AMORE GEMELLO: LETTURA GAY DI UNA NOVELLA DI BAYARD TAYLOR

Un paio di giorni fa ho ripreso la traduzione di “Giuseppe e il suo amico”, un Romanzo di Bayard Taylor considerato il primo romanzo gay americano, pubblicato nel 1870. Ovviamente quel romanzo non parla mai in modo esplicito di omosessualità, cosa sostanzialmente impossibile all’epoca e tanto più per un autore di notevole fama come Taylor, ma Taylor, che, anche se si sposò due volte, era omosessuale e ha lasciato un epistolario che non lascia dubbi in proposito, nel suo romanzo ha riprodotto atmosfere e momenti che sono così tipicamente gay che un lettore gay non può non riconoscerle, come avviene quando un lettore gay legge certe pagine Thomas Mann. Leggendo qua e là tra le opere di Taylor ne ho trovata una “Twin-Love” (1871) che a me è piaciuta molto e che ho tradotto per voi. Il testo presenta però molte volute ambiguità che si basano sul fatto che il pronome you è sia singolare che plurale. Il nucleo della storia è costruito sulla inseparabilità di due gemelli, David e Jonathan (i nomi non sono affatto casuali, ma si riferiscono al rapporto tra il futuro Re Davide e Jonathan figlio del Re Samuele. Davide, dopo la morte di Jonathan, dirà di Jonathan: “Ti ho amato più di come si ama una donna!” Il Jonathan di Taylor si sposerà ma questo porterà ad una separazione dal fratello dolorosa ma non definitiva. Molti dialoghi e molte situazioni ricalcano esattamente il rapporto di due amanti omosessuali che sono insperabili e il trauma che segue al matrimonio di uno dei due. Ciò che rende “Amore gemello” più bello di “Giuseppe e il suo amico” è la presenza di Ruth la moglie di Jonathan che in realtà ama entrambi i fratelli allo stesso modo, cosa che non dà adito a facili colpi di scena alla maniera di Plauto ma è trattata con estrema finezza psicologica Il personaggio femminile di Ruth demolisce il mito della coppia etero e tende a legittimare una unione a tre, almeno a livello affettivo, mentre in “Giuseppe e il suo amico” il personaggio femminile di Julia, che domina gran parte del romanzo, è tratteggiato in un modo che lascia trasparire più di qualche vena di misoginia, anche se Julia appartiene ad una classe sociale alta che è il vero obiettivo delle critiche di Taylor.
Vi lascio ora alla lettura del testo. La traduzione è letterale e un po’ rudimentale, ma modificarla comporta il rischio di una certa riscrittura della narrazione, cosa che ho voluto evitare. Ovviamente aspetto i vostri pareri.
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AMORE GEMELLO

Quando John Vincent, dopo aver aspettato dodici anni, sposò Phebe Etheridge, l’intero quartiere sperimentò quel senso di sollievo e di soddisfazione che segue il trionfo del bene.

Non che il fatto di un vero amore sia mai generalmente riconosciuto e rispettato quando viene scoperto per la prima volta; poiché nella natura umana americana esiste una qualità perversa che non accetterà l’esistenza di alcuna passione fine e altruistica, finché non sarà stata attestata e stabilita oltre ogni possibile dubbio.

Ci furono due punti di vista diversi sulla questione quando l’amore di John Vincent per Phebe e la dura proibizione del matrimonio da parte del vecchio Reuben Etheridge divennero noti per la prima volta alla comunità.

Le ragazze, i ragazzi e alcune delle matrone si schierarono subito al fianco degli innamorati, ma la grande maggioranza degli uomini più anziani e alcuni dei giovani sostenevano il padre tirannico.

Reuben Etheridge era ricco e, oltre a ciò che sua figlia avrebbe ereditato naturalmente da lui, lei possedeva già più del suo amante al momento del fidanzamento. Questo, agli occhi di un gruppo, era una ragione sufficiente per l’ostilità del padre.

Quando le nature basse vivono (come quasi invariabilmente fanno) interamente nel presente, non ricevono tenerezza dal passato né avvertono le possibilità del futuro. Sono gli uomini e le donne eccezionali che ricordano la loro giovinezza.
E quindi, questi innamorati ricevettero una quantità quasi uguale di simpatia e condanna; e solo lentamente, in parte attraverso la loro calma fedeltà e pazienza, e in parte attraverso il miglioramento delle circostanze mondane di John Vincent, l’equilibrio cambiò. Il vecchio Reuben rimase un despota implacabile fino all’ultimo: se qualche dolcezza arrendevole toccava il suo cuore, la nascondeva severamente; e una tale deduzione si può trarre dal fatto che lui, certamente sapendo cosa sarebbe accaduto dopo la sua morte, lasciò in eredità a sua figlia la quota di beni che le spettava, ed era tutto ciò che poteva essere considerato una forma di consenso.

Si sposarono: John, un uomo grave di mezza età, esposto alle intemperie e logorato da anni di duro lavoro e abnegazione, ma non ancora oltre il recupero di una seconda giovinezza più mite; e Phebe una donna triste e stanca, il calore del cui desiderio era esaurito e dalla quale la gioventù e le sue capitolazioni inimmaginabili di speranza e sentimento si erano allontanate per sempre.

Cominciarono la loro vita matrimoniale sotto l’ombra della morte dalla quale esso derivava; e quando, dopo una cerimonia in cui né la damigella d’onore né il l’amico più caro stavano al loro fianco, unirono le loro case divise, sembrava ai loro vicini che un marito e una moglie separati si fossero riuniti di nuovo, non che la relazione fosse nuova per entrambi.

John Vincent amava sua moglie con la tenerezza di un uomo innocente, ma tutta la sua tenerezza non poteva bastare a sollevare il peso della solita malinconia che si era accumulata su di lei. Delusione, attesa, desiderio, indulgenza nel lungo lamento e autocommiserazione, la coltivazione morbosa di fantasie infelici, tutto questo aveva fatto il suo lavoro su di lei, ed era troppo tardi per pensare ad una cura.

Nella notte lei si svegliava piangendo al fianco di lui, a causa degli anni in cui si era svegliata per piangere da sola; di giorno lei manteneva la sua vecchia abitudine di abbandonarsi ai presentimenti, anche se la sera confutava costantemente i pensieri del mattino; e c’erano momenti in cui, senza alcuna causa apparente, cadeva in uno stato d’animo cupo e disperato, che la più grande cura e abilità del marito poteva solo lentamente dissipare.

Passarono due o tre anni e una nuova vita arrivò alla fattoria Vincent. Un giorno, tra mezzanotte e l’alba, la coppia di famiglia fu raddoppiata; nella casa silenziosa si udì il grido di due gemelli. Il padre tenne a freno la sua felice meraviglia perché era preoccupato dal fatto che la vita della madre fosse in pericolo; immaginava che lei avesse previsto la morte, e ora era appesa a un filo così leggero che la semplice volontà di lei sarebbe bastata a spezzarlo.

Ma la sua volontà, fortunatamente, era debole quanto la sua coscienza; si allontanò gradualmente dal pericolo, accettando il ritornare delle forze con una passiva acquiescenza piuttosto che con gioia.

Era appena più pallida del suo solito, ma l’ombra in agguato sembrava svanita dai suoi occhi, e John Vincent sentiva che i suoi lineamenti avevano assunto una nuova espressione, il timbro vagamente percettibile di qualche cambiamento spirituale.

Fu un giorno felice per lui quando, appoggiati al petto e tenuti dolcemente dal suo braccio caldo e forte, i due gemelli furono portati a lei per la prima volta perché li tenesse in grembo. Due creature stralunate, dalla faccia scura, con pugni e piedi irrequieti, erano simili in ogni aspetto della loro grottesca animalità. Phebe mise una mano sotto la testa di ciascuno, e li guardò a lungo in silenzio.

“Perché questo?” disse infine afferrando uno stretto nastro rosa, che era legato al polso di uno dei due. “È il più anziano, certo,” rispose l’infermiera. “Solo una quindicina di minuti circa, ma in genere fa la differenza quando ai gemelli si deve dare il nome, e puoi vedere con i tuoi occhi che non c’è altro modo di distinguerli.”
“Togli il nastro, allora,” disse Phebe, in modo tranquillo; “Io li riconosco.”

“Perché, signora? Si è sempre fatto, quando sono così simili! E non sarò mai in grado di dire chi sia chi; perché dormono, si svegliano e si alimentano con gli stessi orari. E si potrebbe sbagliare, dopo tutto, nel chiamarli per nome …”

“Non c’è nessuno più vecchio o più giovane, John; sono due eppure sono uno solo, mio e tuo.”

“Non vedo alcuna differenza, Phebe”, disse John; “e come possiamo dividerli?” “Non li divideremo”, rispose lei; “Io penso che sia un segno.” Lei sorrise, per la prima volta in molti giorni: lui era contento di cuore, ma non la capì. “Come li chiameremo?” Chiese. “Elias e Reuben, come i nostri padri?”

“No, John: i loro nomi devono essere David e Jonathan.” E così li chiamarono. E crebbero, non meno ma più simili, passando attraverso le fasi della prima infanzia. Il nastro del primo nato era stato rimosso, e l’infermiera sarebbe stata distratta, se non fosse stato per l’istinto quasi miracoloso di Phebe. La prima si consolò con la speranza che la dentizione portasse una variazione alle due bocche identiche, ma no! Misero denti come se fossero stati un bambino solo. John, dopo dei tentativi disperati, che fallirono sempre nonostante i mal di testa che gli procuravano, rinviò l’idea di distinguere l’uno dall’altro, fino a quando non fossero stati sufficientemente grandi da sviluppare qualche dissimiglianza nel parlare, nel camminare o nelle abitudini. Tutti i problemi potevano essere evitati, se Phebe avesse acconsentito alla minima diversità nei loro vestiti; ma su questo lei fu dolcemente irremovibile.

“Non ancora”, fu la sua risposta a suo marito; e un giorno, quando lui manifestò un po’ di fastidio per la sua resistenza, si voltò verso di lui, tenendo un bambino su ogni ginocchio, e disse con una gravità che lo zittì da allora in poi: “John, non vedi che il nostro fardello è passato dentro di loro?” Non c’è alcun significato in questo, – che due bambini che sono uno solo in corpo e volto e natura, ci siano stati dati nel nostro tempo di vita, dopo una lunga delusione e tante difficoltà?

Le nostre vite sono state tenute separate, le loro erano unite prima nascessero e non oso orientarli in direzioni diverse, forse non so tutto ciò che il Signore intendeva dirci, nel mandarli, ma la sua mano qui c’è!” “Stavo solo pensando al loro bene” John rispose docilmente. “Se il loro destino è di crescere, ci deve essere un modo di riconoscerli l’uno dall’altro.”

