AMORE GAY DA GAY SINGLE A COPPIA GAY

da gay single a coppia gay

Ciao,

permettimi di partire da un’analogia di carattere chimico-fisico che, secondo me si presta ad introdurre il discorso. L’energia potenziale di un corpo in un campo di gravità come quello terrestre in cui viviamo è proporzionale all’altezza del corpo, per portare un corpo in alto si compie un lavoro che viene immagazzinato sotto forma di energia potenziale nel corpo e può essere restituito come energia cinetica quando il corpo cade dalla posizione più alta per tornare a quella più bassa. Tutti i copri hanno la tendenza naturale ad occupare le posizioni più basse che possono raggiungere, cioè a collocarsi al minimo livello possibile di energia potenziale. Osservando la curva della figura immaginiamo di avere un corpo nel punto A, punto di minimo di una curva (un vincolo) sulla quale il corpo può muoversi. Se il tratto di curva da A a C non avesse un massimo ma fosse costantemente decrescente il corpo scivolerebbe naturalmente nella posizione C e vi resterebbe stabilmente perché il punto C sarebbe per esso il punto più basso raggiungibile. Se invece tra A e C ci fosse un punto di massimo B il corpo per passare da A a C dovrebbe prima aumentare la sua energia potenziale salendo fino al punto B per poi diminuirla scendendo al punto C. La differenza di altezza tra A e C rappresenta la differenza tra lo stato iniziale e quello finale, se l’altezza del punto C è inferiore all’altezza del punto A, possiamo dire che lo stato finale C è più stabile di quello iniziale, ma se per passare da A a C il corpo deve oltrepassare il massimo rappresentato dal punto B ad una altezza maggiore dell’altezza di A, il corpo per raggiungere uno stato finale più stabile (C) deve passare per uno stato intermedio (B) più instabile (a maggiore energia potenziale) rispetto allo stato di partenza A. La differenza di altezza tra A e B rappresenta l’energia di attivazione del passaggio tra A e C, se il corpo che si trova in A non arriva prima in B caricandosi di energia potenziale non potrà ricadere in C diminuendo nettamente la sua energia potenziale rispetto al punto di partenza A.

Se il copro di cui parliamo non può ricevere energia dall’esterno, il passaggio da A a C avviene solo se non c’è il picco di attivazione B, ed è un passaggio irreversibile, il corpo cade, perde la sua energia cinetica nell’urto e resta lì perché non può riacquistarla. Per fare passare il corpo da C ad A sarebbe necessario fornirgli energia dall’eterno e questo è stato escluso per ipotesi, il corpo resta quindi definitivamente in C.

Se invece si ipotizza che sia possibile fornire energia al sistema dall’esterno, viene meno anche il concetto di irreversibilità, il corpo che si trova in A deve ricevere dall’esterno una energia di attivazione paria alla differenza di altezza tra A e B (relativamente piccola) per passare in C (ipotizzato a un livello più basso di A) e restituire energia pari alla differenza di quota tra B e C, maggiore dell’energia di attivazione, il processo quindi, al termine, conduce ad una diminuzione di energia potenziale e ad una maggiore stabilità. Se il corpo fosse in C potrebbe ritornare in A ma solo ricevendo dall’esterno un’energia pari al salto tra C e B, energia di attivazione del passaggio tra C e A, e restituendo alla fine una quota di energia corrispondente al dislivello tra B e A, miniore dell’energia di attivazione, in questo caso quindi il processo porterebbe a uno stato finale meno stabile di quello di partenza. Le osservazioni fatte hanno una validità generale in moltissimi campi e costituiscono la base della teoria della stabilità.

Proviamo ad applicare quanto detto al mondo dell’affettività. Immaginiamo di porre in ordinata lo stress e immaginiamo di rappresentare in ascissa una successione di stati possibili per un ragazzo, dalla condizione di single instabile che non pensa ad avere una vita di coppia (tratto che precede il punto A) a alla condizione di single che si sta spostando verso un coinvolgimento di coppia (tratto AC) alla condizione di componente di una coppia in condizione instabile (tratto oltre C). La curva è la cosiddetta curva di stress. Ipotizziamo che un ragazzo si trovi nello stato A, punto di minimo stress e quindi di relativa stabilità. Se il picco rappresentato dal punto B non ci fosse e il tratto della curva da A a C fosse costantemente decrescete lo spostamento verso una situazione meno stressante C sarebbe naturale e spontaneo. Il ragazzo passando gradualmente da A a C diminuirebbe il suo stress in modo progressivo fino alla nuova situazione di stabilità. Tuttavia accade spessissimo che la curva di stress presenti un massimo tra A e C, in questo caso per passare da una situazione di minimo stress relativo A ad un’altra di minimo stress relativo, inferiore ad A, rappresentata dal punto C, è necessaria una energia (uno stress) di attivazione, cioè è necessario un aumento dello stress che porti a superare lo stress di picco rappresentato dal punto B, per poter poi collocarsi in una situazione finale di maggiore stabilità C.

Immaginiamo che il punto A rappresenti un soggetto in condizione di single in equilibrio e il punto C rappresenti lo stesso soggetto in condizione di vita di coppia in equilibrio. Ammettiamo per ipotesi che C sia una condizione meno stressante di A, se la curva AC è sempre discendente il passaggio da A a C è spontaneo e non presenta alcun problema in termini di aumento di stress, se tra A e C esiste un massimo B, per passare da A a C occorre uno stress di attivazione. Tanto più alto è questo stress di attivazione tanto più il processo è difficile. Inoltre, se il picco B non esiste chi si trova in A vede la prospettiva libera fino a C, ossia capisce dove sta andando e quindi se la situazione finale sarà di maggiore o di minore stabilità, se invece il picco B esiste, e quindi il passaggio da A a C necessità di uno stress di attivazione, chi si trova in A non è in grado di vedere che cosa c’è oltre il picco B e non può quindi capire fin dall’inizio se il superamento del picco di stress B sarà vantaggioso o svantaggioso, perché il punto C potrebbe anche trovarsi più in alto di A e la situazione di vita di coppia potrebbe quindi essere più stressante di quella di single. Per un etero in genere il tratto AC non presenta punti di massimo tra A e C, il soggetto capisce fin dall’inizio verso dove si sta muovendo e può quindi rendersi conto in partenza del fatto che la sua condizione in situazione di vita di coppia in certi casi sarebbe peggiore di quella da single (C più in alto di A). Per un gay invece lo stress di attivazione del processo che lo porta dalla condizione di single alla condizione di coppia esiste eccome ed è rappresentato dai problemi di carattere sociale e dalla parziale accettazione della omosessualità che si devono superare per arrivare alla vita di coppia. Per di più per un gay non è prevedibile in partenza, proprio per l’esistenza del picco B, se l’esito finale del tentativo di passare ad una vita di coppia sarà stabilizzante (minore stress) o ulteriormente destabilizzante (maggiore stress). Assumiamo per ipotesi, per semplificare il discorso, che la vita di coppia sia meno stressante della vita da single (C più in basso di A). Per passare dallo stato A allo stato C le strade possibili sono tante a tutte diverse una dall’altra, alcune di esse hanno stress di attivazione molto alto, altre decisamente più basso. I chimici sanno che la presenza di un catalizzatore fa in modo che una reazione con forte energia di attivazione, che per ciò stesso tende a non avvenire, può invece avvenire facilmente attraverso una serie di passaggi intermedi tutti a bassa energia di attivazione. Così nella vita affettiva, pensare di passare dalla situazione di single a quella di coppia in un solo passo è irrealistico (stress di attivazione altissimo e forte incertezza circa la maggiore stabilità della vita di coppia rispetto a quella da single) e per questo si cerca di creare una serie di passaggi intermedi, tutti a basso stress di attivazione, che possano portare al risultato finale. Tra l’altro valutando l’incremento di stress passo dopo passo è possibile farsi un’idea della convenienza dell’intero processo. Si parte dal creare un contatto, poi una simpatia, poi un’amicizia, un’amicizia sempre più stretta e ad ogni passo si valuta l’opportunità di fare il passo successivo.

