ACHILLE E PATROCLO OMOSESSUALI ?

Nel 2004 si è fatto di nuovo un gran parlare di Achille e Patroclo in occasione dell’uscita del film Troy, un bel film, certo, ma lontanissimo per spirito e spesso per contenuti dall’Iliade di Omero. Il classico interrogativo circa la presunta omosessualità di Achille e di Patroclo è stato affrontato nel corso degli anni nei modi più vari e in questo articolo cercheremo di capire come, ma, va innanzitutto sottolineato che Achille e Patroclo non sono due personaggi qualsiasi ma sono due eroi archetipici di un’epica che appartiene ad un mondo ormai lontanissimo dal nostro sotto moltissimi punti di vista.Ammesso che la parola omosessuale possa applicarsi ad Achille e ad Patroclo, va comunque intesa nel quadro di una società in cui la violenza e la forza fisica erano dominanti e la morte, specialmente in guerra, era un avvenimento comune. Va aggiunto che qui si tratta di persone ai vertici della società di allora, cioè di principi e di re, anche se il titolo di re va inteso nel senso di re di una città-stato o di re di un’isola.Ftia, una città della Tessaglia, patria di Achille, divesnne dominio di Peleo, figlio di Eaco e padre di Achille, che aveva sposato Antigone, figlia del re fi Ftia Attore. Ma poi nella spedizione degli Argonauti alla ricerca del vello d’oro Peleo conobbe la nereide Teti, e la sposò alla presenza di tutti gli Dei, esclusa la dea della discordia Eris che, infuriata, lanciò in quell’occasione il pomo d’oro della discordia con la scritta “Alla più bella!”. Ne nacque grande lite tra le dee su chi fosse la più bella tra esse, Giove si astenne dal giudizio e il principe troiano Paride fu incaricato di scegliere la più bella tra Era, Atena e Afrodite.

Paride scelse Afrodite che gli aveva promesso, se fosse stata scelta, l’amore di Elena, la donna più bella tra i mortali. Elena, che per la sua bellezza aveva avuto decine di pretendenti illustri tra i principi achei aveva sposato Menelao re di Sparta, fratello minore di Agamennone re di Micene. Paride, forte della promessa di Afrodite, rapì Elena e ne derivò la guerra di Troia come vendetta di un simile oltraggio.

Patroclo era figlio di Menezio, re di Opunte nella Locride (Pindaro, Olimpiche, IX, versi 69-70. Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, libro III, 13.) anche se Esiodo (citato dal commento di Eustazio a Omero, Iliade, libro I, verso 337.) avrebbe sostenuto che Patroclo fosse figlio di Eaco e quindi zio di Achille (non cugino come nel film Troy), ma questa citazione indiretta di Esiodo è l’unica che va in questa direzione, ne conseguirebbe comunque che, almeno tendenzialmente, Patroclo non sarebbe della stessa generazione di Achille ma di quella precedente cioè quella di Peleo, padre di Achille e fratello o fratellastro di Patroclo secondo Esiodo.

Patroclo, costretto ad abbandonare la sua città insieme col padre, si rifugiò presso Peleo e divenne compagno inseparabile di Achille. Patroclo si recò nel palazzo di Tindaro per chiedere la mano di Elena. Si liberò di un altro scomodo pretendente, un certo Las, uccidendolo prima che si presentasse alla corte del re. Sia Apollodoro (Bib., III, 10, 8) che Gaio Giulio Igino (Fab., LXXXI, XCVII) citano Patroclo tra i pretendenti di Elena, era quindi diffusa e accettata una tradizione che riconosceva l’eterosessualità o almeno la bisessualità di Patroclo.

Come si vede si tratta di complessi impasti mitologici in cui di storico c’è ben poco e non va mai dimenticato che gli eventi risalgono a prima del 1200 a.C. e che i primi appunti scritti di tradizione omerica possono essere datati al 720 a.C. circa, quasi cinque secoli dopo i fatti, secoli duranti i quali la tradizione orale aveva via via consolidato alcune linee narrative.

Probabilmente già nel VI secolo dovevano circolare esemplari dell’Iliade o almeno di vaste sezioni del poema, quale adesso lo conosciamo.

È noto che Aristotele alla fine del IV secolo fece predisporre un’edizione intera dell’Iliade e dell’Odissea da destinare all’uso del suo discepolo Alessandro Magno.

Tutto questo discorso serve a dare un’idea di quanto la tradizione orale risalente al 1200 a.C. possa essere stata manipolata nel corso di parecchi secoli.

