GAY E NORMALITA’ GAY

Questo post mira a chiarire gli effetti degli schematismi preconcetti sul modo di vivere e di percepire la sessualità da parte dei ragazzi gay.
Parlando in chat con ragazzi gay di tutte le età mi capita spesso di incontrare situazioni di disagio che si possono raggruppare in due categorie distinte. Per un verso si rileva il disagio dell’incertezza e per l’altro il disagio della certezza. Cerco di spiegarmi meglio, con l’espressione disagio dell’incertezza intendo riferirmi a situazioni in cui un ragazzo non trova risposte convincenti a domande che ritiene fondamentali, come per esempio “sono gay?” oppure “sono veramente innamorato di quel ragazzo?”, col l’espressione disagio della certezza intendo quello che si manifesta attraverso affermazioni assolute del tipo: “Mi sento anaffettivo, non mi innamoro mai di nessuno” oppure “Penso di essere dipendente dal sesso, penso proprio di essere maniaco”.
Ciascuna di queste forme di disagio ha i suoi elementi spia, nel disagio dell’incertezza sono espressioni ricorrenti come “non so”, “non capisco”, nel disagio della certezza sono i classici avverbi totalizzanti “sempre” e “mai”.
Da dove provengono queste forme di disagio? Spesso l’origine può essere rinvenuta nell’idea che sia necessario conformarsi ad un modello astrato di normalità che comporta ovviamente anche schematizzazioni e categorie (etichette) che finiscono per essere considerate parametri di normalità. Anche nel mondo gay si afferma una esigenza di normalità, la cosiddetta normalità gay: è normale che un ragazzo gay abbia una attività sessuale di coppia, quindi se un ragazzo non ha una vita sessuale di coppia, non è normale. Osservo che la categoria di normale/non normale passa dal comportamento alla persona. È considerato normale che un ragazzo gay abbia livelli “normali” di attrazione verso il sesso, se un ragazzo si sente attratto verso il sesso meno o più di quanto è ritenuto normale, quel ragazzo non è normale. La masturbazione è ritenuta normale durante l’adolescenza e non normale in età adulta, quindi un ragazzo di 25 anni che si masturba può sentirsi non normale. L’elenco delle normalità potrebbe estendersi alle pratiche sessuali, alla monogamia e a mille altre cose. Esistono poi altre categorie di presunta normalità che sono introdotte attraverso concetti che hanno riscosso un certo successo mediatico e che si sono consolidati come modello interpretativo accreditato, è il caso della “omofobia interiorizzata” che sembra la motivazione “normale” della non accettazione dell’identità gay o del “padre assente” che sembra essere la causa determinante “normale” della omosessualità. Tutti questi pseudo criteri di normalità e pseudo punti di riferimento sono recepiti spesso acriticamente e, come tutti i criteri di presunta normalità, creano emarginazione o auto-emarginazione.
Ovviamente il criterio di verifica della normalità dei propri comportamenti, per un ragazzo gay, non è basato sul confronto diretto con un ampio numero di altri ragazzi più o meno coetanei, come avviene tra ragazzi etero ma, se mai, sul confronto con un ristretto o ristrettissimo numero di amici gay se non addirittura su quanto si legge in internet. I miti di normalità sono paradossalmente più diffusi tra i gay che tra gli etero, non fosse altro perché in campo etero le verifiche e i confronti possono essere estesi ad una platea molto più larga di coetanei.
Il disagio derivante dal raffronto dei propri comportamenti con la pretesa normalità rischia di fare apparire erroneamente patologici comportamenti che non lo sono affatto. In passato il senso di non normalità era riferito essenzialmente al fatto di non essere etero, i problemi collegati all’accettazione della identità gay si sono attenuati rispetto a qualche decina di anni or sono, ma si sono fatte strada altre modalità per sentirsi non normali, questa volta si tratta di modalità interne alla dimensione gay. Un ragazzo gay si può sentire un gay che non si innamora dei ragazzi ritenuti prevalentemente belli dagli altri ragazzi gay, si può sentire troppo o troppo poco interessato al sesso, può essere attratto da pratiche sessuali che non sembrano quelle più gettonate della maggioranza dei gay, può avere dei suoi modelli di comportamento, troppo liberi o troppo poco liberi rispetto ai modelli più accreditati, ma in ogni caso quel ragazzo avvertirà una forma di disagio che lo farà sentire non normale, al di là di qualsiasi considerazione di buon senso. L’omologazione può arrivare a coinvolgere anche il modo di vestire, il linguaggio, il taglio di capelli e cose simili, come se esistesse un linguaggio gay o una moda gay e essere gay al di fuori di queste cose fosse di fatto una situazione di non normalità. Il sentimento di eccezionalità della propria condizione è tipico dei ragazzi gay e accentua la sensazione di solitudine, di marginalità anche rispetto agli altri gay e la tendenza al sentirsi vittima proprio perché eccezione rispetto alle regole della presunta normalità gay.
