CHIESA E GAY – LA LIBERTA’ DI DISCRIMINARE

Anche questa mattina, in un dibattito televisivo circa la legge anti-omofobia, un esponente di area cattolica ha ripetuto le sue obbiezioni, cioè quelle delle chiesa, nel confronti dell’approvazione della legge contro l’omofobia, sottolineando che una legge che includesse, come fa la legge Mancino per l’odio razziale o per le discriminazioni religiose, anche il divieto di propaganda, cioè in pratica vietasse con sanzioni penali di manifestare opinioni false e discriminatorie, sarebbe una lesione del diritto alla libertà di parola, ma aggiungeva che l’omosessualità e una malattia che si può curare con il ricorso alle terapie riparative.

Evidentemente questa persona non sa di che cosa sta parlando e ripete tesi palesemente smentite da decenni dalla organizzazione mondiale della sanità e dagli ordini degli psicologi e aggiunge che la legge contro l’omofobia è inaccettabile perché ha dietro una finalità che è quella di muovere l’opinione pubblica verso l’approvazione delle nozze omosessuali, cosa che a questa persona pare assolutamente contro natura.

Cerchiamo di capire che cosa dice veramente la legge Mancino

http://www.governo.it/Presidenza/USRI/confessioni/norme/dl_122_1993.pdf

DECRETO LEGGE 26 aprile 1993, n. 122, coordinato con la legge di conversione 25 giugno 1993, n. 205, recante: “Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa”. 

Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa.

Articolo 1 

Discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

1. L’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, è sostituito dal seguente:

“Art. 3. – 1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione della disposizione dell’articolo 4 della convenzione, è punito:

a) con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;

b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;

2. (soppresso dalla legge di conversione).

3. E’ vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiose. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni.”.

1-bis. Con la sentenza di condanna per uno dei reati previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654(1), o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, il tribunale può altresì disporre una o più delle seguenti sanzioni accessorie:

a) obbligo di prestare un’attività non retribuita a favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità, secondo le modalità stabilite ai sensi del comma 1-ter;

b) obbligo di rientrare nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora entro un’ora determinata e di non uscirne prima di altra ora prefissata, per un periodo non superiore ad un anno;

c) sospensione della patente di guida, del passaporto e di documenti di identificazione validi per l’espatrio per un periodo non superiore ad un anno, nonché divieto di detenzione di armi proprie di ogni genere;

d) divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative successive alla condanna, e comunque per un periodo non inferiore a tre anni.

1-ter. Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Ministro di grazia e giustizia determina, con proprio decreto, le modalità di svolgimento dell’attività non retribuita a

favore della collettività di cui al comma 1-bis, lettera a).

1-quater. L’attività non retribuita a favore della collettività, da svolgersi al termine dell’espiazione della pena detentiva per un periodo massimo di dodici settimane, deve essere determinata dal giudice con modalità tali da non

pregiudicare le esigenze lavorative, di studio o di reinserimento sociale del condannato.

1-quinquies. Possono costituire oggetto dell’attività non retribuita a favore della collettività: la prestazione di attività lavorativa per opere di bonifica e restauro degli edifici danneggiati con scritte, emblemi o simboli propri o usuali

delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui al comma 3 dell’art. 3, L. 13 ottobre 1975, n. 654; lo svolgimento di lavoro a favore di organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, quali quelle operanti nei confronti delle persone handicappate, dei tossicodipendenti, degli anziani o degli extracomunitari; la prestazione di lavoro per finalità di protezione civile, di tutela del patrimonio ambientale e culturale, e per altre finalità pubbliche

individuate con il decreto di cui al comma 1-ter.

1-sexies. L’attività può essere svolta nell’ambito e a favore di strutture pubbliche o di enti ed organizzazioni privati.

Articolo 2 

Disposizioni di prevenzione.

1. Chiunque, in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, è punito con la

pena della reclusione fino a tre anni e con la multa da lire duecentomila a lire cinquecentomila.