“Non ne avranno bisogno, e anch’io penso solo a loro. Hanno preso la croce dal mio cuore, e io non distenderò nessuno sulla loro croce, mi sono riconciliata con la mia vita per mezzo di loro, John, sei stato molto paziente e buono con me, e ti cederò in tutte le cose tranne che in questo. Non credo che vivrò fino a vederli uomini adulti, eppure, mentre siamo insieme, sento chiaramente che cosa è giusto fare. Non puoi, solo una volta, avere un po’ di fede senza conoscenza, John?” “Ci proverò, Phebe”, disse. “Ad ogni modo, credo che i ragazzi appartengono a te più che a me.”

Il personaggio di Phebe Vincent era davvero cambiato. I suoi attacchi di sconforto semi-isterico non tornarono più; le sue cupe profezie cessarono. Era sempre seria e il disagio di tanti anni non svaniva mai completamente dalla sua faccia; ma lei almeno eseguiva ogni dovere della sua vita con una volontà tranquilla, e la sua casa divenne la dimora della pace; perché la contentezza passiva dura più a lungo della felicità espansiva.

David e Jonathan crebbero come un solo ragazzo: il gusto e il temperamento di uno si ripetevano nell’altro, anche come voce e caratteristiche. Dormendo o svegliandosi, addolorati o gioiosi, nello star bene o male, vivevano una sola vita, e sembrava così naturale per uno rispondere al nome dell’altro, che probabilmente avrebbero confuso le loro stesse identità, se non fosse stato per l’infallibile capacità di riconoscerli della madre.

Forse guidati inconsciamente da lei, forse attraverso l’azione volontaria della loro stessa natura, ognuno prendeva tranquillamente il posto dell’altro quando veniva chiamato, anche condividendo lodi o biasimo a scuola, e amicizie e liti sul campo di gioco. Erano ragazzi sani e felici, e John Vincent era solito dire ai suoi vicini: “Non creano più problemi di uno solo, eppure sono quattro mani anziché due”.

Phebe morì quando avevano quattordici anni, dicendo a loro, con quasi il suo ultimo respiro, “Siate uno, sempre!” Prima che suo marito potesse decidere se cambiare il suo piano di educazione domestica, stavano uscendo dall’infanzia, stavano cambiando voce, statura e carattere con una somiglianza continua che lo disorientava e quasi terrorizzava. Si procurò indumenti di diversi colori, ma erano abituati a indossare ogni articolo in comune, e il risultato era solo un misto di tinte per entrambi. Furono inviati in scuole diverse, per essere poi rimandati indietro il giorno seguente, ugualmente pallidi, sofferenti e incapaci di studiare.

Qualunque strumento fosse adoperato, lo sfuggivano con un istinto reciproco che rese inutili tutte le misure esterne.

Per John Vincent la loro somiglianza era una disgrazia accidentale, che era stata confermata dalla fantasia della madre. Sentiva che loro erano legati da un vincolo profondo e misterioso, che, in quanto avrebbe potuto interferire con tutti gli aspetti pratici della vita, avrebbe dovuto essere gradualmente indebolito.

Due corpi, per lui, implicavano due uomini distinti, ed era sbagliato permettere una dipendenza reciproca che impediva l’esercizio sia di una propria volontà separata che di una propria separata capacità di giudizio.

Ma, mentre stava pianificando e meditando, i ragazzi divennero giovani uomini, e lui era un vecchio. Vecchio e fiaccato prematuramente; poiché aveva lavorato molto, sopportato molto, e la sua grande corporatura conteneva solo una quantità moderata di forza vitale. Una grande stanchezza cadde su di lui, e le sue forze cominciarono a cedere, all’inizio lentamente, ma poi con un accelerato venir meno. Vide la fine arrivare, molto prima che i suoi figli lo sospettassero; il suo dubbio, per il loro bene, era l’unica cosa che gliela rendeva sgradita. Era “nella sua mente” (come direbbero i suoi vicini quaccheri) l’idea che avrebbe dovuto parlare con loro del futuro, e alla fine arrivò il momento giusto.

Era una tempestosa sera di novembre. Il vento e la pioggia turbinavano girando tra gli alberi all’esterno, ma il salotto della vecchia fattoria era luminoso e caldo. David e Jonathan, al tavolo, con le braccia sulle spalle e le ciocche brune mescolate insieme, leggevano lo stesso libro: il loro padre sedeva sull’antica sedia a dondolo davanti al fuoco, con i piedi su uno sgabello. La governante e l’uomo assoldato erano andati a letto e tutti erano in casa. John attese fino a quando non sentì il volume chiudersi e poi parlò.

“Ragazzi”, disse, “lasciatemi parlare un po’ con voi, non sembra che io non stia superando i miei malanni nel modo giusto, – non succederà mai, forse. Un uomo deve pensare alle cose mentre c’è tempo, e dirle quando devono essere dette. Non so perché sento una particolare necessità di fare presto nel mio caso, solo che non possiamo mai dirlo, da un giorno all’altro. Quando morirò tutto apparterrà a voi due, dividete e dividete in modo equo, sia per acquistare un’altra fattoria con i soldi ricavati, sia per dividere questa casa: non vi vincolerò in nessun modo, ma voi due avrete bisogno di due fattorie per due famiglie; perché non dovrete aspettare dodici anni, come vostra madre e me.

“Non vogliamo un’altra fattoria, padre!” dissero David e Jonathan insieme. “So che non la pensate così, ora. Una moglie mi sembrava abbastanza lontana da me, quando avevo la vostra età. Voi siete sempre stati contenti di stare l’uno con l’altro, ma questo non può durare. Era in parte l’idea di vostra madre; ricordo che disse che il nostro fardello era passato dentro di voi. Non ho mai capito bene che cosa intendesse, ma suppongo che debba piuttosto essere l’opposto di quello che abbiamo dovuto sopportare noi.”

I gemelli ascoltarono con attenzione senza fiatare mentre il loro padre, improvvisamente commosso dal passato, raccontò loro la storia del suo lungo fidanzamento. “E ora”, esclamò in conclusione, “potrebbe essere come mettere idee selvagge nelle vostre due teste, ma devo dirlo! Era lì che ho sbagliato, – sbagliato con lei e con me, – nell’aspettare! Non avevo il diritto di rovinare il meglio delle nostre vite; avrei dovuto andare audacemente, in pieno giorno, a casa di suo padre, prenderla per mano e condurla a diventare mia moglie. Ragazzi, se uno di voi arriverà ad amare veramente una donna, e lei ad amarlo, e non c’è ragione per cui Dio (non dico un uomo) dovrebbe separarvi, fate come avrei dovuto fare io, non come io ho fatto! E, forse, questo consiglio è la migliore eredità che posso lasciarvi.”

“Ma, padre”, disse David, parlando per entrambi, “non abbiamo mai pensato di sposarci.” “È abbastanza comprensibile”, rispose il padre, “quasi mai pensiamo a quello che sicuramente succederà. Ma per me, guardando indietro, è una cosa ovvia. E questo è il motivo per cui voglio che voi mi facciate una promessa, e solenne come se fossi sul mio letto di morte. Forse ci sarò presto”. Le lacrime si concentrarono negli occhi dei gemelli. “Che cosa c’è, padre?” Dissero entrambi. “Sarebbe una cosa da nulla per qualsiasi altra coppia di ragazzi, ma non so come la prendere. E se vi chiedessi di vivere separati per un po’?” “O padre! gridarono insieme, con la guancia che premeva la guancia e la mano che stringeva la mano, mentre diventava bianca e tremante, John Vincent, guardando nel fuoco, non vedeva i loro volti, o il suo proposito avrebbe vacillato.

“Non dico ora”, continuò. “Tra un po’, quando … beh, quando sarò morto. E intendo solo un inizio, per aiutarvi verso ciò che deve succedere. Solo un mese; non voglio sembrarvi duro; ma questo è poco, in tutta coscienza. Datemi la vostra parola: rispondete: “Per amore di vostra madre!” Ci fu una lunga pausa, poi David e Jonathan dissero, con voce bassa e vacillante, “Per amore di nostra madre madre, lo prometto.” “Ricordatevi che eravate solo ragazzi per lei. Lei avrebbe potuto far sembrare tutto questo più semplice, perché le donne hanno ragioni per cose a cui nessun uomo può dare risposta. Ricordatevi, entro un anno dopo che me ne sarò andato!” Si alzò e uscì barcollando dalla stanza.

I gemelli si guardarono l’un l’altro: David disse: “Dobbiamo?” E Jonathan, “Come possiamo?” Allora entrambi pensarono: “Potrebbe volerci ancora un bel po’”. In questo trovavano un conforto nel presente, e ciascuno sembrava tenersi saldamente questa idea tenendo strettamente la mano dell’altro, mentre si addormentavano fianco a fianco. La prova era più vicina di quanto loro immaginavano: il loro padre morì prima che l’inverno fosse finito, la fattoria e le altre proprietà passarono a loro, e avrebbero potuto permettere alla vita di risolvere i suoi misteri mentre andava avanti, se non fosse stato per la loro promessa al morto. Quella promessa doveva essere compiuta e poi una cosa era certa: non si sarebbero mai più separati.

“Prima è, meglio è”, disse David. “Sarà la visita a nostro zio e ai cugini dell’Indiana, tu verrai con me fino ad Harrisburg, potrebbe essere più facile separarci lì che qui. E i nostri nuovi vicini, i Bradley, vorranno il tuo aiuto per un giorno o due, dopo che sarai tornato a casa.”

“È meno della morte”, rispose Jonathan, “e perché dovrebbe sembrare di più? Dobbiamo pensare a nostro padre e nostra madre e a tutti quei dodici anni; ora so qual era il fardello.” “E non ce ne siamo mai caricati nemmeno una parte! Nostro padre doveva aver ragione nel costringerci a promettere.”

Ogni giorno la discussione riprendeva, e sempre con la stessa conclusione. La familiarità con l’inevitabile passo diede loro un po’ più di coraggio, tuttavia, quando il momento arrivò e passò, quando, accelerando su treni che andavano in direzioni opposte, le colline e le valli si moltiplicavano tra di loro con terribile velocità, una fitta come la morte spaccò cuore di ciascuno di loro, e la vita divisa diventò un sogno gelido e opprimente.

Durante la separazione non si scambiarono lettere. Quando i vicini chiedevano a Jonathan notizie di suo fratello, lui rispondeva sempre: “Sta bene”, e evitava ulteriori discorsi con tale evidenza di dolore che preferivano risparmiarglielo. Un’ora prima che il mese si concludesse, si incamminò da solo, prendendo la strada per la stazione ferroviaria più vicina. Uno sconosciuto che lo superò all’ingresso di un fitto bosco, a tre miglia da casa, rimase sconvolto dall’avere incontrato la stessa persona poco dopo essere entrato nel bosco dall’altra parte; ma i contadini nei campi vicini videro due figure uscire dall’ombra, mano nella mano.