Vengo adesso all’idea della identità e della complementarità. Un gay riesce ad affezionarsi profondamente ad un ragazzo quando lo sente veramente affine, in questo senso il fatto che l’altro sia gay è una condizione necessaria ma non sufficiente. Non basta che sia un ragazzo, altrimenti non si tratterebbe neppure di omosessualità, ma deve essere anche un ragazzo gay, perché senza questa condizione la reciprocità è teoricamente impossibile. In sostanza partendo dall’insieme “ragazzi”, ci si limita al sottoinsieme “ragazzi gay”, ma il processo di progressiva restrizione del campo procede ulteriormente imponendo la condizione che si tratti di un “ragazzo gay affine” cioè di uno che possiamo percepire come profondamente simile. Faccio un esempio classico di condizione restrittiva, un ragazzo gay non dichiarato orienta la sua ricerca tra i “ragazzi gay non dichiarati”. E ancora, un ragazzo gay che abbia un’esperienza di vita collegata ad un senso forte delle religione si indirizza prevalentemente verso ragazzi con esperienze affini. È poi naturale che un ragazzo si orienti verso ragazzi che percepisce avere una sessualità affine alla sua, cioè basata su fantasie e comportamenti sessuali simili, condizione senza la quale l’equilibrio sessuale è in realtà molto difficoltoso. È certamente più semplice trovare un’armonia di coppia tra persone strettamente simili che condividono lo stesso tipo di sessualità e per questo non hanno particolari disagi nella sessualità di coppia che non richiede, in questi casi, sforzi di adattamento da parte di nessuno dei due. Questi meccanismi di identificazione sono alla base anche dei rapporti di amicizia e valgono anche in campo etero ma in campo etero la sessualità ha inevitabilmente dei ruoli ben definiti e quindi nella dimensione strettamente sessuale di una coppia etero l’identificazione assume un senso molto relativo, mentre per un gay resta un valore importante anche nel campo strettamente sessuale. Perché un ragazzo si può trovare più o meno bene in Progetto Gay? Perché può essere più o meno in grado di stringere amicizie in questo ambito? La risposta viene da sé, maggiore è il grado di affinità che percepisce con gli altri ragazzi maggiore è il suo grado di integrazione e di gratificazione. Per un gay nei confronti dei ragazzi valgono regole analoghe a quelle che governano i rapporti di un etero con le ragazze: non esiste un confine definibile tra amicizia e amore, ma l’amicizia seria è la condizione minima per qualunque rapporto autentico di coppia. Aggiungo ancora che i ruoli, e non parlo di ruoli sessuali ma familiari, per un etero hanno un significato anche in rapporto ai figli, in queste situazioni la differenziazione tra il maschile e il femminile all’interno della coppia è automatica e spontanea. Tra i gay invece la condizione di sostanziale parità è una delle poche garanzie di equilibrio e di stabilità. Più il rapporto e sbilanciato più e fragile. Aggiungo che tra i gay il meccanismo di identificazione agisce anche e profondamente all’interno della coppia già costituita, se è una vera coppia: si assumono atteggiamenti dell’altro o meglio si condividono atteggiamenti del viso e del corpo, modi di esprimersi, e anche di ragionare e, col passare del tempo, se il rapporto funziona, si percepisce realmente l’altro come l’altra metà di sé. Questi meccanismi agiscono allo stesso modo anche nelle amicizie amorose, più o meno unilateralmente sessualizzate e nelle cosiddette migliori amicizie che per un gay possono essere un passo “a basso stress di attivazione” verso rapporti più coinvolgenti.

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GAY E REPRESSIONE DELLA SESSUALITÀ

Questo post mira ad illustrare le cause ed i meccanismi del rifiuto della omosessualità da parte di ragazzi che sono o sono stati pienamente consapevoli di essere gay. “Sì io sono così, ma non voglio essere così!”. Il rifiuto della omosessualità sintetizzato in questa frase si presenta come un atto volontario e libero di scelta ma la realtà è del tutto diversa. La repressione familiare e sociale della omosessualità ne impedisce ogni libera manifestazione al punto che la coscienza familiare e sociale finisce per sostituire la coscienza individuale nella motivazione delle scelte, fino a portare un ragazzo a rinunciare ad avere la sua coscienza personale pur di non essere espulso del gruppo.

Esaminiamo separatamente i rapporti interpersonali che portano alla abdicazione alla coscienza individuale. Partiamo dall’ambiente familiare. “Odio i miei genitori perché se sono gay è colpa loro! Mi hanno sempre assillato con l’idea di avere una ragazza e così mi hanno portato a pensare che stare con una ragazza fosse un dovere e ho finito per odiare perfino l’idea di stare con una ragazza, ma se loro non si fossero impicciati non sarebbe stato così. Avevo un amico e gli volevo bene, ma hanno cominciato a dire che non dovevo uscire con lui ma con una ragazza, che quel ragazzo mi avrebbe portato sulla cattiva strada, e io, pur di fare il contrario di quello che volevano loro, con quel ragazzo ho passato tantissimo tempo. È cominciato tutto così, alla fine per me c’era solo quel ragazzo”. Chi scrive queste parole rimprovera i genitori di essersi intromessi pesantemente nella sua vita privata apparentemente proponendo ma sostanzialmente tentando di imporre dei valori che avrebbero portato di conseguenza “per reazione” verso l’omosessualità. Come si vede, questo ragionamento mira alla ricerca di “colpe” che avrebbero portato alla omosessualità. In realtà, però, gli elementi centrali del discorso restano due “l’omosessualità è un male”, “l’omosessualità è la conseguenza di comportamenti sbagliati”. Queste due ultime affermazioni sono il segno che i valori della morale familiare e sociale sono stati profondamente interiorizzati e in pratica la sola reazione che si verifica consiste nel dire ai genitori: “La colpa non è mia ma vostra!” Ma l’idea che l’omosessualità sia una male è talmente interiorizzata che il figlio arriva ad odiare i genitori per avergli procurato questo male gravissimo. Di fronte al teorema della morale familiare: “L’omosessualità è una cosa molto brutta e ti ci sei cacciato per colpa tua” la reazione arriva a negare solo la seconda parte di questa affermazione: “Non è vero che la colpa è la mia, la colpa è vostra!” Lo stesso uso del concetto di colpa e della omosessualità come conseguenza di una colpa sa molto mi morale religiosa. Un ragazzo sessualmente represso che abbia interiorizzato la morale familiare non accusa i genitori di avergli impedito di essere gay ma anzi li accusa di averlo fatto diventare gay “per reazione”. Naturalmente in queste situazioni ci sono a monte delle carenze familiari molto pesanti o quanto meno della forme di ignoranza grave che si manifesta in interventi educativi di tipo repressivo. L’educazione ha come elemento fondamentale il dialogo e il rispetto reciproco, che in queste situazioni vengono meno, in buona sostanza queste famiglie sul piano affettivo non sono neppure famiglie.

In modo simile si dà abusivamente il nome di amicizia a dei rapporti, più di gruppo che interpersonali, nei quali manca del tutto la dimensione affettiva e l’unico valore riconosciuto è l’appartenenza al gruppo. È il caso tipico dei gruppi di ragazzi che trovano la loro coesione nel fatto di passare molte ore insieme in giro per la strada o nei bar. Specialmente nei piccoli paesi dove tutti si conoscono, far parte di questi gruppi è praticamente un obbligo al quale è impossibile sottrarsi. Quando un ragazzo gay sessualmente represso dice: “Esco con gli amici” dovrebbe dire invece: “Siccome non voglio rimanere in casa per nessun motivo perché in casa non potrei comunque avere neppure un minimo di libertà, tento di integrarmi nel gruppo”. Nel gruppo, in assenza di rapporti seri di carattere personale, si parla di sport, di politica e ovviamente di ragazze e per integrarsi nel gruppo è necessario conformarsi al modo di fare e di ragionare di gruppo, quindi è necessario essere etero perché il gruppo combina uscite del sabato sera, appuntamenti in discoteca e simili ma sempre e solo seguendo una logica etero. Con questi “amici” un ragazzo gay può integransi solo fingendo di essere etero o meglio (cioè peggio) “volendo” essere etero ad ogni costo.

Quali possibilità di confronto o di dialogo minimamente serio ha un ragazzo che si senta gay in situazioni del genere? Praticamente e paradossalmente ne ha una sola e cioè creare, nei limiti del possibile, un rapporto autentico con una ragazza e qui viene la parte più delicata del problema della repressione sessuale. Mettersi con una ragazza  non è solo una scelta di facciata o la risposta obbligata alle richieste espresse o tacite della famiglia o del gruppo ma è praticamente l’unico modo che un ragazzo gay sessualmente represso ha di creare un rapporto che abbia un contenuto affettivo reale. Un ragazzo gay, proprio per il fatto che dimostra in genere un atteggiamento diverso nei confronti della ragazze, molto più legato a una ricerca di dialogo che ad un approccio immediatamente sessuale, con le ragazze ha in genere un certo successo. Per un verso è portato a vivere il rapporto con una ragazza come una copertura sociale ma per l’altro si rende conto che con una ragazza un rapporto affettivo vero è possibile e non è raro il caso che questi rapporti affettivi diventino molto importanti, anche se per motivi diversi, sia per la ragazza che per il ragazzo gay. La ragazza ci vede una bellissima storia d’amore, il ragazzo una reale possibilità di dialogo. Il dialogo in genere si approfondisce e col passare del tempo la ragazza alimenta sempre di più la speranza che quel rapporto arrivi finalmente a manifestasi anche sotto forma di interesse sessuale ma la cosa tarda ad accadere. Le ipotesi possibili a questo punto sono due, o il ragazzo tenta un approccio sessuale con la ragazza che, date le condizioni di particolare calore affettivo, potrebbe benissimo avere un risultato almeno in parte positivo portando il ragazzo all’idea di una ritrovata eterosessualità, o il ragazzo mette da parte del tutto la possibilità di un contatto sessuale con la ragazza e arriva a pensare di poterle confidare di essere gay. Ovviamente si tratta di due ipotesi molto diverse ma non è raro il caso che si possano presentare una dopo l’altra.

