ETERO POCO ENTUSIASTA? E SE FOSSI GAY?

Caro Project,

dopo aver girato il forum in lungo e in largo e avere letto il tuo libro “Essere Gay” mi sono deciso a scriverti. Ho 26 anni, posso dire di essere mediamente soddisfatto della mia vita, cioè degli studi e da pochissimo anche del lavoro, che non mi piace troppo, anzi quasi per niente, ma se penso che tanti ragazzi non riescono a lavorare posso solo pensare che il mio lavoro me lo devo tenere bene stretto. C’è poi un altro aspetto della mia vita sul quale ormai rifletto per ore tutti i giorni. Diciamo così, che non mi dispiacciono le ragazze, voglio dire che se una ragazza mi si mette appresso e mi coccola nel modo giusto, per le me la cosa sta bene. Ho avuto due storie con ragazze, la prima è cominciata quando avevo 15 anni, ci sono entrato con entusiasmo perché mi faceva sentire grande e non è stata niente male, lo dico adesso, con la scienza del poi, perché lei non voleva andare oltre certi limiti e non ci volevo andare nemmeno io, in pratica eravamo buoni amici, uscivamo insieme, c’era un po’ di tenerezza, ma senza esagerare, e la cosa andava bene. Poi è finito tutto dopo tre anni, quando si sono messi in mezzo i genitori per ufficializzare la cosa, cioè per farla diventare un’altra cosa, e lì sono cominciati i riti da fidanzatini, ma non piacevano né a me né a lei, dopo qualche mese abbiamo concluso “di comune accordo e senza problemi” che eravamo buoni amici e così è finito tutto, con buona pace (e delusione) dei nostri genitori. Con la seconda ragazza, la mia attuale, le cose sono state molto diverse, avevamo entrambi 24 anni e delle ottime prospettive di studio e di lavoro. Dire che ci siamo messi insieme è improprio. Anche con lei tutto è cominciato con una simpatia e un’amicizia parecchio  disimpegnata. Ci si sentiva spesso, si usciva spesso, ma sempre con gruppetti di amici, qualche volta parlavamo, ma soprattutto di studio e delle prospettive di lavoro. Io dopo la specialistica sono riuscito a trovare lavoro, lei adesso è andata all’estero per il dottorato, nessuno dei due ha pensato che avrebbe potuto rinunciare a qualcosa in nome dell’altro, anzi io l’ho incoraggiata ad andare perché dopo avrebbe avuto prospettive molto migliori. I primi tempi ci sentivamo su skype quasi tutti i giorni, adesso molto meno e, francamente, non mi manca, come io penso di non mancare a lei. Fin qui sarebbe una ordinaria storia etero di un ragazzo non troppo interessato alle ragazze e soprattutto non molto (in pratica per niente) interessato al sesso con le ragazze, ma le cose non finiscono qui. Ho sempre avuto un gruppetto di amici speciali e con loro sono stato bene, direi che però non ho mai provato attrazione fisica per un ragazzo, o forse solo un po’, ma niente di quelle cose che leggo sul forum. Da qualche mese ho conosciuto un ragazzo, che chiamerò Nino, di vent’anni, un ragazzo che mi ha colpito da subito. Non mi sono sentito travolto da chissà che cosa, quello che mi ha colpito era il suo stato emotivo e il suo livello di partecipazione nelle cose. Abbiamo avuto modo di parlare un po’, gli ho detto che la mia ragazza sta all’estero e altre cose e lui mi ha detto che è gay e che è innamoratissimo di un ragazzo che conosco anche io. Il ragazzo di cui è innamorato è un bel ragazzo, però non credo che sia gay anche se non l’ho mai visto con una ragazza. Nino mi parla in continuazione di quel ragazzo, si vede che è innamorato in modo totale e questo mi compisce moltissimo, perché se penso alle mie due ragazze, beh, loro non erano gran che coinvolte, mentre Nino in pratica vive per quel ragazzo e ci sta malissimo. È rimasto molto stupito dalla mia reazione di fronte alle sue rivelazioni e dice che riesce a parlare di queste cose solo con me, io cerco di metterlo in guardia, perché al momento l’altro ragazzo non sa nulla e probabilmente non si immagina nemmeno che Nino si sia innamorato di lui, e la reazione potrebbe essere non solo di disimpegno ma di totale repulsione e Nino ne potrebbe uscire a pezzi. Anche qui, in fondo, potrebbe essere una storia, un po’ meno comune, di un’amicizia tra un etero (io) e un gay (Nino), ma le cose sono più complicate, perché con l’andare del tempo, tra me e Nino si sta stringendo un legame molto particolare. Mi dice cose molto belle, che a me fanno piacere, ma resta il fatto che io anche con tutta la buona volontà non mi sento gay. Parlo con lui per ore, ma poi me ne dimentico. Lui sa che sono etero e che ho la ragazza, ma a questo sembra non dare praticamente nessun peso e mi tratta con un modo di fare molto accattivante e seducente, come se fossi gay e mi stessi innamorando di lui, e qui cominciano i problemi anche da parte mia, perché a me piace stare con lui ma non lo voglio illudere, perché ci potrebbe rimanere malissimo. Quando parliamo, io gli dico della mia ragazza, lui mi dice del suo ragazzo, ma in sostanza parliamo solo di noi, la mia ragazza e il suo ragazzo sono dei meri pretesti per continuare  a parlare senza creare troppi problemi. Mi sono anche chiesto se per caso non sono gay anche io, magari in modo molto particolare, perché con lui mi sento a mio agio e il fatto che sia gay e che possa essersi innamorato di me (la parola forse non è adatta, ma qualcosa di simile c’è) non solo non mi sconvolge ma mi sembra molto gradevole perché ha un modo di fare diversissimo da quello delle ragazze, molto più affettuoso  e molto più diretto, che a me piace molto, però poi penso che tutto potrebbe fermarsi qui. Aggiungo una cosa: non mi dispiacerebbe essere gay e potermi innamorare di Nino, però al momento è solo un’ipotesi, non so se potrà crescere qualcosa in seguito, certo è che con lui mi sento più coinvolto che con una ragazza. Nino potrebbe sembrare un po’ effeminato, perché è sempre molto gentile e affettuoso, ma io in lui non vedo nulla di femminile e non lo considero affatto come consideravo le ragazze, lo sento molto più vicino a me, con lui mi sembra che possa essere possibile quel rapporto  di amicizia affettuosa che è stato sempre il mio ideale, e il fatto che sia gay, in fondo, è proprio quello che rende possibile questa amicizia affettuosa. Non vorrei comunque condizionargli la vita, questa è la mia preoccupazione di fondo. Come vedi, Project, i problemi sono tanti e molto intrecciati tra loro. Secondo te, che dovrei fare?

Perplesso.

p.s.  se vuoi, pubblica questa mail.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=17&t=6213

AUGUST VON PLATEN OMOSESSUALE SECONDO RAFFALOVICH

Con il capitolo intitolato “Platen o l’uranista superiore”, André Raffalovich chiude il suo libro “Uranismo e Unisessualità”. Non è certamente un caso. Raffalovich ha sempre manifestato una notevole simpatia per von Platen e per la sua concezione dell’omosessualità, che viene celebrata da lui al termine del capitolo con accenti di autentico entusiasmo oltre che di condivisione morale.Va detto subito che Raffalovich, nella sua panoramica sugli omosessuali notevoli della storia e della letteratura si è fermato al primo ‘800, con l’unica eccezione di Wilde. Nel suo lavoro, quindi, non sono presenti personaggi fondamentali nella storia dell’omosessualità quali John Addington Symonds, Edward Carpenter e lo stesso Raffalovich, che appartengono alla seconda metà dell’800 e in qualche caso hanno esteso la loro attività anche ai primi decenni del ‘900.

Platen, come Grillparzer, Motitz, Goethe, e lo stesso Byron, appartengono ad un periodo, in cui il dibattito sull’omosessualità è ancora qualcosa di utopistico e di vago da collocare in un futuro di cui non si avvertono neppure gli albori.

La distruzione delle memorie e di molte lettere di Byron dopo la sua morte è il segno di quanto l’idea dell’omosessualità dell’autore fosse ritenuta improponibile.

Grillparzer e Moritz furono attentissimi nel difendere la loro onorabilità dal rischio di accuse di omosessualità. Tutti questi personaggi (con l’eccezione, forse di Byron) attraversarono periodi di dubbi, di oscillazioni e di incertezze circa la reale dimensione della loro sessualità perché del tutto o quasi privi di riscontri che potessero mettere in crisi il pregiudizio dominante. Vissero tutti storie eterosessuali in cui la partecipazione affettiva era veramente ridotta e che oggi non si faticherebbe a identificare come relazioni di copertura.

Byron, che aveva tenuto un comportamento più libero, fu costretto dal pettegolezzo ad abbandonare l’Inghilterra e non vi fece più ritorno.

Prima di Platen, i segni dell’omosessualità vanno ricercati in elementi biografici poco conosciuti o nelle ambiguità delle opere, dove sono quasi sempre trascritti in chiave eterosessuale. Per Platen non è così. Si potrebbe dire che Platen è il primo omosessuale nel senso moderno del termine, perché riconosce la sua omosessualità, almeno di fronte agli amici, che non lo rinnegano per questo, e afferma il suo diritto ad amare e ad essere amato da un amico di animo nobile, perché il suo sentimento non ha nulla di cui ci si debba vergognare. Ravvalovich interpreta il fatto che Platen ritenga dignitoso e altro il suo amore omosessuale ponendo per ipotesi l’idea che si trattasse di un amore senza sesso o quasi, e comunque con una sessualità estremamente sublimata, ipotesi proponibile forse per Platen giovane, ma probabilmente poco realistica per il periodo Italiano della vita del poeta.

Non va dimenticato che l’Italia, per tutto l’800, fu per i ricchi omosessuali del nord Europa un vero paradiso terrestre, del tutto privo del moralismo inglese e dell’ipocrisia tedesca in materia di sessualità.

Certo Platen, a quanto sembra, anche in Italia non condusse una vita sregolata al livello che sarà poi tipico di Wilde e sembra anzi mantenere atteggiamenti moralistici anche quando condanna poeti molto libertini che intendono creare un rapporto di amicizia con lui.

Ma Platen è moderno anche per un’altra ragione: il suo non circondare la sua vita e le sue poesie di troppe cautele lo espone al pettegolezzo e finisce per essere vittima di attacchi personali molto pesanti e triviali, ovviamente con l’accusa di omosessualità, avanzata nei modi più volgari da un personaggio come Heine, per altri versi eccellente e fine letterato di origini ebraiche. La polemica tra Heine e Platen naque per ragioni di orgoglio letterario, pare che Heine non avesse apprezzato molto una poesia di Platen e avesse espresso un giudizio molto critico, se non sprezzante, Platen rispose tirando in ballo le origini ebraiche di Heine e questi per tutta risposta si lasciò andare ad insulti contro Platen legati alla sua omosessualità.

La storia della querelle tra Platen e Heine è il segno di quanto l’accusa di omosessualità fosse (ed in parte sia ancora oggi) un’arma che si tiene in serbo e si può sfoderare ogni qual volta se ne presenti l’occasione.

Thomas Mann da dedicato un lungo saggio a Platen che, nella sua morte solitaria a Siracusa, per colera (forse), è l’Ispiratore di “Morte a Venezia”, da cui Visconti trasse il suo capolavoro cinematografico. Ma il lavoro di Mann su Platen, più che rappresentare una ipotetica lotta di Platen contro l’omosessualità, incarna in Platen l’analoga e ben più angosciosa lotta di Mann contro la propria omosessualità. Oggi, dopo la pubblicazione integrale dei diari di Platen, la lettura del personaggio fatta da Mann non può più essere condivisa. Platen, a differenza della stragrande maggioranza degli omosessuali colti della sua generazione (e anche di molti delle successive) aveva accettato la propria omosessualità e la considerava un valore irrinunciabile. Certo, in un mondo in cui l’omosessualità era penalmente perseguita in modo pesante e il negazionismo era l’unico atteggiamento di tutti, omosessuali compresi, un uomo come Platen passò la vita tra delusioni e frustrazioni, innamoramenti rivolti ad amici eterosessuali, incomprensioni e fraintendimenti, ma per lui l’omosessualità era una forma d’Amore con la A maiuscola e non si sarebbe certo abbassato all’idea del sesso mercenario, in questo è un personaggio che ha mantenuto alto, anche come omosessuale, il livello della sua moralità.

Ma lasciamo ora la parola a Raffalovich.
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PLATEN O L’URANISTA SUPERIORE

Vorrei presentare con chiarezza la nobile, interessante e melanconica figura del poeta Auguste, conte di Platen-Hallermünde.

È per eccellenza l’uraniana nato, destinato, sicuro di sé, retto, completo, coraggioso, elevato, tutto dedito al suo amore per la gloria poetica, per l’arte poetica, per la bellezza intellettuale e fisica, nel modo più vivo in cui lui la sente, e per come la sente in accordo con la sua dignità di uomo. Ha fortemente appassionato i suoi amici, il conte Fugger, Liebig, A. Kopisch, Gustav Schwab, ecc. e ha sollevato odi infami. Ancora oggi la biblioteca di Monaco detiene i diciotto volumi del diario di Platen, e questo deposito prezioso aspetta una pubblicazione rispettosa e intelligente, che i signori von Laubman e L. von Scheffler hanno promesso.

Nel 1860 Engelhardt ha pubblicato dei frammenti del diario che si fermano al 1828 – Platen era nato nel 1796 e morì nel 1838. È con l’aiuto di questo frammento autobiografico, delle sue opere, delle sue lettere e delle pubblicazioni dei suoi amici che cercherò di mostrare la sua fisionomia.

Auguste, conte di Platen-Hallermünde (o conte di Platen, come preferiva essere chiamato) nacque il 21 Ottobre 1796 a Ansbach dove suo padre era al servizio della Prussia. Il primo conte di Platen, Franz-Ernest, aveva ricevuto il suo titolo il 20 luglio 1689 Leopoldo I.

Il padre di Platen, nato nel 1740, aveva sposato in prime nozze la signorina von Reitzenstein, e da questo matrimonio erano nati sei figli, un maschio e cinque femmine. Il matrimonio fu infelice e portò ad un divorzio. Il conte Platen si risposò nel 1795 con Louise-Friederike Christiane Eichler von Auritz. Ebbero due figli, il primo fu il poeta, il più giovane morì a tre anni.

Auguste von Platen, o Platen come io lo chiamerò, quando era ancora molto piccolo, ebbe una lunga malattia, il famoso medico di Erlangen, Hildebrand, la considerò incurabile; ma il bambino crebbe ugualmente, allevato con semplicità, e come accadeva alla maggior parte dei bambini nobili nati dopo la Rivoluzione francese, gli fu insegnato a dare del tu ai suoi genitori e a sentirsi libero in loro presenza: non gli parlarono mai della sua nascita nobile. Platen ricordava che i suoi primi amici d’infanzia erano stati Simon Langenfoss e Jeannot Asimont, figli di un insegnante di francese, e due Liebeskind. Andava anche spesso al castello a giocare con la principessina, figlia del principe Luigi di Prussia, fratello del re. Incontrava lì anche le zie della bambina, la regina Luisa di Prussia e la principessa di Thurn und Taxis.

Il padre di Platen faceva tanti piccoli viaggi per visitare le foreste delle quali si doveva occupare e il bambino rimaneva solo con la madre. Lei gli leggeva ad alta voce e gli fece amare la lettura. Ben presto preferì i libri ai suoi molti giocattoli. Imparò anche presto a scrivere. Il primo libro che lesse da solo conteneva commedie infantili. Adorava il teatro, ci andava il più possibile, recitava delle commediole con i suoi compagni. Scrisse nel suo settimo anno una commedia pastorale e la inviò a un giovane amico.

Scrisse molte piccole parti in versi, piene di fate, streghe e maghi. Anche la mitologia si impossessò della sua immaginazione, ma le storie d’amore lo lasciavano indifferente. Considerava l’amore solo un artificio teatrale. Nonostante la sua predilezione per le favole era piuttosto scettico. Rispose ad un professore che non esisteva l’inferno. Voleva dire che non c’era un posto dove si arrostivano le anime.

La madre si ritirò completamente dal mondo per occuparsi unicamente di suo figlio. Lo spingeva al lavoro. Gli faceva scrivere delle lettere ad una ragazzina inglese della sua età, che lui non aveva mai visto, figlia di un amico d’infanzia della contessa. Una ragazzina, Caroline von Gemmingen, venne ben presto a vivere con loro. Platen e lei erano sempre in guerra.

