte robusti (almeno 16 si portano molto bene), compresi degli uomini molto distinti e conosciuti.

Leggendo questi casi, si è colpiti dal numero di invertiti, di unisessuali, di eterosessuali compiacenti che questa trentina di Inglesi hanno incontrato. Si lamentano molto più di dover vivere un’esistenza doppia che di non poter soddisfare i loro gusti, casti o sensuali o osceni, a casa nel letto dello zio o in quello del fratello più grande, o coricati con l’ufficiale in visita o con lo stalliere, o tra ragazzetti, soprattutto nel college, proprio nel college, nel college dove l’unisessualità  è così diffusa, all’università, nel bel mondo, con degli sportivi o degli uomini di teatro, con degli artisti così come con dei soldati, con dei membri del clero, come con dei medici o dei sergenti di città o degli operai; dopo il matrimonio, oh! Allora con veemenza, con oscenità; in tutti i periodi, in tutti gli stadi della vita, questi Inglesi unisessuali si trovano tentati, lanciati, raggruppati. Se ce ne sono di platonici, è perché vogliono esserlo. Quello che svierà gli osservatori che non hanno studiato abbastanza l’inversione sessuale, sarà trovare la sodomia tecnica in questi casi inglesi molto più frequente di quanto ci si sarebbe aspettato. Così essa compare tredici volte su trenta, ma non costituisce l’atto preferito se non sei volte su trenta. Non oserei affermare che l’atto sodomitico è preferito da un quinto degli invertiti, ma anche se questa fosse la proporzione usuale, questa preferenza non significherebbe che la sodomia è lo scopo sessuale di tutti quelli che la preferiscono. Ho già fatto osservare che, senza essere il desiderio naturale o preponderante dell’invertito, la sodomia, comunque è detestata soprattutto perché essa è riprovata, difficile, sgradevole tanto per l’attivo che per il passivo, ecc.. In una parola, in Europa, la sodomia è una voluttà degli ignoranti, dei criminali, dei crudeli, dei masochisti, dei sadici, di quelli che credono che sia l’atto necessario, come di quelli che la cercano dopo aver provato tutto. Non è inverosimile che questa gente rappresenti un quinto degli unisessuali. Gli altri inglesi del sig. Havelock Ellis, che pure hanno praticato qualche volta la sodomia o anche che non l’hanno praticata, sembrano considerarla una grande prova d’amore. Io avrei detto di compiacenza; e questo è, forse, quello che vogliono dire. Ma al di là della facilità dei rapporti, delle relazioni, dei legami, quello che c’è di più sensazionale, di più serio in queste osservazioni, è la preponderanza dei sentimenti maschili, virili, della ricerca del maschio per il maschio, del simile per il simile, dell’uomo per uomo (3).»

Forse ci sono tante confessioni di sodomia perché questi casi venivano confidati piuttosto ad un amico che ad un medico?

I lettori di Ellis, io spero, saranno colpiti dal decadimento morale che queste persone sperimentano, se non si fermano, se si lasciano scivolare lungo il pendio delle loro inclinazioni fisiche. Questa è una lezione per tutti coloro che desiderano legalizzare delle facilitazioni per gli unisessuali o almeno mitigare le difficoltà; non esiteranno a mobilitarsi per fare cambiare le leggi ma impareranno forse che l’educazione morale è ancora più importante che la riforma della giustizia.

Il quinto capitolo, sull’inversione nelle donne, è il migliore del volume; questo non succede forse perché il suo collaboratore [Addington Symonds] non ci partecipa? Ellis sottolinea che l’unisessualità non è minore nelle donne che negli uomini, e anche quello che ho già detto, che le donne, dato che a loro è permessa una grande familiarità tra di loro, incoraggiate dalle abitudini sociali, sono sia più immuni dal pericolo di essere scoperte o tradite, che anche più tentate di soddisfare platonicamente, con intimità lecite, le loro inclinazioni sessuali o unisessuali. Più di un invertito, più di un ermafrodito psichico, ritiene possibile accontentarsi di un’intimità femminile, con gli uomini che ama. Non si può negare che noi permettiamo alle donne di soddisfare quello che Platone chiamava amore unisessuale onorevole.