Quando un ragazzo arriva a dire alla ragazza con la quale ha costruito un rapporto affettivo serio di essere gay in genere si sente sicuro che l’esito non sarà distruttivo del rapporto e infatti spesso il rapporto sopravvive al coming out. La ragazza, se è realmente innamorata, tende a non dare alla dichiarazione del ragazzo un peso troppo grande, vede che il ragazzo la cerca, sta bene con lei e pensa che la “fase gay” sia in via di risoluzione e che con po’ di pazienza tutto si aggiusterà, cosa che però non accade e, superata la fase del coming out, in assenza di segnali sessuali incoraggianti, la ragazza gradualmente tende ad allentare i rapporti, tanto più se vede spesso il ragazzo distratto da altri interessi, non è raro il caso che si arrivi a una rottura traumatica, in genere perché il ragazzo accusa ingiustamente la ragazza di volerlo condizionare e di togliergli la libertà. Tuttavia il rapporto con la ragazza in questi casi ha un valore estremamente positivo perché rafforza nel ragazzo l’idea di essere gay, non sono però rari i casi in cui, anche dopo il coming out con la ragazza, il ragazzo rinnega del tutto il suo essere gay e si impegna con tutte le sue forze per essere etero e per non perdere l’appoggio della ragazza che ormai giudica indispensabile. In queste situazioni, di fatto, è come se il coming out fosse annullato. Ci sono ragazze che mantengono in queste situazioni un atteggiamento possibilista ma prudente e ce ne sono altre che ci ravvisano una ormai chiaramente avvenuta conversione eterosessuale del ragazzo. In ogni caso la situazione torna a livelli di maggiore ambiguità.

Le situazioni più complicate non sono però quelle in cui si arriva ad un coming out del ragazzo nei confronti della ragazza ma quelle nelle quali si arriva a costruire una relazione anche sessuale tra il ragazzo e la ragazza. Queste relazioni per la ragazza hanno, a maggior ragione per la presenza del coinvolgimento sessuale, la valenza di vere storie d’amore, mentre per il ragazzo sono dei classici esperimenti sessuali in cui ci si mette alla prova. Se la prova è superata, cioè se c’è un coinvolgimento sessuale che permetta di arrivare fino in fondo, il ragazzo si sente gratificato, perché ha superato il suo esame e ha ottenuto la sua patente etero, la ragazza lo vede sinceramente soddisfatto e attribuisce quella soddisfazione al coronamento di un sogno d’amore anche da parte del ragazzo, mentre il primo motivo di soddisfazione per il ragazzo è costituto dal potersi finalmente considerare etero. In questa relazione che ormai ha anche dei risvolti sessuali il ragazzo non tende a prendere l’iniziativa, o lo fa solo per mettersi ulteriormente alla prova e soprattutto, per il ragazzo, avere rapporti sessuali con la ragazza non rappresenta tutta la sessualità perché anche in presenza di possibilità concrete e di facile realizzabilità di rapporti sessuali con la ragazza, il ragazzo non sfrutta a pieno quelle possibilità e conserva una sessualità masturbatoria totalmente orientata in direzione gay, anche con l’uso di pornografia gay. Questo fatto è in genere interpretato dal ragazzo come un vizio che bisogna togliersi. Tuttavia, dopo i primi tempi, i rapporti con la ragazza tendono ad andare in crisi, il ragazzo si sente insoddisfatto da “quella” ragazza ed è portato a seguire la logica etero del cambiare ragazza. All’esterno tutto questo comportamento appare come tipico di un ragazzo etero, l’integrazione familiare migliora e così quella all’interno del gruppo degli “amici”, ma la masturbazione in chiave gay resta, l’uso di pornografia gay resta e l’omosessualità tende sempre più ad essere considerata come un vizio nato per reazione ad errori educativi della famiglia: “Se i miei non si fossero messi in mezzo io adesso sarei felice, ho una ragazza che mi vuole bene e non mi mancherebbe nulla”. In questa espressione non si dice “sono innamorato di una ragazza” e nemmeno “voglio bene a una ragazza” ma “ho una ragazza che mi vuole bene” il che è decisamente diverso. In queste situazioni viene meno anche l’idea di essere gay, e se anche quell’idea aveva portato in precedenza il ragazzo al coming out verso la ragazza, il coming out viene del tutto rimosso. Una ragazza mi ha scritto: “Lui prima mi ha confessato di essere gay, di masturbarsi pensando ai ragazzi e di fare uso di pornografia gay, però poi tra noi le cose sono andate molto bene anche sul piano sessuale e quando gli ho chiesto se si sentiva ancora gay ha detto che io non avevo capito bene e che erano solo dubbi come quelli che vengono a tutti i ragazzi e che lui gay non ci si è sentito mai”.

Che cosa può fare una ragazza in una situazione simile? Credere che la “fase gay” sia realmente superata e che si possa magari dare al rapporto una dimensione più ufficiale attraverso una presentazione del ragazzo ai genitori della ragazza, nella prospettiva di un futuro matrimonio, sembrerebbe la via più naturale e in genere il ragazzo è, almeno inizialmente, favorevole a questo tipo di scelta che non fa che confermarlo nell’idea di essere etero e gli attribuisce per di più la qualifica sociale di fidanzato ufficiale. In realtà tuttavia qui cominciano a manifestarsi le debolezze del rapporto. Il ragazzo prima dice di sì, poi ci ripensa e si rende conto che potrebbe chiudersi in una trappola, ma non perché si sente gay, questione che gli sembra ormai superata, ma perché quella “potrebbe non essere la ragazza giusta”. Il teorema del “potrebbe non essere la ragazza giusta” può salvare il ragazzo dal matrimonio una o due volte, ma quando l’età avanza il passo decisivo non si può più eludere e così si arriva anche al matrimonio che sembra il coronamento perfetto di una storia tipicamente etero, turbata solo da qualche incertezza di orientamento sessuale ancora di tipo adolescenziale e dal permanere di una masturbazione in chiave gay, che non mai sparita del tutto ma è stata degradata al livello di vizietto che non potrà comunque mettere in crisi la serenità di un matrimonio, tanto più se allietato dalla nascita di figli. Non è raro che prima del matrimonio arrivi un minimo di resipiscenza e che il ragazzo senta l’esigenza di confidarsi e di chiedere consiglio e qui, spesso, sedicenti esperti gli offrono tutto il loro sostegno nel trovare che per certe “stupide fantasie” il matrimonio è il rimedio migliore e che tutto sarà certamente risolto dalla pratica della vita matrimoniale. Nei primi tempi le cose sembrano effettivamente andare così e possono anche restare per lunghi periodi a questo livello ma poi il senso di insoddisfazione si fa sentire. Le mogli si rendono conto che c’è qualcosa  che non va, il dialogo coi mariti è in crisi e non si capisce perché, i mariti sono nevrotici, ansiosi, hanno bisogno di un sostegno psicologico, cominciano a strare parecchio tempo fuori casa, talvolta anche di notte, ricevono sms che non aprono subito e telefonate che si riducono a uno “Scusami, ora non posso, ti richiamo io” oppure le mogli scoprono nei computer dei mariti tracce dell’uso di pornografia gay o messaggi amorosi scambiati con uomini e a quel punto il matrimonio è in crisi totale.

In sintesi: negare la propria sessualità produce alla lunga effetti negativi ai quali è molto difficile trovare un rimedio.

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COME NON HO CAPITO E NON HO ACCETTATO DI ESSERE GAY

Questo post mira a mettere in evidenza i meccanismi tipici della inconsapevolezza e della non accettazione dell’essere gay, in questo senso presenta una rassegna dei meccanismi di rimozione e sottovalutazione di tutti gli elementi che, se correttamente interpretati, porterebbero alla consapevolezza e all’accettazione dell’essere gay.

