RICORDI DI UNA COPPIA GAY

Caro Project,
mi chiamo Mario, sono un 74enne romano che ha visto morire il suo compagno, dopo aver cercato di fare di tutto per salvarlo, ma i medici e lui stesso erano consapevoli di come sarebbe finita. È stata una cosa molto breve, che è durata in tutto 31 giorni. Lui ha cercato di ripetermi fino alla fine che mi voleva bene e che era felice di essere stato con me. Era più giovane di me di cinque anni e quello che è successo non lo avrei mai potuto immaginare. Ormai sono passati quasi otto mesi, e ho superato le angosce dei primi momenti che mi facevano piangere da solo senza consolazione. Ora ho le sue foto, i ricordi e lui continua a vivere dentro di me. Abbiamo vissuto insieme per quasi 40 anni e in questo siamo stati fortunati, perché 40 anni fa l’idea di convivere per due uomini era un’utopia e niente altro, per noi però è diventata realtà. Quando ci siamo conosciuti io avevo 33 anni e lui ne aveva 28, ma lavoravamo tutti e due. Lui era un giovane ingegnere e io un insegnante di Inglese un po’ meno giovane. A quel tempo io davo per scontato che non avrei mai avuto un compagno e vivevo ancora a casa dei miei genitori. Io non ero mai andato d’accordo coi miei genitori, che comunque non sapevano della mia omosessualità (e non mi è mai passato per la mente di aprirmi con loro). Non andavamo d’accordo soprattutto per ragioni politiche, mia madre era democristiana anche e soprattutto perché non leggeva i giornali e non capiva niente di politica, mio padre poi viveva ancora nel mito del ventennio e per lui i partiti della sinistra erano come il fumo negli occhi. Avevamo cominciato a provare reciproca insofferenza l’anno prima, al tempo del rapimento e dell’assassinio di Moro. Mio padre per un verso odiava le brigate rosse ma per un altro verso odiava pure Moro per le sue aperture ai comunisti, e verso Moro usava espressioni dispregiative della peggiore specie. Mia madre mi diceva che l’unica cosa che si poteva fare era pregare e comunque non avrebbe mai capito il doppio gioco di tanti democristiani che non sopportavano Moro e sostenevano la linea della fermezza. A me Moro piaceva molto, ho sempre pensato che fosse un uomo onesto che non agiva per interesse personale. E così la storia di Moro è stata anche il tracollo degli equilibri della mia famiglia. I miei genitori hanno cominciato a considerarmi comunista ormai irrecuperabile al loro classico buonsenso-opportunismo piccolo borghese. In pratica anche io, pure se non posso dire che avevo cominciato ad odiare mio padre, certamente ero arrivato alla conclusione che tra noi non ci sarebbe mai stato nessun possibile discorso serio e sulla base di questo, feci d’impeto domanda di trasferimento per andare a insegnare in un’altra provincia e non dissi nulla a casa. Una volta inviata la domanda, mi pentii di averla inviata, ma ormai non potevo tornare indietro, però consideravo piuttosto remota la possibilità di ottenere realmente il trasferimento. Invece alla fine dell’estate del ’78 venni a sapere che ero stato trasferito e in una provincia molto lontana (Torino). Dirlo ai miei fu per me una cosa difficilissima, soprattutto perché a loro non avevo detto che avevo chiesto il trasferimento. Lo presero come un vero e proprio tradimento, una coltellata improvvisa sferrata in modo premeditato a mio padre e a mia madre. Mio padre era proprio schifato da me, diceva che si era cresciuto una serpe in seno, mia madre cercava di tenerlo buono, ma se non ci fosse stata lei, con mio padre saremmo proprio venuti alle mani. Me ne andai di casa, quando mio padre era al lavoro staccandomi a forza dagli abbracci di mia madre e promettendole che non sarei sparito e che le avrei mandato al più presto il mio nuovo indirizzo. Mancavano circa 40 giorni all’inizio dell’anno scolastico e io sono rimasto in albergo a Torino, finché non ho trovato un miniappartamento non molto lontano dalla scuola. È stato proprio a scuola che ho incontrato Carlo. La Provincia e il Provveditorato agli studi avevano in progetto la costruzione di nuovi edifici scolastici e la ditta dove lavorava Carlo aveva vinto un appalto, o qualcosa di simile, e si era deciso che si dovessero fare una serie di incontri presso la mia scuola, con i progettisti, con alcuni funzionari della Provincia, con alcuni funzionari del Provveditorato e con alcuni presidi. Il mio preside mi disse che avrei fatto parte del gruppo, il che era una manifestazione di fiducia alla quale comunque non mi potevo opporre. La prima riunione fu solo di presentazione, eravamo 14 persone, e non si fece altro che stabilire un calendario per gli incontri tecnici successivi. Io pensavo che tutti gli incontri sarebbero stati rituali come il primo ma non fu così. Nella prima riunione però io avevo notato subito l’Ing. Carlo B., che mi sembrava veramente un bel ragazzo, ma niente di più. Nel secondo incontro si arrivò a discussioni molto animate, l’Ing. Carlo B. srotolava progetti e cercava di spiegare i problemi tecnici ma poi cominciava la rissa dei però, dei ma invece, dei si potrebbe e si dovrebbe, ecc. ecc.. Erano passate le 22.00, la riunione cominciata alle 16.00 andava avanti e non dava segno di avviarsi verso la conclusione. Carlo guardava l’orologio ogni cinque minuti, poi, dopo le 23.00 smise di guardarlo. La riunione terminò alle 23.30. Se ne andarono tutti perché avevano le macchine parcheggiate in cortile. Lì mi accorsi che Carlo non aveva macchina e gli dissi. “Posso accompagnarla da qualche parte?” E lui mi disse che avrebbe passato la notte in albergo e che sarebbe partito in treno l’indomani mattina, perché ormai non c’erano più treni che andassero bene per lui, e fu lì che quasi istintivamente giocai le mie carte: “Se vuole andare in albergo, l’accompagno in centro, ma se per lei andasse bene potrebbe dormire anche a casa mia, è piccolina ma è a pochi minuti da qui, poi, domattina l’accompagno in stazione prima di andare a scuola.” Lui non se lo fece ripetere due volte, mi disse solo: “Ma pensa che si possa fare veramente?” Io risposi: “Certo!” Lui mi disse: “Allora grazie!” La nostra storia è cominciata così. Era dicembre, faceva un freddo cane, ma lasciai a lui il mio letto e l’imbottita e me ne andai a dormire sul divano. La mattina facemmo colazione insieme, poi lo accompagnai alla stazione, eravamo entrambi visibilmente contenti di avere rotto il ghiaccio. Lui mi lasciò il numero di telefono della casa dei genitori, io lo presi ma gli dissi che non avevo il telefono ma magari avrei potuto chiamarlo con un telefono a gettone. A scuola il preside era entusiasta di me perché non lo avevo piantato in asso e cominciò a trattarmi con un occhio di riguardo. La riunione successiva del gruppo tecnico era stata programmata di lì a un mese, dovevo soltanto attendere, ma l’attesa sarebbe stata troppo lunga, dopo nemmeno una settimana pensai di chiamare Carlo al telefono, mi preparai prima tutto il discorso da fare, un discorso molto ufficiale se avessero risposto i genitori e un discorso molto diverso e molto amichevole se avesse risposto Carlo. Decisi che l’ora ideale per chiamare sarebbe stata verso le 20.00, alle 20.00 in punto chiamai e dissi alla madre che ero il prof. Mario C. del gruppo tecnico di coordinamento dell’Istituto … , la signora mi rispose che se le avessi lasciato il mio numero mi avrebbe fatto richiamare appena il figlio fosse rientrato dal lavoro, mi sembrava brutto rispondere che non avevo il telefono e le dissi semplicemente di avvisare l’Ingegnere, che lo avrei richiamato io l’indomani. Ma l’indomani mattina fu lui a richiamarmi a scuola, perché forse pensava che ci fossero veramente dei problemi legati al gruppo di coordinamento, ma quando vennero a chiamarmi in classe perché c’era una telefonata per me in segreteria, capii perfettamente che il motivo era un altro. C’era gente e ovviamente non potevo parlare in tono troppo amichevole. Gli dissi: “Buongiorno Ingegnere!” e lui mi rispose: “Ciao Mario!” Io andai avanti a dargli del lei e lui mi rispose: “Stamattina sono a Torino e finisco verso le 11.00, ti andrebbe di pranzare insieme?” Io risposi: “Guardi era proprio quello che le avrei suggerito anche io, credo che il progetto in questo modo possa partire molto meglio!” Tre ore dopo eravamo a pranzo insieme! Ormai eravamo amici. Era evidente che c’era un interesse reciproco ma da entrambe le parti la prudenza era massima, evitavamo rigorosamente gli argomenti troppo personali, parlavamo delle nostre esperienze di studio e di lavoro, all’inizio non parlavamo di politica, non sapevo come inquadrarlo nemmeno da quel punto di vista, poi piano piano ho cominciato a notare sul suo viso qualche espressione di disappunto quelle rare volte che si parlava della democrazia cristiana, o almeno di certi politici democristiani, di altri aveva maggiore stima. Una volta parlammo anche di Moro ed era evidente che il rapimento e l’assassinio di Moro lo avevano sconvolto, anche se non era molto informato sui fatti. Piano piano abbiamo cominciato a parlare anche di politica spicciola e mi trovavo quasi sempre d’accordo con lui. Parlava del socialismo con un certo entusiasmo, non del socialismo di Craxi, ma di quello di Nenni. Discutevamo anche di letteratura, una volta mi parlò di un romanzo di Pavese, “La casa in collina”, un romanzo che io non conoscevo, ma più che parlare di partigiani e di tedeschi, si fermò sul rapporto tra Corrado, il protagonista, un professore torinese molto disincantato, e Dino, un ragazzo molto giovane, che Corrado sospetta essere suo figlio. Il rapporto tra il presunto padre e il presunto figlio, nel libro, è accennato più che chiarito. Corrado si rivede nel ragazzo, che alla fine si unirà ai partigiani, mentre lui non sarà capace di niente di simile e si richiuderà nel suo mondo interiore fatto di consapevolezze e soprattutto di rinunce. Nel romanzo, che poi lessi quasi subito, si parla anche dei rapporti di Corrado con la madre di Dino e di altre due donne che ospitano Corrado, ma evidentemente non era questo che colpiva Carlo. Poi una volta parlammo anche di Bassani e del Giardino dei Finzi-Contini, dove c’è anche un accenno legato alla omosessualità. Carlo conosceva bene il libro, evidentemente lo aveva letto più volte ma non accennò mai ai riferimenti omosessuali. Dopo quel primo pranzo insieme a Torino prendemmo l’abitudine di incontrarci tutte le domeniche, veniva sempre lui da me in treno e ripartiva con l’ultimo treno utile alle 23.00. Ci vedevamo la mattina verso le nove e passavamo insieme tutta la giornata, ovviamente non si parlava mai di ragazze, e questo induceva a sperare, ma i dubbi rimanevano ed erano fortissimi. Dato che si avvicinava Natale gli chiesi che cosa avrebbe fatto per la ricorrenza e mi disse semplicemente che sarebbe stato in casa con i suoi perché era figlio unico e aveva solo i suoi genitori. Da lì abbiamo cominciato a parlare dei nostri rapporti familiari. I suoi avevano speso fino all’ultimo centesimo per farlo studiare e lui, una volta diventato ingegnere, in qualche modo sentiva di doversi sdebitare, doveva almeno dedicare il suo tempo ai sui genitori e doveva in qualche modo compensarli di tutto quello di cui si erano privati per farlo studiare, anche per questo lui lavorava dalla mattina alla sera e poi aveva con i genitori un rapporto affettivo molto particolare. I suoi non erano vecchi, ma era un po’ come se lui si considerasse padre di quelli che chiamava “i miei due vecchietti”. Tutto questo a me sembrava molto strano. Io gli raccontai dei litigi con mio padre per motivi politici e della rovina finale della mia famiglia a seguito del mio trasferimento a Torino, richiesto senza dire niente ai miei genitori. Carlo però mi stupì con la sua risposta: “Se la situazione era quella, hai fatto benissimo ad andartene via! Per me è diverso, i miei genitori sono gente molto semplice ma mi hanno insegnato i valori veri della vita.” Piano piano ci stavamo avvicinando a confidenze più personali, ovviamente nessuno dei due parlava di ragazze. Siamo andati avanti così per quasi sei mesi, come dei buoni amici. Io ero in dubbio se mettere il telefono oppure no, col telefono avrei potuto chiamarlo, ma alla fine lui avrebbe sempre chiamato da casa, quindi non ho messo il telefono, ma abbiamo continuato a vederci la domenica, come ormai era diventata tradizione. Non ci siamo mai fatti regali di nessun genere, un po’ per scaramanzia perché volevamo che tra noi tutto fosse libero e senza