Nel 1806 il bambino, nel suo nono anno, vide la sconfitta dei soldati dell’Imperatore d’Austria, Bernadotte che passava per Ansbach e la caduta della Prussia; e si interessò molto a tutti questi eventi.

Nello stesso anno il generale Werneck, capo del corpo dei Cadetti a Monaco di Baviera, amico d’infanzia del padre di Platen, gli offrì di incorporarlo tra i cadetti. Il padre accettò e la madre portò il bambino a Monaco.

Separarsi dalla madre fu per lui un grande dolore, e gli abiti rigidi e pesanti lo infastidirono – ma la novità lo divertì, e ciò che lo riconciliato con il suo nuovo stile di vita fu l’amicizia.

Rimase quattro anni tra i Cadetti. Ha descritto molto bene la vita che lì si conduceva, – la scuola dei Cadetti era stata un monastero gesuita. C’erano un centinaio di cadetti. Quasi non si permetteva loro di leggere, le loro letture unitamente alla loro corrispondenza, venivano rigorosamente esaminate. I cadetti erano continuamente sorvegliati: durante le lezioni dagli insegnanti, durante la ricreazione dagli ufficiali, di notte dai domestici. Non venivano mai lasciati soli. Si insegnavano loro le matematiche, la geometria, la storia, la geografia, lo stile, il latino, la religione, il francese al quale si prestava grande attenzione, la scherma, la danza e quasi tutti gli strumenti musicali.

Ci si burlava dei suoi versi. Era sempre, ai pasti, a tavola nel mezzo: c’erano tre tavoli sui quali il cibo era proporzionale al progresso o alle recidive degli allievi. – Si recitavano commedie; il numero di commedie era limitato per la mancanza di ruoli femminili. Platen non ci recitò mai. – Nel suo decimo anno aveva probabilmente superato la malattia dell’infanzia, perché si ricordava, non senza piacere, di un viaggio a piedi fatto durante le vacanze con alcuni compagni e alcuni insegnanti, un viaggio nel Tirolo. Il Tirolesi gli sembravano gentili e premurosi. I cadetti dormivano sulla paglia, ma erano ben nutriti. Trascorse a casa il resto delle vacanze, felice di essere libero. Le costrizioni del collegio gli erano insopportabili. La sua ostinazione attirava su di lui talmente tante punizioni che finirono per aggravare questo tratto del suo carattere. Si trovò presto in cattivi rapporti con le autorità militari e con il professore di religione luterana. Platen, benché luterano, aveva preso le difese del cattolicesimo per spirito di contraddizione. La sua testardaggine, lo dice lui stesso, era punibile, ma era anche l’inizio della sua indipendenza di giudizio.

Amicizia, in fondo, gli diede il collegio sopportabile. L’amicizia era la dea della cadetti. Ciascuno poteva cercare e trovare un’anima affine alla propria, e nonostante i vincoli esterni, lì ci si poteva legare ad un amico per la vita.
Il suo primo confidente fu Friedrich Schnizlein, al quale affidò i suoi primi scritti. Era un confidente perfetto, ma non era favorevole al fervore del sentimento nell’amicizia.

Ludwig von Luder, ugualmente protestante, ricevette anche lui la confidenza letteraria del giovane Platen. Era più grande e molto intelligente, amante della scienza, senza inclinazioni disordinate. Rimase sempre l’amico sincero di Platen, e le loro discussioni furono solo a proposito della politica.

Tra i cadetti della sua classe vedeva spesso Ernst Wiebeking, il conte Sprety, Kasimir Baeumler, Tettenborn, etc.; tra quelli delle altre classi, Karl e Alexander Welden, Krazeisen, Brand, Kaeser, Normann, Wilhelm e Joseph Gumppenberg.

Max von Gruber lo attirava particolarmente. Non era molto dotato, ma pieno di volontà, un matematico amante della poesia, giusto, solido e senza pregiudizi.
Avrebbe perdonato a Voltaire il suo ateismo se Voltaire non lo avesse così spesso negato; – Non biasimava nessuna delle cattive azioni di Napoleone se facevano parte del suo ruolo di conquistatore. È comprensibile che il giovane Platen, che si doveva sentire diverso dagli altri, si aggrappasse a Max von Gruber, onesto e pieno di rispetto per le differenze essenziali tra gli uomini di valore o di genio. Rimasero sempre amici. Anche Gustav Jacobs, figlio del filologo, fu molto strettamente legato a Platen; era un ragazzo semplice e aperto, odiava la pedanteria, poco amato dalle autorità, biasimava le lamentazioni di Platen ma lodava molto le sue poesie e si interessava ad esse.

Anche i due fratelli Fugger amavano molto Platen, e Friedrich, il maggiore, entusiasta di Goethe, rimarrà nella storia della letteratura tedesca legato al nome di Platen, onorato dalla sua lunga, tenera e modesta amicizia.

Friedrich Fugger era legato soprattutto a Wilhelm Gumppenberg e unito a lui dall’amore per la musica. Il conte Fugger successivamente mise in musica molte poesie di Platen, e in collegio condivideva già la sua avversione per i canti dei bevitori.

Ma di tutte queste amicizie, la più tenera era quella per Joseph Xylander. Si erano visti in collegio durante tre anni, prima di conoscersi meglio. Ebbero questa felicità nel mese di marzo 1810, e fino all’autunno di quell’anno, quando Platen se ne andò, godettero di un’amicizia quasi romantica.

Platen scrisse per lui molte poesie che Xylander non vide mai. Scrisse anche un inno all’amicizia, delle novelle e una commedia, parodie e satire, che lo resero poco gradito nell’ambiente.

Tutte questi tentativi furono distrutti prima della fine del 1810. La lettura di Omero lo entusiasmò e lo trasportò nel mondo greco che gli fu così caro.

La guerra del 1809 con l’Austria gli insegnò a tacere.

I Bavaresi adoravano Napoleone: Platen avrebbe preferito il successo degli Austriaci, e quando Monaco fu occupata dagli Austriaci e gli ufficiali austriaci vennero a visitare la scuola dei Cadetti, Platen nascose le sue simpatie.

Nel settembre 1810 Platen lasciò i cadetti e divenne uno dei paggi del re. Prima di entrare nel gruppo dei paggi trascorse due mesi in casa di suo padre. Aveva molto sofferto lasciando Xylander.

A quattordici anni il carattere di Platen sembra già ben delineato: amore per la poesia e l’amicizia, l’amicizia per giovani della sua età, educati, seri, e allo stesso tempo un attaccamento esclusivamente sentimentale per qualcuno un po’ più giovane di lui, e poi molta testardaggine, sensibilità e capacità di soffrire, – un saldo punto di vista patriottico e il desiderio di amare, di essere amato, e di migliorarsi.

Questo è il ragazzo che a vent’anni scriverà nel suo diario che Dio, la castità, l’amicizia e l’apprendimento sono la base del suo sistema.

Rimase nel gruppo dei paggi dal 1810 fino al 1815. La sua prima impressione fu triste: non aveva amici. Lo guardavano con occhi indifferenti. Non aveva nessuno con cui confidarsi. Poco a poco si trovò bene. Il conte Kuenigl, che lui conosceva, gli venne in aiuto. Tra i paggi c’era molta più educazione che tra i cadetti, c’era più libertà, più pulizia, il cibo era migliore. Gli abiti erano più belli, e ci si poteva cambiare d’abito quando si voleva. Si era trattati come ragazzi grandi. Si poteva lavorare per conto proprio e si potevano leggere tutti i libri classici.

Amava il latino e il greco, l’italiano e l’inglese. Scriveva sempre molto e distruggeva quello che aveva scritto. Il re era molto buono con i paggi, e le cerimonie di corte erano per loro un divertimento. Platen piano piano si fece degli amici, ma non un amico intimo. Un certo conte Lodron Laterano ebbe per lui una qualche importanza, facendogli amare l’Italiano. Il barone Perglas, un giovane con uno zelo di ferro, lo stimolava al lavoro, così come i conti Gajetan Berchem e Saporta. Ma aveva soprattutto fiducia in un certo barone Massenbach, ragazzo molto onesto. Tutti furono utili alla sua educazione. Era debolmente religioso e pregò con fervore solo nei momenti spiacevoli, ma non si dimenticò mai del tutto di pregare decentemente, senza borbottare. La sua prima comunione, nel 1811, gli fece fare molti buoni propositi.

Il professor Hafner, l’uomo più importante della scuola dei paggi, faceva molto per divertire e far crescere i paggi. Li portava nei musei, presso l’Accademia, leggeva loro ad alta voce, e quando i paggi erano a letto raccontava loro delle storie.

Nel 1813 Platen si decise a diventare ufficiale, non per affetto verso lo stato militare, ma perché questo stato, secondo lui, comportava più tempo libero e più libertà.

Il suo futuro poetico lo tormentava sempre, voleva scrivere una tragedia su Corradino, l’amicizia del giovane Federico per Corradino doveva riempire più di una bella scena. È interessante il fatto che a diciassette anni si sentisse obbligato ad aggiungere anche una ragazza innamorata di Corradino, che lo seguiva travestita e non riconosciuta fino in Italia.

Non aveva ancora trovato la sua strada letteraria.

Qualche anno più tardi, riprende il tema di Corradino, trova l’amicizia di Federico e Corradino più che sufficiente e non ha più bisogno di inventarsi una ragazza.

Due giorni prima del suo diciassettesimo compleanno, Platen inizia il suo diario – e lo continuerà fino alla morte, per venticinque anni. – Ci sono dei pezzi di diario in Francese, altri in Inglese, in Italiano e in Portoghese.

Aveva la passione di leggere i poeti nella loro lingua, e imparò lo Spagnolo, lo Svedese, il Danese, il Persiano.

Nel suo diciottesimo anno, pensa di essere innamorato di una giovane marchesa Eufrasia, la più bella ragazza della corte. Va ad abitare nella stessa casa, la vede di tanto in tanto, ma si rende conto in quello stesso anno che si è sbagliato, e lascia la buona vedova, presso la quale è alloggiato, e la madre di questa eccellente persona, con molto più rammarico di quello provato nel lasciare la marchesa Eufrasia.

Egli nota questo errore sentimentale, l’unico della sua vita, a quanto pare, e rapidamente dissipato. Non credo che nessun’altra donna lo abbia veramente interessato dopo di allora. Questo interesse passeggero per Eufrasia è un momento curioso e istruttivo nella storia di Platen. La necessità di concentrarsi su qualcuno e di essere interessante, l’idea che si debba essere teneramente innamorati di qualcuno, la monotonia della sua vita, gli danno questa illusione.
Non molti unisessuali si sono lasciati illuminare così facilmente come Platen; il crollo di un amoretto ordinario ha fatto cercare loro con insistenza le sensazioni o le emozioni che dà alla donna, ma Platen non ricominciò affatto. Aveva già abbastanza desideri, abbastanza aspirazioni. Voleva vedere paesi stranieri, l’Italia, Londra, Roma.

Il 31 marzo 1814 diventa tenente. Non gli piace la compagnia degli ufficiali. Si consola leggendo molto, lavorando molto. È abbastanza sconvolto dalla licenza dei costumi intorno a lui. Viene a sapere che un giovane poeta, di nome Hesse, ha spedito dei versi a Goethe e ha ricevuto una risposta da lui. Ne resta molto colpito, si chiede se i suoi versi siano degni di una tale spedizione.

Nel bel mezzo della sua fantasia per Eufrasia un’amicizia improvvisa per un giovane uomo, Issel, basta a mostrare il più vivo interesse di Platen per l’amicizia.
Issel è un giovane pittore che il Granduca di Darmstadt fa viaggiare. All’inizio (l’amicizia comincia il 28 maggio e termina in giugno: quindi innanzitutto non ha avuto una lunga durata), Issel non lo ha interessato, poi ha notato in lui una grande molteplicità di interessi, un gusto puro nell’arte, molta cordialità, molte attenzioni. Issel sarebbe partito da lì a otto o nove giorni.

Venendo a sapere che Platen è interessato alla poesia, Issel gli racconta di aver ricevuto dal giovane Voss un ricciolo dei capelli di Schiller morto e si offre di dividerlo con lui.

Lasciati insieme dall’amico che li aveva fatti incontrare, parlano delle lingue straniere, delle opere di Goethe, della vita così breve e dell’arte così lunga. Issel abita presso Nathan Schlichtegroll e consiglia a Platen di fare la sua conoscenza. Poi discutono della riforma della scuola mistica di Schlegel, di Werner che Issel conosce. Issel chiede a Platen di accompagnarlo in Italia. Platen non capisce come un uomo di tanto spirito possa essere interessato a lui.

Si vedono spesso dopo questo primo incontro. Un giorno Issel supplica Platen di leggergli delle poesie [1] e gli legge le sue. L’indomani Platen gli legge parecchie altre poesie ma poi rimpiange di averlo fatto. Si sente triste, crede di aver profanato il paradiso dei suoi pensieri avendoci introdotto un estraneo. È possibile che Issel (poeta mediocre del resto), non avesse abbastanza apprezzato Platen. Platen si ripromette di smettere di scrivere i versi e si incupisce al pensiero della solitudine che lo attende. L’indomani arriva la riconciliazione: trascorrono una bella serata insieme.

Issel lo supplica di non abbandonare la poesia, e il giorno seguente gli invia i capelli Schiller e riceve una poesia in cambio. Il 6 giugno Issel gli racconta di avere scritto una tragedia (fischiata a Francoforte, sulla contessa Platen che ha giocato un ruolo importante alla corte del duca di Brunswick, padre di Giorgio I d’Inghilterra). Lo stesso giorno Platen viene a sapere che deve portare dei carri con delle tende a Battenberg in Tirolo. Issel lo consola, offrendosi di accompagnarlo La stessa sera beve alla sua fratellanza con lui e Schlichtegroll.

Il 9, Issel e Platen partono insieme, discutendo del Dr. Gall, che Issel conosceva, leggendo Wallenstein.

Il 10 Platen è felice di vedere un così bel paesaggio in una così cara compagnia. Lo stesso giorno hanno dei problemi. Issel ferisce il suo amor proprio, poi lo accusa di curiosità, di indiscrezione, etc. Platen trova offensivo giustificarsi. Non si parlano più.

Eppure, salendo una collina, incontra Issel, che ne discende, che gli urla di avere inciso il nome di Platen su una pietra. Quando lui e Issel si lasciando definitivamente, Platen rimpiange di averlo messo da parte per il suo umore irritabile e ammette che la sua testardaggine lo renderà infelice e allontanerà molti uomini da lui. E trascorre i due giorni dopo la partenza di Issel a scrivere diverse canzoni.

Il 17 giugno rientra a Monaco.

Ho raccontato dettagliatamente questo episodio, perché ci si ritrova ciò che caratterizza e distingue fortemente Platen: il suo entusiasmo per il giovane amico, intelligente, colto, o che voleva insegnare o imparare. Naturalmente malinconico lui stesso (da quando aveva lasciato a casa paterna) l’allegria di chi gli piace, l’umore dolce e pacato, le risate dell’amico, lo fanno trasalire di gioia. Issel era più grande di lui, è vero, ma Platen era allora molto giovane, aveva diciotto anni.
In seguito, quando arriverà a un più alto grado di maturità, il suo amico sarà un po’ più giovane, abbastanza giovane per dargli l’impressione di una bella gioventù, ma abbastanza grande per rassomigliargli, per condividere i suoi gusti.

L’amor platonico (filosofico o onorevole) ha sempre deliziato Platen; per quelli diversi da lui ebbe amicizia, affetto, riconoscenza, rispetto. Ma la sua passione si orientava verso coloro che gli sembravano suoi simili, con più bellezza e con la grazia virtuosa in più.

Questo episodio di Issel non durò a lungo, ma mostra Platen a 18 anni come a 12, che si innamorava subito, aspettandosi di trovare tutto e non trovando sempre grandi cose (come in questo Issel) ma in ogni caso non trovando la felicità.

È questo amore al tempo stesso intellettuale, appassionato e sentimentale che l’ha fatto soffrire così tanto, ma che l’ha anche mantenuto integro e dignitoso. Quando scrisse all’età di 20 anni le regole di condotta, una era di dimenticare ciò che è sensuale in lui; un’altra era di non studiare i misteri della fisionomia nelle persone che lo interessano, di non pensare gli assenti, di perfezionarsi, di migliorarsi.

