LA C.E.I. E LA LEGGE ANTI OMOFOBIA

In questi ultimi giorni si fa un gran parlare della proposta di legge contro l’omofobia in discussione in Parlamento. I toni della discussione si sono scaldati e molti soggetti sono scesi in campo.

Seguendo il modo di procedere tipico di Progetto Gay, prima di qualunque altra considerazione è opportuno conoscere con precisione il testo della Proposta di Legge in discussione, tenendo ben presente che l’Italia  è una Repubblica che si riconosce nei valori affermati e protetti dalla Costituzione e che gli Organi dello Stato  hanno l’obbligo di rendere effettivi ed operanti i principi costituzionali, che sono principi giuridici laici e assolutamente aconfessionali.

Il 17 maggio 2020, in occasione della Giornata internazionale contro l’omobofia, la transfobia e la bifobia, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

«La ricorrenza del 17 maggio è stata scelta, in ambito internazionale, per promuovere il contrasto alle discriminazioni, la lotta ai pregiudizi e la promozione della conoscenza riguardo a tutti quei fenomeni che, per mezzo dell’omofobia, della transfobia e della bifobia, perpetrano continue violazioni della dignità umana.

Le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale costituiscono una violazione del principio di eguaglianza e ledono i diritti umani necessari a un pieno sviluppo della personalità umana che trovano, invece, specifica tutela nella nostra Costituzione e nell’ordinamento internazionale.  

È compito dello Stato garantire la promozione dell’individuo non solo come singolo, ma anche nelle relazioni interpersonali e affettive. Perché ciò sia possibile, tutti devono essere messi nella condizione di esprimere la propria personalità e di avere garantite le basi per costruire il rispetto di sé. La capacità di emancipazione e di autonomia delle persone è strettamente connessa all’attenzione, al rispetto e alla parità di trattamento che si riceve dagli altri.

Operare per una società libera e matura, basata sul rispetto dei diritti e sulla valorizzazione delle persone, significa non permettere che la propria identità o l’orientamento sessuale siano motivo di aggressione, stigmatizzazione, trattamenti pregiudizievoli, derisioni nonché di discriminazioni nel lavoro e nella vita sociale».

Nella stessa giornata, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte così è intervenuto sullo stesso argomento:

La Giornata internazionale contro l’omofobia non è una semplice ricorrenza, un’occasione celebrativa. Deve essere anche un momento di riflessione per tutti e, in particolare, per chi riveste ruoli istituzionali ad attivarsi per favorire l’inclusione e il rispetto delle persone.

Come ha ricordato oggi il Presidente Mattarella le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale ledono i diritti umani necessari a un pieno sviluppo della personalità umana. Queste discriminazioni sono contrarie alla Costituzione perché calpestano il valore fondamentale della dignità della persona e il principio di uguaglianza e si alimentano di pregiudizi che celano arretratezza culturale.

Per questo il mio invito a tutte le forze politiche perché possano convergere su una legge contro l’omofobia che punti anche a una robusta azione di formazione culturale: la violenza è un problema culturale e una responsabilità sociale.”

Devo sottolineare che il Presidente Mattarella, come è suo dovere, in quanto primo garante dei valori costituzionali, non ha espresso un suo parere personale ma una stretta valutazione giuridica relativa all’applicazione del dettato costituzionale. Mattarella non ha invitato a provvedere a qualcosa che a lui sembrava opportuno, ma ha richiamato il Governo al dovere di provvedere alla tutela effettiva dei diritti costituzionalmente garantiti.

La risposta di Conte non è un semplice atto di omaggio al Presedente della Repubblica, ma la presa d’atto di un dovere costituzionale al quale non ci si può sottrarre.

Tanto premesso, riporto integralmente qui di seguito la Relazione al Progetto di Legge, d’iniziativa dei Deputati Laura Boldrini e Roberto Speranza, presentata il 23 marzo 2018.

XVIII LEGISLATURA

CAMERA DEI DEPUTATI

  1. 107

PROPOSTA DI LEGGE

d’iniziativa dei deputati
BOLDRINI, SPERANZA

Modifiche alla legge 13 ottobre 1975, n. 654, e al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, per il contrasto dell’omofobia e della transfobia nonché delle altre discriminazioni riferite all’identità sessuale

Presentata il 23 marzo 2018

  Onorevoli Colleghi! — La presente proposta di legge riproduce, con alcune modificazioni e integrazioni, il contenuto della proposta di legge atto Camera n. 245, di Scalfarotto e altri, presentata all’inizio della XVII legislatura e approvata dalla Camera dei deputati il 19 settembre 2013 in testo unificato con le proposte di legge atti Camera nn. 280 e 1071. Il provvedimento non è stato poi approvato dal Senato ove l’esame si è arrestato in Commissione.
Obiettivo della proposta di legge è quello di sanzionare, modificando la legge Mancino-Reale, le condotte di istigazione e di violenza finalizzate alla discriminazione in base all’identità sessuale della persona, definita come l’insieme, l’interazione o ciascuna delle seguenti componenti:

   a) il sesso biologico della persona;

   b) la sua identità di genere (la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico);

   c) il suo ruolo di genere (qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse all’essere uomo o donna);

   d) l’orientamento sessuale (l’attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi).

  A differenza del testo unificato approvato dalla Camera il 19 settembre 2013, la presente proposta di legge intende dunque colpire non soltanto i casi di omofobia e di transfobia ma le condotte di apologia, di istigazione e di associazione finalizzata alla discriminazione, comprese quelle motivate dall’identità sessuale della vittima.
Si tratta di un intervento reso quanto mai necessario e urgente dalle dimensioni impressionanti che hanno assunto nel nostro Paese i casi di discriminazione di violenza nei confronti delle donne e delle persone LGBTI.
La relazione finale della Commissione Jo Cox sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio istituita nella XVII legislatura dalla Presidente della Camera dei deputati ha evidenziato come tali categorie di persone siano i principali bersagli di odio nel nostro Paese.
Per quanto riguarda le donne, l’11,9 per cento di esse ha subìto, nell’ambito delle relazioni di coppia, aggressioni verbali violente, intimidazioni e violenze psicologiche dal proprio partner. Un’analoga situazione riguarda l’8,5 per cento delle donne che lavorano e cercano lavoro.
Il 31,5 per cento delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subìto almeno una volta una violenza fisica o sessuale, per lo più da un partner o ex partner. Il 16,1 per cento ha subìto stalking.
Le donne sono di gran lunga le maggiori destinatarie del discorso d’odio on line. A livello europeo, una donna su dieci dai 15 anni in su è stata oggetto di cyberviolenza. In generale le donne corrono più rischi di aggressioni e molestie virtuali su tutti i social media.
L’indagine svolta dall’Osservatorio VOX sulle comunicazioni via Twitter ha rilevato che le donne sono oggetto del 63 per cento di tutti i tweet negativi rilevati nel periodo agosto 2015-febbraio 2016.
Per quanto riguarda le persone LGBTI, la relazione finale della Commissione Jo Cox riporta che ha subìto minacce o aggressioni fisiche il 23,3 per cento della popolazione omosessuale o bisessuale a fronte del 13,5 per cento degli eterosessuali. Analogamente, è stato oggetto di insulti e umiliazioni il 35,5 per cento dei primi a fronte del 25,8 per cento dei secondi.
A livello dei social media, le persone LGBT sono a pari merito con i migranti come oggetto d’odio nei messaggi su Twitter: secondo l’indagine VOX rispettivamente nel 10,8 per cento e nel 10,9 per cento dei casi, a grande distanza dalle donne.
Questa situazione richiede con evidenza e urgenza che si appresti un quadro organico di misure preventive e di contrasto mediante interventi a livello legislativo, culturale e comunicativo. La presente proposta di legge intende essere un primo, necessario tassello di questa strategia di intervento.
Passando all’illustrazione del contenuto della presente proposta di legge, l’articolo 1 definisce l’identità sessuale, con la finalità di circoscrivere il campo d’applicazione delle fattispecie penali novellate dagli articoli successivi, al fine di evitare la censura – che era stata mossa ad analoghi progetti di legge in tema di omofobia presentati nella XV legislatura – di indeterminatezza della fattispecie penale. Nella definizione delle componenti dell’identità sessuale sono compresi l’identità o i ruoli di genere, nonché i diversi orientamenti sessuali (omosessuale, eterosessuale o bisessuale) così come pacificamente riconosciuti dalla legislazione e dalle scienze psico-sociali, che nulla hanno in comune con comportamenti genericamente afferenti alla sfera sessuale, siano essi leciti o illeciti.
L’articolo 2 interviene sul delitto di apologia e istigazione alla discriminazione previsto dalla legge n. 654 del 1975:

   per inasprire la pena, sostituendo (lettera a)) le pene alternative della reclusione o della multa con la sola pena della reclusione (confermandone la durata massima in un anno e sei mesi);

   per sostituire il verbo propagandare con il verbo diffondere («idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico») e specificare che la diffusione può avvenire «in qualsiasi modo»;

   per sostituire il verbo istigare con il verbo incitare («a commettere o commette atti di discriminazione»). Con riguardo sia agli atti di discriminazione sia alla commissione di violenza o di atti di provocazione alla violenza, la proposta di legge intende dunque reintrodurre il testo originario di questa disposizione della legge del 1975, in vigore fino al 2006, ovvero fino all’entrata in vigore dell’articolo 13 della legge n. 85 del 2006 che ha novellato il testo;

   per inserire tra i motivi della discriminazione l’identità sessuale della vittima.