obblighi. Poi successe qualcosa di imprevedibile anche se atteso. Il 1° giugno dell’80 era domenica e il 2 era la festa della Repubblica e quindi sia io che lui avevamo due giorni liberi di fila, io gli proposi di rimanere a dormire da me e lui accettò. Gli chiesi come l’avrebbero presa i suoi e mi rispose in modo enigmatico che sarebbero stati contenti, io cercai di approfondire il discorso e lui mi disse che i suoi sapevano della nostra amicizia, perché lui gliene aveva parlato ed erano contenti, poi ha aggiunto: “d’altra parte non si sarebbero mai aspettati che io portassi a casa una ragazza.” Io feci finta di non aver capito e lui mi disse: “Dai che hai capito benissimo!” Io mi sono arreso subito e gli ho detto. “Quindi loro sanno …”, lui mi ha risposto: “Certo, gliel’ho detto io … ma non sanno chi sei, se ti conoscessero penso che sarebbero molto contenti.” Ormai stavamo parlando chiaro. Mi ha raccontato come si è deciso a parlare coi suoi. Ai tempi dell’università, lui stava a Torino, a pensione in una stanza da solo, e i suoi, quelle rare volte che lo vedevano erano molto preoccupati che lui non si trovasse una ragazza o almeno una compagnia femminile. Perché pensavano che una ragazza potesse farlo stare meglio, e quindi insistevano perché “si sentisse libero” e proprio da lì partì tutto il discorso di Carlo. I suoi genitori stettero a sentire molto attentamente ma non credevano di sapere già di che cosa Carlo stesse parlando, avevano fiducia in lui e volevano che fosse lui a fare capire loro che cosa volesse dire essere omosessuale. Lui disse solo che è esattamente come quando ti innamori di una ragazza, solo che invece di una ragazza è un ragazzo, ma i sentimenti sono gli stessi. Poi mi disse: “Tu non mi crederai, ma tra me e i miei genitori non è cambiato nulla, mio padre non è mai stato molto espansivo nemmeno prima, ma dopo, quando tornavo a casa mi sentivo addirittura molto più coccolato di prima. Io ho avuto la netta sensazione che i miei si fidassero talmente di me da pensare che non avrei mai fatto niente di sbagliato o di cattivo, l’unica cosa che mi ripetevano era: ‘quello che sta bene a te sta bene a noi!’” La notte tra il 1° e il 2 Giugno non abbiamo dormito ma ci siamo raccontati le nostre vite. Project, credo che tu possa capire quanto fosse liberatorio per noi capire che avevamo trovato un altro ragazzo omosessuale e che con quel ragazzo si stava costruendo qualcosa di bello. Né lui né io avevamo la minima esperienza di queste cose, io non parlo del sesso, che era tutto nel regno della fantasia, ma proprio del lato affettivo. Poco prima di riprendere il treno la sera del 2 Giugno mi chiese: “Ci verresti a conoscere i miei?” La richiesta era spiazzante per uno come me ma gli dissi di sì e mentre saliva sul treno mi disse: “Allora domenica prossima vieni tu da me!” Io gli dissi di sì, senza nemmeno capire la portata di una cosa simile. La domenica successiva presi il treno e alle 9.00 ero da lui, imbarazzatissimo. Mi disse di stare tranquillo e salimmo a casa sua. I genitori erano più imbarazzati di me e di discorsi ne facemmo davvero pochi. Mi offrirono degli amaretti artigianali tradizionali e mi dissero che il pranzo era pronto e che loro sarebbero andati a casa di una zia di Carlo. Il padre concluse così: “Non vogliamo mettervi in imbarazzo e comunque vi ringraziamo tanto di avere accettato il nostro invito.” Ci salutarono in modo un po’ impacciato e andarono via. Io pensavo che ci fossero rimasti male, ma Carlo mi disse: “Stai tranquillo che si fidano anche di te! Mio padre è molto schivo, ma io lo conosco bene!” Carlo mi portò in giro per la valle, camminammo molto in mezzo ai boschi tra salite e discese, lui era contento e anche io, anche se pensavo che non avrei mai potuto presentare Carlo a mio padre. Poi, col tempo, siamo anche arrivati a fare un po’ di sesso, ma questo non te lo racconto perché fa parte del privato mio e di Carlo e per me è una cosa sacra. Carlo lavorava a Torino ma prendeva il treno tutti i giorni per non lasciare soli i suoi, beh, è successa una cosa incredibile, un giorno che siamo andati a casa dei genitori di Carlo, il padre ci ha detto: “Io e mia moglie non siamo ancora vecchi e possiamo stare pure soli, ma voi perché non vi prendete un appartamento insieme a Torino?” All’epoca non era per niente una cosa facile proprio per questioni anagrafiche, cioè di nucleo convivente, ecc. ecc., l’idea era interessantissima ma i dubbi erano tanti. Adesso so che siamo rimasti insieme tutta la vita, ma allora non sapevo come sarebbe andata a finire. Insomma, arrivammo alla conclusione di comprare due appartamenti all’ultimo piano di un palazzo, uno di fronte all’altro. Lui era ingegnere civile e ha saputo scegliere il meglio. La condizione era che gli appartamenti fossero due e uno di fronte all’altro. Una sera arrivò a casa mia tutto trafelato e mi fece vedere quella che gli pareva un’ottima occasione. Mi spiegò dell’esposizione, dell’isolamento termico, perché saremmo stati all’ultimo piano, mi disse dei trasporti, di quelli che c’erano già e di quelli che forse si sarebbero costruiti in seguito. Allora non si parlava ancora di metropolitana a Torino, ma Carlo guardava lontano e a seguito della sviluppo urbano prevedeva che da quelle parti sarebbe passata prima o poi anche una linea metropolitana, il che poi è successo veramente ma in anni molto vicini a noi. I due appartamenti non erano identici ma erano entrambi di due stanze e il prezzo era molto simile. L’indomani (domenica) andammo a vederli da fuori, lui c’era già stato e aveva visitato tutto dall’interno e siccome era del mestiere e si intendeva anche degli aspetti finanziari, aveva visto che per acquistare gli appartamenti avremmo anche potuto accollarci una quota del mutuo acceso dal costruttore nel 1972 con la banca al tasso fisso del 4.8%, mentre nell’80 i mutui andavano sopra il 21%. Si prevedeva che a lunga scadenza i tassi sarebbero calati e Carlo insistette per l’estinzione del mutuo a 10 anni e non di più. Si sarebbe finito di pagare molto presto ma la cosa era al limite del possibile. Carlo diceva: “Se ce n’è bisogno i miei vengono a stare con noi e la casa loro si affitta o alla peggio si vende. L’aspetto dell’edificio era molto dignitoso e Carlo assicurava che erano case costruite in modo moderno e fatte bene. Lunedì mattina lui andò all’ufficio vendite e diede la caparra per il suo appartamento, fissando l’opzione per l’accollo del vecchio mutuo. Quando lui uscì io entrai subito dopo, mi fecero visitare l’appartamento ed era veramente molto bello e soprattutto luminoso e con una vista splendida. Mi dissero che, se volevo, potevo pensarci, ma io sapevo quello che dovevo fare e versai anche io la mia caparra facendo mettere nel compromesso esattamente quello che mi aveva suggerito Carlo. Lui mi aspettava fuori e ce ne andammo a pranzo insieme, ormai avevamo una casa nostra, di 4 stanze e due bagni, divisa in due, ma col tempo avevamo già progettato che io e Carlo saremmo rimasti a casa mia e l’altra casa poteva ospitare i suoi genitori. Abbiamo lavorato come matti per pagare le due case in dieci anni: lui stava sveglio a fare calcoli e a disegnare fino a notte alta, io nel mio appartamento facevo lezioni private a più non posso. I primi tempi è stata molto difficile, ma con l’aiuto dei suoi genitori ce l’abbiamo fatta. Poi le nostre condizioni economiche sono migliorate e nel ’90 abbiamo finito di pagare le case e le abbiamo ammobiliate in modo meno spartano. Prima lui aveva i mobili solo nello studio dove lavorava e qualche volta riceveva gente, ma l’altra stanza era praticamente senza mobili e la cucina pure. A casa mia era arredata solo la stanza dove facevo lezioni private. I condomini del palazzo non ci consideravano una coppia anche perché ci vedevano pochissimo, noi stavamo all’ultimo piano, non andavamo mai alle riunioni di condominio e davamo le deleghe a persone diverse. Quando ci incontravamo per le scale ci salutavamo come due perfetti estranei che vivono nello stesso stabile, era un rito che può sembrare stupido ma serviva a non dare nell’occhio. Nel ‘90 lui aveva 39 anni e io 44, non eravamo più giovani. La madre di Carlo proprio in quell’anno si è ammalata ed è venuta a stare col marito a casa di Carlo, invece Carlo stava a casa mia. Abbiamo assistito la mamma di Carlo fino alla fine nel ’93. Il papà ha patito in modo terribile il trauma della vedovanza, poi si è ripreso, abbiamo passato qualche anno buono insieme e poi è toccata anche a lui nel ‘99 per una malattia polmonare che se lo è portato via. Carlo aveva allora 48 anni e io 53, eravamo ormai uomini maturi, con una sicurezza economica e di lavoro e soprattutto con una sicurezza affettiva. Nessuno sapeva di noi ma noi avevamo in nostro mondo vero e non ci mancava nulla, non ci importava niente degli altri e qui ci fu un’altra svolta improvvisa, mi chiama mia madre e mi dice che mio padre sta male, era piena estate e io e Carlo avevamo in programma una vacanza girovaga insieme, chiedo a Carlo che devo fare e lui mi risponde senza esitazione: “Vai a preparare le valigie che partiamo subito!” Abbiamo viaggiato tutta la notte e la mattina appresso eravamo in ospedale davanti alla stanza di mio padre. Prima di entrare abbiamo chiesto al dottore che ci ha rassicurato, poi siamo entrati da lui insieme e io gli io detto: “Papà sono venuto qui per portarti a casa mia perché puoi essere seguito meglio.” E lui mi ha detto: “E tua madre?” quando gli ho detto: “Viene anche lei!” si è tranquillizzato, poi ha guardato Carlo e mi ha detto: “Chi è quel signore?” Gli ho risposto: “Quello il mio compagno…” Io avevo paura che questa cosa potesse farlo stare male ma non è successo niente del genere e mio padre ha detto: “E lui che dice se veniamo a stare da te?” Ho stretto la mano di mio padre e gli ho detto: “Lui dice che ci dovete venire!” Mia madre era quasi incredula, poi si è messa a parlare con Carlo. Otto giorni dopo, mio padre è stato dimesso dall’ospedale e abbiamo cominciato il lungo viaggio per Torino. Ci fermavamo ogni tanto per fare riposare papà perché faceva anche molto caldo. La sera tardi, poco prima di mezzanotte siamo arrivati a casa a Torino. Mio padre non aveva capito che le due case erano separate, quando ha capito che sarebbe stato da solo con la moglie in un appartamento con il figlio sullo stesso pianerottolo si è rasserenato. Carlo ha preparato la stanza per mio padre e mia madre, poi ha salutato ed è andato nell’atro appartamento per lasciarmi solo coi miei genitori. Mio padre mi ha detto: “Ma è un brav’uomo! S’è preso a carico pure a noi e lui avrà pure i suoi genitori…” Gli ho detto che non aveva più i genitori e che i genitori avevano vissuto con noi fino alla fine, poi mio padre mi ha fissato e mi ha detto: “Allora pure tu sei un brav’uomo! E sono stato uno stupido io che non l’ho capito prima.” La salute di papà è migliorata, si sedeva sul terrazzino a guardare le montagne, lo sentivo tranquillo, parlava spesso con Carlo e lo ammirava, ne diceva delle cose molto belle, mamma era serena, faceva un po’ di cucina e vedeva riunita la famiglia come non avrebbe mai immaginato, è mancata prima lei nel 2011 e poi mio padre nel 2012, quando io avevo 68 anni. Da allora io e Carlo siamo stati veramente soli, eravamo ormai vecchi ma pensavamo che un altro pezzetto di vita avremmo potuto godercelo e invece il Signore non ha voluto e siamo rimasti insieme solo otto anni. Adesso il mio mondo è veramente finito, ci sono rimasto solo io e non ho eredi. Non so quanto camperò e se ci sarà qualcuno accanto a me quando sarà la mia ora, ma io la mia vita l’ho vissuta, sono stato molto fortunato e ne sono pienamente consapevole. Incontrare Carlo ha cambiato la mia vita. Non ci è mai passata per la mente l’dea di lasciarci. Senza di lui io sarei stato un’assoluta nullità, mi sarei sentito frustrato, non avrei recuperato il rapporto con mio padre e non avrei mai avuto una vita affettiva vera. Vorrei dire ai ragazzi che leggeranno questa storia che all’inizio nessuno sa mai come andranno le cose, io a vent’anni davo per scontato che sarei rimasto sempre solo ma non è successo affatto così. Io mi sento un uomo vecchio perché sono vecchio ma ho vissuto la vita che volevo e con la persona che volevo. I problemi sono stati tanti ma abbiamo fatto la strada insieme e quando penso a Carlo so che in qualche modo lui è con me e sarà con me finché non ci ricongiungeremo in paradiso.