Prima di passare all’analisi dei personaggi attraverso l’Iliade dobbiamo tenere presente che ci sono delle tradizioni relative ad Achille, non derivanti dall’Iliade, ma che si sono tuttavia consolidate, una di queste è la vicenda di Achille a Sciro, testimoniata soprattutto dall’Achilleide di Stazio, un poema di età Domizianea, quindi mille miglia lontano dal clima e dell’ambiente originario omerico. Alla vicenda di Achille a Sciro può essere però riconosciuto un peso nell’ambito del nostro discorso sulla sessualità di Achille.

Teti, madre di Achille, temendo che il figlio potesse morire in guerra, lo mandò, travestito da principessa straniera, e sotto il nome di Pirra (la rossa), alla corte di Licomede, re di Sciro, ove rimase tra le figlie del re e si innamorò di una di queste, Deidamia, da cui ebbe un figlio, Neottolemo, soprannominato Pirro, Tolomeo Efestione, così come testimonia Fozio nella sua Biblioteca, parla anche di un secondo figlio di Achille e Deidamia, di nome Oneiros, tutti gli altri però citano solo Neottolemo.

La storia di Achille a Sciro non è omerica ma lascia pensare che esistesse e fosse ben radicata anche un’immagine di Achille eterosessuale o almeno bisessuale.

Cerchiamo ora di partire da Omero direttamente per capire chi fossero Achille e Patroclo o meglio quale immagine se ne può avere leggendo l’Iliade.

Partiamo proprio dalla eterosessualità o almeno della bisessualità di Achille e Patroclo. Omero scrive (Traduzione di Vincenzo Monti):

Nel chiuso fondo della tenda ei pure
Ritirossi il Pelíde, ed al suo fianco
Lesbia fanciulla di Forbante figlia
Si corcò la gentil Dïomedea.
Dormì Patróclo in altra parte, e a lato
Ifi gli giacque, un’elegante schiava
Che il Pelíde donògli il dì che l’alta
Sciro egli prese d’Enïeo cittade.
Iliade IX 845.852
Questo brano mostra l’eterosessualità o almeno la bisessualità sia di Patroclo che di Achille e giustifica sia la tradizione di un Achille sposo di Deidamia e padre di Neottolemo sia quella di un Patroclo pretendente della bella Elena che arriva all’omicidio pur di eliminare un concorrente in amore.Omero narra soltanto le vicende dell’ultimo anno della guerra di Troia e solo fino alla morte di Ettore. La storia del cavallo di Troia non ha niente a che vedere con l’Iliade. Giova qui però tenere presente che Euripide, nella sua Ifigenia in Aulide, parla esplicitamente di Achille. Quando le navi per la spedizione contro Troia sono ormai allineate nel porto di Aulide di Beozia e tutto è pronto per la partenza, non tira un alito di vento. L’indovino Calcante vaticina che il vento tornerà favorevole solo se Agamennone sacrificherà una delle sue figlie. Ulisse persuade Agamennone a mandare un messaggio ad Ifigenia per farla venire subito al porto di Aulide prefigurandole la possibilità di un matrimonio con Achille. Agamennone acconsente ma poi si pente e invia alla figlia un secondo messaggio in cui le dice di non venire in Aulide.
Manelao intercetta il secondo messaggio e accusa Agamennone di tradimento. Frattanto Ifigenia arriva in Aulide, comprende di essere destinata al sacrificio e chiede pietà, spalleggiata da Achille, infuriato che si sia usato il suo nome per un inganno tanto vergognoso, ma poi Ifigenia comprende che il suo sacrificio potrà essere la salvezza della flotta e offre spontaneamente la sua vita.
Al momento del sacrificio però Artemide la salva e fa comparire al suo posto una cerva. Il sacrifico della cerva si compie e la flotta parte per Troia coi migliori auspici. All’inizio della guerra di Troia, quindi, secondo la tradizione di Euripide, Achille era già in età di sposarsi. Sottolineo che questa tradizione è del tutto indipendente da quelle del matrimonio di Achille con Deidamia, ma si tratta comunque di un’altra tradizione che comporta o comporterebbe l’eterosessualità o almeno la bisessualità di Achille.
Ma torniamo all’Iliade. L’abbandono del campo di battaglia da parte di Achille, infuriato perché Agamennone gli ha tolto la schiava Briseide, provoca molti lutti e molta strage fra gli Achei. Agamennone si offre di restituire Briseide con molti doni purché Achille torni alla guerra, ma Achille, indignato non ne vuole sapere, Patroclo lo supplica in lacrime prudentemente perché torni a combattere, perché lui solo potrà risollevare la sorti della guerra ma questa è la sprezzante risposta che riceva:
Perchè piangi, Patróclo? Bamboletta
Sembri che dietro alla madre correndo
Torla in braccio la prega, e la rattiene
Attaccata alla gonna, ed i suoi passi
Impedendo piangente la riguarda
Finch’ella al petto la raccolga. Or donde
Questo imbelle tuo pianto? Ai Mirmidóni
O a me medesmo d’una ria novella
Sei forse annunziator? Forse di Ftia
La ti giunse segreta? E pur la fama
Vivo ne dice ancor Menézio, e vivo
Tra i Mirmidón l’Eàcide Peléo,
D’ambo i quali d’assai grave a noi fôra
Certo la morte. O per gli Achei tu forse
Le tue lagrime versi, e li compiagni
Là tra le fiamme delle navi ancisi,
E dell’onta puniti che mi fêro?
Iliade XVI 7-24
Achille rimprovera Patroclo accusandolo di pianto imbelle, quasi Patroclo fosse una bambina che supplica di essere presa in braccio dalla madre, gli ricorda che non c’è ragione di pianto, che suo padre Menezio è vivo, come è vivo Peleo padre di Achille, per la cui morte, sì, avrebbe senso piangere, e gli ricorda che se quel pianto è versato per i suoi compagni morti, ciò che accade è la giusta punizione per l’affronto che Achille ha dovuto subire. Qui Patroclo è animato da forti sentimenti di umanità e ragiona come un adulto mosso da altruismo, mentre Achille si dimostra immaturo e infantile nel voler perdurare nel suo diniego di combattere. L’imbelle Patroclo era in realtà un guerriero fortissimo e solo nell’Iliade Omero cita 26 uomini, alcuni dei quali fortissimi, abbattuti da Patroclo in battaglia. Patroclo era forte ma umano, Achille era fortissimo in battaglia ma inumano e ne vedremo degli esempi terribili.