  Le pene previste differiscono per la gravità delle condotte realizzate. In caso di incitamento a commettere o di commissione di atti di discriminazione, è mantenuta l’attuale previsione della reclusione fino a un anno e sei mesi – a tanto ridotta dalla riforma del 2006 – eliminando, tuttavia, l’alternatività con la multa. Analogamente, in caso di incitamento alla violenza o di commissione di atti violenti, non viene modificata la pena prevista, che va da sei mesi a quattro anni.
La scelta di non modificare le pene attualmente previste, anziché inasprirle così com’era nel testo vigente prima della riforma del 2006, si giustifica alla luce delle modifiche alle sanzioni accessorie, come si dirà nell’illustrazione del successivo articolo 4 della proposta di legge. Coerentemente con il principio costituzionale della rieducazione del condannato, cui devono tendere le pene, appare più efficace – in materia di reati d’odio – l’applicazione di sanzioni accessorie, piuttosto che la reclusione.
Ai fattori di discriminazione considerati dall’articolo 3 della legge Mancino-Reale la presente proposta di legge aggiunge l’identità sessuale.
L’articolo 3 della proposta interviene sul decreto-legge n. 122 del 1993, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 205 del 1993, apportandovi alcune modificazioni. In primo luogo, con finalità di coordinamento, aggiunge la discriminazione motivata dall’identità sessuale della vittima nel titolo del provvedimento, nella rubrica del primo articolo e tra le finalità che aggravano i delitti comportando un aumento di pena sino alla metà. In particolare, per quanto riguarda le novelle all’articolo 3 del decreto-legge (circostanza aggravante), la proposta di legge sostituisce l’espressione «finalità» (di discriminazione) con l’espressione «motivi».
Quindi, sulla base delle modifiche, le pene per i reati punibili con pena diversa dall’ergastolo sono aumentate fino alla metà ove tali reati siano commessi per motivi relativi all’identità sessuale della vittima (ovvero per motivi di discriminazione o di odio etnico).
L’articolo 3 della proposta di legge, inoltre, sostituendo all’articolo 3 del decreto-legge il comma 2, specifica che l’aggravante prevista dal comma 1 è da ritenersi sempre prevalente sulle eventuali attenuanti. Rispetto al testo dell’atto Camera n. 245 si consente tuttavia al giudice di valutare quale circostanza attenuante, la minore età dell’autore del reato (articolo 98 del codice penale).
L’articolo 4 della proposta di legge sostituisce la disciplina della pena accessoria dell’obbligo di prestare un’attività non retribuita in favore della collettività. A tal fine la proposta di legge (comma 3 dell’articolo 4):

   a) elimina dall’articolo 1 del decreto-legge n. 122 del 1993 tutte le disposizioni che attualmente regolamentano tale pena accessoria, come una delle possibili pene accessorie cui il giudice può ricorrere (articolo 1, comma 1-bis, lettera a), e commi da 1-ter a 1-sexies);

   b) introduce un nuovo articolo nel decreto-legge n. 122 del 1993.

  Dalla novella dell’articolo si ricava che in sede di condanna il giudice:

   dovrà sempre disporre la pena accessoria dei lavori di pubblica utilità;

   potrà disporre la pena accessoria dell’obbligo di dimora (lettera b)), della sospensione della patente o dei documenti per l’espatrio (lettera c)), del divieto di partecipare per un minimo di tre anni ad attività di propaganda elettorale (lettera d)).

  L’articolo 5 della proposta di legge, riprendendo un’espressa raccomandazione rivolta più volte all’Italia dal Consiglio d’Europa e ripresa dalla Commissione Jo Cox della Camera, istituisce l’Autorità garante della parità di trattamento e della rimozione delle discriminazioni, che sostituisce l’Ufficio per il contrasto delle discriminazioni (UNAR). Rispetto a tale Ufficio, l’Autorità garante è configurata quale autorità indipendente e può dunque svolgere le proprie funzioni da una posizione di maggior autonomia. A tal fine, la nomina dei componenti è affidata all’intesa dei Presidenti di Camera e Senato, che dovranno scegliere tra persone di notoria indipendenza. L’Autorità potrà, tra l’altro, ricevere i reclami e le segnalazioni delle vittime di discriminazione e svolgere, nel rispetto delle prerogative e delle funzioni dell’autorità giudiziaria, inchieste al fine di verificare l’esistenza di fenomeni discriminatori e, in caso di accertamento di violazioni, formulare specifiche raccomandazioni.

PROPOSTA DI LEGGE

Art. 1.
(Definizioni relative all’identità sessuale).

  1. Ai fini della legge penale, si intende per:

   a) «identità sessuale»: l’insieme, l’interazione o ciascuna delle seguenti componenti: sesso biologico, identità di genere, ruolo di genere e orientamento sessuale;

   b) «identità di genere»: la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al proprio sesso biologico;

   c) «ruolo di genere»: qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse all’essere uomo o donna;

   d) «orientamento sessuale»: l’attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi.

Art. 2.
(Modifiche all’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654).

  1. Il comma 1 dell’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, è sostituito dal seguente:

   «1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione dell’articolo 4 della convenzione, è punito:

   a) con la reclusione fino a un anno e sei mesi chiunque, in qualsiasi modo, diffonde idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima;

   b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima».

  2. Al comma 3 dell’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, le parole: «o religiosi» sono sostituite dalle seguenti: «, religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima».

Art. 3.
(Modifiche al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205).

  1. Al titolo del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, le parole: «e religiosa» sono sostituite dalle seguenti: «, religiosa o motivata dall’identità sessuale della vittima».
2. Alla rubrica dell’articolo 1 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, le parole: «o religiosi» sono sostituite dalle seguenti: «, religiosi o motivati dall’identità sessuale della vittima».
3. Al comma 1 dell’articolo 3 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, sono apportate le seguenti modificazioni:

   a) le parole: «per finalità» sono sostituite dalle seguenti: «per motivi»;

   b) dopo le parole: «o religioso» sono inserite le seguenti: «o relativi all’identità sessuale della vittima».

  4. Il comma 2 dell’articolo 3 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, è sostituito dal seguente:

   «2. La circostanza aggravante prevista dal comma 1 è sempre considerata prevalente sulle circostanze attenuanti, diverse da quella prevista dall’articolo 98 del codice penale, ai fini del bilanciamento di cui all’articolo 69 del codice penale».

Art. 4.
(Pena accessoria dell’attività non retribuita in favore della collettività).

  1. Dopo l’articolo 1 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, come modificato dalla presente legge, è inserito il seguente:

   «Art. 1-bis. – (Attività non retribuita in favore della collettività). – 1. Con la sentenza di condanna per uno dei reati previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, il giudice dispone la pena accessoria dell’obbligo di prestare un’attività non retribuita in favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità, secondo le modalità stabilite ai sensi del comma 2.
2. L’attività non retribuita in favore della collettività, da svolgere al termine dell’espiazione della pena detentiva per un periodo da sei mesi a un anno, deve essere determinata dal giudice con modalità tali da non pregiudicare le esigenze lavorative, di studio o di reinserimento sociale del condannato.
3. Possono costituire oggetto dell’attività non retribuita in favore della collettività: la prestazione di attività lavorativa per opere di bonifica e di restauro degli edifici danneggiati con scritte, emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui al comma 3 dell’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654; lo svolgimento di lavoro in favore di organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, quali quelle operanti nei confronti delle persone disabili, dei tossicodipendenti, degli anziani, degli stranieri o in favore delle associazioni di tutela delle persone omosessuali, bisessuali, transessuali o transgender; la prestazione di lavoro per finalità di protezione civile, di tutela del patrimonio ambientale e culturale e per altre finalità pubbliche.
4. L’attività può essere svolta nell’ambito e in favore di strutture pubbliche o di enti e organizzazioni privati».

  2. Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, con regolamento adottato con decreto del Ministro della giustizia sono determinate le modalità di svolgimento dell’attività non retribuita in favore della collettività, di cui all’articolo 1-bis del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, introdotto dal comma 1 del presente articolo.
3. La lettera a) del comma 1-bis e i commi 1-ter, 1-quater, 1-quinquies e 1-sexies dell’articolo 1 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205, sono abrogati.

Art. 5.
(Autorità garante della parità di trattamento e della rimozione delle discriminazioni).

  1. È istituita l’Autorità garante della parità di trattamento e della rimozione delle discriminazioni, di seguito denominata «Autorità».
2. L’Autorità opera in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e di valutazione ed è organo collegiale costituito dal presidente e da due membri, nominati con determinazione adottata d’intesa dai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Essi sono scelti tra persone di notoria indipendenza, non dipendenti delle pubbliche amministrazioni, che assicurano autonomia e competenza nelle discipline afferenti la tutela dei diritti umani.
3. I componenti dell’Autorità restano in carica per cinque anni non prorogabili e non possono ricoprire cariche istituzionali, anche elettive, ovvero incarichi in partiti politici.
4. L’Autorità ha diritto di corrispondere con tutte le pubbliche amministrazioni e con gli enti di diritto pubblico, nonché di chiedere ad essi, oltre a notizie e informazioni, la collaborazione per l’adempimento delle sue funzioni.
5. All’Autorità sono attribuite le seguenti funzioni:

   a) fornire assistenza, nei procedimenti giurisdizionali o amministrativi intrapresi, alle persone che si ritengono lese da comportamenti discriminatori;

   b) esaminare i reclami e le segnalazioni relativi a discriminazioni presentati dagli interessati o dalle associazioni operanti nel settore;

   c) svolgere, nel rispetto delle prerogative e delle funzioni dell’autorità giudiziaria, inchieste al fine di verificare l’esistenza di fenomeni discriminatori e, in caso di accertamento di violazioni, formulare specifiche raccomandazioni;

   d) promuovere misure specifiche, compresi progetti di azioni positive, dirette a evitare o compensare le situazioni di svantaggio connesse alla razza, all’origine etnica o all’identità sessuale;

   e) diffondere la massima conoscenza possibile degli strumenti di tutela vigenti anche mediante azioni di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul principio della parità di trattamento e la realizzazione di campagne di informazione e comunicazione;

   f) formulare pareri su questioni connesse alle discriminazioni per razza, origine etnica e identità sessuale, nonché proposte di modifica della normativa vigente;

   g) redigere una relazione annuale per le Camere sull’effettiva applicazione del principio di parità di trattamento e sull’efficacia dei meccanismi di tutela, nonché una relazione annuale al Presidente del Consiglio dei ministri sull’attività svolta;

   h) promuovere studi, ricerche, corsi di formazione e scambi di esperienze anche con le altre organizzazioni non governative operanti nel settore e con gli istituti specializzati di rilevazione statistica, anche al fine di elaborare linee guida in materia di lotta alle discriminazioni.