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Se volete, potete partecipare alla discussione di questo post aperta sul forum di Progetto Gay: http://progettogayforum.altervista.org/viewtopic.php?f=22&t=6901

BISESSUALITÀ E EDUCAZIONE SESSUALE A FINE 800

STORIE DI OMOSESSUALI TRA 800 E 900 – parte quattordicesima

Prosegue la pubblicazione delle Storie annesse al trattato sull’inversione sessuale di Havelock Ellis.

Le storie che potete leggere qui di seguito riguardano tutte la bisessualità propriamente detta e ci mettono in condizione di capire come la vita sessuale dei ragazzi e degli uomini di fine 800 fosse molto meno repressa di quanto si crede  e fosse in realtà piena di occasioni di coinvolgimento sessuale, sia etero che omosessuale.

Nell’ultima delle storie, in particolare, si troverà un esempio, in realtà più unico che raro  di un figlio che riceve da suo padre una vera e propria educazione sessuale. Con la mentalità di oggi, alcuni comportamenti di questo padre possono sembrare sospetti. Il figlio, anche se ipotizza che il padre sia a sua volta un invertito, non sembra essere stato condizionato se non positivamente da quanto appreso dal padre verso il quale non mostra alcun risentimento. Il ruolo concreto del padre nell’educazione sessuale del figlio è in realtà una questione poco approfondita e si preferisce, ancora oggi, demandare tutto ad altre agenzie educative se non direttamente alla pornografia.

Buona lettura.

STORIA 28

Inglese, 40 anni, chirurgo. Le esperienze sessuali iniziarono presto, circa all’età di 10 anni, quando un compagno lo indusse a giocare ai rapporti sessuali con le loro sorelle. Non provò alcun piacere. Poco dopo una domestica cominciò a curarlo con affetto e infine lo chiamò nella sua camera da letto quando era parzialmente svestita, accarezzò e baciò il suo membro e gli insegnò a masturbarla. In occasioni successive lei tentò una simulazione del rapporto sessuale, che le diede soddisfazione, ma non riuscì a indurre l’eiaculazione in lui. Al ritorno a scuola la masturbazione reciproca fu praticata con i compagni di scuola, e la prima eiaculazione avvenne all’età di 14 anni.

Lasciando la scuola divenne schiavo del fascino delle donne ed ebbe frequenti coiti intorno all’età di 17 anni, ma preferiva masturbare le ragazze e soprattutto indurre le ragazze di buona posizione, per le quali l’esperienza era completamente nuova, a permettergli di prendersi delle libertà con loro. A 25 anni si fidanzò e la masturbazione reciproca fu praticata all’eccesso durante il fidanzamento; dopo il matrimonio, in genere il rapporto sessuale  aveva luogo due volte ogni ventiquattro ore fino alla gravidanza.

“In questo momento”, egli scrive, “ho soggiornato presso la casa di un vecchio compagno di scuola, a causa dei miei amanti di un tempo. C’erano così tanti ospiti che ho condiviso la camera del mio amico. La vista del suo corpo ha dato luogo a sentimenti lussuriosi, e quando la luce era spenta scivolavo furtivamente nel suo letto. Lui non faceva obiezioni e passavamo la notte a masturbarci reciprocamente. Passammo i successivi quindici giorni insieme, e non ho mai provato lo stesso piacere nel coito con mia moglie, però facevo il mio dovere. Lei è morta cinque anni dopo, e mi sono dedicato anima e corpo al mio amico fino alla sua morte per un incidente l’anno scorso. Da allora ho perso ogni interesse per la vita.”

Sono grato per questo caso ad un noto psichiatra inglese, il quale sottolinea che il paziente appare abbastanza sano, quando lo si osserva, ma presenta una tendenza alla nevrastenia, alla melanconia e al temperamento nevrotico. Il corpo è maschile e peli pubici sono abbondanti. Un testicolo appare atrofico.