2. È vietato l’accesso ai luoghi dove si svolgono competizioni agonistiche alle persone che vi si recano con emblemi o simboli di cui al comma 1. Il contravventore è punito con l’arresto da tre mesi ad un anno

3. Nel caso di persone denunciate o condannate per uno dei reati previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, o per un reato aggravato ai sensi dell’articolo 3 del presente decreto, nonché di persone sottoposte a misure di prevenzione perché ritenute dedite alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza o la tranquillità pubblica, ovvero per i motivi di cui all’articolo 18, primo comma, n. 2-bis), della legge 22 maggio 1975, n. 152 si applica la disposizione di cui all’articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401, e il divieto di accesso conserva efficacia per un periodo di cinque anni, salvo che venga emesso provvedimento di archiviazione, sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento o provvedimento di revoca della misura di prevenzione, ovvero se è concessa la riabilitazione ai sensi dell’articolo 178 del

codice penale o dell’articolo 15 della legge 3 agosto 1988, n. 327.

Articolo 3 

Circostanza aggravante.

1. Per i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità, la pena è aumentata fino alla metà.

2. Le circostanze attenuanti, diverse da quella prevista dall’articolo 98 del codice penale, concorrenti con l’aggravante di cui al comma 1, non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a questa e le diminuzioni di pena si operano sulla quantità di pena risultante dall’aumento conseguente alla predetta aggravante.

Articolo 4 

Modifiche a disposizioni vigenti. …

Articolo 5 

Perquisizioni e sequestri.

1. Quando si procede per un reato aggravato ai sensi dell’articolo 3 o per uno dei reati previsti dall’articolo 3, commi 1, lettera b), e 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, l’autorità giudiziaria dispone la perquisizione dell’immobile rispetto al quale sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che l’autore se ne sia avvalso come luogo di riunione, di deposito o di rifugio o per altre attività comunque connesse al reato. Gli ufficiali di polizia giudiziaria, quando ricorrano motivi di particolare necessità ed urgenza che non consentano di richiedere l’autorizzazione telefonica del magistrato competente, possono altresì procedere a perquisizioni dandone notizia, senza ritardo e comunque entro quarantotto ore, al (2) Sostituisce il secondo comma dell’art. 4, L. 20 giugno 1952, n. 645. “Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni.” procuratore della Repubblica, il quale, se ne ricorrono i presupposti, le convalida entro le successive quarantotto ore.

2. È sempre disposto il sequestro dell’immobile di cui al comma 1 quando in esso siano rinvenuti armi, munizioni, esplosivi od ordigni esplosivi o incendiari, ovvero taluni degli oggetti indicati nell’articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110. É sempre disposto, altresì, il sequestro degli oggetti e degli altri materiali sopra indicati nonché degli emblemi, simboli o materiali di propaganda propri o usuali di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui alle leggi 9

ottobre 1967, n. 962, e 13 ottobre 1975, n. 654, rinvenuti nell’immobile. Si osservano le disposizioni di cui agli articoli 324 e 355 del codice di procedura penale. Qualora l’immobile sia in proprietà, in godimento o in uso esclusivo a

persona estranea al reato, il sequestro non può protrarsi per oltre trenta giorni.

3. Con la sentenza di condanna o con la sentenza di cui all’articolo 444 del codice di procedura penale, il giudice, nei casi di particolare gravità, dispone la confisca dell’immobile di cui al comma 2 del presente articolo, salvo che lo stesso appartenga a persona estranea al reato. É sempre disposta la confisca degli oggetti e degli altri materiali indicati nel medesimo comma 2.

Articolo 6 

Disposizioni processuali.

1. Per i reati aggravati dalla circostanza di cui all’articolo 3, comma 1, si procede in ogni caso d’ufficio.

2. Nei casi di flagranza, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria hanno facoltà di procedere all’arresto per uno dei reati previsti dai commi quarto e quinto dell’articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, nonché, quando ricorre

la circostanza di cui all’articolo 3, comma 1, del presente decreto, per uno dei reati previsti dai commi primo e secondo del medesimo articolo 4 della legge n. 110 del 1975 2-bis. All’articolo 380, comma 2, lettera l), del codice di procedura penale, sono aggiunte, in fine, le parole: «, delle organizzazioni, associazioni,

movimenti o gruppi di cui all’articolo 3, comma 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654»

3. Per i reati aggravati dalla circostanza di cui all’articolo 3, comma 1, che non appartengono alla competenza della corte di assise è competente il tribunale.