  6. L’Autorità si avvale di personale proveniente dalle pubbliche amministrazioni, anche in posizione di comando o di distacco, ove consentito dai rispettivi ordinamenti.
7. È soppresso l’Ufficio per il contrasto delle discriminazioni di cui all’articolo 7 del decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215.
8. Per il funzionamento dell’Autorità è autorizzata la spesa di 200.000 euro a decorrere dal 2018. Al relativo onere si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2018-2020, nell’ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2018, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al medesimo Ministero. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.”

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La C.E.I. (Conferenza Episcopale Italiana) ha diffuso ieri, 10 Giugno una presa di posizione ufficiale sulla Proposta di Legge, dal titolo “Omofobia: non serve una nuova legge” di cui è bene conoscere l’intero testo, che riposto qui si seguito:

“Nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde”, sottolinea Papa Francesco, mettendo fuorigioco ogni tipo di razzismo o di esclusione come pure ogni reazione violenta, destinata a rivelarsi a sua volta autodistruttiva.

Le discriminazioni – comprese quelle basate sull’orientamento sessuale – costituiscono una violazione della dignità umana, che – in quanto tale – deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni. Trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking… sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini.

Al riguardo, un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio.

Questa consapevolezza ci porta a guardare con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati contro i reati di omotransfobia: anche per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni.

Anzi, un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte. Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso.

Crediamo fermamente che, oltre ad applicare in maniera oculata le disposizioni già in vigore, si debba innanzitutto promuovere l’impegno educativo nella direzione di una seria prevenzione, che contribuisca a scongiurare e contrastare ogni offesa alla persona. Su questo non servono polemiche o scomuniche reciproche, ma disponibilità a un confronto autentico e intellettualmente onesto.

Nella misura in cui tale dialogo avviene nella libertà, ne trarranno beneficio tanto il rispetto della persona quanto la democraticità del Paese.

Roma, 10 giugno 2020                                               La Presidenza della CEI”

L’intervento delle C.E.I. va considerato attentamente.

Si parte da una premessa che sembra concordare con il discorso di Mattarella:

Le discriminazioni – comprese quelle basate sull’orientamento sessuale – costituiscono una violazione della dignità umana, che – in quanto tale – deve essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni. Trattamenti pregiudizievoli, minacce, aggressioni, lesioni, atti di bullismo, stalking… sono altrettante forme di attentato alla sacralità della vita umana e vanno perciò contrastate senza mezzi termini.

ma subito dopo si esprime in maniera diametralmente opposta a quella di Mattarella:

Al riguardo, un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio.

Mi chiedo che cosa succederebbe se qualcuno presentasse una Legge per escludere dalle tutele della Legge Mancino-Reale le discriminazioni su base religiosa, sostenendo che “un esame obiettivo delle disposizioni a tutela della persona, contenute nell’ordinamento giuridico del nostro Paese, fa concludere che esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio.”

Ma la C.E.I va oltre.

“Questa consapevolezza ci porta a guardare con preoccupazione alle proposte di legge attualmente in corso di esame presso la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati contro i reati di omotransfobia: anche per questi ambiti non solo non si riscontra alcun vuoto normativo, ma nemmeno lacune che giustifichino l’urgenza di nuove disposizioni.”

Nel linguaggio velato e diplomatico che le è proprio la C.E.I. non attacca il testo della Proposta di Legge in sé ma esprime preoccupazione e ritiene che non vi sia urgenza di nuove disposizioni.

Finalmente, dopo tante premesse, si giunge ad esprimere le preoccupazioni di fondo:

“Anzi, un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide, per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte. Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso.”

La C.E.I. si presenta quindi come preoccupata della difesa dei valori costituzionalmente garantiti e in specie del diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, sancito dal primo comma dell’art. 21 della Costituzione:

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”

Contro gli abusi repressivi di questo diritto derivanti dalla derive liberticide conseguenti alla introduzione della legge anti omofobia, la C.E.I. si fa paladina della libertà! Mi chiedo quali siano le scelte educative cui si riferisce la C.E.I. Ricordo a questo proposito che il Catechismo della Chiesa cattolica e i documenti pontifici in tema di omosessualità parlano di “grave depravazione”, “funesta conseguenza di un rifiuto di Dio”, “mancanza di evoluzione sessuale normale”, “costituzione patologica”, “comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale”. San Pio X, nel suo Catechismo del 1910, classifica il “peccato impuro contro natura” come secondo per gravità solo all’omicidio volontario, fra i peccati che “gridano vendetta al cospetto di Dio”. E il Catechismo aggiunge “Questi peccati diconsi gridare vendetta al cospetto di Dio, perché lo dice lo Spirito Santo e perché la loro iniquità è così grave e manifesta che provoca Dio a punirli con più severi castighi”, per non parlare del giudizio del papa emerito che ritiene il “matrimonio omosessuale” un segno del potere spirituale dell’Anticristo. Mi chiedo se la C.E.I. considera queste affermazioni come manifestazioni del libero pensiero tutelate dell’art. 21 della Costituzione. Sorvoliamo sulla “funesta conseguenza di un rifiuto di Dio” e sulle valutazioni della gravità dei peccati operata da San Pio X, perché queste valutazioni sono tutte interne alla Chiesa, ma francamente ritengo oltraggioso, oltre che falso, parlare di omosessualità come grave depravazione, come mancanza di evoluzione sessuale normale, come costituzione patologica e come comportamento intrinsecamente cattivo da un punto di vista morale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha smentito più volte categoricamente queste affermazioni della Chiesa cattolica. La morale non è appannaggio di nessuna chiesa e il primo principio della morale è il rispetto del prossimo. Che cosa direbbe la C.E.I. se qualcuno sostenesse pubblicamente che farsi prete è conseguenza di una “mancanza di evoluzione sessuale normale,” che il celibato è una grave depravazione contro natura e un comportamento patologico?

Ma per capire che cosa c’è sotto la dichiarazione della C.E.I. è opportuno leggere un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede “Alcune Considerazioni concernenti la Risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, del 24 luglio 1992. Per dovere di completezza riporto il testo per intero.

PREMESSA

Recentemente, in diversi luoghi è stata proposta una legi­slazione che renderebbe illegale una discriminazione sulla base della tendenza sessuale. In alcune città le autorità municipali hanno reso accessibile un’edilizia pubblica, per altro riservata a famiglie, a coppie omosessuali (ed eterosessuali non sposate). Tali iniziative, anche laddove sembrano più dirette a offrire un sostegno a diritti civili fondamentali che non indulgenza nei confronti dell’attività o di uno stile di vita omosessuale, possono di fatto avere un impatto negativo sulla famiglia e sulla società. Ad esempio, sono spesso implicati problemi come l’adozione di bambini, l’assunzione di insegnanti, la necessità di case da parte di autentiche famiglie, legittime preoccupazioni dei proprietari di case nel selezionare potenziali affittuari.

Mentre sarebbe impossibile ipotizzare ogni possibile conseguenza di proposte legislative in questo settore, le seguenti osservazioni cercheranno di indicare alcuni principi e distinzioni di natura generale che dovrebbero essere presi in considerazione dal coscienzioso legislatore, elettore, o autorità ecclesiale che si trovi di fronte a tali problemi.

La prima sezione richiamerà passi significativi dalla Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali pubblicata nel 1986 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. La seconda sezione tratterà della loro applicazione.

PASSI SIGNIFICATIVI DELLA «LETTERA» DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

1) La Lettera ricorda che la Dichiarazione su alcune questioni di etica sessuale pubblicata nel 1975 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede «teneva conto della distinzione comunemente operata fra condizione o tendenza omosessuale e atti omosessuali»; questi ultimi sono «intrinsecamente disordinati» e «non possono essere approvati in nessun caso» (n. 3).

2) Dal momento che «nella discussione che seguì la pubblicazione della (summenzionata) Dichiarazione, furono proposte delle interpretazioni eccessivamente benevole della condizione omosessuale stessa, tanto che qualcuno si spinse fino a definirla indifferente o addirittura buona», la Lettera prosegue precisando che la particolare inclinazione della persona omosessuale, «benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa dev’essere considerata come oggettivamente disordinata. Pertanto coloro che si trovano in questa condizione dovrebbero essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale perché non siano portati a credere che l’attuazione di tale tendenza nelle relazioni omosessuali sia un’opzione moralmente accettabile» (n. 3).

3) «Come accade per ogni altro disordine morale, l’attività omosessuale impedisce la propria realizzazione e felicità perché è contraria alla sapienza creatrice di Dio. Quando respinge le dottrine erronee riguardanti l’omosessualità, la Chiesa non limita ma piuttosto difende la libertà e la dignità della persona, intese in modo realistico e autentico» (n. 7).

4) Con riferimento al movimento degli omosessuali, la Lettera afferma: «Una delle tattiche usate è quella di affermare, con toni di protesta, che qualsiasi critica o riserva nei confronti delle persone omosessuali, delle loro attività e del loro stile di vita, è semplicemente una forma di ingiusta discriminazione» (n. 9).