Patroclo supplica Achille di concedergli almeno di indossare le sue armi con le quali correre in aiuto dei suoi compagni, in questo modo potrà terrorizzare i troiani che penseranno che Achille sia tornato a combattere. Achille concede le sue armi a Patroclo e questi si getta nella mischia, fa strage, porta aiuto ai suoi, ma alla fine, per intervento diretto degli dei è indebolito e Ettore lo trafigge e lo uccide ed è deciso a fare scempio del suo cadavere:

Per l’atra polve intanto
Strascinava di Pátroclo la nuda
Salma il duce troiano, onde troncarne
Dagli omeri la testa, e far del rotto
Corpo ai cani di Troia orrido pasto.
Iliade XVII 149-153
Divampano furibonde le lotte per togliere ad Ettore il cadavere di Patroclo, che ormai Ettore ha spogliato della armi di Achille. L’importanza dell’eroismo di Patroclo e l’affetto che gli portano i suoi compagni è testimoniato dal furore col quale combattono per strapparlo ai nemici almeno da morto.
Antiloco si presenta ad Achille e gli annuncia la morte di Patroclo e solo a questo punto Achille capisce finalmente la gravità delle conseguenze del suo diniego e la grandezza di Patroclo, ma ormai Patroclo è morto e invece di incolparne se stesso, Achille ne incolpa Ettore e giura di vendicare la morte di Patroclo. Teti esce del mare e cerca di consolare il figlio per la morte del suo compagno:
Con un forte sospir rispose Achille:
O madre mia, ben Giove a me compiacque
Ogni preghiera: ma di ciò qual dolce105
Me ne procede, se il diletto amico,
Se Pátroclo è già spento? Io lo pregiava
Sovra tutti i compagni; io di me stesso
Al par l’amava, ahi lasso! e l’ho perduto.
Iliade XVIII 103-109Figlio, nol dir (riprese lagrimando
La Dea), non dirlo, chè tua morte affretti:
Dopo quello d’Ettór pronto è il tuo fato.
Lo sia (con forte gemito interruppe
L’addolorato eroe), si muoia, e tosto,
Se giovar mi fu tolto il morto amico.
Ahi che lontano dalla patria terra
Il misero perì, desideroso
Del mio soccorso nella sua sciagura.
Or poichè il fato riveder mi vieta
Di Ftia le care arene, ed io crudele
Nè Pátroclo aitai nè gli altri amici
De’ quai molti domò l’ettórea lancia,
Ma qui presso le navi inutil peso
Della terra mi seggo, io fra gli Achei
Nel travaglio dell’armi il più possente,
Benchè me di parole altri pur vinca,
Pera nel cor de’ numi e de’ mortali
La discordia fatal, pera lo sdegno
Ch’anco il più saggio a inferocir costrigne,
Che dolce più che miel le valorose
Anime investe come fumo e cresce.
Tal si fu l’ira che da te mi venne,
Agamennón. Ma su l’andate cose,
Benchè ne frema il cor, l’obblío si sparga,
E l’alme in sen necessità ne domi.
Iliade XVIII 126-151
Achille è angosciato:
Mentre col cibo a rivocar le forze
Intendono i Troiani, in alti lai
L’intera notte dispendean gli Achivi
Sovra il morto Patróclo, e prorompea
Fra loro in pianti sospirosi Achille,
La man tremenda sul gelato petto
Dell’amico ponendo, e cupi e spessi
I gemiti mettea, come talvolta
Ben chiomato lïone a cui rapío
Il cacciator nel bosco i lïoncini.
Iliade XVIII 425-434
A piangere il morto Patroclo non c’è però solo Achille ma anche Briseide e il passo mette un’altra volta in evidenza l’umanità di Patroclo:
Come vide Brisëide del morto
Pátroclo le ferite, abbandonossi
Sull’estinto, e ululava e colle mani
Laceravasi il petto e il delicato