STORIE 29 E 30

Riporto il seguente racconto con le parole di un amico intimo di uno dei protagonisti: “La mia attenzione fu attirata all’inizio dallo studio dell’inversione – anche se io allora consideravo tutte le forme di essa come depravate e abominevoli  – nella scuola pubblica, dove nel nostro dormitorio un ragazzo di 15 anni iniziò i suoi amici scelti ai segreti della masturbazione reciproca, che aveva imparato da suo fratello, un guardiamarina. Io non diedi peso a questo fatto in quel momento, anche se me ne ricordai dopo anni, quando ero immerso in Platone, Lucrezio e negli scrittori epicurei. Ma la mia attenzione si fermò sull’inversione, all’età di 20 anni, quando trascorsi una vacanza con A., un compagno con cui ero, e sono ancora, in grande amicizia. Abbiamo apprezzato molte cose in comune, studiato insieme e discusso questioni assai poco convenzionali, ma non questa.  Precedentemente avevamo sempre occupato stanze da letto separate, in questa occasione ci trovavamo all’estero in un luogo di campagna, e siamo stati costretti ad adattarci con quello che abbiamo potuto trovare. Non solo dovevamo condividere la stanza, ma il letto. Non mi ha sorpreso il suo poggiare il braccio su di me, perché sapevo che era straordinariamente attaccato a me, e mi ero sempre sentito un bruto perché non ricambiavo il suo affetto altrettanto calorosamente. Ma sono rimasto sorpreso quando più tardi mi sono svegliato e l’ho trovato occupato nella fellatio su di me mentre cercava di ottenere la mia risposta. Se fosse stato qualcun altro avrei reagito molto male ad una tale libertà, e la nostra conoscenza sarebbe finita, ma mi sono preso cura di lui, anche se in modo non molto espansivo. Questo episodio portò alla discussione dell’argomento. Mi disse che la sua forza sessuale era grande, che l’aveva messa alla prova in molti modi, e che era essenziale per il suo benessere che egli potesse avere soddisfazione in qualche modo. Lui detestava la prostituzione e la riteneva degradante; si sentiva fisicamente attratto da alcune donne e intellettualmente da altre, ma i due elementi non si combinavano mai, e se era stato in intimità con alcune, sentiva che non era giusto per loro, dato che lui non poteva sposarle perché aveva un ideale troppo alto del matrimonio. Si era sempre sentito attratto dal proprio sesso e aveva mantenuto per alcuni anni un’amicizia platonica con un amico intimo del college, X (al quale ho capito che era appassionatamente legato). Entrambi consideravano la cosa perfettamente morale, ed entrambi, stavano meglio a causa del loro rapporto. Entrambi aborriscono la pedicatio. X., tuttavia, non avrebbe mai discusso l’argomento, e sembrava quasi vergognarsene. A., d’altra parte, pur mostrando un grande rispetto di sé in tutte le altre cose, non provava alcuna vergogna, anche se lui dice che non avrebbe mai discusso di questo se non con gli amici intimi o se gli fosse stato chiesto un consiglio privatamente.

“A. è il figlio maggiore di un ufficiale. I suoi genitori avevano 21 e 19 anni, rispettivamente, al momento della sua nascita. Entrambi i genitori sono sani, e i due figli (entrambi maschi) hanno buone costituzioni, anche se quello più grande ne ha una un migliore. Lui è di media statura e arti sottili, portamento fiero, faccia bella e intellettuale (classico tipo greco), eccellente carnagione, modi affascinanti, e buon umore. Il pene è grande, il prepuzio molto breve. È appassionato di filosofia, scienze naturali, storia e letteratura. È riflessivo e paziente piuttosto che intelligente, ma è volitivo e molto attivo quando si impegna, mai a riposo finché non ha compiuto quello che vuole, anche se questo richiede anni. Canta in modo eccellente, ed è appassionato di ciclismo, canottaggio, nuoto, e alpinismo. Gode di ottima salute e non ha mai avuto una malattia neppure per un giorno da quando aveva 12 anni. Dice che l’unico caso in cui non riesce a dormire è quando sta a letto con qualcuno che non può o non vuole soddisfatto. Ha bisogno di soddisfazione almeno una volta alla settimana, due o tre volte nella stagione calda. Non fuma mai e nemmeno beve birra o superalcolici. È ancora single, ma ritiene che il matrimonio potrebbe soddisfare tutte le sue esigenze.

“Anche X è il figlio più grande di genitori  giovani e sani (tra i 21 e i 24 anni alla sua nascita) di classe sociale diversa; il padre è un costruttore. È di gradevole aspetto ma non bello,  molto sensibile, molto ordinato e metodico in tutte le cose, non molto volitivo, e molto riservato verso le donne. È di indole assai studiosa, è soprattutto appassionato di filosofia, politica e scienze naturali, è un buon musicista. Fa poco esercizio fisico ed è di piuttosto facile affaticabilità, è generalmente sano, ma non fortissimo. È vegetariano, ed è stato allevato come un libero pensatore. Fino a due anni fa, non è mai stato attratto verso una ragazza; anzi, non gli piacevano le ragazze, ma adesso è fidanzato. Per circa diciotto mesi ha abbandonato l’omosessualità, ma da allora ha sofferto di incubi, cattiva digestione e irritabilità. Pensa che l’unico rimedio sia il matrimonio, che sta rinviando. Considera l’omosessualità come del tutto naturale e normale, anche se i suoi desideri non sono forti, e una volta ogni quindici giorni è sempre bastata per lui. È stato portato alla pratica dell’omosessualità dal ragionamento di A., e perché ne sentiva una certa vaga esigenza, e questo lo confortava. Pensa che sia una questione di temperamento e non una cosa da discutere, se non da parte degli scienziati. Dice che non lo potrebbe fare se non con il suo più caro amico, alla cui richiesta non potrebbe resistere. Ha un lungo prepuzio, carne come quella di una donna, ed è ben proporzionato.

“Entrambi gli uomini sono interessatissimi alle riforme sociali, nelle quali sono impegnati, uno in modo attivo, l’altro passivamente. Entrambi considerano anche la legge sulla omosessualità come assurda e demoralizzante. Pensano anche che il divieto legale della poligamia sia in gran parte la causa della prostituzione, dato che molte donne non possono vivere una vita onesta e trovare qualcuno che si prenda cura di loro, e ritengono che molti uomini potrebbero sposare una donna per la soddisfazione fisica e un’altra per la soddisfazione intellettuale.

“Si dedicavano totalmente uno all’altro quando li ho conosciuti; sono ancora amici, ma separati dalla distanza. Entrambi sono persone degnissime, e il secondo è fin troppo sincero.”

Secondo informazioni successive, X. si era sposato e le sue tendenze omosessuali erano quasi completamente in sospeso, in parte, forse, per il fatto che viveva tranquillamente in campagna. A. ha sorpreso i suoi amici per il suo ardente attaccamento ad una donna più o meno della sua età con cui si è fidanzato. Dichiara di amare questa donna più di chiunque uomo, ma tuttavia sente ancora una forte passione per i suoi amici uomini. È evidente che la tendenza omosessuale in A. è nettamente più pronunciata che nel suo amico X. Come si trova più spesso nelle persone bisessuali rispetto agli omosessuali, è di tipo prevalentemente maschile, possiede grande vitalità, e desidera esercitare tutte le sue facoltà . Ha un sistema nervoso sano ed è del tutto libero da ogni “nervosismo”. Ha scritto un trattato scientifico e può studiare indisturbato in mezzo a rumori violenti. La sua voce è virile (nel canto è un basso profondo).  Può fischiare. Non è vanitoso, anche se è ben formato e le sue mani sono delicate. Il suo colore preferito è il verde. L’evidente calore del suo affetto per i suoi amici è il principale tratto femminile rilevato in lui. Sogna raramente e non ha mai avuto sogni erotici; questo lo spiega col dire (prima di Freud) che tutti i sogni, non causati da condizioni fisiche, sono sogni di desidero, e dato che egli soddisfa sempre i suoi bisogni sessuali tutti in una sola volta, con un amico o con la masturbazione, i suoi bisogni sessuali non hanno alcuna possibilità di incidere nella sua vita subconscia.

Ci può essere qualche dubbio sulla classificazione dei due casi precedenti: non li conosco personalmente. Il caso seguente, che conosco da molti anni, lo considero chiaramente un vero e proprio esempio di bisessualità: –

STORIA 31

Inglese, possidente, 52 anni, sposato. La sua ascendenza è piuttosto  complicata. Alcuni degli antenati di sua madre, nell’ultimo e nei secoli precedenti, si suppone siano stati invertiti. Ricorda che gradiva le carezze del valletti del padre quando era un ragazzino. Sogna indifferentemente di uomini e donne e prova forte attrazione sessuale per le donne. Può copulare, ma non insiste su questo atto; ha una tendenza a un piacere raffinato e voluttuoso. È stato sposato per molti anni e dal matrimonio sono nati molti figli.

Non ha gusti particolari sulla classe o l’età degli uomini che ama. Sente per quanto riguarda gli uomini più anziani quello che sentono le donne, e gli piace essere accarezzato da loro. È immensamente orgoglioso della sua bellezza fisica; rifugge la pedicatio e non si preoccupa troppo dell’atto sessuale, ma ama le lunghe ore di comunione voluttuosa durante le quali il suo amante lo ammira. Sente la bellezza dei ragazzi giovani. Allo stesso tempo, è molto attratto da ragazze giovani.

È decisamente femminile nel vestire, nel modo di camminare, nell’amore per i profumi, gli ornamenti e le cose belle. Il suo corpo è fin troppo liscio e bianco, i fianchi e i glutei sono arrotondati. Gli organi genitali normali. Il suo temperamento è femminile, soprattutto per la vanità, l’irritabilità e le preoccupazioni insignificanti. È molto preoccupato del suo aspetto fisico e interessatissimo ad essere ammirato; in un’occasione è stato fotografato nudo come Bacco. È fisicamente e moralmente coraggioso. Ha genio per la poesia e la speculazione, con una tendenza al misticismo.

Sente la discordanza tra il suo amore per gli uomini e la società, e anche tra il suo amore per gli uomini e il suo amore per la moglie. Considera l’amore per gli uomini come, in parte almeno, ereditario e innato in lui.

STORIA 32

C. R., medico, età 38 anni. Nazionalità irlandese, con una vena portoghese. “Mia madre viene di un’antica famiglia quacchera. Ero del tutto inconsapevole delle differenze sessuali fino a quando non ebbi circa 14 anni, perché ero stato accuratamente tenuto separato dalle mie sorelle e, anche se di tanto in tanto si impadronivano di me dei desideri strani che non capivo, ero stato vergine nel pensiero e nell’azione fino a quel periodo della vita.

“Quando avevo 14 anni un cugino di qualche anno più grande di me venne a stare con noi e condivise il mio letto. Con mia sorpresa mi afferrò il pene e lo strofinò per un po’, allora una sensazione più piacevole mi invase e aumentò fino a quando un’emissione di sperma uscì dal mio organo; poi lui mi chiese di fare lo stesso con lui. Abbiamo spesso ripetuto il processo nel corso del mese successivo; ero del tutto inconsapevole dei danni che ne potevano derivare.