5) «È pertanto in atto in alcune nazioni un vero e proprio tentativo di manipolare la Chiesa conquistandosi il sostegno, spesso in buona fede, dei suoi Pastori, nello sforzo volto a cambiare le norme della legislazione civile. Il fine di tale azione è conformare questa legislazione alla concezione propria di questi gruppi di pressione, secondo cui omosessualità è almeno una realtà perfettamente innocua, se non totalmente buona. Benché la pratica dell’omosessualità stia minacciando seriamente la vita e il benessere di un gran numero di persone, i fautori di questa tendenza non desistono dalla loro azione e rifiutano di prendere in considerazione le proporzioni del rischio, che vi è implicato» (n. 9).

6) «Essa (la Chiesa) è consapevole che l’opinione, secondo la quale l’attività omosessuale sarebbe equivalente, o almeno altrettanto accettabile, quanto l’espressione sessuale dell’amore coniugale, ha un’incidenza diretta sulla concezione che la società ha della natura e dei diritti della famiglia, e li mette seriamente in pericolo» (n. 9).

7) «Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei Pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona dev’essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni.

Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’affermazione che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l’attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la chiesa né la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano» (n. 10).

8) «Dev’essere comunque evitata la presunzione infondata e umiliante che il comportamento omosessuale delle persone omosessuali sia sempre e totalmente soggetto a coazione e pertanto senza colpa. In realtà anche nelle persone con tendenza omosessuale dev’essere riconosciuta quella libertà fondamentale che caratterizza la persona umana e le conferisce la sua particolare dignità» (n. 11).

9) «Nel valutare eventuali progetti legislativi, si dovrà porre in primo piano l’impegno a difendere e promuovere la vita della famiglia» (n. 17).

II APPLICAZIONI

10) La «tendenza sessuale» non costituisce una qualità paragonabile alla razza, all’origine etnica, ecc. rispetto alla non­ discriminazione. Diversamente da queste, la tendenza omosessuale è un disordine oggettivo (cf. Lettera, n. 3) e richiama una preoccupazione morale.

11) Vi sono ambiti nei quali non è ingiusta discriminazione tener conto della tendenza sessuale: per esempio, nella collocazione di bambini per adozione o affido, nell’assunzione di insegnanti o allenatori di atletica, e nel servizio militare.

12) Le persone omosessuali, in quanto persone umane, hanno gli stessi diritti di tutte le altre persone incluso il diritto di non essere trattate in una maniera che offende la loro dignità personale (cf. n. 10). Fra gli altri diritti, tutte le persone hanno il diritto al lavoro, all’abitazione, ecc. Nondimeno questi diritti non sono assoluti. Essi possono essere legittimamente limitati a motivo di un comportamento esterno obiettivamente disordinato. Ciò è talvolta non solo lecito ma obbligatorio, e inoltre si imporrà non solo nel caso di comportamento colpevole ma anche nel caso di azioni di persone fisicamente o mentalmente malate. Così è accettato che lo stato possa restringere l’esercizio di diritti, per esempio, nel caso di persone contagiose o mentalmente malate, allo scopo di proteggere il bene comune.

13) Includere la «tendenza omosessuale» fra le considerazioni sulla base delle quali è illegale discriminare può facilmente portare a ritenere l’omosessualità quale fonte positiva di diritti umani, ad esempio, in riferimento alla cosiddetta «affirmative action» o trattamento preferenziale nelle pratiche di assunzione. Ciò è tanto più deleterio dal momento che non vi è un diritto all’omosessualità (cf n. 10) che pertanto non dovrebbe costituire la base per rivendicazioni giudiziali. Il passaggio dal riconoscimento dell’omosessualità come fattore in base al quale è illegale discriminare può portare facilmente, se non automaticamente, alla protezione legislativa e alla promozione dell’omosessualità. L’omosessualità di una persona sarebbe invocata in opposizione a un asserita discriminazione e così l’esercizio dei diritti sarebbe difeso precisamente attraverso l’affermazione della condizione omosessuale invece che nei termini di una violazione di diritti umani fondamentali.

14) La «tendenza sessuale» di una persona non è paragonabile alla razza, al sesso, all’età, ecc. anche per un’altra ragione che merita attenzione, oltre quella sopramenzionata. La tendenza sessuale di un individuo non è in genere nota ad altri a meno che egli identifichi pubblicamente se stesso come avente questa tendenza o almeno qualche comportamento esterno lo manifesti. Di regola, la maggioranza delle persone a tendenza omosessuale che cercano di condurre una vita casta non rende pubblica la sua tendenza sessuale. Di conseguenza il problema della discriminazione in termini di impiego, alloggio, ecc. normalmente non si pone.

Le persone omosessuali che dichiarano la loro omosessualità sono in genere proprio quelle che ritengono il comportamento o lo stile di vita omosessuale essere «indifferente o addirittura buono» (cf. n. 3), e quindi degno di approvazione pubblica. È all’interno di questo gruppo di persone che si possono trovare più facilmente coloro che cercano dì «manipolare la Chiesa conquistandosi il sostegno, spesso in buona fede, dei suoi Pastori, nello sforzo volto a cambiare le norme della legislazione civile» (cf n. 9), coloro che usano la tattica di affermare con toni di protesta che «qualsiasi critica o riserva nei confronti delle persone omosessuali…è semplicemente una forma di ingiusta discriminazione» (cf. n. 9).

Inoltre, vi è il pericolo che una legislazione che faccia dell’omosessualità una base per avere dei diritti possa di fatto incoraggiare una persona con tendenza omosessuale a dichiarare la sua omosessualità o addirittura a cercare un partner allo scopo di sfruttare le disposizioni della legge.

15) Dal momento che nella valutazione di una proposta di legislazione la massima cura dovrebbe essere data alla respon­sabilità di difendere e di promuovere la vita della famiglia (cf. n. 17), grande attenzione dovrebbe essere prestata ai singoli provvedimenti degli interventi proposti. Come influenzeranno l’adozione o l’affido? Costituiranno una difesa degli atti omosessuali, pubblici o privati? Conferiranno uno stato equivalente a quello di una famiglia a unioni omosessuali, per esempio, a riguardo dell’edilizia pubblica o dando al partner omosessuale vantaggi contrattuali che potrebbero includere elementi come partecipazione della «famiglia» nelle indennità di salute prestate a chi lavora (cf. n. 9)?

16) Infine, laddove una questione di bene comune è in gioco, non è opportuno che le Autorità ecclesiali sostengano o rimangano neutrali davanti a una legislazione negativa anche se concede delle eccezioni alle organizzazioni e alle istituzioni della Chiesa. La Chiesa ha la responsabilità di promuovere la vita della famiglia e la moralità pubblica dell’intera società civile sulla base dei valori morali fondamentali, e non solo di proteggere se stessa dalle conseguenze di leggi perniciose (cf. n. 17).”

Non mi pongo il problema se le affermazioni contenute in questo documento siano libere manifestazioni del pensiero tutelate dall’articolo 21 della Costituzione o se possano costituire istigazione alla discriminazione delle persone omosessuali incriminabile ai sensi della definenda Legge anti-omofobia, una sola cosa è del tutto evidente: quanto affermato nel documento è in radicale contrasto con i principi della Costituzione italiana. Non entro in questioni concernenti la religione, ma il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede rappresenta una lesione sostanziale dei diritti costituzionalmente garantiti e pertanto è inaccettabile per chiunque sia abituato ad atmosfere di libertà. Concludo con una citazione di Carducci:

“Ahi giorno sovra gli altri infame e tristo,

Quando vessil di servitú la Croce

E campion di tiranni apparve Cristo!”

(Juvenilia – Voce dei preti)

 

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1) Catechismo della Chiesa cattolica, 2357.

2) Congregazione per la Dottrina della Fede. Persona Humana. Alcune questioni di etica sessuale – 29 Dicembre 1975, n. 8 – Relazioni omosessuali.

3) Ibidem.

4) Ibidem.

5) Congregazione per la Dottrina della Fede – Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 3.

6) Catechismo maggiore, n. 966.

7) n.967.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul Forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=73&t=6884

OMOFOBIA E DISCRIMINAZIONE IN ITALIA SECONDO L’UNIONE EUROPEA

Riporto qui di seguito, in traduzione mia, un documento del European Union Agency for Fundamental Rights (FRA) del Marzo 2009 che ritrae la situazione della omofobia e della transfobia in Italia.

http://fra.europa.eu/sites/default/files/fra_uploads/379-FRA-hdgso-part2-NR_IT.pdf

Credo non ci sia molto da aggiungere. Si tratta di un documento ufficiale della Unione Europea.

“La situazione sociale dell’omofobia e della discriminazione per motivi di orientamento sessuale in Italia”  Marzo 2009

 Una sintesi della situazione globale delle persone LGBT

Per eredità storica l’ordinamento italiano è caratterizzato dalla negazione piuttosto che dalla repressione dell’omosessualità. Le relazioni tra persone dello stesso sesso, così come l’omofobia, rimangono invisibili alla regolamentazione statale. L’unica eccezione rilevante è il decreto legislativo n . 216/2003 recante attuazione della direttiva 2000/78/CE, in cui l’orientamento sessuale è indicato come una delle cause di discriminazione.

In generale, il sistema giuridico italiano manca di documenti, statistiche e giurisprudenza in materia di discriminazione per motivi di orientamento sessuale. Non c’è il riconoscimento di coppie dello stesso sesso a livello nazionale e non c’è accesso all’adozione per le coppie dello stesso sesso.

Diverse organizzazioni LGBT si stanno mobilitando per il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali e contro l’omofobia e la discriminazione e stanno cominciando a parlare contro l’influenza della Chiesa cattolica che ostacola le nuove disposizioni legislative in materia. Diversi studi mettono in evidenza le molestie e il bullismo nelle scuole e crimini di odio omofobo come oggetto di preoccupazione.