Ciascuno dei due venne a sapere come l’altro aveva trascorso il mese, prima che dormissero, e l’ultima cosa che Jonathan disse, con la testa sulla spalla di David, fu: “Devi conoscere i nostri vicini, i Bradley e soprattutto Ruth.” Al mattino, mentre si vestivano, prendendo gli abiti a caso, come di consueto, Jonathan di nuovo disse: “Non ho mai visto una ragazza che mi piaccia così tanto come Ruth Bradley. Ti ricordi che cosa ci ha detto nostro padre sull’amare e lo sposarsi? Mi viene in mente ogni volta che vedo Ruth; ma lei non ha una sorella.” “Ma non c’è bisogno che ci sposiamo entrambi”, replicò David, “questo potrebbe dividerci, ma non succederà. È per sempre, adesso.” “Per sempre, David.”

Due o tre giorni dopo Jonathan disse, mentre iniziava una commissione al villaggio: “Mi fermerò dai Bradley questa sera, quindi devi venire e devi incontrarmi lì.”

Quando David si avvicinò alla casa, una figura snella, da ragazza, con la schiena rivolta verso di lui, stava chinandosi su un cespuglio di grandi rose cremisi, tagliando cautamente un fiore qua e là. Allo scatto del chiavistello, cominciò a girarsi verso di lui. Il suo leggero cappellino di percalle, che ricadeva all’indietro, rivelò un lungo viso ovale, biondo e delicato, occhi marroni dolci e capelli castani ricadenti sulle tempie. Una morbida vampata le si accese all’improvviso sulle guance, e lui sentì che anche le sue bruciavano. “O Jonathan!” Esclamò, trasferendo le rose alla sua mano sinistra e porgendo la destra, mentre si faceva avanti. Era troppo abituato al nome per riconoscere immediatamente l’errore di lei, “Ruth!” Gli venne naturalmente alle labbra. “Dovrei capire che tuo fratello David è venuto”, disse poi; “anche se non ne avessi avuto notizia, sei così raggiante, come sono felice!” “Non è qui?” Chiese David. “No, ma eccolo lì, sicuramente!” Si voltò verso il viale, dove Jonathan stava scendendo da cavallo. “Ma sei di nuovo tu, Jonathan!”

Mentre si avvicinavano, i gemelli si scambiarono uno sguardo, e un trasferimento segreto della frusta da sella a David chiarì la loro identità agli occhi di Ruth, i cui modi nei confronti di quest’ultimo fi fecero innocentemente più timidi pur nella loro cordialità, mentre il suo discorso franco e familiare era rivolto a Jonathan, come era giusto. Ma anche David prese Ruth con sé, e quando se ne andarono, Ruth aveva apparentemente dimenticato che c’era una differenza nella durata della loro conoscenza. Mentre facevano la strada verso casa David disse: “Papà aveva ragione, noi dobbiamo sposarci, come gli altri, e Ruth è la moglie per noi, intendo per te, Jonathan, sì, dobbiamo imparare a dire mio e tuo, dopo tutto, quando parliamo di lei.” “Perfino lei non può separarci, a quanto pare”, rispose Jonathan. “Dobbiamo darle qualche segno, e questo sarà anche un segno per gli altri: sembrerà strano dividerci, non potremo mai impararlo correttamente a fare una cosa simile, piuttosto non pensiamo al matrimonio!”

“Non possiamo fare a meno di pensarci; ora lei è nel ruolo di nostra madre, come noi siamo nel ruolo di nostro padre.” Poi entrambi divennero silenziosi e pensierosi. Sentivano che qualcosa minacciava di disturbare quella che sembrava essere l’unica vita possibile per loro, ma non erano in grado di distinguerne le caratteristiche, e quindi erano impotente a resistergli. Lo stesso istinto che era nato dalla loro meravigliosa somiglianza spirituale disse loro che Ruth Bradley amava già Jonathan: il dovere era stabilito, e loro dovevano conformare le loro vite ad esso. C’era, tuttavia, questa leggera differenza tra le loro nature, che David era generalmente il primo a esprimere il pensiero che veniva in mente ad entrambi. Così quando disse: “Impareremo cosa fare quando ce ne sarà bisogno.” era un rimandare ogni presagio.

Andavano alla deriva soddisfatti verso il cambiamento imminente. I giorni passarono e le loro visite a Ruth Bradley continuarono, a volte Jonathan andò da solo, ma erano di solito insieme, e il legame che univa il tre divenne più caro e dolce perché sviluppato in stretta vicinanza, e Ruth imparò a distinguere tra i due quando erano di fronte a lei: almeno lo disse, ed loro erano disposti a crederci. Ma lei non era a conoscenza di quanto simile fosse il felice calore nel suo seno prodotto da entrambe le coppie di occhi grigio scuro e dal dolce mezzo sorriso che giocava intorno a entrambe le bocche, a loro sembrava che lei fosse attratta dal circolo mistico che li separava dagli altri, – lei sola, e loro non pensavano più ad una vita in cui lei non avrebbe dovuto condividere.

Poi il passo inevitabile fu fatto, Jonathan dichiarò il suo amore e fu esaudito. Ahimè! Quasi dimenticò David quella sera di fine estate, mentre sedevano al chiaro di luna, e più e più volte si davano assicurazioni reciproche di quanto ormai si volevano bene. Percepì il disagio nel cuore di David quando si incontrarono. “Ruth è nostra, e io ti porto il suo bacio”, disse, stringendo le labbra a quelle di David; ma le braccia intorno a lui tremavano, e David sussurrò: “Ora inizia il cambiamento”. “Oh, questo non può essere il nostro fardello!” Gridò Jonathan, con tutto il senso dell’estasi ancora caldo nel suo cuore. “Se lo è, sarà leggero o pesante o del tutto assente, secondo come lo sopporteremo”, rispose David, con un sorriso di tenerezza infinita. Per diversi giorni permise a Jonathan di visitare da solo la fattoria di Bradley, dicendo che doveva essere così, per il bene di Ruth. Il suo amore, dichiarò, doveva darle il buon istinto che solo la loro madre aveva mai posseduto, e lui doveva lasciargli il tempo di consolidarsi. Jonathan, tuttavia, insisteva nel dire che Ruth lo possedeva già; che stava cominciando a farsi domande sulla sua assenza e a temere che lei non sarebbe stata del tutto benvenuta in quella casa, che doveva sempre essere egualmente sua. David cedette subito. “Devi andare da solo”, disse Jonathan, “per convincerti che lei finalmente ci conosce.”

Ruth uscì dalla casa mentre lui si avvicinava. Aveva un volto raggiante: gli posò le mani sulle spalle e lo baciò. “Ora non puoi dubitare di me, Ruth!” Disse, gentilmente. “Dubitare di te, Jonathan?” Esclamò, con un affettuoso rimprovero nei suoi occhi. “Ma tu sembri turbato, c’è qualche problema?” “Stavo pensando a mio fratello”, disse David, in tono basso. “Dimmi cos’è,” disse lei, trascinandolo nel piccolo pergolato di caprifoglio vicino al cancello. Presero posto, fianco a fianco, sulla panchina rustica. “Lui pensa che potrei intromettermi tra voi: non è vero?” chiese lei. Solo una cosa era chiara alla mente di David, cioè che lei avrebbe sicuramente parlato più francamente e liberamente di lui al presunto Jonathan che al suo vero io. Questo una volta avrebbe permesso l’illusione. “Non più di quanto deve essere”, rispose. “Lui sapeva tutto, sin dall’inizio, ma siamo stati come una persona in due corpi, e ogni cambiamento sembra dividerci”. “Lo sento come lo senti tu”, disse Ruth, “non avrei mai acconsentito a essere vostra moglie, se potessi davvero dividervi, vi amo troppo per questo.” “Mi ami?” Chiese, dimenticando completamente il suo ruolo di sostituto. Di nuovo lo sguardo di rimprovero, che svanì quando lei incontrò i suoi occhi. Si gettò sul suo petto e gli diede baci ai quali fu risposto con uguale tenerezza. All’improvviso lui si coprì la faccia con le mani e scoppiò in un fiotto di lacrime: “Jonathan! O Jonathan!” Gridò lei, piangendo di allarme e affettuoso dolore. Passò molto tempo prima che lui potesse parlare; ma alla fine, voltando la testa, balbettò: “Io sono David!”

Ci fu un lungo silenzio. Quando alzò lo sguardo era seduta con le mani rigidamente strette in grembo: il suo viso era molto pallido. “Ecco, Ruth,” disse; “noi siamo un cuore e un’anima sola, potrebbe amare lui e non io? Non puoi decidere tra di noi, perché l’uno è l’altro.” Se ti avessi conosciuta prima, Jonathan sarebbe ora al mio posto. Che cosa ne segue, allora?” “Nessun matrimonio”, sussurrò lei. “No!” Rispose lui; “noi fratelli dobbiamo imparare ad essere due uomini invece di uno: in parte tu prenderai il mio posto con Jonathan, io devo vivere con metà della mia vita, a meno che non riesca a trovare, da qualche parte nel mondo, l’altra metà di te.” “Non posso separarvi David!” “Qualcosa di più forte di te o di me ci divide, Ruth. Se fosse la morte, dovremmo inchinarci alla volontà di Dio: beh, non può essere più lontano della morte o del giudizio. Non dire altro: lo schema di tutto ciò è stato tracciato molto tempo prima che nascessimo, e non possiamo fare altro che elaborarlo.”

“Si alzò e le si parò davanti. “Ricorda questo, Ruth,” disse; “Non c’è colpa in noi se ci amiamo l’un l’altro, Jonathan vedrà la verità sul mio viso quando ci incontreremo, e io parlo anche per lui. Non mi vedrete più fino al giorno del vostro matrimonio, e poi non più in seguito – ma sì! una volta, in un tempo lontano, quando mi riconoscerai come David, e mi darai ancora il bacio che hai dato oggi.” “Ah, dopo la morte!” pensò lei: “Li ho separati per sempre”. Stava per alzarsi, ma cadde sul sedile di nuovo, uno svenimento. Nello stesso momento Jonathan apparve al fianco di David. Nessuna parola fu detta. La spinsero un po’ in avanti e la sostennero tra di loro finché la brezza fresca non la riportò alla coscienza. Il primo sguardo di lei si posò sulle mani del fratello, che la stringevano; poi, guardando da uno all’altro, vide che le guance di entrambi erano bagnate. “Ora lasciatemi,” disse, “ma vieni domani, Jonathan!” Anche allora si voltò dall’uno all’altro con un’incertezza dolorosa e toccante e allungò le mani verso di loro in un addio.

Come quel povero cuore gemello lottava con se stesso è noto solo a Dio. Tutte le voci umane e, come credevano, anche la Voce Divina, comandavano la divisione della loro vita intrecciata. La sottomissione sarebbe sembrata più facile, avrebbero potuto assumere oneri uguali e simili; ma David non fu in grado di negare che il suo carico fosse troppo pesante. Per la prima volta i loro pensieri cominciarono a divergere. Alla fine David disse: “Per l’amore di mia madre, Jonathan, facciamo come avevamo promesso, lei ti ha sempre chiamato suo figlio, e per l’amor di Ruth, e l’ultimo consiglio di nostro padre: tutti loro mi dicono quello che devo fare”. Era come la lotta tra volontà e desiderio nella stessa creatura, e comunque non meno feroce o prolungata per il fatto che la qualità più morbida lasciava presagire la sua resa definitiva. Molto tempo dopo aver sentito che il passo era inevitabile, Jonathan cercò di rimandarlo, ma fu portato da tutte le influenze combinate sempre più vicino al momento. E finalmente arrivò il giorno del matrimonio. David sarebbe dovuto uscire di casa la sera stessa, dopo la cena in famiglia sotto il tetto di suo padre. Al mattino disse a Jonathan: “Non scriverò fino a quando non sentirò che sono diventato diverso da adesso, ma sarò sempre qui, in te, come tu sarai in me, ovunque. Ogni volta che mi vuoi, lo saprò lo so, e penso che saprò quando tornare.”