ESSERE GAY

Assumiamo come definizione di base che essere perfettamente eterosessuale significhi innamorarsi affettivamente e sessualmente in modo esclusivo di persone del sesso opposto e che essere perfettamente omosessuale significhi innamorarsi affettivamente e sessualmente in modo esclusivo di persone del proprio sesso. Resta ovviamente che tutte le posizioni intermedie sono comunque possibili.

Ora il problema è identificare innanzitutto in che cosa si concretizzi l’innamoramento affettivo e sessuale. Che vuol dire per esempio innamorarsi affettivamente e sessualmente in modo profondo di un ragazzo? Provo a rispondere sulla base dell’esperienza maturata in Progetto Gay.

Innamorarsi affettivamente di un ragazzo significa:

1) Desiderarne intensamente la presenza (creare occasioni per stare spesso accanto a quel ragazzo, cercare di ritardare il più possibile il momento della separazione quando si sta con lui, percepire che il tempo passa lentissimo quando aspettiamo di vederlo e che passa velocissimo quando stiamo insieme con lui, scambiare appena possibile sms con quel ragazzo e aspettare ansiosamente le sue risposte, cercare di metterlo totalmente a suo agio, avere il piacere di ascoltarlo).

2) Provare per quel ragazzo forme di solidarietà (provare sensazioni di disagio quando lui è in difficoltà o non sta bene, provare sensazioni dei felicità quando lui è felice anche per questioni che con hanno nulla a che fare con noi, volergli stare vicino per aiutarlo a risolvere i suoi problemi).

3) Desiderare di conoscere il più possibile sulla vita di quel ragazzo: se ha una ragazza, chi sono i suoi amici, come passa il suo tempo, che ipotesi fa per il suo futuro.

4) Provare forme di gelosia (quando quel ragazzo dimostra particolare simpatia o attenzione per una ragazza o per un altro ragazzo, anche al livello di amicizia importante, sperare che le sue storie d’amore finiscano presto o che gli lascino almeno il tempo per rimanere con noi).

Innamorarsi sessualmente di un ragazzo significa:

1) Percepire la gradevolezza della presenza fisica di quel ragazzo (restare colpiti dal suo sguardo, dalla sua voce, dalla sua stretta di mano, dal suo modo di sorridere, di muovere le mani, di camminare, vedere qualcosa di perfetto in alcuni particolari fisici di quel ragazzo come il colore della pelle, dei capelli, l’armonia del suo fisico, la forma delle mani o del volto, il calore emanato da quel ragazzo, il suo odore).

2) Vivere la presenza di quel ragazzo come sessualmente eccitante (andare in erezione quando si sta vicino a lui, specialmente quando si sta da soli, anche senza nessuna apparente implicazione sessuale).

3) Chiedersi se quel ragazzo è anche lui sessualmente coinvolto e cercare di capire, per esempio, se anche lui va in erezione per la nostra presenza.

4) Fermarsi ripetutamente a fantasticare su quello che si vorrebbe fare con quel ragazzo immaginandolo sessualmente coinvolto.

5) Sognare quel ragazzo in situazioni di nudità o di coinvolgimento sessuale con noi.

6) Masturbarsi pensando a quel ragazzo e sognare che anche lui possa fare lo stesso.

È ovvio che tra le forme di coinvolgimento affettivo e quelle di coinvolgimento strettamente sessuale ci sono ampie zone di ricopertura e di continuità e che le distinzioni troppo analitiche hanno un significato molto relativo. Un solo concetto va sempre tenuto presente e cioè che perché ci sia un vero innamoramento non basta né il solo interesse sessuale né il solo interesse affettivo, le due componenti sono entrambe necessarie.

CAPIRE DI ESSERE GAY E ACCETTARE DI ESSERE GAY

L’essere gay può essere vissuto senza attribuire all’innamoramento oggettivo che si vive alcuna connotazione consciamente gay, in questo caso non si potrà parlare di identità gay perché il significato dell’innamoramento non è ancora stato inquadrato correttamente dalla persona che pure lo vive. Si manifesta così il problema di capire e di accettare di essere gay, problema che, in ambienti fortemente orientanti alla eterosessualità, può non essere di facile soluzione.

CONSAPEVOLEZZA

Le idee più tipiche che ritardano le presa di coscienza della omosessualità fanno ricorso alla sostituzioni dei termini che contengono riferimenti alla sessualità con altri più neutri o a pretese motivazioni alternative dell’interesse verso un altro ragazzo e sono più o meno sintetizzabili così:

1) Non sono innamorato di un ragazzo ma lo considero come esempio da seguire perché lui è bello, realizzato e felice e io non lo sono. Si tratta della cosiddetta categoria del “modello” assai usata tempo fa per contrastare la consapevolezza di essere gay attraverso la lettura dell’interesse verso un altro ragazzo in termini di pura emulazione.

2) Mi piace ma è solo un piacere estetico. In questa classica affermazione non si usa l’espressione “sono innamorato” ma al suo posto l’espressione “mi piace”, individuando il motivo dell’attrazione al di fuori della sfera sessuale in una dimensione puramente estetica. Si dice: “Mi giro a guardarlo ma solo perché è bello” e quel “solo” tende ad escludere l’idea di un coinvolgimento sessuale.

3) Mi sento fisicamente attratto da lui ma non ne sono innamorato perché sono eterosessuale e quindi mi innamoro solo di ragazze. Osservo a questo proposito che l’ultima affermazione capovolge la logica del discorso e trasforma quelle che dovrebbero essere le conclusioni in premesse. Secondo la logica si dovrebbe dire: “Mi innamoro solo di ragazze (dato di fatto) quindi sono eterosessuale (verifico la definizione di eterosessuale)”, si dice invece: “Sono eterosessuale (affermazione assiomatica assunta per principio) quindi mi innamoro solo di ragazze (comportamento dovuto, deduzione dall’assioma)”. Sottolineo che dire “Mi sento fisicamente attratto da lui ma non ne sono innamorato perché sono eterosessuale e quindi mi innamoro solo di ragazze” significa operare una separazione tra la sessualità “essere fisicamente attratti” (noto che anche qui non si usa l’espressione “innamorarsi”) riservata ai ragazzi e l’innamoramento affettivo che sarebbe il “vero innamoramento” riservato alle ragazze. Chi usa questo linguaggio è convito di vivere per le ragazze un amore “più alto” perché non sessualizzato.

4) È solo una fase transitoria, quando troverò la ragazza giusta tutte queste fantasie passeranno. Questa frase esprime la cosiddetta concezione della omosessualità transitoria o evolutiva. Qui non si nega l’attrazione omosessuale ma la si svilisce confinandola in una dimensione cronologicamente limitata, ma meglio sarebbe dire attribuendole una dimensione di sostanziale immaturità affettiva e sessuale che sarà superata dall’avvento di una sessualità etero matura “quando arriverà la ragazza giusta”. Direi che l’idea della fase transitoria è particolarmente subdola perché non definisce nessun limite temporale concreto e permette una serie indefinita di rinvii della questione a una ipotetica risoluzione automatica generata dall’esterno. Il punto di vista della omosessualità come espressione di una adolescenza non ancora compiuta e cioè della omosessualità superabile è quello adottato dalla Congregazione per l’educazione cattolica per l’ammissione in seminario delle persone con tendenze omosessuali. La Chiesa “non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay. Le suddette persone si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne. Non sono affatto da trascurare le conseguenze negative che possono derivare dall’Ordinazione di persone con tendenze omosessuali profondamente radicate. Qualora, invece, si trattasse di tendenze omosessuali che fossero solo l’espressione di un problema transitorio, come, ad esempio, quello di un’adolescenza non ancora compiuta, esse devono comunque essere chiaramente superate almeno tre anni prima dell’Ordinazione diaconale.”

ACCETTAZIONE

Una volta che comunque si sia giunti alla consapevolezza di essere gay, la cosa non è comunque sempre accettata pacificamente, perché parecchi preconcetti molto radicati ne ostacolano l’accettazione. Molti di questi preconcetti sono di derivazione religiosa e sono quindi intrinsecamente dogmatici. I meccanismi della non accettazione fanno leva sempre sulla necessità di una appartenenza (familiare, religiosa o sociale) che sarebbe incompatibile con l’omosessualità. Le idee più tipiche che rendono difficile l’accettazione della omosessualità si possono riassumere così:

1) Sono cose che fanno tutti, sono solo delle forme di esplorazione della sessualità. In questa frase si concentrano due approcci negazionisti distinti: a) “lo fanno tutti” (cosa assolutamente non vera) quindi il tuo non è un comportamento autenticamente omosessuale. b) “non si tratta di omosessualità ma di esplorazione sessuale”, torna qui la tecnica del cambiare nome alle cose per negarle.