Principali risultati

Atteggiamenti verso le persone LGBT

 Le indagini che esaminano l’accettazione e gli atteggiamenti verso l’omosessualità sono state effettuate a livello europeo nel 2008 e nel 2006.

L’ Eurobarometro 2008 ha posto questa domanda: ‘ Come ti sentiresti personalmente ad avere un omosessuale (gay o lesbica) come vicino di casa ? ‘ ( 1 significa ‘molto a disagio’ e 10 significa ‘molto a mio agio’) . La cifra risultante dal sondaggio, in Italia, è stata 6,7, con una media UE di 7,9. In Romania si è avuta la cifra più bassa con 4.8.

Nel Eurobarometro del 2006, gli atteggiamenti verso il matrimonio omosessuale sono stati esaminati in ogni Stato membro. Il 42% dei cittadini dell’Unione europea ha convenuto che tali matrimoni dovrebbero essere autorizzati in tutta Europa, in Italia la percentuale è stata del 31% (i Paesi Bassi hanno raggiunto la percentuale più alta con l’82%. La percentuale minima si è ottenuta in Romania con l’11 % ).

Per quanto riguarda l’adozione, il livello di accettazione diminuisce in Europa e in Italia. Il 31% degli europei ritiene che le coppie omosessuali dovrebbero essere autorizzate ad adottare bambini in tutta Europa, in Italia la percentuale è del 24% (i Paesi Bassi registrano la percentuale più alta con il 69% per cento e la Polonia e Malta quella più bassa con il 7 per cento).

Secondo Arcigay e Arcilesbica , lo stigma sociale legato alle persone LGBT è molto diffuso. La conseguenza dello stigma sociale è spesso l’esclusione sociale delle persone LGBT o delle persone percepite come aventi determinate identità sessuali o di genere. Le ONG ritengono che questi atteggiamenti siano sostenuti da un’offensiva ideologica dal Vaticano e dai partiti di destra che si concentrano sui valori tradizionali della famiglia e prendono di mira le persone LGBT usando un linguaggio aggressivo e dispregiativo nei discorsi pubblici.

Tuttavia, la ricerca mostra che vi è stato un certo cambiamento di atteggiamento verso gli omosessuali nel corso degli ultimi decenni. Due terzi della popolazione italiana considerava l’omosessualità una malattia ancora negli anni ’70. Vent’anni dopo, solo il 17 % delle persone di età tra i 15 e i 34 anni condivideva ancora questa idea. Si è anche ridotta la quota di popolazione che considera l’omosessualità immorale, dal 66 % nel 1981 al 30 % nel 1999. Di conseguenza, le persone che si sentono a disagio a contatto con gli omosessuali sono diventate una minoranza, nel 1999 il 29 % non voleva avere un omosessuale come vicino di casa.

I cambiamenti sono particolarmente evidenti nelle indagini su persone tra e 15 e i 34 anni: la percentuale che considera l’omosessualità accettabile in base ai propri valori è stata del 37% nel 1983 e del 50% nel 1996.

Diritto Penale – crimini d’odio

Non esiste attualmente alcuna disposizione di legge penale o civile in Italia in materia di incitamento all’odio relativo alla omofobia o di discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale. Il diritto penale sanziona solo espressioni di odio relative alla discriminazione per motivi di razza, etnia, nazionalità o religione. Inoltre, l’ordinamento giuridico italiano non tiene conto – sia nella legislazione che nella giurisprudenza – del fatto che un crimine sia commesso con intento omofobico. Non esistono dati ufficiali sul numero di casi giudiziari non penali avviati in collegamento con dichiarazioni omofobiche o fatti legati all’omofobia.

Durante il periodo della XV legislatura (aprile 2006- febbraio 2008) , diversi disegni di legge sono stati presentati al Parlamento per estendere le disposizioni penali anche alla discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale, tuttavia, nessuno di questi è stato approvato a causa della crisi di governo e del conseguente scioglimento anticipato del Parlamento nel febbraio 2008.

I dati disponibili mostrano che la violenza omofoba – in termini di attacchi fisici o verbali – è parte dell’esperienza di molte persone LGBT. Secondo un sondaggio Web recente, la metà delle persone LGB si sente meno sicura a causa della propria sessualità. Uomini gay e bisessuali spesso sperimentano la violenza nei luoghi pubblici e nelle aree di incontro (per esempio nei parchi), mentre le donne lesbiche e bisessuali hanno maggiori probabilità di sperimentare la violenza in altri ambienti privati o a casa. Più di cento omicidi di uomini gay, su base omofoba, sono stati identificati tra il 1990 e il 2001. I crimini d’odio e le minacce sono stati ritrovati anche l’interno della famiglia stessa. La violenza indirizzata contro persone o luoghi o organizzazioni LGB ha acquisito maggiore visibilità nei media.

I gay e le lesbiche non sembrano fidarsi di istituzioni statali in materia di protezione dalla violenza: raramente riferiscono alla polizia di essere stati vittime di violenza omofoba.

Nel caso di discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, come accade con altri tipi di discriminazione, la vittima deve portare il caso in tribunale e pagare le spese, se perde la causa.

Libertà di riunione

In Italia né i gay pride né le dimostrazioni omofobe possono essere vietati dalle autorità pubbliche se sono organizzati pacificamente e senz’armi. Il diritto di tenere entrambi i tipi di incontri è completamente protetto dalla Costituzione.

Nel 2008, l’ appena nominato ministro delle Pari Opportunità ha rifiutato di appoggiare il Pride di Roma, sostenendo che gli omosessuali non sono più discriminati in Italia e che lei non è d’accordo con l’obiettivo degli organizzatori, da lei identificato nel il riconoscimento ufficiale delle coppie omosessuali allo stesso livello delle coppie sposate.

Manca una valutazione statistica della portata dei crimini contro sedi LGBT. Tuttavia, è comune percezione generale delle organizzazioni LGBT che la violenza contro le organizzazioni LGBT e le sedi delle comunità sembra essere in aumento e ritengono che questa tendenza alla omofobia sia rafforzata dalle posizioni della Chiesa cattolica e dalla crescente attività dei gruppi neofascisti.

Molti luoghi che vengono utilizzati per i dibattiti pubblici, come teatri o cinema, sono di proprietà della Chiesa cattolica. Ci sono casi in cui l’accesso a questi luoghi è stato vietato per eventi riguardanti i diritti delle persone LGBT. Altri casi segnalati da organizzazioni LGBT concernono le autorità locali che hanno negato l’uso dei loro spazi per congressi o seminari sulla vita e i diritti delle persone LGBT.

Il divieto per le organizzazioni LGBT di partecipare a discussioni pubbliche sulle politiche familiari ha caratterizzato la Conferenza governativa sulla famiglia, organizzata dal Ministero della Famiglia nel maggio 2007. Il ministro ha dichiarato che, a differenza di altre organizzazioni che si occupano di questioni familiari, alcune organizzazioni LGBT non hanno potuto partecipare perché si tratta di una conferenza sulla famiglia, quella definita dall’articolo 29 della Costituzione, fondata sul matrimonio. L’ unica organizzazione LGBT che ha avuto accesso al convegno è stata l’Agedo, l’associazione delle famiglie e degli amici di gay e lesbiche.

Famiglia e altre tematiche sociali

Il sistema giuridico italiano non riconosce il matrimonio omosessuale come qualsiasi altra forma di partnership eterosessuale fuori dal matrimonio o LGBT. Non vi è alcuna possibilità per le coppie LGBT di adottare bambini e nessun riconoscimento del rapporto tra bambini e cogenitorialità nelle famiglia LGBT.

Le Organizzazioni LGBT e le persone sperimentano conseguenze negative di tutto questo sia a livello pratico che simbolico. La questione dei diritti della famiglia è al centro del dibattito pubblico su questioni LGBT e all’ordine del giorno delle organizzazioni LGBT.

La coppia omosessuale sta guadagnando una maggiore visibilità nel dibattito pubblico e nell’agenda del movimento LGBT. La ricerca mostra che il 20,5 % degli uomini gay italiani e il 17,7 % delle lesbiche sono genitori e che il desiderio di avere dei figli e di espandere le famiglie è aumentato. La fecondazione assistita è ancora un fenomeno raro, ma l’interesse sembra essere in rapida crescita, soprattutto tra le lesbiche, anche se all’inseminazione artificiale in Italia è illegale.

Secondo Arcigay e Arcilesbica, è più difficile ottenere case popolari per coloro che non sono sposati.

Partner dello stesso sesso non hanno diritto al permesso di soggiorno sulla base della loro relazione. La libertà di movimento è pienamente assicurata per singole persone, indipendentemente dalle condizioni personali e dall’orientamento sessuale. Tuttavia, la legge italiana non considera il matrimonio omosessuale, o l’unione registrata o la relazione stabile debitamente attestata come diritto autonomo di godere di libertà di movimento pari a quella delle persone eterosessuali sposate.

Vi è un numero crescente di casi di cittadini italiani che si sposano, o comunque registrano legalmente la loro relazione in un altro paese dell’UE, e chiedono il riconoscimento del loro status come coppia in Italia. Un certo numero di cause è attualmente pendente.

Diverse le Pubbliche Amministrazioni locali e regionali riconoscono le unioni civili o le coppie dello stesso sesso, tuttavia, senza una normativa nazionale, questo ha più valore simbolico che pratico. Allo stesso modo, alcuni governi regionali riconoscono i diritti del partner dello stesso sesso nei regolamenti di loro competenza.