Collo e il bel viso, e sì dicea plorando:
Oh mio Patróclo! oh caro e dolce amico
D’una meschina! Io ti lasciai qui vivo
Partendo; e ahi quale al mio tornar ti trovo!
Ahi come viemmi un mal su l’altro! Vidi
L’uomo a cui diermi i genitor, trafitto
Dinanzi alla città, vidi d’acerba
Morte rapiti tre fratei diletti;
E quando Achille il mio consorte uccise
E di Minete la città distrusse,
Tu mi vietavi il piangere, e d’Achille
Farmi sposa dicevi, e a Ftia condurmi
Tu stesso, e m’apprestar fra’ Mirmidóni
Il nuzïal banchetto. Avrai tu dunque,
O sempre mite eroe, sempre il mio pianto.
Così piange: piangean l’altre donzelle
Pátroclo in vista, e il proprio danno in core.
Iliade XIX 281-301
Briseide ricorda che Achille ha ucciso i suoi tre fratelli e anche il suo sposo e ha distrutto la sua città prima di prenderla come schiava, solo Patroclo le consentiva di trattenere le lacrime e le diceva che lui l’avrebbe fatta sposa di Achille e che condotta a Ftia sarebbe divenuta regina dei Mirmidoni dopo un grande banchetto nuziale. Briseide chiama Patroclo “eroe sempre mite”.La condizione delle donne preda di guerra doveva essere veramente terribile, se per Briseide poteva essere considerata una consolazione essere sposata dall’uomo che aveva distrutto la sua città e aveva ucciso il marito e i tre fratelli. Sottolineo che sia Briseide che la altre schiave si rendono perfettamente conto che dopo la morte di Patroclo la loro vita sarà molto peggiore. Achille torna a combattere perché, come ha giurato, dovrà portare i cadavere di Ettore a giacere accanto a quello di Patroclo, ma non si limita a questo, dopo aver fatto strage, cattura vivi dodici giovinetti troiani che scannerà sulla pira di Patroclo:
Poichè stanca d’ucciderli il Pelíde
Sentì la destra, dodici ne prese
Vivi e di scelta gioventù, che il fio
Dovean pagargli dell’estinto amico
Stupidi per terror come cervetti
Fuor degli antri ei li tira, e co’ politi
Cuoi di che strette avean le gonne, a tutti
Dietro annoda le mani, e a’ suoi compagni
Onde trarli alle navi li commette.
Iliade XXI 36-45
Nel libro XXI, Troiani in fuga cercano rifugio nelle acque dello Scamandro, Achille li insegue e fa strage anche lì. Nella sua furia si trova davanti a Licaone, fratello di Polidoro, che già era stato catturato da lui e venduto come schiavo ed aveva riacquistato la libertà solo da undici giorni; Licaone implora Achille di avere pietà, ma Achille lo uccide a sangue a freddo manifestando così tutta la sua violenza vendicatrice.
Non volermi, Achille,
Trucidar: d’uno stesso alvo io non nacqui
Con Ettor che t’ha morto il caro amico.
Così pregava umíl di Prìamo il figlio;
Ma dispietata la risposta intese.
Non parlar, stolto, di riscatto, e taci.
Pria che Patróclo il dì fatal compiesse,
Erami dolce il perdonar de’ Teucri
Alla vita, e di vivi assai ne presi,
Ed assai ne vendetti: ora di quanti
Fia che ne mandi alle mie mani Iddio,
Nessun da morte scamperà, nessuno
De’ Teucri, e meno del tuo padre i figli.
Muori dunque tu pur. Perchè sì piangi?
Morì Patróclo che miglior ben era.
E me bello qual vedi e valoroso
E di gran padre nato e di una Diva,
Me pur la morte ad ogni istante aspetta,
E di lancia o di strale un qualcheduno
Anche ad Achille rapirà la vita.
Sentì mancarsi le ginocchia e il core
A quel dir l’infelice, e abbandonata