“Lo stesso anno andai a scuola, ma nessuno dei miei compagni di scuola per un certo tempo mi suggerì tali azioni fino a quando un amico che stava con noi per le vacanze un giorno in bagno ripeté il processo e premette il suo pene tra le mie cosce e una scarica simile ebbe luogo. Ho scoperto in poco tempo che molti dei miei compagni di scuola e cugini maschi avevano gli stessi desideri, e un fratello maggiore del mio primo iniziatore alla sessualità ripetutamente passava la notte con me, e allora ci divertivamo in modo simile.

“Un po’ più tardi, quando mia madre era lontana da casa, condivisi il letto di mio padre, lui prese il mio pene in mano e tirò il mio prepuzio indietro. Io in risposta afferrai il suo e scoprii che aveva un’erezione. Continuai a strofinarlo fin quando non mi fermò e mi disse che non dovevo farlo, perché quando fossi stato più grande avrei amato una donna che avrebbe fatto quella cosa e che se non mi fossi strofinato da solo e non avessi consentito ad altri ragazzi di farlo, mi sarei divertito molto di più. Io sono quasi certo che mio padre fosse un invertito, perché lui spesso, quando era a letto con me, usava premere il mio corpo nudo contro il suo e aveva sempre una forte erezione. Una volta mi strofinò fino a quando non ebbi l’eiaculazione e poi, girando sulla schiena, mi fece prendere il suo pene in mano e si fece strofinare per pochi minuti. Avevo l’abitudine di scherzare spesso con mio padre perché a partire dal mio diciassettesimo anno il mio pene era più grande del suo. Tornerò a parlare di mio padre tra un po’. Quando avevo 17 anni un amico del college condivise il mio letto, e quando ci spogliammo disse che invidiava il mio pene che era tanto più grande del suo; una volta entrati nel letto, mi chiese di girare dalla mia parte e mi accorsi che stava tentando la pedicatio. Ero stupito della sua azione e allora mi informò che accanto a una donna quel processo dava più piacere. Tuttavia, non se ne face nulla, e questa è l’unica esperienza di pedicatio che io abbia mai avuto.

“Quando avevo 18 anni, una sera un compagno di università mi fece conoscere una donna e lei è stata la prima con la quale io abbia mai avuto una relazione. Siamo andati dietro alcune rocce e lei ha affettato il mio pene e lo ha stretto nel suo corpo, stando stesa contro di me.

“Mio padre, evidentemente sospettò qualcosa su di me quando tornai a casa, e pochi giorni dopo, mi disse che era molto pericoloso avere a che fare con le donne, che avrei dovuto aspettare fino a quando fossi stato più grande, che quando un ragazzo è diventato un uomo deve avere una donna di tanto in tanto, e che se avessi mai avuto una brutta malattia dovevo dirglielo subito in modo da poter essere adeguatamente curato.

“Al college ho trovato molti compagni che erano desiderosi di condividere il mio letto e di indulgere alla masturbazione reciproca, premendo i nostri corpi insieme faccia a faccia fino a quando non vi fosse stata eiaculazione da entrambe le parti, ma non trovai mai più nessuno che cercasse il rapporto anale.

“Poco tempo dopo ero a Bruxelles e feci la mia prima visita a un bordello, un posto vicino alla Cattedrale. Ho scelto una ragazza di circa 18 anni tra otto bellezze nude esposte alla mia scelta. Lei era avara e mi chiese 10 franchi, Ne avevo pagati 20 per la mia camera e me ne erano rimasti solo due. Volevo che lei giocasse con me, ma lei prese solo il pene e mi tirò verso di lei con un’azione così vigorosa che eiaculai molto rapidamente. Ero così disgustato dal risultato che mi masturbai quando tornai alla mia pensione.

“Un anno dopo feci una visita in Portogallo e i miei amici, lì, spesso, mi portarono ai bordelli e mi presentarono anche a donne di facili costumi. Avevo rapporti con loro; le prostitute portoghesi non mi hanno mai suggerito nulla di innaturale e in nessun caso un maschio mi ha approcciato per scopi sessuali.

“Quando divenni uno studente di medicina, usavo visitare un bagno turco di frequente, in un’occasione ho scherzosamente schiaffeggiato un amico sulle natiche, mio padre, che era presente, mi ha detto di non farlo perché non era un comportamento corretto in pubblico, se mi piaceva farlo a lui o ad un altro o ad altri due non c’era nulla di male in privato. Fino a quando non ebbi 21 anni, nel bagno mio padre copriva sempre il suo pene alla mia vista, ma dopo che raggiunsi la maggiore età, si mostrava sempre e più volte mi fece vedere immagini di donne nude, e mi insegnò anche l’uso del preservativo.

“Nel mio ventiquattresimo anno, un uomo alto che era solito frequentare le terme un giorno sedette accanto a me e giocosamente mi toccò le dita dei piedi con le sue, poi premette la coscia nuda contro la mia e un po’ più tardi nella camera di raffreddamento allungò la mano sotto il mio asciugamano e afferrò il mio pene, poi mi chiese di incontrarlo un paio di giorni più tardi nei bagni, dicendo che sarei stato soddisfatto di quello che lui avrebbe fatto.

“Sono andato all’appuntamento e lui mi ha portato nella stanza più calda, dove ci stendevamo sul pavimento, in pochi minuti si girò su un fianco e gettò una delle sue gambe su di me, mi spaventai e balzai in piedi, aveva una potente erezione, ma mi rifiutai di sdraiarmi di nuovo, anche se lui tirava il suo prepuzio indietro per eccitare i miei desideri, io avevo paura di essere sorpreso da un altro bagnante. Ho incontrato quest’uomo due volte in occasioni successive e lui mi ha fatto delle avances. Credo che avrei ceduto allora se ci fossimo incontrati in una casa privata.

“Poco tempo dopo incontrai un signore anziano presso i bagni che, anche lui mi fece delle avances, ma per paura io resistetti. Non mi piaceva perché aveva un alito cattivo e i denti guasti; e poi ero ora in grado di andare in continente e godere del fascino femminile secondo il desiderio del mio cuore.

“Dopo la qualificazione sono entrato nell’esercito in Sud Africa e con mio grande stupore trovai molti dei miei compagni appassionati della compagnia maschile, un ufficiale che era stato ferito condivideva la mia camera da letto in un ospedale militare, e quando ci spogliavamo, spesso ammirava il mio pene, avevamo l’abitudine di giocare l’uno con l’altro fino a quando non raggiungevamo erezioni potenti, ma non ci siamo mai masturbati né abbiamo provato qualche vizio contro natura.

“Ero solito avere rapporti sessuali con le donne tanto spesso quanto potevo, e ho spesso visitato i bagni turchi e ho scoperto che diversi clienti erano anormali, e anche uno dei massaggiatori, quest’ultimo si divertiva a giocare con il mio pene, baciandomi e facendomi il solletico.

“Mi sono sposato a 28 anni. La mia vita coniugale è stata normale e mia moglie ed io siamo ancora innamorati uno dell’altra, abbiamo avuto diversi figli.

“Le mie ultime esperienze sessuali sono state in Australia, una volta a Sydney, ai bagni, un compagno bagnante giocosamente cominciò a farmi il solletico, quando ebbi un’erezione, lui afferrò il mio pene, io mi alzai di scatto, e lui mi chiese di fare con lui qualsiasi cosa mi fosse piaciuto fare. Mi rifiutai. Una volta a bordo di un piroscafo costiero un compagno di viaggio aveva l’abitudine di mettersi in mostra, in posa come una statua; diventammo molto intimi e lui voleva che io passassi una notte con lui. Ho rifiutato anche le sue offerte.

 ”Sono molto sano e forte, appassionato di equitazione, pesca, e tiro. Conduco una vita molto attiva. Non sono né musicista né artista, ma mi piace molto sentire la musica e ammiro le opere d’arte.

 ”Di persona io sono alto 6 piedi, tendente al grasso, il mio corpo è molto forte, il mio pene è di sei pollici di lunghezza a riposo e otto in erezione, posso senza fatica eiaculare due volte nella notte e ho rapporti sessuali almeno due volte alla settimana. Il mio scroto è teso e entrambi i testicoli sono grandi. Sono un po’ lento a eiaculare. Dopo il matrimonio, non ho mai avuto nessun desiderio di avere rapporti sessuali con nessun’altra donna, ma più volte ho incontrato uomini che mi hanno attratto. Ho un amico (un altro medico ) che mi conosce molto bene e se passiamo la notte insieme giochiamo uno con l’altro. Ho un grande desiderio che lui mi circoncida. Non ci siamo mai lasciati andare a nulla che non fosse sentire o premere insieme i nostri corpi come scolaretti.

“Il mio colore preferito è il verde.

“I miei sogni erotici, quando ne ho, sono di mia moglie o di un amante maschio.

“L’inversione sessuale è molto più diffusa di quanto comunemente si suppone e non ho mai avuto alcun rimorso di coscienza dopo nessuno dei miei rapporti amorosi. Considero l’istinto omosessuale come del tutto naturale, e, tranne che per quanto riguarda mia moglie, è più forte nel mio caso dell’istinto eterosessuale. Non ho mai iniziato un giovane alla vita sessuale né ho avuto alcun desiderio di sedurre una ragazza. I ragazzi sotto i 17 anni, o le persone di bassa classe sociale, non mi attraggono.”