Il mercato del lavoro

Il mercato del lavoro è l’ unico settore in cui l’orientamento sessuale è esplicitamente riconosciuto come motivo di discriminazione da parte della legislazione italiana. La direttiva 2000/78/CE sul lavoro è stata recepita in Italia dal Decreto legislativo n. 216 del 7 maggio 2003, emanato dal governo su delega dal Parlamento. Tuttavia, secondo la Commissione Europea, alcune parti della direttiva non sono state applicate correttamente : 1 ) i casi in cui le differenze di trattamento giuridico non possono essere qualificate come discriminazioni, perché sono giustificate sulla base di requisiti professionali essenziali, 2 ) il ruolo delle associazioni nelle procedure giudiziarie o amministrative contro le discriminazioni, 3) l’onere della prova, e 4) la vittimizzazione.

Le indagini sociologiche approfondiscono più ampie e più sottili forme di svantaggio sul lavoro, rispetto agli episodi che sono chiaramente riconoscibili e riconosciuti dalle loro vittime come una discriminazione. Le persone LGB spesso non percepiscono l’abuso verbale omofobico come discriminazione.

La maggior parte dei lavoratori dipendenti LGB confidano il loro orientamento sessuale ad almeno un collega, ma molto raramente sono visibili a tutti. I gay e le lesbiche in particolare evitano manifestare il loro orientamento sessuale ai loro datori di lavoro. Le donne tendono ad essere particolarmente prudenti, e la visibilità è limitata a persone con alto livello di educazione.

La comunicazione del proprio orientamento sessuale di solito va incontro all’accettazione, all’indifferenza o alla curiosità. Negli studi recenti, meno del 10 per cento ha riferito reazioni di risentimento aperto. Più frequente è l’esperienza di assistere a discriminazioni o molestie nei confronti di altre persone LGBT sul posto di lavoro. Ci sono stati casi di persone LGBT licenziate o costrette a lasciare il lavoro a causa di reazioni omofobe.

Educazione

I sondaggi indicano molestie diffuse e bullismo nelle scuole. In un sondaggio del 2001 a Torino, il 48 per cento degli uomini gay e il 10 per cento delle donne lesbiche ha riferito molestie o isolamento sociale da parte di altri studenti quando erano a scuola. Cifre simili ( 41% degli uomini e il 21% delle donne ) sono stati trovate in un campione più recente. Sebbene le molestie da parte degli insegnanti sembrino essere più rare, le vittime lamentano la loro indifferenza e la mancanza di sostegno.

Il bullismo omofobico ha guadagnato visibilità sui media nel 2007 a causa di un suicidio a Torino. La madre del 16 enne che si è suicidato ha riferito che il figlio era angosciato perché era stato identificato come omosessuale e aveva subito atti di bullismo a scuola. Il caso è stato al centro di dibattiti dei media e di incontri pubblici. Organizzazioni LGBT hanno sottolineato che non è stato un caso isolato.

I programmi scolastici, compresa l’educazione sessuale, sono caratterizzati dal silenzio sulle tematiche LGBT. La visibilità degli insegnanti LGBT sembra essere particolarmente limitata ed è percepita come molto rischiosa.

Servizio Sanitario

I partner dello stesso sesso non sono spesso riconosciuti come parente prossimo, e di conseguenza sono negate loro le informazioni sanitarie sul partner e non hanno nessuna influenza sul trattamento del partner. Spesso non c’è il riconoscimento delle particolari esigenze dei pazienti LGBT (per esempio, le lesbiche si preoccupano ed evitando gli esami ginecologici). I gay non possono donare il sangue. Anche se l’omosessualità non è considerata ufficialmente una malattia è ancora in qualche misura considerata un disordine.

Una ricerca del 2005 ha indagato questioni di salute e sessualità sottolineando la necessità di proseguire l’azione di prevenzione dell’HIV/AIDS rivolta specificamente alle persone omosessuali: un terzo degli intervistati di sesso maschile ha detto che è difficile trovare informazioni su quali comportamenti sessuali comportano rischi di infezione. Le donne hanno riferito una mancanza di informazioni sulle pratiche di prevenzione in materia di sesso tra donne.

La maggioranza degli intervistati nel sondaggio di cui sopra non erano visibili come gay o lesbiche per i loro medici. I sondaggi mostrano che circa un terzo degli intervistati avevano paura che avrebbero ricevuto un trattamento peggiore dagli operatori sanitari a causa del loro orientamento sessuale. Il 14,5% delle persone, sia uomini che donne, ha detto che dopo aver discusso il loro orientamento sessuale, il loro rapporto con il loro medico è migliorato. È peggiorato nel 4,5% dei casi e non è cambiato nell’81% dei casi .

 Religione

Le Organizzazioni LGBT denunciano l’influenza della Chiesa cattolica sulla politica italiana. Le gerarchie della Chiesa cattolica sono state fortemente critiche verso la possibilità di riconoscimento giuridico delle unioni omosessuali, sostenendo pubblicamente che tali unioni sono contro natura e non devono essere trattate in Parlamento. I dirigenti della Chiesa hanno anche criticato le trasmissioni TV che presentano immagini positive di gay e lesbiche.

Non vi è alcuna ricerca sociologica sul grado di omofobia e discriminazione contro le persone LGBT nelle istituzioni della Chiesa cattolica in Italia. Tuttavia, ci sono diversi episodi che attestatno tale comportamento, ad esempio molestie da parte di insegnanti nelle scuole cattoliche, bullismo nei gruppi giovanili cattolici e offese verbali e violenze fisiche da parte di preti.

Sport

La visibilità delle persone LGBT nello sport è molto bassa e gruppi neofascisti che esprimono il sentimento anti-LGBT sono presenti tra diversi fan club e gruppi di tifosi. Tuttavia, negli ultimi anni, gruppi sportivi LGBT sono emersi anche in Italia e alcuni eventi relativi hanno ottenuto finanziamenti pubblici.

Media

Le Organizzazioni LGBT e le tematiche LGBT sono trattate in modo limitato e distorto dai media e son stati segnalati casi di omofobia presentati nei media da parte dei politici e dei leaders della chiesa. Uno studio sociologico su come i media hanno affrontato la genitorialità gay e lesbica ha confermato la scarsa visibilità delle organizzazioni LGBT e dei loro argomenti.

Asilo e protezione sussidiaria

La direttiva 2004/83/CE è stata recepita con il decreto legislativo 251/2007. L’articolo 8 riconosce che la persecuzione per appartenenza a un determinato gruppo sociale caratterizzato dalla caratteristica comune dell’orientamento sessuale è da considerarsi tra i motivi di asilo.

I dati ufficiali forniti dal Ministero dell’Interno per quanto riguarda il periodo tra il 2005 e l’inizio del 2008 hanno mostrato che almeno 29 delle 54 richieste di asilo per motivi di persecuzione dovuta all’orientamento sessuale sono stati accettate. In questi casi è stato concesso lo status di rifugiato o una forma diversa di protezione umanitaria.

Due recenti decisioni della Suprema Corte di Cassazione sul riconoscimento dello status di rifugiato affermano che il richiedente deve dimostrare che nel paese d’origine l’omosessualità , come pratica personale privata e non solo come una manifestazione pubblica di indecenza sessuale, è considerata un reato penale. Le Organizzazioni LGBT sottolineano che la concessione dell’asilo dipende in buona parte dall’opera di avvocati che fanno uno sforzo di raccolta di informazioni sulle condizioni nei paesi di origine.

 Ricongiungimento familiare

A causa della mancanza di un riconoscimento ufficiale delle coppie dello stesso sesso, in Italia, le persone LGBT non hanno accesso al ricongiungimento con partner che non siano cittadini italiani. I dati relativi al ricongiungimento familiare non esistono, dal momento che l’ordinamento italiano prevede il ricongiungimento familiare solo per i coniugi, ed esclude quindi il matrimonio omosessuale (art. 2 e DL 5/2007 , art. 29 Decreto Legislativo 286/1998 ).

Le Organizzazioni LGBT sottolineano il crescente numero di italiani che vivono all’estero con i loro partner stranieri e che desiderano tornare in Italia. Nei casi di unione registrata, come nel caso di una coppia proveniente dalla Nuova Zelanda, al partner non viene concesso il permesso di soggiorno.

Problemi transgender

Per quanto riguarda la procedura di riassegnazione del sesso, una persona transessuale deve fare due richieste a un giudice: in primo luogo, lui/lei deve essere autorizzato a sottoporsi all’intervento chirurgico richiesto. L’ autorizzazione giudiziaria permette alla persona di ottenere questo tipo di chirurgia negli ospedali pubblici a titolo gratuito. In secondo luogo, lui/lei può chiedere un ordine giudiziario che dà il consenso per modificare il sesso e il nome nei registri dell’Ufficio dello Stato civile.

È molto difficile raccogliere giurisprudenza in materia. Da quanto si rileva:

– La mancanza di previa autorizzazione di un giudice per la chirurgia non può escludere un successivo riconoscimento del diritto a una diversa identità sessuale, se l’autorizzazione avrebbe potuto essere data in quello specifico caso.

– La riassegnazione del sesso da maschio a femmina è solitamente autorizzata solo quando il maschio ha avuto un intervento chirurgico complesso comprendente orchiectomia, penectomia e vaginoplastica. Se la persona non è in grado (per esempio a causa di malattia) o non vuole sottoporsi a queste procedure complesse, non può ottenere l’ordine giudiziario e la conseguente riassegnazione del sesso, anche se prende gli ormoni sessuali prescritti. Solo in due casi, a quanto pare, un giudice ha ordinato una riassegnazione del sesso dopo una semplice orchiectomia, e solo in un caso un giudice ha disposto la riassegnazione del sesso senza alcuna operazione, considerato che il transessuale in questione era molto malato e probabilmente vicino alla morte.

– Tra transizione da femmina a maschio di solito è autorizzata quando la femmina ha avuto un intervento chirurgico, compresa mastectomia e isterectomia. Per contro, la chirurgia per la ricostruzione del pene non è richiesta perché è un’operazione molto difficile, con un alto tasso di fallimento .