L’asta, accosciossi coll’aperte braccia.
Strinse Achille la spada, e alla giuntura
Lo percosse del collo. Addentro tutto
Gli si nascose l’affilato acciaro,
E boccon egli cadde in sul terreno
Steso in lago di sangue. Allor d’un piede
Presolo Achille, lo gittò nell’onda,
E con acerbo insulto, Or qui ti giaci,
Disse, tra’ pesci che di tua ferita
Il negro sangue lambiran securi.
Iliade XXI 131-162
Ma Achille non capisce che non riuscirà a ritrovare la serenità con la sua furia omicida.
Ma fra tutti piagnea dirottamente
Achille, e poste le omicide mani
Dell’amico sul cor, Salve, dicea,
Salve, caro Patróclo, anco sotterra.
Tutto io voglio compir che ti promisi.
D’Ettore il corpo al tuo piè strascinato
Farò pasto de’ cani, e alla tua pira
Dodici capi troncherò d’eletti
Figli de’ Teucri, di tua morte irato.
Iliade XXIII 21-29
Stanco e sfibrato dall’angoscia finalmente Achille si addormenta e sogna Patroclo che ricorda la loro giovinezza comune e gli chiede che quando anche il destino di Achille sarà compiuto le loro ceneri risposino in una sola urna d’oro. Achille gli si avvicina, cerca di abbracciarlo ma in vano perché il suo abbraccio nulla stringe. A questo abbraccio si ispirerà Virgilio per l’addio di Enea ad Anchise nel libro VI dell’Eneide. Ma Achille non ritrova la pietà nemmeno davanti al cadavere di Patroclo e sgozza di sua mano i dodici giovinetti troiani prigionieri
Preso alfin da spietata ira, le gole
Di dodici segò prestanti figli
De’ magnanimi Teucri, e sulla pira
Scagliandoli, destò del fuoco in quella
L’invitto spirto struggitor, che il tutto
Divorasse, e chiamò con dolorosi
Gridi l’amico: Addio, Patróclo, addio
Ne’ regni anche di Pluto. Ecco adempite
Le mie promesse: dodici d’illustre
Sangue Troiani si consuman teco
In queste fiamme, ed Ettore fia pasto
Delle fiamme non già, ma delle belve.
Iliade XXIII 233-244
Alla fine di questo esame dei personaggi di Achille e Patroclo nell’Iliade emerge la dignità umana di Patroclo e la violenza cieca di Achille, i due sono in realtà due aspetti contrastanti della natura umana. Ci chiediamo se in tutto questo c’entri o meno l’omosessualità, certo tra questi due uomini, entrambi pienamente adulti, c’è un rapporto affettivo profondo, tuttavia, stando ai testi omerici non ha alcun senso parlare di omosessualità almeno nella dimensione strettamente sessuale del termine, la mia lettura però contrasta con altre di grande autorità, in primo luogo con quella di Platone che va considerata con molta attenzione, pur dando per scontato che Platone tende spesso a vedere una dimensione omosessuale anche dove in realtà, ad un occhio moderno, non compare nulla del genere.
Nel Simposio Platone ricorda che gli dei concessero ad Alcesti, moglie di Admeto, di uscire dal regno di morti e di tornare a vivere perché Alcerti aveva accettato di mettere a rischio la sua vita per amore, ma gli stessi dei avevano mandato via dall’Ade Orfeo, figlio di Eagro, senza concedergli nulla: gli mostrarono soltanto un’immagine della donna per la quale era venuto (Euridice). La sua anima, infatti, sembrava loro debole, perché altri non era che un suonatore di cetra; non aveva avuto il coraggio di morire, come Alcesti, per il suo amore, ma aveva cercato con tutti i mezzi di penetrare da vivo nel regno dei morti.
Quindi Platone prosegue (Simposio 179e-180b):

