OMOSESSUALITA’ E VIOLENZA SESSUALE IN COLLEGIO

Caro Progetto,
non so se sei una persona vera o un gruppo di persone, farò come se tu fossi una persona. Intanto grazie per avere creato il blog, però te lo devo dire subito, le cose gay per me hanno uno strano sapore, sono parecchio complessato su queste cose e ancora adesso, che ormai sono vecchio, sono scombussolato da un sacco di paturnie e di pensieri assurdi. Non so se sono veramente gay, non so se voglio esserlo, certo è che nelle cose del sesso ho vissuto la vita di un caso patologico, di un nevrotico che non è mai riuscito a trovare un suo equilibrio. Detto così, non si capisce niente, e allora tanto vale la pena che ti racconti quello che è successo. Mi farebbe piacere che tu mettessi la mia storia sul blog, però se non vuoi farlo ti posso capire. In ogni caso mi piacerebbe ricevere una tua risposta.

Sono nato nel Nord Italia, in Veneto, e allora ci si faceva la fame. I miei genitori erano contadini e io ero l’unico figlio superstite. Mio fratello più grande era morto in guerra e dopo le elementari nel paese, i miei si sono trovati a decidere se mandarmi alla media o all’avviamento. Soldi ce ne stavano pochi ma hanno fatto uno sforzo enorme per mandarmi alla media, per farmi studiare e darmi delle possibilità in più. Di questo li ringrazio perché la mia tranquillità economica di oggi è frutto della loro scelta.

La prima e la seconda media le ho fatte in una cittadina vicino al mio paese. Mi dovevo alzare prestissimo la mattina per prendere la corriera, mia madre mi lavava e mi stirava ogni giorno la camicia, perché ne avevo solo due e a scuola bisognava andare in ordine, mi lucidava pure le scarpe, babbo mi foderava i libri , mi faceva trovare le cose buone da mangiare, che poi erano le castagne o i fichi, secondo la stagione. Alle medie c’era il latino e per me era un ostacolo grosso, ma c’era il parroco, don Antonio, che mi faceva lezione il pomeriggio e mi faceva fare tutti i compiti. Gli altri ragazzi della classe erano tutti di famiglie ricche o almeno borghesi ma allora io non me ne rendevo conto. Quando c’erano gli incontri coi professori ci andava don Antonio, allora io non lo capivo, ma i miei genitori non si facevano vedere per paura di farmi fare un brutta figura, perché non parlavano bene l’Italiano e avevano le mani rovinate dai lavori in campagna. Mio babbo aveva fatto solo le elementari e mia mamma non le aveva nemmeno finite.

Nonostante tutto, a scuola non ho avuto problemi seri di adattamento, i professori erano molto esigenti ma io avevo una certa voglia di studiare e con l’aiuto di don Antonio, che aveva una mezza idea di mandarmi, dopo, in seminario, riuscivo a cavarmela passabilmente.

Nell’estate del 57 ho perso entrambi i genitori a causa di una febbre tifoide che il medico non ha saputo curare e mi sono trovato, a 13 anni, praticamente solo al mondo. Sono stato affidato a un fratello di mia madre, zio Battista, che però viveva in un paesetto in mezzo alle montagne e aveva le bestie in un alpeggio. Se fossi andato a stare con lo zio Battista, che era pure vecchio, vedovo, e non aveva figli, non avrei potuto continuare a studiare. Lo zio mi disse che potevo o andare in seminario a Vicenza o andare in collegio a Roma, in una scuola che don Antonio conosceva. Io non volli andare assolutamente in seminario e scelsi di andare a Roma, dove non ero mai stato. Mi segnarono alla scuola e zio Battista si fece carico di pagare la retta, che non doveva essere nemmeno tanto bassa, perché io avrei mangiato e dormito in collegio.

Don Antonio mi accompagnò a Roma e mi presentò al rettore della scuola, a dire la verità un po’ maltenuta, ma pulita, era un convento di frati, c’era la chiesa, ma di frati ce n’erano pochi, non più di sette o otto, tutti vecchi. Il convitto era diretto dal frate prefetto che però non si vedeva quasi mai, tutta l’organizzazione interna era affidata a dei ragazzi, studenti universitari, che noi chiamavamo prefettini, erano ragazzi che stavano in collegio senza pagare perché in pratica lavoravano stando appresso a noi, erano loro che ci seguivano durante le ore di studio e ci facevano fare i compiti, ci sorvegliavano il pomeriggio, durante i pasti, e la notte dormivano nelle loro piccole stanze, una accanto ad ogni camerata, per controllare la disciplina. In genere di noi si occupavano poco perché avevano molto da studiare per i loro esami all’università.

Io ero nuovo, i miei compagni si conoscevano già da due anni. La scuola non era male, tutti professori erano laici, in pratica professori in pensione delle scuole statali, erano tutti vecchi ma erano bravi e ci mettevano l’anima per farci imparare le cose. Alcuni professori li ricordo ancora. Il professore di matematica al quale devo il mio interesse per questa materia, nella quale ero bravissimo, il professore di lettere che ci raccontava le storie dell’Iliade e dell’Odissea recitando come in teatro e anche il professore di ginnastica che in pratica ci faceva fare solo ginnastica premilitare, come si faceva al tempo del fascismo.