L’universalità dell’unisessualità femminile sembra dover essere solo cercata per essere dimostrata.

Gli alberghi, i grandi magazzini sono, secondo Ellis, il teatro delle pratiche unisessuali femminili dovute all’esistenza antigienica, alla promiscuità notturna o incoraggiate da queste cattive condizioni. I nostri costumi facilitano unisessualità femminile, questo è certo, e le donne la fanno passare inosservata; e mi chiedo se con la luce che si sta diffondendo su questi temi, le convenzioni sociali non finiranno per rendere mal viste le carezze femminili così come lo sono quelle maschili. Un tempo un uomo abbracciava le donne per gentilezza; verrà forse un tempo in cui le donne non oseranno più abbracciarsi davanti alla gente?(4) Ellis racconta il caso interessante di una signora giovane B … di 26 anni (padre tedesco, madre inglese, fratello invertito, sorella nevrotica che amava stare con le donne, ma con rigidi principi religiosi). La signorina B … si è fidanzata una volta con un uomo che le piaceva, ma l’idea di avere un rapporto intimo con lui ha fatto rompere il fidanzamento prima del matrimonio. Le donne l’attirano vari modi. Ci sono, secondo lei, donne per gli uomini e donne per le donne.

Ha molte amicizie femminili ma ha avuto solo una relazione intima appassionata. Ha conosciuto una ragazza giovane che si è lasciata coprire di baci e di carezze, che non vedeva in questa relazione alcun impedimento al matrimonio ma che si sarebbe guardata bene dal parlarne a suo marito. Credo che questo caso sia tipico. La storia della signorina X… è più complicata ed è utile soprattutto perché ci riassume la vita di una donna sensuale, immorale, ma non del tutto folle, non ninfomane, che ha attraversato fasi comuni a tante persone invertite. A 14 anni aveva la passione di dormire con una cugina, ma senza attrazione sessuale. A 17 anni c’è stata la passione per una compagna, passione idolatrica, malsana, ma senza sessualità. A 19 anni, all’uscita dal collegio, un’amicizia con una ragazza giovane molto femminile, amicizia che, grazie all’attaccamento di questa ragazza e grazie alla tendenza a dominare e ad esercitare il suo potere della signorina X…, è diventata fisica e reciproca. Questo rapporto dura parecchi anni, poi l’amica ha degli scrupoli religiosi e morali e mette fine all’intimità fisica. La signorina X…, che era stata felice e soddisfatta durante questi anni, si deprime per questa rottura; i suoi desideri sessuali si iper-eccitano. Una giovane ragazza molto voluttuosa le fa delle avnces e la sig.na X… si lancia in una veemente passione fisica per la quale ha gradi rimorsi e grande vergogna. Quando la sua prima amica, messi da parte gli scrupoli, vuole riannodare la relazione, la sig.na X… rifiuta. Resiste per qualche anno alle tentazioni e si butta nel lavoro intellettuale. Poi una nuova relazione la unisce per parecchi anni a una ragazza giovane che le somiglia. Non si è mai masturbata, dice, ma l’onanismo psichico sembra avere giocato un ruolo importante. Normalmente è più tenera che appassionata; accarezza il corpo nudo della sua favorita, si lascia accarezzare, ma per pudore non pratica il saffismo completo: una distinzione che corrisponde, forse, alla differenza tra il coito perineale e il coito anale. Può controllare, dice, la sua tendenza, ma non la può distruggere.

È certamente un’invertita di livello superiore. Trova sbagliato che le donne eterosessuali diventino unisessuali per libertinaggio, per capriccio. Ha molta energia, il suo temperamento è nervoso. Sembra anche essere andata tanto avanti sulla strada del miglioramento, per quanto è possibile senza principi, senza religione pratica, senza sapere che la castità è una virtù positiva e non negativa.