“È certamente per questa ragione che essi gli hanno inflitto questa punizione e hanno fatto in modo che morisse per mano delle donne (fatto a pezzi durante un’orgia dionisiaca). Non hanno agito nello stesso modo con Achille, il figlio di Teti: l’hanno trattato con onore, aprendogli la via per le isole dei beati. Achille infatti, avvertito dalla madre che sarebbe morto se avesse ucciso Ettore, e sarebbe invece tornato al suo paese finendo i suoi giorni da vecchio se non lo avesse fatto, scelse con coraggio di restare al fianco di Patroclo, il suo amante, vendicandolo: scelse non di morire per salvarlo, perché era già stato ucciso, ma di seguirlo sulla via della morte.

Così gli dei, pieni di ammirazione, gli hanno tributato onori eccezionali, per aver posto così in alto il suo amante. Eschilo scherza quando pretende che Achille sia l’amante di Patroclo: Achille era più bello non soltanto di Patroclo, ma anche di tutti gli altri eroi messi insieme; era un ragazzo, non aveva ancora la barba, ed era quindi assai più giovane di Patroclo, come dice Omero.

Così se gli dei onorano soprattutto questo particolare tipo di coraggio che si mette al servizio dell’amore, essi ammirano, stimano, ricompensano ancor di più la tenerezza dell’amato per l’amante che quella dell’amante per i suoi amati. L’amante, infatti, è più vicino al dio dell’amato, perché un dio lo possiede. Ecco perché gli dei hanno onorato Achille più che Alcesti, aprendogli la via per le isole dei beati. Ecco dunque, io lo dichiaro, Eros è tra gli dei il più antico e il più degno, ha i maggiori titoli per guidare l’uomo sulla via della virtù e della felicità, sia in vita che nel regno dell’aldilà.”

Non solo Platone dà per scontato che si tratta di un amore omosessuale ma lo inquadra nella categorie della pederastia di età classica che separa nettamente le posizioni dell’amante (erastes), più grande, un adulto con ruolo sessuale attivo, e dell’amato (eromenos), più giovane, un adolescente con ruolo sessuale passivo.

Secondo Platone, Achille era più giovane di Patroclo come risulterebbe da Omero, anche se in realtà Omero non lo dice. Platone considera un segno della differenza di età il fatto che le rappresentazioni pittoriche ritraggano Achille senza barba e Patroclo con la barba e ne deduce che Achille, non potesse che essere l’amato (l’eromenos). Proprio perché non da amante ma da amato Achille aveva scelto la morte per seguire il suo compagno, il suo gesto sarebbe  stato considerato dagli dei di rarissima nobiltà. Platone accenna al fatto che Eschilo (nei Mirmidoni) avrebbe ritenuto Achille l’amante e Patroclo l’amato ma considera questo fatto una celia di Eschilo perché la cosa gli sembra palesemente assurda.

In un frammento dei Mirmidoni effettivamente Eschilo tratta della omosessualità di Achille e Patroclo accennando in modo esplicito ad un rapporto sessuale: Achille davanti al cadavere dell’amico morto, lo accusa di aver tradito il loro amore: “Tu non hai rispettato la purezza augusta delle tue cosce (sesso intercrurale), malgrado i nostri baci”.

Bastano queste testimonianze o meglio queste letture del mito omerico per parlare di omosessualità di Achille e Patroclo? Probabilmente no. Tra Achille e Patroclo tuttavia sussiste, nell’Iliade, un rapporto affettivo fortissimo tra adulti che per molti aspetti rimanda all’affettività omosessuale vista con un’ottica moderna. Onestamente parlerei soprattutto di omoaffettività, che compare in modo fortissimo, e sarei portato a ritenere comunque una forzatura sia la lettura di Platone che quella di Eschilo perché tipizzare il rapporto tra Achille e Patroclo come una forma di pederastia urta conto l’evidenza che si trattava comunque di due adulti. Achille, che sarebbe il più giovane dei due, aveva combattuto a Troia per 10 anni e vederlo nel ruolo dell’eromenos sembra proprio un’incongruenza e a maggior ragione il ruolo di eromenos è palesemente incongruo anche per Patroclo.

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