Quando parla di non pensare gli assenti, non dobbiamo crederlo indifferente ai suoi amici; al contrario, è stato loro fedele, ma è a quello che è più di un amico che cerca di non pensare troppo per poter lavorare e vivere.

Possiamo già vedere la differenza che c’è tra Platen e un dissoluto; non cerca mai sensazioni rare, ma un amore duraturo e affascinante.

Avrebbe indietreggiato con orrore di fronte agli amori di Oscar Wilde, davanti agli amori venali che non sono la quintessenza di due esistenze nobili e virili.

A metà del 1814 non si riconosce né come uomo né come poeta, non si interessa abbastanza a Eufrasia perché lei possa ispirarlo o occuparlo. Lo stato militare non gli si addice, gli viene consigliato di studiare le scienze, la poesia ancora non gli appartiene, va a tentoni, non si è trovato. I suoi amici non sono a Monaco, sono dispersi. Non ha il tempo di leggere abbastanza. La natura non lo affascina quando è solo o annoiato. Legge comunque molto, in molte lingue, Petrarca, Dante, il Pastor Fido, Pope, Corneille, Voltaire, Racine, Boileau, ecc., e sempre Goethe. Si potrebbe applicare a Goethe, ha detto allora, quello che Goethe ha detto Hamann: “Le sue opere sono spesso libri sibillini che si capiscono solo quando ci si trova nella stessa situazione del poeta.” E vediamo, per esempio, Platen in diversi momenti della sua vita che legge e rilegge Goethe, con tanto profitto quanta ammirazione. E man mano che si trova in una situazione diversa, la stessa opera di Goethe diventa sempre più chiara, vera e commuovente. Per esempio, “La figlia naturale”, che egli non apprezza affatto all’inizio, e che poi ammira per il suo spirito nel 1814, diventa per lui nel 1821, dopo il tragico naufragio della sua grande passione per Otto von Bulow, uno specchio prezioso del suo dolore.

Ora si consola del suo vuoto e della sua noia, della sua vita che egli aspetta con l’impazienza scoraggiata della giovinezza, leggendo e scrivendo in Inglese con Perglas, leggendo con lui anche Virgilio e Tasso, pattinando, concentrandosi sulla politica. Quando Napoleone torna dall’isola d’Elba, prova un entusiasmo patriottico ma Wiebeking gli rovina questo sentimento: “Se voi doveste andare a servire come soldato semplice per la libertà dell’Europa potreste rivendicare una piccola parte di gloria, ma voi siete un ufficiale, e ci sono tanti ufficiali. Sarebbe facilissimo rimpiazzarvi. Voi potreste servire la vostra patria in un modo più utile.”

Il 30 novembre, legge in un giornale delle massime tratte dalla poesia orientale, e ne copia un certo numero, colpito senza sapere perché, emozionato come si è vagamente in presenza di un evento importante. La poesia persiana stava per esprimere da lì e poco tempo il suo segreto ideale.

Nella primavera del 1815 si sente più felice, va ogni mattina nel giardino inglese a raccogliere giunchiglie e a leggere il Pastor Fido. Scrive poesie patriottiche che gli uomini seri leggono con piacere. Il 15 aprile, il suo reggimento si mette in marcia e arriva a Fontainebleau il 19 luglio e Platen si trova nuovamente in Germania nel mese di novembre. Sembra aver ben sopportato i disagi della marcia, il caldo opprimente. Il suo diario è molto bello e simpatico. Si interessa gentilmente alla brava gente che incontra, legge molto Petrarca, Jacopone da Todi, Goethe, l’Eulenspiegel, Eloisa e Abelardo, di Pope, che rilegge continuamente. Ammira i giardini, i fiori, invidia le gioie calme e familiari, vorrebbe avere con Goethe solo una conversazione sul destino dell’umanità e lo spirito del cristianesimo; poi trova le vere lettere di Eloisa molto più belle di Pope, e così vere. Legge con grande piacere le lettere di sua madre, scrive in prosa e in versi a Xylander e ad altri amici. I contadini francesi lo affascinano, la loro gentilezza, la loro lingua lo incantano. Si trova abbastanza isolato tra gli ufficiali, detesta totalmente i loro eccessi e le loro conversazioni lascive alle quali non prende parte. Una poesia mostra quanto soffriva della immoralità antipatica dei suoi compagni. A Bar-le-Duc, è anche scioccato dalla corruzione dei libri francesi che ha trovato nella sua stanza – e la sua padrona di casa lo stupisce dicendogli: Leggere, amico mio, perché è la lettura che educa i giovani.

A Châlons ha la gioia non solo di incontrare il suo amico Schlichtegroll, ma anche di fare la conoscenza di un giovane tedesco, il segretario di Barclay de Tolly, che gli dice che lo conosce già molto bene attraverso i racconti di Schlichtegroll. Platen è abbastanza colpito da questa osservazione. A Nemours, è anche felice nel giardino di un certo medico Micheleau la cui moglie non è più giovane, ma è così dolce e premurosa. Parla francese con lei con piacere, e parla inglese con una vecchia signora inglese che gli presta dei libri inglesi. Lascia queste persone gentili con rammarico e anche un vecchio curato di 86 anni, molto realista, che dice Messa ogni Domenica, senza altra compagnia che del suo cane e soprattutto del suo canarino, che gli era stato dato da un certo Rouxelle, un radicale, anticristiano, separato dalla moglie cattolica, e che vive con la sua serva, non facendo battezzare suoi figli. “Uno può essere un buon uomo, diceva il curato, senza essere cristiano.”

Il sotto-prefetto di Tonnerre, una città deliziosa, gli piace molto, un giovane affascinante, il più bel modello immaginabile per un giovane romano. Il 6 ottobre, si ritrova con alcuni vecchi compagni e altri giovani uomini istruiti, e Platen può sinceramente gioire prendendo parte a una conversazione intelligente, senza ambiguità e in un dialetto puro. Il 2 novembre, scrive nel suo diario che la vergogna è naturale, la spudoratezza acquisita. È certo che Platen fosse fondamentalmente modesto e pieno di pudore. Il 3 novembre, a Troyes, compra Bérenice, la sua tragedia preferita di Racine. E annota di aver visto presso un ricco negoziante un impiegato che assomigliava molto al suo amico Xylander.

Tornato in Germania, cerca di formarsi un sistema di morale e di condotta basato su: Dio, una severa moralità, il desiderio di imparare, l’amore per gli amici. Senza questi principi, come si può essere felice? Come si può fare a meno di aspirare a ciò che c’è di più alto, come si può fare a meno della castità del corpo e dello spirito, dell’amore dello studio, degli amici? E trova sempre di più che non può discutere con dei giovani uomini che parlano solo di cavalli, di cani e di piaceri, che non hanno né serietà nel loro carattere, né il desiderio di perfezionarsi e di migliorarsi. Si sente arricchito da tutto quello che ha visto, letto, pensato quest’anno.

Nel 1816, si reca in Svizzera; nel 1817 tra le montagne della Baviera. Legge ancora molto Pascal, Ariosto, Omero, Orazio, Alfieri (col quale trova diverse somiglianze) [2], Tasso, Goethe, Byron, Camoens, Calderon, etc.. Fa molti progetti di tragedie, poemi eroici, o che ne so io, tutta l’effervescenza di un talento che vaga. Si riconosce in un libro sul temperamento nel capitolo: Del malinconico sensuale. Ci sono molti impulsi di amicizia-amore che non portano a nulla, e tuttavia è feroce conro quelli che lo cercano. Ha una natura molto maschile nelle sue virtù, come nei suoi difetti. Bisogna che sia lui quello che ama, che scopre, che distingue, e reclama una simpatia che non trova affatto. Si intravedere, confrontando i frammenti pubblicati del suo diario e le sue poesie di quel tempo, come un certo amico, ad esempio Voelderndorf, lo preoccupava e lo interessava. Riporta nel diario ogni volta che ha incontrato un giovane, educato e gentile; costruisce senza dubbio ogni volta un’impalcatura di speranze. Nota in una bella poesia l’improvvisa emozione di un amico alla vista di Platen e si chiede se è il poeta che ha fatto battere il cuore dell’amico, o se si tratta di una coincidenza. A quel tempo, Platen si accontenterebbe di molto poco, ma non si stupirebbe di ottenere tutto. Ritiene di essere diventato molto ragionevole, crede di aver rinunciato ai sogni che rendevano la sua vita sopportabile. È pieno di pudore, di diffidenza, non crede nella sua vocazione, è riconoscente quando viene incoraggiato. Vorrebbe avere un consigliere, ha troppa falsa vergogna per coltivare quelli che lo potrebbe aiutare. Trova un brano nelle Confessioni di Rousseau che si applica a lui, l’unione ” di un temperamento molto ardente, delle passioni vivaci e delle idee lente a nascere, imbarazzate, e che non si presentano se non col senno di poi.” Ritiene che il suo merito consista nella sua lotta per arrivare alla verità e al bene. I viaggi sono per lui una distrazione squisita. Credo che sia impossibile leggere le sue impressioni di viaggio senza provare simpatia per lui.

Il giorno prima del suo ventunesimo compleanno, una delle sue poesie viene pubblicata, ne manda subito delle copie ai suoi genitori, a Max von Gruber, a Fugger, a Dall’Armi, a Perglas, ecc.. Il suo amico Schlichtegroll, che ne aveva venticinque copie, ne manda una al pittore a Issel, e Platen e riceve da lui una foglia cresciuta sulla tomba di Virgilio.

Nonostante i suoi amici, che amano tutti le lettere e le scienze, per lui la vita a Monaco diventa insopportabile e la voglia di istruirsi, di imparare cresce talmente in lui, che ottiene che il re lo mandi in una Università, prima a Würzburg e poi a Erlangen, prima per una anno e poi per un periodo più lungo. Il re gli corrisponde 600 guldens l’anno (era un privilegio concesso a qualcuno dei paggi), suo padre gliene dà 300, e ne riceve come ufficiale 12 al mese. Dopo sei mesi di Würzburg, Schelling, che lui aveva conosciuto da bambino, lo trattiene a Erlangen. Platen ci resta fino al 1826.

Non appena arriva a Erlangen, il cambiamento di ambiente, i professori che si interessano a lui, gli studenti che sono intorno a lui, l’ardore del lavoro, gli fanno alla fine trovare la sua strada poetica. Inizia a scrivere canzoni ammirevoli che solo l’ingiustizia ha fatto conoscere meno di quelle di Heine.

Platen deve ora essere pervaso dal suo ideale maschile, dal suo amore maschile. Ama in silenzio, si dichiara. «Tu mi richiami a un dovere doloroso. Ancora per un’ultima volta ti abbraccerei, non mi ricordare nulla prima. Chi potrebbe avvicinarsi a te con l’indifferenza, Chi potrebbe con freddezza vedere la bella, la divina figura, la divina, la bella forma. – Studia la mia vita; esaminala per vedere se sono mai stato bruciato da un amore colpevole – è solo la tua presenza dionisiaca che ha conquistato il mio cuore.

“Tu dici che mi sono sbagliato, tu me lo giuri, ma io so che mi hai amato, ma ora non mi ami più. I tuoi begli occhi bruciavano, i baci bruciavano anche di più, tu mi amavi, confessalo, ma tu ora non mi ami più. Non conto su nessun ritorno del tuo amore. Confessa solo che mi hai amato e non mi ami più.”

È impossibile sapere a chi siano indirizzati questi versi, ma sono facili da decifrare. Platen, essendo sempre alla ricerca di un’anima fraterna e appassionata, deve aver avuto parecchie delusioni; era amato in modo calmo, superficialmente, ma non con passione, e, probabilmente, coloro che lo avrebbero amato con passione, fisicamente, non lo avrebbero attirato. Perché in lui i sensi si confondevano quando l’immaginazione si infiammava.

Nel 1820 scrive (il 24 febbraio): “Non indagare mai il mio segreto, tu non devi approfondirlo, la simpatia te lo svelerebbe, se noi ci capissimo. Non chiedere più che cosa ci separa. È sufficiente che siamo separati l’uno dall’altro. Quello che mi sta intorno, non mi comprende e mi travolge e mi spinge, ma se cerco di consolarmi nella poesia mi ritrovo del tutto.”

Platen, comprendendo finalmente il suo amore unisessuale, non è rimasto danneggiato o depravato da questo fatto.

Ha 24 anni, è ardente, innamorato, e vuole amare solo a modo suo e solo colui che egli crederà degno di essere amato.

Egli vuole appassionatamente trovarlo, si getta alla sua ricerca, si riprende, e allora è contento del riposo del suo cuore e del suo lavoro. Il 10 maggio 1820: “La primavera ha invitato tutti, ma non me. Mi ha visto prigioniero, ero attaccato alle sue guance, a quella faccia. Ora sono libero, ora arriva la primavera, solo ora posso godere appieno, anche se più tranquillo e più calmo dei ruscelli e delle rose.”

Nel mese di luglio si sente di nuovo innamorato. – Ma nel mese di agosto trova che solo l’eco gliene è rimasta. Il suo cuore chiede amore ma lui non sa chi amare. Questa condizione di incertezza del desiderio gli strappa molte delle poesie più belle della letteratura tedesca.

È molto interessato al Persiano, studia Hafiz, scrive degli affascinante Ghaselen molto ben accolti e apprezzati, poi arriva alla sua grande passione per Otto von Bulow nel 1821; il 13 luglio fa la sua conoscenza. Era un giovane ufficiale dei dragoni di Hannover, che aveva ricevuto il permesso di trascorrere un anno presso l’Università di Erlangen. Era gioioso, leggero, senza affettazione e senza arroganza, sempre gentile e amabile.

Platen, malinconico di natura, che annotava con gioia e stupore i due amici con i quali aveva riso molto nel corso della sua vita, si innamora perdutamente, appassionatamente, platonicamente di Otto von Bulow. Legge i sonetti di Shakespeare con avidità e ci ritrova tutto il suo affetto per Bulow. Pieno di Hafiz e del suo amore, ritrovando finalmente l’ideale sognato e desiderato, non ci si può stupire della rapidità con la quale la passione di Platen si esaltò per il suo “bell’amico”, come Fugger lo chiama nelle sue lettere a Platen. L’attività letteraria del poeta aumenta naturalmente molto; studia molto i libri e le letterature orientali, si fa arrivare libri da Londra, Vienna, Monaco. – Legge Calderon e Sofocle, e accoglie con favore il sentimento religioso profondo che penetra l’Aiace. – Durante una breve assenza di Bulow, scrive una poesia su di lui dove il nome di Bulow si ritrova in ogni strofa. Vediamo la sua gloria ma anche la paura che Bulow sul petto di una bella ragazza, prenda in giro forse il suo amico. – “Dovrei morire se non ti scrivessi; perdonami, Bulow, di amarti così tanto. Chi non sarebbe incatenato da questi occhi e da queste guance? A chi non piacerebbe una tale allegria, ma soprattutto un cuore così onesto? Il bel Bulow non lo cede che al bene.”

Questa felicità (penso sia ridicolo dubitare della castità di un amore così eloquente e esaltato in quel momento) non durò a lungo. All’inizio di settembre Bulow viene richiamato nel suo paese e Platen lo accompagna fino a Goettingen. Lì, abbandonato alla sua disperazione, compone la maggior parte dei “Ghaselen” dello Specchio di Hafiz, che riflette esclusivamente l’amore di Platen per Bulow. Legge Cervantes, Persiles e Sigismunde, e altri libri in diverse lingue.

Incontra Goethe, e altri ancora, ma senza trarne alcun profitto, perché riceve una lettera da Bulow che gli dice che è costretto a rimanere ad Hannover. La disperazione di Platen appare nelle sue lettere a Fugger. Giura di non scrivere più poesie prima di rivedere Bulow. Si riconosce la delicatezza di cuore e di spirito del fedele Fugger leggendo le sue lettere. Non cerca di consolare il suo povero amico raccomandandogli la rassegnazione o l’oblio. Gli consiglia, invece, di sperare in un incontro con Bulow; Bulow, dice, non potrà dimenticarlo né smettere di essergli riconoscenti[3]. Fugger viene anche a trascorrere un po’ di tempo con Platen, a Erlangen, per distrarlo.

Nel mese di dicembre 1821, Platen sogna di fare un lungo viaggio a Pasqua per rivedere Bulow. Avrebbe fatto il viaggio a piedi, spendendo circa due guldens al giorno. Non avrebbe avuto abbastanza denaro per vedere Bulow a lungo, ma almeno lo avrebbe visto; poteva anche andare al mare insieme con lui.