I primi giorni sono stato bene e l’ho scritto a don Antonio, che mi mandava una lettera ogni settimana, ma già dalla metà di ottobre ho cominciato a vedere delle cose strane. C’erano dei ragazzi che sparivano dalla sala di studio e non si sapeva dove fossero finiti e poi rispuntavano dopo una mezz’oretta, Io allora ero totalmente ingenuo, non sapevo nulla del sesso, non avevo ancora scoperto la masturbazione e mi potevano raccontare qualunque balla che ci avrei creduto. Gli altri ragazzi, che non mi conoscevano, tendevano a mettermi da parte e a tenermi al di fuori dei loro segreti, ma non ci misi molto a capire che nel collegio c’era una vita invisibile, sotterranea.

Per una regola interna, le camerate erano distinte per anni di scuola, in modo da tenere separati i ragazzi di età diversa. Noi vedevamo i ragazzi della prima e della seconda media solo a colazione, a pranzo, a cena e nelle occasioni speciali, per esempio in chiesa, ma la ricreazione si faceva per gruppi separati, quindi in pratica io potevo familiarizzare solo coi ragazzi della terza media.

All’epoca ero un bel ragazzo per la mia età, ma ero molto delicato e molto educato. Dopo le prime settimane di scuola uno dei ragazzi, uno tra i capetti più rispettati, cominciò a chiamarmi uomo-donna e a farmi battute che all’inizio non capivo, tipo; “Tu sì che sei un uomo, non tua sorella!” Poi l’idea che io fossi l’uomo-donna cominciò a spargersi tra tutti i miei compagni.

Un giorno, durante le ore di studio, uno dei ragazzi si rivolse al prefettino per un chiarimento di matematica, quello gli disse che lui studiava lettere e che, se voleva, poteva andare da un altro prefettino che stava studiando ingegneria nella sua stanza. Il ragazzo tornò nell’aula di studio dopo circa mezz’ora tutto arrossato e spettinato, fu lì che ebbi il primo sospetto che le mezze ore di assenza di certi ragazzi non fossero dedicate a ricevere chiarimenti scolastici. Ma fu solo un’impressione, io non dissi nulla e tutto proseguì come prima.

Una sera, prima di andare a dormire, quando il prefettino non c’era, il capetto bullo, che si chiamava Silvano, mi si avvicinò e mi diede una carezza e poi mi mise le mani in mezzo alle gambe e disse: “è solo per vedere se sei uomo o donna!” mi sentii la faccia bruciare, volevo andare dal prefettino per denunciare la cosa ma Silvano mi disse: “Vai vai! Così pure lui ti dà una controllata!” e si mise a ridere. Col tempo mi hanno raccontato che uno dei prefettini, quello di ingegneria, in pratica quello della nostra camerata, faceva sesso coi ragazzi della terza media. Con me non ci ha mai provato perché non gli ho dato confidenza, ma stando ai racconti degli altri, con quelli che gli davano corda si lasciava andare proprio. Era un bel ragazzo, avrei voluto, forse , che succedesse anche con me, però nello stesso tempo avevo paura e non è mai successo nulla.

Le prime cose veramente brutte mi sono capitate poco prima delle vacanze di Natale. I ragazzi erano lasciati a se stessi, i prefettini erano quasi tutti partiti per le vacanze natalizie, salvo il nostro, quello di ingegneria. La faccio breve perché, anche se sono passati tanti anni, certe cose mi fanno un po’ senso. Insomma, mi bloccano sul letto in quattro, mi abbassano i calzoni e le mutande, e Silvano prova a penetrarmi, diciamo che fa la mossa, io strillo, ma mi mettono un fazzoletto in bocca e poi sono in quattro e non ho la forza di oppormi. La penetrazione non c’è stata ma l’umiliazione è stata terribile. Silvano mi dice: “Adesso hai capito che cosa ti succede se non fai tutto quello che vogliamo noi!” In quel momento, se avessi potuto lo avrei ammazzato.

Dopo quel fatto li tengo a distanza, mi faccio vedere il meno possibile, ma la cosa non può andare avanti così. Se non avessi fatto nulla sarei diventato lo zimbello di Sivano e della sua banda e le violenze si sarebbero ripetute. Ci penso molto, ma alla fine non ho altre soluzioni, prendo il coraggio a due mani e vado a parlare col nostro prefettino (quello di ingegneria), che mi ascolta, è spaventato soprattutto dall’idea che io vada a parlare col Rettore, e si vede, cerca di rabbonirmi e poi arriva a un compromesso che da lui non mi sarei mai aspettato ma che, nello stesso tempo, mi mise al sicuro e mi espose ai peggiori insulti da parte dei miei compagni. In pratica il prefettino avrebbe dormito nel mio letto in camerata e io nel suo, nella sua stanza chiusa a chiave. Tutta questa cosa avveniva, ovviamente senza che il vero prefetto del collegio ne sapesse niente e i ragazzi dovevano abbozzare, se non lo avessero fatto sarebbe venuto fuori quello che avevano fatto a me. Poi, per tenere buoni i compagni, che mi avrebbero ammazzato, ho finito per accettare che il preferttino venisse anche lui a dormire nella sua stanzetta. Ovviamente, dopo, i miei compagni mi davano esplicitamente della puttana.