I cuori di tutta la gente si rivolsero verso di loro mentre si trovavano insieme nella piccola chiesa del villaggio. Entrambi erano calmi, ma molto pallidi e astratti nella loro espressione, eppure la loro meravigliosa somiglianza era ancora immutata. Gli occhi di Ruth erano rivolti in basso, quindi non potevano essere visti; lei tremò visibilmente, e la sua voce era appena udibile quando pronunciò il voto. Si sapeva solo nel vicinato che David avrebbe fatto un altro viaggio. La verità non poteva essere indovinata da persone le cui idee seguivano lo stretto giro delle loro esperienze; se fosse successo, probabilmente ci sarebbe stata più condanna che simpatia. Ma in un modo vago si sentiva la presenza di qualche elemento più profondo: la caduta di un’ombra, anche se l’ala protesa era invisibile. Molto al di sopra di loro e al di sopra dell’ombra, li guardava l’Infinita Pietà, che non fu negata a tre cuori quel giorno.

Era passato molto tempo, più di un anno, e Ruth stava cullando il suo primo figlio in petto, prima che arrivasse una lettera da David. Aveva vagato verso ovest, aveva acquistato alcune terre sulla linea esterna dell’insediamento e sembrava stesse conducendo una vita selvaggia e solitaria. “Adesso so”, scrisse, “quanto c’è da sopportare e come sopportarlo. Strani uomini si frappongono tra noi, ma tu non sei lontano quando sono da solo su queste pianure: c’è un posto dove posso sempre incontrarti e so che lo hai trovato, sotto il grande frassino vicino al granaio Penso di essere quasi sempre lì intorno al tramonto e nelle notti di luna piena, perché allora siamo più vicini insieme, e non dormo mai senza lasciarti metà della mia coperta.

Quando comincio a svegliarmi, sento sempre il tuo respiro, quindi noi non siamo mai separati per molto tempo, non so se potrò cambiare molto, non è facile, è come decidere di avere occhi e capelli colorati, e non posso che scottarmi al sole e portare una folta barba. Ma non siamo poi così infelici come temevamo di essere: nostra madre mi è apparsa l’altra notte, in un sogno, e ci ha messo in ginocchio. O, vieni da me, Jonathan, ma per un giorno! No, non mi troverai! Sto attraversando le pianure!”

E Jonathan e Ruth? Si amavano teneramente, non avevano nessun problema esterno, la loro casa era pacifica e pura, eppure ogni stanza, ogni scala e ogni sedia era infestata da un fantasma doloroso. Come disse un vicino dopo aver fatto loro visita, “Sembrava esserci qualcosa di perduto.” Ruth vide quanto costantemente e in modo inconsapevole Jonathan si girasse per vedere il proprio sentimento riflesso negli occhi assenti, come la sua mano cercasse un altro, anche mentre i suoi compagni stringevano le sue mani, come parole semi-pronunciate, di giorno e di notte, morissero sulle sue labbra, perché non potevano raggiungere l’orecchio gemello, lei non sapeva come succedesse, ma la sua stessa natura prese su di sé la stessa abitudine. Si sentiva come se ricevesse meno amore di quello che lei dava, – non da Jonathan, nel cui cuore intero, caldo e trasparente, nessun’altra donna aveva mai guardato, ma qualcosa che faceva parte di lei andava al di là di lui e non ritornava più. per entrambi la loro vita era come una di quelle coppe da prestigiatore, apparentemente piene di vino rosso, che è trattenuto dalle dalla falsa cavità del cristallo e non può raggiungere le labbra.

Nessuno dei due parlava di questo, nessuno dei due aveva il coraggio di parlare. Gli anni trascorsero nella loro lenta lunghezza, con rari e brevi messaggi di David. In casa c’erano tre bambini, e ancora la pace e l’abbondanza ponevano le loro insegne sui suoi architravi.

Ma alla fine Ruth, che stava diventando sempre più magra e pallida fin dalla nascita del suo primo figlio, si ammalò gravemente. Aveva ereditato la tendenza alla consunzione che ora si manifestava in una forma che lasciava prevedere anche troppo chiaramente l’esito. Dopo che il medico se ne fu andato, lasciandosi alle spalle il suo verdetto fatale, lei chiamò Jonathan, che, sconcertato dal dolore, si lasciò cadere in ginocchio accanto al suo letto e singhiozzò sul suo seno. “Non ti affliggere”, disse lei; “questa è la mia parte di carico: se ho preso troppo da te e da David, ora arriva l’espiazione. Molte cose mi sono diventate chiare. David aveva ragione quando diceva che non c’era colpa, ma il mio tempo è pure meno di quello che il dottore pensa: dov’è David? Non puoi dirgli di venire?” “Posso solo chiamarlo con il cuore”, rispose. “E mi sentirà ora, dopo quasi sette anni?” “Chiama, allora!” Gridò lei con foga. “Chiama con tutta la forza del tuo amore per lui e per me, e credo che ti sentirà!” Il sole stava proprio tramontando. Jonathan andò al grande frassino, dietro la stalla, cadde sulle sue ginocchia e si coprì la faccia, e la sensazione di un violento e amaro pianto riempì il suo cuore. Tutto il desiderio represso e frustrato, la mancanza, la fame, il dolore incessante degli anni, gli caddero addosso e si fusero in un’unica preghiera: “Vieni, David, o io muoio!”

Prima che il crepuscolo svanisse, mentre era ancora in ginocchio gli arrivò un braccio sulla spalla e il lieve tocco di un’altra guancia sulla sua. Durò a stento per lo spazio di un pensiero, ma riconobbe il segno. “David arriverà!” Disse a Ruth. Da quel giorno tutto cambiò. La nuvola di morte in arrivo che pendeva dalla casa si trasformò in lana d’oro. Tutta la vita perduta tornò sul viso di Jonathan, tutta la dolcezza inesauribile di Ruth si illuminò in una serena beatitudine. Erano passati mesi da quando David si era fatto sentire; non sapevano come raggiungerlo senza molto ritardo; eppure nessuno dei due si sognava di dubitare della sua venuta.

Due settimane passarono, tre, e non ci fu né una parola né un segno. Jonathan e Ruth pensarono: “È vicino” e un giorno Jonathan fu preso da una singolare agitazione. Ruth lo vide, ma non disse nulla finché non venne la notte, quando dal suo capezzale invitò Jonathan ad andare, con le parole: “Vai e incontralo!” Un’ora dopo udì un doppio rumore di passi sul marciapiede di pietra di fronte alla casa. Arrivarono lentamente alla porta, che si aprì; li sentì lungo il corridoio e mentre salvano le scale; poi la lampada da camera le mostrò i due volti, brillanti di una sola gioia indicibile. Un fratello si fermò ai piedi del letto; l’altro si avvicinò e si chinò su di lei. Lei strinse le sue mani sottili intorno al suo collo, lo baciò affettuosamente e gridò: “Caro, caro David!” “Cara Ruth” disse lui, “sono venuto il più presto possibile, ero lontano, tra montagne selvagge, quando sentii che Jonathan mi stava chiamando, sapevo che dovevo tornare, per non lasciarvi mai più, e c’era ancora un po’ di lavoro da finire. Ora vivremo tutti di nuovo!” “Sì”, disse Jonathan, avvicinandosi a lei dall’altra parte, “prova a vivere, Ruth!” La sua voce divenne chiara, forte e piena di autorità. “Vivo come non ho mai vissuto, porterò tutta la vita con me quando andrò ad aspettare quell’unica anima, che io troverò lì! Il nostro amore unisce, non divide, da quest’ora!”

Le poche settimane che ancora le rimanevano furono un periodo di pace quasi sovrumana. Sbiadì lentamente e senza dolore, ricevendo l’amore uguale dei cuori gemelli e dando loro un’eguale tenerezza e gratitudine. Quindi, per prima cosa, vide il bisogno misterioso che li univa, la pienezza e la gioia con cui ciascuno si completava nell’altro. Tutto il passato imperfetto era illuminato, e la fine, anche quella ora così vicina, era molto buona.

Ogni pomeriggio la portavano su una sedia imbottita sulla veranda, dove poteva godersi la quiete del paesaggio assolato, la presenza dei fratelli seduti ai suoi piedi, e i giochi dei suoi figli sull’erba. Così, un giorno, mentre David e Jonathan le tenevano le mani e aspettavano che lei si svegliasse da un sonno felice, lei se ne andò davanti a loro, e, prima che indovinassero la verità, lei stava aspettando la loro unica anima nella terra sconosciuta.

E i figli di Jonathan, che ora stanno diventando uomini e donne, chiamano anche David “papà”. I segni lasciati dalle loro vite divise sono scomparsi da tempo dalle loro facce; ormai uomini di mezza età, i cui capelli stanno diventando grigi, camminano ancora mano nella mano, dormono ancora sullo stesso cuscino, hanno ancora il loro guardaroba comune, come quando erano ragazzi. Parlano della “nostra Ruth” senza tristezza, perché credono che la morte li farà diventare uno, quando, nello stesso momento, chiamerà entrambi. E noi che li conosciamo, a cui loro hanno confidato il commovente mistero della loro natura, lo crediamo anche noi.

Bayard Taylor.

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IMPARARE.

Qui mi è venuta dalla calma della Natura,
Da anni di gioia e tristezza sfumata,
Nascosta in ogni preghiera e salmo,
Una rivelazione di contenuto.
Una lezione da ogni uccello e fiore,
Dalla vita comune e dagli uomini comuni,
Per insegnare gli usi dell’ora,
L’armonia di “adesso” e “allora”.
Ha ordinato che il mio antico dolore cessasse,
E ha insegnato alle mie labbra ostinate a dire:
“Era mio amico, i miei anni aumentano,
Lui è morto prima che i suoi capelli fossero grigi.