Legge la Bibbia ogni sera a letto, e il primo gennaio gli viene l’idea di scrivere un dramma su Davide e Jonathan, argomento che gli era già venuto in mente in passato.

Il 3 febbraio, vede l’affascinante Liebig e fa la sua conoscenza il il 17. Il famoso scienziato non aveva ancora 20 anni ed era allora, come molto tempo dopo, estremamente attraente. Una tenera amicizia lo legò subito a Platen. Il 17 Platen scrive: “Ha in tutto idee chiare e sa quello che vuole; più due uomini si avvicinano l’un l’altro, più cercano di svelarsi l’uno all’altro, più diventano enigmatici, e solo un uomo superficiale può credere che due uomini si conoscano veramente.” Scrive versi per Liebig. Liebig lascia Erlangen quasi subito e in maggio trascorre un paio di giorni con Platen a Darmstadt; non rivide mai più Platen, ma continuarono comunque a scriversi, ad amarsi, a rispettarsi, e Liebig, più tardi testimoniò pubblicamente la sua amicizia per Platen. Quest’ultimo non andò a raggiungere Bulow, per motivi che non conosco. Fu per mancanza di denaro, o Bulow si era troppo raffreddato nei suoi confronti?

In ogni caso, annuncia a Fugger, quando torna dal suo viaggio, che è andato solo fino a Colonia. Si spiega a voce.

Una nuova passione sembra aver preso possesso di lui, o meglio è la stessa passione per un ideale che non può addomesticare né trattenere. È Cardenio che egli considera il nuovo simbolo, la nuova incarnazione del suo idolo. Il 22 Luglio 1822, gli scrive una epistola in versi, un’altra il 19 agosto. – Scrive diversi ghaselen e nel 1823 sette sonetti a Cardenio, e il 13 marzo un ghasele (a Krieger, studente a Erlangen), che sembra chiudere l’episodio: “L’edificio di schiuma della speranza si disfa -, eppure stavamo così bene insieme – i capelli scuri, il mio viso … ” le poesie dedicate a Cardenio sono tra le più autobiografiche e le più chiare.

Platen nega sempre di bruciare di un amore proibito,[4] e si lamenta della crudeltà del suo amico. Cardenio è freddo e orgoglioso, sottile e dolce. -La sera Platen lo vedeva lavorare coi suoi capelli ricci illuminati dalla lampada. Cardenio è la sua ultima speranza, ci sono momenti in cui lui pensa che entrambi soffrano allo stesso modo. Non può capire se ispira odio, una predilezione per lui o indifferenza.

Ah! se potesse solo riposare sul petto amato di Cardenio. Ah! No, perché una testa più bella poggia sul suo petto; “Prendi questa lettera, dalla al tuo beneamato perché si chieda se sente in sé una consistenza come la mia.”

Desidera di essere la pipa tra le labbra di Cardenio, che riceve il suo bacio perpetuo, invidia il suo berretto, lui che non ha quasi mai potuto toccare i suoi capelli. È stato illuminato, una sera d’inverno da Cardenio che portava una torcia, e questo ricordo gli ispira un bellissimo sonetto. – Dopo lunghe prove e lunghi dubbi, sembra che dei nemici di Platen (i poeti ne hanno sempre, particolarmente quelli sobri, quelli chiusi e quelli austeri che no si concedono troppo) abbiano indisposto Cardenio nei confronti del suo amico. Un fatto casuale li lasciò soli per tutta la notte, e Platen osò mettere il suo braccio intorno a Cardenio e confessare il suo amore. Cardenio non sembrò affatto timido, e non si ritrasse, sembrava essere acquiescente col suo silenzio, e Platen lo lasciò, ebbro d’amore, credendo che le loro anime si stessero fondendo, che i loro cuori andassero a battere uno accanto all’altro, credendo Cardenio suo – ma i giorni che seguirono Cardenio divenne sempre più freddo, sempre più duro, e Platen si lascia andare ai lamenti armoniosi. Se il suo desiderio fosse stato colpevole avrebbe capito quella freddezza; tutto lo rattrista; aveva uno specchio senza macchia in cui specchiarsi, ora non può specchiarsi che in ciò che è morto, e nascondere tutti i dolori che gli si preparano.

I desideri di Platen si precisano: risposare sul petto di un amico intellettuale, bello e degno di fiducia sembra essere l’ideale amoroso di Platen. Si ritroverà, tre anni più tardi, nel 1826, lo stesso ideale nei sonetti a Karl-Theodor German, e anche nel grande sonetto trionfale che si trova verso la fine dei sonetti.

È questa aspirazione amorosa senza uno scopo sessuale o pronunciato o ammesso che ha fatto in modo che il furioso e triviale Heine chiamasse Platen uomo tribade.

In ogni caso il desiderio di Platen, nel suo orientamento e nella sua intensità è assolutamente uranista, unisessuale platonico. La sodomia, i rapporti sessuali sono molto lontani da questo amore; e questo è probabilmente quello che lo aiuta a risollevarsi, agli occhi di Platen, quello che glielo fa definire un amore non colpevole. – Dal punto di vista della religione o del codice delle convenzioni sociali, ovviamente, si potrebbe dire che questo tipo di castità è pericoloso e riprovevole, ma come potrà l’amante giudicare in questo modo di un amore tirannico, che non chiede nulla di quanto la dissolutezza domanda?

“Il mio amore può non essere lodevole, dice Platen un giorno, ma sembra temerario biasimarlo.”

Platen non è mai stato falso o ipocrita; e quando ha proclamato il suo amore per Otto von Bulow e per Cardenio, credeva sinceramente di amare in modo elevato e dignitoso. Egli ha creduto di decentralizzare l’istinto sessuale, di trasfigurare i sensi, facendo loro provare sensazioni spirituali, e di consolare l’anima insegnandole emozioni corporee. “Io sono per te ciò che l’anima è per il corpo, che il corpo è per l’anima, io sono per te quello che la donna è per l’uomo,[5] ciò che l’uomo è per la donna” dice in un ghasele, ed esprime così con franchezza la natura del suo amore. È la passione della similarità, dell’omosessualità, che spinge Platen.

L’uranismo, l’unisessualità si differenziano in lui in questo modo: messo da parte il sesso femminile, il suo amore non si indirizza né agli effeminati, né ai giovanissimi, né agli uomini maturi.

Platen è sempre stato tutto d’un pezzo, diretto, e come tale è stato anche trattato da tanti uomini illustri, con rispetto e considerazione. L’elenco dei contemporanei che hanno reso omaggio al suo carattere e al suo talento è lungo e contiene nomi nobili. “Io, che non ho mai amato l’arte o la bellezza a metà, ho il diritto, dice, di far sentire accenti raramente sentiti”, ed è certamente quello che anche i suoi amici hanno pensato. Goethe si è fatto un punto di onorare di rendere omaggio pubblicamente a Platen e di affermare la sua superiorità rispetto Ruckert.

Nel 1823, dopo la delusione di Cardenio, Platen scrive con ispirazione e facilità parecchie poesie, e grazie alle lettere di Liebig, grazie all’amicizia del professor Engelhardt, di Schelling, di Bruchmann, dello scienziato Doellinger, di Kernell, un giovane tisico col quale studiava lo Svedese, vide splendidi giorni. Questo è il culmine del suo soggiorno a Erlangen. In Platen, che non ha nulla dell’erotomane o del degenerato, le sofferenze d’amore sono seguite da una grande attività intellettuale, come accade a tutti gli uomini superiori che non cercano l’oblio nella dissipazione o nel piacere.

Egli scrive in cinque giorni “La scarpetta di vetro”, una favola. Il flemmatico svedese Kernell ne fu così affascinato che si gettò al collo Platen; – E il racconto, letto agli amici e alle loro mogli e sorelle, ebbe molto successo.

Le ultime Ghaselen furono molto ben accolte. Platen riceve da Cassel, da Ludwig-Sigismund Ruhl,[6] una lettera interessante. Ruhl gli dice che la simpatia è un mistero che non vuole approfondire. I primi versi di Platen gli avevano già fatto conoscere una simpatia che proviamo per poche persone. Sembra aver capito Platen prima che Platen stesso si capisse e non esita a dirglielo. Se mai si incontreranno, Platen potrà convincersi del rapporto tra le loro menti e le loro vite. Desidera una risposta. Platen gli chiede il suo ritratto e lo riceve accompagnato da una lettera entusiasta.

La poesia drammatica ora interessa Platen. Scrive il Tesoro di Rhampstnit, Aucassin e Nicolette. Il 21 agosto 1824 si reca a Venezia. Il suo primo volume di commedie gli è valso 154 fiorini. La zia di Hannover gli ha mandato sei luigi d’oro. Venezia gli ispira gli ammirevoli sonetti veneziani, e si entusiasma dei pittori italiani, per il vangelo della bellezza. Il suo gusto artistico si perfeziona e matura.

Venezia gli fa dimenticare la sua vita passata, e si trova in un presente senza ieri.
Il 24 ottobre festeggia il suo compleanno a Venezia andando la mattina a vedere Barbara de Palma nella chiesa di S. Maria Formosa, poi Tiziano e Bellini a S. Giovanni e Paolo, poi il Cristo di Campagna a San Giuliano, poi va a S. Crisostomo a vedere Piombo, poi a San Samuele a vedere il “Sebastiano” del Veronese, io non continuo l’itinerario. Il 9 novembre, si stacca da Venezia e il 19 arriva a Monaco dopo sette anni di assenza. Pensa che lì era stato felice, sconosciuto e impegnato. Va a trovare Xylander e sua moglie e altri amici, vecchi e nuovi. Viene festeggiato, i suoi sonetti sono applauditi.

Rivede dopo sette anni Eufrasia, che aveva creduto di amare, e che nessun’altra donna era venuta a cancellare nella sua mente. – Torna a Erlangen che ora lo annoia, viene punito militarmente per aver superato il suo periodo di congedo militare, e resta dal 2 gennaio al 22 marzo agli arresti a Norimberga. Legge molto in questo periodo e scrive in prosa e in versi.

Il 23 marzo, riceve una lettera di una poetessa malinconica, innamorata di Platen. Erlangen non gli piace di più dopo Venezia e Monaco. I suoi amici sono troppo occupati, e ha bisogno di vedere facce nuove, posti nuovi.

14 giugno a Erlangen va in scena la sua commedia (Aucassin e Nicolette) con grande successo davanti ad un pubblico giovane e amico.

È acclamato dal pubblico e viene portato quasi suo malgrado sul palcoscenico. Schelling dopo lo spettacolo riunisce degli amici per onorare il poeta.

È qui che si fermano i frammenti del diario che dobbiamo al professor Engelhardt e a Karl Pfeufer.[7]

Nel 1826 Platen scrisse una commedia aristofanesca e anche ventisei sonetti per Karl-Theodor German, sonetti e elegie, di ribellioni, di desideri, di passione. In una lettera a Fugger, dice che l’autore della commedia è il più sfortunato degli uomini.
Questi sonetti a Karl-Theodor German sono tra i più belli della letteratura tedesca. Platen nel sonetto vola al di sopra sopra tutti poeti tedeschi, compreso Goethe.
La perfezione della forma, l’emozione struggente e sontuosa si riflette in essi perfettamente. Il sentimento è lo stesso dei sonetti di Shakespeare (con la nota personale) e la forma è quella del sonetto italiano o francese. Platen nei suoi sonetti ha raggiunto una delle vette della poesia. Ma non ricevette apparentemente che ostilità e male da parte di questo German, e fu perseguitato ancora una volta dalla sua scelta infelice. Quelli che amava di più gli sono stati portati via dall’assenza o non sono mai stati suoi. È sempre stato pronto ad amare fedelmente, costantemente, sempre, e non ha mai avuto l’occasione di dimostrare la sua sincerità, ma ha mantenuto almeno una promessa, quella di dare l’immortalità, la celebrità.

Chi conoscerebbe Otto von Bulow o Karl-Theodor German senza il grande poeta?

L’ultimo sonetto (il ventunesimo) [8] del poeta imbevuto di amarezza si conclude così: “Quanto sono stanco della mia patria!”

E nello stesso anno si recò in Italia dove rimase fino alla sua morte a Siracusa, con l’eccezione di un viaggio a Monaco per vedere la sua amata madre divenuta vedova.

La raccolta di novantasette sonetti termina in un modo sorprendente e unico. Dopo essersi consolato delle sue sofferenze d’amore, ricordando che ha sempre ripristinato l’equilibrio della sua vita con tutta la forza e tutta la dignità della sua anima, il poeta che ha tanto amato e tanto sofferto, termina con una epitalamio di amore unisessuale vittorioso e con il suo proprio epitaffio, dicendo con calma quello che ha fatto, vantando quello stile puro che non è stato superato, le sue odi e sonetti, e la sua influenza sulla lingua tedesca.

Arrivò a Roma il trentesimo anniversario della sua nascita e morì a Siracusa 5 Dicembre 1835.

Questa non è una biografia di Platen, e neppure la sua storia letteraria. Per questo poche righe saranno sufficienti. Avendo avuto grande successo (ed essendone cosciente) nella ghasele, nella canzone, e nel sonetto, l’ode è l’unica forma lirica che lo incanta e ne scrive di sempre più complicate e formalmente rigorose. Ora si conosce a fondo. Ciò che diverte gli altri laggiù nel suo paese, non lo diverte. La natura, per la sua sofferenza, ha affinato suo udito e gli ha permesso di utilizzare la musica per perpetuare ogni dolore. È stato calunniato e, nonostante il suo silenzio, ne soffre molto. Anche in politica (e la politica lo interessa sempre di più) non può dire quello che pensa. Bisogna dunque mettere da parte (dice in un’ode) il manto dell’illusione, l’abito ricamato dei sensi.

E l’ode seguente, con la sua malinconia amorosa dei baci di miele, i suoi sospiri e i suoi sguardi, messaggeri di felicità, forse, e il silenzio e l’oscurità, mostrano che il sentimento poetico non dormiva nemmeno in questa attraente Italia. Non vedeva forse allora frequentemente un giovane artista italiano, la più bella creatura che avesse mai incontrato? Ma ben presto la sua bontà, il suo affetto e il suo desiderio di essere utile lo legano ad August Kopisch, musicista e poeta, che ha espresso lui stesso la sua gratitudine verso il suo illustre amico.

“Il nostro legame non è come la maggior parte dei legami, ha detto Platen, i nostri testimoni sono il mare e la terra. L’immagine della tua immagine da lungo tempo era in me, dal momento in cui la vocazione all’amicizia si era risvegliata nella mia anima che desidera tanto rivedersi, ma più nobile, in un altro. Petto contro petto, servi dell’amore, costruiamogli una nuova Roma.”

Dopo il 1829 le poesie d’amore cessano. Quell’anno compare l’Edipo Romantico, grande commedia Aristofanesca; poi, nel 1833, una storia del Regno di Napoli dal 1414 al 1443, quindi la Lega di Cambrai; poi, nel 1834, il bel poema in nove canti, gli Abassidi; poi, nel 1854, la seconda edizione delle sue poesie. Dopo la sua morte furono pubblicate le sue poesie politiche.

Il clima dell’Italia, i suoi molti amici italiani, i Tedeschi che vi viaggiavano, gli ammiratori che gli scrivevano, i suoi amici in Germania che lo amavano sempre, e l’assenza delle coercizioni che aveva subito in Germania, certamente gli resero più felici gli anni d’Italia. E si può essere certi che anche in questa Italia così voluttuosa e meno ipocrita della sua Baviera, Platen non rinunciò né ai suoi principi, né alla sua dignità. Il piacere senza amore non lo ispirò mai, e un poeta così autobiografico avrebbe sicuramente cantato i bei corpi e le carezze classiche se l’amore venale avesse giocato un ruolo importante nella sua vita. E un uomo così onesto e veritiero (sua madre, che gli sopravvisse, diceva che non aveva mai detto una bugia), se avesse scritto, avrebbe scritto la verità. Prima del 1829 si trovano ancora delle odi d’amore molto belle, e ci si stupirebbe se dopo aver tanto sofferto di amare senza corpo, Platen non fosse stato tentato da corpi senza anime; tentato, ma non sconfitto.

Quando ci si deciderà a pubblicare il diario completo di Platen, penso che la morale, la psicologia e la letteratura ne guadagneranno molto.