4. Il tribunale è altresì competente per i delitti previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654

5. Per i reati indicati all’articolo 5, comma 1, il pubblico ministero procede al giudizio direttissimo anche fuori dei casi previsti dall’articolo 449 del codice di procedura penale, salvo che siano necessarie speciali indagini.

6. Soppresso

Articolo 7 

Sospensione cautelativa e scioglimento.

1. Quando si procede per un reato aggravato ai sensi dell’articolo 3 o per uno dei reati previsti dall’articolo 3, commi 1, lettera b), e 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654 o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che l’attività di organizzazioni, di associazioni, movimenti o gruppi favorisca la commissione dei medesimi reati, può essere disposta cautelativamente, ai sensi dell’articolo

3 della legge 25 gennaio 1982, n. 17, la sospensione di ogni attività associativa. La richiesta è presentata al giudice competente per il giudizio in ordine ai predetti reati. Avverso il provvedimento è ammesso ricorso ai sensi del quinto comma del medesimo articolo 3 della legge n. 17 del 1982.

2. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengono meno i presupposti indicati al medesimo comma.

3. Quando con sentenza irrevocabile sia accertato che l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi abbia favorito la commissione di taluno dei reati indicati nell’articolo 5, comma 1, il Ministro dell’interno, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, ordina con decreto lo scioglimento dell’organizzazione, associazione, movimento o gruppo e dispone la confisca dei beni. Il provvedimento è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Articolo 8

Disposizioni finali.

1. Il settimo comma dell’articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, è abrogato.

2. Le disposizioni dei commi da 1 a 5 dell’articolo 6 si applicano solo per i fatti commessi successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto.

Articolo 9 

Entrata in vigore.

1. Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sarà presentato alle Camere per la conversione in legge.

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In estrema sintesi la legge Mancino prevede che sia punito:

a) con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi; 

b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi; 

Se la legge Mancino fosse estesa anche all’omofobia la legge prevedrebbe la reclusione per chi (Comma 1 modificato) “in qualsiasi modo” diffonde idee fondate sulla superiorità di un orientamento sessuale sull’altro o sull’odio per motivi di orientamento sessuale o incita a commettere atti di discriminazione per motivi di orientamento sessuale, e per chi (Comma 2 modificato) “in qualsiasi modo” incita a commettere violenza o atti di provocazione alla violenza per motivazioni omofobe.

Non è certo tipico dei gruppi cattolici incitare a commettere violenza o provocare la violenza, almeno nel senso stretto che questi termini hanno nel codice penale, quindi il mondo cattolico non teme certo la modifica del comma 2, mentre la modifica del comma 1 incriminerebbe la condotta di chi “in qualsiasi modo” diffonda idee fondate sulla superiorità di un orientamento sessuale sull’altro o sull’odio per motivi di orientamento sessuale o inciti a commettere atti di discriminazione per questo motivi. E qui i cattolici vedono una limitazione della libertà di parola. In altri termini, secondo loro, diffondere idee fondate sulla superiorità di un orientamento sessuale sull’altro o sull’odio per motivi di orientamento sessuale o incitare a commettere atti di discriminazione per questi motivi è parte delle libertà fondamentali garantite dalla costituzione.

Non c’è bisogno di sottolineare che nell’imminenza della discussione della legge, che sarà comunque una legge minimalista rispetto a provvedimenti analoghi di altri stati d’europa, la chiesa sta tentando in ogni modo di accreditare punti di vista che non troverebbero credito in nessun paese civile.

Vi segnalo un articolo del Corriere della Sera (http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/notizie/cronaca/2013/19-agosto-2013/a-bisceglie-bufera-chiesa-arcigay-azione-cattolica-accusata-omofobia-2222672886123.shtml) Leggete l’articolo e potrete farvi un’idea dei livelli a cui si arriva.

E’ evidente che la chiesa non vuole una legge seria contro l’omofobia perché nel documenti pontifici si tratta di omosessualità come di “grave depravazione”, “funesta conseguenza di un rifiuto di Dio”, “mancanza di evoluzione sessuale normale”, “costituzione patologica”, “comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale”. Non è omofobia questa? A qualcuno sembra solo libertà di parola, anche se si tratta di forme di istigazione all’odio sulla base di puri pregiudizi. Le terapie riparative sono proposte e sostenute da personaggi legati alla chiesa.