Molti osservatori, dice Ellis, credono che in Francia, in Germania e in America l’inversione femminile sia in aumento. Se è veramente così, immagino che sia in parte dovuto alla scelta deliberata di parecchie donne, scelta motivata dall’imitazione, dalla formazione, dal disgusto di molti uomini verso il matrimonio, alla paura che molte donne provano all’idea di fare figli, e all’abbandono delle credenze religiose.

Nel sesto capitolo Ellis analizza questi casi di inversione. In questo capitolo noto soprattutto che la vecchia distinzione tra attivi e passivi, in realtà, non esiste. Ellis si chiede se il disgusto del sesso delle donne riscontrato in tanti invertiti non sia un’esagerazione di uno stato normale o che dovrebbe essere tale per tutti gli uomini. Forse, salvo che nel momento sessuale e dell’ossessione sessuale, l’uomo ha una certa antipatia per questo organo, antipatia che molte cose tendono a mascherare tra gli eterosessuali?(5)

Ellis cita una frase molto sensata di Symonds: Se tutti gli invertiti fossero effeminati, come spesso li si descrive, non potrebbero essere così numerosi senza fare aprire completamente gli occhi alla società.

Symonds credeva che qualche volta un eterosessuale fosse attirato da un uranista.  Ho analizzato alcuni aspetti di questa situazione nel mio libro e rinvio ad esso i miei lettori per non allungare troppo questo articolo.

Ventidue dei casi di Ellis, cioè il 66%, avevano attitudini artistiche. Ma dato che sono stati raccolti da uno scrittore, c’è poco da stupirsi. E dato che Ellis insiste molto sulla unisessualità delle classi inferiori, non si potrebbe che dedurne l’universalità della bisessualità.

Il settimo capitolo si intitola “teoria dell’inversione”. Ellis crede che l’inversione sia soprattutto naturale ma che sia anche acquisita. Comunque tutto questo, per lui, è ancora un po’ vago. Non si potrà fare chiarezza che sapendo che l’eterosessualità, come l’unisessualità, è sia congenita che acquista. Se Meynert e Næcke negano l’istinto sessuale, questo deve essere perché essi hanno intravisto alcuni aspetti della verità. Ellis sembrerebbe suggerire che l’inversione  è forse, per così dire, una variante, una varietà biologica e psicologica. Prese in un senso largo, la maggior parte delle sottolineature di Ellis tenderebbero ad una migliore conoscenza dell’universalità dell’unisessualità. Offre come cause preponderanti l’esempio nel college, la seduzione, la delusione amorosa, e il terreno di fondo, la predisposizione. Gli si potrebbe rispondere che la delusione amorosa può essere un sintomo di inversione. L’analisi della maggior parte delle cause che sembrano portare all’inversione è così difficile perché ci sono infinite sfumature, perché qualsiasi cosa agisce in grado maggiore o minore sula sessualità psichica e fisica.

Così ho potuto considerare una categoria di eterosessuali “che hanno avuto rapporti unisessuali per necessità, paura, povertà, giovinezza, inesperienza, mancanza di donne, esempi, letture, affetto, formazione, obbedienza, vanità, cupidigia, desiderio di impadronirsi di qualcuno potente, per isolamento sociale o sentimentale, per orgoglio, ribellione, ubriachezza, occasione, promiscuità ecc., ma senza modificazione della loro eterosessualità.”  Pensate ora a quelli nei quali invece c’è stata qualche modificazione della moto eterosessualità! Traggo una conclusione importante dal libro di Ellis: l’invertito non è necessariamente un malato o un degenerato. È l’esperienza di Ellis ed è anche la mia. Comunque, continua Ellis, ci può spesso essere nell’ascendenza, nella sua famiglia, una disposizione neuropatica. È possibile non trovare in qualche luogo questa disposizione? Esiste una sola famiglia al mondo assolutamente extraumana, sovrumana, intatta?