A proposito del prefettino di ingegneria sentivo raccontate le cose peggiori: che spogliava i ragazzi, che faceva a gara con loro per vedere chi ce l’aveva più grosso e li picchiava per ottenere prestazioni sessuali da loro e cose simili e certi ragazzi giuravano che era vero e che era successo pure a loro, ma il prefettino, con me non ci aveva mai provato. Un giorno, mentre stavo nella sua stanzetta mi metto a frugare e tra il materasso e la rete del letto trovo un pacchetto con delle lettere, le leggo, sono dirette a un ragazzo ma sono lettere d’amore e pure focose. Penso che allora tutto quello che i miei compagni dicono di lui è vero e comincio ad avere paura.

E qui ho fatto una cosa di cui mi vergogno ancora oggi, ho raccontato a un mio compagno delle lettere del prefettino, e lui ha cercato di spingermi a rubargli le lettere per averlo in pugno e magari per portarle di nascosto al rettore. Io questa cosa non l’ho fatta, mi sembrava infame e poi il prefettino mi piaceva e non volevo che lo cacciassero o forse volevo averlo in pugno io. Ma adesso un altro ragazzo sapeva delle lettere e presto lo avrebbero saputo tutti e le lettere gliele avrebbero rubate gli altri, allora sono entrato in camera del prefettino, le ho prese io, e le ho nascoste da un’altra parte (in chiesa).

Quando è tornato il prefettino ho detto che gli dovevo parlare e gli ho raccontato che i ragazzi sapevano delle sue lettere, l’ho visto proprio sbiancare all’idea, ma gli ho detto pure che le lettere le avevo fatte sparire io e che erano nascoste in un posto sicuro, dove nessuno le avrebbe trovate. Lui le voleva indietro ma non gliele ho date e gli ho detto che le avevo lette. Lui mi guardava impietrito ma io gli ho risposto che lui con ne non aveva niente da temere perché con me si era comportato bene, poi gli ho detto di tutte le cose che avevo sentito su di lui e gli ho chiesto se erano vere. Ha ammesso di avere fatto un po’ di giochi sessuali coi ragazzi ma solo cose consensuali e me lo ha giurato. Io gli ho raccontato di quello che Silvano e la sua banda avevano fatto a me e lui mi ha detto che loro non lo facevano per sesso ma solo per infliggere una umiliazione terribile a un altro ragazzo, e poi mi ha chiesto se mi piacevano i ragazzi, io ci ho pensato e gli ho risposto onestamente che non lo sapevo e lui mi ha detto: peccato! Poi ha capito di avere detto una stupidaggine e mi ha chiesto scusa e dopo molte esitazioni mi ha chiesto dove stavano le lettere e io gliel’ho detto ma gli ho chiesto di lasciarle lì perché erano al sicuro, magari poteva andare a vedere che c’erano veramente, ma volevo che le lasciasse lì e lui lo ha fatto.

La storia del prefettino comunque è finita male e forse proprio per colpa mia. Il ragazzo al quale avevo parlato delle lettere, andò a riferire la cosa al rettore. Il prefettino negò tutto, io fui chiamato come testimone, giurai il falso e dissi che il mio compagno si era inventato tutto. I fatti non risultavano provati, ma il rettore non ne volle sapere e il prefettino fu cacciato, o meglio allontanato per motivi opportunità, a pochi mesi dagli esami finali. Prima di andarsene si riprese di nascosto le lettere e mi avvisò che le aveva prese lui.

Il nuovo prefettino era un emerito imbecille. Negli ultimi mesi prima degli esami ho subito dalla banda di Silvano angherie e violenze di ogni genere, e questa volta, siccome si dovevano vendicare su di me che ero stato il “cocco del frocio” ho subito veramente la violenza sessuale di Silvano e di un altro ragazzo. [- omissis – ] La sensazione di repulsione è stata totale, non ti racconto come mi sono sentito dopo, il ricordo di quella scena me lo porto ancora dentro perché quello non era sesso ma solo violenza come le bestie e anche peggio. I miei compagni avevano 14 anni e alla fine non riesco a odiarli o ad augurare loro la morte, perché non hanno nemmeno capito quello che stavano facendo. Insomma, io, dopo, sono stato ossessionato de quei ricordi per decenni e la mia vita sessuale ne è uscita rovinata. Il ricordo del prefettino invece era positivo, poi l’ho capito: quello era un ragazzo gay, e mi piaceva pure, non si era comportato da stronzo, ma l’idea che io potessi essere gay proprio per effetto della iniziazione violenta subita mi ha rovinato la vita. Non mi sono sposato e non ho un compagno, sono rimasto solo e per quanto possa sembrare assurdo il sesso gay mi sembra ripugnante, ma non so, e non lo so veramente, se questo succede per effetto della violenza subita ma penso di sì. Chi usa violenza sessuale su un’altra persona la uccide dentro, uccide la sua dignità, le sue sicurezze, sporca per sempre la sua sessualità. Bisognerebbe che i ragazzi ricevessero un’educazione seria e imparassero il vero rispetto del prossimo, ma purtroppo, anche se sono passati cinquant’anni, siamo ancora molto lontani da tutto questo.
Grazie Progetto, almeno mi sono sfogato un po’.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=20&t=5799