Sarebbe ora di vedere finalmente la dignità di uno stato laico che assume le sue decisioni in termini di diritto senza farsi condizionare da presupposti ideologici profondamente immorali, che sono un insulto alla libertà e una grave mancanza di rispetto nei confronti del prossimo.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay:

http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=73&t=3740

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CHIESA, LIBERTA’ E MORALE LAICA

La morale laica non è un insieme di precetti o di divieti, non è un codice morale destinato a sostituire un altro codice morale ma è un metodo che si prefigge di garantire la convivenza, la libertà e l’uguaglianza degli individui nei rapporti sociali partendo dall’idea che la libertà è il valore sociale fondamentale, cioè l’unico valore sul quale si deve fondare una società di uomini liberi e che le limitazioni della libertà sono giustificabili solo in funzione della tutela della libertà altrui.

La morale laica non ha nulla a che vedere con le morali particolari, non è giustificata sulla base di nessuna autorità ma deriva dalla libera accettazione del principio fondante, ossia dell’idea che la libertà sia il diritto fondamentale e incondizionato di tutti.

In una visione laica, a livello sociale, non esistono morali vere, secondo natura o secondo ragione e non esistono autorità morali, questi concetti sono tipici delle morali particolari.

Una morale laica è per sua natura relativistica nel senso che, se è lasciata comunque al singolo la massima libertà di coscienza e la responsabilità piena del suo agire morale, sempreché si resti nell’ambito del rispetto della libertà altrui, la scelta del singolo è solo sua, non può essere normativa per nessuno e non è sottoposta al giudizio di nessuno.

Il relativismo è una visione non dogmatica e non pregiudiziale della morale, non è un principio per il quale qualsiasi codice morale può essere ugualmente valido, è anzi un modo di porsi di fronte ai contenuti e ai comportamenti morali con occhio attento all’unico aspetto socialmente rilevante, cioè alla dimensione di libertà.

Non qualunque codice morale o qualunque comportamento può essere ammesso in una società libera, cioè laica, ma soltanto i codici e i comportamenti morali che rispettano integralmente la libertà altrui potranno trovarvi accoglienza.

Nessuna predicazione di discriminazione, di violenza, di omofobia o di odio razziale, nessuna condanna a priori di fatti o per fatti che non siano oggettivamente lesivi della libertà altrui, nessun privilegio comunque giustificato è compatibile con una morale laica perché queste cose non sono rispettose della libertà altrui.

Nessun potere di limitare la libertà di altre persone, neppure nell’ambito della stessa famiglia, può moralmente essere riconosciuto a nessuno per motivi diversi da quelli che la legge riconosce sulla base di un interesse oggettivo collettivo.

Nessuna mutilazione (circoncisione, infibulazione) può essere praticata per nessuna ragione su persona minorenne o su persona maggiorenne senza il suo esplicito consenso. Nessuna imposizione (sposarsi/non sposarsi, scelta del coniuge, scelta di avere figli, scelta di limitare determinatamente le gravidanze) può essere imposta a nessuno per nessuna ragione. Questi sono solo alcuni esempi di contenuti morali assolutamente incompatibili con la libertà di tutti che è l’unico valore che uno stato laico deve garantire.

In una visione laica della società, per tutte le condizioni che afferiscono alla sfera privata dei singoli deve essere garantita la massima libertà: aderire ad una religione o abbandonarla liberamente senza che ne derivi pregiudizio alcuno, aderire ad un partito politico e abbandonarlo liberamente senza che ne derivi pregiudizio alcuno, seguire il proprio orientamento sessuale, sposarsi o non sposarsi, avere o non avere figli, ecc..