L’ottavo capitolo si occupa della questione legale. Ellis reclama innanzitutto un po’ di luce e di franchezza. Ha poca simpatia per quelli che vogliono a qualsiasi prezzo guarire l’invertito. Le terapie di Schrenck Notzing gli sembrano peggiori della malattia (6). Le guarigioni hanno poco valore. È molto meglio innalzare gli invertiti al di sopra di loro stessi che buttarli nel pantano eterosessuale. Preconizza “anche” la castità. L’ideale greco e Walt Whitman, l’amore platonico, l’amore onorevole, l’amore virile, sono anche utili. Non si ottiene nulla quando si aiuta un invertito a soddisfarsi con una donna come con un uomo. La società non assolve ai suoi doveri verso l’uranista, dice Ellis con ragione, essa lo getta nella malinconia, nell’esaltazione, nell’ipocrisia, nel vizio; ma non gli offre soccorso. Ellis crede che l’orrore che si ritiene di dover esprimere contro l’unisessualità in Inghilterra non dati che al XVIII secolo. Gli lascio la responsabilità di questa opinione. Il codice Napoleone risponde più o meno a quello che Ellis reclama. L’Inghilterra, la Germania, l’Austria, la Russia, sono secondo lui le sole nazioni in cui l’unisessualità è un crimine. In Svizzera la legge varia da cantone a cantone, ma non si è severi. Ellis se la prende e a ragione contro la legge inglese del 1885 che rende un crimine qualsiasi atto unisessuale commesso da qualsiasi uomo in qualsiasi luogo. Ho parlato già più di una volta dell’ipocrisia inglese su questo punto. Le leggi contro gli invertiti non li fanno diminuire. I trenta casi di Ellis non hanno mai avuto problemi legali, e comunque più di uno non uscirebbe quasi più di prigione se si applicasse la legge del 1885.

Ellis si sbaglia certamente affermando che l’inversione francese si propaga molto di più tra le classi inferiori. Dice anche che i clienti dei prostituti francesi sono stranieri. In Germania, in Austria, in Inghilterra, ci sono secondo lui più invertiti che in Francia. Il calo della popolazione sembra non avere, almeno per ora, alcun rapporto con l’unisessualità.

Secondo Ellis l’opinione pubblica sarebbe in sostanza passata attraverso tre stadi d’animo nei confronti dell’inversione corrispondenti ai punti di vista selvaggio, barbarico e civilizzato. All’inizio si considera l’inversione nei suoi rapporti con la diminuzione della popolazione e si tratta l’invertito in modo conseguente: stadio selvaggio. Poi l’inversione diventa un sacrilegio: stadio religioso. In seguito, come oggi, non si considera più l’inversione dal punto di vista economico o teologico ma dal punto di vista estetico. Non approvo né discuto questa generalizzazione abbastanza fantasiosa. Senza la severità economica e la severità religiosa, la severità estetica è ridicola e destinata a perire, questo è certo.

Ellis se la prende a buon diritto con il giudice inglese che si lamentava di non poter punire più severamente l’unisessualità condannando dei colpevoli a due anni di lavori forzati. È crudele e anche ignorante che sia dovere della giustizia incrudelire come fu allora suo dovere.

Il libro si chiude con delle appendici, una molto interessante sulla unisessualità dei vagabondi americani, sul modo con cui essi abbindolano e reclutano i loro favoriti, ecc.. È da leggere. C’è anche una lettera di un professore americano che vanta l’uranismo e assicura che lo stadio normale e superiore dell’uomo è lo psico-ermafroditismo, cioè la facoltà di amare sessualmente chiunque. È una cosa da persona guasta o acciecata dalla sensualità. L’appendice di John Addington Symonds sull’amore ispirato dagli uomini del popolo, o piuttosto sul desiderio sessuale che essi ispirano e soddisfano con (secondo lui) una tale compiacenza, è di uno spirito leggero e sprofondato nei sogni e nelle voluttà senza vergogna. C’è molto da dire di questa passione, Soldaten liebe [amore dei soldati], e se ne dice poco quando se ne vantano la prevalenza, gli idilli unisessuali, i rapporti sessuali variati, le emozioni che assalgono e abbrutiscono, quando si cita “il divino Loti” e i suoi Fleurs d’ennui (7);  non bisognerebbe farsi ingannare da queste lodi dell’odore dei bei ragazzi nudi, o dalle confidenze del nobile italiano [Confessioni di un invertito nato] riguardo alla cinta che il suo Bonifacio aveva portato per due anni sulla pancia, non bisognerebbe confondere il lirismo sessuale e il cinismo con la psicologia o con la verità, e nemmeno con un cattivo e sporco buon senso. Le turpitudini suggerite dai soldati francesi, l’illusione della buona salute dei soldai inglesi (la cui sifilide è così tristemente nota) bastano per dare a Symonds il suo giusto valore intellettuale e scientifico.