Read this post in English: http://gayprojectforum.altervista.org/T-homosexuality-and-sexual-violence-in-a-boarding-school

L’OMOSESSUALITA’ TRA I VAGABONDI

Potete leggere qui di seguito un articolo di Josiah Flynt intitolato “L’omosessualità tra i vagabondi” (Homosexuality among tramps), pubblicato da Havelock Ellis in appendice al suo volume  sull’inversione sessuale. A proposito di questo articolo e di alcune note, aggiunte da Ellis sulla base di scritti inviatigli da suoi corrispondenti, vanno fatte alcune premesse fondamentali.

Il titolo dell’articolo parla di omosessualità tra i vagabondi, ma il termine omosessuale in questo caso riguarda tutti coloro che hanno rapporti sessuali con persone del loro stesso sesso, concetto questo molto diverso dal concetto moderno di omosessuale come persona che “si innamora” di persone del proprio sesso. In termini moderni, come si vedrà, per molte situazioni descritte nell’articolo non si userebbe affatto il termine omosessualità ma il termine pedofilia, trattandosi quasi sempre di rapporti con minori, spesso ben al di sotto dell’età del consenso. Ma c’è di più, in moltissimi casi si tratta di vere forme di violenza sessuale su minori, che all’epoca, trattandosi di minori delle classi sociali più basse, non venivano minimamente perseguite o punite. Si tratta in buona sostanza di comportamenti che oggi sarebbero giustamente sanzionati penalmente in modo molto pesante.

Il testo, letto criticamente come documento storico, dimostra quanta strada sia stata fatta sul terreno delicatissimo della protezione dei minori. Chi si occupa ogni giorno di sessualità sa bene che dalla violenza e dall’abuso sui minori possono derivare danni gravissimi e che la tutela dei minori è in assoluto la prima garanzia di libertà.

Project

L’OMOSESSUALITA’ TRA I VAGABONDI

di “JOSIAH FLYNT”

Ho fatto uno studio piuttosto analitico sulla categoria dei vagabondi negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Germania, ma conosco meglio la situazione degli Stati Uniti. Ho vissuto lì con i vagabondi per otto mesi consecutivi, e ho anche passato numerosi periodi più brevi in loro compagnia, e la conoscenza che ho di loro dura da quasi dieci anni. Il mio scopo nell’andare in mezzo a loro è stato quello di conoscere la loro vita in particolare e quella degli emarginati in genere. Questo scopo può essere perseguito solo diventando parte integrante di quella stessa vita.

Ci sono due tipi di vagabondi negli Stati Uniti: i disoccupati e gli “hobo”. I disoccupati non sono veri e propri vagabondi; essi veramente cercano un lavoro e non hanno alcuna simpatia per gli hobo. Questi ultimi sono i veri vagabondi. Trasformano l’accattonaggio in un affare – e anche in un affare molto buono – e si limitano ad esso, di regola, fino alla fine dei loro giorni. L’whisky e il “Wanderlust”, o l’amore del vagabondaggio, sono probabilmente le cause principali della loro esistenza; ma molti di loro sono criminali scoraggiati, uomini che hanno provato a mettersi nel campo del crimine e hanno scoperto che mancavano di intelligenza criminale. Essi diventano vagabondi perché trovano che la vita “sulla strada” è la più vicina alla vita che speravano di condurre. Hanno abbastanza talento per avere successo come mendicanti, meglio, in genere, degli uomini che sono finiti sulla strada semplicemente come ubriaconi; conoscono più a fondo i trucchi del mestiere e sono intelligenti nell’escogitare piani e storie. Tutti i veri vagabondi in America, tuttavia, si somigliano molto, per quanto riguarda i comportamenti e la filosofia di vita, e tutti sono ugualmente benvenuti nei “ritrovi”. [1] La classe sociale da cui provengono è generalmente la più bassa di tutte, ma ci sono degli hobo che provengono da classi sociali molto elevate, e questi ultimi sono frequentemente altrettanto viziosi e depravati dei loro fratelli di meno buona famiglia.