Coloro che si sposano dopo la transizione hanno la possibilità di proporsi come genitori adottivi. Secondo le organizzazioni transessuali e transgender, tuttavia, i pregiudizi nel processo di valutazione vanificano questa possibilità.

La ricerca sociologica qualitativa sulle condizioni di vita delle persone transessuali e transgender ha messo in evidenza le tante forme di disagio sociale ed economico che caratterizzano il periodo di transizione prima della riassegnazione legale del sesso. Questo periodo può durare diversi anni o essere uno status permanente per coloro che non vogliono sottoporsi ad intervento chirurgico di riassegnazione del sesso.

Il lavoro è una delle principali aree di disagio. La ricerca ha dimostrato l’alto rischio di essere vittima di molestie sul posto di lavoro o di essere licenziato, e la difficoltà delle persone transessuali nel trovare un posto di lavoro quando il loro aspetto non corrisponde con i loro documenti.

Secondo Arcigay e Arcilesbica, la mancanza di accesso al mercato del lavoro relega un numero relativamente elevato di persone transgender (in particolare donne transgender) alla prostituzione, e il divieto di prostituzione in Italia emargina ulteriormente i lavoratori del sesso transgender.

Discriminazione multipla

Le Organizzazioni LGBT riconoscono che le lesbiche e le donne bisessuali devono affrontare ulteriori problemi rispetto agli uomini gay e bisessuali, perché si trovano ad affrontare anche la discriminazione di genere. Arcilesbica si è separata da Arcigay nel 1997 al fine di dare priorità e visibilità alla dimensione lesbica.

Arcilesbica e Arcigay sottolineano anche i migranti LGBT e le persone LGBT appartenenti a minoranze etniche possono sperimentare la discriminazione multipla e hanno ulteriori difficoltà specifiche a causa della loro specifico retroterra. Recenti ricerche su disabilità e omosessualità mostrano forti effetti di discriminazione multipla, nel senso che gay e lesbiche disabili sperimentano l’esclusione sia da parte delle organizzazioni per le persone disabili che dall’interno della comunità omosessuale.

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LEGGE ANTI OMOFOBIA, UNA RISPOSTA A PIERO OSTELLINO

Premetto che leggo spesso il Corriere della sera e ho apprezzato in molte occasioni le analisi politiche di Piero Ostellino, quanto segue non ha quindi nessuna finalità polemica nei suoi confronti, vorrei solo proporgli delle riflessioni sul suo articolo “Gli errori della legge anti omofobia”, pubblicato dal Corriere della sera il 3 Agosto 2013, partendo dalle esperienze di un gay come me, maturate attraverso il contatto quotidiano con persone gay di tutte le età.

Nell’articolo si legge “non riesco a capire perché picchiare un omosessuale sarebbe un’aggravante, mentre picchiare me – che sono “solo” un essere umano – sarebbe meno grave”. L’obiezione è di principio, mi permetto di rispondere con dati di fatto – non presupponendo, come fa Ostellino, che il mondo sia fatto di persone dotate di normale senso comune per le quali l’omosessualità non è nemmeno un “vizio”-.

Purtroppo, come Ostellino sa benissimo, alcune categorie di persone, che in una società di persone di normale buon senso sarebbero trattate come tutte le altre, nella nostra Italia non sono affatto trattate come tutte le altre.

L’esempio dello spaventoso numero dei femminicidi, secondo una logica giuridica che guardi alla realtà, non dovrebbe portare all’idea che dato che in un paese di persone di normale buon senso le donne dovrebbero essere trattate come tutte le altre persone, allora è bene che non ci sia una norma penale specifica a tutela delle donne, dovrebbe invece condurre alla conclusione opposta e cioè che, dato che le donne sono una categoria di persone che di fatto è frequentemente vittima di delitti, è giusto che godano di una tutela penale rafforzata.

Seguendo la logica proposta da Ostellino (“l’espansione indiscriminata dei diritti comporta più rischi che vantaggi”) si dovrebbe richiedere l’abolizione di tutte le tutele speciali introdotte dalla legge Mancino contro le discriminazioni razziali, etniche e religiose, cosa che Ostellino non fa, limitandosi a suggerire la rischiosità di estendere la tutela anche agli omosessuali.

Chi vive da molti anni a diretto contatto con omosessuali di tutte le età sa bene che la discriminazione è reale e che purtroppo si arriva spesso a vere aggressioni di tipo omofobo.

Ostellino sostiene che l’omosessualità non è un diritto e che “trasformarla in un diritto giuridicamente protetto non ha alcun senso” perché “ad una persona di normale buon senso non verrebbe mai in mente, nel mondo in cui viviamo, non dico di picchiare, ma neppure di insultare e di discriminare l’omosessuale”.

In effetti seguendo questa logica, siccome ad una persona di normale buon senso non verrebbe mai in mente di uccidere o di stuprare, l’omicidio e lo stupro non avrebbero bisogno di nessuna tutela penale.

Certamente l’omosessualità non è un diritto in sé ma essere omosessuale senza essere discriminato costituisce l’esercizio di un diritto generale di libertà, la legge a tutela dei cosiddetti diritti dei gay è solo una legge a tutela del diritto di libertà di tutti e trova la sua motivazione proprio nel fatto che gli omosessuali sono, purtroppo, spesso oggetto di discriminazione e anche di violenza, certo non da parte “delle persone di normale buon senso” ma da parte di quella consistente percentuale di persone che di quel normale buon senso è terribilmente carente.

La sanzione penale specifica dei comportanti omofobi deriva dal fatto che gli omosessuali sono oggettivamente molto più soggetti di altre categorie di persone all’aggressività delle persone carenti di normale buon senso.

Ho inviato questa risposta per e-mail a Piero Ostellino e confido in una sua risposta.

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CHIESA E GAY – LA LIBERTA’ DI DISCRIMINARE

Anche questa mattina, in un dibattito televisivo circa la legge anti-omofobia, un esponente di area cattolica ha ripetuto le sue obbiezioni, cioè quelle delle chiesa, nel confronti dell’approvazione della legge contro l’omofobia, sottolineando che una legge che includesse, come fa la legge Mancino per l’odio razziale o per le discriminazioni religiose, anche il divieto di propaganda, cioè in pratica vietasse con sanzioni penali di manifestare opinioni false e discriminatorie, sarebbe una lesione del diritto alla libertà di parola, ma aggiungeva che l’omosessualità e una malattia che si può curare con il ricorso alle terapie riparative.

Evidentemente questa persona non sa di che cosa sta parlando e ripete tesi palesemente smentite da decenni dalla organizzazione mondiale della sanità e dagli ordini degli psicologi e aggiunge che la legge contro l’omofobia è inaccettabile perché ha dietro una finalità che è quella di muovere l’opinione pubblica verso l’approvazione delle nozze omosessuali, cosa che a questa persona pare assolutamente contro natura.

Cerchiamo di capire che cosa dice veramente la legge Mancino

http://www.governo.it/Presidenza/USRI/confessioni/norme/dl_122_1993.pdf

DECRETO LEGGE 26 aprile 1993, n. 122, coordinato con la legge di conversione 25 giugno 1993, n. 205, recante: “Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa”. 

Misure urgenti in materia di discriminazione razziale, etnica e religiosa.

Articolo 1 

Discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

1. L’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, è sostituito dal seguente:

“Art. 3. – 1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione della disposizione dell’articolo 4 della convenzione, è punito:

a) con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;

b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;

2. (soppresso dalla legge di conversione).

3. E’ vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiose. Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Coloro che promuovono o dirigono tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da uno a sei anni.”.

1-bis. Con la sentenza di condanna per uno dei reati previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654(1), o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, il tribunale può altresì disporre una o più delle seguenti sanzioni accessorie:

a) obbligo di prestare un’attività non retribuita a favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità, secondo le modalità stabilite ai sensi del comma 1-ter;

b) obbligo di rientrare nella propria abitazione o in altro luogo di privata dimora entro un’ora determinata e di non uscirne prima di altra ora prefissata, per un periodo non superiore ad un anno;

c) sospensione della patente di guida, del passaporto e di documenti di identificazione validi per l’espatrio per un periodo non superiore ad un anno, nonché divieto di detenzione di armi proprie di ogni genere;

d) divieto di partecipare, in qualsiasi forma, ad attività di propaganda elettorale per le elezioni politiche o amministrative successive alla condanna, e comunque per un periodo non inferiore a tre anni.

1-ter. Entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Ministro di grazia e giustizia determina, con proprio decreto, le modalità di svolgimento dell’attività non retribuita a

favore della collettività di cui al comma 1-bis, lettera a).

1-quater. L’attività non retribuita a favore della collettività, da svolgersi al termine dell’espiazione della pena detentiva per un periodo massimo di dodici settimane, deve essere determinata dal giudice con modalità tali da non

pregiudicare le esigenze lavorative, di studio o di reinserimento sociale del condannato.

1-quinquies. Possono costituire oggetto dell’attività non retribuita a favore della collettività: la prestazione di attività lavorativa per opere di bonifica e restauro degli edifici danneggiati con scritte, emblemi o simboli propri o usuali

delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui al comma 3 dell’art. 3, L. 13 ottobre 1975, n. 654; lo svolgimento di lavoro a favore di organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, quali quelle operanti nei confronti delle persone handicappate, dei tossicodipendenti, degli anziani o degli extracomunitari; la prestazione di lavoro per finalità di protezione civile, di tutela del patrimonio ambientale e culturale, e per altre finalità pubbliche

individuate con il decreto di cui al comma 1-ter.

1-sexies. L’attività può essere svolta nell’ambito e a favore di strutture pubbliche o di enti ed organizzazioni privati.