2) I gay sono persone fissate col sesso e ne fanno di tutti i colori e io non ho nulla a che vedere con loro. Con affermazioni di questo genere si cerca di generare un senso di disgusto verso l’omosessualità degradandola moralmente. Qui si può parlare propriamente di omofobia interiorizzata.

3) È un vizio che mi devo togliere. Questa affermazione rappresenta in un certo senso un passo in avanti perché l’omosessualità è pienamente consapevole ma bollata, perfino da chi la vive, col marchio della immoralità. In queste situazioni pesano molto le iterate condanne della omosessualità da parte della chiesa. Il catechismo della chiesa cattolica e i documenti pontifici in tema di omosessualità parlano di “grave depravazione”, “funesta conseguenza di un rifiuto di Dio”,“mancanza di evoluzione sessuale normale”, “costituzione patologica”, “comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale”. San Pio X, nel suo Catechismo del 1910, classifica il “peccato impuro contro natura” come secondo per gravità solo all’omicidio volontario, fra i peccati che “gridano vendetta al cospetto di Dio” (Catechismo maggiore, n. 966). E il Catechismo aggiunge (n.967) “Questi peccati diconsi gridare vendetta al cospetto di Dio, perché lo dice lo Spirito Santo e perché la loro iniquità è così grave e manifesta che provoca Dio a punirli con più severi castighi”. Queste affermazioni non hanno bisogno di commento. Non vi è dubbio che un omosessuale per essere cattolico dovrebbe considerare l’omosessualità il peggiore dei vizi. L’idea della omosessualità “contro natura”, che è di derivazione dogmatica, è ancora oggi diffusissima anche tra persone sotto altri aspetti di buon livello culturale.

4) Devo farmi vedere da uno psicologo perché così non va. Tra i pregiudizi più diffusi circa l’omosessualità c’è il fatto che sia ritenuta una patologia psichiatrica o un disordine mentale. Va sottolineato che il percorso per eliminare l’omosessualità dal catalogo dei disturbi psichiatrici è stato molto lungo e tortuoso, ha portato ad una infinità di polemiche e tuttora, nonostante le posizioni contrarie degli ordini professionali, molti psicologi, psichiatri e psicoterapeuti, che affermano “il diritto degli omosessuali di essere curati” espressione paradossale, tendono ad applicare terapie volte alla modificazione dell’orientamento sessuale (terapie riparative della sessualità sostenute da Nicolosi e in Italia da Cantelmi con l’appoggio di forti gruppi religiosi). Sulla questione della difficile eliminazione della omosessualità dal catalogo delle malattie psichiatriche rinvio all’interessantissimo articolo: “Teorie sulla differenziazione dell’orientamento sessuale“.

Devo sottolineare che anche oggi alcuni operatori sanitari, che dovrebbero essere punti di riferimento attendibili, arrivano a confondere orientamento sessuale e identità di genere.

5) Se fossi gay darei un dispiacere terribile ai miei genitori che si aspettano i nipotini. Questa frase rappresenta in termini sublimati una realtà che andrebbe descritta in modo più pertinente così: “Se i miei capissero che sono gay, per me la vita in famiglia diventerebbe un inferno, siccome non ho scelta, devo accattare di sacrificare la mia sessualità”. Gli ambienti familiari fortemente e insistentemente orientanti verso l’eterosessualità sono per i ragazzi gay una ragione di preoccupazione molto profonda. Devo sottolineare che il coming out in famiglia è una realtà decisamente rara.

6) Forse mi piacciono i ragazzi ma gay non mi ci sento proprio. Dietro questa frase si nota l’accettazione sostanziale della omosessualità ma non dell’identità omosessuale. “Posso anche comportarmi come omosessuale ma non sono omosessuale”, come se l’essere gay non corrispondesse a un insieme di tendenze e di comportamenti ma avesse una connotazione ontologica ulteriore, cioè come sei ci fosse una differenza tra il comportarsi come fanno i gay e ragionare come loro e l’essere gay in sé.

7) Non voglio essere gay e nessuno me lo può imporre. Dietro questa frase si nasconde una ulteriore mistificazione e cioè che essere gay sia una scelta volontaria e non una realtà da accettare per quello che è.

CORTEGGIAMENTO GAY E AMICIZIA AMOROSA

L’essere gay può manifestarsi all’esterno attraverso comportamenti che rendono evidente lo stato di innamoramento e tendono ad ottenere una risposta da un altro ragazzo. Questi comportamenti esterni costituiscono il corteggiamento gay. Va sottolineato che il corteggiamento gay spesso è inconsapevole nel senso che parecchi ragazzi che mettono in atto forme di oggettivo corteggiamento nei confronti di altri ragazzi leggono il loro comportamento in chiave di amicizia molto forte, al limite di amicizia sessualizzata fra etero e tendono comunque ad escludere l’inquadramento nella categoria della omosessualità Se un ragazzo si innamora inconsapevolmente, di un altro ragazzo, il corteggiamento può assumere una tale lievità da non essere neppure percepito come tale dal ragazzo cui è diretto, perché non è percepito così nemmeno dal ragazzo che lo mette in pratica. In queste situazioni il corteggiamento si manifesta spesso in forme tenuissime, si va dal sorriso al prolungare la conversazione più di come sarebbe usuale, dall’offerta di fare un tratto di strada insieme o di accompagnare l’altro a casa alla proposta di uscire insieme con altri ragazzi e, in qualche caso, anche alla proposta di uscire insieme da soli. Spesso queste amicizie amorose sono vissute all’inizio in modo gratificante e si trasformano in relazioni interpersonali anche molto strette che mantengono però tutte le caratteristiche apparenti tipiche di un’amicizia. Spesso le ragazze non capiscono perché il loro ragazzo preferisca uscire con in suo migliore amico piuttosto che con loro. Talvolta può accadere che quelle che sembrano delle comuni amicizie siano in realtà delle amicizie amorose, cioè, almeno unilateralmente, delle forme inconsapevoli di innamoramento omosessuale.

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GAY E FRUSTRAZIONE

Chiarisco in premessa che intendo parlare propriamente di “frustrazione”, non di ansia o ancora più genericamente di disagio, cose peraltro che possono essere legate alle frustrazioni. Naturalmente cercherò di condurre la mia analisi con stretto riferimento ai gay.

L’etimologia stessa del termine “frustrazione” derivato dall’avverbio latino “frustra” = ”invano, inutilmente”, indica chiaramente che la frustrazione è una forma di disagio conseguente al mancato conseguimento di un risultato desiderato o sperato. La frustrazione è uno dei possibili esisti del desiderio. La riduzione del senso di frustrazione può derivare solo dal contenimento del bisogno o del desiderio entro l’ambito del possibile e ancora meglio del probabile, in altri termini solo una capacità di valutare ex ante la maggiore o minore realizzabilità del proprio desiderio consente di limitare i suoi eventuali esisti frustranti. È qui che entra in gioco la radicale distinzione degli obiettivi in relazione al fatto che la loro realizzazione dipenda o meno soltanto da noi. Chiarisco il discorso con due classici esempi:

1) Il portare a termine di studi (obiettivo individuale).

2) Il trovare una reciprocità in un rapporto affettivo (obiettivo condiviso).

Si tratta di due obiettivi radicalmente diversi.

Il portare a termine gli studi dipende solo all’azione, più o meno condizionata, del singolo che può trovare ostacoli oggettivi ma che è consapevole che il conseguimento dell’obiettivo (obiettivo individuale), al di là dei condizionamenti esterni, dipende in modo essenziale dal suo impegno e dalla sue capacità, in questo caso la frustrazione è percepita essenzialmente come senso di “inadeguatezza”.

Il trovare una reciprocità in un rapporto affettivo è invece un fatto sostanzialmente connesso ad una relazione interpersonale, questo significa che il conseguimento dell’obiettivo non dipende unicamente dalla persona che sta puntando su quell’obiettivo ma anche da un’altra persona che dovrebbe condividere quell’obiettivo (obiettivo comune). In questo caso la frustrazione è percepita come “rifiuto”.

Non è raro però che la frustrazione-rifiuto sia vissuta anche come frustrazione-inadeguatezza sulla base della individuazione delle cause del rifiuto nella propria inadeguatezza: “mi ha rifiutato perché non sono all’altezza della situazione o perché ho sbagliato qualcosa”, alla base di questi ragionamenti c’è comunque una visione non autenticamente relazionale dei rapporti affettivi che sono interpretati come una specie di partita a scacchi in cui, se non si sbagliano le mosse, si arriva comunque a vincere la partita. In questo modo l’altro è visto come oggetto da conquistare con una strategia che, se adeguata, porta necessariamente al risultato. Questo modo di vedere le cose, pur essendo in molti casi del tutto incongruo, appare assolutamente ovvio a chi lo adotta come proprio modello interpretativo, al punto da ottenebrare l’oggettività dei fatti. Mi spiego con un esempio concreto. Un ragazzo gay che si innamora perdutamente di un ragazzo “oggettivamente” etero è indotto a vedere il suo oggetto d’amore come gay represso e non come etero e a pensare che con una opportuna strategia sarà possibile far sì che prenda atto della sua presunta omosessualità repressa. In situazioni del genere, il vivere la frustrazione come inadeguatezza può durare anni e si può anche non arrivare mai a vedere le cose come stanno, nemmeno quando l’altro si sposa.

