GAY ED ELOGIO DELLA SOLITUDINE

Nella fiaba di Cenerentola un principe azzurro compare all’improvviso, si innamora di Cenerentola e la trasforma da serva in regina. Questa fiaba, che ha alimentato i sogni di tante ragazzine e che, ovviamente, si può declinare anche in chiave gay, proprio perché alimenta i sogni, rischia di rendere traumatici i risvegli, quando, aperti finalmente gli occhi, ci si rende conto di aver costruito castelli in aria fondati sulle sabbie mobili di un mito. È indubbio però che il mito persiste perché anche se non è assolutamente realistico corrisponde ad un’esigenza profonda che non è tanto quella dell’amore in sé ma quella di dare una svolta alla propria vita. Cenerentola non sogna l’amore con un suo pari, ma sogna che l’amore possa essere la chiave della sua trasformazione in regina. Amore e riscatto sociale in questa fiaba compaiono solo insieme e l’amore è, anzi, solo strumentale. Cenerentola continuerebbe a sognare il suo bel principe se si accorgesse che non è un principe, che non diventerà re e non la farà regina, perché è solo un ragazzo come tanti altri, magari bello, ma con tutto il seguito dei suoi complessi e delle sue manie? Leggendo la storia in chiave gay, ovviamente, spariscono i balli e la corte e con queste cose sparisce la gratificazione pubblica, resta comunque l’idea che il principe azzurro compirà il miracolo e trasformerà il verme in farfalla, anche qui, quindi, l’amore è essenzialmente un mezzo e non un fine. Quanti gay sognano il principe azzurro e si illudono di trovarlo in questo o in quel ragazzo, quanti gay si svegliano traumaticamente dai loro sogni e invece di tenere i piedi ben saldi per terra si mettono comunque alla ricerca di un nuovo principe azzurro! La pia illusione in questo caso consiste nel credere che l’altro ci possa corrispondere al 100%, che il contato con lui possa essere totalmente gratificante, che l’altro non abbia difetti e debolezze di nessun genere o meglio che possa esistere in “nostro” principe azzurro. In tutto questo atteggiamento domina l’idea di egocentrismo, che è una della componenti più forti della personalità, ma qui domina al punto di richiedere all’altro di esistere in funzione nostra. L’altro, in tanto ha un senso e un valore, in quanto mi gratifica e corrisponde esattamente ai miei desideri. Ma questa forma di egocentrismo urta contro un dato di fatto insuperabile: l’altro è veramente altro da noi, ha i suoi sogni, i suoi desideri, i suoi punti deboli, le sue fragilità e l’essere coppia è sempre parziale, c’è qualcosa di comune e ci sono cose che non possono essere comuni perché si tratta di persone diverse, con alle spalle storie diverse. Coppia, quindi, non sempre e comunque, non come ricetta per risolvere i problemi individuali ma solo se esiste una vera anche se parziale corrispondenza, coppia quindi, sempre e solo parziale e certo non coppia come realtà in cui i singoli vengono ad annullarsi. E quando non c’è relazione di coppia? La risposta è una sola: la solitudine, tanto demonizzata ma indispensabile per costruire l’equilibrio individuale. Solitudine non significa vita eremitica ma capacità di staccarsi dalle cose e anche dalle persone per tornare nella propria individualità, per recuperare il senso e il valore della parzialità e della relatività di un rapporto di coppia o di amicizia. Solitudine per imparare il valore dell’effimero e del relativo. Il mito del principe azzurro conduce alla dicotomia radicale o serva o regina, ma il buon senso dimostra come gli stati intermedi siano infiniti ed abbiano comunque un valore proprio perché possibili, il valore del relativo e del parziale, che però è reale, mentre il mito, proprio perché sublime, non ha nulla di reale. La solitudine come capacità di distacco è un valore fondamentale proprio perché aiuta a non buttare via tante realtà che pur non essendo gratificanti al 100% hanno comunque aspetti positivi, ovviamente non hanno solo aspetti positivi, ma non per questo devono essere svalutate e spazzate via. Per uno della mia età, poi, la solitudine diventa un abito mentale che non è affatto una forma di disagio ma risponde all’esigenza di tirare le somme e di ridare ordine all’esperienza. Quante volte il mito del principe azzurro produce ansia nella fase dei sogni e delusione nella fase del risveglio! Non sarebbe meglio tenere i piedi ben saldi per terra e cominciare a vedere le cose con distacco? Mi rendo conto che questi sono i classici ragionamenti dei vecchi per i quali il realismo non è una scelta ma una necessità. Certo è che ora la prima esigenza che sento è quella di riposare, non quella di sognare. Vorrei un contatto più immediato e diretto con la natura, in altri termini vorrei recuperare la solitudine, questa fedele compagna della vita.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post, aperta sul Forum di Progetto Gay:

 http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=16&t=4734

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