Per quanto riguarda l’inversione sessuale tra i vagabondi, c’è molto da dire, e non posso certo cercare di riportare tutto quello che ho sentito dire in proposito, mi limiterò semplicemente ad un report generale sulla materia. Ogni hobo negli Stati Uniti sa che cosa significa l’espressione “rapporto sessuale innaturale”, e ne parla liberamente, e, secondo quello che ho riscontrato, un uomo su dieci lo pratica, e difende la sua condotta. I ragazzi sono le vittime di questa passione. I vagabondi si impossessano di questi ragazzi in vari modi. Un metodo comune è quello di fermarsi per un po’ in una città e fare conoscenza con i ragazzini dei quartieri poveri. Raccontano a questi ragazzini ogni tipo di storie circa la vita “sulla strada”, come possono viaggiare in treno gratis, sparare agli Indiani, o essere “perfeshunnels” (professionisti), e scelgono un ragazzo che a loro piace particolarmente. Con sorrisi e carezze lusinghiere gli fanno sapere che le storie sono state pensate solo per lui, e in poco tempo, se il ragazzo è un soggetto adatto, risponde al sorriso in modo altrettanto malizioso. Col tempo impara a pensare che lui è il favorito del vagabondo, che lo porterà con sé nei suoi viaggi, e comincia a pianificare incontri segreti con l’uomo. Il vagabondo, ovviamente, continua a eccitare la sua immaginazione con storie e carezze, e un bel giorno in quella città c’è un ragazzo di meno. Sulla strada il ragazzo è un “prushun” [parola di origine ignota che indica un ragazzo che viaggia con un vagabondo e chiede l’elemosina per lui] e il suo protettore un “jocker” [burlone]. La maggior parte dei prushuns hanno tra i 10 ei 15 anni, ma ne ho conosciuti alcuni sotto i 10 anni e pochi sopra i 15. Ogni prushun è costretto dalla legge degli hobo a lasciare che il suo jocker faccia con lui tutto quello che vuole, e molti, temo, imparano a godere il trattamento che il joker riserva loro. Essi sono inoltre tenuti a chiedere l’elemosina in ogni città in cui arrivano, e qualsiasi pigrizia da parte loro riceve una punizione molto severa.

Non è del tutto chiaro come avviene l’atto del rapporto sessuale innaturale; i vagabondi non concordano su questo. Da quello che ho osservato personalmente devo dire che si tratta di solito di quello che chiamano “lavoro di gamba” (intercrurale), ma a volte c’è l’immissio penis in anum, in entrambi i casi, il ragazzo è sdraiato a pancia in giù. Ho sentito storie terribili dei risultati fisici del rapporto anale per il ragazzo.

Una sera, nei pressi di Cumberland, Pennsylvania, fui testimone involontario di una delle peggiori scene che si possono immaginare. In compagnia di otto vagabondi, ero in una carrozza merci collegata ad un treno che si muoveva lentamente. Un ragazzo di colore riuscì salire sulla carrozza, e quando il treno riprese di nuovo a camminare a velocità normale, fu bloccato e “sedotto” (per usare l’eufemismo hobo) da ciascuno dei vagabondi. Non fece quasi nessuna resistenza, e scherzò e rise di quello che gli facevano come se se lo fosse aspettato. Ho trovato infatti che questo è il modo di reagire comune tra i ragazzi quando sono stati accuratamente iniziati. In un primo momento non si sottomettono, e sono inclini a scappare o a lottare, ma gli uomini li accarezzano e li coccolano, e dopo un po’ sembra che i ragazzi non se ne preoccupino più. Alcuni di loro mi hanno detto che provano nel rapporto un piacere paragonabile e quello che prova il jocker. Anche i ragazzini più piccoli, sotto i 10 anni, mi hanno detto la stessa cosa, e ho saputo che sollecitavano volontariamente i loro jocker al rapporto. In che cosa consista il piacere non saprei dirlo. I giovani stessi lo descrivono come una deliziosa sensazione di solletico nelle parti coinvolte, e questo è forse tutto per i ragazzi più piccoli. Coloro che hanno superato l’età della pubertà sembrano essere soddisfatti più o meno nello stesso modo in cui lo sono gli uomini. Tra gli uomini la pratica è decisamente una pratica passionale. La maggior parte di loro preferisce un prushun a una donna, e nulla è considerato peggiore dello stupro. Si legge spesso sui giornali che una donna è stata aggredita da un vagabondo, ma il vagabondo pervertito non è mai colpevole di queste aggressioni.

Credo, tuttavia, che ci siano anche alcuni vagabondi, pochi, che si sono rivolti ai ragazzi perché le donne sono molto scarse “sulla strada”. Per ogni donna tra gli hobo c’è un centinaio di uomini. Che questa sproporzione ha qualcosa a che fare con la popolarità dei ragazzi è chiarito dal seguente caso: in un carcere, dove fui rinchiuso per un mese durante la mia vita in vagabondaggio, feci conoscenza con un vagabondo che aveva la reputazione di essere un “sod” (sodomita). Un giorno, una donna venne nel carcere per vedere il marito, che era in attesa di processo. Uno dei prigionieri disse che l’aveva conosciuta prima che lei si sposasse e aveva vissuto con lei. Quel vagabondo stava per essere scarcerato, e chiese dove la donna vivesse. Sapendo che lei era ancora accessibile, lui la andò a trovare subito dopo il suo rilascio, e riuscì a stare con lei per quasi un mese. Mi disse più tardi che si era goduto la sua vita con lei molto di più che il suo rapporto con i ragazzi. Gli chiesi perché andava con i ragazzi, e lui rispose: “Perché non ci sono donne a sufficienza. Se non posso trovarne devo avere almeno i ragazzi.”