Articolo 2 

Disposizioni di prevenzione.

1. Chiunque, in pubbliche riunioni, compia manifestazioni esteriori od ostenti emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui all’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, è punito con la

pena della reclusione fino a tre anni e con la multa da lire duecentomila a lire cinquecentomila.

2. È vietato l’accesso ai luoghi dove si svolgono competizioni agonistiche alle persone che vi si recano con emblemi o simboli di cui al comma 1. Il contravventore è punito con l’arresto da tre mesi ad un anno

3. Nel caso di persone denunciate o condannate per uno dei reati previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654, per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, o per un reato aggravato ai sensi dell’articolo 3 del presente decreto, nonché di persone sottoposte a misure di prevenzione perché ritenute dedite alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo la sicurezza o la tranquillità pubblica, ovvero per i motivi di cui all’articolo 18, primo comma, n. 2-bis), della legge 22 maggio 1975, n. 152 si applica la disposizione di cui all’articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401, e il divieto di accesso conserva efficacia per un periodo di cinque anni, salvo che venga emesso provvedimento di archiviazione, sentenza di non luogo a procedere o di proscioglimento o provvedimento di revoca della misura di prevenzione, ovvero se è concessa la riabilitazione ai sensi dell’articolo 178 del

codice penale o dell’articolo 15 della legge 3 agosto 1988, n. 327.

Articolo 3 

Circostanza aggravante.

1. Per i reati punibili con pena diversa da quella dell’ergastolo commessi per finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, ovvero al fine di agevolare l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i loro scopi le medesime finalità, la pena è aumentata fino alla metà.

2. Le circostanze attenuanti, diverse da quella prevista dall’articolo 98 del codice penale, concorrenti con l’aggravante di cui al comma 1, non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a questa e le diminuzioni di pena si operano sulla quantità di pena risultante dall’aumento conseguente alla predetta aggravante.

Articolo 4 

Modifiche a disposizioni vigenti. …

Articolo 5 

Perquisizioni e sequestri.

1. Quando si procede per un reato aggravato ai sensi dell’articolo 3 o per uno dei reati previsti dall’articolo 3, commi 1, lettera b), e 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654, e dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, l’autorità giudiziaria dispone la perquisizione dell’immobile rispetto al quale sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che l’autore se ne sia avvalso come luogo di riunione, di deposito o di rifugio o per altre attività comunque connesse al reato. Gli ufficiali di polizia giudiziaria, quando ricorrano motivi di particolare necessità ed urgenza che non consentano di richiedere l’autorizzazione telefonica del magistrato competente, possono altresì procedere a perquisizioni dandone notizia, senza ritardo e comunque entro quarantotto ore, al (2) Sostituisce il secondo comma dell’art. 4, L. 20 giugno 1952, n. 645. “Alla stessa pena di cui al primo comma soggiace chi pubblicamente esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche. Se il fatto riguarda idee o metodi razzisti, la pena è della reclusione da uno a tre anni e della multa da uno a due milioni.” procuratore della Repubblica, il quale, se ne ricorrono i presupposti, le convalida entro le successive quarantotto ore.

2. È sempre disposto il sequestro dell’immobile di cui al comma 1 quando in esso siano rinvenuti armi, munizioni, esplosivi od ordigni esplosivi o incendiari, ovvero taluni degli oggetti indicati nell’articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110. É sempre disposto, altresì, il sequestro degli oggetti e degli altri materiali sopra indicati nonché degli emblemi, simboli o materiali di propaganda propri o usuali di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi di cui alle leggi 9

ottobre 1967, n. 962, e 13 ottobre 1975, n. 654, rinvenuti nell’immobile. Si osservano le disposizioni di cui agli articoli 324 e 355 del codice di procedura penale. Qualora l’immobile sia in proprietà, in godimento o in uso esclusivo a

persona estranea al reato, il sequestro non può protrarsi per oltre trenta giorni.

3. Con la sentenza di condanna o con la sentenza di cui all’articolo 444 del codice di procedura penale, il giudice, nei casi di particolare gravità, dispone la confisca dell’immobile di cui al comma 2 del presente articolo, salvo che lo stesso appartenga a persona estranea al reato. É sempre disposta la confisca degli oggetti e degli altri materiali indicati nel medesimo comma 2.

Articolo 6 

Disposizioni processuali.

1. Per i reati aggravati dalla circostanza di cui all’articolo 3, comma 1, si procede in ogni caso d’ufficio.

2. Nei casi di flagranza, gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria hanno facoltà di procedere all’arresto per uno dei reati previsti dai commi quarto e quinto dell’articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, nonché, quando ricorre

la circostanza di cui all’articolo 3, comma 1, del presente decreto, per uno dei reati previsti dai commi primo e secondo del medesimo articolo 4 della legge n. 110 del 1975 2-bis. All’articolo 380, comma 2, lettera l), del codice di procedura penale, sono aggiunte, in fine, le parole: «, delle organizzazioni, associazioni,

movimenti o gruppi di cui all’articolo 3, comma 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654»

3. Per i reati aggravati dalla circostanza di cui all’articolo 3, comma 1, che non appartengono alla competenza della corte di assise è competente il tribunale.

4. Il tribunale è altresì competente per i delitti previsti dall’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654

5. Per i reati indicati all’articolo 5, comma 1, il pubblico ministero procede al giudizio direttissimo anche fuori dei casi previsti dall’articolo 449 del codice di procedura penale, salvo che siano necessarie speciali indagini.

6. Soppresso

Articolo 7 

Sospensione cautelativa e scioglimento.

1. Quando si procede per un reato aggravato ai sensi dell’articolo 3 o per uno dei reati previsti dall’articolo 3, commi 1, lettera b), e 3, della legge 13 ottobre 1975, n. 654 o per uno dei reati previsti dalla legge 9 ottobre 1967, n. 962, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che l’attività di organizzazioni, di associazioni, movimenti o gruppi favorisca la commissione dei medesimi reati, può essere disposta cautelativamente, ai sensi dell’articolo

3 della legge 25 gennaio 1982, n. 17, la sospensione di ogni attività associativa. La richiesta è presentata al giudice competente per il giudizio in ordine ai predetti reati. Avverso il provvedimento è ammesso ricorso ai sensi del quinto comma del medesimo articolo 3 della legge n. 17 del 1982.

2. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengono meno i presupposti indicati al medesimo comma.

3. Quando con sentenza irrevocabile sia accertato che l’attività di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi abbia favorito la commissione di taluno dei reati indicati nell’articolo 5, comma 1, il Ministro dell’interno, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, ordina con decreto lo scioglimento dell’organizzazione, associazione, movimento o gruppo e dispone la confisca dei beni. Il provvedimento è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Articolo 8

Disposizioni finali.

1. Il settimo comma dell’articolo 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110, è abrogato.

2. Le disposizioni dei commi da 1 a 5 dell’articolo 6 si applicano solo per i fatti commessi successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto.

Articolo 9 

Entrata in vigore.

1. Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sarà presentato alle Camere per la conversione in legge.

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In estrema sintesi la legge Mancino prevede che sia punito:

a) con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi; 

b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi; 

Se la legge Mancino fosse estesa anche all’omofobia la legge prevedrebbe la reclusione per chi (Comma 1 modificato) “in qualsiasi modo” diffonde idee fondate sulla superiorità di un orientamento sessuale sull’altro o sull’odio per motivi di orientamento sessuale o incita a commettere atti di discriminazione per motivi di orientamento sessuale, e per chi (Comma 2 modificato) “in qualsiasi modo” incita a commettere violenza o atti di provocazione alla violenza per motivazioni omofobe.

Non è certo tipico dei gruppi cattolici incitare a commettere violenza o provocare la violenza, almeno nel senso stretto che questi termini hanno nel codice penale, quindi il mondo cattolico non teme certo la modifica del comma 2, mentre la modifica del comma 1 incriminerebbe la condotta di chi “in qualsiasi modo” diffonda idee fondate sulla superiorità di un orientamento sessuale sull’altro o sull’odio per motivi di orientamento sessuale o inciti a commettere atti di discriminazione per questo motivi. E qui i cattolici vedono una limitazione della libertà di parola. In altri termini, secondo loro, diffondere idee fondate sulla superiorità di un orientamento sessuale sull’altro o sull’odio per motivi di orientamento sessuale o incitare a commettere atti di discriminazione per questi motivi è parte delle libertà fondamentali garantite dalla costituzione.

Non c’è bisogno di sottolineare che nell’imminenza della discussione della legge, che sarà comunque una legge minimalista rispetto a provvedimenti analoghi di altri stati d’europa, la chiesa sta tentando in ogni modo di accreditare punti di vista che non troverebbero credito in nessun paese civile.

Vi segnalo un articolo del Corriere della Sera (http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/notizie/cronaca/2013/19-agosto-2013/a-bisceglie-bufera-chiesa-arcigay-azione-cattolica-accusata-omofobia-2222672886123.shtml) Leggete l’articolo e potrete farvi un’idea dei livelli a cui si arriva.

E’ evidente che la chiesa non vuole una legge seria contro l’omofobia perché nel documenti pontifici si tratta di omosessualità come di “grave depravazione”, “funesta conseguenza di un rifiuto di Dio”, “mancanza di evoluzione sessuale normale”, “costituzione patologica”, “comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale”. Non è omofobia questa? A qualcuno sembra solo libertà di parola, anche se si tratta di forme di istigazione all’odio sulla base di puri pregiudizi. Le terapie riparative sono proposte e sostenute da personaggi legati alla chiesa.

Sarebbe ora di vedere finalmente la dignità di uno stato laico che assume le sue decisioni in termini di diritto senza farsi condizionare da presupposti ideologici profondamente immorali, che sono un insulto alla libertà e una grave mancanza di rispetto nei confronti del prossimo.

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