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RAGAZZI GAY IN ALBERGO

Ciao Project,
mi sono messo a scrivere e non so nemmeno perché. Non so se è che voglio stare per forza al centro dell’attenzione, però pensare che mi leggerai mi fa una strana sensazione perché nessuno si interessa veramente a quello che faccio o penso. Mia madre in pratica mi passa solo un po’ di soldi, e pure pochi, ma per il resto se ne fraga del tutto, mio padre, ammesso che sia veramente mio padre, mi tiene in albergo come se fossi un pensionante estraneo, non mi tiene con sé in casa perché gli romperei le scatole, mi tiene proprio in albergo, lui ha un albergo e lì mi ha riservato una stanzetta, la peggiore dell’albergo, quella che non la venderebbe a nessuno, però così almeno non lo vedo quasi mai. Non è cattivo ma mi considera un pacco in deposito che si deve tenere per forza. È per questo che penso che non sia mio padre. Ultimamente però siamo ai ferri corti. Sto in una stanza d’albergo, ok, ma quella è casa mia, dico casa, non sono un ospite dell’albergo, quindi ci posso portare chi mi pare e ci posso fare quello che mi pare, o no? Beh, per lui no! La settimana scorsa ci ho portato un ragazzo e ho dormito con lui. Naturalmente il personale dell’albergo ha fatto la spia, perché non si fanno mai i cavoli loro. Ma io dico, voi siete pagati per pulire, per tenere in ordine, mica per fare la spia. Vabbe’ poi mio padre vuole sapere chi è, perché è rimasto con me, ecc. ecc., io gli racconto un po’ di balle, che è un mio compagno di scuola e abbiamo studiato fino a tardi e allora ha dormito con me. E qui giù domande perfide, perché nella mia stanza c’è un solo letto, mi ha chiesto se ho fatto portare un secondo letto, gli ho detto di no, perché era tardi e non volevo rompere le scatole al personale, e lui insisteva: “Ma avete dormito nello stesso letto?” E gli ho detto di sì. Ha fatto una faccia strana, ma non ha insistito, però penso che abbia capito. Se gli avessero detto che avevo portato una ragazza in camera sarebbe stato contento, ma così era stranito forte. Siccome l’ho visto incazzato nero (e quando lo vedo così sono molto soddisfatto) il giorno appresso ho insistito perché il mio compagno si trattenesse di nuovo a dormire con me. Questa volta ho chiesto al personale di montare un lettino che ovviamente non abbiamo usato. Anche questa notizia è arrivata immediatamente all’orecchio di mio padre che si è ripresentato, ma il discorso lo prendeva solo alla lontana. Io gli ho detto che la notte faceva freddo, questo perché doveva pensare che abbiamo dormito abbracciati perché faceva freddo. Tre giorni fa il disastro. Mio padre va a parlare coi professori, professori nuovi, perché sono stato bocciato e ho cambiato scuola. Io nella scuola nuova ho deciso di tenere sempre comportamenti liberi, perché mi devo reprimere? Liberi ma educati con tutti. I prof. non sono stupidi e non hanno fatto storie (non hanno nemmeno fatto finta di non vedere) e anche i compagni nuovi, salvo piccole cose proprio all’inizio, non hanno fatto storie. Mio padre va a parlare con la prof. di Italiano, che gli dice tutta sorridendo che sono un bravo ragazzo che non si è schiuso e che l’ha presa bene e che non è inibito nonostante tutto, è un discorso strano, mio padre non capisce, la prof. si rende conto che lui non sa e fa macchina indietro, la conversazione diventa imbarazzata, poi tornano su discorsi formali e il colloquio finisce lì. Così me l’ha raccontata la prof.. La prof, esce con una scusa dall’aula e va ad avvisare i colleghi che mio padre non sa. Gli altri rimangono sul generico ma l’insegnante di religione no! Prende da parte mio padre e gli dice che io a scuola sto sempre abbracciato con uno e che del fatto che sono gay non ne faccio mistero. Mio padre finisce il giro dei prof. cercando conferme ai discorsi del prete, ma non ne trova. Il giorno appresso me lo ritrovo in albergo. Ma lui ai colloqui con prof. della vecchia scuola non c’era mai andato, nemmeno quando lo avevano chiamato con una raccomandata perché stavo per perdere l’anno. Non c’è voluto molto perché capisse, prima lo sospettava solo, ma adesso era una certezza. Viene da me e vuole sapere. Io sgrano tanto d’occhi e gli dico: “Ma sei rincitrullito del tutto? Io frocio? (ho detto proprio frocio!)” E l’ho mandato a quel paese come se avesse detto una cosa assurda. Se n’è andato, parecchio dubbioso, perché ero stato molto deciso. Ma io dico: ma che te ne frega a te? Non te n’è mai fregato un cazzo per quasi vent’anni e adesso vuoi fare il papà? Ma vai a farti fottere! L’amico col quale mi tengo abbracciato a scuola non è quello che è venuto in albergo e con quello dell’albergo non ci ho fatto proprio nulla perché è 100% etero, anche se non ha preconcetti, al punto che abbiamo dormito nello stesso letto, e poi non c’erano pericoli, perché è pure brutto e di fare qualcosa con lui proprio non mi è mai passata la fantasia. Il fatto è che io sono solo. Quest’anno dovrei finalmente riuscire a fare la maturità. Per l’università è una cosa ambigua, voglia di studiare ne ho poca, ma lì ci sono tanti ragazzi e c’è una certa libertà, non è come a scuola che è come una galera. Vorrei fare una facoltà leggerina, mio padre mi vuole mandare ad economia perché dice che pensa di potermi inserire nella gestione dell’albergo, ma secondo me è una cosa detta così per dire perché con i rapporti che abbiamo non si fida certo di me, a parte che pensa che sono un incapace, pensa che io lo possa mandare fallito per dispetto. Sono gay, ma non ho un ragazzo, non è mai stata la mia idea fissa, vorrei soprattutto un amico, meglio ancora ne vorrei più di uno. Bei ragazzi ne ho visti tanti, ma a parte che probabilmente erano etero, quando provavo a parlarci mi sentivo un marziano, dicevano solo io, io, io, e basta, allora meglio stare solo o con uno etero intelligente, come il ragazzo che è venuto all’albergo. Non mi voglio vendere per un po’ di sesso, voglio uno che mi voglia bene veramente, se c’è bene, se non c’è ne faccio a meno, non voglio finire nella trappola delle coppiette che si mettono insieme tanto per giocare un po’ e poi alla fine non ne vengono più fuori e fanno finta che quella è la scelta di fondo della vita. No! E lo dico per esperienza indiretta, perché i miei si sono messi insieme proprio così e adesso sono due falliti alla ricerca di rivincite. Non cerco ragazzi sui siti di incontri o con applicazioni strane, se mi capiterà il ragazzo giusto sono disposto a dargli tutto me stesso, ma se si sente subito odore di bruciato lo mollo e me ne vado. Tra parentesi, avevo visto un ragazzo molto bello, forse pure lui etero, poi ho visto che si è acceso una sigaretta e allora mi è crollato subito. Ci sono cose che mi preoccupano, soprattutto l’università, perché penso che non combinerò niente più o meno come è successo a scuola, anche perché non vedo una sola facoltà che mi interessa veramente, di matematica non ho mai capito niente, giurisprudenza è la facoltà dei figli di papà, lettere e filosofia è cosa per le ragazze (e poi non mi piace proprio perché sono tutte ragazze), economia non la farei mai per non dare una soddisfazione a mio padre. Che ci resta? Psicologia? Mah… la vedo proprio nera, magari con un ragazzo vicino sarebbe diverso.
Tutto qui, Project, se mi rispondi, poi magari mi faccio risentire. Ciao!
Lello
p.s.: se vuoi, pubblica la mia mail.

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SIAMO O NON SIAMO UNA COPPIA GAY?

“Bello? Sì, oggettivamente è bello… e io no. È sexy? Sì, eccome… e io… lasciamo perdere. E allora che dovrei fare? Mi dovrei fare avanti sperando che si accorga che mi sono innamorato di lui? A parte che non so nemmeno se è gay, e ci credo poco, ma pure se lo fosse, uno come quello se capisce che mi sono innamorato di lui si fa etero subito! E poi dove mi vado a nascondere? E se non è gay è proprio da sparire sotto il tappeto. Però è bello, non è un merito ma attira, attira eccome, e io mi ci fisso, come un cretino. Mi devo mettere in mente che non è cosa per me, io lo posso guardare da lontano, e basta, però non è giusto. Quella stupida di Marcella mi ha detto che ho il complesso del brutto anatroccolo, ma è proprio cretina, mi sa che lo dice perché gli sbava dietro pure lei. E lei di me non sa nulla, se lo sapesse mi sentirei sprofondare. Gli vanno appresso tante ragazze e lui ci gioca, come gioca con me a fare il mezzo gay, che ci mette lui a fare cascare una pischella? Un po’ di moine, una frasetta coccolosa e cascano come pere cotte. Mh… ci casco pure io, ok, lo so che sono stupido quando faccio così. Basta! Non ne posso più! Ma perché non è brutto come me? Forse qualche possibilità l’avrei avuta.”

Questo era un pezzo del mio diario di ormai più di tre anni fa (20 Maggio 2012). Il ragazzo bello di cui parlo, lo chiamerò Daniele.  Che è successo dopo? Una valanga di cose, veramente molto inattese, ma andiamo con ordine. Dopo un po’ di farneticazioni tipo quelle che ho appena citato, mi sono messo l’anima in pace. Vedevo Daniele quasi tutti i giorni, sempre pieno di ragazze e non solo, sempre solare. Lo osservavo da lontano, all’inizio andavo nella sua stanza per vederlo, con qualche scusa di lavoro, ma lui nemmeno si accorgeva di me, poi ho lasciato perdere e sono tornato a chiudermi nel mio mondo, dopotutto Daniele era un estraneo e sarebbe rimasto un estraneo. Le cose sono cambiate improvvisamente il 24 dicembre del 2012.

Era un lunedì e quasi tutti i nostri colleghi lo avevano preso come giorno di ferie per fare il ponte e in pratica andarsene in vacanza da sabato 22, per tornare direttamente il 27, in fondo era un’occasione unica. Io e Daniele invece eravamo al lavoro la mattina del 24, in un ufficio semivuoto. All’epoca avevo già messo da parte l’idea di provare ad accostarmi a Daniele, e quindi me ne stavo per i fatti miei a sistemare un po’ di pratiche che ormai stavano invecchiando sul mio tavolo. Aspettavo le fatidiche ore 14.00 per andarmene finalmente a casa. Preciso, per chi non lo sapesse, che io allora vivevo da solo a Roma in un micro (nemmeno mini) appartamento, oltre l’ultima fermata della metro. I miei genitori erano in Canada, ospiti di uno zio che era emigrato lì parecchi anni fa. Io avrei passato il Natale da solo. Di inviti ne avevo avuti tanti, ma alla fine avevo preferito starmene da solo a leggere o a vedere un film.