Alcune questioni meritano un chiarimento. Sono ammesse delle limitazioni per gli aderenti ad una o ad un’altra confessione religiosa? La risposta è ovviamente sì, con la condizione che da quella confessione religiosa si possa comunque uscire liberamente, senza alcuna formalità e senza alcun pregiudizio. Il sacrificio temporaneo della libertà del singolo, consciamente e liberamente voluto, non viola la libertà di quel singolo se il sacrificio può aver termine in ogni momento, senza formalità e senza danno, si tratta anzi di un esercizio di libertà individuale. Non è invece moralmente accettabile una scelta definitiva e senza ritorno, come quella di pronunciare voti perpetui rinunciando in via definitiva ad alcuni dei propri diritti, senza la possibilità di tornare indietro quando se ne avverte le necessità. Le rinunce alla libertà non posso essere ammesse se irrevocabili. Questo significa che non è possibile pronunciare voti perpetui di rinuncia ad alcuni dei propri diritti? No. Ciò significa solo che la legge non può continuare ad annettere valore legale ad atti compiuti a seguito della pronuncia dei voti se essi sono revocati. Se una persona pronuncia i voti e a seguito dei voti i suoi beni passano ad altri, alla revoca dei voti deve conseguire di diritto il rientro dei beni nella sfera del primitivo titolare. Il che significa che i beni ceduti a seguito della pronuncia dei voti devono restare inalienabili finché è in vita la persona che ha pronunciato i voti e che fino ad allora ne viene trasferito solo il diritto di usufrutto. Se così non fosse la pronuncia dei voti si trasformerebbe in un atto potenzialmente fortemente limitativo della libertà individuale nel futuro, cosa che è moralmente inaccettabile, sarebbe cioè una trappola dalla quale è impossibile uscire se non con grave danno.

La legislazione di uno stato laico non può entrare nelle questioni relative alla sfera morale privata del singolo se non per garantire che i comportamenti conseguenti alle convinzioni individuali siano comunque compatibili con la libertà altrui.

La legislazione di uno stato laico deve prescindere completamente dalle morali individuali e deve limitarsi a garantire la libertà di tutti. Le norme devono essere essenziali, non devono avere finalità moralizzatrice ma devono essere garanzia generale di libertà. Proprio per il fatto che la legge non può entrare in questioni morali, non può essere ammessa alcuna obiezione di coscienza, perché le restrizioni alla libertà dei singoli imposte dalla legge sono finalizzate esclusivamente alla tutela della libertà di tutti e quindi l’obiezione di coscienza sarebbe di fatto una limitazione della libertà altrui, che è il valore fondamentale contro la quale, in una società laica non può essere ammessa nessuna obiezione. Chi non accettasse questo principio può uscire dalla società laica, dalla quale non si sente rappresentato, e aderire ad ordinamenti che subordinano la libertà ad altri valori.

In uno stato laico i segni esterni di una appartenenza religiosa, politica o di qualsiasi altra natura non sono ammessi nei locali pubblici, ovviamente sono sempre legittimi nei luoghi privati o aperti al pubblico.

Uno stato laico non sigla concordati con alcuna confessione religiosa e per nessun motivo e non entra a nessun livello in questioni connesse alla religione o alla morale individuale, deve invece occuparsi di tutelare attivamente la libertà di aderire a tutte le confessioni e di recedere senza alcuna condizione e senza alcun danno.

Il principio di laicità dello stato si manifesta in modo peculiare nell’evitare qualunque sovrapposizione tra il concetto di delitto, che è un concetto giuridico e il concetto di peccato, che è un concetto morale.

I delitti sono repressi e puniti un una società laica in quanto violano la sfera di libertà altrui privando altri dei loro diritti. La punizione di un delitto non è conseguenza di alcuna prescrizione morale ma è motivata da ragioni sociali profonde di libertà e di uguaglianza. L’esempio tipico di delitto è l’assassinio.

I peccati sono delle violazioni di un codice morale particolare al quale si annette a livello individuale o di confessione religiosa un valore di origine sacrale. L’esempio tipico del peccato è la violazione del comandamento “Non desiderare la donna d’altri” che condanna anche il solo desiderio, cioè qualcosa che di per sé non è minimamente lesiva della libertà altrui e che quindi non solo non è un delitto ma afferisce alla libertà del singolo ed è del tutto indifferente per la collettività.

A nessuno è concessa la facoltà di perdonare un delitto, neppure alla vittima dello stesso delitto, perché un delitto è un comportamento aggressivo nei confronti dei principi di fondo del vivere sociale, non si può quindi essere perdonati o assolti dai propri delitti da nessuno e per nessuna ragione. Si può invece essere perdonati o assolti dai peccati in nome dell’autorità che ha fissato il principio morale particolare che è stato violato. Ovviamente si tratta di realtà che non hanno niente in comune. La categoria di delitto è valida per tutti i componenti di una società laica, quella di peccato è valida esclusivamente per quelli che aderiscono a una determinata confessione religiosa e alla sua morale particolare.