Mi capita spesso in chat di vedere atteggiamenti rassegnati, quasi fatalisti, di alcuni ragazzi rispetto alla loro presunta impossibilità di integrarsi anche tra i gay e spesso è proprio la condizione di presunta non normalità che mette in difficoltà questi ragazzi, poi, nel corso del colloquio si affrontano via via tutte le tematiche che provocano emarginazione e si comprende che in realtà non esiste alcuna condizione di non normalità se non in rapporto a cose che spesso sono lontanissime dalla realtà (tipiche leggende metropolitane) e che, quando sono autentiche rappresentano al massimo delle linee di tendenza ma in nessun modo delle regole valide per tutti. Mi trovo spesso di fonte a queste parole: “Allora tu credi che non ci sia niente di assurdo?” e allo stupore di non sentirsi trattare come gay non normali.
Alla percezione di un disagio si associa spesso l’auto-patologizzazione dei gay che porta come conseguenza al rafforzarsi dell’idea socialmente diffusa di una dimensione patologica o patogenica dell’essere gay. Vorrei precisare che la qualificazione in termini di patologia più che di disagio di omologazione del disagio omosessuale ha una dimensione subdola tanto che gli stessi gay tendono inconsciamente ad assimilarla indulgendo ad atteggiamenti di autocommiserazione.
Quali criteri possono essere adottati per evitare l’effetto dei falsi modelli di normalità? Dire sempre come stanno le cose è un dovere morale ma non risolve il problema perché con la diffusione e la pluralità dei mezzi di informazione e in particolare tramite di internet, il flusso della informazioni è di fatto incontrollabile. L’unico mezzo che può essere efficace è il dialogo e il confronto serio con una platea quanto più possibile ampia non solo di coetanei ma di gay di ogni età su tematiche legate alla sessualità e al come vivere l’identità gay. Tutto questo non solo è possibile ma, là dove si è realizzato, ha avuto un notevole riscontro in termini di partecipazione.
Il non riferirsi a modelli di presunta normalità gay non significa che ogni comportamento abbia lo stesso significato per tutti i gay, esistono comportamenti che pur non avendo nulla di anomalo, sono, ciò non di meno, minoritari, di nicchia e, se vogliamo, si prestano a critiche e a fraintendimenti da parte di quanti non li condividono. Nell’ambito di un rapporto di coppia, dove si postula una corrispondenza biunivoca tra i partner, alcuni comportamenti, anche se non anomali, sono tuttavia disfunzionali, ossia non si prestano alla costituzione e al mantenimento dei rapporti di coppia. Almeno in linea teorica, le massime probabilità di essere funzionali al rapporto di coppia competono agli atteggiamenti più diffusi che possono ovviamente trovare più facilmente riscontro nell’altro partner. È fondamentale tenere presente che innamorarsi di un partener omosessuale è una condizione necessaria “ma non sufficiente” alla creazione di un rapporto di coppia, questo significa che, se l’altro non è gay un rapporto di coppia è impossibile, ma per la realizzazione di un vero rapporto di coppia non basta che i due partner condividano lo stesso orientamento sessuale ma è necessario che condividano aspetti della vita ben oltre la sessualità, ossia che abbiano una profonda affinità di coppia.
L’omosessualità non ha una dimensione esclusivamente sessuale ma interagisce con parecchi aspetti della personalità, per esempio nella determinazione del maggiore o minore livello di privacy della vita di coppia, del rapporto con le famiglie di origine o con le cerchie di amicizie di provenienza di ciascuno dei due partner.
In questi campi non ha alcun senso chiedersi che cosa sia normale e che cosa non lo sia perché si tratta di elementi di carattere culturale in gran parte ereditati dagli ambienti di origine.
La rappresentazione del mondo gay che ciascun gay si forma e che attraverso dei presunti canoni di normalità contribuisce ad orientare i suoi comportamenti, è profondamente condizionata dalla qualità e della quantità di informazioni disponibili. La qualità dell’informazione è legata a due condizioni fondamentali e cioè che le informazioni non siano strumentali ad altri fini e siano di prima mano, cioè siano fornite da soggetti che parlano di sé in prima persona e quindi son subiscano alcuna censura esterna.
Il peso dei modelli e addirittura degli stereotipi relativi alla realtà gay si percepisce in modo evidente parlando con ragazzi affetti da DOC e contenuto omosessuale, ossia da disturbo ossessivo compulsivo caratterizzato dall’idea intrusiva di essere gay. Si tratta di un disturbo tipico di ragazzi etero al 100% la cui vita è turbata dalla insistente e invasiva presenza della paura di essere gay. Questi ragazzi, che non sono gay, focalizzano la loro paura della omosessualità su quello che essi ritengono essere tipicamente gay ma ad un colloquio adeguatamente approfondito, ad un occhio abituato e vedere la realtà gay, appare evidente che tutto ciò che quei ragazzi considerano prova del fatto di essere gay, in realtà, non ha assolutamente nulla a che vedere con l’omosessualità ma deriva unicamente dalla immagine stereotipata della omosessualità veicolata a livello sociale. Meno facile è cogliere il peso dei pretesi modelli di normalità interni al mondo gay nel determinare stati di disagio individuale di ragazzi gay, ma è evidente che il venir meno di questi modelli di normalità permetterebbe un processo di accettazione della identità gay molto più semplice ed una più rapida integrazione sociale dei ragazzi gay con altri ragazzi gay.
In estrema sintesi, possiamo dire che accreditare modelli di comportamento come normali non fa che aumentare le discriminazioni e lo stato di disagio.
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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:
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