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COMING OUT OBBLIGATORIO

Caro Project,

sono il papà di un ragazzo gay e ho letto più volte il tuo forum insieme con mia moglie per capire come comportarci con nostro figlio e indubbiamente ci è stato utile. Non ti racconto delle nostre preoccupazioni e dei nostri dubbi e soprattutto delle incertezze su come cominciare un dialogo diretto con nostro figlio, ma alla fine ci siamo riusciti, e i nostri rapporti sono sempre stati buoni, o meglio sarebbero sempre stati buoni se non ci fosse stato un punto sul quale l’atteggiamento di nostro figlio ci preoccupava parecchio. Lui adesso ha 17 anni, ha un amico speciale, chiamiamolo così. In passato non potevo affrontare la questione con mio figlio in modo troppo diretto, dato che lui non lo faceva, cioè noi parlavamo spesso anche di sesso, soprattutto di prevenzione, ma io e mia moglie siamo stati sempre molto attenti a non intrometterci troppo nelle sue cose private. L’altro ragazzo, che si chiama Stefano, è venuto a casa nostra parecchie volte, e abbiamo parlato molto, è un ragazzo maturo e responsabile, ha cenato con noi e una volta è stato anche a dormire a casa nostra. Io conoscevo anche i genitori che mi sembravano ottime persone, fino a pochi giorni fa non sapevo che cosa sapessero del figlio poi Stefano ha parlato con noi in modo esplicito e ha detto che i suoi genitori sanno. Ho chiesto a Stefano se, secondo lui, sarebbe stato utile che noi parlassimo coi suoi genitori e ci ha detto di sì. Qualche giorno fa, nel pomeriggio io e mia moglie siamo andati a trovare i genitori di Stefano, presenti anche lui e mio figlio. All’inizio è stato un po’ imbarazzante, ma poi i ragazzi stessi ci hanno tolto di impaccio. E qui viene il punto dolente. Io, mia moglie e i genitori di Stefano siamo stati tutti concordi nel consigliare ai ragazzi la massima prudenza, e anche Stefano era d’accordo, ma mio figlio non ne voleva sapere e ne faceva una questione di principio. In genere è molto ragionevole ma mi sembrava che in questo caso avesse preso proprio un’impuntatura. Abbiamo provato a farlo ragionare in tutti i modi possibili. Stefano gli ha ricordato l’esempio di un loro compagno che è stato messo in gravi difficoltà dai pettegolezzi degli altri compagni,  di alcuni genitori e anche di alcuni insegnanti, perché, anche se ti potrà sembrare incredibile, i professori che fanno pettegolezzi stupidi e che apostrofano i ragazzi in modo omofobo e maleducato, esistono ancora. C’è stato solo un argomento in grado di fare recedere mio figlio dall’impuntatura. Stefano gli ha detto: “Luigi, guarda, per te il coming out è una cosa fondamentale e dici che lo farai comunque, ma per me è una cosa assolutamente da evitare, non in assoluto, ma perché oggi come oggi non ce lo possiamo permettere, insomma, se tu vuoi sentirti libero di dichiararti, io non ti posso fermare, ma non posso nemmeno essere costretto a fare pure io una cosa che proprio non voglio fare. Cioè, se è proprio come dici tu – una questione irrinunciabile di dignità personale – beh, allora è bene che io mi metta da parte, perché non voglio sentirmi costretto a fare una cosa del genere.” Questo discorso ha messo in crisi mio figlio, che non accettava i discorsi di prudenza dei genitori ma era sensibile all’idea di non costringere il suo amico a fare qualcosa contro la sua volontà. Alla fine della serata, il clima sembrava tranquillo e noi tre ce ne siamo tornati a casa nostra, ma evidentemente nostro figlio non era affatto convinto. In macchina ha cominciato con noi una filippica che non la finiva più sul coraggio, sulla dignità, sul rispetto di se stessi, al punto che io gli ho detto che lui ormai sapeva quello che pensavamo noi e che io e sua madre ne avevamo parlato tantissimo ed eravamo giunti alle stesse conclusioni. Poi ho aggiunto: “Tu devi fare i conti prima di tutto con Stefano perché lo puoi mettere in grosse difficoltà.” Lui tendeva a minimizzare, a banalizzare, a fare a noi una predica moralistica, ma io ho chiuso il discorso: “Ovviamente sei libero di fare le tue scelte ma noi su questo terreno non ti seguiamo.” L’indomani, dopo la scuola è venuto a casa insieme con Stefano e, davanti a noi, ha litigato in modo furibondo con lui, cosa che non avrei mai creduto possibile, lo ha chiamato “vittima designata”, ha detto che era “plagiato dai genitori” e altre cose che evito di citare, al che Stefano si è alzato, ha salutato me e mia moglie (non mio figlio), ha preso la porta e se ne è andato. Mio figlio ha fatto una scenata con noi, mi sembrava proprio un’altra persona, alzava la voce, tentava di sfogarsi verbalmente contro Stefano e anche contro di noi. Mia moglie è intervenuta per chiudere la discussione, e ce ne siamo andati nella nostra stanza. Luigi se ne è andato in camera sua sbattendo la porta. Io e mia moglie ci siamo guardati negli occhi parecchio preoccupati, non conoscevano affatto questo lato di Luigi e la cosa ci turbava parecchio. La mattina seguente Luigi è uscito di casa presto per non incontrarci e non è rientrato alla solita ora dopo la scuola, ma verso le cinque del pomeriggio. Io non sapevo dove stesse Luigi e ho chiamato Stefano, che mi ha risposto: “Oh, ciao, senti adesso sono un po’ impicciato, ti  chiamo io appena posso.” Un discorso del genere poteva significare soltanto che Luigi e Stefano stavano insieme e non mi sono preoccupato. Poco dopo le cinque Stefano mi ha richiamato e mi ha detto che con Luigi erano arrivati a una “tregua” ma ha aggiunto che pensava che sarebbe riuscito a fargli cambiare parere. Quando Luigi è venuto a casa si aspettava una sottolineatura del fatto che era arrivato molto tardi, ma né io né mia moglie abbiamo detto altro se non che il pranzo era in tavola nei piatti, e che se voleva pranzare poteva farlo. Io e mia moglie ci siamo preparati per uscire di casa, eravamo già d’accordo che avremmo lasciato Luigi da solo per evitare scenate come quelle del giorno prima, ma lui ci ha fermato. “Dove state andando? Non uscite mai a quest’ora!” Mia moglie gli ha risposto: “Abbiamo pensato che forse stai meglio da solo e ti lasciamo i tuoi spazi…” Lui ha continuato: “E basta con queste storie! Un minimo di prudenza va bene… però appena ci saranno le condizioni favorevoli io il coming out lo faccio eccome, perché non voglio vivere nelle fogne ma alla luce del sole!” E allora anche io gli ho detto la mia: “No! Tu ancora non hai capito una cosa, finché tu stai con Stefano non sei tu che decidi ma dovete decidere insieme! Ma che ti credi che io e tua madre siamo andati sempre d’accordo su tutto? Qualche volta ha mollato lei e qualche volta ho mollato io … se no non si va avanti! ” Lui mi ha guardato in atteggiamento di sfida, ma anche con un mezzo sorriso beffardo: “Senti, papà, se sei in vena di prediche puoi anche andartene a fare la tua passeggiata, se io mollo non è certo perché tu e mamma e i genitori di Stefano vi fare prendere dalle paure … Io non voglio perdere Stefano, io cedo per questo.” Al che io sono stato zitto e ho alzato gli occhi al cielo. Io e mia moglie ci siamo rimessi il cappotto e Luigi ci ha detto: “Ordinate quattro pizze alla pizzeria per stasera, perché alle otto viene Stefano, a me napoletana e a lui capricciosa, ok?” “Ok!”. Non so se posso dire che ormai siamo fuori pericolo ma mi sembra che il peggio sia passato! La storia in fondo è banale e al momento sembra che sia finita bene, ma penso che possa essere utile a qualcuno.

Ovviamente puoi pubblicare la mail, i fatti sono quelli, ma non ci sono elementi sensibili. Grazie di tutto.

Danilo e Albina (nomi inventati, ovviamente)

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COPPIE GAY E SEPARAZIONI IMMOTIVATE

Ciao Project,

ogni volta che parlo col mio ex fidanzato il mio cervello si mette in agitazione e comincio a pensare a mille cose. Il mio ex è un ragazzo onesto, è buono dentro, ha i suoi problemi irrisolti, ma ce li abbiamo tutti, ci siamo lasciati ormai da qualche anno ma non abbiamo mai perso i contatti. Quando mi chiama lo sto ad ascoltare con la massima attenzione e cerco di rispondere nel modo più serio possibile. Quando parla con me, ha l’abitudine di fare lunghe pause, cioè, comincia il discorso, poi si interrompe per alcuni secondi (non pochissimi) per rimettere insieme le idee e rispondermi in modo strettamente pertinente, poi riprende a parlare, si vede uno sforzo di dire la verità e di capire quello che voglio trasmettergli. Onestamente, sono contento che tra noi non sia finito tutto, perché questo vuol dire che lui non ha conservato di me un ricordo negativo. Tra noi le cose non hanno funzionato, o meglio hanno funzionato fino ad un certo punto, ma poi ci sono state delle incomprensioni. Oggi, a distanza di tempo, devo dire che quelle incomprensioni mi sembrano molto meno significative e in qualche modo mi accorgo di essermi lasciato spaventare da cose che in effetti non avevano poi nulla di speciale, anche se, devo dire, il suo comportamento e il suo modo di vedere le cose sono cambiati nel corso degli anni. Io, dopo di lui, sono rimasto solo e lui lo stesso. Qualche volta comincio a pensare alla fine della nostra storia e mi sembra solo il frutto di una serie di incomprensioni dipendenti una dall’altra, una specie di catena di eventi, che una volta partita diventa incontrollabile e che alla fine ci ha portato a dividerci, anche se in effetti non c’era nessuna motivazione seria per farlo. Io capisco che si possa lasciare il proprio ragazzo se c’è un’altra storia che sta nascendo, perché non puoi stare con due ragazzi contemporaneamente, ma quando ci siamo lasciati, lui non aveva un altro ragazzo e nemmeno io. E allora perché buttare via tutto?