Le riflessioni sin qui svolte sull’idea di libertà come fondamento del vivere civile e sulla distinzione tra delitto e peccato sono magistralmente riassunte da Gaetano Salvemini [Lettere dall’America 1947-1949 (epistolario con Ernesto Rossi)]: “Tutti in Italia sembrano aver dimenticato che la libertà non è la mia libertà, ma la libertà di chi non la pensa come me. Un clericale non capirà mai questo punto, né in Italia, né in nessun altro Paese del mondo. Il clericale non arriverà mai a capire la distinzione fra peccato e delitto, fra quello che lui crede peccato e quello che la legge secolare ha il dovere di condannare come delitto. Il clericale punisce il peccato come se fosse delitto e perdona il delitto come se fosse peccato. Il clericale non è mai uscito dall’atmosfera dei 10 comandamenti, nei quali il rubale e l’uccidere (delitti) sono messi sullo stesso livello del desiderare la donna d’altri (peccato).”

Una questione estremamente delicata è costituita dalla libertà religiosa, sulla quale si è concentrata l’attenzione di papa Benedetto XVI in particolare nel Discorso al Corpo Diplomatico di Lunedì, 10 gennaio 2011 (http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi//speeches/2011/january/documents/hf_ben-xvi_spe_20110110_diplomatic-corps_it.html): “…non vi sono forse numerose situazioni nelle quali, purtroppo, il diritto alla libertà religiosa è leso o negato? Questo diritto dell’uomo, che in realtà è il primo dei diritti, perché, storicamente, è stato affermato per primo, e, d’altra parte, ha come oggetto la dimensione costitutiva dell’uomo, cioè la sua relazione con il Creatore, non è forse troppo spesso messo in discussione o violato? Mi sembra che la società, i suoi responsabili e l’opinione pubblica si rendano oggi maggiormente conto, anche se non sempre in modo esatto, di tale grave ferita inferta contro la dignità e la libertà dell’homo religiosus, sulla quale ho tenuto, a più riprese, ad attirare l’attenzione di tutti.” … “i cristiani sono cittadini originali e autentici, leali alla loro patria e fedeli a tutti i loro doveri nazionali. E’ naturale che essi possano godere di tutti i diritti di cittadinanza, di libertà di coscienza e di culto, di libertà nel campo dell’insegnamento e dell’educazione e nell’uso dei mezzi di comunicazione” …“Spostando il nostro sguardo dall’Oriente all’Occidente, ci troviamo di fronte ad altri tipi di minacce contro il pieno esercizio della libertà religiosa. Penso, in primo luogo, a Paesi nei quali si accorda una grande importanza al pluralismo e alla tolleranza, ma dove la religione subisce una crescente emarginazione. Si tende a considerare la religione, ogni religione, come un fattore senza importanza, estraneo alla società moderna o addirittura destabilizzante, e si cerca con diversi mezzi di impedirne ogni influenza nella vita sociale. Si arriva così a pretendere che i cristiani agiscano nell’esercizio della loro professione senza riferimento alle loro convinzioni religiose e morali, e persino in contraddizione con esse, come, per esempio, là dove sono in vigore leggi che limitano il diritto all’obiezione di coscienza degli operatori sanitari o di certi operatori del diritto.” … “Proseguendo la mia riflessione, non posso passare sotto silenzio un’altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione.”