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[1] Così è ad Oscar Wilde che si difende davanti a una giuria, a John Addington Symonds  che va tubando dei versi unisessuali che bisogna lasciare Davide e Gionata. Ogni ambigua allusione ai tipi dell’amicizia devota è una mancanza di rispetto per la psicologia. L’amicizia può esistere al suo punto più alto al di fuori della sessualità, ed è ai praticanti sodomiti, a tutti quelli che strepitano e vogliono non solo essere degli onanisti a tutti i livelli, ma pretendono la legalizzazione, la legittimazione dell’onanismo orale, perineale, e anale, che si dovrebbero lasciare queste calunnie e, diciamo questa parola, queste indecenze. Havelock Ellis si è lasciato sorprendere. È lo stesso vale per il Dr. Laupts.

“L’amicizia non è una manifestazione dell’istinto sessuale, anche quando è più simile a certe manifestazioni di questo istinto. Non confondere l’amicizia entusiastica, piena e romantica, con l’unisessualità latente o nascosta è di grande utilità, e da un certo punto di vista, per alcune persone, di una grande difficoltà. Le stesse regole non si applicano più seguendo le epoche, i paesi, le persone, le età. La Bruyère diceva che il cuore che si è scaricato sull’amicizia non ha ancora fatto nulla per l’amore (eterosessuale); l’amicizia è un istinto naturale e spontaneo come l’amore materno e che dovrebbe essere anche esente da calunnia e da sospetto. L’amicizia-passione (o l’amicizia-gusto o l’amicizia-fantasia) come la passione religiosa o quella artistica o quella scientifica o quella patriottica, si manifesta nello stesso modo nell’unisessuale e nell’ eterosessuale. “( Uranisme et Unisexualité.)

[2] Si veda il libro di Ellis.

[3] Per il caso di Guy Olmstead che (a Chicago nel marzo del 1894) tentò di assassinare l suo vecchio amante W. Clifford, rinvio i miei lettori al libro di Ellis, se non hanno letto questa storia interessante nel Journal of mental science. Molti documenti vengono dall’America.

[4] Vedere Uranisme et Unisextialité, sezione delle soddisfazioni unisessuali.

[5] Più di un eterosessuale preferisce le donne vestite alla donne nude, senza essere per questo né feticista né invertito. Chi volesse affermare che amare la nudità della donna in ogni momento è il segno caratteristico dell’eterosessuale avrebbe ben presto da superare grandi difficoltà psicologiche. Non citerò qui l’aneddoto del gondoliere di Symonds perché richiama le dichiarazioni di tanti uomini forti, di tanti ercoli di una delle capitali d’Europa, secondo i quali: “Le donne erano fatte male e avevano cattivo odore”. Il gondoliere di Symonds affermava che l’uomo più brutto, nudo, era più bello della più bella donna nuda perché le donne avevano le gambe fatte male e un odore genitale esecrabile. Era stato sposato due volte ma non aveva mai visto le sue due mogli completamente nude.

[6] È anche il parere del sig. Féré, il dottor Laupts non osa pronunciarsi tra noi, dice.

[7] Mi propongo di studiare l’influenza del delizioso Pierre Loti sugli invertiti: se ne contano parecchi tra i suoi lettori.

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