Verso l’una e mezza mi si presenta Daniele e mi porta un caffè dalla macchinetta distributrice. Facciamo due chiacchiere, mi chiede che farò per Natale, gli rispondo che non farò nulla e che starò a casa, gli chiedo che cosa farà lui e mi dice che anche lui starà solo. Faccio una faccia stupita. Daniele da solo a Natale? Lui nota la mia faccia curiosa e mi risponde che ha avuto degli inviti ma che sono cose che non lo attirano troppo. Dato che lui è di Roma, gli chiedo perché non passa Natale con la sua famiglia e mi risponde che è una storia lunga e mentre lo dice fa un sospiro e alza le spalle. Poi aggiunge: “Se ti va, possiamo pranzare insieme…” e io gli dico di sì, ma senza l’entusiasmo che avrei avuto qualche mese prima, gli dico di sì, come si fa con un collega qualunque che ti fa una proposta simile. Andiamo a sistemare le ultime cose in ufficio e usciamo insieme, mi chiede dove preferisco andare a pranzare  e gli rispondo che non ho alcuna preferenza, poi mi chiede dove abito, perché sa che non sono di Roma e che sto qui solo da qualche mese. Gli dico dove abito. Mi chiede se a casa mia ci sono altre persone, cioè se abito con altri ragazzi, gli dico che vivo solo. Mi chiede se preferisco un ristorante, o se magari si può fare un po’ di spesa e cucinare da me. Resto un po’ perplesso di questa proposta che non mi aspettavo assolutamente, ma gli rispondo che va bene anche a casa. Facciamo un rapido giro in cerca di un supermercato, ma è tutto chiuso. Gli dico che comunque a casa ho già tutto quello che serve, che non è molto ma basta certamente, perché avevo fatto la spesa la sera prima.

Casa mia è piccolissima ma è il mio regno, è pulitissima, quasi in modo maniacale, e potrà sembrare strano ma non c’è nulla di gay. I libri, i dischi, le cassette e tutto il resto, ho lasciato tutto a Catania; qui a Roma le mie cose le tengo nel computer e basta. Il tablet pure è completamente pulito perché lo porto anche al lavoro. Ma torno a Daniele. Arriva a casa, si guarda intorno, mi fa i complimenti. Gli dico di sedersi e stare tranquillo a vedere la televisione, ma mi dice che dobbiamo preparare insieme. Si toglie la giacca e viene in cucina con me. Guarda le provviste e il frigo, mi dice che ce n’è per un esercito. Vede che c’è la farina e che ci sono le uova, gli viene in mente di fare le fettuccine, lo guardo perplesso, ma mi dice che le fa lui e che non sporca niente, si tira su le maniche e comincia a lavorare, gli chiedo che cosa posso fare io, mi dice di scongelare il pesce e di mettere a lessare i cavoli. Gli chiedo: “Ma i cavoli col pesce?” Mi sorride e mi dice: “Beh, perché? … dai vediamo che ne viene fuori, secondo me viene bene!” Insomma, comincia a impastare e ci sa fare, tira la pasta col mattarello, la affina e la avvolge, poi la taglia col coltello e apre le fettuccine sul tavolo. Gli dico che sono troppe, mi risponde che sono anche per domani. Prepara il pesce poi lo mette a cuocere, in cucina ci sa fare, è molto sicuro di sé.

Durante la preparazione del pranzo parliamo molto poco e in pratica solo di cucina. Mi dice di apparecchiare la tavola, gli rispondo che il tavolo è solo uno e che ci sta cucinando sopra, mi dice: “Ok allora ancora cinque minuti e te lo pulisco bene bene.” Toglie il pesce dal fuoco, scola le fettuccine, le condisce col sugo del pesce e con pezzetti di pesce ripassati con i cavoli. Mette nel piatto, spolvera di pepe, niente formaggio. Io assaggio. È una cosa squisita, mi sorride! Poi mangiamo a televisione spenta, nessuno dei due ha intenzione di accenderla. Si parla un po’ di politica, è molto prudente, cerca di capire come la penso, non mi vuole contraddire, trova qualcosa di giusto in quello che dico anche quando non è d’accordo. Restiamo a tavola per quasi un’ora. Mi parla del suo lavoro precedente, ma non mi dice nulla della sua famiglia e non fa nessun cenno a ragazze o a cose che possano richiamare anche da lontano il sesso. Poi si alza e si mette a lavare i piatti. Cerco di seguirlo ma mi dice che c’è troppo poco spazio e che basta solo per una persona. In effetti è così. Ripulisce tutto molto rapidamente. Poi ci risediamo al tavolo perché lo spazio è piccolo.

Si crea un momento di imbarazzo, io penso che lui stia per andarsene, mi guarda stupito e mi dice: “Se hai da fare ti lascio tranquillo…” Gli dico che non ho nulla da fare e mi risponde che allora pensava di trattenersi ma non dice fino a che ora. Gli dico che siccome è la notte di Natale i suoi magari lo aspettano. Qui si fa più cupo, e fa una smorfia: “Loro stanno meglio soli…” gli dico che comunque farebbe bene ad avvisare che rientra più tardi, mi risponde che lo farà ma non lo fa. Mi chiede se può sedersi sul divanetto, gli rispondo che può fare tutto quello che vuole. Si allunga un po’ sul divano e accende la televisione. Girando i canali trova “La vita è una cosa meravigliosa”, che stava proprio incominciando, un vecchio film di natale degli anni ’30 con una bella morale di fondo, cioè che se sei in questo mondo puoi fare tanto di buono, Il film ci prende, si vede che gli piace molto. Alla fine mi chiede se mi è piaciuto e gli dico di sì, molto, mi sorride di nuovo, è la seconda volta nella serata.

Mi chiede di parlargli di me e qui mi mette in crisi, gli dico che c’è poco da dire, che cerco di tirare avanti lavorando… poi mi viene in mente che se non gli parlo di donne la cosa può suonare strana, ma decido di non recitare, in fondo lui con me non lo aveva fatto. Mi fa domande ma mai troppo sul privato, io rispondo e il tempo passa. Gli chiedo che rapporti ha coi suoi, anche questa volta una smorfia e un’alzata di spalle, poi cambia discorso, mi parla un po’ di sé ma sempre senza scendere troppo sul privato. Nessun accenno a ragazze, anche se al lavoro le donne lo cercano con qualsiasi pretesto. Ma se uno passa con me la notte di Natale vuol dire che non ha una ragazza, questo mi sembrava ovvio, e se uno come lui non ha una ragazza un motivo serio ci deve pure essere. Logicamente arrivavo alla conclusione che non poteva che essere gay. Piano piano le ore passano, girando i canali troviamo la messa del papa, allora era ancora Benedetto XVI. Gli chiedo che cosa pensa del papa, mi guarda facendo una smorfia come quando parlava della sua famiglia e alzando le spalle. Questo fatto mi rafforza nell’idea che sia gay, ma mi tengo ben lontano da argomenti troppo privati, come fa lui, d’altra parte.

Dopo la cena, mi chiede se può rimanere a dormire da me. La cosa mi spizza molto, non sono attrezzato per una cosa simile, ma mi affretto a dirgli comunque di sì. Ho nel cassettone una vecchia branda tipo militare, la montiamo. Non ho un secondo materasso, ma si accontenta di una coperta, poi gli do un piumino di scorta che conservavo dal tempo del campeggio. Chiacchieriamo ancora fin dopo l’una, poi andiamo a dormire.

La mattina si alza prima di me, cerca la macchinetta del caffè ma io non ho una macchinetta del caffè. Va in bagno, io mi alzo, poi ci accontentiamo di un pocket coffee e di un po’ di biscotti. Non so che intenzione abbia. Usciamo, è una giornata eccezionalmente calda per essere Natale, direi una bella giornata. A un tratto mi chiede se mi sta rompendo le scatole, gli rispondo che se non ci fosse stato lui il Natale lo avrei passato da solo. Da qui comincia il discorso sugli amici, miei e suoi. È evidente che non ha molti amici, anzi che non ne ha per niente e nemmeno amiche, e per uno come lui è strano. Nel rispondere alle sue domande mi faccio un punto d’onore del non dire bugie, omettere è una cosa, dire il falso è una cosa molto diversa.

Cominciavo a chiedermi che cosa Daniele volesse da me, la fantasie correva lontano, o meglio cercava di correre lontano ma io la trattenevo il più possibile. Abbiamo fatto una lunghissima passeggiata. Con lui stavo bene, era tranquillo, a suo agio anche se il discorso era statico e i confini erano piuttosto rigidi. Passa Natale e resta a casa mia anche nella notte tra il 25 e il 26 e in quella tra il 26 e il 27. Nessuna dichiarazione esplicita. Il dubbio che potesse non essere gay stava sempre lì e d’altra parte nemmeno io avevo fatto discorsi chiari.

Dopo quei giorni, al lavoro, i nostri rapporti si sono fatti più sciolti, lui ha ricominciato ad essere circondato da una nuvola di ragazze, a ridere e a scherzare con loro. Io, dopo qualche giorno di malinconia, mi sono detto che la parentesi era chiusa e che dovevo riprendere la mia strada e le cose sono andate avanti così per parecchi mesi. In pratica mi stavo quasi dimenticando di lui.

Una quindicina di giorni fa nel mio cervello ha ricominciato a suonare il campanello. Durante la pausa pranzo parlo con una collega che in genere stava molto appresso a Daniele e lei mi fa un discorso strano, lasciando quasi intendere che Daniele fosse un seduttore con qualche rotella che non girava nel senso giusto e conclude: “No, non mi convince…” e lei era una di quelle che gli correvano appresso di più. Ho provato a rimettere insieme i pezzi di pettegolezzi che mi arrivavano da varie parti e l’ipotesi che fosse gay ci stava eccome, però, con me, dopo i tre giorni di Natale, peraltro molto neutri, non c’era stato assolutamente nulla. Poteva magari essere gay e non essere interessato a me, però in ufficio c’erano anche dei ragazzi carini e lui non li considerava proprio. Una collega gli aveva proposto una pizza insieme la sera, in fondo una cosa banalissima (anche se una pizza in due tra un uomo e una donna non è mai una cosa tanto banale) e lui aveva rifiutato, lei gli aveva chiesto se era fidanzato e lui aveva detto di no. Insomma il misero si infittiva.