Io ho avuto l’impressione che lui potesse sentirsi condizionato, forse meno libero, che una volta superato l’entusiasmi inziale lui abbia percepito il trasformarsi del nostro rapporto in routine, e proprio per questo mi sono sentito in dovere di parlarne con lui esplicitamente. Lui, a sua volta, ha interpretato le mie preoccupazioni come un modo diplomatico per dirgli che forse mi ero stancato di lui e quindi ha pensato che fosse suo dovere non farmi sentire legato e darmi una possibilità di uscita. L’idea che i discorsi dell’altro non fossero del tutto autentici ma nascondessero altre motivazioni, molto meno altruistiche, ha finito per condizionare i nostri discorsi e, passo dopo passo, abbiamo cominciato ad allontanarci pensando entrambi che fosse l’unica cosa da fare, ma questo, sempre dando per scontato che fosse l’altro a voler concludere il rapporto. Anche il momento del distacco, chiamiamolo così, definitivo è stato in effetti molto particolare, nessun risentimento e da parte di entrambi la sensazione di aver compiuto un dovere per il bene dell’altro. Dopo la separazione abbiamo sentito entrambi la mancanza dell’altro, ma abbiamo entrambi tenuto ferme le nostre posizioni, pensando che tornare indietro sarebbe stato in tentativo di legare l’altro. Ma tra noi non è accaduto quello che accade all’interno delle coppie che si dividono: noi abbiamo continuato a sentirci, non da fidanzati, non come coppia, ma nemmeno come semplici amici. Si capiva che tra noi c’era comunque un rapporto importante, per quanto riguarda me ne sono sicuro e per quanto riguarda lui le prove sono state evidenti. Però, comunque, non siam arrivati a rimetterci insieme, proprio per non condizionarci a vicenda. Forse il nostro rapporto aveva veramente bisogno di riorganizzarsi così come è adesso, senza vincoli, senza obblighi o formalità, forse il problema non era tra noi, ma consisteva nel fatto che avevamo in mente un modello di relazione di coppia che con noi aveva ben poco a che vedere, un modello quasi matrimoniale, che in effetti non poteva reggere. Siamo una coppia? Siamo una coppia aperta? Francamente non credo né una cosa né l’altra, semplicemente ci vogliamo bene e fino a questo momento  la nostra libertà non solo non ha distrutto, ma ha rafforzato il nostro rapporto. Non so dire se tra noi c’è amore, certamente c’è stato, ma forse adesso resta soprattutto un affetto profondo, un rispetto reciproco, un sentire che ci possiamo fidare uno dell’altro. Lui ha provato con altri ragazzi, ma alla fine non è riuscito a costruire nulla di duraturo con nessuno, qualche volta si è anche innamorato profondamente, ma non è stato ricambiato. Ha parlato spesso con me delle sue delusioni e anche sei suoi entusiasmi, sapeva benissimo che non avrei provato nessuna gelosia ma che avrei pensato soltanto alla sua felicità. Mi sono chiesto tante volte come reagirei se lui riuscisse prima o poi a costruire una storia d’amore forte e esclusivo, nel senso che potrebbe arrivare a dimenticarsi anche di me. Qualche volta penso che una cosa del genere non possa accadere, altre volte penso che farei fatica ad abituarmi all’idea di non sentirlo più, però poi, alla fine, mi arrenderei, se lo vedessi felice. Non siamo più giovanissimi, Project, siamo ormai oltre i 35, e alla nostra età si comincia a sentire il bisogno della stabilità. Project, c’è una cosa che non ti ho detto ma penso che sia importante, io non sto bene in salute, anche se non sono vecchio, ho molti problemi fisici, che sul momento non mi condizionano troppo, ma prevedo che con gli anni i miei problemi possano diventare problemi seri. Un legame di coppia stabile costringerebbe il mio ex a farmi da badante e questo gli rovinerebbe la vita. Con lui non ho mai parlato di queste cose, perché l’unica volta che ci ho provato è diventato terribilmente malinconico e ho dovuto cambiare discorso. Qualcosa mi spinge a pensare che anche lui non stia in ottima salute e che tenda a non farlo vedere, e penso che anche lui possa avere una paura simmetrica alla mia. Forse magari tornando insieme potremmo veramente vivere meglio entrambi superando i nostri freni psicologici. Che ne pensi, Project?

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RAGAZZI GAY E GENITORI OMOFOBI

Ciao Project,

ho 50 anni, non sono gay, ma ho un figlio gay di 25 anni e mi piacerebbe fare conoscere la mia esperienza ad altri genitori. Devo dirti che sono stato, negli ultimi due anni, un lettore assiduo dei tuoi siti che mi sono stati utilissimi. Ma cominciamo dall’inizio.

Sono nato nel 68, mi sono sposato giovane, nel 90, i miei pensavano che fosse troppo presto ma io l’ho voluto fare perché volevo vivere con mia moglie e non ho mai rimpianto quella scelta perché mia moglie è una persona che mi vuole bene veramente. Mio figlio, che qui chiamerò Diego, è nato nel 92, quando io avevo 24 anni ed ero un papà giovanissimo. Da piccolo Diego era un bambino molto vivace e curioso di tutto, che si sentiva molto il cucciolo di papà e mamma. Ho ricordi bellissimi di quel periodo (6-10 anni). Col crescere si è dimostrato anche bravo a scuola e molto responsabile, a 14 anni ha avuto le chiavi di casa. Tra noi c’è stato sempre un buon dialogo. Mia moglie non è mai stata una mamma-chioccia e ha cercato dai 14 anni in poi, di metterlo in contatto con ambienti sportivi in modo che potesse stare con altri ragazzi. A 14 anni Diego era già molto alto e giocava a basket a discreto livello, portava a casa i suoi compagni di squadra, li invita a pranzo, io e mia moglie cucinavamo e l’atmosfera era molto gradevole. Le cose sono andate avanti così fino ai 17 anni. Mio figlio non aveva mai portato a casa una ragazza e non aveva mai parlato di ragazze. In casa non avevamo mai parlato seriamente di sesso. Diego vedeva me e la madre che la sera vedevamo la televisione abbracciati e la cosa per lui era assolutamente naturale. Era capitato qualche volta di parlare un po’ di qualche trasmissione televisiva che accennava alla omosessualità. Sia io che mia moglie abbiamo sottolineato che ciascuno è quello che è e che solo le persone poco intelligenti possono avere pregiudizi in questo campo.

Vorrei chiarire che i nostri non erano atteggiamenti “politicamente corretti” assunti perché chi è di sinistra ragiona così. Io, in gioventù, ho avuto un amico gay molto più grande di me, che forse si era innamorato di me, che per me è stato un secondo padre, se non ci fosse stato lui non so che fine avrei fatto ma credo che avrei corso molti rischi e molto seri. Anche mia moglie l’ha conosciuto ed è rimasta molto colpita. Insomma, la faccio breve, per me l’omofobia non esiste perché sarebbe la più radicale contraddizione della mia vita e della mia esperienza.

Quindi Diego, a casa, non ha mai respirato un’atmosfera omofoba. Comunque quando aveva 17 anni io e mia moglie abbiamo cominciato a porci delle domande, non eravamo prevenuti verso l’omosessualità, ma avere un figlio unico e sapere che è gay non è comunque una cosa facilissima da accettare, non fosse altro perché uno si chiede come si deve comportare per fare il genitore nel modo migliore. Avevamo notato che Diego stava molto spesso con un ragazzo che chiamerò Dany, erano inseparabili. Dany veniva spasso a casa. Diego e Dany (“D&D” così si chiamavano tra loro) andavano al campeggio insieme, passavano le vacanze insieme di Natale e di Pasqua in giro per l’Italia. Diego era contento e si vedeva. Io e mia moglie non ci siamo mai intromessi, però abbiamo capito che tra loro c’era qualcosa di più di una semplice amicizia. Diego però non ci aveva accennato nulla e noi non ce la sentivamo proprio di fare domande in proposito. Dany disegnava benissimo, i suoi disegni erano delle vere opere d’arte, e piano piano casa nostra fu piena dei disegni di Dany. Nel frattempo Diego aveva compiuto 18 anni. La festa di compleanno non era stata un’invasione di amici, come quella dei 17, ma era stata tutta centrata su una gita (Sabato e Domenica) con Dany. Qualche volta Diego restava a dormire a casa di Dany, noi non dicevamo nulla ma nel sottofondo però avevamo qualche preoccupazione, non per l’omosessualità ma per i possibili rischi per la salute e un po’ di ansia la sentivamo eccome. Ho pensato che non se ne potesse fare a meno e ho deciso di parlare con Diego. Siamo usciti insieme un pomeriggio e siamo andati alla villa comunale e gli ho detto: “A me e a tua madre Dany ci sta benissimo, ma abbiamo qualche preoccupazione per la salute…” Lui mi ha guardato dritto negli occhi e mi ha detto: “abbiamo fatto il test tutti e due… e comunque lui non era mai stato con nessuno e nemmeno io.” Gli ho chiesto: “Ma i genitori di Dany lo sanno?” e lui mi ha risposto: “No! E questo è il problema più grosso, perché non sono come te e mamma… insomma Dany li teme.” Abbiamo parlato molto di questo fatto, Diego era veramente preoccupato. Dany avrebbe anche tagliato i ponti con la sua famiglia ma per lui sarebbe stato un trauma. Parlare con mio figlio non solo mi ha tranquillizzato ma mi ha fatto capire che ho un figlio d’oro e che posso ritenermi un padre felice. A casa ho raccontato a mia moglie del discorso fatto con Diego e lei mi ha guardato perplessa e mi ha detto: “Ma tu pensi che noi possiamo fare qualcosa per questi ragazzi?” Si riferiva al fatto di prendere contatto con la famiglia di Dany e di esplorare un po’ la situazione. Le ho risposto che su questo bisognava sentire non solo Diego ma soprattutto Dany. Un giorno che i ragazzi sono venuti a casa il discorso lo ha avviato proprio Diego, Dany sapeva già che noi sapevamo. Dany però era molto esitante, perché a casa sua nessuno sospettava nulla. In sostanza nessuno di noi quattro aveva le idee chiare. I ragazzi dovevano finire l’ultimo anno di liceo e poi sarebbero andati all’università, ovviamente insieme e in un’altra città, avrebbero fatto entrambi ingegneria e avrebbero preso anche un appartamentino monocamera insieme. Ma lo scoglio della famiglia di Dany restava un problema insoluto.  L’anno successivo i ragazzi sono andati all’università, e come previsto hanno condiviso un piccolo appartamento, metà delle spese le pagavamo noi e metà la famiglia di Dany. Le cose sembravano andare bene, i ragazzi erano contenti, poi Dany ha avuto la malaugurata idea di parlare chiaro con i suoi genitori e da lì è cominciato il disastro. Lo hanno minacciato, in pratica lo hanno minacciato di diseredarlo, e non è una cosa da poco perché è una famiglia che sta bene economicamente. Ho chiarito a Dany che in ogni caso la quota di legittima nessuna gliela avrebbe potuta togliere, ma lui nemmeno mi stava a sentire, voleva tagliare i ponti con la sua famiglia, evidentemente dopo il discorso di chiarimento, doveva essere stato trattato malissimo. La famiglia ha smesso di pagare le tasse universitarie e la quota dell’appartamento per costringere Dany e rientrare a casa, Dany voleva lasciare l’università e mettersi a lavorare ma lo abbiamo convinto che sarebbe stata una follia e che avrebbe fatto un danno grave anche Diego, perché studiando insieme ottenevano ottimi risultati, e lui si è lasciato convincere. Abbiamo pagato noi tutte le spese, che in fondo non erano poi una gran cosa. Dany però si sentiva in imbarazzo per questa cosa e noi non sapevamo che cosa fare per rimettere Dany di buon umore. Per fortuna poi i ragazzi sono stati molto impegnati nello studio e questi problemi sono passati in seconda linea. Ogni settimana o io o mia moglie ci facevamo un viaggetto fino a casa dei ragazzi per portare loro i pasti già cucinati per la settimana, in modo che non perdessero tempo per queste cose. Mia moglie lavava e stirava perché avessero gli abiti sempre in ordine, insomma, non li abbiamo lasciati soli e ormai si sono laureati entrambi brillantemente e hanno cominciato anche a lavorare, si tratta ancora di piccole cose, ma così si fanno conoscere e le prospettive si allargano. Purtroppo i genitori di Dany sono spariti, sembra incredibile ma è proprio così, si sono disinteressati del tutto del figlio, non avrei mai pensato che si potesse arrivare a tanto, ma è quello che è successo. Dany non li vede da anni, e poi adesso vive con Diego nella città dove hanno studiato e secondo me non hanno nessun desiderio di tornare nella città di origine. Noi li andiamo a trovare più o meno un weekend al mese e ci accolgono con entusiasmo. Dany è molto amareggiato dal comportamento dei suoi genitori ma ormai ha perso lo speranza che possa cambiare qualcosa.