Platen è, secondo me, chiaramente il poeta maschio e uranista dell’amicizia entusiasta e dell’uranismo più elevato. E, come lui stesso ha detto, se è impossibile lodare la sua concezione dell’amore, è temerario incolparla. Volle soddisfare nella maniera più intellettuale e ideale le esigenze della sua natura delicata e ardente, ricercando sempre l’immagine che aveva dentro di sé, cercando di trovare questo nobilissimo specchio, non contento di nessun’altra consolazione che l’amicizia e l’arte, quando gli mancava l’amore. Perché non si devono confondere le sue amicizie e i suoi amori. Le sue amicizie furono durature in quanto erano basate sulle sue solide virtù; i suoi amori non lo furono perché erano un’illusione, un ideale da perseguire, dei simboli di culto.

“Ci sono due anime che si capiscono completamente? Ha detto; che l’uomo cerchi la risposta a questo enigma, cercando degli uomini come lui, fino alla morte, fino a quando potrà cercare e morire.”

In una lettera a Schwab Guslav, da Roma, 16 febbraio 1828, Platen parla di un giovane Waiblinger che aveva scritto una poesia per lui e ne desiderava una. Il poeta rifiutò perché questo Waiblinger gli ripugnava troppo. “Ha talento, ma non abbastanza. La sua permanenza in Italia gli è funesta. Le sue poesie non sono migliori perché ci mette il Pantheon, il Colosseo, ecc.. Ma come volete che si diventi un Sofocle quando si è vissuto come un maiale, cosa che egli stesso ammette ogni giorno, perché la sua franchezza, non teme di essere disgustosa. Lord Byron, è vero, è stato in grado di dare qualche credito ai geni libertini, ma certamente non si è comportato male nemmeno la metà di quanto hanno detto, e poi viveva nel lusso e non aveva bisogno di frequentare taverne e bordelli.”

I rapporti tra veracità, bugie e vita sessuale sono stretti. Gli effeminati sono bugiardi a tutti i livelli, dalla perfidia minuziosa all’incoscienza, fino all’incontinenza delle falsità. Osservano male e riferiscono male ciò che hanno osservato. Si conoscono dagli isterici, dai malati, dai criminali, dagli alienati, le esagerazioni della menzogna e della sessualità.

Le cortigiane o le indipendenti, Ninon de l’Enclos e i suoi seguaci si sono talvolta piccati di essere onesti, cosa che è molto difficile per molti effeminati, e impossibile per un certo numero.

L’uranista, l’unisessuale maschio, come Platen o Michelangelo, che è sincero con se stesso e con gli altri, è in una posizione particolare per quanto riguarda la sua sessualità, una volta raggiunta l’età della ragione.

Il suo temperamento focoso, vivace, infiammabile, gli fa desiderare furiosamente un amore completo senza paura, senza ritegno e senza sospetto, la sicurezza nell’amore, allo stesso tempo ha un ideale del quale non saprebbe fare a meno. Non può fingere di amare qualcuno che non gliene sembra degno per ottenere la dolcezza dell’illusione. Gli effeminati, i presuntuosi, gli avidi, i volubili, i curiosi, quelli che si abbandonerebbero all’apparenza per un po’ di divertimento, non possono capire la posizione dell’uranista che la verità e la veridicità difendono dai piaceri frivoli, dalle passioni ingannatrici, dai rapporti che non durano, e che hanno troppo da fare, troppo da sperare, per ubriacarsi dei piaceri dell’Eros di strada.

Insegniamo in primo luogo la verità, la veracità, la sincerità, se vogliamo che l’uomo sessuale, eterosessuale o unisessuale, non inciampi sotto il peso della sua sessualità.
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[1] Oggetto di queste poesie giovanili è l’amore di una ragazza per il suo beneamato.

[2] La stessa timidezza, la stessa “taciturna natura” [in Italiano nel testo], la stessa lentezza e “ritrosità” [in Italiano nel testo] verso le nuove conoscenze, la stessa testardaggine, la stessa ostinazione. Era contento, come lui, di essere nobile perché poteva più facilmente disprezzare i pregiudizi della sua casta senza essere accusato di invidia. Non gli piaceva neanche la danza. Non poteva abituarsi alla coercizione militare, e provava sempre una certa malinconia, quando non gli piaceva qualcuno o qualcosa.

[3] Ancora una volta devo trascurare parecchie sfumature interessanti e parecchie gradazioni delicate.

[4] Come Michelangelo in molte poesie.

[5] Heine ha commesso l’azione volgare di citare solamente questo emistichio e non il successivo.

[6] Una biografia di quest’uomo interessante è auspicabile.

[7] Pubblicato nel 1860.

[8] A K. T. German.

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MACHIAVELLI OMOSESSUALE

Indagare sulla sessualità di grandi personaggi del passato non è sempre facile, per alcuni la documentazione derivante dalla corrispondenza privata è assai ridotta ma esplicita, come nel caso di Torquato Tasso, per altri, che pur hanno lasciato una mole notevolissima di corrispondenza privata, la documentazione è talvolta realmente criptata e di difficile interpretazione, come nel caso di Niccolò Machiavelli.

Leggendo la corrispondenza privata tra Machiavelli e Francesco Vettori, ambasciatore della Repubblica fiorentina presso la corte pontificia, qualche volta si resta spesso perplessi, perché si giunge alla fine della lettura di una lettera con la netta impressione di non aver compreso esattamente il senso che si cela dietro le parole.

Machiavelli era un personaggio di notevole rilievo politico e le lettere da lui inviate, anche quelle private, erano soggette a una qualche forma di criptazione che le rendeva ostiche da interpretare per chiunque non possedesse le giuste chiavi di lettura. I discorsi contenuti in particolare nella corrispondenza privata col Vettori, talora apparentemente vaghi e incomprensibili, sono in realtà pieni di sottintesi e di metafore che è possibile decifrare correttamente solo se ci si è molto familiarizzati con quella forma di corrispondenza.

Tanto premesso entriamo in argomento.

Machiavelli nacque a Firenze il 3 Maggio 1469.

Il 23 Maggio del 1498, quando Machiavelli aveva appena compiuto 29 anni, fra Girolamo Savonarola fu impiccato e bruciato in piazza della Signoria. Tra metà di Giugno e metà di Luglio Machiavelli fu eletto segretario della Seconda Cancelleria e divenne anche segretario del Consiglio del Dieci che si occupava della politica di espansione territoriale di Firenze e degli affari della guerra. Nel 1501, a 32 anni, un età decisamente matura per l’epoca, Machiavelli sposò Marietta Corsini, dalla quale ebbe 7 figli. Si potrebbe sostenere che non v’è prova più convincente della eterosessualità esclusiva di Niccolò, tuttavia, molti anni dopo, Francesco Vettori, scrivendo ad un Machiavelli quasi 54enne, il 17 Aprile 1523, dirà: “noi qualche volta accusiamo la stessa natura come matrigna, quando invece dovremmo accusare i nostri genitori e noi stessi: tu, se ti fossi conosciuto veramente a fondo non avresti mai preso moglie; e mio padre, se avesse conosciuto i miei desideri e le mie abitudini non mi avrebbe mai congiunto ad una moglie, come uno che la natura aveva generato per il gioco e per il divertimento, non desideroso di fare soldi e minimamente preoccupato del proprio patrimonio. Ma una moglie mi avrebbe costretto a cambiare, cosa che però non può realizzarsi felicemente per nessuno”[1]

Il discorso del Vettori sembra alludere più alle avventure eterosessuali, sia di Machiavelli che del Vettori, entrambi molto liberi nei comportamenti sessuali, piuttosto che alla omosessualità, ma, come avremo modo di vedere, Machiavelli certamente non disdegnò anche avventure omosessuali e probabilmente un discorso analogo si potrebbe fare anche per il Vettori.

Che Machiavelli non solo fosse eterosessuale ma che andasse a cercare sesso per foia anche con prostitute di bassissimo livello è testimoniato da una sua lettera dell’8 dicembre 1509, quando Machiavelli aveva 40 anni, a Luigi Giucciardini (fratello dello storico Francesco Guicciardini). Machiavelli racconta infatti al Guicciardini di essere andato per smania incontenibile di sesso (affogaggine) con una donna bruttissima, un autentico mostro, per il solo fatto che c’era appena un filo di luce che non permetteva di vederla chiaramente, poi, però, preso un tizzone dal fuoco e acceso il lume, vide quanto fosse brutta e ne provò un fortissimo senso di rigetto.[2]

Il il 27 maggio 1510, un anonimo delatore infilò in una buca delle denunce anonime questa denuncia: “Notifichasi a voi, signori Otto, chome Nicholò di messer Bernardo Machiavelli fotte la Lucretia vochata la Riccia nel culo”. Machiavelli era quindi accusato di sodomia con una prostituta di nome Lucrezia chiamata la Riccia. L’accusa parla di sodomia ma con una donna, la vox populi che tenta di screditare Machiavelli, un uomo politicamente importante, sposato e con parecchi figli, non contiene quindi nessun riferimento alla omosessualità, che sarebbe stato, d’altra parte, poco credibile.

Le fortune politiche di Machiavelli sono legate alla Repubblica fiorentina e alle concezioni filo-popolari di Pier Soderini, gonfaloniere perpetuo. Il 16 Settembre 1512, dopo la fuga di Soderini, i Medici riprendono il controllo di Firenze e le sorti di Machiavelli precipitano. Il 7 novembre è deposto dai suoi incarichi, il 10 condannato ad un anno di confino entro il territorio fiorentino. Sospettato di avere favorito la congiura di Agostino Capponi e Pietropaolo Boscoli per riportare la Repubblica, il 12 febbraio del 1513, è arrestato e posto al supplizio della fune.

Machiavelli cerca rapidamente di mobilitare i suoi amici potenti e ottiene dei risultati. Mentre Capponi e Boscoli sono messi a morte, Machiavelli è condannato a pagare una cauzione ingente, che non è in grado di pagare, ma esce comunque di prigione in tempi brevi perché l’11 Marzo 1513, Giovanni de’Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, già nominato cardinale all’età di 13 anni, diviene Papa Leone X. All’elezione di Leone X segue a Firenze l’amnistia generale e Machiavelli, uscito di prigione, prende la prudente decisione di sparire da Firenze e di ritirarsi nel podere dell’Albergaccio, in Sant’Andrea in Percussina. Machavelli aveva allora 44 anni.

Il 19 Dicembre 1513, Machiavelli scrive a Vettori una lettera, criptica nella prima parte ma assai interessante nella seconda, dal nostro punto di vista. Limitiamoci all’analisi della seconda parte, che suggerisce anche una ragione per la cripticità della prima.

Machiavelli ricorda che Vettori aveva scritto quattro versi a proposito di un certo Riccio, un ragazzo disponibile a contatti omosessuali, indicando anche i nomi di quelli che erano messi in berta per essere andati col Riccio. Machiavelli recitò quei versi a mente a Giovanni Machiavelli accusandolo quindi di attività omosessuali. Giovanni Machiavelli se la prese a male e cercò di insistere dicendo “che non sa dove voi avete trovato che tocchi”. Vettori non aveva assolutamente accusato Giovanni Machiavelli di omosessualità ma era stato Niccolò che cambiando i nomi aveva dato l’impressione che invece lo avesse fatto. Giovanni Machiavelli vuole dare e chiedere spiegazioni e Niccolò se la ride per la beffa che ha ingegnato. Va notato che il verbo “toccare” significa compiere atti omosessuali. Questa parola è fondamentale perché, come vedremo, serve a interpretare correttamente un discorso che Machiavelli fa a proposito di se stesso.[3]

Nella stessa lettera Machiavelli accenna ad un frate francescano che fa politica predicando e scaglia dal pulpito parole di fuoco. Machiavelli scrive, non senza pungente ironia: “Queste cose mi sbigottirono ieri in modo, che io aveva andare questa mattina a starmi con la Riccia, e non vi andai; ma io non so già, se io avessi auto a starmi con il Riccio, se io avessi guardato a quello. La predica io non la udi’, perché io non uso simili pratiche, ma la ho sentita recitare così da tutto Firenze.[4]

Il 5 Gennaio 1514 Machiavelli scrive una interessantissima lettera al Vettori.[5] Esordisce osservando che gli uomini sono ciechi nelle cose in cui peccano quanto sono acerrimi persecutori dei vizi che non hanno.

Così, dunque, Machiavelli scrive al Vettori che gli aveva dimostrato di essere preoccupato del fatto che l’aver ospitato in casa sua ser Sano, un noto omosessuale, potesse screditarlo attraverso le chiacchiere di Filippo Casavecchia, e gli spiega che Filippo Casavecchia, anche lui noto omosessuale ed amico di Machiavelli, non avrebbe mai criticato Vettori neppure se ser Sano fosse rimasto a casa sua da un giubileo all’altro, e anzi si sarebbe congratulato col Vettori per la scelta. E il Brancaccio poi, un altro noto omosessuale amico di Machiavelli, non avrebbe osato fare commenti neppure se il Vettori si fosse portato a casa tutto il bordello di Valencia, anzi lo avrebbe considerato un grand’uomo più per questo che se lo avesse visto parlare meglio di Demostene davanti al Papa.

Filippo Casavecchia avrebbe considerato sconveniente che Vettori si portasse in casa ragazzi facili, ma non uno come ser Sano che era prudente e Brancaccio non avrebbe gradito vedere Vettori in compagnia d puttane da quattro soldi. Se però Vettori avesse dato seguito ai loro consigli, allontanando ser Sano e le donne facili, Casavecchia si sarebbe chiesto ben presto dove fosse finito ser Sano e avrebbe fatto di tutto per farlo ritornare. Machiavelli aggiunge, per rendere le cose ancora più chiare, un discorso che suona più o meno così: se io fossi capitato in casa di Vettori quando questi avesse cacciato via ser Sano e le donne facili da casa sua, “io che corro appresso sia ai ragazzi che alle ragazze [6] avrei detto “Caro ambasciatore, vi ammalerete perché non sembra che vi pigliate nessuno spasso, qui non ci sono ragazzi e non ci sono donne, che casa di cazzo è questa?”

Il 25 Febbraio 1514, Machiavelli scrive al Vettori una lettera [7] molto interessante, ne riporto il testo integrale in nota e ne trascrivo qui alcune parti, semplificando le descrizioni dei luoghi, dettagliatissime nel testo, e cercando ci rendere il senso in un linguaggio più comprensibile a prima lettura. “Ho ricevuto la vostra lettera dell’altra settimana e ho aspettato fino adesso a rispondervi perché volevo avere notizie più chiare circa un fatto che vi racconterò qui di seguito e dopo potrò rispondere convenientemente alla vostra lettera. È accaduta una cosa gentile o, per chiamarla col suo vero nome una metamorfosi ridicola, che sarebbe degna di essere annotata nei libri degli antichi. E dato che io non voglio che nessuno possa lamentarsi di me, ve la racconterò nascosta sotto forme allegoriche”

Machiavelli, in premessa, cerca quindi di solleticare la curiosità del Vettori e si appresta a raccontare il fatto alla maniera delle novelle di Boccaccio.

Giuliano Brancacci, desideroso, per così dire, di andare alla macchia [che significa andare in cerca di contatti omosessuali], una sera di qualche giorno fa, dopo l’Ave Maria, vedendo che il tempo era coperto e ventoso e che cominciava a piovigginare (cose tutte che si può ben credere che ogni uccello aspetti), tornato a casa, si mise un paio di scarpe grosse [come quelle che si usano per andare a caccia], si cinse alla vita il carniere, prese con sé una lanterna e gli strumenti per dare la caccia agli uccelli, e se ne andò per un bel po’ serpeggiando tra i vicoli e i vicoletti che portano al centro della città, e non trovando uccelli ad aspettarlo, se ne andò dalle parti dell’orafo che voi conoscete, fece un altro po’ di strada e, cercando con molta attenzione nei luoghi dove gli uccelli sono soliti rintanarsi, trovò un bel tordo giovane e lo catturò usando dei suoi attrezzi per uccellare e lo portò nel fondo del burrone, sotto la grotta dove alloggiava il Panzano.

Si intrattenne quindi col giovane tordo e, trovando che aveva la “vena” larga, dopo avergliela baciata più volte, gli riacconciò due penne della coda e lo mise nel carniere di dietro.”