Un giorno ho fatto una cosa scorretta, l’ho pedinato. Sapevo il suo indirizzo ufficiale, quello della casa dei genitori, e pensavo che si sarebbe diretto lì, ma lui va da tutt’altra parte, Alla fine entra in una pensioncina di terz’ordine, penso che ci sia entrato per vedere una ragazza, mi tengo a rispettosa distanza  e aspetto, passano le ore, due, tre, quattro, si fa notte fonda ma lui non esce. Torno a casa mia a dormire, ma l’indomani prestissimo sono sotto la sua pensione e lo vedo uscire per andare al lavoro, lo fermo, lui ha un attimo di smarrimento, capisce che non sto lì per caso e mi chiede che sto facendo e gli dico che l’ho seguito perché avevo l’impressione che in ufficio le cose fossero cambiate e ci volevo capire qualcosa di più. Mi risponde che se ne è andato di casa perché non ce la faceva più a stare con i suoi, ma non aggiunge altro.

Istintivamente, proprio senza rendermi conto di quello che gli stavo proponendo gli dico: “Ma perché non vieni a stare con me?” Si vede che è tentato ma poi gli sembra una cosa assurda e cerca di cambiare discorso. Lo guardo fisso e gli dico in modo perentorio: “Vai a prendere le tue cose e le mettiamo in macchia, e poi andiamo in ufficio che si fa tardi.” Si ferma a guardarmi perplesso, ma gli dico “Vai!” in tono perentorio e lui va. Riscende dopo 10 minuti, carichiamo la valigia in macchina e andiamo in ufficio. Entriamo separati, a distanza di qualche minuto. In ufficio non ci parliamo per tutta la mattina, poco prima di uscire gli dico:  “Ti aspetto al terzo cancello.” Lui fa segno di sì. In macchina è silenzioso e perplesso, a casa le perplessità si fanno più forti, ma non gli do modo di sfuggire, apro la sua valigia e metto i suoi vestiti nell’armadio accanto ai miei.

Mi dice che è in imbarazzo, gli rispondo che deve cucinare senza perdere tempo che dopo mi deve raccontare tante cose. Si mette a cucinare, poi a tavola parliamo. È in rotta con i genitori perché ha rotto il fidanzamento con la ragazza che i genitori volavano fargli sposare e loro che avevano già preparato tutto non lo hanno accettato. Gli chiedo se era innamorato di quella ragazza, mi risponde che era una cosa tutta costruita dalla famiglia e che ha rotto perché per lui sposarla sarebbe stata una follia. Gli dico che il mondo è pieno di ragazze e che ne troverà certamente una che sta bene a lui, ma sorride e mi dice che per lui le ragazze sono sempre state un incubo, perché gli correvano appresso e non riusciva a liberarsene ma lui non aveva mai amato una ragazza, poi aggiunge: “Hai capito?” Gli dico: “Sì ho capito! E con questo?” Mi guarda sconsolato e mi dice: “Ma a casa mia una cosa del genere è un crimine…” Gli rispondo: “Ma lasciali perdere, tu non hai bisogno di loro, hai un lavoro e adesso hai pure una casa … a proposito nemmeno io mi sono mai innamorato di una ragazza…” Mi guarda perplesso e mi dice: “Ma è vero?” Gli ripeto che è vero e che sono molto contento che si sia arrivati a parlare chiaro, lui però a questo punto ci tiene subito a mettere in chiaro che non è interessato a me, gli rispondo che l’avevo capito ma che per essere buoni amici e per condividere una casa non si deve essere per forza amanti. All’ora di cena eravamo entrambi esausti.

Adesso è passato qualche giorno, con lui sto bene, siamo due gay, uno bello e uno no, non siamo una coppia ma piano piano stiamo imparando a volerci bene. Quando torneranno i miei dal Canada, Daniele li potrà conoscere. Io un po’ di fantasie su di lui ce le faccio, anche se so che lui non è interessato, però anche così si può stare bene. Che succederà quando si troverà un ragazzo? Questo proprio non lo so, se non fosse molto geloso si potrebbe prendere una casa in tre, ma se riuscirò e vederlo felice per me andrà bene anche tornare ad essere solo, che poi non sarebbe affatto un essere solo.

Grazie a tutti ragazzi! Se avete avuto la pazienza di leggere fin qui vuol dire che di pazienza ne avete da vendere!

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GAY, ARMONIA DI COPPIA E CONDIZIONAMENTI SOCIALI

Ciao project,
ti scrivo perché sto passando un momento difficile. Forse tu le considererai cazzate ma per me sono cose importanti e soprattutto condizionanti. Ho 27 anni e da alcuni mesi ho conosciuto un ragazzo (lo chiamerò Davide) e me ne sono innamorato, ma non solo, anche Davide si è innamorato di me e sotto tanti punti di vista la cosa non potrebbe essere meglio di com’è, perché lui rappresenta il ragazzo dei miei sogni, proprio come l’ho sempre desiderato, però adesso comincio a sentirmi in ansia quando lo sento al telefono. Mi fa piacere sentirlo e mi fa piacere anche che lui mi desideri sessualmente, ma certe volte esco male dopo aver parlato con lui al telefono. Lui è molto diverso da me sotto tanti punti di vista, è un ragazzo intelligentissimo, oltre che bellissimo, ma è anche molto autonomo, moto indipendente dalla famiglia, tratta i genitori in modo molto brusco e loro non reagiscono ma se io trattassi così i miei genitori mi cadrebbe la casa addosso. Mi dice che sono succube, che mi faccio mettere i piedi in testa, che ho paura dei miei genitori e che ancora dipendo psicologicamente da loro anche se sono economicamente indipendente. Noi non abbiamo un posto dove incontrarci, e allora ce ne andiamo in macchina da qualche parte. Questo ci condiziona parecchio perché se avessimo un posto tutto per noi avremmo modo di stare molto più tranquilli, ma non è così, comunque ci adattiamo. Sessualmente stiamo bene insieme, lui è esuberante e io resto incantato dal fatto che è un’esplosione di vitalità, lui mi desidera e certe volte me lo dice con un sms anche a notte alta. Insomma, tra noi non ci sono mai stati problemi sessuali. Certe volte riusciamo a vederci con un po’ più di calma ed è una cosa bellissima, voluta da tutti e due e spontanea e allora sto proprio benissimo, ma qualche volta mi mette in grossissimo imbarazzo. Per esempio, mi chiama nei momenti più incredibili e mi dice che ha bisogno di me, che ha bisogno di me per fare sesso, che lo desidera e non ne può fare a meno, ma io in certi momenti non posso uscire di casa perché ci sono i miei o magari anche altri parenti e non posso lasciare tutto alle ore più incredibili per andare da lui e non perché non vorrei stare con lui ma perché proprio non posso e allora cerco di fargli capire che non posso ma lui non lo capisce e insiste, me lo chiede quasi supplicando e siccome io insisto nel dire che non posso mi risponde che allora io non lo considero e che è assurdo che uno non possa lasciare i genitori per un’ora se il suo ragazzo gli dice che vuole fare sesso con lui. Qualche volta mi mette proprio in estrema difficoltà. Lui non è dichiarato pubblicamente, come me, ma i suoi genitori e suo fratello sanno di lui, mentre i miei non sanno niente di me. All’inizio mi voleva convincere a dirlo ai miei genitori e non si rendeva assolutamente conto che le cose a casa mia funzionano in un modo che lui non può capire. I miei non hanno capito nulla di me e anche se io cercassi di spiegare loro come stanno le cose non capirebbero nulla lo stesso e la prenderebbero malissimo. Lui mi dice: scendi per un’ora, poi ti riposto a casa, solo per un’ora, anche meno, ti prego, te lo chiedo per favore, io ho bisogno di te! E allora tra noi si creano tensioni perché lui non riesce a capire il mio mondo. Voglio sottolineare che alla fine anche quando io gli dico di no, dopo che lui ha insistito tanto, non se la prende mai con me e mi saluta in modo comunque tranquillo, ma io so benissimo che ci rimane male e che la prende come un rifiuto. Certe volte mi sottopone quasi ad un interrogatorio per capire perché non lascio la mia famiglia per andare da lui quando ne ha bisogno. Tra noi non c’è mai stata gelosia, cioè nessuno di noi pensa che l’altro possa andarsene con altri ragazzi, i problemi vengono perché lui si sente al secondo posto dopo la mia famiglia e da un certo punto di vista potrebbe anche avere ragione. Io penso che lui abbia paura che io non mi affrancherò mai dai miei e che quindi noi non potremo mai avere una vita nostra. In effetti lavoriamo tutti e due e una nostra vita in comune potremmo anche averla. Lui non ha mai fatto questo discorso perché sa che per me è un problema vero, ma certamente si sente a disagio a pensare che il nostro rapporto debba essere così condizionato, anche se ci sarebbero tutte le possibilità di fare di testa nostra. Solo che se facessi di testa mia dovrei rompere con la mia famiglia e lui non capisce perché io non voglia fare un passo decisivo per uscire fuori di casa. Oggi mi ha chiamato per parlare con me di cose sessuali e per convincermi a scendere in strada, perché sarebbe passato a prendermi, perché aveva bisogno di me e io invece ho fatto solo ragionamenti stupidi per prendere tempo e dire di no. E poi non riesco a capire perché proprio stasera, perché non si può rinviare a domani, io domani riuscirei ad organizzarmi, ma no! Per lui doveva essere stasera e basta, aveva in mente che sarebbe riuscito a convincermi e invece non ci è successo e io sono rimasto a casa ma mi sento dentro un vuoto terribile. Dovrei affrancarmi da tante cose non perché se non lo facessi rischierei di perderlo, ma perché se non lo facessi gli farei male e questo lo so benissimo perché è quello che sta già succedendo, ma per me non è facile fare dei passi senza ritorno. Sogno tante volte una casa nostra, lontano dalla mia famiglia, però bisognerebbe cambiare città e noi lavoriamo tutti e due qui e cambiare è praticamente impossibile. Convivere con lui, qui, nella mia città è impossibile perché qui c’è la mia famiglia. Project, che devo fare? Non ce la faccio ad andare avanti così. So che sto martirizzando il mio ragazzo, ma non ho il coraggio di fare una scelta definitiva e di tagliare i ponti con la mia famiglia, perché è quello che succederebbe se facessi a casa un discorso chiaro. Ma perché devo essere così succube di questi condizionamenti? Rovinare il rapporto col mio ragazzo mi farebbe stare malissimo e lo sto sperimentando già adesso. Come sono diversi i sogni dalla realtà!

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