Project, anche Diego e Dany ti conoscono e tu hai parlato con loro (prima con Diego e poi con Dany, dopo circa un mese, più o meno un anno fa), stai facendo un lavoro utilissimo. Mi piacerebbe molto che tanti genitori aprissero gli occhi e mettessero da parte i pregiudizi perché per un figlio gay vedere che i genitori tentano di forzare la sua libertà e poi spariscono quando si rendono conto che il figlio ha un suo mondo, significa perdere buona parte della visione positiva della vita. Dany aveva trovato Diego e poi ha trovato anche noi e tutto sommato, per lui la situazione non è stata distruttiva, ma se fosse stato solo sarebbe stato costretto a rinunciare agli studi e avrebbe finito per covare dentro di sé un risentimento violento, e tutto questo assolutamente senza nessuna ragione seria. Io ho un figlio gay ma è un ragazzo felice, né io né mia moglie abbiamo timori per il suo avvenire, perché è riuscito a realizzare quello desiderava e ora è un uomo adulto di cui andiamo orgogliosi, ha un ragazzo che ama e che lo ama e non resterà solo. Mi chiedo come sia possibile che ancora nel XXI secolo ci siano genitori tanto fuori dal mondo da pensare di poter abbandonare un figlio perché è gay. Tutto questo è veramente assurdo!

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UNA COPPIA GAY CON UN AMICO SPECIALE

Ciao Project,

volevo raccontanti in breve la mia storia più recente, che è cominciata  in sordina ma che sta diventando la struttura portante della mia vita.

Ho 41 anni, quindi non sono più un ragazzo da un pezzo, ho avuto le mie storie, specialmente tra i 20 e i 30 anni, poi sotto il profilo sessuale sono entrato in una specie di limbo, mi sono dedicato soprattutto al lavoro e in pratica ho messo in stand by la mia vita affettiva-sessuale. Incontravo i miei amici, passavo le serate con loro e stavo bene ma l’idea di trovarmi un ragazzo l’avevo messa da parte. Il mio lavoro, che mi piace molto, mi coinvolgeva e occupava quasi tutto il mio tempo, il tempo rimasto lo dedicavo agli amici, questa condizione, diciamo così di sospensione della vita affettiva è andata avanti per diversi anni, direi quasi fino ai 38, poi ho incontrato Stefano, un ragazzo che ne aveva allora 25 anni, io ne avevo 39. Con Stefano è cominciato qualcosa di nuovo e di inaspettato, che all’inizio ho faticato molto a definire. Non era la classica storia d’amore, anche se lui è veramente un bel ragazzo. Lui ha la sua vita affettiva e sessuale, ha un ragazzo fisso e non lo lascerebbe certo per me. D’altra parte io non l’ho mai considerato come un possibile fidanzato e per la verità di fantasie sessuali su di lui ne ho avute ben poche, cioè è successo specialmente nei primissimi tempi, quando tendevo a inquadrare la relazione come una classica relazione di coppia, poi, man mano che mi sono reso conto che le cose non stavano così, sono sparite anche le fantasie sessuali. Stefano mi chiama più o meno una volta alla settimana, io gli mando un sms molto intenso nei giorni di festa o in risposta a sms mandatimi da lui. Non parliamo spesso ma tra noi si è creato un rapporto speciale che non riesco a definire, stiamo bene insieme, si creano dei momenti molto intensi ma lui sta col suo ragazzo e da quello che vedo per lui il suo ragazzo è veramente essenziale, me ne parla spesso ma non da innamorato da operetta, ne parla con rispetto, con stima, è evidente che si vogliono bene e che tra loro c’è una comunicazione seria, ma il suo ragazzo ha 21 anni e io ne ho 20 di più e questo fa la differenza, almeno è quello che io penso. Io penso che Stefano tenda a non caricare troppo il suo ragazzo parlandogli dei suoi problemi, in qualche modo lui sente di avere una funzione protettiva rispetto al suo ragazzo, tende a rassicurarlo. Ha parlato di me al suo ragazzo e ha insistito perché ci incontrassimo tutti e tre, cosa che è successa. Loro si scambiavano tenerezze davanti a me e la cosa non solo non mi turbava minimamente ma mi sembrava molto bella. Adesso il suo ragazzo, ogni tanto, mi telefona, soprattutto per sapere se Stefano è da me, io penso che si sia reso conto che non ha nulla da temere, e d’altra parte mettere in crisi la storia d’amore di un ragazzo di 21 anni che, tra l’altro, è la felicità di Stefano, sarebbe veramente una cosa squallida. Ma torniamo a Stefano. Ormai do per scontata la sua presenza, penso che sarà una costante della mia vita e già ora è un punto di riferimento fondamentale. Mi sono chiesto mille volte e continuo a chiedermi ogni giorno se la mia presenza possa in qualche modo danneggiare Stefano o il rapporto con suo ragazzo, perché potrei anche essere un elemento dirompente, però vedo che né Stefano né il suo ragazzo mi avvertono come un pericolo, il rapporto tra noi è assolutamente tranquillo, non credo affatto che il ragazzo di Stefano reciti con me fingendo simpatia per compiacere Stefano, lo vedo proprio sereno e a suo agio. D’altra parte io cerco di invadere il campo il meno possibile. Qualche tempo fa non sono stato bene e ho percepito nettamente la presenza sia di Stefano che del suo ragazzo. Sono venuti a trovarmi più volte, mi hanno telefonato entrambi più volte. Credimi, Project, certe volte non so proprio che cosa fare e cerco di mettermi da parte, di lasciare loro la massima libertà, anche, qualche volta, di non farmi trovare. Certe volte vorrei uscire da questo tipo di rapporto che per certi versi mi sembra strano ma poi non lo faccio perché mi rendo conto che non mi permettono di allontanarmi, che in qualche modo alla mia presenza ci tengono, che la ricercano. Mi sento quasi caricato di una responsabilità e non solo nei confronti di Stefano. Non posso negare che tutto questo sia per me anche profondamente gratificante, perché la mia vita affettiva gira ora completamente intorno a questi due ragazzi e mi sento finalmente vivo. Mi colpisce il fatto che tutto questo non abbia per me implicazioni sessuali e che io mi aspetti al massimo la prosecuzione delle cose così come sono adesso, cosa che però considero veramente importante. Non so se preferirei una normale relazione di coppia comprese le implicazioni sessuali, in fondo quella è solo un’ipotesi, mentre la presenza di Stefano e del suo ragazzo è una realtà e comporta un coinvolgimento affettivo molto forte e reciproco. Stefano mi considera “solo” un amico ma nel dire “solo” vuole specificare che la sua scelta di un compagno l’ha già fatta e resterà quella, ma ci sono altri livelli di implicazione nei quali una “semplice” amicizia può avere un peso enorme nel determinante l’equilibrio interiore di un individuo. Ti confesso, Project, che ho molta paura di poter fare danni che magari potrebbero manifestarsi a distanza di anni. So bene che tutto quello che va in qualche modo fuori schema presenta dei rischi , vorrei solo che tutto questo non si trasformasse col tempo da una bellissima relazione in un motivo di incomprensione e di risentimento. Al momento non c’è niente di simile e proprio per esorcizzare questa eventualità sto cercando di mettermi gradualmente da parte. Che ne pensi, Project? Ovviamente, se vuoi, puoi pubblicare la mia mail.

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AMORE GAY NON ESCLUSIVO

Ciao Project, ho visto che nel forum ci sono parecchi post dedicati agli ex e che non è molto raro che anche dopo la fine del rapporto di coppia si mantengano dei contatti importanti con il proprio ex, ed è quello che è capitato anche a me. Sono un quarantenne che nel corso della sua vita è stato con un solo ragazzo, più giovane di 11 anni. Ho voluto bene al mio ragazzo e ho anche sentito il suo affetto verso di me, penso sia stata per entrambi un’esperienza fondamentale. Io ero molto inibito e sostanzialmente incapace di capire il valore della sessualità vissuta in coppia, lui era molto più sciolto sessualmente ma tendeva a dare poco valore all’affettività, che per me è sempre stata fondamentale. Le nostre differenti visioni dei rapporti di coppia, inizialmente hanno creato qualche problema, ma poi, col passare degli anni, le nostre posizioni si sono sempre più avvicinate. In teoria tutto lasciava pensare che il nostro rapporto potesse continuare in modo tranquillo indefinitamente, ma non è accaduto così. In fondo i miei complessi erano ancora lì in buona parte e lui continuava ad avere resistenze a capire il fatto che per me volergli bene non era solo una questione di sesso. In fondo anche per lui non era una questione di sesso. Certe volte io non arrivavo a capire quanto lui avesse bisogno di un contatto sessuale e mi mettevo a parlare di cose molto teoriche e anche stupide, invece di mettermi veramente in sintonia con lui, lui si sentiva non capito, trascurato, io lo vedevo cambiare di umore e non capivo il perché. Quando aveva bisogno di sesso, nonostante la sua disinvoltura sessuale, non lo diceva sempre esplicitamente, anche perché sapeva che su quel terreno io ero spesso un po’ restio a seguirlo, sembra paradossale ma è così. Per un po’ le cose sono andare avanti così, poi mi ha detto chiaramente che mi voleva bene ma che lui aveva bisogno anche di altro. Sul momento ci sono rimasto male, poi mi è venuto in mente che lui è tanto più giovane di me e che forse il motivo di fondo è proprio quello. Gli ho detto che lo capivo benissimo e che non ci sarei rimasto male e l’ho anche incoraggiato a trovarsi un altro ragazzo. Quando poi lo ha trovato realmente sono andato in crisi, mi sentivo solo, in un certo senso sapevo che avevo fatto la cosa giusta ma la sua presenza mi mancava moltissimo. Lui aveva il suo ragazzo e stava anche bene con lui, almeno così sembrava, ma non mi ha abbandonato per questo. Quando parlavamo lo sentivo più sereno, meno nevrotico, e questo mi faceva stare bene. Io non lo chiamavo mai perché lui si sentisse libero, lui invece si faceva sentire, parlavamo abbastanza spesso su skype. Le nostre conversazioni non erano più quelle di due innamorati, ormai quella dimensione l’avevamo superata, ma erano comunque conversazioni di due persone che si stimano e che non vogliono perdersi e francamente non mi sembrava che il nostro rapporto avesse meno valore di prima, anche se forse per lui non era esattamente così. Ho conosciuto il suo ragazzo, che sapeva che lui era stato prima con me, e sono rimasto molto bene impressionato, era un ragazzo molto serio e gli voleva bene. La storia con questo nuovo ragazzo è andata avanti per quattro anni, poi è successa con lui una cosa simile a quella che era successa con me, non stavano più insieme ma continuavano a vedersi e penso anche a volersi bene. Un giorno viene da me, mi dice che vuole fare sesso con me ma aggiunge subito che è appena stato con l’altro suo ex. Io sono parecchio perplesso, gli dico che ci possono essere dei rischi per le malattie, lui mi dice: “Stiamo solo a letto insieme e tu mi abbracci… ok?” E abbiamo fatto così. Mi ha detto che l’altro suo ex sapeva che lui sarebbe venuto da me e non ha avuto problemi. Abbiamo parlato moltissimo. È stata una delle più belle nottate che ho passato con lui. È una storia di coppia la mia? Tecnicamente no, però, per quanto sia una cosa anomala, è comunque un modo di volersi bene. Lo dico con piena consapevolezza perché vedo che nessuno di noi tre, oggi come oggi, si sente a disagio per la nostra storia. Sappiamo tutti come stanno le cose e accettiamo la situazione senza problemi. Certo non è la storia di Cenerentola e del principe azzurro e, vista da fuori, può sembrare strana. Lui ama me ma anche il suo secondo ex, noi siamo stati abituati a pensare che i rapporti affettivi e più ancora quelli sessuali debbano essere esclusivi, che la fedeltà sia una virtù e che il tradimento sia una colpa grave, ma qui non c’è nessun tradimento, sappiamo tutti come stanno le cose. Non posso certamente dire di amare di meno il mio ragazzo perché lui sta anche con un altro, che poi è uno che gli vuole bene veramente. Perché dovrebbe rinunciare o a me o a lui? Francamente mi sentirei a disagio se il mio ex si dimenticasse veramente di me, ma se ha bisogno anche di un altro rapporto affettivo-sessuale, beh, non vedo perché ne debba fare a meno. Non mi sta imbrogliando, è tutto alla luce del sole e sono cose molto serie che possono avere un impatto importante sulla sua vita. Siamo proprio mosche bianche, Project? Ti è mai capitato di vedere situazioni simili? Mi piacerebbe conoscere il tuo parere e anche poter confrontare le mie esperienze con quelle di persone che hanno vissuto situazioni simili.