È nelle carceri che si vede il lato peggiore di questa perversione. Durante il giorno i prigionieri sono lasciati fuori in un lungo corridoio, e possono fare molto a loro piacimento; di notte sono rinchiusi, due e anche quattro in una cella. Se ci sono ragazzi in mezzo alla folla, sono abusati da tutti quelli che sono interessati ad averli. Se si rifiutano di sottomettersi, vengono imbavagliati e tenuti fermi. Lo sceriffo sa raramente ciò che accade, e per i ragazzi riferirgli qualcosa sarebbe un suicidio. C’è un’ignoranza criminale in tutti gli Stati Uniti su quanto riguarda la vita di queste carceri, e le cose vanno avanti in un modo che sarebbe impossibile in qualsiasi carcere ben regolamentato. In uno di questi luoghi una volta ho assistito alla lotta più feroce che io abbia mai visto tra vagabondi; un ragazzo ne fu la causa. Due uomini dicevano che lo amavano, e lui sembrava ricambiare l’affetto di entrambi con lo stesso desiderio. Fu proposta una lotta con i rasoi per stabilire chi dovesse averlo.[2] Gli uomini si prepararono per l’azione, mentre una folla si radunava attorno per guardare. Continuarono a ferirsi per più di mezz’ora, tagliandosi reciprocamente in modo terribile, poi i loro sostenitori li fermarono per paura di risultati fatali. Il ragazzo fu dato a quello che era stato meno ferito.

La gelosia è una delle prime cose che si avvertono in rapporto a questa passione. Li ho visti ritirarsi del tutto dalla vita dei loro ritrovi semplicemente per essere sicuri che i loro prushun non fossero toccati da altri vagabondi. Tali rapporti spesso durano per anni, e alcuni ragazzi rimangono con i loro primi jocker fino a quando non sono “emancipati”.

Emancipazione significa libertà di “intrappolare” qualche altro ragazzo, e farlo sottomettere come l’altro era stato costretto a sottomettersi quando più giovane. Di norma, il prushun viene liberato quando è in grado di proteggere se stesso. Se riesce a difendere il suo “onore” da tutti coloro si fanno avanti, è accettato nella classe delle “vecchie volpi”, e può fare ciò che vuole. Questo è l’unico premio promesso ai prushun durante il loro apprendistato. Viene loro detto che un giorno potranno avere un ragazzo e lo potranno usare come loro sono stati usati. Così il mondo degli hobo è sempre sicuro di avere reclute.

È difficile dire quanti vagabondi sono sessualmente invertiti. Non si sa nemmeno con certezza quanti vagabondi ci sono nel paese. Ho affermato in uno dei miei articoli su vagabondi che, contando i ragazzi, ci sono tra i cinquanta e i sessantamila veri vagabondi negli Stati Uniti. In Texas, un vagabondo che ha visto questa mia dichiarazione mi ha scritto che egli considerava la mia stima troppo bassa. I giornali l’hanno criticata come troppo alta, ma non sono in grado di giudicare. Se le mie cifre sono, come credo, almeno approssimativamente corrette, i vagabondi sessualmente pervertiti possono essere stimati tra i cinque e i seimila; questo includendo uomini e ragazzi.

Mi è stato detto di recente dai vagabondi che i ragazzi sono meno numerosi di quanto non fossero pochi anni fa. Dicono che ora è un affare rischioso essere visti con un ragazzo, e che è più redditizio, per quanto riguarda l’accattonaggio, andare in giro senza di loro. Se questo significa che la passione è meno forte di quanto non lo fosse prima, o che gli uomini trovano la loro soddisfazione sessuale tra di loro, non posso assolutamente dirlo. Ma da quello che so della loro riluttanza ad adottare la seconda alternativa, sono propenso a pensare che la passione stia andando un po’ scomparendo. Sono certo che le donne non sono più numerose “sulla strada” di quando non lo fossero in passato, e che il cambiamento, se un vero cambiamento c’è stato, non è stato causato da loro. Questo per quanto riguarda ciò che ho trovato negli Stati Uniti.

In Inghilterra, dove ho anche vissuto con i vagabondi per qualche tempo, ho trovato molto poca inversione sessuale. E così anche in Germania, eccetto che nelle carceri e negli stabilimenti di lavori forzati, l’inversione sembra molto poco conosciuta tra i vagabondi. Ci sono pochi vagabondi ebrei (a volte venditori ambulanti), che si dice abbiano ragazzi in loro compagnia, e mi viene detto che li usano come i vagabondi negli Stati Uniti utilizzano i loro ragazzi, ma non posso provare questa affermazione sulla base di quanto ho osservato personalmente. In Inghilterra ho incontrato un certo numero di vagabondi di sesso maschile che non hanno esitato a dichiarare la loro preferenza per il proprio sesso, e in particolare per i ragazzi, ma sono costretto a dire che raramente li ho visti con i ragazzi; come regola, stavano quasi sempre soli, e sembrano vivere essenzialmente da soli.