Fin qui la metafora, poi Machiavelli continua più o meno così [anche qui rendo il testo in modo più comprensibile]:

“Dato che non posso allungare troppo il discorso, procederò in chiaro e andò oltre le metafore. Il Brancaccio, che aveva scovato il tordo volle capire chi fosse e glielo chiese e il ragazzo gli rispose essere Michele nipote di Consiglio Costi. Quindi il Brancaccio gli disse: – Tu sei figlio di un uomo dabbene e se ci saprai fare, tu hai trovato la tua strada – Quindi il Brancaccio [sentendo che correva il rischio di essere immischiato in affari pericolosi] disse al ragazzo [mentendo] di essere Filippo da Casavecchia [8] e gli disse anche dove aveva bottega [il Casavecchia, ovviamente]. Dato che io adesso non ho denaro con me, vieni o manda qualcuno direttamente a bottega domani mattina e io ti pagherò.

Venuta la mattina il ragazzo, che era più lascivo che stupido, mandò un altro da Filippo Casavecchia con un foglietto, in cui gli si chiedeva il pagamento del suo debito e gli si ricordava quello che aveva promesso. Filippo lesse il biglietto e fece la faccia triste e rispose: Chi è costui e che vuole da me? Io non ho niente a che fare con lui, digli che venga da me. Il ragazzo che aveva portato il biglietto tornò da Michele, che lo aveva mandato e gli raccontò della risposta di Filippo Casavecchia. Il ragazzetto non si impaurì neppure un po’ e se ne andò dal Casavecchia, gli rinfacciò i benefici da lui goduti e concluse che se lui pensava di poterlo ingannare a quel modo e egli non avrebbe avuto nessun problema a biasimarlo pubblicamente.

Al che Filippo si vide messo alla strette, fece entrare il ragazzo in bottega e gli disse: – Michele, tu sei stato imbrogliato, [ma non da me!] io sono un uomo molto morigerato e non vado appresso a cose così squallide, perciò devi pensare piuttosto a ritrovare chi ti ha ingannato, in modo che chi ha ricevuto piacere da te ti paghi il dovuto, piuttosto che ad insultarmi in questo modo senza che tu ne ottenga nessun vantaggio. Adesso tornatene a casa e vieni domani da me e ti dirò quello che avrò escogitato. –

Il ragazzo se ne andò tutto confuso e accettò l’idea di ritornare l’indomani dal Casavecchia. Il quale Casavecchia, rimasto solo, era molto preoccupato del fatto e non gli sembrava di poterne uscire facilmente e si sentiva agitato come il mare davanti a Pisa quando tira forte il Libeccio. Diceva tra sé: – Se mi sto buono e zitto e tengo buono Michele con un fiorino, io finisco per essere ricattato da lui, mi riconosco suo debitore, confesso il peccato e da innocente che sono divento colpevole, ma se io nego senza trovare il vero colpevole io potrei essere messo a confronto col ragazzo, dovrei giustificarmi con lui e pure con gli altri e il torto sarebbe tutto dalla parte mia. Se mi metto a cercare di capire come sono andare veramente le cose, però, dovrei comunque incolpare qualcuno, potrei non riuscire ad attribuire la colpa a nessuno, mi farei dei nemici e con tutto questo non ne uscirei comunque pulito –

Mentre egli era così angosciato, scelse l’ultima ipotesi come meno sgradevole e fu tanto fortunato che la prima idea che gli venne in mente la indirizzò al bersaglio giusto! E pensò che fosse stato il Brancaccio a fargli quel brutto tiro, perché il Brancaccio era uno che andava a caccia di ragazzi (macchiauolo, si dava alla macchia, nel doppio senso del termine) e altre volte lo aveva ingannato.

Se ne andò quindi a trovare Alberto Lotti, gli raccontò il fatto, gli disse quello che aveva in mente e gli chiese di parlare riservatamente con Michele, che era suo parente, per vedere se si potevano avere altri riscontri. Il Lotti, che era uno pratico di quelle cose e se ne intendeva, pensò subito che Casavecchia ci avesse visto giusto e gli promise che avrebbe fatto il possibile, mandò quindi a chiamare Michele e raggiratolo per un bel pezzo, arrivò a questa conclusione. Disse al ragazzo: Se tu sentissi parlare quello che si è spacciato per Filippo Casavecchia, avresti tu il coraggio di riconoscerlo dalla voce? – Il ragazzo gli rispose di sì e Lotti lo portò con sé a sant’Ilario dove sapeva che il Brancaccio spesso si intratteneva e accortamente, veduto il Brancaccio che si sedeva in mezzo a tanta gente a raccontare storie, fece avvicinare il ragazzo alle spalle di Brancaccio in modo che lo sentisse parlare, poi gli si presentarono davanti e Brancaccio vedendoli, cambiò rapidamente atteggiamento e si allontanò e la cosa fu ben chiara a tutti. Filippo Casavecchia ne uscì completamente pulito e il Brancaccio fu coperto di insulti. E a Firenze in quest’ultimo carnevale non s’è parlato d’altro, se non : – Sei tu il Brancaccio o il Casa{vecchia}? – E questa storia fu notissima a chiunque. Io penso che ne abbiate avuto già notizia ma ho voluto raccontarvelo lo stesso nel dettaglio, perché mi sembrava mio dovere.

Quanto a voi posso dirvi soltanto di seguire l’amore a briglie sciolte perché quel piacere che potete prendervi oggi non potrete prenderlo domani, e le se le cose stanno come me le avete descritte, io Vi invidio più del re d’Inghilterra! Vi prego di seguire la vostra stessa inclinazione e non fatevene scappare nulla per alcuna ragione, perché io credo, credetti e crederò sempre che sia vero quello che dice Boccaccio: che è meglio cioè fare e pentirsi, che non fare e pentirsi!”

Fin qui, come s’è potuto vedere, Machiavelli fa della omosessualità un tema per storielle piccanti alla maniera di Boccaccio, accenna anche al suo “toccare” cioè al fatto che non disdegna anche attività omosessuali, ma manca del tutto la dimensione affettiva dell’omosessualità. Machiavelli ha ormai 45 anni, ha moglie e sette figli ormai grandi e si comporta ancora come un giovanotto che va in allegra brigata a caccia di avventure.

Tuttavia una lettera al Vettori del 3 Agosto 1514 [9] dimostra che Machiavelli provò anche il lato affettivo della omosessualità. Si congratula con Vettori per le sue avventure amorose romane e gli dice di aver trovato corrispondenza “in una creatura tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile, et per natura et per accidente, che io non potrei né tanto laudarla, né tanto amarla, che la non meritasse più.” e aggiunge: “Et non crediate che Amore a pigliarmi habbia usato modi ordinarii, perché, conoscendo non li sarebbono bastati, tenne vie extraordinarie, dalle quali io non seppi, et non volsi guardarmi. Bastivi che, già vicino a cinquanta anni né questi soli mi offendono, né le vie aspre mi straccano, né le obscurità delle notti mi sbigottiscano. Ogni cosa mi pare piano, et a ogni appetito, etiam diverso et contrario a quello che doverrebbe essere il mio, mi accomodo. Et benché mi paia essere entrato in gran travaglio, tamen io ci sento dentro tanta dolcezza, sì per quello che quello aspetto raro et suave mi arreca, sì eziam per havere posto da parte la memoria di tutti e mia affanni, che per cosa del mondo, possendomi liberare, non vorrei.”

Non sappiamo chi sia la “creatura” tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile, ma certo è la prima volta che Machiavelli non usa i toni della satira boccaccesca ma quelli dell’amore.

Se ancora fosse rimasto qualche dubbio che si tratta di un amore omosessuale, sarà fugato facilmente da una lettera di Vettori a Machiavelli del 16 gennaio 1515 [10]

Vettori così si rivolge a Machiavelli:
“Caro compare. Io non ho lettere da nessuno che io legha più volentieri, che le vostre, e vorrei potere scrivere molte choxe, le quale conosco non potersi commettere alle lettere. E’ sono più mesi che io intexi benissimo in che modo amavi, e fui per dirvi: «Ah, Coridon, Coridon, quae te dementia cepit?». Poi, pensando intra me medesimo che questo mondo non è altro che amore, o, per dir più chiaro, foia, mi ritenni; e sono ito considerando quanto li huomini in questo chaxo son dischosto chol chuore a quello dicono cholla bocha”

La citazione latina è tratta dalla seconda Ecloga di Virgilio (Bucoliche II, 69). “Ahi, Corydon Corydon, Che follia ti prese?” La Follia di Corydon era l’amore per il bell’Alessi. Corydon era già ai tempi di Virgilio uno dei miti più noti legati alla omosessualità e certo Vettori ne era ben cosciente quando citò Corydon e la seconda Bucolica in rapporto a Machiavelli. Corydon assunse un tale valore simbolico che André Gide (personaggio al quale dedicherò presto un articolo) intitolò proprio Corydon un dialogo pubblicato nel 1924 che contiene un primo tentativo di demolire il perbenismo che condannava l’omosessualità. Gide scrive nel Corydon: “L’importante è comprendere che, là dove voi dite contro natura, basterebbe dire: contro costume”. Dopo la pubblicazione del Corydon di Gide, Paul Claudel, intellettuale cattolico, tolse il saluto a Gide. L’omofobia cattolica attuale ha radici lontane.

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[1] nos aliquando naturam ipsam tamquam novercam incusamus, cum potius parentes aut nos ipsos incusare debemus: tu, si te ipsum bene novisses, numquam uxorem duxisses; pater meus, si ingenium, si mores meos scisset, me numquam uxori alligasset, quippe quem ad ludos, ad iocos natura genuerat, lucris non inhiantem, rei familiari minime intentum. Sed uxor filie me mutare coegerit, quod nemimi feliciter succedere potest.– Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971 http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_07.htm.