Peter

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CHIESA CATTOLICA E GAY AI TEMPI DI PAPA FRANCESCO

È da molto tempo che non scrivo sul tema dei rapporti tra Chiesa cattolica e Gay. Indubbiamente Papa Francesco non ha alimentato crociate contro gli omosessuali come aveva fatto più volte il suo predecessore Benedetto XVI, e questo fatto ha acceso speranze circa un ipotetico cambiamento di rotta della Chiesa cattolica in tema di omosessualità e circa ipotetiche aperture dello stesso Papa Francesco verso i gay. Dico ipotetiche perché, prima di diventare papa, l’allora Arcivescovo di Buenos Aires si era espresso con parole molto nette contro il riconoscimento legale delle unioni omosessuali (https://gayproject.wordpress.com/2013/0 … osessuali/), e anche il Sinodo sulla Famiglia, si era risolto in un fuoco di paglia e in una sostanziale riaffermazione del “magistero” di Benedetto XVI in materia di omosessualità. Non credo affatto che papa Francesco abbia mai avuto vere aperture verso i gay, ma ammesso e non concesso che le abbia avute, quello che è certo è che, come era assolutamente ovvio aspettarsi, di fatto, non è cambiato nulla. Il Catechismo, come era scontato, non è stato modificato e le cosiddette aperture si sono manifestate per quello che erano, ossia come dei tentativi di salvare la faccia.

Sono sempre rimasto stupito dall’insistenza con la quale gli omosessuali cattolici hanno cercato l’approvazione della Chiesa, un’approvazione sostanzialmente impossibile, che richiederebbe una revisione dottrinale profonda e la rinuncia della Chiesa alla pretesa dogmatica di essere l’infallibile interprete della volontà di Dio. La Chiesa è una realtà storica che del messaggio di Cristo ha fatto spesso strame e che, come tutte le realtà storiche, è profondamente condizionata della sua stessa tradizione che finisce per sovrapporsi al messaggio evangelico e per confondersi con esso, oscurandolo.

Vorrei proporre alla vostra lettura un documento a firma dell’Arcivescovo di Torino, col quale l’Arcivescovo sospende un seminario facente parte della “pastorale degli omosessuali” perché ne sarebbe stato frainteso il significato. Non entro sul fatto che il significato sia o meno stato frainteso, ma voglio sottolineare che il documento è una prova evidente che nella Chiesa nulla è cambiato e nulla potrà cambiare in tema di omosessualità.

Riporto qui di seguito il testo del messaggio dell’Arcivescovo di Torino, che si può leggere sul sito della Diocesi (http://www.diocesi.torino.it/site/pasto … -nosiglia/)

“Pastorale degli omosessuali: intervento di mons. Nosiglia
Dichiarazione dell’arcivescovo di Torino del 5 febbraio 2018
Di seguito la dichiarazione dell’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, del 5 febbraio 2018 riguardo alla pastorale degli omosessuali e agli interventi apparsi negli ultimi giorni su alcuni media:

A proposito di alcuni interventi dei media circa l’impegno pastorale di don Gianluca Carrega, sacerdote della Diocesi di Torino incaricato per la pastorale degli omosessuali, è opportuno precisare alcuni punti.

La Diocesi di Torino ha da diversi anni promosso un servizio pastorale di accompagnamento spirituale, biblico e di preghiera per persone omosessuali credenti che si incontrano con un sacerdote e riflettono insieme, a partire dalla  Parola di Dio, sul loro stato di vita e le scelte in materia di sessualità.

È questo un servizio che si è rivelato utile e apprezzato e che corrisponde a quanto l’esortazione apostolica “Amoris Laetitia” di Papa Francesco afferma e invita a compiere: “Desideriamo anzitutto ribadire che ogni persona indipendentemente dal proprio orientamento sessuale va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza. Nei confronti delle famiglie con figli omosessuali è necessario assicurare un rispettoso accompagnamento affinché coloro che manifestano una tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita” (n. 250).

Questo è lo scopo del percorso spirituale di accompagnamento e discernimento proposto in Diocesi. Esso vuole dunque aiutare le persone omosessuali a comprendere e realizzare pienamente il progetto di Dio su ciascuno di loro. Ciò non significa approvare comportamenti o unioni omosessuali, che restano per la Chiesa scelte moralmente inaccettabili: perché tali scelte sono lontane dall’esprimere quel progetto di unità fra l’uomo e la donna espresso dalla volontà di Dio Creatore (Gen. 1-2) come donazione reciproca e feconda. Questo però non significa non prendersi cura dei credenti omosessuali e della loro domanda di fede.

Per questo il percorso che la Diocesi ha intrapreso non intende in alcun modo legittimare le unioni civili o addirittura il matrimonio omosessuale su cui la “Amoris Laetitia” precisa chiaramente che “non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie neppure remote tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia” (n. 251).

Alcune pubblicazioni hanno fornito, in questi giorni, interpretazioni diverse – spesso superficiali, a volte tendenziose – che rendono necessario chiarire le caratteristiche e i limiti del lavoro in questo ambito pastorale. Poiché si tratta di persone in ricerca, che vivono situazioni delicate e anche dolorose, è essenziale che anche l’informazione che viene pubblicata corrisponda alla verità e a una retta comprensione di quanto viene proposto, con spirito di profonda carità evangelica e in fedeltà all’insegnamento della Chiesa in materia.

Per questo ritengo, insieme con don Gianluca Carrega di cui apprezzo l’operato, che sia opportuno sospendere l’iniziativa del ritiro, al fine di effettuare un adeguato discernimento.

Mons. Cesare Nosiglia Arcivescovo di Torino”

Qualcuno si è stupito di quanto scritto dall’Arcivescovo di Torino, ma va sottolineato che il documento dell’Arcivescovo non fa che citare alla lettera la Amoris laetitia di Papa Francesco, che tratta in modo brevissimo di omosessualità soltanto in due punti, che riposto integralmente qui di seguito:

“250. La Chiesa conforma il suo atteggiamento al Signore Gesù che in un amore senza confini si è offerto per ogni persona senza eccezioni.[275] Con i Padri sinodali ho preso in considerazione la situazione delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, esperienza non facile né per i genitori né per i figli. Perciò desideriamo anzitutto ribadire che ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare «ogni marchio di ingiusta discriminazione»[276] e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza. Nei riguardi delle famiglie si tratta invece di assicurare un rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita.[277] 

251. Nel corso del dibattito sulla dignità e la missione della famiglia, i Padri sinodali hanno osservato che «circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia»; ed è inaccettabile «che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso».[278] 

[275] Cfr Bolla Misericordiae Vultus, 12: AAS 107 (2015), 409.
[276] Catechismo della Chiesa Cattolica, 2358; cfr Relatio finalis 2015, 76.
[277]Cfr ibid.
[278] Relatio finalis 2015, 76; cfr Congregazione per la Dottrina della Fede,
Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali (3 giugno 2003), 4.”

Il documento di Papa Francesco si richiama alla Bolla di indizione del Giubileo della Misericordia, al Catechismo della Chiesa Cattolica, e alla Relazione finale del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia del 2015, che a sua volta dedica alla omosessualità solo il n. 76:

“76. La Chiesa conforma il suo atteggiamento al Signore Gesù che in un amore senza confini si è offerto per ogni persona senza eccezioni (cf. MV, 12). Nei confronti delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, la Chiesa ribadisce che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, vada rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare «ogni marchio di ingiusta discriminazione» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4).

Si riservi una specifica attenzione anche all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale. Circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia» (Ibidem). Il Sinodo ritiene in ogni caso del tutto inaccettabile che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il “matrimonio” fra persone dello stesso sesso.”

La Relazione Finale del Sinodo dei Vescovi cita esplicitamente le “Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali” della Congregazione per la dottrina della fede, del 3 Giugno 2003, a firma dell’allora cardinale Prefetto Joseph Ratzinger. (viewtopic.php?f=78&t=3349) La dottrina della Chiesa in materia di omosessualità resta quindi esattamente quella sancita da Benedetto XVI.

Mi chiedo come facciano, oggi, i cattolici omosessuali a mantenere un atteggiamento di soggezione che comporta la subordinazione della coscienza individuale ad un “magistero” che nella sostanza non ha nulla di evangelico e non fa che perpetuare affermazioni di puro pregiudizio in netto contrasto con la verità scientifica e con l’esperienza quotidiana degli omosessuali.

Mi occupo di omosessuali da molti anni e conosco moltissimi omosessuali e molte coppie omosessuali, francamente, pensare che il piano di Dio per queste persone comporti l’obbligo della castità mi sembra un’affermazione veramente oscena.

Chi ha orecchio per intendere intenda!

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