È un fatto degno di nota che sia in Inghilterra che in Germania c’è un gran numero di donne “sulla strada”, o, in ogni caso, così vicine ad essere sulla strada che il rapporto con loro è facile ed economico. In Germania quasi ogni città ha il suo quartiere di “Stadt-Schieze” [3]: donne che vendono i loro corpi per una somma molto bassa. Chiedono di rado più di trenta o quaranta pfennig per una notte, che di solito è passata all’aria aperta. In Inghilterra è praticamente la stessa cosa. In tutte le grandi città ci sono donne che sono ben felici di prestarsi per tre o quattro pence, e quelle che sono “sulla strada” lo fanno per ancora meno.

L’impressione generale fatta su di me dagli uomini sessualmente pervertiti che ho incontrato in vagabondaggio è che essi sono anormalmente maschili. Nel loro rapporto con i ragazzi hanno sempre il ruolo attivo. Mi è sembrato che i ragazzi fossero, in alcuni casi, insolitamente femminili, ma non è una regola. Nel complesso, sono molto simili agli altri ragazzi, e io non sono in grado di dire se la loro simpatia per il rapporto invertito sia innata o acquisita. Ma, come minimo, non posso dubitare che in moltissimi casi il rapporto invertito sia veramente gradito. Rapporto che, come tale e ancora di più proprio perché tale, merita di essere indagato in modo più completo e di essere trattato più razionalmente.

“Josiah Flynt”, che ha scritto il precedente rendiconto sulla vita del vagabondo per la seconda edizione di questo volume, era ben noto come autore, sociologo e vagabondo. Era soprattutto, e sembrerebbe per temperamento innato, un vagabondo, e quel ruolo ha incarnato alla perfezione (lui stesso parla della sua

“weasoned face and diminutive form”) sentendosi in esso completamente a suo agio. In questo modo era in grado di gettare molta luce sulla psicologia del vagabondo, e i suoi libri (comeTramping with Tramps) sono importanti da questo punto di vista. Il suo vero nome era F. Willard ed era un nipote di Miss Frances Willard. Morì a Chicago, nel 1907, all’età di 38 anni, poco dopo aver scritto un’autobiografia franca e notevole. Sono in grado di integrare le sue osservazioni sui vagabondi, per quanto concerne l’Inghilterra, coi seguenti passaggi da una memoria dettagliata inviatami da un corrispondente inglese: –

“Sono un invertito maschio con inclinazioni sessuali completamente femminili. Diversi incontri con i ‘vagabondi’ mi hanno portato a cercare l’intimità con loro e per circa vent’anni, mi sono dato anche io al vagabondaggio e per questo posso venire in stretto contatto con loro, in Inghilterra, Scozia e Galles.

“Come negli Stati Uniti, ci sono due classi di vagabondi coloro che vorrebbero lavorare, come mietitori, lavoratori di strada, ecc., e quelli che non vogliono lavorare ma vogliono trasformare il vagabondaggio in una professione. Tra queste due classi, secondo la mia  esperienza, il 90 per cento, o addirittura potrei azzardarmi a dire il 100 per cento, indulge all’omosessualità quando se ne presenza l’occasione, e in questo non noto alcuna distinzione tra le due classi.

“Di questo fatto ci sono numerose ragioni e io ne elencherò alcune. Un certo numero può preferire il rapporto normale con una donna, ma ad eccezione di quelli che viaggiano nei carri e dei pochi che hanno ‘prime donne’ con loro, le donne non sono disponibili, come prostitute permettono molto raramente l’intimità per ‘amore’, tranne quando sono ubriache. I vagabondi sono anche spaventati da ogni specie di malattia venerea che comporterebbe il tormento della reclusione in ospedale. La maggior parte di loro è socievole e preferisce il vagabondare con un ‘make’ [bel tipo]. Con questo compagno, con il quale dorme e riposa e ‘si ubriaca’ quando hanno solidi, l’intimità sessuale si verifica naturalmente, secondo la mia esperienza uno dei due è maschio e l’altro femmina nei loro desideri sessuali, ma so di casi in cui hanno rivestito entrambi i ruoli. E poi, la prostituzione maschile si può avere per niente, e di tanto in tanto, quando un vagabondo incontra un “toff” [una persona distinta], è un mezzo per guadagnare denaro, sia onestamente che in altro modo. Non ho mai conosciuto un vagabondo maschio che rifiutasse di darmi soddisfazione se gli offrivo un drink o due, o una piccola somma di denaro. Uno mi ha detto che non invidiava ‘né i nobili né le persone distinte’ dato che otteneva un sacco di ‘alcol e sodomia.’