[2] Niccolò Machiavelli a Luigi Guicciardini
Verona, 8 dicembre 1509
Spectabili viro Luigi Guicciardini in Mantova tanquam fratri carissimo.
Affogaggine, Luigi; et guarda quanto la Fortuna in una medesima faccienda dà ad li huomini diversi fini. Voi, fottuto che voi havesti colei, vi è venuta voglia di rifotterla et ne volete un’altra presa; ma io, stato fui qua parechi dì, accecando per carestia di matrimonio, trovai una vechia che m’imbucatava le camicie, che sta in una casa che è più di meza sotterra, né vi si vede lume se non per l’uscio. Et, passando io un dì di quivi, la mi riconobbe et, fattomi una gran festa, mi disse che io fussi contento andare un poco in casa, che mi voleva mostrare certe camicie belle, se io le volevo comperare. Onde io, nuovo cazo, me lo credetti, et, giunto là, vidi al barlume una donna con uno sciugatoio tra in sul capo et in sul viso, che faceva el vergognoso, et stava rimessa in uno canto. Questa vechia ribalda mi prese per mano et, menatomi ad colei, dixe: Questa è la camicia che io vi voglio vendere, ma voglio la proviate prima et poi la pagherete.
Io, come peritoso che io sono, mi sbigotti’ tucto; pure, rimasto solo con colei et al buio (perché la vechia si uscì sùbito di casa et serrò l’uscio), per abbreviare, la fotte’ un colpo; et benché io le trovassi le coscie vize et la fica umida et che le putissi un poco el fiato, nondimeno, tanta era la disperata foia che io havevo, che la n’andò. Et facto che io l’hebbi, venendomi pure voglia di vedere questa mercatantia, tolsi un tizone di fuoco d’un focolare che v’era et accesi una lucerna che vi era sopra; né prima el lume fu apreso, che ’l lume fu per cascarmi di mano. Omè! fu’ per cadere in terra morto, tanta era bructa quella femina. E’ se le vedeva prima un ciuffo di capelli fra bianchi et neri, cioè canuticci, et benché l’avessi el cocuzolo del capo calvo, per la cui calvitie ad lo scoperto si vedeva passeggiare qualche pidochio, nondimeno e pochi capelli et rari le aggiugnevono con le barbe loro infino in su le ciglia; et nel mezo della testa piccola et grinzosa haveva una margine di fuoco, che la pareva bollata ad la colonna di Mercato; in ogni puncta delle ciglia di verso li ochi haveva un mazetto di peli pieni di lendini; li ochi haveva uno basso et uno alto, et uno era maggiore che l’altro, piene le lagrimatoie di cispa et e nipitelli dipillicciati; il naso li era conficto sotto la testa arricciato in su, et l’una delle nari tagliata, piene di mocci; la bocca somigliava quella di Lorenzo de’ Medici, ma era torta da uno lato et da quello n’usciva un poco di bava, ché, per non havere denti, non poteva ritenere la sciliva; nel labbro di sopra haveva la barba lunghetta, ma rara; el mento haveva lungo aguzato et torto un poco in su, dal quale pendeva un poco di pelle che le adgiugneva infino ad la facella della gola. Stando adtonito ad mirare questo mostro, tucto smarrito, di che lei accortasi volle dire: — Che havete voi messere? —; ma non lo dixe perché era scilinguata; et come prima aperse la bocca, n’uscì un fiato sì puzolente, che trovandosi offesi da questa peste due porte di dua sdegnosissimi sensi, li ochi et il naso, e’ m’andò tale sdegno ad lo stomaco per non potere sopportare tale offesa, tucto si commosse et commosso operò sì, che io le rece’ addosso. Et così, pagata di quella moneta che la meritava, ne parti’. Et per quel cielo che io darò, io non credo, mentre starò in Lombardia, mi torni la foia; et però voi ringratiate Iddio della speranza havete di rihavere tanto dilecto, et io lo ringratio che ho perduto el timore di havere mai più tanto dispiacere.
Io credo che mi avanzerà di questa gita qualche danaio, et vorre’ pure, giunto ad Firenze, fare qualche trafficuzo. Ho disegnato fare un pollaiolo; bisognami trovare uno maruffino che me lo governi. Intendo che Piero di Martino è così sufficiente; vorrei intendessi da lui se ci ha el capo, et rispondetemi; perché, quando e’ non voglia, io mi procaccierò d’uno altro.
De le nuove di qua ve ne satisfarà Giovanni. Salutate Jacopo et raccomandatemi ad lui, et non sdimenticate Marco.
In Verona, die viii Decembris 1509.
Aspecto la risposta di Gualtieri ad la mia cantafavola.
Niccolò Machiavegli
http://www.classicitaliani.it/machiav/p … s.html#170 Niccolò Machiavelli, Tutte le opere, a cura di Mario Martelli, Sansoni editore, Firenze 1971.
[3] Quelli quattro versi che voi scrivete del Riccio, nel principio della lettera di Donato, noi li dicemmo a mente a Giovanni Machiavelli; e in cambio del Machiavello e del Pera vi annestammo Giovanni Machiavelli. Lui ne ha fatto un capo come una cesta; e dice che non sa dove voi avete trovato che tocchi, e che ve ne vuole scrivere in ogni modo; e per un tratto Filippo e io ne avemmo un piacere grande.
[4] http://digilander.libero.it/il_machiave … ttere.html Edizione di riferimento: “Tutte le opere storiche e letterarie di Niccolò Machiavelli”, a cura di Guido Mazzoni e Mario Casella, G. Berbera Editore, Firenze, 1929.
[5] Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971.
Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori
Firenze, 5 gennaio 1514
Magnifico oratori florentino Francisco Victorio benefattori suo observandissimo.
Magnifico oratore. Egli è per certo gran cosa a considerare quanto gli huomini sieno ciechi nelle cose dove e’ peccono, et quanto e’ sieno acerrimi persecutori de’ vizii che non hanno. Io vi potrei addurre in exemplis cose greche, latine, hebraiche, caldee, et andarmene sino ne’ paesi del Sophi et dei Prete Janni, et addurreve’li, se li exempli domestichi et freschi non bastassino. Io credo che ser Sano sarebbe possuto venirvi in casa dall’un giubbileo all’altro, et che mai Filippo harebbe pensato che vi desse carico alcuno; anzi gli sarebbe parso che voi dipigneste ad usar seco, et che la fosse proprio pratica conforme ad uno ambasciadore, il quale, essendo obbligato ad infinite contenenze, è necessario habbia de’ diporti et delli spassi; et questo di ser Sano gli sarebbe parso che quadrasse appunto, et con ciascuno harebbe laudato la prudenza vostra, et commendatovi insino al cielo di tale electione. Dall’altro canto, io credo che se tutto il bordello di Valenza vi fosse corso per casa, non sarebbe stato mai possibile che il Brancaccio ve ne havesse ripreso, anzi vi harebbe di questo più commendato che se vi havesse sentito innanzi al papa orare meglio che Demosthene.
Et se voi havessi voluto vedere la ripruova di questa ragione, vi bisognava, senza che loro havessino saputo delli ammonimenti l’uno dell’altro, che voi havessi fatto vista di credere loro, et volere observare i loro precepti. Et serrato l’uscio alle puttane, et cacciato via ser Sano, et ritiratovi al grave, et stato sopra di voi cogitativo, e’ non sarebbono a verun modo passati quattro dì, che Filippo harebbe cominciato a dire: Che è di ser Sano? Che vuol dire che non ci capita più? Egli è male che non ci venga; a me pare egli uno huomo dabbene: io non so quel che queste brigate si cicalano, et parmi che egli habbia molto bene i termini di questa corte, et che sia una utile bazzicatura. Voi doverreste, ambasciadore, mandare per lui. Il Brancaccio non vi dico se si sarebbe doluto et maravigliato della absenzia delle dame, et se non ve lo havessi detto, mentre che egli havessi tenuto vòlto il culo al fuoco, come harebbe fatto Filippo, e’ ve lo harebbe detto in camera da voi a lui. Et per chiarirvi meglio, bisognava che in tal vostra disposizione austera io fussi capitato costì, che tocco et attendo a femmine: subito avvedutomi della cosa, io harei detto: Ambasciadore, voi ammalerete; e’ non mi pare che voi pigliate spasso alcuno; qui non ci è garzoni, qui non sono femmine; che casa di cazzo è questa?
Magnifico oratore, e’ non ci è se non pazzi; et pochi ci sono che conoschino questo mondo, et che sappino che chi vuol fare a modo d’altri non fa mai nulla, perché non si truova huomo che sia di un medeximo parere. Cotestoro non sanno che chi è tenuto savio il dì, non sarà mai tenuto pazzo la notte; et che chi è stimato huomo da bene, et che vaglia, ciò che e’ fa per allargare l’animo et vivere lieto, gli arreca honore et non carico, et in cambio di essere chiamato buggerone o puttaniere, si dice che è universale, alla mano et buon compagno. Non sanno anche che dà del suo, et non piglia di quel d’altri, et che fa come il mosto mentre bolle, che dà del sapore suo a’ vasi che sanno di muffa, et non piglia della muffa de’ vasi.
Pertanto, signore oratore, non habbiate paura della muffa di ser Sano, né de’ fracidumi di mona Smeria, et seguite gli instituti vostri, et lasciate dire il Brancaccio, che non si avvede che egli è come un di quelli forasiepi, che è il primo a schiamazzare et gridare, et poi, come giugno la civetta, è il primo preso. Et Filippo nostro è come uno avvoltoio, che quando non è carogne in paese, vola cento miglia per trovarne una; et come egli ha piena la gorga, si sta su un pino et ridesi delle aquile, astori, falconi et simili, che per pascersi di cibi delicati si muoiono la metà dell’anno di fame. Sì che, magnifico oratore, lasciate schiamazzare l’uno, et l’altro empiersi il gozzo, et voi attendete alle faccende vostre a vostro modo.
In Firenze, addì 5 di gennaio 1513.
Niccolò Machiavelli
[6] “tocco et attendo a femmine”. Toccare è un verbo specifico che indica attività omosessuali. Tocco e attendo non sono sinonimi e di questo abbiamo già visto un esempio chiaro in una lettera precedentemente esaminata
[7] Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori
Firenze, 25 febbraio 1514
Magnifico oratori florentino Francisco Vettorio apud S. Pontificem suo observandissimo.
Rome.
Magnifico oratore. Io hebbi una vostra lettera dell’altra settimana, et sono indugiatomi ad hora a farvi risposta, perché io desideravo intendere meglio il vero di una novella che io vi scriverrò qui dappiè: poi risponderò alle parti della vostra convenientemente. Egli è accaduto una cosa gentile, o vero, a chiamarla per il suo diritto nome, una metamorfosi ridicola, et degna di esser notata nelle antiche carte. Et perché io non voglio che persona si possa dolere di me, ve la narrerò sotto parabole ascose.
Giuliano Brancacci, verbigrazia, vago di andare alla macchia, una sera in fra l’altre ne’ passati giorni, sonata l’Ave Maria della sera, veggendo il tempo tinto, trarre vento, et piovegginare un poco (tutti segni da credere che ogni uccello aspetti), tornato a casa, si cacciò in piedi un paio di scarpette grosse, cinsesi un carnaiuolo [cerniere], tolse un frugnuolo [lanterna da caccia], una campanella al braccio, et una buona ramata [strumento per la caccia agli uccelli]. Passò il ponte alla Carraia, et per la via del Canto de’ Mozzi ne venne a Santa Trinita, et entrato in Borgo Santo Appostolo, andò un pezzo serpeggiando per quei chiasci che lo mettono in mezzo; et non trovando uccelli che lo aspettassino, si volse dal vostro battiloro, et sotto la Parte Guelfa attraversò Mercato, et per Calimala Francesca si ridusse sotto il Tetto de’ Pisani; dove guardando tritamente tutti quei ripostigli, trovò un tordellino, il quale con la ramata, con il lume, et con la campanella fu fermo da lui, et con arte fu condotto da lui nel fondo del burrone sotto la spelonca, dove alloggiava il Panzano, et quello intrattenendo et trovatogli la vena larga et più volte baciatogliene, gli risquittì [riacconciare le penne agli uccelli] dua penne della coda et infine, secondo che gli più dicono, se lo messe nel carnaiuolo di drieto.
Ma perché il temporale mi sforza a sbucare di sotto coverta, et le parabole non bastano, et questa metaphora più non mi serve, volle intendere il Brancaccio chi costui fosse, il quale gli disse, verbigrazia, essere Michele, nipote di Consiglio Costi. Disse allhora il Brancaccio: — Sia col buono anno, tu sei figliuolo di uno huomo dabbene, et se tu sarai savio, tu hai trovata la ventura tua. Sappi che io sono Filippo da Casavecchia, et fo bottega nel tal lato; et perché io non ho danari meco, o tu vieni, o tu mandi domattina a bottega, et io ti satisfarò. — Venuta la mattina, Michele, che era più presto cattivo che dappoco, mandò un zana a Filippo con una poliza richiedendoli il debito, et ricordandoli l’obbligo; al quale Filippo fece un tristo viso, dicendo: — Chi è costui, o che vuole? io non ho che fare seco; digli che venga a me. — Donde che, ritornato il zana a Michele, et narratogli la cosa, non si sbigottì di niente il fanciullo, ma animosamente andato a trovare Filippo, gli rimproverò i benefici ricevuti, et li concluse che se lui non haveva rispetto ad ingannarlo, egli non harebbe rispetto a vituperarlo; tale che parendo a Filippo essere impacciato, lo tirò drento in bottega, et li disse: — Michele, tu sei stato ingannato; io sono un huomo molto costumato, et non attendo a queste tristizie; sì che egli è meglio pensare come e’ si habbi a ritrovare questo inganno, et che chi ha ricevuto piacere da te, ti ristori, che entrare per questa via, et senza tuo utile vituperare me. Però farai a mio modo; andra’tene a casa, et torna domani a me, et io ti dirò quello a che harò pensato. — Partissi il fanciullo tutto confuso; pure, havendo a ritornare, restò paziente. Et rimasto Filippo solo, era angustiato dalla novità della cosa, et scarso di partiti, fluctuava come il mare di Pisa quando una libecciata gli soffia nel forame. Perché e’ diceva: Se io mi sto cheto, et contento Michele con un fiorino, io divento una sua vignuola, fummi suo debitore, confesso il peccato, et di innocente divento reo: se io niego senza trovare il vero della cosa, io ho a stare al paragone di un fanciullo, hommi a giustificare seco, ho a giustificare gli altri; tutti i torti fieno i mia. Se io cerco di trovarne il vero, io ne ho a dare carico a qualcuno, potrei non ivi apporre, farò questa inimicizia, et con tutto questo non sarò giustificato.
Et stando in questa ansietà, per manco tristo partito prese l’ultimo; et fugli in tanto favorevole la fortuna, che la prima mira che pose, la pose al vero brocco, et pensò che il Brancaccio gli havesse fatto questa villania, pensando che egli era macchiaiuolo, et che altre volte gli haveva fatto delle natte quando lo botò a’ Servi. Et andò in su questo a trovare Alberto Lotti, verbigrazia, et narratoli il caso, et dectoli l’oppenione sua, et pregatolo havesse a sé Michele, che era suo parente, vedesse se poteva riscontrare questa cosa. Giudicò Alberto, come pratico et intendente, che Filippo havesse buono occhio, et promessoli la sua opera francamente, mandò per Michele, et abburattatolo un pezzo, li venne a questa conclusione: — Darebbet’egli il cuore, se tu sentissi favellare costui che ha detto di essere Filippo, di riconoscerlo alla boce? — A che il fanciullo replicato di sì, lo menò seco in Santo Hilario, dove e’ sapeva il Brancaccio si riparava, et facendogli spalle, havendo veduto il Brancaccio che si sedeva fra un monte di brigate a dir novelle, fece che il fanciullo se gli accostò tanto, che l’udì parlare; et girandosegli intorno, veggendolo il Brancaccio, tutto cambiato se li levò dinanzi; donde a ciascuno la cosa parse chiara, di modo che Filippo è rimaso tutto scarico, et il Brancaccio vituperato. Et in Firenze in questo carnasciale non si è detto altro, se non: — Se’ tu il Brancaccio, o se’ il Casa? —; « et fuit in toto notissima fabula coelo ». Io credo che habbiate hauto per altre mani questo avviso, pure io ve l’ho voluto dire più particulare, perché mi pare così mio obbligo.
Alla vostra io non ho che dirvi, se non che seguitiate l’amore totis habenis, et quel piacere che voi piglierete hoggi, voi non lo harete a pigliare domani; et se la cosa sta come voi me l’havete scritta, io ho più invidia a voi che al re di Inghilterra. Priegovi seguitiate la vostra stella, et non ne lasciate andare un iota per cosa del mondo, perché io credo, credetti, et crederrò sempre che sia vero quello che dice il Boccaccio: che gli è meglio fare et pentirsi, che non fare et pentirsi.
Addì 25 di Febbraio 1514.
Niccolò Machiavelli in Firenze
http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_06.htm Edizione di riferimento
Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971
[8] Notoriamente omosessuale. Di Filippo Casavecchia, in Firenze, meglio documentati sono i rapporti che intrattenne con Niccolò Machiavelli, al quale fu legato da forti vincoli di amicizia. La familiarità fra i due, che risaliva certo a prima del 1500, risulta in particolare da un gruppo di cinque lettere inviate dal Casavecchia fra il 1507 e il 1509, durante i soggiorni a Fivizzano e a Barga, e dai riferimenti che compaiono in lettere del Machiavelli ad amici comuni.
[9] Niccolò Machiavelli a Francesco Vettori
Firenze, 3 agosto 1514
A Francesco Vettori in Roma.
Voi, compare, mi havete con più avvisi dello amor vostro di Roma tenuto tutto festivo, et mi havete levato dallo animo infinite molestie, con leggere et pensare a’ piaceri et alli sdegni vostri, perché l’uno non sta bene senza l’altro. Et veramente la Fortuna mi ha condotto in luogo, che io ve ne potrei rendere iusto ricompenso; perché, standomi in villa, io ho riscontro in una creatura tanto gentile, tanto delicata, tanto nobile, et per natura et per accidente, che io non potrei né tanto laudarla, né tanto amarla, che la non meritasse più. Harei, come voi a me, a dire i principii di questo amore, con che reti mi prese, dove le tese, di che qualità furno; et vedresti che le furono reti d’oro, tese tra fiori, tessute da Venere, tanto soavi et gentili, che benché un cuor villano le havesse potute rompere, nondimeno io non volli, et un pezzo mi vi godei dentro, tanto che le fila tenere sono diventate dure, et incavicchiate con nodi irresolubili. Et non crediate che Amore a pigliarmi habbia usato modi ordinarii, perché, conoscendo non li sarebbono bastati, tenne vie extraordinarie, dalle quali io non seppi, et non volsi guardarmi. Bastivi che, già vicino a cinquanta anni né questi soli mi offendono, né le vie aspre mi straccano, né le obscurità delle notti mi sbigottiscano. Ogni cosa mi pare piano, et a ogni appetito, etiam diverso et contrario a quello che doverrebbe essere il mio, mi accomodo. Et benché mi paia essere entrato in gran travaglio, tamen io ci sento dentro tanta dolcezza, sì per quello che quello aspetto raro et suave mi arreca, sì eziam per havere posto da parte la memoria di tutti e mia affanni, che per cosa del mondo, possendomi liberare, non vorrei. Ho lasciato dunque i pensieri delle cose grandi et gravi; non mi diletta più leggere le cose antiche, né ragionare delle moderne; tutte si sono converse in ragionamenti dolci; di che ringrazio Venere et tutta Cipri. Pertanto se vi occorre da scrivere cosa alcuna della dama, scrivetelo, et dell’altre cose ragionerete con quelli che le stimono più, et le intendono meglio, perché io non ci ho mai trovato se non danno, et in queste sempre bene et piacere. Valete.
Ex Florentia, die III Augusti 1514.
Vostro Niccolò Machiavelli
http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_06.htm Edizione di riferimento
Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971.
[10] Francesco Vettori a Niccolò Machiavelli
Roma, 16 gennaio 1515
Spectabili viro Nicholò Machiavelli in Firenze.
† A’ dì 16 di Gennaio 1515.
Caro compare. Io non ho lettere da nessuno che io legha più volentieri, che le vostre, e vorrei potere scrivere molte choxe, le quale conosco non potersi commettere alle lettere. E’ sono più mesi che io intexi benissimo in che modo amavi, e fui per dirvi: « Ah, Coridon, Coridon, quae te dementia cepit? ». Poi, pensando intra me medesimo che questo mondo non è altro che amore, o, per dir più chiaro, foia, mi ritenni; e sono ito considerando quanto li huomini in questo chaxo son dischosto chol chuore a quello dicono cholla bocha. Ha un padre il figluolo e dice volerlo nutrire honesto: non di meno gli chomincia a dare un maestro che tutto dì stia con lui et che habbi commodità farne a suo modo, e gli lascia leggere qualchoxa da fare risentire un morto. La madre lo pulisce, lo veste bene, acciò che piaccia più: quando chomincia crescere, gli dà una camera terrena, dove sia cammino e tutte le altre commodità, perché possa sguazare a modo suo, e menarvi e condurvi chi gli pare. E tutti facciamo choxì, et errano in questo, più quelli a’ quali pare essere ordinati: e però non è da maraviglarsi ch’e nostri giovani sieno tanti lascivi quanto sono, perché questo procede dalla pessima educatione. Et voi et io, anchor che siamo vechi, riteniamo in qualche parte e chostumi presi da giovani, et non c’è rimedio. Duolmi non essere chostì, perché potessimo parlare insieme di queste choxe et di molte altre.
Ma voi mi dite choxa che mi fa stare admirato: d’havere trovato tanta fede e tanta chompassione nella Riccia che, vi prometto, li ero per amor vostro partigiano, ma hora li son diventato stiavo, perché il più delle volte le femmine soglono amare la fortuna et non li huomini, et quando essa si muta mutarsi anchor loro. Di Donato non mi maraviglo perché è huomo di fede, e oltre a questo pruova del continuo il medesimo che voi.
Io vi scripsi che l’otio mi faceva innamorato et choxì vi raffermo, perché ho quasi faccenda nessuna. Non posso molto leggere, rispetto alla vista per l’età diminuita: non posso ire a solazo se non achompagnato, e questo non si può far sempre: non ò tanta auctorità né tante facultà che habbi a essere intratenuto; se mi ochupo in pensieri, li più mi arrechono melanchonia, la quale io fuggo assai; e di necessità bixogna ridursi a pensare a choxe piacevole, né so chosa che dilecti più a pensarvi e a farlo, che il fottere. E filosofi ogni huomo quanto e’ vuole, che questa è la pura verità, la quale molti intendono choxì ma pochi la dichano. Fo pensiero a primavera ridurmi a voi, se mi fia lecito, e parleremo insieme di questo et molte altre choxe. Racomandatemi a Filippo, Giovanni e Lorenzo Machiavelli e a Donato. Christo vi guardi.
Francesco Victori oratore in Roma
http://www.classicitaliani.it/machiav/mac64_let_07.htm Edizione di riferimento: Niccolò Machiavelli, Tutte le opere a cura di Mario Martelli, Sansoni Editore, Firenze 1971

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LA PAURA DI ESSERE GAY

Gran parte dei condizionamenti più profondi sono del tutto inconsci, sono, cioè, dei limiti e dei preconcetti che vengono interiorizzati come scala di valori e come condizione di omologazione in ambiente familiare e sociale. Per essere accettati bisogna essere conformi ai modelli accettati. Quei modelli vengono mitizzati  e assimilati del tutto acriticamente proprio perché trasmessi con dolcezza da persone che a quei modelli danno il massimo credito. L’omofobia può assumere l’aspetto aggressivo dell’emarginazione violenta ma molto spesso si manifesta in modo subdolo e inconsapevole attraverso la trasmissione di modelli ai quali si attribuisce una specie di valore sacro, come se fossero la condicio sine qua non della felicità. I genitori in genere si sforzano di garantire il meglio ai loro figli, ma il meglio secondo i loro criteri. Per un genitore, rendersi conto che quei modelli possono non solo essere non adatti per un figlio ma possono costituire addirittura una trappola è quasi impossibile. Agiscono nella presunzione di fare bene e proprio per questo non hanno colpe, anche se hanno una responsabilità oggettiva. Chiunque più o meno consapevolmente trasmette dei valori dovrebbe avere la capacità di relativizzarli di presentarli come delle possibilità  e non come delle opzioni senza alternative. L’affetto tra genitori e figli non deve essere in nessun modo condizionato a nessuna forma di conformità rispetto a questo o quel tipo di modello. So benissimo che si tratta di cosa molto difficile e forse, per chi ha figli, staccarsi dal proprio modello e pensare che un figlio può essere un ottimo figlio anche senza rispettare alcuni di quei modelli che sono stati fondamentali per i genitori è particolarmente difficile.

