GAY REPRESSI E RELIGIONE

Ciao Distillato, leggo sempre con grande interesse i tuoi commenti, qui cercherò di partire dallo spunto che mi offri nel commento a “O cristiano o gay”. Ho dato a questo post un titolo specifico perché mi sembra particolarmente importante.
Mi sono chiesto che cosa significhi “rispetto”, non parlo di rispetto delle religioni in genere, che mi sembra un non problema. Le religioni sono insiemi di idee, di dottrine, ma non sono persone fisiche e, per quanto rispetto si possa portare loro, il temine rispetto ha in questo caso un significato tutto teorico e lontanissimo da quello che si può annettere al “rispetto” verso una persona fisica. Io voglio solo chiedermi che cosa sia il “rispetto verso una persona fisica”, che secondo me, è un concetto di ben altro valore.
Rispettare una persona non dovrebbe essere una questione formale, il rispetto per “le idee” di una persona” non ha nulla a che vedere con il rispetto della persona, perché spessissimo quelle che professiamo come nostre sono considerate tali solo a seguito di percorsi di pensiero molto contorti e che ci portano lontanissimo da quello che siamo realmente. In un certo senso, per un gay, e specialmente per un ragazzo gay, rendersi conto che essere gay non è un vizio, non è una malattia, non è una scelta… ma è parte costitutiva della propria personalità può essere traumatico, perché non è questa l’interpretazione comunemente accettata di queste cose. Finché la coscienza resta una questione esterna che viene interiorizzata (come succede nella stragrande maggioranza dei casi) il ragazzo etero credente sentirà la sua sessualità come un modo di collaborare al piano di Dio, perché questo è il modello che gli viene proposto, ed è un modello gratificante, il ragazzo gay si sentirà peccatore, vizioso, incapace di fare la scelta giusta, caso patologico, perché questo è il modello interpretativo che vede socialmente accettato. A questo punto mentre un ragazzo etero può benissimo accontentarsi dell’interpretazione della sua sessualità che gli viene fornita dell’esterno, il ragazzo gay non può accettare l’interpretazione comune della suo essere gay e di qui comincia un lunghissimo percorso che può portare agli esiti più diversi, alcuni maturano moralmente, spiritualmente. e non si accontentano più di una morale esterna, ma cominciano a interrogare la propria coscienza e a decidere del bene e del male sulla base di essa, ma così facendo vengono palesemente in urto con la morali esterne e finiscono per abbandonare la religione o, almeno per non prendere tutto quello che viene loro proposto come oro colato, altri, invece, fanno esattamente il contrario e in nome dell’autorità di una morale esterna che fa perno sul senso di colpa, cercano di soffocare la prora sessualità in nome di qualcosa di “più grande”, cioè accettano l’idea del sacrificio totale di sé “a un principio astratto e sostanzialmente falso” come l’immoralità dell’essere gay e lottano per molto tempo per cercare di reprimersi. Il vero problema è che la religione non condanna solo il sesso gay esplicito a due, ma anche la masturbazione e addirittura il coltivare fantasie gay. Se si trattasse solo di evitare una sessualità gay esplicita a due il problema in fondo si potrebbe risolvere con livelli di sofferenza non troppo profonda, basterebbe astenersi da queste cose, ma quando viene condannata anche la masturbazione e perfino il pensiero impuro, la lotta con la propria anima diventa lacerante. Molti ragazzi se la cavano prendendo la religione come una “seria banalità” in questo senso si professano cristiani e poi continuano a fare la loro vita, più o meno gay, salvo “pentirsi” o meglio “fare finta di pentirsi” di tanto in tanto. Se fosse sempre così la religione sarebbe niente altro che un’abitudine esterna e la coscienza individuale non ne sarebbe spaccata, ma certe volte non è così… ci sono ragazzi che sono totalmente incapaci di prendere queste cose superficialmente. Questi ragazzi per un verso vorrebbero conformarsi alla morale esterna che è stata presentata loro come incontrovertibilmente l’unica possibile ma si rendono conto che, se si vuole essere leali, una lotta del genere significa in pratica un annullamento della propria sessualità. Un ragazzo gay dovrebbe non solo non fare sesso con altri ragazzi, ma dovrebbe vivere in perfetta castità: niente masturbazione e niente “pensieri impuri”! Una richiesta del genere è profondamente immorale, ma arrivare a capirlo è difficile e il laceramento della coscienza spesso è profondo. Per fortuna, spesso, questi casi di identità gay negata e di coscienza divisa sono temporanei, perché slavo dolorose eccezioni, la realtà reclama i suoi diritti al di là di qualunque schematizzazione di principio. Parlando con dei ragazzi gay giovani legati al mondo della chiesa ho visto spesso dei tentativi di negazione di sé a livello di principio, per pura e cieca obbedienza, cosa che me non è affatto una virtù. Se abbiamo un cervello la vera bestemmia consiste non adoperarlo in nome di un principio di autorità. Vorrei sottolineare che purtroppo, per questa ragione, molti ragazzi gay finiscono per allontanarsi definitivamente dalla religione il che non è bene né per loro né per le comunità alle quali smettono di appartenere. Francamente non comprendo l’atteggiamento di totale chiusura della chiesa nei confronti dei gay, oggi non vengono più messi a morte, almeno in Europa, ma l’antico spirito di intolleranza resta anche se per fortuna la società civile sta facendo in questo campo passi da gigante.
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