È fondamentale rendersi conto che alcune cose, per quanto desiderate profondamente, sono di fatto impossibili. Un ragazzo etero non può innamorarsi di un ragazzo gay, qualunque strategia usi il ragazzo gay la cosa rimarrà comunque impossibile, bisognerebbe quindi mettere da parte l’idea di essere inadeguati (non abbastanza belli, non abbastanza solari, non abbastanza affidabili, troppo nevrotici ecc. ecc.) e rendersi conto che il rifiuto non è un rifiuto della persona in quanto tale ma una manifestazione della oggettiva o soggettiva impossibilità di condividere gli obiettivi dell’altro.

Mi fermo un attimo a riflettere sulla sensazione di essere rifiutati. La sensazione di rifiuto che si prova quando l’altro non condivide il nostro obiettivo è spesso vissuta, in particolare dai ragazzi gay innamorati di ragazzi etero, come un rifiuto non genericamente della persona ma della persona “in quanto gay”, piuttosto che come impossibilità di condividere un obiettivo dell’altro, e questo rende talora più difficile il processo di accettazione della omosessualità. Aspettarsi che un ragazzo etero si innamori di un ragazzo gay non ha senso ma aspettarsi che possa essere amico di un ragazzo gay è invece realistico. Un ragazzo gay in queste situazioni è spesso portato al tutto o nulla, e la cosa è anche comprensibile e un ridimensionamento dell’obiettivo che consenta che possa essere realmente un obiettivo condiviso è spesso difficile perché anche quando un ragazzo gay dovesse accontentarsi di un rapporto di amicizia con il ragazzo etero di cui è innamorato, resterebbe comunque frustrato nel suo “vero (anche se irrealistico) obiettivo” che è quello di costruire una storia d’amore condivisa. Comunque metabolizzare la sensazione di rifiuto di un coinvolgimento affettivo e sessuale da parte di un ragazzo etero, per un ragazzo gay è ancora tutto sommato un processo di presa di coscienza della realtà non troppo traumatico, perché si tratta in fondo di difficoltà oggettive e oggettivamente insuperabili.

La questione si fa invece molto più delicata quando la sensazione di rifiuto interviene nel rapporto con un altro gay, qui si tratta di un rifiuto su basi soggettive che per la persona rifiutata è molto più difficile da accettare ed è molto più frequentemente accompagnato da sensazione di inadeguatezza. Entrano tipicamente in gioco in queste situazioni meccanismi proiettivi per i quali si proiettano nell’altro le proprie sensazioni e le proprie attese e non si capisce che l’altro è oggettivamente un altro, con una diversa storia individuale, con altri desideri e con un vissuto del tutto autonomo. In genere, quando un ragazzo gay si innamora, la prima e assillante domanda che si pone concerne l’orientamento sessuale dell’altro, se l’altro non è gay c’è poco da fare, ma se l’altro è gay “sembra” che il problema sia risolto e che la reciprocità non possa non esserci, è il tipico teorema “gay + gay = amore” dietro il quale si nascondo meccanismi proiettivi molto forti che ci fanno vedere nell’altro, in quando gay, un individuo identico a noi. Che cosa può metterci al riparo da questi meccanismi proiettivi che ci portano spesso alla frustrazione? La risposta è quasi ovvia, si tratta della socializzazione. Più un ragazzo ha una vita sociale e affettiva ricca, parlo soprattutto di amicizie, più ha esperienza diretta della variabilità dei soggetti con i quali interagisce e meno è portato a meccanismi proiettivi. Faccio un esempio concreto. Un ragazzo gay che mi scriveva la sua prima imbarazzatissima mail mi diceva: “non ho mai incontrato un ragazzo gay” per lui la categoria “ragazzo gay” era ancora unitaria e non avendo riferimenti precisi la completava proiettivamente vedendo nel “ragazzo gay” un altro se stesso. Quello stesso ragazzo, dopo un po’ di giorni trascorsi con serate passate in chat diceva: “mi sono reso conto che con tanti ragazzi riesco ad andare d’accorso ma con qualcuno è come se ci fosse una distanza più grande, pure se si tratta sempre di bravissimi ragazzi, hanno un altro modo di ragionare, però con alcuni mi trovo veramente bene.” Questi discorsi sono il tipico segno di una progressiva socializzazione e quindi della progressiva diminuzione della tendenza proiettiva. L’altro elemento chiave, oltre la generica socializzazione, per prevenire i sensi di frustrazione è l’esperienza. Il primo rifiuto può essere veramente traumatico, i successivi lo sono certamente di meno, in sostanza la nostra psiche considera i primi traumi da rifiuto come una specie di vaccinazione che attenua la virulenza dei successivi. Il trauma da rifiuto porta spesso a comportamenti che appaiono come tentativi di superare il rifiuto, ossia come delle insistenti richieste di conferme da parte dell’altro, che ovviamente non fanno che rimarcare la sensazione di rifiuto. Tutto questo, che appare come un comportamento inadeguato, ha invece un senso preciso e serve alla “definizione” della questione (mettere un confine o un limite) ossia al suo superamento “definitivo”, al suo inquadramento. Va sottolineato che chi dopo un primo rifiuto si ostina a chiedere ulteriori conferme si giudica per ciò stesso inadeguato, ma è in realtà alla ricerca di un meccanismo di frattura che crei le condizioni per passare oltre. In questo senso i rifiuti non chiari, impliciti, detti e non detti, non fanno altro che evitare questo momento di frattura e impedire di fatto fa definizione della questione che resta perennemente irrisolta. Al di là della percezione soggettiva, le vere situazioni di disagio si concretizzano dove permane uno stato di costante incertezza e il tempo passa senza che ci si possa rendere conto della presenza o dell’assenza di una vera dimensione simmetrica in un rapporto affettivo.

Vorrei aggiungere che le frustrazioni in campo affettivo sono spesso complicate dalla presenza di altre frustrazioni, questa volta di matrice strettamente individuale, connesse al mancato conseguimento di obbiettivi legati alla ricerca e alla stabilizzazione del lavoro o al successo negli studi, specialmente quando gli insuccessi sono percepiti come derivanti da mancanza di impegno individuale nella soluzione di un problema che, questo sì, sarebbe realmente risolubile. In genere le frustrazioni dovute a sostanziale disimpegno a livello individuale vengono mascherate da frustrazioni nei rapporti affettivi o di coppia che sono ingigantite per farne il nucleo del proprio stato di disagio, in questo caso si motivano gli insuccessi nella vita affettiva con incapacità primarie, originarie, che è impossibile superare e che incombono quasi come un destino ineluttabile, è il momento del “tanto io sono così, sono fatto male, non ci posso fare niente …”. Le singole frustrazioni, non riportate alle loro cause ma viste come espressione di qualcosa di incontrollabile innescano idee con contenuti vagamente depressivi che rischiano di pervadere la vita a vari livelli e di mettere in moto circoli viziosi dai quali è difficile uscire. L’esperienza insegna che i problemi si affrontano e si risolvono uno alla volta. La cosa più sensata è evitare di dare al proprio cervello modo di girare a vuoto sempre sui soliti contenuti scegliendo invece obiettivi concreti a breve scadenza da realizzare concentrandosi seriamente su di essi. L’antidoto alla frustrazione e il modo per spezzare una serie di frustrazioni che rischia di innescare un meccanismo depressivo è conseguire i primi successi, mette le basi per guardare al concreto e a quegli obiettivi che sono realmente conseguibili a breve con uno sforzo di impegno individuale, come fare un esame, mandare un curriculum per la ricerca di un lavoro, non lasciare che il tempo scorra quando ci sono problemi da affrontare subito. In questa prospettiva l’essere gay può anche portare a delle frustrazioni in campo affettivo difficili da accettare, ma piuttosto che avvitarsi su se stessi nella ricerca di che cosa si è sbagliato, ha senso concentrarsi su obiettivi individuali e concreti il cui conseguimento può portare ad un netto aumento dell’autostima e quindi anche della capacità di affrontare le frustrazioni nella vita di coppia con maggiore concretezza e serenità.