La mitizzazione della vita familiare tipo mulino bianco, a parte il fatto che è una rappresentazione lontanissima dalla realtà della vita delle coppie etero, crea il modello al quale, consciamente o meno, si chiede al figlio di conformarsi. Nei comportamenti sociali questa omologazione si realizza, ma la sessualità non ha una base culturale, non si è etero perché si è educati ad essere etero e non si è gay perché si è educati ad essere gay. La sessualità non è riducibile tramite l’educazione, la sessualità sfugge alla omologazione conformistica. O meglio, i comportamenti sociali, apparentemente connessi alla sessualità, rispondono ai condizionamenti culturali, si tratta in fondo di comportamenti sociali  che possono, come in genere accade,  trovare una corrispondenza nella sessualità spontanea di un ragazzo, che diventa un valore socialmente condiviso e uno strumento di integrazione sociale, ma possono anche rimanere dei puri comportamenti sociali del tutto staccati dalla sessualità spontanea. Avere una ragazza, in termini sociali non comporta necessariamente il fatto di essere innamorato di quella ragazza, cioè di provare per quella ragazza un coinvolgimento sessuale e affettivo profondo. È qui che per un ragazzo gay si segna per la prima volta il distacco tra il comportamento sociale assimilato e la sessualità spontanea. Un ragazzo gay, anche quando dice di non accettarsi, è in fondo completamente consapevole di essere gay, lo è almeno a livello sessuale, e dire “almeno” non è riduttivo ma significa che lo è ai livelli fondamentali.

La prima discrasia tra modelli interiorizzati e sessualità spontanea si manifesta attraverso la masturbazione e qui la differenza tra l’esperienza adolescenziale di un ragazzo etero e quella di un ragazzo gay è notevole. Un ragazzo etero, attraverso la masturbazione, e aggiungo attraverso la pornografia, smitizza il modello di coppia etero che aveva interiorizzato ma nello stesso tempo si rende conto che i suoi compagni vivono esperienze analoghe e che la sessualità, per lui, anche se non è più quella dei modelli astratti di famiglia tipo mulino bianco, è comunque una realtà che crea coesione sociale. Un ragazzo etero che cresce si rende conto che la masturbazione e la pornografia “in chiave etero” sono esperienze condivise e socialmente accettate. Per un gay le cose vanno diversamente. Un adolescente gay che scopre la masturbazione e la pornografia gay si rende conto abbastanza presto che il mondo dei suoi compagni è diverso dal suo e a questa consapevolezza si aggiunge spesso quella derivante dal costatare come l’omosessualità sia considerata un disvalore. Un adolescente gay non ha in genere accanto nessuno con cui confrontarsi in modo serio. Parlare coi genitori di queste cose significa trovarsi di fronte a reazioni preoccupate, angosciate,  spesso condizionate da visoni del tutto distorte della omosessualità. Parlarne con gli amici significa esporsi alla gogna in quanto gay, parlarne con un insegnate o con un prete significa, quando va bene, aggiungere ai propri condizionamenti anche i pregiudizi altrui. Per un ragazzo gay, salvo rarissime eccezioni, la scelta è solo quella del rinvio del problema e della svalutazione della masturbazione come elemento indicativo, prevale l’idea che sia solo un momento, che in fondo la masturbazione è un vizio che è possibile togliersi con un po’ di buona volontà o che, semplicemente, con l’andare degli anni questa “omosessualità adolescenziale” lascerà il campo alla eterosessualità adulta.

Per quanto la cosa sia paradossale, la sessualità autentica, quella spontanea che emerge nella masturbazione, viene sepolta da un insieme di false certezze che servono solo a conservare una possibile conformità coi modelli assimilati. Tanti ragazzi arrivano a sublimare la loro sessualità nello studio reprimendo la masturbazione e arrivano perfino ad avere una ragazza, ma non solo, se ne sentono innamorati e sono profondamente incoraggiati dal fatto che quando stanno con la ragazza vanno in erezione e “in qualche modo” si sentono coinvolti, anche se in effetti, la masturbazione continua a realizzarsi solo con fantasie gay.

Pian piano però subentrano anche altri elementi di natura propriamente affettiva orientati verso i ragazzi e il ragazzo gay si rende conto che, anche se per lui, almeno in teoria, è possibile una vita etero, non è in realtà quello che va effettivamente cercando. A questo punto c’è il rischio di vedere crollare tutto il castello di carte costruito in precedenza e la cosa fa paura perché è ormai radicata l’abitudine a vedere l’omosessualità come un fantasma che ci può distruggere, In sostanza non si fanno i conti con la realtà, ma ancora una volta con le mitizzazioni: gay = pericoloso, contro natura, deviante, patologico, ecc. ecc..

Ci possono essere persone che non escono di casa perché sono terrorizzate dai fantasmi, ma i fantasmi “oggettivamente” non esistono, esiste solo la paura dei fantasmi. Lo stesso vale per l’omosessualità, esiste la paura di essere gay, ma il fatto di essere gay, affrontato razionalmente con un minimo di buon senso, non ha nulla di terribile o di pauroso. I gay non sono una confraternita segreta o una lobby, come si suole dire adesso in certi contesti, ma sono circa l’8% della popolazione e sono persone come tutte le altre. Chi conosce il mondo gay da vicino sa benissimo che i gay sono persone come tutte le altre, che vivono la loro normalità e che oggi hanno anche la possibilità di realizzarsi nella vita non solo a livello professionale ma anche a livello affettivo. Oggi le coppie gay non sono una cosa rara, ce ne sono tante, non sono visibili, salvo eccezioni, ma ci sono eccome.

È fondamentale rendersi conto che le paure connesse alla omosessualità sono oggettivamente inconsistenti, è possibile che in certi contesti per un gay o per una coppia gay la vita sia difficile ma è possibile cambiare ambiente e soprattutto, quando si è in due, le possibilità aumentano notevolmente. Per un ragazzo gay è fondamentale aprire gli occhi sulla realtà, avere amici gay e rendersi conto di come vivono, solo in questo modo le paure irrazionali possono essere messe da parte e l’omosessualità può essere vista con una consapevolezza veramente adulta.

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IL MIO RAGAZZO E’ GAY E NON SO CHE COSA FARE

Qualche giorno fa il mio ragazzo è venuto da me piangendo e con difficoltà mi ha detto di avere il dubbio di essere omosessuale. per quanto la cosa mi abbia un po’ scombussolata, non mi è stato difficile comprendere che per lui questa situazione deve essere piuttosto destabilizzante e complicata sopratutto perché stiamo insieme da quasi un anno e mi ha confessato di sentirsi in colpa nei miei confronti per non essersene accorto prima; il mio problema però è che lui dice che in ogni caso non mi vuole perdere e che non vuole che restiamo solo amici, però non è certo neanche di essere eterosessuale….io non capisco cosa si aspetta da me, perché io voglio restargli vicino, però se capisce di essere gay io non posso restare la sua ragazza….e anche se mi farebbe davvero male perderlo, ho paura di influenzarlo restando con lui in questo periodo di confusione, ma lui non vuole che ci lasciamo. io sono tanto confusa e anche se cerco di fargli coraggio non so cosa fare perché non c’è nessuno con cui possa parlare di questa cosa a parte lui, ma non credo sia il caso di appesantirlo con i miei dubbi quando questa situazione è già abbastanza difficile e destabilizzante per lui….io sono confusa e un po’ spaventata, temo che questa situazione sia più grande di me, che cosa mi consigliate di fare?

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GAY E ETERO E ESPERIENZE OMOSESSUALI

Ciao Project,
Sono un ragazzo di 22 anni e, ancora alla mia età, ho forti dubbi intorno alla mia sessualità. Mi sento portato affettivamente verso le ragazze, mi innamoro delle ragazze, sto bene con le ragazze e qualche volta ho anche avuto rapporti sessuali con ragazze, anche se erano rapporti per me poco coinvolgenti, ma non riesco comunque a masturbarmi pensando a una ragazza. Ci ho provato più volte ma è come se ci fosse una specie di resistenza, mente quando ho fatto sesso con una ragazza la cosa in qualche modo ha funzionato. Ho provato anche con i porno etero ma anche lì non provo nessun vero coinvolgimento. Mi masturbo solo pensano ai ragazzi oppure, raramente, guardando porno gay. Le fantasie della masturbazione sono praticamente tutte legate a due episodi che io penso abbiano profondamente condizionato la mia vita sessuale. Il primo episodio è accaduto quando avevo 15 anni e il secondo quando ne avevo quasi 19. Fino a 15 anni avevo sempre pensato di essere etero e mi masturbavo pensando alle ragazze, senza troppo entusiasmo a dire il vero, ma pensavo solo alle ragazze. Quando avevo 15 anni, durante una gita organizzata dalla scuola, mi sono trovato in stanza con un altro ragazzo, non c’erano due letti separati ma un letto matrimoniale soltanto. All’inizio la cosa mi è sembrata un po’ strana, ma avevo dormito altre volte con qualche mio compagno in situazioni simili. Dopo che siamo andati a letto abbiamo cominciato a parlare di cose sessuali e a raccontarci proprio tutto, anche del fatto che ci masturbavamo pensano alle ragazze. Poi, gli ho chiesto se, quando lo faceva, pensava solo alle ragazze e lui mi ha detto che qualche volta aveva pensato anche a qualche ragazzo, che la cosa gli sembrava strana ma che ci aveva pensato e che pensava che tutto sommato sarebbe stata una cosa gradevole, non come con le ragazze, ma sarebbe stata gradevole. Non mi aspettavo una risposta di quel genere, così diretta e sincera. Poi lui mi ha chiesto se io pensavo solo alle ragazze e non me la sono sentita di mentire e gli ho detto che quando mi masturbo penso solo alle ragazze ma che pensare al sesso con un ragazzo per me non è una cosa disgustosa come dicono tanti ragazzi e che, anzi, quello che lui mi aveva appena detto non mi sembrava poi così strano. Gli ho chiesto se si sentiva gay e mi ha detto che si sentiva pienamente etero ma che pensava che tanti ragazzi etero facessero qualche volta sesso coi loro amici, così, per giocare. Gli ho risposto: ”Beh, sì, penso che succeda” poi gli ho chiesto se era eccitato di stare a letto con me e mi ha detto di sì, e gli ho chiesto se potevo verificare, lui ha detto: Vai! E gliel’ho preso in mano. Poi ha chiesto se io ero eccitato e gli ho detto che lo ero pure io, e a questo punto lui ha preso in mano il mio. È andata a finire che ci siamo masturbati a vicenda. Poi non è successo più niente di simile anche se io lo desideravo violentemente, lui ha continuato a stare con la sua ragazza e non se n’è proprio più parlato, ma non solo, tra noi non è cambiato proprio nulla. Per me invece è cambiato tutto perché era stata un’esperienza fortissima e del tutto naturale, senza nessuna forzatura da nessuna delle due parti. Io, dopo quel giorno ho messo del tutto da parte le fantasie sulle ragazze e ho cominciato a masturbarmi sempre e solo ricordando quella notte. Ma non è stato tutto facile, mi andavo convincendo di essere gay e maledicevo quella notte perché se non ci fosse stata io sarei stato un normalissimo ragazzo etero e avrei avuto una vita come quella di tutti gli altri ragazzi e invece quella notte aveva cambiato la mia vita. Due cose mi facevano stare male, prima di tutto non accettavo che la mia vita potesse essere determinata da una cosa di quel genere e poi non capivo perché la vita del ragazzo col quale lo avevo fatto non fosse invece cambiata per niente. Perché io dovevo diventare gay per una cosa come quella e qual ragazzo no? Ho fatto di tutto per cercarmi una ragazza, per innamorarmene, poi, finalmente, a 17 anni è successo. Conosco una ragazza bellissima che si innamora di me, che mi coccola e mi ispira tanta tenerezza, si dedica a me con affetto e io alla fine, quando avevo compiuto da poco i 18 anni faccio per la prima volta sesso con lei, nel senso che ci tocchiamo reciprocamente e poi arriviamo a masturbarci a vicenda. Io ne sono entusiasta e penso che allora non sono gay, poi torno a casa ma mi sento strano, la sera non voglio masturbarmi ricordando la solita notte con quel ragazzo, voglio farlo pensando alla mia ragazza e mi ci metto col massimo impegno, ma non riesco nemmeno a mantenere l’erezione, mi sento stranito, allora torno alle solite fantasie e arrivo fino alla fine. Mi dico che così non può andare, che adesso ho la ragazza e che devo eliminare del tutto la masturbazione perché è una cosa da ragazzini e io ormai devo vivere una sessualità adulta. Con il massimo sforzo riesco a mettere da parte la masturbazione solitaria e a limitarmi a farmi masturbare dalla mia ragazza, poi dopo un mese torno per una volta a masturbarmi da solo pensando sempre a quella notte. Le cose vanno avanti così per alcuni mesi e io faccio di tutto per cancellare completamente il ricordo di quella maledettissima notte, poi succede un fatto nuovo e inaspettato, conosco un ragazzo bellissimo e ne sono affascinato anche se cerco di evitarlo perché mi ripeto che non voglio essere gay, poi comincio a cercare informazioni su questo ragazzo per farmi un’idea un po’ più completa. Mi dicono che lui non ha la ragazza e non l’ha mai avuta ma non ha mai avuto nemmeno comportamenti strani. Dopo aver resistito per un po’ comincio a masturbarmi pensando a questo ragazzo e comincio a fargli una corte spietata ma discreta e lui se ne accorge. Un giorno lo invito per un fine settimana in campeggio e lui accetta. La notte ci fermiamo a parlare in tenda, l’imbarazzo è molto forte, poi gli dico che “forse” mi sono preso una mezza cotta per lui, cioè in effetti gli dico solo che è un bellissimo ragazzo e che mi piace molto e gli chiedo se è gay, mi risponde che è etero e che ha la ragazza, che adesso sono lontani per un semestre perché la ragazza studia in un’altra città, poi mi chiede se io sono gay e gli dico che anche io ho la ragazza, mi risponde: “ … io penso che la mia vita la vivrò con la mia ragazza … beh anche tu mi piaci … ma certo che siamo un po’ strani noi due…” poi le cose precipitano e ci masturbiamo reciprocamente. Alla fine lui conclude: “Certo che una ragazza non lo saprebbe mai fare come lo fa un ragazzo …” E finisce tutto così. Io penso che lui sia gay e nei giorni successivi comincio ad assillarlo, alla fine mi dice che è successo ma che lui non è gay e che non se la sente proprio di andare avanti, poi praticamente comincia a sfuggirmi, a non farsi più trovare, a non rispondere al cellulare e io ci resto malissimo. Naturalmente con la mia ragazza è andato tutto a rotoli. Adeso sono solo a leccarmi le ferite. Non riesco proprio a capacitarmi come quell’esperienza quando avevo 15 anni possa avere sconvolto così la mia vita. Perché devo essere gay per una ragione così assurda? Ancora adesso io vorrei una ragazza, ma poi a livello sessuale mi rendo conto che ormai vivere una sessualità appagante con una ragazza per me è impossibile. Che ne pensi Project?
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