Se analizziamo il concetto di libertà religiosa come emerge dalla parole di Benedetto XVI possiamo rilevare che il diritto alla libertà religiosa è considerato “il primo dei diritti” ma, come chiarito da Salvemini, non si tratta né della Libertà senza aggettivi, né della libertà religiosa laicamente intesa, cioè della libertà paritaria di tutte le religioni, ma piuttosto della libertà di essere cattolici, va sottolineato che si rivendica per i cattolici la libertà di coscienza e di culto, la libertà nel campo dell’insegnamento, dell’educazione e nell’uso dei mezzi di comunicazione. Si tratta in realtà di libertà delicatissime perché il riconoscimento della totale libertà di coscienza significa in pratica riconoscere al cattolico il diritto di non obbedire alla legge quando la sua coscienza, in questo caso il particolare codice morale della sua confessione religiosa, è in contrasto con la legge, cioè significa garantire il primato di una morale confessionale particolare sulla legge. Ricordo che lo stesso Benedetto XVI invitava i cattolici ad impegnarsi per impedire l’accesso all’insegnamento agli omosessuali e per non fare approvare il riconoscimento legale delle unioni omosessuali. Se si lasciasse alle morali particolaristiche delle singole confessioni religiose la decisione su questioni che interessano tutti la Libertà sarebbe tranquillamente assoggettata a principi incompatibili con l’esercizio della Libertà di tutti. Ma il papa reclama piena libertà di azione anche sul piano dell’insegnamento, dell’educazione e dei mezzi di comunicazione, ambiti in cui lo stato non può e non deve delegare nulla a nessuno. L’educazione confessionale non può in nessun caso sostituire un’educazione laica e pluralista. Educare significa prima di tutto fornire visioni non pregiudiziali della realtà, significa mettere le persone a contatto con la realtà in modo che possano imparare e giudicare da sé superando i pregiudizi. Proprio perché l’educazione ha un valore enorme nella formazione della persona essa deve avvenire in un contesto pluralista, e in questo senso laico, in cui la regola fondamentale sia il confronto con la realtà al di là delle ideologie e dei pregiudizi di valore. È significativo che il papa consideri l’obbligo di partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile un attentato alla libertà religiosa, si badi bene, non delle persone ma della famiglie, perché è proprio attraverso l’educazione sessuale confessionale che le religioni perpetuano il loro potere impedendo di fatto l’accesso dei ragazzi a visioni laiche o comunque diverse della sessualità. Un discorso del tutto analogo vale per i mezzi di comunicazione di massa. Spetta allo stato il compito primario della lotta contro l’ignoranza e le sottoculture, contro la superficialità e l’assenza di spirito critico. In questo ambito le confessioni religiose hanno libertà di espressione ma in nessun caso può essere permessa una istruzione uniformemente permeata da valori di tipo confessionale, che costituirebbe un vero e proprio lavaggio del cervello e un attentato alla libertà individuale in nome della libertà religiosa. I ragazzi che crescono devono poter confrontare messaggi diversi e diverse interpretazioni della realtà per formarsi un proprio punto di vista. Va sottolineato che la libertà di religione non può diventare la libertà di creare strutture di potere alternative a quelle istituzionali con fini e modi di procedere non rispettosi della libertà altrui e che alla libertà di religione corrisponde una libertà laica di critica alle confessioni religiose che non possono godere di particolari tutele, come, in una società veramente laica, non può goderne nessun gruppo particolare.

La Costituzione della Repubblica Francese entrata in vigore nel 1958 comincia così:

Articolo 1 – La Francia è una repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale. Essa assicura l’eguaglianza dinanzi alla legge a tutti i cittadini senza distinzione di origine, di razza o di religione. Essa rispetta tutte le convinzioni. La sua organizzazione è decentrata.

Come si vede la laicità dello stato è affermata esplicitamente nell’art. 1 della Costituzione.

Nella Costituzione Italiana la laicità non è mai nominata, e l’art. 7 costituzionalizza il Concordato con la Santa Sede:

Art.7 – Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

La Corte Costituzionale si è data da fare per riconoscere in via interpretativa un principio di Laicità dello stato in nome del quale però lo stato finisce per limitare di fatto i propria sovranità anche in una realtà che è oggettivamente lontanissima dalla laicità. Per un’attenta disamina della questione rinvio al saggio “Il principio di laicità nella costituzione italiana ed in quella europea”. http://rivista.ssef.it/site.php?page=20050502135352251&edition=2010-02-01

Concludo con una citazione. Così scrive di sé Ernesto Rossi: “Io appartengo alla sparutissima schiera di coloro che credono ancora sia dovere di ogni uomo civile prendere la difesa dello Stato laico contro le ingerenze della Chiesa in Parlamento, nella scuola, nella pubblica amministrazione, e ritengono che quest’obiettivo sia, nel nostro paese, più importante di qualsiasi altro – politico, giuridico o economico – in quanto il suo conseguimento costituirebbe la premessa indispensabile per qualsiasi seria riforma di struttura ” (E. Rossi, da Il sillabo e dopo)

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