Concludo dicendo che le frustrazioni sono un elemento ineliminabile nella vita di chiunque e che pertanto è necessario imparare a conviverci, ricordandosi sempre che come ci è capitato di essere rifiutati ci sarà certamente capitato e ci capiterà, più o meno coscientemente, di rifiutare altre persone o altre forme di coinvolgimento, tutto questo non ha nulla di patologico ma fa parte della normale amministrazione della vita affettiva.

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AMORE GAY SCONTATO

Ciao Project,

ti scrivo perché ho un dubbio in testa che è come un tarlo. Ho 24 anni e il mio ragazzo ne ha 23, ci conosciamo dai tempi della scuola, in pratica siamo cresciuti insieme e il nostro metterci insieme è venuto assolutamente naturale, quasi una cosa scontata, e magari il problema è tutto lì. Ci vogliamo bene, di questo penso di non avere dubbi ma in realtà i dubbi ce li ho. Quando stiamo insieme va tutto bene e allora i dubbi spariscono proprio, ma penso che quando non stiamo insieme il suo cervello vada perennemente alla ricerca di un altro, non di uno in particolare ma di uno che sia meglio di me. Io non sono un bello cinematografico, sono un ragazzo passabile, diciamo al massimo un po’ più che passabile, e forse non corrispondo sempre al suo modello. Ci siamo lasciati tante volte ma poi siamo tornati sempre insieme ma mi viene l’idea che sia successo perché non ha ancora trovato di meglio, anche se stiamo insieme da quattro anni e lui di ragazzi ne ha conosciuti tanti, qualche volta me lo dice pure, io lo dovrei mandare a quel paese, almeno in teoria sarebbe la reazione giusta, ma quando ci ho provato realmente, è successo una volta sola un paio di anni fa, lui è stato così male che sono dovuto tornare sui miei passi e sono stato anche contento di averlo fatto, ma poi a distanza di tempo si sono ripresentati più o meno gli stessi fatti. In pratica lui non mi ha scelto, non c’è stato il classico colpo di fulmine, il fatto che ci dovessimo mettere insieme era già nei fatti, due ragazzi che si conoscono da quando avevano 11 anni, che sono arrivati a dichiararsi gay reciprocamente quando ne avevano 19/20, poi alla fine si mettono insieme perché stanno bene insieme, perché hanno un mondo in comune e poi, forse, anche perché è la strada più facile. Questo dubbio un po’ mi tormenta. A lui manca l’esperienza dell’innamoramento che ti capita tra capo e collo come cosa del tutto inattesa, con me non c’è stato niente di simile. Forse ha bisogno di innamorarsi anche in un altro modo. Onestamente mi sento messo da parte o meglio strumentalizzato, ma non lo fa con cattiveria e ci soffre pure seriemente. Certe volte ne parliamo per ore, io cerco di scuoterlo ma vedo che il suo pensiero è lontano e che continua a fantasticare su altri ragazzi, ma su ragazzi che magari con lui hanno scambiato poche parole, ma lui a quelle parole cerca di dare chissà quale senso anche se il senso non c’è. Certe volte ho l’impressione che tenda anche a costruire, sulla base di ricordi, delle ipotesi di storie che avrebbero potuto esistere e che gli servono per fantasticare. Sia chiaro, Project, io non ci vedo niente di patologico, se mai un lasciarsi andare un po’ alle malinconie delle reali o presunte occasioni perdute, ma questo fa parte della sua personalità. Lui è veramente un bel ragazzo ma è stato sempre complessato dall’idea di essere brutto, una cosa che non ho mai capito, tendeva a svalutarsi, a pensare che nessuno si sarebbe interessato di lui e invece, piano piano, si sta accorgendo che sui ragazzi ha realmente un fascino forte, vede che gli vanno appreso, che lo cercano ed è portato a vedere dietro queste cose un interesse vero per lui come persona. È portato ad innamoramenti molto profondi anche se unilaterali e penso che, se troverà un po’ di disponibilità in qualcuno, lo perderò, o forse semplicemente andrà violentemente in crisi perché tenderà a mettere insieme il mio volergli bene con l’immagine di quel ragazzo, in fondo lo so che io gli vado bene per tante cose importanti e che anche lui mi vuole bene in modo autentico ma non riesce a trattenersi dal dare corda ai ragazzi e questo certe volte mi fa stare proprio male. Qualche giorno fa siamo andati in un locale a Milano e lui si è messo a fare la corte a un ragazzo ma in modo molto determinato, l’ambiente era gay e quel ragazzo era anche un po’ interessato, lui lo guardava, gli faceva gli occhi dolci, pensava che quello stesse lì da solo, quello per qualche minuto è stato al gioco, poi gli ha detto sorridendo che c’era il suo ragazzo. La reazione è stata di apparente disinteresse, ma era ovvio che non era così. Quando siamo usciti ne abbiamo parlato, mi ha detto che tanto lui è sfigato e mi ha abbracciato stretto. Il mio ragazzo un potere enorme su di me ce l’ha perché probabilmente io ne sono innamorato molto più di come lui è innamorato di me, ma forse anche questo non è vero. Certe volte discutiamo per ore, mi fa arrabbiare al punto che lo pesterei e poi finiamo a fare l’amore come non mi è mai successo con nessun altro perché vedo che è contento e che con me sta bene. Project, io penso di essere la sua vita reale, la sua ordinaria amministrazione, quella senza la quale perde l’orientamento, ma penso anche che lui abbia bisogno di altro, brutalmente anche di sesso fatto con altre persone, lui la vede come una possibile alternativa alla nostra storia ma io penso che potrebbe essere invece un modo di rivalutare la nostra storia, ormai ci conosciamo bene, sono quasi 4 anni che stiamo insieme e non credo che crollerà ma sto sempre sulle montagne russe, dalla stelle alle stalle nel tempo di una settimana, prima pensavo che fossero crisi passeggere o anche periodiche, adesso comincio a pensare che siano delle componenti ineliminabili del nostro rapporto. La nostra non è la classica storia di due ragazzi contro il mondo, è tutto più complicato eppure, ti giuro Project, io non riuscirei ad adattarmi a vivere senza di lui, perché quando c’è è autentico, non mi imbroglia mai, magari mi dice cose che mi fanno male ma sono sicuro che la verità è quella. Mi ha detto che se si dovesse innamorare di un altro ragazzo me lo direbbe certamente e che non farebbe mai le cose di nascosto e gli credo perché è fatto così. Quando ci siamo messi insieme mi sembrava di toccare il cielo col dito, era tutto così ovvio, così lineare, così naturale, ma evidentemente era troppo ovvio, troppo lineare e troppo naturale, forse abbiamo solo scelto la strada più semplice e ne stiamo pagando adesso le conseguenze, francamente vorrei tanto che non fosse così. Il mio sfogo è finito, sto pensando che mi manca tantissimo però c’è sempre il tarlo che lui magari adesso sta pensando ad altro. Ti saluto, Project, se vuoi, pubblica pure la mail.