“Un altro, che mi ha raccontato di essere stato venticinque anni sulla strada, mi ha detto che non poteva sopportare di dormire da solo. (Era un venditore ambulante, all’apparenza di libri religiosi di basso costo e segretamente di opuscoli più vili e di fotografie). Aveva fatto il suo tempo e diceva che la pena più grande per lui era il non essere in grado di avere un ‘tipo’ che si prestasse alla penetrazione, anche se non era particolarmente interessato a che forma l’atto sessuale prendesse. Un altro bel giovane, che mi capitò di incontrare il giorno stesso in cui fu rilasciato da una lunga detenzione in carcere per furto con scasso e col quale ho passato una notte di incessante e quasi brutale intimità, disse che il suo tormento era vedere uomini sempre intorno a lui e non poter avere rapporti sessuali con loro. Un altra e molto potente spinta dei ‘vagabondi’ verso l’omosessualità è che, nelle locande di basso livello che sono obbligati a frequentare, un letto singolo è talvolta condiviso con un compagno di letto forse mai visto prima, e soprattutto nella stagione calda, quando la regola è la nudità.

“Essendo i miei desideri sessuali rivolti agli invertiti di sesso maschile sono venuto più in contatto con loro e ho trovato che formano il gruppo più numeroso. Tra mietitori e i marinai vagabondi è raro trovare un ‘Dandy’, come io ero considerato e come tale avidamente corteggiato, e ogni proposta di intimità da parte mia trovava rapidamente risposta. Per quanto riguarda l’uso di giovani ragazzi per indulgere ai piaceri omosessuali, non è comune in quanto è troppo pericoloso, anche se ho conosciuto ragazzi, in particolare quelli appartenenti ai carrozzoni o zingari, che si prostituivano sempre per denaro.

“In un’occasione ho visto un ragazzo che ha creato una vera esplosione di lussuria di natura omosessuale. L’incidente è avvenuto in una piccola città marinara in Scozia la sera prima di quando si doveva tenere una fiera. È successo in un pub di basso livello, dove era radunato un buon numero di uomini molto rozzi e per lo più ubriachi. È arrivato un cieco guidato da un giovane molto carino ma di aspetto effeminato, di circa 17 anni, che indossava un kilt lacero, con gambe e piedi nudi. Aveva  lunghi capelli biondi riccioluti, che gli arrivavano alle spalle e sopra i capelli stava appollaiato un vecchio berretto. Indossava anche una vecchia giacca da caccia di velluto. Tutti gli occhi erano rivolti sulla coppia e rapidamente fu offerto loro da bere. Un’osservazione fu fatta da un uomo che credeva che il giovane fosse una ragazza. Il ragazzo disse, ‘Vi mostrerò che io sono un ragazzo’ e tirò su il gonnellino, esponendo i genitali e poi il suo posteriore. Risate chiassose accolsero questa esposizione indecente e questo suggerimento, e altre bevande furono servire. Il cieco poi suonò il suo violino e il ragazzo ballò con frequenti ripetizioni delle stesse indecenze. Fu agguantato, baciato e accarezzato da un certo numero di uomini, alcuni dei quali cercavano di masturbarlo, cosa alla quale fece resistenza, ma si masturbò per loro. Dopo che arrivò l’orario di chiusura, io e circa dieci o dodici uomini occupammo tutti la stessa stanza; il vecchio continuò a suonare e il giovane, completamente nudo, continuò a ballare e suggerì che anche altri dovessero farlo, ed ebbe luogo una scena erotica che non potemmo vedere perché il ‘padrone’ che era presente spense la lampada.

“Due classi di vagabondi che ho incontrato dichiarano apertamente la loro preferenza per l’omosessualità. Sono uomini che sono stati sotto le armi e marinai e gente di mare in generale. Si dice che ‘Jack ha una moglie in ogni porto’, ma credo che, secondo la mia esperienza, la moglie, in molti casi sia di sesso maschile, e questo tra quelli di tutte le nazionalità, come succede con i soldati. Tra questi la gelosia è anche più comune di quanto non sia tra i vagabondi ordinari, e se tu ti comporti da ‘Dandy’ con un soldato, se fai proposte o le accetti da uno più anziano, è probabile che si verifichi qualche guaio tra di loro.

“Potrei citare molti esempi delle mie esperienze personali per dimostrare che i ‘vagabondi’ sono visti dagli uomini nelle campagne come oggetti legittimi, compiacenti, e comprabili anche per il desiderio omosessuale.”

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[1] Questa è la casa della fraternità. In pratica si tratta di ogni angolo dove possono poggiare il capo; ma, di regola, o si tratta di una locanda o di un carro merci, o di un rifugio nel prato vicino al serbatoio dell’acqua della ferrovia.

[2] Tutti i vagabondi portano con sé rasoi, sia per la rasatura che per la difesa. Strano a dirsi, riescono a farli entrare abusivamente nelle carceri, in quanto non sono mai perquisiti accuratamente.

[3] Questa parola è di origine ebraica, e significa ragazza (Mädchen).

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