Davide

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GAY E LAVORO

Ciao Project,

ti scrivo per vedere che effetto fa, cioè che affetto fa a me, tanto non ci conosceremo mai. Non ne posso più di vedere passare i giorni così uno appresso all’altro senza nessuna prospettiva, solo tempo che se ne va, di anni ne ho finiti 31 da un pezzo a vedo avvicinarsi i 32, che ho concluso nella mia vita? Laurea, grandi sogni, non gradi forse ma qualcosa mi sarei aspettato e invece il mio 110 e lode non è servito a nulla ormai sono anni che faccio di tutto, concorsi che non finiscono mai e per le cose più assurde, lavoretti di tutti tipi che nulla hanno a che vedere con la mia laurea e adesso da un po’ nemmeno quei lavoretti. In pratica un mucchio di promesse fasulle, tanta fatica e poi quasi niente. Potrei fare dei master, sarebbero altri soldi buttati e altro tempo sprecato, alcuni amici miei che li hanno fatti stanno a zero lo stesso, sarà il momento ma è così e poi a tutto questo bel po’ di cose ci aggiungo pure le frustrazioni sentimentali. Coi ragazzi più giovani di me non mi sento a mio agio, loro stanno passando adesso la fase dei sogni e delle pie illusioni, quando parlo con loro mi considerano uno sfigato che ha buttato la spugna. Con quelli della mia età la reazione è duplice: o sono sostanzialmente dei falliti come me e allora ci facciamo buona compagnia accusando di altri di essere ladri e imbroglioni o sono gente arrivata e non capisci nemmeno per quale ragione, qualcuno forse se lo merita ma certi proprio non sai come hanno fatto ad arrivare dove stanno perché anche a livello di competenze professionali fanno pena, e io con questa gente non ho nulla da spartire, mi sento orgoglioso e stupido nello stesso tempo. I gay sono arrivisti e disposti a vendere la madre pur di arrivare dove vogliono, almeno quelli che conosco io. Uno in particolare, di quelli ben piazzati che non ho mai capito come facessero a essere ben piazzati, mi fa sempre la paternale come se fossi un completo imbecille al quale bisogna insegnare ancora l’abbiccì del saper campare in società, e questo è uno dei meno peggio. Allora mi sono detto che se i gay arrivati sono così, io ne voglio uno sfigato come me e pure più sfigato di me che magari potrebbe essere umanamente un po’ meglio e almeno non mi farebbe prediche sul farmi furbo e cose simili, che poi sarebbe un altro modo per dirmi che è maglio imbrogliare che essere imbrogliati. Ma chi mi dice che un gay sfigato e magari pure io stesso, una volta avuta la poltroncina buona non ci si vende l’anima e non si fa come fan tutti? Un’altra cosa che mi ha fatto strano del tuo forum è che secondo te i gay pensano soprattutto ai sentimenti, ma questa è una balla colossale, io ne ho visti di quelli che del loro ragazzo se ne fregavano alla grande e, passami il termine, se lo sarebbero venduto al migliore offerente pur di fare un passetto in avanti nella scala sociale. Io ho conosciuto ambienti gay, mica quelli dei locali o della gente sbandata, no, ambienti gay su, dove i ragazzi li mettevano proprio sotto i piedi, e non erano nemmeno quelli di 50 o 60 anni che li mettevano sotto i piedi, che quelli almeno un po’ di dignità ce l’avevano, ma quelli di 25 o 30 che si sentivano proprio i padroni e i ragazzi li vedevano solo come servi da attirare con la bella vita e da allontanare con un calcio in culo quando dicevano anche solo mezza parola che avesse un senso. Io questo ho visto, perciò la parola gay usata come la usi tu mi fa strano, ci saranno pure quelli buoni ma io non li ho ancora visti da nessuna parte, anche se realmente conosco forse solo un tipo di gay e li vedo nella competizione del lavoro e non mi piacciono per niente. Mi sento avvilito, Project, praticamente preso nel vortice di un mondo che dovrebbe essere il mio ma certe volte mi fa proprio schifo. È vero che sul lato etero la cosa è esattamene la stessa, non sono solo i gay che fanno schifo ma è il mondo nel suo complesso che fa schifo. Vorrei proprio ricominciare tutto da capo, con gente diversa, sono stufo dell’idea che tutto debba essere sempre e solo un compromesso con la propria coscienza e che ci si debba vendere per forza. Non sai quanto chi ha i soldi si approfitta di chi non ce li ha! E sto parlando di gay che si approfittano di ragazzi gay. Una cosa sola potrebbe migliorare la situazione di un ragazzo gay che non ha i miliardi ed è un lavoro vero che gli permetta di fregarsene di chi lo vorrebbe mettere sotto i piedi. Io non cerco l’amore, di queste cose non me ne frega niente, io vorrei solo un po’ di dignità e la potrei avere solo lavorando, ma un lavoro vero non lo trovo e ho sempre davanti agli occhi il mio perenne dover chiedere, parlo di chiedere lavoro, abbassando la testa di fonte a gente che stimo meno di zero ma che ha su di me quasi potere di vita e di morte. Io sono un professionista serio e un tipo, poco più che un ragazzo, mi ha detto facendomi un sorrisetto, quasi come se mi facesse una grazia, che mi avrebbe fatto avere un contrato a tre mesi perché esiste una “solidarietà fra gay” e io l’ho mandato a cagare lui e il suo contratto e non ha nemmeno capito il perché e mi ha vomitato appresso una valanga di insulti di una violenza inaudita! Ma perché uno non può avere la sua dignità? Perché la mancanza di lavoro deve diventare il sistema per schiavizzare la gente? Il primo problema di un gay, come di chiunque, è avere un lavoro e una dignità senza dover strisciare davanti a nessuno! Tutto il resto viene dopo!

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RAGAZZI GAY E ANSIA DI NORMALITA’

Ciao Project,

mi fa proprio strano scriverti questa mail perché non ho mai parlato con nessuno di queste cose. Dove vivo io devo stare attento a tutto e preferisco stare solo perché se avessi amici, diciamo così che si farebbero anche gli affari miei. Qui va così, e allora resto solo, ma è dura, ho solo internet, un po’ di foto e di video li cerco pure io, però quelle cose degli incontri oppure delle chat per farsi le se..e non mi interessano, magari sono rimasto un bambino dentro perché mi incanto a guardare certe foto, non mi piace il porno spinto, mi piacciono le foto dove di un ragazzo di vede tutto ma anche il sorriso, però delle cose naturali, come nella vita di tutti i giorni, cioè un po’ come farei io. Adesso queste cose in rete si cominciano a trovare e mi piacciono molto, proprio mettere insieme la faccia del ragazzo e tutto il resto, non lo so, sarò pure tarato che penso a queste cose ma le immagino dolci quando mi faccio una se.a, non mi piacciono quelle cose esagerate che si trovano in giro, un ragazzo mi piacerebbe carezzarlo, baciarlo, pure il resto certo, ma se viene spontaneo a tutti a due, se no non fa niente, penso che mi starebbe benissimo anche solo stare abbracciato con un ragazzo, cioè non con uno qualunque ma col ragazzo mio. Se mi vuole bene, di quello che facciamo non me ne importa niente ma voglio che mi voglia bene. Mi dico tante volte che il ragazzo io non ce lo avrò mai, anzi diciamo che in pratica ne sono sicuro, non ci so fare coi ragazzi, mi considerano un ragazzino anche se ho quasi 19 anni perché sono timidissimo, avere un ragazzo vicino mi imbarazza, divento rosso e non parlo, lo so che sembra stupido ma succede e poi non sono proprio un bel ragazzo, insomma non male, almeno non bruttissimo, quelli belli li vedo e sono belli veramente, io sono diciamo passabile e poi mi sentirei terribilmente in imbarazzo proprio a stare con un ragazzo, cioè a starci nudo insieme, e fare altre cose, sono molto complessato in queste cose e penso che potrei essere proprio una frana e questo mi frena molto, poi non mi so vestire, mi dicono che sono uno zombi ecc. ecc.. Ho paura che queste paure non me le leverò più dalla testa e poi non ne posso parlare con nessuno. A parte che amici non ne ho, anche se ne avessi che faccio? Se gli dico cose così mi prendono per un matto. Allora ho pensato di scriverti così mi dici quello che pensi di me e poi, se ti va, parliamo un po’ su msn. Magari a parlare non cambia niente però almeno uno si sfoga un po’. Aspetto con ansia la tua risposta.

Luca

Ciao Project,

ieri notte è stata stranissima, all’inizio mi tremavano proprio le mani, mi faceva proprio un effetto tipo panico, poi invece sono stato a mio agio, mi dispiace di averti trattenuto fino a quell’ora a raccontarti tutte quelle cose, te ne dicevo una e poi stavo in ansia per la tua risposta. In pratica mi sono sentito meno strano, cioè allora non sono poi tanto fuori. Tante cose che a me sembravano strane a te non lo sembravano affatto e questo mi tranquillizzava. Mi dicevo ma vuoi vedere che alla fine sono un ragazzo normale pure io!! Allora il modo mio di pensare a un ragazzo non è così assurdo e di ragazzi come me ce ne sono tanti! Magari!! Questa cosa mi fa stare meglio. Mi è piaciuta alla fine quando mi hai detto che io in fondo veri problemi non ne ho, mi sembrava quasi incredibile, ma detto da te dopo tante ore che parlavamo voleva dire che era proprio così e in effetti grossi problemi non ne ho, un po’ imbranato sono ma penso che di ragazzi imbranati come me ce ne siano tanti. Io in fondo l’idea di essere uno un po’ fuori me l’ero messa in testa anche per dirmi che la timidezza tanto non la potevo superare però se lo trovassi veramente un ragazzo che mi vuole bene, penso che tutta questa paura sparirebbe completamente. Certe volte mi sento scemo a cercare l’amore quando vedo che magari gli altri cercano solo il sesso, ma io voglio di più, sarò pure ingenuo ma voglio di più, cioè un ragazzo se sta con me deve essere proprio felice di stare con me, lo so che sono uno un po’ mediocre, ma io mica voglio uno bello come il sole, mi sta bene uno come me e pure peggio, però mi deve volere bene e allora sì che saprei volergli bene anche io. Grazie Project, mi sa che ti scoccerò ancora, ma già così mi sento più normale e mi piace.

A presto.

Luca

Se vuoi mettere le mail nel forum, fallo, non mi dispiace mica.

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